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from CalculaValorHoy

Valor UTM hoy 2026: histórico mensual y conversor a pesos Por CalculaValorHoy

Cuando alguien fallece en Chile, su herencia no se reparte en pesos fijos: se mide en UTM. El Valor UTM hoy 2026: histórico mensual y conversor a pesos es 72.151 pesos en octubre de 2026, y ese valor es la base para calcular cuánto corresponde a cada heredero y cuánto impuesto paga.

La herencia se mide en UTM

Las asignaciones hereditarias y los tramos del impuesto se expresan en UTM, no en pesos. Eso significa que el monto en pesos de una herencia depende del valor de la UTM del mes que corresponde, y cambia si la UTM cambia.

Un ejemplo con números

Una herencia de 500 UTM, con la UTM de octubre de 2026, equivale a 36.075.500 pesos. La misma herencia de 500 UTM, con una UTM mayor, equivale a más pesos, aunque la cantidad de UTM no haya cambiado. Por eso dos herencias iguales en UTM pueden dar montos distintos en pesos.

Por qué cambia el impuesto si cambia la UTM

El impuesto a la herencia trabaja con tramos progresivos en UTM: a mayor asignación en UTM, mayor tasa. Como los tramos están en UTM y la UTM sube con la inflación, el impuesto se mantiene proporcional en términos reales y no se licua con el tiempo.

Antes de aceptar una herencia

Convertí la asignación a pesos con la UTM del mes que corresponde y revisá en qué tramo cae. No aceptes ni rechaces una herencia mirando solo el monto en pesos de otro mes: la UTM del mes correcto es la que define la cuenta.

Conclusión

Toda herencia en Chile pasa por la UTM: convertí, verificá el tramo y recién después decidí. Más herramientas en la sección de Chile.

 
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from Diario

Coerente è chi si contraddice: oggi per prova, ho chiesto a chatgpt il perché di alcuni glitch sonori nel mio videogioco che nascevano durante l'uso di una libreria che non avevo mai usato. in una ventina di minuti, a furia di tentativi, ha trovato due modifiche al codice a cui non sarei mai arrivato senza un qualche apporto esterno. Si contratta continuamente con le proprie convinzioni e i propri bias cognitivi.

Oggi mi sono svegliato con una melodia in testa. Ho cercato nel dormiveglia di rintracciarla e dopo un po' ho pensato, mi sa che è Debussy. Mi sono alzato e sono andato a cercare un suo cd e – incredibilmente – l'ho trovato. L'ho messo su ed è partita la cosa che avevo in testa. L'ho preso un po' come un miracolo.

Svegliarsi con un arabesco in mi minore di Debussy del 1888 nella testa, un miracolo. Ritrovarlo e riportarlo lì in questa nuova casa incasinata, un secondo miracolo.

Ho lasciato la casa in cui ero vissuto per venticinque anni. Pensavo che non avrei sentito niente, e invece provo un misto di sollievo e di consapevolezza. Quelle mura, quell'architettura, quegli spazi e quei vuoti non li rivedrò più. Un fatale mix di senso di colpa per quello che avrei ancora potuto costruire lì e non ero stato in grado e uno scarico di adrenalina per quello che ancora posso fare per il mondo.

Ci carichiamo di pesi per restare bene ancorati e paghiamo poi la retta del soffocamento. Ogni mattina un ragazzo viene da noi, mette le mani al collo e ci strangola un poco, sorridendo. Poi molla e ci lascia il resto della giornata con un debito di ossigeno. Così augurandoci un mondo migliore, per tutta la vita, finché la stretta diventa così importante da far emergere l'evidenza del dolore. L'aria entra ed esce così rapidamente.

Una vita di sacrifici per poter alla fine, corrosi e incancreniti, scrivere post su Facebook su come si stava bene da ragazzini, quando il mondo era bellissimo, l'aria pura e la mitologia norrena era incarnata nelle superbe compagne di banco.

È un po' che non aggiorno il diario perché sono successe tante cose e perché devo cucinare. Ci sono delle priorità. Ho paura di disimparare a essere un coglione completo che segue le macchie di luce dell'intelligenza e dell'arte e finire a vedere il mondo per quello che è: rovi e robaccia, plancton, microorganismi che vivono nella mia faccia e nei miei intestini, vuoto cosmico e strani vermi neri che da qualche mese vengono tutti a morire nel mio giardino. Oggi nel letto vedevo fuori dalla finestra (chiusa) masse di zanzare che picchiavano contro il vetro. “Con 'sto freddo” ho pensato. Saranno i morti di Carducci che hanno sbagliato indirizzo.

A scuola durante l'occupazione hanno sbrindellato un po' di cose. Oggi ero con una tastiera con qualche tasto in meno, il monitor con un graffione sopra, il computer con la ventola che grattava, dopo un po' è andato tutto in crash. Pare che abbiano tirato via tutte le ram. Nei racconti neorealisti rubavano il rame dalle ferrovie, oggi i banchi di ram da computer proto-preistorici. Che fatica. Quando l'entusiasmo si spegne un po', quando ti prendi un po' di ceffoni in classe per lezioni andate proprio da cani, che fatica. Servirebbe un po' di riposo alla Han Solo, una bella piastra di carbonio o cosa era, le dita in avanti, la faccia da pirla, le dita di Leia che accarezzano il freddo metallo pensando, ma chi me l'ha fatto fare. Potevo uscire con quello che ora fa l'avvocato, e invece 'sto scemo.

Ai genitori, dice, dite che non abbiamo l'organico completo. Ma caro, manco io ho l'organico completo: aprendo il ventre (non fatelo a casa) con un taglierino dentro manca un sacco di roba: ci sono alcuni organi inattuali, tipo una sveglia meccanica, un pollo di gomma, ma interamente in oro zecchino, paglia qua e là a coprire i buchi della pubblica amministrazione, una vescica che – se premuta – manda i suoni delle civilità perdute e dimenticate, un flauto dolce – immagino per esercizi anali fraintesi all'origine – una piantina di basilico (in peltro e velluto), due costole rotte e mai riaggiustate, alcuni rododendri, giusto per il suono del nome, come certi font: braggadocio.

Qua non c'è niente di utile, dice il cosmonauta uscendo dalla prosa sciamannata di questa roba pomeridiana. “Ricucite” ordina. Si toglie i guanti, il casco, sospira. Guarda l'esterno notte genovese, la valbisagno su cui si muovono come impazzite le luci dei camion, auto, moto per le strade ad alto scorrimento, alcune da valle verso monte, altre – contemporaneamente – da monte verso valle. Così, come tutto fosse normale, passa l'urlo radiante della sirena di un'ambulanza.

 
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from Bymarty

✨✍️Si racconta che stasera, i nostri animaletti pelosi, attraverso il ponte dell'arcobaleno, vengano da noi per salutarci e farci sentire la loro presenza! Proprio una settimana fa ho perso la mia gatta Licia, quasi 2 mesi fa Spillo e a fine marzo Masha, insomma sarei davvero contenta di sapere che sono di nuovo insieme, che corrono e si rincorrono e che stasera magari da lassù mi mandino un segno, un piccolo saluto, insomma un abbraccio, un pensiero , che possa rendere meno triste e doloroso il pensiero di averli persi! La sensazione di nn aver fatto abbastanza, di non averli amato o di averli trascurati! Il vuoto lasciato è incolmabile, i silenzi assordanti e i ricordi nn bastano per farli sentire ancora vicini a noi! Però si nel ❤️ loro occupano posti speciali, dove emozioni, sorrisi, immagini e colori spesso dipingono ricordi meravigliosi...ed è proprio allora che ci sembra di averli accanto, così accarezzo Licia, i suoi occhi verdi e profondi, l'azzurro degli occhi di Masha e Spillo, la sua forza, la sua indipendenza....stasera preparo per loro un piccolo altarino, pare si debba lasciare, acqua, cibo preferito dei fiori e una candela per aiutarli nel ritrovare la loro casa! Sarà tradizione, saranno fantasie, o nn so come definirle, ma il pensiero che anche x un istante loro possano tornare da me, con un'emozione, un segno o semplicemente con un po' di serenità, non può che farmi sentire fortunata ad aver condiviso con loro, la mia vita, la famiglia, la casa. Perché saranno pure creature pelose, ma io le ho sempre considerate famiglia! Cercherò di pensarci stasera magari sarà una candela o la luna stessa, a farci ritrovare anche solo per un istante! Ancora buon ponte tesori miei...vi aspetto 🫂🐾🌈✨❤️

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from Larry's Garage in English

On the night of October 25th, a power surge killed three computers on my home network. When the power came back, nothing restarted on its own. And I discovered that the fastest way to tell whether a PC under the desk is on is to bend down and look at the LED.

It wasn't even the first time. A few days earlier, one of the three nodes had stopped booting and I had reinstalled it from scratch. That night, another one had frozen so thoroughly that it took me two manual reboots just to get back in via SSH. Crawling under the desk, in the dark, I wrote two lines in my journal: “Never again.”

The next evening, at 6:40 PM, I rebooted the hub — broker, database, API and dashboard all together — without touching a keyboard. Four minutes later, everything was online again. The day of the incident had become the test suite the system passes on its own.

But the real story isn't the reboot. It's how I got there without losing my mind, starting from a single certainty: AI on its own produces noise.

Hero: the three nodes under the desk, the night of the incident

The Ghost of the Weather Agents

Some time ago I played with AI agents for weather. Instructive experience: every time I asked for a change, the generated file was different. Layout flipped, UI rebuilt, structure reshuffled. Every iteration was a little Groundhog Day: starting almost from scratch for a ten-line fix.

They call it “vibe coding”: uncontrolled, chaotic, non-reproducible. Fun for a prototype, unsustainable for anything else.

The problem was already clear back then, but that night under the desk it took concrete shape: if I'm building a system that monitors something, I must first be able to monitor the system itself. Monitoring you have to rebuild after every change isn't monitoring, it's an anxiety generator.

The alternative to vibe coding is specification-driven development: controlled, orderly, extensible. You define what the system must do before asking the AI to do it. End of sentiment, beginning of rationality and method.

Building the Rails, Not the Train

Honest disclaimer: I can't program, and I'm not a sysadmin. I am, at best, a power user with plenty of curiosity and a soft spot for method.

So the first move wasn't writing code, let alone prompts. It was asking the AI the right questions: what are the points to define? Which parameters do I need to decide on? It helped me explore the problem and evaluate possible solutions. Those answers became my decisions: the architecture design, the goals, the system's boundaries.

Only afterwards did OpenSpec enter the stage — a framework for writing specifications and guiding development with AI: proposal, specs, design, tasks. Every code change goes through it — no more “fix this thing for me” shouted into the void. Code generation and validation happened inside the rails of the specifications, not in the inspiration of the moment.

Here's the point: the skills I lacked weren't delegated to the AI. I acquired them through the AI and then crystallized them into specifications. I built rails for the AI to move within. Not a train that leaves on its own: a route I decided, even where I didn't yet know exactly where it led.

The Map: How the Pieces Talk to Each Other

The architecture that came out of that guided exploration is boring on purpose. And that's its strength.

At the center, an MQTT (Mosquitto) message broker working like a message board: producers post, consumers pick up, and neither knows about the other. Around the board:

  • The sentinels — small Python agents running on each node, publishing their own heartbeat: the health bulletin of their computer. Each writes only in its own space, and nobody can write over the others.
  • The collector — the consumer: picks up messages from the board and records them in a SQLite database, stamping them with the arrival time at the moment of reception.
  • The APIs — expose the database data to whoever wants to read it.
  • The dashboard — plain HTML and CSS, no frameworks, no CDNs: a passive mirror that reads the APIs and commands nothing. If the internet goes down, it keeps working. And it doesn't lie: a node that goes quiet shows “no contact”, not stale metrics passed off as fresh.

The message board: sentinels, collector, database and dashboard A message board at the center: sentinels publish, the collector archives, the dashboard reflects. All decoupled.

A detail I like: even the hub monitors itself through the same board as the other nodes. One path for the same data — so database, APIs and dashboard always tell the same story.

The principle holding it all together is decoupling: producers and consumers don't talk to each other, they talk to the board. And the architectural choices weren't driven by monitoring alone: they were also the chance to equip myself with a reusable setup for other projects. That message bus is destined to become the backbone of my home systems — more on that at the end.

The Roller Coaster

The rest of the day was an obstacle course lasting about seven hours. Three nodes to set up, six bugs encountered, and the AI as a teammate under the supervision of the specifications.

I won't walk you through the bugs in detail — the raw documentation lives in the repository's knowledge base — but the interesting part is the pattern: each bug was born, the method caught it, the diagnosis became a knowledge base entry with its own root cause, and we moved on.

The day's takeaway, in the end, wasn't “the AI got it wrong six times”. It was “six times the method turned an error into an asset”.

Laziness as an Engineering Force

Having installed the first node by hand, looking at the two remaining ones I paused, doubtful: the same sequence of manual commands twice more, hating it a little more each time.

That's when the lazy devops golden rule kicks in: if you have to do it more than once and you hate doing it, you automate it.

Thus was born the installer: a single script embedding the code, asking for credentials securely, verifying they actually work against the live system before touching the disk, repairing what it finds broken, and declaring itself done only when it sees the first heartbeat in the log.

Adding a fourth node now would cost one command. But I'll say that with pride at the end of the post.

The Queen's Test

A monitoring system that doesn't pass tests isn't monitoring, it's good faith. So, the final round of proofs:

  • End-to-end heartbeat, database persistence, APIs and dashboard alive.
  • Deliberately shutting down a node: after ten minutes its card turns gray and shows only “last contact”. No stale-metric nonsense. Powered back on: green card.
  • Full hub reboot: the computer carrying broker, database, API and dashboard. Zero intervention, and when I came back the card showed 4 minutes of uptime — all there, in order, by itself. Same script with the second node: 6 minutes, green card.

The night three nodes died became the test those same three nodes now pass on their own. There's a symmetry in this that I deeply appreciate.

The rails: the human with the blueprint decides, the robot lays the tracks Specification-driven development: the human decides the route, the AI lays the rails to move within.

What I Learned

AI can write code, but shipping a software product is a different thing. You need to guide it onto the right rails, with method and control — otherwise it's chaos, in a slightly fancier sauce than my under-the-desk chaos of October 25th, but still chaos you can't afford.

The realization that surprised me most: the engineering is in writing the specifications, not the code. The code, by now, AI knows how to write. What separates a system from a pile of files is what you decide before the code: contracts, boundaries, falsifiable tests. And the good news for anyone who, like me, isn't a programmer: those skills can be acquired together with the AI, if you use it in the right direction, building the rails for it to run on.

Then there's the future. The message bus at the center of the architecture wasn't born just for monitoring: it's the asset I intend to converge my home systems on. The next step is home automation — sensors and devices producing and consuming messages on the same board as the sentinels. Then notifications, new events to monitor, and maybe a fourth node. Which, I repeat casually, would now cost one command. Basically, imagination is the limit!

The repository is public on Codeberg: code, method and knowledge base.

(Read this in Italian)

 
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from Larry's Garage

La notte del 25 ottobre un picco di tensione ha spento tre computer della mia rete domestica. Quando la corrente è tornata, nulla si è riavviato da sola. E io ho scoperto che il modo più rapido per sapere se un PC sotto la scrivania è acceso è chinarsi e guardare il LED.

Non era nemmeno la prima volta. Giorni prima, uno dei tre nodi aveva smesso di fare boot e l'avevo reinstallato da zero. Quella notte, un altro si era impallato così bene che mi ci sono voluti due riavvii manuali per rientrarci in SSH. Strisciando sotto la scrivania, al buio, ho scritto due righe di diario: “Mai più.”

La sera dopo, alle 18:40, ho riavviato l'hub — broker, database, API e dashboard insieme — senza toccare una tastiera. In 4 minuti era tutto di nuovo online. Il giorno dell'incidente era diventato la suite di test che il sistema supera da solo.

Ma la vera storia non è il riavvio. È come ci sono arrivato senza impazzire, partendo da una sola certezza: l'AI da sola produce rumore.

Hero: i tre nodi sotto la scrivania, la notte dell'incidente

Il fantasma degli agenti meteo

Qualche tempo fa ho giocato con degli agenti AI per il meteo. Esperienza istruttiva: a ogni modifica richiesta, il file generato era diverso. Layout ribaltato, UI rifatta, struttura cambiata. Ogni iterazione era un piccolo giorno della “marmotta”: ripartire quasi da capo per una correzione da dieci righe.

Lo chiamano “vibe programming”: incontrollato, caotico, non riproducibile. Divertente per un prototipo, insostenibile per qualsiasi altra cosa.

Il problema era chiaro già da allora, ma quella notte sotto la scrivania ha preso forma concreta: se devo costruire un sistema che controlla qualcosa, devo poter controllare prima di tutto il sistema stesso. Un monitoraggio da rifare a ogni modifica non è monitoraggio, è un generatore di ansia.

La alternativa allo vibe programming è lo sviluppo su specifiche: controllato, ordinato, estendibile. Si definisce cosa il sistema deve fare prima di chiedere all'AI di farlo. Fine del sentimento, inizio della razionalità e del metodo.

Costruire i binari, non il treno

Premessa onesta: non so programmare e non sono un sistemista. Sono, al massimo, un utente esperto con molta curiosità e un debole per il metodo.

Quindi il primo gesto non è stato scrivere codice, né tantomeno prompt. È stato chiedere all'AI le domande giuste: quali sono i punti da definire? Su quali parametri devo prendere decisioni? Mi ha aiutato a esplorare il problema e a valutare le soluzioni possibili. Quelle risposte sono diventate mie decisioni: il design dell'architettura, gli obiettivi, i confini del sistema.

Solo dopo è entrato in scena OpenSpec, un framework per scrivere specifiche e guidare lo sviluppo con l'AI: proposal, specifiche, design, tasks. Ogni modifica al codice passa da lì — niente più “sistemami questa cosa” al vento. Generazione e validazione del codice avvenivano dentro i binari delle specifiche, non nell'estro del momento.

Il punto è questo: le competenze che mi mancavano non le ho delegate all'AI. Le ho acquisite attraverso l'AI e poi cristallizzate nelle specifiche. Ho costruito dei binari dentro cui l'AI si è mossa. Non un treno che parte da solo: un percorso che decidevo io, anche dove non sapevo ancora esattamente dove portasse.

La mappa: come parlano tra loro i pezzi

L'architettura che è uscita da quell'esplorazione guidata è banale di proposito. Ed è questa la sua forza.

Al centro, un message broker MQTT (Mosquitto) che lavora come una bacheca dei messaggi: chi produce pubblica, chi consuma ritira, e nessuno dei due sa dell'altro. Attorno alla bacheca:

  • Le sentinelle — piccoli agenti in Python che girano su ogni nodo e pubblicano il proprio heartbeat: il bollettino di salute del proprio computer. Ognuna scrive solo nel proprio spazio, e nessuno può scrivere addosso agli altri.
  • Il collector — il consumatore: ritira i messaggi dalla bacheca e li registra in un database SQLite, timbrandoli con l'orario d'ingresso al momento della ricezione.
  • Le API — espongono i dati del database a chi li vuole leggere.
  • La dashboard — HTML e CSS nativi, niente framework, niente CDN: uno specchio passivo che legge le API e non comanda nulla. Se cade internet, continua a funzionare. E non mente: un nodo che non si fa sentire mostra “nessun contatto”, non metriche vecchie spacciate per fresche.

La bacheca dei messaggi: sentinelle, collector, database e dashboard Bacheca dei messaggi al centro: le sentinelle pubblicano, il collector archivia, la dashboard riflette. Tutti disaccoppiati.

Dettaglio che mi piace: anche l'hub si monitora passando dalla stessa bacheca degli altri nodi. Una sola via per gli stessi dati — così database, API e dashboard raccontano sempre la stessa storia.

Il principio che tiene insieme tutto è il disaccoppiamento: produttori e consumatori non si parlano, parlano alla bacheca. E le scelte architetturali non erano dettate solo dal monitoraggio: erano anche l'occasione per dotarmi di un assetto riutilizzabile in altri progetti. Quel bus di messaggi è destinato a diventare il backbone dei miei sistemi di casa — su questo torno alla fine.

La montagna russa

Il resto della giornata è stata una corsa a ostacoli durata circa sette ore. Tre nodi da sistemare, sei bug incontrati, e l'AI come compagno di squadra sotto la supervisione delle specifiche.

Non vi racconto i bug nel dettaglio — la documentazione cruda vive nella knowledge base del repository — ma la cosa interessante è il pattern: ogni bug nasceva, il metodo lo catturava, la diagnosi diventava una voce di knowledge base con la propria causa radice, e si proseguiva.

Il messaggio della giornata, alla fine, non è stato “l'AI ha sbagliato sei volte”. È stato “sei volte il metodo ha trasformato un errore in patrimonio”.

La pigrizia come forza dell'ingegneria

Installato il primo nodo a mano, guardando i due che restavano mi sono fermato dubbioso: altre due volte la stessa sequenza di comandi manuali, detestandola sempre un po' di più.

È il momento in cui scatta la regola d'oro del pigro devops: se devi farlo più di una volta e odi farlo, allora lo devi automatizzare.

Così è nato l'installer: un singolo script che incorpora il codice, chiede le credenziali in sicurezza, verifica che funzionino davvero contro il sistema vivo prima di toccare il disco, ripara ciò che trova rotto e si dichiara finito solo quando vede il primo heartbeat nel log. Il “verifica che funzionino davvero” non è un vezzo, è un approccio end-to-end allo sviluppo.

Aggiungere un quarto nodo ora costerebbe un comando. Ma questo lo dico con orgoglio a fine post.

La prova regina

Un sistema di monitoraggio che non superi i test non è monitoraggio, è buona fede. Quindi il giro di prove finale:

  • Heartbeat end-to-end, persistenza sul database, API e dashboard vive.
  • Spegnimento deliberato di un nodo: dopo dieci minuti la sua card diventa grigia e mostra solo “ultimo contatto”. Nessuna fandonia di metriche stantie. Riacceso: card verde.
  • Riavvio completo dell'hub: il computer che porta broker, database, API e dashboard. Zero interventi, e quando sono tornato a guardare la card segnalava 4 minuti di uptime — tutto lì, in ordine, da solo. Stesso copione col secondo nodo: 6 minuti, card verde.

La notte in cui tre nodi sono morti è diventata il test che quegli stessi tre nodi ora superano da soli. C'è una simmetria, in questo, che apprezzo molto.

I binari: l'umano col blueprint decide, il robot posa le rotaie Sviluppo su specifiche: l'umano decide il percorso, l'AI posa i binari dentro cui muoversi.

Cosa ho imparato

L'AI può scrivere codice, ma realizzare un prodotto software è un'altra cosa. Serve guidarla sui binari giusti, con metodo e controllo — altrimenti è il caos, in salsa leggermente più elegante del mio caos da scrivania del 25 ottobre, ma comunque caos che non ci si può permettere.

La realizzazione che mi ha sorpreso di più: l'ingegneria sta nella stesura delle specifiche, non nel codice. Il codice, ormai, l'AI lo sa scrivere. Quello che distingue un sistema da un ammasso di file è ciò che si decide prima del codice: contratti, confini, verifiche falsificabili. E la buona notizia per chi, come me, non è un programmatore: quelle competenze si possono acquisire insieme all'AI, se la si usa nella direzione giusta, creando i binari entro cui farla correre.

Resta il futuro. Il bus di messaggi al centro dell'architettura non è nato solo per il monitoraggio: è l'asset su cui intendo far convergere i sistemi di casa. Il passo successivo è la domotica — sensori e dispositivi che producono e consumano messaggi sulla stessa bacheca delle sentinelle. E poi notifiche, nuovi eventi da monitorare, e magari un quarto nodo. Che ormai, lo ripeto con noncuranza, costerebbe un comando. Insomma la fantasia è il limite!

Il repository è pubblico su Codeberg: codice, method e knowledge base.

 
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from devildice666

Potete dirmi quello che volete sul mondo e sulle persone che ci vivono ma io so perfettamente e sempre con più certezza, già da 15 anni e passa a questa parte, che il mondo non è reale e che non c'è nulla che si può, passatemi il termine, “afferrare” qui dentro la nostra realtà, né emotivamente, né fisicamente, né concettualmente, etcetcetc, in nessun modo, per davvero.

Siamo in un mondo che non respira e che non sembra riconoscere i 5 sensi che hanno gli umani e che, difatti, è un mondo che porta via ognuno dei 5 sensi che hanno le persone per portare tutta l'umanità in un altro mondo disgraziato in cui in realtà siamo già ma fingiamo di non essere . Non c'è speranza, non c'è via d'uscita, non c'è collegamento con la realtà, c'è solo il paradosso di una realtà che forse manco è mai esistita per davvero e che di sicuro la sua parvenza sparisce sempre di più dalla nostra mente.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Le Gendarmerie mondiali riunite a Buenos Aires. Presente anche l'Arma dei carabinieri

La FIEP riunisce gendarmerie e forze dell'ordine con status militare per rafforzare il dialogo istituzionale, condividere competenze e affrontare le sfide comuni in materia di sicurezza. Le Forze Membri della FIEP rappresentano una rete internazionale diversificata impegnata nella cooperazione, nello scambio di esperienze, nello sviluppo professionale e nel rafforzamento delle risposte comuni alle sfide contemporanee alla sicurezza.

Il 20 ottobre 2026, durante il vertice annuale dell'Associazione a Buenos Aires, la presidenza della FIEP è stata ufficialmente trasferita dalla Gendarmeria nazionale argentina ai Carabineros de Chile. Al vertice era presente il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, Generale C.A. Salvatore Luongo.

Nella circostanza, presso l'ambasciata d'Italia si è inoltre tenuta la cerimonia di conferimento della Croce d'Oro al Merito dell'Arma dei Carabinieri al Comisario General Luis Alejandro Rolle, Capo della Policía Federal Argentina (Pfa), in riconoscimento del suo impegno nel rafforzamento della cooperazione con l'Arma dei Carabinieri nei settori della tutela del patrimonio culturale e del contrasto alla criminalità organizzata. Una collaborazione che si è concretizzata negli ultimi anni in molteplici attività operative e addestrative.

Per saperne di più sulla #FIEP: https://www.fiep.org/

 
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from Acción Antifascistas Ecuador

BRASIL: Un respiro no es victoria

Algunas reflexiones sobre las elecciones brasileñas

El reciente resultado en la segunda vuelta electoral en Brasil ha vuelto a encender las pantallas y los titulares de toda Latinoamérica. Millones de trabajadores, jóvenes, mujeres, disidencias y comunidades empobrecidas salieron a las calles a defender su propia existencia frente al avance de la extrema derecha. Pusieron el cuerpo contra el sabotaje patronal de los transportistas, desafiaron los bloqueos en las carreteras, enfrentaron el amedrentamiento policial y rompieron el cerco de la desinformación masiva.

Quien diga que este resultado no importa, miente o habla desde la comodidad de una torre de marfil. Lo que ocurrió en las urnas nos otorga a la clase trabajadora y a los pueblos del continente un respiro táctico. Frena momentáneamente el descaro de las bandas neofascistas, la impunidad del extractivismo devorador, el envalentonamiento del conservadurismo religioso y la intromisión directa del imperialismo y el sionismo internacional en nuestras tierras.

Pero debemos ser tajantes: un respiro no es la victoria, ni una elección es una revolución.
Esta contienda no la ganaron los pactos de pasillo de la socialdemocracia ni la cúpula de los partidos del orden. Esta victoria pertenece única y exclusivamente a lxs de abajo, a la gente de a pie que sostuvo la trinchera electoral por pura necesidad de supervivencia. Confundir la contención institucional de la reacción con la derrota estructural del fascismo es caer en la trampa mortal de la democracia burguesa.

La paradoja de las urnas burguesas y la ilusión populista

El fascismo no es una manzana podrida dentro de un sistema sano; es la herramienta de socorro del capitalismo cuando la crisis se vuelve insostenible y los de abajo empiezan a despertar. Por eso, el fascismo jamás será destruido en el terreno que la propia burguesía administra y arbitra. Las urnas sirven, a lo sumo, para limpiar la fachada pública del Estado y darle una cara más potable a la dominación.

Hoy presenciamos el desfile de voceros y analistas que pretenden vendernos el retorno del progresismo como el fin del peligro. El populismo reformista busca adormecer a las masas en el momento exacto en que deberían estar más despiertas. Nos piden paciencia, nos exigen moderar la protesta, nos llaman a confiar en las instituciones y a ser “responsables” para no perturbar la gobernabilidad.

Nos preguntamos con rabia y convicción: ¿dónde están esos predicadores del voto cuando no hay elecciones? ¿Dónde queda la supuesta lucha contra el fascismo cuando la pelea no pasa por una urna sino por la defensa de la tierra, la comida en la mesa, el agua y la vida en los barrios?

Mientras la socialdemocracia celebra, la realidad golpea abajo: los canales institucionales para los oprimidos se acortan cada día más. Hoy la clase dominante aplica el lawfare y la persecución judicial contra los personajes públicos y excandidatos del progresismo cuando dejan de serles útiles o funcionales. Reflexionemos seriamente: si esa es la receta para quienes gozan de cobertura mediática, abogados de renombre, dinero y respaldo internacional, ¿qué nos espera a lxs nadie, a la militancia de base, a las comunidades organizadas que no salimos en la televisión? Para nosotrxs, la respuesta del Estado ante la protesta real no es un juicio en la prensa; es la bala, el encarcelamiento, la desaparición y la muerte.

¿Unidad contra el fascismo? Con la clase, no con los opresores

Se escucha un eco repetitivo en los micrófonos del continente: “¡Todxs unidos contra el fascismo!“. Pretenden arrastrarnos a pactos de unidad continental donde la clase trabajadora deba estrechar la mano de la misma derecha “civilizada” y de la socialdemocracia cobarde que, una vez instalada en el poder, no ha dudado ni dudará un segundo en enviar a la policía a molernos a palos, reprimir nuestras huelgas y criminalizar nuestras luchas para proteger la propiedad privada.

No llamamos a la desunión ni al sectarismo ciego. Llamamos a una unidad táctica y consciente de los de abajo.

No necesitamos acuerdos de cúpula para repartir cargos ni pañitos de agua tibia que solo sirven para administrar la miseria. Necesitamos la unidad de acción en el territorio, en el trabajo, en el campo, la ciudad y en las aulas; una unidad que empuje las demandas históricas de nuestra clase y mantenga la autonomía frente a cualquier gobierno de turno. Un pueblo que entrega su organización al Estado queda totalmente desarmado para cuando la reacción vuelva a morder.

Lo que vemos hoy en Brasil es solo la punta del iceberg de una ofensiva regional. La sombra autoritaria de figuras como Noboa en Ecuador, Milei en Argentina, Kast en Chile o de la Espriella apuntaladas por el poder corporativo, el fundamentalismo religioso y la maquinaria mediática imperialista, demuestra que la reacción no descansa. Opera en las pantallas, en los algoritmos y en las iglesias corporativas que lucran con el dolor de los desposeídos.
Sin embargo, mientras en las redes sociales la discusión se reduce a la estética y al consumo de consignas, en nuestras barriadas y comunidades el debate político real sigue siendo frágil. La supervivencia diaria, la violencia del narco estado y el bombardeo ideológico del capital atomizan a la masa.

Por eso, debemos hacernos la pregunta fundamental: si el agotamiento social provoca mañana un desborde insurreccional espontáneo y el pueblo cansado decide barrer a los tiranos de turno, ¿a quiénes vamos a poner en su lugar? ¿Cuál será el nuevo títere que la élite saliente nos impondrá para mantener el sistema intacto?

Si la rabia popular no cuenta con organización propia, formación política e idearios emancipadores, cualquier levantamiento corre el riesgo de ser cooptado por un nuevo caudillo demagogo o devuelto al matadero del parlamentarismo.

El fascismo no cae con discursos en el parlamento ni con decretos firmados desde un palacio. Al fascismo se le arranca la raíz cuando el pueblo consciente recupera la calle, organiza su autodefensa y construye poder popular autónomo, antipatriarcal y antiimperialista.

Es el momento de aceitar la maquinaria de la lucha y la protesta social. El respiro táctico que nos da la coyuntura no es para sentarnos a esperar las próximas elecciones; es para:

  • Organizar lo cotidiano: Llevar la discusión política donde la propaganda oficial no llega: a los grupos de amigxs, a las esquinas, a las asambleas de barrio, a los centros de trabajo.
  • Desenmascarar al populismo: Denunciar sin titubeos a quienes usan el descontento del pueblo para contener la rabia y garantizar la paz social que beneficia a los ricos.

  • Forjar la autodefensa popular: Entender que la única garantía contra la violencia fascista y estatal es la solidaridad colectiva y la organización independiente de lxs de abajo.

No le debemos nada a la democracia burguesa ni a sus administradores. La historia no la escriben las élites en sus despachos; la escriben las masas cuando deciden tomar su destino en sus propias manos.

¡A preparar la ofensiva popular!
Latinoamérica será la tumba del fascismo

 
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from differxdiario

la situazione è grave E anche seria. per fortuna almeno il Brasile e la Serbia sembrano “salvarsi”. bisognerebbe parlare di una guerra civile ma a livello planetario. se non ora, a breve. (se non a breve, quando?).

 
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from fenix

skmei_1628

1. Introduzione

Grazie per aver scelto l'orologio sportivo digitale SKMEI 1628. Questo manuale fornisce istruzioni dettagliate per la configurazione, l'utilizzo e la manutenzione dell'orologio. Si prega di leggere attentamente il manuale per garantire un uso corretto e per sfruttare tutte le funzionalità offerte dal dispositivo.

2. Panoramica del prodotto

L'orologio sportivo digitale SKMEI 1628 è un dispositivo versatile, progettato all'insegna della resistenza e della funzionalità. È dotato di un chiaro display digitale, diverse modalità di misurazione del tempo e una struttura robusta, ideale per svariate attività.

3. Modalità operative

Premere ripetutamente il tasto MODE (in basso a sinistra) per scorrere le diverse modalità operative:

Panoramica delle funzioni dell'orologio:

  • Modalità Ora: visualizza l'ora corrente, la data e il giorno della settimana.

  • Modalità Sveglia: consente di impostare, attivare o disattivare le sveglie.

  • Modalità Cronografo (Cronometro): per misurare il tempo trascorso.

  • Modalità Timer (Conto alla rovescia): per impostare un intervallo di conto alla rovescia.

  • Modalità Doppio Fuso Orario: per visualizzare un secondo fuso orario.

4. Istruzioni di configurazione

4.1. Impostazione di ora e data

  • Dalla modalità Ora, tenere premuto il tasto RESET (in basso a destra) finché i secondi non iniziano a lampeggiare; ciò indica l'accesso alla modalità di impostazione.

  • Premere il tasto MODE (in basso a sinistra) per passare da un parametro all'altro: Secondi → Ore → Minuti → Anno → Mese → Giorno.

  • Utilizzare il tasto START/STOP (in alto a destra) per modificare il valore lampeggiante. Una volta completate le impostazioni, premere il tasto RESET (in basso a destra) per uscire dalla modalità di configurazione.

  • Per passare dal formato orario a 12 ore a quello a 24 ore, premere il tasto START/STOP mentre l'impostazione dell'ora sta lampeggiando. Se non dovesse funzionare, tieni presente che esiste una versione aggiornata del dispositivo con una diversa configurazione dei pulsanti: in tal caso, utilizza il pulsante “LIGHT” (luce) mentre l'indicazione dell'ora lampeggia per passare dal formato 12 ore a quello 24 ore.

4.2. Impostazione della sveglia

  • Premi il pulsante MODE (in basso a sinistra) per accedere alla modalità sveglia (Alarm Mode).

  • Tieni premuto il pulsante RESET (in basso a destra) finché l'indicazione dell'ora della sveglia non inizia a lampeggiare.

  • Premi il pulsante MODE per passare dall'impostazione dell'ora a quella dei minuti.

  • Usa il pulsante START/STOP (in alto a destra) per modificare il valore che lampeggia.

  • Premi il pulsante RESET per confermare e uscire dalla modalità di impostazione della sveglia.

  • In modalità sveglia, premi il pulsante START/STOP per attivare o disattivare la sveglia. Quando è attiva, sul display apparirà l'icona della sveglia.

4.3. Utilizzo del cronografo (cronometro)

  • Premi il pulsante MODE (in basso a sinistra) per accedere alla modalità cronografo.

  • Premi il pulsante START/STOP (in alto a destra) per avviare il cronometro.

  • Premi nuovamente il pulsante START/STOP per mettere in pausa il cronometro.

  • Premi il pulsante RESET (in basso a destra) per azzerare il cronometro.

  • Per riprendere il conteggio dopo una pausa, premi il pulsante START/STOP.

4.4. Utilizzo del timer per il conto alla rovescia

  • Premi il pulsante MODE (in basso a sinistra) per accedere alla modalità conto alla rovescia (Countdown Timer Mode).

  • Tieni premuto il pulsante RESET (in basso a destra) finché il tempo del conto alla rovescia non inizia a lampeggiare.

  • Premi il pulsante MODE per passare dall'impostazione di ore, minuti e secondi.

  • Usa il pulsante START/STOP (in alto a destra) per modificare il valore che lampeggia.

  • Premi il pulsante RESET per confermare e uscire dalla modalità di impostazione del conto alla rovescia.

  • Premi il pulsante START/STOP per avviare il conto alla rovescia.

  • Premi nuovamente il pulsante START/STOP per mettere in pausa il conto alla rovescia.

  • Premi il pulsante RESET per riportare il conto alla rovescia al valore impostato.

4.5. Utilizzo della retroilluminazione a LED

Premere il pulsante LIGHT (in alto a sinistra) in qualsiasi momento per illuminare il display per alcuni secondi.

5. Manutenzione e cura

  • Pulizia: pulire regolarmente l'orologio con un panno morbido e asciutto per rimuovere sporco e sudore.

  • Esposizione all'acqua: l'orologio è resistente all'acqua fino a 50 metri (50M), il che lo rende adatto all'uso quotidiano e a brevi immersioni in acqua fredda. Tuttavia, evitare di esporre l'orologio ad acqua calda, tiepida, vapore o acqua contenente sostanze chimiche (ad esempio durante il bagno, la doccia o in sauna), poiché il vapore acqueo può penetrare all'interno dell'orologio e causare danni.

  • Sostanze chimiche: non esporre l'orologio a cosmetici, solventi o prodotti chimici di uso quotidiano. Tali sostanze possono corrodere il rivestimento e i materiali dell'orologio.

  • Temperatura: evitare temperature estreme, sia calde che fredde, poiché possono influire sulla precisione dell'orologio e sulla durata della batteria.

  • Urti: sebbene sia resistente agli urti, evitare colpi violenti o cadute per prevenire danni ai componenti interni.

  • Batteria: l'orologio è dotato di una batteria. Se il display appare poco luminoso o le funzioni diventano irregolari, potrebbe essere necessario sostituire la batteria rivolgendosi a un tecnico qualificato.

6. Risoluzione dei problemi

Il display è vuoto o poco luminoso:

  • La batteria potrebbe essere scarica o in esaurimento. Sostituire la batteria. Verificare che l'orologio non sia in modalità di risparmio energetico (sebbene questo modello non preveda esplicitamente tale modalità, si tratta di un consiglio generale valido per gli orologi digitali).

Presenza di acqua all'interno dell'orologio:

  • Nonostante la resistenza all'acqua fino a 50 metri, l'esposizione ad acqua calda, vapore o sostanze chimiche può causare l'ingresso di vapore acqueo nell'orologio. Rivolgersi immediatamente a un professionista per un controllo e un'asciugatura, al fine di evitare danni permanenti.

I pulsanti non rispondono o sono bloccati:

  • Sporcizia o detriti potrebbero essersi accumulati attorno ai pulsanti. Prova a pulire delicatamente la zona circostante i pulsanti. Se il problema persiste, potrebbe essere necessario un intervento di assistenza professionale.

L'ora non è precisa:

  • Temperature estreme o una batteria quasi scarica possono influire sulla precisione dell'orologio. Assicurati che l'orologio sia conservato a temperature moderate e che la batteria sia sufficientemente carica. Reimposta l'ora come indicato nella sezione 5.1.

7. Consigli per l'utente

  • Resistenza all'acqua: Tieni presente che una resistenza all'acqua di 50 metri (50M) è pensata per l'uso quotidiano e l'esposizione ad acqua fredda. NON è adatta per docce calde, saune o immersioni, poiché il vapore e l'alta pressione possono compromettere le guarnizioni.

  • Uso della retroilluminazione: La retroilluminazione a LED è ideale per controllare l'ora in ambienti bui. Usala con moderazione per preservare la durata della batteria.

  • Funzionalità: Esplora tutte le funzioni, come il cronografo, il timer per il conto alla rovescia e il doppio fuso orario, per sfruttare al meglio il tuo orologio sportivo.

Video tutorial per la configurazione del modello Skmei 1628

https://www.youtube.com/watch?v=oPbtizVkA0c


#skmei #skmei1628 #casioclone

 
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from cassette:pirata

Copertina: Mevlevi Ayinleri Serisi 1, Sûz-i Dil-ârâ Ayîn-i Şerîfi (Üçüncü Selim)

Mevlevi Ayinleri Serisi 1 · Sûz-i Dil-ârâ Ayîn-i Şerîfi (Üçüncü Selim) · Turkey · RAKS

Sûz-i Dil-ârâ Ayin-i Şerifi (Üçüncü Selim)

The cassette

Turkish cassette with a light blue label, printed by RAKS (“Süper Stereo” brand). The label carries the code TS 2240 and the mark of the Turkish standards institute (TSE). The shell is transparent grey, with “RAKS” embossed on it. The labels on the two sides are identical and do not mark A or B.

The cover shows three whirling dervishes in front of a building with a conical turquoise dome, which resembles the mausoleum of Mevlânâ in Konya. The back has the table of tracks. At the bottom is the distributor: Kültür ve Turizm Derneği, Konya, with two telephone numbers.

There is no year, producer, place of recording, track durations or barcode.

The tracks

Side A: Naat (Kâni Karaca), Ney Taksimi (Doğan Ergin), Peşrev, Birinci Selâm, İkinci Selâm.

Side B: Üçüncü Selâm, Dördüncü Selâm, Kemençe Taksimi, Niyâz İlâhisi, two sung verses (“Şem-i rûhuna cismimi pervâne düşürdüm” and “Dinle sözümü sana direm özge edâdır”), Tanbur Taksimi (Abdi Coşkun), Kur’an (Kâni Karaca).

In the column of names, some tracks have a ditto mark referring to “Üçüncü Selim”. The column mixes composers and performers, so for some tracks it isn’t clear who performs. No performer is given for the Kemençe Taksimi.

The ritual and the composer

An ayin is the musical suite of the Mevlevi dervish ritual, the order linked to Rumi (Mevlânâ), based in Konya. It follows a fixed scheme: a eulogy to the Prophet, a ney improvisation, a peşrev, four selâms and a closing recitation of the Quran. Sûz-i Dilârâ is the musical mode (makam) of this ayin.

The composer named is Selim III (1761–1808), an Ottoman sultan who played the ney and composed music. His ayin in this makam was transcribed in 1794 by Abdülbâki Nâsır Dede, sheikh of the Mevlevi lodge of Yenikapı, in the treatise Tahrîriye. Some studies note that the attribution of all the parts is disputed: the opening peşrev is said to be by Seyyid Ahmed Ağa.

Who plays

Kâni Karaca (1930–2004) was born in Karataş, near Adana, and lost his sight at a few months old. He memorized the Quran as a child and moved to Istanbul in 1950. He studied with Sadettin Heper, from whom he also learned the Mevlevi ayins. From 1955 he took part in the ceremonies in memory of Mevlânâ in Konya.

Doğan Ergin was the lead ney player of the Mevlevi Ensemble of Turkey. He composed a Ferahnak Asiran Ayin, completed in 1986. I found no dates for him.

I found no information on Abdi Coşkun, who plays the tanbur.

What we don’t know

We don’t know the year of this cassette, and we found no information on the RAKS label. It isn’t clear whether TS 2240 is a catalog number or a reference to the standard. We don’t know who the other musicians of the ensemble are, or when and where it was recorded. From the format and the TSE mark one might think of the 1980s or early 1990s, but that is only an impression.

Covers

Cover

Cover

Cover

Tracklist

Side A

  1. Naat
  2. Ney Taksimi
  3. Peşrev
  4. Birinci Selâm
  5. İkinci Selâm

Side B

  1. Üçüncü Selâm
  2. Dördüncü Selâm
  3. Kemençe Taksimi
  4. Niyâz İlâhisi
  5. Şem-i rûhuna cismimi pervâne düşürdüm
  6. Dinle sözümü sana direm özge edâdır
  7. Tanbur Taksimi
  8. Kur'an

Internet Archive listing

 
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from differxdiario

l'idea di far fuori nell'arco di questa settimana che (quasi) inizia tutte o quasi tutte le mie presenze nei social generalisti mi riempie di felicità

 
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from Ruas MI

numero #2

WEB3 Glossary

"Blockchain" Blockchain (agendadigitale.eu)

Blockchain Simply put, a blockchain is a special kind of digital database (ledger). Now imagine a network of incorruptible digital ledgers of economic transactions that can be programmed to record and track not only financial transactions but also virtually everything of value. Blockchain establishes trust, accountability, and transparency.

Cryptocurrency Cryptocurrency is a digital asset or currency, such as Bitcoin, ETH, or SOL, that uses the blockchain to function.

Bitcoin "Bitcoin bull run" “BullRun”, 2020, by Beeple NFT artist

Bitcoin is the first decentralized digital currency created in 2009 by an anonymous entity known as Satoshi Nakamoto. It operates without a central bank or administrator, using peer-to-peer technology and a public, distributed ledger (blockchain) to secure, verify, and record transactions. Some of its key features are: privacy, decentralized network, immutable ledger, limited supply, transaction validation, digital nature. Bitcoin uses the consensus mechanism Proof-ofWork (PoW) to secure the network, validating transactions and creating new blocks. Miners are crucial for the POW.

"Satoshi Nakamoto" “Satoshi Nakamoto statue”, 2024, by Valentina Picozzi ~ Satoshigallery

Ethereum and Solana "Ethereum" “Into the Ether”, 2020, by Beeple NFT artist

Ethereum (ETH), conceived by Vitalik Buterin in 2013 and launched in 2015, revolutionized blockchain technology by introducing smart contracts, enabling decentralized applications (dApps) beyond simple currency. Buterin envisioned a “world computer” that could run any application, not just facilitate money transfers. Ethereum is based on the energy-saving Proof-of-Stake (PoS) mechanism and powers DeFi, NFTs (e.g. art), and decentralized autonomous organizations (DAOs).

Solana (SOL) was launched in 2020, and relies on Proof-of-History (PoH) and PoS mechanisms, allowing for fast, low-cost operations.

NFTs "Nyan_Cat" “Nyan Cat”, 2011-2021, by Chris Torres artist

An Non-Fungible Token is a unique digital asset representing ownership of a specific, non-interchangeable item—such as art, music, or collectibles—stored on a blockchain.

Phygitals "Crypto_Stamp_Art" “CRYPTO STAMP ART – CREATIVE MINDS”, 2025, by Hackatao

Phygital NFTs combine physical, tangible items with digital, blockchain-based tokens (NFTs).

Minting NFT minting is the process of publishing a digital file (art, music, video, etc.) onto a blockchain to make it a unique, tradeable, and verifiable digital asset.

DAO A DAO is a blockchain-based entity governed by code, allowing for decentralized, transparent, and collective decision-making. Members own governance tokens to vote on proposals, enabling “crypto-cooperatives” that operate securely and autonomously on networks like ETH.

DeFi Decentralized Finance (DeFi) is a blockchain-based, peer-to-peer financial system that removes intermediaries like banks, using smart contracts on platforms like ETH to enable lending, borrowing, and trading directly.

WEB generations "WEB generations" WEB generations (neting.it)

Web 3.0 (Future): Read-Write-Own (decentralized, blockchain-based); Web 2.0 (2004-Present): Read-Write (social media, platforms, interactive); Web 1.0 (1990-2004): Read-only (static web pages, websites).

 
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from Larry's Garage in English

This post starts from a practical problem: I use an AI assistant to write this blog's posts, and without a structure the results were disappointing. The solution I found isn't a magic prompt — it's a working contract. It's called a project prompt, it's public on Codeberg, and in this post I explain why it's built the way it is.

The problem: a blog is a journey, not a stream of posts

I use AI to support my writing, not to replace it. I run the experiments; the AI helps me turn my raw notes into publishable content. Clean division of labor in theory. In practice, in my earlier sessions, without a structure the results swung wildly: scattered output, where the AI took creative liberties, filled gaps with guesswork presented as fact, and quality varied from session to session.

The thing is, Larry's Garage isn't just another content stream. We're telling a journey: a series of experiments with open source and privacy-oriented technology. There's a mission — sharing a critical, mindful approach to new technologies — and an audience we want to reach with something: a different sensibility. Earning that attention takes authority and style. We can't afford invented facts, inaccuracies, or narratives that lose the thread.

Then there's a less obvious requirement: consistency between posts, not just within a single one. Every AI session starts from scratch, and without something anchoring the style, the body of the blog tends to drift over time.

Why just asking doesn't work

The intuitive answer is to write “don't hallucinate” or “don't be sycophantic” in the prompt. I considered it, and discarded it, for one simple reason: those are empty instructions.

A language model producing a hallucination, by definition, doesn't know it's doing it. Asking it not to is like asking someone not to make careless mistakes: if they knew they were wrong, they wouldn't be. Same for “don't flatter me”: an instruction requesting critical treatment, phrased as a blanket prohibition, leaves the behavior essentially unchanged.

So here's the shift in focus: if I can't act directly on the content of the output, I can act a great deal on its form — on the process that produces it. Don't tell the AI what to write; spell out how to work.

Processing behavior, not content

The idea behind the project prompt is this: constrain the AI's behavior to a shape where the context in which hallucinations arise is limited, and the way of working is homogeneous from post to post.

Our process

In practice, the prompt doesn't describe the content of the posts: it describes a three-phase workflow, each phase with a human gate. This is the heart of the prompt:

PHASE 1 — DISCOVERY

Purpose: gather information, define the message and structure, populate the session context. [...] Exit criterion (Gate): when all narrative points are covered by real information (no inventions needed), notify me. Decision: it's up to me to decide whether to continue discovery or move to execution.

PHASE 2 — EXECUTION (Drafts)

[...] produce the draft in Italian. I read, revise, request changes. We iterate. Exit criterion (Gate): when I explicitly declare “final draft” or “validated”, we move to Phase 3.

PHASE 3 — DELIVERY (Final Package)

[...] produce a single canvas [...] containing: Italian post, English post, hero image, Mastodon launch posts, Bluesky launch posts.

The gate principle is what convinces me most: the signal comes from the AI, the judgment belongs to the human. The assistant notifies when it thinks it's ready, but the decision to proceed is always mine. These are two different competencies: the AI knows when it has all the information; only I know when my satisfaction is reached. Mixing them would mean either trusting too much (an AI certifying itself) or not using the AI at all.

And there's a deliberate symmetry in the design: the AI never produces content from a later phase without my explicit confirmation, and I can't quietly change content after validation. If I request changes after declaring the final draft, Phase 2 formally reopens and requires a new validation. These aren't bureaucratic rules: they're attempts to close the time windows where error goes unnoticed.

The rules that do the dirty work

The phases would be an empty shell without the substantive rules. Three examples, from the prompt:

Zero inventions. Commands, versions, software names, prices, error messages, URLs: only those present in my input or in the reference documents. If a detail is missing, the assistant stops and asks me. It's the rule that fights hallucinations most directly: it doesn't say “don't invent”, it says “these are the only permissible materials”. An inclusion, not a prohibition.

Binding reference documents. Bilingual signature, image style, social constraints: everything that doesn't live in the prompt lives in documents loaded into the session, and there's an explicit rule: if a needed document is missing, the assistant must stop and ask, not approximate from memory.

Separating observed from inferred. Every statement in the post must declare whether it's something I observed or something I'm inferring. It's the same honesty I demand from my tools, applied to my own storytelling.

(For those who notice these details: the opening line of this post, “This post starts from a practical problem”, is itself an example of the rule — what follows is direct experience, declared as such.)

External validation: having the prompt reviewed by another model

Peer review

After writing it, I did something that first looked like an affectation: I submitted the prompt to a model other than the one that uses it daily — GLM 5.3, via privatemode.ai, a platform chosen because it offers verifiable privacy, which for this blog's mood is no small detail.

The result: seven suggestions, each flagging a real gap. Some examples:

  • what to do when a reference document isn't in the session → the “stop and ask” rule;
  • ambiguity about post-validation changes → the Phase 2 reopening clause;
  • default behavior at session startup → “every session starts at Phase 1”.

I incorporated them all. The lesson wasn't so much about the individual points as about the method: whoever had written the prompt (me and my assistant) was too familiar with the text to see the holes. Using multiple models isn't an affectation — it's peer review.

The first run

All that said, the rest should be said too: this post is the prompt's first real-world use, and it was born from its own process. It went through discovery, passed through its phases, and is about to be packaged according to its delivery. The test is real, and the first adjustments already emerged during writing — they'll have to go into the next version.

The plan is explicit: after publication, I'll collect the feedback from this round of use, and the prompt will be revised and released as a new version on the repository. The system gets reviewed with the same method it works by.

The prompt

The complete project prompt — current version, in Italian, with all the rules cited above and the others I didn't get to tell — is public here: larrys-garage-md.

It's on Codeberg, not the usual suspects: that's a choice, like everything else on this blog. Codeberg is a service ethically aligned with the project's approach — nonprofit, open source, community-oriented — and that matters more than the convenience of a well-known brand.

And one detail that isn't a detail: the prompt is released under Creative Commons BY 4.0. That's an explicit invitation. If you read this blog and use an AI assistant as an editor, take the prompt, adapt it to your work, modify it. The license only asks for attribution. If you do, I'd love to hear what comes of it.

 
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from Larry's Garage

Questo post nasce da un problema pratico: uso un assistente AI per scrivere i post di questo blog, e senza una struttura il risultato era deludente. La soluzione che ho trovato non è un prompt magico — è un contratto di lavoro. Si chiama prompt di progetto, è pubblico su Codeberg, e in questo post racconto perché è fatto com'è fatto.

Il problema: un blog è un viaggio, non una serie di post

Uso l'AI a supporto del mio lavoro di scrittura, non come sostituto. Io faccio gli esperimenti, l'AI mi aiuta a trasformare i miei appunti grezzi in contenuti pubblicabili. In teoria è una divisione dei compiti pulita. Nella pratica, nelle mie sessioni precedenti, senza una struttura il risultato oscillava parecchio: output dispersivi, dove l'AI prendeva licenze creative, riempiva i buchi con congetture presentate come fatti, e la qualità cambiava da sessione a sessione.

Il punto è che Larry's Garage non è un flusso di contenuti qualsiasi. Raccontiamo un viaggio: un percorso di esperimenti con tecnologie open source e privacy-oriented. C'è una missione — condividere un approccio critico e consapevole alle nuove tecnologie — e un pubblico a cui vogliamo portare qualcosa: una sensibilità diversa. Per guadagnarci quell'attenzione servono autorevolezza e stile. Non possiamo permetterci contenuti inventati, imprecisioni, o discorsi che perdono il filo.

C'è poi un requisito meno ovvio: la consistenza fra post, non solo dentro il singolo post. Ogni sessione con l'AI riparte da zero, e senza qualcosa che ancori lo stile, il corpo del blog tende a divergere col tempo.

Perché non basta chiederlo

La risposta intuitiva è scrivere nel prompt “non avere allucinazioni” o “non compiacermi”. L'ho considerata, e l'ho scartata, per una ragione semplice: sono istruzioni vuote.

Un modello linguistico che sta producendo un'allucinazione, per definizione, non sa di starla producendo. Chiedergli di non farlo è come chiedere a qualcuno di non sbagliarsi per disattenzione: se sapesse di stare sbagliando, non sbaglierebbe. Lo stesso vale per “non compiacermi”: un'istruzione che chiede di essere trattati criticamente, formulata come divieto generico, lascia il comportamento sostanzialmente invariato.

Ecco allora lo spostamento di focus: se non posso agire direttamente sul contenuto dell'output, posso agire molto sulla sua forma — sul processo che lo produce. Non dire all'AI cosa scrivere, ma dettagliare come lavorare.

Processare il comportamento, non il contenuto

L'idea alla base del prompt di progetto è questa: ricondurre il comportamento dell'AI a una forma tale per cui il contesto in cui nascono le allucinazioni sia limitato, e il modo di lavorare sia omogeneo da post a post.

Our process

In pratica, il prompt non descrive il contenuto dei post: descrive un flusso di lavoro a tre fasi, ciascuna con un gate umano. Questo è il cuore del prompt:

FASE 1 — DISCOVERY

Scopo: raccogliere informazioni, definire messaggio e struttura, popolare il contesto della sessione. [...] Criterio di uscita (Gate): quando tutti i punti narrativi sono coperti da informazioni reali (niente invenzioni necessarie), mi notifichi. Decisione: spetta a me decidere se continuare la discovery o passare all'execution.

FASE 2 — EXECUTION (Bozze)

[...] produci la bozza in italiano. Io leggo, revisiono, chiedo modifiche. Iteriamo. Criterio di uscita (Gate): quando io dichiaro esplicitamente “bozza definitiva” o “validata”, passiamo alla Fase 3.

FASE 3 — DELIVERY (Pacchetto Definitivo)

[...] produci un unico canvas [...] contenente: post in italiano, post in inglese, immagine hero, post di lancio Mastodon, post di lancio Bluesky.

Il principio dei gate è la parte che mi convince di più: il segnale viene dall'AI, il giudizio è dell'umano. L'assistente notifica quando pensa di essere pronto, ma la decisione di proseguire è sempre mia. Sono due competenze diverse: l'AI sa quando ha tutte le informazioni; solo io so quando la mia soddisfazione è raggiunta. Mescolarle significherebbe o fidarsi troppo (l'AI che si auto-certifica) o non usare l'AI per niente.

E c'è una simmetria deliberata nel design: l'AI non produce mai contenuti di una fase successiva senza la mia conferma esplicita, e io non posso modificare di nascosto i contenuti dopo la validazione. Se chiedo modifiche dopo aver dichiarato la bozza definitiva, la Fase 2 si riapre formalmente e serve una nuova validazione. Non sono regole burocratiche: sono tentativi di impedire gli slot temporali in cui l'errore passa inosservato.

Le regole che fanno il lavoro sporco

Le fasi sarebbero un involucro vuoto senza le regole di sostanza. Tre esempi, dal prompt:

Zero invenzioni. Comandi, versioni, nomi di software, prezzi, messaggi di errore, URL: solo quelli presenti nel mio input o nei documenti di riferimento. Se manca un dettaglio, l'assistente si ferma e me lo chiede. È la regola che più direttamente combatte le allucinazioni: non dice “non inventare”, dice “questi sono gli unici materiali leciti”. Un'inclusione, non un'esclusione.

Documenti di riferimento vincolanti. Firma bilingue, stile delle immagini, vincoli social: tutto ciò che non vive nel prompt vive in documenti caricati in sessione, e c'è una regola esplicita: se un documento necessario manca, l'assistente deve fermarsi e chiedere, non approssimare a memoria.

Distinzione fra osservato e dedotto. Ogni affermazione nel post deve dichiarare se è qualcosa che ho osservato o qualcosa che sto inferendo. È la stessa onestà che chiedo agli strumenti, applicata al mio stesso racconto.

(Per chi nota questi dettagli: la prima frase di questo post, “Questo post nasce da un problema pratico”, è essa stessa un esempio della regola — quello che segue è esperienza diretta, dichiarata come tale.)

La validazione esterna: far revisionare il prompt da un altro modello

Peer review

Dopo la stesura, ho fatto una cosa che all'inizio sembrava un vezzo: ho sottoposto il prompt a un modello diverso da quello che lo usa tutti i giorni — GLM 5.3, tramite privatemode.ai, piattaforma scelta perché offre privacy verificabile, cosa che per il mood di questo blog non è un dettaglio.

Il risultato: sette suggerimenti, e ognuno segnalava un buco reale. Alcuni esempi:

  • cosa fare quando un documento di riferimento non è in sessione → regola “fermati e chiedi”;
  • ambiguità sulle modifiche dopo la validazione → la clausola di riapertura della Fase 2;
  • comportamento di default all'avvio di una sessione → “ogni sessione parte in Fase 1”.

Li ho incorporati tutti. La lezione non è stata tanto sui singoli punti, quanto sul metodo: chi aveva scritto il prompt (io e il mio assistente) era troppo familiare col testo per vedere i buchi. Usare più modelli non è un vezzo, è peer review.

La prima corsa

Detto tutto questo, va detto anche il resto: questo post è la prima esperienza d'uso del prompt, e nasce dal suo stesso processo. Ha fatto discovery, è passato per le sue fasi, e sta per essere impacchettato secondo la sua delivery. Il banco di prova è reale, e i primi aggiustamenti sono già emersi durante la scrittura — dovranno entrare nella prossima versione.

Il piano è esplicito: dopo la pubblicazione, raccoglierò i feedback di questo giro d'uso, e il prompt verrà modificato e rilanciato come nuova release sul repository. Il sistema si revisiona con lo stesso metodo con cui lavora.

Il prompt

Il prompt di progetto completo — versione corrente, in italiano, con tutte le regole citate qui sopra e le altre che non ho avuto modo di raccontare — è pubblico qui: larrys-garage-md.

È su Codeberg, non sui soliti sospetti: è una scelta, come tutto il resto in questo blog. Codeberg è un servizio eticamente in linea con l'impostazione del progetto — nonprofit, open source, orientato alla comunità — e questo conta più della comodità di un brand noto.

E c'è un dettaglio che non è un dettaglio: il prompt è rilasciato sotto Creative Commons BY 4.0. È un invito esplicito. Se leggi questo blog e usi un assistente AI come redattore, prendi il prompt, adattalo al tuo lavoro, modificalo. La licenza ti chiede solo di attribuire. Se lo fai, mi interessa sapere cosa ne viene fuori.

 
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from Frecce in volo

22 ottobre

Luogo: palestra a Malo Meteo: non piove Temperatura: Vento:

Siamo un procinto di cambiare società sportiva. Siamo a Malo per vedere e provare il loro metodo di allenamento; sono positivamente colpito: c'è sempre un istruttore che segue gli arcieri e si fa molto allenamento “sulla paglia” (paglione senza targa) per affinare la tecnica e la postura. L'istruttore mi ha dato delle indicazioni per sistemare e migliorare l'impugnatura dell'arco ed il rilascio. Si è anche accorto (anche lui) del problema che ho con il follow throught; bisogna per forza migliorarlo. Fantastico il paglione sintetico lamellare!

 
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