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from Bymarty

📔 “Dal mio diario” ✨Caro amico, addio....

✍️ Non scriverò più di te, di chi non merita, di chi in tutti questi anni non mi ha cercata, non ha ritenuto giusto o non ha sentito l'esigenza di un saluto, un caffè! Non sono dispiaciuta stasera, sono un po' più leggera, perché? Forse perché è arrivato il momento di dedicare me stessa, attenzioni e pensieri, a chi merita, a chi oggi soprattutto nel reale c'è, a chi mi ascolta, a chi risponde se ho bisogno, a chi ha dimostrato, in vari modi di tenerci, di considerare reale e importante un' amicizia, una conoscenza, anche un semplice saluto! Mi accorgo, soprattutto in questi momenti, che davvero è ingiusto per noi stessi, per chi magari merita le nostre attenzioni e noi invece le sprechiamo così, come ho sempre fatto io e come magari continuo a fare oggi, dopo quel messaggio, quelle semplici parole, in passato avrei continuato e chiuso definitivamente con un confronto, con il guardarsi negli occhi! Ma oggi, e ha ragione chi mi ha fatto notare, che i tempi son cambiati, che le relazioni pure si sono adattate, mi sento di dire che allora i cambiamenti hanno peggiorato tutto e tutti e sinceramente non mi piacciono. Sarò antica, vintage come si dice, ma io ci credo ancora nei valori, nell'amore, nell'amicizia e nella sincerità! Ma l'esperienza, il tempo, il male hanno un po' cambiato il mio modo di pensare, di sperare, di vivere, son cambiate priorità, interessi e la mia stessa vita è dovuta cambiare, adattarsi alla nuova me che sta affrontando, con forza, fragilità e speranza, questo percorso, dopo la scoperta, l'intervento e il dopo...Non posso scrivere a chi non ha interesse a leggere, ma credo non abbia senso neppure scrivere, ancora, adesso , dopo una risposta, che so non arriverà, o se dovesse arrivare, poi è arrivata, non cambierà nulla! È come scrivere una pagina di diario, pur sapendo che non avrai risposta, perciò credo sia giusto non tentare più, non pensare, non rinnegare il passato, ma non sprecare neppure più il mio pensiero a questa pagina di diario, di vita, arrivata al suo epilogo, dove si può finalmente concludere, con un the End, come è giusto che sia, come è giusto per me! La normale conclusione di una storia, un' amicizia, il momento giusto per voltare pagina, chiudere questo libro e iniziarne a scrivere uno nuovo...

 
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from Revolution By Night

Sì, la riforma della giustizia e la demolizione del principio sacro della separazione dei poteri che ne consegue, piace a tutte le mafie e alle organizzazioni criminali, che da tempo si sono comprate il nostro povero e sciagurato paese.

Quando il potere esecutivo ha la facoltà di dire al potere giudiziario che cosa indagare e giudicare e quando farlo, non ci si trova più in uno Stato democratico bensì in uno ad un stadio più o meno avanzato di autoritarismo.

Ovviamente a destra non sono tutti analfabeti funzionali o talmente ignoranti da non avere capito che cosa ha detto, in maniera cristallina, il bravisimo Gratteri. Ma nell'era delle fake si semina ignoranza per raccogliere odio, livore e vendetta.

Si deve essere in totale malafede a sostenere che Gratteri abbia detto che chi vota Sì è un mafioso, criminale e colluso con l'ndrangheta. Non è opinabile invece che la riforma piaccia alle mafie. Perché da decenni le mafie condizionano il potere esecutivo e quello legislativo, quello di un Parlamento occupato da mafiosi e collusi con la criminalità organizzata. Siamo l'Italia, il paese dei paradossi, il paese in cui l'unica legge che regola la vita quotidiana è l'illegalità, da sempre.

Volendo essere buoni e credere a ciò che dice il Governo, cioè che da parte loro non c'è nessuna intenzione di sottomettere il potere giudiziario a quello esecutivo, ma allora perché non farlo con leggi ordinarie invece che attraverso una revisione pesante della nostra Costituzione, che darebbe questa possibilità ad un successivo governo di malintenzionati?

Perché non sforzarsi di mantenere blindato il nostro ordinamento democratico, basato sull'equilibrio e separazione tra poteri, da qualsiasi anche solo ipotetica possibilità di attaccarlo e demolirlo?

Senza una risposta valida a queste due domande si può solo pensare male. E se aggiungiamo che a proporre la riforma è un governo farcito di fascisti nostalgici servi del pericoloso fascista MAGA col ciuffo cotonato, si deve essere degli ingenui babbei a non pensare male.

Si dice che in altri Paesi i procuratori rispondano all'esecutivo, come in Francia. In Francia i procuratori sono sotto il controllo del Ministero della Giustizia, ma ci sono alcuni limiti sul suo potere di indirizzo.

Ma se il Governo italiano dice di non voler mettere i procuratori sotto il controllo dell'esecutivo, perché porta la Francia come esempio? E la Francia non è l'Italia, la Francia è un paese con una cultura civile e un senso della legalità e del rispetto della cosa pubblica che noi non abbiamo mai avuto e non avremo mai. Triste dirlo ma è così.

I sostenitori del sì possono portare tutti gli esempi che vogliono di paesi in cui ci sono forme simili a quelle proposti nella riforma, ma l'Italia è un unicum tra i paesi democratici di tutto il mondo.

L'Italia ha inventato e esportato le mafie, la corruzione è il sistema di governo, le mafie controllano indirettamente alcuni consigli regionali e una moltitudine di consigli comunali italiani. Noi i mafiosi e i collusi li eleggiamo direttamente, il nostro sistema economico è controllato dalle mafie e politici e amministratori sono potentemente condizionati dalle mafie, e sovente sono nel loro libro paga. I nostri parlamenti hanno prodotto una moltitudine di leggi in favore delle mafie e dei loro interessi. I reati dei colletti bianchi in Italia sono quasi sempre reati di mafia.

La mafie hanno il controllo totale di numerose e vaste aree di territorio nazionale, dove lo Stato è assente e si guarda bene dal presentarsi per presidiarle. La polizia italiana è una delle polizie europee meno pagate e finanziate, e con più carenza di organico, eppure deve lottare contro le organizzazioni criminali più potenti del mondo. Non è accettabile. Tutti i Governi dal secondo dopoguerra ad oggi sono scesi a patti con le mafie, fino a quando queste non sono diventate uno Stato pari e alternativo.

Now playing: “Ain't Talkin' 'bout Love” Van Halen – Van Halen – 1978

 
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from Pensiero Sovrano

Il potere è in noi

Ci sono frasi che si fissano nella mente come piccoli mantra quotidiani, semplici da ricordare ma difficili da applicare. Una di queste recita: “Non puoi cambiare i comportamenti di un’altra persona. Puoi solo cambiare il modo in cui tu reagisci a quei comportamenti.” È una verità che spesso si accetta con la testa, ma si rifiuta con il cuore. Perché noi esseri umani, per natura, desideriamo armonia, coerenza, e in fondo… controllo. Vogliamo che gli altri ci capiscano, che ci rispettino, che cambino per amore o per il nostro benessere. Ma la realtà, come spesso accade, segue un’altra traiettoria. Quante volte ci siamo ritrovati a insistere, a spiegare, a giustificare? Abbiamo creduto che con le parole giuste, l’altro avrebbe potuto vedere il nostro punto di vista. Eppure, nulla è cambiato. Le stesse abitudini, le stesse parole, gli stessi silenzi. E allora subentra la frustrazione. Quella sensazione sorda di impotenza che ci lascia interdetti e, a volte, ci fa dubitare persino del nostro valore. Ma c’è un luogo sacro, spesso trascurato, dove il cambiamento è sempre possibile: dentro di noi. Non è un rifugio di sconfitta, ma un campo di forza. È lì che possiamo decidere come reagire. Possiamo scegliere di non farci ferire, di non portare il peso delle parole altrui come macigni. Possiamo rallentare, respirare, osservare. E in quell’istante di pausa tra l’azione e la reazione, nasce la libertà. Cambiare la propria reazione non significa essere passivi, né cedere. Significa diventare protagonisti della propria serenità. È un atto di coraggio e maturità. Vuol dire imparare a proteggersi senza chiudersi, a rispondere senza attaccare, ad accettare senza subire. Non è facile, no. Ma è una delle forme più alte di amore per sé stessi. In questo cammino, si impara anche a non prendere tutto sul personale. A capire che ciò che l’altro fa, dice o omette è spesso lo specchio del suo mondo interiore, non del nostro valore. Le reazioni degli altri parlano di loro, non di noi. E questa consapevolezza è liberatoria. Le relazioni, allora, cambiano forma. Non perché gli altri cambiano, ma perché noi scegliamo di guardarle da un altro punto di vista. Alcune si rafforzano, altre si allentano, altre ancora si chiudono. Ma in ognuna di esse, c’è un filo conduttore nuovo: il rispetto per se stessi. Così, piano piano, ci si accorge che non è sempre necessario combattere ogni battaglia, rispondere a ogni provocazione, correggere ogni torto. A volte basta sorridere e andare oltre. Perché quando impari a gestire le tue reazioni, nessuno ha più il potere di turbare la tua pace. In un mondo dove tutti cercano di cambiare gli altri, tu puoi scegliere di cambiare te stesso. E forse, proprio così, finirai per ispirare il cambiamento che cercavi.

 
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from cronache dalla scuola

In quinta informatico li porto nella classe di cooperative dove c'è già pronto il poeta, Guido Caserza, che li aspetta, assieme al regista Roberto Merani. I ragazzi si siedono e Guido nella mezz'ora successiva declama il suo poema “Canto dei morti sul lavoro” accompagnato dal video multimediale di Merani. I ragazzi ascoltano, in silenzio mentre si parla di morti bianche, di arti tranciati, di capitale, di Dio, di gente che va a lavorare, a morire. Dal video arrivano rumori di fabbrica, musica industriale, volti anonimi che si accavallano e sovrappongono.

Alla fine i ragazzi applaudono e inizano a fare le domande a Caserza e Merani: in quanto tempo l'hai scritto? Credi in Dio? I volti che si vedono di chi sono? È nato prima il testo o prima il video, o assieme? Come ti sei documentato? Che stile hai usato? E molte altre. Sono domande per buona parte spontanee, è una classe di informatici, lontana dal mondo della letteratura, ma sono curiosi, vogliono capire. Per me è una fatica organizzare tutto, mi appoggio alla generosità dei miei ospiti, ma è un modo per fare entrare la letteratura viva a scuola. Mostrare come il mondo culturale si interseca con quello tecnologico. Guarda e parla della società. Impasta il suo linguaggio con quello della storia.

Ci ritorno nell'aula di cooperative, oggi, con una seconda scientifico, accompagnato da una docente di sostegno che viene di sua sponte. Faccio spostare tutti i banchi e li faccio sedere in cerchio, gli dico che ho notato che da mesi ci sono tensioni fra di loro, momenti di rabbia, divisioni in gruppi. Gli dico che si sta creando un luogo di studio e di lavoro tossico. Gli do poi un post-it, incidentalmente a forma di foglia. “Dovete scrivere – gli dico – le tre cose che più non sopportate dei vostri compagni di classe. Quelle che vi danno disagio, che vi fanno stare male”.

Nel mezzo del cerchio che si è creato metto un cartellone che ho preso dal laboratorio artistico, mi metto a quattro zampe e scrivo sopra “MALESSERE”. I ragazzi intanto compilano i loro foglietti anonimi e li posano per terra.

Quando tutti hanno fatto, con la collega li chiamiamo uno a uno: devono prendere una delle foglie posate per terra, leggere cosa c'è scritto e provare a indovinare chi l'ha scritto. La persona che viene identificata come autore può dire se è stata davvero lei a scriverlo o negare. Può anche mentire. Può dire se è d'accordo comunque con quello che c'è scritto sul foglietto, anche se non l'ha scritto lei. Poi chiediamo quanti sono d'accordo con quello che è stato scritto. Alla fine attachiamo la foglia nel cartellone “malessere” e passiamo alla foglia dopo.

Escono tante cose: fastidio di essere criticati, odio del rumore, sofferenza per il clima teso e senza momenti di rilassamento, sarcasmo e derisione. Altri inaspettati come la percezione di mancanza di igiene nei compagni. Il vittimismo davanti ai docenti, le bestemmie. Alla fine del giro il cartellone “malessere” è finito. Creiamo con la collega dei gruppi di studio per scrivere delle strategie per attenuare o risolvere questi problemi emersi. Delle “regole” che andremo a mettere in un secondo cartellone chiamato “benessere” di cui, di tanto in tanto, verificheremo l'efficacia.

Suona la campanella mentre stiamo ancora lavorando e interrompiamo tutto, continueremo domani. “Lo so perché ha fatto questa attività” mi dice uscendo uno studente. “Perché ha dimenticato il libro di storia” dice e ride.

Rido.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Dalla rivoluzione al disincanto

C’è stato un tempo in cui Internet era una promessa. Un luogo libero, aperto, senza recinti. Dove le idee viaggiavano velocità e la curiosità era l’unica vera password. Oggi viviamo in un mondo iperconnesso. Tutto è a portata di clic eppure non siamo mai stati così filtrati, selezionati, indirizzati. La cultura digitale è cambiata. E la domanda è semplice ma scomoda: siamo ancora noi a usare la tecnologia…o è lei a usare noi? La cultura digitale è nata come una promessa: informazione libera, comunicazione senza confini, collaborazione globale. Negli anni ’90 e nei primi 2000, l’Internet degli idealisti era un territorio aperto, dove il sapere fluiva senza barriere e l’innovazione era sinonimo di libertà. Ma oggi, a trent’anni dall’inizio di quella rivoluzione, dobbiamo fare i conti con un paesaggio diverso: più connesso, ma anche più controllato; più accessibile, ma dominato da poche grandi piattaforme. Chi ha vissuto i primi anni del Web ricorda la sensazione di frontiera. Forum, blog personali, mailing list: strumenti semplici ma rivoluzionari. Non servivano algoritmi per trovare una comunità, bastava la curiosità. Il digitale era sinonimo di partecipazione: Wikipedia nasceva dall’idea che chiunque potesse contribuire alla conoscenza. L’open source portava l’idea che il codice fosse patrimonio dell’umanità. E il concetto di “rete” non era solo tecnologico, ma umano. Poi è arrivata la fase due. Social network, streaming, e-commerce: la rete si è trasformata in un sistema centralizzato. Le grandi piattaforme hanno semplificato l’accesso, ma in cambio hanno preso il controllo dell’esperienza. Gli algoritmi hanno sostituito la scoperta spontanea: non cerchiamo più, ci facciamo trovare. Ma questo significa che vediamo solo ciò che qualcuno – o qualcosa – decide per noi. Nel nuovo ecosistema digitale, la cultura non è più soltanto il frutto di un processo creativo, ma un bene che deve generare interazioni, like, visualizzazioni. Il valore non si misura più in profondità, ma in velocità: un contenuto “vale” finché resta nella timeline. Questa logica ha trasformato anche l’informazione: il titolo deve catturare, il video deve trattenere, l’articolo deve generare reazioni rapide. Non sempre conta il messaggio, ma l’impatto immediato. Oggi possiamo assistere in diretta a un concerto dall’altra parte del mondo o partecipare a un corso universitario senza muoverci di casa. Ma allo stesso tempo, la sovrabbondanza di contenuti crea rumore: l’attenzione è una risorsa scarsa, e ogni piattaforma compete per conquistarla. L’abbondanza informativa rischia di trasformarsi in superficialità diffusa, dove si “scorre” più che si approfondisce. Negli ultimi anni si è sviluppata una nuova corrente: quella della cultura digitale consapevole. Più utenti cercano di capire come funzionano gli algoritmi, come proteggere la propria privacy, come usare la tecnologia senza esserne usati. Podcast, newsletter indipendenti, progetti open source tornano a creare spazi alternativi, lontani dalla logica delle piattaforme. Non è un ritorno ai vecchi tempi, ma un’evoluzione: meno ingenuità, più attenzione critica. La cultura digitale è un ecosistema vivo: muta ogni giorno, cresce e si contrae, crea opportunità e problemi. Non è un male o un bene assoluto, ma un campo di forze in continua tensione. Il futuro non sarà un ritorno al passato, ma un nuovo equilibrio tra centralizzazione e libertà, tra accesso globale e qualità del contenuto. Se c’è una lezione che possiamo trarre dagli ultimi trent’anni è questa: la tecnologia cambia, ma la cultura la facciamo noi. E la direzione dipende dalle scelte che facciamo ogni volta che clicchiamo.

 
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from Chi sei ele?

Continuo di ICARUS

Riflettere

Facciamolo, facciamo questa cosa, rispolvero vecchi articoli.

Che i giochi abbino inizio

Ecco questo fa' male commentarlo, abbandonato tutto. Motivo? Tempo
Ah questa mia paura del tempo, ha sempre ragione, il tempo non basta e finché il blocco più grande occuperà e mi mangerà, non potrò mai dedicare me stesso ai progetti che potevano salvarmi. La scuola, quel macigno che occupa il tempo.

“La scuola insegna maturità, crescita ed è la base per ogni adolescente”
A me ha insegnato che non bastano sogni e speranzi, voti alti e nemmeno raccomandazioni, la vita è tutta fortuna, o sei in o sei out e ODIO tutto questo. Io facciò attivismo per un sogno e questo sogno per quanto bello o brutto che sia punta anche a cambiare la scuola, perché essa non demoralizzi più la vita dei studenti, non lo renda un luogo ostile, decreativo e che anzi, sia di salvezza per gli studenti, ma... non ci sto riuscendo, spero che chi mi succederà ci riesca...

Cos'è questo blog?

Un articolo sofferente che ripercorre una sintesi molto, molto ristretta, della mia vita post pandemia.
Quella playlist è ancora utile a scrivere articoli come questi, fui lungimirante devo dire.

Ora odio le chiamate.

Non so come rispondere a questa mia citazione, avvolto le odio, avvolte le amo, vorrei tornare più spesso su Ds, visto che mi sono finalmente sbloccato ma il tempo non c'è. Mi mancano quelle chiamate in cui faccio “Papà Gufo” e per quanto possa tornare quando voglio, ho la sensazione di starle perdendo.

2022-2023

Quel capitolo era importante, ma lo scritto molto edulcurato. Quei anni facevo schifo, come persona e ora me lo dico.
Quando vedo che la gente si lamenta di una mia conoscente, che la criticano e la odiano, io non riesco, perché lei è simile a me in questo arco di età, nel 2022.

Per questo, ora da esterno, so quanto schifo facessi, eppure mi è servito questa fase, mi è servita a formare una buona parte del mio carattere. In parte devo essere felice di essere stato così, perché vedo persone che non ci sono passate che non solo non vedono la situazione, ma criticano senza sapere cosa c'è dietro.

2024-ora [...] P.S. 2024-2025 [...]

La parte più importante di tutte, quindi ora lo dico. SI, è l'anno più bello, fino in fondo, anche come si è concluso, ma è sofferente, è doloroso, è frastagliato di problemi, pieno di bornout, di pianti, di scleri, urla, nottate passate a chiedere aiuto indirettamente perché non nè sono capace e gente che se ne approfitta. MA, mi ha donato troppo per odiarlo.

Chiudiamo qui?

Si dai, chiudiamo qui.

~ele
 
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from Chi sei ele?

(sto scrivendo con sottofondo ICARUS – Tony Ann, valla a cercare per avere il giusto mood)

“Ricordati di non avere paura di chi si arrabbia, ma di chi sorride sempre”

E come capisco questa frase. Una persona all'apparenza calma, pacata, che sorride sempre e cerca di essere gentile con tutti. Ecco lei, quella persona, sta male. Me ne accorgo subito qual è la differenza tra chi lo fa' per educazione e chi per evitare guai, chi lo fa' per comportamento evasivo e perché sta male. Sai perché lo riconosco subito? Sono uno di quelli.

“Volevo tatuarmi il punto e virgola, sai il significato vero? Però io non l'ho mai del tutto superato, ci sono periodi, in cui ricado in quel vortice e altri in cui ne esco senza che nulla sia mai successo. Penso che me lo tatuerò spezza, quella virgola” “tuttuala separata, così che, quando l'avrai superata davvero finisci di tatuarlo”.

L'idea del secolo e penso che lo farò, tatuando l'ultima parte di rosso, con un bel rosso che marchierà ancora di più la fine di tutto questo.

Finirò mai di scrivere questo blog?

Il giorno che smetterò, sarà il giorno che tatuerò quell'ultima parte, chissà fra quanto, alla fine questo blog sta su un host indipendente, potrebbe sparire domani, come ultima prova di un ele che soffriva, che voleva essere salvato ma da se stesso. Che in verità non può essere salvato, perché il problema è se stesso e non farà accedere a nessuno a quella parte di se da curare o estirpare.

Dappertutto ma mai pienamente presente

Fa sentire tutti come i suoi migliori amici pur tenendoli tutti a distanza.
Parla ininterrottamente (se ha il “salvagente”) ma non dice mai nulla di reale. Conosce i tuoi segreti mentre i suoi restano nascosti (o escono alla sprovista). Pensi di essere intimo con lui, finché non capisci che intimo con tutti.
Colleziona persone ma non si lega con nessuno.
Esiste una parte di lui che nessuno vedrà mai.

Si inserisce in qualsiasi situazione all'istante, caccia carisma dal cilindro nelle occasioni giuste. Legge ogni stanza, persona, situazione, alla perfezione.
Argomenta emtrambi i lati così bene che dimentichi di cosa trattava il litigio. La sua mente si muove più velocemente di quanto la maggior parte delle persone riesca a seguire. Riesce a tirarsi fuori (o dentro) da tutto a parole. Evita lo scontro, anche verbale. Fa sembrare semplice anche la complessità.

Se avete letto queste parole da un'altra parte, spoiler si, sono di un post che mi hanno mandato, il problema è che era inquetantemente accurato, cosa che pensa anche la persona che me l'ha mandato. Non la vedo come una cosa positiva.

Chiudersi in una bolla, che apro leggermente la finestrella e che se scoppia, mi chiudo in casa nel tentativo disperato che si ricostruisca, non è affatto positivo. Quando me la toglierò?

 
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from La biblioteca di Amarganta

C come ... Colore!

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera C, creatore Antonio Basioli

Avete letto bene: oggi parliamo del #colore.

Solitamente nella narrativa il colore è un elemento che non riguarda i romanzi, ma i libri per bambini piccoli, ricchi di illustrazioni. Certo, non è insolito che (specie in passato) che i romani per ragazzi vengano pubblicati con illustrazioni. Da buon #Millenial quale sono, mi vengono in mente i disegni di Serena Riglietti per i primi libri Harry Potter o quelli presenti nei romanzi di Rohal Dahl. Solitamente, però, si tratta sempre di disegni in bianco e nero, e sono elementi per lo più aggiuntivi.

È una costante della #letteratura: salvo rari casi, il colore appartiene alle copertine dei libri, non certo al loro testo che è sempre nero ... giusto?

La questione cromatica

In Italia sono disponibili due versioni de La Storia Infinita, entrambe con la traduzione della Pandolfi. La prima è un'edizione standard in bianco e nero che distingue le parti ambientate nel mondo reale da quelle nel mondo immaginario attraverso una differenza di carattere tipografico. La seconda utilizza invece due colori diversi: rosso per il mondo umano, verde acqua per Fantasìa.

Di queste due versioni, la seconda è quella “autentica”, che rispetta la volontà espressa da Ende in occasione della prima edizione assoluta (quella tedesca) del libro. L'autore sovverte qui i canoni con una scelta apparentemente “infantile” (l'utilizzo di un testo colorato) che ha però l'effetto di rendere anche il colore del testo parte integrante della narrazione.

La differenza di carattere tipografico utilizzata nella versione in bianco e nero è invece un espediente, un escamotage adottato per l'edizione economica pubblicata dalla TEA: un modo per rendere “a basso costo” la distinzione fra i due mondi.

L'autore tedesco, durante la stesura del romanzo, arrivò a ritenere che una semplice pubblicazione tradizionale non fosse adatta per l'opera che stava scrivendo, ma che questa dovesse essere confezionata come un libro di magia, con copertina di cuoio e bottoni in madreperla e ottone. Fu solo dopo i colloqui con l'editore, preoccupato per i costi di una simile produzione, che i due si accordarono per qualcosa di più semplice: copertina in seta rossa, 26 capilettera per i singoli capitoli (disegnati dall'artista Roswitha Quadflieg) e la celebre stampa a due colori.

Una scelta che verrà poi ripresa anche nelle edizioni straniere. In quella italiana pure i capilettera appositamente scelti, quelli di Antonio Basioli, furono adattati ai colori con cui iniziano i vari capitoli, che non è solo un capriccio dell'autore ma una vera e propria testimonianza della natura metanarrativa del libro.

"Dove si trova questo libro? Nel libro."

Quando Bastiano comincia a leggere il suo libro de La Storia Infinita (quello interno alla storia) il testo viene da subito descritto come verde acqua. Chissà che emozione sarà stata per i lettori di allora, quella di voltare pagina dopo il prologo scritto in rosso e di ritrovarsi anche loro a leggere lo stesso racconto letto dal protagonista scritto con lo stesso colore!

Leggere letteralmente un libro nel libro, cosa rafforzata inoltre dalla già accennata copertina in seta rossa dell'edizione originale, esattamente come quella del libro preso da Bastiano!

Ma Ende fece di più. Egli rese La Storia Infinita non solo un libro nel libro, ma aggiunse un terzo libro omonimo all'interno di Fantasìa, dove il Vecchio della Montagna Vagante – figura antitesi dell'Infanta Imperatrice, simbolo della scrittura che rende le storie immutabili laddove l'altra è la creatività che da loro forma – riporta tutto quello che avviene in un volume che – a suo dire – non contiene semplicemente tutta Fantasìa, ma “[...] è tutta Fantasìa” . E durante questo incontro, fra l'imperatrice e il suo contrario, per un breve istante, il contenuto di tutti e tre i libri diviene uno.

Quando l'Infanta Imperatrice (nel suo ultimo tentativo per portare Bastiano a Fantasìa) chiede al Vecchio di cominciare a rinarrare il suo libro, la sua Storia Infinita dal principio, l'inchiostro con cui l'anziano scrive, la copertina del suo libro così come la tonaca che indossa, cambiano il loro colore dalla da verde acqua a un ben più (per il lettore) famigliare rosso. La storia ricomincia in un ciclo infinito (la Fine Infinita) dal momento in cui i noi lettori di Ende hanno iniziato il libro, con le stesse identiche parole e le stesse identiche scene (salvo la differenza che nella nostra copia questo testo è ancora verde acqua, fatta eccezione per le reazioni di Bastiano nel leggere di sé stesso).

Nel romanzo di Ende, il colore del testo non è più un fronzolo o un capriccio autoriale, ma un elemento concreto della storia. Qualcosa di cui anche chi legge può fare esperienza in prima persona. Da appassionato di esoterismo (in particolare alchimia e antroposofia), Ende dava molta importanza al simbolismo, elemento chiave delle pratiche magiche (non a caso voleva stampare il romanzo come se fosse un libro di magia). La sua scelta dei colori e il gioco metanarrativo, trasportano questa dimensione simbolica al testo scritto, e la mette in mano a lettrici e lettori che però potranno interamente comprenderla solo arrivati a metà del libro, nella scena della Fine Infinita ...

 
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from Bymarty

🧦 Spaiati, ma felici..✨

Nel mio cassetto pieno di calzini tutti apparentemente uguali, c'è ne sono alcuni un po' particolari. Uno azzurro con piccoli cuoricini dorati, l’altro rosso con babbo Natale, poi alcuni bianco neri... Ma ogni mattina rimangono li, uno sull'altro, tristi, perché diversi, soli e non più in coppia.. Seppur diversi, in realtà non son sbagliati, anch'essi si possono indossare, accarezzare, riutilizzare! Così per loro oggi c'è una festa, a chi li indossa seppur diversi, a chi sorride, a chi incuriosito osserva , senza per questo giudicare! Alla fine questa diversità vuol solo far capire che non si è speciali perché uguali, precisi, nuovi, colorati e appaiati, ma lo si diventa, se si ha il coraggio di essere se stessi, nonostante i propri difetti! Perciò spesso al mattino mi diverto ad indossare proprio quei calzini rimasti soli, perché col tempo ho capito, che l'essere diversi può arricchire, senza mai sminuire o impoverire.

 
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from cronache dalla scuola

[cronache dalla scuola]

Oggi ho preso l'aula di cooperative learning per tutta la mattina, ormai potrei metterci il sacco a pelo e dormirci dentro. Comunque, tra le cose che ero curioso di fare oggi, ne racconto due.

La prima con i ragazzi di seconda, gli ho dato il link dell'articolo de Il Post che parla della foto che ritrae il poliziotto durante i recenti scontri torinesi, “ritoccata” con l'IA. Con i loro cellulari dovevano leggere l'articolo e – divisi in gruppi – rispondere ad alcune domande che avevo preparato per loro. Alcune di comprensione, altre di discussione.

Ci tenevo che si confrontassero con un fatto che non è facilmente “polarizzabile”. Già alla prima domanda i gruppi hanno dato risposte diverse. “È una vera foto?”. Dipende cosa intendiamo per verità. Il fatto che la foto testimonia, è realmente avvenuto e – sostanzialmente nei termini mostrati dall'immagine – ma la foto – di per sé – non è una “vera foto”. Di contro non è una creazione di pura fantasia. Anche la domanda sulla natura della foto, disinformation, malinformation o misinformation ha dato vita a risposte diverse. Per alcuni la foto era disinformazione, per altri c'era anche un intento di malinformazione, perché tendeva a danneggiare – di riflesso – i manifestanti. Interessante vedere come l'articolo de Il Post apparisse a tutti neutrale e ovviamente la domanda finale: a tutti i ragazzi, anche quelli che manifestatamente simpatizzano per le forze di polizia, è sembrata una pessima idea la pubblicazione della foto manipolata.

Alla fine mi sono preso anche due minuti di pippolotto dicendo che questa cosa che è successa è interessante perché ci mostra un plot che si ripeterà sempre di più e in maniera sempre più invasiva nei prossimi anni: fonti fotografiche e video che “sembrano veri” e che hanno magari parti di realtà embeddate dentro una sovrastruttura falsificata e strutturata per disinformare le masse. E serviranno quindi nuove competenze e nuove skill per sapere gestire questi nuovi materiali di disordine informativo, competenze che non saranno solo tecniche, ma anche culturali, umane. Anche dopo la scuola e nel mondo lavorativo. Alcuni – forse – ascoltavano.

Nel corso della mattinata poi ho portato i ragazzi di quarta per leggere, sempre con i loro smartphone, un articolo del New York Times che avevo trovato piuttosto interessante. Un attore americano che negli Stati Uniti non può più recitare l'Otello per motivi legati alla cancel culture e al blackface e che riesce a metterlo in scena in un centro commerciale in Cina, modificando il copione di Shakespeare spostando la scena da Venezia e Cipro a una piccola isola del fiume Yangtze e le etnie: il “moro” è sostituito da un occidentale, mentre i veneziani sono tutti cinesi. Il razzismo che permea molte battute di Iago ai danni del 'nero', qua sono contro l'occidentale.

Anche in questo caso ho usato la tecnica di lasciarli liberi di leggere l'articolo e di rispondere alle domande che avevo preparato per loro, condividendo poi le risposte alla fine tra i vari gruppi. Mi ha fatto piacere che tutti abbiano colto il riferimento alle cose viste precedentemente in classe, indicando l'idea di Shalespeare come “artigiano” teatrale capace di modificare il copione a seconda delle esigenze e che si fossero trovati a loro agio nei riferimenti all'Otello che avevamo visto integralmente in classe nella versione di Welles e che poi loro avevano recitato creando dei brevi film con alcune delle scene chiave.

Anche qua alla fine ho fatto il pippolotto di due minuti due, mostrando come un articolo del genere fosse ricco di informazioni: ci parlava della cancel culture e dei limiti della sua applicazione; dell'interesse degli occidentali statunitensi alla censura e alle libertà concesse sotto Xi Jinping; della fortuna scenica e di come questa sia legata doppio filo alla politica (Shakespeare sparisce in Cina durante la rivoluzione culturale) e di come il teatro sia una forma di espressione che si adatta e muta nel corso del tempo e dello spazio.

È stato per me interessante vedere la curiosità di un mio studente di origini cinesi nel leggere l'articolo e nel contestare anche un termine usato dal New York Times, e di come almeno un altro studente sapesse già cosa fosse il blackface tanto da poterlo spiegare sommariamente ai suoi compagni.

Fine, torno nel mio sacco a pelo, buon fine settimana, portatemi dei caffé in barattolini di plastica monouso, grazie.

 
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from Chi sei ele?

Scrivo per salvarmi, scrivo per rileggerlo in tempo futuro ma soprattutto scrivo perché spero che qualcuno mi salvi, ma chi cercherà di salvarmi mi farà solo che danni. Perché dovrebbe salvarmi da me stesso.

Spero di ritrovarmi di nuovo e non perdere di nuovo la strada

~ele
 
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from Chi sei ele?

“Vivo perché i miei cari ci rimarrebbero male” “Vivo per inseguire i miei sogni” “Vivo per stare dietro chi amo e fare in modo che non sentino questo” Tutti motivi che potrebbero finire domani. Perché non vivo mai per me stesso?

Vorrei la risposta ma davvero non lo so

 
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from Chi sei ele?

“ele esiste solo su Internet” Forse è vero, forse la versione migliore e più sincera di me, quella più profonda, quella che non si fa' problemi, esiste e esisterà solo su Internet.

Forse dovrei smetterla di farmi chiamare Ele anche in pubblico e accettare che esisto solo qui.

~ele
 
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from La biblioteca di Amarganta

B come ... Bastiano

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera B, creatore Antonio Basioli

Bastiano Baldassare Bucci è sia nel libro che nel film il primo personaggio che entra in scena, ma molti di voi probabilmente lo conoscono meglio con il nome originale Bastian Balthazar Bux, utilizzato nella maggior parte delle edizioni estere e anche nei doppiaggi nostrani di film e serie animata (Sì, esiste anche il cartone della Storia Infinita, ma è un'altra storia e si dovrà raccontare un'altra volta). Bastiano è forse il personaggio a cui sono più affezionato! Parlare di lui vuol dire parlare del mio incontro con il libro, prima di passare ad analizzare le differenze fra il personaggio di Ende e quello del film.

Il mio incontro con Bastiano

Come praticamente tutti quelli nati fra gli anni '80 e '90, anche io ho conosciuto prima il Bastian dei media audiovisivi rispetto al Bastiano del libro scritto da Ende. Tuttavia ebbi presto anche il mio primo incontro con la versione originale del personaggio. Un incontro seppur destinato a restare “incompleto” per molto tempo, ma che mi segnò in qualche modo.

Avrò avuto sei anni, ero in prima elementare con due maestri che spesso trovavano tempo per leggerci un libro prima o dopo le lezioni. Il primo di essi fu (per uno scherzo del destino) un'altra opera di Ende: Le avventure di Jim Bottone. All'epoca guardavo la serie animata su TMC, e il film La Storia Infinita 3 era uscito da poco. Così, un giorno vidi il libro su uno scaffale al supermercato e chiesi ai miei di comprarmelo (non si tratta della copia attualmente in mio possesso, purtroppo).

Già la prima sera ne cominciammo insieme la lettura. E già leggendolo, sia io che i miei genitori potemmo notare alcune somiglianze fra me e il piccolo protagonista: due ragazzini delle elementari, poco atletici e grassottelli, timidi, solitari che amavano raccontarsi delle storie per far fronte alla solitudine!

Certo, c'erano anche delle differenze. Bastiano aveva 10 anni e io 6. Lui era orfano di madre e io no. Lui era bullizzato in modo violento, mentre io no (non che avessi i miei problemi, ma non ero picchiato solo infastidito da ragazzi più grandi durante l'intervallo) ... ma non era l'eroe di un cartone animato. Non era il Power Ranger Rosso che desideravo essere, ma era simile a me! In un certo modo mi dava voce, anche se allora non potevo saperlo.

Persi pochi mesi dopo quel libro. Non so se perché lo portai a scuola, se rimase nella biblioteca dei nonni o portato via accidentalmente da una mia zia... ma non seppi più molto di Bastiano, sebbene negli anni recuperai tutti i film. Possiamo dire che tenni i contatti con Bastian. Ironicamente il primo film (quello di Petersen) fu l'ultimo che vidi, quando ero già adolescente!

Bastian e Bastiano

Curiosamente le scelte di nomenclatura differenti fra libro e film, ci permettono di “dare un nome” alle varie versioni del personaggio, esattamente come Bastiano fa nel libro con l'Imperatrice, e di identificarle quando si vuole fare un confronto fra esse.

Da una parte abbiamo infatti Bastiano Baldassare Bucci, il personaggio concepito da Ende a Genzano di Roma. Non solo un bambino timido rimasto orfano di madre, con un padre depresso che viene bullizzato a scuola. Ma un bambino di nove o dieci anni che è grasso, che non si piace con il suo corpo e che si vergogna di sè stesso!

Dall'altra, abbiamo il Bastian dei film, in particolare del primo. Orfano sì, bullizzato certo, ma privo di tutti quei problemi di accettazione fisica che caratterizzano la sua controparte cartacea, al punto che (come riportato da Ale Montosi nei suoi articoli dedicati al confronto libro-film) già allora i critici italiani notarono come l'attore fosse praticamente uguale a Elliot di E.T. come look, e non al

... Bastian goffo, grassoccio, sgraziato (e quindi complessato) del romanzo. Michele Anselmi, Bastiano contro E.T., L'Unità 1 settembre 1984

La vergogna che Bastiano prova per sé stesso è un aspetto molto importante per comprendere il personaggio. Nel libro è questo ciò che inzialmente lo trattiene dall'entrare in Fantasìa! L'Imperatrice che chiede “Perché non ascolti i tuoi sogni, Bastian?” e la risposta “Ma io devo restare con i piedi per terra!” non esistono nel libro. Non esistono per Ende. Esiste solo la vergogna che Bastiano prova al pensare di comparire davanti a un eroe come Atreiu e una bellissima fanciulla come l'Infanta Imperatrice.

Un percorso di autoaccettazione

Questa vergona, questo non accettarsi, avrà poi conseguenze nella seconda parte del romanzo. A differenza della sua controparte filmica, entrando in Fantasìa Bastiano prende l'aspetto di un giovane principe orientale, riceverà AURYN comincerà ad atteggiarsi a grande eroe e ... perdendo però sé stesso e i suoi ricordi!

Se avete visto il secondo film, la situazione vi suona famigliare solo che qui ... non è un piano della perfida Xayde (presente anche nel libro), ma un effetto collaterale di AURYN sui terrestri. Gli umani che entrano in Fantasìa per salvarla poi ne devono uscire, per poter risanare entrambi i mondi. Ma nel corso della sua vicenda, Bastiano inizialmente rifiuterà di voler tornare a casa, dimenticandosi a poco a poco chi è stato, peccando di superbia e arrivando a ferire l'amico Atreiu! Solo dopo aver incontrato i “Nulladicenti” (cioé gli umani che hanno perso sé stessi in Fantasìa) comincerà a comprendere i suoi errori e a voler tornare a casa, pur sapendo di avere ormai pochi desideri.

Negli ultimi capitoli della vicenda, Bastiano dimeticherà come si chiama diventando letteralmente il ragazzo che non aveva più nome, prima di riuscire a tornare a casa scegliendo di rinunciare a AURYN e a tutto quello che ha avuto da Fantasìa, trovando finalmente così non solo il portale fra i due mondi – le Acque della Vita – ma ritrovando anche sé stesso e imparando ad amarsi.

We Are All Bastiano!

Bastiano ha molto in comune con le caratteristiche fisiche e psicologiche di chi oggi indichiamo come #nerd, almeno nella versione stereotipata che era in voga fino a qualche decennio fa. È un bambino complessato che ha sofferto con un immenso desiderio di amore! Odia sé stesso e la sua vita e che ama le storie per poter evadere, immaginando di essere qualcun'altro! Questo riesce ad accadere nel momento in cui entra nel libro, ma dopo aver ricevuto AURYN inizia a tirare fuori i lati peggiori di sé, a perdere i suoi ricordi e spesso si trova anche davanti alle conseguenze inattese di desideri espressi sì “con le migliori intenzioni”, ma solo secondo il suo giudizio violando così la neutralità assoluta che dovrebbe avere chi porta l'amuleto. Arriva vicino a diventare un Nulladicente e a perdersi per sempre in Fatasìa senza più identità.

Spesso i personaggi come Bastiano sono sempre rappresentati sotto una luce positiva. Se vengono corrotti o ingannati non è mai interamente colpa loro (esempio il secondo film, dove Bastian è vittima di Xayde e della sua macchina). Sono i bravi ragazzi, quelli tranquilli che non farebbero male a nessuno! Gli innocenti! Nel libro non è così! Pur essendogli dati i mezzi per tornare e capire come farlo fin da subito, Bastiano ne abusa. Utilizza i suoi desideri principalmente per essere considerato e venerato dai fantasiani (in particolare da Atreiu e Fucùr) . Questo bisogno lo porta a desiderare di essere considerato da tutta prima un eroe salvatore, poi un grande poeta, un benenfattore, un Massimo Sapiente, poi una persona pericolosa e temuta – cosa che lo renderà sensibile alle lusinghe di Xayde – e infine a considerare di divenire lui stesso Infante Imperatore.

Ma quello che esce fuori da Bastiano e che lo porta ad abusare dei desideri, è lui! Quello con cui si confronta sono le emozioni che ha tenuto represse quando non si considerava all'altezza per esprimerle!

Mi pare di vedere un'eco (o comunque un fil rouge) di temi trattati nella serie #Adolescence e che spesso conducono alla radicalizzazione di videogiocatori o di altri giovani uomini, profondamente insicuri di sé stessi. L'ego di Bastiano è fragile, la sua #mascolinità è fragile. Rinunciare ad AURYN, tornare indietro per lui vuol dire rinunciare al suo nuovo aspetto da eroe, al suo “avatar videoludico”. Vuol dire accettarsi e amarsi per come è anche fisicamente!

Bastiano quindi non è unico. Sia in senso positivo che negativo, sia nel libro che nelle realtà. Così come ci sono i Nulladicenti, vi sono coloro che invece sono tornati da Fantasìa con successo, accettando sé stessi ma anche cambiati. Uno di questi è il signor Coriandoli (Koelander in originale) cioé il librario, il quale rivela a Bastiano che probabilmente il libro de La Storia Infinita sarà ora nelle mani di qualcun'altro. Bastiano non è quindi un prescelto in senso classico, ma è solo parte di un ciclo, e in futuro (come scritto da Ende) egli mostrerà la via di Fantasìa a molti altri, perché continuino a risanare i due mondi.

Il significato metanarrativo è evidente. Siamo tutti Bastiano, almeno potenzialmente. Tutti possiamo entrare in un mondo fantastico, tutti possiamo uscirne e tutti possiamo aiutare altri a tornare indietro con le “Acque della Vita”.

 
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from cronache dalla scuola

Questa settimana c'è una cosa non meglio precisata chiamata fermo didattico, così dicono gli studenti. Non sono sicuro che sia vero ma una parte degli studenti è a sciare, una attività della scuola, quindi mi sta benissimo non andare avanti, fare ripasso. Comunque. Penso come fare un ripasso che sia un po' attivo, mi vengono due idee. Affitto l'aula di cooperative learning per quattro ore.

Le prime due ore ci porto i ragazzi di quinta, si dividono liberamente in gruppi, si siedono io gli dico che da ora in poi sono degli storici che hanno ricevuto un documento di cui non sanno nulla, devono analizzarlo e poi rispondere a una serie di domande, tra cui, capire di che documento si tratta, quando è stato scritto, a chi si rivolge. Poi gli do le copie di una trentina di pagine del testo unico per la scuola elementare, anni trenta del periodo fascista. Si mettono lì, leggono fanno ipotesi, rispondono alle domande, cazzeggiano, sottolineano, scrivono nomi, date. Alla fine mettiamo tutto in comune e do dei punti per ogni informazione scoperta. Un gruppo ha capito che è un libro di testo per le elementari, altri notano come il valore più trasmesso è la richiesta di obbedienza, altri come si usi la storia del passato per giustificare il fascismo. Altri ancora come si educhi al nazionalismo e alla vita militare. Inizia l'intervallo, scompaiono, lentamente.

Le due ore successive ci porto i ragazzi di quarta. Devo interrogare, ma solo quattro persone. Ho due ore. Ad ogni gruppo do questa volta un A3 su cui è stampato un gioco dell'oca sulla rivoluzione francese, creato durante la rivoluzione francese. L'ho trovato su internet, mi è sembrato interessante, ma va testato. Via classroom gli mando un link con le istruzioni originali in francese e la descrizione delle caselle, sempre in francese. Mentre interrogo loro devono tradurre le istruzioni e la descrizone delle caselle in italiano, in modo da poterci giocare domani. E – soprattutto – colorare il tabellone che stampato in bianco e nero è inutilizzabile. I colori possono prenderli dal laboratorio artistico. Loro vanno con la docente di sostegno e tornano con un mazzo di matite colorate. Io poi interrogo e con la coda dell'occhio li vedo chini a chiacchierare, colorare con attenzione il gioco dell'oca a matite colorate, alla fine alcuni tabelloni sono splendidi, tradurre via internet le istruzioni. Domani – dico – portate i dadi. Suona la campanella, spariscono, lentamente.

L'ora successiva vado in seconda, vedo che c'è un buco nel muro in cartongesso con dentro pigiata dentro una bottiglia di plastica. La fotografo e la mando in una finestra in background sulla LIM. Gli dico di prendere il quaderno che parliamo della teoria delle finestre rotte. Gli mostro la foto delle auto vandalizzate nel Bronx e a Palo Alto, gli spiego la teoria e poi gli mostro, all'improvviso il buco del muro con la bottiglia. Lo riconoscono, ridono, capiscono il collegamento, si lamentano. Mi contestano, li contesto. Poi succedono delle cose, controlo dei quaderni, chiedo dei Gracchi, metto dei voti, suona la campanella. Spariscono, a macchie, lentamente.

 
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