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from Cambiare le cose

#riflessioni #società #ricorrenze

Ieri era la Festa della Repubblica, e io quasi non me ne sono accorto. Il mio amico Matteo, ex spadista olimpico e militare dell'Aeronautica ha postato una foto in divisa, mentre io non ho acceso la TV, nemmeno per tenere la parata in sottofondo mentre facevo le pulizie. E questo sinceramente mi disturba. Mi disturba non aver sentito lo spirito della ricorrenza, mi disturba non aver celebrato in nessun modo la nostra Repubblica, in tempi come questi in cui la democrazia sembra in pericolo, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Sarà il disgusto che provo verso questa classe dirigente, sarà il fatto che di questi tempi (sicuramente a torto) le parole patria e patriota evocano foschi ricordi fascisti, sarà che mi sono sempre sentito più europeo che italiano, ma quest'anno la festa della repubblica mi è scivolata via così, in una sorta di pigra indifferenza. E non è che ne sia fiero, intendiamoci, anzi, un po' di rimorso lo sento. Briciola Vi lascio con una foto di Briciola, la mascotte del 4° reggimento Carabinieri a cavallo, che se ne va in pensione, beata lei... (dal sito quattrozampe.online)

 
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from lucazanini

[36]

un³ Tempesta -a [penna] a inchiostro o sospensioni in un fluido un]² assortimento assorbe un]¹ dulcimer cordofoni semplici i conti dormienti [tutti] la stagione svolge in superfibra fanno] per velocità sconti e massimali a] pasquetta i [turnover terratetto bruciati -i contatti il tasso di [turnover si ottiene dividendo il numero di dipendenti che hanno lasciato l'azienda per il numero medio dei lavoratori moltiplicando poi per 100

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Glen Johnson ha deciso: “Closure” sarà l’ultimo album dei suoi Piano Magic. Se sarà così o, come di moda ultimamente, un “break” di poco tempo per una reunion futura non ci è dato da sapere. Certo è che la riconosciuta serietà del musicista inglese tenderebbe a farci credere per una “chiusura” del progetto definitiva. Comunque vent’anni son passati da quel primo album “Popular Mechanics” in cui c’era ben poco della band odierna. I Piano Magic da molto tempo ormai hanno declinato il loro sound su versanti emozionalmente “umbratili”. Una attitudine “dark” rivolta a ballate inquiete e sofferenti... https://artesuono.blogspot.com/2017/01/piano-magic-closure-2017.html


Ascolta: https://album.link/i/1221474815


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

REGNO DI DAVIDE (10,1-29,30)

Fine di Saul 1I Filistei attaccarono Israele, ma gli uomini d'Israele fuggirono davanti ai Filistei e caddero trafitti da loro sul monte Gèlboe. 2I Filistei inseguirono molto da vicino Saul e i suoi figli, e colpirono a morte Giònata, Abinadàb e Malchisùa, figli di Saul. 3La battaglia si concentrò intorno a Saul: gli arcieri lo presero di mira con gli archi ed egli fu ferito gravemente dagli arcieri. 4Allora Saul disse al suo scudiero: “Sfodera la spada e trafiggimi, prima che vengano quegli incirconcisi a schernirmi”. Ma lo scudiero non volle, perché era troppo spaventato. Allora Saul prese la spada e vi si gettò sopra. 5Quando lo scudiero vide che Saul era morto, si gettò anche lui sulla spada e morì. 6Così morì Saul con i suoi tre figli; tutta la sua famiglia morì insieme. 7Quando tutti gli Israeliti della valle videro che i loro erano in fuga e che erano morti Saul e i suoi figli, abbandonarono le loro città e fuggirono. Vennero i Filistei e vi si stabilirono. 8Il giorno dopo, i Filistei vennero a spogliare i cadaveri e trovarono Saul e i suoi figli caduti sul monte Gèlboe. 9Lo spogliarono, presero la testa e le armi e mandarono a dare il felice annuncio in giro nella terra dei Filistei, ai loro idoli e al popolo. 10Deposero le sue armi nel tempio del loro dio e appesero il suo teschio nel tempio di Dagon. 11Tutti gli abitanti di Iabes di Gàlaad vennero a sapere tutto quello che i Filistei avevano fatto a Saul. 12Tutti i loro guerrieri andarono a prendere il corpo di Saul e i corpi dei suoi figli e li portarono a Iabes; seppellirono le loro ossa sotto la quercia a Iabes e fecero digiuno per sette giorni. 13Così Saul morì a causa della sua infedeltà al Signore, perché non ne aveva ascoltato la parola e perché aveva evocato uno spirito per consultarlo. 14Non aveva consultato il Signore; per questo il Signore lo fece morire e trasferì il regno a Davide, figlio di Iesse.

__________________________ Note

10,1 La sezione dedicata al re Davide costituisce la parte preponderante dei libri delle Cronache; l’opera di Salomone sarà solo un’esecuzione dei progetti di Davide. Questi è il re ideale, colui che favorì il culto: perciò vengono tralasciati gli episodi poco edificanti della sua vita, riportati nei libri di Samuele. Rispetto al racconto di 1Sam 31,1-13, la descrizione della morte di Saul è in parte diversa: la gloria di Davide emerge dal confronto con la fine ingloriosa di un re indegno.

10,2 Filistei inseguirono: riguardo alle vicende di Saul, vedi 1Sam 9-31.

10,14 trasferì il regno a Davide: per le vicende di Davide vedi 1Sam 16–1Re 2.

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Approfondimenti

10,1-29,30. Dei complessivi 65 capitoli che costituiscono i due libri delle Cronache, 20 sono dedicati a tracciare il quadro ideale di Israele sotto il regno di Davide. Sono la parte centrale dell'opera. Per il Cronista il periodo trascorso da Israele sotto Davide è e resta l'età aurea del popolo di JHWH, l'epoca ideale di Israele, e in quanto tale criterio di misura della realtà presente e futura del popolo eletto. È l'epoca nella quale le promesse fatte da JHWH ai padri hanno visto la realizzazione piena e l'attesa messianica è giunta a compimento. Per questo Davide è la figura centrale di tutta l'opera. Egli è considerato termine di confronto di tutti gli altri re. La sezione (1Cr 10-29) può essere suddivisa nel seguente modo:

*a una introduzione sulla successione di Davide a Saul, deceduto per le sue colpe, c. 10, * segue la presentazione di Davide re in Gerusalemme su tutto Israele, finalmente unificato e convocato in assemblea attorno a lui, cc. 11-12. * Si ha quindi il racconto del trasferimento dell'arca nella città di Davide, cc. 13-16, * cui segue l'importante vaticinio di Natan, c. 17, * e un ragguaglio sulle imprese militari davidiche condotte per consolidare il regno, cc. 18-20. * I cc. 22-29 sono dedicati più specificamente all'attività di Davide, presentato come fondatore delle istituzioni cultuali d'Israele e organizzatore del personale liturgico-militare della nazione. * Si parla dell'acquisto dell'area per la costruzione del tempio, c. 21, * e quindi dei preparativi per il tempio stesso e dell'organizzazione religiosa, militare e civile d'Israele, cc. 22-27. * Infine, si ha la descrizione dell'ultima solenne assemblea convocata da Davide in Gerusalemme, con la presentazione del successore, Salomone, la consegna del progetto del tempio, il ringraziamento di Davide e l'intronizzazione di suo figlio, 23,1-29,25. * Chiude la sezione un breve sguardo retrospettivo sul regno davidico, 29,26-30.

Ne risulta un mosaico non del tutto omogeneo, ma di ampio respiro e che non manca di ispirazione. Il Cronista fa appello a tutte le sue capacità di scrittore e di teologo per proporre l'immagine di una comunità perfetta, la comunità dell'Israele davidico. Questo obiettivo sospinge l'autore a ridisegnare il profilo del re Davide e a tracciare le linee della regalità davidica sul modello della stessa regalità divina. Come JHWH è re dei cieli e delle loro armate ben disposte, del mondo e di quanto esso contiene, come egli esercita la sua regalità ordinando e separando (cfr. Gn 1), così Davide è re del popolo di Dio, fondatore e ordinatore delle classi in Israele, creatore e iniziatore del culto divino. L'accostamento è ardito e semplificatore, ma niente affatto nuovo sul piano della storia delle grandi religioni (si pensi alla figura del faraone nella religione egizia), ed è pienamente rispondente alla visione teocratica del Cronista, una visione schematica, lineare, e a suo modo – come s'è detto – ispirata e grandiosa.

1-14. Davide succede a Saul Di questo re vengono menzionati esclusivamente i misfatti e la tragica fine, dovuta all'inosservanza della parola di JHWH, v. 13, cfr. 1Sam 13,8; 15,19, e al fatto di aver consultato la negromante, 1Sam 28,9, anziché lo stesso JHWH. Dio lo na colpito, v. 14, servendosi, per eseguire il suo giudizio, della mano stessa di Saul, come racconta 1Sam 31,4. In tal modo è stata aperta la via a Davide, il vero destinatario del trono regale, 5,2. La fine di Saul è raccontata in termini sostanzialmente corrispondenti a 1Sam 31,1-13.

1. L'inizio è brusco. L'autore non risale alle cause della guerra mossa dai Filistei agli Israeliti, perché le considera note o non importanti per il progetto generale della sua opera.

6-7. Sottolineano la fine della casa di Saul, che non avrà più alcuna importanza, cfr. 9,40-44. Non si parla dell'esposizione del cadavere decapitato, inscenata dai nemici, né della sua cremazione ad opera degli amici, 1Sam 31,10ss., considerata un castigo riservato a criminali e adulteri (Lv 20,14; 21,9 ecc.). Al tempo del Cronista l'incinerazione era soprattutto un uso funerario pagano. Da questo passo il Cronista riprende il nome di un dio, Dagon, ma non della dea Astarte, che era un simbolo sessuale. Di fatto, non tutti i discendenti di Saul sono stati eliminati. Sono rimasti in vita Is-Baal e Merib-Baal, senza però prospettive di salire al trono.

13-14. I versetti non hanno rispondenza nel testo parallelo di Samuele, ma l'idea si ritrova in 1Sam 28,16-18. La morte di Saul è vista in chiave meramente teologica, come giudizio di Dio, meritato per i peccati di disubbidienza e di negromanzia. Gli agenti umani, i Filistei o l'arciere, sono del tutto ignorati.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from Solarpunk Reflections

Given my interest and investment in solarpunk (both as a literary genre and as a political ideology), I’m very passionate about speculating how our future is going to look, and as decarbonization picks up pace, it’s tempting to take the win and ride the projections for 2040 and 2050.

However, for better or for worse, we’re “living in interesting times”, in which the postwar order is being… dismantled? Undermined? Self-sabotaged? The nuance can change depending how optimistic or doomerist you feel on the day, because the key feature of these current “interesting times” is that they escape predictions: the complexity and speed of changes and chains of events is far beyond what every single one of us can manage to parse, interpret and sometimes even just keep up with. Fascist Russia invading Ukraine to restore the Soviet area of influence, 80-years-long genocides suddenly on everyone’s screens, USA blockading a blockade, that sort of thing. The Roaring 2020s, call ‘em that.

So calibrating which events are favourable for us, what is “a win” and how will 2040 look like is by no means easy. And since we live in capitalism, I can’t help being suspicious (terribly so) of decarbonization; could it be just another ace up the capitalists’ sleeve?

Allow me then to take a short historical detour first, and then I’ll add decarbonization to the mix. Pinky promise.

Histories of Imperial Collapse

The one go-to place we have to look at the future in these whirlpools of chaos is… the past. We have extensive records of multiple empires and civilizations collapsing and the comparisons are in fact compelling: from the Mongolian to the British, from Ancient Rome to the Dutch and the Shogunate. Indeed, I’ve seen many solarpunks in my circles rejoice and welcome the tragicomical spiral of self-inflicted defeats the US is collecting (I see at least one “American Century of Humiliation” gif per day), but I’d like to say a few words to keep each other grounded.

Yes, the American Empire is crumbling. But the capitalist one isn’t.

The US will likely not keep its position at the top of the global capital chain of command (although it’s still possible, given that the majority of international trades is still denominated in dollars). But capital, we all know by now, goes beyond single countries: despite changes in geography or nationality, the fundamental structure of how it operates remains the same. So if the most popular imagery of collapsing polity on the internet is that of the Roman Empire (as an Italian, I hate it), I’d argue that a more accurate one would be the seat of power moving eastwards: not a sudden, tragic crash but an uneven, uncomfortable and unpredictable rollercoaster of changes. We’ll still live in a capitalist world for decades (hopefully not many!), but it will be a world whose contingent rules will be shaped by different actors.

As my fellow anarchist writer Hex suggests, capital is like the demon in the movie “Fallen” (1998, not the Twilight copycat): it uses economically powerful countries as hosts, and when the current one becomes impoverished and socially fractured, it jumps to another, healthier one with more resources to extract or more power to wield. This happened once already: during the postwar period, the British Empire began to sunset (pun intended) and the American one took the lead. The seat of capitalist power moved from London to Washington (quite literally). The UK is still collapsing to this day, by the way! And before you ask: no, I haven’t watched Fallen myself.

But since I’m already hearing furious historians growling at my door because of sloppy historical comparisons, let’s end the tangent and keep this focused on what I actually want to talk about: decarbonization, and is it a good thing?

Cui Prodest?

Let’s start from the obvious: yes, decarbonization is good, and indeed even ecologically required if we want to retain a livable planet that can support complex societies. I’m not arguing we should keep using fossils. However, from a social and political point of view, it depends who undertakes it and for what reasons.

This has been a hot topic (pun intended) for the better part of forty years, in which activists, scientists and environmentalists have tried to make the world aware of how important it was to decarbonize our societies, how slow it was being undertaken and how fast it should’ve been ramped up in order to avoid the worst disasters imaginable. They (we?) have manifestly failed (think of how little impact the Kyoto Protocol, the Paris Agreement and every yearly COP have had on global emissions)... and yet decarbonization is finally happening at breakneck speed.

How is that possible?

Nowadays (unlike ten years ago) we know that decarbonization was going to happen sooner or later; we’ve know for a few years already (see Pakistan’s flash-fast solarization from below, India leapfrogging oil altogether or the slow death of coal as a fuel in high-income countries). It was just a matter of how fast, for what reasons and, inevitably, to the benefit of whom.

I’d argue that decarbonization has picked up pace only now because scientists and activists failed. We could’ve, as a society, decarbonized on scientific grounds (the science on this is extensive and unmistakably clear) or on moral grounds (solidarity, regards for future generations, etc), and yet we once again marched to the beat of economy and capital. Decarbonization is happening the way we’re currently witnessing because it is convenient to the capitalists. Once it cleared the way from threatening, un-economic alternatives (such as not extracting more oil, or reducing total energy consumption), it started plowing through and racking up state funding and quarterly revenues. Hence the hectares covered in solar panels and tax breaks to battery companies.

Capital has once again had the upper hand in determining which energy sources become viable and which become stranded assets.

When capital was steered by the British Empire, it was powered by muscles (as in, horses and slaves), rivers and then coal; those were the energy sources used in productive industries. When it was steered by the US, it was oil and gas. Whoever comes next (and I’m not taking for granted that it will be China), will have to marshal solar panels and batteries (in terms of resources: silicates and rare earths) in order to channel the flow of money and power (and, to an extent, electricity to the citizen for basic appliances).

Inconvenient Convenience

The counterargument is that if capital could, like an RPG player at the beginning of a videogame, create its perfect host, it would make one with plentiful resources, a large population, a powerful army to impose its will on other players and, most importantly, global control of a key energy source every other player needs. As you can see, decarbonization fits none of these characteristics; it is undesirable and cumbersome, since so many of the items around us are downstream of oil: controlling oil means controlling the production AND the prices of those items. That can’t be replicated by control on renewables, so in principle capital would do away with decarbonization altogether, as it has notably attempted to for the better part of this century.

The catch is that now it no longer can.

Indeed, decarbonization isn’t convenient to the capitalists in absolute terms; had it been, they’d have embarked on this project a hundred years ago, or as soon it was found that carbon dioxide is greenhouse gas. It’s convenient in comparative terms, which means that it’s a B-plan for when control on oil can no longer be secured. It’s convenient because it’s the required adaption it must undertake in order to keep being the dominant economic system. In other words: from the point of view of capital, it has become impractical to avoid decarbonizing.

The US won’t survive this adaption. It has built its own society and political relationships with other societies so deeply around fossil fuels that it would require a miracle of statecraft to disentangle itself, and their current ruling class does not appear to be suited for the challenge (this includes the Democrats). This kind of shift to different energy sources is also not a reversible process, since once a complex system finds a new equilibrium, it almost never goes back to the former one; history rarely moves backwards. Russia and the Saudis are ten times as fucked, although, unlike USA, they’ve known for a while and tried to plan around it. It’s not been working quite well for them, which shows how hard it is to redesign whole polities that depend on a single resource.

Uneconomical Thoughts

Whatever world is created in the next twenty years will still be shaped by capital needs, and will still leave other concerns on the side. Generational questions like elder care, ecological stewardship and how to maintain an open internet are just three examples of discussions we should have by not taking only the economic axis into account, or capital will always win. It will inevitably win because it can steer the whole economic apparatus to suit its own needs, while we cannot. What it cannot steer as easily (although it definitely tries, and sometimes succeeds) is science and public opinion.

Worse: even if we were suddenly put in charge of designing policies instead of our capital-addled governments, I’m not sure we’d prioritize non-economic factors either (though at least they would be loaded in our favour). Indeed, part of why decarbonization is happening “from below” in some places is because solar is terribly cheaper than oil; it’s a choice that swathes of people are making not on moral or scientific grounds, but economic ones. And “from below” is in inverted commas here because that cheapness is defined by production costs, which are downstream of resource control and capital investment, so not entirely a “power to the people” scenario. Better than refineries and pipelines, though.

Here you might point out that it’s not very solarpunk of me to admit that our agency in determining our energy choices is so tiny. You would be right: as a former activist and scientist, it does piss me off to make this concession. I don’t have any “buts”; science, morals and history are a less effective policy framing than economics in our century, and until this societal hyperfocus on profit and growth becomes outdated (I refuse to think that humans will be forever haunted by chasing wealth, given that it was not the case until two hundred years ago), we’ll be fighting global banking institutions and overly armed police forces with cardboard signs and social media posts.

The most defeatists among us are right in that we can’t directly impact negotiations between state interests or which sector gets zero-interests loans for a decade and then bailouts, but we can start building systems in which we can make decisions that are non-economic and therefore more resistant to capital cooptation.

Eventually, a win is a win, and a decarbonized world in which we get to have a livable planet is by all means better than a scorched, waterless one. But I can’t shake off the thought that it’s a win we did not score ourselves; it’s one scored by capital on the basis of its own sheer convenience (and a historical own goal by the US, which accelerated their own imperial collapse due to pure incompetence). In the same way, it’s convenient for capital to burn trillions on machines that consume energy like entire countries to blend the digital commons and dump their waste directly in our brains. So maybe you’ll understand why I’m not that eager to cherish that capital’s uneasy convenience got us a win, and that we might have to rely on similar dynamics when other chemical cycles are thrown off balance (say hi to nitrogen, phosphorus and chlorine! See you next century).

Science shows us what can be done, morals what should be done and history what could’ve been done. But we’ll need more than these to prevent our futures from being steered by capital again, away from us.

 
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from lucazanini

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di spettanze le] crepe nei marciapiedi-lì fanno] il resto di [infopoint irrotti non li hanno mai fatti [brillare o sono mossi da una distanza trentacinque-mila-millimetri² di incunaboli a [stretto giro] mai successo

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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La cantautrice norvegese Susanne Sundfør ci ha da sempre abituati a repentini cambi di rotta tra un disco e l’altro. Ciononostante, non riusciamo a celare una certa sorpresa dietro la brusca virata che rappresenta questo “Music For People In Trouble”, sesto parto discografico in studio. Non possiamo tacere, difatti, l’entusiasmo derivato dall’ascolto di una Sundfør che, memore della produzione dell’esordio del duo elettronico pop Bow To Each Other, elabora quelle “Ten Love Songs” accessibili eppure tremendamente dense dal punto di vista artistico... https://artesuono.blogspot.com/2017/11/susanne-sundfr-music-for-people-in.html


Ascolta: https://album.link/i/1235818894


 
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from differxdiario

23 anni di slowforward.net

il 30 maggio 2026 è stato il compleanno di slowforward, blog e poi sito nato nel 2003 su piattaforma splinder e poi migrato nel 2006 su wordpress senza mai interrompere la pubblicazione di materiali.

23 anni quest'anno, insomma, di lavoro ininterrotto su scritture di ricerca, arte contemporanea, glitch, asemic writing, politica e parecchie altre cose.

per avere aggiornamenti ci si può registrare (insieme ad altri 3200+ subscribers) seguendo queste indicazioni: https://archive.org/details/follow-slowforward

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infine, non amando io (pur stando su) facebook, segnalo che ogni post viene puntualmente linkato qui: https://www.facebook.com/differx/ e/o qui: https://www.facebook.com/slowforwarddifferx/

 
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from differxdiario

giorni fa, in un momento di distacco del router, ho scritto qualche pagina non offline ma proprio su carta, come comunque continuamente faccio. si sperimenta a ogni minuto la fragilità della rete e l'effettiva permanenza della carta. poi vabè, se tutto deve andare perso, amen. comunque. un manager di microsoft anni fa suggeriva a tutti di stampare le foto a cui più si tiene, perché cloud e internet in generale sono molto più volatili e inaffidabili di quel che si pensa. e se lo diceva quel tipo...

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Abitanti di Gerusalemme 1Tutti gli Israeliti furono registrati per genealogie e iscritti nel libro dei re d'Israele e di Giuda; per le loro colpe furono deportati a Babilonia. 2I primi abitanti che si erano ristabiliti nelle loro proprietà, nelle loro città, erano Israeliti, sacerdoti, leviti e oblati. 3A Gerusalemme abitavano figli di Giuda, di Beniamino, di Èfraim e di Manasse. 4Utài, figlio di Ammiùd, figlio di Omri, figlio di Imrì, figlio di Banì dei figli di Peres, figlio di Giuda. 5Tra i Siloniti: Asaià il primogenito e i suoi figli. 6Tra i figli di Zerach: Ieuèl. Con i loro fratelli erano seicentonovanta in tutto. 7Tra i figli di Beniamino: Sallu, figlio di Mesullàm, figlio di Odavia, figlio di Assenuà, 8Ibnia, figlio di Ierocàm, Ela, figlio di Uzzì, figlio di Micrì, e Mesullàm, figlio di Sefatia, figlio di Reuèl, figlio di Ibnia. 9I loro fratelli, secondo le loro genealogie, erano novecentocinquantasei; tutti costoro erano capi di casato. 10Tra i sacerdoti: Iedaià, Ioiarìb, Iachin 11e Azaria, figlio di Chelkia, figlio di Mesullàm, figlio di Sadoc, figlio di Meraiòt, figlio di Achitùb, capo del tempio di Dio, 12Adaià, figlio di Ierocàm, figlio di Pascur, figlio di Malchia, e Masài, figlio di Adièl, figlio di Iaczerà, figlio di Mesullàm, figlio di Mesillemìt, figlio di Immer. 13I loro fratelli, capi dei loro casati, erano millesettecentosessanta, uomini abili in ogni lavoro per il servizio del tempio di Dio. 14Dei leviti: Semaià, figlio di Cassub, figlio di Azrikàm, figlio di Casabia dei figli di Merarì, 15Bakbakkàr, Cheres, Galal, Mattania, figlio di Mica, figlio di Zikrì, figlio di Asaf, 16Abdia, figlio di Semaià, figlio di Galal, figlio di Iedutùn, e Berechia, figlio di Asa, figlio di Elkanà, che abitava nei villaggi dei Netofatiti. 17Dei portieri: Sallum, Akkub, Talmon, Achimàn e i loro fratelli. Sallum era il capo 18e sta fino ad oggi alla porta del re a oriente. Costoro erano i portieri degli accampamenti dei figli di Levi. 19Sallum, figlio di Cori, figlio di Ebiasàf, figlio di Core, e i suoi fratelli, i Coriti, del suo casato, attendevano al servizio liturgico; erano custodi della soglia della tenda e i loro padri custodivano l'ingresso nell'accampamento del Signore. 20Fineès, figlio di Eleàzaro, era un tempo il loro capo, il Signore sia con lui! 21Zaccaria, figlio di Meselemia, custodiva la porta della tenda del convegno. 22Tutti costoro, scelti come custodi della soglia, erano duecentododici; erano iscritti nelle genealogie secondo i loro villaggi. Li avevano stabiliti nell'ufficio per la loro fedeltà Davide e il veggente Samuele. 23Essi e i loro figli avevano la responsabilità delle porte nel tempio del Signore, cioè nella casa della tenda. 24C'erano portieri ai quattro lati: oriente, occidente, settentrione e meridione. 25I loro fratelli, che abitavano nei loro villaggi, di tanto in tanto dovevano andare con loro per sette giorni. 26Poiché erano sempre in funzione, quei quattro portieri maggiori, che erano leviti, controllavano le stanze e i tesori del tempio di Dio. 27Alloggiavano nelle adiacenze del tempio di Dio, perché a loro incombeva la sua custodia e la sua apertura ogni mattina. 28Di essi alcuni controllavano gli oggetti per il culto, che contavano quando li portavano dentro e quando li riportavano fuori. 29Alcuni erano incaricati degli arredi, di tutti gli oggetti del santuario, della farina, del vino, dell'olio, dell'incenso e degli aromi. 30Alcuni tra i figli dei sacerdoti preparavano le sostanze aromatiche per i profumi. 31Il levita Mattitia, primogenito di Sallum il Corita, per la sua fedeltà era incaricato di ciò che si preparava nei tegami. 32Tra i figli dei Keatiti, alcuni loro fratelli badavano ai pani dell'offerta da disporre ogni sabato. 33Questi erano i cantori, capi di casato levitici; vivevano liberi da altri compiti nelle stanze del tempio, perché giorno e notte erano in attività. 34Questi erano i capi delle famiglie levitiche, secondo le loro genealogie; essi abitavano a Gerusalemme.

Supplementi: discendenti di Saul 35A Gàbaon abitavano il padre di Gàbaon, Ieièl, la cui moglie si chiamava Maacà, 36suo figlio primogenito Abdon, poi Sur, Kis, Baal, Ner, Nadab, 37Ghedor, Achio, Zaccaria e Miklòt. 38Miklòt generò Simeàm. Anche costoro, come già i loro fratelli, abitavano a Gerusalemme assieme a loro. 39Ner generò Kis; Kis generò Saul; Saul generò Giònata, Malchisùa, Abinadàb e Is-Baal. 40Figlio di Giònata fu Merib-Baal; Merib-Baal generò Mica. 41Figli di Mica: Piton, Melec e Tacrea. 42Acaz generò Iara; Iara generò Alèmet, Azmàvet e Zimrì; Zimrì generò Mosa. 43Mosa generò Bineà, di cui fu figlio Refaià, di cui fu figlio Elasà, di cui fu figlio Asel. 44Asel ebbe sei figli, che si chiamavano Azrikàm, Bocru, Ismaele, Searia, Abdia e Canan; questi erano figli di Asel.

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Approfondimenti

1-34. Mentre nei cc. 1-8 le genealogie riguardavano tutto Israele, questo capitolo è dedicato alla popolazione di Gerusalemme. A una introduzione (vv. 1-3) segue la presentazione di vari gruppi discendenti di Giuda (vv. 4-6) e di Beniamino (vv. 7-9), oltre che di sacerdoti (vv. 10-13), leviti (vv. 14-16) e portieri (vv. 17-27). Segue una integrazione sul servizio dei leviti (vv. 28-34). Il capitolo e questa prima parte del libro si chiudono con la ripetizione della genealogia di Saul (vv. 35-44).

1. Le fonti alle quali rimanda spesso il Cronista sono numerose. Quasi una ventina sono i riferimenti a documenti extrabiblici. Il Libro dei re d'Israele e di Giuda (non fa parte del testo ebraico) è citato qui e in 2Cr 20,34. Per il Libro dei re d'Israele e di Giuda, cfr. 2Cr 27,7; 35,27; 36,8.

2-16. Cfr. Ne 11,3-19. Il rapporto tra le due liste è molto discusso. È un elenco di rimpatriati dopo l'esilio, suddiviso secondo quattro categorie: «Israeliti» da un lato, che qui è nome tecnico indicante i laici eredi della promessa (cfr. Esd 10,25), la classe o casta consacrata al servizio di JHWH dall'altro, costituita da sacerdoti, leviti ed oblati. Il linguaggio è quello dei documenti sacerdotali.

2. Gli «oblati», in ebraico nᵉtinim (da ntn, «dare»), sono servitori del tempio di rango inferiore, discendenti forse dagli antichi Gabaoniti e anche da prigionieri di guerra prima dell'esilio. Di essi si parla anche nei libri di Esdra e Neemia.

4-16. Il brano riporta diversi gruppi di abitanti in Gerusalemme. Vengono riferiti i nomi dei capi e talune volte il numero complessivo degli appartenenti alle varie stirpi. Si tratta fondamentalmente di famiglie levitiche.

17-27. Lista dei portieri. L'elenco è più ampio del testo parallelo di Ne 11,3-19. L'istituzione dei portieri è antica, risale al tempo di Samuele e addirittura al periodo del deserto (vv. 19.22.23). Personale addetto alla custodia delle porte del tempio si trova anche nel mondo pagano. Dei portieri del tempio di Gerusalemme si parla diffusamente in 26,1-19. Il brano vuole mettere in evidenza l'importanza dell'ufficio dei portinai, descrivendone la remota origine (vv. 18b-23), e la molteplicità delle mansioni (vv. 24-32). Al v. 18b è fortemente sottolineata la loro appartenenza alla categoria dei leviti (cfr. Ne 12,25).

20. Per il sommo sacerdote Finees, cfr. 5,30; Nm 3,32; 25,11ss.

24-25. Le porte che immettevano sul piazzale del tempio erano quattro, in rapporto ai punti cardinali, una per ogni casato.

28-34. Il brano contiene un elenco di altre incombenze dei portieri incaricati degli utensili del culto (v. 28), delle offerte (v. 29), degli aromi (v. 30), dei pani dell'offerta (vv. 31-32) e del canto (v. 33). Per il servizio notturno dei cantori cfr. Sal 134.

35-44. Si ripete la genealogia di Saul. Il brano è un duplicato di 8,28-38. Qui serve a chiudere la prima parte del libro e a introdurre al capitolo che segue, sulla tragica fine di Saul. L'autore intende contrapporre alla fedeltà dei leviti l'infedeltà del primo re d'Israele. I primi sono stati premiati con il perpetuarsi della loro progenie, il secondo è stato amaramente punito, e della sua rovina si parlerà nel capitolo seguente.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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OASI DI VERDE

sul lato opposto un po' d'ombra il solito giro poi la panchina il libro oasi di verde da respirare vaghezza di nuvole a riflettersi sulla pagina e i gridi dalla vicina scuola di chi anela alla libertà degli uccelli e la ragazza a fare footing tempo quattro minuti tondi e ecco da dietro l'isolato laggiù ti rispunta la maglietta rossa

Analisi

Il testo crea un quadro quotidiano e sensoriale: un piccolo parco urbano diventa rifugio, luogo di lettura e osservazione. La voce poetica alterna dettagli concreti (panchina, maglietta rossa, scuola) a immagini più sfumate (vaghezza di nuvole, oasi di verde), ottenendo un contrasto tra il familiare e il lieve stupore.


Punti di forza

  • Immagini concrete: la panchina, il libro, la maglietta rossa funzionano come ancore visive che guidano il lettore.
  • Atmosfera intima: il ritmo frammentato e le pause suggerite dalle linee creano un respiro calmo, adatto a un’osservazione lenta.
  • Contrasti sonori e visivi: i gridi della scuola e il footing della ragazza introducono movimento e suono in un quadro altrimenti placido.

Suggerimenti di revisione

  • Coesione ritmica: se vuoi accentuare il flusso, prova a uniformare la lunghezza dei versi o a usare ripetizioni minime (es.: ripetere “oasi di verde” come ritornello).
  • Punteggiatura selettiva: inserire qualche virgola o punto può modulare il respiro e chiarire le cesure intenzionali.
  • Sviluppo dell’immagine finale: la comparsa della maglietta rossa è un ottimo colpo di scena; potresti ampliare la reazione del narratore (sguardo, ricordo, sorriso) per chiudere con maggiore intensità.

Versione alternativa breve

sul lato opposto, un’ombra
il solito giro: la panchina, il libro
oasi di verde da respirare
nuvole vaghe si specchiano sulla pagina
i gridi dalla scuola — chi anela alla libertà degli uccelli
la ragazza in footing, quattro minuti tondi
e da dietro l’isolato, laggiù, rispunta la maglietta rossa


Versione più ritmica

sul lato opposto, un’ombra che respira
il solito giro: la panchina, il libro, il respiro
oasi di verde da prendere a pieni polmoni
nuvole vaghe che si specchiano sulla pagina

i gridi della scuola: piccoli colpi d’aria
chi anela alla libertà degli uccelli, chi impara a volare
la ragazza corre — quattro minuti tondi, passo dopo passo
il ritmo che batte, il cuore che risponde

e da dietro l’isolato, come un battito rosso,
rispunta la maglietta: breve lampo, ritorno, segnale.


Versione in una strofa unica

sul lato opposto un’ombra che respira, il solito giro: la panchina e il libro;
oasi di verde da prendere a pieni polmoni, nuvole vaghe che si specchiano sulla pagina;
i gridi della scuola come piccoli colpi d’aria che anelano alla libertà degli uccelli,
la ragazza corre — quattro minuti tondi, passo dopo passo, il ritmo che batte;
e da dietro l’isolato, laggiù, rispunta la maglietta rossa, un lampo che ritorna.

Versione in endecasillabi

Sul lato opposto l'ombra respira,
il solito giro: panchina, libro;
oasi di verde, respiro profondo,
nuvole vaghe specchiano la pagina;
gridi di scuola anelano al volo,
la ragazza corre, quattro minuti,
e da dietro l'isolato rispunta il rosso.

Sonetto endecasillabo

Sul lato opposto l'ombra respira
Il solito giro: panchina, libro
Oasi di verde da respirare
Nuvole vaghe specchiano la carta
I gridi della scuola come colpi
a chi anela al volo d'uccelli
La ragazza corre, quattro minuti
tondi, passo dopo passo, respiro
Da dietro l'isolato lì rispunta
la maglietta rossa come un lampo
Sembra segnale che rompe il verde
Mi volto e sorrido, senza sapere
Forse un ricordo, forse un segno
che resta piccolo dentro il giro

 
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from Cambiare le cose

#azioni #società

Ho conosciuto Kiva grazie al mio amico Mario, scrittore di talento, acquerellista, persona molto sensibile e intelligente. In parole semplici, quello che fa Kiva è prendere i soldi che gli metti a disposizione e darli a organizzazioni di microcredito che a loro volta li prestano a persone a cui servono per la loro impresa, per riparare casa, per andare a scuola, pagarsi le spese sanitarie e altro. Sul sito di Kiva sono elencate tutte le richieste di finanziamento, il loro ammontare, la persona che lo ha richiesto e altre informazioni come l’organizzazione che eroga i fondi, il paese ecc., tu scegli la richiesta, l’importo, e se vuoi fare una donazione a Kiva per sostenere i costi amministrativi, poi fai il checkout. Non si tratta di elemosina, si tratta di aiutare qualcuno che ha bisogno di un prestito per migliorare la propria condizione ma non può accedere a un finanziamento tradizionale. Normalmente sono persone in zone povere del mondo, o che non offrono le garanzie che normalmente chiede una banca quando ti dà dei soldi. Chi chiede un prestito paga gli interessi, che però non vanno a Kiva né al prestatore, ma restano all'organizzazione locale che ha erogato il denaro, per coprire le spese di gestione del prestito stesso. Quindi l'utente di Kiva non guadagna nulla, presta denaro senza nessun compenso. Perché farlo, allora? Perché mi sembra un buon modo per aiutare le persone senza cadere nel paternalismo: non regaliamo niente, diamo invece la possibilità a qualcuno di farcela con le proprie forze, fornendo solo un piccolo aiuto. Si possono fare, e si fanno, molti discorsi su Kiva, e non sono tutti di lode – la pagina Wikipedia in inglese riporta critiche e controversie alla piattaforma – ma io preferisco riportare il mio caso personale. Ovviamente devo fidarmi dei dati forniti da Kiva stessa, ma mi sembra molto improbabile che una piattaforma con tale visibilità e numero di utenti possa barare in modo spudorato su questo.

  • Mi sono iscritto a Kiva nel 2018, e questo è il mio profilo pubblico.

  • Dal 7 marzo 2018 al 1 giugno 2026 ho fatto 54 prestiti in 26 nazioni delle 73 in cui Kiva opera. Kiva01

  • Il totale dei soldi prestati è 1560$ ma io ho investito 272,52$ perché ho riutilizzato quelli ripagati da chi ha chiesto un prestito per prestarli ad altri. Kiva02

  • I settori nei quali ho prestato sono 11 su 19 elencati dalla piattaforma, le attività specifiche 26 su 166. Kiva03

272 dollari non sono poi molti, soprattutto se investiti nel corso di 8 anni, ma possono contribuire a fare tanto per persone che vogliono uscire dalla povertà, studiare, o migliorare le condizioni in cui vivono. 272 dollari non sono poi molti per fare qualcosa che renda migliore il mondo in cui viviamo, anche se quel qualcosa riguarda persone lontane che non conosceremo mai. 272 dollari non sono poi molti per capire che facciamo tutti parte della stessa, grande comunità e che aiutarci fra noi è giusto e bello.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Così come gli esseri umani, anche i centri urbani hanno il loro ciclo vitale. Se per l’uomo il cibo rappresenta la prima forma di sostentamento, ciò che permette alla città di crescere ed evolversi sono chiaramente le politiche economiche. La questione funziona più o meno in questo modo: in un primo momento di massiccia industrializzazione rigorosamente pianificata vicino a territori ricchi di risorse naturali segue l’esplosione del terziario, la delocalizzazione, la de-urbanizzazione dei centri abitati e il quasi totale abbandono delle vecchie zone industriali e delle comunità limitrofe. Questo è esattamente quello che è accaduto alla ex cittadina mineraria di Ebbw Vale... https://artesuono.blogspot.com/2017/07/public-service-broadcasting-every.html


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