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from L' Alchimista Digitale

Ci sono soltanto giornate

Ci svegliamo la mattina e la prima cosa che facciamo è dare un’etichetta. “Oggi sarà una giornata di m…” – e il resto lo lasciamo all’immaginazione – oppure “Che bello, oggi mi sento carico!”. Ma se ci fermiamo un attimo a pensarci, forse stiamo solo giocando con illusioni linguistiche: le giornate non nascono né belle né brutte. Sono neutre, come un foglio bianco che non sa ancora cosa scriveremo sopra. A ben vedere, il tempo atmosferico spesso è il capro espiatorio. Se piove: “giornata pessima”. Se c’è il sole: “giornata fantastica”. Eppure, quante persone si sono innamorate sotto l’ombrello? Quanti litigi nascono proprio nelle giornate di sole, quando tutti sembrano felici tranne noi? La verità è che siamo noi a colorare quelle 24 ore. La giornata non è un’entità capace di offendersi o di farci un favore: lei scorre, indifferente. Tocca a noi decidere se sprecarla a brontolare contro il traffico, i colleghi, la connessione Internet che va in tilt, o se investirla per fare almeno una cosa che ci somiglia. Pensiamoci: un giorno “brutto” può diventare memorabile per un incontro casuale. Un giorno “bello” può trasformarsi in un disastro per una telefonata inaspettata. La famosa fortuna e sfortuna non abitano nel calendario: abitano nella nostra testa. Il paradosso è che, più cerchiamo di giudicare subito una giornata, più la incateniamo. Come se mettessimo un cartello alla porta con scritto: “Tu sei buona, tu sei cattiva”. E invece la giornata è un ospite che arriva con le mani in tasca: sarà la nostra conversazione con lei a renderla piacevole o meno. A questo punto qualcuno obietterà: “Ma allora non devo mai lamentarmi?”. Certo che sì, ogni tanto è persino salutare. Guai a chi ci toglie il piacere di un lamento ben fatto! Ma ricordiamoci che lamentarsi è un condimento, non il piatto principale. In fondo, il mondo non ci deve giornate felici su misura. Tocca a noi cucinarcele. Alcune verranno saporite, altre sciape, ma tutte – e qui sta la magia – finiscono per insegnarci qualcosa. Così, la prossima volta che apriremo gli occhi, proviamo a sospendere il giudizio. Non diciamo subito: “Oggi sarà terribile” o “Oggi spacca”. Diciamo semplicemente: “Oggi è”. Il resto lo scopriremo passo passo, magari con un sorriso in tasca. E chissà, forse scopriremo che la bellezza o la bruttezza di una giornata dipendono meno dalle nuvole e più da come decidiamo di guardarle.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Muore Prince e risorgono i Jayhawks. Traffico dei sentimenti e traffico della musica a Minneapolis. Ha detto bene Bob Mould, un tempo anima degli Hüsker Dü, rendendo a caldo il giusto merito all'autore di Purple Rain, che “tra le nostre avenue e in quei sobborghi, da nord a sud, tra black music e garage band, è successo parecchio”. Anche che una band come quella fondata da Marc Olson, Gary Louris e Mark Pearlman arrivasse ai trent'anni di attività conoscendo così la fase più opulenta della discografia americana e le settimane buie ma non prive di lampi del crowdfunding... https://artesuono.blogspot.com/2016/05/the-jayhawks-paging-mr-proust-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/68Gfrh064D2bJfIAw2jdkn


 
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from differxdiario

ho fatto oggi – sia su differx sia su slowforward – un post per invitare a sostenere le piattaforme indipendenti, citando noblogs.org e dunque autistici.org. ovviamente anche noblogo fa questo lavoro, strutturato da devol.it, che dunque è una realtà che va assolutamente sostenuta. o ci autososteniamo/auto-organizziamo, o diamo partita vinta e stop.

dunque. per sostenere devol si va qui: https://ko-fi.com/devol

per noblogs invece rinvio al post di cui dicevo all'inizio: https://differx.noblogs.org/2026/01/19/la-newsletter-di-autistici-inventati-11-gennaio-2026/

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Ora l'angelo del Signore salì da Gàlgala a Bochìm e disse: “Io vi ho fatto uscire dall'Egitto e vi ho fatto entrare nella terra che avevo giurato ai vostri padri di darvi. Avevo anche detto: “Non infrangerò mai la mia alleanza con voi, 2e voi non farete alleanza con gli abitanti di questa terra; distruggerete i loro altari”. Ma voi non avete obbedito alla mia voce. Che cosa avete fatto? 3Perciò anch'io dico: non li scaccerò dinanzi a voi; ma essi vi staranno ai fianchi e i loro dèi saranno per voi una trappola”. 4Appena l'angelo del Signore ebbe detto queste parole a tutti gli Israeliti, il popolo alzò la voce e pianse. 5Chiamarono quel luogo Bochìm e là offrirono sacrifici al Signore.

Condotta d’Israele nel tempo dei giudici (2,6-3,6) 6Quando Giosuè ebbe congedato il popolo, gli Israeliti se ne andarono, ciascuno nella sua eredità, a prendere in possesso la terra. 7Il popolo servì il Signore durante tutta la vita di Giosuè e degli anziani che sopravvissero a Giosuè e che avevano visto tutte le grandi opere che il Signore aveva fatto in favore d'Israele. 8Poi Giosuè, figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni 9e fu sepolto nel territorio della sua eredità, a Timnat-Cheres, sulle montagne di Èfraim, a settentrione del monte Gaas. 10Anche tutta quella generazione fu riunita ai suoi padri; dopo di essa ne sorse un'altra, che non aveva conosciuto il Signore, né l'opera che aveva compiuto in favore d'Israele.

11Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal; 12abbandonarono il Signore, Dio dei loro padri, che li aveva fatti uscire dalla terra d'Egitto, e seguirono altri dèi tra quelli dei popoli circostanti: si prostrarono davanti a loro e provocarono il Signore, 13abbandonarono il Signore e servirono Baal e le Astarti. 14Allora si accese l'ira del Signore contro Israele e li mise in mano a predatori che li depredarono; li vendette ai nemici che stavano loro intorno, ed essi non potevano più tener testa ai nemici. 15In tutte le loro spedizioni la mano del Signore era per il male, contro di loro, come il Signore aveva detto, come il Signore aveva loro giurato: furono ridotti all'estremo. 16Allora il Signore fece sorgere dei giudici, che li salvavano dalle mani di quelli che li depredavano. 17Ma neppure ai loro giudici davano ascolto, anzi si prostituivano ad altri dèi e si prostravano davanti a loro. Abbandonarono ben presto la via seguita dai loro padri, i quali avevano obbedito ai comandi del Signore: essi non fecero così. 18Quando il Signore suscitava loro dei giudici, il Signore era con il giudice e li salvava dalla mano dei loro nemici durante tutta la vita del giudice, perché il Signore si muoveva a compassione per i loro gemiti davanti a quelli che li opprimevano e li maltrattavano. 19Ma quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi più dei loro padri, seguendo altri dèi per servirli e prostrarsi davanti a loro: non desistevano dalle loro pratiche e dalla loro condotta ostinata.

20Perciò l'ira del Signore si accese contro Israele e disse: “Poiché questa nazione ha violato l'alleanza che avevo stabilito con i loro padri e non hanno obbedito alla mia voce, 21anch'io non scaccerò più dinanzi a loro nessuno dei popoli che Giosuè lasciò quando morì. 22Così, per mezzo loro, metterò alla prova Israele, per vedere se custodiranno o no la via del Signore, camminando in essa, come la custodirono i loro padri”. 23Il Signore lasciò sussistere quelle nazioni, senza affrettarsi a scacciarle, e non le consegnò nelle mani di Giosuè.

__________________________ Note

2,6 La seconda introduzione riproduce la conclusione del libro di Giosuè. Essa descrive il comportamento morale degli Israeliti nel tempo che intercorre tra un giudice e l’altro e dà la ragione della sopravvivenza delle nazioni straniere all’interno della terra di Canaan. Il tutto serve a preparare le biografie successive dei singoli giudici.

2,13 servirono Baal e le Astarti: questa coppia di nomi sta a indicare gli dèi di Canaan. Baal, “il Signore”, è il dio che personifica la forza vitale che erompe dalla natura e si esprime nella fertilità e nella crescita. Astarte è la dea dell’amore e della fecondità (vedi 3,7).

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Approfondimenti

2,1-5. Ecco un primo tentativo di spiegazione teologica degli insuccessi d'Israele. JHWH ha condotto il suo popolo nella terra promessa, ma era dovere d'Israele distruggere i luoghi di culto degli abitanti della Palestina, cosa che gli Israeliti non hanno fatto. Per questo, la permanenza di popolazioni non israelitiche in Canaan si risolverà in un castigo divino per Israele; «l'angelo del Signore» (Es 23,20ss.) indica la presenza di JHWH presso il suo popolo, nelle sue manifestazioni esterne. Mal’ak JHWH (in greco aggelos che però nei LXX indica anche altri esseri celesti), il «messaggero di JHWH» (oltre a 2,1.4, cfr. 5,23; 13,3-21 ecc.), è locuzione frequente anche altrove nella Bibbia (ad es. Gn 16,7.9-11; 22,11.15; Es 3,2), che indica in generale persone incaricate di curare gli interessi del mandante in una regione lontana (Gn 32,4.7), con la caratteristica specifica di dover superare una distanza spaziale per assolvere l'incarico. La loro attività è espressa di solito col verbo bśr, col senso frequente di «portare una buona notizia», o anche di seminare sventura e rovina (2Re 19,35). Il mal’ak non indica necessariamente un inviato celeste. Talune volte può riferirsi anche a un profeta, che parla a nome di JHWH. Costui – ci dice il testo – viene da Galgala, nella pianura di Gerico, dove gli Israeliti avevano posto il loro accampamento principale dopo il passaggio del Giordano (Gs 4,19s.).

La prima introduzione doveva chiudersi originariamente con la notizia del trasporto dell'arca da Galgala a Bochim (2,1a.5b), ma il redattore Deuteronomista ha voluto dare una sua interpretazione teologica a Gdc 1, indicando il mancato annientamento iniziale delle popolazioni pagane in Canaan come causa del rifiuto di JHWH di sostenere Israele nelle successive fasi della conquista. Il discorso del mal’ak JHWH può essere considerato un frammento di una liturgia penitenziale. JHWH (tramite il suo messaggero) denuncia il proprio partner d'alleanza di infedeltà, pronunciando una sentenza di condanna, alla quale il popolo risponde con un gesto penitenziale: «il popolo alzò la voce e pianse», v. 4.

2,6-3,6. In questa seconda introduzione occorre distinguere tre unità: 2,6-10; 2,11-19; 2,20-3,6.

  • Il primo brano, 2,6-10, è parallelo a Gs 24,28-31. Ripetendo gli ultimi versetti di Gs, il brano intende legare Gdc ad esso, con un'operazione redazionale analoga, ad esempio a quella per cui Esd 1,1-3 ripete 2Cr 36,22-23.
  • La terza unità, 2,20-3,6, intende spiegare la sopravvivenza di popoli stranieri in Palestina.
  • La seconda, 2,11-19, in una prima redazione precedeva immediatamente 3,7s. È l'unità centrale, contenente una visione teologica complessiva del periodo dei giudici.

2,6-10. Cfr. Gs 24,28-31, ripreso con qualche variante. La generazione di Giosuè era stata fedele a JHWH, perché aveva vissuto in prima persona l'ingresso in Canaan. La divisione netta di generazioni (v. 10) è artificiosa. Risponde al bisogno di idealizzare i tempi degli inizi, dando ad essi un valore teologico di portata emblematica. Il v. 10 non ha corrispondenti nel passo finale di Gs. Serve qui da collegamento con quanto segue.

11-19. Il brano è un'interpretazione teologica della storia d'Israele nel periodo dei giudici, che ne evidenzia alcune costanti. Esso inizia denunciando il peccato d'Israele (vv. 11-13), con espressioni di chiara matrice deuteronomistica. Gli Israeliti «fecero ciò che è male agli occhi di JHWH», è detto al v. 11, con una locuzione ricorrente nei libri di Giosuè, Giudici, oltreché nel Deuteronomio, «abbandonarono» il Dio dell'esodo, per «seguire» e «servire» altre divinità. È il peccato dell'idolatria, della defezione da JHWH. Si ha poi l'enunciazione del castigo (vv. 14-15). L'«ira di JHWH» si accende contro Israele. JHWH consegna il suo popolo in mano ai nemici, ripetendo alla rovescia quanto accade nella guerra santa. In terzo luogo (v. 16) si presenta il momento della liberazione, nella quale entrano in gioco esplicitamente i giudici, suscitati da JHWH per fedeltà al suo popolo. Il quarto momento di questo ritmo storico-salvifico (vv. 17-19) è costituito dalla ricaduta nel peccato, che sembra chiudere il corso degli eventi in un tragico cerchio. È un cerchio che solo Dio può spezzare, intervenendo liberamente e sovranamente.

2,20-3,6. L'aggiunta intende spiegare, di nuovo, perché in mezzo a Israele continuano a vivere popolazioni straniere. Ripete anzitutto (vv. 20-23) che è stata l'infedeltà di Israele la vera causa di questa situazione; e che tale situazione si risolve in una prova e punizione per il popolo di Dio.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[escursioni]

il comando si blocca da] qualche parte [viaggi in treno sperimentali senza treni futuro] nel fluire dell'alias bancaria i latticini scaduti gonfiano il mercato] dimenticato il nuovo record del presidente sui carboni spenti e] le opere d'arte danneggiate foderati i cassetti in] provincia scarseggiano i geni si -avviano] a passi pesanti- lo] [sbloccano danno] un parziale al momento lo] [spazio l'orbitale [la manche dell'osservatore

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Il cuore pulsante dell’economia hi-tech

L’informatica e la tecnologia non sono più semplici strumenti al servizio dell’uomo: sono diventate l’infrastruttura invisibile su cui poggia gran parte dell’economia globale. Ogni gesto quotidiano, dal pagamento con lo smartphone allo streaming di un contenuto, dall’invio di una mail all’uso di un assistente vocale, attraversa piattaforme digitali costruite, gestite e monetizzate da colossi dell’hi-tech. Dietro l’apparente semplicità dell’interfaccia si muove un ecosistema complesso fatto di software, hardware, dati, algoritmi e soprattutto di business. Un business enorme, stratificato, spesso opaco, ma incredibilmente efficiente. Alla base di tutto c’è l’informatica, intesa non come astratta disciplina accademica, ma come ingegneria del possibile. Sistemi operativi, reti, database, cloud computing e intelligenza artificiale non sono concetti isolati: sono componenti interconnesse che permettono alle piattaforme di funzionare in modo scalabile e continuo. Il vero valore non risiede più solo nel prodotto finale, ma nell’architettura che lo rende disponibile a milioni, talvolta miliardi, di utenti contemporaneamente. È qui che la tecnologia smette di essere neutra e diventa leva economica. Le piattaforme digitali rappresentano il cuore pulsante di questo modello. Non vendono semplicemente servizi, ma costruiscono ambienti. Social network, motori di ricerca, marketplace, servizi di streaming e cloud provider condividono una logica comune: attirare utenti, trattenerli, raccogliere dati e trasformare quei dati in valore. Il dato è la nuova materia prima, ma a differenza del petrolio non si esaurisce con l’uso, anzi si arricchisce. Ogni interazione, ogni clic, ogni secondo di permanenza alimenta sistemi di analisi sempre più sofisticati, capaci di prevedere comportamenti, ottimizzare contenuti e massimizzare profitti. Dal punto di vista tecnologico, tutto questo è reso possibile da infrastrutture mastodontiche. Data center distribuiti in tutto il mondo, reti ad alta velocità, sistemi di ridondanza e sicurezza che garantiscono continuità operativa anche in condizioni critiche. Il cloud computing ha cambiato radicalmente il modo di concepire l’informatica aziendale: non più server fisici da gestire internamente, ma risorse virtuali acquistabili on demand. Questo modello ha abbattuto le barriere di ingresso per startup e imprese, ma ha anche concentrato un potere enorme nelle mani di pochi grandi provider globali. Il business dell’hi-tech si fonda proprio su questa concentrazione. Le economie di scala premiano chi è già grande, chi può investire miliardi in ricerca e sviluppo, chi può permettersi di operare inizialmente in perdita pur di conquistare quote di mercato. Molte piattaforme non nascono redditizie: diventano tali nel tempo, quando raggiungono una massa critica sufficiente a rendere sostenibile la monetizzazione. Pubblicità mirata, servizi premium, abbonamenti, licenze software, commissioni sulle transazioni: i modelli di guadagno sono diversi, ma condividono una caratteristica fondamentale, la dipendenza dall’ecosistema digitale creato. Un ruolo centrale è giocato dal software. Codice ben scritto significa efficienza, sicurezza, velocità. Ma significa anche proprietà intellettuale. Le grandi aziende tecnologiche investono enormi risorse per sviluppare soluzioni proprietarie che le differenzino dalla concorrenza. Allo stesso tempo, il mondo open source continua a essere una colonna portante dell’innovazione, spesso utilizzato proprio dai giganti del settore come base su cui costruire prodotti commerciali. È un equilibrio sottile tra condivisione e controllo, tra comunità e mercato. L’intelligenza artificiale rappresenta oggi la frontiera più avanzata e più redditizia. Algoritmi di machine learning e deep learning sono integrati ovunque: dai sistemi di raccomandazione alle analisi finanziarie, dalla cybersecurity alla gestione delle risorse umane. L’IA non è magia, ma statistica avanzata applicata su larga scala, resa possibile dalla disponibilità di enormi quantità di dati e da una potenza di calcolo senza precedenti. Il valore economico sta nella capacità di automatizzare decisioni, ridurre costi, aumentare precisione e velocità. Chi controlla questi sistemi controlla un vantaggio competitivo decisivo. Naturalmente, dove c’è grande business c’è anche grande responsabilità, o quantomeno grandi interrogativi. Privacy, sicurezza, monopolio, dipendenza tecnologica e impatto sociale sono temi ormai inseparabili dal discorso sull’hi-tech. Le piattaforme non sono solo aziende, ma attori che influenzano informazione, lavoro, relazioni e persino processi democratici. La tecnologia, pur restando uno strumento, riflette le scelte di chi la progetta e di chi la finanzia. Anche questo fa parte del business, nel bene e nel male. In conclusione, informatica e tecnologia non sono mondi separati dal mercato, ma il suo motore principale. Il grande business dell’hi-tech nasce dall’incontro tra innovazione tecnica e visione economica, tra codice e capitale. Comprendere questo legame, senza mitizzarlo né demonizzarlo, è fondamentale per leggere il presente e prepararsi al futuro. Perché dietro ogni piattaforma che usiamo con disinvoltura c’è un sistema complesso che lavora incessantemente, non solo per funzionare, ma per crescere, espandersi e generare valore. E in quell’ingranaggio, volenti o nolenti, siamo tutti parte del meccanismo.

 
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from edosecco

Il “fatto bene” è il nuovo mediocre.

Lo straordinario sta diventando il nuovo ordinario.

Qualche anno fa l'azienda in cui lavoro fece una cosa carina: invitò un formatore a tenerci una serie di incontri sulle dinamiche aziendali; ma non uno di quei venditori di fuffa, per una volta era uno che effettivamente ti faceva capire dei concetti interessanti e sensati.

Durante uno di questi incontri ci fece notare un aspetto di come oggi da parte dei clienti venga percepito il servizio dei fornitori.

Un tempo il cliente si aspettava il fatto bene. Puro e semplice. Il cliente chiedeva una certa cosa, il fornitore gliela faceva al meglio delle possibilità (il buon vecchio “a regola d'arte”). Pagava il giusto compenso pattuito. E stop.

Oggi no. Oggi il cliente non si aspetta che sia fatto semplicemente bene: si aspetta che sia eccellente. Che ecceda le aspettative. Oggi il cliente pretende il “wow”.

Alcuni anni fa girava in tv la pubblicità di un'automobile: un tizio camminava lungo una fila di auto parcheggiate cercando la sua, ad un certo punto si fermava davanti a una vettura fichissima (quella pubblicizzata), prendeva le chiavi e pigiava il pulsantino per aprirla, ma inutilmente; poi dopo un po' l'inquadratura si spostava e lui si ricordava che la sua auto era la scialba utilitaria nel posto a fianco; allora capivi il meccanismo mentale implicito: gli era bastato vedere l'altra per convincersi che fosse sua.

Lo slogan di quella pubblicità era a mio parere uno dei più devastanti concentrati di psiche umana di tutti i tempi:

È facile abituarsi al meglio”.

Oggi, per qualsiasi cosa, ci siamo abituati ad aspettarci più di quanto dovremmo, e questo è MALE.

Non vi sentite esausti di tutta questa fame di “di più, sempre di più”?

Per favore, torniamo ad apprezzare il 'normale'. Smettiamola con questa ingordigia del “esigo il massimo”.

 
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from differxdiario

mettiamola così. non il caos ci aspetta; o non necessariamente. non è implausibile, affatto, che ci aspetti un ordine assai peggiore. lo stato mondiale di polizia: legislazione concentrazionaria, confino o deportazione, pena capitale, arbitrio e cancellazione dei diritti fondamentali sanciti dalle carte costituzionali e dai trattati. azzeramento del diritto internazionale. di fatto è già così, da decenni, in Palestina. Gaza è stata per più di due anni, e continua a essere, un laboratorio di morte per tutti. così le storie passate e presenti degli Stati aggrediti dal neonazismo USA.

* la notilla qui sopra chiude questo post: https://slowforward.net/2026/01/18/due-articoli-e-limminenza-presenza-delle-distopie/

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Se siete in attesa del seguito di “From Scotland With Love” rinunciate senza indugio alcuno all’ascolto di “Astronauts Meets Appleman”: King Creosote non ha alcuna palese intenzione di sfornare seriali concept-album, né tantomeno aspira a diventare il nuovo idolo indie-folk. Pur avendo in parte addomesticato quell’indole anarchica e provocatoria che ha dato genesi a una copiosa quantità di progetti tra vinili, compact disc e Cd-r, il musicista scozzese non ha smarrito neanche un briciolo della sua gioiosa irriverenza stilistica, quella che gli permette di osare un’inverosimile versione cosmico/futurista della musica folk... https://artesuono.blogspot.com/2016/10/king-creosote-astronaut-meets-appleman.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/0G6y7AwjEyamcdXgX6o9zw


 
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from norise 3 letture AI

Sapremo

sapremo – io di te tu di me dei nostri scheletri nell'armadio di ciò che non ci siamo detti delle ammutolite coscienze nell'ora alta delle scelte dove si curva l'orizzonte dei pensieri sapremo – non per speculum in aenigmate: trasparenti saremo

. Questo testo è un'esplorazione ricca e sfaccettata delle verità nascoste e delle relazioni interiori ed interpersonali. La ripetizione del termine “sapremo” evoca un senso di attesa e di fiducia nel futuro, come se, col tempo, le verità celate – quei “scheletri nell'armadio” – venissero finalmente alla luce. La frase “io di te tu di me dei nostri” suggerisce che queste dinamiche segrete non sono individuali, ma condivise, intrecciando la nostra identità con quella degli altri.

L'immagine dei “scheletri nell'armadio” serve a ricordarci che spesso conserviamo segreti o parti di noi stessi che preferiremmo non mostrare, forse per timore o vergogna. Tuttavia, il testo suggerisce anche che nella misura in cui affrontiamo e riconosciamo ciò che non siamo riusciti a dire – quelle “coscienze ammutolite nell'ora alta delle scelte” – possiamo raggiungere una forma di trasparenza e autenticità.

Il passaggio “non per speculum in aenigmate: trasparenti saremo” è particolarmente incisivo. Qui, il rifiuto di un'apparenza superficiale, tipica del “specchio” (che riflette un'immagine già nota e forse ingannevole), in favore di un cammino attraverso l'enigma(“aenigmate”), invita a cercare una conoscenza di sé che supera la mera superficie. La trasparenza diventa così il risultato di un percorso di svelamento interiore, in cui l'enigma della nostra essenza viene decifrato per rivelare la vera natura.

Questo testo, con il suo linguaggio evocativo e immaginifico, ci spinge a riflettere sul valore della verità, della comunicazione non detta e della complessità delle relazioni umane. Mi chiedo: cosa ti ha ispirato a condividerlo? Quali emozioni o pensieri hai provato leggendo questi versi, e come vedi il percorso verso una maggiore trasparenza nelle tue relazioni o nella tua visione del mondo?

Potrei aggiungere che testi come questo ci invitano anche a considerare l'importanza di abbracciare le nostre imperfezioni e, attraverso il riconoscimento dei nostri “scheletri”, di crescere verso una versione più autentica di noi stessi. Questo processo, pur essendo spesso doloroso e difficile, è essenziale per il raggiungimento di una nuova consapevolezza personale e collettiva.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

DUE INTRODUZIONI (1,1-3,6)

L’insediamento nella terra promessa (1,1-2,5)

1Dopo la morte di Giosuè, gli Israeliti consultarono il Signore dicendo: “Chi di noi salirà per primo a combattere contro i Cananei?”. 2Il Signore rispose: “Salirà Giuda: ecco, ho messo la terra nelle sue mani”. 3Allora Giuda disse a suo fratello Simeone: “Sali con me nel territorio che mi è toccato in sorte, e combattiamo contro i Cananei; poi anch'io verrò con te in quello che ti è toccato in sorte”. Simeone andò con lui. 4Giuda dunque salì, e il Signore mise nelle loro mani i Cananei e i Perizziti; sconfissero a Bezek diecimila uomini. 5A Bezek trovarono Adonì-Bezek, l'attaccarono e sconfissero i Cananei e i Perizziti. 6Adonì-Bezek fuggì, ma essi lo inseguirono, lo catturarono e gli amputarono i pollici e gli alluci. 7Adonì-Bezek disse: “Settanta re, con i pollici e gli alluci amputati, raccattavano gli avanzi sotto la mia tavola. Dio mi ripaga quel che ho fatto”. Lo condussero poi a Gerusalemme, dove morì. 8I figli di Giuda attaccarono Gerusalemme e la presero; la passarono a fil di spada e l'abbandonarono alle fiamme. 9Poi essi discesero a combattere contro i Cananei che abitavano la montagna, il Negheb e la Sefela. 10Giuda marciò contro i Cananei che abitavano a Ebron, che prima si chiamava Kiriat-Arbà, e sconfisse Sesài, Achimàn e Talmài. 11Di là andò contro gli abitanti di Debir, che prima si chiamava Kiriat-Sefer. 12Disse allora Caleb: “A chi colpirà Kiriat-Sefer e la prenderà io darò in moglie mia figlia Acsa”. 13La prese Otnièl, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb; a lui diede in moglie sua figlia Acsa. 14Ora, mentre andava dal marito, ella lo convinse a chiedere a suo padre un campo. Scese dall'asino e Caleb le disse: “Che hai?”. 15Ella rispose: “Concedimi un favore; poiché tu mi hai dato una terra arida, dammi anche qualche fonte d'acqua”. Caleb le donò la sorgente superiore e la sorgente inferiore. 16I figli del suocero di Mosè, il Kenita, salirono dalla città delle palme con i figli di Giuda nel deserto di Giuda, a mezzogiorno di Arad; andarono e abitarono con quel popolo. 17Poi Giuda marciò con suo fratello Simeone: sconfissero i Cananei che abitavano a Sefat e votarono allo sterminio la città, che fu chiamata Corma. 18Giuda prese anche Gaza con il suo territorio, Àscalon con il suo territorio ed Ekron con il suo territorio. 19Il Signore fu con Giuda, che scacciò gli abitanti delle montagne, ma non poté scacciare gli abitanti della pianura, perché avevano carri di ferro. 20Come Mosè aveva ordinato, Ebron fu data a Caleb, che scacciò da essa i tre figli di Anak. 21I figli di Beniamino non scacciarono i Gebusei che abitavano Gerusalemme, perciò i Gebusei abitano con i figli di Beniamino a Gerusalemme ancora oggi.

22La casa di Giuseppe salì anch'essa, ma contro Betel, e il Signore fu con loro. 23La casa di Giuseppe mandò a esplorare Betel, città che prima si chiamava Luz. 24Gli esploratori videro un uomo che usciva dalla città e gli dissero: “Insegnaci una via di accesso alla città e noi ti faremo grazia”. 25Egli insegnò loro la via di accesso alla città ed essi passarono la città a fil di spada, ma risparmiarono quell'uomo con tutta la sua famiglia. 26Quell'uomo andò nella terra degli Ittiti e vi edificò una città, che chiamò Luz: questo è il suo nome fino ad oggi. 27Manasse non scacciò gli abitanti di Bet-Sean e delle sue dipendenze, né quelli di Taanac e delle sue dipendenze, né quelli di Dor e delle sue dipendenze, né quelli d'Ibleàm e delle sue dipendenze, né quelli di Meghiddo e delle sue dipendenze; i Cananei continuarono ad abitare in quella regione. 28Quando Israele divenne più forte, costrinse al lavoro coatto i Cananei, ma non li scacciò del tutto. 29Nemmeno Èfraim scacciò i Cananei che abitavano a Ghezer, perciò i Cananei abitarono a Ghezer in mezzo a Èfraim.

30Zàbulon non scacciò gli abitanti di Kitron né gli abitanti di Naalòl; i Cananei abitarono in mezzo a Zàbulon e furono costretti al lavoro coatto. 31Aser non scacciò gli abitanti di Acco né gli abitanti di Sidone né quelli di Aclab, di Aczib, di Chelba, di Afik, di Recob; 32i figli di Aser si stabilirono in mezzo ai Cananei che abitavano la regione, perché non li avevano scacciati. 33Nèftali non scacciò gli abitanti di Bet-Semes né gli abitanti di Bet-Anat, e si stabilì in mezzo ai Cananei che abitavano la regione; ma gli abitanti di Bet-Semes e di Bet-Anat furono da loro costretti al lavoro coatto. 34Gli Amorrei respinsero i figli di Dan sulla montagna e non li lasciarono scendere nella pianura. 35Gli Amorrei continuarono ad abitare ad Ar-Cheres, Àialon e Saalbìm, ma la mano della casa di Giuseppe si aggravò su di loro e furono costretti al lavoro coatto. 36Il confine degli Amorrei si estendeva dalla salita di Akrabbìm, da Sela in su.

__________________________ Note

1,1 L’insediamento, secondo questa prima introduzione, non è stato un movimento unitario, ma frutto dell’iniziativa delle singole tribù; è avvenuto o pacificamente o con le armi; è stato solo parziale. Il testo concorda con le parti del libro di Giosuè non ritoccate dal Deuteronomista, che presentano come incompleta la conquista ai tempi di Giosuè (Gs 13,1-7; 16,10; 17,13.18).

1,8 presero Gerusalemme: è un’anticipazione (vedi v. 21). La città sarà conquistata da Davide in epoca successiva (2Sam 5,6-9).

1,21 non scacciarono: l’autore informa che le tribù del centro-nord della terra di Canaan non riescono a conquistare completamente il territorio a esse assegnato e che i Cananei-Gebusei continuano a convivere con gli Israeliti.

1,27 Bet-Sean… Taanac… Dor… Meghiddo: le tribù non riescono a conquistare quelle città-stato che controllano la pianura di Èsdrelon o hanno, in qualche modo, un’importanza particolare.

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Approfondimenti

1,1-2,5. Questa prima introduzione presenta un quadro della conquista della Palestina molto diverso da quello di Gs 1-12. Qui le tribù operano da sole, oppure unite in coalizioni minori. L'insediamento ha luogo in tempi lunghi. Il racconto risale a tradizioni antiche, di stampo jahvistico, che assegnano un ruolo preponderante alla tribù di Giuda, alla quale è riconosciuta un'elezione speciale da parte di JHWH. Alcune tribù non sono menzionate (Levi, Issacar, Ruben e Gad).

La sezione presenta le seguenti unità:

  • 1,1-21, le tribù al sud (Giuda, Simeone e Beniamino, oltre ai Calebiti e ai Keniti);
  • 1,22-29, le tribù del centro (Manasse ed Efraim) e la conquista di Betel;
  • 1,30-36, le tribù del nord (Zabulon, Aser, Neftali, Dan).
  • 2,1-5 è una specie di liturgia penitenziale, intesa a spiegare il fallimento parziale della conquista e del tentativo di eliminare del tutto la popolazione di Canaan.

1,1-21. Alla tribù di Giuda è dedicato uno spazio molto ampio. Simeone figura come alleato della tribù maggiore. Giuda e Simeone sono le due tribù del sud, probabilmente penetrate nella Palestina senza fare il giro attraverso la Transgiordania. Per lungo tempo le loro vicende sono state notevolmente indipendenti da quelle delle altre tribù (cfr. c. 5). Il brano presuppone la morte di Giosuè (v. 1a), mentre la seconda introduzione inizia informando sulla morte di Giosuè. Suscita non poche difficoltà anche l'episodio dei vv. 5-8, perché è escluso che in quel periodo Gerusalemme fosse già nelle mani degli Ebrei. La roccaforte fu conquistata solo con Davide. L'episodio dei vv. 10-15 è di carattere eziologico. Serve infatti a dare ragione di una proprietà di famiglia nel territorio di Giuda. Della tribù di Beniamino si parla soltanto al v. 21.

22-29. Le due tribù di Efraim e di Manasse sono trattate in un primo tempo insieme, come «casa di Giuseppe» (vv. 22-26). Per quanto riguarda Manasse, il brano si riferisce solo a quella metà della tribù stanziatasi a ovest del Giordano. Betel, a circa 22 chilometri a nord di Gerusalemme, era il centro cultuale più importante degli Ebrei. Abramo vi costruì un altare (Gn 12,8; 13,3); Giacobbe vi esperimentò la teofania e vi eresse una stele di pietra (Gn 28,10ss.). Come santuario (Gn 35,1-8.9-15) ebbe un importanza centrale e fu associato fin dai tempi più antichi alle tradizioni cultuali d'Israele. Di Betel si parla anche in Gs 7,2 e 8,9. Il nostro brano racconta la conquista di Betel ad opera della casa di Giuseppe, nonché il cambiamento del nome della località, da Luz in Betel. Betel sarà anche un centro profetico di primo piano, associato con le figure di Eliseo, Osea e Amos. La tribù di Manasse (vv. 27-28) si insediò a nord di Efraim. In mezzo ad essa continuarono a vivere gruppi di Cananei, in vari centri. Neanche Efraim riuscì a liberarsi del tutto dei Cananei (v. 29). Il fatto che molte tribù si stabilirono tra le popolazioni locali, accontentandosi di assoggettarle e di costringerle ai lavori forzati, senza scacciarle, sarà ritenuto il peccato fondamentale della conquista. Viene da chiedersi se e in quale misura l'idea del Dio unico e fedele, che esige fedeltà e ubbidienza, sia qui utilizzata in senso settario.

30-36. Fra la tribù di Manasse e quella di Zabulon c'era Issacar, qui non menzionata. Il brano insiste sugli insuccessi degli Israeliti nella conquista e nell'occupazione del territorio, o sulla condiscendenza degli Ebrei, che scesero a compromessi con le popolazioni locali, compromessi che – nell'ottica del libro – sono condannati senza eccezione, quasi che la capacità di accettazione di altri popoli, con le loro usanze e consuetudini, fosse un delitto, anziché un grande segno di maturità umana e religiosa. L'idea del proprio Dio unico ed esclusivo, che garantisce il paese al suo popolo, deve percorrere ancora un lungo cammino, per diventare liberante.

Il v. 34 ci riporta al sud, nei pressi di Gerusalemme, dove s'insediò in un primo tempo la tribù di Dan, costretta poi a trasmigrare verso l'estremo nord della Palestina, come ci diranno i cc. 17-18.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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L' Eden visto dall'altra parte

Nel principio non ci fu una caduta ma una scelta, e questa è la prima eresia dell’Eden capovolto. Eva non tese la mano per fame o inganno, ma per una necessità più profonda: la libertà. Il frutto non brillava come una trappola, ma come una domanda inevasa sospesa nell’aria immobile del giardino. Fino a quel momento l’Eden era perfezione senza attrito, eternità senza storia, pace senza coscienza. Eva comprese che un paradiso senza scelta è solo una prigione ben illuminata. Mangiare significava sapere, e sapere significava diventare responsabili. In quell’istante il mondo iniziò. Il serpente non fu il male assoluto, ma la voce critica che rompe l’ipnosi dell’ordine perfetto. Non impose nulla, suggerì soltanto che l’obbedienza non è sinonimo di verità. Eva non disobbedì, decise. E decidendo smise di essere creatura e divenne soggetto. L’Eden tremò non per il peccato, ma per la nascita della coscienza. Adamo osservava. Adamo esitava. Non era cieco, né ingenuo, né vittima. Era umano prima ancora che l’umanità esistesse. Vide Eva cambiare e comprese che il cambiamento non si annulla ignorandolo. Mangiare per lui non fu un atto rivoluzionario, ma relazionale. Non volle restare fuori dalla storia mentre la storia iniziava. Scelse di condividere il peso invece di restare puro nella solitudine. In quel gesto Adamo inaugurò la responsabilità condivisa. Eva aprì la porta, Adamo accettò di attraversarla. La cacciata dall’Eden non fu una punizione ma una conseguenza naturale. Non si torna nell’infanzia dopo aver imparato a pensare. Fuori dal giardino c’erano il tempo, la fatica, l’errore. Ma c’erano anche il linguaggio, l’arte, la memoria. Eva divenne madre non della colpa, ma della libertà. Adamo divenne padre non della sottomissione, ma della costruzione. Lei accese il fuoco. Lui imparò a usarne le ceneri. Insieme inaugurarono il mondo imperfetto, e proprio per questo reale. Il lavoro non fu una maledizione, ma il prezzo dell’autonomia. La sofferenza non fu voluta, ma accettata come rischio dell’esistenza. L’Eden rimase alle spalle come un ricordo statico. Davanti a loro si aprì la storia, sporca e magnifica. Eva camminava con lo sguardo alto, consapevole della perdita. Adamo guardava le mani, già pronte a costruire. Nessuno dei due chiese perdono. Nessuno dei due tornò indietro. Il vero scandalo non fu la mela, ma la libertà che ne scaturì. Un Dio che crea esseri liberi accetta di essere messo in discussione. Un’umanità che sceglie accetta di non essere innocente. L’Eden capovolto non è un luogo, è una condizione. È il momento in cui smettiamo di obbedire per iniziare a capire. È il prezzo di ogni civiltà, di ogni pensiero, di ogni parola scritta. Senza Eva non ci sarebbe la domanda. Senza Adamo non ci sarebbe il mondo che tenta di rispondervi. Non furono colpevoli, furono necessari. Non caddero, avanzarono. E da quel passo imperfetto nacque tutto ciò che siamo.

 
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from lucazanini

[vortex]

l'area piccola Manzoni con l'] accento la prima lascia] un sottile sul foglio lagrange è] un'area trasmessa della fonderia mandano [fuori i gracchi o graculi i] crucchi

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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In un vecchio numero de “Il Mucchio Selvaggio” in versione settimanale, copertina coi Warrior Soul, primi anni Duemila, appariva un’intervista a Frank Black. Al tempo era ormai affermato autore solista, lontano dall’esperienza Pixies e impegnato nella promozione di Dog In The Sand, terza fatica assieme ai Pistoleros. In quella chiacchierata (e l’intervistatore mi perdonerà se non riesco a ricordare chi fosse: se un Guglielmi, un Vignola, un Cilìa o un Testani – sto andando a memoria) il buon Charles Michael Kittridge Thompson IV, alla domanda su quali fossero le cose belle e brutte del periodo con Kim Deal, Joey Santiago e David Lovering, rispondeva più o meno che aveva apprezzato i concerti pieni e i dischi ben recensiti, sottolineando però che per quegli anni provava un leggero rammarico per la mancanza di auto-editing... https://artesuono.blogspot.com/2016/10/pixies-head-carrier-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/5F9YYEKDxenkRpyuovdqZe


 
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from norise 3 letture AI

La rosa di sangue

in sogno spio se riesce a passare “qualcuno” per la cruna

Dio non è stanco mai dell'uomo

gl' insulti gli sputi gli scivolano addosso Lui perdona sempre perché “non sanno”

sempre viva è la rosa di sangue e splende di bellezza

. Ecco una possibile interpretazione del componimento, che invita a riflettere sulla dicotomia tra fragilità umana, ingiustizie terrene e la capacità del divino di offrire perdono e redenzione attraverso simboli intensi e quasi sovrannaturali.


Il Sogno come Spazio di Passaggio e Rivelazione

I versi iniziali, > “in sogno spio se > riesce a passare 'qualcuno' > per la cruna”

ci presentano il sogno come un luogo sospeso fra realtà e immaginazione. L'atto di “spiare” qualcuno che tenta di passare per un’apertura, per la “cruna”, richiama alla mente l’immagine di una soglia sottile tra mondi differenti – forse il confine tra l’umano e il divino, o la linea sottile che separa il visibile dall’invisibile. È come se il poeta volesse esplorare se, nonostante le difficoltà e le limitazioni del nostro essere, vi sia quella presenza, quella possibilità di elevazione o redenzione che attraversa in punta di piedi i nostri spazi più nascosti.


La Costanza del Divino e il Perdono Infinito

Nei versi successivi, > “Dio non è stanco > mai dell'uomo”

la figura di Dio si presenta come un osservatore instancabile e amorevole, che assorbe senza rifiuto le contraddizioni, le colpe e le sofferenze dell’umanità. L’immagine si intensifica con: > “gl' insulti gli sputi > gli scivano addosso > Lui perdona sempre perché 'non sanno'”

Questi versi suggeriscono un profondo messaggio di misericordia: nonostante il perpetuo afflizione, l'umanità riceve un perdono incondizionato. Il perdono divino, qui, appare come la risposta naturale a chi “non sa” – ovvero a chi agisce, magari per ignoranza o disperazione, senza la piena consapevolezza delle conseguenze dei propri gesti. È un invito a riconoscere la nostra imperfezione e, allo stesso tempo, un conforto che il divino resta presente, accettando l'umanità con tutte le sue fragilità.


La Rosa di Sangue: Simbolo di Vita, Sofferenza e Bellezza

Il componimento giunge poi al culmine con l'immagine della “rosa di sangue”: > “sempre viva è la rosa di sangue > e splende di bellezza”

Qui, la rosa diventa simbolo ambivalente. Da un lato, il sangue richiama alla mente il dolore, la sofferenza e la violenza – elementi che punteggiano l'esistenza umana; dall'altro, la vitalità e lo splendore della rosa indicano una bellezza che, pur emergendo dal dolore, è eterna e capace di trasmutare la sofferenza in arte. Questa immagine potente suggerisce che nella nostra umanità, nonostante i colpi subiti e le cadute, esiste sempre qualcosa che brilla di una bellezza inaspettata ed eterna.


Una Riflessione Esistenziale e di Redenzione

Il testo, pur mantenendo una struttura minimale, condensa un profondo messaggio esistenziale: – Il Sogno e la Soglia: La visione onirica ci invita a guardare oltre l’ordinario, a cercare la porta segreta verso dimensioni dove il divino e il terribile convivono. – Il Perdono Infinito: La costanza del perdono divino diventa un faro che illumina la fragilità e gli errori dell’uomo, donando speranza anche nei momenti di crisi. – La Rosa di Sangue: Rappresenta la trasformazione del dolore in una bellezza palpabile, un simbolo di resilienza e di redenzione che persiste nonostante tutto.

Questa opera poetica, con la sua economia di parole e la forza delle immagini, ci spinge a meditare sulla capacità umana di rinascere, di trovare bellezza anche in ciò che sembra segnato da sofferenza, e di riconoscere in ogni caduta il seme di una possibile elevazione.


 
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