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What You Need to Know about Light Switch for Smartthings

This Light Switch for Smartthings Guide is a full length article that answers common questions about Light Switch for Smartthings. Light Switch for Smartthings are the perfect way to control your lights from anywhere you have internet access. They also can be used as a remote switch, if you’d like to give one to somebody who lives far away and doesn't want to keep calling or texting you all the time! This guide will show you how much Light Switch for SmartThings cost, what they do and don’t work with, and some of our favorite products in this category.

What is Smartthings?

Light Switch for Smartthings are physical light switches that you can control remotely with your smartphone. You will need a hub to be able to connect it with the Light Switch for Smartthings. A hub is needed in order to connect all of the different technologies into one network, so they can work together. Light Switch for Smartthings will not work without a hub.

What is Smartthings and Light Switch

Light Switch for SmartThings can be used as your primary switches if you’d like, but they also offer the ability to easily control other types of devices and appliances in your home or business from anywhere you have internet access! You will need a hub to connect Light Switch for Smartthings with other smart devices.

How to install a light switch for Smartthings?

Light Switch for Smartthings can be installed by an electrician. Light Switch for Smartthings has a wire that runs to your breaker box and connects with the wires you already have running from there to your lights, so it's a fairly easy installation process once they arrive!

You will need to download Light switch apps depending on what type of phone or tablet you have. Light switch apps are available for all types of smart devices and smartphones, so make sure to check what type of phone or tablet you have before buying a Light Switch for Smartthings! Light Switch for SmartThings is compatible with many brands such as Samsung, Nest, ecobee and more!

 How to install a light switch for Smartthings

Benefits of using the Light Switch with Smartthings

Light Switch for Smartthings are great to use if you’re always running behind schedule. Light switch apps will let you adjust your lights before you get home, so they turn on automatically when the sun goes down or when it gets dark outside! Light Switches with SmartThings can be set up in groups too, so if there's a room you spend most of your time in, Light Switch for Smartthings can be programmed to automatically turn on when you enter!

Light Switches with SmartThings are also great if you’re forgetful and tend to lose things. Light switch apps will let you control the lights from anywhere as long as there is internet access available, giving a Light Switch for SmartThings a great advantage over traditional switches that are only accessible within your home. Light Switches with SmartThings can also be programmed to turn on or off at specific times, so if you’re trying to make it look like someone is still around the house during certain hours of the day, Light switch apps will let you set up Light Switch for Smartthings to work on a schedule!

A video demonstrating how easy it is to connect the new device

Light Switch for Smartthings Guide: has been tested on the following devices. There are many benefits of Light Switch for Smartthings including being able to have smart lights that turn on automatically when you enter a room or have your morning coffee ready after turning off all of your automated lighting with one tap! Another great feature Light Switch for Smartthings has to offer is Light Switch for Smartthings Guide. This means that you can set a scene with your favorite songs and have the lights change color along with it! Light Switch for Smarttings Video Guide.

Other ways to use the light switch with Smartthings

Light Switch for Smartthings can be set up to work with the Light and Dimmer Switches. This allows you to use each switch independently or together depending on your needs. For example, if you have a room that has two different light sources such as wall sconces and overhead lights, this would be useful when switching between them.

Other ways Light Switch for Smartthings can be used include: ● Turn lights on and off from anywhere in the world when you're traveling or just working late. ● Integrate with other smart home devices such as an Amazon Echo, Google Home, Nest Thermostat, etc to control your environment using voice commands. ● Create a vacation mode and use Light Switch for Smartthings to turn your lights on and off throughout the day so it appears you're home. ● Security. Set up Light Switch for Smartthings in high traffic areas or along pathways where motion is detected by security cameras, such as driveways. When Light Switch detects movement, Light will automatically turn on to deter criminals.

Conclusion. Light Switch for Smartthings is an affordable do-it-yourself smart home solution that takes only minutes to install. Light Switches are easy to connect and use with any number of popular devices including Amazon Echo, Google Home, Nest Thermostat, Samsung Family Hub Refrigerator or Sonos Play: speakers.

 
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from [sguardi]

Li ha sempre difesi, li ha sempre praticati. Poi basta. Docente universitario e divulgatore, Giuseppe Antonelli si è disiscritto — anche la Crusca registra il verbo tra i neologismi — da una delle due piattaforme sulle quali era attivo e sull’altra non va quasi più. Non se ne è pentito, anche perché ha scoperto il gusto, e il diritto, di annoiarsi

Corriere della Sera-La Lettura, 5 dicembre 2021 | di Giuseppe Antonelli

Mi chiamo Giuseppe, e da 100 giorni non tocco i social. Lo so, ormai siamo in tanti, almeno credo; ma è qualcosa che mi sembrava gusto condividere. Ecco, appunto: anche le parole sono ormai compromesse, parole che un tempo erano forti come amicizia e condivisione. Un tempo si diceva che il personale doveva essere politico; oggi, a quanto sembra, dev’essere social. Dal socialismo reale a quello virtuale: cioè irreale. Ma perché? Dove sta scritto? In verità, mi sono disiscritto — anche la Crusca registra il verbo tra i neologismi — soltanto da uno dei due social su cui ero attivo: sull’altro, comunque, non ci vado quasi più e dalla stessa data non ci scrivo più niente. Me l’ero tenuto giusto in caso di crisi d’astinenza, ma poi succede che quando perdi il vizio lo perdi e basta (il pelo l’ho già perso tanto tempo fa: l’inizio della calvizie è stato il mio vero passaggio alla maturità, altro che dente del giudizio). A un certo punto ho deciso di smettere, così: d’impulso, da un momento all’altro, proprio mentre stavo leggendo commenti come al solito acidi, acrimoniosi, astiosi, avari (in rigoroso ordine alfabetico, e fermandosi alla A). Ho smesso molti mesi dopo aver visto la serie The Social Dilemma, che tutto sommato non mi aveva affatto scalfito: come se in realtà non mi riguardasse. Ho smesso qualche tempo prima delle rivelazioni che stanno destando scandalo in tutto il mondo riguardo ai comportamenti di una delle compagnie che gestiscono i principali social. Ho smesso e basta, senza ragioni e forse senza ragione; per un bisogno personale, come una specie d’istinto (di sopravvivenza?). I nuovi media, quelli che chiamavamo nuovi media e adesso cominciano in parte a diventare vecchiotti, li ho sempre difesi, fin dall’inizio, e sempre li difenderò. Da studioso della comunicazione non posso non riconoscere che grazie a loro — grazie alla telematica, per usare un termine quanto mai generico e approssimativo — hanno potuto prendere la parola tantissime persone che non avevano mai avuto voce in capitolo. Quei nuovi modi di comunicare ci hanno riportato a scrivere dopo un periodo dominato dall’oralità tecnologica e dagli audiovisivi; ci hanno fatto sperimentare una linguasempre in bilico tra lo scritto e il parlato, ma proprio per questo sempre espressiva, viva, attuale: un e-taliano vero. Mi ricordo bene quando alla prima email di spam che ho ricevuto — eravamo ancora nel Novecento — ho risposto: «Scusi ma io non la conosco, deve aver sbagliato indirizzo». Proprio come si faceva con le telefonate sul numero fisso, quando ancora si dovevano comporre i numeri che avevi segnato nell’agendina o imparato a memoria (sapevamo, sapevo all’epoca tantissimi numeri a memoria: ora so solo il mio; quelli di mia moglie e di figlia li ho scritti su un foglietto che tengo nel portafoglio, casomai il telefonino dovesse abbandonarmi a me stesso). Mi ricordo quando sul primo di quei social si parlava in terza persona. Mi ero iscritto dopo essermi lasciato con la mia compagna di allora e per rispondere alla domanda «A cosa pensa Giuseppe?» scrivevo frasi tipo «Cerca un pensiero stupendo che renda la pelle splendida». Citazione canzonettistica (sono gli Afterhours) che all’epoca — avevo meno di quarant’anni — mi dava la sensazione di essere o almeno apparire giovane. Risultato: due mi piace; e in ogni caso mi sentivo già un po’ meno solo. Quando ho deciso di smettere avevo ormai 5 mila amici e più o meno altrettante persone che seguivano la pagina. Ma proprio quello era il problema. Perché io di amici ne ho sempre avuti pochi: pochi ma buoni, mi è sempre piaciuto pensare. L’ultimo amico-amico con cui posso davvero discutere di tutto senza dover frapporre filtri di pudore l’ho conosciuto al terzo anno di università: più di trent’anni fa. Mi chiamo Giuseppe, da 100 giorni non vado più sui social e da oltre quindici anni (ormai ho perso il conto) non tocco sigarette. Quando ho smesso di fumare ho faticato tanto. Masticavo in continuazione gomme alla nicotina e bastoncini di liquerizia, col risultato che ogni tanto mi veniva la tachicardia. Per la strada pedinavo i fumatori cercando di annusare il più a lungo possibile quella scia di tabacco bruciato. Dopo la prima settimana, sono andato in libreria e ho comprato l’equivalente in libri dei soldi che avevo risparmiato evitando di comprare le sigarette. Li ho letti? Non me lo ricordo, forse non tutti: ma quello che contava era il gesto. E infatti me lo ricordo ancora. Il gesto di riappropriazione: riprendersi qualcosa che una dipendenza mi aveva tolto, e ora era tornato mio. Ora che ho smesso con i social che cosa ho risparmiato? Tempo. Tempo che però non è denaro: è vita. Cosa ho fatto in questi giorni con tutto quel tempo? Non saprei dirlo, nulla di particolare in effetti. Ho vissuto, appunto. Confesso che ho vissuto, diceva quello. Forse ho solo perso tempo in un altro modo: ma l’ho perso per me, e dunque ritrovato. Anche se la domanda giusta da farsi credo sia un’altra: cosa ci ho guadagnato? Quiete, attenzione, concentrazione: energie mentali per fare cose vere. Adesso vado a correre e lascio il cellulare. Faccio yoga e lascio il cellulare. Lavoro e lascio il cellulare. Sto con mia moglie, con mia figlia: e lascio il cellulare. Quando vedo una cosa che mi piace, ogni tanto penso ancora: questa sì che beccherebbe un sacco di like. Ma subito dopo penso: chissenefrega; fammi restare qui a godermela, fammela gustare fino in fondo, fissare nella memoria, trasformare in un ricordo. Ho smesso di pensarmi sempre in piazza, in pubblico, in posa; di misurarmi in termini quantitativi. Ho accettato di sentirmi solo, ogni tanto: di vivere ogni tanto momenti vuoti come uova al cioccolato; di non avere niente da fare o da dire o da pubblicare o da guardare o da commentare. E mi annoio: eh sì che mi annoio, e certo che mi annoio. È un mio diritto. (Già: con le citazioni canzonettistiche non ho smesso e credo che non lo farò mai).

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#socialnetwork

 
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Corriere della Sera – La Lettura, 5 dicembre 2021 | di Annachiara Sacchi

Ffirmano la Dichiarazione di cooperazione per lo sviluppo coordinato dell’Intelligenza artificiale. La Commissione europea istituisce quindi un gruppo di lavoro per definire «gli orientamenti etici e le politiche di investimento sull’Ia [Intelligenza Artificiale] in Europa». A ogni Stato membro è affidato il compito di sviluppare una strategia nazionale. A quel punto, siamo a fine 2020, il ministero dello Sviluppo economico (Mise) produce un documento — Strategia nazionale per lo sviluppo dell’Ia — che prende avvio da queste premesse: l’Ia sta trasformando ogni settore produttivo e sociale ma anche le nostre vite «esprimendo il suo potenziale in maniera trasversale»; «Cina e Stati Uniti stanno effettuando enormi investimenti in questo campo»; per competere l’Europa ha bisogno di «talenti ed esperti». E i talenti — ecco la postilla che fa la differenza — devono avere «un approccio olistico, capace di guardare ai diversi aspetti e alle diverse implicazioni della tecnologia». Da qui l’invito del Mise agli atenei: «Creare percorsi formativi sull’Ia condivisi e con una forte interazione con il mondo del lavoro per delinearne i requisiti e le competenze richieste». Indicazioni recepite: Nicoletta Cusano, filosofa, direttrice scientifica del Centro Casa Severino, si mette al lavoro, l’Università degli Studi di Brescia la sostiene, individua un percorso di alta formazione inter-trans-disciplinare sull’Intelligenza artificiale «considerata come un sistema che sintetizza i saperi e i linguaggi di fisica, matematica applicata, informatica, logica, ontologia, neuroscienze, etica, diritto». Con un punto di partenza molto chiaro: la filosofia. Cardine e aggregante di tutto il progetto. Ed è così che il corso viene appoggiato da altre istituzioni: sono partner del master Iami le Università Ca’ Foscari di Venezia, di Houston (Texas), l’Istituto Treccani e aziende come Antares Vision, Copan Group, Miele Italia, Pentere (sono previsti stage per ogni partecipante). «L’Università degli Studi di Brescia — afferma il rettore Maurizio Tira — per prima recepisce i contenuti delle linee guida del Mise, cioè l’approccio olistico e l’interazione tra università e mondo del lavoro. Per concretizzare il primo obiettivo si è concepita una didattica interdisciplinare, grazie al contributo di ricercatori delle diverse aree. Per quanto riguarda la seconda sottolineatura, si è puntato a un percorso che porti il mondo del lavoro nel master e il master nel mondo del lavoro, sia esso quello della sanità (Ia applicata alla neuroriabilitazione), delle aziende (biomedicali, manifatturiere), delle imprese culturali». Esempio: l’Istituto Treccani parteciperà alle giornate della pratica di «data science» e digitalizzazione. Annuncio: «Da questa esperienza sorgeranno dieci nuove voci dell’Enciclopedia Treccani». Marina Pizzi è la prorettrice alla Ricerca dell’ateneo bresciano: «La novità — aggiunge — consiste nel trattare ogni argomento in modo interdisciplinare. Prendendo avvio dalla definizione generale di Intelligenza artificiale, considerata anche nella sua relazione con l’intelligenza naturale, il master si addentra nella logica dei sistemi artificiali (come impara a conoscere e apprendere una macchina intelligente? Come risolve i problemi che le vengono posti?), ne considera gli ambiti applicativi e la questione dei “dati” e del loro utilizzo». La pandemia ha spinto questi processi. «Il Piano nazionale di ripresa e resilienza — continua Pizzi — dedica enormi risorse all’accelerazione della transizione digitale sia nel settore delle imprese che nell’ambito della pubblica amministrazione. Servono ora, ma serviranno sempre più, “competenze plastiche” in grado di affrontare questa rivoluzione nel mondo produttivo e il cambiamento che ne deriverà. Il master vuole rispondere con la didattica e la pratica alla richiesta di formazione di queste capacità». Incroci di saperi, sintesi, abilità nel risolvere i problemi: il master, primo in Europa, «inedito assoluto», parte dalle nozioni basilari sull’Intelligenza artificiale e arriva ai suoi temi più complessi. Le lezioni toccheranno argomenti come «problem solving e ragionamento», «apprendimento naturale contro apprendimento artificiale», «agire etico, esistenza dell’Altro, relazionalità, emozioni», «logica dei sistemi artificiali», «confini uomo-Intelligenza artificiale», «machine learning», ma si parlerà anche di «carerobot» nelle relazioni di cura, di Antitrust, di giustizia predittiva e decisione robotica, di blockchain e voto elettronico, di tutela dei soggetti vulnerabili. Sempre nel programma di studi: nozioni di diritto, neuroscienze cognitive, logica, ingegneria informatica, deontologia ed etica della virtù. Le domande a cui si cercherà di dare una risposta: cos’è l’Intelligenza artificiale? Come conosce un sistema intelligente? E poi la grande questione: cos’è la coscienza?

La filosofia come visione del tutto. E la filosofia teoretica come disciplina che va a indagare le categorie ultime su cui i saperi si fondano. Aggiunge Nicoletta Cusano (che è anche vicedirettrice del master): «Sebbene parta da presupposti differenti, la filosofia si trova d’accordo con la necessità dell’approccio olistico sostenuto dal Mise. L’Ia ha una finalità precisa: lo sviluppo indefinito della capacità di risolvere problemi attraverso il calcolo algoritmico automatico e autonomo. In maniera apparentemente paradossale tale sistema più si sviluppa specialisticamente più si addentra in questioni non specialistiche ed essenzialmente filosofiche (cos’è l’uomo, cos’è la macchina, cosa significa intelligenza, conoscenza, linguaggio, quali sono le dinamiche fondamentali dell’intersoggettività...)». La docente che ha ideato il master affronta quindi una questione cruciale: «Bisogna superare la convinzione diffusa che il ruolo della filosofia sia relegato a quello di etica, chiamata a individuare i limiti oltre i quali la tecnologia non dovrebbe spingersi. Non è così, perché da un lato l’ontologia filosofica apre lo spazio della progettualità ingegneristica, dall’altro l’agire ingegneristico pone questioni filosofiche. Il master Iami parte da questa consapevolezza e dalla trasversalità del linguaggio dell’Intelligenza artificiale, che va appreso e compreso come si impara la sintassi di una lingua nuova: lo si fa una volta e poi è sufficiente tenersi aggiornati. Ma una volta, almeno, è indispensabile farlo».

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#filosofia #lavoro

 
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Sarebbero alimenti economici e sostenibili ma dalle allergie ai gusti i dubbi restano. La chef: diffidenze in Italia, meglio i legumi

Corriere della Sera, 5 dicembre 2021 | di Carlotta Lombardo

Milioni di persone nel mondo sgranocchiano insetti. In Messico, le chapulines, le cavallette condite con peperoncino e lime, sono un popolare snack ma anche gli escamoles, le larve e le pupe delle formiche del genere Mayr Liometopum apiculatum sono una prelibatezza, tanto da essersi guadagnate l’appellativo di «caviale messicano». Stessa sorte per la hormiga culona colombiana, la formica «culona» (ha l’addome particolarmente prominente): fritta o tostata è considerata una vera delizia, merito dell’acido formico di cui è ricca e che le regala un sapore piccante e intenso. Roba dell’altro mondo? Mica tanto, *i novel food, gli alimenti «nuovi» (rispetto ai tradizionali), insetti compresi, compaiono già nei menu degli chef più coraggiosi, in Gran Bretagna, Olanda o Belgio,** e il Financial Times ha dedicato loro un editoriale, ieri, auspicando che conquistino più spazio nell’alimentazione degli animali e degli esseri umani: piatti a base di formiche, cavallette, scorpioni e altre pietanze del genere, buoni per la salute — dicono gli esperti — perché ricchissimi di proteine e privi di grassi. In Italia, il loro uso a fini alimentari era vietato, ma nel giro di qualche anno potrebbero essere serviti nei ristoranti sotto casa: l’Unione europea, dopo la valutazione dell’Efsa, l’Autorità per la sicurezza alimentare, a novembre ha dato il via libera alla commercializzazione della locusta per l’alimentazione umana. Il secondo insetto, dopo la tarma della farina, un vermetto che può essere consumato essiccato o macinato sotto forma di farina da addizionare ai prodotti da forno o da usare nei mangimi, a finire sulle tavole degli europei. E se l’idea può disgustare i più il quotidiano della City suggerisce di utilizzare la stessa tecnica usata dai genitori per i bambini schizzinosi a tavola: mascherare il cibo «schifoso». «Io li cucinerei ma non credo che gli italiani siano pronti — avverte la chef stellata Cristina Bowerman —. Non fa parte della nostra cultura e poi non ne abbiamo bisogno perché siamo ricchi di alimenti proteici alternativi, come i legumi. Però aprire la mente sul fenomeno può aiutare a creare prodotti altamente proteici per i Paesi poveri e costituire una valida soluzione per l’ambiente». L’industria di produttori di insetti, secondo Rabobank, banca specializzata nell’investimento agricolo, stima già di passare dalle 10 mila tonnellate consumate ogni anno nel mondo a 500 mila nel 2030 (con 11 domande di altri insetti già all’esame dell’Efsa come «Novel Food»). Di certo, a promuoverne il consumo sono gli ambientalisti. Il piano d’azione Ue 2020-30 per i sistemi alimentari sostenibili identifica gli insetti come una fonte di proteine animali a basso impatto ambientale. Un esempio? Un chilo di grilli ha bisogno di 15 mila litri di acqua in meno di ogni chilo di carne prodotta e il loro allevamento genera 100 volte meno gas a effetto serra. Inoltre, il mondo è pieno di insetti: 1,4 miliardi per ognuno dei 7 miliardi di abitanti della terra, secondo la Royal Entomological Society britannica. «Il riscaldamento globale non potrà arrestarsi senza modificare il sistema alimentare, da cui dipende un terzo delle emissioni di gas serra, responsabili dell’aumento delle temperature — conferma il professor Massimo Tavoni del Politecnico di Milano, direttore dell’Istituto europeo per l’economia e l’ambiente (Eiee) —. La Fao stima che le quantità di gas serra che derivano dal bestiame sono pari alle emissioni di tutti i camion, le auto, i velivoli e le navi del mondo messi insieme e l’allevamento di mucche, pecore e capre è il responsabile principale delle emissioni di metano, gas prodotto durante la digestione dei ruminanti, con un effetto serra superiore all’anidride carbonica prodotta dai trasporti e dalle industrie. Inoltre, si devastano immense aree di foreste per lasciare spazio agli allevamenti intensivi e ai terreni agricoli destinati alla produzione di soia come mangime per animali. Di certo, sostituire le proteine dei grandi animali con quelle degli insetti ha un impatto ambientale positivo». Una food revolution da approcciare, a tavola, con cautela. Una nota sul sito della Commissione europea avverte che il consumo degli insetti può potenzialmente portare a reazioni allergiche. «Tutti i novel food vanno introdotti con cautela — conferma la giornalista e scrittrice Eliana Liotta che, nel suo ultimo libro Il cibo che ci salverà (La nave di Teseo) parla della necessità di una svolta ecologica a tavola —. Sono cibi che non abbiamo mai mangiato e la cautela è d’obbligo».

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#alimentazione

 
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La strage del Michigan può diventare un caso esemplare e «politico»

Corriere della Sera, 5 dicembre 2021 | di Giuseppe Sarcina

WASHINGTON Jennifer e James Crumbley sono in prigione da venerdì notte. E potrebbero restarci fino al processo, visto che la giudice Julie Nicholson ha imposto una cauzione da 500 mila dollari ciascuno per rimetterli in libertà. I due sono i genitori di Ethan, il quindicenne che giovedì 30 novembre ha ucciso quattro studenti, ferendone altri sei, più un insegnante, nel suo liceo a Oakland, un sobborgo di Detroit, Michigan. La procuratrice Karen McDonald ha chiesto e ottenuto l’arresto dei due adulti, accusandoli di omicidio involontario per ciascuna delle quattro vittime. Un evento rarissimo e che sta trasformando questa ennesima tragedia in un caso di importanza anche politica e culturale. Come dimostra la semplice ricostruzione dei fatti. Il 26 novembre, quattro giorni prima della sparatoria, Jennifer approfitta del «Black Friday» e compra una pistola come regalo di Natale per il figlio. E’ una Sig Sauer 9 millimetri, prezzo sui 700 dollari. «Ecco la mia meraviglia», esclama il ragazzo, pubblicandone la foto sui Social. Due giorni dopo la madre posta in rete: «Oggi grande domenica da mamma, siamo andati con Ethan a provare il suo regalo». Lunedì 29 lo studente torna in classe. Un insegnante nota qualcosa di strano. il giovane Crumbley cerca freneticamente su Google la parola «munizioni». La scuola avvisa i genitori. La reazione di Jennifer è un sms inviato al figlio: «Lol, (che ridere, ndr) non sono arrabbiata con te. Ma devi imparare a non farti beccare». E siamo a martedì 30, il giorno della strage. Di prima mattina ancora un professore trova un foglietto sul banco di Ethan. Si vede una pistola con la canna puntata verso una frase: «I pensieri non si fermeranno. Aiutatemi». C’è anche un disegno che ritrae un proiettile che sta per colpire una persona. Ancora due scritte: «Sangue ovunque»; «La mia vita è inutile, il mondo è morto». A quel punto i dirigenti della scuola convocano d’urgenza Jennifer e James Crumbley. Alla riunione partecipa anche Ethan. L’idea è rimandare lo studente a casa e farlo vedere da uno psicologo. Ma i genitori non sono d’accordo, provano a tranquillizzare i professori. Alla fine il ragazzo torna in classe, con il suo zaino che nessuno aveva pensato di controllare. Sono circa le 10. Tre ore dopo si chiude in bagno, riemerge armato e spara ai suoi compagni. La Procuratrice di Oakland lo incrimina, tra l’altro, per omicidio premeditato e terrorismo. E, da subito, concentra l’attenzione sul padre e la madre del killer. Si scopre che la pistola era in un cassetto aperto, facilmente accessibile. Si accerta che appena saputo della sparatoria, James era corso a casa per controllare che la Sauer fosse ancora lì. Jennifer, invece, aveva inviato un sms: «Ethan, non farlo». Venerdì 3 dicembre, la coppia è attesa in tribunale. Ma non si presenta. Comincia una fuga goffa in macchina, non prima di aver ritirato quattromila dollari da un bancomat. I loro avvocati sostengono che i Crumbley si sono allontanati «per motivi di sicurezza». Ma la polizia non ci crede e promette una ricompensa di 10 mila dollari per notizie utili alla loro cattura. Li trovano sabato sera, in un magazzino di Detroit. Qualcuno, si sospetta, li ha aiutati a nascondersi. I genitori sarebbero dunque fuggiti, abbandonando il figlio al suo destino. Ora rischiano fino a 15 anni di galera.

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#StatiUniti #violenza #scuola #armi

 
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La nueva reforma del Bachillerato no solo no extiende Cultura Audiovisual II a todos los estudiantes de ese ciclo, sino que inexplicablemente elimina esta asignatura en el actual Bachillerato de Artes

El País, 2 dicembre 2021 | JAVIER MARZAL , IGNACIO AGUADED , MARÍA JOSÉ RECODER y ROSA FRANQUET

En junio de 2021, hace apenas unos meses, Andreas Schleicher, director del área educativa de la OCDE, declaraba provocativamente que “la educación en España prepara a los alumnos para un mundo que ya no existe”. En la misma entrevista, el coordinador del Informe PISA manifestaba la necesidad de que el modelo educativo español debería abordar una reforma profunda de su modelo educativo, en la que sería fundamental conectar los contenidos de la enseñanza con el mundo que nos rodea, incidiendo mucho más en los procesos y competencias que en los contenidos. Como es lógico, señalaba Schleicher, esta reforma educativa de profundo calado tendría que poner en primer plano la formación del profesorado como elemento clave para su aplicación. Es un hecho ampliamente reconocido que la crisis sanitaria del coronavirus ha tensionado enormemente el sistema educativo español. Para los estudiantes, para los docentes, para las administraciones educativas y para las familias, la formación on line ha supuesto un desafío extraordinario, que ha exigido un gigantesco esfuerzo para impartir y recibir clases no presenciales, síncronas —en ocasiones con subgrupos presenciales y no presenciales al mismo tiempo— y el impulso de una transición digital acelerada, llevada a cabo de forma muchas veces autodidacta, con un esfuerzo sin precedentes de nuestros docentes, e incluso de las administraciones educativas. Pero también es cierto que, desde marzo de 2020 hasta hoy, la “pantallización” (o la llamada “digitalización”) de nuestros niños y jóvenes ha ido aumentando de forma muy preocupante. En estos últimos meses, son noticias de actualidad el aumento de adicciones a las pantallas y, de manera muy especial, el uso abusivo de las redes sociales a través de los teléfonos móviles, la adicción a los videojuegos, la cada vez más escasa consulta de información a través de los medios de comunicación tradicionales, etcétera. Con la declaración del estado de alarma, el propio Gobierno de España expresó que dichos medios son “servicios esenciales”. Pocas veces se ha vivido un contexto político, social y cultural en el que se haya reconocido tan claramente el importante papel de la comunicación en la sociedad contemporánea, para informar, entretener y apoyar la formación de los ciudadanos. Así pues, existe un consenso claro entre expertos y politólogos a la hora de considerar que la comunicación constituye uno de los pilares básicos de nuestra democracia. Recordemos también que la crisis sanitaria de 2020 —en especial en los meses de confinamiento, entre marzo y junio de 2020— ha sido el marco idóneo para la expansión de la “pandemia de desinformación y bulos”, que ha despertado la atención de las autoridades educativas de numerosos gobiernos y organismos internacionales. El informe de la OCDE, Lectores del siglo XXI: desarrollo de habilidades de alfabetización en un mundo digital, presentado en mayo de 2021, señalaba que el 54% de los estudiantes no saben distinguir entre noticias verdaderas y falsas, y que carecen de los conocimientos necesarios para navegar con criterio por internet y para hacer un uso responsable de las tecnologías. No obstante, esta situación es sobradamente conocida desde mucho tiempo atrás: organismos internacionales como la Unesco, la Comisión Europea y el Parlamento Europeo están reclamando a los gobiernos desde hace décadas que introduzcan en sus sistemas educativos contenidos relacionados con la educación mediática. Por ello, no debe extrañarnos que, en noviembre de 2020, en plena pandemia, el Parlamento Europeo aprobara el Informe sobre el refuerzo de la libertad de los medios de comunicación: protección de los periodistas en Europa, discurso del odio, desinformación y papel de las plataformas —2020/2009(INI)—, una muestra indudable que expresa la enorme preocupación que existe en la Unión Europea sobre la necesidad de avanzar en el campo de la alfabetización mediática. Pero, también en este campo, España continúa demostrando ser un país diferente. Hace unos días, se hicieron públicos los nuevos planes del Gobierno para renovar los contenidos del nuevo Bachillerato. En 2016, tras décadas de demandas de los expertos en Educomunicación, **el Bachillerato de Artes incorporaba dos asignaturas relacionadas con el campo de la alfabetización mediáticaéé que, en segundo curso, se convertía en materia optativa en las pruebas de Evaluación de Bachillerato para el Acceso a la Universidad (EvAU). Sin duda, fue un paso importante para avanzar en este campo, a pesar de que los contenidos previstos en el BOE no sean los más idóneos, ni que numerosos centros y docentes dispongan de las condiciones más adecuadas para impartir la asignatura. El anuncio de su desaparición hace pocos días ha sido acogido con mucha preocupación, decepción e, incluso, enfado por parte de miles de profesores que se han esforzado mucho para desarrollar el currículo de esta asignatura. La reclamación que se viene realizando a las administraciones sobre la asignatura Cultura Audiovisual II es que esta materia se oferte también en el resto de bachilleratos, por su relevancia social y cultural, y porque es una materia esencial para los estudiantes de los grados de Comunicación (Comunicación Audiovisual, Periodismo y Publicidad y Relaciones Públicas, entre otros grados), cuya procedencia suele ser del Bachillerato de Humanidades y Ciencias Sociales. Desde la plataforma en favor de la Educomunicación en España, la Asociación Española de Universidades con Titulaciones de Información y Comunicación (ATIC) —que agrupa 38 universidades españolas con titulaciones de Grado, Máster y Doctorado en Comunicación—, y desde la Asociación Española de Investigación de la Comunicación (AE-IC) —sociedad científica que acoge a más de 650 investigadores del campo de la Comunicación—, queremos llamar la atención, no solo sobre la gravedad que supone eliminar esta asignatura del segundo curso del Bachillerato de Artes, sino también sobre la necesidad urgente de crear asignaturas relacionadas con la alfabetización mediática, desde la Educación Infantil hasta el Bachillerato, que deben tener una presencia relevante en el diseño curricular de todos y cada uno de los cursos de nuestro sistema educativo, como viene ocurriendo en países avanzados como Francia, Bélgica, el Reino Unido, Italia, Holanda, Alemania, Dinamarca, etcétera. Y, en este sentido, debemos recordar que en los últimos 50 años de existencia de los estudios de Comunicación en España se han formado decenas de miles de periodistas, publicitarios, comunicadores y profesionales del audiovisual que pueden reforzar la educación mediática de nuestro sistema educativo, sin olvidar que los futuros docentes —de todos los niveles educativos— deben tener una sólida formación de base en el campo de la Educomunicación. Si no queremos seguir formando futuros ciudadanos “para un mundo que no existe”, es urgente incorporar la alfabetización mediática a nuestro sistema educativo. Nunca ha sido más evidente esta necesidad. Javier Marzal Felici es catedrático de la Universitat Jaume I de Castelló e Ignacio Aguaded es catedrático de la Universidad de Huelva. Ambos son impulsores de la plataforma en favor de la Educomunicación en España. María José Recoder Sellarés preside la Asociación Española de Universidades con Titulaciones de Información y Comunicación (ATIC) y Rosa Franquet es presidenta de la Asociación Española de Investigación de la Comunicación (AE-IC).

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Spagna

#scuola

 
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from Il Mago Rosso

Oggi sono andato a vedere un film che non sapevo di attendere da trent'anni. O meglio, inconsciamente lo sapevo benissimo. Quando mi sono appassionato al marchio no-ghost ero soddisfatto dai cartoni animati e dai giocattoli grazie ai quali potevo inventare le mie storie. Per non parlare dello zaino protonico improvvisato riempiendo lo zainetto di scuola con ogni tipo di cianfrusaglie perché, citando Louis Tully: “Ragazzi, però, quanto pesa!” Naturalmente un fucile ad acqua era un perfetto proton gun. Le cose si fanno bene o non si fanno. Così insieme ai cuginetti, altrettanto equipaggiati, scorrazzavamo nei dintorni delle nostre case e acchiappavamo fantasmi.

Gli acchiappafantasmi della mia infanzia Una buona parte della mia infanzia.

Un bel po' più grandicello, diciamo pure una ventina di anni dopo circa, il capitolo videoludico mi ha messo nei panni di una recluta che portava a termine gli incarichi di disinfestazione ectoplasmatica insieme a Spengler, Venkman, Stantz e Zeddemore. La visita a Lucca Comics & Games in occasione del trentesimo anniversario di Ghostbusters ha dato un'ulteriore spinta nell'interesse verso il franchise. Così, per la gioia dei produttori, ho cominciato ad acquistare gadget e pubblicazioni a tema.

La mia collezione attuale La mia collezione attuale.

Ghostbusters: Legacy, mantiene perfettamente fede al proprio titolo europeo. Chiunque nell'infanzia abbia amato gli Acchiappafantasmi e dice di non essersi emozionato alla visione di questo film o ha un cuore di ghiaccio oppure mente. Tutti gli interpreti dei giovani protagonisti sono stati veramente bravi ed erano precisamente dove il Mauri cinquenne, diecenne, dodicenne, ventenne e trentenne (e sicuramente più avanti ci saranno da aggiungere molti altri 'enne') avrebbe voluto essere. McKenna Grace è a tutti gli effetti una piccola Spengler nell'aspetto e in alcuni comportamenti, ma in entrambi i casi offre anche sfumature personali. Il “nuovo Ray Stantz” è senz'altro Logan Kim, alias Podcast, che è diventato al volo il mio personaggio preferito alla pari del professor Grooberson. Quest'ultimo aveva già la mia simpatia fin dalla sua prima apparizione nei trailer perché ho adorato Paul Rudd nei film Marvel. Inutile dire che anche Finn Wolfhard e Celeste O'Connor mi hanno fatto un'ottima impressione come nuovi acchiappafantasmi e Carrie Coon, la mamma-single con un contrasto irrisolto col proprio padre, ha interpretato il ruolo con grande trasporto e credibilità. Il film ha un ritmo meno serrato rispetto alla prima pellicola. Si prende un po' di tempo prima di carburare del tutto ma questo serve a spolverare via il velo di nostalgia. Fa riaffiorare gradualmente i ricordi, sia attraverso piccoli dettagli – la collezione di spore, muffe e funghi, per esempio – sia con la colonna sonora. Tanti riferimenti, i ruoli dei giovani attori, la presenza non invasiva del cast originale (ops, ho svelato il segreto di Pulcinella), Ecto-1 compresa, è un delicato e amorevole omaggio a quanto Ghostbusters sia stato importante per i fan in tutti questi anni e, soprattutto, ad Harold “Egon Spengler” Ramis. Anche se lontani dalla Grande Mela ci si sente a casa, con i nemici che già conoscevamo e i nuovi che comunque mantengono intatte le qualità che abbiamo conosciuto nei film e nel cartone animato. Il tempo che si prende per ingranare è tutto a favore del piacere della (ri)scoperta del mondo nel quale abbiamo lasciato un pezzettino del nostro cuore e, soprattutto, approfondisce i rapporti tra i personaggi, raccontandoci il valore dell'unione di una famiglia, sia quella di sangue, sia quella che ti scegli. Il tutto intriso nella più profonda fedeltà al materiale originale, sia per comicità che per bilanciamento tra sovrannaturale e atmosfera.

Non sono minimamente in grado di dare una valutazione imparziale a questo film perché è stato scritto dai fan per i fan come me. Jason Reitman, regista e co-sceneggiatore è il primo fan, dato che ha ereditato, per stare in tema col titolo, la sedia del direttore dal padre Ivan Reitman. Riconosco che sia lontano dal raggiungere la perfezione assoluta, ma sono sicuro al 100% che sia capace di toccare le corde giuste per parlare a chiunque: sia ai super appassionati, sia a chi è stato lontano dagli Acchiappafantasmi per oltre trent'anni, sia per chi volesse approcciarsi soltanto adesso, con uno stile narrativo attuale. Chi fosse del tutto a digiuno di vapori a erranza di quinta classe o non sapesse cosa rispondere quando una semidivinità sumera (non babilonese, è tutta un'altra cosa) gli chiedesse se fosse un dio, forse potrebbe non cogliere alcune finezze. Tuttavia non viene dato nulla per scontato e ogni cosa importante viene portata all'attenzione degli spettatori con chiarezza.

To Ramis or not to Ramis?

Una domanda mi è sorta spontanea, dopo l'ondata di commozione che mi ha travolto, è: se Harold Ramis fosse stato ancora tra noi, questo film come sarebbe stato? Tanto il titolo europeo Legacy quanto quello americano Afterlife hanno un significato profondo e perfetto per la storia che stanno raccontando: la famiglia dello scomparso Egon eredita l'attrezzatura e la missione del nonno che non c'è più. Senza questo delicato tocco, come sarebbe andata avanti la storia di Ghostbusters? Un'idea ce l'avrei. E risiede proprio in Ghostbusters: Il videogioco del 2009. Per me è il vero terzo capitolo della saga, scritto da Dan Aykroyd e Harold Ramis, con gli attori originali al doppiaggio. Quello sarebbe stato per me il perfetto trampolino di lancio per un nuovo film, introducendo nuove reclute.

L'Acchiappafantasmi come servizio in franchising internazionale

Non posso ignorare il pregevole lavoro svolto da un gruppo di Appassionatissimi (la A maiuscola non è lì per caso) che hanno realizzato un film divertente e dalla resa ottima. La trama di REAL! A Ghostbusters tale si ricollega perfeettamente al franchise, è ambientato a Roma, compaiono ospiti illustri e ha ricevuto il via libera da Ghost Corps, la società che gestisce ufficialmente i diritti di Ghostbusters. Che altro vi devo dire? Ecco le mie impressioni sul film in seguito alla visione in anteprima e il film completo e gratuito. Anche Legacy, pur essendo un film autoconclusivo, getta dei semi che potrebbero germogliare in futuro, magari seguendo proprio la pista tracciata da Real!

Anch'io sono un acchiappafantasmi!

Chiamala fato, chiamala fortuna, chiamala karma, ho la convinzione che tutto accada per un motivo. – Peter Venkman

E io penso di essere destinato a iscrivermi al club ufficiale italiano di Ghostbusters. Ho scelto proprio oggi, data molto curiosa, tra l'altro (21/11/21), per ricordare la data in cui sono tornato l'Aacchiappafantasmi che ero tanto tempo fa, con zainetto e fucile improvvisati insieme a tanto entusiasmo. Ah, e proprio oggi Harold Ramis avrebbe spento 77 candeline. Se non è un giorno importante questo...

PS. Fateci caso quando andrete a vederlo o ri-vederlo. Sarà che sono stato svezzato dal cartone, ma mi è sembrato, per un momento brevissimo, che il musetto della Ecto sorridesse durante una scena di folle inseguimento.

 
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from ut

Siamo su una lastra di vetro. Su di noi un'altra lastra. Lontana. Che pian piano si avvicina. E sappiamo che verrà il momento in cui ci schiaccerà. Giorno dopo giorno osserviamo la lastra avvicinarsi sempre più. Inesorabilmente. Questa immagine, in Solenoide di Mircea Cărtărescu, riconduce meglio di qualsiasi altra la condizione umana alla sua nudità. La lastra su cui siamo è quotidianamente popolata di mille cose, che ci tolgono la vista della lastra superiore e del suo abbassarsi implacabile; ma, appena la distrazione cede — al mattino, ad esempio, in quell'attimo che precede il risveglio pieno — la tragicità della nostra condizione è evidente e disperante esattamente come in quella immagine. Su una lastra, esposti allo schiacciamento, che faremo? Impazzire è la cosa più probabile. E infatti, per lo più impazziamo. Trasformiamo completamente il mondo con le nostre allucinazioni. Ci inventiamo Dio, l'anima, la vita eterna. E mille altre assurdità, che fanno pullulare di immagini la semplice lastra su cui siamo. E mentre la lastra ci schiaccia, abbiamo la mente tutta volta a quelle allucinazioni. Moriamo invocando quelle care immagini, sempre più lontane, sempre più sbiadite. Oppure. Oppure possiamo celebrare la sensazione. Qualsiasi. Il respiro qui ed ora. Il mal di testa qui ed ora. L'angoscia qui ed ora. Lo scricchiolio delle vertebre schiacciate dalla lastra che casca su di noi. Ogni singola sensazione, liberata dalla distinzione tra piacere e dolore, celebrata come unica divinità. La voluttà del dolore non è minore della voluttà del piacere. E la voluttà maggiore, come sappiamo bene — lo sappiamo ogni volta che ci addormentiamo — è quella di passare dal mondo delle sensazioni al non mondo dell'incoscienza.

#loingpres

 
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from fafagiolo


Mi è capitato di fare le medie ai tempi del C64, quando ancora costava parecchio (sulle 400.000 lire scarse), pur non essendo più una roba esclusivamente da ricchi; per la mia famiglia, per tutti quelli che conoscevo, quella era una grossa somma.
Mi comprarono il C64C, nel 1987, solo in seguito a una piccola vincita al lotto, lo prendemmo in un negozio di elettronica alle spalle della Ferrovia, assieme a un orologio della Inno-Hit, questa fusione italo-giapponese tra Elektromarket Innovazione e la Hitachi. 370.000 lire il Commodore, 18.000 l'orologio che , imperterrito, come se il passaggio di alcune decine di anni non lo riguardasse, impegnatissimo contare i secondi, ancora svetta in cucina. Del C64C, invece, mi è rimasto solo il manuale. In olandese. Ah, pure una montagna di ricordi.

Il primo giorno alle medie, l'incontro coi ripetenti incalliti, i cosiddetti asini. Gente di 13, 14 anni arenatasi al primo anno in quella che era la scuola più severa ed efficace della cittadina; nelle altre, unico requisito per la promozione sembrava essere la fedina penale pulita. Non essersi mai fatti beccare, almeno. Io piccolino, come son sempre stato, primo della classe, come son sempre stato (non che ciò mi abbia reso migliore di chiunque altro o assicurato chissà quale carriera: attualmente, sono un disoccupato tra milioni, dai risultati scolasti estremamente variegati, immagino). Loro grossi nel fisico e nell'età anagrafica, sembravano ormai straripare da quei banchetti, decisi a restarci per chissà quanti anni ancora. Gli asini. Finché i genitori non li avessero strappati alla scuola e catapultati nel magico mondo del lavoro manuale.

Come detto, a scuola andavo forte, ero tranquillo e tutto quanto, ma ben lungi dall'essere il tipico secchione con gli occhiali (quelli sarebbero venuti dopo), sempre chino sui libri, coi pensieri sempre rivolti al rendimento scolastico. Rettifico: chino sui libri sì, leggevo le enciclopedie come fossero romanzi, dalla prima pagina all'ultima, per poi passare al volume successivo, ma era per curiosità. La scuola, però, personalmente iniziava con una campanella e finiva con un'altra campanella.

Feci amicizia con questi asini che, a quanto pare, erano stati accuratamente evitati dai secchioni degli anni precedenti. Il pomeriggio, andavo a studiare a casa loro; case generalmente povere, come la mia, anche di più. Non conosco il vostro tenore di vita, ma vi ricordate le case di quando si viveva meglio? Non c'era praticamente nulla, a parte il necessario alla sopravvivenza. Neanche i ventilatori, d'estate si moriva di caldo e basta. Neanche i colori nel televisore: ho visto tutti i cartoni della mia infanzia in bianco e nero, pure il mio C64C, figlio di un terno al lotto, era attaccato a una robaccia in bianco e nero, un televisore antico con l'antenna dritta e l'antenna tonda. Prima, però, potevamo permetterci la villeggiatura, mica come ora; prima sì che si era ricchi.

I loro genitori, le mamme in particolare, visto che i padri li si vedeva poco perché ancora a lavoro, sulle prime si stupivano: ma come, il primo della classe che viene in questa casetta buia e umida, a studiare con quell'asino di mio figlio? Non me ne rendevo conto, all'epoca: oggi, questa cosa mi fa star male, non dovrebbe essere così, mai. Vedevo la gioia nei loro occhi e la sentivo nelle loro voci, perché? Che stava accadendo di strano, qualcuno mi nascondeva qualcosa?

Altro che asini, i loro figli: erano ragazzi intelligenti e curiosi come molti altri, avevano solo bisogno di essere coinvolti, di non finire ai margini. Il pomeriggio, ripeto, andavo da loro e si studiava: non troppo, non poco. Il giusto. Chiusa la parentesi scolastica quotidiana, quelle mamme si addolcivano e ci spalacavano le porte dei videogiochi, si smettevano i panni di studenti e si indossavano quelli di ragazzini.
Una giusta dose di C64/C16/Vic-20, alcune raccolte in cassettine delle edicole, perché non ero il solo ad avere un computer “per studiare”, ovviamente: terno al lotto o meno, tutti i bravi genitori facevano i salti mortali per i figli. Si guardava Ken il guerriero, probabilmente una replica della replica. Dopo, si usciva, quei pomeriggi sembravano non finire mai. Una capatina in sala giochi, 200 lire in tre o quattro, qualche calcio a un Super Santos storto (quasi un pallone da rugby) in una stradina qualsiasi, le macchine non erano onnipresenti come oggi e la gente, a riguardo, era più elastica: bastava che il pallone non finisse in un vetro e non si facesse troppo schiamazzo, anche loro avevano figli intenti a giocare a pallone nelle traverse degli altri.

Intanto, gli ex asini si erano presto integrati con tutta la scolaresca, ormai un gruppo, non un “noi” e un “loro”, chiudendo una volta per tutte con le bocciature, superando il triennio grazie a quel poco che era mancato prima.

Quei pomeriggi me li ricordo ancora, mi fanno star bene ancora oggi. L'unica fiaba a lieto fine della mia vita. Sono anni che non vedo più i miei amici delle medie, non li vedrò più di sicuro, ora che vivo in un'altra regione. Spero che si ricordino anche loro di quei pomeriggi.

 
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from Gippo

Devo ammettere una cosa: quello che sta avvenendo con questa pandemia mi ha sorpreso. In particolare, pur essendo per mia natura paranoico e, diciamolo pure, complottista, non mi aspettavo di trovare sacche così compatte di persone restie ad accettare supinamente la “versione ufficiale”. Un'altra cosa che non mi aspettavo è che questo malcontento fosse tutto attratto e incanalato, su internet, da una destra più o meno estrema che mischia, nell'analisi spesso fallace dei dati della pandemia, storie di adenocromo, sacrifici satanici, vergini marie che profetizzano e più ne ha più ne metta. A tutti coloro che sono attratti dalla destra voglio dire: non dovete preoccuparvi se questa è una dittatura sanitaria mentre voi la preferite militare! Accontentatevi per ora! L'importante è che un uomo forte o un'elite forte siano giunti al comando e, se siete destrorsi sinceri, sappiate che con l'Autorità avete il dovere morale del rispetto in virtù del valore gerarchico. I vostri avi davano la vita in guerra per il Duce e voi starnazzate come papere se dovete fare uno o due adempimenti burocratici! Mi direte: sì ma sono culattoni. E allora? Sono i più forti e hanno ragguinto il vertice della gerarchia, sicuramente anche grazie ad una investitura di tipo divino: credere, obbedire combattere! Se mai un giorno vi imponessero di prenderlo nell'orefizio anale, ricordare che i vostri avi hanno dato la vita per il Duce e a voi è richiesto solo un piccolo orefizio usato in modo alternativo. Il problema piuttosto è il mio che sono vagamente anarcoide... Detto questo, vorrei capire cos'è questo malcontento. E' una roba creata per essere incanalata meglio, come è accaduto con il Movimento Cinque Stelle, oppure è qualcosa di reale e concreto, un cambio di prospettiva sincero che riguarda la gente comune e che rischia di andare fuori controllo per portare qualcosa di nuovo alla nostra società? Non so che dire in proposito. Però so che di tanto in tanto succede che bisogna votare per dire se Ruby Rubacuori è oppure no la nipote di Mubarak. Pare che siano tutti d'accordo e se non lo sei la gente ti guarda in cagnesco come se fossi Celine Dion che si nutre del sangue dei bambini agonizzanti e terrorizzati per promuovere il progetto MkUltra.

Mi raccomando, dai, mi sembra naturale che Ruby sia la nipote di Mubarak!

Poi, ad un certo momento, di punto in bianco si scopre che Ruby non è più la nipote di Mubarak, anzi, lo si è sempre saputo. A questo scopo vorrei raccontarvi una storia di quando facevo le scuole medie.

Racconto calcistico d'infanzia

Quando facevo le scuole medie, diciamo al primo anno, passavo tutti i pomeriggi estivi a giocare a calcio nel campo di fianco alla chiesa. Ora, seguendo le telecronache calcistiche e interpretandole male (o forse interpretandole a vantaggio di taluni in certi frangenti), era venuta fuori una obbrobriosa regola. Cioé: se la squadra avversaria si ferma tutta assieme ritenendo che ci sia un fallo, anche il giocatore in possesso di palla è costretto a fermarsi, sebbene magari sia diretto verso la porta avversaria e non voglia alcun fallo fischiato, nè a favore, nè contro. Se la squadra avversaria invece continua come se nulla fosse, si da il vantaggio. Ho sempre protestato per questa regola: non aveva alcun senso, nemmeno in prima media. Poi un giorno, in terza media, dopo che avevo cambiato un po' il giro, mi ritrovo a giocare con gli amici del campetto dopo tanto tempo. Provo ad applicare la fantomatica regola, fermandomi, e mi becco una pletora di insulti dai miei compagni di squadra. Nel frattempo la regola era scomparsa ma, non avendoli più frequentati, non me n'ero reso conto.

Succede in continuazione

Succede anche al lavoro. Ad esempio ho lavorato per una persona che pensavo avesse problemi psicologici (eufemismo per dire che in ruoli di potere si comportava da pazzo psicopatico) ma dicevano tutti che era un genio. Poi, quando le cose sono cominciate ad andar male, l'hanno trattata tutti come un pazzo psicopatico, al che lui mi confessò “Ma il mondo mi sembra impazzito!”.

Succede, un giorno Ruby è nipote, l'altro giorno non lo è più. Nel frattempo può capitare che anche chi votava che Ruby era nipote sapendo che non era vero, si era convinto strada facendo e ci restava male. Io ci sono rimasto sempre un po' male anche se non mi sono mai convinto. A mio avviso non si dovrebbe nemmeno porre la questione se Ruby sia o meno la nipote di Mubarak (basta consultare l'anagrafe). Tuttavia ho sempre la consapevolezza che un giorno le cose cambieranno. Purtroppo ci sono un paio di fattori che cospirano contro di noi: 1) Non conosciamo i tempi e spesso le cose cambiano senza che ce ne accorgiamo oppure passa troppo tempo prima che si ristabilisca la verità; 2) Nel frattempo sorgono nuove Ruby che richiedono, ahinoi, una nuova presa di posizione.

Spero che la metafora sia chiara. Anzi, no.

 
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from luciobarabesi

Domenica, 14 Novembre 2021, finalmente piove, per la campagna intorno alla città è una vera felicità, spero solo che non faccia come fa' ultimamente dei disastri. Una domenica iniziata pigra e che spero continui così, anche se avrei dovuto andare al mare a Follonica Beach per vedere i lavori in corso nella casina sulla spiaggia, ma con questo tempo farmi i 70 chilometri mi pare veramente troppo. La casina sul mare non è di mia proprietà è di mia moglie e di suo fratello ereditata dal “Professore” ma io la amo molto anzi direi che è l'unica casa che amo, le altre sono abitazioni utili per vivere delle basi dove far crescere figli, andare a lavorare, scocciature e incazzature senza limiti, tasse da pagare. Lei invece ha una storia, un anima ben precisa e racchiude tutta la vita di mio suocero Bernardino Cappelli detto il professore perchè professore lo era davvero. Io l'ho sempre chiamato così Professore, chiamarlo Bernardo mi sembrava una mancanza di rispetto, anche quando mi faceva incazzare e dire delle bestemmie cosmiche.

 
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from Con lo zaino in spalla

Sono forse le mattonelle lucide che decorano le facciate esterne degli edifici, forse i sampietrini di pietra bianca che coprono i marciapiedi e le vie pedonali, forse i saliscendi, forse la presenza del mare. Non so dire cosa costituisca il fascino di Lisbona. Probabilmente una combinazione delle precedenti.

Si vive un ambiente fortemente interculturale, il miscuglio delle città globali. Ho passeggiato tra i vicoli del quartiere bengalese, tra i negozi cinesi, tra i ristorantini economici che offrono il dahl indiano, il kebab turco, il falafel arabo e il taco messicano, simulacri del Sud globale che si affaccia nella privilegiata Europa per mezzo della cultura culinaria. Ho visto gente di ogni colore, ho ascoltato decine di lingue diverse, alcune riconosciute altre no, il portoghese brasiliano, ho osservato un autista di risciò che dominava cinque lingue senza accento mentre parlava ai passanti, e alla fine ha convinto con ottima parlantina una famiglia francofona a fare un giro con lui. Lisbona è bella forse anche perché è relativamente economica, rilassata, ha il fascino della metropoli che fu e che adesso fluttua nell'età contemporanea, ordinata, con i suoi trasporti che funzionano – sembra – abbastanza bene, con una mobilità integrata tra metropolitana, autobus, piste ciclabili e monopattini.

Ho camminato su e giù per la città, stancandomi, giungendo all'improvviso a uno dei tanti belvedere che si aprono su di una valle affollata di case, che a un tratto si separano per permettere l'oceano piatto in lontananza, mentre un cielo fitto di nuvole dipinge scale cromatiche dall'arancione all'azzurro quando il sole si abbassa sul finire del giorno.

Ho visto, un mattino, il sole riflesso sui marciapiedi di pietra bianca bagnati a chiazze da un breve acquazzone d'inizio autunno.

Ho goduto della temperatura perfetta seduto su una panchina in una terrazza che si affacciava sulla città, mentre un musicista in strada offriva melodia con la sua chitarra. Così, per più di un'ora. Perché non c'era motivo di andar via finché quel momento durava.

La bellezza è un alimento dell'anima di cui abbiamo forte bisogno, anche se a volte ce ne dimentichiamo. È alimento perché arricchisce lo spirito e ci dà l'impressione che tutto ha un senso, che in fondo vale davvero la pena perché anche il quotidiano: camminare, guardare, respirare, è estetico.

#Lisbona #Portogallo #bellezza

 
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from Seduto che aspetto

La mia posizione sul GP, facciamo chiarezza

Una compagna con cui ho sempre il piacere di confrontarmi, soprattutto sui punti su cui non siamo d'accordo, mi ha consiglio di fare un bel post chiarificatore sulla mia posizione riguardo il GP perché probabilmente ci sono dei punti non chiari.

Che immenso piacere. Se ci sono dei dubbi è giusto chiarirli perché l'essere sempre chiaro è un mio pallino politico da sempre.

Il dibattito sul GP sfortunatamente in questo paese si ferma a Pro o Contro.

È un problema perché le situazioni non sono o bianche o nere, esistono tante cose da esaminare per dirsi pro o contro una cosa, non si può “ragionare” per partito preso e farlo andare bene in qualsiasi situazione perché tra una situazione e un'altra cambiano un sacco di cose e bisogna ragionarci sopra per evitare di fare dei danni.

La mia posizione sul GP è che il GP è uno #strumento e come ogni strumento nasce neutrale, il suo valore positivo o negativo varia in base a come lo strumento viene utilizzato.

Fino a quando il GP è stato utilizzato per garantire il diritto al lavoro a chi se lo è visto negato a causa della pandemia, come ad esempio i ristoranti, palestre, teatri ecc. e allo stesso tempo stimolare la campagna vaccinale in mancanza di una reale obbligatorietà, ok. A mio avviso qua siamo ancora dentro una situazione accettabile perché il cittadino è libero di scegliere a norma di legge, “l'inganno” sta nel doversi fare un tampone per entrare nei locali ma sinceramente non ci vedo nulla di maligno, anzi, lo stato in questo modo tutela giuridicamente i proprietari o gestori delle strutture e allo stesso tempo stimola la campagna vaccinale mettendo “una tassa” sullo svago che lo stato non è tenuto a garantire come dovrebbe essere se invece si trattasse di un diritto fondamentale. Insomma, lo stato devo stimolare la campagna vaccinale e garantire lavoro a una fetta di popolazione già pesantemente colpita dalla pandemia e dalla stampa che ha venduto quei luoghi di lavoro come i principali luoghi di contagio su non si sa bene quale base scientifica. Ok in questo caso l GP mi garantisce il diritto al lavoro a una grossa fetta di popolazione (tutelando anche su altri aspetti) e intanto mi stimola la campagna vaccinale e il controllo dei non vaccinati. Fino a qui a mio avviso tutto ok. Il GP è uno strumento positivo.

Quando poi la popolazione è già vaccinata praticamente al 80% (aiutata da una campagna mediatica molto aggressiva che ha cominciato a polarizzare le posizioni sul vaccino), utilizzare lo stratagemma dello stimolo alla vaccinazione rendendo obbligatorio il GP sul posto di lavoro, senza che i tamponi vengano garantiti ai lavoratori perché come dice a mio avviso giustamente la CGIL questo rientra sotto la “sicurezza sul lavoro” e quindi non può essere a carico dei lavoratori, allora qua si sta andando verso un uso negativo dello strumento del GP, soprattutto se la pressioni mediatica diventa ancora più forte. Questo perché si sta andando a negare il diritto al lavoro, diritto principale su cui è fondata la nostra Repubblica, in più si fa perdere una lotta di classe ai lavoratori perché in un paese dove gli stipendi sono imbarazzanti e la possibilità di avere dei contratti coerenti con il proprio lavoro vede scaricare la sicurezza sul lavoro sui lavoratori perché altrimenti si fa “un assist ai No-Vax”, facendo così poi si finisce anche per perdere la tracciabilità dei non vaccinati che se non vanno a lavoro non hanno motivo si farsi un tampone se non quando necessario x lo svago (ma succede solo se decidono di svagarsi che è diverso dall'andare a lavoro per necessità). Ecco cosi io credo si sia oltrepassato l'assurdo, se ci mettiamo poi che a Confindustria e amici internazionali che operano nel digitale che durante la pandemia hanno fatto guadagni stratosferici, non gli si fa nemmeno una minima patrimoniale perché altrimenti si arrabbiano, direi che abbiamo un quadro perfetto su come il GP si sia trasformato in uno strumento negativo che punisce la classe lavoratrice.

Se poi vediamo che la durata dello stesso GP viene allungato per motivi burocratici più che scientifici allora credo sia giusto fermarsi a pensare su cosa si sta facendo, che prezzo si sta pagando e se forse è il caso di ripensare alla modalità di utilizzo del GP.

Penso di avere detto ciò che serve se qualcuno ha ancora qualche dubbio sulla mia posizione sul GP mi scriva pure perché nn farò altri post su questo argomento a scanso di novità.

 
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from Con lo zaino in spalla

Arrivo nella seconda città del Portogallo di pomeriggio, con un tipico volo lowcost: vendita a bordo di profumi e gratta & vinci, sedili che non si possono abbassare, aereo al limite della capienza, gente che applaude all'atterraggio, insomma, tutto quello che si addice a un Ryanair.

Giunto a destinazione, l'aeroporto è il non-luogo per eccellenza. Stazione di periferia, forse anche complice il giorno festivo, è un po' tutto chiuso, scarsa segnaletica, nessuno a cui chiedere. Dopo alcuni minuti di perlustrazione (in realtà ci ho messo un po' a capire come uscirne), riesco a trovare la metropolitana, che con calma fiacca mi porta in centro. Pioviggina, vedo la condensa sui miei occhiali appannati, ma nonostante tutto riesco ad arrivare all'ostello. Avevo in mente di uscire a conoscere un po' la città, ma la pioggerellina melanconica mi suggerisce di rimanere al calduccio dietro la finestra della mia stanza, una camerata da 8 persone in cui sembra esserci solo una ragazza, con la quale scambiamo un freddo saluto di circostanza.

Scendo in sala da pranzo deciso a conoscere un po' l'ambiente. Ascolto che al di là della parete, in cucina, qualcuno mette a confronto i supermercati nei paraggi. “Questo è per la gente ricca, io vado sempre all'altro. Ho comprato un sacco di cose con 3 euro”. Ascolto incuriosito, e affamato, perché sono le 5 di pomeriggio e non ho ancora pranzato. Mi intrometto nella discussione e chiedo indicazioni; poi esco, raggiungo il supermercato e faccio incetta di cosette sfiziose e nutritive, tutto rigorosamente vegano. Nella mia spesa spicca una vaschetta da un chilo di kiwi, un pacco di pasta in offerta, anch'esso da chilo, e delle rape rosse già cotte. Torno contento in ostello e seduto in sala da pranzo faccio man bassa dei kiwi con grande soddisfazione.

Accanto a me: un portoghese, un'argentina e un'estone. Parlano di musica, la ragazza estone è musicista. Il portoghese sembra ci stia provando con lei, ma in modo distaccato e poco invadente. La ragazza argentina segue in silenzio la conversazione tra gli altri due. Un po' per curiosità, un po' per nostalgia del continente latinoamericano, attacco bottone. È un'insegnante di inglese di Buenos Aires in fuga dall'inverno dell'emisfero australe. Mi parla dei suoi programmi per i prossimi mesi, dei suoi studenti, delle sue lezioni e di come ama le lezioni a distanza.

Si fa una certa. L'antipasto agrodolce ha fatto il suo corso ed è ora di pensare a qualcosa di più sostanzioso. Scopro che anche il portoghese è vegano e sta per mettersi ai fornelli. Gli propongo di preparare qualcosa insieme e dopo qualche minuto c'è una cipolla affettata vittima del mio coltello e una zucchina anche lei moltiplicatasi in diverse decine di cubetti. L'olio sfrigola. Vi ci cade la cipolla, destinata ad appassire mentre imbiondisce, accompagnata dalla cucurbitacea suddetta e da dei salsicciotti di tofu incredibilmente somiglianti ai vaghi ricordi che ho dei loro omologhi a base di “carne”, tra virgolette. Dopo circa un'ora scoprirò l'ingrediente speciale dei salsicciotti è “l'aroma fumo”, un additivo alimentario molto usato negli insaccati. Ecco perché mi sembrava familiare. Scolo la pasta, servo per due. Buon appetito.

Seduti a tavola la conversazione continua ancora un po', poi prevale il sonno, complice anche il cambio d'orario. Saluto il popolo e mi ritiro tra le mie coperte.

Non ho visto niente di Porto, nell'unico pomeriggio a disposizione per visitare la città, però pazienza, ho trascorso una serata piacevole in cui ho conosciuto diverse persone nuove. Ho anche rimediato un numero di telefono e un invito ad andare in Argentina, il che combacia con i miei programmi.

Il mattino successivo comincia relativamente presto. Colazione a base di mela, biscotti tipici e tè di tiglio, in un ostello silenzioso che dorme ancora. Poi le prime anime cominciano ad apparire. Check-out e via verso la stazione dove devo prendere un autobus per Lisbona. Faccio in tempo a fare una passeggiata, a scattare qualche foto ad una città promettente e sconosciuta, coperta da pesanti nuvole grigie che ogni tanto lasciano cadere qualche scroscio d'acqua. Infine l'autobus arriva. Verde pisello nuovo di zecca. È ora di salire a bordo. Ciao Porto, spero di tornare per conoscerti meglio.

 
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from Seduto che aspetto

La paura di morire come base per un sistema di controllo

Da quando si parla di #GreenPass è nato il movimento contro il green pass. Ci sta.

Il problema di questo movimento è la sua incredibile capacità di darsi in pasto ai giornali, come quando si nomina inutilmente Liliala Segre o ci si veste da prigionieri dei campi di concetramento, cose su cui la stampa mette subito i riflettori, o affrontare il tema dal punto di vista scientifico arrivando a parlare anche di possibili complotti. Inutile, totalmente inutile.

Dentro questo movimento c'è un pò di tutto e quando c'è un pò di tutto c'è anche qualcosa di buono. Ci sono persone che predicano una società diversa, una società più umana e meno tecnica, una società dove la libertà di vivere la propria vita è al centro di tutto. Alcuni di queste persone hanno un notevole seguito e io sono convinto che li ci possiamo trovare tutta quella fetta di elettori che non vota più, non perché gli stiano antipatici i partiti o i politici ma perché questi non hanno nulla da offrire a chi vuole una società diversa.

Si predica la vita per dire che il green pass la limita come limita la #libertà, è un discorso che a mio avviso ha un senso però manca un tassello fondamentale nella narrazione per evitare che tutte queste belle parole perdano di senso, quel tassello è la #morte.

Perché ok che vogliamo vivere e vogliamo farlo da persone libere ma se lo si vuole fare durante una pandemia allora bisogna parlare anche della morte.

Quando si vuole parlare di come il GP sia uno strumento di controllo bisogna capire il perché le persone (la maggioranza) lo ha accettato senza battere ciglio anche quando si sono andati a colpire pesantemente diritti fondamentali come quello del lavoro. Queste persone lo accettano non perché siano contrarie alle libertà e pronte a farsi controllare in tutto quello che fanno ma lo accettano perché le persone hanno #paura di morire e per evitarlo solo disposte a rinunciare alla libertà in cambio della #sicurezza (si dice che chi rinuncia alla prima per la seconda non meriti né l'una né l'altra ma andiamo avanti).

Come si fa a dire che queste persone stanno sbagliando? Come le si può convincere che in nome della sicurezza di vivere stanno rinunciando a altre cose altrettanto importanti come la libertà?

Bisogna smetterla di parlare di libertà se non si vuole cominciare a parlare di morte, di come la si debba accettare e sapete perché? Perché tutte le strade della vita portano lì e nessuno può evitarlo. Nemmeno lo Stato, anche se fa di tutto per far credere alle persone che grazie alla scienza potrà far vivere le persone il più a lungo possibile.

La morte spaventa da sempre le persone e i poteri moderni si sono tutti costruiti sulla morte, come la chiesa cattolica che per prima ha offerto una vita dopo la morte in cambio di comportamenti di un certo tipo durante la vita sulla terra, comportamenti che dettava la religione e chi non li seguiva aveva una vita dannata dopo la morte (cosi chi non aveva paura di morire almeno poteva avere paura di passare un' eternità tra le torture degli inferi) e la teologia era lo strumento che la chiesa utilizzava per giustificare il suo comportamento.

La chiesa cattolica ha dimostrato che sulla morte si può costruire un sistema di controllo molto efficace anche se non ha senso per nessuno temerla, perché tutti moriamo.

Oggi stiamo assistendo a questo, si usa la paura della morte per giustificare tutto ciò che un sistema di potere può fare senza che il popolo si ribelli, quando si ha paura di morire si è disposti a tutto pur di avere la sicurezza che ciò non accada.

Lo stato oggi si fa aiutare dalla #scienza, la chiesa una volta si faceva aiutare dalla teologia. La scienza è la teologia dello stato laico.

Non si può però andare contro la scienza perché al contrario della teologia ha fondamenta concrete, la scienza salva davvero le persone ma adesso che la scienza è lo strumento che ci limita la libertà in nome della sicurezza quindi ci dobbiamo chiedere se ne valga davvero la pena.

Siamo disposti a rinunciare alle nostre libertà per paura di morire?

La morte è un destino che aspetta tutti noi.

La pandemia si può affrontare solo nel modo in cui la stiamo affrontando adesso o sono possibili altre vie come ad esempio una forte critica al sistema capitalista estrattivo che sta distruggendo il nostro pianeta? Sistema che molti del movimento no green pass criticano da molto prima dell' avvento del green pass anche se con termini non marxisti.

Siamo davvero disposti a rinunciare alla libertà e alla #lotta per un mondo più giusto in nome della scienza che ci assicura di farci vivere? Vivere per cosa poi? Per stare in un sistema dove il controllo delle persone avviene regolarmente in favore del dio mercato e non abbiamo altre prospettive che lavorare tutta la vita cercando di difendere quel poco che riusciamo a costruire e che basta una folata di vento per rendere tutto precario se non proprio per perderlo?

Trovo assolutamente inutile vedere il movimento contro il GP toccare argomenti come i campi di concentramento in nome di un nazismo che nessuno può vedere fuori dalla propria porta come un tempo, trovo inutile dire alle persone che si vaccinano che sono delle pecore e trovo ancora più inutile dire che dietro a tutto questo c'è un disegno ben preciso che ci porterà lungo la via della società del controllo. Il controllo del futuro non è non sarà mai (o almeno ancora per molto tempo) realmente percepito dalle persone quindi non ci crederanno mai. Guardate cosa succede con il controllo digitale, vedete rivolte? io no. Vedo forse il 10% della popolazione che prova a fare resistenza, come con il GP.

Per predicare oggi la lotta bisogna andare a toccare il tassello principale su cui si è costruito tutto questo castello del GP e cioè la paura di morire.

Si muore signore e signori, si muore tutti anche i più ricchi, i più potenti e i più sani. La domanda che tutti ci dovremmo fare è: Per paura di morire siamo tutti disposti a farci controllare e a sacrificare su l'altare della sanità il diritto al lavoro e tanti altri che potrebbero venire a mancare in futuro?

Chi predica la lotta di oggi, chi predica una società diversa da quella che si sta costruendo, dovrebbe mettere al centro dei discorsi la paura di morire delle persone in questo momento, perché la paura di perdere ciò che si ha è il più grande freno dell'evoluzione sociale, Bakunin lo diceva dentro il suo libro “Stato e Anarchia” per quanto riguardava l'invasione tedesca della Francia e l'immobilismo del popolo più rivoluzionario del mondo.

Quindi quello che voglio dire a chi predica una società diversa è che se volete riuscirci dovete mettere al primo punto di ogni dibattito questa domanda: La paura di morire vale veramente il prezzo della vostra libertà cosi da poter continuare a vivere in questa società?

Io credo di no.

 
Continua...