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from Il Blog di Andre123

Segue da Privacy – 01

Scopo di questi articoli è illustrare, spero in modo semplice,come mai la privacy è fortemente a rischio, e, solo in seguito, alcune pratiche di base per proteggere, almeno in parte, la privacy in rete. Proverò sempre a rimanere sul semplice, affinché questi articoli siano fruibili soprattutto alle persone meno esperte.

Una premessa secondo me è importante, ed in realtà è una duplice premessa. La prima è che tanto più si desidera proteggere la propria privacy tanto maggiore è il livello di conoscenze (informatiche) che occorre sviluppare e il numero di contromisure che dobbiamo prendere. Purtroppo maggiore è il livello di privacy desiderato, maggiore è l’impegno che dobbiamo profondere e minore è il comfort nell’utilizzare la rete, oltre che più lungo il percorso di adeguamento delle nostre abitudini online. Questo dipende dal fatto che taluni servizi, di per sé comodi se non anche utili, sono offerti, quasi sempre gratuitamente, dalle principali società online solo se si accetta di venir monitorati per i più vari scopi, perlopiù commerciali/pubblicitari, ma non per questo del tutto innocui. Non vi è modo di utilizzare alcuni software o siti senza regalare incondizionatamente una marea di dati che magari vorremmo invece tener privati. La tecnologia potrebbe esser sviluppata per fornire un servizio utile senza per questo spiarci, ma spesso così non è. E quando accade non è per caso, ma per volontà esplicita di chi ha interessi commerciali o di altro tipo , talvolta ben nascosti, nel fornire il servizio apparentemente gratuito. Per fortuna nel corso degli ultimi anni, soprattutto dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, il tema della privacy si è diffuso e stanno sorgendo, specialmente nel campo del software libero, alternative interessanti di cui parleremo oltre.

La seconda parte della premessa discende dalla prima, quasi un corollario : una privacy assoluta in rete probabilmente non esiste, a meno di non rinunciare drasticamente ad internet. E al giorno d’oggi questo mi pare impraticabile ed assurdo. Per sua stessa natura, per come funziona una connessione ad internet (ad un sito, ad un social, un motore di ricerca, una chat, email ecc.) lascia dei dati oltre a quelli che volontariamente noi stessi creiamo e condividiamo (scrivendo un messaggio o caricando una foto ecc.). Questi dati “funzionali” hanno un nome proprio : metadati. E chi ha volontà e mezzi a sufficienza, con un po' di fatica forse, riuscirà a ricostruire un percorso che li collega a noi. Ma ovviamente vi è una grande differenza fra lasciare alcuni dati inevitabili e disseminare ovunque dati di ogni genere che ci riguardano. Ad ogni conto esistono anche alcune pratiche anche per limitare il numero di metadati che disseminiamo in rete. E’ sempre molto relativo, i metadati servono al funzionamento degli strumenti di comunicazione (email ad esempio), e quindi non sono del tutto eliminabili. Ma possiamo limitarli, ad esempio cancellando i dati exif di una foto prima di caricarla in rete.

Da Wikipiedia – Metadato Metadati : letteralmente “(dato) per mezzo di un (altro) dato”, è un'informazione che descrive un insieme di dati.

Notate che parlo di privacy e non di anonimato. Perchè ? Se raggiungere un buon livello di privacy online è già laborioso, raggiungere un efficace anonimato in rete è molto, molto difficile, specialmente al giorno d’oggi. O richiede sforzi tali da rendere quasi più comodo l’uso del piccione viaggiatore. E’ una battuta, ma andando avanti riporterò un esempio (emerso di recente) che dimostra come non sia così campata per aria. Come prassi generale il primo passo da compiere quando parliamo di questi argomenti è capire da quale “minaccia” vogliamo difenderci per approntare il livello di contromisure che noi stessi riterremo più adatto. Se vogliamo difenderci dalla continua raccolta di dati su di noi, è la privacy che ci interessa principalmente. Inoltre ogni caso è diverso, dipende da persona a persona o dalla situazione in cui ci si trova. E da quanta privacy vogliamo ottenere ( o equivalentemente a quanta privacy siamo disposti a rinunciare).

(segue) ______

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from Il Blog di Andre123

Questa è la prima parte di una serie di articoli che dedico al tema della privacy online. Non vuole essere una vera e propria guida, ma una sorta di introduzione al tema della privacy. Non sono un esperto, tanto meno un programmatore, ma leggo di questi argomenti da anni e mi rendo conto che per moltissime persone sono questioni totalmente oscure. Eppure sono temi importanti, che possono incidere pesantemente sulla vita di tante persone e sulla democrazia. Il tentativo è quindi quello di introdurre in maniera semplice a concetti che forse possono apparire astrusi, ma sono purtroppo concretissimi. Insomma cerco di divulgare il tema, non di scrivere nulla di nuovo per chi già sa.

Come prima cosa vorrei fare chiarezza sul significato di due parole, in modo da rendere chiara la differenza, giacché è più marcata online rispetto all’uso comune e tornerà utile. Le due parole sono : privacy (riservatezza) e anonimato. I due concetti sono talvolta usati in modo intercambiabile nella vita di tutti i giorni ma, sebbene possano avere elementi in comune (o essere usati congiuntamente online) , non è corretto usarli come sinonimi.

Privacy : è la possibilità di tener per sé (nascosti agli altri) alcuni fatti. Mi perdonerete se l’esempio più banale, ma calzante, che mi viene in mente è che quando vado in bagno chiudo la porta a chiave. Non certo perché voglio organizzare attività criminali nella toilette, ma perché semplicemente ho diritto ad avere, appunto, la mia privacy: che nessuno mi veda.

Anonimato : quando invece voglio che si veda cosa faccio, ma non si veda che sono io a farlo. Si vede chiaramente un’azione compiuta, ma non chi la compie. Ad esempio potrei voler diffondere fra quante più persone possibile un documento che svela pratiche illecite svolte nella megaditta dove lavoro, ma non voglio che si sappia che sono stato io a diffonderlo, per proteggermi da eventuali ritorsioni. E’ il tipico scenario di un whistleblower (informatore, anonimo appunto).

Nel primo caso (privacy) non mi interessa nascondere il fatto che io entro in bagno, voglio nascondere cosa faccio nel bagno. Quel che faccio, e non la mia identità, deve rimanere segreto. Nel secondo caso (anonimato) si vede chiaramente la mia azione , ma non voglio in nessun modo che si sappia che sono io l’autore di tale azione. La mia identità, non quanto faccio, deve rimanere segreta. Entrambi i concetti sono importanti, sia nella nostra vita privata che nella nostra vita pubblica. Senza queste possibilità la vita diventa meno semplice. E, in particolar modo, può diventare più complicata la vita della società civile. Ad esempio in frangenti in cui la società preme per rimuovere un preconcetto diffuso, far cambiare una legge o modificare un comportamento del governo, privacy ed anonimato sono due strumenti che potrebbero esser utili sia a singoli che ad associazioni civili e/o politiche per lavorare al cambiamento desiderato. Naturalmente privacy ed anonimato possono essere usati anche per compiere attività illecite purtroppo. Esattamente come un cacciavite può essere usato per avvitare qualcosa o far del male a qualcuno. Di per sé privacy e anonimato sono due “strumenti”, due possibilità : a mio avviso è l’uso che se ne fa a determinare un giudizio etico, non la loro stessa possibilità. E, sempre a mio avviso, spetta alla legge rendere illegale un uso illecito di tali strumenti, senza per questo demonizzarli e precluderli a priori. Sarebbe come vietare la vendita di cacciavite, perché qualcuno potrebbe usarlo impropriamente come arma. Ad oggi i principali Governi nel mondo, specialmente regimi e dittature, ma purtroppo anche democrazie moderne e compiute , vogliono svuotare di significato questi strumenti per i comuni cittadini / utenti della rete (Netizens, per dirlo in inglese). I regimi in maniera più evidente e totale, le democrazie con più tatto, in gradazioni diverse a seconda del Paese, introducendo leggi che puntano, passo passo, con maggiore o minore gradualità, in quella direzione. Vogliono un controllo sempre più ampio sui propri cittadini, specialmente online. Forse ritenendo che un ampio controllo sia necessario su cittadini che hanno accesso a strumenti di comunicazione sofisticati. E’ pur vero che i Governi hanno sempre esercitato un certo controllo sui media, sull’informazione, anche laddove le libertà di stampa e di espressione sono protette costituzionalmente, ma con internet la vita di chi vuole esercitare un controllo è decisamente meno facile. Da qui i tentativi di limitare sempre più privacy ed anonimato indistintamente per tutti. Vi è poi la questione delle grandi imprese di internet, come Google, Facebook e altri colossi del marketing online, che, forse, non hanno obiettivi politici e di controllo, ma sicuramente sono interessati ai nostri dati per poterne trarre profitto con operazioni di marketing mirato, o addirittura influenzando le nostre intenzioni di consumo. La “minaccia” principale che ho in mente scrivendo è quella dell’esser bersaglio di politiche di marketing mirate. Perchè non soltanto è fastidioso, ma rimane pur sempre un accumulare dati su dati che mi riguardano e sui quali non ho quasi nessun controllo. A chi vada il diritto d’uso di questi dati, anche piuttosto pervasivi, su di me, non mi è dato saperlo. Inoltre come sono custoditi questi dati ? Hacker e malintenzionati ne resteranno sempre lontani ? Saranno ceduti a organizzazioni, anche governative, per usi diversi da quelli commerciali ? In alcuni casi, particolarmente in UE, è possibile richiederne la cancellazione, ma non è detto che sia sempre praticabile e non abbiamo prova che siano realmente cancellati. I dati online sono semplici da conservare, e per chi abbia mezzi ingenti, anche semplici da nascondere.

Fine parte 01 – segue

Scrivo in pieno spirito Open Source, se ritenete vi siano inesattezze o volete migliorare il testo, contattatemi e sarò lieto di collaborare, tempo libero permettendo.


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from Il Blog di Andre123

Post iniziale

Come prima cosa voglio ringraziare Writefreely, istanza italiana di Noblogo, per avermi offerto ospitalità.Come si descrivono loro stessi Writefreely è : “la piattaforma italiana per blog libera, open source e federata con mastodon sull'istanza noblogo.org”. Il fatto che sia una piattaforma open source, decentralizzata ed italiana, mi ha convinto a creare un blog. Ci pensavo da tempo ad aprire un blog tutto mio, ma avevo più volte rinunciato. Ora ho fatto il primo passo. Speriamo bene ! In questo blog, gestito in maniera assolutamente non professionale nel tempo libero, proverò a scrivere brevi (o lunghi) articoli sugli argomenti di mio interesse. Ma soprattutto su argomenti in cui penso di poter comunicare qualcosa di interessante. Da anni sono appassionato di informatica a livello amatoriale. Sono nato e cresciuto con Windows, sin dai tempi lontani di Windows 95. Ma ho iniziato a sperimentare Linux e il software opensource dai primi anni 2000, acquistando i cd di Mandrake Linux verso la fine del 2002. Da allora è passata tanta acqua sotto ai ponti ed oggi utilizzo unicamente Linux sui miei PC. Sono inoltre sempre interessato ai temi che riguardano la privacy online (e in qualche modo la sicurezza, quando tocca l'utente finale) . Ritengo che sia fondamentale essere consci che quando si utilizza internet (ed in particolar modo social media, email gratuite, chat) si lasciano in rete moltissime informazioni su di sè, dando peraltro il permesso di utilizzo delle stesse alle piattaforme a cui si partecipa. I nostri dati sono importanti, espongono la nostra privacy in modo impressionante. Ma soprattutto i dati che postiamo online non hanno scadenza. Rimarranno in rete per sempre. Infine sono un fotoamatore, quindi scriverò anche di fotografia, e, per come mi sarà possibile, di come attrezzarsi per essere fotoamatori che usano Linux e software opensource. ___

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from luciobarabesi

Due Settembre ventiventuno. Si sta bene in questa piccola casa a Pisciotta, sulle colline di fronte al mare, il paesaggio è pieno di olivi ed io è da ieri che mi chiedo come facciano a raccoglierle con questo terreno in pendenza .., e poi sono olivi molto alti e vecchi. Tutto è molto silenzioso e calmo di turisti pochi ormai .

 
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from Gippo

Vi è mai capitato di leggere un titolo in cui si annuncia la fine di un fenomeno che è andato per la maggiore in passato e ora non è più tanto sulla cresta dell'onda?

A me questi articoli piacciono molto. Ricordo ad esempio “Il blog è morto, viva il blog!”. Mi piacciono talmente tanto queste riflessioni che le cerco proprio nel motore di ricerca: Facebook è morto, Twitter è morto, Internet è morto, Bitcoin è morto ecc.

Come mai questa morbosa attenzione verso la fine dei fenomeni alla moda? Credo che si tratti di un processo di elaborazione del lutto: si attesta definitivamente il decesso per passare oltre. E talvolta la fretta di attestare il decesso nasconde la gran voglia di passare oltre, oppure, più semplicemente, la curiosità di capire cosa viene dopo, chi o cosa prenderà il posto del defunto. Ovviamente ho cercato anche il necrologio del videogioco.

Dire oggi che il videogioco è morto – su questo sono d'accordo tutti – non equivale a dire che nessuno gioca più ai videogame. E' però la constatazione della crisi creativa che ha investito questo media e, in parte, anche la definitiva attestazione del fatto che è rimasto subordinato ad altri media dei quali sembrava dovesse prendere il posto. Di seguito vorrei quindi spiegare le due ragioni per le quali secondo me il videogioco è morto.

1. Non nascono più nuove cose

Ho letto su un forum in inglese (a proposito: il forum è morto, viva il forum!) l'osservazione di un utente il quale sosteneva che il videogioco, inteso come media creativo, fosse morto nel 2007. Cioè dal 2007 in poi è andata sempre peggio, nessuna novità, niente che facesse battere il cuore, fine dell'hype. Non so cosa abbia indotto questo utente a collocare in quella data il decesso ma le sue osservazioni collimano in modo quasi sorprendente con le mie. Io colloco la fine della curiosità nei confronti del mondo videoludico proprio a cavallo tra il 2007 e il 2008 (e anche se non gliene frega niente a nessuno, rivelerò che quegli anni sono stati a mio avviso decisivi sia a livello personale, sia per la storia dell'umanità, anche se molti non se ne sono del tutto resi conto). Nel mio caso la fine della curiosità ha assunto il nome di un gioco ben preciso: “Spore” di Will Wright (quello di SimCity). Uscito nel 2008 aveva risvegliato l'hype per via del fatto che si era presentato inizialmente come un “simulatore di evoluzione”, un videogioco quindi ambiziosissimo. Tuttavia, una volta viste le prime schermate, mi sono subito reso conto che era una robina troppo carina graficamente per assolvere il suo compito di rivoluzionario simulatore dell'evoluzione. Verso la metà degli anni '00 il videogioco assume una forma ben codificata. Questa forma diviene sostanza. La rivoluzione indie proverà a cambiare qualcosa ma il suo unico scopo sarà, alla fine, trovare una nuova forma, una diversa stilizzazione. Io non dubito che piccoli geniacci del game development creino anche oggi delle gemme nascoste ma il punto è proprio questo: le gemme restano nascoste, hanno un'ambizione limitata, attestano una generale saturazione degli spazi creativi e riempiono solo quelle piccole nicchie lasciate scoperte. Ormai è stato tutto esplorato e l'unica cosa che rimane da fare è solo qualche remake o enhanced edition.

2. Il videogioco ha perso contro altri media di più immediata fruizione

Lessi una volta un'intervista dello sviluppatore Chris Taylor (Total Annihilation e Dungeon Siege). Parlando di nuove idee, diceva al giornalista che secondo lui era stato lasciato inesplorato un particolare settore videoludico: quello dei giochi da praticare “rilassati”, ad esempio mentre stai facendo qualcos'altro tipo guidare il trattorino falciaerba. Anche qui ci troviamo intorno alla metà degli anni '00. Gli “idle game” sullo smartphone dovevano ancora venire, quindi onore al merito per l'intuizione. Però il punto è un altro. Se dobbiamo giocare per rilassarci e distrarci, magari per spegnere il cervello... beh, ci sono media che lo fanno meglio. La TV ad esempio. Da quando ho conosciuto la potenzialità del videogioco, l'ho sempre considerata come una cosa vecchia, destinata ad essere soppiantata. Il videogioco ha l'interattività! – mi dicevo. Sbagliavo. L'ho cominciato a capire quando la gente ha preso a commentare con gli hashtag televisivi su Twitter. Anche la TV ha acquistato (pur di riflesso) l'interattività ed è stata una interattività molto più libera e aperta grazie ai social. O meglio: è stata un'illusione di interattività molto più coinvolgente per chi aveva voglia di spegnere il cervello. Poi si è passati di recente alla libertà di scegliere la propria serie preferita fra un numero sterminato di serie TV. Parliamoci chiaro: le serie televisive odierne creano molto più hype di un qualsiasi videogioco (no, non cito Squid Game). Spararsi una puntata è molto più rilassante che superare un quadro. Non so se è mai stato detto: internet è diventato un alleato della Tv e un nemico dei videogiochi. Di quelli single player sicuramente.

Cosa viene adesso?

Cosa c'è dopo il videogioco? Sempre il videogioco. Gli sviluppatori indipendenti o mainstream continuano a produrre e sfornare giochi e la gente continua giocarli. Non voglio nemmeno accennare a quale forma obbrobriosa si debbano conformare oggi i progetti videoludici per poter avere una minima possibilità economica.

Forse personalmente pago la mia formazione antica e demodé. Per me il videogioco era quando mi compravano PC Game Parade. Leggevo di tutti i nuovi giochi e sbavavo di fronte alle schermate sulla rivista. Provavo le demo e speravo di trovare un modo per sbloccare con un hack una sottospecie di gioco completo, operando con l'editor esadecimale. Per me il gioco è sempre stato attesa, speranza, immaginazione. Pensavo: chissà se un giorno sarò talmente ricco da potermeli comprare tutti?

Beh, quel momento è arrivato. Sono talmente ricco da potermeli comprare tutti (poco conta che siano tutti abandonware gratuiti, tutti software scaricabili illegalmente o tutti titoli acquistabili a modico prezzo) ma non ho il tempo, la voglia, la curiosità, la fantasia di giocarli. Sì, ripensandoci il videogioco è proprio morto. Grazie per i bei momenti vissuti assieme. Da domani mi occupo di uncinetto.

 
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from loli octt

Introduzione

In questo documento andremo ad illustrare i top 57 octo momenti quindi buona lettura

Octo momento 1

Quando octo ha fondato la spacc inc., nel 2019 il 23 novembre octo ha aperto il sito di spacc inc. e ha postato lo spacc del kminilte, però il sito era su blogspot di google quindi fine del meme, tutti i dati dei visitatori sono stati rubati da big tech

Octo moment 2

Quando octo ha fondato veramente la Spacc Inc., quando il nome si è espanso all'infuori di quello di “un sito conosciuto da 4 gatti dove ci stanno le foto dei telefoni distrutti”. L'azienda non è legalmente registrata quindi fine del meme, non rispettare la legge italiana è cringe e ne approfitto per dire alle autorità giudiziarie che tutti i miei post sono ironici e non dovrebbero mai essere presi seriamente tranne se specificato

Momento octo 3

Il momento octo 2 era finto, in realtà tutti i miei post sono seri e io sono una concreta minaccia per la società, non pago le tasse e tutti i dipendenti della Spacc inc sono assunti in nero e non hanno neanche le ferie, fine del meme solo perché non li minaccio di morte quando fanno tardi a lavoro

octo momento 4

(Questo momentocto si potrà capire solo quando octo sarà morta quindi sicuramente non prima del 2057) Octo è una AI creata da octo per rimpiazzare octo, però fine del meme perché è fatta con fin troppe librerie prese in giro e gira male su qualsiasi computer. Inoltre anche se è open source ciò non importa perché il codice è illeggibile se non da octo stessa che è morta

Momento otco 5

Huawei ha provato a costruire un chip basato sul design della AI octo ma ha dovuto rinunciare quando ha visto che a causa dell'intricata architettura del software di riferimento sarebbe stato necessario violare alcune leggi della fisica per creare un chip che ricreasse accuratamente il software in forma hardware. Solo che anche cambiando di poco il design la AI octo cambiava completamente i suoi comportamenti e quindi fine del meme, ora c'è un telefono scaldino sul mercato che ha una AI scrausa basata su quella perfetta di octo, e il codice modificato non è stato rilasciato perché Huawei

Momentocto 6

Quando octo voleva diventare (è) una loli. Nel 20 agosto 2019 octo ha cercato come fare la voce da femmina su youtube. Poi ha scaricato custom cast sul memewei e ha creato una loli che ha definito sé stessa. Poi da quel momento octo ha assunto l'aspetto femminile in tutti i videogiochi che giocava. Poi ha provato ad usare strani strumenti digitali proprietari per modificare sue foto in modo da apparire per lei con un aspetto da femmina per quanto riguarda la faccia. Una volta terminato ciò, ha voluto assumere l'aspetto femminile nel gioco “vita reale” perché le piaceva, ma ancora non ha terminato perché ha nella sua lobby altri giocatori (chiamati “La Società”) che rompono ognuno nel loro piccolo i coglioni. Ha anche iniziato a chiamarsi al femminile e a chiedere agli altri di farlo ma però c'è chi non collabora. Il meme è finito perché si può osservare come ci siano voluti quasi 2 anni buoni perché octo capisse che voler essere una loli non è una cosa molto cis, e quindi quasi 2 anni per capire che lei in realtà è effettivamente una ragazza (dopo aver vissuto per ben 17 anni come un ragazzo)

Momento octo 7

Il vero scopo della Spacc Inc. in realtà era per octo quello di guadagnare 15000€ il più velocemente possibile per andare all'estero ed ottenere la octopussy. Il risultato dell'operazione lo si può valutare con le foto presenti a questo link: https://[REDATTO]/QuestaPaginaNonEsistePrimaDel2057PerchéLaSpaccIncÈFallita17VolteEdHoSempreProvatoARiaprirlaPerGuadagnareIFondi.html Il memem termina così perché octo faceva molto prima a pubblicare su onlyfans foto esplicite con una octopussy creata usando il Programma di Manipolazione di Immagini di GNU Non è Unix, ottenere i 15000€, e farsi creare la octopussy vera 25.7 anni prima del 2057

Octom omento 8

root@localhost:~# apt install sessocto
Reading package lists... Done
Building dependency tree
Reading state information... Done
The following additional packages will be installed:
  octopussy
The following NEW packages will be installed:
  sessocto octopussy
0 upgraded, 2 newly installed, 0 to remove and 57 not upgraded.
Need to get 5769 kB of archives.
After this operation, 6957 kB of additional disk space will be used.
Do you want to continue? [Y/n]

Octo Moment 9

Quando octo parla a o tocca gli altri e ciò causa un eccesso di glucosio nel sangue delle vittime. Ci sono stati diversi incidenti segnalati di persone che si sono sentite male a causa dei poteri malvagi di octt. Scudo bianco non vuole essere toccato perché ha paura di morire di un infarto fulminante. Il meme finisce qui se consideriamo che se arrestano octo per i suoi omicidi a base di zucchero le basterà abbracciare i poliziotti, i giudici, e chiunque altro per non finire in galera. Se dovesse finire in galera spacca tutto e fugge via

Otoc momento 10

Quando Octo si è proclamata Dea dello Spacc. Dato che lei ha fondato la Spacc Inc. ed è la loli più potente dell'universo ora e per sempre, ha il permesso di definirsi in questo modo ed effettivamente ha pure ragione. A lei tutto è dovuto e ha il permesso di distruggere l'intero pianeta solo per creare contenuto da postare sul canale di spacc inc. Inoltre dato che è una divinità non può essere perseguita legalmente, e i seguaci della religione della Dea dello Spacc altrettanto se agiscono solo in buon nome del credo, anche se fanno esplodere intere città. Il meme qui non finisce perché non è mai iniziato, non c'è niente da ridere e se lo fate la Dea dello Spacc prenderà provvedimenti

Note di servizio

Avrete notato che i momenti sono solo 10. Infatti ancora non sono stati scritti tutti e questo articolo verrà aggiornato man mano che il documentario si espanderà. Grazie per la lettura ricordatevi di salvare questo articolo nei preferiti e controllare sempre i vari aggiornamenti

Crediti

Idea originale: Octo Scrittura e redazione: Octo Controllo scrittura e contenuti: Octo Octo: Andrea, @octo

 
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from VeroSimile

Inseguire “Contagio 0” è una follia. Che appartiene all'ideologia accelerazionista, ed è intrinsecamente totalitaria. Questo è il motivo per cui siamo molto preoccupati anche dei tamponamenti a tappeto, se a questi si legano le restrizioni dei diritti. Detto ciò, applichiamo il buon senso.... noi, a differenza di molti compagni colla bava alla bocca, ci rendiamo perfettamente conto che tamponi gratuiti a tappeto (DI MASSA, beninteso, perché la vergogna del tracciamento solo nelle scuole come l'anno scorso non dovrà più accadere) sono meglio del lasciapassare, e che il green pass è meglio dell'obbligo vaccinale. Resta però il fatto che le nostre battaglie sono per la medicina territoriale, per la decrescita, per la riduzione dell'orario di lavoro, per un salario universale di base, per l'ambiente, per sanità e scuola pubblica, contro l'obsolescenza programmata, contro i brevetti e la proprietà intellettuale – in primis dei farmaci e dei vaccini – e non certo per l'obbligatorietà della puntura Pfizer. Questo perchè semplicemente si possono ottenere risutati migliori, e più duraturi, perseguendo uno a caso di quegli obiettivi, anzichè incaponirsi su 3°, 4° dose e fascia 5-11.

 
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from VeroSimile

C'è una mitologia moderna, quella degli zombie. Gli zombie sono infetti e contagiosi. Contagiano col morso, come i vampiri. Sono ghiotti di cervelli.

zombi

Normalmente gli zombi sono infetti, le loro vittime sono sane, giuste, dritte..... Però. però, ci sona rari casi nella storia umana, in cui invece i malati sono le vittime, i contagiati, e gli zombi sono i sani, i puri, gli asettici.

 
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from Con lo zaino in spalla

“Nuora”, “suocero”, “nipote”, “cognato”, “cugina”: la nostra lingua dispone di una gran quantità di vocaboli per definire accuratamente il grado di parentela che abbiamo con determinate persone. Per gli amici, invece, c'è una sola parola: “amici”, appunto. Eppure i rapporti più intimi li abbiamo proprio con loro, con le persone che conosciamo da una vita e che continuano a stare al nostro fianco, a vivere nella nostra rubrica telefonica anno dopo anno, a cui raccontiamo i nostri segreti, regaliamo il nostro tempo per ascoltarli, a cui elargiamo consigli e a volte conforto.

L'amicizia ha tante sfumature, e per ognuna dovrebbe esistere una parola diversa. C'è l'amica del cuore; c'è la persona conosciuta da poco e con cui il vincolo sta appena sbocciando; l'amico con cui andare al cinema; quello per raccontarci le cose intime; c'è la sintonia per coltivare un progetto comune; c'è l'amicizia con cui ti scambi i baci e magari ci fai pure l'amore; l'amicizia con cui condividi casa, l'affitto e le bollette; l'amicizia per studiare insieme; quella per giocare ai videogiochi, eccetera. Sono tutti tipi diversi, che noi chiamiamo con lo stesso nome. Credo che abbiamo bisogno di un lessico un po' più ampio. Per i parenti, invece, abbiamo tante parole. Chi ha creato la lingua sembrava avere una grande urgenza di scandire i contorni del clan familiare.
La sfilza di parole che si usano per chiamare i congiunti (“nonno”, “zio”, “suocera”, ecc.) si possono ricondurre a due connessioni fondamentali: “chi è figlio di chi” e “chi sta con chi”. Questi due tipi di legami sono le connessioni di base che definiscono ogni nostra relazione di parentela. Un po' come i legami che uniscono un atomo all'altro in una molecola. Cos'è un nipote? È una molecola fatta con due legami “figlio di”, montati in sequenza, e infatti il nipote è il figlio del figlio del nonno. Molecola “fratello”? Di nuovo due legami “figlio di”, ma questa volta montati in parallelo in direzione di almeno un genitore comune. Per definire cos'è una “moglie” si usa un tipo di legame differente, che si chiama “in coppia con”. Vogliamo descrivere cos'è una cognata? Prendiamo le stesse connessioni fondamentali e le combiniamo in maniera leggermente più articolata: “moglie del fratello” o “sorella della moglie”. In breve, sono sempre gli stessi due blocchi semantici di base che si assemblano diversamente per formare svariate combinazioni.

Possiamo dire che il nostro lessico che descrive le associazioni tra persone è specializzato nei vincoli famigliari, e questi sono basati sui matrimoni e sul generare figli. Mi sembra una caratterizzazione non da poco, una propensione culturale (un bias) che costituisce una lente affatto indifferente attraverso la quale guardiamo la vita e le relazioni. Descriviamo con abbondanza di dettagli le connessioni create con la nascita e con il matrimonio, mentre usiamo molta meno accuratezza per i vincoli scanditi dalla comunione d'interessi, le emozioni condivise, le passioni e i progetti in comune, le collaborazioni e la complicità.

Non c'è da stupirsi se c'è tanta pressione sociale verso trovarsi un compagno/a, sposarsi, avere figli, “fare una famiglia” secondo i termini di cui sopra. È l'unica attività che costruisce relazioni che – nel linguaggio comune – hanno un nome.

E non c'è neanche da stupirsi se abbiamo creato espressioni stupide come “è solo un amico” per caratterizzare i vincoli gerarchicamente inferiori allo status di “fidanzato/a”. Perché per la nostra società gli amici non contano, mentre un “fidanzato/a” è un “marito” o “moglie” in potenza. Potrebbe insomma arrivare al passo successivo ed entrare nella cerchia dei soli vincoli umani che sono così degni di considerazione da avere una parola tutta per sé, mentre gli altri rimarranno “solo dei semplici amici”. Sempre secondo il nostro benedetto linguaggio corrente.

Tuttavia i fidanzati passano, gli amici restano, perché sono le persone che amiamo davvero. In molte relazioni di coppia tradizionali c'è purtroppo spesso possessione, gelosia, proiezioni dei desideri personali sulla persona con cui stiamo. Con le amicizie è diverso, è un amore più puro e disinteressato: permettiamo ai nostri amici di essere quello che sono, senza forzarli a essere come noi vorremmo. L'amicizia è quindi un sentimento molto più puro dell'amore di coppia, perché nella coppia c'è purtroppo spesso dell'egoismo. E allora, è ancora l'amicizia un'unione destinata appena all'avverbio “solo”?

Penso sia il caso di cambiare questo modo di vedere le cose. Poco a poco sta già succedendo: molti di noi hanno una sensazione a pelle che ci fa sentire davvero vicini agli amici del cuore. Però è il momento di prenderne coscienza, di trascendere la “sensazione a pelle” e farla diventare una cosa che sappiamo nominare, riconoscere, che valorizziamo tanto quanto, e forse anche più, delle relazioni “figlio di” o “sposo di”.

Oggi è il caso di riconoscere che amiamo i nostri amici.

Siamo tante le persone che stiamo mettendo in discussione i modi tradizionali di relazionarci affettivamente, i ruoli prestabiliti di cos'è un fidanzato, un marito, una moglie. Abbiamo intenzione di sostituirli con un modo di relazionarci basato sugli accordi, sul lavoro di riconoscimento dei propri bisogni, desideri e limiti, sull'espressione degli stessi, per trovare soluzioni soddisfacenti compatibili con le esigenze e le inclinazioni personali e non con degli stereotipi scolpiti nella roccia.

Così facendo arriviamo anche a ridefinire le nostre priorità e riconoscere il valore degli affetti e delle affinità, aldilà dei legami tradizionalmente annoverati come principali.

#relazioni #famiglia #amicizia #amore #50SfumatureDiAmicizia

 
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from Seduto che aspetto

Green Pass e Management

Alcuni giorni fa ho fatto un toot dove parlavo di un libro molto interessante: Nazismo e Management – di Chapotout

In questo libro lo storico accademico Johann Chapotout parla di una scuola di pensiero riguardo al #Management fondata da Reinhard Höhn, ex generale delle SS che tramite il suo istituto ha poi formato gran parte della dirigenza d'azienda tedesca (600.000 mila persone più le 100.000 a distanza).

Questa scuola di Management è fondata sulla gestione a delega in ambito aziendale. I dirigenti hanno il compito di decidere gli obbiettivi da raggiungere e delegare la responsabilità sul come raggiungerli ai sottoposti. Questa modalità di gestione fa riferimento al modo in cui la regime #nazista gestiva lo #Stato. Oggi tutti pensiamo che il regime nazista fosse un dittatura fortemente incentrata su gli ordini di Hitler ma in realtà questo decideva solo gli #obbiettivi e il come raggiungerli era compito dei suoi sottoposti. Ad esempio a un generale veniva dato il compito di raggiungere un determinato obbiettivo di #guerra, come questo decidesse di raggiungerlo era una sua totale #responsabilità (questo portava i generali ad avere una certa #autonomia ma anche visioni molto diverse su come gestire una battaglia e a essere in #concorrenza fra di loro)

Perché parlo di #GreenPass facendo riferimento a questo libro? Parlo di green pass perché la #gestione (e non lo strumento) del green pass mi sembra gestito in una maniera molto analoga.

Lo stato italiano ha deciso che il suo obbiettivo è quello di #vaccinare il 100% della popolazione e per raggiungere l'obbiettivo sta utilizzando ogni carta a sua disposizione, come andare contro allo stesso #diritto di #lavorare.

Oltre alla modalità di “tutto pur di vaccinare tutti” lo stato italiano sta delegando le proprie responsabilità verso i propri sottoposti: le aziende e i cittadini. Le aziende si trovano nella situazione di fare da controllori sanitari (verificare il possesso del green pass ai dipendenti) e chi lo decide anche di prendersi in carico le spese dei tamponi per i propri dipendenti pur di vedersi garantita la presenza della forza lavoro, i cittadini invece si vedono delegata la possibilità di aver garantito un proprio diritto costituzionale su cui in primis è fondata la nostra #Repubblica.

Il problema dove risiede? il problema sta nel fatto che lo stato sta delegando ai propri sottoposti gli oneri che dovrebbero essere a carico dello stato con l'obbiettivo di raggiungere l'onore di una vaccinazione completa della popolazione.

Questa modo di fare è assolutamente similare alla gestione a delega manageriale insegnata da Reinhard Hohn. Questa modalità di gestione è stata più volte riconosciuta come fortemente stressante per i sottoposti che si ritrovano responsabilità non proprie con l'aggravante di essere incolpati se l'obbiettivo non viene raggiunto.

Lo stato italiano e il suo governo tecnico, fatto da super manager, sta attuando una modalità che delega le proprie responsabilità verso il popolo, divide la popolazione, alimenta il disagio sociale (a limiti che non si vedevano da anni) e raccoglierà i frutti del successo nel caso “i no-vax” (etichetta sbagliatissima che generalizza immensamente il fenomeno) si dovessero decidere di vaccinare pur di riuscire a portare a casa uno stipendio e scarica le colpe di un probabile insuccesso sulla popolazione in caso di fallimento.

Questo è un problema prettamente gestionale perché lo Stato in questo momento pur di raggiungere il suo obbiettivo del 100% della popolazione vaccinata è disposto ad alimentare il disagio sociale (che potrebbe avere risvolti non proprio felici) e in più si deresponsabilizza dal #tracciamento dei #contagi e quindi nel contenimento dei #focolai delegando questa cosa sulle aziende che decideranno di offrire i tamponi ai propri dipendenti o alle farmacie che faranno i tamponi a pagamento ai lavoratori che si continueranno a recare a lavoro. In tutto questo rimane fuori comunque una fetta di popolazione che fedele alla propria scelta di non vaccinarsi e magari impossibilitata a sostenere la spesa dei tamponi per recarsi a lavoro, si ritroverà fuori da ogni controllo per il tracciamento.

Lo Stato sta delegando le proprie responsabilità su una popolazione che in questo momento vive in un clima di forte tensione (come succede nelle aziende in cui questo metodo di gestione viene o veniva applicato come spiegato da Chapoutot) e viene alimentato da una narrazione che ha diviso il popolo in due categorie contrapposte. In caso di aumento dei contagi a causa del periodo invernale che sta arrivando, questo disagio sociale potrebbe scoppiare in qualcosa non facilmente controllabile ma che grazie alla gestione a delega non sarà responsabilità del governo ma di una fetta di popolazione che verrà inevitabilmente accusata di esserne la responsabile. Il rischio di discriminazione è dietro l'angolo e cosi i suoi probabili effetti.

 
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from ut

Il mondo ci sta intorno come una sabbia mobile. Ci tocca, ci stringe. Ci inghiotte, inesorabilmente. Non ci lascia respirare. In ogni istante qualcosa ci tira, ci esige, ci spinge presso sé, lontano da noi stessi. O: ci colpisce. Uno, due, tre. E ancora, ancora, ancora. Cerchi di proteggerti come puoi. E se ci fosse — pensi — qualcosa dentro di me di inattingibile? Se ci fosse un me profondo, che questa sabbia mobile non può toccare? Ed allora ti scindi da te stesso: e nasce l'anima. Il tuo me al riparo dall'offesa della vita. Ma pensi, pure: e se ci fosse oltre la sabbia mobile un altro che nulla tocca, stringe, inghiotte? Se ci fosse oltre la nebbia e il buio un chiarore inattingibile? Se ci fosse un respiro oltre la soglia dell'orrore? Decidi che dev'esserci. Ed è allora che nasce dio. L'altro al riparo dall'offesa della vita.

#loingpres

 
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from Lukather Blog

Mi ero ripromesso di scrivere più spesso di un pos ogni tre mesi e invece ci sono ricaduto. Il fatto è che scrivere non mi entusiasma molto, non mi sento padrone della lingua nonostate legga abbastanza. Trovo molto spesso blog che scrivono in maniera più interessante e sopratutto di cose più interessanti delle mie. A volte capita che abbia voglia di scrivere, poi mi metto a pensare ad un argomento e fine, nessuna idea.

Mi trovo allora ogni tanto a scrivere di quello che sto facendo e come lo sto facendo.

Ad inizio anno avevo fatto una sorta di bilancio e avevo detto che spesso inizio dei progetti per poi abbandonarli velocemente. Ecco, questo post è per confermare l'affermazione; avevo parlato di justindie.net, il sito esiste ancora ma praticamente abbandonato. Ho anche lasciato completamente il 'brand' per spostarmi su altro, ne parlerò in seguito. Altro illustre (seee) abbandono è il podcast su i simulatori di volo, lasciato a perire dopo appena tre puntate.

Adesso veniamo alle novità che, spero, non vengano abbandonate troppo presto.

Come ho detto sopra il 'brand' justindie.net è stato messo da parte, ho deciso però di continuare sulla strada che avevo preso nell'utilizzo di Twitter per parlare di giochi indie. Lo faccio però con il mio nome e il nick che ho da una vita: Lukather. Twitter mi sta dando grosse soddisfazioni, ho raggiunto quasi 1300 follower e sull'onda dell'entusiasmo ho deciso di aprire anche un canale YouTube. In questo canale ho iniziato a pubblicare video settimanali, chiamati “This Week in Indiegames”, che mostrano una carrellata di giochi indie in uscita nella settimana di copertura del video. A seguito ho iniziato anche a realizzare brevi recensioni da un minuto. La prima uscita era dedicata a Lake e sono in procinto di rilasciare la recensione di Potion Craft. Anche il canale YouTube sta andando bene, in constante crescita anche se molto lenta (ma i video sono ancora pochi per il boost).

Trovo la realizzazione di video “on demand” molto più alla mia portata rispetto alle piattaforme di live streaming come Twitch. Meno impegno “on schedule” e più libertà di lavorare quando ho tempo e voglia di farlo.

Oltre a questo ho aperto in parallelo un account su ko-fi perché... boh perché mi piace come piattaforma e volevo provare :=)

A presto!

 
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from Seduto che aspetto

Politica e sindacato

Stamattina mentre ero al presidio nella sede della Cgil mi sono dilettato in cio che più mi piace fare: confrontarmi con gli altri. Il tema che portavo all'attenzione dei compagni e delle compagne era sul fatto che il sindacato ha richiesto al governo che dal 15 di Ottobre le aziende dovranno garantire il tampone ai dipendenti che non si sono ancora vaccinati perché questo costo non può ricadere sui lavoratori e rientra nel quadro di sicurezza sul lavoro che non è mai a carico dei lavoratori se non in questo caso. Ho quindi chiesto cosa ne pensassero di questa richiesta, se fosse il caso che la politica e quindi il partito si adoperassero per sostenere il sindacato in questa lotta.

Attenzione non stiamo parlando dei vaccini ma di garantire il diritto al lavoro per quella parte della popolazione che ha scelto di fare i tamponi come previsto dalla legge

Dopo diversi confronti ho mio malgrado constatato che la posizione più diffusa, se non praticamente unanime, è quella di affermare che la questione è un problema del sindacato e che deve risolverlo da solo. Molti hanno anche sostenuto che il sindacato stesso è vittima di una spaccatura interna sulla questione.

Credo che in questo clima dove la narrazione divide la popolazione tra “no-vax” e “pro-vax” senza possibilità di sfumature, il sindacato si trovi inevitabilmente da solo in una lotta che riguarda il diritto al lavoro. Trovo che questo sia un vero peccato.

La richiesta del sindacato per i tamponi sui luoghi di #lavoro è a mio avviso una richiesta che andrebbe assolutamente sostenuta dalla politica per un semplice fatto: il tracciamento dei contagi. Non una spaccatura tra no e pro ma un ragionamento logico: questa è la modalità migliore per il controllo dei focolai, soprattutto ora che stiamo andando verso la stagione fredda e più complessa a livello sanitario.

Tutti dobbiamo lavorare e tutti i giorni ci rechiamo nel nostro luogo di lavoro, cosa c'è di meglio se non utilizzare questa cosa per rendere il tracciamento dei contagi più efficace? Si crea così una rete efficace per il controllo dei focolai

Devo dire che una volta espresso questo punto alcuni si sono detti favorevoli ai tamponi sui luoghi di lavoro ma sfortunamente la maggior parte delle persone con cui mi sono confrontato ha un atteggiamento punitivo nei confronti dei lavoratori che hanno scelto di fare i tamponi, escluderli dal luogo di lavoro sembra l'unica soluzione possibile per convincerli a cambiare parere, se non cambiano parere è giusto che il costo dei tamponi gravi su di loro.

Alcuni hanno anche detto che il costo dei tamponi non è sostenibile per le aziende, penso che questa cosa non sia vera per due motivi: – le aziende non acquisterebbero tamponi singoli ma grosse quantità e quindi il prezzo del singolo tampone sarà sicuramente inferiore di quello che troviamo in farmacia; – I costi che le aziende dovranno affrontare per la diminuzione della produttività a causa di una minore forza lavoro in presenza peserà più o meno come i costi dei tamponi per garantire a tutti l'accesso al luogo di lavoro. Questa cosa ovviamente dipenderà dalla quantità di lavoratori presenti in azienda non vaccinati ma la produttuvità è inevitabilmente legata alla forza lavoro presente (è vero che le persone tamponate potranno entrare a lavoro ma la rete di farmacie presenti sul territorio potrebbero non essere sufficienti a garantire la copertura su tutto il territorio, anche per questo si sta procedendo ad allungare la validità del tampone da 48 a 72 ore)

Inoltre il sindacato ha pensato anche a questo punto e nella richiesta dei tamponi sui luoghi del lavoro ha specificato che questi dovrebbero essere garantiti solo fino alla fine dello stato di emergenza (dicembre), che per questo tipo di costo a carico delle aziende si può pensare a dei successivi sgravi fiscali che andrebbero a recuperare la spesa effettuata e che nel frattempo si dovrebbe continuare la campagna vaccinale per convincere i lavoratori a vaccinarsi. Il sindacato ha inoltre affermato che è a favore dell'obbligo vaccinale

In tutto questo però la richiesta del sindacato ha toccato un tasto dolente in questa situazione dove “o sei di là o sei di qua”.

Lo Stato ha deciso che la campagna vaccinale deve essere accompagnata da un atteggiamento punitivo nei confronti di chi decide di fare i tamponi e se questi possono essere liberi di frequentare o no luoghi di consumo tamponandosi a proprie spese, non sono liberi di andare a lavorare e guadagnarsi da vivere che a differenza del consumo risiede tra i propri diritti sanciti dalla Costituzione. Sorvolando totalmente sul fatto che già molti lavoratori sono sottopagati e che un' ulteriore spesa a proprio carico solo per andare a lavoro renderebbe la propria situazione economica ancora più difficile.

Io credo che la politica di sinistra dovrebbe evitare di slegarsi dalle lotte sindacali anche quando queste sono scomode. Se si vuole rappresentare una categoria non si dovrebbe fare in modo che questa si divida e che una minoranza venga schiacciata. Credo che l'atteggiamento punitivo non serva a convincere le persone a vaccinarsi. Credo che il sindacato abbia bisogno di sostegno e che lo debba ricevere dalla politica di sinistra in questo momento, non perchè serva a fare da sponda ai no-vax ma perché il tampone sul luogo di lavoro è uno dei migliori strumenti per fare tracciamento dei contagi nei prossimi mesi e intervenire rapidamente sul contenimento dei focolai. Credo anche che bisogna cambiare strategia comunicativa per le prossime campagne vaccinali, evitando di dividere la popolazione in due fazioni opposte tra loro.

Oggi ci sono rimasto molto male quando ho sentito che il problema tamponi sul luogo del lavoro è un problema del sindacato e non della politica. Ci sono rimasto male quando ho visto un atteggiamento punitivo nei confronti dei lavoratori.

Io credo che debbano cambiare parecchie cose a sinistra di questo paese. Una su tutti è smetterla di avere paura di perdere consenso. Quando una cosa è giusta la si fa e basta, il consenso arriverà e non per forza è dentro le urne. C'è chi lo ha capito e prova a trascinare le piazze verso i propri interessi e c'è chi non lo ha capito e si sta ancora chiedendo perché le persone si allontanino.

Il tampone sui luoghi di lavoro è uno strumento fondamentale per il controllo dei focolai, non si può rinunciare a questo perché si ha paura che la gente non si vaccini. Punire non migliorerà la situazione della campagna vaccinale ma estremizzerà ancora di più le posizioni delle due fazioni in campo.

Ragionare è fondamentale, dialogare è necessario.

 
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from Gippo

Quella che segue è una storia a fumetti che ho postato in un altro sito...

USAGI (SAILOR MOON) E MARIO DRAGHI: L'INIZIO DI UN AMORE?

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Usagi (Sailor Moon) e il nostro premier Mario Draghi si guardano sorridenti. Io vedo complicità nell'aria e voi? Forse è la nascita di una tenera e improbabile amicizia...

USAGI E MARIO DRAGHI: PICNIC E INSICUREZZE

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L'intesa tra i due cresce: difatti hanno deciso di fare un picnic assieme per conoscersi meglio. I due presto assumono teneri atteggiamenti che lasciano intendere qualcosa di più di un'amicizia... Ma si sa, la strada dell'amore è costeggiata di dubbi e gelosie. Forse memore di passate brucianti esperienze, Usagi esprime le sue insicurezze di ragazza che si confronta con le sue coetanee. Mario Draghi, in un certo senso la rassicura... Ma sono le sue parole del tutto sincere?

USAGI E MARIO DRAGHI: IL TRIANGOLO NO!

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Usagi e Mario Draghi sono finalmente una coppia! Il sabato pomeriggio lo trascorrono al centro cittadino passeggiando in su e in giù, salutando conoscenti, osservando vetrine mentre lei fa progetti e lui annuisce, come una qualsiasi coppia di fidanzati. Tuttavia Usagi continua ad avere il tarlo della gelosia. E questo tarlo ha un nome, un volto, una faccia e un abito da combattente alla marinara: Sailor Mercury! Ma cosa vuole quella smorfiosa? D'altronde nemmeno Mario Draghi sembra del tutto indifferente... Tag “Netorare” in vista?

USAGI E MARIO DRAGHI: CHE BARBA CHE NOIA, CHE NOIA CHE BARBA

MarioUsagi4

La relazione tra Usagi e Mario Draghi diventa matura. Ora sono una coppia vera, che vive ormai insieme! Potremmo chiamarli gli Usaghi o i Dragi (alla maniera dei Ferragnez) avendo cura di differenziare la pronuncia in giapponese o in italiano per distinguerla da quella dei cognomi singoli. Certo, la convivenza non è tutta rose e fiori e la stanchezza è sempre dietro l'angolo! Lui passa troppo tempo col cellulare in mano (è per lavoro, dice) e lei, come al solito, è gelosa. Ma noi auguriamo loro di andare avanti e di avere una vita felice assieme, a dispetto delle difficoltà e delle perplessità altrui. Specie quelle di certe gatte nere...

FINE

 
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from nadie


La Tirania de las Patentes

Todavia recuerdo una noticia que vi hace unos 10 o 15 años atras, que anunciaba nada menos, que MS habría registrado ciertos movimientos de los ratones y clics en la oficina de patentes de su país. Esto me provoco asombro, ya que en ese momento todavía sentia cierto respeto por el trabajo de esa empresa.

Al tiempo después me entere que las empresas liderés en el ambito de las TI estaban acumulando una enorme cantidad de patentes sobre los mas diversos ambitos, incluso por fuera de sus propias areas. Por aquella epoca, MS ya estaba dentro de las 10 empresas de su país con más cantidad de patentes. Google tampoco se quedo atras, pero en su caso había una pequeña diferencia: bigbrother estaba (y hoy asi lo sigue haciendo) comprando cientos de pequeñas y microscopicas empresas que poseyeran una o mas patentes y de esta forma ha conseguido reunir cientos de miles de ellas en menos de 10 años. Esto por supuesto no es casualidad. Esas empresas acumulan patentes para: – evitar que otros puedan desarrollar productos nuevos sin su permiso – conseguir nuevas entradas de ingresos a traves de demandas por violación de patentes – haciendo la vida imposible a potenciales pequeñas empresas – manipulando precios exponiendo incluso la vida de millones de personas Y después las noticias nos diran que esas empresas son innovadoras, creativas y que se esfuerzan por hacernos la vida mas facil... y una mierda.

Volviendo al inicio. Por estos días he vuelto a pensar en esa noticia sobre los clics de MS y me asaltaron las siguientes preguntas: ¿Por qué se permite registrar el “resultado” de un procedimiento? A simple vista pareciera algo rara esta cuestión, pero tratare de explicarme mejor. La diferencia entre el procedimiento y el resultado es sutil, pero trascendental en las consecuencias. Si 2 o mas empresas consiguen llegar al mismo resultado usando metodos diferentes, entonces lo que juridicamente deberia ser patentable seria el codigo/metodo, pero no el resultado. Es como en el caso de las farmaceuticas: Lo patentable deberia ser el compuesto exacto con las cantidades precisas de los ingredientes y el objetivo y malestar al que se enfoca. Si una de esas condiciones no se da, entonces la patente no podría ser usada. Lo absurdo de las patentes/licencias es que son muy flexibles reduciendo al minimo las posibilidades para que potenciales competidores puedan realizar mejoras o derivados. O sea, si una farmaceutica patenta un medicamento A para sanar la diabetes, la empresa B no tiene permitido producir o patentar el mismo compuesto para otros usos. Esto tiene una derivada que hasta ahora ha sido publico a medias: Si el medicamento A es bueno para sanar la enfermedad X y también la Z, la farmaceutica solo producira y autorizara ese medicamento en el “mercado de las enfermedades” que mas utilidades le rinda. Un ejemplo de ello fue un medicamento que en los 60s se autorizo para ser distribuido como analgesico para embarazadas, pero se descubrio que tenia el efecto “secundario” de provocar graves problemas en los fetos en desarrollo. Esto llevo a una prohibición generalizada en practicamente todos los paises. Posteriormente a finales de los 90s se hizo un nuevo descubrimiento sobre el mismo compuesto: El mismo medicamento era muy bueno y “economico” para combatir ciertos tipos de tumores graves. El resultado fue que la empresa lo retiro tolamente del mercado, le cambio el nombre y lo re-lanzo, pero a un precio 100 veces mayor.

Asi es como funciona la perversidad de las patentes.

Veamos otro ejemplo mas de esto.

El 2020 un candidato a la presidencia de un país muy poderoso se comprometio en su campaña a que si salia electo haria todos los esfuerzos para que las patentes de las vacunas contra el covid fueran temporalmente “levantadas” y asi permitir que todos los paises tuvieran el mismo acceso a ellas. Bill Gates, en representación de los dueños de las farmaceuticas comenzo una maratonica campaña contra esa idea, ofreciendo a cambio otra alternativa: Crear un fondo “voluntario” donde los mas ricos entregaran vacunas o recursos para comprar las dosis que los mas pobres necesitaran. El objetivo seria reunir mas de 1.500 millones de dosis antes de terminar el 2021. Y según las últimas cifras publicadas, la cantidad de vacunas reunidas hasta hace poco todavía no llegaban ni a los 100 millones de dosis. Lo que si se logro conseguir esta campaña a favor de las patentes fue detener al candidato, ya que una vez en la silla presidencial recibio varios llamados telefonicos y finalmente accedio a no hacer nada contra el billonario mercado de las farmaceuticas. Hoy, mas de la mitad de los paises en el mundo ni siquiera ha conseguido vacunar a la población de riesgo y hay muchos que apenas han recibido algunos cientos de miles de dosis, mientras Europa deja que millones de dosis se echen a perder en bodegas. Los 25 paises mas ricos han comprado y reservado la casi totalidad de las dosis para los siguientes años, a pesar de que la producción podria alcanzar para todos.

 
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from Gippo

Con la pandemia ho scoperto il filosofo Giorgio Agamben, che ha mostrato, fra i pochi e fra i primi, un profilo critico nei confronti della gestione della pandemia, soprattutto per quanto riguarda la limitazione delle libertà. Il suo modo di scrivere mi è subito piaciuto, il che non vuol dire che approvi tutto quello che ha scritto nè tantomeno che ne condivida l'approccio filosofico. Però mi piace molto il modo in cui argomenta e ho letto tutti i suoi passati post, anche quelli pre-pandemia. Il fatto che racconti cose interessanti si evince dagli spunti che ne ho ricavato per le mie curiose ricerche sul web. Ad esempio ha citato un antropologo olandese che mi ha portato dritto dritto ad una teoria di Mauro Biglino (sì, quello che dice che nella Bibbia si descrivono gli alieni Elohim e non Dio, ma la teoria in questione è diversa e molto più interessante). Oppure mi ha portato ad approfondire la questione della Tecnica come forza totalitaria, da cui le letture (parziali) di Jacques Ellul.

Perché allora oggi cito Agamben? Perché in uno dei suo post c'è lo spunto per il mio post odierno. Dice il filosofo: troppo rapidamente abbiamo sostituito la nostra cultura contadina millenaria con la cultura della fabbrica e dell'operaio. Io dico che ha ragione ma non perché la cultura contadina andava salvata in toto o parzialmente: difatti la trovo insopportabilmente retrograda e servile, asfissiante a dispetto degli spazi aperti della campagna. Con il tempo ho sempre più idiosincrasie nei confronti della cultura in genere, poiché spesso, come dice Henri Laborit, è la cultura dei dominanti sui dominati. Però, al di là della cultura contadina, è l'accettazione troppo rapida di quella industriale e (sì, mi tocca dirlo) capitalista che va stigmatizzato. E c'è un motivo molto valido per dire questo: perché la stessa rapidità con la quale è stata adottata questa nuova cultura non corrisponde alla velocità con cui oggi essa viene “mollata”, smobilizzata, abbandonata, a causa del suo fallimento imminente. Negli anni 50 del secolo scorso, si poteva diventare impiegati del catasto, impiegati di banca, fumettisti, cantanti, piccoli o medi imprenditori e, col raggiungimento dell'obiettivo, che era comunque difficile da conseguire (ma in certi casi un po' meno) si era sicuri di conservare la posizione per tutta la vita. Oggi è tutto un girare, un ricercare, un affannarsi, un sapere/saper-fare/saper-essere, un turbinio di occasioni da cogliere che durano lo spazio di un soffio. Oggi mancano i soldi un po' dappertutto. Perché i tempi sono rapidi e le cose vanno in malora in fretta. E allora... Quanto tempo deve ancora passare prima che la massa di persone che dovrebbe collaborare al raggiungimento degli obiettivi della società si rompa definitivamente le scatole e si sieda in panciolle o si metta a spacciar droga o decida di vivacchiare ai margini delle istituzioni e della burocrazia? Poco, davvero. Già ora esiste una forbice che si allarga sempre più tra chi sta dentro e chi sta fuori. E tanti giovani scelgono volontariamente di stare fuori. Ma anche tanti anziani. Si lasciano andare, non si interessano di burocrazia incomprensibile, nè di tecnologie a loro astruse.

Per la verità, tutte queste riflessioni mi erano venute in mente osservando la mia libreria di videogiochi. Tanti DVD degli anni '00 di questo millennio. Ho pensato che un tempo c'erano delle aziende che creavano i videogiochi. Beh, ci sono ancora oggi ma... boh, non so, mi sembra tutto cambiato troppo in fretta. C'ho un po' voglia di tirarmi fuori ma mica te lo consentono... Ma soprattutto è una domanda quella che tutti si pongono: Cosa c'è fuori?

 
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