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from Alviro

È una verità spesso trascurata che il miglioramento dell’individuo non si misura soltanto attraverso le azioni visibili e concrete, ma anche attraverso l’impegno morale e intellettuale verso ciò che idealmente desideriamo diventare. Solo coloro che coltivano i propri sogni, e li considerano non come fughe effimere dalla realtà ma come guide etiche e intellettuali, possono aspirare a una vera crescita.

Poiché il mondo esterno riflette, in misura non trascurabile, lo stato interiore dei suoi abitanti, ogni perfezionamento della coscienza individuale ha conseguenze tangibili sul tessuto collettivo della società. In altre parole, migliorare noi stessi non è un atto egoistico, ma un contributo essenziale alla migliore organizzazione del mondo. Così, restare fedeli ai propri sogni non è un mero indulgere nella fantasia, ma un imperativo morale: solo attraverso questa fedeltà possiamo sperare di rendere il mondo, in qualche misura, più giusto, più umano e più razionale.

 
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from differxdiario

costruire qualsiasi cosa in un paese come l'yt. è veramente un viaggio tra i due estremi dell'impossibile e del deprimente. progettare una collana editoriale, una pubblicazione, strutturare delle iniziative non effimere, metter su una rivista anche piccola, che si sia giovani o vecchi, insegnare ricevendo uno stipendio non da fame, pagare o farsi pagare per un lavoro intellettuale, tradurre senza venire affamati dagli editori, far stampare un libro senza venire impiccati o divorati dai distributori, viaggiare per studio, trovare una biblioteca non diroccata, un centro culturale non gestito da cinghiali, pagare tasse eque senza avere un salotto in pelle di leopardo, attivare un qualsiasi dispositivo in grado di contribuire onestamente al benessere collettivo piuttosto che rinunciare a tutto e chiudersi in casa. sono tutte faccende inaffrontabili, insormontabili, in certi frangenti. a meno di non avere uno studio legale e una testuggine di commercialisti a difesa, ovvero essere facoltosi o ladri (che di solito sono sinonimi). quindi pace all'anima dei vivi e dei morti, si fa quel che si può. magari solo in rete, spesso solo gratis, e quindi con tempi che possono perfino essere di anni. fino (anche, addirittura) a rinunciare a iniziative troppo belle per essere ospitate dalla patria dei neofascisti, dei mafiosi, dei massoni, dei vaticanisti e del piddì.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Chi scrive di musica mai avrebbe pensato di poter nuovamente (o per la prima volta, nella stragrande maggioranza dei casi fra cui questo) riprendere in mano la penna per cimentarsi riguardo i Violent Femmes. Il loro silenzio, intervallato da sporadiche apparizioni dal vivo, sembrava di quelli senza via d’uscita. Invece lo scorso anno ecco “Happy New Year”, EP di quattro tracce licenziato in occasione del Record Store Day, mentre adesso è tempo del vero ritorno discografico per Gordon Gano e Brian Ritchie... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/violent-femmes-we-can-do-anything-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/7c1avJYeaa9z08C5hWcqVS


 
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from Transit

(206)

(BOP1)

Il cosiddetto “Board of Peace” di #Trump per #Gaza nasce come organismo internazionale che affianca il cessate il fuoco tra #Israele e #Hamas, con l’obiettivo dichiarato di gestire la fase di ricostruzione e sicurezza nella Striscia.

Fin da subito, però, suscita forti perplessità sul piano politico, giuridico e istituzionale, e l’Italia si è mossa in modo ambiguo, oscillando tra il no formale e l’ipotesi di un rientro dalla finestra con un ruolo di osservatore. Trump ha annunciato il “Board of Peace” come nuova sede decisionale per la gestione del cessate il fuoco a Gaza, rivendicando che potrà fare “ciò che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare” e ponendosi esplicitamente in competizione con l’ #ONU.

Il Board riunisce una ventina di paesi, tra cui attori centrali come Israele, Egitto e Qatar, e si propone di seguire la ricostruzione postbellica e le questioni di sicurezza, con una possibile estensione del mandato ad altri conflitti. In vista della prima riunione, Trump ha sbandierato impegni per oltre 5 miliardi di dollari in aiuti e fondi per la ricostruzione di Gaza, oltre a migliaia di uomini per una forza internazionale di stabilizzazione autorizzata dall’ONU.

Di fatto, però, la sproporzione tra i costi stimati per ricostruire Gaza e le promesse, e l’assenza di un chiaro quadro di responsabilità democratiche, alimentano l’impressione di un’operazione più di immagine che di reale governance multilaterale.

(BOP2)

Diversi paesi europei, tra cui Francia e Germania, hanno assunto una posizione prudente o apertamente negativa, proprio perché il Board sembra costruito come alternativa politica al sistema di sicurezza collettiva dell’ONU.

Sul terreno, intanto, bombardamenti e vittime civili a Gaza continuano, rendendo ancora più stridente la retorica di un “board della pace” che nasce mentre manca una vera garanzia di protezione per i palestinesi.

È legittimo domandarsi se questo organismo non serva più a consolidare l’influenza geopolitica di #Washington e di Trump che a assicurare giustizia, ricostruzione e autodeterminazione ai gazawi. In questo contesto si inserisce anche il rinnovato asse Roma‑Berlino, che il governo italiano cerca di valorizzare come contrappeso alle diffidenze francesi e alle incertezze della stessa Unione Europea.

Berlino mantiene una linea molto prudente sul “Board of Peace”, teme di legittimare una struttura parallela all’ONU e preferisce incardinare ogni iniziativa sul quadro multilaterale esistente; #Roma, invece, tenta di stare a metà strada, rivendicando vicinanza agli Stati Uniti, ma ammiccando alla cautela tedesca.

Il risultato è un asse che sulla carta dovrebbe rafforzare il fronte europeo, ma che nei fatti rischia di produrre solo comunicati congiunti e poca chiarezza politica: si critica l’impianto del Board, ma non si ha il coraggio di dire apertamente che l’Europa dovrebbe rifiutare organismi costruiti su misura per la leadership di Trump.

Il governo italiano, richiamando l’articolo 11 della Costituzione, ha spiegato di non poter aderire al Board perché la sua architettura concentra un potere di vertice nelle mani di Trump, in assenza di condizioni di uguaglianza tra gli Stati membri.

È una motivazione giuridicamente corretta: l’Italia può cedere quote di sovranità solo a organismi effettivamente paritari, non a un consesso dove la lettura dello statuto è nelle mani del “presidente” di turno. Eppure, mentre #Tajani ribadisce il no formale, #Meloni apre alla possibilità di partecipare come osservatore, presentando questa scelta come modo per “non restare fuori dalla stanza” quando si decide il futuro di Gaza.

Il risultato è una linea ondivaga: da un lato si rivendica la fedeltà alla Costituzione, dall’altro si cerca un canale laterale per rientrare in un meccanismo che resta squilibrato e opaco, con il rischio di legittimarlo proprio mentre lo si critica.

In questo quadro, la prudenza italiana appare meno come un atto di autonomia politica e più come il tentativo di tenere insieme fedeltà a Washington, asse con Berlino, timori europei e vincoli costituzionali, senza mai dire chiaramente se il modello del “Board of Peace” sia compatibile con una vera architettura multilaterale. Prendere tempo sulla disgraziata #Gaza. Non di certo un modo degno di parlare di pace.

#Blog #BoardOfPeace #Medioriente #USA #Italia #GovernoMeloni #PoliticaEstera #Opinioni

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

L’arca nel tempio di Dagon 1I Filistei, catturata l'arca di Dio, la portarono da Eben-Ezer ad Asdod. 2I Filistei poi presero l'arca di Dio, la introdussero nel tempio di Dagon e la collocarono a fianco di Dagon. 3Il giorno dopo i cittadini di Asdod si alzarono, ed ecco che Dagon era caduto con la faccia a terra davanti all'arca del Signore; essi presero Dagon e lo rimisero al suo posto. 4Si alzarono il giorno dopo di buon mattino, ed ecco che Dagon era caduto con la faccia a terra davanti all'arca del Signore, mentre la testa di Dagon e le palme delle mani giacevano staccate sulla soglia; il resto di Dagon era intero. 5Per questo i sacerdoti di Dagon e quanti entrano nel tempio di Dagon ad Asdod non calpestano la soglia di Dagon ancora oggi. 6Allora incominciò a pesare la mano del Signore sugli abitanti di Asdod, li devastò e li colpì con bubboni, Asdod e il suo territorio. 7I cittadini di Asdod, vedendo che le cose si mettevano in tal modo, dissero: “Non rimanga con noi l'arca del Dio d'Israele, perché la sua mano è dura contro di noi e contro Dagon, nostro dio!”. 8Allora, fatti radunare presso di loro tutti i prìncipi dei Filistei, dissero: “Che dobbiamo fare dell'arca del Dio d'Israele?”. Risposero: “Si porti a Gat l'arca del Dio d'Israele”. E portarono via l'arca del Dio d'Israele. 9Ma ecco, dopo che l'ebbero portata via, la mano del Signore fu sulla città e un terrore molto grande colpì gli abitanti della città, dal più piccolo al più grande, e scoppiarono loro dei bubboni. 10Allora mandarono l'arca di Dio a Ekron; ma all'arrivo dell'arca di Dio a Ekron, i cittadini protestarono: “Mi hanno portato qui l'arca del Dio d'Israele, per far morire me e il mio popolo!”. 11Fatti perciò radunare tutti i prìncipi dei Filistei, dissero: “Mandate via l'arca del Dio d'Israele! Ritorni alla sua sede e non faccia morire me e il mio popolo”. Infatti si era diffuso un terrore mortale in tutta la città, perché la mano di Dio era molto pesante. 12Quelli che non morivano erano colpiti da bubboni, e il gemito della città saliva al cielo.

__________________________ Note

5,1 Asdod: città filistea della costa di Canaan. Insieme con Gaza, Àscalon, Gat ed Ekron costituiva la Pentapoli, governata da cinque principi (vedi Gs 13,3).

5,2 Dagon: nella mitologia cananea era il dio del grano o della germinazione.

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Approfondimenti

5,1-7,1. La nuova scena si svolge nel territorio dei Filistei. Questi erano organizzati in una confederazione di cinque distretti, facenti capo a cinque città-fortezze: Gaza, Ascalon, Gat, Accaron e Asdod. I Filistei trasportano l'arca in quest'ultima località, dove viene depositata nel tempio del dio Dagon quale segno di sottomissione del Dio d'Israele al grande dio di cui anche il re Hammurabi (1728-1686 a.C.) si diceva figlio (5,1-2). Sconvolgendo ogni previsione, non solo Dagon deve piegarsi davanti all'intatta potenza del «Signore degli eserciti che siede sui cherubini» (5,3-5), ma anche l'intera popolazione deve fare i conti con la sua ira (5,6-12) al punto che i capi dei Filistei decidono di rinunciare al prestigioso trofeo di guerra (c. 6). La narrazione ha degli accenti grotteschi e persino umoristici, che ne denotano la probabile origine popolare. Ma in fondo stiamo assistendo all'umorismo di Dio stesso, di colui cioè che «se ne ride» e «schernisce dall'alto» i suoi avversari (Sal 2).

5,1-5. Nel tempio di Dagon il Signore dimostra che «non esistono altri dei» (cfr. p.es. Dt 4,35.39; Is 45,14) costringendo l'idolo a prostrarsi «faccia a terra» di fronte alla sua arca, tra l'imbarazzo dei cittadini e dei sacerdoti. Insieme con Is 19,1 l'episodio è senz'altro alla base delle narrazioni apocrife dell'infanzia di Gesù, laddove esse narrano la caduta rovinosa degli idoli dinanzi a Gesù bambino fuggito in Egitto con Maria e Giuseppe (cfr. Mt 2,13-15). Sulla critica all'idolatria cfr. Is 41,21-29; 44,9-20; 46,6-7; Ger 10,2-15; Bar 6,25-26 e Sap 13-16.

2. «Dagon»: nei testi cuneiformi è ricordato quale dio degli Amorrei. Il suo culto era diffuso fin dai tempi antichi in Mesopotamia, ed era presente in Fenicia e in Canaan (cfr. Gs 15,41; 19,27). Gdc 16,23 e 1Cr 10,10 lo considerano dio dei Filistei.

5. «non calpestano la soglia»: usanza ricordata da Sof 1,9. Il profeta ne parla come di un gesto superstizioso, legato al culto agli dei stranieri (Baal: v. 4; Milcom: v. 5).

6-12. La presenza dell'arca provoca una pestilenza da cui Asdod tenta di liberarsi inviando l'arca in altre città; ma anche a Gat ed Accaron il flagello si ripete. I Filistei ritenevano d'aver sconfitto le «potenti divinità» degli Israeliti che un tempo avevano colpito gli Egiziani (4,8), ma ora devono piegarsi – proprio come l'Egitto – alla pesante mano di Dio.

6. «bubboni»: lett. «tumori, prominenze». In genere si ritiene che si tratti di emorroidi (il che si adatterebbe bene al tenore umoristico del racconto), anche se le conseguenza sembrano sproporzionate rispetto alla modestia della patologia.

11. Con gli accenni all'Egitto di 4,8 e 6,6, è un elemento importante per riconoscere in tutta la scena un'allusione all'esodo: anche in Es 12,33 gli Egiziani colpiti insistono perché Israele se ne vada! Poiché l'arca è direttamente collegata con l'esodo e la conquista di Canaan (cfr. Gs 3-4), non ci si deve stupire che il Signore compia per suo mezzo nuovi prodigi «con mano potente e braccio teso».

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from Revolution By Night

Sì, la riforma della giustizia e la demolizione del principio sacro della separazione dei poteri che ne consegue, piace a tutte le mafie e alle organizzazioni criminali, che da tempo si sono comprate il nostro povero e sciagurato paese.

Quando il potere esecutivo ha la facoltà di dire al potere giudiziario che cosa indagare e giudicare e quando farlo, non ci si trova più in uno Stato democratico bensì in uno ad un stadio più o meno avanzato di autoritarismo.

Ovviamente a destra non sono tutti analfabeti funzionali o talmente ignoranti da non avere capito che cosa ha detto, in maniera cristallina, il bravisimo Gratteri. Ma nell'era delle fake si semina ignoranza per raccogliere odio, livore e vendetta.

Si deve essere in totale malafede a sostenere che Gratteri abbia detto che chi vota Sì è un mafioso, criminale e colluso con l'ndrangheta. Non è opinabile invece che la riforma piaccia alle mafie. Perché da decenni le mafie condizionano il potere esecutivo e quello legislativo, quello di un Parlamento occupato da mafiosi e collusi con la criminalità organizzata. Siamo l'Italia, il paese dei paradossi, il paese in cui l'unica legge che regola la vita quotidiana è l'illegalità, da sempre.

Volendo essere buoni e credere a ciò che dice il Governo, cioè che da parte loro non c'è nessuna intenzione di sottomettere il potere giudiziario a quello esecutivo, ma allora perché non farlo con leggi ordinarie invece che attraverso una revisione pesante della nostra Costituzione, che darebbe questa possibilità ad un successivo governo di malintenzionati?

Perché non sforzarsi di mantenere blindato il nostro ordinamento democratico, basato sull'equilibrio e separazione tra poteri, da qualsiasi anche solo ipotetica possibilità di attaccarlo e demolirlo?

Senza una risposta valida a queste due domande si può solo pensare male. E se aggiungiamo che a proporre la riforma è un governo farcito di fascisti nostalgici servi del pericoloso fascista MAGA col ciuffo cotonato, si deve essere degli ingenui babbei a non pensare male.

Si dice che in altri Paesi i procuratori rispondano all'esecutivo, come in Francia. In Francia i procuratori sono sotto il controllo del Ministero della Giustizia, ma ci sono alcuni limiti sul suo potere di indirizzo.

Ma se il Governo italiano dice di non voler mettere i procuratori sotto il controllo dell'esecutivo, perché porta la Francia come esempio? E la Francia non è l'Italia, la Francia è un paese con una cultura civile e un senso della legalità e del rispetto della cosa pubblica che noi non abbiamo mai avuto e non avremo mai. Triste dirlo ma è così.

I sostenitori del sì possono portare tutti gli esempi che vogliono di paesi in cui ci sono forme simili a quelle proposti nella riforma, ma l'Italia è un unicum tra i paesi democratici di tutto il mondo.

L'Italia ha inventato e esportato le mafie, la corruzione è il sistema di governo, le mafie controllano indirettamente alcuni consigli regionali e una moltitudine di consigli comunali italiani. Noi i mafiosi e i collusi li eleggiamo direttamente, il nostro sistema economico è controllato dalle mafie e politici e amministratori sono potentemente condizionati dalle mafie, e sovente sono nel loro libro paga. I nostri parlamenti hanno prodotto una moltitudine di leggi in favore delle mafie e dei loro interessi. I reati dei colletti bianchi in Italia sono quasi sempre reati di mafia.

La mafie hanno il controllo totale di numerose e vaste aree di territorio nazionale, dove lo Stato è assente e si guarda bene dal presentarsi per presidiarle. La polizia italiana è una delle polizie europee meno pagate e finanziate, e con più carenza di organico, eppure deve lottare contro le organizzazioni criminali più potenti del mondo. Non è accettabile. Tutti i Governi dal secondo dopoguerra ad oggi sono scesi a patti con le mafie, fino a quando queste non sono diventate uno Stato pari e alternativo.

Now playing: “Ain't Talkin' 'bout Love” Van Halen – Van Halen – 1978

 
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from Alviro

(perché, in fondo, è proprio in quella piccola frazione trascurata che si nasconde la possibilità di un’intera riforma del carattere)

C’è una tendenza, assai diffusa e alquanto pigra, a classificare gli esseri umani come se fossero minerali: buoni da una parte, cattivi dall’altra, e tra i due poli nessuna gradazione degna di nota. Questa inclinazione alla semplificazione morale è comprensibile, ma intellettualmente disonesta. L’uomo non è un blocco uniforme; è piuttosto una miscela instabile di impulsi, abitudini e possibilità.

Anche nel carattere che più prontamente suscita la nostra riprovazione, si può scorgere una frazione — esigua ma reale — di disposizione al bene. Supponiamo che essa ammonti al cinque per cento: una proporzione modesta, ma non trascurabile. È sufficiente a dimostrare che il male non è una sostanza compatta, bensì una predominanza.

L’errore più comune consiste nel considerare quella minima percentuale come irrilevante, quasi fosse un accidente statistico. Al contrario, essa rappresenta il punto d’appoggio su cui può operare l’educazione, l’esempio e, non di rado, una paziente benevolenza. Non vi è nulla di mistico in ciò: gli uomini tendono a sviluppare le qualità che vengono riconosciute e incoraggiate, e ad irrigidirsi in quelle che vengono soltanto condannate.

Il compito, dunque, non è quello di negare l’esistenza del novantacinque per cento indesiderabile, né di indulgere in un ottimismo sentimentale; è piuttosto quello di agire con un realismo costruttivo. Individuare il germe di ciò che è ragionevole, generoso o leale, e offrirgli condizioni favorevoli di crescita. Se l’ambiente e le circostanze contribuiscono tanto alla formazione dei difetti, non v’è motivo per cui non possano contribuire, con eguale efficacia, alla formazione delle virtù.

Trasformare quel cinque per cento in un ottanta o novanta non è un miracolo morale, ma un’opera di coltivazione. E come ogni coltivazione richiede tempo, pazienza e una certa fiducia nella fertilità del terreno umano. Chi si ostina a vedere soltanto la sterpaglia finirà per convincersi che non esista alcun giardino; chi invece cerca il seme, talvolta riesce a farlo germogliare.

 
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from L' Alchimista Digitale

Il potere è in noi

Ci sono frasi che si fissano nella mente come piccoli mantra quotidiani, semplici da ricordare ma difficili da applicare. Una di queste recita: “Non puoi cambiare i comportamenti di un’altra persona. Puoi solo cambiare il modo in cui tu reagisci a quei comportamenti.” È una verità che spesso si accetta con la testa, ma si rifiuta con il cuore. Perché noi esseri umani, per natura, desideriamo armonia, coerenza, e in fondo… controllo. Vogliamo che gli altri ci capiscano, che ci rispettino, che cambino per amore o per il nostro benessere. Ma la realtà, come spesso accade, segue un’altra traiettoria. Quante volte ci siamo ritrovati a insistere, a spiegare, a giustificare? Abbiamo creduto che con le parole giuste, l’altro avrebbe potuto vedere il nostro punto di vista. Eppure, nulla è cambiato. Le stesse abitudini, le stesse parole, gli stessi silenzi. E allora subentra la frustrazione. Quella sensazione sorda di impotenza che ci lascia interdetti e, a volte, ci fa dubitare persino del nostro valore. Ma c’è un luogo sacro, spesso trascurato, dove il cambiamento è sempre possibile: dentro di noi. Non è un rifugio di sconfitta, ma un campo di forza. È lì che possiamo decidere come reagire. Possiamo scegliere di non farci ferire, di non portare il peso delle parole altrui come macigni. Possiamo rallentare, respirare, osservare. E in quell’istante di pausa tra l’azione e la reazione, nasce la libertà. Cambiare la propria reazione non significa essere passivi, né cedere. Significa diventare protagonisti della propria serenità. È un atto di coraggio e maturità. Vuol dire imparare a proteggersi senza chiudersi, a rispondere senza attaccare, ad accettare senza subire. Non è facile, no. Ma è una delle forme più alte di amore per sé stessi. In questo cammino, si impara anche a non prendere tutto sul personale. A capire che ciò che l’altro fa, dice o omette è spesso lo specchio del suo mondo interiore, non del nostro valore. Le reazioni degli altri parlano di loro, non di noi. E questa consapevolezza è liberatoria. Le relazioni, allora, cambiano forma. Non perché gli altri cambiano, ma perché noi scegliamo di guardarle da un altro punto di vista. Alcune si rafforzano, altre si allentano, altre ancora si chiudono. Ma in ognuna di esse, c’è un filo conduttore nuovo: il rispetto per se stessi. Così, piano piano, ci si accorge che non è sempre necessario combattere ogni battaglia, rispondere a ogni provocazione, correggere ogni torto. A volte basta sorridere e andare oltre. Perché quando impari a gestire le tue reazioni, nessuno ha più il potere di turbare la tua pace. In un mondo dove tutti cercano di cambiare gli altri, tu puoi scegliere di cambiare te stesso. E forse, proprio così, finirai per ispirare il cambiamento che cercavi.

 
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from norise 3 letture AI

Blu marino

sciami di pensieri

sparpagliati

in riflessi di luna fantasma

ore dilatate un’alba fitta

d’inchiostro blu marino

altri me a sciorinare

-tenerezze in sorrisi di fiori-

della vita anteriore

. Che poesia intensa ed evocativa! I tuoi versi, intrisi di immagini cromatiche e oniriche, trasformano il “blu marino” in molto più di un semplice colore, facendolo diventare il filo conduttore di un mondo interiore profondo e misterioso.

Quello che colpisce subito è l'immagine degli “sciami di pensieri” che, nello spazio del verso, si disperdono come luce riflessa dalla “luna fantasma”. Non è solo una rappresentazione della mente in tumulto, ma anche una metafora della nostra capacità di riflettere su concetti sfuggenti, quasi come la luce che gioca tra le ombre della notte.

L'alba, descritta come “fitta d’inchiostro blu marino”, accentua il contrasto tra la luce nascente e il buio profondo, quasi a voler mescolare memoria e sogno, realtá e immaginazione. È come se il nuovo giorno portasse con sé una pennellata di mistero, lasciando spazio alla contemplazione di un sé passato o alternativo. Il verso conclusivo, in cui esprimi “altri me a sciorinare -tenerezze in sorrisi di fiori- della vita anteriore”, introduce proprio questa molteplicità dell'io, un dialogo intimo tra le parti di noi che, entrambe, sono cariche di quella dolcezza e fragilità che rendono la vita ricca di sfumature.

La forza dei tuoi versi risiede proprio in questo intreccio di immagini, emozioni e simbolismi. Mi chiedo se, per te, il blu marino rappresenti non solo un colore, ma una dimensione emotiva, un luogo interiore in cui risuonano ricordi, attese e sogni.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

VICENDE DELL’ARCA (1Sam 4,1b-7,17)

1La parola di Samuele giunse a tutto Israele.

I Filistei catturano l’arca In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo contro i Filistei. Essi si accamparono presso Eben-Ezer mentre i Filistei s'erano accampati ad Afek. 2I Filistei si schierarono contro Israele e la battaglia divampò, ma Israele fu sconfitto di fronte ai Filistei, e caddero sul campo, delle loro schiere, circa quattromila uomini. 3Quando il popolo fu rientrato nell'accampamento, gli anziani d'Israele si chiesero: “Perché ci ha sconfitti oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l'arca dell'alleanza del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici”. 4Il popolo mandò subito alcuni uomini a Silo, a prelevare l'arca dell'alleanza del Signore degli eserciti, che siede sui cherubini: c'erano con l'arca dell'alleanza di Dio i due figli di Eli, Ofni e Fineès. 5Non appena l'arca dell'alleanza del Signore giunse all'accampamento, gli Israeliti elevarono un urlo così forte che ne tremò la terra. 6Anche i Filistei udirono l'eco di quell'urlo e dissero: “Che significa quest'urlo così forte nell'accampamento degli Ebrei?”. Poi vennero a sapere che era arrivata nel loro campo l'arca del Signore. 7I Filistei ne ebbero timore e si dicevano: “È venuto Dio nell'accampamento!”, ed esclamavano: “Guai a noi, perché non è stato così né ieri né prima. 8Guai a noi! Chi ci libererà dalle mani di queste divinità così potenti? Queste divinità hanno colpito con ogni piaga l'Egitto nel deserto. 9Siate forti e siate uomini, o Filistei, altrimenti sarete schiavi degli Ebrei, come essi sono stati vostri schiavi. Siate uomini, dunque, e combattete!“. 10Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d'Israele caddero trentamila fanti. 11In più l'arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès, morirono.

12Uno della tribù di Beniamino fuggì dallo schieramento e venne a Silo il giorno stesso, con le vesti stracciate e polvere sul capo. 13Quando giunse, Eli stava seduto sul suo seggio presso la porta e scrutava la strada, perché aveva il cuore in ansia per l'arca di Dio. Venne dunque quell'uomo e diede l'annuncio in città, e tutta la città alzò lamenti. 14Eli, sentendo il rumore delle grida, si chiese: “Che sarà questo rumore tumultuoso?”. Intanto l'uomo avanzò in gran fretta e portò l'annuncio a Eli. 15Eli aveva novantotto anni, aveva lo sguardo fisso e non poteva più vedere. 16Disse dunque quell'uomo a Eli: “Sono giunto dallo schieramento. Sono fuggito oggi dallo schieramento”. Eli domandò: “Che è dunque accaduto, figlio mio?”. 17Rispose il messaggero: “Israele è fuggito davanti ai Filistei e nel popolo v'è stata una grande sconfitta; inoltre i tuoi due figli, Ofni e Fineès, sono morti e l'arca di Dio è stata presa!”. 18Appena quegli ebbe accennato all'arca di Dio, Eli cadde all'indietro dal seggio sul lato della porta, si ruppe la nuca e morì, perché era vecchio e pesante. Egli era stato giudice d'Israele per quarant'anni. 19La nuora di lui, moglie di Fineès, incinta e prossima al parto, quando sentì la notizia che era stata presa l'arca di Dio e che erano morti il suocero e il marito, s'accasciò e, colta dalle doglie, partorì. 20Mentre era sul punto di morire, le dicevano quelle che le stavano attorno: “Non temere, hai partorito un figlio”. Ella non rispose e non vi fece attenzione. 21Ma chiamò il bambino Icabòd, dicendo: “Se n'è andata lontano da Israele la gloria!”, riferendosi alla cattura dell'arca di Dio, al suocero e al marito. 22Disse: “Se n'è andata lontano da Israele la gloria”, perché era stata presa l'arca di Dio.

__________________________ Note

4,1b Filistei: al tempo dell’esodo abitavano lungo la costa tra l’Egitto e Gaza, tanto che gli Israeliti furono costretti a deviare nell’entroterra (Es 13,17). Gli Ebrei si scontrarono con loro solo a partire dal tempo dei giudici. Per Afek vedi nota a 29,1. Eben-Ezer: significa “pietra dell’aiuto” (vedi 7,12).

4,12 vesti stracciate e polvere sul capo: segni del lutto per la sventura subìta.

4,21-22 Icabòd: secondo l’etimologia popolare accolta dal testo vuol dire: “dov’è la gloria?”. Con la scomparsa dell’arca, la gloria del Signore ha abbandonato Israele.

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Approfondimenti

4,1-7,17. Questi capitoli narrano le vicende dell'arca dell'alleanza, caduta nelle mani dei Filistei e da questi restituita a Israele a causa di malanni provocati dalla sua permanenza nelle loro città (cc. 4-6). La sezione si conclude (c. 7) con i primi accenni di riscossa israelita sotto la guida di Samuele, il quale (si tratta forse di una fonte indipendente?) non era mai comparso nei cc. 4-6. La storia dell'arca verrà ripresa in 2Sam 6,2-19; 15,24-29; 1Re 8,1-13. Essa è un oggetto sacro, simbolo e “memoriale” dell'alleanza tra il Signore e Israele (cfr. Dt 31,26); la sua perdita dimostra che il Signore non è disposto a lasciarsi “usare” magicamente da chi non gli corrisponde «con tutto il cuore e con tutta l'anima» (cfr. Is 29,13; Sal 38,36-37). Dio lascia Israele in balia dei nemici a causa della sua infedeltà, e solo un solenne riconoscimento della colpa (7, 6) consentirà un mutamento della situazione (cfr. Sal 106,34-45).

4,1-11. Essendo sceso in battaglia contro i Filistei (vv. 1-2), Israele fa portare al campo l'arca dell'alleanza (vv. 3-5) ch'era custodita a Silo. I Filistei ne sono terrorizzati (vv. 6-9) ma riescono a sconfiggere gli Israeliti e a catturare l'arca (vv. 10-11). La disfatta segna l'avverarsi delle minacce di Dio contro Eli e i suoi figli.

3. «l'arca del Signore»: traduzione secondo i LXX. TM ha: «arca dell'alleanza» (anche nei v. 4.5). L'arca fu l'oggetto più sacro che l'antico Israele abbia mai avuto. Era una specie di cassa di legno rivestita d'oro (Es 25,10-16) e conteneva le tavole della legge (1Re 8,9; Dt 10,1-5: cfr. Eb 9,3-5) a “testimonianza” dell'alleanza conclusa sul Sinai tra Dio e Mosè. Sul coperchio erano collocati due cherubini scolpiti, che fungevano da “trono” del Signore (v. 4;2 Sam 6,2 = 1Cr 13,6). Per questo si credeva che la presenza del Signore fosse legata a quella dell'arca (vv. 3.8).

4. «che siede sui cherubini»: cfr. 2Sam 6,2; 22,11; Sal 80,2; 99,1. I cherubini sono figure celesti maestose che evocano l'idea della forza, fornite di ali e morfologicamente variabili tra l'umano e l'animale. L'immaginario biblico sui cherubini (cfr. Ez 1,10) è stato direttamente o indirettamente influenzato da analoghe entità – i karibu – che troviamo nel mondo mesopotamico. In Palestina era abbastanza conosciuta la divinità alata egiziana Neftis. I karibu-cherubini svolgono le funzioni di custodi del luogo sacro (cfr. Gn 3,24) e di intermediari tra gli uomini e la divinità. Sono perciò anche il simbolo dell'adorazione e della preghiera ininterrotta. Già ai tempi dell'esodo il motivo dei cherubini ornava la Dimora (Es 26,1.31; 36,8.35). Salomone farà scolpire due grandi cherubini a protezione dell'arca (1Re 6,23-28; 8,7) e nel tempio mostrato dall'angelo ad Ezechiele anch'essi troveranno posto (Ez 41,18.25).

6. «Ebrei»: questo termine è generalmente usato dagli stranieri, oppure da Israeliti che conversavano con stranieri (14,11.21; 29,3; Gn 43,32; Es 1,15; Gio 1,9). Era evidentemente un appellativo comune (leggermente dispregiativo) che identificava gli appartenenti al gruppo etnico degli Israeliti.

8. «queste divinità»: come pure in 1Re 19,2 e 20,10 ’elōhîm ha sulla bocca dei pagani un sapore politeistico. Nella loro “ignoranza” credono che la liberazione d'Israele dall'Egitto sia da ascrivere agli dei (si noti pure la confusione tra le piaghe d'Egitto e l'esodo nel deserto!). Quest'interpretazione di ’elōhîm è accettabile, anche se il discorso è più complesso: nel v. 7 i Filistei hanno anche detto: «Dio è venuto» (al sing.). Inoltre bisogna tener conto che ’elōhîm (un plurale di intensità, eccellenza o sovranità) è pacificamente usato nell'AT con significato singolare, però può essere costruito indifferentemente con predicato o attributo singolare (nella maggior parte dei casi) o plurale (ad es. 17,26.36; Dt 5,26; Ger 10,10).

10. «tremila»: TM ha «trentamila» (con LXX e Vg). Spesso nella Bibbia troviamo numeri spropositati rispetto a una valutazione realistica dei fatti. Questo fenomeno risponde senz'altro a procedimenti narrativi diversi dai nostri, e spesso implica una valenza simbolica dei numeri, da decodificare caso per caso.

12-22. Dopo Ofni e Finees, la tragedia coinvolge Eli e la nuora. Più che la sconfitta dell'esercito e la morte dei congiunti, lo strazio più acuto vien causato dalla sorte dell'arca. La sua perdita significa che il Signore ha abbandonato Israele: «Se n'è andata lontano la sua gloria» (v. 22).

12. «vesti stracciate e polvere sul capo»: è l'espressione caratteristica del lutto e della più profonda prostrazione (2Sam 1,2; 15,32; Gn 37,29.34; 44,13; Gdc 11,35; Ne 9,1; Gb 2,12; Mt 26,65).

13. Eli, seppur cieco (v. 1), sta sulla porta «e scrutava la strada», seduto sul suo seggio come in 1,9. La cecità rende ancor più struggente la sua trepidazione: presagisce infatti che questo è il giorno fatale annunziatogli per due volte. Ma più che dei figli si preoccupa per la sorte dell'arca: che ne sarà stato?

18. «aveva giudicato Israele per quarant'anni»: Eli è il penultimo dei “giudici”, prima dell'avvento della monarchia. Il numero “quaranta” ha probabilmente un significato più convenzionale che reale. Come nel libro dei Giudici (3,11.30; 5,31; 8,28) la morte di Eli segna la ricaduta di Israele in una sudditanza che durerà a lungo, fino al giorno in cui Samuele interverrà nuovamente come “giudice” (c. 7).

19-22. La nascita del figlio di Finees riassume tragicamente il senso di tutti gli eventi descritti in questo capitolo. Il nome che gli viene imposto, Icabod, significa «Non [c'è più] gloria». L'arca era il “luogo” della presenza di Dio: la sua cattura da parte dei Filistei può significare soltanto che la Gloria del Signore, che un giorno era scesa ad abitare nella Dimora (Es 40,34), se n'è andata (cfr. Sal 78,60-64; Ger 7,12-14; 26,6.9). Ciò nonostante, come racconteranno i cc. 5-6, anche in esilio la Gloria di Dio non cesserà di operare prodigi.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[caffeine]

questo directional reflection of [sembra che questo [messaggio sia in inglese uno che assieme hanno] [l'entroterra i messaggi i botteghini dentro pieghi di  piedi poi a misura un] [di più] [fanno dove] chiude la festa] comincia dove friggono una mancanza della manovra ricambio d'arietta à la page sulla centesima del nobile -e] sparpagliarsi dare il [destro l'occido

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Con cognizione di causa ma senza orgoglio, dichiaro di essere stato sul punto di gettare la spugna riguardo a Mark Kozelek. Non mi ha spaventato la decisiva transizione (rappresentata da “Benji”) da una forma-canzone già molto libera al puro e semplice monologo, un recitar-cantare dal quale sembra non esserci più ritorno. Ho invece avvertito e sofferto, appena sei mesi fa, il cattivo presagio insito in “Universal Themes”: vale a dire, il quasi totale abbandono della scrittura musicale – alle soglie dell'automatismo – in favore della più viscerale verbosità, nell'ansia di esplicitare ogni accadimento del diario personale di un (non più giovane) artista... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/sun-kil-moon-jesu-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/5NtRFw2NMCF6Ll49IV8oHG


 
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from norise 3 letture AI

Angelo della luce

adagiati creatura del sogno

sulla curva del nostro abbandono

la lontananza è ferita insanabile

un cielo d'astri divelti

e tu balsamo sei

-tu orifiamma tu altezza

sognato stargate-

dove voce insanguinata c'inchioda

dalla caduta

. Questo testo, dal titolo “Angelo della luce”, trasuda un’atmosfera di contrasti e di tensione emotiva, in cui la luce divina e la sofferenza terrena si intrecciano. La figura dell'angelo, evocata fin dal titolo, si configura come una presenza eterea e consolatrice, destinata a lenire il dolore e a offrire conforto, pur operando in una dimensione segnata da abbandono e perdita. Il verso “adagiati creatura del sogno / sulla curva del nostro abbandono” invita a lasciarsi cullare da questa creatura, un simbolo quasi onirico, che si pose sul confine tra il conscio e l'inconscio, lungo la linea netta di una separazione irreparabile.

La seconda parte del testo, con immagini forti come “la lontananza è ferita insanabile / un cielo d'astri divelti”, amplifica il senso di un dolore che trascende il puramente individuale, trasformandosi in un’angoscia cosmica. Qui, la distanza diventa una ferita aperta, e il cielo, una distesa di stelle lacerata, quasi a rappresentare le cicatrici di un'esistenza imperfetta e dilaniata. È come se il testo richiamasse una realtà in cui le sofferenze personali e collettive si specchiano nell'universo stesso.

Nel verso seguente, l’essere cui ci si rivolge assume una valenza terapeutica ed elevata: “e tu balsamo sei / -tu orifiamma tu altezza / sognato stargate-“. La scelta delle parole – da “balsamo” a “orifiamma” – suggerisce non solo la capacità di lenire e trasformare il dolore, ma anche quella di elevare lo spirito a uno stato superiore, quasi a fungere da portale (“stargate”) verso un’altra dimensione, dove il sogno e la realtà si fondono. Quest'immagine del portale diventa un invito a esplorare nuovi orizzonti di consapevolezza, laddove la sofferenza si trasforma in un ponte verso la trascendenza.

Infine, “dove voce insanguinata c'inchioda / dalla caduta” riporta l’attenzione all’inevitabilità della caduta, un richiamo alla fragilità umana e al dolore che ne deriva. La “voce insanguinata” diventa qui un simbolo drammatico, un eco doloroso che ricorda il prezzo di ogni ascesa: la perdita e la sofferenza insita nel percorso dell’evoluzione e del rinnovamento.

In sintesi, il testo incarna una riflessione profonda e ambivalente sulla condizione umana: da un lato, l’anelito verso l’elevazione spirituale e il conforto divino; dall’altro, il peso ineludibile dell’abbandono, della caduta e della sofferenza. La poesia ci spinge a riflettere su come, anche nei momenti più oscuri, esista un potenziale di guarigione e trasformazione, offerto dalla presenza quasi miracolosa di quella luce che, come un angelo, si fa portale verso una possibile redenzione.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Vocazione di Samuele 1Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. 2E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. 3La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. 4Allora il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”, 5poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. 6Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!”; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quello rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. 7In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. 8Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. 9Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”“. Samuele andò a dormire al suo posto. 10Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. 11Allora il Signore disse a Samuele: “Ecco, io sto per fare in Israele una cosa che risuonerà negli orecchi di chiunque l'udrà. 12In quel giorno compirò contro Eli quanto ho pronunciato riguardo alla sua casa, da cima a fondo. 13Gli ho annunciato che io faccio giustizia della casa di lui per sempre, perché sapeva che i suoi figli disonoravano Dio e non li ha ammoniti. 14Per questo io giuro contro la casa di Eli: non sarà mai espiata la colpa della casa di Eli, né con i sacrifici né con le offerte!“. 15Samuele dormì fino al mattino, poi aprì i battenti della casa del Signore. Samuele però temeva di manifestare la visione a Eli. 16Eli chiamò Samuele e gli disse: “Samuele, figlio mio”. Rispose: “Eccomi”. 17Disse: “Che discorso ti ha fatto? Non tenermi nascosto nulla. Così Dio faccia a te e anche peggio, se mi nasconderai una sola parola di quanto ti ha detto”. 18Allora Samuele gli svelò tutto e non tenne nascosto nulla. E disse: “È il Signore! Faccia ciò che a lui pare bene”. 19Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. 20Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore. 21Il Signore continuò ad apparire a Silo, perché il Signore si rivelava a Samuele a Silo con la sua parola.

4,1aLa parola di Samuele giunse a tutto Israele.

__________________________ Note

3,1 La chiamata di Samuele ricorda le grandi vocazioni profetiche dell’AT: quelle di Abramo, di Mosè, di Isaia, di Geremia.

3,20 Dan e Bersabea: stanno ai confini settentrionale e meridionale di Israele. L’espressione da Dan fino a Bersabea indica tutto il territorio di Israele da nord a sud.

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Approfondimenti

3,1-4,1a. La chiamata di Dio a Samuele si colloca in un tempo cruciale: nella tristezza dell'alleanza tradita, di un vecchio sacerdote addormentato (v. 2), di un popolo che ormai solo di rado percepisce quella presenza che lo aveva accompagnato nel cammino dell'esodo «con mano potente e braccio teso» (v. 1). D'improvviso, la «parola rara» del Signore risuona potentemente per affidare a un fanciullo il giudizio sulla storia trascorsa (v. 11). L'iniziativa parte da Dio, come nelle altre grandi vocazioni profetiche (Abramo, Mosè, Isaia, Geremia) con cui egli decide di imprimere una direzione nuova agli avvenimenti. Sono ormai imminenti la rovina della casa di Eli (vv. 12-14) e la perdita dell'arca (c. 4); mentre tutti sembrano essere diventati nemici di Dio (cfr. Gn 6,5-7.12). Samuele, «amato dal Signore» (Sir 46, 13), risveglia la speranza che il Signore non abbandonerà per sempre il suo popolo (cfr. 4, 22).

3. «La lampada di Dio non era ancora spenta»: si tratta del candelabro a sette braccia descritto in Es 25,31-39. Veniva preparato al mattino e acceso alla sera, all'ora del sacrificio dell'incenso (Es 30,7) affinché ardesse tutta la notte dinanzi al Signore (Es 27,21; Lv 24,3). L'annotazione significa che la visione di Samuele accade durante la notte, cioè nel tempo privilegiato delle rivelazioni divine (Gn 15,17; 28,11; 32,25; 1Re 19,9, Dn 4,1; 7,1-2).

10. È il momento in cui Samuele “conosce il Signore” (cfr. v. 7), o meglio in cui il Signore si fa conoscere a lui. Questa è la caratteristica della religione ebraico-cristiana: «Dio viene» (Gn 18,1-2; Es 3,8; 19,18.20; 34,5; 40,34; Is 40,3.10; 62,11; Ml 3,1.2.24; Mt 24,27; Gv 1,9.11.14; At 3,20-21; 1Cor 15,23; 1Ts 2,19; Ap 22,20).

13. «i suoi figli disonoravano Dio»: secondo i LXX. TM ha: «disprezzavano se stessi». I copisti hanno modificato il testo (lāhem invece di ’elōhîm) per evitare la contaminazione del nome divino con una parola sconveniente. In casi analoghi gli scribi hanno cambiato il verbo da «maledire» in «benedire» (1Re 21,10.13; Gb 1,5.11; 2,5.9). Tuttavia è interessante anche il senso offerto dal TM: chi fa il male pecca non solo contro Dio, ma anche contro se stesso e mette in pericolo la propria vita (cfr. 2, 25).

17. «Così Dio agisca con te e anche peggio», lett.: «così ti faccia Dio e così aggiunga, se..». È una formula usuale (14,44; 20,13; 25,22; 2Sam 3,9.35) con cui si invocava sugli spergiuri la sorte della vittima squartata durante il sacro rito del giuramento (Gn 15,10.17).

18. «Egli è il Signore»: Eli si sottomette con rassegnazione al verdetto di Dio, quasi con le medesime parole di Giobbe (Gb 1,21). C'è però lo stesso tono di passiva impotenza che aveva avuto verso la cattiva condotta dei figli (2,22-25). Davide in 2Sam 15,26 e 24,14 accetterà il castigo con una speranza più grande.

18-21. La rivelazione notturna ha segnato il passaggio dalla fanciullezza alla maturità di Samuele. La vocazione di Dio ha ratificato l'offerta di Anna (1,28) e l'ha portata a compimento (cfr. 1,23): Samuele ora parla come “profeta” dinanzi a tutto Israele (4,1), perché «il Signore era con lui» (v. 19).

21. I LXX inseriscono a questo punto la frase: «Eli era molto vecchio e i suoi figli andavano avanti imperterriti, e la loro condotta era cattiva davanti al Signore». Forse è una glossa posteriore destinata a collegare tra loro i cc. 3 e 4.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from norise 3 letture AI

Fonema

insufflato dal dio

passa come un vento di mare

il ricercato fonèma

che nel sogno dispiega le ali

di scintillante bellezza

. Questo testo è un esempio raffinato di poesia che evoca l’idea di una forza creatrice e divina incarnata nel “fonema”, un’unità minima di suono che assume qui una valenza quasi cosmica. Il poeta sembra voler suggerire che le parole—o, più in generale, il suono—non sono semplicemente strumenti della comunicazione, ma veicoli di bellezza e ispirazione, trasportati da un impulso divino.

La scelta del termine fonema richiama la nozione linguistica, ma in questo contesto assume un significato metaforico. Si allude a quell’essenza originaria, “insufflata dal dio”, che dà vita alla poesia e alla creazione. Il suono non è statico: “passa come un vento di mare”, evocando un’immagine dinamica e fluida, capace di muoversi liberamente e di risvegliare sensazioni e ricordi. L’idea di un vento di mare richiama tanto la vastità dell’oceano quanto la forza e l’imprevedibilità della natura, suggerendo che l’ispirazione si manifesta in modo spontaneo e sovrannaturale.

Nel verso “il ricercato fonèma che nel sogno dispiega le ali di scintillante bellezza”, la poesia culmina in un’immagine potente: il suono diventa un’entità quasi alata, che si libera dalle catene del quotidiano per elevarsi nel regno del sogno e del sublime. L’uso del verbo “dispiegare” aggiunge una dimensione visiva, quasi scenografica, in cui il suono-archetipo assume la forma di un essere in grado di volare, trasportando con sé una bellezza che è al contempo effimera e intensa.

Questa riflessione poetica invita il lettore a considerare il linguaggio come veicolo non solo di significato profondo, ma anche di esperienza estetica e spirituale. L’invisibile diventa visibile, l’ineffabile si materializza nell’immaginario, e il suono si trasforma in un simbolo della forza creatrice che permea la realtà.

 
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