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from Alviro

(perché, in fondo, è proprio in quella piccola frazione trascurata che si nasconde la possibilità di un’intera riforma del carattere)

C’è una tendenza, assai diffusa e alquanto pigra, a classificare gli esseri umani come se fossero minerali: buoni da una parte, cattivi dall’altra, e tra i due poli nessuna gradazione degna di nota. Questa inclinazione alla semplificazione morale è comprensibile, ma intellettualmente disonesta. L’uomo non è un blocco uniforme; è piuttosto una miscela instabile di impulsi, abitudini e possibilità.

Anche nel carattere che più prontamente suscita la nostra riprovazione, si può scorgere una frazione — esigua ma reale — di disposizione al bene. Supponiamo che essa ammonti al cinque per cento: una proporzione modesta, ma non trascurabile. È sufficiente a dimostrare che il male non è una sostanza compatta, bensì una predominanza.

L’errore più comune consiste nel considerare quella minima percentuale come irrilevante, quasi fosse un accidente statistico. Al contrario, essa rappresenta il punto d’appoggio su cui può operare l’educazione, l’esempio e, non di rado, una paziente benevolenza. Non vi è nulla di mistico in ciò: gli uomini tendono a sviluppare le qualità che vengono riconosciute e incoraggiate, e ad irrigidirsi in quelle che vengono soltanto condannate.

Il compito, dunque, non è quello di negare l’esistenza del novantacinque per cento indesiderabile, né di indulgere in un ottimismo sentimentale; è piuttosto quello di agire con un realismo costruttivo. Individuare il germe di ciò che è ragionevole, generoso o leale, e offrirgli condizioni favorevoli di crescita. Se l’ambiente e le circostanze contribuiscono tanto alla formazione dei difetti, non v’è motivo per cui non possano contribuire, con eguale efficacia, alla formazione delle virtù.

Trasformare quel cinque per cento in un ottanta o novanta non è un miracolo morale, ma un’opera di coltivazione. E come ogni coltivazione richiede tempo, pazienza e una certa fiducia nella fertilità del terreno umano. Chi si ostina a vedere soltanto la sterpaglia finirà per convincersi che non esista alcun giardino; chi invece cerca il seme, talvolta riesce a farlo germogliare.

 
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from L' Alchimista Digitale

Il potere è in noi

Ci sono frasi che si fissano nella mente come piccoli mantra quotidiani, semplici da ricordare ma difficili da applicare. Una di queste recita: “Non puoi cambiare i comportamenti di un’altra persona. Puoi solo cambiare il modo in cui tu reagisci a quei comportamenti.” È una verità che spesso si accetta con la testa, ma si rifiuta con il cuore. Perché noi esseri umani, per natura, desideriamo armonia, coerenza, e in fondo… controllo. Vogliamo che gli altri ci capiscano, che ci rispettino, che cambino per amore o per il nostro benessere. Ma la realtà, come spesso accade, segue un’altra traiettoria. Quante volte ci siamo ritrovati a insistere, a spiegare, a giustificare? Abbiamo creduto che con le parole giuste, l’altro avrebbe potuto vedere il nostro punto di vista. Eppure, nulla è cambiato. Le stesse abitudini, le stesse parole, gli stessi silenzi. E allora subentra la frustrazione. Quella sensazione sorda di impotenza che ci lascia interdetti e, a volte, ci fa dubitare persino del nostro valore. Ma c’è un luogo sacro, spesso trascurato, dove il cambiamento è sempre possibile: dentro di noi. Non è un rifugio di sconfitta, ma un campo di forza. È lì che possiamo decidere come reagire. Possiamo scegliere di non farci ferire, di non portare il peso delle parole altrui come macigni. Possiamo rallentare, respirare, osservare. E in quell’istante di pausa tra l’azione e la reazione, nasce la libertà. Cambiare la propria reazione non significa essere passivi, né cedere. Significa diventare protagonisti della propria serenità. È un atto di coraggio e maturità. Vuol dire imparare a proteggersi senza chiudersi, a rispondere senza attaccare, ad accettare senza subire. Non è facile, no. Ma è una delle forme più alte di amore per sé stessi. In questo cammino, si impara anche a non prendere tutto sul personale. A capire che ciò che l’altro fa, dice o omette è spesso lo specchio del suo mondo interiore, non del nostro valore. Le reazioni degli altri parlano di loro, non di noi. E questa consapevolezza è liberatoria. Le relazioni, allora, cambiano forma. Non perché gli altri cambiano, ma perché noi scegliamo di guardarle da un altro punto di vista. Alcune si rafforzano, altre si allentano, altre ancora si chiudono. Ma in ognuna di esse, c’è un filo conduttore nuovo: il rispetto per se stessi. Così, piano piano, ci si accorge che non è sempre necessario combattere ogni battaglia, rispondere a ogni provocazione, correggere ogni torto. A volte basta sorridere e andare oltre. Perché quando impari a gestire le tue reazioni, nessuno ha più il potere di turbare la tua pace. In un mondo dove tutti cercano di cambiare gli altri, tu puoi scegliere di cambiare te stesso. E forse, proprio così, finirai per ispirare il cambiamento che cercavi.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

VICENDE DELL’ARCA (1Sam 4,1b-7,17)

1La parola di Samuele giunse a tutto Israele.

I Filistei catturano l’arca In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo contro i Filistei. Essi si accamparono presso Eben-Ezer mentre i Filistei s'erano accampati ad Afek. 2I Filistei si schierarono contro Israele e la battaglia divampò, ma Israele fu sconfitto di fronte ai Filistei, e caddero sul campo, delle loro schiere, circa quattromila uomini. 3Quando il popolo fu rientrato nell'accampamento, gli anziani d'Israele si chiesero: “Perché ci ha sconfitti oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l'arca dell'alleanza del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici”. 4Il popolo mandò subito alcuni uomini a Silo, a prelevare l'arca dell'alleanza del Signore degli eserciti, che siede sui cherubini: c'erano con l'arca dell'alleanza di Dio i due figli di Eli, Ofni e Fineès. 5Non appena l'arca dell'alleanza del Signore giunse all'accampamento, gli Israeliti elevarono un urlo così forte che ne tremò la terra. 6Anche i Filistei udirono l'eco di quell'urlo e dissero: “Che significa quest'urlo così forte nell'accampamento degli Ebrei?”. Poi vennero a sapere che era arrivata nel loro campo l'arca del Signore. 7I Filistei ne ebbero timore e si dicevano: “È venuto Dio nell'accampamento!”, ed esclamavano: “Guai a noi, perché non è stato così né ieri né prima. 8Guai a noi! Chi ci libererà dalle mani di queste divinità così potenti? Queste divinità hanno colpito con ogni piaga l'Egitto nel deserto. 9Siate forti e siate uomini, o Filistei, altrimenti sarete schiavi degli Ebrei, come essi sono stati vostri schiavi. Siate uomini, dunque, e combattete!“. 10Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d'Israele caddero trentamila fanti. 11In più l'arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès, morirono.

12Uno della tribù di Beniamino fuggì dallo schieramento e venne a Silo il giorno stesso, con le vesti stracciate e polvere sul capo. 13Quando giunse, Eli stava seduto sul suo seggio presso la porta e scrutava la strada, perché aveva il cuore in ansia per l'arca di Dio. Venne dunque quell'uomo e diede l'annuncio in città, e tutta la città alzò lamenti. 14Eli, sentendo il rumore delle grida, si chiese: “Che sarà questo rumore tumultuoso?”. Intanto l'uomo avanzò in gran fretta e portò l'annuncio a Eli. 15Eli aveva novantotto anni, aveva lo sguardo fisso e non poteva più vedere. 16Disse dunque quell'uomo a Eli: “Sono giunto dallo schieramento. Sono fuggito oggi dallo schieramento”. Eli domandò: “Che è dunque accaduto, figlio mio?”. 17Rispose il messaggero: “Israele è fuggito davanti ai Filistei e nel popolo v'è stata una grande sconfitta; inoltre i tuoi due figli, Ofni e Fineès, sono morti e l'arca di Dio è stata presa!”. 18Appena quegli ebbe accennato all'arca di Dio, Eli cadde all'indietro dal seggio sul lato della porta, si ruppe la nuca e morì, perché era vecchio e pesante. Egli era stato giudice d'Israele per quarant'anni. 19La nuora di lui, moglie di Fineès, incinta e prossima al parto, quando sentì la notizia che era stata presa l'arca di Dio e che erano morti il suocero e il marito, s'accasciò e, colta dalle doglie, partorì. 20Mentre era sul punto di morire, le dicevano quelle che le stavano attorno: “Non temere, hai partorito un figlio”. Ella non rispose e non vi fece attenzione. 21Ma chiamò il bambino Icabòd, dicendo: “Se n'è andata lontano da Israele la gloria!”, riferendosi alla cattura dell'arca di Dio, al suocero e al marito. 22Disse: “Se n'è andata lontano da Israele la gloria”, perché era stata presa l'arca di Dio.

__________________________ Note

4,1b Filistei: al tempo dell’esodo abitavano lungo la costa tra l’Egitto e Gaza, tanto che gli Israeliti furono costretti a deviare nell’entroterra (Es 13,17). Gli Ebrei si scontrarono con loro solo a partire dal tempo dei giudici. Per Afek vedi nota a 29,1. Eben-Ezer: significa “pietra dell’aiuto” (vedi 7,12).

4,12 vesti stracciate e polvere sul capo: segni del lutto per la sventura subìta.

4,21-22 Icabòd: secondo l’etimologia popolare accolta dal testo vuol dire: “dov’è la gloria?”. Con la scomparsa dell’arca, la gloria del Signore ha abbandonato Israele.

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Approfondimenti

4,1-7,17. Questi capitoli narrano le vicende dell'arca dell'alleanza, caduta nelle mani dei Filistei e da questi restituita a Israele a causa di malanni provocati dalla sua permanenza nelle loro città (cc. 4-6). La sezione si conclude (c. 7) con i primi accenni di riscossa israelita sotto la guida di Samuele, il quale (si tratta forse di una fonte indipendente?) non era mai comparso nei cc. 4-6. La storia dell'arca verrà ripresa in 2Sam 6,2-19; 15,24-29; 1Re 8,1-13. Essa è un oggetto sacro, simbolo e “memoriale” dell'alleanza tra il Signore e Israele (cfr. Dt 31,26); la sua perdita dimostra che il Signore non è disposto a lasciarsi “usare” magicamente da chi non gli corrisponde «con tutto il cuore e con tutta l'anima» (cfr. Is 29,13; Sal 38,36-37). Dio lascia Israele in balia dei nemici a causa della sua infedeltà, e solo un solenne riconoscimento della colpa (7, 6) consentirà un mutamento della situazione (cfr. Sal 106,34-45).

4,1-11. Essendo sceso in battaglia contro i Filistei (vv. 1-2), Israele fa portare al campo l'arca dell'alleanza (vv. 3-5) ch'era custodita a Silo. I Filistei ne sono terrorizzati (vv. 6-9) ma riescono a sconfiggere gli Israeliti e a catturare l'arca (vv. 10-11). La disfatta segna l'avverarsi delle minacce di Dio contro Eli e i suoi figli.

3. «l'arca del Signore»: traduzione secondo i LXX. TM ha: «arca dell'alleanza» (anche nei v. 4.5). L'arca fu l'oggetto più sacro che l'antico Israele abbia mai avuto. Era una specie di cassa di legno rivestita d'oro (Es 25,10-16) e conteneva le tavole della legge (1Re 8,9; Dt 10,1-5: cfr. Eb 9,3-5) a “testimonianza” dell'alleanza conclusa sul Sinai tra Dio e Mosè. Sul coperchio erano collocati due cherubini scolpiti, che fungevano da “trono” del Signore (v. 4;2 Sam 6,2 = 1Cr 13,6). Per questo si credeva che la presenza del Signore fosse legata a quella dell'arca (vv. 3.8).

4. «che siede sui cherubini»: cfr. 2Sam 6,2; 22,11; Sal 80,2; 99,1. I cherubini sono figure celesti maestose che evocano l'idea della forza, fornite di ali e morfologicamente variabili tra l'umano e l'animale. L'immaginario biblico sui cherubini (cfr. Ez 1,10) è stato direttamente o indirettamente influenzato da analoghe entità – i karibu – che troviamo nel mondo mesopotamico. In Palestina era abbastanza conosciuta la divinità alata egiziana Neftis. I karibu-cherubini svolgono le funzioni di custodi del luogo sacro (cfr. Gn 3,24) e di intermediari tra gli uomini e la divinità. Sono perciò anche il simbolo dell'adorazione e della preghiera ininterrotta. Già ai tempi dell'esodo il motivo dei cherubini ornava la Dimora (Es 26,1.31; 36,8.35). Salomone farà scolpire due grandi cherubini a protezione dell'arca (1Re 6,23-28; 8,7) e nel tempio mostrato dall'angelo ad Ezechiele anch'essi troveranno posto (Ez 41,18.25).

6. «Ebrei»: questo termine è generalmente usato dagli stranieri, oppure da Israeliti che conversavano con stranieri (14,11.21; 29,3; Gn 43,32; Es 1,15; Gio 1,9). Era evidentemente un appellativo comune (leggermente dispregiativo) che identificava gli appartenenti al gruppo etnico degli Israeliti.

8. «queste divinità»: come pure in 1Re 19,2 e 20,10 ’elōhîm ha sulla bocca dei pagani un sapore politeistico. Nella loro “ignoranza” credono che la liberazione d'Israele dall'Egitto sia da ascrivere agli dei (si noti pure la confusione tra le piaghe d'Egitto e l'esodo nel deserto!). Quest'interpretazione di ’elōhîm è accettabile, anche se il discorso è più complesso: nel v. 7 i Filistei hanno anche detto: «Dio è venuto» (al sing.). Inoltre bisogna tener conto che ’elōhîm (un plurale di intensità, eccellenza o sovranità) è pacificamente usato nell'AT con significato singolare, però può essere costruito indifferentemente con predicato o attributo singolare (nella maggior parte dei casi) o plurale (ad es. 17,26.36; Dt 5,26; Ger 10,10).

10. «tremila»: TM ha «trentamila» (con LXX e Vg). Spesso nella Bibbia troviamo numeri spropositati rispetto a una valutazione realistica dei fatti. Questo fenomeno risponde senz'altro a procedimenti narrativi diversi dai nostri, e spesso implica una valenza simbolica dei numeri, da decodificare caso per caso.

12-22. Dopo Ofni e Finees, la tragedia coinvolge Eli e la nuora. Più che la sconfitta dell'esercito e la morte dei congiunti, lo strazio più acuto vien causato dalla sorte dell'arca. La sua perdita significa che il Signore ha abbandonato Israele: «Se n'è andata lontano la sua gloria» (v. 22).

12. «vesti stracciate e polvere sul capo»: è l'espressione caratteristica del lutto e della più profonda prostrazione (2Sam 1,2; 15,32; Gn 37,29.34; 44,13; Gdc 11,35; Ne 9,1; Gb 2,12; Mt 26,65).

13. Eli, seppur cieco (v. 1), sta sulla porta «e scrutava la strada», seduto sul suo seggio come in 1,9. La cecità rende ancor più struggente la sua trepidazione: presagisce infatti che questo è il giorno fatale annunziatogli per due volte. Ma più che dei figli si preoccupa per la sorte dell'arca: che ne sarà stato?

18. «aveva giudicato Israele per quarant'anni»: Eli è il penultimo dei “giudici”, prima dell'avvento della monarchia. Il numero “quaranta” ha probabilmente un significato più convenzionale che reale. Come nel libro dei Giudici (3,11.30; 5,31; 8,28) la morte di Eli segna la ricaduta di Israele in una sudditanza che durerà a lungo, fino al giorno in cui Samuele interverrà nuovamente come “giudice” (c. 7).

19-22. La nascita del figlio di Finees riassume tragicamente il senso di tutti gli eventi descritti in questo capitolo. Il nome che gli viene imposto, Icabod, significa «Non [c'è più] gloria». L'arca era il “luogo” della presenza di Dio: la sua cattura da parte dei Filistei può significare soltanto che la Gloria del Signore, che un giorno era scesa ad abitare nella Dimora (Es 40,34), se n'è andata (cfr. Sal 78,60-64; Ger 7,12-14; 26,6.9). Ciò nonostante, come racconteranno i cc. 5-6, anche in esilio la Gloria di Dio non cesserà di operare prodigi.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[caffeine]

questo directional reflection of [sembra che questo [messaggio sia in inglese uno che assieme hanno] [l'entroterra i messaggi i botteghini dentro pieghi di  piedi poi a misura un] [di più] [fanno dove] chiude la festa] comincia dove friggono una mancanza della manovra ricambio d'arietta à la page sulla centesima del nobile -e] sparpagliarsi dare il [destro l'occido

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Con cognizione di causa ma senza orgoglio, dichiaro di essere stato sul punto di gettare la spugna riguardo a Mark Kozelek. Non mi ha spaventato la decisiva transizione (rappresentata da “Benji”) da una forma-canzone già molto libera al puro e semplice monologo, un recitar-cantare dal quale sembra non esserci più ritorno. Ho invece avvertito e sofferto, appena sei mesi fa, il cattivo presagio insito in “Universal Themes”: vale a dire, il quasi totale abbandono della scrittura musicale – alle soglie dell'automatismo – in favore della più viscerale verbosità, nell'ansia di esplicitare ogni accadimento del diario personale di un (non più giovane) artista... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/sun-kil-moon-jesu-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/5NtRFw2NMCF6Ll49IV8oHG


 
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from norise 3 letture AI

Angelo della luce

adagiati creatura del sogno

sulla curva del nostro abbandono

la lontananza è ferita insanabile

un cielo d'astri divelti

e tu balsamo sei

-tu orifiamma tu altezza

sognato stargate-

dove voce insanguinata c'inchioda

dalla caduta

. Questo testo, dal titolo “Angelo della luce”, trasuda un’atmosfera di contrasti e di tensione emotiva, in cui la luce divina e la sofferenza terrena si intrecciano. La figura dell'angelo, evocata fin dal titolo, si configura come una presenza eterea e consolatrice, destinata a lenire il dolore e a offrire conforto, pur operando in una dimensione segnata da abbandono e perdita. Il verso “adagiati creatura del sogno / sulla curva del nostro abbandono” invita a lasciarsi cullare da questa creatura, un simbolo quasi onirico, che si pose sul confine tra il conscio e l'inconscio, lungo la linea netta di una separazione irreparabile.

La seconda parte del testo, con immagini forti come “la lontananza è ferita insanabile / un cielo d'astri divelti”, amplifica il senso di un dolore che trascende il puramente individuale, trasformandosi in un’angoscia cosmica. Qui, la distanza diventa una ferita aperta, e il cielo, una distesa di stelle lacerata, quasi a rappresentare le cicatrici di un'esistenza imperfetta e dilaniata. È come se il testo richiamasse una realtà in cui le sofferenze personali e collettive si specchiano nell'universo stesso.

Nel verso seguente, l’essere cui ci si rivolge assume una valenza terapeutica ed elevata: “e tu balsamo sei / -tu orifiamma tu altezza / sognato stargate-“. La scelta delle parole – da “balsamo” a “orifiamma” – suggerisce non solo la capacità di lenire e trasformare il dolore, ma anche quella di elevare lo spirito a uno stato superiore, quasi a fungere da portale (“stargate”) verso un’altra dimensione, dove il sogno e la realtà si fondono. Quest'immagine del portale diventa un invito a esplorare nuovi orizzonti di consapevolezza, laddove la sofferenza si trasforma in un ponte verso la trascendenza.

Infine, “dove voce insanguinata c'inchioda / dalla caduta” riporta l’attenzione all’inevitabilità della caduta, un richiamo alla fragilità umana e al dolore che ne deriva. La “voce insanguinata” diventa qui un simbolo drammatico, un eco doloroso che ricorda il prezzo di ogni ascesa: la perdita e la sofferenza insita nel percorso dell’evoluzione e del rinnovamento.

In sintesi, il testo incarna una riflessione profonda e ambivalente sulla condizione umana: da un lato, l’anelito verso l’elevazione spirituale e il conforto divino; dall’altro, il peso ineludibile dell’abbandono, della caduta e della sofferenza. La poesia ci spinge a riflettere su come, anche nei momenti più oscuri, esista un potenziale di guarigione e trasformazione, offerto dalla presenza quasi miracolosa di quella luce che, come un angelo, si fa portale verso una possibile redenzione.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Vocazione di Samuele 1Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. 2E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. 3La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. 4Allora il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”, 5poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. 6Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!”; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quello rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. 7In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. 8Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. 9Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”“. Samuele andò a dormire al suo posto. 10Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. 11Allora il Signore disse a Samuele: “Ecco, io sto per fare in Israele una cosa che risuonerà negli orecchi di chiunque l'udrà. 12In quel giorno compirò contro Eli quanto ho pronunciato riguardo alla sua casa, da cima a fondo. 13Gli ho annunciato che io faccio giustizia della casa di lui per sempre, perché sapeva che i suoi figli disonoravano Dio e non li ha ammoniti. 14Per questo io giuro contro la casa di Eli: non sarà mai espiata la colpa della casa di Eli, né con i sacrifici né con le offerte!“. 15Samuele dormì fino al mattino, poi aprì i battenti della casa del Signore. Samuele però temeva di manifestare la visione a Eli. 16Eli chiamò Samuele e gli disse: “Samuele, figlio mio”. Rispose: “Eccomi”. 17Disse: “Che discorso ti ha fatto? Non tenermi nascosto nulla. Così Dio faccia a te e anche peggio, se mi nasconderai una sola parola di quanto ti ha detto”. 18Allora Samuele gli svelò tutto e non tenne nascosto nulla. E disse: “È il Signore! Faccia ciò che a lui pare bene”. 19Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. 20Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore. 21Il Signore continuò ad apparire a Silo, perché il Signore si rivelava a Samuele a Silo con la sua parola.

4,1aLa parola di Samuele giunse a tutto Israele.

__________________________ Note

3,1 La chiamata di Samuele ricorda le grandi vocazioni profetiche dell’AT: quelle di Abramo, di Mosè, di Isaia, di Geremia.

3,20 Dan e Bersabea: stanno ai confini settentrionale e meridionale di Israele. L’espressione da Dan fino a Bersabea indica tutto il territorio di Israele da nord a sud.

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Approfondimenti

3,1-4,1a. La chiamata di Dio a Samuele si colloca in un tempo cruciale: nella tristezza dell'alleanza tradita, di un vecchio sacerdote addormentato (v. 2), di un popolo che ormai solo di rado percepisce quella presenza che lo aveva accompagnato nel cammino dell'esodo «con mano potente e braccio teso» (v. 1). D'improvviso, la «parola rara» del Signore risuona potentemente per affidare a un fanciullo il giudizio sulla storia trascorsa (v. 11). L'iniziativa parte da Dio, come nelle altre grandi vocazioni profetiche (Abramo, Mosè, Isaia, Geremia) con cui egli decide di imprimere una direzione nuova agli avvenimenti. Sono ormai imminenti la rovina della casa di Eli (vv. 12-14) e la perdita dell'arca (c. 4); mentre tutti sembrano essere diventati nemici di Dio (cfr. Gn 6,5-7.12). Samuele, «amato dal Signore» (Sir 46, 13), risveglia la speranza che il Signore non abbandonerà per sempre il suo popolo (cfr. 4, 22).

3. «La lampada di Dio non era ancora spenta»: si tratta del candelabro a sette braccia descritto in Es 25,31-39. Veniva preparato al mattino e acceso alla sera, all'ora del sacrificio dell'incenso (Es 30,7) affinché ardesse tutta la notte dinanzi al Signore (Es 27,21; Lv 24,3). L'annotazione significa che la visione di Samuele accade durante la notte, cioè nel tempo privilegiato delle rivelazioni divine (Gn 15,17; 28,11; 32,25; 1Re 19,9, Dn 4,1; 7,1-2).

10. È il momento in cui Samuele “conosce il Signore” (cfr. v. 7), o meglio in cui il Signore si fa conoscere a lui. Questa è la caratteristica della religione ebraico-cristiana: «Dio viene» (Gn 18,1-2; Es 3,8; 19,18.20; 34,5; 40,34; Is 40,3.10; 62,11; Ml 3,1.2.24; Mt 24,27; Gv 1,9.11.14; At 3,20-21; 1Cor 15,23; 1Ts 2,19; Ap 22,20).

13. «i suoi figli disonoravano Dio»: secondo i LXX. TM ha: «disprezzavano se stessi». I copisti hanno modificato il testo (lāhem invece di ’elōhîm) per evitare la contaminazione del nome divino con una parola sconveniente. In casi analoghi gli scribi hanno cambiato il verbo da «maledire» in «benedire» (1Re 21,10.13; Gb 1,5.11; 2,5.9). Tuttavia è interessante anche il senso offerto dal TM: chi fa il male pecca non solo contro Dio, ma anche contro se stesso e mette in pericolo la propria vita (cfr. 2, 25).

17. «Così Dio agisca con te e anche peggio», lett.: «così ti faccia Dio e così aggiunga, se..». È una formula usuale (14,44; 20,13; 25,22; 2Sam 3,9.35) con cui si invocava sugli spergiuri la sorte della vittima squartata durante il sacro rito del giuramento (Gn 15,10.17).

18. «Egli è il Signore»: Eli si sottomette con rassegnazione al verdetto di Dio, quasi con le medesime parole di Giobbe (Gb 1,21). C'è però lo stesso tono di passiva impotenza che aveva avuto verso la cattiva condotta dei figli (2,22-25). Davide in 2Sam 15,26 e 24,14 accetterà il castigo con una speranza più grande.

18-21. La rivelazione notturna ha segnato il passaggio dalla fanciullezza alla maturità di Samuele. La vocazione di Dio ha ratificato l'offerta di Anna (1,28) e l'ha portata a compimento (cfr. 1,23): Samuele ora parla come “profeta” dinanzi a tutto Israele (4,1), perché «il Signore era con lui» (v. 19).

21. I LXX inseriscono a questo punto la frase: «Eli era molto vecchio e i suoi figli andavano avanti imperterriti, e la loro condotta era cattiva davanti al Signore». Forse è una glossa posteriore destinata a collegare tra loro i cc. 3 e 4.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from norise 3 letture AI

Fonema

insufflato dal dio

passa come un vento di mare

il ricercato fonèma

che nel sogno dispiega le ali

di scintillante bellezza

. Questo testo è un esempio raffinato di poesia che evoca l’idea di una forza creatrice e divina incarnata nel “fonema”, un’unità minima di suono che assume qui una valenza quasi cosmica. Il poeta sembra voler suggerire che le parole—o, più in generale, il suono—non sono semplicemente strumenti della comunicazione, ma veicoli di bellezza e ispirazione, trasportati da un impulso divino.

La scelta del termine fonema richiama la nozione linguistica, ma in questo contesto assume un significato metaforico. Si allude a quell’essenza originaria, “insufflata dal dio”, che dà vita alla poesia e alla creazione. Il suono non è statico: “passa come un vento di mare”, evocando un’immagine dinamica e fluida, capace di muoversi liberamente e di risvegliare sensazioni e ricordi. L’idea di un vento di mare richiama tanto la vastità dell’oceano quanto la forza e l’imprevedibilità della natura, suggerendo che l’ispirazione si manifesta in modo spontaneo e sovrannaturale.

Nel verso “il ricercato fonèma che nel sogno dispiega le ali di scintillante bellezza”, la poesia culmina in un’immagine potente: il suono diventa un’entità quasi alata, che si libera dalle catene del quotidiano per elevarsi nel regno del sogno e del sublime. L’uso del verbo “dispiegare” aggiunge una dimensione visiva, quasi scenografica, in cui il suono-archetipo assume la forma di un essere in grado di volare, trasportando con sé una bellezza che è al contempo effimera e intensa.

Questa riflessione poetica invita il lettore a considerare il linguaggio come veicolo non solo di significato profondo, ma anche di esperienza estetica e spirituale. L’invisibile diventa visibile, l’ineffabile si materializza nell’immaginario, e il suono si trasforma in un simbolo della forza creatrice che permea la realtà.

 
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Proprio vero che a volte il salto di qualità richiede la giusta spinta. Prendete i Cool Ghouls, uno dei quartetti più promettenti nella sempre vivacissima scena rock underground di San Francisco, fino a ieri etichettabile come interessante ma non certo tra gli indispensabili della categoria. A prefigurare una svolta, nel loro caso, è stata la scelta di affidare la produzione della loro opera terza – questo “Animal Races” – a uno dei padrini della Bay Area, Kelley Stoltz, che ha registrato il disco direttamente nel suo Electric Duck studio coadiuvato da quel Mikey Young (australiano, uno dei Total Control) che aveva già lavorato con loro per il notevole predecessore, “A Swirling Fire Burning Through The Rye”, oltreché con Twerps e Royal Headache... https://artesuono.blogspot.com/2016/12/cool-ghouls-animal-races-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/30Ikm9g2TWLS2a6YdHVw6L


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Cantico di Anna 1Allora Anna pregò così: “Il mio cuore esulta nel Signore, la mia forza s'innalza grazie al mio Dio. Si apre la mia bocca contro i miei nemici, perché io gioisco per la tua salvezza. 2Non c'è santo come il Signore, perché non c'è altri all'infuori di te e non c'è roccia come il nostro Dio. 3Non moltiplicate i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca arroganza, perché il Signore è un Dio che sa tutto e da lui sono ponderate le azioni. 4L'arco dei forti s'è spezzato, ma i deboli si sono rivestiti di vigore. 5I sazi si sono venduti per un pane, hanno smesso di farlo gli affamati. La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita. 6Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. 7Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. 8Solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia rialza il povero, per farli sedere con i nobili e assegnare loro un trono di gloria. Perché al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi egli poggia il mondo. 9Sui passi dei suoi fedeli egli veglia, ma i malvagi tacciono nelle tenebre. Poiché con la sua forza l'uomo non prevale. 10Il Signore distruggerà i suoi avversari! Contro di essi tuonerà dal cielo. Il Signore giudicherà le estremità della terra; darà forza al suo re, innalzerà la potenza del suo consacrato”. 11Poi Elkanà tornò a Rama, a casa sua, e il fanciullo rimase a servire il Signore alla presenza del sacerdote Eli.

I figli di Eli 12Ora i figli di Eli erano uomini perversi; non riconoscevano il Signore 13né le usanze dei sacerdoti nei confronti del popolo. Quando uno offriva il sacrificio, veniva il servo del sacerdote, mentre la carne cuoceva, con in mano una forcella a tre denti, 14e la infilava nella pentola o nella marmitta o nel tegame o nella caldaia, e tutto ciò che la forcella tirava su il sacerdote lo teneva per sé. Così facevano con tutti gli Israeliti che venivano là a Silo. 15Inoltre, prima che fosse bruciato il grasso, veniva ancora il servo del sacerdote e diceva a chi offriva il sacrificio: “Dammi la carne da arrostire per il sacerdote, perché non vuole avere da te carne cotta, ma cruda”. 16Se quegli rispondeva: “Si bruci prima il grasso, poi prenderai quanto vorrai!”, replicava: “No, me la devi dare ora, altrimenti la prenderò con la forza”. 17Il peccato di quei servitori era molto grande davanti al Signore, perché disonoravano l'offerta del Signore. 18Samuele prestava servizio davanti al Signore come servitore, cinto di efod di lino. 19Sua madre gli preparava una piccola veste e gliela portava ogni anno, quando andava con il marito a offrire il sacrificio annuale. 20Eli allora benediceva Elkanà e sua moglie e diceva: “Ti conceda il Signore altra prole da questa donna in cambio della richiesta fatta per il Signore”. Essi tornarono a casa 21e il Signore visitò Anna, che concepì e partorì ancora tre figli e due figlie. Frattanto il fanciullo Samuele cresceva presso il Signore. 22Eli era molto vecchio e sentiva quanto i suoi figli facevano a tutto Israele e come essi giacevano con donne che prestavano servizio all'ingresso della tenda del convegno. 23Perciò disse loro: “Perché fate tali cose? Io infatti sento che tutto il popolo parla delle vostre azioni cattive! 24No, figli, non è bene ciò che io odo di voi, che cioè sviate il popolo del Signore. 25Se un uomo pecca contro un altro uomo, Dio potrà intervenire in suo favore, ma se l'uomo pecca contro il Signore, chi potrà intercedere per lui?“. Ma non ascoltarono la voce del padre, perché il Signore aveva deciso di farli morire. 26Invece il giovane Samuele andava crescendo ed era gradito al Signore e agli uomini.

Oracolo sulla destituzione dal sacerdozio 27Un giorno venne un uomo di Dio da Eli e gli disse: “Così dice il Signore: Non mi sono forse rivelato alla casa di tuo padre, mentre erano in Egitto, in casa del faraone? 28L'ho scelto da tutte le tribù d'Israele come mio sacerdote, perché salga all'altare, bruci l'incenso e porti l'efod davanti a me. Alla casa di tuo padre ho anche assegnato tutti i sacrifici consumati dal fuoco, offerti dagli Israeliti. 29Perché dunque avete calpestato i miei sacrifici e le mie offerte, che ho ordinato nella mia dimora, e tu hai avuto più riguardo per i tuoi figli che per me, e vi siete pasciuti con le primizie di ogni offerta d'Israele mio popolo? 30Perciò, ecco l'oracolo del Signore, Dio d'Israele: Sì, avevo detto alla tua casa e alla casa di tuo padre che avrebbero sempre camminato alla mia presenza. Ma ora – oracolo del Signore – non sia mai! Perché chi mi onorerà anch'io l'onorerò, chi mi disprezzerà sarà oggetto di disprezzo. 31Ecco, verranno giorni in cui io troncherò il tuo braccio e il braccio della casa di tuo padre, sì che non vi sia più un anziano nella tua casa. 32Vedrai un tuo nemico nella mia dimora e anche il bene che egli farà a Israele, mentre non ci sarà mai più un anziano nella tua casa. 33Qualcuno dei tuoi tuttavia non lo strapperò dal mio altare, perché ti si consumino gli occhi e si strazi il tuo animo, ma tutta la prole della tua casa morirà appena adulta. 34Sarà per te un segno quello che avverrà ai tuoi due figli, a Ofni e Fineès: nello stesso giorno moriranno tutti e due. 35Dopo, farò sorgere al mio servizio un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e il mio animo. Io gli darò una casa stabile e camminerà davanti al mio consacrato, per sempre. 36Chiunque sarà superstite nella tua casa, andrà a prostrarsi davanti a lui per un po' di denaro e per un pezzo di pane, e dirà: “Ammettimi a qualunque ufficio sacerdotale, perché possa mangiare un tozzo di pane”“.

__________________________ Note

2,1-11 Il cantico di Anna ricorda il linguaggio dei Salmi e, in molte espressioni, anticipa il cantico di Maria, il Magnificat (Lc 1,46-55).

2,10 consacrato: qui in parallelismo con re. La conclusione del cantico di Anna è profezia della protezione divina accordata al re, secondo 2Sam 7,16.

2,18 efod: è un abito sacerdotale, ma diverso da quello di Aronne in Es 39,2-7 (vedi anche v. 28).

2,34 L’oracolo si compirà nella battaglia di Afek per mano dei Filistei (4,11).

2,35 un sacerdote fedele: si tratta di Sadoc, scelto da Salomone dopo la destituzione di Ebiatàr, relegato ad Anatòt (1Re 2,26-27).

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Approfondimenti

1-11. Il cantico di Anna è una composizione di genere innico molto simile a quelle del libro dei Salmi, di cui non mancano reminiscenze quasi letterali. Il “Magnificat” (Lc 1, 46-55) ne riprende lo spirito e numerose espressioni, cosicché possiamo considerare la preghiera di Anna e quella di Maria come le due parti di un dittico, composto per celebrare la vittoriosa realizzazione della salvezza del Signore (1Sam 2,1; Lc 1,47): la prima in modo ancora provvisorio, la seconda nella pienezza del compimento. La struttura del cantico è la seguente:

  • Introduzione: esultanza e lode per quanto Dio ha compiuto (vv. 1-2).
  • Celebrazione della saggezza di Dio: i suoi disegni sono imperscrutabili (cfr. Sal 139,6; Rm 11,33-36). La “dimostrazione” viene condotta attraverso tre parallelismi antitetici (vv. 3-5).
  • Celebrazione dell'onnipotenza di Dio. Egli dispone le sorti degli uomini secondo la sua volontà, perché tutto gli appartiene (cfr. 1Cr 29,11-12). Inoltre, la sua onnipotenza si rivela nel capovolgimento dei destini dei grandi e dei miseri (1Sam 9,20-21; 18,23; cfr. Gb 5,11-18; Sal 75,8; 113,7-8; Sir 10,14; Dn 2,21). Lo stile dell'esposizione è il medesimo della parte precedente (sei parallelismi antitetici). Nel v. 8, quale argomento decisivo, si accenna alla creazione del mondo (vv. 6-8).
  • Grido finale di fiducia e certezza della piena vittoria di Dio. Per la prima volta nell'AT appare il nome del Messia (vv. 9-10).

L'esultanza di Anna si spinge ben oltre la sua vicenda personale; tocca infatti il mistero della provvidenza divina che regge il mondo con una miriade di piccoli miracoli quotidiani, segni di una presenza misteriosa nella vita di ogni uomo, anche del più misero.

1. «Il mio cuore»: nel pensiero semitico il cuore corrisponde a tutta l'attività interiore all'uomo: non solo i sentimenti o le passioni, ma anche i progetti, i pensieri, i ragionamenti, la memoria, la coscienza, la volontà, ossia l'orientamento spirituale globale (positivo o negativo) della persona. L'esultanza di Anna sgorga perciò dal profondo del suo animo e coinvolge tutto il suo essere (cfr. Lc 1,38 e 16,7). «la mia fronte»: lett. «il mio corno». Quest'immagine esprime l'idea del trionfo, della forza, e trae origine dal vigore del bufalo che incede con le corna ben erette (cfr. Sal 92,11). Ritornando nel v. 10 a mo' d'inclusione, il termine imprime un tono di fierezza a tutta la composizione. Il Sal 89 lo applica al popolo (v. 18) e al re (v. 25). Si noti che Sal 89,20-38 riprende l'episodio della profezia di Natan (2Sam 7), quindi viene interpretato generalmente in senso messianico. Lo stesso vale per Sal 132,17 (cfr. v. 10 e 2Sam 22,3).

5. «La sterile ha partorito sette volte»: è il simbolo della pienezza della fecondità (equivale a: “ha avuto numerosi figli”). Cfr. Sal 113,9; Gb 1,2; 42,13; Ger 15,9 (Is 54,1: il contrasto tra donna sterile e feconda). Questo versetto contiene l'unico accenno a sé da parte di Anna.

6. «fa morire e fa vivere»: Dio è Signore della vita e della morte (Dt 32,39); nonostante la tentazione di realizzare la propria vita “senza Dio” (Gn 3,5), l'uomo deve riconoscere la propria dipendenza ontologica dalla sua grazia (cfr. Rm 14,7-10; 1Cor 3,18-23; Gc 4,12). «scendere agli inferi e risalire»: Dio dimostra così la sua onnipotenza, perché dallo šᵉ’ôl non si ritorna (cfr. 28,11 e 2Sam 12,23). Tale miracolo anticipa oscuramente quello supremo della risurrezione (Sal 16,10-11; Is 53,10-11; Lc 20,38; Rm 6,8-11; 1Cor 15,26)

8. «i cardini della terra»: accenno alla cosmologia ebraica, secondo la quale la terra è una piattaforma circondata dalle acque, poggiante su colonne o pilastri le cui estremità s'immergono nelle profondità dell'abisso (cfr. Gb 9,6; 38,4-6; Sal 24,2; 75,4).

10. «re... Messia»: non è facile spiegare la presenza di questi termini nell'antico cantico. Poiché a quel tempo Israele non aveva ancora un “re” , la parola è forse da considerare frutto di un intervento redazionale tardivo. «Messia» è probabilmente da intendersi come titolo generico parallelo a “re” (i sovrani venivano consacrati con l'unzione – verbo mšḥ –; cfr, Gdc 9,8). Per l'interpretazione, è importante notare il riferimento quasi letterale a 2Sam 22,51 dove “re”, “'Messia” e “Davide” sono la stessa persona (con un richiamo anche alla profezia di Natan, 2Sam 7). Non è da escludere un riferimento implicito alla tematica messianica, che nei libri di Samuele trova la sua massima espressione proprio in 2Sam 7. A conferma si potrebbero aggiungere le reminiscenze messianiche dei Sal 89 e 132 riguardo al “corno”. L'inno di 2Sam 22 è posto a conclusione dell'opera come atto di riconoscenza per l'adempimento delle promesse, ma il cantico di Anna ci anticipa profeticamente gli stessi temi che saranno sviluppati nella storia di Samuele e Davide (legato a Samuele dall'unzione di 16, 13!). I due canti di lode abbracciano dunque 1-2 Sam, come celebrazione della “salvezza” operata dal sapiente e onnipotente Dio d'Israele.

12-17. In antitesi con la consacrazione di Samuele che viene lasciato a Silo per «servire il Signore» (v. 11), si descrive ora l'empietà dei due figli di Eli, sacerdoti anch'essi, che profanavano la santità del culto con la loro ingordigia. I pellegrini ne rimanevano scandalizzati, ma non c'era niente da fare. In ogni sacrificio che non fosse l'olocausto (in cui tutto l'animale immolato veniva bruciato, cfr. Lv 1,1-17) le parti più pregiate della vittima spettavano di diritto ai sacerdoti, a seconda del genere di sacrificio (Dt 18,3; norme dettagliate in Lv 6-7). Ma i figli di Eli non se ne accontentavano e prelevavano anche dal resto, destinato ai banchetti sacrificali dei pellegrini (vv. 13-14; cfr. 1,4). L'ingordigia era aggravata inoltre dal disprezzo per la legge, secondo la quale il grasso della vittima spettava esclusivamente a Dio (Lv 3; 7,31). Ebbene, anche su di esso avanzavano pretese (vv. 15-16). Il v. 17 giudica severamente il male commesso dai figli di Eli, preparando l'annuncio dell'inevitabile castigo (2,22-36).

18-21. Mentre Eli e la sua casa si avviano al declino, il piccolo Samuele «cresceva presso il Signore» (v. 21) sebbene non lo conosca ancora (3,7). Anche i figli di Eli non conoscevano il Signore (v. 12), ma nel senso che non avevano amore e devozione verso di lui (cfr. Os 4,1.6; 6,6; Ger 2,8). Invece Samuele è solo ai primi passi di una familiarità con lui che si consoliderà sempre più nel corso della vita, sino a divenire «profeta del Signore» (3,20), intercessore per Israele (7,8) come Mosè (Es 17,6-13), «uomo di Dio» (9,6.8).

18. «efod di lino»: era una veste sacerdotale (grembiule, perizoma o qualcosa di simile, cfr. 22,18; 2Sam 6,14), diversa rispetto allo speciale capo d'abbigliamento del sommo sacerdote, da portarsi sopra la tunica e il mantello (Es 28,6-14; 21,31-35; 39,2-7; Lv 8,7) e all'efod che serviva a consultare il Signore (v. 28; 14,18-19; 23,9-10; 30,8; vedi anche 14,41).

19. «piccola veste»: in ebraico mᵉ‘'îl. Abito esterno, comunemente tradotto con «mantello», era l'indumento abituale dei grandi personaggi (18,4; 24,5.12; 2Sam 13,18). Diverrà il segno distintivo di Samuele (15,27; 28,14).

22-26. L'attenzione passa di nuovo alla storia negativa dei figli del vecchio e stanco sacerdote Eli. I suoi rimproveri suonano patetici di fronte all'empietà ormai dilagante e all'irrevocabile decisione divina di punire tanto male.

22. «si univano alle donne»: sono le prostitute sacre, diffusissime nell'Oriente antico in relazione ai riti della fecondità. Talora anche Israele rimase impigliato in questa prassi, respinta come idolatrica (Nm 25,1-5; Dt 23,18; Os 4,11-14).

26. Di nuovo uno squarcio sereno, che rende ancor più cupa – per contrasto – la tempesta che si va addensando su Silo. L'infanzia di Samuele diventerà il prototipo di quelle di Giovanni il Battista (Lc 1,80) e di Gesù (Lc 2, 40.52).

27-36. Il misterioso uomo che giunge a Silo parla con la voce stessa di Dio, «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12): un giudizio durissimo, che rende vana ogni difesa e pare annullare tutta la storia precedente. Dio non si era sottratto alla conoscenza degli uomini (cfr. v. 12), si era «rivelato» (v. 27) fin dai tempi dell'esodo affidando «per sempre» al casato di Eli (discendente da uno dei figli di Aronne: Es 6,23 e 1Cr 24,3) l'esercizio delle funzioni sacerdotali in Israele (v. 28). Tutto ciò rende ancor più grave l'infedeltà perpetrata da Ofni e Finees con la complicità del loro padre (v. 29); Dio ha deciso perciò di ritirare la sua elezione (v. 30), annunciando lo sterminio della famiglia (vv. 31-34: «per sempre» è la promessa, «per sempre» è il ripudio!; cfr. 22,18-19) e la scelta di un sacerdote affidabile sul quale verrà trasferita la benedizione (vv. 35-36). Il brano sembra anticipare teologicamente il giudizio di Samuele su Saul il quale subirà la medesima sorte per ragioni simili (12,14-15; 13,13-14; 15,26-28).

31. «braccio»: in senso metaforico indica il vigore, l'attività, la potenza dell'uomo o di Dio (Dt 11,2). Il contesto ha indotto i LXX a leggere «discendenza», vocalizzando zera‘ («seme», in gr. sperma) invece di zᵉrōa‘. Il senso fondamentale rimane comunque invariato.

32. «sempre angustiato»: questa locuzione problematica ṣar mā‘on (cfr. v. 29) può essere ragionevolmente tradotta con l'epiteto «o avversario della Dimora», che si adatta bene all'accusa di complicità che il Signore rivolge a Eli. Dio ha il disegno di “abitare in mezzo al suo popolo” (cfr. 2Sam 7; 1Re 8,10-29; Ez 37,24-28), e lo porterà a compimento nonostante le infedeltà e gli ostacoli frapposti dall'uomo.

33. «per la spada»: aggiunta con i LXX.

35. «sacerdote fedele»: è probabilmente Zadok, discendente da un altro figlio di Aronne, che sarà nominato sommo sacerdote da Salomone in sostituzione di Ebiatar, unico sopravvissuto della casa di Eli (1Re 2,26-27; cfr. 1Sam 22,20). I discendenti di Zadok saranno depositari del sacerdozio sino alle soglie del NT (anche i Maccabei apparterranno a questa famiglia: 1Mac 2,1; 1Cr 9,10). Come ricompensa per la sua fedeltà, il Signore gli darà una casa «fedele» (la radice ’mn indica, oltre la fedeltà, anche la stabilità e la durata). «come mio consacrato»: BC non esprime correttamente la relazione fra il «sacerdote fedele» e il «consacrato» (lett. «Unto, Messia»). I LXX e la Vg sono concordi nel tradurre con TM «davanti al suo consacrato». Il sacerdozio è completamente al servizio del “Messia”, concretamente presente nel re davidico. Il testo spalanca la prospettiva verso il futuro: l'“Unto” ci rimanda a Davide e alla sua discendenza, eletti «per sempre» (2Sam 7,13), e il «sacerdote fedele» prefigura il Sacerdote «degno di fede» (LXX: pistos) di Eb 2,17; 3,1-2. Con la dovuta prudenza, lo sguardo si protende dunque fino al giorno in cui la triplice dignità regale, sacerdotale e profetica sarà attribuita definitivamente a una sola persona: Gesù Cristo.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from Alviro

Perché amo gli animali? La risposta più immediata sarebbe sentimentale; ma una risposta sentimentale, per quanto sincera, raramente è illuminante. Se vi è una ragione più profonda, essa consiste nel riconoscere che la distinzione che abitualmente tracciamo fra “noi” e “loro” è meno netta di quanto la nostra vanità vorrebbe credere.

Noi siamo inclini a considerarci come una sorta di eccezione ontologica: creature dotate di ragione, dunque separate dalla vasta moltitudine dei viventi. Eppure, se osserviamo con sufficiente onestà la nostra condizione biologica, scopriamo che siamo fatti della medesima materia dell’erba che cresce nei campi e partecipiamo delle medesime leggi che governano il cervo in fuga. La cosiddetta superiorità umana è una differenza di grado, non di sostanza; e chi confonde le due cose scambia una variazione quantitativa per un miracolo metafisico.

Dire che sono “la cifra indecifrabile dell’erba” significa riconoscere che la vita, anche nelle sue forme più umili, custodisce un enigma che la ragione può descrivere ma non esaurire. L’erba non possiede coscienza riflessiva, ma possiede quella silenziosa ostinazione dell’esistere che è il presupposto di ogni coscienza futura. In essa si trova, in potenza, ciò che in noi diviene pensiero. Non vi è frattura, ma continuità.

Quando affermo di essere il panico del cervo che scappa, non intendo indulgere in un lirismo indistinto. Intendo piuttosto osservare che la paura, impulso elementare alla conservazione, è comune a ogni organismo sensibile. L’angoscia che talvolta paralizza l’uomo nelle sue crisi più intime non è che una versione più complessa di quell’antico tremore che attraversa l’animale braccato. In questo senso, condividiamo non soltanto la struttura corporea, ma anche l’alfabeto primordiale delle emozioni.

Essere, al tempo stesso, il grande oceano e il più piccolo degli insetti equivale a riconoscere la nostra appartenenza a una totalità che non abbiamo creato e che non possiamo dominare senza distruggerla. L’oceano ci ricorda l’immensità delle forze naturali; l’insetto, la delicatezza delle strutture minime da cui dipende l’equilibrio dell’intero sistema. L’uomo moderno, persuaso di essere il fine ultimo della creazione, dimentica con sorprendente facilità quanto la sua esistenza sia intrecciata a quella di organismi che egli a stento degna di attenzione.

Conoscere “tutte le creature” non significa possederne un inventario, ma comprenderne la dignità intrinseca. Esse sono perfette non nel senso teologico di un’assenza di difetti, bensì nel senso più sobrio di una coerenza funzionale: ciascuna è adeguata al proprio modo di vivere, ciascuna risponde, con sorprendente precisione, alle condizioni che l’hanno prodotta. La perfezione, in natura, non è un ideale astratto; è l’armonia tra forma e necessità.

Se dunque amo gli animali, è perché riconosco in essi una parentela che precede ogni distinzione culturale. L’amore che “corre sulla terra” non è un sentimento mistico che discende dall’alto, ma una solidarietà razionale che nasce dalla consapevolezza della nostra comune fragilità. Amare gli animali significa, in ultima analisi, accettare che l’uomo non è un sovrano isolato, ma una parte — forse temporaneamente dominante, ma non per questo separata — di una comunità più vasta, che chiamiamo vita.

In tale riconoscimento vi è meno romanticismo di quanto si potrebbe supporre e più lucidità di quanto siamo soliti concedere. E forse è proprio questa lucidità, più che l’entusiasmo, a costituire la forma più autentica di rispetto.

 
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from differxdiario

mi dispiace di aver saputo troppo tardi della presentazione di domani di 'romarivista' al Macro. ma sono anche contento di presentare a mia volta, alla stessa ora domani, un bel libro di Giancarlo Busso, Campagne, pubblicato da Fallone. tutte le varie notizie, su queste cose, queste date, e altre ancora, escono / sono uscite / usciranno su slowforward, come sempre.

bon... questo mio è un diario in pubblico, un “dip”, come dico su slowforward, e così non so esattamente a chi mi rivolgo e se tutte queste righe hanno un qualche senso oltre il ridicolo della centratura sul qui presente (& sodali). si vedrà (?) nel tempo.

 
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from cronache dalla scuola

In quinta informatico li porto nella classe di cooperative dove c'è già pronto il poeta, Guido Caserza, che li aspetta, assieme al regista Roberto Merani. I ragazzi si siedono e Guido nella mezz'ora successiva declama il suo poema “Canto dei morti sul lavoro” accompagnato dal video multimediale di Merani. I ragazzi ascoltano, in silenzio mentre si parla di morti bianche, di arti tranciati, di capitale, di Dio, di gente che va a lavorare, a morire. Dal video arrivano rumori di fabbrica, musica industriale, volti anonimi che si accavallano e sovrappongono.

Alla fine i ragazzi applaudono e inizano a fare le domande a Caserza e Merani: in quanto tempo l'hai scritto? Credi in Dio? I volti che si vedono di chi sono? È nato prima il testo o prima il video, o assieme? Come ti sei documentato? Che stile hai usato? E molte altre. Sono domande per buona parte spontanee, è una classe di informatici, lontana dal mondo della letteratura, ma sono curiosi, vogliono capire. Per me è una fatica organizzare tutto, mi appoggio alla generosità dei miei ospiti, ma è un modo per fare entrare la letteratura viva a scuola. Mostrare come il mondo culturale si interseca con quello tecnologico. Guarda e parla della società. Impasta il suo linguaggio con quello della storia.

Ci ritorno nell'aula di cooperative, oggi, con una seconda scientifico, accompagnato da una docente di sostegno che viene di sua sponte. Faccio spostare tutti i banchi e li faccio sedere in cerchio, gli dico che ho notato che da mesi ci sono tensioni fra di loro, momenti di rabbia, divisioni in gruppi. Gli dico che si sta creando un luogo di studio e di lavoro tossico. Gli do poi un post-it, incidentalmente a forma di foglia. “Dovete scrivere – gli dico – le tre cose che più non sopportate dei vostri compagni di classe. Quelle che vi danno disagio, che vi fanno stare male”.

Nel mezzo del cerchio che si è creato metto un cartellone che ho preso dal laboratorio artistico, mi metto a quattro zampe e scrivo sopra “MALESSERE”. I ragazzi intanto compilano i loro foglietti anonimi e li posano per terra.

Quando tutti hanno fatto, con la collega li chiamiamo uno a uno: devono prendere una delle foglie posate per terra, leggere cosa c'è scritto e provare a indovinare chi l'ha scritto. La persona che viene identificata come autore può dire se è stata davvero lei a scriverlo o negare. Può anche mentire. Può dire se è d'accordo comunque con quello che c'è scritto sul foglietto, anche se non l'ha scritto lei. Poi chiediamo quanti sono d'accordo con quello che è stato scritto. Alla fine attachiamo la foglia nel cartellone “malessere” e passiamo alla foglia dopo.

Escono tante cose: fastidio di essere criticati, odio del rumore, sofferenza per il clima teso e senza momenti di rilassamento, sarcasmo e derisione. Altri inaspettati come la percezione di mancanza di igiene nei compagni. Il vittimismo davanti ai docenti, le bestemmie. Alla fine del giro il cartellone “malessere” è finito. Creiamo con la collega dei gruppi di studio per scrivere delle strategie per attenuare o risolvere questi problemi emersi. Delle “regole” che andremo a mettere in un secondo cartellone chiamato “benessere” di cui, di tanto in tanto, verificheremo l'efficacia.

Suona la campanella mentre stiamo ancora lavorando e interrompiamo tutto, continueremo domani. “Lo so perché ha fatto questa attività” mi dice uscendo uno studente. “Perché ha dimenticato il libro di storia” dice e ride.

Rido.

 
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Dovessimo offrirne una sintetica definizione enciclopedica Mereghetti-style, dei Lumineers diremmo una cosa all’incirca così: “Newyorkesi di stanza a Denver, i tre sono esteti di un delicato folk pop contemporaneo e cultori di una scrittura semplice e lineare guidata da suggestioni romantiche all’insegna di un chiaroscuro che indulge più alla luce che all’oscurità.”... https://artesuono.blogspot.com/2016/04/the-lumineers-cleopatra-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/26HAAGfOhnc0CqqcHoaQGD


 
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