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from Draw an Owl

It could happen. One morning you wake up like every other morning in your life, but you discover that everything has changed. You became a giant and horrible cockroach and nobody wants to have anything to do with you anymore. Nobody wants to talk to you, nobody wants to see you. Your mother doesn’t recognize you. You’re horrible. Everything you believed in was wrong, or maybe you were the only one to believe that you were doing the right thing, trying to help your friends and family. That was just an illusion, you have to wake up and live your life. Humanity can be cruel.

(*Some lines about Kafka's Metamorphosis)

 
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from ⓐⓡⓣⓔⓢⓤⓞⓝⓞ

Joni Mitchell è la compagna musicale fin dalla mia adolescenza. Era nel ’74, che io allora quindicenne, grazie a Carlo Massarini e ai programmi radiofonici serali della radiorai, ascoltai Blue, da quella volta non la persi più di vista

Ogni qualvolta ascoltavo questo disco eseguivo quasi un rito; lentamente prendevo il vinile, come fosse un oggetto di culto, lo mettevo sul giradischi come pesasse dieci chili, e al rallentatore appoggiavo il pick-up nei suoi solchi, quasi a non volerlo consumare.

Ricordi, sono ricordi ancora presenti nella mia mente, che però non rimangono solo tali, ma anzi rafforzano il mio presente.

Le dieci canzoni di Blue sono dei veri e propri autoritratti, sono racconti quotidiani in forma di canzoni. Esprimono i suoi sentimenti, il suo spirito tormentato, il suo punto di vista tipicamente femminile sulle contraddizioni dell’animo umano. Un disco intimo come le pagine di un diario, sono pensieri e appunti racchiusi in un taccuino di viaggio sulla poesia e sulla quotidianità che sta attorno a lei.

Mai, come in questo album, Joni riesce a fondere la sua vera grande passione (la pittura) e il suo talento naturale (la musica) diventando un’unica e inimitabile arte. Tanto che, per la prima volta, non ha bisogno di usare un suo dipinto per illustrare la copertina dell’album.

Musicalmente, i brani sono arrangiati in modo scarno ma raffinato, chitarra acustica e pianoforte sono quasi sempre l’unico accompagnamento sonoro alla sua melodiosa voce, voce che a volte è fragile, appena percettibile e subito un secondo dopo forte e squillante, ma pronta a gettarsi a capofitto in vocalizzi straordinariamente dolci e sofferti.

Le soluzioni ritmiche non sono mai scontate e, planando su un pop dolce e sottile, regalano passaggi deliziosi.

Blue è un disco magico, è una creazione poetica è un disco da consumare.

#musica #recensioni #artesuono #musicasb #recensionisb #artesuonosb

 
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from Margini

Colonna sonora del terzo episodio: Lucio Dalla, Anna e Marco

Non ho ancora detto il mio nome: Anna. Così ci rendiamo meglio conto dell’ironia. Anna e Marco, come nella canzone, non fosse che abbiamo quarant’anni di troppo e non siamo più ragazzini di periferia che sognano la loro improbabile commedia americana. Non lo siamo mai stati, ma alla fine ognuno il passato se lo racconta come gli pare, e va bene così.

Piano piano la manovra si fa più avvolgente. Marco parte all’attacco. Se prima le conversazioni private su Messenger si avviavano in modo casuale, da un certo momento in poi arrivano con regolarità cronometrica il buongiorno con cuore e la buonanotte con dedica musicale.

Io, lo confesso, sono perplessa. Che fa, sta flirtando? Con me? Ma è sicuro? Come cazzo faccio? Rispondo, non rispondo? Mando il cuore? O una faccina che ride? Il codice delle emoji ha le sue regole, ma io non sono mica sicura di conoscerle. Opto, a volte, per il bacio, a volte per il sorriso, a volte per la faccina timida, ma ci penso troppo: il tempo che passa fra visualizzazione e risposta denuncia tutto il mio imbarazzo.

Parliamoci chiaro. Rispondergli picche mi dispiace, mi sono affezionata. Se i messaggi ritardano, mi preoccupo. Mi dico: sta scherzando, non ci sta davvero provando, sono solo strizzatine d’occhio fra vecchi compagni di gioco. Magari sto fraintendendo e se faccio la sostenuta non mi dimostro spiritosa come lui crede che io sia. Magari. Ma poi, da un altro punto di vista, sono pure lusingata. Sarà vero che non sono poi da buttare via? MI fisso allo specchio con uno sguardo più indulgente. Di fronte, di profilo. Eh, via, sono sempre passabile, ammettiamolo, la pancetta post menopausa non si nota poi così tanto, le tette ancora non sono crollate, non del tutto almeno. Uhm. MI sforzo di guardarmi con i suoi occhi. Dai, c’è di peggio. E poi ho personalità, no? Eccerto. Mica sono una sciacquina qualsiasi. Non può essere che ci stia provando giusto per aggiungere un’altra tacca alla pistola. Noi parliamo di musica, di libri, di film, di politica e amministriamo insieme un nutrito gruppo facebook. Dai, non sono una da una botta e via. Non sono… sì, ma cosa sono in realtà?

Questa è una bella domanda. Ho le idee confuse. Non si parla più di zitelle attempate, ora ci chiamano, più elegantemente, single. Ma sotto sotto, quello siamo, agli occhi altrui, lo sappiamo bene: e dunque invisibili. I nostri coetanei guardano a quelle giovani. I giovani, ovviamente, guardano alle coetanee. Culi sodi, polpacci torniti, cosce toniche, ventri levigati, tette ritte, bocche tumide. I nostri culi non sono più così saldi, le gambe hanno qualche capillare di troppo, qualche filo di cellulite, i seni cedono, le labbra si assottigliano. Creme, palestra, dieta fanno il possibile, ma il tempo è il tempo, e ci passa addosso, più lieve forse, se prendiamo qualche contromisura, con la violenza di un mezzo pesante se non ci ripariamo a dovere. Dalla mia ho un certo vantaggio genetico, mi dicono che non dimostro gli anni che ho. Forse è vero che sembro più giovane, ma di quanto? E poi sarà vero, o certe cose si dicono solo per educazione?

Ma tutto questo lo sto pensando ora. Nel momento in cui il nostro affaire si avvia, non sono così impietosa. C’è un fatto: un amico, presumibilmente sincero e senza cattive intenzioni, che mi… corteggia. Gesù, qualcuno mi sta corteggiando. Non sono così sicura che la parola vada ancora di moda, ma non mi viene in mente altro. E, guarda guarda, potrei pure convincermi che culi, cosce e tette non contino poi così tanto: se qualcuno mi sta corteggiando, magari è interessato alla mia sottile intelligenza, al mio spirito acuto, al mio fascino maturo, al mio moderato anticonformismo. Uh uh uh!

Poi, prevedibile, l’accelerazione. (continua) Anna e Marco

 
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from Dispensa

Questo è il testo della lettera che il cosmonauta russo Yuri Gagarin scrisse alla moglie Valentina ed alle sue due figlie, alla vigilia del primo viaggio dell’uomo nello spazio. Sapeva che stava per affrontare una prova molto rischiosa.

«Salve, mie care ed amatissime Valečka, Lenočka e Galočka! () Ho deciso di scrivervi qualche riga, per condividere con voi la gioia e la felicità che ho provato oggi. Oggi la commissione governativa ha deciso che sarò io il primo uomo ad andare nello spazio. Sapessi, cara Valjuša (), come ne sono felice, e vorrei che anche voi lo foste insieme con me. Hanno affidato ad una persona comune come me un compito di così grande importanza per il nostro Paese: tracciare la prima strada nello spazio! Si può sognare qualcosa di più grande? Questo rappresenta una nuova era!

Devo partire tra un giorno. Durante questo periodo voi starete facendo le vostre cose di sempre. Ho un grosso fardello sulle spalle. Avrei voluto restare prima un po’ con voi, parlare un po’ con te, ma ahimè è tardi. Tuttavia, io vi sento sempre vicini, qui con me. Ho piena fiducia nella tecnica: la navetta è ben collaudata, sicuramente non succederà nulla. Però capita a volte che l’uomo scivoli su una strada liscia e si rompa l’osso del collo. Può essere che anche nel mio caso possa accadermi qualcosa, ma io non credo che succederà. Se però dovesse accadere, vi chiedo, e soprattutto lo chiedo a te, Valjuša, di non farvi sopraffare dal dolore. Fa parte della vita, e nessuno può essere sicuro che domani non sarà investito per strada da una macchina. Prenditi cura delle nostre bambine, amale come le amo io. Educale in modo che non diventino delle scansafatiche o delle viziate, ma delle persone vere che non abbiano paura di affrontare i momenti duri della vita. Fai di loro delle persone degne di questo nuovo sistema sociale, il comunismo. In questo ti aiuterà lo Stato. Vivi la tua vita secondo coscienza, ed agisci come riterrai opportuno fare.

Non ti lascio alcun obbligo, e non ho il diritto di farlo. La lettera sta assumendo un tono un po’ troppo triste, quasi da lutto… ma no, dai, non andrà così. Spero che non vedrai mai questa lettera, e che mi vergognerò con me stesso per questo momento di debolezza passeggera. Ma se dovesse succedermi qualcosa, tu devi sapere tutto, fino alla fine. Ho vissuto la mia vita onestamente, sono sempre stato sincero ed ho fatto del bene alle persone, anche se non è stato tanto. Una volta, da piccolo, lessi le parole di V. P. Čkalov: “Se devo esserci, devo essere il primo”. Ecco, cercherò di pensarla come lui, e lo farò fino alla fine. Valečka, voglio dedicare questo volo a tutte le persone che fanno parte di questo nuovo sistema sociale, il comunismo, a cui noi abbiamo già aderito, e voglio dedicarlo anche alla nostra grande Patria ed alla nostra scienza. Spero che tra qualche giorno saremo ancora insieme e saremo felici.

Valečka, non dimenticare i miei genitori; se ne avrai la possibilità, aiutali. Manda loro un grande saluto da parte mia. Che mi perdonino per il fatto che non sanno di tutto questo, non ho potuto farglielo sapere. Beh, è tutto. Arrivederci, miei cari. Vi abbraccio forte forte e vi mando un bacio.

Un caro saluto. Il vostro papà, Yura» 10/04/1961

Valentina Ivanovna lesse questa lettera solo 7 anni dopo, alla scomparsa del marito avvenuta nell’incidente aereo del 27 marzo 1968.

(*) Valečka, Lenočka e Galočka sono dei diminutivi dei nomi russi Valentina, Elena e Galina. Valjuša è un altro diminutivo di Valentina. Yura è il diminuitivo di Yuri (N.d.T.)

Traduzione di Marco Massacesi #Divita

 
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from ⓐⓡⓣⓔⓢⓤⓞⓝⓞ

Dopo le sue due ultime produzioni del 2011 e 2012, non troppo entusiasmanti, Ry Cooder ritorna nella scena musicale con “The Prodigal Son” e questa volta convince. A differenza dei sopra citati, marcatamente fusi con suoni folk, blues e roots, questo “Prodigal Son” lo riporta all’inizio della sua carriera quando registrava vecchi brani blues, gospel, folk e swing.

Co-prodotto con il figlio Joachim — che contribuisce anche alla batteria e alle percussioni — Cooder prende il controllo; suona chitarre, basso, banjo, mandolino e tastiere in un programma di otto cover e tre brani originali raffinati.
Prodigal Son è un disco fortemente legato alla musica religiosa, suonato e registrato da un non religioso. Cooder le considera canzoni gospel, proprio per il loro potere di trasmettere un messaggio diretto a chi le ascolta. La cosa più importante del gospel è di dare forza alla gente, di fare da collante tra ascoltatore ed esecutore.

Il disco si apre con una versione intima del brano gospel del 1950 di Pilgrim Travellers “Straight Street”. Con banjo e mandolino sostenuti dai suoi riempimenti di chitarra elettrica e il rullante di Joachim. Cooder non ha bisogno di testimoniare vocalmente, sono i testi e la sua chitarra a farlo. “Shrinking Man” è un brano originale pieno di metafora commovente, blues, country e “stomp”, consegnato in stile elettrico. L’originale “Gentrification” offre un suono “mordace” adornato con strati di chitarre acustiche ed elettriche suonate in stile hippy nigeriano con kalimba, campane e fischietti; i suoi testi umoristici sono pieni di verità. Le letture di Cooder di Blind Willie Johnson “Everybody ought to treat a stranger right” e “Nobody’s fault but mine” risuonano di convinzione e determinazione grintosa. L’inno di Alfred Reed “You Must Unload” include il defunto Robert Francis Commagere al basso e Aubrey Haynie al violino. La title track “Prodigal Son” è un brano tradizionale. Cooder lo “sporca” con un suono elettrico e country — completando l’omaggio alla leggenda del country Ralph Mooney che suona la chitarra elettrica.

Il Banjo, mandolino e rullanti creano la cornice ideale per lo stridente “I’ll Be Rested When the Roll Is Called” di Blind Roosevelt Graves, mentre “Harbour of Love” di Carter Stanley è stato ricontestualizzato come una melodia delicatamente soul, pittorica, country-gospel. “Jesus and Woody” di Cooder è una tenera allegoria cantata dal punto di vista di un ex che chiede al leggendario cantante di sedersi e giocare per lui mentre riflette sul peccato, sul fascismo e sul sogno di un mondo migliore. Per finire il disco, Cooder ha un altro brano da consegnare nel tradizionale stomper ed è in “In His Care”, che ritmi incrociati e un pungente gospel incontrano le radici ribelli del rock and roll.

Gli undici brani che riempiono questo ultimo lavoro di Cooder ancora una volta riflettevano un passato musicale come illumina il presente storico. La sua dipendenza dal vangelo qui riflette il suo impegno per l’uguaglianza. “Prodigal Son” è ancora un altro atto intenzionale da parte di uno dei più grandi guardiani e fornitori della musica americana. Nella sua venatura, il piacere estetico e la volontà di giustizia dialogano e alla fine convincono il resto di noi ad agire.

#musica #recensioni #artesuono #musicasb #recensionisb #artesuonosb

 
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Si dovrebbe trascorrere ogni giorno emozionandosi almeno un po’, cercando la bellezza nei fiori, nella poesia, nella musica, parlando con gli animali,  con i vecchi.

Bisognerebbe capire che la vita senza emozioni conta poco, che le emozioni sono la parte migliore della nostra quotidianità, che danno un senso alla vita.

Converrebbe imparare che solo una vita vissuta così è una vita che è valsa la pena di vivere. E alla fine dei nostri giorni i rimorsi non avranno avuto spazio.

#DintorniSB #ScrittiSB #PensieriSB #RiflessioniSB

 
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from Dispensa

In Colorado c’è un uomo che è a dir poco infastidito dal rumore degli aerei che arrivano e partono dall’aeroporto di Denver, a una cinquantina di chilometri da casa sua. Fino a che punto lo irritano, esattamente? Secondo un recente studio, nel 2015 ha mandato 3.555 dei 4.870 reclami ricevuti dall’aeroporto. E non è un caso unico. Cinque persone hanno mandato il 61 per cento dei reclami all’aeroporto di Portland, e a Washington “due persone che abitano nella stessa casa” in un anno hanno inviato 6.852 lettere di protesta all’aeroporto nazionale Ronald Reagan (a proposito del rumore, intendo. Lo studio non fa parola di quanti si sono lamentati perché è stato dedicato a Reagan).

Essendo io stesso un habitué dei reclami ufficiali, confesso di provare una certa ammirazione per queste persone. Sì, lo so che una delle caratteristiche fondamentali della follia è ripetere sempre la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso. Però rispetto la loro sfida cosmica. Il mondo è assurdo e irritante, ma almeno qualcuno ha abbastanza rispetto per se stesso per continuare a protestare contro questa realtà.

Non che questo lo renda più felice. I risultati della ricerca dimostrano che l’irritazione e le lamentele si autoalimentano. Obiettare a qualcosa che non possiamo controllare provoca una momentanea sensazione di catarsi, ma in genere peggiora le cose, aumentando l’attenzione che dedichiamo a quel problema, il che lo rende ancora più invadente. Finiamo per avere una percezione più acuta del rumore successivo e per irritarci ancora di più quando arriva.

La vita può essere meravigliosa, orribile o una via di mezzo, ma in sottofondo c’è sempre qualcosa che non va

Siamo stressati anche quando il rumore non c’è, perché rimaniamo in tensione, aspettando che il silenzio sia interrotto. A quel punto è comprensibile che i reclami diventino centinaia: lamentarsi alimenta l’irritazione. È più facile rendercene conto se pensiamo a questi piccoli fastidi come difficoltà che incontriamo in un rapporto, in questo caso si tratta del nostro rapporto con l’ambiente. Inveire contro queste cose è come disamorarsi del proprio partner e continuare a litigare senza scopo. È mai servito a qualcosa?

Come al solito, i buddisti l’hanno capito prima di noi. La “prima nobile verità” del buddismo spesso è resa con l’espressione “la vita è sofferenza”, ma questa traduzione è un po’ troppo melodrammatica, fa pensare a una continua agonia, mentre in realtà per la maggior parte di noi, grazie al cielo, non è sempre così. La parola usata nella lingua originale, dukka, significa qualcosa che si avvicina di più a “non appagamento”. La vita può essere meravigliosa, orribile o una via di mezzo, ma in sottofondo c’è sempre qualcosa che non va: o quello che sta succedendo è spiacevole oppure è piacevole ma sappiamo che prima o poi finirà. Quelli che si lamentano del rumore degli aerei sono immersi fino al collo nel dukka, sono infelici quando passa un aereo e infelici quando non passa, perché sanno che quel silenzio non durerà.

Una delle grandi intuizioni del buddismo è che l’insoddisfazione non deriva dalle situazioni stesse, ma dal modo in cui pensiamo di raggiungere la felicità: cercando le situazioni giuste e sperando che durino per sempre. È una ricerca destinata a fallire, perché niente dura per sempre. Gli aerei vanno e vengono, e si può essere felici solo non facendoci caso. Anche se penso che Budda deve aver fatto un’eccezione per “l’allegro cinguettio” della suoneria del Samsung. Quello è veramente insopportabile.

di Oliver Burkeman, The Guardian, Regno Unito – (Traduzione di Bruna Tortorella) #Divita

 
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Settanta minuti su settanta senza nessuna caduta, la Williams ha fatto tredici! Tredici pezzi uno più bello dell’altro, senza noia, senza discontinuità. Un disco suggestivo, profondo.

West, nono album della rock-writer di Lake Charles che questa volta sceglie Hal Wilner come coproduttore (Elvis Costello, Lou Reed, Bill Frisell) e una serie di musicisti famosi, dall’eclettico Bill Frisell al superprofessionale Jim Keltner (batterista), dal bassista di Dylan Tony Garnier al Jayhawk Gary Louris senza contare il fido chitarrista Doug Petibone e gente sconosciuta ma brava come il violinista Jemmy Scheinmann e il tastierista Rob Burger entrambi fondamentali nel creare un suono più “orizzontale” e meglio arrangiato.

Il disco sembra possedere una struttura circolare come se l’artista passasse attraverso una metamorfosi. Inizia lento e quasi assonnato, le liriche sono introspettive, alcune come Mama You Sweet e Fancy Funeral evocative e tristi poi ad un certo punto, enfatizzata da un violino che è una morsa al cuore la Williams si ritrova a chiedersi Where Is My Love? e in questa compassionevole richiesta d’aiuto c’è uno dei temi del disco ovvero dov’è finito l’amore dopo tante perdite e tanto lutto.

West nasce difatti dalla disillusione di un amore andato a rotoli, una relazione importante finita e dal dolore della morte della madre. Eventi cupi che sono stati metabolizzati dall’artista in un lavoro che qualcuno potrebbe definire catartico se non addirittura liberatorio. Brani come Fancy Funeral, Everything Has Changed, Learning How To Live e Mama You Sweet prendono spunto dagli eventi successi nella vita della Williams ma non si compiacciono del proprio dolore, riescono a mettere perfino ironia e un certo sarcasmo nella loro drammaticità, sono spesso ballate gentili che nella loro complessità emotiva trasmettono forza, senso della vita.

Poi a cominciare da Come On il disco prende una piega più esplicita e il lavoro di Hal Willner fa sentire il suo peso.
È un susseguirsi di grandi emozioni e grande musica, Come On sa di Positively 4th Street, Rescue ruota attorno alla voce addolorata della Williams, ad un contrabbasso che pulsa come una vena e a suoni che escono dalla notte più profonda e scura, What If è roba divina che non si può commentare, Wrap My Head Around If è nelle sue sincopate cadenze ritmiche la traccia più sperimentale del disco con la chitarra eclettica di Bill Frisell a dettare pause e dinamiche.

Chiudono un disco molto lungo (69 minuti) Words, ballata la cui fisarmonica evoca la natia Louisiana e West, brano che nella sua innocente e forse un po’ ironica esortazione di andare a ovest per “vedere come bello potrebbe essere vivere e amarsi” completa la metamorfosi iniziata con la domanda Are You Alright? primo brano di un disco che se non è un capolavoro poco ci manca.

Anche se i testi introspettivi parlano di “perdite”, perdita di un amore, perdita della madre, perdita di affetti, la Williams non si perde d’animo, i suoi brani diventano un canto liberatorio e fa trasparire anche su delle liriche tristi e drammatiche, un suono emotivo carico di forza, di ottimismo e di speranza. Quest’opera musicale è un susseguirsi di grandi ballate cariche di grandi emozioni, di grande musica. Ascoltare per credere.

#musica #recensioni #artesuono #musicasb #recensionisb #artesuonosb

 
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Ci sono persone che ti piacciono perché le stimi, altre perché sono intelligenti, altre perché sono belle. Ci sono quelle di cui apprezzi l’ironia, la spontaneità, il coraggio. Ci sono quelle che ti stupiscono con un gesto, quelle su cui puoi contare sempre, quelle che ti insegnano qualcosa. Ci sono persone che ti piacciono per come si muovono, per il tono della voce, perché sanno raccontare le cose. Ci sono quelle che ti conquistano con la determinazione, con la bontà, con il talento. Ci sono esseri umani che ti fanno commuovere, che ti illuminano, che hanno il tuo stesso sangue. Ci sono gli amici che scegli, quelli che ti deludono e perdoni, quelli grazie ai quali cambi, quelli per cui non cambi mai. Ci sono persone che ti convincono, che ti sorprendono, che ti affascinano. E poi ci sono le persone che senti. E non necessariamente sono queste cose, forse ne sono alcune, a volte nessuna. Magari non sono perfette, non sono infallibili e sbagliano tutto. Eppure sono le persone che senti. Quelle che sembra che qualcuno vi abbia sintonizzato sulla stessa frequenza radio in un tempo in cui la radio non esisteva ancora.

#DintorniSB #ScrittiSB #PensieriSB #RiflessioniSB

 
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from Dispensa

Corsi e ricorsi storici. Ecco per dire…

  1. Principio della semplificazione e del nemico unico. E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

  2. Principio del metodo del contagio. Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

  3. Principio della trasposizione. Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.

  4. Principio dell’esagerazione e del travisamento. Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.

  5. Principio della volgarizzazione. Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.

  6. Principio di orchestrazione. La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

  7. Principio del continuo rinnovamento. Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.

  8. Principio della verosimiglianza. Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.

  9. Principio del silenziamento. Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.

  10. Principio della trasfusione. Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali. Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.

  11. Principio dell’unanimità. Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Fonte: https://www.lasinistraquotidiana.it/ #Dipolitica

 
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from ⓐⓡⓣⓔⓢⓤⓞⓝⓞ

Questo secondo disco dei tre fratelli canadesi Timmins; Margo alla voce, Peter alla batteria, John alla chitarra, più A. Anton al basso e J.Bird al mandolino e armonica, resta senza dubbio il disco più bello e suggestivo che abbiano inciso.

The trinity session è inciso dal vivo, in presa diretta, in una chiesa di Toronto (Holy Trinity) nel novembre del ’87. La principale peculiarità che il disco riesce a trasmettere è l’atmosfera tenue e rarefatta. Il suono prodotto è esclusivamente acustico, gli strumenti; chitarre, steel guitar, armonica, violino e fisarmonica, la voce quasi flebile di Margo (è una donna) fanno di quest’album un’opera splendida, da avere nella nostra raccolta musicale.

Il primo brano “Minin for gold” crea subito una atmosfera magica, che già ci fa capire con che “genere” musicale abbiamo a che fare. Il secondo “Misguided angel” leggermente più country, ma molto personale, con armonica in evidenza, comincia già a farci “scaldare”. A seguire la famosa “Blu moon” famosa cover, eseguita in maniera originalissima, non ci fa rimpiangere l’originale versione. I don’t get it” prosegue con questo suono magico per poi farci sentire “I so lonesome” di Hank Williams, splendida versione, malinconica e ancora una volta originale. Il sesto brano “To love is to bury” ci rende ormai conto che questo è un album innovativo. “200 more miles” è una ballata sempre sullo stile country/cowboy junkies, si perché ormai a questo punto si può già parlare di “marchio” C.J. L’ottavo pezzo rende omaggio a Patsy Cline, ma è con Sweet Jane che i cowboy raggiungono l’apice in questo disco. Questa versione acustica è unica per la suggestione che crea, la miglior versione che sia mai stata fatta (anche lo stesso Lou Reed lo dichiarerà), con questo brano la band dimostra che ormai e definitivamente una band di valore. Chiudono l’album altri due brani, rispettivamente; Postcard blues e Walking after midnight, che si mantengono nell’ordine di idee delle precedenti e quindi ancora due brani sussurrati e notturni (dichiarerà Margo, che la loro musica è da ascoltarsi alle tre di mattina).

Conclusione: Trinity Sessions è un album “diverso”, una raccolta di ballate sussurrate e atmosferiche. Ciò che rende unici i loro brani è che vengono rallentati quasi fino all’osso, soffocati impreziositi e snaturati. Ed è questo che ne fa di loro un marchio di fabbrica.

#musica #recensioni #artesuono #musicasb #recensionisb #artesuonosb

 
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from Draw an Owl

Credit: Google

I wrote this post in September 2015 when there was great excitement for the possible discovery of flowing water on the martian surface. The mentioned study was updated in 2017 and can be found here: Recurring Martian Streaks: Flowing Sand, Not Water?

Right now, in September 2021, the Ingenuity helicopter is sending new images from the surface.

*It’s interesting to think ***how fast our understanding of Mars is changing.

Mars in popular culture

How has our perception of astronomy changed through the centuries? How did great scientists communicate their discoveries?

And how did they explain their findings to the general public?

Did politics, religion, and gender influence their argumentations? And how did the media and the public change?

Nowadays, it’s easy to get information from traditional and new media. Fortunately, NASA press releases and scientific and general journals are easily accessible through the internet.

The recent discovery of liquid water on Mars became viral on Facebook and Twitter, and it was immediately published in every newspaper in the world.

Mars has been part of our imagination for centuries. Thanks to scientists like Lowell and Schiaparelli, who wrote several articles and books, the Red Planet became a popular discussion argument. Welles narrated the invasion from Mars, and finally, in recent days, Mars has been the target of rover missions, and it will be the target for future human-crewed missions.

Unless you were too busy, you’ve noticed the recent discovery of water on Mars. Google has also celebrated it with a doodle!

Back to the future

And, now, what is that Schiaparelli has seen on Mars? Many readers will probably at once answer “canals”, from the fame of “Schiaparelli’s canals” has become widespread, and that very word has, perhaps, done as much as anything to foster incredulity in regard to these discoveries. It is true that Schiaparelli himself suggested the name canals to describe the strange lines that he found traversing the continents of Mars, and forming, as it were, a network of intercommunication between its seas; but, at the same time, he indicated that that name was simply to be taken, for lack of a better, as descriptive of their general appearance, and not as implying that they were canals in our sense of the word. Of course, the term was at once restricted, in popular acceptations, to its terrestrial sense, and there have not been wanting speculations about the engineers who constructed those wonderful canals on Mars!

Garrett P. Serviss, Popular Science, May 1890, page 46

Everything started with Schiaparelli. The Italian scientist studied astronomy in Berlin at one of the most vibrant universities during the 1800s. His mentor in Berlin was Johann Franz Encke, who studied mathematics and astronomy in Gottingen under Carl Friedrich Gauss.

Schiaparelli worked on binary stars, discovered an asteroid, and demonstrated that Perseid and Leonid meteor showers were associated with comets.

But it’s when he “discovered” canals on Mars that he opened a whole new scenario for science and fiction. Its book, “La vita su Marte” (Life on Mars), summarized all his observations and speculations on the argument.

First observations made by Schiaparelli influenced the work of Lowell, who spent his life trying to map those mysterious structures he observed on the surface of Mars.

Of course, there are no canals on Mars. Today, we are pretty sure that no alien engineer built such structures. But this was true even back in the 1890s! Even if Schiaparelli himself didn’t mean canal in “our sense of the word,” and the astronomer Garrett P. Serviss wrote an excellent explanation about this question, Mars canals influenced popular culture and science fiction for years.

In 1898, Martians tried to escape their dying planet by invading Earth, but, fortunately, it was just a book by H. G. Wells.

A radio adaptation by Orson Welles in 1938 caused panic among spectators in New York. People ran into the streets and believed that little aliens from the Red Planet landed on the Earth to stay.

Orson Welles said that nobody connected to the broadcast thought that there would have been such a reaction among the public.

Science is a slow process, it goes by tiny steps, and new theories need time to be accepted by the general public.

This aspect hasn’t changed since the end of the 1800s. Of course, Lowell was wrong, but his work gave the input for an extraordinary and romantic journey.

Epilogue: Water on Pyroeis

We know that liquid water is fundamental for life. Life needs a source of energy, like the sun, nutrients, and finally, liquid water.

We have always been wondering about the presence of water on Mars. From our missions to the red planet, we know that Mars was warmer and covered with oceans and rivers millions of years ago. The particular geology of the surface and the presence of some rocks that form only in the presence of liquid water suggest this hypothesis. What happened then? Water evaporated and went into space due to a thinner atmosphere and less gravity: Mars is smaller than the Earth, and size matters.

We already know that significant water deposits are trapped in the ice caps at the north and south poles of the planet. These deposits are 3 kilometers tick and, if melted, could cover the surface with 5 meters of flowing water.

The news that we were waiting for finally arrived, NASA confirmed the presence of liquid water.

The research was published on Nature Geoscience on the 28 of September. The High-Resolution Imaging Science Experiment (HiRISE) camera aboard the Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) took photos of dark streaks that appear only when the temperature is warmer and disappear during cold weather.

The spectral analysis conducted by the project researchers showed that these streaks are caused by salty liquid water. Something similar to what happens on our planet when we throw salt on icy roads during winter.

This research could give us the chance to understand Mars geology better, make us wonder about the presence of more water under the surface, and give us the hope of finding traces of life.

Recurring slope lineae flowing downhill on Mars. These narrow, dark streaks have been formed by contemporary flowing water. Credits: NASA/JPL/University of Arizona

Resources:

Spectral evidence for hydrated salts in recurring slope lineae on Mars — Nature Geoscience

Water on Mars: Exploration & Evidence — Space.com

NASA Confirms Evidence That Liquid Water Flows on Today’s Mars — NASA

Water on Mars: Nasa faces contamination dilemma over future investigations — The Guardian

Is there life on Mars? We’re finally starting to wonder again — The Guardian

Recurring Martian Streaks: Flowing Sand, Not Water? — NASA

NASA’s Ingenuity Helicopter Captures a Mars Rock Feature in 3D — NASA

 
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from Dispensa

“Se non possiamo cambiare il mondo, possiamo far sì che la nostra condotta umana possa navigare oltre l’egoismo, riservando un pezzo di felicità. Non è un’utopia inarrivabile, ma una cosa possibile”. Jose ‘Pepe’ Mujica, presidente emerito dell’Uruguay torna in Italia per promuovere il libro “Una pecora nera arriva al potere” e incanta tutti con il suo discorso da “rivoluzionario tranquillo”.

“Non sprecate la vita nel consumismo, trovate il tempo di vivere per essere felici. Si è liberi quando si fa qualcosa che piace e che dà soddisfazione”, ha detto agli studenti che l’hanno incontrato a Roma nei giorni scorsi.

Ottantuno anni, personalità apprezzata in tutto il mondo anche per aver rinunciato all’epoca della presidenza, al 90% del suo stipendio continuando a vivere nella sua fattoria, da anni viene definito come il teorico della felicità che ha cambiato il paese uruguayano.

Un lungo discorso sul capitalismo, sulla cultura e sulla libertà ma non “un’apologia della povertà o del vivere sotto una capanna, ma un monito al non essere così stupidi da trasformare il tempo della nostra vita in un inutile mercatino e a riservarci lo spazio per la disperata lotta per la felicità umana”.

#Divita

 
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Prefazione — Disco considerato come uno dei massimi capolavori non solo della musica italiana, ma della musica tutta. Attribuire questo disco a De Andrè è un po’ limitativo visto che l’apporto musicale di Pagani è non solo determinante ma in egual misura direi anche “sonoramente marcante”. Ammetto di averlo ascoltato fino quasi alla nausea (che non mi è mai venuta), assaporandolo in ogni sua minima sfumatura, nei suoni e nei testi, cercando di cogliere il significato più profondo che i due musicisti hanno voluto esprimere. Proprio per questo l’articolo è più lungo e dettagliato.

Il disco — Un disco italiano ma non in italiano, anzi in genovese antico. L’album infatti nasce dall’incontro tra De Andrè e Mario Pagani, uno dei maggiori musicisti italiani. L’idea è stata quella di concepire un album “mediterraneo” nell’origine, andando a pescare in giro per il bacino del nostro mare gli strumenti che le civiltà dall’origine avevano tramandato.

La malinconia che mi avvolge, quando ascolto la voce di Fabrizio De Andrè, è ancora tanta. Malinconia e senso di vuoto. Creuza de ma è uno dei tanti bellissimi dischi incisi da De Andrè, potrei banalmente definirlo un capolavoro, se non mi fosse difficile, per non dire impossibile, stilare una classifica delle sue composizioni. Una cosa differenzia questa raccolta dalle altre opere di Fabrizio De Andrè: tutti i brani di questo disco sono stati scritti e cantati in genovese. Ma anche in questa veste, pur nella difficoltà della comprensione del dialetto per chi genovese non è, la poesia è intatta, la magia e l’incanto delle atmosfere che De Andrè riusciva a creare, immutati. Intanto la musica, linguaggio universale che parla direttamente al cuore; poi la voce calda e scandita di Fabrizio De Andrè, inconfondibile e bella, pur se non estesa, che culla l’ascoltatore. Infine la sua poeticità, la sua delicatezza e la sua sensibilità, la sua ironia, che si esprimono magistralmente anche con l’uso del dialetto.

CREUZA DE MA’ – Il brano omonimo apre il disco sulle note dell’assolo di gaita (un tipo di cornamusa) e poi si sviluppa quasi esclusivamente su un tappeto ritmico-melodico-percussivo e sulla voce di De André. Sono le percussioni a parlare principalmente, nella musica mediterranea come nella musica nero-africana. “La mulattiera di mare” del titolo, è un primo grande affresco della vita alle soglie dell’acqua salata e racconta l’amore, l’amicizia, la delinquenza, gli odori e i sapori. È il primo colpo di genio della poetica del genovese ed è un colpo che tramortisce. Il brano si conclude con i rumori e le voci del mercato del porto di Genova, registrati in presa diretta da quel che ricordo. Le voci dei mercanti si fondono con la musica del brano successivo, il capolavoro musicale del disco, per quanto mi riguarda.

JAMIN-A — Straordinaria canzone: fosse stato comprensibile direttamente, il testo di “Jamina” avrebbe subito le ire censorie, non ho alcun dubbio. Jamina non è una prostituta, è LA prostituta, un corpo bollente prima ancora che un essere umano, un corpo che De André descrive quasi senza parlare della persona: “Mi voglio divertire/nell’umido dolce/del miele del tuo alveare”. Jamina deve farsi guardare, non servono parole: “Dove c’è pelo c’è amore/sultana delle troie”. Il corpo femminile come alveo dell’insopprimibile voglia di soddisfacimento sessuale degli uomini, raccontato da De André, che sulle prostitute ha imbastito alcuni dei suoi massimi capolavori letterari in musica.Musicalmente, il brano è altrettanto straordinario. Ancora un timido tappeto percussivo iniziale sulla voce, ma poi sono gli strumenti orientali a sommergere il tutto con la loro melodia. In questo caso, deliziano i padiglioni auricolari l’oud e il bouzouki, strumenti a corda di origine araba il primo e greca il secondo. I contrappunti ritmici e le lontane suggestioni melodiche, fanno di “Jamin-a” uno straordinario viaggio, da commozione pura.

SIDUN“ – Sidun” (Sidone) è il lamento di una madre palestinese per il proprio figlio morto, una ballata funebre che unisce il dialetto genovese al dramma mediorientale, in una comunione mediterranea di inenarrabile forza struggente. “Tumore dolce benigno/di tua madre”, canta De André, in un momento, il 1984, che doveva ancora vedere la nascita della prima “intifada”: “e ora grumo di sangue orecchie/e denti di latte”. Il lento dipanarsi del testo, accompagnato da uno strumento turco, lo shannaj, giunge sino a un punto quasi insostenibile a livello drammatico e di commozione, quando, sul finale, la musica sembra aprire uno scenario di speranza, proprio quando il testo conclude la sua narrazione del dramma di una madre. È a quel punto che la melodia si addolcisce, si arricchisce delle percussioni e si apre a una visione quasi solare per voce e strumenti. Devo ripetermi: un altro momento straordinario.

SINÀN CAPUDÀN PASCIÀ – “Sinàn Capudàn Pascià” racconta una storia dell’epoca della Repubblica Marinara genovese, quando un marinaio ligure catturato durante uno scontro con la flotta turca, Cicala, diventò un Pascià turco con il nome del titolo, sembra per merito del suo aspetto gradevole e della sua giovane età. Lo scontro militare avvenne davanti alle coste tunisine ed è così che la musica si accosta alla cultura maghrebina e Kabil, mentre il testo punta moltissimo sull’ironia e lo sberleffo sarcastico (“La sfortuna è un cazzo/che vola intorno al sedere più vicino”). Il ritornello riprende un motivo popolare che si vuole usuale tra le genti tirreniche: “In mezzo al mare c’è un pesce tondo/che quando vede le brutte va a fondo/In mezzo al mare c’è un pesce palla/che quando vede le belle viene a galla”. Una canzone che, a dispetto del suo incedere fortemente percussivo, sembra cantata e suonata in punta di piedi.

‘A PITTIMA – La pittima è colui che si lamenta, che rompe le scatole per qualsiasi cosa. La traduzione del foglietto del cd, riporta il termine dal dialetto alla lingua italiana, anche dalle mie parti ha lo stesso significato: persona che si lamenta.In questo caso, la pittima è l’esattore che va in giro a chiedere i soldi dei prestiti lamentandosi di continuo della sua condizione, vista come meschina dalla gente. A livello musicale, è forse il brano meno interessante dell’album, senza guizzi particolari e caratterizzato dalla voce mesta e bassa di De André, in tono, in ogni caso, con il testo.

A DUMENEGA – Canzone sull’ipocrisia e sulla falsità, “A dumenega” racconta di un costume antico della Genova di un tempo, quando alle prostitute, relegate nei ghetti durante la settimana, alla domenica veniva concesso di passeggiare per la città. Con un linguaggio sboccatamente popolare, De André racconta degli scherni della gente “normale” verso le prostitute in libera uscita, le stesse che comandano sui sensi di quella gente durante la settimana. Il testo, spiace ripetersi, è straordinario per l’uso sopraffino dei termini volgari e delle rime, con un colpo di scena finale di squisita ironia, quando il portatore della croce nelle processioni, scorge tra le prostitute la propria moglie, “mestierante” per guadagnare il pane.Il brano ha il sapore medievale dell’ambientazione narrativa ed è stupendo.

DA ME RIVA – Conclusione affidata a una tenue ballata che riporta il filo narrativo nel porto di Genova, dove era iniziato. Il marinaio lascia ancora una volta la sua bella sulla riva e la pensa mentre anche lei sta sicuramente guardando il mare. Il ricordo è affidato a una foto: “La tua foto da ragazza/per poter baciare ancora Genova”. Un finale struggente e malinconico, triste come può esserlo la vita del marinaio sempre in partenza, sempre sulle onde del mare “un po’ più al largo del dolore”. In fondo, un’ode di De André alla propria città.

Che dire di più, ogni canzone suscita emozioni, belle, allegre, tristi. Ogni canzone è una poesia musicata. Ogni canzone è il cuore di Fabrizio De Andrè. Sorrisi e lacrime, come sempre. Sorrisi e lacrime, ancora oggi, nel ripensare al grande poeta che non c’è più.

#musica #recensioni #artesuono #musicasb #recensionisb #artesuonosb

 
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from ⓔⓢⓢⓔⓑⓘ

Vi auguro di innamorarvi ancora, ma della stessa persona che avete vicino. Quella che diamo per scontata e che invece non lo è affatto. È un rapporto diverso, più consapevole, pacato, maturo. C’è un’intimità silenziosa fatta di sguardi che intuiscono e perdonano, piccoli gesti che curano, tenerezze che si alternano a momenti di intensa passione. Non so se è fortuna o il risultato di tutta la cura e l’attenzione che ho messo, della mia ostinazione, dei dolori e delle perdite che abbiamo condiviso e che in qualche misura hanno rinsaldato la complicità e la comprensione. Alla fine l’amore è volontà, è esserci comunque e nonostante. È qualcosa che trasforma e guarisce, che accetta le fragilità, che prova a renderci migliori.

#DintorniSB #ScrittiSB #PensieriSB #RiflessioniSB

 
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from Draw an Owl

... coming soon

*From the About page This blog is just an attempt to write random stories (about science) that I’ll later organize in other folders. I’ll write in English or Italian. Depending on the mood, I guess.

 
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