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from appunti dal margine

Mentre scrivo queste righe, le notifiche sullo schermo si rincorrono con una frenesia che toglie il fiato. Le tensioni tra USA, Israele e Iran, i venti di guerra e gli equilibri geopolitici che tremano ci restituiscono l’immagine di un mondo che sembra deciso a perdersi in se stesso. In questo flusso ininterrotto, la sensazione è quella di essere travolti: vediamo tutto, ma comprendiamo pochissimo.

Per anni ho abitato i social media, osservando questa velocità trasformarsi in fretta, e la fretta in rumore. Poi, sfogliando un vecchio libro, mi sono fermato a guardare i miei appunti a matita nei margini delle pagine. È stato un momento di chiarezza: abbiamo bisogno di tornare a scrivere nei margini.

Il Margine come Eremo

Per me, il margine non è solo uno spazio bianco sulla carta. Da cattolico, lo vivo come una piccola “cella” di riflessione, un luogo di sosta dove il frastuono del mondo si placa per lasciare spazio al discernimento.

Credo fermamente che per leggere i segni dei tempi serva uno sguardo che non si fermi alla superficie. Il margine è quel luogo dove la fede incontra la cronaca, dove il dubbio si fa preghiera e dove cerco di rintracciare un barlume di speranza anche quando la storia sembra farsi buia.

Perché “Appunti dal Margine”?

Ho deciso di approdare su NOBLOGO per tre ragioni precise:

Costringersi alla riflessione: Non voglio reagire d’impulso all’ultima notizia, ma lasciare che il pensiero decanti alla luce di valori che non tramontano.

Cercare una prospettiva laterale: Al centro c’è il grido e lo scontro. Al margine c’è l’osservazione mite, il silenzio fecondo e la ricerca di una verità che non sia urlata.

Condividere il viaggio: Se anche voi sentite che il mondo corre troppo forte per essere capito “in diretta”, questo è il posto giusto dove fermarsi a riprendere fiato.

Un invito alla sosta

Questo non sarà un notiziario, né un manifesto ideologico. Sarà una raccolta di note prese “mentre la vita accade”. Parleremo di ciò che succede mentre leggiamo il mondo, di cultura, di fede vissuta nel quotidiano e di tutto ciò che merita di non essere dimenticato nello spazio di un post veloce.

Dopo anni passati come lettore, scelgo oggi di diventare autore di questo piccolo “osservatorio” personale. È un’evoluzione necessaria, un ritorno a una forma di scrittura più umana e, spero, più profonda.

Che il viaggio abbia inizio. E grazie per essere qui, in questo margine di strada, insieme a me.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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La rassegnazione è il senso ultimo di Ghosteen. “Everybody’s losing someone”, pronuncia con la gola quasi chiusa, Nick Cave, in Hollywood, ultimo brano del disco e scioglimento del sogno. La rassegnazione di una perdita estrema; la rassegnazione che non è possibile superare quel dolore, e forse neanche conviverci, “It’s a long way to find peace of mind, peace of mind”. Rassegnarsi che alla fine perdere un figlio è un avvenimento possibile, un qualcosa che può accadere e che accade a chiunque... https://artesuono.blogspot.com/2019/10/nick-cave-and-bad-seeds-ghosteen-2019.html


Ascolta il disco: https://album.link/i/1479214340


 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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La musica non ha mai avuto confini, poiché è lo stesso uomo che la produce a non averli. Se abbiamo dei confini, generalmente, dobbiamo dare la colpa a noi stessi che non ci spingiamo più in là del nostro naso. Può accadere che quei confini, quei limiti ci vengano imposti, e a quel punto è difficile contrastarli, ma vale la pena tentare. Ci sono culture e civiltà che i confini li vivono per poi viverli nel loro continuo oltrepassamento... https://artesuono.blogspot.com/2019/02/kel-assouf-black-tenere-2019.html


Ascolta il disco: https://album.link/it/i/1446470274


 
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from calcinacci

...sono gli elettori di domani

[...] carismatico re dei social e dal programma che spaventa: remigrazione, milizie per l'ordine pubblico, superamento del senso di colpa per il nazismo, fine dell'obbligo scolastico, classi separate per disabili e figli di migranti.

https://www.tgcom24.mediaset.it/2026/video/germania-elezioni-sassonia-anhalt-partito-estrema-destra-afd-trionfa_116292494-02k.shtml

Tra le persone con un livello d’istruzione base (licenza di scuola secondaria di primo grado o nessuna qualifica), l’AfD ha addirittura raggiunto il 57%”, riportano i media locali.

https://tg.la7.it/esteri/afd-vittoria-elezioni-sassonia-germania-analisi-voto-07-09-2026-262249

 
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from cronache dalla scuola

La foto, che non vedete perché questo blog è solo testo, mostra il risultato di un faticoso braistorming fatto oggi in quinta informatici, ho disegnato sulla lavagna una linea retta che andava dal 1900 al 2026 e ho chiesto, a giro, ad ogni studente di indicare quello che secondo lui è stato un avvenimento “importante” del periodo preso in oggetto. Alla fine è venuta fuori una mappa interessante della storia percepita dagli studenti, prima ancora di avere iniziato a trattarla. Guerre mondiali, il G8 genovese, il covid. Aggiungo, per rendere meno agiografica la cosa, che il fatto di farla a giro mi ha permesso di far parlare tutti ma che – come accade in alcune classi – una volta detta la propria cosa l'attenzione del singolo studente verso l'attività calava drasticamente. Avrei dovuto fare la cosa a gruppetti, 'sti residui spuri della lezione frontale.

In altra classe del biennio, mai vista prima, ho dato un foglio bianco e testa e ho detto, scrivete al centro il vostro nome, ci fate un cerchio attorno e poi disegnate cinque frecce dall'interno del cerchio verso l'esterno, con indicate cinque cose belle che sapete fare, cinque competenze, cinque aspetti positivi di voi che pensate possano arricchire il mondo. E poi l'opposto, cinque frecce dall'esterno verso l'interno con scritte cinque cose che sono nel mondo che vi piacciono, vi appassionano e che pensate vi rendano migliori. Sport, musica, quello che vi pare. Fine. Giro tra i banchi mentre lo fanno, spio, vedo alcuni che sono sicuri di sé, altri che hanno completamente frainteso la consegna, altri ancora che restano con il foglio bianco a fissarlo. Dopo un po' vado da un ragazzo, “ti viene difficile?” gli chiedo. Lui mi guarda con uno sguardo impossibile da raccontare e mi dice: “io non ho niente dentro”. Serissimo, con la voce bassa.

Più tardi una docente mi raggiunge e mi dice che ha incontrato un mio ex-studente di un anno fa. “Parlando – mi dice – mi ha raccontato che ora sta per iniziare una scuola di comunicazione e che ha capito che l'informatica non era la sua strada, mentre la comunicazione gli interessava moltissimo, quando ha dovuto fare per un anno un telegiornale in classe. Lì si è reso conto di essere bravo a comunicare, lavorare con la grafica, suoni, animazioni. Non ha fatto il tuo nome”. Sorrido, l'attività è quella che avevamo fatto assieme due anni fa. Quindi – penso andandomene – la didattica orientativa funziona, vaaaaaffanculo a tutti, la didattica orientativa funzionaaaaa, mi sento come Moretti quando urlava “epidurale per tuttiiii”, salgo in macchina e parto ridacchiando mentre alla prima curva si accende la luce rossa dell'icona volante, il servosterzo smette di funzionare e io mi ricordo che tutto è fatica, rischio, azzardo, fallimento e fatica e tempo che scorre inesorabile.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Cinque modi per contrastare il traffico illegale di armi: come i paesi possono lavorare insieme

Il traffico illegale di armi rappresenta una minaccia globale che alimenta violenza, criminalità organizzata e terrorismo. Per affrontare questo fenomeno, la cooperazione internazionale non è solo utile, ma fondamentale. L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (#UNODC) ha individuato cinque strategie concrete che i paesi possono adottare per contrastare efficacemente questo commercio illegale, basandosi su esperienze reali e strumenti giuridici internazionali.


1. Rafforzare la cooperazione transfrontaliera

Uno degli ostacoli principali nel contrastare il traffico di armi è la mancanza di coordinamento tra i paesi. I trafficanti approfittano delle differenze legislative e delle frontiere porose per sfuggire alla giustizia. Un esempio lampante è la collaborazione tra Burkina Faso e Benin: grazie al supporto dell’UNODC, i due paesi hanno creato una squadra investigativa congiunta, che ha permesso di avviare sei indagini sul traffico di armi in pochi mesi. Questo dimostra che, quando gli Stati condividono informazioni e risorse, i risultati arrivano.


2. Utilizzare gli strumenti giuridici internazionali

Esistono già strumenti potenti per combattere questo fenomeno, come la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Criminalità Organizzata Transnazionale (UNTOC) e il suo Protocollo sulle Armi da Fuoco. Questi accordi offrono agli Stati mezzi legali per indagare, processare e condannare i trafficanti. Tuttavia, molti paesi faticano a implementarli appieno. L’adozione e l’applicazione rigorosa di questi strumenti possono fare la differenza, disarticolando le reti criminali e riducendo la circolazione delle armi illegali.


3. Condividere dati e informazioni in tempo reale

La mancanza di dati aggiornati è un altro punto debole. Spesso, le forze dell’ordine non hanno accesso a informazioni su rotte, origine delle armi sequestrate o paesi di produzione. Una banca dati condivisa tra Stati permetterebbe di tracciare più efficacemente il flusso delle armi e identificare i punti critici. Ad esempio, sapere che un carico di armi è stato sequestrato in un paese può aiutare un altro Stato a prevenire un’operazione simile sul proprio territorio.


4. Potenziare la formazione e le capacità investigative

Le indagini sul traffico di armi sono complesse e richiedono competenze specializzate. L’UNODC organizza corsi di formazione per magistrati, polizia e doganieri, insegnando tecniche di analisi del rischio, identificazione delle armi e uso di sistemi di rilevamento (come i raggi X nei porti e negli aeroporti). In questo modo, gli operatori possono anticipare le mosse dei trafficanti e agire con maggiore efficacia.


5. Monitorare le rotte e i canali di traffico

Le armi illegali viaggiano spesso attraverso canali insospettabili, come i servizi postali o le spedizioni espresse. Per questo, è essenziale mappare le rotte e collaborare con aziende di trasporto, servizi postali e autorità doganali. Ad esempio, in Europa e nei Balcani, workshop congiunti tra paesi hanno permesso di intercettare armi nascoste in pacchi postali, dimostrando che la sinergia tra settori diversi può chiudere le vie ai trafficanti.


Conclusione: Un impegno collettivo per un futuro più sicuro

Il traffico illegale di armi non è un problema che un singolo paese può risolvere da solo. Servono azione coordinata, condivisione di risorse e volontà politica. I cinque punti sopra illustrati non sono solo teorie, ma strategie già testate che, se applicate su larga scala, possono salvare vite e rendere il mondo un posto più sicuro.

 
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from giuseppeleanza

Silvio Gesell

Silvio Gesell nacque nel 1862 e inventò il demurrage della moneta ovvero la ruggine l'idea è che se una moneta arrugginisce ne viene decurtato il valore e nuove monete devono essere coniate in sostituzione della ruggine ed equivale a una tassazione sulla moneta stessa invece che sui cittadini le idee di Gesell furono apprezzate da Keynes che ne criticò alcuni aspetti un esperimento pilota fu condotto in una città dell'Austria prima della seconda guerra mondiale ebbe pienamente successo ma tutto fu fermato perché la banca centrale temeva di perdere il controllo zio Me l'oltre megalomane è nato esattamente un secolo dopo Gesell a distanza di pochi giorni non avendo mai sentito parlare di Gesell sono giunto alle stesse conclusioni e ho inventato la moneta biologica che poi è diventata viva e infine viva super dette monete si usurano ogni anno e ogni scambio e spostano la pressione fiscale dai cittadini alla moneta stessa Nei tempi recenti assistiamo all'aumento esponenziale della produttività con l'automazione e sempre meno bisogno di manodopera tradizionale Evidentemente sarebbe possibile in teoria continuare ad aumentare la produzione e inventare nuovi lavori che tengano occupati tutti anche chi è sostituito da macchine Finirebbe il mondo già oggi in crisi per le attività umane che cercano profitti a qualsiasi costo Molti quindi hanno capito che occorre un'altra soluzione che passa dal produrre con criterio e senza eccessi e soprattutto Reddito Universale Ovvero limitare l'impegno umano ai settori dove le macchine non arrivano e liberare tempo libero retribuito come se si fosse tutti privilegiati che campano a spese dei robot Ora succede qualcosa di straordinario se si combina demurrage col Reddito Universale o dividendo sociale si ottiene pressione fiscale progressiva chi non ha niente riceve il dividendo chi ha abbastanza riceve il dividendo chi ha molto o tantissimo riceve pure il dividendo sociale il demurrage consente gettito per finanziare la spesa pubblica e i cittadini affrontano una pressione fiscale progressiva che inizia negativa per chi non ha niente la spesa pubblica è finanziata il compito del reddito universale è assolto dal dividendo sociale la pressione fiscale è progressiva come dettato dalla Costituzione tutto il meccanismo è automatico e non chiede nulla ai cittadini quindi si possono abolire tutte le tasse che si vuole e le dichiarazioni dei redditi pure ovviamente tranne eccezioni

il documento è pubblicato su Zenodo come moneta viva super e sul sito monetaviva.org

non uso virgole per via della matematica artistica ma non so se si perderà formattazione

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Operazione internazionale contro rete criminale legata alla Camorra. Sequestrate banconote in euro contraffatte

L'operazione, coordinata dalla Polizia criminale tedesca dello Stato del Baden-Württemberg e dalla Procura di Stoccarda, ha portato all'esecuzione di sei mandati di arresto e alla perquisizione simultanea di 16 immobili residenziali e commerciali in Germania, Italia e Spagna. In Germania sono state sequestrate due pistole con munizioni detenute illegalmente, nonché banconote in euro contraffatte di origine italiana legate al cosiddetto “Gruppo Napoli”. Inoltre, gli agenti sul campo hanno sequestrato 16 cellulari e dispositivi di archiviazione.

L'indagine è iniziata con l'arresto di un cittadino italiano di 47 anni nel Baden-Württemberg, in Germania, nel novembre 2021, a seguito di un mandato di arresto internazionale emesso dalle autorità italiane. Era stato accusato di appartenenza alla camorra e di coinvolgimento nella contraffazione, nel riciclaggio di denaro e nel traffico di droga. Estradato in Italia nel 2022, è stato successivamente rilasciato ma è rimasto in contatto con altri sospettati, tra cui individui che gestivano ristoranti a Stoccarda, in Germania, sospettati di facilitare il commercio illecito.

Gli investigatori hanno messo insieme la rete criminale che coinvolgeva cinque sospettati italiani e un sospettato turco. Il gruppo è accusato di aver prodotto e fornito banconote in euro contraffatte di alta qualità a organizzazioni criminali in Germania e Spagna per un'ulteriore distribuzione. Dall'indagine è emerso che diverse centinaia di migliaia di banconote contraffatte circolavano in questo modo.

Sei arresti e sequestri significativi

Nel corso delle azioni coordinate sono stati eseguiti sei mandati di arresto: cinque sospettati sono ora in custodia cautelare e uno è stato rilasciato sotto condizioni giudiziarie. Le forze dell'ordine hanno perquisito contemporaneamente 16 proprietà a Stoccarda, nel distretto di Rems-Murr (Germania), Napoli (Italia) e Gran Canaria (Spagna). I sequestri includono armi da fuoco, droga, denaro contraffatto, nonché telefoni cellulari e altri dispositivi di archiviazione dati.

Europol ha inviato due esperti a Napoli (in accordo con il Comando Antifalsificazione Monetaria dei Carabinieri (CCAFM)) e Stoccarda per fornire supporto tecnico, confrontare le informazioni operative con le banche dati di Europol e i sistemi della Banca centrale europea e facilitare l'analisi finanziaria a supporto delle indagini. L'indagine è stata sostenuta dalla rete @ON, finanziata dall'UE e guidata dalla Direzione investigativa antimafia italiana (DIA).

 
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from Cyberdyne Systems

tux-lpi Il Linux Professional Institute è una di quelle organizzazioni che fanno venire voglia di certificazione.

Oltre ad essere un’autorità in materia di certificazione, il loro sito è una miniera di risorse gratuite.

Per chi conosce i loro percorsi di certificazione, sa che che sono strutturati nel modo seguente:

  • Essentials
    • Linux
    • Security
    • Web Developer
    • Open Source
  • Linux Professional
    • LPIC-1
    • LPIC-2
    • LPIC-3
      • Mixed Environemnts
      • Security
      • Virtualization and Containerization
      • High Availability and Storage Clusters
  • Open Technology
    • DevOps Tools Engineer
    • BSD Specialist

La prima certificazione è il percorso pensato per chi vuole conseguire una conoscenza di base su un sistema Gnu/Linux.

LPIC-1-2-3 possiamo pensarli come percorsi di certificazione per acquisire competenze rispettivamente per l’amministratore Gnu/Linux di base, esperto su reti di piccole e medie dimensioni e esperto verticale.

Open Technology è rivolta invece a chi vuole essere specialista di strumenti DevOps o di BSD.

LPI mette a disposizione una quantità enorme di materiale gratuito che copre Linux Essentials e LPIC-1 e che è possibile reperire qui: https://learning.lpi.org/it/learning-materials/all-materials/ (il materiale italiano è qui: https://learning.lpi.org/it/)

In particolare, LPIC-1-101 e LPIC-1-102, che sono quelli relativi al percorso di amministrazione di base, sono compresi ed estesi da un altro volume, una vera bibbia, edita da TrueLite e giunta ormai alla sesta edizione: Amministrare Gnu/Linux di Simone Piccardi (https://www.truelite.it/libri/amministrare-gnu-linux/) che copre e amplia sia LPIC-1 nella sua interezza (101 e 102) che LPIC-2 (anche se non completamente).

Se LPIC-1-101 e LPIC-1-102 sono verticali per il superamento dell’esame LPIC-1, Amministrare Gnu/Linux è un testo dal respiro molto più ampio, che copre come detto anche buona parte di LPIC-2 e che va considerato, non tanto come un testo alternativo per la preparazione dell’esame di certificazione, quanto piuttosto come un riferimento imprescindibile per un amministratore di sistemi Gnu/Linux.

TrueLite, per non essere da meno, in ossequio alla filosofia di sviluppo Gnu/Linux, offre il libro pubblicato con licenza libera, sia in vendita (che vale ogni centesimo speso e vale la pena averlo in libreria) che disponibile sui loro repository come sorgente LaTeX. E con quelli è possibile ricavare il pdf.

Per farlo ho seguito le loro istruzioni che prevedono Debian come S.O. di riferimento ma si adattano facilmente anche su Fedora 43 (il mio).

Per prima cosa installiamo le dipendenze che differiscono un po’ da quelle indicate:

dnf install dia inkscape make netpbm texlive-base texlive-pstricks texlive-luatex latexml luahbtex texlive-unicode-math texlive-babel-italian latexml texlive-comment texlive-luapstricks texlive-multirow texlive-mlmodern

Dovrebbero coprire tutto il necessario.

Un’altra cosa che servirà, per avere la resa tipografica conforme a quanto stabilito dall’autore, è il font UbuntuMono che preleverò dal repository di Canonical:

# creazione dalla cartella dei font in locale
mkdir -p ~/.local/share/fonts/UbuntuMono
 
# scaricamento del font
wget -O /tmp/UbuntuMono-v1.002.zip
https://github.com/canonical/Ubuntu-Sans-Mono-fonts/releases/download/v1.002/UbuntuMono-fonts-1.002.zip
 
# decompressione dell'archivio
unzip UbuntuMono-v1.002.zip
 
# copia dei file ttf nella cartella dei font della nostra home
cp /tmp/UbuntuMono-fonts-1.002/ttf/* ~/.local/share/fonts/UbuntuMono
 
# caricamento del font
fc-cache -f
 
# verifica
fc-list | grep -i 'Ubuntu Mono'

Sistemati i prerequisiti, possiamo prelevare il sorgente LaTeX del testo dal repository TrueLite e procedere con la compilazione:

# clone del repository
git clone https://labs.truelite.it/git/truedoc

Creazione delle immagini usate nella compilazione del libro:

# creazione delle immagini
cd truedoc/
make
for i in mailservices sicurezza webservices ldap agl; do
    cd $i
    make images
    cd ..
done

Infine, per creare il libro completo di bibliografia e indici:

cd agl
lualatex agl.tex
makeindex agl
bibtex agl
lualatex agl.tex
lualatex agl.tex

Non dovrebbe esserci alcun errore (solo un po’ di warning) e nella stessa cartella troverete il libro “Amministrare Gnu/Linux”, sotto forma di un grazioso acronimo (agl.pdf), in tutte le sue maestose e densissime 806 pagine!

Buona lettura!

#amministrareGnuLinux #fedora #fedora43 #GnuLinux #LaTeX #sistemistaGnuLinux

 
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from CyberShiva


A Milano, come in altre grandi città europee, trovare una casa a un prezzo compatibile con il proprio reddito è diventato per molte persone un problema concreto. Gli studenti pagano cifre elevate anche per una stanza, i lavoratori faticano a sostenere un affitto senza sacrificare una parte sproporzionata dello stipendio e intere fasce della popolazione rischiano di essere espulse dai luoghi in cui studiano, lavorano e hanno costruito la propria vita.

Non è soltanto una questione di mercato immobiliare. È una questione sociale, economica e, in ultima analisi, politica.

Eppure, quando si discute di crisi abitativa, il dibattito tende spesso a concentrarsi su un bersaglio preciso: gli affitti brevi. Airbnb, le locazioni turistiche, gli appartamenti destinati ai visitatori vengono indicati come una delle principali cause della scarsità di abitazioni disponibili per i residenti. Da qui nascono proposte per limitarli, ridurli o renderli meno convenienti.

Il problema è che, anche quando queste misure possono avere una loro utilità in determinati contesti, non possono diventare il sostituto di una vera politica abitativa.

Il proprietario privato non è lo Stato

Un proprietario che possiede un appartamento deve poter scegliere, nel rispetto della legge, come utilizzarlo: affittarlo a lungo termine, destinarlo a locazione turistica, venderlo, tenerlo a disposizione della propria famiglia o investirvi in altro modo.

Questa libertà non dovrebbe essere considerata un ostacolo da rimuovere ogni volta che emerge una difficoltà sociale.

Se una città ha bisogno di più abitazioni accessibili, non è ragionevole pretendere che siano i singoli proprietari a farsi carico, attraverso limitazioni sempre più stringenti, di una responsabilità che appartiene principalmente alle istituzioni.

Il privato non è un ente pubblico. Non ha il compito di garantire il diritto all'abitazione, così come non ha il compito di risolvere autonomamente la disoccupazione, la povertà o la carenza di servizi sanitari.

Naturalmente, questo non significa che il mercato non abbia alcuna responsabilità o che ogni regolamentazione sia illegittima. Significa, piuttosto, che non si può costruire una politica sociale contando sul fatto che qualcun altro rinunci al proprio interesse privato per compensare l'assenza di un progetto pubblico.

Se una parte della popolazione non riesce più ad accedere ad un'abitazione dignitosa, lo Stato deve intervenire .

Il patrimonio abbandonato: una risorsa che spesso non vediamo

In molte città esistono edifici inutilizzati da anni: ex fabbriche, capannoni industriali, immobili commerciali falliti, strutture pubbliche dismesse, condomini degradati, edifici mai completati o aree che hanno perso la loro funzione originaria.

Non tutti questi immobili sono recuperabili. Alcuni possono essere pericolanti, inquinati, privi di infrastrutture adeguate o troppo costosi da trasformare. Ma proprio per questo servirebbe un lavoro sistematico di ricognizione.

Le istituzioni dovrebbero sapere:

  • quali immobili sono inutilizzati da anni;
  • chi ne è il proprietario;
  • in quali condizioni si trovano;
  • quali vincoli urbanistici o ambientali li riguardano;
  • quanto costerebbe recuperarli;
  • se possono essere trasformati in abitazioni, studentati o altri servizi;
  • se il recupero sarebbe economicamente e socialmente sostenibile.

Oggi, invece, spesso si discute di costruire nuove abitazioni senza aver prima affrontato in modo organico il patrimonio già esistente.

Prima di consumare nuovo suolo, dovremmo chiederci quanto spazio inutilizzato abbiamo già nelle nostre città.

Un'alternativa al degrado permanente

La proposta che immagino è semplice nel principio, ma richiederebbe una disciplina seria e rigorosa.

Quando un immobile privato rimane abbandonato per un periodo significativo e si trova in condizioni di degrado, l'ente pubblico dovrebbe poter avviare una procedura di verifica e recupero.

Il proprietario dovrebbe essere informato, avere la possibilità di presentare un progetto e disporre di un termine ragionevole per intervenire. Potrebbe scegliere di riqualificare l'immobile, venderlo, concederlo in locazione o collaborare con il Comune attraverso un progetto di interesse pubblico.

Ma se, dopo anni di abbandono, il proprietario non intende recuperare l'immobile, non lo utilizza e non accetta alcuna soluzione, dovrebbe esistere anche uno strumento pubblico di ultima istanza: l'espropriazione per pubblica utilità, con un indennizzo previsto dalla legge.

Non una requisizione arbitraria. Non un esproprio generalizzato. Non una punizione per chi possiede una casa.

Uno strumento circoscritto, applicabile soltanto in presenza di condizioni verificabili: abbandono prolungato, degrado significativo, interesse pubblico concreto, progetto di recupero sostenibile e garanzie procedurali per il proprietario.

L'obiettivo non sarebbe sottrarre ricchezza ai privati, ma restituire una funzione sociale a immobili che, altrimenti, continuerebbero a deteriorarsi mentre migliaia di persone cercano una casa.

“O lo recuperi, o lo recupera la collettività”

Il principio potrebbe essere formulato così:

«Un immobile non può essere considerato soltanto come un bene da conservare indefinitamente in stato di abbandono, quando il suo recupero risponde a un interesse pubblico concreto e verificabile.»

Questo non significa che ogni proprietà debba essere utilizzata secondo le preferenze dello Stato. Significa che, in casi eccezionali, la proprietà privata può essere sottoposta a un bilanciamento con l'interesse pubblico, come già avviene in diversi ordinamenti attraverso gli strumenti dell'espropriazione per pubblica utilità.

L'esproprio dovrebbe essere solo l'ultima fase di un percorso trasparente, non il punto di partenza.

Prima vengono la ricognizione, il dialogo, gli incentivi, i progetti di recupero e i termini per intervenire. Solo quando queste strade falliscono, e quando l'interesse pubblico è reale, si valuta l'acquisizione coattiva.

Case pubbliche, non semplicemente sussidi

Una volta recuperati, questi immobili potrebbero essere destinati a un patrimonio abitativo pubblico o a forme di edilizia sociale e convenzionata.

L'obiettivo non dovrebbe essere creare abitazioni gratuite indistintamente, ma offrire affitti accessibili e sostenibili, collegati alle condizioni economiche delle persone e al potere d'acquisto dei redditi locali.

Studenti, lavoratori, giovani coppie, famiglie e persone in difficoltà potrebbero accedere a queste abitazioni secondo criteri trasparenti, con priorità a chi risiede, studia o lavora nel territorio e dimostra un effettivo bisogno abitativo.

In questo quadro, la cittadinanza italiana può essere uno dei criteri previsti dalle politiche pubbliche, insieme alla residenza, alla contribuzione, alla situazione economica e alla stabilità del legame con il territorio. Ma il punto decisivo dovrebbe essere sempre la costruzione di un sistema abitativo pubblico capace di rispondere ai bisogni reali, senza trasformare la casa in uno strumento di contrapposizione permanente tra categorie di persone.

L'affitto pagato dagli inquilini contribuirebbe a coprire, nel tempo, i costi di recupero, manutenzione e gestione. Non sarebbe necessariamente un investimento speculativo, ma un investimento pubblico con una funzione economica e sociale.

Il ruolo dell'Europa e degli enti locali

Un progetto di questo tipo non dovrebbe dipendere soltanto dai Comuni, spesso privi delle risorse necessarie.

Servirebbe una collaborazione tra Comuni, Regioni, Stato e, dove possibile, istituzioni Europee. I fondi destinati alla rigenerazione urbana, all'efficienza energetica, al recupero del patrimonio edilizio e all'edilizia sociale potrebbero essere orientati anche verso questo obiettivo.

Non si tratta di immaginare un unico grande programma centralizzato, ma di creare un sistema coordinato di censimento, finanziamento e recupero, con criteri chiari e risultati misurabili.

Ogni progetto dovrebbe rispondere a domande precise:

  • Quante abitazioni verranno recuperate?
  • Quanto costerà ogni alloggio?
  • Quale sarà il canone?
  • Chi potrà accedervi?
  • Quali saranno i tempi di realizzazione?
  • Come verranno gestiti manutenzione e assegnazioni?

La trasparenza sarebbe essenziale. Un patrimonio pubblico inefficiente, lasciato nuovamente degradare o assegnato senza criteri, non risolverebbe il problema: lo sposterebbe soltanto.

Una proposta concreta da discutere

La mia idea, in sintesi, è questa:

  1. Censire il patrimonio inutilizzato. Creare un'anagrafe pubblica degli immobili abbandonati o gravemente degradati, con informazioni su proprietà, condizioni e potenziale di recupero.

  2. Valutare il recupero. Individuare gli immobili trasformabili in abitazioni, studentati o servizi, stimando costi, tempi e sostenibilità.

  3. Offrire ai proprietari un percorso. Prevedere incentivi, accordi, progetti di riqualificazione e termini ragionevoli per intervenire.

  4. Applicare strumenti di ultima istanza. Quando l'abbandono è prolungato, il degrado è significativo e l'interesse pubblico è concreto, consentire l'espropriazione per pubblica utilità secondo procedure rigorose e con indennizzo previsto dalla legge.

  5. Recuperare e destinare gli immobili. Trasformarli in abitazioni pubbliche, studentati o edilizia sociale, con canoni accessibili e criteri trasparenti.

  6. Misurare i risultati. Verificare quanti alloggi vengono creati, quanto costano e quante persone riescono effettivamente ad accedervi.

La crisi abitativa è una responsabilità collettiva. E se lo Stato ritiene che il mercato, da solo, non riesca a garantire un accesso dignitoso alla casa, allora deve assumersi la responsabilità di intervenire direttamente costruendo le condizioni perché quella crisi possa essere affrontata.

Non è una soluzione miracolosa. Non tutti gli immobili abbandonati possono diventare case, e non tutti i problemi abitativi dipendono dalla scarsità di edifici. Ma è una direzione concreta, che merita di essere discussa.

Vuoi contribuire alla conversazione? Puoi condividere la tua opinione, aggiungere un punto di vista o criticare le idee esposte nel post dedicato su Mastodon cloccando qui

 
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from NetTalk

Quando la diretta diventa il palcoscenico della violenza.

Sei comodamente seduto davanti al computer. Hai aperto la live del tuo creator preferito: due chiacchiere, qualche risata con gli amici, il solito sottofondo di una serata come tante. Poi, all'improvviso, qualcosa si spezza. Non è un effetto scenico, non è un colpo di scena costruito per tenerti incollato allo schermo. È reale. E in pochi secondi, senza che tu l'abbia scelto, sei diventato testimone di qualcosa che non avresti mai voluto vedere.

Questo è lo scenario che si è ripetuto più volte in Messico tra il 2025 e il 2026, trasformando alcune dirette social in scene di cronaca nera trasmesse in tempo reale a migliaia di persone. I protagonisti sono content creator messicani, uccisi o aggrediti mentre erano o erano appena stati in live. Teatro degli eventi il Messico, soprattutto gli Stati di Sinaloa, Jalisco e Sonora, aree segnate da conflitti tra fazioni criminali, in un lasso di tempo intercorso tra maggio 2025 e settembre 2026, con almeno tre episodi che hanno acceso i riflettori internazionali. Il motivo per cui la vicenda riguarda tutti e non solo il pubblico messicano, è semplice: la diretta streaming ha smesso di essere un semplice formato di intrattenimento ed è diventato il luogo in cui violenza criminale, notorietà personale, logiche degli algoritmi e attenzione mediatica si scontrano senza filtri.

Perché il Messico e perché adesso Per capire cosa sta succedendo bisogna resistere alla tentazione del titolo facile come”lo streaming uccide” perché non è così, o almeno non è così semplice. Il caso messicano non dimostra che le dirette in sé siano pericolose ma piuttosto che la visibilità, quando si intreccia con territori dominati dal crimine organizzato, può trasformare chi produce contenuti in un bersaglio, in un testimone involontario o in un simbolo conteso tra gruppi rivali. Il fenomeno ha radici precise. In Sinaloa, dove dal 2024 è esplosa una faida interna al cartello locale, un'analisi della CNN ha censito circa venti attacchi contro influencer dal 2024 a oggi, con quattordici morti. Sono numeri da leggere con cautela che variano a seconda di come vengono definiti i “casi” e delle fonti consultate ma restano un indicatore inequivocabile della scala del problema.

I casi: fatti distinti, spesso raccontati insieme per errore Nella narrazione virale che ha accompagnato queste notizie, episodi diversi tra loro sono stati spesso fusi in un unico racconto sensazionalistico. Vale la pena ristabilire i fatti, uno per uno.

César Gastélum, creator conosciuto online come “Cesarín”, è stato ucciso il 4 agosto 2026 a Culiacán, nello Stato di Sinaloa, mentre si trovava in diretta con alcuni amici fuori da un locale di fast food. Le indagini si concentrano su alcuni suoi contenuti pubblicati in passato, ritenuti collegati a un gruppo criminale. È importante precisarlo: la diretta ha documentato l'aggressione, ma non ne è stata la causa. Il possibile movente affonda nel contesto criminale locale, non nel gesto di trasmettere in streaming.

Valeria Márquez, 23 anni, influencer del settore beauty, era stata uccisa nel maggio 2025 durante una diretta TikTok all'interno del salone di bellezza dove lavorava, a Zapopan, nello Stato di Jalisco. Il caso è stato trattato dalla procura secondo il protocollo previsto per i femminicidi; all'epoca non erano stati resi pubblici sospettati.

José Luis Esparza, conosciuto come “El Piturris”, 37 anni, è stato ucciso il 10 settembre 2026 in una taqueria di famiglia a Ciudad Obregón, nello Stato di Sonora. Aveva pubblicato una diretta poche ore prima dell'agguato, ma ed è una precisazione che serve a non alimentare disinformazione, non risulta che sia stato ucciso durante la trasmissione. La Fiscalía locale sta ancora indagando su circostanze e movente.

Tre storie diverse, tre territori diversi, tre dinamiche investigative distinte. L'unico filo che le lega davvero è la visibilità pubblica delle vittime, non lo strumento tecnico della diretta.

Non è (solo) un problema di streaming: è un problema di visibilità Nei territori dove operano questi creator, i confini tra intrattenimento, cronaca di quartiere, musica, meme, identità locale e propaganda criminale possono farsi sottilissimi. Un post, un riferimento simbolico, un'amicizia mostrata online, persino un contenuto apparentemente innocuo possono essere interpretati come un posizionamento a favore di una fazione. In questo scenario, i creator diventano involontariamente dei nodi di comunicazione: raggiungono community ampie, rendono desiderabili certi stili di vita, costruiscono reputazioni e proprio per questo possono attirare l'attenzione sbagliata.

Secondo un'analisi citata dalla CNN, i gruppi criminali possono sfruttare gli influencer per due scopi distinti: riciclare denaro e reputazione attraverso attività apparentemente legittime, oppure diffondere l'immaginario del cartello per favorire il reclutamento. Questo non significa che ogni creator coinvolto sia complice, anzi, significa l'opposto: anche chi produce contenuti leggeri, comici o di lifestyle possa ritrovarsi esposto in territori dove comunicare, in qualsiasi forma, è già parte della lotta per il controllo sociale. A questo si aggiunge un fattore tecnico che la diretta porta con sé e che nessun altro formato mediatico possiede nella stessa misura: l'assenza totale di filtro tra l'evento e il pubblico. Non c'è montaggio, non c'è verifica, non c'è il tempo per proteggere chi è presente.

Ogni istante può essere catturato con uno screenshot o una registrazione e ricircolare all'infinito, mentre migliaia di spettatori assistono simultaneamente allo stesso trauma con il rischio, tutt'altro che teorico, che l'evento venga ridotto a clip, meme o “contenuto da commentare” invece che riconosciuto come un fatto umano e criminale. Streaming sotto accusa? Il punto non è vietare, ma correggere gli incentivi Non ha senso invocare un divieto generale delle dirette: sarebbe inefficace e colpirebbe tutti gli usi legittimi dello strumento, dal giornalismo partecipativo all'attivismo, dal gaming alla divulgazione. Il problema non è la tecnologia della diretta in sé, ma un vecchio riflesso culturale: l'idea che tutto ciò che accade “in diretta” sia automaticamente autentico, e quindi meritevole di essere condiviso, guardato, commentato.

Le piattaforme, va detto con chiarezza, premiano ancora oggi i segnali che trattengono l'attenzione sorpresa, allarme, conflitto, indignazione più di quelli che informano con equilibrio. Un intervento più mirato, e più realistico di un divieto totale, dovrebbe puntare su alcune direzioni precise: bloccare la ripubblicazione di video che mostrano l'aggressione o la sofferenza identificabile della vittima; evitare titoli che trasformano un omicidio in “video shock”; interrompere rapidamente le dirette quando emerge violenza grave, conservando il materiale in modo protetto per le autorità; ridurre la spinta algoritmica ai reupload anche quando la clip viene tagliata o modificata; e rafforzare le protezioni per i minori, con filtri predefiniti e blocco automatico dell'autoplay su contenuti violenti.

Non è un caso che l'American Psychological Association raccomandi esplicitamente di minimizzare, segnalare e rimuovere i contenuti che raffigurano o incoraggiano comportamenti violenti o dannosi, sottolineando che la tecnologia non dovrebbe mai spingere gli adolescenti verso questo tipo di materiale. Il rischio per gli adolescenti: niente allarmismo, ma il problema è reale È giusto evitare il panico morale: non tutti i ragazzi reagiscono nello stesso modo, e vedere un singolo contenuto violento non produce automaticamente un danno clinico. Il rischio dipende da età, frequenza di esposizione, vulnerabilità personale, contesto familiare e un fattore spesso sottovalutato dalla presenza di un adulto che aiuti a elaborare quanto visto.

Detto questo, i numeri raccontano un problema concreto. Una ricerca Ofcom ha rilevato che il livestreaming è associato a potenziali danni tra i tredici-diciassettenni che tra gli adulti: l'8% dei ragazzi che ha incontrato di recente contenuti dannosi online lo ha fatto proprio durante una diretta, contro il 3% degli adulti. Sempre secondo Ofcom, il 32% dei minori tra 8 e 17 anni dichiara di aver visto online, nell'ultimo anno, qualcosa di preoccupante o sgradevole. In un quadro connesso ma distinto, l'UNICEF stima che in 21 Paesi circa 20 milioni di ragazzi tra 12 e 17 anni abbiano subito, in un anno, almeno una forma di sfruttamento o abuso facilitato dalla tecnologia quasi il 60% dei casi sui social, il 14% nei giochi online.

Non riguarda direttamente gli omicidi in diretta, ma è un promemoria di quanto gli spazi digitali possano diventare ambienti di rischio concreto per i più giovani. Gli effetti possibili dell'esposizione a un evento traumatico in diretta o a clip che lo ripropongono vanno dalla paura intensa alle immagini intrusive, dall'insonnia all'ansia, fino a una preoccupante desensibilizzazione. C'è anche una componente sociale da non sottovalutare: se il gruppo dei pari condivide un video come “cosa da vedere”, un ragazzo può sentirsi costretto a guardarlo pur non volendolo, solo per non restare escluso dalla conversazione.

Cosa possiamo fare, davvero. La risposta educativa non può ridursi a “togliere il telefono”. Serve un lavoro più paziente di alfabetizzazione emotiva e mediale: spiegare che ciò che si è visto è reale e grave, e che non si è obbligati a rivederlo o condividerlo; far capire che ripostare un contenuto può ferire familiari e persone coinvolte, oltre a renderlo più difficile da rimuovere; incoraggiare a segnalare i video e a bloccare chi li rilancia; parlare senza giudizio di ciò che ha spaventato o colpito; e, se compaiono segnali persistenti come insonnia, incubi o pensieri intrusivi, coinvolgere un adulto di riferimento e, se necessario, un professionista.

Anche il confronto tra televisione e social, spesso raccontato come uno scontro tra vecchio e nuovo, va inquadrato diversamente: oggi i due mondi sono parte di un unico circuito. La TV tradizionale può cadere nel sensazionalismo, ma applica ancora filtri editoriali prima della messa in onda e concentra la responsabilità in una redazione. Le piattaforme social, al contrario, distribuiscono la responsabilità tra creator, utenti, moderazione automatica e algoritmo e possono far circolare una clip integrale prima ancora che i fatti siano accertati. La vera sfida, per chi fa informazione oggi, non è più “chi pubblica per primo”, ma chi riesce a rendere comprensibile un evento senza trasformarlo in spettacolo.

Una domanda che riguarda tutti noi.

Il caso messicano non è solo cronaca nera a distanza: è un campanello d'allarme su come l'intero ecosistema digitale sia costruito. Il problema non è che il pubblico abbia visto “troppo”. È che questo ecosistema è progettato in modo che ciò che è più traumatico resti visibile più a lungo. Quando una morte entra in una diretta, il rischio non è solo che qualcuno assista: è che, in pochi secondi, quella vita rischi di diventare una clip.

E tu, cosa ne pensi? Ritieni che le piattaforme facciano abbastanza per fermare la diffusione di contenuti così estremi, o la responsabilità ricade soprattutto su chi guarda e su chi condivide? Lascia un commento con la tua opinione, condividi questo articolo con chi segna creator e live streaming ogni giorno genitori, insegnanti, ma anche semplici spettatori, e se vuoi approfondire il tema della sicurezza online per adolescenti, continua a seguirci: è una conversazione che vale la pena continuare insieme.

 
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È vero, il “Tuareg rock” ha tratti caratteristici piuttosto marcati – a cominciare dalle ritmiche, forse l’elemento più pregnante tra tutti – e le nostre orecchie spesso tendono ad appiattire le varie proposte che arrivano da questo angolo di mondo musicale in un unicum piuttosto indistinto. In realtà farlo è un errore, dal momento che spesso le formazioni africane salite alle cronache negli ultimi anni hanno saputo crearsi una identità più specifica della vaga definizione di “terzomondismo blues” che di solito gli affibbiamo... https://artesuono.blogspot.com/2019/04/mdou-moctar-ilana-creator-2019.html


Ascolta il disco: https://album.link/i/1708385213


 
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