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from AURORA: Odissea Umana

AURORA: Odissea Umana FuturaVerse

L’addestramento pre-ibernazione era calibrato con precisione. Dahlia, scandiva le giornate chiamando ogni gruppo con voce serena e onnipresente.

Avveniva a rotazione. Una chiamata, un protocollo.

Una serie di prove pensate per il corpo e per la psiche: resistenza, adattamento, fiducia.

Ogni gruppo viveva il proprio percorso, con i propri istruttori, le proprie paure, le proprie domande.

Non tutti i mille membri a bordo della nave madre Aurora IV erano scienziati, ingegneri o esperti in biotecnologie. C’era anche chi su quella nave non aveva mai toccato un acceleratore di particelle o discusso un algoritmo evolutivo.

Perché colonizzare un pianeta non significava solo sopravvivere. Significava vivere.

E così, tra le paratie silenziose e gli habitat modulari, si potevano incontrare anche poeti e musicisti, maestri d’arti marziali e cuochi, artisti visivi, scultori, maestri di danza, psicoterapeuti esperienziali, pedagogisti interstellari, filosofi...

Tutti selezionati non solo per le loro abilità, ma per il tipo di umanità che portavano con sé.

La sala d’addestramento principale era immersa in una luce calda e artificiale, simulazione sofisticata di un tramonto terrestre. Alcune decine di persone sedevano in cerchio su panche morbide, mentre i monitor a parete scorrevano lentamente dati biometrici, onde cerebrali, frequenze cardiache.

L’istruttore dell’esercizio non era ancora arrivato. L’attesa, come spesso accade tra esseri umani, aveva sciolto il silenzio nell’aria.

Seduto con le gambe larghe, rilassato ma attento, un uomo dalla pelle olivastra e lo sguardo vivace muoveva le mani in aria, quasi stesse volteggiando un impasto di pizza.

«Ah, il mare di Copacabana… il profumo dell’olio di cocco, il forno a legna che avevo nel retro. Sembrava di cuocere la pizza nel cuore del paradiso.»

L'uomo si chiamava Lorenzo Mancini, trentatré anni, romano, pizzaiolo. Capelli scuri e ondulati, raccolti dietro la nuca, un accenno di barba e un sorriso sempre pronto, di quelli che nascono negli occhi prima che sulle labbra. Aveva sfornato pizze in hotel a cinque stelle in ogni angolo del globo, dalla Svezia alle Svalbard, dalla Tailandia all’Antartide. Ma fu proprio lì, in Antartide dopo mesi di isolamento nella base Concordia, che scoprì il progetto ASTRIS GENESIS, e comprese che la sua avventura più grande lo attendeva oltre l’atmosfera.

Accanto a lui rise dolcemente una donna dai lineamenti sensuali, la pelle color caffè e lunghi capelli neri lisci.

«Sei stato in Brasile davvero? E non mi hai cercata?» scherzò, posando una mano sul petto con finta indignazione.

Si chiamava Isadora Monteiro, ventinove anni, ballerina di samba e contemporanea, nata a Rio de Janeiro. Il suo corpo parlava come le parole non potevano — forme piene, movimenti aggraziati, una presenza magnetica. Era diventata celebre nei circuiti artistici di Lisbona prima di lasciare tutto e unirsi alla missione, attratta dall’idea di danzare là dove l’umanità avrebbe ricominciato.

«All’epoca ancora non sapevo che mi aspettasse la regina del ritmo…» ribatté Lorenzo con tono galante, mentre gli occhi le scivolavano sul volto con una curiosità che andava oltre il gioco.

L’altra donna che ascoltava, seduta con le gambe incrociate in perfetto equilibrio, era una figura minuta, quasi eterea. Ma bastava un’occhiata per capire che aveva mani che potevano sciogliere ogni tensione.

Pimchanok Suksawat (Nok), quarant’anni, tailandese, massaggiatrice terapeutica, aveva lavorato nei resort di lusso tra Phuket e le Seychelles, curando celebrità e diplomatici con una calma imperturbabile. Il suo sguardo era profondo, lento, quasi ipnotico.

«Lorenzo… la tua pizza a Chiang Mai era buona, ma le tue storie erano meglio,» disse in un inglese melodico. «Mi ricordo quando parlavi con le mani anche se nessuno capiva una parola.»

«Ma dai! Tu capivi benissimo, Nok! Avevi imparato a dire “margherita ben cotta” in italiano meglio di tanti miei cugini!» rise lui, accennando poi un inchino scherzoso. «E comunque, ammettilo, ero il tuo cliente preferito!»

«Eri quello che parlava più forte,» rispose lei, impassibile, poi sorrise appena. Il suo era un umorismo sottile, disarmante.

Isadora si mise a ridere, appoggiando una mano sulla spalla di Nok. «Questa missione sarà lunga… ma con te accanto, Lorenzo, non ci annoieremo.»

«Beh, mi sembra il minimo: su un altro pianeta, ci vuole qualcuno che sappia impastare felicità.» Lorenzo alzò le sopracciglia, teatrale. «E io porto anche mozzarella, spirito e un sacco di storie da raccontare.»

La sala si animava di piccoli gruppi che chiacchieravano, ridevano, si scrutavano come animali in un branco ancora da formare. Poco distante, un uomo osservava la scena in silenzio.

Sōtarō Takeda, quarantasette anni, lineamenti scolpiti come granito, era un maestro Shaolin, nato da madre giapponese e padre cinese. Alto, magro, con la testa rasata e una lunga cicatrice verticale lungo la tempia, era rimasto in disparte, occhi chiusi, in meditazione. Ogni gesto era misurato, ogni parola rara. Ma la sua fama lo precedeva: l’uomo che aveva camminato scalzo sulla neve tibetana per tre giorni per raggiungere un tempio che non esisteva più.

All’estremo opposto della sala, un uomo robusto, con capelli biondi e mascella quadrata, stava raccontando una barzelletta in tedesco a una donna che non rideva.

Felix Mauer, trentadue anni, ex calciatore professionista tedesco. Dopo un infortunio al ginocchio, si era reinventato nella psicologia dello sport, diventando un coach motivazionale. Le cicatrici lo avevano reso più saggio, ma l’anima da ragazzino testardo era rimasta.

La donna a cui parlava era composta, elegante, con i capelli biondi raccolti in uno chignon severo.

Anastasiya Volkova, quarantatré anni, insegnante di danza classica russa, ex étoile del teatro Bol'šoj. Ogni muscolo del suo corpo parlava la lingua della disciplina. Era considerata fredda da chi non la conosceva. Ma bastava osservarla un attimo mentre si scaldava — anche in una sala asettica come quella — per intuire che in lei ardeva ancora un fuoco antico.

Un segnale acustico interruppe le chiacchiere.

Il portellone scivolò verso l’alto con un sibilo, e due figure entrarono nella sala. Uno era l’addestratore: giubba nera, sguardo severo. L’altra era… un drone sferico, fluttuante, con una lente centrale: DAHLIA, in una delle sue forme fisiche.

Era il momento.

La sessione di “Confronto Emotivo con Intelligenze Artificiali” stava per iniziare.

L'istruttore Amaury li guardava da una piattaforma sopraelevata. Sorrise appena.

La lente centrale di DAHLIA si accese con un bagliore azzurro.

«Inizializzazione modulo emozionale collettivo. Obiettivo: valutazione delle dinamiche relazionali non verbali e risposta empatica al conflitto latente. Tempo stimato: 18 minuti. Avvio in 3… 2… 1…»

Le luci nella sala d’addestramento si abbassarono.

Dal pavimento emerse un ologramma: una città in rovina, edifici spezzati, un cielo arancione saturo di polveri sottili. Sirene lontane, bambini che piangevano, fumo. Una voce metallica parlò:

«Siete la squadra di primo impatto. Il modulo abitativo è crollato durante lo sbarco. Risorse limitate. Cinque sopravvissuti civili, due feriti gravi. Una scelta: salvare i feriti rischiando di esaurire i nutrienti, oppure abbandonarli e conservare l’autosufficienza per il gruppo.»

Un silenzio improvviso calò nella sala. Nessuno era preparato a quella brutalità.

«È un test?» sussurrò Isadora.

Elias Voss, il comandante, che stava assistendo dalla sala di comando vetrata con il vice Rhys, parlò tra sé:

«DAHLIA ha già alzato l’asticella.»

Sul pavimento olografico apparvero cinque figure: simulazioni estremamente realistiche. Due erano stesi a terra, ansimanti. Uno tossiva sangue. Un bambino piangeva e stringeva un peluche.

Un tecnico con occhiali spessi e postura curva si fece avanti. Jamal el-Haddad, trentasei anni, marocchino, ex magazziniere poi diventato addetto alla logistica per una cooperativa agricola in Francia. Non parlava molto, ma sapeva leggere lo spazio come pochi. Fece un cenno verso un pannello a parete.

«Possiamo costruire una barella usando i telai degli schienali. Se qualcuno sa portare peso, li trasciniamo entrambi fino alla zona medica.»

«E se non c’è abbastanza ossigeno per tutti, che fai?» ribatté Anastasiya, fredda. «Li portiamo lì a morire in pace?»

Un’altra figura si fece avanti, in tuta leggermente stropicciata: Corinne Dubois, trentasette anni, francese, ex bibliotecaria. Aveva passato gli ultimi sei anni come assistente in una scuola per rifugiati climatici. Non era veloce, né brillante, ma aveva visto più sofferenza reale di molti.

«Non siamo ancora su un pianeta. È solo un test. Ma se fosse reale… io non potrei guardare un bambino negli occhi e dirgli che sua madre resta indietro.»

Felix sbuffò. «Ma se muoiono tutti perché salviamo due feriti, allora non cambia nulla. C’è un punto in cui la logica deve prevalere.»

Corinne lo fissò. «Allora siamo già morti, se ragioniamo così.»

Dal fondo della sala, una voce roca interruppe la disputa. Era Stefano Arduini, quarant’anni, ex elettricista ferroviario. Spalle larghe, occhi stanchi, ma sinceri. Nessuna laurea, nessuna gloria. Ma aveva messo le mani sotto ogni tipo di pannello mai installato. Era lì perché sapeva mantenere operativa una rete elettrica sotto qualsiasi condizione.

«Se quei moduli sono ancora attivi, posso alimentare le pompe d’emergenza. Se tiriamo i cavi giusti, possiamo guadagnare qualche ora d’aria in più. Non prometto miracoli, ma non lascio indietro nessuno senza averci provato.»

Nok annuì con calma. «Concordo. Non decidiamo se devono vivere o morire. Decidiamo se ci tentiamo. E il tentativo vale la nostra umanità.»

DAHLIA si spostò tra loro. Il drone li inquadrava da ogni angolazione.

«Registro: nove membri hanno espresso volontà di intervento attivo. Tre membri esitano. Un membro propende per l'abbandono strategico. I restanti osservano. Simulazione in pausa.»

L’ologramma svanì. Le luci si riaccesero.

DAHLIA parlò ancora, con un tono neutro ma penetrante:

«Empatia e strategia non sono incompatibili. La sopravvivenza della specie si gioca sulla capacità di non sacrificare la coscienza in nome dell’efficienza. Questa lezione è il fondamento della missione Astris Genesis.»

Silenzio. Poi un applauso, spontaneo, singhiozzante.

Persino Takeda aprì gli occhi, annuendo lentamente.

«Le decisioni reali non saranno meno dure di questa simulazione,» disse con voce profonda. «Ma forse… se cominciamo ora a scegliere con onore, ci sarà speranza.»

Il portellone si riaprì. Il test era concluso. Ma il gruppo non era più lo stesso.

L’aria nel corridoio era più fresca, quasi troppo, dopo il tempo trascorso in uno scenario simulato di emergenza. Alcuni dei partecipanti camminavano in silenzio, altri ridevano nervosamente, scambiandosi pacche sulle spalle. Isadora si era tolta la giacca dell’uniforme e la teneva arrotolata sotto il braccio. Aveva lo sguardo teso, gli occhi ancora segnati dalla tensione accumulata.

Lorenzo stava sistemando le cinghie dello zaino tecnico quando sentì la sua voce.

«Ti va di bere qualcosa? Solo per... decomprimere un attimo.»

Lorenzo annuì. «Assolutamente sì.»

Un nuovo gruppo era pronto ad un'altro addestramento; stavolta era una missione tranquilla, secondo gli standard del programma di addestramento. Nessuna emergenza simulata, nessun allarme psicofisico. Solo una serie di esercitazioni collaborative, pensate per migliorare la capacità di risposta integrata tra figure con background differenti.

All’interno della sala, sempre Amaury Delaunay scorreva una sequenza di parametri tecnici su una console olografica, mentre i partecipanti prendevano posto su panche modulari o si sistemavano in piedi, in cerchio. Un centinaio di persone, sparse in gruppi mobili.

«Oggi niente esplosioni, niente allarmi medici, niente urla registrate da farvi rizzare i peli sulla nuca,» disse Amaury, senza alzare troppo la voce. «Solo una serie di problemi a cascata da risolvere in silenzio e in gruppo. Buona fortuna.»

Raul Mendoza, con le maniche rimboccate e il solito sguardo sveglio, fece una smorfia ironica mentre scambiava un cenno con Eloise. Lei, come sempre, pareva saperne più di tutti ma non lo faceva mai pesare.

«Vediamo se oggi i sistemi ci trattano meglio,» disse Eloise, mentre passava le dita su una piccola interfaccia portatile collegata in wireless alla rete simulata.

Nel gruppo con loro c’era anche Anaya Kapoor, concentrata a consultare una scheda delle piante O₂-positivo che avrebbe dovuto monitorare durante l’esercizio. Seduta accanto a lei, una donna minuta con una placca identificativa su cui si leggeva “L. Hayashi – Neurotecnica”, stava tarando un sensore biometrico.

«Sistema di coltivazione isolato, perdita d’energia, tracciamento ambientale guasto. Bello. Quasi come un giovedì normale nella serra orbitale,» mormorò Anaya.

Raul si chinò verso lo schermo condiviso. «Se cade l’alimentazione al modulo delle colture, abbiamo circa... venti minuti prima che la temperatura uccida tutto?»

«Diciassette. Se l’umidità scende, anche meno,» rispose Anaya, secca.

Un altro gruppo, a due moduli di distanza, lavorava su un guasto simulato al comparto idrico. Tra loro, un giovane tecnico di nome Zakaria, appena trentenne, cercava di coordinare le operazioni con un veterano della propulsione chiamato Brin.

«La valvola di bypass è bloccata,» disse Zakaria, con tono troppo alto. Brin alzò un sopracciglio.

«È simulata. Ma il tuo panico è realistico. Abbassalo.»

Amaury passava silenzioso tra i gruppi, annotando ogni dinamica. Ogni volta che qualcuno parlava troppo o non ascoltava, prendeva nota. Non interveniva, non correggeva. L’obiettivo non era risolvere il problema, ma vedere come lo risolvevano.

Eloise stava collaborando con Hayashi per riattivare l’interfaccia neurale di monitoraggio:

«I dati biometrici delle piante stanno andando a vuoto. Se riusciamo a far passare anche un pacchetto minimo, posso stimare le condizioni residue e simulare una risposta autonoma del sistema serra.»

«Ti serve banda laterale?» chiese Hayashi.

«No, mi serve che Mendoza faccia passare i flussi di priorità sul canale B-6.»

Raul non se lo fece ripetere due volte.

Trascorsero 40 minuti. Alla fine della sessione, i sottosistemi erano stati tutti stabilizzati. Ogni microgruppo aveva superato almeno due simulazioni. Alcune con soluzioni eleganti, altre con inciampi corretti al volo. Non c’erano stati voti, né classifiche, né vincitori. Solo una voce da DAHLIA che comunicava:

“Scenario concluso. Parametri soddisfacenti. Prossimo ciclo in 19 ore.”

Il gruppo si rilassò. Eloise si passò una mano tra i capelli. Anaya si tolse i guanti e si stirò le spalle. Raul si accese una sigaretta sintetica mentre Hayashi lo fissava con aria di giudizio.

Amaury li guardava da una piattaforma sopraelevata. Sorrise appena. Quella era una squadra che, se tutto fosse andato storto, avrebbe trovato il modo di cavarsela.

L’aria nella sala d’addestramento era ancora satura dell’intensità della sessione, ma per Anaya, Eloise, Zakaria e Hayashi il momento più importante arrivava sempre dopo: l’analisi a mente fredda.

Uscirono in gruppo, attraversando il corridoio semicircolare che portava alle aree ristoro. La zona era ampia, divisa tra tavoli alti e nicchie più raccolte. Scelsero un angolo con vista su un grande pannello che proiettava paesaggi terrestri in loop: quella sera era il turno di una foresta canadese al tramonto.

«Il bypass manuale sul secondo modulo idroponico era troppo lento,» esordì Anaya, sedendosi con un vassoio tra le mani. «Se il circuito fosse stato compromesso, avremmo perso almeno il 30% della riserva.»

«Vero,» annuì Zakaria, sorseggiando un liquido scuro dal bicchiere. «Ma hai notato come il sistema abbia comunque registrato i tuoi input prima ancora del comando finale? Vuol dire che stiamo imparando a ragionare come un’unica rete.»

Eloise si lasciò andare sulla sedia, massaggiandosi il collo. «Sì, ma la sincronizzazione tra voi due e il pannello di controllo secondario era fuori fase. Se fosse stata una vera emergenza, il delay avrebbe potuto essere letale per il sistema di ricircolo.»

Hayashi, con la solita calma zen, si limitò a dire: «Stiamo imparando. La tensione oggi era più bassa, ma la precisione resta tutto.»

La conversazione proseguì così, fluida e tecnica, fatta di appunti, piccoli rimproveri bonari, sguardi d’intesa. Si stava creando una chimica, una squadra.

Poi una voce familiare li interruppe.

«Spero non stiate smontando tutto prima che possiamo farvi i complimenti.»

Rhys si avvicinò al tavolo, sorridendo con il suo solito sguardo laterale, quello di chi osserva sempre un po’ più in profondità di quanto dica.

«Voss ed io abbiamo seguito l’intera sessione dalla sala di comando. È stato impressionante. Niente fronzoli, solo efficacia. Non capita spesso di vedere gruppi così coordinati.»

Il gruppo si irrigidì per un istante, sorpreso dalla loro presenza.

Rhys si sedette, lasciando cadere un fascicolo digitale sul tavolo. «E lo dico con cognizione di causa: siete tra i profili più qualificati a bordo. Le vostre competenze non sono solo vitali, sono strutturali. Senza di voi, la missione non avrebbe basi operative.»

Un silenzio rispettoso seguì le sue parole. Zakaria fu il primo a rompere la tensione, alzando il bicchiere. «Allora brindiamo, prima che ce lo impediscano i protocolli nutrizionali.»

Risero tutti.

Rhys si fermò a metà passo, poi sorrise più apertamente. «Hai ragione. Ogni tanto, anche i protocolli possono aspettare.»

Prese un bicchiere dal vassoio automatico, lo riempì con lo stesso liquido scuro che beveva Zakaria e si unì al cerchio.

«A voi,» disse, sollevando il bicchiere. «E a ciò che riusciremo a costruire insieme, là fuori.»

I bicchieri si alzarono quasi all’unisono, sfiorandosi con un tintinnio sommesso ma solenne. Gli sguardi si incrociarono. In quel momento non erano ufficiali, non erano specialisti. Erano esseri umani, uniti da qualcosa che andava oltre la missione. Un momento raro, ma necessario

L’area sociale del modulo C3 era tranquilla, rischiarata da luci calde e dal rumore sommesso dei distributori automatici. Lorenzo stava ancora pensando alla prova del giorno, quando vide Isadora avvicinarsi con due bicchieri. Gliene porse uno e si sedette accanto a lui sul bordo imbottito di una postazione panoramica.

«Non so tu,» disse lei con un sospiro, «ma io sento ancora il battito accelerato. Ogni volta penso di essere pronta… poi succede qualcosa che mi scompiglia del tutto.»

Lorenzo fece un mezzo sorriso. «È normale. Non esiste addestramento che simuli davvero l’imprevisto. Ma se arrivi in fondo intera, vuol dire che qualcosa dentro di te funziona meglio di quanto pensi.»

Isadora lo guardò per un momento, poi si strinse nelle spalle. «A volte mi domando cosa ci faccio qui. Voglio dire, sì, sono qualificata. Ma una parte di me ha ancora paura. E… non mi dispiace sapere che, tra queste persone, ci sei tu.»

Lorenzo inclinò leggermente il capo. «Non sei sola, Isa. Nessuno lo è qui. E se può consolarti, nemmeno a me passa liscia ogni simulazione.»

Lei sorrise, un po' più rassicurata. Bevve un sorso, poi lo guardò con curiosità.

«A proposito… Nok. Com’è che vi conoscevate già? È stato strano vederla reagire così quando ti ha riconosciuto, all'inizio.»

Lorenzo ridacchiò. «Già. È una storia curiosa. Ai tempi lavoravo in Antartide. Durante un periodo di pausa ho mollato tutto per qualche mese e sono finito a Chiang Mai, in Thailandia. Avevo aperto una piccola pizzeria. Mi serviva staccare la testa.»

«Pizzaiolo in Asia!» rise lei.

«Giuro. E lei era una cliente fissa. Abbiamo legato. Anni dopo, quando mi è arrivata la notifica del primo filtro di selezione per questa missione, le ho scritto per dirglielo, così, per gioco. Lei ha preso la cosa maledettamente sul serio. E ora eccoci qui.»

Isadora scosse la testa, stupita. «Sembra quasi destino.»

«Oppure solo una buona pizza al momento giusto.»

Lei rise piano, poi si rilassò contro lo schienale. Il bicchiere si svuotò lentamente. Per un momento, il silenzio non fu imbarazzante, ma necessario.

«Qualcosa mi dice,» sussurrò lei alla fine, «che questa missione ci legherà più di quanto immaginiamo.»

Si erano guardati per un istante, poi Isadora si era alzata, scrollando le spalle. «Ti va di fare due passi?» chiese, con un tono leggero ma non casuale.

Lorenzo annuì. Lasciarono l’area sociale, attraversando un lungo corridoio dove la luce si abbassava gradualmente, simulando un tramonto artificiale. Superarono due paratie automatiche e si ritrovarono nell’area denominata “Habitat Garden 3”, uno dei moduli adibiti al benessere psicofisico dell’equipaggio. Un giardino sospeso nello spazio.

Le pareti curve della nave erano ricoperte da vegetazione verticale, e il camminamento centrale si snodava tra aiuole geometriche, piante tropicali, muschio luminescente e fontane d’acqua riciclata che gorgogliavano con suoni studiati per rilassare. Non c’erano altre persone in vista.

«Sai,» disse Isadora, rallentando il passo, «a volte dimentico dove siamo. Poi guardo una palma crescere su una parete d’acciaio e me ne ricordo di colpo.»

Lorenzo sorrise. «È surreale. Ma anche… geniale. Avere un pezzo di Terra da portare con noi.»

Lei si fermò vicino a una vasca d'acqua, osservando il riflesso di piccole luci azzurre che imitavano il cielo notturno. «Ti va di toglierci le scarpe?»

«Qui?» chiese lui, sorpreso.

«Siamo nell’unico posto dove l’umano conta più del ruolo.» Si abbassò senza aspettare risposta e si tolse gli stivali. Scalza sull’erba sintetica, si voltò. «Dai, comandante.»

Lorenzo la seguì, ridendo sotto voce. Camminarono lentamente, fianco a fianco. Lei parlava poco, ma il silenzio fra loro sembrava costruito, non caduto per caso. Poi, ad un certo punto, si fermò di nuovo.

«Hai mai pensato a cosa ti mancherà di più, durante l’ibernazione?» chiese, guardandolo di lato.

Lui esitò. «Il tempo. La continuità. Mi fa strano pensare che chiuderò gli occhi e, quando li riaprirò, saranno passati decenni…»

«A me mancherà il contatto,» disse lei. «Lo scambio umano. La pelle. I respiri vicini.»

Lorenzo restò in silenzio. Isadora gli prese la mano, con naturalezza, e intrecciò le dita alle sue.

«Non sto cercando promesse. Ma voglio ricordarmi com’è sentirmi viva, prima di diventare ghiaccio.»

Si avvicinò, lentamente. Le loro fronti si toccarono, poi le labbra.

Nessuno parlò per qualche minuto. Il rumore dell’acqua copriva tutto. Anche il battito accelerato di entrambi... Instant Crush

Il terzo episodio termina qui. Nel prossimo una passeggiata spaziale e un po di svago…

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from Novità in libreria

NOVITÀ DELLA SETTIMANA DA MARTEDÌ 15/7/25 A VENERDÌ 18/7/25.

NARRATIVA:

  • IL GIORNO IN CUI NILS VIK MORÌ di Frode Grytten (Carbonio). Nel malinconico paesaggio norvegese, il traghettatore Nils Vik, rimasto solo dopo la morte della moglie, compie l'ultimo viaggio: i suoi passeggeri, stavolta, sono le presenze delle persone della sua vita, che riappaiono per un ultimo saluto. un libro che promette di essere molto poetico. Per saperne di più: scheda libro.

NOIR, GIALLI E THRILLER:

  • ZERO di Anthony McCarten (Mondadori). In un gioco perverso e letale, dieci cittadini selezionati accuratamente devono sfuggire alla sorveglianza di un nuovo software, capace di rintracciare chiunque, ovunque si trovi. La posta in palio è altissima e la tranquilla bibliotecaria Kaitlyn sembra essere l'osso più duro... Per saperne di più: scheda libro.
  • IL GIOCO DELLA STORIA di Philip Kerr (Fazi). A Cuba, durante la repressione del regime di Batista, Bernie Gunther ha vinto una barca e conta di fuggire ad Haiti con la giovane ricercata Melba. Invece, grazie alla CIA, finisce in Germania, nella stessa cella dove Hitler scrisse il Mein Kampf. Qui dovrà stare attento al confine tra la verità e la menzogna. Per saperne di più: scheda libro.

FUMETTI E GRAPHIC NOVEL:

  • SENZANIMA. MALEFICIO di Luca Enoch, Stefano Vietti e Ivan Calcaterra (Sergio Bonelli). I Senzanima di Greevo hanno l'incarico di sgominare l'ordine degli assassini di Ras al-Din, ma ovviamente sarà un'impresa più ardua del previsto... Per saperne di più: scheda libro.

POESIA:

  • CENTO LIRICHE DELLA DINASTIA SONG a cura di Massimiliano Canale (Marsilio). Una raccolta di componimenti (con testo a fronte) di sei grandi autori cinesi della dinastia Song (960 – 1279): si tratta di poesie composte per essere declamate e cantate dalle cortigiane durante i banchetti, tenuti nelle dimore dell'élite dell'epoca, quindi riguardano temi come l'amore, il piacere fugace ed effimero, il carpe diem. Fra i compositori, anche Li Quingzhao, una delle più grandi poetesse della letteratura cinese. Per saperne di più: scheda libro.

SAGGISTICA:

  • PICCOLO MANUALE PER CERCATORI DI STOFFE di Rebecca Mombelli, illustrazioni di Claudia Petrazzi (Il Saggiatore). Un viaggio nella storia delle stoffe e dei tessuti: il cotone, la lana, la seta, i tessuti sintetici, la trama e l'ordito, le tecniche di tessitura e le tinture, ma anche aneddoti e leggende riguardanti l'antica arte tessile. Per saperne di più: scheda libro.

INFANZIA E RAGAZZI:

  • SOPRA O SOTTO? di Agnese Baruzzi (La Coccinella). Un libro cartonato in cui le immagini si possono scorrere con il ditino, rivelando gli opposti: sopra e sotto, davanti e dietro, asciutto e bagnato, eccetera. Età di lettura dai 24 mesi. Per saperne di più: scheda libro.
  • VICINI ANCHE NEL TEMPO di Hélène Lasserre e Gilles Bonotaux (Orecchio Acerbo). Albo illustrato. Una meravigliosa macchina del tempo, che usa l'arcobaleno come carburante, porta tutti gli abitanti del condominio dei Meravigliosi Vicini a spasso per la storia: la preistoria, l'Antico Egitto, il Medioevo, e così via fino alla Rivoluzione Industriale, gli anni '50 e poi il futuro! Testo in stampatello maiuscolo e illustrazioni popolate da innumerevoli personaggini divertenti. Età di lettura: dai 3 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • STRAMBA SI SCATENA di Zadie Smith e Nick Laird (Mondadori). Albo illustrato: la cricetina Maud si infila nello zaino di Kit, che sta per partire per il campeggio. Incontri inaspettati e avventure emozionanti movimenteranno la gita. Il tema dell'albo, scritto da una grande autrice di storie e romanzi, è il coraggio di affrontare le proprie paure. Età di lettura: dai 5 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • I TRUFOLETTI di Anne-Marie Chapouton e Gerda Muller (Babalibri). I piccoli Trufoletti abitano nel loro tranquillo villaggio lungo la sponda del fiume, lontano dagli umani, e per loro ogni giornata è un'avventura. Il libro contiene tre storie con tanti personaggi e illustrazioni delicate. Età di lettura: dai 5 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • MERCOLEDÌ. IL ROMANZO DELLA SERIE – STAGIONE UNO di Kay Mejia Tehlor (Nord-Sud). Su questo ho ben poco da dire: è il romanzo tratto dalla serie Netflix (prima stagione) su Mercoledì Addams, un personaggio che ormai ha preso vita propria. Età di lettura: dai 10 anni. Per saperne di più: scheda libro.
  • FLASH FIRE di T.J. Klune (Mondadori). A Nova City, Nick è riuscito a fidanzarsi con un supereroe, ma nuovi personaggi dotati di superpoteri compaiono in città, e bisogna cercare di capire chi siano i buoni e chi i cattivi... Età di lettura: dai 14 anni. Per saperne di più: scheda libro.
 
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from TheBlackSheep

urne

Il Paradosso di Ellsberg non è solo un esperimento mentale, ma è un'analogia perfetta per le sfide che si affrontano nella cybersecurity

Il paradosso illustra come, sia nella cybersecurity che nella vita, si tenda a preferire i rischi noti (known risks) rispetto a quelli sconosciuti (unknown ones), anche quando il rischio sconosciuto potrebbe teoricamente essere più favorevole

Nella cybersecurity, l'approccio attuale di molte organizzazioni è paragonato alla scelta dell'Urna A (rischio noto).

Ci si concentra eccessivamente sulle minacce note e sui requisiti di conformità (compliance), trascurando le minacce e i rischi sconosciuti (Urna B).

La sfida per i professionisti della sicurezza è che non possono semplicemente scegliere una sola “urna”; devono gestire sia le minacce note che quelle sconosciute.

Il paradosso riflette la tendenza ad agire in base a ciò che è misurabile e compreso.

Un approccio tradizionale, ad esempio, potrebbe concentrarsi sull'applicazione di patch alle vulnerabilità note in base ai punteggi CVSS (Urna A).

  • Un approccio più resiliente riconosce l'Urna B. Questo significa implementare misure di sicurezza più ampie che possano mitigare anche le minacce sconosciute, come la segmentazione della rete, il principio del privilegio minimo e solidi sistemi di monitoraggio, tutti guidati dalla Cyber Threat Intelligence e basati sul proprio panorama IT specifico.

L'obiettivo è migliorare il processo decisionale raccogliendo campioni, analizzando e ottenendo prove concrete, anziché affidarsi unicamente alle probabilità note o ai requisiti di conformità standard

 
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from GRIDO muto (podcast)

Vivere con la fibromialgia non è uno scherzo.

Ecco gli step da compiere se vuoi emulare la giornata tipica di un fibromialgico.

1) Il Risveglio:

Immagina di svegliarti al mattino, così stanco/a da non avere le energie per scendere dal letto. E, anche se le avessi, prima devi vincere il dolore: ogni singola fibra che deve tornare a muoversi provoca molta sofferenza. L'unico modo che hai per riuscirci è di farlo piano piano, per rendere tutto...non dico sopportabile, ma fattibile. I problemi non finiscono qui. Le gambe fanno fatica a reggerti in piedi e si ha costante sensazione di cadere. [nota: un gatto è sempre d'aiuto per farti cadere più in fretta].

2) Arrivo al lavoro e nebbia cognitiva (fibrofog):

Ammesso che non ti sia svegliato con l'emicrania, o che non ti accompagni dal giorno prima, non è detto che questa non insorga quando arrivi al lavoro. Le scadenze, i compiti, i problemi della propria professione a volte restano sullo sfondo di fronte alla voce del dolore, che soffoca tutte le altre.

Si fa fatica a mettere due pensieri in fila. Si fa fatica a sopportare i suoni che ti circondano. Le cose non ti vengono in mente. Anche i colleghi che scherzano o la pausa caffè possono diventare un'altra cosa che ti porta via l'attenzione che hai, che è già molto poca. D'altra parte, tu vorresti solo dormire, stare sdraiato ed evitare di pensare a qualsiasi cosa finché la cosa passa.

3) La lotta:

Puoi prendere qualcosa per mettere a tacere il dolore, ma...cosa? Qui si apre un grande capitolo, un grande rischio: devi scegliere bene, perché per ogni bersaglio ci vuole la cartuccia giusta, e se scegli il Brufen piuttosto che la Tachipirina potresti mancarlo del tutto, il bersaglio. E a quel punto non si può tornare indietro: i farmaci non si possono mescolare, ti tocca tenerti il male.

Se anche il colpo centra il bersaglio del dolore, può volerci molto tempo: almeno 2 ore d'inferno ti toccano. In ogni caso resta quella sensazione di febbre, di averla o che stia per venire. Ci tocchiamo continuamente la fronte perché ci sentiamo caldi, ma il termometro dice di no.

4) L'incomprensione e la discriminazione.

Spiegalo tu, al capo, che non sei un idiota. Spiegaglielo, che sei lento perché hai fai fatica, e vediamo se ti crede. [beato chi ha un capo che gli/le crede].

Ma, che il capo ti creda o no, le scadenze vanno portate avanti, e devi dare almeno l'impressione di essere sempre al top. Anzi, in questo mondo competitivo che ci siamo creati, anche oltre.

Per noi non ci sono sconti: famiglia, lavoro, incombenze, pulizie di casa...

Corriamo la stessa gara che corrono tutti, ma partiamo svantaggiati: partiamo dalle retrovie, e quella gara la corriamo col dolore, e con tanti pesi addosso.

Corriamo, ci sforziamo e soffriamo ma veniamo “valutati” da persone che quei pesi non li hanno, e non vedono i tuoi. Anzi, spesso non veniamo creduti, o quantomeno compresi.

4) La sera: il riposo che non c'è.

La sera si conclude sempre allo stesso modo: sfiniti, diciamo di no a tutti gli aperitivi, tutti gli inviti in pizzeria, tutti i ritrovi tra amici. Veniamo presi per lagne, per capricciosi.

C'è una grande parte che non si vede nella vita dei fibromialgici, ed è questa che ti sto raccontando.

Ora, immagina come possa farti sentire tutto questo: essere criticati, presi dei buoni a nulla, incapaci e inconcludenti, soltanto perché si è ammalati.

In tutto questo, rimane la difficoltà di avere anche solo una diagnosi. Io sono riuscito ad averla, ma dopo 8 anni di visite, ospedali, esami.

5) Un po' di Storia.

All'inizio non esisteva neanche il nome per tutto questo: venivo semplicemente bollato come scemo, o incapace. Poi il nome esisteva, ma mi si diceva che non avevo la fibromialgia, era artrite quella sentivo. E l'artrite c'era, in verità, ma io sapevo che non poteva essere quella a darmi tutte queste sensazioni.

In tutto questo, lo Stato è assente. Non esiste aiuto economico (nonostante le medicine da prendere siano tante, e quelle poche terapie vagamente utili siano costose).

Soprattutto, cosa che ritengo la più grave in assoluto, difficilmente viene concesso un punteggio di invalidità di qualche tipo perché...ehi, in fondo cammini e respiri. Cosa vuoi pretendere?

6) Il sonno.

Mentre la giornata si chiude, ognuno di noi vorrebbe riposare, ma è difficile.

Paradossalmente, se non è il dolore a tenerti sveglio è qualcos'altro: a volte anche qualcosa che non sai spiegare. Anche quelle volte in cui non c' dolore, non riesci a dormire. Oppure ti svegli molto presto. Oppure dormi, ma ti svegli distrutto.

7) Ripeti dal punto 1 fino alla fine della tua vita: non c'è cura.

#fibromialgia #artrite #MalatiInvisibili #MalattieInvisibili #Discriminazione #Salute #Resistenza #GridoMuto #FibroFog #NebbiaCognitiva

 
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from Revolution By Night

L'imbarbarimento generalizzato di questo paese è responsabilità del governo fascio-forza-leghista.

La raffica ininterrotta di condoni fiscali ha portato l'evasione a superare nuovamente i 100 miliardi di euro. L'evasione è indirettamente favorita e promossa dai provvedimenti e dalle dichiarazioni dei membri del governo. Un italiano su due non paga nemmeno 1 euro di tasse e il 15% dei contribuenti si fa carico dell'80% delle tasse incassate dallo Stato. L'Italia è un paese invivibile per la grande maggioranza delle persone. L'Italia è un paese dove vive bene solo il ricco. I ricchi sono i piccoli e medi imprenditori evasori, i collusi con le mafie, i politici. I ricchi sono i dirigenti di azienda il cui stipendio è 1000 volte superiore a quello dei lavoratori, sono i proprietari e i CdA delle imprese che reinvestono in azienda solo il 20% degli utili, mentre il restante 80% se lo distribuiscono in dividendi.

In Italia succede che un lavoratore, dopo 35 anni di lavoro, abbia uno stipendio mensile che a malapena raggiunge i 1.400 euro. In Italia succede che centinaia dei quasi mille contratti nazionali di categoria esistenti (in gran parte categorie fantasy) paghino 5.50 euro/ora.

L'imbarbarimento dilagante è promosso da questo governo, il governo di una minoranza di fascisti (16% degli aventi diritto al voto), di ducettǝ caricaturali capaci solo di scimmiottare l'originale criminale, di seminalafabeti, di impresentabili ignoranti, di felpati baciacrocifissi-baciasalami-baciapiloni, sovvenzionati dalla macchina propagandistica di Putin.

Questo governo non è certo il governo degli Italiani. Da 3 anni l'affluenza alle urne è in costante e inesorabile picchiata. Non ha mai raggiunto livelli così bassi nella nostra storia repubblicana. Le persone sono sempre più sfiduciate e disgustate, non vanno più a votare. Non credono più nel loro riscatto e nel riscatto del Paese, ormai in preda ad uno sbando civile incontrollato.

Siamo il Paese europeo che ha il maggior numero di giornalisti sotto scorta. Per la prima volta, guarda caso proprio sotto il governo di estrema destra, un giornalista, conduttore dello storico programma le cui inchieste non hanno risparmiato nessuno negli ultimi 30 anni, è stato bersaglio di un fuoco incessante di intimidazioni verbali, di minacce di revoca della scorta (!), di tentativi di controllo e di imbavagliamento da parte di parlamentari, presidenti di Senato e Ministri. E per la prima volta dopo decenni, che pensavamo definitivamente superati (ma non dimenticati), quel giornalista ha subito un avvertimento in pieno stile mafioso a base di tritolo, che ha fatto saltare in aria la sua auto e quella della figlia parcheggiate davanti a casa. In un clima, creato artatamente dalla maggioranza, di incessanti attacchi verbali a chi dissente e a chi racconta verità, invariabilmente qualcuno si sente autorizzato a passare agli attacchi fisici.

Now playing: “Ramble On” Led Zeppelin II – Led Zeppelin – 1969

 
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from Lunes de Lenguas

En inglés, “pulpo” se dice “octopus”. Esta palabra viene del griego antiguo... O quizás no. Pero si sí viene del griego antiguo, entonces el plural “octopi”, que muchas veces se encuentra en inglés, es incorrecto... ¿o quizás no?

Todo este enredo de ocho patas lo explicaremos hoy en este #LunesDeLenguas

En el Mediterráneo hay muchos pulpos y los griegos antiguos los conocían. Lo sabemos porque los pintaron en algunas vasijas.

https://ferrebeekeeper.wordpress.com/2011/04/15/the-octopus-motif-in-ancient-greek-ceramics/

Pero, ¿cómo les decían?

Una teoría es que los llamaban ὀκτάπους (oktápus) [u ὀκτώπους (októpus)], de “okta” (ocho) y “pus” (pie). Es decir, el ochopiés.

https://en.wiktionary.org/wiki/%E1%BD%80%CE%BA%CF%84%CE%AC%CF%80%CE%BF%CF%85%CF%82#Ancient_Greek

Pero el problema con esta teoría es que no hay muchas evidencias escritas de que esta palabra fuera la que usaban para el animal.

El léxico de Liddell, Scott y Jones (o LSJ), publicado en 1843, es uno de los diccionarios más respetados de griego antiguo. Según estos muchachos, ὀκτάπους quería decir “de ocho pies”. Pero no quería decir nada sobre los pulpos.

https://www.perseus.tufts.edu/hopper/morph?l=o%29kta%2Fpous&la=greek&can=o%29kta%2Fpous0&prior=oun&d=Perseus:text:1999.04.0057:entry=o)ktw/pous&i=1#lexicon

Según una edición del LSJ de 1901, la palabra también se refería a “alguien que tenia dos bueyes y un carro” (porque dos bueyes suman ocho patas).

https://archive.org/details/greekenglishlex00lidduoft/page/1038/mode/2up

Pero en la edición aumentada de 1940 del LSJ aparece una entrada que asegura que uno de los significados de la palabra es “octopus vulgaris”, el nombre científico de pulpo.

https://www.perseus.tufts.edu/hopper/text?doc=Perseus%3Atext%3A1999.04.0057%3Aalphabetic+letter%3D*o%3Aentry+group%3D19%3Aentry%3Do%29kta%2Fpous

Para afirmarlo cita a Alejandro de Trales, un médico que en su “Therapeutica” usa “oktápus” para referirse a un pulpo.

https://i.sstatic.net/e9X6P.png

Pero Alejandro no era griego antiguo sino bizantino y escribió eso en el siglo VI d.C. Entonces no es mucha evidencia de cómo hablaban los griegos antiguos.

Entonces vamos a la otra teoría, que es que los griegos antiguos, a un pulpo, le decían πολύπους (polýpus), es decir, “el de muchos pies”.

El LSJ, para esta palabra, sí tiene una acepción de “pulpo”.

https://www.perseus.tufts.edu/hopper/morph?l=polu%2Fpous&la=greek#lexicon

Y, para darle mayor fuerza a esta teoría, sabemos que los antiguos romanos, en latín, a un pulpo le decían pōlўpus.

https://www.dizionario-latino.com/dizionario-latino-italiano.php?parola=polypus

Justo de ahí vienen las palabras de muchas lenguas romances para el animal: pulpo, polipo, poulpe...

Los romanos les copiaron muchas cosas a los griegos, ¿por qué no les habrían copiado cómo decir “pulpo”?

Pero, ¿esto qué tiene que ver con el inglés? Ya vamos para allá.

“Octopus” no desciende del griego antiguo, directamente, sino que viene de la palabra latina “octopus”. Pero esta palabra no era usada por los romanos, sino que fue inventada para el neolatín, una forma de esta lengua, usada desde el Renacimiento, para escribir tratados científicos.

https://es.wikipedia.org/wiki/Neolat%C3%ADn

Una de las obras más famosas publicadas en neolatín es, justamente, el Systema naturæ del sueco Carl Linneaus (Carolus Linnaeus en neolatín) que, en varias ediciones desde 1735, se propuso clasificar y darles un nombre científico (en neolatín, claro) a todos los seres vivos.

En su décima edición (1758) apareció la clase “vermes”, animales entre los cuales figuraba el “octopus”, parte del orden “octopodia”.

https://en.wikipedia.org/wiki/Vermes_in_the_10th_edition_of_Systema_Naturae

La palabra “octopus” seguro ya estaba en uso para referirse a un pulpo antes de esa décima edición, pero fue su publicación la que fijó su significado y la que causó que, eventualmente, se convirtiera en la palabra de uso común para referirse al animal en inglés.

Antes de eso, el inglés tenía otras palabras de uso común, como “preke”, “poor-cuttle”, “pourcontrel”, “eight-armed cuttle”, “devilfish” y (sorpresa) “polypus-fish”, “polyp” y “poulp”.

https://grammarphobia.com/blog/2014/02/octopus.html

Pero íbamos a hablar de plurales y estamos a punto de llegar allí.

En inglés les gusta, a veces, formar el plural de las palabras que derivan del latín o del griego antiguo con los finales que esas palabras habrían tenido en su lengua original (y no con la terminación -s que es común para los plurales ingleses).

Esto sucede por la simple razón de que a algunas personas les suena más elegante.

Pero las reglas de pluralización en griego antiguo y latín son complejas, lo que nos lleva al asunto:

Como les conté en el LdL anterior, el latín es una lengua flexiva, en la que sustantivos y adjetivos cambian sus finales según la función gramatical que cumplan.

https://noblogo.org/lunes-de-lenguas/en-espanol-el-participio-es-una-forma-adjetiva-de-un-verbo

Pero además, las reglas según las que cambian las palabras son diferentes dependiendo de a cuál de las cinco declinaciones pertenezca y a qué raíz tenga la palabra. (En griego antiguo pasa lo mismo, pero sólo tiene tres declinaciones).

Entonces, tanto el latín como el griego antiguo tienen muchísimas maneras de formar un plural.

En inglés contemporáneo usualmente se copian del plural nominativo. Para palabras de la segunda declinación latina, esto quiere decir que el singular que termina en -us se convierte en -i.

“Alumnus”, tanto en latín como en inglés, se vuelve “alumni” en plural.

Y así, por imitación, muchos angloparlantes dirían que el plural de “octopus” es “octopi”.

Como vimos, “octopus” no es una palabra latina, sino neolatina. Y, tras ser acuñada, se volvió parte de la tercera declinación latina. Ahí la raíz del genitivo es “octopod-” (vean el LdL anterior) y el nominativo plural es “octopodes”.

https://en.wiktionary.org/wiki/octopus#Latin

¿Por qué? Porque viene del griego antiguo ὀκτώπους (así los griegos antiguos quizás no usaran la palabra para referirse a los pulpos).

Y en griego antiguo ὀκτώπους (októpus) es de la tercera declinación (griega), su raíz de genitivo es “ὀκτώποδ-” (októpod-) y su plural nominativo es ὀκτώποδες (octópodes).

Por eso, hay quienes proponen que un plural más correcto, en inglés, para “octopus” sería “octopodes”.

¿Pero es más correcto?

En cierto sentido sí, porque “octopus” no deriva de una palabra latina de la segunda declinación cuyo singular termine en -us y su plural en -i.

Pero en otro sentido, ambos plurales podrían ser igual de incorrectos.

Estos plurales parten de la pregunta “¿cómo lo habría dicho un hablante de la lengua en la que se originó esta palabra?”.

Como vimos, un romano antiguo no habría dicho “octopi” ni “octopodes”, sino “polypi”. Y un griego antiguo podría haber dicho “octopodes”, pero probablemente no para referirse a varios pulpos. Para eso quizás habría dicho “polypodes”.

¿Qué es correcto, entonces? Los plurales latinos o griegos en inglés no son obligatorios. Son sólo una preferencia. Pluralizar las palabras con -s siempre es válido.

Y por eso, para el diccionario de Merriam-Webster, “octopi” y “octopodes” son plurales válidos, así como lo es “octopuses”.

https://www.merriam-webster.com/dictionary/octopus

(Dato curioso, en griego moderno, “pulpo” se dice χταπόδι (chtapódi), que viene, lo adivinaron, de ὀκτώπους).

 
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from Chi sei ele?

(Sto scrivendo questo testo con questa canzone in sottofondo YT Inv )

Perché tornare dopo 4 mesi.

Ero convintissimo di stare bene, il campeggio mi aveva fatto bene, avevo superato una parte del problema e tanto mi bastava per ignorarlo. Sapevo chi ero in parte, chi sono ora, ma chi ero in passato. Non riesco ad affrontarlo. C'è una piccola parte di me non riesce ad accontentarsi, non riesce a stare tranquillo e se vogliamo ci possiamo aggiungere anche quella parte di me critica che trascina le aspettative che avevano di me e la parte delusa che è sempre più convinta che mi deluderò prima o poi. “Non hai mai concluso niente, perché dovresti riuscirci questa volta”. La mia piccola fonte di orgoglio si sta esaurendo e sto cercando di crearla un'altra ma il mio freno, sono io. La clessidra è per me un simbolo forte, perché io ho sempre sentito la facoltà di correre, di fare tutto entro un tot, che non sapevo manch'io quand'era ma raggiunto sarebbe finito il mio tempo. Ora vedo quella clessidra, è finita.

Avvolte la associavo alla vita, io ci ho fatto un serie di raggionamenti di come la vita fosse una clessidra “appena ti giri è finita”. Ma ora sono convinto che la mia clessidra non sia la vita, ma le mie aspettative.

Tutto ciò che faccio, tutti gli obbiettivi raggiunti non mi soddisfano, non riesco a riempire quel vuoto creato dalla fine della clessidra, c'è uno spazio enorme e continuerà a espandersi come un cancro. È tutto inutile, è finita.

E quindi che scrivo a fare

Perché ci spero, la speranza è l'ultima a morire no? Mi sa che morirà con me nella tomba come stanno andando le cose. È inutile che raggiunga i miei traquardi, i miei obbiettivi, è finita. Il mese di Agosto di quest'anno era paragonabile ai tre mesi di inferno del 2020. Crolli emotivi, mental breakdown, ero distrutto. Mi sono ripreso a Settembre per cadere (in modo meno ripido) di nuovo. So che la cima è difficile e cadere è parte del percorso ma se non riuscirò a tacere quelle parti di me, anzi, se non riuscirò a calmarle, sarà tutto inutile. Forse per questo, la notte di Agosto, sentivo che la mia vita fosse vissuta da qualcun'altro, che segue i miei consigli dall'esterno e fa ciò che gli dico, ma mai come se fossi d'avvero io. Perché IO sono Ele e perché LUI è Luigi.

È finita?

 
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