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from 📖Un capitolo al giorno📚

Vocazione di Samuele 1Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. 2E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. 3La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuele dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio. 4Allora il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”, 5poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. 6Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!”; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quello rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. 7In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. 8Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. 9Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”“. Samuele andò a dormire al suo posto. 10Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. 11Allora il Signore disse a Samuele: “Ecco, io sto per fare in Israele una cosa che risuonerà negli orecchi di chiunque l'udrà. 12In quel giorno compirò contro Eli quanto ho pronunciato riguardo alla sua casa, da cima a fondo. 13Gli ho annunciato che io faccio giustizia della casa di lui per sempre, perché sapeva che i suoi figli disonoravano Dio e non li ha ammoniti. 14Per questo io giuro contro la casa di Eli: non sarà mai espiata la colpa della casa di Eli, né con i sacrifici né con le offerte!“. 15Samuele dormì fino al mattino, poi aprì i battenti della casa del Signore. Samuele però temeva di manifestare la visione a Eli. 16Eli chiamò Samuele e gli disse: “Samuele, figlio mio”. Rispose: “Eccomi”. 17Disse: “Che discorso ti ha fatto? Non tenermi nascosto nulla. Così Dio faccia a te e anche peggio, se mi nasconderai una sola parola di quanto ti ha detto”. 18Allora Samuele gli svelò tutto e non tenne nascosto nulla. E disse: “È il Signore! Faccia ciò che a lui pare bene”. 19Samuele crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. 20Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuele era stato costituito profeta del Signore. 21Il Signore continuò ad apparire a Silo, perché il Signore si rivelava a Samuele a Silo con la sua parola.

4,1aLa parola di Samuele giunse a tutto Israele.

__________________________ Note

3,1 La chiamata di Samuele ricorda le grandi vocazioni profetiche dell’AT: quelle di Abramo, di Mosè, di Isaia, di Geremia.

3,20 Dan e Bersabea: stanno ai confini settentrionale e meridionale di Israele. L’espressione da Dan fino a Bersabea indica tutto il territorio di Israele da nord a sud.

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Approfondimenti

3,1-4,1a. La chiamata di Dio a Samuele si colloca in un tempo cruciale: nella tristezza dell'alleanza tradita, di un vecchio sacerdote addormentato (v. 2), di un popolo che ormai solo di rado percepisce quella presenza che lo aveva accompagnato nel cammino dell'esodo «con mano potente e braccio teso» (v. 1). D'improvviso, la «parola rara» del Signore risuona potentemente per affidare a un fanciullo il giudizio sulla storia trascorsa (v. 11). L'iniziativa parte da Dio, come nelle altre grandi vocazioni profetiche (Abramo, Mosè, Isaia, Geremia) con cui egli decide di imprimere una direzione nuova agli avvenimenti. Sono ormai imminenti la rovina della casa di Eli (vv. 12-14) e la perdita dell'arca (c. 4); mentre tutti sembrano essere diventati nemici di Dio (cfr. Gn 6,5-7.12). Samuele, «amato dal Signore» (Sir 46, 13), risveglia la speranza che il Signore non abbandonerà per sempre il suo popolo (cfr. 4, 22).

3. «La lampada di Dio non era ancora spenta»: si tratta del candelabro a sette braccia descritto in Es 25,31-39. Veniva preparato al mattino e acceso alla sera, all'ora del sacrificio dell'incenso (Es 30,7) affinché ardesse tutta la notte dinanzi al Signore (Es 27,21; Lv 24,3). L'annotazione significa che la visione di Samuele accade durante la notte, cioè nel tempo privilegiato delle rivelazioni divine (Gn 15,17; 28,11; 32,25; 1Re 19,9, Dn 4,1; 7,1-2).

10. È il momento in cui Samuele “conosce il Signore” (cfr. v. 7), o meglio in cui il Signore si fa conoscere a lui. Questa è la caratteristica della religione ebraico-cristiana: «Dio viene» (Gn 18,1-2; Es 3,8; 19,18.20; 34,5; 40,34; Is 40,3.10; 62,11; Ml 3,1.2.24; Mt 24,27; Gv 1,9.11.14; At 3,20-21; 1Cor 15,23; 1Ts 2,19; Ap 22,20).

13. «i suoi figli disonoravano Dio»: secondo i LXX. TM ha: «disprezzavano se stessi». I copisti hanno modificato il testo (lāhem invece di ’elōhîm) per evitare la contaminazione del nome divino con una parola sconveniente. In casi analoghi gli scribi hanno cambiato il verbo da «maledire» in «benedire» (1Re 21,10.13; Gb 1,5.11; 2,5.9). Tuttavia è interessante anche il senso offerto dal TM: chi fa il male pecca non solo contro Dio, ma anche contro se stesso e mette in pericolo la propria vita (cfr. 2, 25).

17. «Così Dio agisca con te e anche peggio», lett.: «così ti faccia Dio e così aggiunga, se..». È una formula usuale (14,44; 20,13; 25,22; 2Sam 3,9.35) con cui si invocava sugli spergiuri la sorte della vittima squartata durante il sacro rito del giuramento (Gn 15,10.17).

18. «Egli è il Signore»: Eli si sottomette con rassegnazione al verdetto di Dio, quasi con le medesime parole di Giobbe (Gb 1,21). C'è però lo stesso tono di passiva impotenza che aveva avuto verso la cattiva condotta dei figli (2,22-25). Davide in 2Sam 15,26 e 24,14 accetterà il castigo con una speranza più grande.

18-21. La rivelazione notturna ha segnato il passaggio dalla fanciullezza alla maturità di Samuele. La vocazione di Dio ha ratificato l'offerta di Anna (1,28) e l'ha portata a compimento (cfr. 1,23): Samuele ora parla come “profeta” dinanzi a tutto Israele (4,1), perché «il Signore era con lui» (v. 19).

21. I LXX inseriscono a questo punto la frase: «Eli era molto vecchio e i suoi figli andavano avanti imperterriti, e la loro condotta era cattiva davanti al Signore». Forse è una glossa posteriore destinata a collegare tra loro i cc. 3 e 4.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Proprio vero che a volte il salto di qualità richiede la giusta spinta. Prendete i Cool Ghouls, uno dei quartetti più promettenti nella sempre vivacissima scena rock underground di San Francisco, fino a ieri etichettabile come interessante ma non certo tra gli indispensabili della categoria. A prefigurare una svolta, nel loro caso, è stata la scelta di affidare la produzione della loro opera terza – questo “Animal Races” – a uno dei padrini della Bay Area, Kelley Stoltz, che ha registrato il disco direttamente nel suo Electric Duck studio coadiuvato da quel Mikey Young (australiano, uno dei Total Control) che aveva già lavorato con loro per il notevole predecessore, “A Swirling Fire Burning Through The Rye”, oltreché con Twerps e Royal Headache... https://artesuono.blogspot.com/2016/12/cool-ghouls-animal-races-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/30Ikm9g2TWLS2a6YdHVw6L


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Cantico di Anna 1Allora Anna pregò così: “Il mio cuore esulta nel Signore, la mia forza s'innalza grazie al mio Dio. Si apre la mia bocca contro i miei nemici, perché io gioisco per la tua salvezza. 2Non c'è santo come il Signore, perché non c'è altri all'infuori di te e non c'è roccia come il nostro Dio. 3Non moltiplicate i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca arroganza, perché il Signore è un Dio che sa tutto e da lui sono ponderate le azioni. 4L'arco dei forti s'è spezzato, ma i deboli si sono rivestiti di vigore. 5I sazi si sono venduti per un pane, hanno smesso di farlo gli affamati. La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita. 6Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire. 7Il Signore rende povero e arricchisce, abbassa ed esalta. 8Solleva dalla polvere il debole, dall'immondizia rialza il povero, per farli sedere con i nobili e assegnare loro un trono di gloria. Perché al Signore appartengono i cardini della terra e su di essi egli poggia il mondo. 9Sui passi dei suoi fedeli egli veglia, ma i malvagi tacciono nelle tenebre. Poiché con la sua forza l'uomo non prevale. 10Il Signore distruggerà i suoi avversari! Contro di essi tuonerà dal cielo. Il Signore giudicherà le estremità della terra; darà forza al suo re, innalzerà la potenza del suo consacrato”. 11Poi Elkanà tornò a Rama, a casa sua, e il fanciullo rimase a servire il Signore alla presenza del sacerdote Eli.

I figli di Eli 12Ora i figli di Eli erano uomini perversi; non riconoscevano il Signore 13né le usanze dei sacerdoti nei confronti del popolo. Quando uno offriva il sacrificio, veniva il servo del sacerdote, mentre la carne cuoceva, con in mano una forcella a tre denti, 14e la infilava nella pentola o nella marmitta o nel tegame o nella caldaia, e tutto ciò che la forcella tirava su il sacerdote lo teneva per sé. Così facevano con tutti gli Israeliti che venivano là a Silo. 15Inoltre, prima che fosse bruciato il grasso, veniva ancora il servo del sacerdote e diceva a chi offriva il sacrificio: “Dammi la carne da arrostire per il sacerdote, perché non vuole avere da te carne cotta, ma cruda”. 16Se quegli rispondeva: “Si bruci prima il grasso, poi prenderai quanto vorrai!”, replicava: “No, me la devi dare ora, altrimenti la prenderò con la forza”. 17Il peccato di quei servitori era molto grande davanti al Signore, perché disonoravano l'offerta del Signore. 18Samuele prestava servizio davanti al Signore come servitore, cinto di efod di lino. 19Sua madre gli preparava una piccola veste e gliela portava ogni anno, quando andava con il marito a offrire il sacrificio annuale. 20Eli allora benediceva Elkanà e sua moglie e diceva: “Ti conceda il Signore altra prole da questa donna in cambio della richiesta fatta per il Signore”. Essi tornarono a casa 21e il Signore visitò Anna, che concepì e partorì ancora tre figli e due figlie. Frattanto il fanciullo Samuele cresceva presso il Signore. 22Eli era molto vecchio e sentiva quanto i suoi figli facevano a tutto Israele e come essi giacevano con donne che prestavano servizio all'ingresso della tenda del convegno. 23Perciò disse loro: “Perché fate tali cose? Io infatti sento che tutto il popolo parla delle vostre azioni cattive! 24No, figli, non è bene ciò che io odo di voi, che cioè sviate il popolo del Signore. 25Se un uomo pecca contro un altro uomo, Dio potrà intervenire in suo favore, ma se l'uomo pecca contro il Signore, chi potrà intercedere per lui?“. Ma non ascoltarono la voce del padre, perché il Signore aveva deciso di farli morire. 26Invece il giovane Samuele andava crescendo ed era gradito al Signore e agli uomini.

Oracolo sulla destituzione dal sacerdozio 27Un giorno venne un uomo di Dio da Eli e gli disse: “Così dice il Signore: Non mi sono forse rivelato alla casa di tuo padre, mentre erano in Egitto, in casa del faraone? 28L'ho scelto da tutte le tribù d'Israele come mio sacerdote, perché salga all'altare, bruci l'incenso e porti l'efod davanti a me. Alla casa di tuo padre ho anche assegnato tutti i sacrifici consumati dal fuoco, offerti dagli Israeliti. 29Perché dunque avete calpestato i miei sacrifici e le mie offerte, che ho ordinato nella mia dimora, e tu hai avuto più riguardo per i tuoi figli che per me, e vi siete pasciuti con le primizie di ogni offerta d'Israele mio popolo? 30Perciò, ecco l'oracolo del Signore, Dio d'Israele: Sì, avevo detto alla tua casa e alla casa di tuo padre che avrebbero sempre camminato alla mia presenza. Ma ora – oracolo del Signore – non sia mai! Perché chi mi onorerà anch'io l'onorerò, chi mi disprezzerà sarà oggetto di disprezzo. 31Ecco, verranno giorni in cui io troncherò il tuo braccio e il braccio della casa di tuo padre, sì che non vi sia più un anziano nella tua casa. 32Vedrai un tuo nemico nella mia dimora e anche il bene che egli farà a Israele, mentre non ci sarà mai più un anziano nella tua casa. 33Qualcuno dei tuoi tuttavia non lo strapperò dal mio altare, perché ti si consumino gli occhi e si strazi il tuo animo, ma tutta la prole della tua casa morirà appena adulta. 34Sarà per te un segno quello che avverrà ai tuoi due figli, a Ofni e Fineès: nello stesso giorno moriranno tutti e due. 35Dopo, farò sorgere al mio servizio un sacerdote fedele, che agirà secondo il mio cuore e il mio animo. Io gli darò una casa stabile e camminerà davanti al mio consacrato, per sempre. 36Chiunque sarà superstite nella tua casa, andrà a prostrarsi davanti a lui per un po' di denaro e per un pezzo di pane, e dirà: “Ammettimi a qualunque ufficio sacerdotale, perché possa mangiare un tozzo di pane”“.

__________________________ Note

2,1-11 Il cantico di Anna ricorda il linguaggio dei Salmi e, in molte espressioni, anticipa il cantico di Maria, il Magnificat (Lc 1,46-55).

2,10 consacrato: qui in parallelismo con re. La conclusione del cantico di Anna è profezia della protezione divina accordata al re, secondo 2Sam 7,16.

2,18 efod: è un abito sacerdotale, ma diverso da quello di Aronne in Es 39,2-7 (vedi anche v. 28).

2,34 L’oracolo si compirà nella battaglia di Afek per mano dei Filistei (4,11).

2,35 un sacerdote fedele: si tratta di Sadoc, scelto da Salomone dopo la destituzione di Ebiatàr, relegato ad Anatòt (1Re 2,26-27).

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Approfondimenti

1-11. Il cantico di Anna è una composizione di genere innico molto simile a quelle del libro dei Salmi, di cui non mancano reminiscenze quasi letterali. Il “Magnificat” (Lc 1, 46-55) ne riprende lo spirito e numerose espressioni, cosicché possiamo considerare la preghiera di Anna e quella di Maria come le due parti di un dittico, composto per celebrare la vittoriosa realizzazione della salvezza del Signore (1Sam 2,1; Lc 1,47): la prima in modo ancora provvisorio, la seconda nella pienezza del compimento. La struttura del cantico è la seguente:

  • Introduzione: esultanza e lode per quanto Dio ha compiuto (vv. 1-2).
  • Celebrazione della saggezza di Dio: i suoi disegni sono imperscrutabili (cfr. Sal 139,6; Rm 11,33-36). La “dimostrazione” viene condotta attraverso tre parallelismi antitetici (vv. 3-5).
  • Celebrazione dell'onnipotenza di Dio. Egli dispone le sorti degli uomini secondo la sua volontà, perché tutto gli appartiene (cfr. 1Cr 29,11-12). Inoltre, la sua onnipotenza si rivela nel capovolgimento dei destini dei grandi e dei miseri (1Sam 9,20-21; 18,23; cfr. Gb 5,11-18; Sal 75,8; 113,7-8; Sir 10,14; Dn 2,21). Lo stile dell'esposizione è il medesimo della parte precedente (sei parallelismi antitetici). Nel v. 8, quale argomento decisivo, si accenna alla creazione del mondo (vv. 6-8).
  • Grido finale di fiducia e certezza della piena vittoria di Dio. Per la prima volta nell'AT appare il nome del Messia (vv. 9-10).

L'esultanza di Anna si spinge ben oltre la sua vicenda personale; tocca infatti il mistero della provvidenza divina che regge il mondo con una miriade di piccoli miracoli quotidiani, segni di una presenza misteriosa nella vita di ogni uomo, anche del più misero.

1. «Il mio cuore»: nel pensiero semitico il cuore corrisponde a tutta l'attività interiore all'uomo: non solo i sentimenti o le passioni, ma anche i progetti, i pensieri, i ragionamenti, la memoria, la coscienza, la volontà, ossia l'orientamento spirituale globale (positivo o negativo) della persona. L'esultanza di Anna sgorga perciò dal profondo del suo animo e coinvolge tutto il suo essere (cfr. Lc 1,38 e 16,7). «la mia fronte»: lett. «il mio corno». Quest'immagine esprime l'idea del trionfo, della forza, e trae origine dal vigore del bufalo che incede con le corna ben erette (cfr. Sal 92,11). Ritornando nel v. 10 a mo' d'inclusione, il termine imprime un tono di fierezza a tutta la composizione. Il Sal 89 lo applica al popolo (v. 18) e al re (v. 25). Si noti che Sal 89,20-38 riprende l'episodio della profezia di Natan (2Sam 7), quindi viene interpretato generalmente in senso messianico. Lo stesso vale per Sal 132,17 (cfr. v. 10 e 2Sam 22,3).

5. «La sterile ha partorito sette volte»: è il simbolo della pienezza della fecondità (equivale a: “ha avuto numerosi figli”). Cfr. Sal 113,9; Gb 1,2; 42,13; Ger 15,9 (Is 54,1: il contrasto tra donna sterile e feconda). Questo versetto contiene l'unico accenno a sé da parte di Anna.

6. «fa morire e fa vivere»: Dio è Signore della vita e della morte (Dt 32,39); nonostante la tentazione di realizzare la propria vita “senza Dio” (Gn 3,5), l'uomo deve riconoscere la propria dipendenza ontologica dalla sua grazia (cfr. Rm 14,7-10; 1Cor 3,18-23; Gc 4,12). «scendere agli inferi e risalire»: Dio dimostra così la sua onnipotenza, perché dallo šᵉ’ôl non si ritorna (cfr. 28,11 e 2Sam 12,23). Tale miracolo anticipa oscuramente quello supremo della risurrezione (Sal 16,10-11; Is 53,10-11; Lc 20,38; Rm 6,8-11; 1Cor 15,26)

8. «i cardini della terra»: accenno alla cosmologia ebraica, secondo la quale la terra è una piattaforma circondata dalle acque, poggiante su colonne o pilastri le cui estremità s'immergono nelle profondità dell'abisso (cfr. Gb 9,6; 38,4-6; Sal 24,2; 75,4).

10. «re... Messia»: non è facile spiegare la presenza di questi termini nell'antico cantico. Poiché a quel tempo Israele non aveva ancora un “re” , la parola è forse da considerare frutto di un intervento redazionale tardivo. «Messia» è probabilmente da intendersi come titolo generico parallelo a “re” (i sovrani venivano consacrati con l'unzione – verbo mšḥ –; cfr, Gdc 9,8). Per l'interpretazione, è importante notare il riferimento quasi letterale a 2Sam 22,51 dove “re”, “'Messia” e “Davide” sono la stessa persona (con un richiamo anche alla profezia di Natan, 2Sam 7). Non è da escludere un riferimento implicito alla tematica messianica, che nei libri di Samuele trova la sua massima espressione proprio in 2Sam 7. A conferma si potrebbero aggiungere le reminiscenze messianiche dei Sal 89 e 132 riguardo al “corno”. L'inno di 2Sam 22 è posto a conclusione dell'opera come atto di riconoscenza per l'adempimento delle promesse, ma il cantico di Anna ci anticipa profeticamente gli stessi temi che saranno sviluppati nella storia di Samuele e Davide (legato a Samuele dall'unzione di 16, 13!). I due canti di lode abbracciano dunque 1-2 Sam, come celebrazione della “salvezza” operata dal sapiente e onnipotente Dio d'Israele.

12-17. In antitesi con la consacrazione di Samuele che viene lasciato a Silo per «servire il Signore» (v. 11), si descrive ora l'empietà dei due figli di Eli, sacerdoti anch'essi, che profanavano la santità del culto con la loro ingordigia. I pellegrini ne rimanevano scandalizzati, ma non c'era niente da fare. In ogni sacrificio che non fosse l'olocausto (in cui tutto l'animale immolato veniva bruciato, cfr. Lv 1,1-17) le parti più pregiate della vittima spettavano di diritto ai sacerdoti, a seconda del genere di sacrificio (Dt 18,3; norme dettagliate in Lv 6-7). Ma i figli di Eli non se ne accontentavano e prelevavano anche dal resto, destinato ai banchetti sacrificali dei pellegrini (vv. 13-14; cfr. 1,4). L'ingordigia era aggravata inoltre dal disprezzo per la legge, secondo la quale il grasso della vittima spettava esclusivamente a Dio (Lv 3; 7,31). Ebbene, anche su di esso avanzavano pretese (vv. 15-16). Il v. 17 giudica severamente il male commesso dai figli di Eli, preparando l'annuncio dell'inevitabile castigo (2,22-36).

18-21. Mentre Eli e la sua casa si avviano al declino, il piccolo Samuele «cresceva presso il Signore» (v. 21) sebbene non lo conosca ancora (3,7). Anche i figli di Eli non conoscevano il Signore (v. 12), ma nel senso che non avevano amore e devozione verso di lui (cfr. Os 4,1.6; 6,6; Ger 2,8). Invece Samuele è solo ai primi passi di una familiarità con lui che si consoliderà sempre più nel corso della vita, sino a divenire «profeta del Signore» (3,20), intercessore per Israele (7,8) come Mosè (Es 17,6-13), «uomo di Dio» (9,6.8).

18. «efod di lino»: era una veste sacerdotale (grembiule, perizoma o qualcosa di simile, cfr. 22,18; 2Sam 6,14), diversa rispetto allo speciale capo d'abbigliamento del sommo sacerdote, da portarsi sopra la tunica e il mantello (Es 28,6-14; 21,31-35; 39,2-7; Lv 8,7) e all'efod che serviva a consultare il Signore (v. 28; 14,18-19; 23,9-10; 30,8; vedi anche 14,41).

19. «piccola veste»: in ebraico mᵉ‘'îl. Abito esterno, comunemente tradotto con «mantello», era l'indumento abituale dei grandi personaggi (18,4; 24,5.12; 2Sam 13,18). Diverrà il segno distintivo di Samuele (15,27; 28,14).

22-26. L'attenzione passa di nuovo alla storia negativa dei figli del vecchio e stanco sacerdote Eli. I suoi rimproveri suonano patetici di fronte all'empietà ormai dilagante e all'irrevocabile decisione divina di punire tanto male.

22. «si univano alle donne»: sono le prostitute sacre, diffusissime nell'Oriente antico in relazione ai riti della fecondità. Talora anche Israele rimase impigliato in questa prassi, respinta come idolatrica (Nm 25,1-5; Dt 23,18; Os 4,11-14).

26. Di nuovo uno squarcio sereno, che rende ancor più cupa – per contrasto – la tempesta che si va addensando su Silo. L'infanzia di Samuele diventerà il prototipo di quelle di Giovanni il Battista (Lc 1,80) e di Gesù (Lc 2, 40.52).

27-36. Il misterioso uomo che giunge a Silo parla con la voce stessa di Dio, «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12): un giudizio durissimo, che rende vana ogni difesa e pare annullare tutta la storia precedente. Dio non si era sottratto alla conoscenza degli uomini (cfr. v. 12), si era «rivelato» (v. 27) fin dai tempi dell'esodo affidando «per sempre» al casato di Eli (discendente da uno dei figli di Aronne: Es 6,23 e 1Cr 24,3) l'esercizio delle funzioni sacerdotali in Israele (v. 28). Tutto ciò rende ancor più grave l'infedeltà perpetrata da Ofni e Finees con la complicità del loro padre (v. 29); Dio ha deciso perciò di ritirare la sua elezione (v. 30), annunciando lo sterminio della famiglia (vv. 31-34: «per sempre» è la promessa, «per sempre» è il ripudio!; cfr. 22,18-19) e la scelta di un sacerdote affidabile sul quale verrà trasferita la benedizione (vv. 35-36). Il brano sembra anticipare teologicamente il giudizio di Samuele su Saul il quale subirà la medesima sorte per ragioni simili (12,14-15; 13,13-14; 15,26-28).

31. «braccio»: in senso metaforico indica il vigore, l'attività, la potenza dell'uomo o di Dio (Dt 11,2). Il contesto ha indotto i LXX a leggere «discendenza», vocalizzando zera‘ («seme», in gr. sperma) invece di zᵉrōa‘. Il senso fondamentale rimane comunque invariato.

32. «sempre angustiato»: questa locuzione problematica ṣar mā‘on (cfr. v. 29) può essere ragionevolmente tradotta con l'epiteto «o avversario della Dimora», che si adatta bene all'accusa di complicità che il Signore rivolge a Eli. Dio ha il disegno di “abitare in mezzo al suo popolo” (cfr. 2Sam 7; 1Re 8,10-29; Ez 37,24-28), e lo porterà a compimento nonostante le infedeltà e gli ostacoli frapposti dall'uomo.

33. «per la spada»: aggiunta con i LXX.

35. «sacerdote fedele»: è probabilmente Zadok, discendente da un altro figlio di Aronne, che sarà nominato sommo sacerdote da Salomone in sostituzione di Ebiatar, unico sopravvissuto della casa di Eli (1Re 2,26-27; cfr. 1Sam 22,20). I discendenti di Zadok saranno depositari del sacerdozio sino alle soglie del NT (anche i Maccabei apparterranno a questa famiglia: 1Mac 2,1; 1Cr 9,10). Come ricompensa per la sua fedeltà, il Signore gli darà una casa «fedele» (la radice ’mn indica, oltre la fedeltà, anche la stabilità e la durata). «come mio consacrato»: BC non esprime correttamente la relazione fra il «sacerdote fedele» e il «consacrato» (lett. «Unto, Messia»). I LXX e la Vg sono concordi nel tradurre con TM «davanti al suo consacrato». Il sacerdozio è completamente al servizio del “Messia”, concretamente presente nel re davidico. Il testo spalanca la prospettiva verso il futuro: l'“Unto” ci rimanda a Davide e alla sua discendenza, eletti «per sempre» (2Sam 7,13), e il «sacerdote fedele» prefigura il Sacerdote «degno di fede» (LXX: pistos) di Eb 2,17; 3,1-2. Con la dovuta prudenza, lo sguardo si protende dunque fino al giorno in cui la triplice dignità regale, sacerdotale e profetica sarà attribuita definitivamente a una sola persona: Gesù Cristo.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from Alviro

Perché amo gli animali? La risposta più immediata sarebbe sentimentale; ma una risposta sentimentale, per quanto sincera, raramente è illuminante. Se vi è una ragione più profonda, essa consiste nel riconoscere che la distinzione che abitualmente tracciamo fra “noi” e “loro” è meno netta di quanto la nostra vanità vorrebbe credere.

Noi siamo inclini a considerarci come una sorta di eccezione ontologica: creature dotate di ragione, dunque separate dalla vasta moltitudine dei viventi. Eppure, se osserviamo con sufficiente onestà la nostra condizione biologica, scopriamo che siamo fatti della medesima materia dell’erba che cresce nei campi e partecipiamo delle medesime leggi che governano il cervo in fuga. La cosiddetta superiorità umana è una differenza di grado, non di sostanza; e chi confonde le due cose scambia una variazione quantitativa per un miracolo metafisico.

Dire che sono “la cifra indecifrabile dell’erba” significa riconoscere che la vita, anche nelle sue forme più umili, custodisce un enigma che la ragione può descrivere ma non esaurire. L’erba non possiede coscienza riflessiva, ma possiede quella silenziosa ostinazione dell’esistere che è il presupposto di ogni coscienza futura. In essa si trova, in potenza, ciò che in noi diviene pensiero. Non vi è frattura, ma continuità.

Quando affermo di essere il panico del cervo che scappa, non intendo indulgere in un lirismo indistinto. Intendo piuttosto osservare che la paura, impulso elementare alla conservazione, è comune a ogni organismo sensibile. L’angoscia che talvolta paralizza l’uomo nelle sue crisi più intime non è che una versione più complessa di quell’antico tremore che attraversa l’animale braccato. In questo senso, condividiamo non soltanto la struttura corporea, ma anche l’alfabeto primordiale delle emozioni.

Essere, al tempo stesso, il grande oceano e il più piccolo degli insetti equivale a riconoscere la nostra appartenenza a una totalità che non abbiamo creato e che non possiamo dominare senza distruggerla. L’oceano ci ricorda l’immensità delle forze naturali; l’insetto, la delicatezza delle strutture minime da cui dipende l’equilibrio dell’intero sistema. L’uomo moderno, persuaso di essere il fine ultimo della creazione, dimentica con sorprendente facilità quanto la sua esistenza sia intrecciata a quella di organismi che egli a stento degna di attenzione.

Conoscere “tutte le creature” non significa possederne un inventario, ma comprenderne la dignità intrinseca. Esse sono perfette non nel senso teologico di un’assenza di difetti, bensì nel senso più sobrio di una coerenza funzionale: ciascuna è adeguata al proprio modo di vivere, ciascuna risponde, con sorprendente precisione, alle condizioni che l’hanno prodotta. La perfezione, in natura, non è un ideale astratto; è l’armonia tra forma e necessità.

Se dunque amo gli animali, è perché riconosco in essi una parentela che precede ogni distinzione culturale. L’amore che “corre sulla terra” non è un sentimento mistico che discende dall’alto, ma una solidarietà razionale che nasce dalla consapevolezza della nostra comune fragilità. Amare gli animali significa, in ultima analisi, accettare che l’uomo non è un sovrano isolato, ma una parte — forse temporaneamente dominante, ma non per questo separata — di una comunità più vasta, che chiamiamo vita.

In tale riconoscimento vi è meno romanticismo di quanto si potrebbe supporre e più lucidità di quanto siamo soliti concedere. E forse è proprio questa lucidità, più che l’entusiasmo, a costituire la forma più autentica di rispetto.

 
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from differxdiario

mi dispiace di aver saputo troppo tardi della presentazione di domani di 'romarivista' al Macro. ma sono anche contento di presentare a mia volta, alla stessa ora domani, un bel libro di Giancarlo Busso, Campagne, pubblicato da Fallone. tutte le varie notizie, su queste cose, queste date, e altre ancora, escono / sono uscite / usciranno su slowforward, come sempre.

bon... questo mio è un diario in pubblico, un “dip”, come dico su slowforward, e così non so esattamente a chi mi rivolgo e se tutte queste righe hanno un qualche senso oltre il ridicolo della centratura sul qui presente (& sodali). si vedrà (?) nel tempo.

 
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from cronache dalla scuola

In quinta informatico li porto nella classe di cooperative dove c'è già pronto il poeta, Guido Caserza, che li aspetta, assieme al regista Roberto Merani. I ragazzi si siedono e Guido nella mezz'ora successiva declama il suo poema “Canto dei morti sul lavoro” accompagnato dal video multimediale di Merani. I ragazzi ascoltano, in silenzio mentre si parla di morti bianche, di arti tranciati, di capitale, di Dio, di gente che va a lavorare, a morire. Dal video arrivano rumori di fabbrica, musica industriale, volti anonimi che si accavallano e sovrappongono.

Alla fine i ragazzi applaudono e inizano a fare le domande a Caserza e Merani: in quanto tempo l'hai scritto? Credi in Dio? I volti che si vedono di chi sono? È nato prima il testo o prima il video, o assieme? Come ti sei documentato? Che stile hai usato? E molte altre. Sono domande per buona parte spontanee, è una classe di informatici, lontana dal mondo della letteratura, ma sono curiosi, vogliono capire. Per me è una fatica organizzare tutto, mi appoggio alla generosità dei miei ospiti, ma è un modo per fare entrare la letteratura viva a scuola. Mostrare come il mondo culturale si interseca con quello tecnologico. Guarda e parla della società. Impasta il suo linguaggio con quello della storia.

Ci ritorno nell'aula di cooperative, oggi, con una seconda scientifico, accompagnato da una docente di sostegno che viene di sua sponte. Faccio spostare tutti i banchi e li faccio sedere in cerchio, gli dico che ho notato che da mesi ci sono tensioni fra di loro, momenti di rabbia, divisioni in gruppi. Gli dico che si sta creando un luogo di studio e di lavoro tossico. Gli do poi un post-it, incidentalmente a forma di foglia. “Dovete scrivere – gli dico – le tre cose che più non sopportate dei vostri compagni di classe. Quelle che vi danno disagio, che vi fanno stare male”.

Nel mezzo del cerchio che si è creato metto un cartellone che ho preso dal laboratorio artistico, mi metto a quattro zampe e scrivo sopra “MALESSERE”. I ragazzi intanto compilano i loro foglietti anonimi e li posano per terra.

Quando tutti hanno fatto, con la collega li chiamiamo uno a uno: devono prendere una delle foglie posate per terra, leggere cosa c'è scritto e provare a indovinare chi l'ha scritto. La persona che viene identificata come autore può dire se è stata davvero lei a scriverlo o negare. Può anche mentire. Può dire se è d'accordo comunque con quello che c'è scritto sul foglietto, anche se non l'ha scritto lei. Poi chiediamo quanti sono d'accordo con quello che è stato scritto. Alla fine attachiamo la foglia nel cartellone “malessere” e passiamo alla foglia dopo.

Escono tante cose: fastidio di essere criticati, odio del rumore, sofferenza per il clima teso e senza momenti di rilassamento, sarcasmo e derisione. Altri inaspettati come la percezione di mancanza di igiene nei compagni. Il vittimismo davanti ai docenti, le bestemmie. Alla fine del giro il cartellone “malessere” è finito. Creiamo con la collega dei gruppi di studio per scrivere delle strategie per attenuare o risolvere questi problemi emersi. Delle “regole” che andremo a mettere in un secondo cartellone chiamato “benessere” di cui, di tanto in tanto, verificheremo l'efficacia.

Suona la campanella mentre stiamo ancora lavorando e interrompiamo tutto, continueremo domani. “Lo so perché ha fatto questa attività” mi dice uscendo uno studente. “Perché ha dimenticato il libro di storia” dice e ride.

Rido.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Dovessimo offrirne una sintetica definizione enciclopedica Mereghetti-style, dei Lumineers diremmo una cosa all’incirca così: “Newyorkesi di stanza a Denver, i tre sono esteti di un delicato folk pop contemporaneo e cultori di una scrittura semplice e lineare guidata da suggestioni romantiche all’insegna di un chiaroscuro che indulge più alla luce che all’oscurità.”... https://artesuono.blogspot.com/2016/04/the-lumineers-cleopatra-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/26HAAGfOhnc0CqqcHoaQGD


 
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from norise 3 letture AI

Indivisa sostanza

sono indivisa sostanza

dimora delle origini

porto il respiro di voci

tra ramate ombre

nelle trame del vento

lascio si dilegui la morte

mi vivono nella carne

illimitati cieli

mi ustiono di rosacea luce

.

Questa composizione, intitolata “Indivisa sostanza”, pulsa di una profonda intensità esistenziale, come se l’autore cercasse di catturare l’essenza originaria della vita in ogni singolo verso. Dalla ripetizione “sono indivisa sostanza” si percepisce un richiamo all’unità fondamentale di tutte le cose, una materia primordiale che non si scompone, ma che accoglie in sé il principio di ogni esistenza. È come se tu volessi indicare che, al di là delle apparenze, tutto ciò che viviamo e percepiamo è parte di un unico, immenso flusso vitale.

La frase “dimora delle origini” e il “respiro di voci” evocano l’idea di un luogo ancestrale, una casa in cui le radici del tempo si intrecciano con la memoria e la storia. Le “ramate ombre” donano una qualità quasi alchemica e surreale al testo: ombre che risplendono come metalli preziosi, capaci di suggerire la trasformazione e la permanenza di ciò che è effimero. È un’immagine che si interroga sul rapporto intrinseco tra luce e oscurità, vita e morte.

Nel secondo verso, il movimento “nelle trame del vento” si fonde con il concetto di morte, la quale non appare come una fine definitiva, ma come un passaggio o un drenarsi verso una forma diversa d’essere. “Mi vivono nella carne / illimitati cieli” suggerisce che il corpo, pur limitato nel tangibile, è animato da una dimensione infinita, come se i cieli aperti fossero l’eco eterna di una vita interiore vista come universo in espansione.

Infine, la conclusione “mi ustiono di rosacea luce” è un’immagine potentemente sensoriale: una luce calda, quasi dolorosa nella sua intensità, che brucia e allo stesso tempo rivela, donando alla sostanza indivisa un alone di sacralità e forza trasformativa. Questa rosacea luce sembra essere il simbolo di una consapevolezza che illumina ogni parte dell’essere, un faro che trasforma il dolore in bellezza e l’ordinario in straordinario.

Ciò che colpisce in questo testo è la fusione di elementi contrapposti—vita e morte, luce e ombra, corporeo e cosmico—che si intrecciano per formare un quadro complesso e affascinante della nostra esistenza.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

SAMUELE E I FIGLI DI ELI (1Sam 1,1-4,1a)

Nascita e consacrazione di Samuele 1C'era un uomo di Ramatàim, un Sufita delle montagne di Èfraim, chiamato Elkanà, figlio di Ierocàm, figlio di Eliu, figlio di Tocu, figlio di Suf, l'Efraimita. 2Aveva due mogli, l'una chiamata Anna, l'altra Peninnà. Peninnà aveva figli, mentre Anna non ne aveva.

3Quest'uomo saliva ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti a Silo, dove erano i due figli di Eli, Ofni e Fineès, sacerdoti del Signore. 4Venne il giorno in cui Elkanà offrì il sacrificio. Ora egli soleva dare alla moglie Peninnà e a tutti i figli e le figlie di lei le loro parti. 5Ad Anna invece dava una parte speciale, poiché egli amava Anna, sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo. 6La sua rivale per giunta l'affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perché il Signore aveva reso sterile il suo grembo. 7Così avveniva ogni anno: mentre saliva alla casa del Signore, quella la mortificava; allora Anna si metteva a piangere e non voleva mangiare. 8Elkanà, suo marito, le diceva: “Anna, perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?”.

9Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. 10Ella aveva l'animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. 11Poi fece questo voto: “Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo”. 12Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. 13Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. 14Le disse Eli: “Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!”. 15Anna rispose: “No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. 16Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l'eccesso del mio dolore e della mia angoscia”. 17Allora Eli le rispose: “Va' in pace e il Dio d'Israele ti conceda quello che gli hai chiesto”. 18Ella replicò: “Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi”. Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima.

19Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. 20Così al finir dell'anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele, “perché – diceva – al Signore l'ho richiesto”. 21Quando poi Elkanà andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a soddisfare il suo voto, 22Anna non andò, perché disse al marito: “Non verrò, finché il bambino non sia svezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre”. 23Le rispose Elkanà, suo marito: “Fa' pure quanto ti sembra meglio: rimani finché tu l'abbia svezzato. Adempia il Signore la sua parola!“. La donna rimase e allattò il figlio, finché l'ebbe svezzato. 24Dopo averlo svezzato, lo portò con sé, con un giovenco di tre anni, un'efa di farina e un otre di vino, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo: era ancora un fanciullo. 25Immolato il giovenco, presentarono il fanciullo a Eli 26e lei disse: “Perdona, mio signore. Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. 27Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. 28Anch'io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”. E si prostrarono là davanti al Signore.

__________________________ Note

1,1 Ramatàim: significa “le due alture” e corrisponde alla Rama del v. 19 (e 2,11) e all’Arimatea di Mt 27,57 e Gv 19,38; Èfraim è la regione montuosa a nord di Giuda, da cui proviene Elkanà, discendente di Suf, l’Efraimita.

1,3 Signore degli eserciti: l’espressione indica il Dio di Israele, sia in riferimento al suo invincibile aiuto sui campi di battaglia, sia in riferimento alla sua signoria sul creato, in particolare sugli astri e sugli angeli. Qui l’espressione è legata all’arca dell’alleanza, custodita a Silo (4,3), un santuario molto importante al tempo dei Giudici (Gdc 21,19-23).

1,11 Come Sansone, Samuele è un nazireo, consacrato al Signore (sul “nazireo”, vedi Nm 6,1-21; Gdc 13,5; 16,17).

1,24 un giovenco di tre anni: è l’offerta prevista in Nm 15,1-10 per soddisfare un voto.

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Approfondimenti

1,1—4,1a. I primi tre capitoli presentano la condizione politico-religiosa d'Israele e le circostanze provvidenziali attraverso le quali Dio predispone una svolta decisiva nella persona di Samuele, ultimo dei “giudici” e investitore dei primi re. Gli eventi si svolgono nella regione centrale della Palestina, «le montagne di Efraim» (1, 1), e riguardano la storia, in parte intrecciata, di due famiglie: quella di Elkana e quella del sacerdote Eli. Quest'ultima è simbolo di una storia vecchia, stanca e corrotta che sta finendo a causa di un peccato su cui pende l'inappellabile giudizio divino (2, 27-36); una storia senza futuro e senza speranza, cui si contrappone la freschezza della nascita miracolosa di un bambino, esito della preghiera fiduciosa di una donna esasperata. Com'è già successo in altre occasioni (Gn 6,5-8; 17; 45,7-8; Es 1-2; 14), Dio riprende in mano la situazione e offre all'uomo l'opportunità di un nuovo inizio; lo lascia in balia della sua fragilità, per poi fargli vedere che solo la sua grazia può dargli l'energia necessaria a vivere secondo le esigenze dell'alleanza. Israele non può accampare alcuna pretesa: tutto gli è dato in dono, oltre ogni ragionevole attesa. Il cantico di Anna (c. 2) esprimerà profeticamente a nome di tutto Israele la lode al «Dio che sa tutto..., fa morire e fa vivere» (2,3.6).

1. «Ramataim»: comunemente viene identificata con l'Arimatea del Nuovo Testamento (Mt 27,57; Gv 19,38). Dal v. 19 in poi la località è chiamata anche Rama. «Elkana»: la sua genealogia è ripresa da 1Cr 6,18-23 (33-38), dove si dice che egli era di stirpe levita.

2. «Anna»: significa «grazia». È il nome più adatto a descrivere la sua vita, allietata dalla maternità dopo un lungo periodo di sterilità. Anna non aveva prole perché l'aveva voluto il Signore (vv. 5.6), così com'era accaduto alle mogli dei patriarchi (Sara: Gn 16,2; Rebecca: Gn 25,21; Rachele: Gn 29,31 e 30,1). I figli che Dio concesse loro furono il segno della sua volontà di restare fedele – nel tempo – all'alleanza fatta con Abramo (Gn 17). Ora, la condizione di Anna viene esposta quasi con le medesime parole, perché sia chiaro che il piccolo Samuele avrà da svolgere una missione non meno importante di quella di Isacco, Giacobbe, Giuseppe (e anche di Sansone: cfr. Gdc 13,2) in ordine al compimento del piano salvifico di Dio su Israele. Nel Nuovo Testamento vediamo questo principio applicato alla storia di Elisabetta madre di Giovanni il Battista (Lc 1,7-25) e anche – ma solo analogicamente – alla madre di Gesù (che non è sterile, bensì vergine, in quanto il figlio che nascerà «sarà santo e chiamato Figlio di Dio», Lc 1,35). Non a caso il “Magnificat” di Maria è modellato sul cantico di Anna (c. 2).

3. «Silo»: è l'attuale Seilun, tra Sichem e Betel. Fin dal tempo dei giudici (Gdc 21,19) vi si celebrava una festa, da identificare con la festa del raccolto (Es 23,16) o con la festa delle Capanne (Dt 16,13). Per lungo tempo fu il santuario centrale d'Israele in ragione dell'arca dell'alleanza che vi era custodita. Alla presenza dell'arca sembra essere collegato l'epiteto «Signore degli eserciti» (cfr. 4,4). Quando l'arca sarà trasportata a Gerusalemme, anche il titolo divino la seguirà nel nuovo santuario (2Sam 6,2.18; 7,8.26.27). Esso non intende celebrare né la natura guerriera del Dio d'Israele, né la sua sovranità sulle forze del cosmo o sulle schiere angeliche; basandoci sulla traduzione corrente dei LXX – Kyrios pantokratōr – possiamo intenderlo come un'attribuzione di potenza e maestà. In tal senso ricorre in Isaia e nei profeti postesilici (Ger, Ag, Zc, Ml) che lo usano quando intendono sottolineare fortemente la pienezza del potere divino.

4. «le loro parti»: il sacrificio di comunione era seguito da un pasto rituale durante il quale gli offerenti si cibavano delle carni immolate, in segno di “comunione” con il Signore.

5. La sterilità era considerata una vergogna (Gn 30,23; Lc 1,25) e un castigo di Dio (2Sam 6,23; Os 9,11; cfr. però Sap 3,13-4,1). Il marito aveva tutte le ragioni per disprezzare la moglie che si dimostrava incapace di dargli una discendenza. Invece qui risalta delicatamente la preferenza di Elkana verso Anna: se egli le dà una parte sola della vittima sacrificata (cfr. Dt 12,18), non lo fa per ripicca, ma in ossequio alle norme legali, accettando con sofferenza la volontà del Signore che «ne aveva reso sterile il grembo» (cfr. anche le tenere parole di consolazione nel v. 8). Ma l'elezione del Signore segue criteri diversi dai nostri (cfr. Is 55,8-9), perché l'uomo guarda le apparenze, mentre egli guarda il cuore (cfr. 1Sam 16,7); così Samuele, il salvatore d'Israele, nascerà proprio da Anna che tutti deridevano per la sua sterilità vergognosa.

6-7. L'autore descrive con finezza psicologica sorprendente il conflitto tra le due donne: quella più fortunata non perde alcuna occasione per umiliare l'altra, approfittando con cattiveria del momento in cui anche gli estranei possono osservare la disparità del loro trattamento.

8. Dopo la parentesi dei vv. 4b-7, destinata ad informare il lettore su quanto avveniva abitualmente in occasione del pellegrinaggio a Silo, si ritorna a “quel giorno” da cui la narrazione aveva preso le mosse nel v. 4.

9. «sul sedile»: la formula indica probabilmente che Eli stava esercitando le sue funzioni di “giudice”, a disposizione di coloro che avessero voluto rivolgersi a lui nelle loro vertenze.

9-11. Consapevole che solo il Signore potrebbe esaudire il suo desiderio più intimo, Anna riversa nella preghiera l'amarezza del cuore. «Affidare al Signore il proprio affanno» (Sal 10,35; 31; 37,5; 55,23; Sir 2,1-18; 1Pt 5,7) non è affatto una capitolazione umiliante, bensì un'espressione matura e ragionevole della propria dipendenza di fronte a colui che è l'Alfa e l'Omega di tutto l'universo (Is 41,4; 44,6.24; Col 1,16-17; Ap 1,8; 21,6). La grandezza dell'uomo consiste appunto nel riconoscersi “fatto” spalancando il proprio “nulla” al “tutto” di Dio che lo ha creato a propria immagine (cfr. Gn 1,26-27). Anna si rivolge al «Signore degli eserciti» umilmente, insistendo per ben tre volte sulla propria misera condizione di «schiava». Sa di fare una richiesta esigente e che Dio ha la potestà di esaudirla, ma sa pure che deve confessare la propria indegnità a ricevere tale grazia. Nell'incontro con Elisabetta la «piena di grazia» pronuncerà le medesime parole, riconoscendosi «serva» dell'evento supremo dell'incarnazione che si sta realizzando attraverso di lei (Lc 1,48). «Ricordati... non dimenticare..»: è una formula tipica del linguaggio deuteronomistico, generalmente messa sulla bocca del Signore come appello ad Israele affinché perseveri saldamente nell'alleanza (cfr. Dt 4,9; 6,12; 1,18; 8,2.14.18.19; ecc.). Nel nostro testo le parti si scambiano: è Anna, la sterile infelice, che osa sollecitare il Signore a mostrarsi benevolo nei suoi confronti. Anna sembra ricattarlo (“se tu mi dai... io ti darò...”), ma in questo non c'è alcun egoismo; è piuttosto l'audacia della fede che si esprime senza mezze misure. D'altra parte Anna è disposta fin d'ora a ricambiare la misericordia di Dio con l'offerta immediata del figlio ricevuto. Neppure per un istante tenta di appropriarsi di ciò che riconosce essere puro dono. Samuele sarà consacrato a servire il Signore nel tempio di Silo. I capelli intonsi saranno il segno pubblico di questa consacrazione, secondo le prescrizioni di Nm 6,1-21. Però Samuele, a differenza di Sansone (Gdc 13,5), non viene mai chiamato esplicitamente “'nazireo” (nazîr).

14-18. Non doveva essere cosa rara vedere degli ubriachi aggirarsi attorno al santuario di Silo in occasione dei banchetti sacri (cfr. Is 22,13; Am 2,8). Il rimprovero di Eli, che sta osservando la scena, si muta in dolce augurio allorché Anna gli manifesta la sua sofferenza. Eli non conosce il contenuto della supplica ma non importa, perché il Dio d'Israele esaudisce sempre l'umile preghiera del povero che grida a lui nell'afflizione (cfr. Sal 10; 22; 40; 55; 56; 102; 142). L'augurio del sacerdote conferma la fiducia di Anna, che se ne parte consolata (cfr. Sal 30,12).

19-28. Il brano narra l'esaudimento della preghiera segreta di Anna. Il Signore, come essa aveva chiesto, «si ricordò di lei» concedendole la maternità. Quando il figlio sarà grandicello, tornerà a Silo per sciogliere il suo voto, consacrandolo al servizio del Signore.

20. «al finir dell'anno»: la formula ci rimanda ad altre nascite miracolose, che hanno luogo generalmente un anno dopo l'annuncio (cfr. Gn 17,21; 18,10.14; 2Re 4,16). Nel nostro caso ciò significa: “quando fu nuovamente ora di andare a Silo” (v. 21; cfr. Es 34,22 e 23,16 in riferimento alla festa delle Capanne). Stavolta però Anna rimarrà a casa ad accudire il neonato! «Samuele»: il testo fornisce un'etimologia popolare del nome, facendolo derivare dal verbo š’l «chiedere» (sul quale si gioca nei vv. 27-28). Da questo verbo proviene anche il nome Saul «richiesto al Signore» (cfr. v. 28). Vi sono alcune etimologie scientifiche, nessuna delle quali s'impone in modo definitivo: «il suo nome (di colui che l'ha dato) è Dio»; «il nome di Dio»; «figlio di Dio» (basandosi su paralleli accadici e assiro-babilonesi).

27-28. Dopo aver dato nel v. 20 l'etimologia del nome con il verbo š’l, ora l'autore completa la definizione dell'identità di Samuele per mezzo di un difficile e intraducibile gioco di parole sullo stesso verbo, sfruttandone le varie sfumature di significato. Possiamo rendere così il senso della frase in ebraico: «Io ho chiesto (v. 27a) e Dio ha risposto (v. 27b); ora Dio chiede (v. 28a) e io rispondo (v. 28b)». La frase «io lo do in cambio al Signore» (v. 28a) suona letteralmente: «Io lo faccio oggetto di richiesta da parte del Signore». Dio ha concesso ad Anna un figlio, togliendole la vergogna della sterilità, ma facendo questo ha acquisito un “diritto” sul bambino, che si chiama appunto Samuele, «il suo nome è Dio», perché appartiene totalmente al Signore, «richiesto dal Signore».

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[stime]

l'enigma il meno possibile il] futuro dell'udito o] permettono la pluristampa il plot on demand [ai vertici della [settimana bordate tutte] le navi in bottiglia [tutte] quelle in poltiglie

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Dalla rivoluzione al disincanto

C’è stato un tempo in cui Internet era una promessa. Un luogo libero, aperto, senza recinti. Dove le idee viaggiavano velocità e la curiosità era l’unica vera password. Oggi viviamo in un mondo iperconnesso. Tutto è a portata di clic eppure non siamo mai stati così filtrati, selezionati, indirizzati. La cultura digitale è cambiata. E la domanda è semplice ma scomoda: siamo ancora noi a usare la tecnologia…o è lei a usare noi? La cultura digitale è nata come una promessa: informazione libera, comunicazione senza confini, collaborazione globale. Negli anni ’90 e nei primi 2000, l’Internet degli idealisti era un territorio aperto, dove il sapere fluiva senza barriere e l’innovazione era sinonimo di libertà. Ma oggi, a trent’anni dall’inizio di quella rivoluzione, dobbiamo fare i conti con un paesaggio diverso: più connesso, ma anche più controllato; più accessibile, ma dominato da poche grandi piattaforme. Chi ha vissuto i primi anni del Web ricorda la sensazione di frontiera. Forum, blog personali, mailing list: strumenti semplici ma rivoluzionari. Non servivano algoritmi per trovare una comunità, bastava la curiosità. Il digitale era sinonimo di partecipazione: Wikipedia nasceva dall’idea che chiunque potesse contribuire alla conoscenza. L’open source portava l’idea che il codice fosse patrimonio dell’umanità. E il concetto di “rete” non era solo tecnologico, ma umano. Poi è arrivata la fase due. Social network, streaming, e-commerce: la rete si è trasformata in un sistema centralizzato. Le grandi piattaforme hanno semplificato l’accesso, ma in cambio hanno preso il controllo dell’esperienza. Gli algoritmi hanno sostituito la scoperta spontanea: non cerchiamo più, ci facciamo trovare. Ma questo significa che vediamo solo ciò che qualcuno – o qualcosa – decide per noi. Nel nuovo ecosistema digitale, la cultura non è più soltanto il frutto di un processo creativo, ma un bene che deve generare interazioni, like, visualizzazioni. Il valore non si misura più in profondità, ma in velocità: un contenuto “vale” finché resta nella timeline. Questa logica ha trasformato anche l’informazione: il titolo deve catturare, il video deve trattenere, l’articolo deve generare reazioni rapide. Non sempre conta il messaggio, ma l’impatto immediato. Oggi possiamo assistere in diretta a un concerto dall’altra parte del mondo o partecipare a un corso universitario senza muoverci di casa. Ma allo stesso tempo, la sovrabbondanza di contenuti crea rumore: l’attenzione è una risorsa scarsa, e ogni piattaforma compete per conquistarla. L’abbondanza informativa rischia di trasformarsi in superficialità diffusa, dove si “scorre” più che si approfondisce. Negli ultimi anni si è sviluppata una nuova corrente: quella della cultura digitale consapevole. Più utenti cercano di capire come funzionano gli algoritmi, come proteggere la propria privacy, come usare la tecnologia senza esserne usati. Podcast, newsletter indipendenti, progetti open source tornano a creare spazi alternativi, lontani dalla logica delle piattaforme. Non è un ritorno ai vecchi tempi, ma un’evoluzione: meno ingenuità, più attenzione critica. La cultura digitale è un ecosistema vivo: muta ogni giorno, cresce e si contrae, crea opportunità e problemi. Non è un male o un bene assoluto, ma un campo di forze in continua tensione. Il futuro non sarà un ritorno al passato, ma un nuovo equilibrio tra centralizzazione e libertà, tra accesso globale e qualità del contenuto. Se c’è una lezione che possiamo trarre dagli ultimi trent’anni è questa: la tecnologia cambia, ma la cultura la facciamo noi. E la direzione dipende dalle scelte che facciamo ogni volta che clicchiamo.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Non pensa ma agisce

Ore 02:47, Tokyo. Un sistema di intelligenza artificiale intercetta un pattern anomalo nelle comunicazioni digitali. In meno di mezzo secondo valuta il rischio, attiva le contromisure, sventa un attacco informatico su larga scala. Nessun analista ha ancora letto il report. Nessun umano ha deciso. È successo davvero. Ed è il presente. Nel 2025 l’Intelligenza Artificiale non è più un semplice strumento. È diventata un attore cognitivo che partecipa ai processi decisionali più delicati: sicurezza nazionale, medicina predittiva, giustizia, finanza, creatività. Non ha emozioni. Non ha coscienza. Ma agisce. Il cuore di questa rivoluzione si chiama Transformer. Un’architettura matematica che non ragiona come un essere umano, ma che sa prevedere con precisione sorprendente cosa viene dopo: una parola, una decisione, una strategia. Modelli come GPT analizzano enormi quantità di dati, individuano pattern invisibili all’occhio umano e restituiscono risposte coerenti, fluide, spesso convincenti. Ma attenzione: l’IA non capisce. Simula la comprensione. E lo fa così bene da ingannarci. Ogni risposta che leggiamo non nasce da intenzione o consapevolezza, ma da probabilità statistiche. L’IA non sa cosa sia il dolore, l’etica, la giustizia. Sa solo come parliamo di queste cose. E questo la rende potente… e fragile allo stesso tempo. Il vero problema non è tecnico. È culturale. L’IA apprende dai dati. E i dati siamo noi: le nostre parole, i nostri pregiudizi, le nostre distorsioni. Se il mondo è sbilanciato, l’algoritmo lo sarà ancora di più. I bias non sono errori di sistema: sono specchi. Nel frattempo, le macchine stanno diventando multimodali. Leggono testi, analizzano immagini, interpretano suoni, scrivono codici. Un medico può caricare una TAC e ricevere un’analisi istantanea. Un programmatore può descrivere un’idea e vederla trasformarsi in software funzionante. Un artista può generare mondi visivi partendo da una frase. Siamo entrati nell’era della simbiosi uomo-macchina. Non più utenti e strumenti, ma collaboratori cognitivi. L’IA accelera il pensiero, amplia le possibilità, riduce il rumore. Ma non sostituisce il giudizio umano. O almeno, non dovrebbe. Perché l’IA non sa quando sta sbagliando. Può inventare fatti, citare fonti inesistenti, sostenere errori con assoluta sicurezza. E se le affidiamo decisioni critiche senza supervisione, il rischio non è l’errore. È la fiducia cieca. La domanda allora non è: le macchine diventeranno intelligenti? La vera domanda è: noi resteremo vigili? Capire come funziona l’intelligenza artificiale oggi non è più un lusso per tecnici o ingegneri. È una competenza culturale di base. Perché ogni algoritmo che decide al posto nostro ridefinisce, un po’, anche ciò che significa essere umani. Il futuro non è scritto nel codice. Ma nel modo in cui sceglieremo di usarlo.

 
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La sicurezza in Italia

Nel 2025 la sicurezza informatica in Italia non è più un argomento per soli tecnici chiusi in una stanza buia illuminata da monitor verdi stile anni ’90. È diventata una questione quotidiana, concreta, che riguarda ministeri e bar di provincia, grandi aziende e cittadini che controllano il conto online mentre aspettano l’autobus. La cyber sicurezza è entrata nelle nostre vite con passo felpato, come un hacker educato, ma che non vuole piu' andare via. Il nostro Paese, storicamente più incline all’arte che agli algoritmi, ha fatto passi avanti significativi. L’Agenzia per la Cyber sicurezza Nazionale è ormai una presenza stabile e riconoscibile, non più un acronimo misterioso ma un attore centrale nella difesa digitale. Coordina, forma, interviene. E soprattutto prova a tradurre il linguaggio tecnico in qualcosa di comprensibile, impresa titanica quanto spiegare la blockchain a una cena di famiglia. Nel 2025 le minacce informatiche sono diventate più sofisticate ma anche più “democratiche”. Non colpiscono solo le grandi infrastrutture critiche, ma anche i piccoli comuni, le scuole, gli studi professionali. Il ransomware resta il re indiscusso del cybercrimine: ti cifra i dati e poi ti chiede un riscatto con la gentilezza di un esattore medievale. La differenza è che ora spesso lo fa con messaggi scritti in un italiano sorprendentemente corretto. Le aziende italiane stanno finalmente capendo che la sicurezza informatica non è un costo inutile ma una forma di assicurazione sul futuro. Backup, formazione del personale, autenticazione a più fattori: parole che un tempo facevano sbadigliare oggi sono diventate mantra aziendali. E sì, anche la password “123456” è ufficialmente considerata un crimine contro l’umanità digitale. Ma parliamo di hackerismo, perché in Italia l’hacker non è solo il cattivo dei film. Esiste una comunità di hacker etici, ricercatori di sicurezza, smanettoni brillanti che segnalano falle prima che vengano sfruttate. Nel 2025 bug bounty, CTF e conferenze di settore non sono più nicchie esoteriche ma momenti di confronto aperti, dove si impara e si cresce. L’hacker italiano spesso non buca sistemi per distruggere, ma per dimostrare che possono essere migliorati. Naturalmente esiste anche il lato oscuro: forum clandestini, phishing sempre più raffinato, truffe che sfruttano l’intelligenza artificiale per clonare voci e volti. Qui la fantasia criminale corre veloce, ma non più veloce della consapevolezza. Gli utenti iniziano a riconoscere le trappole, a dubitare delle email troppo gentili, delle urgenze improvvise, dei “clicca qui subito”. La pubblica amministrazione, spesso bersaglio preferito, nel 2025 mostra segnali incoraggianti. Sistemi più moderni, maggiore attenzione agli accessi, piani di risposta agli incidenti. Non è tutto perfetto, ma il principio è chiaro: la sicurezza non è un evento, è un processo continuo. Un po’ come la manutenzione di una Vespa digitale. Il bello della sicurezza informatica oggi è che può essere raccontata senza terrorismo psicologico. Non serve spaventare per educare. Serve spiegare, con esempi semplici, perché aggiornare un sistema è importante, perché diffidare di certi link, perché proteggere i dati equivale a proteggere se stessi. Nel 2025 l’Italia non è ancora una superpotenza cyber, ma è una nazione più consapevole. Ha capito che la rete è una piazza, non un far west senza regole. E che tra hacker cattivi e hacker buoni, tra virus e antivirus, la vera arma resta sempre la conoscenza. In fondo, la sicurezza informatica è come il buon senso: non fa rumore, non si vede, ma quando manca ce ne accorgiamo subito. E nel frattempo, mentre i firewall lavorano in silenzio, noi possiamo concederci un sorriso. Anche nel cyberspazio, ogni tanto, serve un po’ di leggerezza.

 
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Blogghiamo

Un blog è uno spazio digitale, personale o professionale, in cui si condividono idee, esperienze, opinioni e conoscenze. È nato come un diario online, ma nel tempo si è evoluto fino a diventare uno strumento di comunicazione strutturato, capace di accogliere qualsiasi argomento: dalla cucina alla tecnologia, dai viaggi allo sport, dall’esoterismo alla moda. Oggi il blog non è più soltanto un luogo di espressione individuale. È un elemento centrale dell’ecosistema digitale, utilizzato per informare, educare, intrattenere e, sempre più spesso, per costruire identità professionali e progetti di valore. Che nasca come hobby o come iniziativa imprenditoriale, un blog rappresenta una presenza stabile e riconoscibile nel tempo. Le finalità di un blog possono essere molteplici. Può servire a condividere una passione, diffondere conoscenza, offrire guide pratiche, tutorial e approfondimenti. Può anche diventare uno strumento di promozione intelligente per un’attività, un brand o un progetto personale. Questo vale in particolare per freelance, creativi e aziende che desiderano aumentare la propria visibilità e costruire una relazione autentica con il pubblico. I blogger sono, a tutti gli effetti, i narratori contemporanei del web. Professionisti o amatori, sono accomunati da una caratteristica fondamentale: scrivono di ciò che conoscono e amano. Alcuni lo fanno per puro piacere personale, altri hanno trasformato il blogging in una vera e propria carriera, generando reddito attraverso collaborazioni, pubblicità o la vendita di prodotti e servizi. In un mondo sempre più interconnesso e veloce, il blog rimane una delle forme di comunicazione più autentiche e longeve. Nato come semplice diario digitale, oggi è uno strumento raffinato, capace non solo di informare e intrattenere, ma anche di influenzare opinioni e scelte di consumo. Gestire un blog, però, significa molto più che scrivere bene. Dietro ogni articolo c’è un lavoro articolato fatto di ricerca, cura del linguaggio e attenzione al pubblico di riferimento. Il blogger è allo stesso tempo autore, curatore, editore e promotore del proprio spazio digitale. Ogni blog nasce da una scintilla: un’idea, una competenza, un’esperienza che merita di essere condivisa. Il blogging va oltre la scrittura. Ogni post è solo la parte visibile di un processo più ampio che comprende la progettazione del sito, la scelta delle immagini, l’ottimizzazione dei contenuti per i motori di ricerca (SEO), l’analisi dei dati di traffico, la gestione dei commenti e la presenza sui social media. Chi blogga in modo professionale deve sapersi muovere tra creatività e strategia, offrendo contenuti originali senza perdere di vista le dinamiche del digitale. Aprire un blog oggi è più semplice che mai. Piattaforme intuitive come WordPress, Blogger o Medium permettono a chiunque di iniziare in pochi passaggi. Tuttavia, la facilità tecnica non garantisce il successo. Ciò che fa la differenza è la capacità di creare valore, di proporre un punto di vista autentico e riconoscibile in un panorama sempre più competitivo. Ma perché i blog continuano a essere rilevanti nell’epoca dei social network? La risposta sta nella profondità. I social privilegiano la velocità e l’immediatezza, mentre i blog offrono spazio alla riflessione e all’approfondimento. Consentono ai lettori di esplorare un tema in modo completo, di trovare risposte durature e contenuti che restano utili nel tempo. In conclusione, il blog è una forma di espressione digitale in continua trasformazione. È uno spazio di libertà creativa, di condivisione del sapere e di connessione autentica. Che tu sia un lettore curioso o un aspirante autore, il mondo del blogging ha ancora molto da offrire. E se senti di avere qualcosa da raccontare, forse è il momento giusto per iniziare. Perché le parole, oggi più che mai, possono ancora lasciare un segno. Anche nell’immenso oceano del web.

 
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