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Medicine show uscito nella primavera dell’84, è il miglior disco dei Syndicate. Limate le asprezze degli esordi, senza intaccare per questo la rabbia e la determinazione, il gruppo atipico californiano crea un grande disco. Il basso di Dave Provost, il piano di Tommy Zvoncheck, la chitarra di Karl Precoda, ma soprattutto la presenza di Steve Wynn, riescono a incidere (in parte live) il disco più completo della loro non fortunata carriera, un album chitarristico per eccellenza.


Ascolta: https://i.devol.it/search?q=The+Dream+Syndicate%E2%80%8A%E2%80%94%E2%80%8AMedicine+show+%281984%29


 
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Notevole prova di maturità e sfoggio di evoluzione espressiva da parte degli Okkervil River, band statunitense formatasi nel 1998 è attiva discograficamente dal 2002. The Silver Gymnasium settimo album in studio, è un album intenso e gradevolissimo, che sicuramente farà aumentare il pubblico di ascoltatori.

La facilità di scrittura che The Silver Gymnasium evidenzia non può che colpire favorevolmente, tutte le canzoni scorrono senza forzature o momenti di noia, dando l’impressione che il lavoro di selezione sia stato piuttosto rigoroso. E’ indiscusso “il filo” marcatamente autobiografico del leader Will Sheff, i testi, dal canto loro, riflettono da varie argomentazioni tutte legate da un comune denominatore: l’adolescenza.

Suonato con eleganza e professionalità da musicisti di buon livello, l’album è prodotto e arrangiato da John Agnello che con gusto ha sottolineato la sua presenza, rendendo il disco quasi sicuramente il più fruibile di tutti. Quello che soprattutto colpisce e rende il lavoro “di ottima fattura” è l’ottima forza compositiva e la buona interpretazione. Difficile, ad esempio, scegliere il più bello degli undici brani del disco, tutti a modo loro coinvolgenti. O giudicare se sia meglio un brano invece che un altro. E’ l’album nella sua globalità a travolgere l’ascoltatore, a coinvolgerlo nei cinquanta minuti della sua durata. The Silver Gymnasium è un po’ nostalgico ma certamente suonato in modo impeccabile da un gruppo che reclama giustamente il suo posto nel “gotha” della musica dei nostri giorni.

#duemilatredici

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Preparativi della visita 1Questa è la terza volta che vengo da voi. Ogni questione si deciderà sulla dichiarazione di due o tre testimoni. 2L’ho detto prima e lo ripeto ora – allora presente per la seconda volta e ora assente – a tutti quelli che hanno peccato e a tutti gli altri: quando verrò di nuovo non perdonerò, 3dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me, lui che verso di voi non è debole, ma è potente nei vostri confronti. 4Infatti egli fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi siamo deboli in lui, ma vivremo con lui per la potenza di Dio a vostro vantaggio.

Esortazione alla revisione di vita 5Esaminate voi stessi, se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi? A meno che la prova non sia contro di voi! 6Spero tuttavia che riconoscerete che la prova non è contro di noi. 7Noi preghiamo Dio che non facciate alcun male: non per apparire noi come approvati, ma perché voi facciate il bene e noi siamo come disapprovati. 8Non abbiamo infatti alcun potere contro la verità, ma per la verità. 9Per questo ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti. Noi preghiamo anche per la vostra perfezione. 10Perciò vi scrivo queste cose da lontano: per non dover poi, di presenza, agire severamente con il potere che il Signore mi ha dato per edificare e non per distruggere.

PostScriptum 11Per il resto, fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. 12Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. 13La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.

Approfondimenti

(cf SECONDA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Francesco Bianchini © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

Preparativi della visita Al v. 1 per la quarta volta Paolo fa menzione della sua terza visita a Corinto: ormai non si tratta più di un puro annuncio ma di una certezza che spinge a volgersi a una vera e propria preparazione di essa. Così l’apostolo afferma che, giungendo dai destinatari, seguirà la regola di Dt 19,15, secondo la quale ogni questione sarà esaminata sulla testimonianza di due o tre persone. Il v. 2 richiama ancora l’imminente arrivo a Corinto, mettendo però in risalto l’intervento punitivo di Paolo come conseguenza del procedimento di giudizio appena presentato. Le ammonizioni dell’apostolo, presentate nell’ambito della sua seconda visita, avevano prodotto successivamente un certo risultato positivo nella comunità (7,5-16) ma poi, a causa dell’influsso degli avversari, i Corinzi erano ritornati ai loro comportamenti scorretti. Il riferimento è probabilmente alle tendenze disgregatrici e agli abusi in campo sessuale dei quali si è trattato in 12,20-21 e che per Paolo rappresentano non problemi di singoli o di gruppi isolati, ma questioni riguardanti l’intera comunità e la sua crescita nella fede. Al v. 3 giunge la motivazione del comportamento non indulgente di Paolo con un ritorno anche al binomio debolezza/forza, che campeggiava nel discorso del folle. Inoltre la questione della capacità di parlare era al centro della tesi di 11,5-6. ora l’apostolo dice conclusivamente che, come negli antichi profeti, il Signore si esprime attraverso di lui. Ciò è indicazione della forza di Cristo, che può agire anche attraverso la debolezza degli strumenti umani (cfr. 12,9) e che è già in azione nella comunità nei segni compiuti da Paolo stesso (cfr. 12,12) e in tutti i doni di grazia concessi ai Corinzi (cfr. 9,8). Il v. 4 spiega il precedente e mette in collegamento la debolezza e la potenza di Cristo con quella di Paolo. Egli, infatti, dice che Cristo è stato crocifisso a causa della debolezza della natura umana da lui assunta, ma come risorto vive in forza della potenza di Dio. In conseguenza di tutto questo l’apostolo sperimenta nella fragilità della sua umanità, per mezzo della sua unione con Cristo, già la vita segnata dalla dinamica della risurrezione che opera anche nei destinatari. Il parallelo tra Cristo e Paolo nell’ambito del paradossale binomio debolezza/forza vuole così definitivamente accreditare e av- valorare l’autorità apostolica del secondo presso i Corinzi, in vista della sua terza visita.

Esortazione alla revisione di vita Se nei versetti precedenti Paolo aveva parlato della prova della sua autenticità apostolica, attestata da un paventato intervento disciplinare, ora al v. 5 mette in campo l’esigenza di un’autovalutazione critica da parte dei Corinzi, in modo anche da evitare di infliggere la suddetta punizione. Infatti, egli esorta i destinatari a esaminare piuttosto se stessi, così da valutare se effettivamente vivono la fede cristiana. Al v. 6, dopo avere chiesto ai Corinzi di esaminarsi, Paolo torna a parlare di sé in vista della sua terza visita a Corinto. Egli esprime così la speranza che i destinatari possano riconoscere che egli non è disapprovato. L’apostolo manifesta il desiderio che, in occasione della propria venuta, i Corinzi non diano più credito alle accuse formulate nei suoi confronti sotto l’influsso degli avversari e riconoscano l’autenticità del suo apostolato. Questo auspicio è un secondo risultato del processo di discernimento proposto ai destinatari nel versetto precedente: i Corinzi, verificando se stanno davvero camminando nella fede, riconosceranno anche il valore e la grandezza del ministero di Paolo al quale è dovuto proprio il loro itinerario cristiano (cfr. 10,15). Con il v. 7 l’attenzione dell’apostolo si volge di nuovo verso i destinatari, riportando l’invocazione che egli innalza a Dio per loro. L’apostolo intende sottolineare che il suo fine ultimo non è quello di superare la prova come vero inviato di Dio, ma il bene dei Corinzi. Infatti, se i destinatari cambieranno il loro modo di agire, Paolo non avrà occasione di mostrare la sua forte autorità apostolica con un’azione disciplinare nei loro confronti. Al v. 8 Paolo afferma di non potere fare nulla contro la verità, ma solo ciò che è al suo servizio. Che la verità si difenda da sola e che sia necessario arrendersi a essa da parte dell’uomo saggio è affermato sia in ambito greco che biblico-giudaico (cfr. Sir 4,25.28; 3 Esdra 4,35.38). Tuttavia l’apostolo, in maniera originale, lega la verità a Cristo e al suo Vangelo (cfr. 2Cor 11,10; Gal 2,5.14). Il v. 9 si ricollega al v. 7 come sua seconda motivazione, immettendo in 2 Corinzi B per la prima e unica volta il motivo della gioia. Così Paolo afferma di rallegrarsi quando lui risulta debole e i destinatari forti. Inoltre, aggiunge di pregare per il riordinamento della comunità corinzia. Il binomio debolezza/forza, ripreso dai vv. 3-4, è qui applicato soprattutto alla speranza che l’apostolo ha di non dovere mostrare la sua autorità disciplinare in occasione della prossima terza visita a Corinto: se egli non sarà costretto a intervenire con un’azione punitiva, risulterà ancora una volta debole (cfr. 10,10; 11,6); d’altra parte, ciò significa che i destinatari saranno provati forti nella fede (cfr. 13,5). Il v. 10 conclude le indicazioni preparatorie della terza visita, menzionando il motivo dello scrivere, tipico delle conclusioni delle epistole paoline (cfr., p. es., Rm 15,21; Gal 6,11; 1ts 5,1; Fm 21), ritornando su quello presenza-assenza e specificando una ragione per l’estensione di 2 Corinzi B. Egli, infatti, afferma che ha scritto queste cose da lontano per evitare di dovere intervenire con tagliente severità al momento della sua venuta, dato che l’autorità apostolica ricevuta da Dio è in vista dell’edificazione e non della distruzione della comunità. Come già sottolineato con le stesse parole in 10,8 e in 12,19, Paolo ha di mira la crescita spirituale della sua comunità e non il suo annichilimento. Per questo nel brano che ora termina egli ha chiesto insistentemente ai Corinzi di compiere un cambiamento sostanziale di atteggiamento in vista del suo arrivo da loro.

Post Scriptum Nell’antichità il Post Scriptum non ha la specifica funzione di aggiungere quanto è stato dimenticato nel corpo della lettera, secondo quello che avviene per noi oggi; in epoca classica riveste valore giuridico, di autenticazione della lettera, scritta normalmente da un segretario. Così accade, con ogni probabilità, anche nelle lettere paoline, poiché alcune volte, alla fine delle medesime, l’apostolo segnala il suo intervento autografo (cfr. 1Cor 16,21; Gal 6,11; Col 4,18; 2ts 3,17; Fm 19). L’importanza del Post Scriptum nelle lettere paoline può essere individuata nel fatto che esso contribuisce a mettere le Chiese in contatto le une con le altre e quindi a farle crescere nella comunione, basata sul medesimo dono di grazia ricevuto da Dio. Inoltre, questo elemento epistolare assume di tanto in tanto la funzione di ricapitolare i temi trattati nella lettera (cfr. Gal 6,12-17; 1tm 6,20-21; Fm 21). Nella sua laconicità, da una parte, il Post Scriptum di 2Cor 13,11-13 propone i seguenti usuali elementi: ultime raccomandazioni (v. 11), saluti (v. 12), benedizione (v. 13); dall’altra, non menziona, contrariamente al solito, nessuno dei nomi dei destinatari. Il motivo potrebbe essere che Paolo, per scongiurare il pericolo di fomentare ulteriori divisioni nella comunità, eviterebbe di ricordare alcuni a scapito di altri. Con il v. 11 sono introdotte le ultime raccomandazioni dell’apostolo ai Corinzi attraverso una serie di cinque imperativi presenti, che suggeriscono un’azione continua e duratura, ai quali segue una promessa divina. Egli si rivolge ai destinatari come fratelli e li invita a rallegrarsi, a correggersi ed esortarsi vicendevolmente, a tenere lo stesso orientamento cristiano di vita e a stare in pace nella comunità. All’esortazione fa da pendant l’affermazione che Dio, fonte dell’amore e della pace, sarà in mezzo a loro, condizione indispensabile per poter realizzare quanto qui l’apostolo ha richiesto loro in preparazione alla sua imminente visita. Al v. 12 si passa ai saluti, attraverso i quali Paolo mette in contatto i cristiani del luogo dal quale scrive con quelli ai quali egli si rivolge. Qui l’apostolo invita i destinatari a scambiarsi il bacio santo e invia i saluti per loro da parte dei cristiani macedoni. La pratica di baciarsi era già diffusa nel mondo antico in diversi contesti e per differenti scopi: tra amanti, in famiglia, con gli amici, all’interno di gruppi religiosi al fine di esprimere affetto, riconciliazione, fratellanza, rispetto. Paolo specifica che quello che i credenti debbono darsi vicendevolmente è «il bacio santo», perché essi sono chiamati alla santità. Attraverso questo segno egli insiste ancora sull’unità da promuovere nella Chiesa divisa di Corinto. Successivamente il «bacio» da scambiare sarà indicato come un elemento proprio della celebrazione eucaristica (Giustino, Apologia 1,65); in 2Cor 13,12 si può soltanto pensare a un gesto proprio di un’assemblea comunitaria che poteva avere un carattere liturgico (cfr. 1pt 5,14). Il v. 13 finale è costituito da un’originale benedizione, contenente l’asserzione trinitaria più chiara di tutto l’epistolario attribuito a Paolo. Infatti, l’apostolo benedice tutti i Corinzi, menzionando i doni della grazia, dell’amore e della comunione che provengono rispettivamente da Cristo, da Dio e dallo Spirito Santo. Come negli altri Post Scriptum paolini, qui si presenta il contenuto, la fonte divina e i destinatari della benedizione, ma con una rilevante espansione verso un’embrionale teologia delle persone divine. Tale dottrina sarà sviluppata in maniera compiuta solo successivamente. tuttavia, di essa si trovano altre tracce nel nuovo testamento, per esempio, nel passaggio paolino di 1Cor 12,4-6 o nella formula battesimale di Mt 28,19. Così, se al v. 11 Paolo aveva promesso la continua presenza di Dio nella comunità di Corinto, ora al v. 13 invoca su questa i doni divini. In fondo l’apostolo affida la Chiesa destinataria a Dio, solo al quale essa appartiene, con la speranza che grazie all’azione divina possa ritrovare la strada perduta. E, in effetti, dalla conclusione di romani, scritta con ogni probabilità a Corinto, è da presumere un esito positivo, grazie anche alla sofferta 2 Corinzi B, nella relazione tra Paolo e la sua comunità, con il completamento della colletta (cfr. Rm 15,26).


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  • Installazione server/client Aria2c

    sudo apt-get update
    sudo apt-get install aria2
    
  • Creazione file di configurazione aria2c.conf (Comandi VIM)

    sudo mkdir /etc/aria2c sudo vim /etc/aria2c/aria2c.conf

    Contenuto file:

    continue
    dir=~/Download          #Cartella download di default
    file-allocation=fallaloc    #Preallocare il file
    log-level=warn
    max-connection-per-server=5 #Connessioni massime
    min-split-size=5M
    
  • Creazione del servizio systemctl ArchWiki”)

    sudo vim /etc/systemd/system/aria2c.service

    Contenuto file:

    Attenzione!!! modificare la password di default “password” e verificare il percorso di aria2c bin

    [Unit]
    Description=aria2c downloader manager
    
    [Service]
    ExecStart=/usr/bin/aria2c --enable-rpc --rpc-listen-all --rpc-secret password --rpc-listen-port 6800  --conf-path=/etc/aria2c/aria2c.conf
    
    [Install]
    WantedBy=multi-user.target
    
  • sudo systemctl daemon-reload

  • Aggiungiamo all'avvio automatico

    sudo systemctl enable aria2c

  • Avviamolo

    sudo systemctl start aria2c

  • Controlliamo lo stato del servizio aria2c

    sudo systemctl status aria2c

Installiamo un app android per gestire i download

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  • Installare Aria2App
  • Cliccare aggiungi profilo
  • Selezionare su che rete vogliamo l'app possa funzionare
  • Nella sezione “connessione” selezioniamo “WEBSOCKET” – Il campo address è l'indirizzo ip del pc dov'è installato aria2c ( assegnare un ip locale statico nel router DHCP per il pc in modo tale che non cambi ) – scrivere il numero di porta ( default 6800 )
  • Nella sezione “autenticazione” selezionare “TOKEN” ed inserire la password precedentemete creata
  • FINE

Installiamo un software Linux/windoz per gestire i download graficamente

image – Non ho trovato software ma solo WebGUI, se ne conoscete commentate pure, andate nella pagina Github e scaricate lo zip standard AriaNg – Estraete l'archivio – Aprite il file Index.html – Recatevi nella sezione Settings impostate il protocollo WebSocket e compilate i campi – FINE

Tag #aria2c #Linux #Android #DownloadManager

 
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Comando Descrizione
:q esce dal programma avvisando se il file sul quale si sta lavorando non è stato salvato
:q! esce forzatamente senza salvare le modifiche
:w salva il file
:wq salva ed esce
:x equivalente a :wq
:o nomefile aprire nomefile in modalità visuale
:e ricarica il file
:u annulla l'ultima azione
:n sposta il cursore alla riga n
:copy num_riga copia la linea sulla quale si trova il cursore nella riga «num_riga» del file
:move num_riga sposta la linea sulla quale si trova il cursore alla riga «num_riga» del file
:del elimina la riga corrente
:del num_righe elimina «num_righe» linee dalla posizione attuale del cursore
:!comando_bash eseguire il comando_bash, reindirizzando l'output direttamente sulla finestra in uso
/string cerca la stringa «string» nel testo (ci si può muovere tra i risultati premendo il tasto p (precedente) e n (successivo)
/%s/daSostituire/conQuesta sostituisce ogni occorrenza della stringa «daSostituire» con «conQuesta»
dd cancella la riga dove attualmente si trova il cursore
Ndd cancella le successive «N» righe
x cancella il carattere dove attualmente si trova il cursore
:help help in linea
:shell apre una shell Linux all'interno del file, con exit, si esce dalla shell tornando nel file
 
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The Age of the Understatement è l'album di debutto dei The Last Shadow Puppets, con Alex Turner degli Arctic Monkeys, Miles Kane dei The Rascals e James Ford dei Simian Mobile Disco. È stato rilasciato il 21 aprile 2008 nel Regno Unito, dopo l'uscita della title track come singolo nella settimana precedente. È entrato nella classifica degli album del Regno Unito al numero 1 il 27 aprile 2008. L'album è stato nominato per il Mercury Music Prize 2008.


Ascolta: https://songwhip.com/the-last-shadow-puppets/the-age-of-the-understatement


#ascolti

 
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Negli ultimi cinque anni, la musicista inglese Laura Marling ha inciso quattro album, nulla di straordinario si potrà pensare, ebbene, questa cantautrice ha 23 anni e il suo primo lavoro l’ha pubblicato a soli 18 anni.

Se nei primi dischi era inevitabilmente espressa una certa ingenuità, con questo quarto album, la Marling affina la sua musica in modo sottile e discreto. Once I Was an Eagle è un album molto intimo, dove anche i momenti più profondi e le sensazioni personali vengono espresse in maniera semplice, con un senso elegante, consapevole ed intenso.

Il suono è tipicamente folk, principalmente chitarre acustiche, pianoforti, archi e percussioni, tutti estremamente misurati con uno stile molto sommesso e silenzioso.

Sicuramente dotata, vista l’età, la usa forza è la voce che riesce a comandare sia nelle canzoni lente, sia in quelle energiche. Il raffronto con la giovane Joni Mitchell degli anni settanta è inevitabile ma, a onor del vero, riesce a fronteggiare a testa alta.

E’ un disco da ascoltare nei momenti di quiete Once I Was an Eagle, le sue canzoni sono una ricca miscela di suoni che nascono dalle radici folk, country, con delle spolverate rock, flamenco e influenze jazz. La Marling riesce a fondere in un tutt’uno musica e parole magnificamente, fornendoci un chiaro esempio di profonda musicalità.

Da incredibilmente giovane, questo album mostra una maestria artigianale di grande valore, il suo talento avrà spazio per crescere e splendere, visto che il mestiere della folk-singer lo fa dannatamente bene.

#duemilatredici

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

L’inversione dell’elogio di sé 1Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. 3E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – 4fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. 5Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni. Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. 8A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Riepilogo sulla superiorità di Paolo rispetto agli avversari 11Sono diventato pazzo; ma siete voi che mi avete costretto. Infatti io avrei dovuto essere raccomandato da voi, perché non sono affatto inferiore a quei superapostoli, anche se sono un nulla. 12Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli. 13In che cosa infatti siete stati inferiori alle altre Chiese, se non in questo: che io non vi sono stato di peso? Perdonatemi questa ingiustizia!

Difesa del comportamento di Paolo e dei collaboratori 14Ecco, è la terza volta che sto per venire da voi, e non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi. Infatti non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli. 15Per conto mio ben volentieri mi prodigherò, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Se vi amo più intensamente, dovrei essere riamato di meno? 16Ma sia pure che io non vi sono stato di peso. Però, scaltro come sono, vi ho preso con inganno. 17Vi ho forse sfruttato per mezzo di alcuni di quelli che ho inviato tra voi? 18Ho vivamente pregato Tito di venire da voi e insieme con lui ho mandato quell’altro fratello. Tito vi ha forse sfruttati in qualche cosa? Non abbiamo forse camminato ambedue con lo stesso spirito, e sulle medesime tracce?

Rimprovero dei destinatari 19Da tempo vi immaginate che stiamo facendo la nostra difesa davanti a voi. Noi parliamo davanti a Dio, in Cristo, e tutto, carissimi, è per la vostra edificazione. 20Temo infatti che, venendo, non vi trovi come desidero e che, a mia volta, venga trovato da voi quale non mi desiderate. Temo che vi siano contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordini, 21e che, alla mia venuta, il mio Dio debba umiliarmi davanti a voi e io debba piangere su molti che in passato hanno peccato e non si sono convertiti dalle impurità, dalle immoralità e dalle dissolutezze che hanno commesso.

Approfondimenti

(cf SECONDA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Francesco Bianchini © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

L’inversione dell’elogio di sé Il v. 1, da una parte, continua a essere legato agli ultimi versetti del capitolo precedente dal punto di vista argomentativo e terminologico (cfr. «bisogna vantarsi», 11,30); dall’altra, introduce con una titolatura sulle visioni e sulle rivelazioni il testo successivo sino al v. 10. infatti, Paolo afferma che, seppur il vantarsi non sia conveniente, egli parlerà dei fenomeni estatici la cui personale esperienza deriva dall’intervento del suo signore. Ancora una volta l’apostolo ricorda che di per sé il vantarsi non è utile né per il singolo né per la comunità, tuttavia nel presente contesto c’è la necessità di replicare agli avversari; inoltre il suo ormai comincia a essere un vanto «nel Signore» e per questo accettabile (cfr. 10,17). In maniera sorprendente, al v. 2 Paolo comincia a parlare di una visione da lui ricevuta, riferendosi a sé in terza persona. Paolo attua un processo di transfert lodando, a motivo delle esperienze estatiche, non la propria persona ma il suo “io” ormai «in Cristo» e perciò scorto a distanza come un altro uomo: di sé non potrà altro che vantarsi delle debolezze (cfr. v. 5). L’apostolo, dunque, sostiene di sapere che un credente in Cristo, in ragione del legame con lui, quattordici anni prima rispetto al momento nel quale scrive la lettera, fu rapito da Dio al terzo cielo. Se questa sia stata un’esperienza corporea o extra-corporea Paolo lo ignora e solo il suo Signore può saperlo: con ciò si sottolinea l’aspetto divino e al di là dell’umana comprensione di quanto è accaduto. Paolo indica di essere giunto al terzo cielo, indicando così il limite massimo di un qualsiasi rapimento estatico che va a coincidere, secondo il v. 4, con lo stesso paradiso. I vv. 3-4 svelano e contemporaneamente velano l’esperienza mistica accaduta a Paolo. Infatti, nel v. 3 egli anzitutto ripete di non sapere se l’uomo in questione fosse fuori o dentro del corpo e che solo Dio ne è a conoscenza. Poi al v. 4 prosegue col dire che nel suo rapimento in paradiso udì parole inesprimibili che nessun uomo ha la capacità di comunicare. Così l’evento ha coinvolto non soltanto la vista, ma anche la facoltà uditiva e ha comportato un’esperienza della meta finale dell’esistenza dei credenti che per Paolo è costituita più che da un luogo da un incontro, quello con il Signore Gesù (cfr. 1Ts 4,17). Al v. 5 Paolo ritorna a parlare del vanto, indicando la chiave di lettura con la quale leggere le sue esperienze estatiche e riproponendo il ritornello del v. 1. Le visioni e le rivelazioni ricevute sono da considerarsi come un puro dono ricevuto da Dio, mentre le fragilità e i limiti sono propri dello stesso apostolo. Al v. 6 Paolo non riferisce a proprio merito le esperienze estatiche, invece, riguardo a sé, invita i Corinzi a considerarlo per quello che egli è come persona. L’apostolo desidera pure evitare che gli ascoltatori possano erroneamente leggere nel suo rapimento un motivo di vanto carnale. Infine, nel v. 6 Paolo aggiunge l’indicazione di guardare al suo esempio di vita e al suo insegnamento. Si comincia così a intravedere una progressione argomentativa nelle prove del vanto di sé invertito di 11,30–12,10: dalla fuga da Damasco, che mostra come Paolo non sia un eroe indefesso, alle visioni e rivelazioni che indicano il passaggio alla sua nuova identità in Cristo, al climax della «spina nella carne», dove l’elogio è quello delle proprie debolezze, cosicché Cristo dimori pienamente nella persona dell’apostolo. Al v. 7 il testo diventa ridondante ed enfatico proprio per segnalare l’arrivo al culmine del percorso argomentativo. Le visioni e le rivelazioni ricevute potevano essere mal comprese non solo dai Corinzi, come evocato in 12,6, ma dallo stesso apostolo, che avrebbe potuto farne motivo di un vanto individuale. Così Dio gli ha dato la «spina nella carne», che allo stesso tempo rappresenta una realtà mandata da satana per umiliarlo. Questa sorprendente coincidenza operativa è da spiegarsi probabilmente nel senso di una permissione divina secondo la quale Satana si trova, pur essendo sottoposto alla volontà di Dio, libero di operare il male nei confronti di uno dei suoi prediletti, ma con relativi effetti ultimi positivi (cfr. Gb 1,8-12; 2,3-6, 1Cor 5,5). L’apostolo non ci dice niente della natura della «spina nella carne», bensì soltanto quello che gli sta più a cuore, cioè la sua funzione rispetto al vanto nella debolezza. Raccogliendo le scarne indicazioni provenienti dal testo, notiamo che la «spina nella carne» è vista in stretta relazione con le summenzionate esperienze estatiche paoline, deve essere un dolore che colpisce a livello fisico, è una condizione permanente (cfr. 12,8), ha un’origine divina e una manifestazione legata all’azione di colui che è causa prima di ogni male dell’uomo, infine mostra un carattere umiliante e costituisce una debolezza personale. In considerazione di questi elementi è preferibile vedere nella famosa espressione una malattia fisica che affligge cronicamente l’apostolo e che lo rende fragile e disprezzabile di fronte ai suoi interlocutori (cfr. 2Cor 10,10; Gal 4,13-14), condizione che dovrebbe essere di impedimento alla missione, mentre paradossalmente ne diventa occasione, perché permette il dispiegarsi della potenza di Cristo (cfr. vv. 9-10). Nonostante Paolo nel versetto precedente abbia segnalato la finalità positiva e voluta da Dio della «spina nella carne», al v. 8 egli ricorda di avere pregato tre volte affinché il Signore lo liberasse da tale «angelo di Satana». Questa duplicità di aspetti, come anche la frequenza della supplica, sembra richiamare la triplice invocazione di Gesù nel Getsemani, dove da una parte chiede di non bere il calice della sua passione, dall’altra si affida alla volontà del Padre (cfr. Mt 26,39-44; Mc 14,32-42; Lc 22,39-46). Al v. 9 la risposta di Cristo è riportata da Paolo, a differenza di quanto udito al terzo cielo, ed è addirittura presentata in un discorso diretto, unico oracolo del risorto nelle lettere paoline; esso richiama le «rivelazioni del Signore» menzionate al v. 1. La risposta di Cristo non si situa allo stesso livello della richiesta dell’apostolo, perché non è guarito dalla sua malattia, ma la preghiera è comunque esaudita perché a Paolo è promesso l’aiuto della grazia, non solo in questo caso ma in ogni situazione di fragilità derivante dalla sua attività missionaria. Se la potenza di Cristo viene ad abitare nella debolezza e solo in essa agisce, allora Paolo accetterà le proprie fragilità e si vanterà di esse perché luogo di presenza del risorto. Questa prospettiva paradossale, da una parte, corrisponde all’agire di Dio che sceglie la debolezza della croce per mostrare la sua potenza salvifica e i deboli come suoi eletti per confondere i forti (cfr. 1Cor 1,18-31); dall’altra, indica che l’apostolo e poi ogni credente sono chiamati a ripercorrere nella propria esistenza lo stesso percorso di morte e risurrezione del loro Signore, che «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio» (2Cor 13,4). Con tale condizione di debolezza che lo rende simile a Cristo, Paolo dimostra ancora una volta la validità di quanto asserito nella tesi di 11,5-6: egli è inesperto nell’arte del parlare, ma non nella sua conoscenza esperienziale del Signore. Dietro l’immagine della dimora di Cristo c’è probabilmente l’idea rabbinica della šekînâ, cioè della presenza di Dio in mezzo al suo popolo attraverso la tenda del convegno; sulla stessa linea si muoverà Gv 1,14 dicendo che «il Lógos divenne carne e prese dimora [alla lettera: pose la sua tenda] in mezzo a noi». Il v. 10 si presenta come conseguenza del precedente e come conclusione del brano della seconda parte della dimostrazione (11,21b–12,10). Infatti, se la debolezza è il luogo in cui si manifesta la potenza di Cristo, allora Paolo è contento delle debolezze sperimentate a favore di Cristo e del suo Vangelo le quali consistono, secondo un ultimo catalogo di avversità, In oltraggi, necessità, persecuzioni e angosce. inoltre, a chiusura e culmine di tutto il discorso del folle, l’apostolo esprime la sua paradossale sicurezza con un motto personale: ogni qualvolta sperimenta nell’esercizio del suo ministero la propria fragilità, contemporaneamente fa esperienza della forza proveniente dalla grazia di Cristo.

Riepilogo sulla superiorità di Paolo rispetto agli avversari Con il v. 11 Paolo comincia una riflessione e una ricapitolazione di quanto ha appena scritto. Egli afferma che è stato costretto a ricorrere alla follia del vanto di sé a causa dei Corinzi, poiché lo avrebbero dovuto sostenere, dato che durante il suo ministero in mezzo a loro l’apostolo ha mostrato di essere superiore agli avversari, pur non essendo niente. Per necessità, dovuta alla presenza degli oppositori e alla conseguente difesa dei suoi dal loro influsso, Paolo ha intessuto un elogio di sé che nella sua prima parte era folle, perché «secondo la carne» come quello degli altri (11,18). Qui sono poi rimproverati i destinatari che avrebbero dovuto difenderlo di fronte agli avversari che si sono auto-raccomandati (cfr. 10,12). Infine l’apostolo, mentre ribadisce in modo definitivo la sua superiorità rispetto ai rivali, allo stesso tempo riconosce di essere nulla di fronte al suo Signore, attraverso il precedente vanto «in Cristo» e nella propria debolezza. il v. 12 spiega perché l’apostolo è superiore ai suoi avversari e, nello stesso tempo, si considera nulla. Il versetto sottolinea da una parte l’azione di Dio, ma dall’altra anche la capacità di sopportazione mostrata dall’apostolo, già evocata nei suoi cataloghi di avversità. Il v. 13 appare richiamare il v. 11, fornendo nello specifico la ragione per la quale i Corinzi l’avrebbero dovuto sostenere.

Difesa del comportamento di Paolo e dei collaboratori Con il v. 14 viene introdotta la terza visita di Paolo a Corinto. Tuttavia qui tale aspetto è funzionale a quello dell’indipendenza economica dell’apostolo dalla comunità, vero centro del versetto. Così egli annunzia che è pronto ad andare dai suoi una terza volta, ma che non sarà di peso per loro perché è interessato non a quanto possiedono ma alle persone dei destinatari. Infatti, egli è loro padre; quindi, spetta a lui mettere da parte per i suoi figli Corinzi, non viceversa. La terza visita viene dopo quella della fondazione (cfr. At 18,1-18) e quella legata all’episodio dell’offensore (cfr. 2Cor 2,1-13; 7,12). Era già stata preannunciata in 9,4 per raccogliere la colletta insieme ad alcuni inviati macedoni, ma in 13,1-3 è presentata come una visita punitiva da parte del solo fondatore della comunità a conferma del fatto che i due annunzi appartengono a due lettere diverse, scritte a distanza temporale di alcuni mesi. Il v. 15 sviluppa la metafora paterna ancora in riferimento al futuro, mentre rimarca l’amore presente di Paolo per i Corinzi con l’esigenza di un contraccambio. L’apostolo, infatti, prima afferma che non solo donerà ai suoi quanto ha, ma che darà loro tutto se stesso, poi con una domanda retorica chiede se al suo affetto più intenso è giusto che ne corrisponda uno inferiore da parte dei destinatari. Così Paolo insiste di nuovo sull’elemento della gratuità della sua evangelizzazione a Corinto che lo differenzia completamente dagli avversari (cfr. 11,20) e che è dimostrazione di vero amore per la comunità (cfr. 11,11). Essa è così indirettamente rimproverata, perché non comprende che questo affetto passa attraverso il dono gratuito del Vangelo e perché non è capace di rispondere con un amore della stessa intensità di quello dell’apostolo. A partire dal v. 16 l’attenzione è spostata sulla passata condotta di Paolo e dei suoi collaboratori nei confronti dei Corinzi, in merito soprattutto alle questioni economiche. Con il v. 17 Paolo intende indirettamente sostenere che non si è mai reso colpevole di una scaltra pratica finanziaria orchestrata ai danni dei Corinzi per mezzo dei suoi delegati. Al v 18 termina il “discorso del folle” con un accorato invito ai destinatari a non dare credito alle calunnie nei confronti del fondatore e padre della comunità, ma a riporre in lui la piena fiducia che gli avevano accordato all’inizio quando aveva annunciato loro per la prima volta il Vangelo. Concluso il corpus di 2 Corinzi B e il suo ragionamento in ordine alla persuasione degli ascoltatori, Paolo passerà a preparare la sua terza visita, già annunciata e in precedenza rimandata.

Rimprovero dei destinatari Avendo già in mente la sua prossima visita, Paolo vuole eliminare ogni impedimento che possa incidere negativamente su di essa. Per questo al v. 19 comincia con il chiarire che tutto quanto ha scritto nel suo discorso del folle non è una vera e propria apologia, perché egli si è posto da credente in Cristo di fronte al giudizio di Dio e con la finalità del progresso spirituale dei destinatari, da lui amati nonostante le rilevanti tensioni relazionali. Il v. 20 spiega il perché della finalità di edificazione del discorso di Paolo a partire dalla situazione della comunità corinzia, tratteggiata probabilmente in base alle informazioni ricevute dall’apostolo. Egli teme che al momento della visita trovi i destinatari in una condizione non auspicabile e che, a loro volta, essi debbano sopportare una poco desiderabile punizione da parte sua nei loro confronti. Il v. 21 aggiunge altri timori di Paolo in relazione alla sua prossima terza visita alla comunità di Corinto. Nel versetto è presente la paura che Dio permetta un’altra umiliante esperienza all’apostolo, come quella avvenuta in occasione della sua seconda visita a Corinto (cfr. 2,1-11), perché secondo l’apostolo, la penetrazione degli avversari a Corinto ha prodotto una tragica regressione all’interno della comunità, così da mettere in discussione l’intero percorso di fede dei destinatari.


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from project7

https://www.washingtonpost.com/technology/2023/06/02/ai-taking-jobs/

ChatGPT took their jobs. Now they walk dogs and fix air conditioners.

Ai took human job

...Roberts said that chatbots can produce costly errors and that companies rushing to incorporate ChatGPT into operations are “jumping the gun.” Since they work by predicting the most statistically likely word in a sentence, they churn out average content by design. That provides companies with a tough decision, she said: quality vs. cost.

“We have to ask: Is a facsimile good enough? Is imitation good enough? Is that all we care about?” she said. “We’re going to lower the measure of quality, and to what end? So the company owners and shareholders can take a bigger piece of the pie?”

Lipkin, the copywriter who discovered she’d been replaced by ChatGPT, is reconsidering office work altogether. She initially got into content marketing so that she could support herself while she pursued her own creative writing. But she found the job burned her out and made it hard to write for herself. Now, she’s starting a job as a dog walker.

Cit https://www.washingtonpost.com/technology/2023/04/05/chatgpt-lies/?itid=ap_pranshuverma&itid=lk_inline_manual_44

https://www.washingtonpost.com/wellness/2023/06/01/eating-disorder-chatbot-ai-weight-loss/?itid=lk_inline_manual_42

https://s3.documentcloud.org/documents/23826751/mata-v-avianca-airlines-affidavit-in-opposition-to-motion.pdf

https://www.washingtonpost.com/media/2023/01/17/cnet-ai-articles-journalism-corrections/?itid=lk_inline_manual_42

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Appello ai Corinzi 1Se soltanto poteste sopportare un po’ di follia da parte mia! Ma, certo, voi mi sopportate. 2Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina: vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta. 3Temo però che, come il serpente con la sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo. 4Infatti, se il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi, o se ricevete uno spirito diverso da quello che avete ricevuto, o un altro vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo.

La superiorità di Paolo sugli avversari 5Ora, io ritengo di non essere in nulla inferiore a questi superapostoli! 6E se anche sono un profano nell’arte del parlare, non lo sono però nella dottrina, come abbiamo dimostrato in tutto e per tutto davanti a voi.

La gratuità dell’evangelizzazione a Corinto 7O forse commisi una colpa abbassando me stesso per esaltare voi, quando vi ho annunciato gratuitamente il vangelo di Dio? 8Ho impoverito altre Chiese accettando il necessario per vivere, allo scopo di servire voi. 9E, trovandomi presso di voi e pur essendo nel bisogno, non sono stato di peso ad alcuno, perché alle mie necessità hanno provveduto i fratelli giunti dalla Macedonia. In ogni circostanza ho fatto il possibile per non esservi di aggravio e così farò in avvenire. 10Cristo mi è testimone: nessuno mi toglierà questo vanto in terra di Acaia! 11Perché? Forse perché non vi amo? Lo sa Dio!

Attacco agli avversari 12Lo faccio invece, e lo farò ancora, per troncare ogni pretesto a quelli che cercano un pretesto per apparire come noi in quello di cui si vantano. 13Questi tali sono falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo. 14Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce. 15Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere.

La follia del vanto di sé 16Lo dico di nuovo: nessuno mi consideri un pazzo. Se no, ritenetemi pure come un pazzo, perché anch’io possa vantarmi un poco. 17Quello che dico, però, non lo dico secondo il Signore, ma come da stolto, nella fiducia che ho di potermi vantare. 18Dal momento che molti si vantano da un punto di vista umano, mi vanterò anch’io. 19Infatti voi, che pure siete saggi, sopportate facilmente gli stolti. 20In realtà sopportate chi vi rende schiavi, chi vi divora, chi vi deruba, chi è arrogante, chi vi colpisce in faccia. 21Lo dico con vergogna, come se fossimo stati deboli!

L’elogio di sé con i suoi motivi Tuttavia, in quello in cui qualcuno osa vantarsi – lo dico da stolto – oso vantarmi anch’io. 22Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! 23Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. 24Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; 25tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. 26Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; 27disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. 28Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. 29Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?

L’inversione dell’elogio di sé – inizio 30Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza. 31Dio e Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco. 32A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto delle guardie nella città dei Damasceni per catturarmi, 33ma da una finestra fui calato giù in una cesta, lungo il muro, e sfuggii dalle sue mani.

Approfondimenti

(cf SECONDA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Francesco Bianchini © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

Appello ai Corinzi L’appello rivolto da Paolo ai Corinzi al v. 1 è una preventiva richiesta di scuse, attraverso la quale l’autore chiede la pazienza degli ascoltatori per ciò che sta per dire in quanto potenzialmente inadatto o stravagante. Il tono dell’appello è ironico e mette in gioco la tematica della pazzia che sarà ripresa lungo il discorso. il v. 2 fornisce una motivazione della follia paolina menzionata in precedenza rispetto al vanto di sé che egli andrà a presentare. L’apostolo afferma che ha un premuroso affetto per i Corinzi, come quello mostrato da Dio per Israele (cfr., p. es., Es 34,14; Dt 5,9; Gs 24,19): nel testo domina la metafora matrimoniale che nell’antico testamento descrive il rapporto d’amore, talvolta turbolento, tra Dio e il suo popolo (cfr., p. es., Is 54,5-6; Ez 16,6-19; Os 2,16-22). Nel nuovo testamento tale immagine è utilizzata per descrivere le nozze escatologiche di Cristo con l’umanità, in particolare con la Chiesa (cfr., p. es., Mt 25,1-13; Ef 5,21-32, Ap 19,7-9; 21,2). Nello specifico, in 2Cor 11,2 possiamo ritrovare le due fasi del matrimonio ebraico: il momento in cui è stipulato il contratto matrimoniale in base al quale gli sposi, pur non vivendo ancora insieme, sono ormai indissolubilmente vincolati l’uno all’altra; e le nozze vere e proprie con la relativa consumazione del matrimonio e il conseguente inizio della convivenza. Come evidenziato anche in Ap 21,9 con «la fidanzata» che diviene «sposa dell’Agnello», si tratta prima della Chiesa nel tempo della storia terrena, poi nel compimento escatologico. Così Paolo, come il padre della sposa che doveva garantire la verginità della figlia sino alla consumazione del matrimonio (cfr. Dt 22,13-21), ha promesso di mantenere la comunità illibata e legata esclusivamente a Cristo suo sposo fino al momento di poterla presentare a lui per le nozze eterne. In questo modo l’apostolo da una parte esprime il suo veemente affetto per la comunità; dall’altra sa che non è lui che la possiede e al quale appartiene, mentre teme che essa si conceda a un altro Cristo, quello presentato dagli avversari (cfr. v. 4). Al v. 3 Paolo mostra il timore di non potere assolvere al suo compito in relazione alla comunità; quindi, manifesta la sua effettiva gelosia per lei. Infatti, l’apostolo afferma di temere che, come Eva fu fuorviata a causa della furbizia del serpente, così anche i Corinzi siano sviati nei pensieri perdendo la loro semplicità e purità in relazione a Cristo. Il v. 4 vuol motivare la paura di Paolo per la comunità e per la sua perseveranza nella fede in Cristo, timore dovuto all’azione degli avversari. L’apostolo, anche con amara ironia, mette i destinatari di fronte alle loro responsabilità, sottolineando il negativo cambiamento intervenuto nel loro cammino di fede rispetto al momento nel quale hanno accolto l’annuncio da lui recato.

La superiorità di Paolo sugli avversari Al v. 5, da una parte, si presenta l’ultima e decisiva ragione, legata all’esistenza degli oppositori, per la quale i Corinzi dovrebbero tollerare la follia di Paolo; dall’altra, si introduce la tesi che regge tutta l’argomentazione successiva. L’apostolo sostiene che egli non si ritiene in niente inferiore agli avversari, indicati con un’ironia pungente come «super-apostoli» infatti non afferma più di essere al pari degli altri come in 10,7, ma superiore a loro! Al v. 6 Paolo da una parte ammette di essere inesperto nell’arte del parlare, dall’altra, sostiene di non esserlo nel conoscere, così come ha manifestato in ogni modo e in ogni circostanza ai Corinzi. Nel complesso i vv. 5-6 introducono le due parti della dimostrazione con le rispettive prove di fatti, derivanti dalla concreta realtà del ministero e della persona dell’apostolo: la gratuità dell’evangelizzazione di Paolo (11,7-21a), la sua forza nella debolezza in Cristo (11,21b–12,10). Si tratta quindi di due porzioni testuali finalizzate a sostenere la tesi della superiorità dell’apostolo rispetto agli avversari nella conoscenza di Cristo.

La gratuità dell’evangelizzazione a Corinto Al v. 7 Paolo domanda ai Corinzi se egli ha forse sbagliato quando ha loro annunciato gratuitamente il Vangelo di Dio vivendo in indigenza affinché i destinatari ricevessero un arricchimento spirituale. L’apostolo rimprovera la comunità per la sua ingratitudine di fronte al fatto che egli ha lavorato con le proprie mani e non è stato di peso a essa, mentre la riempiva dei doni divini attraverso la sua predicazione. Al v. 8, dopo avere ricordato la non accettazione del sostegno economico proveniente dai Corinzi, Paolo sottolinea che la cosa è avvenuta a scapito di altre Chiese. Infatti l’apostolo afferma, attraverso un linguaggio militare venato di sarcasmo, di avere saccheggiato altre comunità cristiane accettando da loro il suo salario allo scopo di servire i destinatari. Dunque, l’assistenza ricevuta dagli altri cristiani non è stata un beneficio tipico del patrono, così come vorrebbe essere quella dei destinatari nei confronti di Paolo; in più è ricaduta a vantaggio dei Corinzi, che quindi non possono ritenersi offesi da tale diverso comportamento dell’apostolo. Nel v. 9 Paolo afferma che durante la sua permanenza a Corinto si è trovato nella necessità, ma non ha gravato su nessuno. probabilmente durante la permanenza a Corinto l’apostolo non è riuscito a sostenersi con il proprio lavoro, anche perché l’impegno di evangelizzazione deve avere tolto tempo all’attività di fabbricatore di tende, ma per sua fortuna ha ricevuto un aiuto spontaneo dalla Macedonia. Al v. 10 Paolo ricorre a una formula di giuramento simile a quella utilizzata in Rm 9,1, secondo la quale si dice che la verità di Cristo dimora in lui ed è garanzia della veridicità dell’apostolo. Il contenuto del giuramento è il fatto che il suo vanto, riguardo alla gratuità dell’evangelizzazione, non sarà fatto tacere nella provincia romana dell’Acaia. La scelta di non farsi sostenere dalla comunità deve avere suscitato fraintendimenti e insinuazioni nella Chiesa di Corinto, sentimenti forse ulteriormente fomentati dagli avversari sopraggiunti in essa. Per questo al v. 11 l’apostolo sente la necessità di chiarire, attraverso uno stile dialogico evocativo della diatriba (scritto o discorso nel quale si rimprovera l’interlocutore per mostrargli il suo errore), che se non ha accettato l’aiuto economico dei Corinzi non è perché egli non li ami (in effetti essi dovevano leggere tale comportamento come il rifiuto di un rapporto di reciprocità). A sostegno della sua posizione e del suo amore per i destinatari Paolo chiama a testimone, attraverso una formula di giuramento, Dio, che tutto conosce. Così, in conclusione, appare chiaro che nei vv. 7-11 l’elemento del pathos gioca un suo ruolo al fine di suscitare un atteggiamento positivo dei Corinzi nei confronti dell’apostolo.

Attacco agli avversari Al v. 12, dopo avere negato che il rifiuto del sostentamento significhi una mancanza di affetto per i destinatari, Paolo fornisce una motivazione in positivo per la continuazione di tale atteggiamento. Egli afferma, ricorrendo all’elemento del confronto retorico, che mentre lui annuncia gratuitamente il Vangelo, gli avversari si fanno mantenere dalla comunità e ciò rappresenta una chiara e tangibile differenza tra lui e gli altri. Se egli decidesse di rinunciare alla sua posizione, tale scelta diventerebbe un utile pretesto per gli oppositori per mostrare che il loro è un apostolato al pari di quello paolino. Il v. 13 intende spiegare perché qualsiasi equiparazione tra l’apostolo e gli avversari sia completamente inopportuna. Tale spiegazione comincia anche a fornire elementi utili per abbozzare l’identità degli oppositori riuniti in un gruppo, i quali tuttavia, rimangono anonimi. Prima di tutto Paolo definisce gli avversari «falsi apostoli», richiamando la figura anticotestamentaria e neotestamentaria del falso profeta che non annunciava la parola di Dio, ma la propria (cfr., p. es., Ger 6,13; Zc 13,2; Mt 7,15): essi infatti annunciano un Gesù, uno spirito, un Vangelo diversi da quelli dell’apostolo (cfr. 11,4). Poi si comportano come «operai fraudolenti», probabilmente perché nella loro missione a Corinto agiscono in maniera astuta invadendo il campo di evangelizzazione di Paolo (cfr. 10,13; 11,3). In fondo, secondo l’apostolo, gli avversari pretendono di essere inviati da Cristo e di appartenere a lui, mentre tutto ciò è pura falsità e ipocrisia (cfr. 10,7). Al v. 14 lo mascheramento degli avversari è giustificato a partire da quello di satana. Paolo afferma, infatti, che non deve destare meraviglia la trasformazione degli oppositori, perché l’Avversario stesso è solito prendere le sembianze di un angelo luminoso. Al v. 15 l’attacco contro gli avversari raggiunge la sua conclusione e il suo climax con parole molto forti nei loro confronti. L’apostolo, etichettando gli oppositori cristiani come ministri di Satana, usa toni comparabili soltanto a Fil 3,18-19 dove altri credenti sono designati come «nemici della croce di Cristo», in vista anche del giudizio ultimo. In ogni caso, la finalità dei vv. 13-15 non è tanto denigrare gli avversari, quanto provocare una presa di distanza dei Corinzi nei loro confronti attraverso il risveglio di un pathos negativo, cosicché pure i destinatari li considerino come nemici. Il loro mascheramento nelle vesti di «ministri della giustizia» non intende tanto evocare la questione della giustificazione per la fede, soltanto menzionata in 2 Corinzi (cfr. 3,9; 5,21), quanto riferirsi a un ministero apparentemente giusto e secondo la volontà di Dio, ma effettivamente fraudolento (cfr. 2Cor 6,7). In ogni caso, secondo Paolo essi non potranno più ingannare nessuno di fronte al giudizio finale, dove saranno giudicati e quindi condannati in ragione delle loro opere.

La follia del vanto di sé In maniera simile al v. 1, da una parte Paolo afferma che non vorrebbe essere considerato un folle a fronte dell’elogio di sé che sta per intraprendere; dall’altra si vede costretto a ricorrere a tale pratica a motivo dei Corinzi (cfr. 12,11) che stanno sotto l’influenza degli avversari, i quali si vantano oltre misura (cfr. 10,12-14). La sottolineatura paolina è quella di sostenere che egli sta semplicemente giocando un ruolo al quale si adatta, per il bene dei suoi, al fine di poter vincere sul loro stesso piano gli oppositori, dai quali però egli intende differenziarsi in tutto. Col v. 17 Paolo precisa il senso del suo autoelogio. Infatti, sostiene che ciò che sta per dire non è secondo una prospettiva di fede, ma nella modalità di un folle vanto. Secondo l’apostolo seguire l’atteggiamento degli avversari implica non un vantarsi «nel signore» (cfr. 10,17) ma, all’opposto, «secondo la carne», così come si esprimerà nel versetto successivo. Tuttavia, anche in questo modo egli tiene a far sapere ai destinatari che la sua pazzia è fittizia («come nella follia») ed è assunta proprio per mostrare l’insensatezza dei suoi oppositori e ristabilire la sua autorità nella Chiesa di Corinto. Al v. 18 Paolo continua ad approfondire le circostanze del suo prossimo elogio di sé. Egli sostiene infatti che la motivazione è data dal fatto che gli avversari si vantano secondo criteri puramente umani e mondani; quindi, lui farà altrettanto. In apparenza l’apostolo si contraddice, visto che in 10,3 aveva affermato di non comportarsi «secondo la carne». La presenza degli avversari, qui menzionata con enfasi, è una delle motivazioni tipiche per giustificare il ricorso all’elogio di sé. Il v. 19 fornisce una ragione sia per l’accettazione di Paolo come folle (cfr. v. 16), sia della follia del suo vanto (cfr. vv. 17-18). Così l’apostolo con fine ironia afferma che, giacché i Corinzi sono così saggi, volentieri sopportano i folli. Il riferimento è all’atteggiamento dei destinatari nei confronti dei rivali, da loro ben accolti (cfr. 11, 4), nonostante il fatto che secondo Paolo lo smisurato vanto degli avversari sia folle (cfr. 10,12-14). Di conseguenza, l’apostolo fa intendere come egli si aspetti che il suo elogio di sé sia tollerato dai Corinzi senza problemi (cfr. v. 1). Nel v. 20 è presentata una lista enfatica di cinque verbi utilizzati per descrivere gli abusi degli avversari a Corinto, a fronte dell’accoglienza loro riservata dai destinatari, già ricordata nel versetto precedente. Nonostante questo elenco, l’attenzione del versetto è posta non sugli avversari, che come al solito rimangono senza volto, ma sulla scioccante accoglienza dei destinatari nei loro confronti. Così l’apostolo mette i Corinzi di fronte alle loro responsabilità, alludendo anche al suo comportamento diametralmente opposto (cfr. 11,7.11.21a), che paradossalmente ha ricevuto ben altra accoglienza. il v. 21a chiude il brano con un ritorno al comportamento di Paolo a confronto con quello degli avversari. Il tono è ironico e provocatorio rispetto ai destinatari, d’altra parte il riferimento non è tanto alla dimessa presenza fisica di Paolo, come in 10,10, quanto alla sua scelta di non imporsi e non sfruttare economicamente la comunità di Corinto. Di fronte all’atteggiamento protervo degli oppositori tale opzione risulta, secondo l’apostolo, nient’altro che debolezza. Ma questa tematica costituirà un aspetto saliente dell’elogio di sé di 11,21b–12,10, cosicché 11,21a rappresenta una cerniera, poiché mentre conclude 11,7-21a, prima prova della superiorità di Paolo rispetto agli avversari in ragione del suo annuncio gratuito del Vangelo, prepara lo sviluppo seguente.

L’elogio di sé con i suoi motivi Con il v. 21b l’«io» di Paolo non si nasconde più dietro il «noi» come è avvenuto in precedenza, ma esce alla ribalta. Paolo afferma che se i rivali hanno la temerarietà di ricorrere al vanto di sé, allora anche lui può farlo, sebbene tutto ciò lo dica in una prospettiva folle. Come avviene in ogni elogio o autoelogio, Paolo comincia con un riferimento alle “origini” (così anche in Fil 3,5). In questo modo parte anche il confronto retorico con gli avversari, mettendo prima di tutto l’apostolo al loro pari. Ciò non attesta semplicemente l’identità ebraica degli oppositori, ma evidenzia soprattutto una precisa strategia argomentativa, con la quale si decide di giocare sullo stesso terreno degli avversari, vedendo ciò che è in comune con loro, per poi sconfiggerli. Al v. 23a c'è, invece, un riferimento alle “azioni”: è quello che riveste maggiore importanza, perché è ciò che permette di rendere maggiore testimonianza alle virtù della persona elogiata. Qui Paolo mette in gioco l’agire missionario a servizio di Cristo e del suo Vangelo. Se da una parte l’apostolo sembra riprendere le pretese degli avversari, che si dovevano considerare «super-apostoli» dall’altra egli afferma, con un folle vanto di sé, di essere superiore a loro riguardo al ministero per Cristo (cfr. «io di più») e, di conseguenza, anche riguardo alla conoscenza di Lui. Il passaggio dalla parità alla superiorità con gli avversari, di cui indirettamente è attestato il profilo di missionari cristiani, deve essere ampiamente giustificato, ed è ciò che accade nei versetti successivi, i quali mostrano le diverse situazioni di difficoltà incontrate nel servizio per il Vangelo da parte di Paolo. Le numerose figure presenti nel testo sono al servizio di una retorica dell’amplificazione e dell’eccesso, volta a enfatizzare colui che si loda, al fine di mostrarne l’incomparabile superiorità sui rivali con i quali si confronta. Di conseguenza, il tenore amplificante dell’elenco invita a guardare i dati relativi alle avversità subite da Paolo con una certa circospezione. Al v. 27 sono presentate le sofferenze di Paolo derivanti dalle privazioni sopportate nell’esercizio del suo ministero, con una ripresa di alcune di esse dalle liste di 1Cor 4,10-13 e di 2Cor 6,4b-5. L’apostolo afferma così di essersi molto affaticato nel lavoro (probabilmente per il Vangelo e per il proprio fabbisogno, avendo deciso di non farsi sostenere dalle sue comunità), di avere spesso rinunciato al sonno e al cibo per compiere il proprio servizio, di avere sofferto la fame e la sete nella totale indigenza e di avere patito il freddo derivante da una mancanza di adeguato vestiario. I vv. 28-29 concludono la lista delle avversità, aggiungendo quelle più direttamente legate alle situazioni ecclesiali. Trovandosi al termine dell’elenco, tali sofferenze possono essere considerate il suo climax, ciò che dimostra più chiaramente la statura apostolica di Paolo e, quindi, la sua superiorità sugli avversari. Attraverso l’uso del linguaggio della debolezza, il v. 29 introduce il successivo e con esso la seconda parte del brano, la quale focalizzerà l’attenzione su tale tematica.

L’inversione dell’elogio di sé – inizio Con il v. 30 assistiamo a un mutamento: se finora l’apostolo aveva seguito i canoni retorici intessendo un elogio di se stesso basato sulle sue origini e sulle sue azioni, ora invece decide di vantarsi di ciò che è normalmente disprezzato dai contemporanei, cioè delle proprie debolezze (la frase: «mi vanterò delle mie debolezze» ritorna anche in 12,5.9). L’elogio di sé è dunque invertito, diviene paradossale e corrisponde al vantarsi «secondo il Signore» (cfr. 11,17). Infatti, la seconda parte dell'autoelogio avrà come sue motivazioni questi tre fatti: la fuga da Damasco, le visioni e le rivelazioni dell’«io in Cristo», la «spina nella carne». La superiorità di Paolo sugli avversari comincia, quindi, a essere dimostrata giocando su un terreno completamente diverso dal loro, ma proprio per questo risalterà ancor più, di fronte ai destinatari, la sua eccellenza rispetto agli oppositori e, quindi, il suo incomparabile profilo apostolico. L’inversione dell’elogio di sé avviene anche nel testo parallelo di Fil 3,1–4,1, laddove Paolo annuncia che i doni ricevuti e le virtù acquisite che considerava come guadagni sono diventati perdita – anzi, spazzatura – di fronte al valore sovreminente della conoscenza di Cristo (cfr. Fil 3,7-8). il v. 31 è caratterizzato da un formula di giuramento, congiunta a una di benedizione, che intende dare autorevolezza all’asserzione del versetto precedente. Paolo presenta nei vv. 32-33, con una certa autoironia, l’episodio concernente la sua fuga da Damasco, avvenimento che lo rivela tutto l’opposto di quell’eroe indefesso che sembrava emergere dal catalogo dei vv. 23b-29, ma che dimostra invece la sua debolezza della quale paradossalmente sceglie di vantarsi. Nonostante alcuni studiosi sollevino questioni sino a considerarli fuori luogo e a espungerli dal testo in quanto interpolazione, dal punto di vista argomentativo il ruolo di questi versetti, come notato, è abbastanza chiaro, mentre meno evidenti appaiono i contorni storici dell’episodio qui narrato.


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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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You're Living All Over Me è il secondo album in studio del gruppo rock alternativo americano Dinosaur Jr. È stato pubblicato il 14 dicembre 1987 dalla SST Records. Un perfezionamento della formula introdotta nell'album di debutto della band Dinosaur, You're Living All Over Me presenta voci strascicate abbinate a chitarre ad alto volume e ritmi trascinanti. L'album è stato ben recensito al momento del rilascio ed è ora considerato un punto culminante del rock americano negli anni '80.


Ascolta: https://songwhip.com/dinosaur-jr/yourelivingalloverme


#ascolti

 
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from project7

Avvenire https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/senza-collaudi-le-chatbot-pi-dannose-dei-social

Elena Molinari scrive:

La massima istituzione medica statunitense (il Surgeon general USA) ha aggiunto l’uso costante di Facebook, Instagram e TikTok al fumo, alla guida in stato di ubriachezza e all’obesità nella lista dei «gravi pericoli per la salute e la sicurezza».

La fonte originale è questo doc https://www.hhs.gov/surgeongeneral/priorities/youth-mental-health/social-media/index.html

Si trovano due allegati: Una sintesi e l'avviso completo dal titolo:

Social Media and Youth Mental Health

This Advisory describes the current evidence on the impacts of social media on the mental health of children and adolescents. It states that we cannot conclude social media is sufficiently safe for children and adolescents and outlines immediate steps we can take to mitigate the risk of harm to children and adolescents.

 
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from Alessandra & Giada

Amo una persona del mio stesso sesso.

Amo una persona con la quale non ci incontreremo mai.

Amo una persona di cui non conosco la voce né il volto.

Amo una persona meravigliosa che conosce il mio sesso, la mia vera voce, il mio vero volto, il mio vero cuore.

Ti amo Nadia Scotti

 
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from 🅐🅡🅣🅔🅢🅤🅞🅝🅞

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I Donna the Buffalo nati nel 1987, hanno dieci album al loro attivo e con questo Tonight, Tomorrow and Yesterday festeggiano il loro quarto di secolo. In questi venticinque anni hanno preferito perfezionare il loro stile, renderlo più solido e maturo piuttosto che cambiare “spostandosi” in aree musicali adiacenti al loro consolidato sound, come dire “mai cambiare la strada vecchia per una nuova”. Il loro suono è un mix di cajun, zydeco, folk, con spruzzatine di ritmi reggae in salsa roots americana.

Tonight, Tomorrow and Yesterday e quanto sopra detto e conferma la loro coerenza musicale. Grazie a dei buoni riff chitarristici e un buon uso del violino e della fisarmonica, il risultato finale è che probabilmente questa è la loro migliore incisione. Ci sono dei brani solidi a dimostrazione di una sana maturazione, nulla di eclatante ma grazie ad una consapevolezza sonora, sicuramente sincera, riescono a convincere. Non scaleranno le classifiche, non faranno impazzire i fan ai loro concerti, non verranno ricordati per un’innovazione sonora, non brilleranno quindi nel firmamento musicale, ma alla fine tutto questo poco conta se in qualche modo riescono ad emozionare.

#duemilatredici

 
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from Transit

Dieci righe 88

(Abbi dubbi)

”...senza se e senza ma.” Anche ieri questa è stata una risposta data ad una obiezione da noi formulata: è una di quelle che ormai sono divenute tradizionali, normali. Anzi abusate. La nostra prima reazione è stata quella del fastidio. Tagliare corto. La seconda, meno sottile, ma non meno diffusa, è quella dell'invidia. Proprio. Trovare in giro persone così convinte della propria conoscenza dei fatti, delle proprie convinzioni ci capita nella politica (con dei dovuti distinguo), nel lavoro. Ora anche per tutto il resto, che significa il mondo e tutte le sue contraddizioni e lati oscuri. Tutto bianco e tutto nero è un sentiero assai comodo, ben battuto, sfalciato e che lascia intravedere orizzonti lontanissimi. Il che, lo sapete, è la contraddizione di questi tempi in cui l' “#informazione” è dilagata, dando l'illusione che nulla sia nascosto. E sapete ancora come sia l'esatto contrario. La montagna di input continui che vengono veicolati attraverso il #web non fa che portare ad una nebbia che oscura i fatti reali. O, perlomeno, li rende sempre e solo discutibili. Va benissimo, ma una bella massa di gente prende questo mucchio di dati buoni solo per credere in una propria opinione esatta, pura, cristallina. Noi vi lasciamo tutta questa pantomima. Sarà un pochino masochistico, ma ci sembrano meglio i dubbi ed il desiderio di capire. Come per tanto altro è più faticoso, ma non ci sono mai piaciuti quelli che non fanno quasi nulla. Siamo così. (A&D)

#DieciRighe #Opinioni #Personal

 
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