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from L' Alchimista Digitale

Tanti libri pochi lettori

In Italia si pubblicano oltre 80.000 novità l’anno. In una libreria media significa anche 200 nuovi titoli al giorno che chiedono attenzione, spazio, recensioni, lettori. Eppure i lettori forti diminuiscono, e quelli occasionali leggono uno o due libri l’anno. La domanda allora non è solo “perché si legge poco?”, ma: perché si pubblica così tanto e si legge così poco? Ogni giorno combattiamo contro notifiche, serie TV, podcast, social, lavoro. Il libro non è più l’unico strumento di intrattenimento o conoscenza. È uno tra tanti. Il tempo di lettura è diventato un tempo “residuo”. Se resta energia, si legge. Se no, si scrolla. Non è solo un problema culturale: è un problema di attenzione. Molti italiani associano la lettura all’obbligo. Riassunti. Analisi del testo. Parafrasi. Pochi ricordi felici, molte pagine “da fare”. Se la prima esperienza con i libri è una verifica, non una scoperta, qualcosa si rompe. Non è la mancanza di intelligenza. È la mancanza di piacere. Entrare in una libreria oggi può essere disorientante. Pile di novità. Copertine gridate. “Il caso editoriale dell’anno”. “Il thriller che vi terrà svegli tutta la notte”. Ma tra 200 nuovi titoli al giorno, quanto resta davvero? La vita media di un libro sugli scaffali è brevissima. Se non vende subito, sparisce. Il mercato premia la velocità, non la profondità. Molti editori pubblicano tanto perché il sistema lo richiede: – più titoli = più probabilità di bestseller – più novità = più visibilità – più rotazione = più spazio Ma così si crea rumore e nel rumore, il lettore si stanca. La sensazione diffusa è: “Non so cosa scegliere”. E quando la scelta è troppa, spesso si sceglie di non scegliere. Attenzione: gli italiani leggono eccome. Leggono post, newsletter, articoli online, chat, manuali, thread, blog. Leggono frammenti. Il libro, invece, richiede immersione. Richiede lentezza. Richiede silenzio. E il silenzio oggi è un lusso. Non mancano i libri. Mancano: Comunità di lettura vive e accessibili, librerie di quartiere che consigliano, non solo vendono, narrazioni che facciano sentire la lettura come esperienza condivisa. E forse manca anche una cosa più semplice: parlare di libri senza snobismo. Leggere non deve essere una gara. Non è un segno di superiorità morale. È un atto intimo, personale, libero. Forse il problema non è che in Italia ci sono più libri che lettori. Forse il problema è che i libri cercano lettori, ma i lettori sono pochi. E quando un libro intercetta un bisogno reale, funziona. Sempre. Non servono 200 titoli al giorno. Ne basta uno giusto.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

SAUL, PRIMO RE D’ISRAELE (1Sam 8,1-15,35)

Gli Israeliti chiedono un re 1Quando Samuele fu vecchio, stabilì giudici d'Israele i suoi figli. 2Il primogenito si chiamava Gioele, il secondogenito Abia; erano giudici a Bersabea. 3I figli di lui però non camminavano sulle sue orme, perché deviavano dietro il guadagno, accettavano regali e stravolgevano il diritto. 4Si radunarono allora tutti gli anziani d'Israele e vennero da Samuele a Rama. 5Gli dissero: “Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non camminano sulle tue orme. Stabilisci quindi per noi un re che sia nostro giudice, come avviene per tutti i popoli”.

6Agli occhi di Samuele la proposta dispiacque, perché avevano detto: “Dacci un re che sia nostro giudice”. Perciò Samuele pregò il Signore. 7Il Signore disse a Samuele: “Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro. 8Come hanno fatto dal giorno in cui li ho fatti salire dall'Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri dèi, così stanno facendo anche a te. 9Ascolta pure la loro richiesta, però ammoniscili chiaramente e annuncia loro il diritto del re che regnerà su di loro”.

10Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli aveva chiesto un re. 11Disse: “Questo sarà il diritto del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, 12li farà capi di migliaia e capi di cinquantine, li costringerà ad arare i suoi campi, mietere le sue messi e apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. 13Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. 14Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri. 15Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi cortigiani e ai suoi ministri. 16Vi prenderà i servi e le serve, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. 17Metterà la decima sulle vostre greggi e voi stessi diventerete suoi servi. 18Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà”. 19Il popolo rifiutò di ascoltare la voce di Samuele e disse: “No! Ci sia un re su di noi. 20Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie”.

21Samuele ascoltò tutti i discorsi del popolo e li riferì all'orecchio del Signore. 22Il Signore disse a Samuele: “Ascoltali: lascia regnare un re su di loro”. Samuele disse agli Israeliti: “Ciascuno torni alla sua città!”.

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Approfondimenti

8,1-15,35. Questa sezione ha come coprotagonisti Samuele e Saul. Il tema di 1Sam 8-15 è il passaggio dall'epoca dei “giudici” a quella dei re, grazie alla mediazione di Samuele. Si ritiene che il testo attuale risulti dall'intreccio di almeno due versioni dei fatti – una più antica e l'altra più recente – i cui punti di vista sono molto diversi. La versione più antica (identificata in 9,1-10,16; 11,1-15) vede nel re un dono misericordioso di Dio offerto al popolo oppresso; quella più recente, di matrice deuteronomistica (8,1-22; 10,17-27; 12,1-25), interpreta la nascita del regno come un rifiuto della regalità di Dio (cfr. 8,7) e come un'ostinazione d'Israele a voler imitare le nazioni pagane (8,5). È quest'ultima versione ad aver ricevuto la preminenza: il popolo crede che l'elezione di un re possa risolvere un problema immediato di governo, ma sul suo capo risuona l'ammonimento di Samuele a non abbandonare il Signore per diventare “come tutti i popoli”. La condotta di Saul sembrerà dar ragione a Samuele (cc. 13-15). Tuttavia la fondazione del regno non è un atto puramente profano, in quanto Dio stesso partecipa attivamente alla ricerca di un re anche se essa non corrisponde al suo plano originario. Lo spirito del Signore scende su Saul (10,10; 11,6) e lo guida alla vittoria, salvo ritirarsi da lui (15,23.26; 16,14) a motivo della sua disubbidienza. Il c. 12 ha lo scopo di riassumere il significato delle due versioni: le mutate condizioni politiche non hanno affatto risolto il problema della fede d'Israele, che assieme al proprio re deve (e dovrà sempre!) scegliere di “servire il Signore” (12,20-25).

8,1-22. La richiesta di un re da parte del popolo trova lo spunto nella cattiva condotta dei figli di Samuele, incapaci di amministrare la giustizia e il diritto (vv. 1-3). Israele si trova a disagio nei confronti delle nazioni circostanti dotate di un governo centralizzato, permanente e autonomo. Come può fronteggiare l'incombente minaccia filistea senza una struttura politico-militare adeguata (vv. 4-5)? Il problema è serio: la guida carismatica dei “giudici” non offre più le garanzie di un tempo e un cambiamento è senza dubbio necessario per far fronte alle mutate condizioni storiche. La proposta non trova il gradimento di Samuele, che vi ravvisa la tentazione di cercare una sicurezza nelle proprie forze, diffidando dello spirito di Dio che sempre aveva liberato Israele dai nemici per mezzo dei “giudici” (v. 6; cfr. Gdc 3,9-10; 6,14.34; 11,29; 13,25; 14,4.19; 1Sam 7,6-14. Cfr. le lamentele di Isaia: 30,1-3 e di Geremia: 2,17-19 contro il ricorso all'alleanza con le potenze straniere). Il Signore acconsente a malincuore (vv. 8-9) ma obbliga Samuele ad avvertire Israele di tutti gli inconvenienti che la monarchia comporterà (vv. 10-18). Questo capitolo ricorda da vicino l'altro tentativo israelita di eleggersi un re nella persona di Gedeone (Gdc 8,22-23), sfociato nella tirannia di Abimelech e stigmatizzato dal famoso apologo di Iotam (Gdc 9,8-20). Anche là il giudizio sulla monarchia è decisamente negativo e motivato dal fatto che solo il Signore può regnare su Israele (Gdc 8,23).

1. «stabilì giudici di Israele i suoi figli»: come Gedeone (Gdc 8,22-23; 9,1-2) anche Samuele trasmette ereditariamente la sua carica.

3. «deviavano dietro il lucro»: cfr. Dt 16,18-19. I figli di Samuele ricalcano esattamente la via dei figli di Eli. Nonostante la sua personale fedeltà, la sua famiglia non sfugge alle conseguenze di un contesto storico ormai logoro e senza futuro. Persino nella fonte meno favorevole alla monarchia si riconosce l'esistenza di un problema istituzionale che non è più possibile eludere.

5. «tutti i popoli»: lett. «nazioni» (gôyim). Sarebbe auspicabile far rilevare nella traduzione la differenza tra «popolo» (’am) – usato quasi esclusivamente per Israele – e «nazioni» (gôyim), termine usato per definire i popoli pagani. Israele non può ignorare la sua “diversità” rispetto a tutti gli altri popoli, perché è «proprietà particolare» (sᵉgullâ) del Signore in forza dell'elezione (Es 19,5; Dt 7,6; 14,2; 26,18; Sal 135,4; Ml 3,17): con essa Dio si è acquistato un “diritto” su Israele (cfr. Dt 4,20; 6,21-25). Questo è il “regno” del Signore (v. 7) che Israele sta ora rigettando per diventare «come tutte le nazioni» (cfr. anche v. 20).

10-20. La lunga lista delle pretese che il re avrà su popolo è scandita dal continuo alternarsi di “vostro” e “suo”: tutto quanto è “vostro” diverrà “suo”, del re. Samuele avverte il popolo, ma la decisione è ormai irrevocabile e se ne accettano fin d'ora le conseguenze: le “sue” battaglie saranno le “nostre” battaglie!

11. «li farà correre davanti al suo cocchio»: era usanza diffusa nell'antichità che i re si facessero precedere da gruppi di servi o soldati in qualità di battistrada e scorta d'onore (cfr. 22,17; 2Sam 15,1; 1Re 1,5).

12. «li farà capi di migliaia»: cfr. 17,18.

16. «armenti»: con i LXX. Il TM (ripreso da Vg) ha «giovani».

22. Il capitolo si chiude in modo tale da potersi agganciare alla narrazione successiva sull'elezione di Saul (9,1-10,16), attribuita alla fonte più favorevole alla monarchia. Anche se a malincuore, sarà il Signore stesso ad impegnarsi in prima persona per trovare un re a Israele.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from differxdiario

se, intorno ai quindici anni o poco prima o poco dopo, scoprendo i racconti di Cortàzar, e venendone disorientato anzi scosso, mi fossi fermato alla sorpresa e mi fossi fatto – diciamo così – disarcionare dalla singolarità del suo lavoro, se insomma avessi chiuso Ottaedro e le Storie di cronopios e di famas giudicando inaccettabile la sprezzatura dell'autore verso causalità, definizione dei personaggi e principio di non-contraddizione, avrei perso il contatto con una parte colossale di letteratura e avanguardia mondiale, non solo novecentesca.

sarei diventato magari un ligio bigio lettore di romanzi ordinari, plot ordinati, poesia postromantica, linguaggi passati al pettine e occidentalissima devozione ad Aristotele. per fortuna ho deciso di iniziare una poi non terminabile passeggiata per la palus (non necessariamente putredinis) con cui centinaia di altri autori e milioni di lettori avevano, stavano avendo, avrebbero avuto e hanno tutt'ora a che fare.

che poi, diciamolo, come palude è del tutto abitabile, e forse corrisponde a strutture antropologiche vecchie di decine se non centinaia di migliaia di anni. non bianche e non fissate con le infinite menate più o meno teocentriche delle filosofie e letterature coloniali.

ancora adesso nelle scritture (apparentemente o effettivamente) lineari, alfabetiche o meno, e in quelle asemiche, nei materiali verbovisivi e nell'astrazione, cerco daccapo e daccapo i pezzetti di alterità & alterazione che interessavano Michaux, Burroughs, Villa. vado insomma d'accordo con la messa fuori asse (un asse del resto inesistente) dei tratti presuntivamente coesivi della percezione, dei linguaggi, dell'orientamento spaziale e della causalità temporale, dell'affioramento del senso (anche a prescindere dal significato).

 
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from La biblioteca di Amarganta

D come ... Donna Aiuola

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Infinita. Lettera D, creatore Antonio Basioli

Donna Aiuola è un personaggio che non è presente nelle varie trasposizioni. Si tratta di uno dei personaggi più complessi e carichi di simbolismo di Ende, che richiama, reinterpreta la figura archetipica della Grande Madre, evitando però di cadere nello stereotipo e facendone una figura complessa.

Chi è Donna Aiuola

A scanso di equivoci, va precisato che Donna Aiuola (Dame Aiuóla in originale) è una figura positiva nella storia. Ci troviamo in uno degli ultimi capitoli, quello corrispondente alla lettera X. Lei accoglie Bastiano nella sua Casa che Muta dopo che il ragazzo realizza gli sbagli che ha compiuto seguendo Xayde e dopo che ha lasciato il senso di comunità “totalizzante” che sono i Navigatori della Nebbia (gli Yskandari) desiderando di avere qualcuno che lo ami per quello che è! E Donna Aiuola è la risposta a questo desiderio.

Il suo nome è esplicativo della sua natura. Donna Aiuola è infatti una donna (così come dice il suo nome) vegetale. Viene descritta come una donna che ha “l'aspetto di una bella mela, bella tonda e dalle gote rosa” ma dal fisico grosso e imponente. Dal suo corpo crescono foglie, fiori che formano il suo vestito, mentre dal suo cappello produce frutti in abbodanza con cui nutre Bastiano, trattandolo come se fosse un bambino piccolo, aiutandolo così a riconnettersi con una parte di sé stesso che durante il suo periodo a Fantasia aveva tralasciato: il suo essere un ragazzino.

E amorevole e materna, ma non come lo sono le madri (e in generale i genitori) umani. Il suo amore per consiste per lo più nell'avere qualcuno con cui ella possa condividere la sua abbondanza. Lei stessa ammette infatti che i Fantaiani non possono amare come gli esseri umani, o meglio solo chi fra loro ha bevuto le Acque della Vita può farlo. Tuttavia, a differenza della strega di Hansel e Gretel, lei è anche pronta a lasciare che Bastiano vada via dalla Casa che Muta, quando verrà il momento per lui di continuare il suo cammino (e ciò avviene poeticamente nel momento in cui lei inizia a perdere i fiori).

Poiché la sua natura è vegetale, Donna Aiuola non nasce e muore come altri esseri. Lei si secca in inverno, morendo, e poi rinasce sbocciando in primavera carica di fiori come una persona simile ma diversa. Lei stessa si definisce “figlia e madre di sè stessa”.

Donna Aiuola come Madre Terra

Difficile non vedere nel personaggio di Donna Aiuola una rielaborazione dell'archetipo della Madre Terra (o se preferite Madre Natura), forse una delle prime iterazioni della figura divina della Grande Madre. Gli elementi vegetali che ne caratterizzano il “vestiario”, il suo essere paragonata a un frutto e la sua corporatura risultano abbastanza evidenti.

Le figure materne sono una costante nei racconti e nelle #fiabe. Ogni fata madrina, strega, madre o matrigna non sono altro è che diverse interazioni di un solo questoarchetipo. Possono essere delle figure supportive e amorevoli (la fata Smemorina di Cenerentola) oppure rappresentare ostacoli da superare per diventare grandi (la già menzionata strega di Hansel e Gretel)

Interessante potrebbe essere il paragone di Donna Aioula con l'idea della Dea Triplice, una concezione diffusa in ambienti Neopagani che attribuisce al Femmineo Sacro di tre volti, in sintonia con le tre età dell'uomo del #mito di Edipo: giovinezza (la fanciulla), età adulta (la donna matura) e infine la vecchiaia (l'anziana). Donna Aiuola incarna ciò nei suoi cicli di vita, esprimendo la capacità di rinascita della natura ad ogni stagione.

Sebbene Ende non menzionò mai esplicitamente questo concetto, è probabile che ne fosse consapevole, dato il suo già menzionato interesse per il #simbolismo estoterico, incluse alchimia e Antroposofia Steineriana, che ritroviamo anche nell'estetica di AURYN, che unisce l'uroboro occidentale con il Tao cinese.

Slegato dalla concezione di Madre Terra parrebbe invece essere l'incapacità di Donna Aiuola di amare, o almeno di amare come un essere umano data la sua natura fantasiana. Ben lungi dal fare paragoni con il Dialogo fra un'islandese e la Natura di Leopardi, esso può essere visto come un modo intrigante in cui Ende invita chi legge a riflettere su come il mondo fantastico, per quanto affascianate e accogliente, non ci potrà mai dare l'amore tangibile di coloro che viene da coloro che ci amano veramente.

 
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from Alviro

Quando ero bambino, il mio linguaggio possedeva la sicurezza inconsapevole delle prime convinzioni; parlavo con l’autorità che solo l’ignoranza può concedere. I miei pensieri si muovevano entro un orizzonte ristretto, ma io lo credevo l’intero universo. Ragionavo secondo immagini immediate, e ciò che mi appariva vero coincideva semplicemente con ciò che mi era familiare. Col tempo, tuttavia, ho scoperto che crescere non significa accumulare certezze, bensì imparare a dubitare con metodo. Ho abbandonato non l’entusiasmo dell’infanzia, che è una forma di energia preziosa, ma la sua credulità. Ho imparato che la maturità non consiste nell’irrigidirsi, bensì nel sottoporre ogni convinzione alla luce della ragione, anche a costo di perderla.

Lo specchio della conoscenza

La nostra condizione presente è simile a quella di chi osserva il mondo attraverso uno specchio imperfetto: vediamo contorni, non essenze; riflessi, non realtà ultime. Le nostre teorie sono tentativi — talvolta nobili, talvolta ingenui — di dare ordine a ciò che eccede costantemente la nostra comprensione. È un errore credere che l’uomo adulto possieda una visione limpida e definitiva. Egli dispone soltanto di strumenti più raffinati per misurare la propria ignoranza. Ogni progresso nella conoscenza amplia, insieme alla chiarezza, anche il perimetro del mistero.

Verso una comprensione più piena

E tuttavia, l’aspirazione a una conoscenza più compiuta non è vana. Se ora conosciamo in modo frammentario, è proprio perché siamo esseri finiti che tentano di comprendere un ordine più vasto. La perfezione della conoscenza — qualunque cosa significhi — non consisterà forse nell’eliminazione del dubbio, ma nella sua armoniosa integrazione in una visione più ampia. Essere conosciuti, prima ancora che conoscere, suggerisce una reciprocità che trascende l’orgoglio intellettuale. Ci ricorda che non siamo meri spettatori dell’universo, ma parti di esso. E forse la saggezza adulta non è altro che questo: riconoscere i limiti della mente senza rinunciare al desiderio di oltrepassarli. Così, ciò che ho abbandonato dell’infanzia non è stato il desiderio di verità, ma la sua presunzione; e ciò che ho guadagnato non è la certezza assoluta, bensì la disciplina della chiarezza.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Mavis Staples (con Bettye LaVette) è rimasta, tra le grandi voci della soul music ancora in attività, quella in grado di regalarci emozioni e bei dischi: in teoria ce ne sarebbero altre, ma Aretha Franklin non fa più un disco decente da oltre trent’anni, Diana Ross pure, Tina Turner pare essersi ritirata, ma anche lei campava a furia di duetti con Ramazzotti, Gladys Knight e Dionne Warwick continuano a fare album di onesto crossover tra pop e blanda musica soul, ma non erano mai state tra le vessillifere del R&B più sanguigno... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/mavis-staples-livin-on-high-note-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/4lvagLkQiGD8Q1Z84IicvM


 
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from norise 3 letture AI

Calvario

(a San Massimiliano Kolbe).

portavo le mie quattr’ ossa sul calvario accomunato alle migliaia di sventurati lungo i binari della morte.

ti parlo a nome di chi nome non aveva ti parlo dalla regione del dolore con la bocca dei morti.

ove germogliano fiori di quel perdono che non è dei vivi

* Panoramica della poesia “Calvario (a San Massimiliano Kolbe)” riflette sui temi della sofferenza, del sacrificio e della memoria collettiva in una forma poetica spoglia e condensata. La poesia attinge all'iconografia religiosa e a spunti storici, in particolare attraverso riferimenti all'Olocausto e ai binari del treno che conducevano i prigionieri alla morte. Invocando la figura di San Massimiliano Kolbe, noto per il suo atto sacrificale ad Auschwitz, la poesia fonde la riflessione personale con la più ampia tragedia storica.

Punti di forza Immagini evocative e minimalismo Lo stile conciso amplifica l'impatto di ogni verso. Il riferimento ai “binari della morte” funge da potente promemoria delle atrocità storiche. Questa brevità, combinata con vividi elementi di dolore personale e collettivo, crea un nucleo emotivo intenso.

Sottotoni morali e spirituali Collegare la poesia a San Massimiliano Kolbe le conferisce una dimensione morale. L'idea di parlare “con la bocca dei morti” sottolinea un senso di voce e responsabilità comunitaria, trasmettendo un perdono che trascende i normali confini umani.

Risonanza Universale Affrontando temi di sofferenza e redenzione che vanno oltre l'individuo, la poesia ha una risonanza ampia. I versi “ti parlo / a nome di chi nome non aveva” rappresentano un riconoscimento di identità messe a tacere, offrendo ai lettori una finestra sulle esperienze universali di perdita e trauma.

Simbolismo stratificato La poesia impiega abilmente simboli religiosi e storici. Un'ulteriore intreccio di questi simboli – magari attraverso sottili cambiamenti di tono o occasionali sprazzi di speranza – potrebbe aggiungere maggiore profondità e permettere alla forza emotiva della poesia di svilupparsi più gradualmente.

Grazie per l'opportunità di immergermi in questa poesia. Offre una riflessione profondamente sentita su un momento cruciale e doloroso della storia, ricordando ai lettori il potere della testimonianza personale e la fragilità della nostra esperienza umana condivisa.

(da academia.edu – AI)

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

IL PROGRAMMA GLOBALE DELLE NAZIONI UNITE PER SMANTELLARE LE RETI CRIMINALI TRANSNAZIONALI

Il crimine organizzato è globale e adattivo; per contrastarlo efficacemente serve una risposta altrettanto strategica, cooperativa e orientata all'intelligence, che vada oltre i singoli sequestri per smantellare i modelli di business criminali.

Il GPCD è un programma globale dell'UNODC, istituito nel 2022, che mira a disgregare le reti criminali transnazionali attraverso azioni di giustizia penale strategiche, cooperative e mirate, andando “oltre il sequestro” per colpire i modelli di business e gli attori chiave del crimine organizzato. L'UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) è l'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. L'agenzia ha sede a Vienna, conta circa 1.500 dipendenti in tutto il mondo e opera attraverso 21 succursali e due uffici intermediari (a Bruxelles e New York).

Gli Obiettivi Principali del Programma sono quelli di promuovere azioni di intelligence-led per identificare opzioni di smantellamento ad alto impatto; rafforzare le capacità investigative nel rispetto dei diritti umani; facilitare la cooperazione internazionale tra giurisdizioni multiple; proteggere operatori di giustizia, vittime e testimoni; sostenere l'internazionalizzazione di indagini e procedimenti.

Nel 2025 sono stati 84 gli Stati Membri ONU coinvolti, mediante una stretta collaborazione con numerose reti di cooperazione giudiziaria e di polizia

Tra i Risultati Operativi annoverati nel 2025, l'Operation Azure II, che ha portato a 161 sequestri di droghe sintetiche (292,57 kg), 42 arresti, 3 consegne controllate in 14 paesi, nonché il sequestro record di 1.929 kg di cannabis e oltre 150.000 pillole di Tapentadol.

Sono inoltre stati costituiti 2 Nuove Joint Investigation Teams : Guinea Bissau-Senegal-Gambia e Bolivia-Perù Liberia

Lo scorso anno è stata lanciata la Rete JUST (Justices United Against Synthetic Trafficking), una piattaforma globale per magistrati su droghe sintetiche, con primo meeting a Bangkok ed un nuovo corso di aggiornamento e-learning. Sono state diramate 4 linee guida per la cooperazione prosecutorial in America Latina (protezione magistrati, crimini ambientali, corruzione, indagini transfrontaliere) e rilasciati 2 report strategici: – Reti criminali nel traffico di cocaina Sud America-Balcani-Europa; – Farmaci contaminati e integrità della catena di fornitura farmaceutica (con OMS). si sono altresì tenuti 7 incontri di esperti su temi come traffico di eroina, metanfetamine, armi, prodotti medici e beni culturali

Con riguardo alle Iniziative Regionali si segnala: – America Latina e Caraibi: – Rafforzamento della cooperazione tra pubblici ministeri contro minacce “policriminali”; – Applicazione pratica del Protocollo AIAMP per la protezione dei magistrati in un processo a Rio de Janeiro; – Creazione di una JIT (Squadra Investigativa Comune) Bolivia-Perù per crimini ambientali Africa – Liberia: primo programma nazionale di e-learning per 450 agenti; aumento del 25% del personale qualificato – Benin: sviluppo di un “Ethics Workbook” per integrità nelle indagini – Senegal: creazione di un Dipartimento di Intelligence dedicato e formazione di “campioni nazionali” su etica – Asia: Consolidamento della rete CASC (Central Asian Countries) con oltre 45 casi facilitati nel 2025; Focus su cybercrime, recupero asset e tratta di persone – Medio Oriente e Nord Africa: Primo progetto GPCD sul traffico di beni culturali in Egitto e Libano: oltre 150 professionisti formati, con risultati operativi tangibili

I temi trasversali trattati vedono: – Diritti umani e genere: integrazione sistematica nelle indagini sul crimine organizzato; - Protezione dei beni culturali: approccio innovativo di smantellamento delle reti di traffico; – Prodotti medici falsificati: report congiunto UNODC-OMS su vulnerabilità della catena farmaceutica

tra i partner del Programma GPCD compaiono anche i carabinieri italiani del Comando Tutela Patrimonio Culturale

Il programma è sostenuto da donatori tra cui UE, USA, Regno Unito, Giappone, Italia e Francia, e collabora con partner come INTERPOL, Eurojust, OMS, UNESCO e reti giudiziarie regionali.

Il GPCD intende: – Intensificare le azioni congiunte e le partnership, – Scalare interventi basati su risultati operativi concreti, – Rafforzare l'integrazione con altri programmi UNODC sulla gestione delle frontiere.

Per saperne di più: https://www.unodc.org/documents/gpcd/Resources/20260210_GPCD_2025_Annual_Report_r.pdf

#GPCD #UNODC

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Gli abitanti di Kiriat-Iearìm vennero a portare via l'arca del Signore e la introdussero nella casa di Abinadàb, sulla collina; consacrarono suo figlio Eleàzaro perché custodisse l'arca del Signore.

Samuele giudice d’Israele 2Era trascorso molto tempo da quando l'arca era rimasta a Kiriat-Iearìm; erano passati venti anni, quando tutta la casa d'Israele alzò lamenti al Signore. 3Allora Samuele disse a tutta la casa d'Israele: “Se è proprio di tutto cuore che voi tornate al Signore, eliminate da voi tutti gli dèi stranieri e le Astarti; indirizzate il vostro cuore al Signore e servite lui, lui solo, ed egli vi libererà dalla mano dei Filistei”. 4Subito gli Israeliti eliminarono i Baal e le Astarti e servirono solo il Signore. 5Disse poi Samuele: “Radunate tutto Israele a Mispa, perché voglio pregare il Signore per voi”. 6Si radunarono pertanto a Mispa, attinsero acqua, la versarono davanti al Signore, digiunarono in quel giorno e là dissero: “Abbiamo peccato contro il Signore!”. A Mispa Samuele fu giudice degli Israeliti. 7Anche i Filistei udirono che gli Israeliti si erano radunati a Mispa e i prìncipi filistei si levarono contro Israele. Quando gli Israeliti lo udirono, ebbero paura dei Filistei. 8Dissero allora gli Israeliti a Samuele: “Non cessare di gridare per noi al Signore, nostro Dio, perché ci salvi dalle mani dei Filistei”. 9Samuele prese un agnello da latte e lo offrì tutto intero in olocausto al Signore; Samuele alzò grida al Signore per Israele e il Signore lo esaudì. 10Mentre Samuele offriva l'olocausto, i Filistei attaccarono battaglia contro Israele; ma in quel giorno il Signore tuonò con voce potente contro i Filistei, li terrorizzò ed essi furono sconfitti davanti a Israele. 11Gli Israeliti uscirono da Mispa per inseguire i Filistei, e li batterono fin sotto Bet-Car. 12Samuele prese allora una pietra e la pose tra Mispa e il Dente, e la chiamò Eben-Ezer, dicendo: “Fin qui ci ha soccorso il Signore”. 13Così i Filistei furono umiliati e non vennero più nel territorio d'Israele: la mano del Signore fu contro i Filistei per tutto il periodo di Samuele. 14Tornarono anche in possesso d'Israele le città che i Filistei avevano preso agli Israeliti, da Ekron a Gat: Israele liberò il loro territorio dalla mano dei Filistei. E ci fu anche pace tra Israele e l'Amorreo. 15Samuele fu giudice d'Israele per tutto il tempo della sua vita. 16Ogni anno egli compiva il giro di Betel, Gàlgala e Mispa, ed era giudice d'Israele in tutte queste località. 17Poi ritornava a Rama, perché là era la sua casa e anche là era giudice d'Israele. In quel luogo costruì anche un altare al Signore.

__________________________ Note

7,4 Astarte, con Baal, è divinità della fecondità e dell’amore. Il suo culto era molto diffuso nel Vicino Oriente antico. Vedi Gdc 2,11.13.

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Approfondimenti

2-17. Riappare sulla scena Samuele nelle vesti di profeta, intercessore e giudice. Lo schema in cui si inserisce la sua azione è molto simile a quello che ricorre nel libro dei Giudici (2,10-19; cfr. anche 6,6-10; 10,10-16). Samuele ricorda che i vent'anni di schiavitù sono stati la dura conseguenza di un'idolatria che, senza dubbio, è stata fomentata dai dominatori stranieri. Dio esige innanzitutto una disponibilità alla conversione, e il “grido” d'Israele dev'essere il primo sintomo di una volontà rinnovata di camminare (come in Es 14,15). La confessione della colpa (v. 6) rende efficace l'intercessione di Samuele nella battaglia contro i Filistei (vv. 8-9), cosicché Israele può erigere un monumento a ricordo dell'assistenza divina ricevuta (v. 12). A Mizpa Samuele viene investito della “giudicatura” che esplicherà per lunghi anni, visitando periodicamente i grandi santuari dove si custodiva la memoria storica del popolo. Betel (santuario di Abramo e di Giacobbe Gn 12,8; 28,10-22), Galgala (santuario di Giosuè Gs 4,19-24; 5,2-12) e Mizpa (santuario dell'epoca dei “giudici: cfr. 10,17-25; Gdc 20,1-3; 21,1.5.8).

6. «attinsero acqua, la sparsero...»: il senso preciso del gesto ci sfugge. Per analogia con Lam 2,19 e Sal 62,9 si può pensare a un rito penitenziale accompagnato da preghiere e digiuni, durante il quale l'acqua viene versata a terra come simbolo dell'intimo e totale distacco dai peccati (cfr. 2Sam 14,14) e dall'idolatria.

8-10. Più volte si parla di Samuele come “intercessore” (v. 9,12,19.23; 15,11). Egli era già stato costituito “profeta” (3,20); ora esercita il suo ministero come mediatore dell'alleanza, nel doppio senso di uomo al quale Dio parla, e di uomo che sa parlare a Dio. In ciò Samuele ricalca le orme di Mosè intercessore (Es 17,8-13; 32,32; Nm 11,2; 12,6ss.; Dt 9,20) e profeta (Dt 18,18; 34,10). Cfr. Ger 15,1 e Sal 99,6, dove le due figure sono presentate l'una accanto all'altra.

12. «Eben-Ezer»: «la pietra dell'aiuto». Si ritorna sul nome della località citata in 4, 1, già teatro della disfatta d'Israele. La vittoria ottenuta grazie all'aiuto di Dio è i segno del ritorno della Gloria del Signore (cfr. 4,22) come risposta al ritorno di Israele a lui.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[rotazioni]

un discorso detto di-disco rotto una [risonanza per brevilinei è [composto l'ossido delle o²] procedono dalla metrica diluviana l'aviatore figura generica a terra provocata] a freddo [tre] secondi la fibra assenza di cesio o minaccia [si buttano tutto] è di tutti [fuoco sul perito estimatore

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Dentro l’economia dei database

L’uomo nel database: come siamo diventati la vera materia prima dell’era digitale. Ogni giorno lasciamo tracce, generiamo informazioni, alimentiamo sistemi che registrano abitudini, desideri, spostamenti, relazioni. Non produciamo soltanto contenuti: produciamo dati. Nell’economia contemporanea il valore non nasce più soltanto dagli oggetti o dai servizi, ma dalla capacità di raccogliere, analizzare e monetizzare flussi informativi. In questo scenario l’essere umano rischia di ridursi a risorsa estrattiva, elemento grezzo di un processo industriale invisibile che trasforma comportamenti in previsioni e previsioni in profitto. L’identità digitale non è più una semplice estensione della persona, ma un doppio costantemente aggiornato, misurato e ottimizzato. Ogni clic diventa segnale, ogni pausa uno schema, ogni preferenza un indicatore di consumo. Il punto non è demonizzare la tecnologia, che resta uno strumento straordinario di conoscenza e connessione, ma comprendere la logica che la governa: un modello fondato sull’attenzione come moneta e sulla profilazione come infrastruttura. Quando l’esperienza viene filtrata da interfacce progettate per catturare tempo e reazioni, la libertà si sposta dal fare al reagire. In questa trasformazione silenziosa la persona rischia di coincidere con il proprio tracciato digitale, mentre la complessità dell’esistenza si appiattisce in categorie statistiche. Ripensare il nostro rapporto con i dispositivi significa allora ripensare la nostra ontologia quotidiana: siamo utenti passivi o soggetti consapevoli? Possiamo abitare la rete senza esserne assorbiti? Recuperare intenzionalità nell’uso della tecnologia è un gesto culturale prima ancora che tecnico. Significa scegliere quando essere connessi e quando sottrarci, quando condividere e quando custodire, quando delegare agli algoritmi e quando rivendicare la decisione. Nell’epoca del database globale la vera rivoluzione non è l’innovazione incessante, ma la consapevolezza critica. Se l’uomo è diventato materia prima dell’ecosistema digitale, può ancora decidere di non essere soltanto questo: può tornare a essere autore del proprio tempo, interprete dei propri dati e non semplice fornitore inconsapevole di valore.

 
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from Alviro

Signor Trump

È evidente come il potere, quando si accompagna alla certezza di avere sempre ragione, diventi un acceleratore di errori. Lei vive in un’epoca in cui un singolo messaggio può attraversare il pianeta in un istante; questo rende la prudenza non una virtù decorativa, ma una necessità morale.

Mi permetta una constatazione: gli uomini potenti raramente cadono per mancanza di fiducia in sé stessi; più spesso cadono per un eccesso della medesima.

La democrazia non è una gara di applausi. È un sistema delicato, fondato sull’idea — sorprendentemente fragile — che anche chi ci contraddice possa avere, talvolta, una porzione di verità. Quando il dissenso diventa tradimento e il compromesso debolezza, la libertà comincia a ritirarsi in silenzio.

Lei governa in un tempo in cui le armi sono più rapide del pensiero e le passioni più rumorose della ragione. In tali condizioni, il compito di un leader non è alimentare il fervore, ma raffreddarlo. La storia non è gentile con coloro che scambiano l’orgoglio nazionale per grandezza morale.

Bisogna opporsi alla guerra quando essa viene presentata come inevitabile; bisogna opporsi alla censura quando viene presentata come necessaria; bisogna opporsi al fanatismo quando viene presentato come patriottismo. In ogni epoca, il linguaggio cambia, ma le tentazioni restano le stesse.

La grandezza di una nazione non si misura nella sua capacità di imporsi, bensì nella sua capacità di cooperare senza umiliarsi e di dissentire senza distruggersi.

Le suggerirei, con rispetto, di coltivare un dubbio occasionale. Il dubbio non è debolezza; è l’antidoto contro le catastrofi che nascono dalla convinzione incrollabile.

Con sincera speranza che la ragione prevalga sul clamore

 
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