from lucazanini
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dalla prima dall'ultima] [fuori la] rassegna a strappi oppure misurano cernobil da una distanza concordata un [equo] leggermente aperte una [aria] una vedetta nello stanzino
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dalla prima dall'ultima] [fuori la] rassegna a strappi oppure misurano cernobil da una distanza concordata un [equo] leggermente aperte una [aria] una vedetta nello stanzino
from Chi sei ele?
Continuo di ICARUS
Facciamolo, facciamo questa cosa, rispolvero vecchi articoli.
Ecco questo fa' male commentarlo, abbandonato tutto. Motivo? Tempo
Ah questa mia paura del tempo, ha sempre ragione, il tempo non basta e finché il blocco più grande occuperà e mi mangerà, non potrò mai dedicare me stesso ai progetti che potevano salvarmi. La scuola, quel macigno che occupa il tempo.
“La scuola insegna maturità, crescita ed è la base per ogni adolescente”
A me ha insegnato che non bastano sogni e speranzi, voti alti e nemmeno raccomandazioni, la vita è tutta fortuna, o sei in o sei out e ODIO tutto questo. Io facciò attivismo per un sogno e questo sogno per quanto bello o brutto che sia punta anche a cambiare la scuola, perché essa non demoralizzi più la vita dei studenti, non lo renda un luogo ostile, decreativo e che anzi, sia di salvezza per gli studenti, ma... non ci sto riuscendo, spero che chi mi succederà ci riesca...
Un articolo sofferente che ripercorre una sintesi molto, molto ristretta, della mia vita post pandemia.
Quella playlist è ancora utile a scrivere articoli come questi, fui lungimirante devo dire.
Ora odio le chiamate.
Non so come rispondere a questa mia citazione, avvolto le odio, avvolte le amo, vorrei tornare più spesso su Ds, visto che mi sono finalmente sbloccato ma il tempo non c'è. Mi mancano quelle chiamate in cui faccio “Papà Gufo” e per quanto possa tornare quando voglio, ho la sensazione di starle perdendo.
2022-2023
Quel capitolo era importante, ma lo scritto molto edulcurato. Quei anni facevo schifo, come persona e ora me lo dico.
Quando vedo che la gente si lamenta di una mia conoscente, che la criticano e la odiano, io non riesco, perché lei è simile a me in questo arco di età, nel 2022.
Per questo, ora da esterno, so quanto schifo facessi, eppure mi è servito questa fase, mi è servita a formare una buona parte del mio carattere. In parte devo essere felice di essere stato così, perché vedo persone che non ci sono passate che non solo non vedono la situazione, ma criticano senza sapere cosa c'è dietro.
2024-ora [...] P.S. 2024-2025 [...]
La parte più importante di tutte, quindi ora lo dico. SI, è l'anno più bello, fino in fondo, anche come si è concluso, ma è sofferente, è doloroso, è frastagliato di problemi, pieno di bornout, di pianti, di scleri, urla, nottate passate a chiedere aiuto indirettamente perché non nè sono capace e gente che se ne approfitta. MA, mi ha donato troppo per odiarlo.
Si dai, chiudiamo qui.
from Chi sei ele?
(sto scrivendo con sottofondo ICARUS – Tony Ann, valla a cercare per avere il giusto mood)
E come capisco questa frase. Una persona all'apparenza calma, pacata, che sorride sempre e cerca di essere gentile con tutti. Ecco lei, quella persona, sta male. Me ne accorgo subito qual è la differenza tra chi lo fa' per educazione e chi per evitare guai, chi lo fa' per comportamento evasivo e perché sta male. Sai perché lo riconosco subito? Sono uno di quelli.
“Volevo tatuarmi il punto e virgola, sai il significato vero? Però io non l'ho mai del tutto superato, ci sono periodi, in cui ricado in quel vortice e altri in cui ne esco senza che nulla sia mai successo. Penso che me lo tatuerò spezza, quella virgola” “tuttuala separata, così che, quando l'avrai superata davvero finisci di tatuarlo”.
L'idea del secolo e penso che lo farò, tatuando l'ultima parte di rosso, con un bel rosso che marchierà ancora di più la fine di tutto questo.
Il giorno che smetterò, sarà il giorno che tatuerò quell'ultima parte, chissà fra quanto, alla fine questo blog sta su un host indipendente, potrebbe sparire domani, come ultima prova di un ele che soffriva, che voleva essere salvato ma da se stesso. Che in verità non può essere salvato, perché il problema è se stesso e non farà accedere a nessuno a quella parte di se da curare o estirpare.
Fa sentire tutti come i suoi migliori amici pur tenendoli tutti a distanza.
Parla ininterrottamente (se ha il “salvagente”) ma non dice mai nulla di reale. Conosce i tuoi segreti mentre i suoi restano nascosti (o escono alla sprovista). Pensi di essere intimo con lui, finché non capisci che intimo con tutti.
Colleziona persone ma non si lega con nessuno.
Esiste una parte di lui che nessuno vedrà mai.
Si inserisce in qualsiasi situazione all'istante, caccia carisma dal cilindro nelle occasioni giuste. Legge ogni stanza, persona, situazione, alla perfezione.
Argomenta emtrambi i lati così bene che dimentichi di cosa trattava il litigio. La sua mente si muove più velocemente di quanto la maggior parte delle persone riesca a seguire.
Riesce a tirarsi fuori (o dentro) da tutto a parole. Evita lo scontro, anche verbale.
Fa sembrare semplice anche la complessità.
Se avete letto queste parole da un'altra parte, spoiler si, sono di un post che mi hanno mandato, il problema è che era inquetantemente accurato, cosa che pensa anche la persona che me l'ha mandato. Non la vedo come una cosa positiva.
Chiudersi in una bolla, che apro leggermente la finestrella e che se scoppia, mi chiudo in casa nel tentativo disperato che si ricostruisca, non è affatto positivo. Quando me la toglierò?
from differxdiario
in due o tre corsi di letteratura, quando li tenevo prima del covid alla Upter, una parte considerevole delle introduzioni al clima sociale-politico-culturale degli anni Venti-Quaranta lo dedicavo regolarmente ai rapporti più o meno stretti di tantissimi intellettuali col fascismo e con le sue strutture e istituzioni; seguendo in buona parte il lavoro che fa Romano Luperini ne Il Novecento (Loescher, 1981), tutt'ora una storia letteraria imbattuta per profondità di sguardo.
qualche letterato è rimasto scosso dal '37 (Spagna), qualcuno dal '38 (leggi razziali), qualcuno dall'entrata in guerra, o dall'8 settembre, o solo dalla fine della guerra. ma in sostanza l'orrore si vedeva già bene in prospettiva quasi trent'anni prima.
giocoforza ho sempre dovuto rifiutare l'idea che un poeta o uno scrittore sia qualcosa di speciale o qualcuno con lo sguardo per forza particolarmente acuto.
spesso è solo gente brava in italiano. una merda, per il resto.
from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

Di nuovo in forma. L'effimero miraggio mainstream nel quale si erano persi i Band of Horses con il precedente album del 2012, Mirage Rock appunto, aveva fatto pensare a una prematura parabola discendente per il gruppo americano. E invece dopo una salutare pausa discografica di quattro anni – escludendo il live Acoustic at The Ryman del 2014 – eccoli tornare con un disco convincente come Why are you ok, il quinto in carriera. Una curiosità: Ben Bridwell, voce e autore principale della band, ha dichiarato di aver registrato buona parte delle demo dei nuovi brani di notte, in casa e in solitaria, in modo da poter passare di giorno più tempo possibile con i propri quattro figli... https://artesuono.blogspot.com/2016/06/band-of-horses-why-are-you-ok-2016.html
Ascolta il disco: https://album.link/s/4xBayAng8qIv3227mj3xjN
RUT, LA SPIGOLATRICE, NEI CAMPI DI BOOZ (2,1-23)
L’iniziativa di Rut 1Noemi aveva un parente da parte del marito, un uomo altolocato della famiglia di Elimèlec, che si chiamava Booz. 2Rut, la moabita, disse a Noemi: “Lasciami andare in campagna a spigolare dietro qualcuno nelle cui grazie riuscirò a entrare”. Le rispose: “Va' pure, figlia mia”. 3Rut andò e si mise a spigolare nella campagna dietro ai mietitori. Per caso si trovò nella parte di campagna appartenente a Booz, che era della famiglia di Elimèlec.
La benevolenza di Booz 4Proprio in quel mentre Booz arrivava da Betlemme. Egli disse ai mietitori: “Il Signore sia con voi!”. Ed essi gli risposero: “Ti benedica il Signore!”. 5Booz disse al sovrintendente dei mietitori: “Di chi è questa giovane?”. 6Il sovrintendente dei mietitori rispose: “È una giovane moabita, quella tornata con Noemi dai campi di Moab. 7Ha detto di voler spigolare e raccogliere tra i covoni dietro ai mietitori. È venuta ed è rimasta in piedi da stamattina fino ad ora. Solo adesso si è un poco seduta in casa”. 8Allora Booz disse a Rut: “Ascolta, figlia mia, non andare a spigolare in un altro campo. Non allontanarti di qui e sta' insieme alle mie serve. 9Tieni d'occhio il campo dove mietono e cammina dietro a loro. Ho lasciato detto ai servi di non molestarti. Quando avrai sete, va' a bere dagli orci ciò che i servi hanno attinto”. 10Allora Rut si prostrò con la faccia a terra e gli disse: “Io sono una straniera: perché sono entrata nelle tue grazie e tu ti interessi di me?“. 11Booz le rispose: “Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso gente che prima non conoscevi. 12Il Signore ti ripaghi questa tua buona azione e sia davvero piena per te la ricompensa da parte del Signore, Dio d'Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti”. 13Ella soggiunse: “Possa rimanere nelle tue grazie, mio signore! Poiché tu mi hai consolato e hai parlato al cuore della tua serva, benché io non sia neppure come una delle tue schiave”. 14Poi, al momento del pasto, Booz le disse: “Avvicìnati, mangia un po' di pane e intingi il boccone nell'aceto”. Ella si mise a sedere accanto ai mietitori. Booz le offrì del grano abbrustolito; lei ne mangiò a sazietà e ne avanzò. 15Poi si alzò per tornare a spigolare e Booz diede quest'ordine ai suoi servi: “Lasciatela spigolare anche fra i covoni e non fatele del male. 16Anzi fate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; lasciatele lì, perché le raccolga, e non sgridatela”. 17Così Rut spigolò in quel campo fino alla sera. Batté quello che aveva raccolto e ne venne fuori quasi un'efa di orzo. 18Se lo caricò addosso e rientrò in città. Sua suocera vide ciò che aveva spigolato. Rut tirò fuori quanto le era rimasto del pasto e glielo diede.
Dal campo alla casa 19La suocera le chiese: “Dove hai spigolato oggi? Dove hai lavorato? Benedetto colui che si è interessato di te!”. Rut raccontò alla suocera con chi aveva lavorato e disse: “L'uomo con cui ho lavorato oggi si chiama Booz”. 20Noemi disse alla nuora: “Sia benedetto dal Signore, che non ha rinunciato alla sua bontà verso i vivi e verso i morti!”. E aggiunse: “Quest'uomo è un nostro parente stretto, uno di quelli che hanno su di noi il diritto di riscatto”. 21Rut, la moabita, disse: “Mi ha anche detto di rimanere insieme ai suoi servi, finché abbiano finito tutta la mietitura”. 22Noemi disse a Rut, sua nuora: “Figlia mia, è bene che tu vada con le sue serve e non ti molestino in un altro campo”. 23Ella rimase dunque con le serve di Booz a spigolare, sino alla fine della mietitura dell'orzo e del frumento, e abitava con la suocera.
__________________________ Note
2,2 Lasciami andare in campagna: Rut si riferisce all’antica usanza, divenuta legge (Lv 19,9-10; Dt 24,19-21), secondo la quale i poveri, le vedove e i forestieri avevano il diritto di raccogliere i resti della mietitura e della vendemmia per garantirsi la sussistenza.
2,12 sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti: l’immagine, frequente nella preghiera del Salterio (ad es., Sal 17,8; 36,8; 91,4), sembra risalire alla presenza delle figure alate dei cherubini sul coperchio dell’arca dell’alleanza (Es 25,20). Nella tradizione rabbinica posteriore l’espressione allude al passaggio dei proseliti alla fede giudaica.
2,20 parente con diritto di riscatto: il termine ebraico corrispondente è gō’el, e designa colui al quale spettava il diritto di riscattare la terra del parente defunto e di assicurarne la discendenza, sposandone la vedova, come prescriveva la legge del levirato (vedi nota a 1,11).
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
2,1-23. In un ambiente idilliaco e familiare avviene l'incontro fra i due protagonisti del libro: Rut e Booz. Secondo Lv 19,9.10; 23,22 e Dt 24,19-22, durante la mietitura si doveva lasciare quanto cresceva “sull'orlo del campo”, perché i forestieri e i poveri potessero nutrirsene. JHWH, che guida i deboli, conduce provvidenzialmente Rut nei campi di Booz. Il capitolo ha un suo interesse anche per il linguaggio, abbondante di gentilezze e convenevoli tipicamente orientali.
14. Più che aceto, è bevanda fermentata, composta d'acqua, di aceto di vino e di altri ingredienti.
20. Booz è «parente stretto» e ha «diritto di riscatto». «Riscattatore» o «redentore» in ebraico è gō’el, un termine tecnico del diritto familiare, che indica il parente più vicino, responsabile delle faccende di famiglia; più precisamente, il soccorritore di consanguinei caduti in necessità e, in senso specifico, il riscattatore di un patrimonio fondiario, di una proprietà perduta (gᵉ’ullâ). È lui che ha il dovere di reintegrare la famiglia nella sua condizione sociale, se questa cade in schiavitù, riscattando la vita dei suoi membri e il loro patrimonio (Lv 25,25.47ss.). Nel nostro caso, il parente più stretto è tenuto a riscattare il campo di Elimelech e Noemi. A questo dovere è ricollegato quello del matrimonio con la nuora rimasta vedova (cfr. anche 3,9; 4,3ss.). La legge del levirato non è che un'applicazione dell'istituzione del gō’el a un caso specifico (cfr. c. 4). Il costume era diffuso presso molte popolazioni del vicino Oriente. Di esso si trovano tracce anche presso gli Hittiti, gli Assiri, gli Elamiti. Il fine è di assicurare al defunto una “discendenza”, un figlio che porti avanti il nome del padre e ne erediti i beni. Nel caso di Rut, il parente più vicino rinuncia in favore di Booz, il quale riscatta sia il campo che Rut. Peraltro, secondo la legge del levirato, il bimbo nato da Booz e Rut avrebbe dovuto essere considerato figlio del primo marito di Rut, Elimelech, mentre nella genealogia figura come figlio di Booz. Il termine gō’el è importante non solo in campo giuridico. L'elemento salvifico insito nell'accezione giuridica trova sviluppi di enorme rilievo nel linguaggio religioso e teologico, dove non a caso il verbo g’l «redimere» è usato spesso in parallelo con verbi similari, quali «aiutare», «sanare», «consolare» e soprattutto «redimere, riscattare, liberare» (pd‘). JHWH è detto pertanto, in questo contesto, gō’el d'Israele, suo parente prossimo. Il Secondo Isaia in modo particolare applica questo concetto a JHWH, per consolare Israele in esilio e prospettare al popolo affranto un nuovo esodo (Is 49,26; cfr. anche Is 41,14; 43,14; 44,24; 47,4; 48,17; 49,7; 54,5.8). E così fa al suo seguito il Tritoisaia (59,20; 60,16). Anche in Giobbe (19,25) Dio è detto gō’el nel senso più antico del termine, quello di «vindice del sangue» (gō’el haddam), che nell'ambiente ebraico, come in quello arabo, si riferisce anzitutto al padre, al fratello e al figlio.
(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
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from lucazanini
[provetecniche]
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from La biblioteca di Amarganta

Avete letto bene: oggi parliamo del #colore.
Solitamente nella narrativa il colore è un elemento che non riguarda i romanzi, ma i libri per bambini piccoli, ricchi di illustrazioni. Certo, non è insolito che (specie in passato) che i romani per ragazzi vengano pubblicati con illustrazioni. Da buon #Millenial quale sono, mi vengono in mente i disegni di Serena Riglietti per i primi libri Harry Potter o quelli presenti nei romanzi di Rohal Dahl. Solitamente, però, si tratta sempre di disegni in bianco e nero, e sono elementi per lo più aggiuntivi.
È una costante della #letteratura: salvo rari casi, il colore appartiene alle copertine dei libri, non certo al loro testo che è sempre nero ... giusto?
In Italia sono disponibili due versioni de La Storia Infinita, entrambe con la traduzione della Pandolfi. La prima è un'edizione standard in bianco e nero che distingue le parti ambientate nel mondo reale da quelle nel mondo immaginario attraverso una differenza di carattere tipografico. La seconda utilizza invece due colori diversi: rosso per il mondo umano, verde acqua per Fantasìa.
Di queste due versioni, la seconda è quella “autentica”, che rispetta la volontà espressa da Ende in occasione della prima edizione assoluta (quella tedesca) del libro. L'autore sovverte qui i canoni con una scelta apparentemente “infantile” (l'utilizzo di un testo colorato) che ha però l'effetto di rendere anche il colore del testo parte integrante della narrazione.
La differenza di carattere tipografico utilizzata nella versione in bianco e nero è invece un espediente, un escamotage adottato per l'edizione economica pubblicata dalla TEA: un modo per rendere “a basso costo” la distinzione fra i due mondi.
L'autore tedesco, durante la stesura del romanzo, arrivò a ritenere che una semplice pubblicazione tradizionale non fosse adatta per l'opera che stava scrivendo, ma che questa dovesse essere confezionata come un libro di magia, con copertina di cuoio e bottoni in madreperla e ottone. Fu solo dopo i colloqui con l'editore, preoccupato per i costi di una simile produzione, che i due si accordarono per qualcosa di più semplice: copertina in seta rossa, 26 capilettera per i singoli capitoli (disegnati dall'artista Roswitha Quadflieg) e la celebre stampa a due colori.
Una scelta che verrà poi ripresa anche nelle edizioni straniere. In quella italiana pure i capilettera appositamente scelti, quelli di Antonio Basioli, furono adattati ai colori con cui iniziano i vari capitoli, che non è solo un capriccio dell'autore ma una vera e propria testimonianza della natura metanarrativa del libro.
Quando Bastiano comincia a leggere il suo libro de La Storia Infinita (quello interno alla storia) il testo viene da subito descritto come verde acqua. Chissà che emozione sarà stata per i lettori di allora, quella di voltare pagina dopo il prologo scritto in rosso e di ritrovarsi anche loro a leggere lo stesso racconto letto dal protagonista scritto con lo stesso colore!
Leggere letteralmente un libro nel libro, cosa rafforzata inoltre dalla già accennata copertina in seta rossa dell'edizione originale, esattamente come quella del libro preso da Bastiano!
Ma Ende fece di più. Egli rese La Storia Infinita non solo un libro nel libro, ma aggiunse un terzo libro omonimo all'interno di Fantasìa, dove il Vecchio della Montagna Vagante – figura antitesi dell'Infanta Imperatrice, simbolo della scrittura che rende le storie immutabili laddove l'altra è la creatività che da loro forma – riporta tutto quello che avviene in un volume che – a suo dire – non contiene semplicemente tutta Fantasìa, ma “[...] è tutta Fantasìa” . E durante questo incontro, fra l'imperatrice e il suo contrario, per un breve istante, il contenuto di tutti e tre i libri diviene uno.
Quando l'Infanta Imperatrice (nel suo ultimo tentativo per portare Bastiano a Fantasìa) chiede al Vecchio di cominciare a rinarrare il suo libro, la sua Storia Infinita dal principio, l'inchiostro con cui l'anziano scrive, la copertina del suo libro così come la tonaca che indossa, cambiano il loro colore dalla da verde acqua a un ben più (per il lettore) famigliare rosso. La storia ricomincia in un ciclo infinito (la Fine Infinita) dal momento in cui i noi lettori di Ende hanno iniziato il libro, con le stesse identiche parole e le stesse identiche scene (salvo la differenza che nella nostra copia questo testo è ancora verde acqua, fatta eccezione per le reazioni di Bastiano nel leggere di sé stesso).
Nel romanzo di Ende, il colore del testo non è più un fronzolo o un capriccio autoriale, ma un elemento concreto della storia. Qualcosa di cui anche chi legge può fare esperienza in prima persona. Da appassionato di esoterismo (in particolare alchimia e antroposofia), Ende dava molta importanza al simbolismo, elemento chiave delle pratiche magiche (non a caso voleva stampare il romanzo come se fosse un libro di magia). La sua scelta dei colori e il gioco metanarrativo, trasportano questa dimensione simbolica al testo scritto, e la mette in mano a lettrici e lettori che però potranno interamente comprenderla solo arrivati a metà del libro, nella scena della Fine Infinita ...
Il mito moderno
Perché un regime moderno, ipertecnologico e burocratico sente il bisogno di miti pagani e simboli arcaici? La domanda è meno ingenua di quanto sembri. Anzi, è centrale per capire come il potere funzioni davvero. Un regime moderno nasce sulla carta come il trionfo della razionalità: amministrazione, statistiche, ingegneria, apparati, procedure. Tutto sembra obbedire a una logica fredda, calcolabile, impersonale. Eppure, quasi sempre, questa architettura razionale non basta. Non mobilita. Non infiamma. Non crea appartenenza profonda. La burocrazia organizza. La tecnologia potenzia. Ma nessuna delle due dà senso. Ed è qui che entra in gioco il mito. Il mito non è l’opposto della modernità. È il suo complemento oscuro. Dove la razionalità spiega come, il mito suggerisce perché. Dove la legge ordina, il simbolo legittima. Dove il potere amministra, il mito consacra. Un regime moderno scopre presto che governare corpi non basta: bisogna governare immaginari. Nel Novecento questo meccanismo diventa evidente. Il potere non si accontenta più di essere obbedito: vuole essere percepito come inevitabile, naturale, inscritto in un ordine cosmico. Per ottenere questo risultato, la tecnica non è sufficiente. Serve qualcosa di più antico, più profondo, meno verificabile. Serve il mistero. Il ricorso ai simboli arcaici non è nostalgia del passato. È un’operazione progettuale. I simboli funzionano perché comprimono concetti complessi in immagini semplici, immediate, emotive. Un simbolo non si discute: si interiorizza. Non chiede consenso razionale: chiede adesione. Quando un regime moderno riscopre rune, soli, cicli, archetipi, non sta tornando indietro. Sta scendendo sotto la superficie della ragione, lì dove si formano identità, paure, desideri di appartenenza. Il cosiddetto “pagano” diventa così una materia prima da riforgiare. Non interessa la spiritualità autentica delle culture antiche, ma la loro aura: l’idea di un sapere perduto, di una verità primordiale, di un ordine precedente alla critica. Il mito ha una funzione precisa: rendere il potere non negoziabile. Se l’ordine politico viene presentato come espressione di un destino, di una legge naturale o cosmica, allora opporvisi non è più solo disobbedienza: è empietà, decadenza, tradimento. In questo senso, il mistero è uno strumento politico potentissimo. Ciò che non è spiegato non può essere discusso. Ciò che è sacralizzato non può essere riformato. Il mistero sottrae il potere alla trasparenza e lo colloca in una dimensione superiore, dove la critica appare profana o sterile. Un regime ipertecnologico, inoltre, soffre di un problema strutturale: disumanizza. Procedure, numeri, apparati tendono a ridurre l’individuo a funzione. Il mito interviene per compensare questa freddezza, offrendo una narrazione calda, epica, identitaria. Non importa se falsa: importa che sia sentita. È qui che il simbolo diventa una vera tecnologia. Una tecnologia dell’anima, potremmo dire. Non produce beni, ma fedeltà. Non organizza processi, ma coscienze. È una UX del potere: intuitiva, emozionale, immediata. Lo scopo ultimo non è la conoscenza del mistero, ma il suo utilizzo. Il regime non vuole comprendere il simbolo: vuole abitarlo, usarlo come scenografia permanente della propria legittimità. Il mistero non va risolto, va mantenuto. Perché un mistero che resta tale genera dipendenza. Chi crede di partecipare a un sapere nascosto accetta più facilmente gerarchie, silenzi, obbedienza. Alla fine, la contraddizione è solo apparente. Non c’è conflitto tra modernità e mito. Il mito è ciò che permette alla modernità del potere di diventare totalizzante. La tecnica senza mito governa. La tecnica con il mito domina. E forse la lezione più inquietante è questa: non sono i simboli a essere pericolosi in sé, ma il momento in cui smettiamo di chiederci chi li usa, come e perché. Perché ogni volta che il potere si ammanta di mistero, non sta cercando la verità. Sta cercando silenzio.
from Il Manuale Del Futuro Imperfetto
Italian technology
In Italia la tecnologia è ovunque. Negli smartphone che non molliamo mai, nei servizi online della pubblica amministrazione, nelle aziende che parlano di “digitale” come fosse una formula magica. Eppure, più la tecnologia entra nelle nostre vite, più emerge una sensazione ambigua: la usiamo molto, ma non sempre bene. Siamo un Paese che adotta strumenti prima ancora di capire processi e conseguenze. Spesso confondiamo l’innovazione con la semplice presenza di una piattaforma, di un’app, di un portale web. Digitalizzare, però, non significa automaticamente migliorare. In Italia la tecnologia avanza più veloce della nostra capacità di capirla davvero. La usiamo molto, ma spesso in superficie: app al posto di processi, scorciatoie invece di visione. Digitalizziamo moduli, non mentalità. Eppure il potenziale è enorme: cultura, creatività e competenze non mancano. Manca il coraggio di investire sul lungo periodo e sulle persone. La tecnologia non dovrebbe servirci per correre di più, ma per pensare meglio, lavorare con dignità e costruire un futuro meno improvvisato. Questo pensiero fotografa bene la situazione. La tecnologia in Italia viene spesso vissuta come un obbligo o come una moda, raramente come una scelta strategica. Nel pubblico si informatizzano procedure che restano lente e farraginose. Nel privato si inseguono trend senza una reale integrazione con il lavoro quotidiano. Il problema non è la mancanza di talento. L’Italia è piena di sviluppatori, tecnici, designer, ricercatori di altissimo livello. Il problema è la dispersione: competenze non valorizzate, cervelli che emigrano, progetti che si fermano alla fase pilota. Manca una visione di sistema. Anche nel dibattito pubblico la tecnologia viene spesso raccontata male. O come salvezza assoluta, o come minaccia incontrollabile. Raramente come strumento neutro, che amplifica ciò che siamo: organizzati o disordinati, lungimiranti o improvvisati. La scuola e la formazione giocano un ruolo chiave. Non basta introdurre tablet e lavagne digitali. Serve insegnare a capire la tecnologia, non solo a usarla. Educare al pensiero critico, alla logica, alla responsabilità digitale. Lo stesso vale per il lavoro. Automazione e intelligenza artificiale non dovrebbero essere viste solo come strumenti per “fare di più con meno”. Ma come occasioni per migliorare la qualità del lavoro, ridurre mansioni inutili, liberare tempo per attività a maggior valore umano. L’Italia ha una grande occasione davanti a sé. Può usare la tecnologia per rattoppare ciò che non funziona. Oppure può usarla per ripensare davvero il modo in cui studiamo, lavoriamo, amministriamo e creiamo valore. La differenza non la faranno le piattaforme. La faranno le persone, le competenze e le scelte culturali. Perché la vera innovazione, prima di essere digitale, è mentale.
from norise 3 letture AI
Ondivaghe maceri parole
quando ti rigiri tra le lenzuola -ondivaghe maceri parole dove latita il cuore- somigli al gabbiano ferito che solo in sogno ritrova il suo mare – la vita altra
.
Questa poesia ci trasporta in un viaggio tra emozioni, immagini e momenti di intimità. L'espressione “ondovaghe maceri parole” evoca un andamento fluido e, al contempo, lacerato del linguaggio, come onde che si infrangono e si frantumano, simbolo di un'anima che si disperde e si ricompone nella complessità dei sentimenti.
Quando leggi “quando ti rigiri tra le lenzuola”, l'immagine ci restituisce quella sensazione di vulnerabilità e intimità. È come se, nel movimento silenzioso nel letto, si cercasse un equilibrio fra il caos interiore e la ricerca di una calma familiare, mentre le parole, danzando e macerando, sembrano essere lo specchio di un cuore che “latita” in un luogo dove dovrebbe rifugiarsi.
Il paragone con “il gabbiano ferito” è particolarmente incisivo: un simbolo di libertà e bellezza che, pur essendo ferito, conservando la capacità di sognare il proprio mare – la vita altra – diventa emblema della resilienza. Il gabbiano, indispensabile figura del volo e del superamento dei limiti, in questo sogno ritrova quella dimensione che la realtà quotidiana gli nega, permettendogli di riconnettersi con la sua essenza, con quella parte di sé sempre capace di rinascere nonostante le ferite.
Nel complesso, il testo sembra riflettere quel contrasto tra la realtà tangibile e il mondo interiore dei sogni, in cui le parole, pur nella loro fragilità e disintegrazione, raccontano storie di rinascita e resistenza. Queste immagini ci invitano a interrogarci sul rapporto fra il dolore e la speranza, tra ciò che perde forma e ciò che trova, nel silenzio notturno della nostra esistenza, la via per ricostruirsi.
from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia
Le prove digitali, note anche come digital evidence, sono informazioni probanti memorizzate o trasmesse in formato digitale, utilizzabili in un processo civile o penale per dimostrare fatti rilevanti. Queste prove includono documenti informatici, messaggi istantanei, e-mail, registrazioni audio/video, fotografie, pagine web, contenuti di social network e dati generati da sistemi informatici o di intelligenza artificiale. L'Italia ha appena recepito due importanti regolamenti UE (Regolamento 2023/1543 e Direttiva 2023/1544) attraverso i Decreti Legislativi 215 e 216, pubblicati a gennaio 2026. Si tratta di un'evoluzione significativa per la raccolta di prove digitali attraverso i confini dell'UE. I paesi dell'UE possono ora richiedere direttamente prove digitali ai fornitori di servizi di altri Stati membri tramite ordini standardizzati, con l'Italia che designa autorità e procedure specifiche sia per l'emissione che per l'esecuzione di tali richieste
Cosa cambia dunque ? Le aziende che offrono servizi nell'UE devono ora designare un rappresentante legale o una sede in uno Stato membro dell'UE. Saranno tenuti a rispondere agli ordini europei di produzione (EPO) e agli ordini europei di conservazione per le prove elettroniche. I fornitori di servizi finanziari sono esenti da questi obblighi. Il Ministero dell'Interno italiano terrà un registro dei rappresentanti designati.
Per le forze dell'ordine e i pubblici ministeri: comunicazione diretta con i fornitori di servizi in altri paesi dell'UE senza i tradizionali trattati di mutua assistenza giudiziaria. Diverse autorità possono emettere ordini a seconda del tipo di dati: Dati dell'abbonato: Procura della Repubblica o polizia (in caso di emergenza). Dati e contenuti sul traffico: richiesto un giudice istruttore. Nuova procedura “fast-track” per i casi urgenti (al di fuori delle emergenze).
Gli ordini di conservazione possono ora essere emessi dai pubblici ministeri per tutti i tipi di dati.
Le scadenze principali fissate dalla normativa
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Diavolo (o angelo, a giudicare dalla voce) d'un uomo. Prima impiega diciotto anni, il tempo che un figlio diventi grande, per dare un seguito a If I Could Only Remember My Name, e manca il bersaglio. Poi lascia passare un altro quarto di secolo, e cava fuori un disco, Croz, splendido nella scrittura, a dir poco incerto nei suoni, come se fossimo ancora nella patina laccata degli Ottanta. Passano solo due anni, e David Crosby, anni settantacinque, un fegato trapiantato, alle spalle alcuni quintali di polveri chimiche consumate, tira fuori fuori un disco che se non può raggiungere l'intensità emotiva epocale di If I Could, (allora tutta la West Coast andò a dare una mano al baffone per speziare al meglio il capo d'opera), se non altro ne è, finalmente, il degno seguito... https://artesuono.blogspot.com/2016/11/david-crosby-lighthouse-2016.html
Ascolta il disco: https://album.link/s/3N1ptjao5hXzTNnp49vmKA
ELIMÈLEC E NOEMI NEL PAESE DI MOAB (1,1-5)
1Al tempo dei giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo con la moglie e i suoi due figli emigrò da Betlemme di Giuda nei campi di Moab. 2Quest'uomo si chiamava Elimèlec, sua moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion; erano Efratei, di Betlemme di Giuda. Giunti nei campi di Moab, vi si stabilirono. 3Poi Elimèlec, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i suoi due figli. 4Questi sposarono donne moabite: una si chiamava Orpa e l'altra Rut. Abitarono in quel luogo per dieci anni. 5Poi morirono anche Maclon e Chilion, e la donna rimase senza i suoi due figli e senza il marito.
NOEMI E RUT TORNANO A BETLEMME (1,6-22)
Il realismo di Noemi 6Allora intraprese il cammino di ritorno dai campi di Moab con le sue nuore, perché nei campi di Moab aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane. 7Partì dunque con le due nuore da quel luogo ove risiedeva e si misero in cammino per tornare nel paese di Giuda. 8Noemi disse alle due nuore: “Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! 9Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare tranquillità in casa di un marito”. E le baciò. Ma quelle scoppiarono a piangere 10e le dissero: “No, torneremo con te al tuo popolo”. 11Noemi insistette: “Tornate indietro, figlie mie! Perché dovreste venire con me? Ho forse ancora in grembo figli che potrebbero diventare vostri mariti? 12Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi. Se anche pensassi di avere una speranza, prendessi marito questa notte e generassi pure dei figli, 13vorreste voi aspettare che crescano e rinuncereste per questo a maritarvi? No, figlie mie; io sono molto più amareggiata di voi, poiché la mano del Signore è rivolta contro di me”. 14Di nuovo esse scoppiarono a piangere. Orpa si accomiatò con un bacio da sua suocera, Rut invece non si staccò da lei.
Rut rifiuta di separarsi dalla suocera 15Noemi le disse: “Ecco, tua cognata è tornata dalla sua gente e dal suo dio; torna indietro anche tu, come tua cognata”. 16Ma Rut replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. 17Dove morirai tu, morirò anch'io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”.
Arrivo a Betlemme 18Vedendo che era davvero decisa ad andare con lei, Noemi non insistette più. 19Esse continuarono il viaggio, finché giunsero a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in subbuglio per loro, e le donne dicevano: “Ma questa è Noemi!”. 20Ella replicava: “Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l'Onnipotente mi ha tanto amareggiata! 21Piena me n'ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è dichiarato contro di me e l'Onnipotente mi ha resa infelice?“. 22Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l'orzo.
__________________________ Note
1,1 Nei nomi, dall’evidente valore simbolico, si compendia il dramma della famiglia: a parte Elimèlec, che significa “il mio Dio è re”, tutti gli altri sono funzionali al ruolo dei personaggi, come dimostra il mutamento di Noemi (“mia dolcezza”) in Mara (“amarezza”: 1,20). Maclon e Chilion vogliono dire rispettivamente “malattia” e “consunzione”; Orpa è “colei che volta le spalle”, mentre Rut può significare sia “compagna” sia “riconfortata”; Booz (2,1) e Obed (4,21), infine, significano l’uno “fermezza” e l’altro “servo (del Signore)”. I campi di Moab sono il fertile altopiano al di là del Mar Morto, compreso tra Ammon al nord e Edom al sud; il popolo che vi abitava non intrattenne mai rapporti amichevoli con Israele.
1,2 Efratei, di Betlemme: cioè appartenenti al clan giudeo di Èfrata, che si era insediato nella regione di Betlemme (1Sam 17,12); da qui l’associazione tra i due nomi, attestata anche nella profezia messianica di Mi 5,1, ripresa da Mt 2,5-6.
1,11 Ho forse ancora in grembo figli... mariti?: allusione alla pratica del levirato (da levir, in latino “cognato”). Secondo questa legge (Dt 25,5-6), la vedova del marito morto senza figli doveva andare sposa al parente più prossimo del defunto, in primo luogo al fratello, allo scopo di perpetuare la discendenza e assicurare la stabilità del patrimonio familiare.
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1,1-22. La vicenda è ambientata «al tempo in cui governavano i giudici» (v. 1), un'espressione generica, che intende proiettare i fatti in tempi remoti, premonarchici. L'emigrazione per carestia (v. 1) non è un fenomeno insolito nella Bibbia. Abramo (Gn 12,10) per lo stesso motivo emigrò in Egitto, Isacco (Gn 26,1) nel paese dei Filistei, Giacobbe (Gn 42,1) mandò i figli ancora in Egitto (cfr. anche 1Re 17,7-24; 2Re 8,1). Ora Elimelech è costretto a trasferirsi a Moab, che 2Re 3,4 definisce un paese fertile. Moab, a est del Mar Morto, fra Ammon al nord e Edom al sud, al tempo della monarchia era sede di una civiltà urbano-agricola non molto distante da quella israelitica. Nm 21-25 informa ampiamente sulla situazione di Moab prima dell'insediamento degli Ebrei in Canaan e sui rapporti tra Israeliti e Moabiti. S'è già detto dell'amicizia tra Davide e il re di Moab. Dopo Davide, Moab divenne un regno vassallo d'Israele (cfr. 2Sam 8,2). La celebre stele di Mesa ne parla, menzionando l'indipendenza ottenuta quindi dallo stesso Israele (cfr. 2Re 1,1; 3,4ss.). Nel nostro libretto i Moabiti, grazie a Rut, sono posti in una luce favorevole, anche se la famiglia di Noemi nel loro paese incontra solo sventure.
2-5. A parte Elimelech = «il mio Dio è re», gli altri nomi dei personaggi di Rt hanno un significato simbolico. Noemi significa «mia dolcezza» o «mia piacevolezza» o «mia bellezza». Il suo nome diventerà, per suo stesso desiderio, Mara (v. 20), che vuol dire «amara» (cfr. Es 15,23). Maclon ha il significato di «debolezza» e Chilion vuol dire «consunzione». Orpa significa «infedele», «colei che volta le spalle» e Rut è «l'amica, la compagna» o anche «la riconfortata». Quanto al nome di Booz, vuol dire «solidità, fermezza».
16-17a. A differenza della cognata Orpa, Rut non vuole abbandonare la suocera. Condividerne la sorte per lei significa lasciare la propria terra e religione, ed entrare a far parte di un altro popolo. Di Rut il testo sottolinea spesso la provenienza non israelitica (Rut è «moabita», 1,4; 2,2.6.21, è «straniera», 2,10) e, d'altro canto, ne mette in evidenza la bontà, quasi a voler sconfessare Dt 23,4-7.
17b. «Il Signore mi punisca come vuole» è, alla lettera, «Questo mi faccia JHWH e vi aggiunga quest'altro (male)». Si tratta della formula del “giuramento imprecatorio”, la cui origine va ricercata nel rito sacro del giuramento, col quale s'invocava sul capo dello spergiuro la fine stessa della vittima che veniva spaccata in due per il sacrificio (cfr. Gn 15,10.17). Qui peraltro la formula è usata in senso indeterminato (cfr. Nm 5,21s.; 1Sam 3,17; 14,44; 20,13; 25,22; 2Sam 3,9.35), senza la menzione dei mali concreti imprecati sullo spergiuro. Durante il rito sacro, invece, chi pronunciava il giuramento nominava uno ad uno i mali che imprecava sopra di sé in caso di inadempienza. Dietro a questo rito c'è la convinzione della validità automatica di una formula, accompagnata dal timore sacro della trasgressione, considerata l'efficacia magica della maledizione imprecata invocando il nome divino. Qui la primitività della concezione è andata perduta, come in genere nella Bibbia, che preferisce attribuire questi comportamenti a personaggi negativi, come Saul, o li critica espressamente (cfr. 1Sam 14,29-30).
20-21. Noemi assume un atteggiamento analogo a quello di Giobbe (Gb 1,21). Diversamente da Giobbe peraltro, non chiede a JHWH ragione di queste sue disgrazie. Dio è l'Onnipotente, secondo la versione LXX. che ha ho hikanos tradotto dalla Vulgata con omnipotens. Il Testo masoretico ha invece (’el) šadday, un nome proprio di Dio ricorrente una cinquantina di volte in tutto l'Antico Testamento e che i LXX traducono con theos, o anche theos šadday, e talune volte con ho kyrios, ho epouranios, ho hikanos. Questo nome divino è di etimologia e significato molto discussi (il giudaismo interpreta il titolo nel senso di «colui che basta»). Si può dire che siamo di fronte comunque a un nome prejahvistico (cananeo?), nell'Antico Testamento usato talvolta come epiteto arcaicizzante, specialmente in testi più recenti (oltre a Rt 1,20.21, cfr. Is 13,6; Gl 1,15; Ez 1,24; 10,5). L'epiteto ricopre una certa importanza nell'antica magia, come nome con poteri magici, e ciò persino nelle leggende musulmane. L'interpretazione di šadday nel senso di pantokratōr, diffusasi anche con la versione omnipotens di Girolamo, è una delle basi su cui si fonda la tradizione cristiana per parlare di Dio “onnipotente” (nei LXX invece Kyrios pantrokratōr, rende abitualmente JHWH ṣᵉba’ot).
(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
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from lucazanini
[vortex]
nonostante la legione le sigillature -ticchetta [estraneo un] Calzabigi al testo della smagliatura fanno] passi e incidenti misurano lo yeti sciolto non] rimane intatto nelle prese voltaiche il genio è [sibillino mette] mastici sulle fratture eine Probe entnehmen [sono] le diciassette diciannove gradi
from differxdiario
ritorno con una certa quantità di stupore (oltre che – effettivamente – confesso – nostalgia) sui materiali pubblicati in blog come 'The Flux I Share' circa vent'anni fa. quello spazio su blogspot ha ospitato testi immagini video e sperimentazioni di autrici e autori a me molto cari. con alcuni i contatti si sono allentati o sciolti. altri sono scomparsi, e ricordo con grande affetto soprattutto tre amici che non ci sono più, Jim Leftwich, Peter Ganick e David-Baptiste Chirot.
già a partire dal 2006-2007 mi ero accorto che i materiali pubblicati su gammm.org non potevano dare in nessun modo conto della gran quantità di sperimentazione che (in particolare nell'area anglofona che seguivo) viaggiava fittissima in rete, soprattutto grazie a blog gratuiti, apribili in numero virtualmente illimitato, su blogger/blogspot. avevo allora avviato due spazi ulteriori, collettivi (e altri ne avrei aperti in seguito): flux.blogsome.com (ora irraggiugibile) e fluxishare.blogspot.com (dal 2015 raggiungibile solo se vi si collabora, ma dallo stesso anno – grazie a Jeff Crouch – duplicato, e poi variato in parte, all'indirizzo the-flux-i-share.blogspot.com).
ritornavo oggi su quest'ultimo blog, p. es. qui: https://differx.noblogs.org/2026/02/07/stuff-i-published-almost-20-years-ago-roba-pubblicata-quasi-20-anni-fa/
[continua, forse]