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from redpillmagazine

COM'E' FATTA UNA BASE DI LANCIO ICBM?

In realtà, quando si parla di “base di lancio ICBM”, non si parla di un unico edificio, ma di tre distinte postazioni:

*EDIFICIO DI INGRESSO

*CENTRO DI CONTROLLO DI LANCIO

*SILOS DEL MISSILE

EDIFICIO DI INGRESSO Posto al centro fra il silos di lancio e il centro di controllo, consente dal suo interno gli accessi ad entrambi; la porta di accesso principale, è situato parecchi metri sotto terra, così come tutto il sito è sotto il livello del terreno per ragioni di sicurezza. Tutte le porte che danno accesso ai locali, sono fatte di solido acciaio spesso parecchi centimetri e che hanno funzione di insonorizzazione (immaginate che il booster di un missile acceso non è che sia la cosa più silenziosa), sia di contenimento di una eventuale (non auspicabile) esplosione del missile, che RICORDIAMOLO monta una testata W53 da 9 MT (potenza equivalente all'esplosione di 9 milioni di kili di tritolo).

IL SILOS DI LANCIO Nel silos di lancio, è presente il missile Titan II e da qui parte, quando la procedura di accensione viene avviata. All'interno del silos sono presenti una serie di paratie mobili che si sollevano quando il missile si accende mentre la copertura sulla bocca del silo scivola lateralmente per liberare l'uscita.

IL CENTRO DI CONTROLLO LANCIO Questo è il cuore di tutta la base di lancio e nella quale oltre al dormitorio per gli addetti al lancio e alla “briefing room” (sala riunioni), è presente la sala di controllo vera e propria, con le apparecchiature di comunicazione, i computer che presiedono alla procedura di lancio, alla programmazione della rotta e al controllo del volo dei missili. Tutte le apparecchiature, sono in configurazione “ridondante” ovverosia, in caso di eventuale guasto sono tutte doppie.

LA SEQUENZA DI LANCIO Nel frattempo, (accedendo attraverso pesanti porte di acciaio spesso che si sono automaticamente richiuse alle nostre spalle dopo il nostro passaggio) siamo arrivati alla sala di controllo lancio; al centro di questa, ci sono due poltrone decisamente scomode e sulle quali nessuno vorrebbe sedersi: sono le postazioni del Comandante della base e del suo vice, che da qui si occuperanno di tutte le operazioni inerenti al lancio... All'improvviso si sente il suono (che diviene purtroppo familiare) dell'allarme, accompagnato dalla voce proveniente dalla radio che dice:

“THIS IS NOT A DRILL...THIS IS NOT A DRILL”

(“QUESTA NON E'UNA ESERCITAZIONE... QUESTA NON E'UNA ESERCITAZIONE”...)

Quella stessa voce, preannuncerà anche la trasmissione dei codici di lancio.

I CODICI DI LANCIO A questo punto della procedura, il comandante ed il vice prendono ognuno dei due un registro, sul quale iniziano ad annotare i codici di lancio dettati tramite alfabeto fonetico NATO:

ALFA...CHARLIE...BRAVO...ONE...NINE...FIVE...ECHO…

Una lunga sequenza di stringhe alfanumeriche (35 per essere esatti) che una volta annotate dovranno essere verificate con accuratezza. Il comandante ed il vice, si scambiano poi i due notebook sui quali hanno segnato le sequenze rileggendole e confrontandole, dopodiché a verifica effettuata, entrambi vanno ad una cassetta di sicurezza chiusa da due diversi lucchetti a combinazione, dei quali comandante e vice non conoscono l'uno dell'altro, la combinazione. Quindi vengono tirate fuori due buste che contengono le targhette (dette in gergo “cookies”) con il codice di lancio che darà luogo alla sequenza programmata nei computer. Con la verifica del codice riportato sul cookie (la terza verifica) avviene l'effettiva iniziazione della procedura di lancio; il codice riportato sul cookie infatti viene immessa nel computer di lancio (guidance computer) per dare il via al bombardamento.

INSERIMENTO DELLE “LAUNCH KEYS” Immediatamente dopo l'immissione del codice di lancio giusto, inizia il momento della “decisione irrevocabile” dalla quale non si potrà più tornare indietro; comandante e vice, prendono le rispettive chiavi, con il primo che ordina al secondo:

“INSERT LAUNCH KEYS”

(“INSERIRE CHIAVE DI LANCIO”)

“AFTER MY COUNTDOWN, TURN THE KEY CLOCKWISE IN LAUNCH POSITION”

(“AL MIO COUNTDOWN INSERIRE LA CHIAVE E RUOTARLA IN SENSO ORARIO SU POSIZIONE DI LANCIO”)

“3...2...1...LAUNCH”

(“3...2...1...LANCIARE”)

Le due chiavi vengono girate contemporaneamente e mantenute in posizione per 5 secondi per via del ritorno a zero automatico... In quei 5 interminabili secondi due persone decidono dei destini di un intero pianeta.… A differenza di quanto si vede in taluni film su questo tema il soldato che si dovesse rifiutare di girare la chiave, non può essere obbligato a farlo con la forza o sotto la minaccia delle armi e ovviamente si deve avere una fibra psicologica indifferente per assolvere un dovere come questo; ad ogni modo si viene anche addestrati a non avere ripensamenti…

I “DESIGNATED TARGETS” Quando i missili partono (evento mai accaduto ma ch si è rischiato avvenisse parecchie volte), ci si immagina che gli ufficiali addetti al lancio sappiano dove si dirigeranno i missili suddetti.... Ci spiace deludervi, ma purtroppo (o per fortuna?) non è così! I bersagli che addirittura sono ancora oggi classificati sono semplicemente chiamati:

BERSAGLIO 1

BERSAGLIO 2

BERSAGLIO 3

FASI IMMEDIATAMENTE PRELIMINARI IL LANCIO Al momento dell'attivazione della sequenza di lancio, devono essere soddisfatte (in 58 secondi) alcune condizioni:

SEQUENZA DI LANCIO ABILITATA;

ATTIVAZIONE DELLE BATTERIE ELETTRICHE DEL MISSILE (28 V DC);

ATTIVAZIONE DELL'APS DEL TITAN II (ACTIVE PROTECTION SYSTEM);

APERTURA DELLA BOCCA DI LANCIO DEL SILOS;

ATTIVAZIONE DEL COMPUTER DI GUIDA DEL MISSILE;

Ecco come avviene il lancio di un ICBM Titan II, sequenza che sembrerebbe durare parecchio ma che in realtà deve essere espletata nella durata totale di 4 minuti. Da questo punto in poi il missile arriverà sul bersaglio designato esplodendo a pochi metri in aria oppure, esplodendo al suolo.

 
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from ut

Durante la nostra giornata attraversiamo spazi pubblici e luoghi privati. E' spazio pubblico la strada, è pubblico il parco, sono pubbliche le piazze. Sono spazi privati quelli che richiedono un biglietto d'accesso, o una tessera, o l'appartenenza a un gruppo o un atto di proprietà. Diamo per scontato che la nostra vita quotidiana debba avvenire anche in spazi privati. Nessuno pretende di entrare al cinema senza pagare il biglietto. Il problema però è l'equilibrio tra spazi pubblici, comuni, e spazi privati. Gli spazi comuni sono, in quanto tali, spazi che non generano ricchezza privata. Nessuno trae guadagno dalla frequentazione di una piazza o dall'occupazione di una panchina. In quanto tale, lo spazio pubblico e comune, in mancanza di una adeguata azione di resistenza, è destinato ad essere residuale. La logica stessa del capitalismo, che è quella della mercificazione totale dell'esistente, lo esige. Ed accade così che la semplice occupazione di una piazza, di una scalinata, di una panchina vengano combattute, apparentemente in mode della lotta al degrado. Di fatto, si trasformano le piazze e le strade da luoghi pubblici in spazi privati e commerciali, che è possibile fruire solo se si acquista qualcosa (sia pure solo un aperitivo al bar che ha i tavolini nella piazza). L'aumento di spazi privati a danno di quello pubblici — e bisogna aggiungere: di servizi privati al posto di quelli pubblici — richiede una disponibilità economica per ottenere la quale bisogna aumentare l'impegno lavorativo. Una società interamente privatizzata è una società nella quale occorre molto denaro per accedere nei luoghi privati e per ottenere i servizi commerciali di cui abbiamo bisogno. Una quantità immensa di lavoro, vale a dire di energie, di tempi, di esperienza personale, diventa necessaria per ottenere di vivere in uno spazio sociale. Perché di questo si tratta. Lo spazio pubblico, ormai privatizzato, è pure lo spazio in cui è possibile fare esperienze sociali; ma se questo spazio è privatizzato, la possibilità stessa di fare esperienze sociali è un fatto commerciale. Nelle società caratterizzate dalla mancanza di beni primari, la maggior parte delle persone lavoravano molto per la semplice sopravvivenza. Nella società caratterizzata da quella che Murray Bookchin chiama post-scarcity, nelle società ricche e tecnologicamente avanzate, accede sempre più che si lavori per la semplice sopravvivenza sociale. Per esistere nella dimensione pubblica occorre acquistare l'ingresso in spazi privati. Questo processo, che per forza di cose incontra limiti nella realtà fisica, si è invece pienamente realizzato in quella virtuale. Se si cerca l'anima stessa del capitalismo avanzato, bisogna cercarla non in Amazon, ma in Facebook. Il capitalismo, se potesse, trasformerebbe ogni luogo in luogo privato ed ogni esperienza umana in esperienza commerciale. Ora, è esattamente quello che accade in Facebook. La vita sociale delle persone avviene, in Facebook, in uno spazio interamente proprietario. La stessa casa privata, ossia il profilo individuale, è di proprietà di Facebook. Tutte le esperienze che si fanno su Facebook sono finalizzate alla creazione di valore commerciale. Tutta la vita delle persone che fanno parte del sistema serve a generare ricchezza privata. Facebook realizza il sogno di una realtà interamente plasmata dal capitale. Come se tutto ciò che esiste — le città, i prati, i fiumi, le spiagge e il mare — fosse una proprietà privata concessa solo a condizione che tutto ciò che vi facciamo serva a generare capitale: che si tratti di amare o odiare, di essere felici o tristi, di nascere o morire. Qualsiasi esperienza umana genera profitto. Ed è questo il suo senso, su Facebook. Ora, l'esperienza di molte persone avviene ormai su due binari paralleli: la cara vecchia realtà fisica e quella social. Il tempo dedicato a Facebook erode la vita reale di molte persone; una esperienza fisica pare perfino incompleta, se non completata dalla condivisione sul social. La stessa politica è ormai inconcepibile senza Facebook. Un politico che non sappia gestire i social difficilmente vincerebbe le elezioni. La politica, cioè, dipende sempre più da quello che le persone scrivono in uno spazio privato e commerciale e sempre meno da ciò che dicono nei comizi nella piazza pubblica. Nella misura in cui apparteniamo a Facebook, diamo il nostro contributo individuale alla distopia di mondo interamente in vendita: il capitalismo compiuto.

#anarchismo #social network

 
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Se io mettessi una pietra sull'altra, un giorno dopo l'altro, avrei dieci pietre, e poi venti, e poi cento, e poi una piccola montagna, o un muro, davanti a me: a dirmi che ho messo pietre. Ma io non ho pietre. I giorni passano e non ho pietre da sistemare l'una sull'altra. Cosa mi dice che ieri ho vissuto? Dove sono le pietre di ieri? Sono i ricordi, credo. Le persone mettono un ricordo sull'altro per sapere che hanno vissuto, per riconoscere e segnare il cammino che hanno fatto. Ma io non so ricordare. Non so sistemare i ricordi-pietra. Mi sfuggono di mano. Non so dove finiscono: non so dove finisco io. Credo che per molti conti anche quella che chiamano posizione. Qualcosa che dà loro il senso di essere giunti da qualche parte. Il lavoro, il matrimonio, i figli. Lo status, il denaro. Ma tutto questo mi è estraneo. Mi scivola addosso, non fa presa su di me. Sono spettatore partecipante, ma pur sempre spettatore. Cos'è, che ho vissuto? Quando sono nato? Quanti anni ho? Che ho fatto? Quale è il mio cammino? Non lo so. Procedo staccandomi di continuo da me stesso, e sono sempre l'ultimo pezzo di me, appena nato: e così stupito, apprendo di dover già morire: o quasi.

#loingpres

 
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from ut

Policrate accusava Socrate, oltre che di essere stato il maestro di due criminali come Crizia e Alcibiade, di aver sostenuto che “era insensato eleggere con sorteggio i governanti della città, quando nessuno vorrebbe servirsi di un pilota scelto con sorteggio, né di un costruttore, né di un flautista, né di alcuno scelto per un'attività di questo tipo nella quale gli sbagli producono danni molto minori di quelli commessi nella guida dello Stato” (Senofonte, Memorabili, Libri I, 2). Socrate sarebbe stato, dunque, il primo teorico della meritocrazia. O, se si preferisce, il più confuciano dei filosofi occidentali. Perché, come è noto, nell'ottica confuciana non è l'elezione a legittimare il potere, ma il merito personale, sancito poi dal decreto celeste, che si esprime però attraverso il popolo. La garanzia consiste nel fatto che quando uno stato è governato male, il popolo di ribella, e ciò dimostra che il governante ha perso il tian ming, il decreto celeste. Probabilmente la crisi della nostra democrazia – che è sotto gli occhi di tutti, e in particolare in Italia, un paese in cui il metodo democratico ha portato al potere una successione impressionante di soggetti inadeguati, a voler essere buoni – renderà sempre più suggestiva l'alternativa meritocratica (si pensi a Il modello Cina di Daniel Bell). C'è una terza via? Qualche riga dopo il passo citato, Senofonte difende Socrate dall'accusa di far diventare violenti i giovani, con simili ragionamenti. E lo difende osservando che ragionamento e violenza sono incompatibili. “Perciò l'essere violenti non è proprio di chi esercita il ragionamento; di coloro che hanno forza senza intelligenza proprio invece compiere azioni di questo genere.” L'unica via per salvare la nostra democrazia è qui: opporre il ragionamento alla violenza. Diffondere socraticamente la pratica del ragionamento nella società. Lavorare per creare una società razionale e ragionante. Ma è un'impresa disperata, perché tutto va nella direzione opposta.

#filosofia

 
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from ut

Uno degli errori più frequenti nell'analisi della società attuale consiste nel considerarla una società individualistica — magari con la formula ossimorica dell'individualismo di massa. Nelle condizioni attuali un individuo è ben lontano dal nascere. Il soggetto attuale è un acquirente, un consumatore, un fruitore di servizi. La sua caratteristica principale è di essere desiderante. Ma il desiderio, come ha ben visto Girard, è mimetico. Una cosa è desiderabile nella misura in cui la desidera l'altro. Se il desiderio è l'essenza di questo soggetto, si può ben dire che l'alterità sia insita nella sua stessa essenza. Il presunto individuo-atomo è invece un soggetto in ostaggio dell'altro. Che il desiderio mimetico generi conflittualità è vero, ma non cambia la sostanza delle cose. Desiderare una cosa mi spinge a entrare in concorrenza con gli altri, ma mai desidererei quella cosa se non fosse desiderata dagli altri. (Non leggiamo il giornale di ieri, osservava da qualche parte Gabriel Tarde, non perché le notizie di ieri non siano più attuali, ma perché sappiamo che mentre lo stiamo leggendo non ci sono altri che stanno facendo la stessa cosa.) C'è un essere-con essenziale, che precede e fonda l'essere-contro. Ciò che caratterizza il nostro tempo è anzi proprio l'onnipresenza dell'altro.Il soggetto di prestazione di cui parla Byung-Chul Han è un soggetto costantemente aperto all'altro. Se è costretto a mettere in scena sé stesso, è perché non ha consistenza, se non nello sguardo dell'altro; perché l'altro lo costituisce intimamente. Ed è una apertura che non ha nulla di etico. Si direbbe piuttosto pornografica, nel senso etimologico: questo soggetto che acquista finisce per essere a sua volta un soggetto in vendita. Il soggetto desiderante nulla desidera più che l'essere desiderato. Il soggetto acquirente vuol essere acquistato. Aspira a diventare merce. Questa miseria umana non ha nulla a che fare con l'individualismo. Si tratta piuttosto di un comunitarismo morboso. E il primo passo per liberarsene è una sana presa di distanza dall'altro: sdegnosamente non desiderare, e soprattutto non desiderare di essere desiderati.

#loingpres

 
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from On Reflection

From 'Permian-Triassic Boundary Outcrop'. Photo by
Allosauroid Enthusiast.

252 million years ago a chain of events produced the so called Permian–Triassic (P–Tr) extinction event — a catastrophe that affected so deeply the terrestrial ecosystem that it is conjectured “it took some 10 million years for Earth to recover” from it. Nevertheless, the Earth ultimately did recover from it, which led to so big a change in natural history that scientists had to clearly separate what was before from what followed — the Paleozoic (“Old Life”) from the Mesozoic (the “Middle Life”). Among the many important questions that raise when considering so catastrophic an event, some that I feel are particularly intriguing are:

  • Q1: Was there any “common reasons” behind the P–Tr extinction event? In other words—were there “common triggers” causing such a widespread correlated failure?
  • Q2: What was the key ingredient — the key defensive strategies that is — that made it possible for the Earth to survive in spite of so harsh a blow?

In order to attempt to formulate an answer to the above questions, now I recall the following facts:

  • F1: “Mineralised skeletons confer protection against predators” (Wood 2018, Knoll 2003)
  • F2: “Skeleton formation requires more than the ability to precipitate minerals; precipitation must be carried out in a controlled fashion in specific biological environments” (Knoll 2003).
  • F3: “The extinction primarily affected organisms with calcium carbonate skeletons, especially those reliant on ambient CO2 levels to produce their skeletons” (Wikipedia 2021).

The three facts tell us, respectively, that:

  • One of nature's many independent evolutionary paths was particularly successful (F1) and thus became widespread.
  • Regrettably, the adoption of the solution implied a strong dependence on predefined and stable environmental conditions (F2).
  • A correlation exists between the class of species that adopted the solution and that of the species that were affected most by the P–Tr extinction event (F3).

A similar scenario can be drawn for very different stages. For instance, in computer systems, we could imagine that

  • A certain solution becomes widespread (for instance a memory technology, a software library, a programming language, an operating system, or a search engine).
  • The solution introduces a weakness: for instance, a dependence on a hidden assumption, or a “bug” depending on certain subtle and very rare environmental conditions.
  • The weakness translates into a common trigger, a single-point-of-multiple-failures. One or a few events could “ignite” the weakness and hit hard on all the systems that made use of the solution.

What can we conclude from the above facts and analogies? That solutions that (appear to) work well in the “common case” are those that widespread more. Regrettably, this decreases disparity, namely inter-species diversity. Species that externally appear considerably different from each other in fact share a common trait — a common design template. This means that whenever the “common case” is replaced by the very rare and very dangerous “Black Swan”, a large portion of the ecosystem is jeopardized. In fact, the rarest the exceptional condition, the more widespread is the template and the larger the share of species that will be affected.

This provides some elements towards an answer to question Q1: yes, there were common triggers that ultimately produced the P–Tr extinction event by increasing the diffusion of the same “recipes” thus paving the way to large amounts of correlated failures. On the other hand, the Earth did survive the Great Dying and other extinction events. Why? My guess, which also constitutes a tentative answer to question Q2, is that Nature introduces systemic thresholds that make sure that disparity never goes beyond some minimum. The key ingredient to guarantee this is diversity: it is not by chance that mutation is an intrinsic method in genetic evolution. Mutation and possibly other mechanisms make sure that, at any point in time, not all of the species share the same design templates. In turn, this guarantees that, at any point in time, not all the species share the same fate.

The major lesson we need to learn from all this is that diversity is an essential ingredient to resilience. Spread the use of a “general solution,” and you will bring down diversity, thus decreasing the chance that the ecosystem will be able to withstand the Black Swan when it will show up.

And if the general solution has not been tested for long-term side effects, the black swan may show up much sooner than expected.

Relying on a general solution may not be the right solution. Picture from the Vergilius Vaticanus (c. 400), Public Domain, Link

By avoiding a single, global strategy, even when that strategy proves wrong or counter-productive, still the damage will not be global and full. The few that did not comply will be able to pass through the sieves of the Black Swan with limited damage.

References


Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.

 
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from Dedicato ad Azzurra

Alla fine sento il bisogno di amare. È come il bisogno di respirare. Se non ami non vivi. E per amare devo scegliere. Per amare devo fare delle scelte. E delle scelte precise.

 
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from Dedicato ad Azzurra

Oggi sono felice. Solo rivedere una persona dopo tantissimo tempo e sapere che sta bene mi ha reso felice. E' stato così inaspettato e inatteso e forse anche per questo così bello. Ma la cosa strana è che questa persona ha attirato la mia attenzione, ma in un certo senso non ero più in grado di riconoscerla. E se non fosse stata lei a chiamarmi per prima, non ci saremmo incontrati. Solo dopo che mi ha salutato il mio cuore ha provato una gioia sincera e a quel punto sarei potuto rimanere lì per sempre, senza parole, perché nessuna parola mi sembrava adatta in quel momento. Ma non c'è stato imbarazzo, perché ero troppo felice di averla rivista. Si, in quel momento, così sereno e felice, sapendo stare, anche se per pochi istanti, uno di fronte all'altro senza filtri, così veri e così sinceri. E poi per tutto il resto della giornata la gioia è rimasta. Ci sono dei legami che rimangono, nonostante tutto. Nonostante le parole non dette. Oggi penso di aver fatto esperienza di una delle gioie più vere che abbia mai provato. Grazie!

 
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from On Reflection

Names are very important, because they are compact representations of concepts. When I say “this is a car”, I am appointing an object with a number of properties — the properties expected of a car: a device that is able to move and transport me and a few other passengers from places to places; a device with certain requirements, certain properties, and certain features. When I get the most of the expected features from a certain device, and those features correspond to those of a car, I call it a car. Also, the car can be in different states (e.g. “broken car” refers to a car that has lost certain key features) etc.; let us not over-complicate the matter.

Therefore, a name is also a mental construct. If we are told “this is a car”, in our minds name and physical entity are expected to match.

But the association between name and physical entity may be false. I can say “democracy” and mean “oligarchy” (see Hobbes' fictitious institutions); I can say “car” and mean something else. As Descartes suggested in his Method, it can be useful to imagine of an “evil spirit” that plays with us and our perception of things; in this case, by using deceitful names. We should always ask ourselves: “What if what I'm told is a car, in fact it is not?” “Do I have an immediate proof that what stands in front of me is actually a car?” “If my choices depend on the nature of what stands in front of me, could anyone be trying to sell me for a car something that it is not?”

The term “pacco” (“the package”) is used in Italian to represent the well-know trick of selling someone a spam — a good that does not match what is expected. The Italian comedy movie “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” is an interesting reflection on that trick.

That's what a name can be — a nice-looking package that might or might not correspond to its label. I think we should all ask ourselves “Am I being sold the wrong package here? What actually lies inside of it?”

And if someone finds it unnecessary or even stupid, I think we should ask ourselves why and be twice as wary.

It's all tied together, yessire, with a pretty bow!

Playbill for the movie “Pacco, doppio pacco e contropaccotto”. Instead of the expected goods, the package actually contains... a prick.

 
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from On Reflection

Color-blind minds

“[...] the diversity of our opinions, consequently, does not arise from some being endowed with a larger share of reason than others, but solely from this, that we conduct our thoughts along different ways, and do not fix our attention on the same objects. For to be possessed of a vigorous mind is not enough; the prime requisite is rightly to apply it. The greatest minds, as they are capable of the highest excellences, are open likewise to the greatest aberrations; and those who travel very slowly may yet make far greater progress, provided they keep always to the straight road, than those who, while they run, forsake it.” (Descartes' “Method”, Part I, Incipit)

I once was riding my bike and fell from it. Apparently, the obstacle I hit was right in front of me; and yet, I did not see it. Perhaps my eyes did see it, though not my mind. Perception had not been followed by apperception, and I paid the price of my mistake by breaking an arm and some teeth.

I am the first to admit it — I erred. Though I am painfully aware of my error. And from the moment I erred, I started trying as much as I could not to forsake my ability to reason by consciously or unconsciously denying the facts that gather in front of me ever again.

The opposite error is also possible — as we all know full well. Certain elements of our physical experience are perceived as “larger than life”, to the point that we consider them as undeniable truths.

In retrospection, the way human beings process information is very much based on filtering mechanisms: possibly because of the overwhelming amount of facts our minds have to process, consciously or unconsciously we classify facts into predefined classes. Certain elements are simply sifted out; others are marked as of low-relevance. Others, on the contrary, end up into high-relevance “bins” and are regarded as nearly self-evident. What is both surprising and appalling is that the Method used to classify elements of our experience often has nothing to do with a rational and unprejudiced assessment of all the elements at our disposal.

And yet, one great gift has been granted to all of us: doubt. First and foremost, self-doubt: are we sifting out certain elements? Why? Are we over-weighing certain other elements? Why? What happens to my current mental construction if I allow all the elements to be equalized? And what happens if I slowly change my “inner” classification of facts? As in image processing, by highlighting certain “bands” I can highlight certain properties; in some cases, those properties might correspond to physical truths — for instance, it is possible to detect the presence of clouds in a satellite image by carefully adjusting bands. Descartes was possibly the first to put on the foreground the importance of this wonderful gift.


The evil within is more difficult to see than the evil without, they use to say. And yet seeing evil and recognizing it as such — after a healthy application of self-doubt — is very important if we want to promptly act against it for the common good, be it one's inner evil or the one that we encounter in our daily lives. Therefore, I cannot conceal a worrisome phenomenon that I clearly perceive in front of me even after a reiterated application of the self-doubt principle. What I see is a systematic abandoning of those very principles I have been referring to in the present discussion. I see a humanity that takes decisions by the very same predefined classifications of what is “right” and therefore “true”. I see color-blind minds — minds of people who have no doubts.

And I'm very scared of this.


By Eidon (Eidon@tutanota.com), 2021-07-05.

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.

 
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from Dedicato ad Azzurra

Oggi giornata strana. Nonostante i ritardi, le solite inconcludenti discussioni, gli imprevisti, sono meno stanco e più sereno: come se #Azzurra fosse qui. Ed il mio pensiero si allontana dai miei piccoli problemi e per un momento ho la consapevolezza di saperci stare in questo spazio ed in questo tempo. #Grazie!

 
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from My Little Grundgestalts

This is “Sextant”, by Eidon (Eidon@tutanota.com). Music and pictures by and © Eidon — All rights reserved.

“Sextant” is an original composition for piano, double bass, timpani, and percussions. I wrote it on June 23 and 24, 2021.

The essence of the piece is given by the ostinato on bass, coupled with a reassembling of piano “blocks” of a partitioned leading theme, which cyclically repeats itself.

Such a series of 7/8 music quantums is followed by a second theme, in 6/8. Said theme is first played by piano and percussions; then, again, slightly variated, by contrabass, piano, and percussions.

Then, the first theme enters again, with a new reassembling, which then drives the track to its conclusion.

“Sextant” is available on Bandcamp, here.

A video is available on youtube:

The video features pictures that I took at the St. Hubert's Galleries in Brussels and at the Hortus Botanicus Lovaniensis (the Botanical Garden of Leuven), Belgium.

If you like this music, and if you would like to support me, then follow me on Bandcamp or download my compositions from it.

Best, Eidon.

Sextant, on Open.Tube

 
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from ut

Un giorno moriremo. E dopo l'ultimo respiro ci ritroveremo coscienti. Ma ciechi. Sordi. Muti. Senza alcun contatto. Non sentiremo, non saremo alcun corpo. Nessuna alterità. Ci chiederemo dove siamo, ma non avremo alcuna possibilità di chiederlo ad altri. Solo buio, silenzio e angoscia. Non vi saranno il giorno e la notte, il prima e il dopo, il qui e l'altrove. Saremo pura coscienza del nulla. In eterno. Non può essere, dici. Sarebbe troppo crudele. Non può finire così. Ma di fatto, vedi, tutto può essere, e questo incubo è certo più concreto e possibile del paradiso dei cristiani. Già questo mondo è talmente crudele che quando ce lo raccontavano, prima di nascere, protestavamo: no, non può essere, non può finire cosi.

#loingpres

 
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from Dedicato ad Azzurra

Bellissimi ricordi d'infanzia, di giornate interminabili, dove ogni cosa si trasformava in una incredibile avventura. A tarda sera le mamme venivano a cercarci per rientrare a casa, e noi a supplicarle di concederci ancora un po' di tempo, per stare con gli amici, perché non avremmo mai voluto perdere un solo istante di quei momenti. E i sogni ci mettevano le ali ...

 
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from My Little Grundgestalts

“Illyeen” is an original spelling for “عِلِّيِّين”, which is a Quranic name for girls (see other spellings and more info here)

“Illyeen” is also my latest #Grundgestalt. If you like, you can download it from my #Bandcamp

Oh, yes, “Illyeen” is also an anagram of “Ley Line”.

And “Ley Lines”... is my latest album:

Also on Bandcamp yeah

The video has been done with txt2srt, a simple tool to orchestrate the execution of other tools on a sequence of pictures.


Illyeen is by Eidon, and is © Eidon (Eidon at tutanota dot com). All rights are reserved.

Pictures in the video are by Eidon. They are licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

 
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from My Little Grundgestalts

Lately I’ve been tinkering again with my Little Grundgestalts. I have given a lecture about my “method”, and I have written a paper that I submitted to The Journal of New Music Research. Moreover, I have started collaborating with a great Chilean researcher who introduced me to the wonderful “modelling language” of Chemical Organization Theory. I expect to tell more here about this wonderful new journey soon.

Something else recently happened too — regrettably, something very saddening. Humberto Maturana, the great Chilean scientist, passed away.

Apart from his concept of autopoiesis, I know really too little about Maturana’s work — I will start studying soon. Before doing that, though, today I felt the urge to experiment again with my Little Grundgestalts. This post reports about this little experiment of mine.

My starting point

I first asked my algorithm to tell me the sound of the string “Maturana”. In other words, I fed string “Maturana” into my Beggar-my-Neighboursimulator, produced a set of orbits, and converted them into music. The result was this fragment:

First fragment of “Maturana”

I liked this very first output; I said to myself, “this element should appear twice, and have a little conclusion.” So I tried with the string “Maturana Maturana Varela”. The result was much better!

Second fragment of “Maturana”

This motivated me to continue with it.

New elements

I took a very simple direction: I launched the following script:

randperm -i Maturana -n 40 -x

and collected fourty random permutations of string “Maturana”. Then I added at the beginning and at the end the string “Maturana Maturana Varela”. And once again I fed the result into my Beggar-my-neighbour simulator.

The result was quite interesting; though it was the single voices that caught my attention. When played by a piano, they all seemed to me quite interesting. So I decided to… play with them, a little bit. Let me call those voices M1, M2, and M3.

I took M1 and played it. Then I used the second fragment as if it were a second voice of a canon, starting around 5s171ms. The result was surprisingly convincing. I then overlapped the whole M1 again, starting around 9s146ms. I also applied M1, though played by timpani.

At the same time I applied a fragment from M2. The whole M2 was then overlapped at 55s632ms, and M3 at 1m24s630ms.

The three voices (with M3 this time, played by a clarinet) are then overlapped around 1m51s330ms. M1 is also played by timpani here.

This screenshot summarizes how the voices of “Maturana” were combined together.

Conclusive remarks

In this post I wanted to describe in more detail the “compositional” process that I adopt when creating my little Grundgestalts. The example I took is “Maturana”, a track from my album “Ley Lines”:

The track is by Eidon, and it is © Eidon (Eidon at tutanota.com). All rights are reserved.

 
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