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Liberare l’uomo dal ricatto del lavoro è la più grande rivoluzione dell’umanità contemporanea

Dagli albori della Storia del mondo, il lavoro è stato considerato una punizione. Adamo ed Eva furono condannati a lavorare sulla Terra per aver disobbedito. Nella Genesi si legge: “Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden, perché lavorasse la terra donde era stato tratto”. Adamo ed Eva sicuramente non sono mai esistiti, ma vero è il contenuto della loro storia. Lo è per il semplice fatto che qualcuno si è posto il problema del concetto di lavoro come punizione, fatica. E l’ha tramandato!

Probabilmente sin dai tempi della comparsa dell’homo sapiens, il genere umano è riuscito a sostenersi perché c'erano risorse, intelligenza e cooperazione. Con l’intelligenza l’uomo ha sempre escogitato strumenti ed è sempre andato alla ricerca di scoperte che rendessero la vita meno faticosa. Non si sa quali vicende siano accadute agli uomini di quel tempo, di sicuro qualcosa di importante, che ha introdotto nell’uomo il concetto che ci portiamo dietro da millenni: la fatica del lavoro, la possibilità di far lavorare altri, la schiavitù e lo sfruttamento.

Anni dopo la presunta cacciata dell’uomo dal giardino d’Eden, vediamo gli schiavi impegnati a lavorare faticosamente nella costruzione delle Piramidi proprio nei pressi di quei territori dove per la Genesi tutto ha avuto inizio.

Si sono poi susseguiti anni ed anni di divisioni sociale e sempre c’era chi lavorava e chi traeva il frutto del lavoro semplicemente controllando il lavoro degli altri. Prima degli schiavi, poi dei braccianti quando la schiavitù fu abolita, in epoca industriale degli operai e ai giorni nostri dei lavoratori precari, cioè di tutte quelle persone costrette a lavorare per vivere.

Viviamo oggi in un’epoca post industriale dove l’automazione ha raggiunto una tecnologia tale che il lavoro è in esubero un po’ in tutti i settori e chi controlla i mezzi di produzione ha il controllo di tutti. Il costo del lavoro non più pagato ai lavoratori è andato a finire negli ultimi decenni nelle borse delle strutture che controllano i mercati finanziari globali come multinazionali e gruppi di pressione politica transnazionali. Queste strutture, speculando su crisi e con il controllo delle politiche monetarie, hanno impoverito gradualmente i lavoratori ai quali non sono più garantiti in nessun posto nel mondo il diritto a curarsi, all’istruzione, alla vecchiaia.

Ecco perché il reddito di base universale svincolato dal concetto di lavoro è la più grande rivoluzione dell’umanità contemporanea dei paesi civili. Lo è sopratutto nei contesti dove il voto non è libero.

Il voto in Italia non è libero per vari fattori, tra i quali l’influenza soffocante delle mafie politiche. La politica nell’ultimo quarto di secolo ha fatto proprio il sistema mafioso. Storicamente chi governa ha sempre usato bande criminali per conservare il potere. Dai tempi dei briganti, del banditismo fino ai patti della Mafia siciliana negli anni ‘90 dello scorso secolo. Ma nel ventennio del nuovo Millennio la politica sembra essere diventata essa stessa mafia. Tentativi di ridimensionare il sistema mafioso italiano, disorganizzando la criminalità al fine di poterla controllare, sono stati fatti, ma il risultato ottenuto è quello del consolidamento di potentati politici diventati clan trasversali ai partiti.

Le Mafie oggi, come la politica, si basano sul consenso sociale piuttosto che sulla paura. Per avere consenso su una società sempre più povera si dà ai poveri un po’ di reddito sotto forma di elargizione, regalie, privilegio rispetto ad altri poveri. Ecco così che il reddito di cittadinanza, che pure era diventato una forma di elargizione o una sorta di voto di scambio ai 5 stelle, torna a essere pensione di invalidità, piccola regalia, bonus sociale, contribuzione di stato.

In questo contesto, sguazzano avvocati, patronati, mediatori, facilitatori e chi ha realmente bisogno dei sussidi non riesce ad accedervi e viene lasciato solo.

L’alternanza di clan politici a governare, incentrata sugli interessi di una minoranza dominante, ricatta la maggioranza della popolazione, svantaggiata da condizioni sociali indotte proprio da questa minoranza.

Questa alternanza ha eroso il rapporto politico sociale ottenuto in mezzo secolo di rivendicazioni sociali e ha rimodellato, grazie al controllo, le relazioni politico sociali, per consolidare un rapporto di subalternità sulla cittadinanza lavoratrice.

La ricattabilità su chi versa in condizioni sociali di dipendenza è garanzia di subordinazione!

Gli organismi preposti alla tutela del lavoro sono stati spinti a diventare associazione di iscritti, fornitori essenzialmente di servizi, al posto di ruolo di organizzatore del conflitto con chi detiene i mezzi di produzione e il padronato, così liberi di sfruttare il bisogno di lavoro per accumulare profitti.

Gli equilibri geopolitici mondiali degli Stati dominanti spingono a determinare condizioni di vita della popolazione al di sotto dei livelli di sussistenza. Questi Stati sostengono i propri interessi militarmente oppure con la propria capacità di ricatto economico-politico.

Le conseguenti emigrazioni rendono più confacente la realizzazione di livelli di sfruttamento profittevoli globali.

Storicamente il conflitto tra classi sociali economicamente distanti, è stato governato con l'intervento dello Stato nell'economia intensificando l'intervento alla bisogna, stabilizzando ogni paese economicamente avanzato e sfruttando quelli del cosidetto Terzo Mondo.

La presenza stabile di forze armate dei paesi dominanti nei paesi dominati ha garantito il funzionamento di questo sistema fino al primo ventennio del nuovo Millannio, quando il controllo sociale di massa ha svuotato le istanze di autonomia delle classi economicamente svantaggiate depotenziandone le rivendicazioni e spezzando la mediazione politica. Il rischio che stiamo correndo in questi anni è che venendo meno gli equilibri politici consolidati, avanzano movimenti, partiti qualunquisti, personalistici controllati da chi detiene i mezzi i produzione e forti capitali.

La frattura tra la classe politica dominante e le classi popolari con conseguente mobilitazione non controllata di queste ultime mina gli equilibri politici generali esistenti.

Viviamo in un periodo storico di rimodulazione dei rapporti tra potenze vecchie, in ascesa e in declino.

Il sistema economico globale sta percorrendo nuove strade di sfruttamento per mantenere intatto il processo di accumulazione dei fondi capitali. In questo contesto il ruolo delle classi subalterne fatte di precari, di lavoratori in nero, di pensionati con misera pensione, di contadini potrebbe essere quello di riprendere in mano il proprio destino visto che le classi dirigenti si stanno dimostrando di non essere in grado di gestire i grandi cambiamenti di questa nostra epoca.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

In Cina arrivano i robot-poliziotto ed i poliziotti veri si dotano di occhiali smart

https://yewtu.be/watch?v=vvDyxYAQiyQ

La città di Hangzhou ha introdotto Hangxing No. 1, un robot poliziotto alto 1,8 metri, progettato per gestire il traffico in uno dei crocevia più affollati della città, all'incrocio tra Binsheng Road e Changhe Road nel distretto di Binjiang.

Il robot è in grado di controllare il traffico, rilevare infrazioni e avvisare verbalmente i trasgressori. Dotato di telecamere ad alta definizione e sensori avanzati, può emettere un fischio e si integra direttamente con i semafori per sincronizzare i segnali di stop e via.

Attualmente, è in grado di individuare ciclisti senza casco, pedoni che attraversano fuori dalle strisce pedonali e altre violazioni stradali. Le autorità locali hanno chiarito che il robot non sostituirà i poliziotti umani, ma li supporterà. In futuro, sarà equipaggiato con un modello di linguaggio avanzato (LLM) per fornire indicazioni più dettagliate e interagire con i cittadini.

Hangxing No. 1 fa parte di una serie di progetti simili in Cina: a Shenzhen, il modello PM01 di EngineAI assiste già gli agenti, mentre a Wenzhou è attivo il robot sferico RT-G. Anche Chengdu ha adottato un robot umanoide per la gestione del traffico a partire da giugno.

L’evoluzione di questi sistemi è rapida: basti pensare al modello AnBot, operativo all’aeroporto di Shenzhen dal 2016, che oggi appare quasi obsoleto rispetto alle nuove soluzioni come Hangxing No. 1, che combinano robotica avanzata e intelligenza artificiale per una gestione del traffico urbano più sicura e tecnologica.

Intanto, a Changsha, nella provincia dell’Hunan, la polizia stradale ha avviato l’uso di occhiali intelligenti basati sull’intelligenza artificiale per identificare veicoli e conducenti in tempo reale, riducendo drasticamente i tempi delle verifiche.

L’annuncio ufficiale, diffuso il 13 dicembre dal dipartimento di gestione del traffico del Changsha Municipal Public Security Bureau, sottolinea che i dispositivi, sebbene esteticamente simili a occhiali normali, offrono un notevole vantaggio operativo. Leggeri e compatti, consentono agli agenti di indossarli per interi turni senza disagi. Non appena un veicolo passa davanti all’agente, le informazioni principali vengono visualizzate direttamente su uno schermo integrato in pochi secondi, senza la necessità di fermarsi o consultare dispositivi esterni.

Il sistema si basa su una fotocamera grandangolare da 12 megapixel, supportata da un algoritmo di stabilizzazione predittiva delle immagini, che garantisce riprese nitide anche in movimento o in condizioni di traffico intenso. Con un’autonomia dichiarata di otto ore, i dispositivi coprono interamente un turno di servizio. Uno dei punti chiave è il riconoscimento automatico delle targhe, che funziona anche offline e raggiunge un’accuratezza superiore al 99%, con tempi di risposta inferiori al secondo. Gli occhiali sono progettati per operare efficacemente sia di giorno che di notte, adattandosi a diverse condizioni di illuminazione.

Una volta identificato il veicolo, il dispositivo si collega in tempo reale ai database della pubblica sicurezza, permettendo all’agente di visualizzare immediatamente dati come la registrazione del mezzo, lo stato delle revisioni, eventuali infrazioni o segnalazioni precedenti. Tutto avviene senza contatto diretto con il conducente, riducendo la necessità di fermare i veicoli per controlli di routine.

Le funzionalità non si limitano al riconoscimento delle targhe: gli occhiali supportano anche il riconoscimento facciale, la traduzione vocale in tempo reale in oltre dieci lingue e la registrazione video sul posto, utile per la documentazione degli interventi e per eventuali verifiche successive. Questi strumenti sono pensati per semplificare il lavoro degli agenti e aumentare la sicurezza durante le operazioni su strada. Secondo le autorità di Changsha, i tempi di ispezione di una singola corsia sono scesi da circa 30 secondi a uno o due secondi, riducendo il carico di lavoro manuale, l’affaticamento degli operatori e rendendo i controlli più rapidi e meno invasivi per gli automobilisti.

 
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from CASERTA24ORE.IT dal 1999 on line

Il racconto della domenica: “La maledizione del tesoro dei briganti”, la pretarella e l'Alzaimer

La pretarella custodiva un segreto: quello dei tesori dei briganti, frutto delle razzie nelle case dei ricchi, nascosti nelle campagne per il timore di essere giustiziati se colti con le mani nel sacco. Le pretarelle erano donne chiamate così perché avevano sempre un prete in famiglia e sopratutto perché realizzavano i loro profitti sempre all’ombra di un campanile. Senza la Chiesa una pretarella avrebbe fatto la campagnola, la donna a servizio. Invece come quel prete che predica bene e razzola male, la pretarella sapeva razzolare. In quei tempi, la calura estiva soffocava le famiglie alle prese con gli insuperabili problemi della sussistenza. La pandemia della Spagnola era ormai alle spalle e cambiamenti politici erano nell’aria: la Marcia su Roma c’era stata a ottobre e il Papa con la “pax Christi in regno Christi” non riusciva a contenere il marcio all’interno della Chiesa. Concetta era una zia zitella di una pretarella, di famiglia patriarcale. Era nata nel 1838, aveva vissuto il periodo del Risorgimento, quello dell’Unità d’Italia, aveva visto i briganti, l’emigrazione, la Grande Guerra, la pandemia. Ora la sua malattia le stava risparmiando di rendersi conto del nuovo ordine che avanzava, che non dava spazio nella società ai malati, ai diversi, ai deboli nel nome della razza sana e pura. Zia Concetta aveva qualche peccatùccio da farsi perdonare: nella sua vita, talvolta, aveva inveito alle spalle delle persone che non l’aggradavano. Aveva imprecato, augurato una sorta di occhio per occhio dente per dente per presunte malefatte che l’ignara persona avrebbe compiuto nella sua vita, ma non ancora commesse, e, che potevano ricadere anticipatamente sui suoi cari. Spesso ci azzeccava, era capace di riconoscere il male in una persona prima ancora che questo venisse fuori. Per questo motivo si era guadagnata fama di fattucchiera e aveva condotto un’esistenza alquanto solitaria. Adesso alla fine dei suoi anni, stava scontando in vita questi peccati, cosicché una corsia preferenziale le si potesse aprire per la porta del Paradiso, senza passare nel Purgatorio. Zia Concetta adesso viveva come in un sogno, dove non c’è più il tempo. Le facce amiche erano quelle dei ricordi lontani. Quando riconosceva una voce familiare subito le domandava dove si trovasse sua madre che non c’era più da anni. Se ne dispiaceva e riviveva una seconda, terza, quarta, quinta volta il lutto. Allora quella voce per non farle rivivere l’ennesima volta il dispiacere di una morte, le rispondeva che in quel momento sua madre non c’era e che presto sarebbe tornata a casa. Zia Concetta si alzava dalla sedia per andare a bere e si risedeva senza aver bevuto. Ingoiava, respirava, camminava, andava in bagno perché gli veniva automatico. Riusciva a vestirsi e svestirsi, a lavarsi da sola. Mangiava quando aveva fame, ma poteva mangiare anche un chilo di fagioli senza accorgersene. Zia Concetta non sapeva fare i conti, non sapeva contare i soldi, non sapeva che giorno della settimana fosse, che mese o che anno. Viveva un perenne presente. Si irritava per nulla, quando non riusciva a fare qualcosa diveniva intrattabile e viveva di fisime. Era malata, ma non era demente. La sua malattia ancora non aveva un nome nel piccolo paese dove zia Concetta e la nipote pretarella vivevano, ma in Germania un dottore di nome Alzheimer qualche decennio prima aveva osservato delle anomalie nel cervello di una paziente morta, che negli ultimi anni della sua vita assomigliava in tutto e per tutto a Zia Concetta.

Don Francesco era il padre di zia Concetta ed era morto all’inizio dell’estate nel 1884. Gli uomini non potevano essere chiamati prietarelli. Fatto sta che don Francesco come la pretarella aveva uno zio prete, ma a lui da giovane lo zio gli aveva lasciato in dote un masseria, un terreno collinare e sopratutto una sorgente d’acqua. Don Francesco divenne un abile contadino, si sposò, ebbe dieci figli, crebbero tutti sani, ebbero tutti una vita agiata anche se il lavoro dei campi era faticoso. Dalla terra riuscirono a ricavare tutto quanto necessitassero per il sostentamento. Con la vendita di prodotti in eccesso e del bestiame compravano quanto non riuscissero a produrre: vestiti, attrezzi. Si sposarono tutti i suoi figli, tranne zia Concetta. Per un’indole innata di vassallaggio don Francesco era stato sempre fedele al Re, ai principi, duca, marchesi, conti, visconti, baroni, nobili, cavalieri sopratutto quando questi nobili erano legittimati dalla Chiesa, che talvolta lasciava qualche briciolo di terra ai popolani. Così nell’autunno del 1862, quando una banda di briganti bussò alla sua masseria nel nome del Re Borbone non ebbe alcuna difficoltà a farli entrare in casa e a nasconderli. Stanchi, sporchi, affamati dissero che erano inseguiti da carabinieri venuti da lontano e che uccidevano per niente. Don Francesco dopo averli sfamati li fece dormire nello stallone, la stalla delle vacche. Sua moglie che fino a quel punto della loro vita non aveva fatto altro che seguire in tutto e per tutto fedelmente il marito, questa volta disse: “Ma sei diventato pazzo?! In tal modo ci farei ammazzare tutti: se vengono i piemontesi?”. Don Francesco non ci dormì la notte e così di prima mattina uscì alla ricerca di un rifugio che sapeva trovarsi in una grotta carsica al guado di un fiumiciattolo adiacente la masseria. Fece nascondere i briganti e si impegnò a portare loro del cibo. Non passò molto che dalla strada sottostante arrivarono i soldati piemontesi. Fece nascondere in fretta nella selva della campagna le figlie non ancora maritate, mandò alla grotta i figli maschi e prese in braccio un nipotino nato da poco. Don Francesco si presentò così ai carabinieri con una folta chioma di capelli completamente bianchi, con in braccio il bambino. Sudò freddo quando i soldati piemontesi, brandendo le armi si fecero consegnare cibo e vino. Si accamparono nell’aia della masseria e vi restarono per tre giorni, il tempo che le loro avanguardie perlustrassero i sentieri e le mulattiere che portavano sulla montagna. Sembravano essere venuti in pace, cosicché il terrore e la paura che arieggiavano negli animi svanirono e i suoi figli tornarono alla masseria. Ma se i piemontesi avessero scoperto i briganti nascosti cosa sarebbe successo loro? Il terzo giorno coi briganti a scarso di cibo, don Francesco si fece preparare un fagotto di viveri dalla moglie che avrebbe portato loro di notte. La moglie lo scoraggiò, ma non ci fu verso e di notte mentre i piemontesi dormivano portò notizie e scorte di cibo ai sei briganti. Il giorno dopo i piemontesi andarono via così i briganti potettero uscire allo scoperto e fuggire a nascondersi sulle vette dei monti circostanti. Non prima di andare via il capo brigante, tale Ciffone riconoscente dei rischi passati da Don Francesco e famiglia lo chiamò in disparte e gli consegnò un sacchetto contenente oggetti e monili in oro e d’argento. Un bel tesoretto! “Sono tuoi, ma ricorda che sono maledetti, portano con sé il male, chi ne godrà della vendita attirerà a sé il male. Possono essere usati solo per curare il male, per curare malattie”.

Don Francesco accettò senza battere ciglio. Non fece parola per anni con nessuno di quel tesoretto che nascose nel tronco di un albero di olivo del suo podere. Nel 1880 i briganti erano ormai scomparsi da anni, si erano spostati dalle montagne in pianura, nascosti nelle zone paludose che davano al mare. Il nuovo Stato si era consolidato e don Francesco era divenuto fedele alla nuova monarchia e al nuovo Re. Diventato vecchio si era reso conto che il tempo per lui stava finendo. Così chiamò la figlia Concetta, che era rimasta sempre con lui e sua moglie e le ricordò dei briganti quando lei poco più che ventenne si dovette nascondere nelle selva per paura dei soldati stranieri. Sopratutto le raccontò del segreto del tesoretto nascosto. Zia Concetta fece suo quel segreto e continuò la vita di sempre accudendo gli anziani genitori. Vide crescere i nipoti e pronipoti, figli dei fratelli e sorelle. Nel 1900 quando morì sua madre e lei non era più giovane ma non ancora troppo vecchia, si trasferì nel borgo montano nella vecchia casa di sua madre ristrutturata. Gli anni passarono tutti uguali, i cognati e i fratelli più anziani morirono uno alla volta; arrivò una nuova guerra, lontana, partirono per il fronte due nipoti: uno tornò, l’altro morì a Caporetto. Poi venne la pandemia della spagnola e quando finì zia Concetta iniziò a non ricordarsi più di nulla. La calura estiva del 1923 non dava tregua, zia Concetta viveva da sola nella sua casa ma i nipoti, tutti oltre i cinquant’anni, la sorvegliavano a vista portando lei il cibo, la svegliavano di primo mattino, l’accompagnavano a letto la sera e qualche notte qualcuno di essi restava a dormire con lei. Una sua sorella poco più grande di lei si era ammalata in primavera e non si vedeva via di guarigione. Zia Concetta in un raro momento di lucidità, al capezzale della sorella che viveva nel suo stesso paesino di montagna e che era la madre della pretarella, disse a entrambe: “Perchè non andiamo negli ospedali dell’Alta Italia, in Europa”?. La pretarella: “Come facciamo, con quali soldi?” Zia C.: “Con i soldi della vendita del tesoro dei briganti!” “Quale tesoro?” disse la pretarella. Zia C.: “Ma che ne so! Quello nascosto da nonno Francesco che serve per le malattie. Andatelo a prendere” La pretarella, abituata ai ragionamenti sconclusionati della zia: “Ma che dici, tu non stai bene con la testa!” Zia C.: “Fregatevi, io non ricordo più dove sta!”, si adirò e divenne taciturna. Passarono altri due mesi e zia Concetta non si rese conto della morte della sorella. Dopo il funerale alla pretarella, rassettando gli oggetti nella stanza dell’anziana madre defunta, rivenne in mente quel vaneggiamento della zia Concetta. “E se esistesse davvero un tesoro?”.

Intanto le condizioni mentali di zia Concetta diventarono sempre più difficili: non riconosceva le sorelle ancora in vita, non accettava i nipoti nella sua casa che considerava estranei. Non accettava più il cibo che i parenti le davano, non beveva e spesso si sentiva male. Lei era sempre stata presente nel bene o nel male delle vite delle famiglie dei suoi nipoti e così nessuno se la sentì di lasciarla sola e a turno facevano del loro meglio per assisterla. Lo fecero fin quando il futuro nuovo podestà clericale del posto, già capo della milizia volontaria per la sicurezza decise di occuparsi delle persone non più autosufficienti. Così nel nome del Re e del principio di solidarietà e per il bene delle persone come zia Concetta, queste dovevano essere portate in monasteri di suore, assistite in attesa della morte. Intanto la masseria dove zia Concetta era nata e vissuta fino alla morte della madre, disabitata andò in rovina e un incendio boschivo arse i terreni circostanti, compreso il piccolo uliveto di famiglia. La pianta centenaria, i cui rami tagliati e conficcati nel terreno da don Francesco avevano dato vita a altrettanti alberi di olivo, era un cumulo di cenere. Quando i carabinieri accorsero a vedere le conseguenze dell’incendio consegnarono al podestà una pentola in rame annerita, trovata tra la cenere. Era chiusa ermeticamente, ma muovendola il rumore faceva presagire all’interno la presenza di metalli. Il podestà la portò nella sua casa, l’aprì e trovò il tesoro. Vendette tutto e comprò una casa nei pressi della colonia estiva “Alessandro Italico Mussolino” nella spiaggia di Serapo a Gaeta. Il giorno prima di prendere possesso della casa, mentre si preparava a partire dal paese si sentì male. Fu messo a letto, gli era venuto quello che i popolani chiamavano il “tocco”. A malapena riusciva a parlare, e quando lo faceva la sua faccia assumeva una smorfia disumana. Non muoveva il braccio e la parte destra del suo corpo. I familiari chiamarono il prete che arrivò accompagnato dalla pretarella. Il podestà farneticava, non si capiva se volesse confessarsi, ma non morì e visse ancora per molti anni. Finì la sua esistenza nello stesso monastero di zia Concetta assistito da suore: era la maledizione del tesoro dei briganti!

 
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from cosechehoscritto

Più tardi posto questo frammento di libro su mastodon e una persona mi scrive, bello, ma – scusami – non devi scrivere “cameriera orientale”, non è educato. Devi scrivere asiatica. Orientale presuppone comunque una visione in cui al centro di tutto c'è l'occidente: il mondo è tondo non c'è nessuno oriente e nessun occidente. Le spiego che il mio romanzo parla proprio di cosa significhi sentirsi occidentali oggi, e lei mi risponde che ragione di più, ragione di più per non usare certi termini. La ringrazio.

Non spero più nelle nuove generazioni, spero nelle nuove idee. Le nuove generazioni saranno come tutte le generazioni del passato, composte di persone con le loro turbe, i loro fantasmi, la pressione del mercato, quella sociale, con tutta l'architettura di valori che hanno succhiato dai loro genitori, chiunque essi fossero. Avranno comunque malattie, faranno errori – alcuni di loro – irreparabili, avranno desideri egoisti e superbi che porteranno avanti il mondo di un'unghia, come di revisioni e generosità inaudite. Saranno fantastici e orribili, come le ragazze e i ragazzi di tutte le generazioni prima di loro.

Diverso per le nuove idee, quelle sono come un virus. Sono trasversali, attecchiscono a qualsiasi età, rendono giovani i vecchi e anziani i ragazzini. Si impiantano senza costrutto nella testa delle persone e poi iniziano a costruire impianti, cercano simpatie; creano connessione, condivisioni. All'inizio sono niente poco più dell'aria ma poi ambiscono a diventare qualcosa di concreto, a mobilitare, a farsi organizzazione e norma. Le nuove idee possono essere devastanti, cambiare il paradigma di come le persone vedono il mondo, le cose che hanno attorno. Gli utensili, l'amore.

Spero nelle nuove idee, in alcune di loro, come – alla finestra del proprio appartamento nella propria palazzina occidentale, al caldo del proprio impianto di riscaldamento – si guarda fuori dalla finestra un ambiente urbano standard e si spera nel vento che non si vede, ma si sa che sta passando tra le strutture in cemento armato, invisibile e insonoro dietro alle finestre doppio vetro. Quelle che mi interessano, che mettono l'uomo al centro per la sua debolezza e alla periferia del mondo per la sua forza distruttiva e cieca, sono tra le più fragili. A volte il mercato se ne impossessa per qualche suo obiettivo, pronto a scaricarle per una nuova folgore del profitto e del privilegio.

In quelle spero quando le vedo emergere con rabbia e ostinazione in qualche frase, in qualche spilletta autoprodotta o in qualche t-shirt stropicciata dei miei figli. Anni fa ero da solo con mia figlia, terzogenita. Stava piagnucolando sul divano, non ricordo più per cosa. Aveva sette anni, lo so perché l'ho scritto su Facebook, ho controllato. Mi sono avvicinato a lei cercando goffamente di consolarla, “dai, non piagnucolare” le ho detto e – in un remoto angolo del mio cervello – è emerso il seguito standard della frase: 'come una femminuccia'. La cameriera orientale.

Abbiamo la testa piena di lemmi e frasario che ci impestano poi le azioni e che trasmettiamo alle nuove generazioni e che usiamo come ping con le vecchie. Ogni frase è un modo di vedere il mondo. Il nostro stesso vocabolario è un agglomerato di vecchie e nuove idee. Sono rimasto così, in bilico tra due ere, due culture. Poi ho riaperto la bocca e le ho detto, improvvisando, “non piagnucolare come un salice piangente. Non sei un albero. Sei una ragazza! Sei una femmina! Le femmine sono forti!” e le ho mostrato il pugno.

E lei aveva alzato la testa, ho scritto su Facebook, aveva tirato su con il naso e mi aveva detto “hai ragione papà” con gli occhi rossi che le brillavano.

[da “badaboom”, work in progress, appunti di ieri, stamattina e sei anni fa]

 
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Caserta: mappati i ruderi del telegrafo borbonico di Chappe

Un'associazione di Calvi Risorta in provincia di Caserta, ha analizzato le varie coordinate di una cartina dei telegrafi ed è andata alla ricerca di quello caleno, scoprendo l’edificio su di un anfratto sulla direttrice Teano – Gaeta. Fino ad allora i resti della struttura, erano ritenuti “delle fortificazioni preromane”. Invece sono i resti dell’edificio telegrafico borbonico di Chappe.
Su questi edifici erano installate le vedette del telegrafo visivo. Da Terracina a Gaeta, passando poi per Sessa, Teano, Capua, Caserta, Napoli fino a Palermo, spesso su delle alture si trovano ancora i resti di piccoli edifici di cui se n'è persa la memoria storica. Sono i punti visivi di contatto dell'antico telegrafo borbonico in uso fino alla guerra civile che ha portato all'annessione del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, poi Regno d'Italia. La cartina dove sono state trovate le coordinate, è stata rinvenuta qualche anno fa da un appassionato caleno in una biblioteca di Milano. Dopo averla scannerizzata ha deciso di metterla a disposizione di studiosi e archeo-escursionisti che volessero raggiungere tali luoghi. Il meccanismo telegrafo di Chappe era molto semplice e geniale: in pratica su questi edifici c’era un dispositivo che a seconda della disposizione di tre grandi pale significava una lettera. Così grazie ad alcune vedette, in comunicazione visiva attraverso il binocolo, da Palermo a Napoli e in tutto lo Stato delle Due Sicilie era possibile comunicare in tempo reale. La prima rete di comunicazioni utilizzata per scambiare messaggi in un’intera nazione è stata creata alla fine del 1700 in Francia grazie all’ingegno di Claude Chappe. La rete era formata da telegrafi ottici posizionati su colline, torri, campanile che consentivano di passare messaggi a cascata da un punto al successivo, che a sua volta rimandava al successivo. I telegrafi erano distanti circa 10-20 km e dovevano essere visibili a due a due. In caso di nebbia o di oscurità il servizio si interrompeva. Il telegrafo era costituito da un braccio orizzontale (regolatore) lungo 4m, agli estremi 2 braccio più piccoli (indicatori) lunghi circa 2m, (con contrappesi). Tutto era sostenuto da un palo di almeno 4,5m e posto in cima all’altura. Regolatori ed indicatori erano di colore nero per avere più contrasto nel cielo . Nel 1791 Claude Chappe ed i suoi fratelli iniziarono esperimenti per poter comunicare a distanza in maniera veloce. Dopo diversi esperimenti e proposte, nel 1793 la Repubblica Francese approvò e finanziò l’istituzione di una rete di 15 stazioni tra Parigi e Lille (190 Km a nord al confine con l’impero austriaco) La rete era costituita da telegrafi ottici collegati a vista, all’interno della torre dimoravano due operatori con binocolo che seguivano le procedure di comunicazione. La rete cominciò a funzionare il 15 agosto 1794 e fu adottata da tutto il Regno delle Due Sicilie.

 
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from Chi sei ele?

Dopo burnout, fasi pesanti, ricerche di se stessi e recupero dei hobby posso dire che la seconda metà del 2025 è stata fondamentale. A partire da questo blog e a concludersi di Discord e Twitch che mi hanno sbloccato a essere me stesso sia qui che fuori.

Nuove idee, nuovi inizi

Eh già quest'anno mi diplomo, dovrei iniziare l'università e molto probabilmente cambio organizzazione. Un anno di grossi cambiamenti in cui vorrei incorniciare con una Daruma rossa questo anno nuovo (spero di trovarla, non voglio acquistarla online). Un anno nuovo in cui voglio dare tutto me stesso nella mia organizzazione, nei miei amici e nel ricorrere un sogno, quel sogno che mi spinge avanti: “Prima o poi sarò capace di aiutare gli altri e me stesso”.

Twitch

Dal 31 ottobre, ho iniziato Twitch, con la battuta del “Ah vabbè! allora prendo uno sfondo a caso tipo il cartone, prendo il WafflePinguì disegnato da LallaWaffle e vado in live”. Così come ho detto così ho fatto e ho aperto questo canale “Low Effort”. “Si ma il canale ha questo, quest'altro e quell'altro problema, sembra che non ti prendi sul serio”, lo so, ma il punto è, che è una pausa, quando apro Twitch io mi sto dedicando una pausa, io non programmo, non mi impegno perché è spontaneo, non funziona bene? Tanto mene, comunque lo faccio solo e solamente per esprimere una parte di me.

Cambiamenti social

In questi giorni stavo pensando di fare un server Discord, un per me, ho recuperato da poco l'abitudine di usare Attivamente Discord e per il canale potrebbe essere utile visto che non ho una schedule, ma, ho riflettuto oggi e ho pensato “Ma un server Discord mio, lo userei davvero? Io uso Discord perché ho trovato i miei spazi (i server), non userei mai un server da zero che sia incentrato su di me” e quindi poi ho capito che, visto che il mio più grande hobby è la community italiana di Vtubing (che seguo attivamente da Giugno 2022 con un periodo di pausa nel 2024) il mio server non sarebbe incentrato solo su di me, ma su tutti quelli che seguo, supporto e apprezzo a pieno. Quindi si una specie di Jolly per la community italiana selezionati da me (è pur sempre un server mio).

Dalla separazione all'unione

Mi sono reso conto che dividere in 2 parti i social (da una parte eleHOwl e dall'altra eletronico2/Luigi) non ha più senso, io parlo della mia vita personale, dei miei hobby, esprimo me, non un personaggio, quindi il mio obbiettivo da qua in poi è unire i 2 mondi, senza creare compartimenti stagno ma un “Diagramma di Venn” in cui c'è eleHOwl, c'è eletronico e poi c'è il mix centrale.

Obbiettivi

I miei obbiettivi è esprimermi di più, smettere di fare un fantasma che scompare e ricompare, essere più ordinato, rimanere della mia idea di “Low-Effort” ma magari un minimo di impegno lo devo mettere, così come mi voglio organizzare, il minimo indispensabile, ma lo devo fa'. Voglio che le persone scroprino sempre di più “Chi è Ele” perché ho tanto da parlare, tanto quanto la mia vohlia di scoprire e conoscere nuove persone.

E questo è tutto, ci vediamo su Twitch, Discord, Instagram (a volte) e possibilmente un ritorno nel Fedi. Ciau <3

 
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from cosechehoscritto

9B

Sono seduto in questo ristorante, una cameriera orientale sta prendendo la mia ordinazione, un ramen con tofu, alghe, noodles e altre verdure. Attorno a me i tavoli sono pieni in questa sala completamente coperta di disegni manga giapponesi, statuine di gatti cinesi felici, statue in altezza naturale di personaggi di One Piece, collezionabili e stampe, frame di anime nippo, tutto un tripudio di colori brillanti, rossi, gialli, caldi. Archetipi in legno, faretti. Più in là intravvedo l'ingresso e oltre i corridoi gianteschi del centro commerciale della Fiumara di Genova.

Persone passano, ci guardano distrattamente mentre si dirigono alla scala mobile che li porterà alla sala superiore dove ci sono alciuni blockbuster americani, alcuni in 3D. L'ultimo episodio della saga di Avatar. Passiamo, in pochi metri, da un occidente all'altro. Mentre sono lì, seduto, con le mie bacchette di legno, anche loro seriali, a prendere un seme di mais e osservarlo nei vapori del ramen, percepire con la coda dell'occhio il resto della mia famiglia lì, vicino a me, non posso non pensare a come quelle icone, quell'estetica che mi circonda non sia accuratamente preparata per farmi sentire protetto.

Di là dal corridoio ci sono le persone in coda per entrare al Old Wild West, un ristorante che ricostruisce al suo interno l'estetica dei film western dell'inizio della seconda metà del novecento. Torno a concentrarmi sul mio mais: siamo tutti protetti all'interno di estetiche che tendono a regredirci al mondo infantile. Pupazzi, fumetti dai tratti simili a quelli che leggevo da ragazzino, musica pop che – all'osso – rimanda alle cantilene che sentivo con la testa sul petto di mia madre. E che poi ho cantato ai miei figli, con la loro testa addormentata poggiata sul mio petto. Iconografie da film americani o giapponesi ormai del tutto digerite.

Su Facebook ci sono movimenti trasversali di pensiero, radicali. Conservatori, legati a passati e tradizioni mitiche. La cultura territoriale uccisa da un mercato mainstream che – generazione dopo generazione – la sta livellando. Paura degli stranieri, questo piano di devastare la cultura cattolica attraverso l'immigrazione costante di persone musulmane. Quello di smobilitare la famiglia attraverso le teorie gender. È gente che ci crede, guardi i loro profili e molti sono anziani, non disorientati, ma ci sono anche ragazzi, uomini e donne. Difendono il presepe. Persone che potresti incontrare in coda al supermercato e – dietro alla faccia – hanno tutta questa roba, vedono il mondo, con questi occhi.

Difendono il presepe con la stessa passione con cui altri difenderebbero le loro miniature collezionabili di Star Trek o della Marvel. Se mi fa senso essere lì, in mezzo a quella sovrastruttura capitalista di esserini manga e riproduzioni TM di questa o quella multinazionale dell'intrattenimento, e ne provo anche una intima, rapida vergogna, nello stesso tempo non trovo nessuna radice in quegli elementi che i conservatori agitano e tengono nell'intimo del loro appartamento. La cultura territoriale mi appare aliena e ridicola quanto quella – internazionale – che lega molte delle nuove generazioni. Meme, icone underground, mash-up. Se non posso abbracciare, non più almeno, le corna aliene di Lamù come un prodotto di liberazione, non posso nemmeno condividere un filo della paura e della rabbia di molti della mia generazione.

Sospiro, porto il seme di mais alla bocca, mi chiedo da dove venga. Da quale pannocchia. Magari sudamericana. Mastico, ha il solito gusto industriale.

Succederà di nuovo, in questo libro, cioè è già successo, ma nel libro che stai leggendo non ci sei ancora arrivato. Quando io e la mia banda ci ritroveremo nel cuore di Stavanger in un luogo che è nessun luogo. Oppure tutti i luoghi.

Alla fine usciamo, parliamo, confrontiamo questo ramen con tutti gli altri ramen che abbiamo provato a Genova, aggiorniamo la nostra classifica personale. Saliamo o scendiamo scale mobili, facciamo scelte né giuste né sbagliate ma che sono la nostra vita.

[da badaboom, work in progress]

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

In Ecuador non cessa la violenza ed a farne le spese sono anche calciatori professionisti

L'Ecuador è travolto da una crisi di violenza (legata anche al calcio: Mario Pineida, difensore 33enne ed ex nazionale (foto), è stato ucciso il 17 dicembre insieme alla compagna in una macelleria di Guayaquil (https://www.rainews.it/articoli/2025/12/ecuador-ucciso-in-un-agguato-il-calciatore-mario-pineida-difensore-del-barcelona-sporting-club-6b68fb40-16e3-4512-a55a-188033bce2ab.html)

Si tratta del quinto omicidio legato al mondo calcistico nel 2025, tutti collegati alle scommesse clandestine controllate dalla criminalità organizzata. A settembre erano stati assassinati tre calciatori (Maicol Valencia, Leandro Yépez e Jonathan González), quest'ultimo minacciato per perdere una partita. A novembre è stato ucciso Miguel Nazareno, appena 16enne e considerato un talento promettente. Altri tre professionisti sono sopravvissuti ad attacchi armati.

Lo Stato ecuadoriano, già impegnato a gestire proteste sociali, non riesce a contenere il fenomeno, lasciando i calciatori esposti a un pericolo costante. Con la qualificazione ai Mondiali 2026, si spera che la vetrina internazionale possa sensibilizzare FIFA e comunità globale verso contromisure concrete, pari a quelle prese da UEFA ed Europol (https://noblogo.org/cooperazione-internazionale-di-polizia/il-calcio-e-vulnerabile-allo-sfruttamento-criminale), sì da evitare tragedie come quella del calciatore colombiano Andrés Escobar nel 1994.

Questi era un difensore della nazionale colombiana che durante il Mondiale 1994 negli Stati Uniti segnò un'autorete nella partita contro gli USA (foto), contribuendo all'eliminazione della Colombia dal torneo. Dieci giorni dopo il ritorno in patria, nella notte del 2 luglio 1994, Escobar fu assassinato nel parcheggio del locale “El Indio” a Medellín. 1. Secondo le ricostruzioni, i suoi aggressori gli avrebbero detto “Grazie per l'autogol” prima di sparargli a bruciapelo (ricevette 12 colpi di pistola). L'omicidio fu attribuito a Humberto Muñoz Castro, una ex guardia giurata, e il movente fu legato alle grandi perdite subite dal giro di scommesse clandestine a causa di quell'autorete. Castro fu inizialmente condannato a 43 anni, ma la pena fu ridotta e venne rilasciato nel 2005 dopo 11 anni di carcere.

#Ecuador #calcio #scommesse

 
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from Solarpunk Reflections

Before I start, I want to premise that I'm aware that videogames are built different (literally) from books: game development is not a linear process and instead of coming up with a plot and then “just making it into a game”, it's a back-and-forth process in which the story can change several times in order to accommodate for other needs.

The consequence of this is that it's very common for videogames to end up with staggered plots, unsatisfying arcs, characters that hijack the whole story, others that vanish without explanation and themes that end up half-explored. This is exactly the case of Expedition 33 AHEM, Stray. Of course this is about Stray! I'm talking cats only, I promise.

I think this game could've been a great solarpunk story, but in order to explain why I have to start from the characters and the setting before focusing on the themes. There will be spoilers, so read at your own risk if you plan on playing the game yourself. But I advise against it, and my suggestion is to watch a playthrough instead.

Of cats and robots

The game opens with this little cat clowder that roams some post-industrial (post-apocalyptic?) wilderness, until one gets hurt and falls into the sewers. That's you, and you need to find your way out of this mess in order to get back with your siblings. Sounds quite straightforward, right? Keep this in mind.

The point of having a cat as a main character is, of course, to allow the player to do cat things. Mess around with stuff, be annoying to people, wander wherever, be cute and chaotic. This is sort of effective, but for me the feeling lasted about two hours into the game before going back to the usual quest system in which you need to help characters with their errands. There are no rats to chase around (despite roaming filthy abandoned sewers several times), nor nasty dogs to run away from. If the main idea was to roleplay as a cat in a broken world without humans, half of the interesting cat things to do are nowhere to be seen.

Among these errands, you meet B12, a drone animated by a human consciousness that talks all the time, translates things around you and hacks things that a cat can't. And in case you're wondering why would a cat need to hack things, well that's because B12 immediately becomes the main quest, even though you have no reason to care about him or the past he's hazily talking about. He just latches onto you (with your visible discomfort upon being forced to wear the backpack) and from that moment on he's guiding you around for his own sake. As soon as you meet B12, the story stops being about you, the cat and it becomes all about helping B12, the former human, regain his memories (which by the way only matter to him and none of the characters you've met up until that point).

Now, this dynamic of a silent protagonist with a flamboyant robot companion is not new to fiction, and it's been done in videogames a number of times; just think of superstars like Portal's GlaDOS and again Portal 2's Wheatley. And I love robot characters in general, from R2D2 to Wall-E, Bender and back to K-2SO and L3-37.

The issue with B12 is that... he's not nearly as interesting. His personality is flat and wholly centered on who he used to be; he only either babytalks tasks to you or yaps about his past as a human (in a game where the point is not finding out what happened to the humans, because you're a cat, not an archaeologist!). A past that is not very interesting either, since eventually you learn it's a milquetoast “tragedy” of being separated from his family. The lamest and lowest-effort backstory one could come up with in such a setting, really.

There are other characters along the way (Momo, Clementine, Doc, Zbaltazar most notably), which I enjoyed more because of their drive to reach a forbidden “Outside” that you inadvertently reignite in them. Since abandoning their common pursuit (they had formed a gang called “The Outsiders”), they dedicated themselves to different activities and it shows that each of them is unique and has a life beyond their former main purpose. I wish I could've interacted more with them, instead of relegating them to supporting characters that act only as stepping stones to move you to the next part of the City.

So in order to understand why this “pursuit of the Outside” is so important to them, I need to spend a few words on the setting.

Outside in

At first glance, the overall setting is definitely cyberpunk and postapocalyptic: a dark, walled city hosts the remnants of human culture, only populated by robots and aggressive bioengineered creatures. Decaying buildings, half-functioning robots and flickering, low-power neon signs.

But inside this hellscape there are glimmers of solarpunk: the Outsiders yearn(ed) to find a way to the world beyond the walls, and even the robots who don't share their dream have managed to build a self-sufficient and peaceful community that endures against all odds: the Slums. Among the ruins, these robots make music, collect books, tend to plants, repair devices and do knitwork for each other. This is one of the most solarpunk settings I've encountered in any videogame: under the cyberpunk veneer, there are plenty of solarpunk hieroglyphs (repurposed ruins, bikes, repairing, appropriate tech, tables on the roofs, greenhouses full of life, even a library), if one knows where to look. It's a shame that the devs and writers didn't notice themselves.

The recurring meme around solarpunk (and against it, specifically) is that “there is no conflict”, and yet here we have a stellar, yet neglected, solarpunk conflict laid out before our eyes, two opposite and irreconcilable visions of utopias: the Outsiders on one side, who believe there is a way to reach a world of pristine nature, away from misery and struggle, and everyone else on the other, who want to stay in the Slums and build the utopia right there. I say the devs didn't notice this conflict because if they had, the game could've revolved around these two factions: as a cat, would you value a tight-knit community who can provide for you and to whom you can bring joy and life and cuteness, or the freedom and thrill of wilderness together with your siblings and an adventurous gang of renegade robots? The game never bothers to explore these questions and themes: despite laying out all the pieces in front of us, it does barely anything with them.

Anyway, the story spends a few chapters in the Slum, but since you're not the main character (remember, B12 is), you need to leave the Slums and find the Outside. Full stop. How is going outside related to helping find his memories was not clear at all to me, but it is what it is.

The ending would be dogshit... if only there were any dogs

The chapters in the second half have their own interesting details and other flaws, but the ending is what once again shows the potential of solarpunk without actually delivering on it. And it's all about how it handles (or rather, doesn't) its themes.

Eventually you open up the City's skyvault (why? It was never the goal), and in order to do so B12 sacrifices himself (why? Every time he's interacted with terminals or hacked stuff through the game, nothing dangerous happened to him). This leads to a “heartwrenching”, “heroic” ending in which we're supposed to care about the sudden sacrifice of a character who hijacked the whole story for his personal quest, and then pretended to do something big for all the citizens by opening the skyvault. Let me say this once again, just to make it crystal clear: nobody ever asked you or B12 to open the skyvault. It wasn't a goal, it wasn't a quest, there was nothing that indicated it could've even been a thing.

B12 had a “heroic” sacrifice because the writers wanted the real main character to have a noble ending for everyone else's supposed benefit, even though there was nothing noble about it. B12 went from “I need to carry the memories of humanity with me” (a purpose that he makes up on the spot, since through the whole game he never motivates why he's looking to restore those memories of his) to “oops actually I'm going to die for zero :'(” literally minutes later.

This could've been fixed with an afternoon's work by the writers: had the robots in the Slums and the City yearned to see the sky/sun/stars/clouds, rather than a generic “go outside”, the skyvault opening would've been ten times as powerful and meaningful. Instead we get a three-second clip of some puzzled robots and a fifteen minutes sequence of the skyvault opening in slow-mo. This moment could've been an insanely good thematic ending, had it been set up properly. It screamed wasted potential.

On the other hand, the Outside is never shown. There is nothing about Momo, Clementine, Doc, Zbaltazar and every other robot who fought and struggled and researched their whole lives to get outside; their arcs have no ending. The thing you've chased by playing the whole story is taken away from you, and then the cat just... leaves the city, as if nothing happened. There is no closure. The devs clearly had no idea what could've been outside the city, and yet chose to make half the game about getting there (the other half was collecting B12's mildly interesting memories).

Ah, and remember how the game started? In all this, the game has forgotten the actual premise of the whole story: finding your siblings! There could've been another three-seconds clip where some meowing calls for the cat and it jumps offscene, but no! This would've taken away from the actual main character B12 and his sacrifice, so it can't be allowed. There's even a slight screen flickering, as if to suggest that B12 uploaded himself into the City's system and therefore is still alive. Involuntarily (because the writers don't understand what actually evokes sadness), this waters down his sacrifice even more, as if it wasn't already forced and unwarranted; there are no real losses either.


All in all, the game as a whole is not terrible; it's fun to play and mildly entertaining, but the way the story is conducted and how the themes are botched so badly in the ending, it left me very frustrated.

In another universe, we're still in the Slums, adopted by a newfound, vibrant community that makes its own light in a world that has lost so much.

 
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from norise 2

Postfazione

Leggere Percorsi di Felice Serino è come percorrere una serie di stazioni intime: ogni poesia è un binario breve, un fermarsi e ripartire, un segno lasciato con discrezione. Qui la parola non pretende di spiegare il mondo, lo sfiora; non pretende di trattenere il lettore, lo invita a proseguire. Questa silloge mi ha colpito per la sua economia espressiva e per la capacità di trasformare il frammento in esperienza: pochi versi che spalancano orizzonti, immagini che restano come piccoli fari nella memoria.

Serino pratica una forma di «non agire» poetico: scrive per sottrazione, per scavo, eppure ogni parola è misurata, carica di una musica interna. Si avverte una tensione tra il sacro e il quotidiano, tra il respiro del mondo e il respiro dell’anima; la presenza del divino non è mai retorica, ma si insinua nei gesti più semplici — una forchetta, una penna, il volto in una fotografia — e li rende portatori di senso. Questa commistione di sacro e profano rende la raccolta sorprendentemente moderna e insieme antica, come se il tempo si piegasse per lasciare passare una verità minima.

Molti testi giocano con la luce e il silenzio: il «fiat» della creazione, i respiri di cielo, la parusia come visione che incrina il vetro opaco. Ma non si tratta di metafisica astratta; la spiritualità di Serino è incarnata, fatta di corpi, di rughe, di gabbiani che planano su solitudini d’anime. È una poesia che sa essere tenera e severa, che non evita il dolore ma lo trasforma in canto. Nei momenti più intimi — le poesie dedicate, i ricordi di famiglia, le storielline che profumano di vita vissuta — emerge un tono personale che avvicina il lettore all’autore senza filtri.

La lingua di Serino è essenziale ma ricca di invenzioni: neologismi, scarti sintattici, pause che funzionano come respiri. Questa scelta stilistica non è mai gratuita; serve a creare un ritmo che somiglia al battito del cuore, a una musica che non si impone ma accompagna. La brevità dei testi non è limite ma forza: ogni componimento è un piccolo laboratorio di senso, un invito a tornare sul verso per coglierne sfumature nascoste.

Infine, Percorsi è un libro che parla di continuità: tra nascita e morte, tra memoria e attesa, tra il dire e il tacere. È una raccolta che lascia spazio al lettore, che chiede di essere completata nella mente di chi legge. Felice Serino non pretende di chiudere i significati; li semina. E in questo gesto di generosità poetica sta la sua più grande conquista: consegnarci versi che restano, che accompagnano, che aprono altre strade.

 
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from Scout Citazioni

Eccovi la solita raccolta di riviste scout scaricate da internet. I files sono in formato compresso .ZIP contenenti i files .PDF I files delle varie pubblicazioni sono stati rinominati in modo da poterli tenere nella stessa cartella/directory e lanciare una ricerca testuale all'interno di tutti i files .PDF ad esempio utilizzando Adobe Acrobat Reader. buona ricerca e buona strada !

https://www.mediafire.com/file/kk3zsvq03th19ku/RS-Servire-rivista-1998-2025.zip/file 155MB https://www.mediafire.com/file/vlkibdphn144kif/CamminiamoInsieme-RS-rivista-2004-2025.zip/file 280MB https://www.mediafire.com/file/r3rtk0m9ry6thiy/Giochiamo-LC-rivista-2003-2025.zip/file 516MB https://www.mediafire.com/file/xwdcpc5n654wf3e/PropostaEducativa-rivista-2001-2025.zip/file 543MB https://www.mediafire.com/file/fzwhpruwlf5jmhn/Avventura-EG-rivista-2003-2025.zip/file 800MB

 
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from Piccola Biblioteca Partigiana

Siamo a PARMA, in Via Nullo 2/B

ORARI DI APERTURA:

Martedì: 17:00 – 19:00

Giovedì: 17:00 – 19:00

Sabato: 10:00 – 12:00

Qui i nostri social e contatti:

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”“Tutti gli usi della parola a tutti” mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”.

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia

 
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