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from 54rv36u

Sliding doors Approfittando della giornata con un po' di sole, siamo andati a far due passi in città a vedere la situazione dell'Arno sui lungarni. Pensavo di parcheggiare in via Luigi Bianchi e poi passare per Borgo Largo ma non avevo fatto i conti con la partita rimandata ieri causa maltempo, così sono andato a parcheggiare in via Bonanno accanto a Farmacia. Proseguendo accanto alle mura per sboccare su lungarno Simonelli, siamo passati accanto agli Arsenali Repubblicani dove c'è la Mostra fotografica di Elliott Erwitt che, senza falsa modestia, non sapevo chi fosse. Però sono curioso, una Mostra è una Mostra fosse anche di “taglio e cucito”, c'è sempre qualcosa da vedere che non sapevi sicché siamo andati a visitarla. Magari un pelo caruccio il biglietto d'ingresso, if you ask me. Vi riporto un estratto di quello che dice di lui Wikipedia:

“Elliott Erwitt, (1928 – 2023), è stato un fotografo statunitense specializzato in fotografia pubblicitaria e documentaria, noto per i suoi scatti in bianco e nero che ritraggono situazioni ironiche e assurde di tutti i giorni. Seguì lo stile di Henri Cartier-Bresson, maestro nel cogliere l'attimo decisivo.”

Quelle esposte sono tutte in bianco e nero tranne due, decisamente minori, che lo ritraggono. Dice sono autoscatti. Qualcuna l'avevo già vista senza ovviamente sapere di chi fosse (e ora, per quello che può servire, lo so). Tra queste una che mi era rimasta impressa per un particolare: “Segregated Water Fountains” dice del 1950 in Carolina del Nord. Non per il cartello White su un lavandino e Colored per l'altro. Per il lavandino ben pulito mentre l'altro molto sporco. L'avevo trovata una cattiveria inutile.

La foto che presento l'ho fatta io con il cellulare, non è mi è venuta particolarmente bene però su internet non ne ho trovate altre che evidenziassero altrettanto bene la “disparità di comportamento”.

Il brano musicale è “Omnia sol temperat” dai Carmine Burana di Orff. Mi è sempre piaciuto quando recita Ama me fideliter Fidem meam nota De corde totaliter Et ex mente tota Sum presentialiter Absens in remota Quisquis amat taliter Volvitur in rota Li trovai versi dolcissimi proprio ed anche per il modo nel quale vengono cantati.

https://postimg.cc/vgVnRBVD https://pixelfed.uno/i/web/post/806932659838833054 (con il brano)

 
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from monosillabica

#passato #amore #felicità #sofferenza

ti scrivo questa lettera perché ti odio, eppure ti penso ancora? ti voglio ancora bene? ti amo ancora? Le guance mi formicolano, significa che sono arrossita. Che diavolo sto pensando? Getto la penna sul tavolo e fisso solo una di quelle parole che ho scritto nero su bianco: eppure. Mi appoggio allo schienale della sedia. Congiungo le mani dietro la nuca, fisso il soffitto. Sospiro. Perché ho bisogno di far riaffiorare tutto questo? Rimango a fissare il vuoto sopra di me. Non so dire perché, ma il bisogno di scriverti è tanto. Ci penso da anni. È un circolo vizioso: penso di scriverti, poi schiaffeggio quel pensiero, poi penso di nuovo di scriverti... Devo farlo, quindi: devo pareggiare i conti col passato, con te. Da dove iniziare? Prendo la penna senza guardarla, fisso le parole che ho scritto. Decido di scarabocchiare un piccolo punto dopo “eppure”. Sospiro.

Caro D., ti scrivo questa lettera perché ti odio, eppure. Eppure, so che c'è di più dietro questo mio sentimento. Pensavo di non volerti più scrivere dopo aver bruciato il tuo numero di telefono trascritto su quel foglietto arancione, eppure. Eppure, mi rendo conto solo ora che è stato un gesto simbolico di chiusura non tanto efficace. Ti penso di tanto in tanto, forse idealizzandoti. Sono sicura che tu non volessi ferirmi, solo che non capivi un cazzo di sentimenti, né di te stesso, né di quello che volessi dalla vita, né del tipo di donna volessi al tuo fianco. Mica poco... Hai svolazzato in lungo e in largo, senza meta. Poi hai incontrato me, che ero sempre sotto il tuo naso, ovunque ti girassi. Ero lì per rimanerci. Una facilissima preda... Volevo conoscere ogni cosa di te ma tu me lo hai permesso solo in parte. Eri una persona complessa ma, allo stesso tempo, eri perfettamente leggibile ai miei occhi. Eri molto emotivo e sveglio, come me. Ricordo perfettamente come sei fatto, ti riconoscerei anche ora a distanza di anni, tra mille. La tua camminata, le tue labbra carnosissime, ti ricordo con e senza occhiali. Troppo bello... Purtroppo, eri il classico artista maledetto, una maschera che ora riconosco in altre persone: la indossa non vuole curarsi delle conseguenze delle proprie azioni usando la scusa di essere dannati. La indossa chi miete sadicamente, esclamando “ops!”. Uomini persi o senza morale? Stare con te era come vivere in Beautiful, un eterno dramma di sentimenti confusi provati per altre donne e, quando ti ricordavi, per me. Ti sei accorto in più occasioni di bruciare incessantemente tutto quello che ti donavo. Ti scusavi. E io, che allora supplicavo un po' di amore, come avrei potuto non perdonarti? Io avrei cercato in ogni modo di far funzionare questa relazione disfunzionale, aurtodistruggendomi, se tu, prontamente, non ti fossi allontanato da me e poi non mi avessi lasciato. Perciò, grazie. Ricordo benissimo la giornata in cui mi lasciasti. Ho pianto tantissimo. Ricordo che eravamo su una panchina in una piazzetta, nella città che ho sempre amato con tutta me stessa. Conosci questo sentimento? Ogni tanto, qualche passante si assicurava che tu mi stessi ferendo solo emotivamente, e non fisicamente. Problemi di cuore, a posto così. Tu sembravi dispiaciuto, chissà se era realmente così. Ti ho chiesto se potevo accompagnarti in stazione, tu hai accettato. Abbiamo passeggiato. Ci siamo calmati e abbiamo ricordato i bei momenti passati insieme, ridendo, addirittura. Impressa nella mia memoria è un'immagine, una vera e propria foto scattata in quell'occasione. No, non ricordare... Ti sei girato verso di me con un cappello di paglia appena comprato e mi hai sorriso. In quel semplice istante, mi hai steso. Un sorriso innocente. Una graziosa fessura tra gli incisivi. Una persona che avrei voluto mi amasse realmente... Lì. Perché volevi dirmi addio se eri così felice con me? Click. Foto. Dopo quel giorno c'è stato qualche tira e molla, ricordi? Ci siamo visti un paio di volte, su qualche altra panchina, su qualche altro letto, come se anche tu avessi notato qualcosa in quella passeggiata. Non ci capivi proprio niente in quel periodo, lasciatelo dire, fratello. Spero tu abbia trovato una sorta di pace interiore, davvero. Io sono diventata più cupa da allora, sai? È stata dura la risalita...

Poso la penna. Sono una silenziosa fontana di lacrime, il cuore si dibatte. Era inevitabile. Guardo il vuoto, in silenzio, per qualche minuto. Raccolgo la penna un'ultima volta. Scrivo lentamente:

ma ora va meglio. Sai, quando qualcuno non gioca a calcio con il tuo cuore, un pochino di ferite si rimarginano. Forse qualcosa la provo ancora per te, ma non si torna indietro. È meglio averti perso. Sarai sempre un ricordo dolce e amaro. Addio.

Rimango immobile per non so quanto. Ricordo del tuo canale Youtube, chissà se hai pubblicato qualcosa da allora. Davvero, te la senti? Sto già scrivendo il nome del tuo canale. Con stupore, noto che non hai pubblicato più nulla. Nulla. Sei...morto? O, peggio, sei caduto in una depressione più grande?

Non so. Non lo saprò mai, a quanto pare. Spero tu stia bene.

 
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from jens

Sermone narrativo su Giovanni 3, 14-21

Mi chiamo Nicodemo. Sono un fariseo, un uomo che ha sempre cercato di vivere secondo le leggi di Dio. Sono un maestro della legge, e la mia vita si è sempre concentrata su come seguire perfettamente ogni comandamento. Ho sempre pensato che se avessi fatto tutto giusto, avrei trovato la pace con Dio. La perfezione, la purezza, erano gli scopi che mi davo ogni giorno.

Ma più cercavo di fare tutto bene, più mi accorgevo che c'era qualcosa che non andava. Nonostante il mio impegno e la mia dedizione, c'era sempre un vuoto dentro di me. Avevo seguito le regole, ma non riuscivo a sentirmi veramente vicino a Dio. Mi sembrava di essere in un circolo vizioso: dovevo fare tutto giusto per sentirmi amato, ma più cercavo di fare giusto, più sentivo che mi mancava qualcosa di più profondo.

Un giorno, ho sentito parlare di un uomo di nome Gesù. Le sue parole e le sue azioni mi colpivano profondamente, ma non riuscivo a capire tutto. Parlava in modo diverso da qualsiasi altro maestro che avessi mai ascoltato. Non riuscivo a ignorarlo, sentivo che dovevo capire di più. Così, una notte, ho deciso di andare da Lui, da solo, senza farmi vedere, senza far sapere agli altri farisei che stavo cercando Gesù. Forse, pensavo, avrei trovato finalmente le risposte che cercavo.

Arrivato da Gesù, provai a iniziare la conversazione con parole semplici: “Rabbi, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro, perché nessuno può fare questi segni che fai, se Dio non è con lui.” (Giovanni 3,2) Volevo sentirmi dire che stavo cercando la verità, che avevo fatto bene a cercare una risposta. Speravo in una conferma, una risposta che mi dicesse che stavo facendo tutto giusto.

Ma Gesù non rispose come mi aspettavo. Mi disse qualcosa che mi sconvolse: “Se uno non nasce di nuovo, non può vedere il regno di Dio.” (Giovanni 3,3) Non capivo. Cosa significava “nascere di nuovo”? Avevo vissuto tutta la mia vita cercando di fare il giusto, cercando di obbedire perfettamente alla legge di Dio. Ma ora Gesù mi parlava di qualcosa che andava oltre tutto ciò che avevo imparato: un “nascere di nuovo”. Non riuscivo a capire. Come si fa a nascere di nuovo?

Iniziai a pensare che forse stavo fraintendendo. Forse avrei dovuto fare di più, sforzarmi di essere più devoto. Eppure, qualcosa dentro di me mi diceva che c'era qualcosa di più profondo nelle parole di Gesù, qualcosa che non riuscivo a cogliere.

Gesù continuò a spiegarmi che si trattava di una “nascita dallo Spirito”. Non parlava di un cambiamento esteriore, ma di una trasformazione interiore. Non era qualcosa che avrei potuto fare da solo, non era qualcosa che dipendeva dai miei sforzi o dalle mie azioni. Era un cambiamento che veniva da Dio, non da me. Gesù mi stava dicendo che il mio valore non dipendeva da quante leggi riuscivo a rispettare o da quanto fossi perfetto nel mio comportamento, ma da qualcosa di più grande: l’amore di Dio.

Mi parlava di un amore che non dipendeva da quello che facevo, ma che mi veniva donato. Mi stava dicendo che, se volevo davvero vivere, dovevo smettere di cercare di essere perfetto e accogliere un amore che era già lì, pronto ad accogliermi. Non dovevo fare qualcosa per essere amato da Dio, dovevo solo aprirmi al Suo amore.

E poi Gesù fece un'altra rivelazione che mi sconvolse: mi parlò del serpente di bronzo che Mosè aveva innalzato nel deserto, e mi disse: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna.” (Giovanni 3,14)

Era un riferimento alla sua morte sulla croce, ma io non riuscivo ancora a comprendere pienamente. Gesù mi stava dicendo che sarebbe stato innalzato sulla croce per noi, non per punirci, ma per offrirci la vita. E, in quel momento, ho iniziato a capire che l’amore di Dio non è qualcosa che dobbiamo conquistare, ma un dono che ci viene dato senza condizioni. Gesù, con il suo sacrificio, mi stava mostrando che l’amore di Dio è più grande di tutte le leggi, di tutti i sacrifici che possiamo fare.

E fu in quel momento che Gesù mi disse quelle parole che avrei ricordato per sempre: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3,16) Non dovevo più vivere nella paura di non essere abbastanza. Non dovevo più cercare di fare tutto giusto per guadagnarmi l’amore di Dio. L’amore di Dio è già lì, offerto gratuitamente a me, a tutti noi, indipendentemente dalle nostre azioni. Gesù stava dicendo che basta credere in Lui, basta accogliere quel dono d’amore che Dio ci offre. Non è questione di quanto siamo bravi, ma di quanto siamo disposti ad accogliere l’amore che ci viene dato.

Mi sentii liberato. Per la prima volta, capii che non dovevo più cercare di essere perfetto. L’amore di Dio non dipende da quanto cerchiamo di fare giusto, ma da quanto siamo disposti ad aprirci al Suo amore. E quella notte, per la prima volta, mi sentii veramente in pace con me stesso. Non c'era più bisogno di vivere nel timore di non essere abbastanza. Il mio valore non dipendeva più dai miei sforzi, ma dall’amore che Dio aveva per me.

Guardandomi indietro, capisco che quella notte è stata il momento in cui la mia vita è cambiata. Non avrei mai più vissuto come prima. Ho capito che il vero cambiamento, la vera vita, non viene dal cercare di essere perfetti, ma dal ricevere l’amore che Dio ci offre. Non dobbiamo guadagnarlo, dobbiamo solo accoglierlo. E questo mi ha dato una nuova libertà. La libertà di vivere non più con la paura di fallire, ma con la consapevolezza che Dio ci ama comunque, indipendentemente da quanto siamo perfetti.

Mi sono liberato dalla costante ansia di dover essere il migliore, il più bravo. Ora capisco che non è ciò che faccio che mi rende amato da Dio, ma ciò che Dio ha fatto per me, attraverso Gesù. La mia vita ora ha un nuovo significato, una nuova direzione. Non cerco più l’approvazione degli altri, e non cerco più di essere perfetto per sentirmi accettato. Perché so che Dio mi accoglie così come sono.

Ora posso vivere con la pace nel cuore, sapendo che non sono più schiavo della perfezione, ma libero di essere me stesso, amato e accolto. Non c’è più bisogno di dimostrare qualcosa. L’amore di Dio è il dono più grande che possiamo ricevere. E questo amore ci cambia, ci libera dalla paura, ci dà una nuova vita. Da quella notte, ho capito che la vera libertà sta nell’accettare che Dio ci ama per quello che siamo, non per quello che facciamo. E quella libertà cambia tutto.

 
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from pensierisparsi

Ancora paura. Mi rendo conto che il mio ormai è un pensiero fisso, forse ossessivo, centrato sulla mia salute, non so perché. Non mi lascia nemmeno un secondo. Come si fa a farlo smettere? Mercoledì dovrei vedere ancora la dottoressa, spero in un suo aiuto. Ora sono in un bar, con il piccoletto qui con me e cerco di respirare. Respiro. E apro gli occhi. Respiro. E non fuggo.

Vorrei non essere sola, ma non per scappare dai miei pensieri. Per condividerli, per divertirmi, per ridere.

Ho voglia di pensare ad altro.

 
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from 54rv36u

Il Senso Pratico Non È L’elemento Dominante https://i.postimg.cc/MpgTgzZm/muro-a-Lucca.jpg (Un mio post del 31/05/2019 in un vecchio blog; l'ho riletto qualche minuto fa e non mi è spiaciuto. La foto non c'entra nulla, nel vecchio post non c'era nemmeno . È un muro in una via di Lucca, fatta lo scorso 17 febbraio. Mi garbano i muri “vissuti”)

Il Senso Pratico Non È L’elemento Dominante

Stamattina da ZaV mi ero appuntato una frase del libro che sto leggendo sul blocchetto rosso degli appunti; che sia rosso è un caso, non è qualificativo, è semplicemente un blocchetto per gli appunti al volo con la copertina rossa. Il libro è “L’antica arte di trovare la strada” e a pagina 154 mi sono soffermato su: “Sia il calendario ebraico sia quello islamico sono lunari e, come in tutte le materie religiose, il senso pratico non è l’elemento dominante“. È una bella immagine: il senso pratico non è l’elemento dominante. Da qualche parte ho letto che un’ipotesi del formarsi delle religioni è che siano un modo per pensare la stessa cosa tutti assieme, il che aumenta la coesione sociale; un insieme di norme, più o meno espresse e catalogate, che facilitano la definizione del proprio posto in seno alla comunità. Non mi sembra campata in aria come ipotesi. Benché molto ma molto a posteriori si riconosca l’apporto positivo di punti di vista diversi, nell’immediato li percepiamo come fastidiosi intralci allo status quo. Quando gli effetti di una rivoluzione di pensiero decantano e rimpiazzano il ” vecchio” status quo diventando quello nuovo (ma mi sa non percepito sul momento come tale) diventa lo status “naturale” delle cose e quindi non messo in discussione fino al prossimo sobbalzo. La novità che viene dall’esterno e che porta “diversità” mi fa venire in mente l’osservazione sui topi in laboratorio (peraltro rilevabile nella “normale” vita umana ma forse meno facile da descrivere o parlarne). Se in una comunità di topolini si introduce un topolino esterno c’è sempre una topolina che ne è attratta. Questo porta ad un rimescolamento dei geni e di inconsapevole beneficio per la specie, inconsapevole intendo per gli individui; solo che, immedesimandomi nei topolini della comunità, immagino che lì per lì sul subito rompa un po’ i coglioni. Questo un po’ più in grande succede con tutti i flussi migratori sicché è anche di attualità in questo momento. In realtà flussi migratori sono sempre avvenuti in passato senza soluzione di continuità, semplicemente non era percepito a livello globale ma solo locale. Questo accade anche oggi, non è che abbiamo percezione di quello che avviene in un posto sperduto nel mondo se non sale alla ribalta ma siamo comunque consapevoli di quello che ci avviene davanti all’uscio di casa. Interessante è anche il concetto di salad mix, che sostituisce la narrazione di melting pot. Mia personale impressione dettata dalla pancia è che però il salad mix, che senza dubbio crea molte più “possibilità”, sia comunque una anticamera che anticipa una inevitabile omogeneizzazione la quale, vista dall’alto, rende più coesa la situazione ma anche più inevitabilmente statica. Se posso azzardare un esempio che mi viene ora al volo, lo stato finale di un mix di acqua sabbia pietrisco e cemento è un composto statico e immutabile. Uno stato che non è flessibile regge bene i piccoli sommovimenti ma alla fine si sgretola sotto la spinta della loro somma. A grandi linee succede così per esempio nei terremoti e la saggezza popolare ci ricorda che “gutta scavat lapidem” ed anche che “l’acqua cheta frana i ponti”. A mente fredda che spesso si consegue con il senno del poi, sarebbe meglio convogliare i cambiamenti piuttosto che contrastarli.

Non c’entra un cazzo ma è quello che sta succedendo adesso, sono le 11:03: al tavolino di fronte a me a questo bar sull’Aurelia, ci sono dei personaggi parecchio addentro al mondo del calcio, un paio li conosco di persona, che stanno commentando l’attuale situazione delle squadre soprattutto in funzione del prossimo campionato. Uno è un ex giocatore di serie C poi direttore sportivo di una squadra di serie A, uno è un allenatore adesso in serie C, degli altri mi par di capire uno sia un procuratore. Io, che di calcio non intendo orgogliosamente nulla, me ne sto a guardarli di sottecchi ed ascolticchiare come un apprendista sociologo, stupendomi come su una cosa così vuota si sia costruito un consistente castello di infrastrutture. È un mondo autoreferenziale che ha però ricaduta sul mondo reale. È questo un piccolissimo esempio di come si possa dare consistenza al nulla: viviamo un mondo di convenzioni. Un bellissimo ed in parte doloroso esempio, doloroso per un bambino su 10 anni, l’ho imparato a quell’età ai giardinetti del Priamar a Savona. Siamo alla fine degli anni ’60, forse il ’68 o il ’69. I miei interessi vertevano allora sui soldatini, il Corriere dei Piccoli e le biglie di vetro. Quando mia madre mi portava ai giardinetti facevo comunella con gli altri bambini e giocavamo a biglie. Una breve descrizione: Si giocava in gruppi da due a 'n' partecipanti ognuno con la propria biglia di vetro e relativo sacchettino con la scorta ed il bottino. Solo quelle di vetro, quelle di plastica con l’effigie dei corridori servivano solo per le gare su pista sulla sabbia delle spiagge. Si faceva una piccola buca per terra ai piedi magari di un albero e poi ci si disponeva ad una certa distanza; a turno si lanciava la propria biglia cercando di avvicinarsi il più possibile alla buca. Mi sembra di ricordare che poi quello che ci era andato più vicino tirava per primo e dava un cicchetto alla propria biglia con l’obiettivo di infilarla in buca. Il primo che ci riusciva diventava cacciatore e continuava a tirare fino ad errore dando la caccia a tutte le altre biglie che erano solo possibili prede finché non avessero raggiunto anche loro la buca. Il cacciatore prendeva la sua biglia in una mano a pugno mettendola nell’incavo creato dal pollice che si infila nell’indice e che poi scattando l’avrebbe fatta schizzare verso la preda; con l’altra mano creava un semicerchio con il pollice che faceva perno sul punto dove si era fermata alla sua biglia e come raggio la punta del mignolo esteso. La mano che reggeva la biglia si poggiava su questo compasso e la verticale della biglia doveva essere all’interno del semicerchio. Certo, quelli con le mani belle grandi e le dita ben estensibili erano avvantaggiati ma quelle erano le regole; avevamo già imparato che alcuni di noi erano più alti degli altri, alcuni più agili o più forti e alcuni avevano appunto una mano avvantaggiata. Il cacciatore schizzava la sua biglia e tutte le biglie che colpiva diventava suo bottino. Quando sbagliava perdeva il turno e cacciatore diventava il secondo che era arrivato alla buca. Le regole erano chiare, non mi pare di ricordare ci fossero grandi discussioni. Gli ex proprietari delle biglie uscivano momentaneamente dal gioco che terminava quando un cacciatore prendeva l’ultima preda. Cominciava allora un nuovo gioco e chi aveva perso si giocava una delle biglie della propria scorta, chi aveva vinto pescava dal bottino. Io a volte tornavo a casa con più biglie di quando ero partito, a volte con meno ma così è la vita già a quella età ed i pomeriggi passavano. Ricordo che invece quella volta era di mattina molto presto, fai conto intorno alle nove e tanto fa. Essendo di mattina dovevamo essere in estate in vacanza. Ai giardinetti ero da solo, in febbrile attesa che arrivasse qualche concorrente. Ne arrivò uno che avevo imparato a diffidare perché era una mezza teppa. Non aveva biglie quindi era tagliato fuori. Mi propose di giocare così , tanto per divertimento, e allora gliene prestai una delle mie. Dopo un po’, magari qualche gara l’avevo vinta io e qualche altra lui ma la “sua” biglia era sempre comunque di mia proprietà, mi propose, “per rendere la sfida più invitante” mi disse, di giocare sul serio con questa regola: se lui avesse vinto tre gare di fila allora la biglia sarebbe diventava sua a tutti gli effetti. Ovviamente me la vinse sennò non sarei qui a raccontarla. Ma adesso che era legittimo proprietario di una biglia potevamo, disse, continuare con le regole consuete. Accettai e giocammo e me ne vinse una decina. Dopo un po’ mi disse “va be’, adesso devo andare, ciao e grazie”. Lo vidi allontanarsi con le mie biglie mentre ripercorrevo mentalmente tutti i passi logici che erano intercorsi perché diventassero sue. Penso sia stata per me un’ottima lezione, non dico proprio sul momento perché bruciava, intendo in seguito, parecchio in seguito. La morale che ci vedo è che le convenzioni, gli accordi, le regole, non sono intrinseche alla realtà ma ne sono una sovrastruttura più o meno concordata.

 
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from sottocutaneo

[sette]

va bene ma cosa pensare quando hai gli occhi chiusi e non si vede se respiri – la meccanica del sesso la meccanica del lavoro la meccanica sociale – ognuno è verde in una maniera tutta sua – in alcuni è una vegetazione in altri acido della batteria – fare ipotesi per ogni possibile bivio – vedersi lì a discutere – addormentare in un non-sonno quelli più dolorosi – o più reali – discutere ogni possibile nodo della rete – fare del fantastico una maledizione – quando sei sott'acqua nessuno vede se hai gli occhi aperti o chiusi – nessuno sa se stai respirando o annegando – bere ogni giorno un bicchiere d'acqua per sviluppare gli anticorpi al diluvio, all'inabissamento, all'affondamento – io penso di avere un problema – non lo risolverò facendo letteratura – ciao sono fabrizio – ciao fabrizio – sono fabrizio come voi – migliaia di ipotesi di fabrizio che da quando sono qua animo per una lotta immaginaria e poi crollano come golem scaricati – abbiamo il tuo stesso problema – un dio che ci crea a sua somiglianza – un continuo fast forward – pause – rewind – play – and again – rivivere momenti mai esistiti – e che non esisteranno mai – dissezionarne il singolo lemma e cercare le varianti – lectio facilis o lectio difficilis – un dio che ci crea a sua somiglianza e poi gli fa schifo – vedersi – forse un lampo – un tuono lontanissimo ma potente – mentre scrivo – se lo scrivo è davvero accaduto – per un po' di tempo – essere verdi insterstiziali – sonno nucleico fame chimica – farsi la propria dose di dopamina delle interazioni l'endorfina delle gratificazioni – un dio che crea un sole e ti dà gli strumenti compensativi e integrativi per intuirne l'improvvisa espansione e poi l'annichilirsi e lo spegnimento – l'ennesimo atomo d'odio #FFFFFF – eppure questo abbiamo – ragazzi – pensavo – ragazzi adesso è il vostro momento di illudervi – senza il range della temperatura dell'illusione – possiamo solo provare vergogna – e schifo – a vederci – dicono i golem – a vederci – iniziano e poi non continuano – meglio tenere accesa la fiaccola dell'illusione – il sole dell'illusione ha luci più precise – più utili – contorni più definiti – con la luce dell'illusione si vede se hai gli occhi aperti o chiusi sott'acqua – si vede che respiri e anneghi nello stesso tempo e si vedono i denti brillare perché mentre lo fai – ridi

 
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from Novità in libreria

Prima di proseguire nella presentazione delle novità di febbraio (nello specifico, quelle di martedì 25 febbraio), ci sono almeno 4 libri usciti venerdì 21 che mi erano sfuggiti.

VENERDÌ 21/2/25

  • RIVOLUZIONE! STORIA DI UN'IDEA di Paolo Pagani (Treccani). Il concetto di rivoluzione, analizzato come spartiacque nelle vicende storiche delle nazioni. Paolo Pagani racconta da dove nascono le rivoluzioni, da quali bisogni scaturiscono, e cosa comportano nelle loro ambiguità e lati oscuri. Per saperne di più: scheda libro.
  • IL TRENINO DEGLI ANIMALI DELLA FATTORIA (Doremì Junior). Libro cartonato con i puzzle, che, uniti, formano un trenino. Età di lettura: dai 3 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • MAPPE PER I PINGUINI E PER ALTRI ANIMALI VIAGGIATORI di Tracy Turner e Hui Skipp (Aboca Kids). Le mappe e i percorsi degli animali migratori: pinguini, farfalle, uccelli, tartarughe e tanti altri, per seguire le loro avventure e il loro straordinario senso dell'orientamento. Età di lettura: dai 7 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • TRAPPOLA SUL WEB – ESCAPE GAME di Nicolas Trenti (Gremese – L'Airone). Un pericoloso hacker minaccia di far esplodere una bomba a impulsi elettromagnetici. Il giovane lettore dovrà unirsi al team anti-cybercrime per trovare l'hacker e la bomba entro un'ora, grazie alla soluzione di enigmi logici e matematici. Età di lettura: dai 10 anni. Per saperne di più: scheda libro.

MARTEDÌ 25/2/25.

NARRATIVA:

  • L'ANTICO AMORE di Maurizio De Giovanni (Mondadori). Tre storie parallele, che narrano di amori irrisolti, complicati e strazianti: un poeta latino del primo secolo a.C., un giovane professore dall'infelice vita matrimoniale illuminato dalla passione per lo studio, un anziano accudito da una badante moldava. Per saperne di più: scheda libro.
  • ABITIAMO TUTTI QUI di Jojo Moyes (Mondadori). Un mondo familiare bislacco ma pieno di vita e contraddizioni ruota intorno alla protagonista, una scrittrice di successo: i figli, il patrigno, un cane e adesso anche il padre biologico, di ritorno dagli USA... tutti nella stessa casa a North London. Per saperne di più: scheda libro.
  • L'AVVELENATRICE DI UOMINI di Cathryn Kemp (Nord). Romanzo storico in cui una donna, nel pieno del XVII secolo, impara da sua madre a fabbricare un potentissimo veleno, che consegna a donne maltrattate e vessate per liberarsi dei mariti violenti. Per saperne di più: scheda libro – al momento in cui scrivo il sito non è disponibile, ma spero che ripristineranno il collegamento.
  • IL PRINCIPE AZZURRO di Diego Cugia (Giunti). Nel 1266, il principe Corradino di Svevia aveva 16 anni, ma ebbe la forza e il coraggio di raccogliere un esercito e di scendere in Italia per unirla e liberarla dal potere temporale del papa. Per saperne di più: scheda libro.
  • ERA di Jennifer Saint (Sonzogno). La storia della sorella e compagna di Zeus, esclusa dal dominio del mondo dopo la lotta contro il padre Crono. Un nuovo romanzo mitologico al femminile dall'autrice di altri libri di genere, pubblicati sempre da Sonzogno: ATALANTA, ELETTRA e ARIANNA. Per saperne di più: scheda libro.
  • LE CONDIZIONI IDEALI di Mokhtar Amoudi (Feltrinelli Gramma). Skander, ragazzo della banlieue parigina, è sballottato da una famiglia affidataria all'altra: grazie alla sua naturale curiosità, scopre il mondo nella lettura dell'enciclopedia Larousse. Una storia di formazione e riscatto sociale. Per saperne di più: scheda libro.

NOIR, GIALLI E THRILLER:

  • FATAL INTRUSION di Jeffrey Deaver e Isabella Maldonado (Longanesi). L'agente dell'FBI Carmen Sanchez è integerrima e ligia al dovere, ma quando sua sorella sfugge per un pelo a una feroce aggressione, capisce che deve fronteggiare uno spietato killer, abilissimo nella fuga e nel mimetismo. Con l'aiuto del professor Jack Heron, esperto di sicurezza privata, forse Carmen dovrà rinunciare a seguire le regole e i protocolli... Per saperne di più: scheda libro.
  • LA CONTRORA DEL BAROLO di Orso Tosco (Rizzoli). Nel basso Piemonte, il commissario Gualtiero Bova, detto il Pinguino, deve scontrarsi con una rete di criminali sanguinari e spietati. Tutto parte dal furto di un cadavere dal cimitero... Per saperne di più: scheda libro.
  • SANTI IN PARADISO di Sommo Marsico (Feltrinelli). Un noir che vede una coppia di investigatori stranissima: due soci di uno studio legale che devono indagare sui misteri che girano attorno a un monastero di suore vicino Pescara. Un legal thriller ironico e beffardo che esplora il mondo ecclesiastico nelle sue luci e ombre. P.S.: Sommo Marsico è lo pseudonimo sotto cui si nascondono due autori, profondi conoscitori delle questioni della chiesa. Per saperne di più: scheda libro.
  • Sempre per Feltrinelli: GIORNO DI RISACCA di Maylis de Kerangal. La vita di una donna parigina viene sconvolta: sulla spiaggia di Le Havre, città dove è nata e cresciuta, è stato trovato un cadavere di un uomo: chi è quell'uomo? E perché aveva in tasca il suo numero di telefono? Tutto ruota intorno ai ricordi di Le Havre, città che si affaccia sul canale della Manica. Per saperne di più: scheda libro.
  • IL DILEMMA DEL CARNEFICE di Massimo Tivoli (Giunti). Un serial killer imperversa a L'Aquila, costringendo le sue vittime a compiere orribili scelte strazianti. Sul caso indaga l'ispettore Gianni Lovita, inaspettatamente aiutato dalla geniale sorella Pia, che però è chiusa nel suo mondo, per via dell'autismo. Per saperne di più: scheda libro.

FANTASY E HORROR:

  • GODKILLER di Hannah Kaner (Mondadori). Un fantasy che racconta la storia di una guerriera che si guadagna da vivere uccidendo divinità: guerre civili, demoni, cavalieri, magia e missioni segrete... insomma, ci sono tutti gli elementi per intrigare il lettore appassionato di epica fantasy. Per saperne di più: scheda libro.

POESIA

  • CARALUCE di Franco Arminio (Rizzoli). Una mappa di luoghi invisibili, fatti di piccole cose semplici, come nello stile di Franco Arminio: spazi di fantasia, universi che si trovano intorno a noi, che possiamo visitare solo se li cerchiamo. Per saperne di più: scheda libro.

FUMETTI E GRAPHIC NOVEL:

  • RE CERVIN – VOL.1 di Kousuke Hamada (Star Comics). Manga fantasy (genere seinen, ovvero adatto a un pubblico maturo): il re Cervin perde il suo trono, e il paese viene distrutto da un'invasione nemica. Sua figlia Arsinoe cerca di fermare il drago che è stato risvegliato dall'attacco, ma le costa la perdita della memoria. Il padre, re senza trono, e la figlia, principessa senza memoria, iniziano così un viaggio in esilio. Interessante! Per saperne di più: scheda libro.

SAGGISTICA:

  • Per Gribaudo abbiamo due titoli molto “verdi”:
    • ERBE AROMATICHE di Matteo Cereda e Pietro Isolan (scheda libro): suggerimenti, tecniche e metodi per riconoscere e coltivare 30 tipi di piante aromatiche, con tutte le istruzioni per conservarle e usarle in cucina.
    • GIARDINAGGIO (scheda libro): un manuale completo step by step per principianti ed esperti: basta un piccolo giardino.
  • VITE AL FRONTE di Luca Steinmann (Rizzoli). Aggregato a eserciti e popolazioni nei più remoti teatri di guerra, dal Donbass, al Libano, al Nagorno Karabakh, Luca Steinmann racconta le vite di soldati e civili travolte dai conflitti, raccogliendo le loro testimonianze. Per saperne di più: scheda libro.
  • UFO, FENOMENO O MITO? di Edoardo Russo (Rizzoli). L'autore è il portavoce del Centro Italiano Studi Ufologici: in questo libro raccoglie e analizza le testimonianze più eclatanti riguardo al fenomeno affascinante degli avvistamenti di Oggetti Volanti Non Identificati. Per saperne di più: scheda libro.
  • CIÒ CHE AMORE NON È di Gianfranco Damico (Feltrinelli). Le relazioni cosiddette “tossiche” sono spesso frutto di false credenze in merito a cosa sia l'amore e a come debbano funzionare i rapporti di coppia. Questo libro cerca di identificare queste idee che trasformano le relazioni in trappole, cercando di dare gli strumenti per disinnescarle. Per saperne di più: scheda libro.
  • IL RICHIAMO DELLA MONTAGNA di Matteo Righetto (Feltrinelli). La montagna di Matteo Righetto è l'ipostasi della natura stessa, con cui ritrovare una simbiosi e un contatto reciproco. Un libro di riflessioni sull'idea di “selvatico”, ovvero il richiamo ancestrale che l'essere umano prova di fronte al maestoso ambiente selvaggio della montagna. Per saperne di più: [scheda libro][(https://www.feltrinellieditore.it/opera/il-richiamo-della-montagna/).
  • DENTRO IL GRANDE GIOCO di Emilio Mola (Rizzoli). La politica internazionale spiegata dal seguitissimo blogger e divulgatore Emilio Mola: come funzionano gli equilibri tra gli Stati, le loro dinamiche, i disordini e gli scontri tra USA, Cina, Europa e Russia. Per saperne di più: scheda libro.

INFANZIA E RAGAZZI:

  • PRINCIPESSE DA FAVOLA di Sophie Moronval, illustrazioni di Paula McGlain (Gribaudo). Un albo illustrato (e chiuso con un bel nastrino) che racconta le storie di 15 principesse moderne e coraggiose di regni immaginari: fra loro una principessa astronauta, una che ama leggere, una che inventa sempre nuovi oggetti e giocattoli... ogni pagina si estende con un'aletta che rivela le avventure di ognuna di esse. Età di lettura: dai 4 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • LUCCIOLE, SQUALETTI E UN PO' DI PASTINA di Donatella Di Pietrantonio (Salani). Una serie di raccontini commoventi e delicati, con le illustrazioni di Andrea Tarella: uno squaletto viene escluso dai giochi dei compagni per via dei suoi dentini aguzzi, l'origine delle lucciole (che erano stelle, stanche di stare fisse nel cielo), una scatola di pastina a forma di lettere che si annoia sullo scaffale... È il primo libro per bambini della vincitrice del Premio Strega e del Premio Campiello. Età di lettura: dai 6 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • WILLOW E LA FORESTA MAGICA di Sabine Bohlmann (Gribaudo). Willow, insieme a suo padre, eredita da zia Alwina un intero bosco, ma l'eredità consiste anche nei poteri da strega che mettono Willow in contatto con la natura. Età di lettura: dai 9 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • LEZIONI DI GRAMMATICA di Simone Filippini (Gribaudo). Un piccolo manuale di grammatica italiana simpatico (e assolutamente non noioso!) per risolvere tutti i piccoli dubbi che ci vengono quando dobbiamo parlare o scrivere correttamente, e per mettere tutti gli accenti e le virgole al posto giusto. Età di lettura: dai 10 anni. Per saperne di più: scheda libro.
 
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from Sguardi nel web

Filen.io Cloud


Filen.io è un servizio di cloud storage con tecnologia “zero-knowledge” conoscenza zero e crittografato lato client possibilità di sincronizzare le vostre foto e video da cellulare con la sua app dedicata e prendere note

  • avete la possibilità di avere un piano gratuito con 10 GB di spazio a disposizione.
  • iscrivendovi da questo link avrete ulteriore 10 GB di spazio per un totale di 20 GB aumentabili a 40 GB se invitate altri utenti con il vostro codice che vi viene fornito all'iscrizione.

ma cosa più interessante è la possibilità dei piani a pagamento, soprattutto il piano “starter lifetime” con 100 GB che vanno a sommarsi ai 40 GB ad un costo di 29.99 € una tantum disponibile solo per pochi iscritti a tempo limitato.

 
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from cronache dalla scuola

Quando i docenti si incontrano per i corridoi, nella sala docenti, quando si scrivono messaggi su WhatsApp o si mandano email difficilmente parlano di didattica o contenuti inerenti alla loro disciplina. In genere parlano dei ragazzi. Continuamente i docenti parlano dei ragazzi più di quanto i ragazzi possano pensare. Ragionano di loro, si lamentano per i tradimenti, per le disillusioni e – talvolta – mostrano entusiasmo, timido, per alcune cose che sono riuscite. Parlano del loro carattere, di come cambiano nel tempo, di come funzionino bene con altri simili a loro o si annullino, a seconda delle malformità dell'animo e della classe. Ne parlano con rabbia, a volte, con rammarico, con sarcasmo o con stupore. Con le parole cercano di tenerli sotto controllo, ma anche di capirli, di armonizzarli. Parlano delle loro famiglie, sussurrano i problemi più profondi, si chiedono come poter fare qualcosa. Ci sono voci di docenti che sono più forti, altre più sottili, alcune sono voci che tendono a costruire discorsi, altre a distruggerli, alcune voci sono più deboli ma anche più determinate. Alcune voci sono affettuose, altre fanno paura a sentirle. Tutte sono lì assieme, si impastano in un grosso mormorio che è una parte della scuola sconosciuta, forse la più interessante e lasciata a se stessa, alla volontà del singolo, all'inuizione, a una formazione spesso invisibile e inconsistente. Tra queste voci passa la storia degli studenti, la narrazione della loro partecipazione o della loro scomparsa. Quando suona l'ultima campanella, gli studenti escono con un frastuono standard, che non si sente nemmeno. Poi la struttura piomba in un crocicchio di voci lontano: sono quelle dei docenti che – abbandonate le classi – si incontrano, a coppie si sfogano, creano cappannelli, si salutano e non se ne vanno, si abbandonano, vanno a cercare qualcosa negli armadietti, continuano a parlare di quegli spettri incasinati che sono appena fuggiti, tengono viva la scuola finché anche questa si spegne nel preserale invernale.

 
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from Novità in libreria

NARRATIVA:

  • LA FINE DEL VIAGGIO di R.C. Sherriff (Fazi). La guerra opera cambiamenti tremendi nelle persone che vi prendono parte. Ce lo racconta questo testo teatrale del 1928, che ambienta alla fine della prima guerra mondiale le vicende di un gruppo di soldati inglesi in trincea. Per saperne di più: scheda libro.

SAGGISTICA:

  • DRAW YOUR WAY – ACQUERELLI BOTANICI di Harriet de Winton (Guido Tommasi). Non si tratta di un normale colouring book: gli acquerelli floreali, già presenti nelle pagine, potranno ospitare scarabocchi e tratti di penna o matita, per seguire la fantasia e la creatività. Per saperne di più: scheda libro.
  • APOCALISSE di Giulio Barbieri (Cantagalli). La visione di Giovanni, così piena di simboli e immagini iconiche, è qui spiegata nella sua attualità e nelle sue metafore. Per saperne di più: scheda libro.
  • QUESTO È IL FUOCO della Scuola Holden (Solferino). Un manuale di scrittura creativa a cura della nota “scuola” di scrittori fondata a Torino da Alessandro Baricco. Strumenti, consigli, pratiche ed esempi per capire cosa viene prima e attorno all'atto creativo dello scrivere. Per saperne di più: scheda libro.

INFANZIA E RAGAZZI:

  • ODIO LA NANNA! di Georgie Birkett (Ape Junior). Il ranocchietto Cosmo non ha mai voglia di andare a dormire, e quando è ora della nanna ci sono tantissime cose che vorrebbe fare: finire la sua ode al formaggio, provare le mosse di karate, prendere il tè con Moreno l'Alieno, eccetera. Di giorno, però, Cosmo fa grandi sbadigli: infatti è stanchissimo... Un libro destinato a tutti i piccoli lettori che odiano fare la nanna (e ai loro esausti genitori). Età di lettura: dai 3 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • LA VITA SEGRETA DEGLI ALBERI di Laura Fraile, illustrazioni di Rena Ortega (Aboca Kids). Tutte le curiosità del mondo degli alberi: quello più vecchio, il più alto, gli alberi “timidi” e quelli con un carattere “dominante”; un libro per imparare tutto quello che c'è da sapere sui nostri amici del regno vegetale. Età di lettura: dai 7 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • LA RAGAZZA DA ODIARE di Lee Kkoch-nim (La nuova Frontiera). Due giovani amiche, Ju-yeon e Seo-eun, sono inseparabili fin dalla scuola elementare, ma quando Seo-eun viene trovata morta dietro la scuola, i sospetti ricadono subito su Ju-yeon, che però non ricorda nulla di quel giorno fatale. Giornali e televisioni, quindi, cominciano a scavare nel rapporto tra le due amiche, fra segreti e ambiguità. Thriller psicologico coreano per i lettori e le lettrici dai 14 anni. Per saperne di più: scheda libro.
 
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from Le copertine

Come un'emozione può cambiare il mondo

Le rage rooms e la rabbia delle donne

Copertina andata in onda il 10.10.2024

Stanno sorgendo un po’ dappertutto: dopo aver conquistato americani e giapponesi, hanno cominciato a spuntare in varie città d’Italia, da Milano a Roma, da Rimini a Bari, e anche in Svizzera.

Sono le rage rooms, le stanze della rabbia: ci si iscrive online o telefonando, ci si presenta il giorno e l’orario pattuito e si viene addestrati dagli addetti ai lavori circa il regolamento e l’uso corretto del luogo.

A disposizione ci sono mazze da baseball, ferri da golf, badili, piedi di porco e dopo aver indossato il vestiario antinfortunistico si può iniziare l’opera di distruzione: il kit di oggetti da rompere viene fornito dal personale.

Non è consentito distruggere il locale ma per il resto tutto è lecito: scegliere la musica di sottofondo, gridare parolacce o inveire contro il capoufficio.

È assodato – ci ha spiegato Franco Palazzi, autore del volume La politica della rabbia, che l’incapacità di articolare la rabbia costituisce una componente significativa sia della depressione sia dell’ansia, condizioni diagnosticate molto più frequentemente nelle donne che negli uomini, mentre il maggior tasso di sofferenza mentale femminile è confermato da studi che mostrano come le donne provino sistematicamente più rabbia degli uomini.

A dare un nome e strumenti di espressione alla rabbia femminile ci hanno provato a partire dagli anni ‘60 le femministe, portandola in piazza, urlandola nei megafoni, teorizzandola nei loro volantini e nei loro libri.

Una di loro, l’americana Shulamith Firestone, proponeva una modalità di protesta piuttosto originale, cioè un boicottaggio dei sorrisi, che avrebbe permesso alle donne di abbandonare il sorriso che chiamava “di cortesia”, iniziando a sorridere solo quando qualcosa faceva loro realmente piacere.

Un modo – spiega ancora Franco Palazzi – per liberarsi di quella sottile forma di oppressione interiorizzata che era (e forse è ancora ) l’obbligo di sorridere agli altri – soprattutto uomini – per metterli a proprio agio.

Non stupisce dunque se le rage rooms piacciono soprattutto alle donne, tra i 25 e i 40 anni.

Ma veramente la rabbia si può evacuare chiudendola in una scatola da nascondere sotto il letto? Forse erano più sagge quelle femministe che la portavano in strada, la facevano prendere aria, la ammaestravano collettivamente e la facevano diventare una fionda contro i loro oppressori.

 
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from Magia

Io amo il poco, ciò che è semplice, la qualità, la lealtà, la sincerità, ciò che è raro e prezioso! L'essenza delle cose, degli sguardi, un sorriso, una carezza, le note di una canzone, le sfumature e l'incanto di un' alba, un tramonto, il susseguirsi di nuvole e scie, voli infiniti nell'immensità del cielo!

 
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from GRIDO muto (podcast)

🌿 Esiste una “cura” per l'artrite? 💡 Ecco cosa faccio io. 🌟

Ecco, ecco tutto quello che faccio per farmi passare l'artrite.

In questo episodio ti racconto cosa si può fare concretamente per risolvere una volta per tutte l'artrite.

Se preferisci ascoltare anziché leggere la trascrizione del podcast, puoi trovare l’episodio, il n. 19, in tutte queste piattaforme (e in tutte le altre gratuite).

-Castopod (fediverso): https://castopod.it/@gridomuto/episodes/quali-farmaci-per-l-artrite-scopri-la-cura-che-funziona-per-me-m1tip – Youtube: https://www.youtube.com/@gridomuto (dalle ore 18:00 dell'11/3). – Spotify: https://open.spotify.com/episode/6g0VZX6gfaxXIZf5e1muJS

Beh, se dovessi dirti cosa si può fare concretamente per risolvere l'artrite, potremmo già chiudere qui la puntata, perché non c'è niente che si possa fare per risolvere definitivamente questo problema.

“Ma come!”, mi dirai tu, “Non esiste una cura? Ti stai sbagliando, Simone, le cure ci sono!”.

A mio avviso, questo è un grande equivoco e, se mi segui attentamente, ti spiego il perché. Per farlo, però, dobbiamo vedere insieme alcune informazioni sui diversi farmaci. Sarà un po' tecnica questa puntata, ma credo che ne valga la pena, perché alla fine ti darò quelle che ritengo le mie soluzioni.

Come sempre, è importante partire dalle parole, perché le parole codificano i nostri pensieri e i concetti e, su certi temi, occorre procedere con la precisione che solo le parole giuste riescono a darci. Se cerco la parola “cura” sul dizionario Treccani, trovo diversi significati, ma per quanto riguarda l'ambito medico, la definizione di cura è “il complesso dei mezzi terapeutici e delle prescrizioni mediche che hanno il fine di guarire una malattia”. Prendiamo questa definizione e mettiamola un attimo da parte e andiamo a vedere quali sono oggi i farmaci che si possono usare per il trattamento dei pazienti che soffrono di artrite e vediamo alla fine se è vero che esiste una cura. Va detto che non sono un medico e quindi cercherò di semplificare al massimo in base alle ricerche che ho fatto e al mio grado di comprensione. Se qualcuno all'ascolto è più esperto di me e desidera correggermi, ben venga. Scrivetemi le vostre osservazioni nei commenti sotto questo episodio.

Il trattamento più semplice per i pazienti che soffrono di artrite è quello che abbiamo ampiamente visto, di cui abbiamo ampiamente parlato: gli antiinfiammatori. Questi farmaci, di solito, vengono chiamati FANS, ossia antiinfiammatori non steroidei. Sono quelli che si possono trovare in farmacia e non c'è bisogno di ricetta per acquistarli. Risolvono per sempre l'artrite? No. Tolgono l'infiammazione al corpo per un po' di tempo e il dolore naturalmente, che viene di pari passo con l'infiammazione. Ma visto che i nostri corpi si infiammano da soli a causa del sistema immunitario che non funziona bene, una volta finito l'effetto dell'antinfiammatorio, l'infiammazione e il dolore torneranno. Infatti, il nostro sistema immunitario continuerà a funzionare male come sempre e ricomincerà ad infiammare le articolazioni e il corpo. Gli antiinfiammatori sono una cura per l'artrite, dunque? No.

Gli effetti collaterali più comuni di queste sostanze, come l'Ibuprofene ad esempio, sono ulcere a livello dello stomaco e sanguinamento dell'intestino o anche gravi problemi a carico del fegato e del cuore. Insomma, non sono una passeggiata. Come dicevo nelle puntate precedenti, non sempre sono sufficienti per togliere il dolore e, non essendo risolutivi, avremmo bisogno di prenderli troppo spesso per stare bene sempre.

Salendo di livello, c'è il cortisone e tutti i farmaci conosciuti come corticosteroidi. Occorre parlarne con il proprio medico o reumatologo, ovviamente, prima di assumerli, che valuterà se è il caso e li prescriverà. Anche in questo caso, non si possono prendere in eterno. Sono abbastanza efficaci nel ridurre l'infiammazione, ma ci possono essere effetti collaterali anche gravi. Alcuni di questi sono l'aumento del peso, il diabete, cambiamenti di umore repentini, maggiore esposizione ad alcuni tipi di infezioni fungine, ad esempio, e altre cose.

Con la progressione della malattia, però, arriva un momento in cui questi farmaci non bastano più. L'infiammazione è così forte! E continua ad avanzare e a danneggiare le articolazioni tutti i giorni. I

n questi casi, i farmaci da banco non sono sufficienti per i pazienti che si trovano ad avere un dolore costante e incapacità di fare alcune cose. Allora si va o si torna dal reumatologo che, dopo avere prescritto tante analisi ed esami che si spera portino a una diagnosi accurata, se non esiste già, si può passare alla fase successiva.

In passato si usavano farmaci immunosoppressori. Come dice la parola stessa, sono medicinali che vanno a inibire alcune delle attività del sistema immunitario, che sono quelle che vanno a causare l'infiammazione. Nonostante abbiano ormai una certa età, questi farmaci si usano ancora, ma si è visto che non si limitano ad agire soltanto sul sistema immunitario: possono provocare effetti e problemi anche in altre funzioni del corpo umano. Nei casi più gravi, si parla di danni al fegato, polmoni, nausea e anche a una maggiore facilità per i pazienti di contrarre le infezioni più comuni, virali o batteriche. Con il tempo, si è cercato di trovare altre soluzioni, per così dire, più accurate per il trattamento dei pazienti e sono nati i farmaci biotecnologici o, più semplicemente, biologici. Si chiamano così perché non sono sintetizzati, ma vengono prodotti da organismi cellulari appositamente selezionati. Parliamo anche degli inibitori del TNF alfa.

È come se i biologici fossero una grande famiglia di farmaci e gli inibitori del TNF alfa fossero un ramo specifico di questa famiglia.

Ognuno di questi farmaci agisce in modo mirato su uno dei meccanismi che generano l'infiammazione nelle articolazioni del corpo. Gli effetti indesiderati più gravi vanno dall'aumento del rischio di infezioni all'aumento del rischio di sviluppare alcuni tipi di cancro, ma anche problemi cardiaci, neurologici e di altro tipo.

Per queste ragioni, sia i biologici che gli immunosoppressori classici non sono in vendita in farmacia come molti altri farmaci, ma vanno somministrati dal reparto di reumatologia, che provvede anche a monitorare il paziente nel tempo per verificare sia l'insorgenza di problemi collaterali che l'effettiva efficacia del farmaco. Certamente, perché oltre a tutti i rischi, il fatto è che questi farmaci non sono immediatamente efficaci su tutti i pazienti. Basta cercare un qualsiasi gruppo di pazienti con l'artrite su qualsiasi social e verificare di persona le esperienze riportate da chi assume questi farmaci. Alcuni riportano di non avere più infiammazione e dolore e questo è fantastico, oggettivamente, mentre per altri l'esperienza è un po' diversa e, dopo anni di tentativi, non riescono ancora a trovare il prodotto giusto e continuano, diciamo, a cambiare un farmaco dopo l'altro, sperimentarlo per un lungo periodo e poi cambiare ancora. Sia gli immunosoppressori che i farmaci biologici vanno assunti a tempo indefinito, perché non appena si smette, il nostro sistema immunitario impazzito ricomincia a fare il suo lavoro. Sì, ci sono casi in cui le persone che hanno assunto i biologici smettono di prenderli e non hanno più alcun problema, ma sono casi davvero rari. In questo caso si parla di remissione della malattia, che, tra l'altro, può non essere una condizione definitiva, la malattia può rimanifestarsi di nuovo e in quel caso bisogna ricominciare tutto da capo. Ti lascio qualche studio linkato in descrizione, se sei interessato o interessata ad approfondire questi numeri maggiormente. T

orniamo quindi al punto di partenza: esiste una cura per l'artrite oppure no? Anche basandoci soltanto su quanto abbiamo detto finora, a me viene da dire di no, perché una cura è qualcosa, come abbiamo visto dal dizionario Treccani, di risolutivo, di definitivo. Un farmaco che va assunto tutti i giorni o tutte le settimane o tutti i mesi affinché il paziente stia meglio non è una cura, è una terapia. Siamo d'accordo su questo? Io lo definirei più una terapia o un trattamento e la definizione della Treccani, in effetti, sembrerebbe darmi ragione, ma anche qui sono pronto ad accettare critiche costruttive e poi, diciamo, non siamo qui a fare questioni di lana caprina. Però, effettivamente, questi farmaci, diciamo così, non risolvono per l'eternità. Nella vita e nel linguaggio di tutti i giorni, nel linguaggio parlato, siamo abituati a parlare di cure per l'artrite come se parlassimo di terapie, ma non sono la stessa cosa. Non diciamo che la cura per il diabete è l'insulina, siamo d'accordo? Questi sono soltanto farmaci che migliorano i sintomi o, al massimo, riducono temporaneamente gli effetti della malattia. Chi soffre di artrite deve prepararsi a fare dei trattamenti, ma una vera e propria cura definitiva, risolutiva, non c'è, secondo me. Quelle poche persone a cui capita di stare bene anche senza assumere più nessun farmaco biologico,secondo me, possono ritenersi davvero molto, molto fortunate. E poi tutto questo riguarda l'artrite. Ma per chi, come me, soffre anche di fibromialgia, non c'è soluzione.

Per quanto mi riguarda, sono stato costretto a meditare su tutto questo già nel 2023. Già all'inizio dell'anno avevo ormai capito che una buona parte del dolore che non mi dava tregua non veniva dall'artrite; non poteva essere l'artrite a provocare quel dolore simile ad una nevralgia che era in tutto il corpo. Avevo la sensazione che tutto il mio corpo fosse percorso da una specie di scossa elettrica dolorosa. Non sarei neanche riuscito ad indicare un punto preciso in cui stavo provando il dolore. Nei muscoli grandi come quelli delle cosce o della schiena, oppure vicino alle spalle, era qualcosa di insopportabile, da non riuscire a dormire. Nei polpacci, anche, c'erano e ci sono ancora dei momenti in cui mi sembrava che qualcuno mi stesse piantando dei chiodi nei muscoli, come delle coltellate; così, senza motivo. Mi capita ancora di provare delle sensazioni così dolorose e improvvise e mi è impossibile non urlare o esclamare. Provo a contenermi perché, per esempio, in ufficio non è il massimo, magari durante una riunione o al cinema, ad esempio. Però succede. Oltre questo, una perenne sensazione di stanchezza e mancanza di forza nei muscoli, in particolare per i movimenti di precisione. Non so se ti ricordi, ma ti ho raccontato che ero un chitarrista e quindi io credo che la mia progressiva incapacità a suonare fosse dipesa proprio...come dire, dall'avvento della fibromialgia. Dicevamo, una perenne sensazione di stanchezza, quasi come in quel periodo in cui non riuscivo neanche ad alzarmi dal letto quando avevo 30 anni. Mi capita di non riuscire a ragionare lucidamente, di non ricordare il nome di alcuni colleghi o il cognome di colleghi che vedo ogni giorno. Tutto questo è stato anche aggravato dalla COVID quando l'ho presa. Prova tu a trovare un'email tra un milione di altre senza ricordare come si chiama chi te l'ha mandata. Dimentico tutto e per questo cerco di scrivermi tutto. Il mio cellulare è pieno di promemoria e appuntamenti.

Nel 2023 ero messo così male da questo punto di vista che non mi rendevo neanche conto di essere in quello stato. Era come se le mie capacità mentali si fossero ridotte di 10 volte e come se fosse così da sempre. Alle Canarie, come ti raccontavo, invece, continuavo a stare benissimo. Praticamente ero una persona diversa, mi sembrava incredibile, avevo la sensazione che tutti i ricordi che avevo della mia condizione quando ero a casa riguardassero un'altra persona. Era così forte la differenza che mi sembrava di essere due persone diverse. E poi c'è la rigidità: la rigidità muscolare, tutto il corpo costantemente teso, anche quando non lo vuoi, anche se non c'è motivo, anche se non sei preoccupato.

Ogni movimento è doloroso, specie al mattino. La sensazione di gonfiore dappertutto è molto fastidiosa; non sai più cosa dipende da una patologia e cosa dall'altra.

È stato proprio nel 2023 che, per la prima volta, anche il reumatologo mi disse che poteva trattarsi di fibromialgia. Poteva, sì...poteva. Anzi, dai sintomi che descrivevo, era molto probabile che fosse così, ma lui non poteva diagnosticarla, perché per diagnosticare la fibromialgia non esiste un esame. Si valuta se il paziente provi dolore in alcuni punti e, nel mio caso, in quei punti anche l'artrite provoca forte dolore. Come si distingue, allora, il dolore dell'artrite da quello che potrebbe dare la fibromialgia? Non si può! Ed ecco perché la fibromialgia non mi è mai stata diagnosticata, neanche nel 2024 quando tentai di avere un secondo parere. Di nuovo la stessa risposta: “Probabilmente c'è, ma non è rilevabile con certezza, perché non c'è un esame oggettivo che possa rilevarla, come un prelievo del sangue, e quindi non è diagnosticabile”.

Oltre il danno, la beffa. Non so se ti sei accorto, tra l'altro, che nel corso di questo podcast a volte ho difficoltà ad articolare le parole, ma non posso farci niente, perché dipende dai muscoli della faccia. Questo è la fibromialgia.

Comunque, fu proprio in quelle due occasioni, nel 2023 e nel 2024, che mi proposero di assumere farmaci biologici come terapia, almeno per contrastare l'artrite, ma c'è un problema: anzi, più di uno.

Devi sapere che da sempre sono ipersensibile ai farmaci. Mi fanno effetto, sì, ma mi vengono sempre anche degli effetti collaterali previsti sul foglietto illustrativo, moltissimi effetti collaterali; e non pensare che io sia ipocondriaco: non è che leggo il foglietto e poi mi convinco anch'io di avere quelle cose. È l'esatto contrario; prendo le medicine, comincio ad avere le cose più strane e, puntualmente, le ritrovo sul foglietto che leggo soltanto dopo per andare a vedere se i sintomi che ho possono essere ricondotti a degli effetti collaterali.

E non sono neanche una persona che rifiuta i farmaci a prescindere! Ho fatto tutte le vaccinazioni possibili, anche più volte; non ne ho paura e sono davvero convinto che siano molto utili. Come reagirebbe il mio corpo ad un farmaco così pesante come il biologico, ad un farmaco che presenta quegli effetti collaterali anche così gravi che ti ho detto prima? Ci ho pensato tantissimo, sono stato combattuto per tantissimo tempo, ma...non è per me. Ho pensato tanto se farlo oppure no, ma davvero non è per me. Vivrei continuamente nel terrore che qualcuno di quegli effetti potrebbe saltare fuori e alcuni di questi effetti sono...come dire...definitivi.

Io sono un codardo, forse, ma il coraggio di provare e vedere come va non ce l'ho.

Anche se il peggio non succedesse, ci sono degli aspetti pratici che non riesco proprio ad ignorare. Per prima cosa, ho paura degli aghi, anzi, diciamo pure una fobia e questi farmaci me li dovrei iniettare da solo, forse anche una volta alla settimana. Non ce la farei mai. Oltre a tutto questo, sarebbe complicatissimo portarli con me in viaggio e, se mi hai seguito sul mio canale principale, che è “Simone viaggiatore” (vallo a vedere se non l'hai ancora visto), sai quanto tengo alla possibilità di viaggiare.

In base al tipo di farmaco che il reumatologo prescriverebbe, ci sarebbero anche altre difficoltà.

Non dovrei espormi al sole (e torniamo al discorso del viaggiare). Ancora: ci vogliono molte precauzioni nel caso in cui si debba fare un intervento chirurgico, ad esempio, nel caso in cui ci si ammalasse. Io, negli ultimi anni, ho fatto, ad esempio, un impianto dentale all'anno, tanto per capirci. Come farei? Sarebbe una continua gestione di questi due mondi. In queste situazioni, i farmaci biologici andrebbero sospesi per poi ricominciare successivamente, quindi perdendo magari gli eventuali effetti positivi. Ricorda cosa ti ho detto prima: con i biologici o gli immunosoppressori ci si può ammalare più facilmente. Se ti ricordi bene, dall'inizio di questo podcast, io ti ho sempre raccontato quanto sia facile per me ammalarmi di qualsiasi cosa o di prendere anche malattie dell'infanzia più volte, intendo. Proprio mentre stavo creando questo podcast, ad esempio, ho preso qualcosa di molto simile alla pertosse che è durato più di due mesi e mi ha costretto a rimandare la registrazione di queste puntate della seconda parte del podcast, mi ha lasciato senza voce e con una tosse continua giorno e notte che era impossibile da fermare.

Se sono già così suscettibile alle malattie senza prendere gli immunosoppressori, te lo immagini cosa mi succederebbe se prendessi un biologico che solitamente abbassa le difese? Io non sono pronto a tutto questo.

Ma allora, mi dice qualcuno, non ti curi?

No, per il momento non prenderò il biologico e nemmeno gli immunosoppressori. Questa è la scelta che ho fatto e sono pronto a cambiare idea in qualsiasi momento se non avessi un'altra via d'uscita. Anche se ho rifiutato questi trattamenti, però, non significa che io non stia facendo nulla. Anzitutto, l'attività fisica è importantissima. Ad aprile del 2024 ho smesso di andare in palestra dopo 25 anni e gli effetti si sono visti dopo poche settimane, come dal giorno alla notte. Non ce la facevo più a mantenere un ritmo regolare degli allenamenti e il costo era anche molto alto (della palestra), visto che ci andavo pochissimo, ma sarebbe stato meglio continuare anche senza essere regolari. Voglio riprendere quest'anno anche per aiutarmi con la gestione del peso. Ho comunque cercato di andare in bici il più possibile e, anche se ne uso una bici elettrica, cerco di regolarla in modo che io faccia almeno metà dello sforzo, a volte di più. Cerco di camminare e, in viaggio, faccio sentieri facili ed esploro le città a piedi. Ogni volta che rientro da un viaggio mi sento molto più vitale e allenato, e viaggio abbastanza spesso. Cerco di curare l'alimentazione integrando la vitamina D e, soprattutto, prendendo tanti Omega3 con l'olio di lino ad esempio e i semi di chia che sono una sorta di antinfiammatorio naturale. È proprio grazie all'olio di lino che, dopo tanti anni, le mie dita hanno finalmente smesso di spaccarsi e la psoriasi è molto meno marcata di prima, anche se ogni tanto rialza la testa, ma si riesce a tenere abbastanza a bada. Provare per credere!

Ma bisogna assumerne tanto durante il giorno. Così ho rimosso dalla dieta l'olio di oliva e il burro per evitare di assumere nel complesso troppi grassi. Ora i grassi che assumo sono principalmente Omega3.

La cosa più importante di tutte, che ha dato una svolta alla gestione della mia malattia, sono stati i farmaci ayurvedici che ho iniziato a prendere tanti anni fa e finalmente sono pronto a darti qualche dettaglio in più, compresi gli effetti collaterali e i rischi di questa soluzione. Acquisto questi prodotti su eBay e mi arrivano direttamente dall'India, ma ci si può rivolgere anche direttamente ai produttori tramite i loro siti. Il rimedio ayurvedico di cui sto parlando si chiama Trayodashang Guggulu; ha un nome un po' particolare e a volte si trova anche come Triyodashang Guggulu e dipende dal produttore, dall'area geografica, suppongo. Comunque, nella descrizione di questa puntata ti lascio tutti i riferimenti con la scritta precisa di come si chiama questo rimedio.

È composto di piante e radici e, con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, ho tradotto i nomi delle piante utilizzate, che sono scritte in hindi, e ho potuto capire meglio di cosa si trattasse. Te le lascio anche queste nella descrizione dell'episodio. Ma ad esempio, per farti capire, c'è lo zenzero, c'è del pepe, ci sono i semi di finocchio, la curcuma e altre cose che conosciamo molto bene anche in Occidente. Poi ci sono invece alcune piante che qui da noi non esistono, come ad esempio la Pluchea lanceolata, la cui radice è un immunomodulante. C'è la Withania somnifera, una pianta che troviamo anche qui da noi in erboristeria e che dà la lucidità mentale che mi serve e mi fa tornare la voglia di fare, ma che allo stesso tempo favorisce il rilassamento e il sonno. La componente principale del farmaco è il guggulu, che è la resina di una pianta della famiglia della mirra che qui da noi non cresce, però il suo odore di queste compresse è simile a quello che si sente molto quando si va in chiesa e si sente l'odore della mirra che noi usiamo come incenso. Queste compresse di cui ti parlo hanno il potere di ridurre il dolore dell'artrite anche dell'80%, a volte anche del 90%, specialmente nelle mani e nei piedi. Mi danno energia, voglia di fare, lucidità mentale. Ovviamente, perché arrivino tutti questi benefici, bisogna prenderle per un po', diciamo almeno un mese, pranzo e cena. Per onestà, devo dirti che questi prodotti fanno molto bene per chi soffre di artrite, ma hanno anche loro dei rischi. A mio avviso, sono rischi ridotti rispetto a quelli del biologico, ma i rischi ci sono eccome, così come anche degli effetti collaterali.

Il primo appunto è che sono prodotti in India; non è un pregiudizio il mio, sono stato in India tre volte, però non posso dire se la produzione è rigorosa come per i farmaci che produciamo in Occidente oppure no. Sono preparati, diciamo, erboristici, quindi, in sostanza, bisogna fidarsi di chi li produce. Svolgono un effetto fluidificante sul sangue e quindi chi ha problemi di coagulazione, ad esempio, non può assumerli. Anche chi soffre di ulcera, gastrite o disturbi gastrici potrebbe vedere il suo bruciore aumentare o provare nausea e diarrea. Insomma, ci vogliono comunque un po' di precauzioni. Quanto costano? Beh, sicuramente più del biologico, perché il biologico viene passato dal Servizio Sanitario Nazionale, ma diciamo che se una dose di biologico può arrivare a costare anche €1000 al Servizio Sanitario Nazionale, una confezione di queste compresse che dura all'incirca 20-25 giorni costa €15 al mese. Non ringraziatemi per fare risparmiare il Servizio Sanitario Nazionale!

L'effetto più sgradevole che riscontro io di queste compresse, però, è un altro: è che fanno venire una fame terrificante, ti mangeresti anche il tavolo, praticamente non si avverte più il senso di sazietà, si ha sempre fame.

Diciamo che si riesce al contempo a sentirsi pieni, ma ad avere ancora fame, cosa che a lungo andare può essere molto pericolosa, soprattutto perché il peso in questo modo tende ad aumentare. Nel 2023, ti dicevo, dopo avere rifiutato il biologico, mi sono accorto che stavo prendendo questo Trayodashang in maniera irregolare, ma soprattutto alla metà del dosaggio possibile giornaliero che è scritto sopra la confezione. Ho iniziato a prenderlo, quindi, alla dose massima e da allora la mia vita è migliorata molto. Riesco a muovere bene le dita molto più spesso rispetto a prima. Poi certo, le giornate di brutto tempo si fanno sentire. Ci sono dei giorni abbastanza frequenti, a dire il vero, in cui tutti i rimedi che ti ho elencato non sono comunque sufficienti e allora un buon antiinfiammatorio non me lo toglie nessuno; il Brufen, l'Oki, dipende che cosa ho in casa. Ma parliamo di solito di 5, 6, 7 giorni al mese, non di più. Ora, ad esempio, è febbraio del 2025 e l'ultimo antinfiammatorio l'ho preso poco dopo Natale, quindi non male. Quando posso, poi prendo il paracetamolo. Intendo dire, se il dolore non è troppo forte e capita, il paracetamolo non toglie l'infiammazione e quando finisce l'effetto si sta peggio di prima, ma se non c'è altro e per limitare gli effetti degli antiinfiammatori, va benissimo anche quello. Quando posso, come ti dicevo, faccio le terme, quelle di Ischia sono miracolose. Poi ci sono le Isole Canarie, anche quelle mi aiutano molto. Con il tempo e continuando a viaggiare, come ti ho fatto vedere sul canale del “Simone viaggiatore” (vallo a vedere se non l'hai ancora visto), sai quanto tengo alla possibilità di viaggiare. Ho capito che lo stesso effetto benefico delle isole lo sento anche in altri posti, come la Sardegna a nord o la provincia di Murcia in Spagna. Anche l'isola di Krk in Croazia ha avuto un effetto istantaneo e miracoloso per me quando ci sono stato, era il 2024 ed era fine settembre, pioveva a dirotto in quei giorni e c'era un vento umido e fresco, ma a quanto pare l'effetto positivo inspiegabilmente c'era lo stesso. Riuscivo a sollevare pesi anche importanti, come valigie e confezioni d'acqua anche pesanti e nelle mie dita, oltre a non esserci più il dolore, era anche ritornata la forza di un tempo. Come alle Canarie o a Murcia, riuscivo a camminare in posizione eretta senza dolore e senza stancarmi.

Insomma, un'altra vita.

Ecco, ecco tutto quello che faccio per farmi passare l'artrite.

Io non so se sia la soluzione giusta per tutti, questo non lo so e non voglio neanche che tu prenda questi miei suggerimenti come vangelo. Anzi, ti invito proprio a non fidarti, fai tutte le ricerche del caso, documentati su questi rimedi, parlane con il tuo medico, parlane con chi vuoi. Io non sono un medico e quindi non posso darti consigli sulla tua salute. Come dico sempre in questo podcast, l'obiettivo è raccontarti la mia esperienza in modo che tu possa, come dire, valutare e eventualmente approfondire per conto tuo, però mi sembrava giusto e doveroso, prima della fine del podcast, parlarne. Ti do quindi appuntamento alla prossima settimana, sempre di martedì, per l'ultima puntata del podcast che sarà davvero un po' particolare, un po' diversa dal solito.

Io spero di averti aiutato con questi consigli e ci sentiamo presto.

Ciao!

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from Alviro

Autunno, foglie che cadono con la stessa rapidità con cui io perdo la pazienza. Il vento sibila tra le vie della città, mentre il mio caffè si raffredda perché ho perso tre minuti a fissare il vuoto, chiedendomi se oggi sia il giorno giusto per rivoluzionare la mia vita. Spoiler: non lo è.

Una foglia si stacca, fluttua, cade. Un po' come le mie speranze quando vedo l’estratto conto. Tocca terra e si confonde con la sua ombra, come me quando cerco di sembrare sicuro di me in una riunione di lavoro. Tra parole dette e non dette, tra messaggi scritti e mai inviati, tra sogni e sveglie posticipate, il tempo scorre come un autobus che non si ferma.

Ma in fondo, tra tutto questo scorrere, tra le onde del mare e del Wi-Fi ballerino, una cosa resta: ciò che conta davvero. Il ricordo di una risata sincera, il sapore di una serata semplice, la voce di chi ci vuole bene. Uno sarà l’uguale del niente, certo, ma l’unità consisterà sempre nel due: nei legami, nelle mani che si stringono, nei piccoli momenti condivisi.

Morale della favola? Il caffè si raffredda, la vita scorre, ma il tempo per ciò che è importante bisogna prenderselo. Anche se significa perdere tre minuti a fissare il vuoto.

 
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from Le copertine

Trasformare l'odio in energia di cambiamento aiuta la democrazia

Rabbia è partecipazione

Copertina andata in onda l'11.10.2024

E’ interessante vedere come nel corso di una settimana di Alphaville, questa nostra trasmissione dove ogni giorno cerchiamo di portarvi le voci del dibattito culturale, sociale e politico in corso, si sviluppino quasi in modo imprevisto dei filoni, delle tendenze.

Una è quella, ovvia, che ci ha portato a parlare nel corso di tutta questa settimana di un’emozione declinata in cinque modi diversi: la rabbia.

La seconda tendenza che abbiamo registrato è stata questa settimana quella della riflessione attorno alla democrazia, alla sua crisi e al suo futuro.

Abbiamo imparato che la rabbia e l’odio sono due cose diverse: il secondo è strumento di propaganda politica che mira alla pancia dei cittadini, individuando un capro espiatorio da sacrificare alla rabbia individuale, che non diventa mai collettiva e si esaurisce nell’odio dell’altro.

Quando invece la rabbia viene – per così dire – collettivizzata, allora ci aiuta ad uscire dalle nostre rage rooms, le stanze in cui alcuni sfogano la propria rabbia individuale spaccando tutto, e questo sentimento potenzialmente autodistruttivo si trasforma in un motore di cambiamento.

Perché la minaccia più grave contro la democrazia è la mancanza di partecipazione: se è vero, come afferma l’Ufficio federale di statistica svizzero, che dall'inizio del XXI secolo l'affluenza media alle urne è leggermente aumentata, d’altra parte nel 2023 su 5 milioni e mezzo di aventi diritto, soltanto il 42% in media ha partecipato alle votazioni.

Se a questo si aggiunge che gli abitanti sopra i 18 anni nel nostro Paese sono attorno ai sette milioni, questo significa che a prendere le decisioni è poco più del 31% della popolazione residente.

E poi ci sarebbe da chiedersi qual è il rapporto tra democrazia e guerra: l’Italia ripudia la guerra nella sua costituzione, mentre il nostro Paese, la Svizzera, ha fatto della neutralità la sua forza. Sorge allora la domanda: che conseguenze può avere sulla democrazia di un paese muovere guerra a un popolo sostanzialmente inerme?

Per esempio distruggendone completamente il sistema sanitario: secondo l’ONU Israele avrebbe perpetrato una politica concertata per distruggere il sistema sanitario di Gaza, commettendo crimini di guerra e il crimine contro l'umanità dello sterminio con attacchi incessanti e deliberati contro il personale e le strutture mediche, come ha dichiarato ieri in un nuovo rapporto la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati.

 
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Il boom dei giochi da tavolo è anche un business redditizio

Giocare è conoscersi

Copertina andata in onda il 31.12.2025

In Svizzera, i giochi da tavolo godono di una notevole popolarità e diffusione. Secondo l'Ufficio federale di statistica, il 76% della popolazione vi si dedica, una percentuale che supera quella degli appassionati di videogiochi (55%).

Il ritorno in auge dei giochi da tavolo è un fenomeno che si è manifestato con forza negli ultimi dieci anni. Questo interesse può essere visto come un'alternativa all'eccessiva esposizione agli schermi, in un contesto in cui la digitalizzazione è sempre più presente nella vita quotidiana. Inoltre, eventi come la pandemia di Covid-19 hanno contribuito a riscoprire i giochi da tavolo.

Il settore in Svizzera è anche un business redditizio. Nel 2020, il fatturato del settore ha superato per la prima volta il mezzo miliardo di franchi, raggiungendo i 560 milioni di franchi nel 2021. A livello globale, il mercato dei giochi da tavolo nel 2023 è stimato a 12 miliardi di dollari. La presenza di numerosi titoli nuovi ogni anno, con un'industria in continua crescita, dimostra la vitalità e l'importanza di questo settore.

Oggi abbiamo parlato alle 11.45 delle evoluzioni più recenti, proposte ben diverse dai classici, come Risiko o scarabeo. E’ un mercato in piena evoluzione, soprattutto nel Nord Europa, e forse anche a Nord delle Alpi, per quanto riguarda il nostro Paese.

I giochi da tavolo hanno una storia lunga e antica. Le prime tracce di giochi risalgono al 2600 a.C. in Egitto con il Senet, considerato l’antenato del Backgammon. Altri giochi antichi includono il GO cinese e il Chaturanga indiano, l'antenato degli scacchi.

Ma il gioco più venduto in Svizzera (e nel mondo) resta il Monopoly, la cui versione originale fu creata da Elizabeth Magie nel 1935 negli USA con l'intento di denunciare le pressioni sui locatari per gli affitti troppo alti.

Secondo l’Ufficio federale di statistica, l'affitto medio mensile netto in Svizzera per il 2022 era di 1.412 franchi. Gli affitti più alti si trovano nei cantoni di Zugo, Zurigo e Svitto. I cantoni più economici sono Giura, Neuchâtel e Vallese.

Ecco, come è evidente, i giochi da tavolo non sono solo un passatempo. In francese si chiamano jeux de societé, cioè giochi di società, e – come affermava Platone -

si può conoscere di più una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione.

 
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