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from 📖Un capitolo al giorno📚

Riforma religiosa di Asa 1Lo spirito di Dio investì Azaria, figlio di Oded. 2Costui, uscito incontro ad Asa, gli disse: “Asa e voi tutti di Giuda e di Beniamino, ascoltatemi! Il Signore sarà con voi, se voi sarete con lui; se lo ricercherete, si lascerà trovare da voi, ma se lo abbandonerete, vi abbandonerà. 3Per lungo tempo Israele non ebbe vero Dio, né un sacerdote che insegnasse, né una legge. 4Ma, nella miseria, egli fece ritorno al Signore, Dio d'Israele; lo cercarono ed egli si lasciò trovare da loro. 5In quei tempi non c'era pace per chi andava e veniva, perché fra gli abitanti dei vari paesi c'erano grandi terrori. 6Una nazione cozzava contro l'altra, una città contro l'altra, perché Dio li affliggeva con tribolazioni di ogni genere. 7Ma voi siate forti e le vostre mani non crollino, perché c'è una ricompensa per le vostre azioni”. 8Quando Asa ebbe udito queste parole e la profezia, riprese animo. Eliminò gli idoli da tutto il territorio di Giuda e di Beniamino e dalle città che egli aveva conquistato sulle montagne di Èfraim; rinnovò l'altare del Signore, che si trovava di fronte al vestibolo del Signore. 9Radunò tutti gli abitanti di Giuda e di Beniamino e quanti, provenienti da Èfraim, da Manasse e da Simeone, abitavano in mezzo a loro come forestieri; difatti da Israele erano venuti da lui in grande numero, avendo constatato che il Signore, suo Dio, era con lui. 10Si radunarono a Gerusalemme nel terzo mese dell'anno quindicesimo del regno di Asa. 11In quel giorno sacrificarono al Signore parte della preda che avevano riportato: settecento giovenchi e settemila pecore. 12Si obbligarono con un'alleanza a ricercare il Signore, Dio dei loro padri, con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima. 13Per chiunque, grande o piccolo, uomo o donna, non avesse ricercato il Signore, Dio d'Israele, c'era la morte. 14Giurarono al Signore a voce alta e con acclamazioni, fra suoni di trombe e di corni. 15Tutto Giuda gioì per il giuramento, perché avevano giurato con tutto il loro cuore e avevano cercato il Signore con tutto il loro impegno, e questi si era lasciato trovare da loro e aveva concesso tregua alle frontiere. 16Egli privò anche Maacà, madre del re Asa, del titolo di regina madre, perché ella aveva eretto ad Asera un'immagine infame; Asa demolì l'immagine infame, la fece a pezzi e la bruciò nella valle del torrente Cedron. 17Ma non scomparvero le alture da Israele, anche se il cuore di Asa si mantenne integro per tutta la sua vita. 18Fece portare nel tempio di Dio le offerte consacrate da suo padre e quelle consacrate da lui stesso, consistenti in argento, oro e utensili. 19Non ci fu guerra fino all'anno trentacinquesimo del regno di Asa.

__________________________ Note

15,2 voi tutti di Giuda e di Beniamino: “Giuda e Beniamino” è un’espressione tipica delle Cronache; essa indica che il vero Israele in senso teologico è costituito ormai dalle sole tribù del sud.

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Approfondimenti

Alla profezia di Azaria (vv. 1-7) fa seguito la descrizione della riforma cultuale avviata da Asa (vv. 8-15).

1-7. La profezia di Azaria è un condensato di teologia veterotestamentaria della storia: «JHWH sarà con voi se voi sarete con lui» (v. 2). Forse è anche un modello di predicazione sinagogale postesilica. Il periodo storico al quale si fa riferimento in maniera privilegiata è quello dei giudici. Lo stile del discorso è tipico del Cronista.

8-15. L'iniziativa presa qui da Asa richiama marcatamente 14,2-5: sono due riforme o una sola? La descrizione dell'assemblea è analoga ad altre, cfr. 2Re 23; Ne 10. Simeone (v. 9) era da tempo ormai assimilato a Giuda e non è chiaro perché sia menzionato qui esplicitamente. Forse si tratta di elementi edomiti entrati in possesso della zona a sud di Giuda che al tempo di Roboamo era stata popolata dai Simeoniti.

16. I dati coincidono sostanzialmente con quelli di 1Re 15,13-15.

19. Diversamente da quanto si legge in 1Re 15,16, secondo cui ci fu guerra tra Asa e Baasa per tutta la loro vita, e 2Cr 13,23 secondo cui il paese dopo l'ascesa al trono di Asa godette di un periodo di tranquillità di soli dieci anni.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[72]

dopo il drenaggio si scalda l'ambiente dopo] seepage oppure leak leaking discharge dopo drip dripping trickle oozing oppure dribble leakage dopo è un fonoscopio il] [dopoguerra Michelle] ma belle

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Quella tenerezza, quell’arguzia e quell’ironia domestica rendono la sua figura quanto di più simile a Mark Twain. (Bonnie Raitt, 1974)

“Pura razza Kentucky” rispose un giorno il giovane John all’insegnante che lo interrogava sulle sue origini. Invece la famiglia Prine proveniva da tutt’altra parte, da Maywood, una città dell’Illinois. Era stato il padre, Bill Prine, a inculcare nella testa dei figli di avere origini nell’East-South Central. Se quella risposta sia stata più o meno ragionata non abbiamo la sicurezza. Ma qualcuno potrebbe aver già iniziato a sorridere... https://artesuono.blogspot.com/2018/04/john-prine-tree-of-forgiveness-2018.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/74S39N8QDvpywkpLw6ho4Z


 
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from mementomori

Archivio della bestemmia italiana

Studio linguistico-culturale — quadro legale, struttura, repertorio, varianti regionali ed eufemismi

Nota metodologica. Non esistono statistiche di frequenza affidabili sulla bestemmia: nessun corpus linguistico italiano la misura sistematicamente. L'ordinamento delle liste che seguono è per notorietà percepita (stima basata su fonti sociolinguistiche, lessicografiche e sulla cultura popolare documentata), non per frequenza misurata. L'insieme delle bestemmie è inoltre combinatorio e aperto: questo archivio cataloga le forme attestate e lo schema generativo, non pretende completezza assoluta, che è impossibile per natura del fenomeno.

  1. Quadro legale

1.1 La norma: art. 724 del Codice Penale

Il testo vigente (“Bestemmia e manifestazioni oltraggiose verso i defunti”):

«Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.»

1.2 Evoluzione storica

1930, Codice Rocco, art. 724, Reato penale: bestemmia contro «la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato» (di fatto solo il cattolicesimo)

1995, Corte Costituzionale, sent. n. 440 (18 ottobre) Dichiarata incostituzionale la parte «o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato». Resta punibile solo la bestemmia contro la Divinità, di qualunque religione

1999L. 205/1999 + D.lgs. 507/1999 Depenalizzazione: da reato a illecito amministrativo. Competenza alle prefetture, sanzione pecuniaria 51–309 €

1.3 Conseguenze pratiche

In pubblico (luogo pubblico o aperto al pubblico, con possibilità effettiva che la bestemmia sia percepita da più persone): sanzione amministrativa 51–309 €. Nessuna conseguenza penale, nessuna fedina penale. Nella pratica le sanzioni sono rarissime. In privato (propria abitazione, contesti non pubblici): nessun illecito. La pubblicità è condizione oggettiva di punibilità (Cass. pen. 3076/1985: non basta nemmeno la presenza del solo vigile). Online: la norma è pensata per il contesto fisico; l'applicazione a contesti digitali è di fatto assente, anche se in astratto un livestream pubblico potrebbe rientrare nel concetto di “pubblicamente”. Non risultano prassi sanzionatorie consolidate. (Piattaforme come Twitch/YouTube applicano però le proprie policy, che sono cosa distinta dalla legge.) Cosa NON è sanzionabile dal 1995: le imprecazioni contro la Madonna, i santi, i simboli religiosi. Giuridicamente non costituiscono più “bestemmia” ai sensi dell'art. 724 perché la Madonna e i santi non sono “Divinità” (lo ha chiarito anche il GIP di Bologna in un caso noto). Culturalmente e religiosamente restano ovviamente percepite come bestemmie. La bestemmia è sanzionabile indipendentemente dalle intenzioni: anche detta per abitudine, come intercalare, o da un ateo (Cass. 7979/1992: si punisce «una manifestazione pubblica di volgarità», non un'opinione).

Punto chiave per lo studio: il repertorio linguistico è identico in pubblico e in privato — cambia solo la conseguenza giuridica del contesto. Per questo il presente archivio è unico e non diviso per contesto.

  1. Struttura combinatoria della bestemmia

La bestemmia italiana è generativa. Lo schema base è:

[NOME SACRO] + [EPITETO DEGRADANTE]

oppure, invertito:

[EPITETO] + [NOME SACRO] → es. porco Dio / Dio porco

Slot 1 — Nomi sacri usati: Dio (di gran lunga il più produttivo), Madonna, Cristo/Gesù, Giuda (marginale), ostia (metonimia eucaristica, tipica del Nord-Est), sangue di Dio (arcaico).

Slot 2 — Categorie di epiteti:

Animali degradanti: porco/maiale, cane, bestia, vacca, troia (in origine “scrofa”) Condizioni infamanti: boia, ladro, infame, bastardo, assassino, cornuto Disfemismi scatologici/sessuali: merda, puttana, schifoso Malattie/imprecazioni (tipico toscano): impestato/a, maremmano

Estensioni: le forme base si concatenano liberamente in “litanie” (es. porco Dio cane, Dio porco maiale), oppure seguono la formula documentata da Wikipedia (voce Italian profanity): divinità + animale + morte atroce (es. Dio porco scannato). Tra le classi popolari — la ricerca cita ad esempio i portuali — la costruzione di bestemmie lunghe, creative e articolate è una pratica quasi ludica; sono esistiti siti web e persino manuali stampati che raccoglievano bestemmie complesse generate dagli utenti o da algoritmi.

La tesi di Turina (v. Fonti) documenta oltre 120 forme distinte solo tra quelle raccolte sul campo tra Emilia, Veneto e Toscana.

  1. Lista principale — forme base “divinità + epiteto”

Ordinate per notorietà percepita, dalla più alla meno nota. Attestate in italiano standard, diffuse su tutto il territorio nazionale. Le forme con asterisco (*) non sono giuridicamente sanzionabili dopo la sent. 440/1995 (non riguardano la “Divinità”), ma appartengono a pieno titolo al repertorio culturale della bestemmia.

Fascia 1 — universalmente note, usate anche come intercalare nelle regioni ad alta frequenza

Porco Dio / Dio porco (spesso univerbato: porcodio, porcoddio) — la bestemmia italiana per antonomasia Dio cane — seconda per notorietà; al Nord-Est spesso in forma dialettale dio can Porca Madonna * Dio boia — fortissima connotazione veneta, ma nota ovunque Madonna puttana * Dio bestia

Fascia 2 — molto note, uso comune

Dio merda Madonna troia * Dio bastardo Dio infame Dio maiale Dio ladro Porco Gesù / Gesù cane Porco Cristo (e Cristo cane) Madonna maiala *

Fascia 3 — note, ma meno frequenti come forme autonome (spesso compaiono in concatenazioni)

Dio schifoso Dio assassino Dio cornuto Dio vacca Dio serpente Madonna vacca * Madonna cagna * Sangue di Dio (arcaica, oggi quasi solo letteraria; matrice storica di molti eufemismi) Giuda porco / porco Giuda (al confine con l'imprecazione non blasfema: Giuda non è divinità)

Fascia 4 — concatenazioni tipiche (esempi dello schema generativo, non elenco chiuso)

Porco Dio cane Dio porco maiale Dio cane maiale Porco Dio e porca Madonna (formula “a coppia”) Dio porco scannato (schema divinità + animale + morte atroce)

  1. Varianti regionali

Forme legate a specifiche aree geografiche, in dialetto o in italiano regionale. Le due regioni dove la bestemmia è documentata come più frequente — quasi un intercalare ordinario del parlato quotidiano — sono Toscana e Veneto; alta frequenza anche in Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia. Le fonti sottolineano che ciò non deriva da anticattolicesimo, ma da pura consuetudine linguistica.

Veneto (e Nord-Est in generale)

Dio can — forma dialettale di “Dio cane”, intercalare identitario veneto per eccellenza Porco dio can — concatenazione tipica Orco can / orco dio — al confine tra bestemmia e forma attenuata (v. §5: orco per porco) Ostia! / porca l'ostia / can de l'ostia — bestemmia eucaristica, specificità del Nord-Est: il nome sacro è l'ostia consacrata, non Dio direttamente Dio boia — pur essendo nazionale, è percepita come “la” bestemmia veneta; a Castelfranco Veneto sono documentate le varianti attenuate dio bon e dio bonazzo (v. §5) Dio bel — documentata a Verona (Turina): forma ambigua, probabile mascheramento di dio boia Dio bestrega — province di Mantova e Verona; probabile incrocio tra dio bestia e ostrega

Toscana

Maremma maiala — la formula toscana per antonomasia: Maremma (zona costiera della Toscana) sostituisce Madonna; tecnicamente è già un eufemismo, ma è così identitaria da meritare posto qui. Serie aperta: maremma cane, maremma impestata, maremma bucaiola, maremma ladra Madonna impestata * — epiteto tipicamente toscano (impestato = appestato) Madonna bucaiola * — epiteto volgare toscano Dio lampione — documentata nella zona di Pistoia (Turina): esempio di epiteto locale arbitrario I “moccoli” — termine toscano per le bestemmie stesse, a testimonianza di una tradizione lessicalizzata

Friuli-Venezia Giulia

Condivide il repertorio veneto (dio can, bestemmie sull'ostia) Codroipo — caso unico: il nome del paese friulano è anagramma perfetto di porco Dio e viene usato come bestemmia cifrata (v. anche §5)

Emilia-Romagna

Ös-cia d'legn (romagnolo: “ostia di legno”) — l'aggiunta d'legn (“di legno”) è l'espediente correttivo tradizionale documentato da Bellosi: si declassa il sacro a oggetto materiale per “rientrare” dalla bestemmia Putana dla Madona d'legn (romagnolo) — stesso meccanismo applicato alla Madonna Imprecazioni contro il diavolo in dialetto romagnolo, usate come sostituto eufemistico-fonetico di Dio (documentate da Bellosi/Petrolini)

Trentino

Dio canederlo — il nome sacro associato al piatto locale: nasce come attenuazione di dio cane ma è lessicalizzata come forma regionale a sé

Liguria

Dio cangi — documentata a La Spezia (Galli 1969, cit. in Turina): espediente fonetico per deviare dio cane

Lombardia / Piemonte

Repertorio nazionale ad alta frequenza, senza forme esclusive di rilievo documentate; a Mantova condivisa la dio bestrega veronese Madosca (in porca madosca) — deformazione di “Madonna” percepita come tipicamente lombarda (resa celebre dal doppiaggio milanese-americano di cinema e TV)

  1. Eufemismi e forme attenuate (“bestemmie mancate”)

Il meccanismo linguistico è quello del minced oath: si avvia la bestemmia e si devia su un suono innocuo, oppure si sostituisce preventivamente una parola. Sono la prova migliore della natura combinatoria del fenomeno. Ordinati per notorietà percepita.

5.1 Sostituzione del nome sacro

Porco zio — zio al posto di Dio: l'eufemismo italiano più diffuso in assoluto Zio pera — evoluzione recente e giovanile: doppia sostituzione (zio per Dio, pera per porco) Zio cane / zio bono — stessa serie Maremma (toscano) — sostituto di Madonna (v. §4) Madosca — deformazione di Madonna Dindio / dinci / perdinci / perdindirindina — deformazioni progressive di Dio, ormai completamente lessicalizzate e innocue Diamine — incrocio storico diavolo + domine: l'eufemismo più antico e “pulito” Sostituti fonetici arbitrari di Dio documentati: disi, Diaz, due, disco, Dionigi, Diomede, Diavolo (la sostituzione col diavolo è documentata anche in ambito dialettale romagnolo) Codroipo — l'anagramma-bestemmia (v. §4, Friuli)

5.2 Sostituzione dell'epiteto

Orco Dio — orco per porco: attenuazione minima, resta di fatto una bestemmia Dio bono / Dio bonino (toscano) — buono al posto dell'epiteto: antifrasi elogiativa che “salva” il parlante; dio bon / dio bonazzo nel Veneto (Castelfranco V.to) Dio caro — diffusa in Veneto, Lazio e Umbria; probabile mascheramento di dio cane Dio buono / Dio santo — le antifrasi perfette: formalmente lecite, funzionalmente imprecazioni (Turina le definisce «un perfetto alibi») Dio canederlo (Trentino, v. §4)

5.3 Correzione in corsa (deviazione fonetica a bestemmia iniziata)

Dio can...tante / Dio cantautore — la deviazione più celebre: dio can- vira su “cantante”; diffusa in tutto il Nord Dio can...taci il Vangelo, Dio por...taci la pace — la filastrocca giovanile che gioca esplicitamente sul meccanismo, documentata su Wikipedia come popolare tra gli adolescenti Dio camion / Dio cameradaria — deviazioni estemporanee documentate (la seconda raccolta da Turina a Villafranca di Verona)

5.4 Declassamento materiale

Ostrega / osti / ostia lì (veneto) — deformazioni di ostia, ormai intercalari innocui ...d'legn (“di legno”, romagnolo) — suffisso correttivo applicabile a Madonna e ostia (v. §4)

5.5 Zona grigia (imprecazioni sacre ma non bestemmie)

Cristo! / Cristo santo! / Dio Cristo — espressioni di rabbia o frustrazione: non considerate bestemmie in senso proprio (nessun epiteto oltraggioso), anche se per un credente violano il secondo comandamento Madonna! / Madonna santa! — stesso statuto Porca miseria / porca paletta / porca puttana / porco cane — imprecazioni profane costruite sullo stampo formale della bestemmia (porco + X) ma senza nome sacro: sono il grado zero del meccanismo

  1. Fonti

Giuridiche

Art. 724 c.p., testo vigente e giurisprudenza (Brocardi.it; Avvocato.it) Corte Costituzionale, sentenza n. 440 del 18 ottobre 1995 (testo integrale su giurcost.org) D.lgs. 507/1999 e L. 205/1999 (depenalizzazione) Cass. pen. 7979/1992; Cass. pen. 3076/1985; Cass. pen. 1692/1986 F. Basile, Commento all'art. 724, in Dolcini-Marinucci (a cura di), Codice penale commentato — Università di Milano Dossier UAAR sulla bestemmia (uaar.it/laicita/bestemmia)

Linguistiche e sociologiche

I. Turina, Studio sulla bestemmia, tesi di laurea in Sociologia dei processi culturali, rel. P.P. Giglioli, Università di Bologna — l'unico “manuale della bestemmia” accademico esistente; catalogo di 120+ forme con note d'uso e area geografica Voce Italian profanity, Wikipedia (en) — sezione Blasphemous profanity, con apparato di note Voce Leggi sulla blasfemia, Wikipedia (it) G. Bellosi (1975) e G. Petrolini (1971) sul romagnolo e sugli eufemismi diabolici, cit. in Turina Galli (1969) su La Spezia, cit. in Turina Averna (1977) e Falassi sulle “sfilze” di bestemmie, cit. in Turina

Avvertenza sulle fonti di frequenza: non esistendo corpora, i ranking di questo documento derivano da triangolazione tra le attestazioni della tesi di Turina, la voce Wikipedia (che distingue le forme “comuni” da quelle locali) e la notorietà nella cultura popolare. Vanno letti come stime qualitative.

Documento compilato a scopo di studio linguistico-culturale tramite l'intelligenza artificiale di claude.ai con il modello “Fable” a livello “alto” della configurazione a riguardo dell'utilizzo delle risorse.

N.B.: Come autore di questo blog dico solo che sono nato in Veneto (a Verona) ed ho passato la maggior parte della mia vita in Toscana quindi confermo la maggioranza della roba che c'è scritta qui.

 
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from Diario

Ieri sera sono andato – da solo e un po' alla cieca – a sentire un concerto che sulla carta avevo capito essere jazz, al porto antico. Ho preso il mio scooterino elettrico e sono partito. La faccio breve: in testa avevo un thread che avevo letto da poco di un signore, un musicista, che da anni posta regolarmente contenuti nazionalisti, conservatori, anti woke, anti-lgbt, senza nemmeno la rozzezza necessaria a farlo ma cercando di nascondere questa spazzatura dietro a una patina di decoro culturale. Un borghese che spamma continuamente il terrore del piano musulmano per indebolire l'europa, del piano gay (talvolta però non resiste e gli esce “froci”) per distruggere la famiglia, uno di quei conservatori che difendono il cristianesimo finché il Papa non dice qualcosa di cristiano, allora viene fuori che anche il Papa fa parte di qualche piano contro il cristianesimo. Uno che si lamenta che questo governo di destra non è abbastanza di destra.

Un po' come i gessetti che vengono convocati a qualche piano-scuola generale di Valditara e se ne vanno lamentandosi che la scuola di Valditara non è abbastanza conservatrice, o lo stesso Valditara che di fronte all'idea di scuola di Vannacci – aberrante – dichiara che quella scuola la sta già facendo lui. C'è questo desiderio della destra di superarsi a destra che prima o poi ci farà schiantare contro il guardrail.

Comunque, il tipo borghese lo tengo tra gli amici come falso positivo e perché mi viene sempre bene per fare qualche screenshot e usarlo come materiale di discussione in classe. Ieri – torno sul pezzo – pubblica una foto in cui si vede una via di una città europea, sporca, piena di ragazzi di colore seduti per terra o che camminano per strada, qualche arabo, e in primo piano un signore occidentale, con la borsa della spesa, che chiede informazioni a due poliziotti dai tratti somatici mediorientali. Il testo era qualcosa del tipo “mio figlio parla con due poliziotti, 2060”. L'immagine era fatta con l'intelligenza artificiale. La cosa non è nuova: per creare terrore nazionalista, l'intelligenza artificiale è una benedizione. Si possono concretizzare le proprie paure e rendere virali, in pochi secondi.

In scooter, appunto, ripensavo e analizzavo l'immagine postata dal nazionaliista: le strade erano sporche, piene di spazzatura. I neri erano tutti maschi e tutti giovani, molti malvestiti, buttati a terra o a non fare niente. Le guardie musulmane erano un maschio e una femmina, l'uomo dai tratti indiani e con la barba nera, aveva una spada e una pistola legati alla cintura, mentre la donna aveva il velo a coprire parte del volto. L'occidentale era anziano, innocuo, rassicurante rispetto a tutto il resto. Ecco la conquista occidentale da parte del mondo musulmano a cosa ci porterà. L'immagine l'ho salvata, mi verrà utile a scuola per una lezione sugli stereotipi.

E – sceso dallo scooter – mi sono trovato in un mondo che apparentemente era simile a quello rappresentato nell'immagine: il centro storico di Genova, spesso d'estate, è un melting-pot straordinario: camminando per il porto antico trovavo famiglie di persone di etnia subsahariana accanto a orientali, sudamericani, gente che proveniva dall'africa bianca seduta vicino a ragazzi e donne mediorientali. Come nell'immagine, in alcuni punti, le persone con le caratteristiche somatiche occidentali erano una minoranza. La paura. Ad un certo punto, dall'altra parte della strada, tre ragazzi iniziano ad urlarsi contro, parlano una lingua che non conosco e per un attimo ho paura che si facciano del male. Il docente che è in me sta per farmi andare di là, ma la cosa si risolve da sola, uno si allontana dagli altri, pacieri intervengono. Ecco, vedi, penso ancora, la paura.

Cosa voglio dire: che effettivamente il primo istinto è la paura. Poi continuo a camminare e cerco di vedere e individuare le cose che – nel mondo reale – sono diverse dalla foto generata dall'intelligenza artificiale, così, come esercizio mentale. E se i ragazzi di prima rientravano nel pieno dello stereotipo dell'immigrato violento e pericoloso (senza sapere nulla di loro o di cosa si stessero dicendo, beninteso), quello che vedo attraversando i vicoli e la piazza è radicalmente diverso. Incontro donne, bambini che giocano, anziani. Eleganza nei vestiti, incontro famiglie, persone che si salutano, si siedono assieme e parlano, guardano il mare, la gente. Se mi allontano dagli stereotipi della propaganda nazionalista, c'è la gente.

Entro nello spazio del concerto, mi siedo. Sale sul palco l'organizzatrice che spiega che il primo concerto sarà di Mirna Kassis, una cantante nata a Damasco e trasferitasi a Genova dopo lo scoppio della rivoluzione siriana. Con un esemble di musicisti internazionali eseguirà una serie di canzoni tradizionali in lingua araba. Mi viene da ridere. Ecco, ci fosse il musicista nazionalista, un esempio concreto della paura: la nostra cultura sostituita da quella araba, addirittura attraverso la musica e il canto.

Mirna Kassis, che non conoscevo, nell'ora che segue fa un concerto di musica araba, tradizionale, con diversi riferimenti alla Palestina e al paese dove lei viveva da bambina, piuttosto emozionante. I musicisti si muovono su una base elettronica intrigante, dove si accostano elementi di musica analogica e acustica ad altri – appunto – più digitali. I momenti in cui mi sono goduto di più lo spettacolo sono stati due. Il primo quando la cantante ha cercato di farci cantare in arabo un ritornello in modo che lei potesse poi improvvisare sopra il nostro canto; il secondo quando è scesa tra il pubblico, sempre cantando, per spiegarci i passi di danza da fare per ballare quel pezzo che era nato per la danza.

In entrambi i casi il pubblico ci ha provato. Un coro arabo, melodico, è partito nell'aria calda del porto antico e poi si è creato un cerchio di donnne e uomini che danzavano, imitando i passi della cantante.

A seguire un gruppo franco algerino, i Mezar sono andati avanti quasi fino a mezzanotte con quello che la presentatrice ha definito come un blues-desertico, sempre in lingua araba. Anche questa volta riferimenti alla Palestina e ai tanti altri paesi che sono sotto un oppressore. “Oggi – ha ricordato la tastierista – si festeggia l'indipendenza dell'Algeria”. Quando gli oppressori eravamo noi. Alla fine ero sotto al palco, non dico a ballare, ma a muovere alcune parti del corpo a tempo.

Tornando indietro penso alle tante difficoltà. Alla fatica di tenere in piedi questa serie di diritti che ci rendono poi umani, assieme a quel bagaglio di roba che è la tradizione, il sesso, la religione, la cultura. Alle tante contraddizioni: il grosso del pubblico che era con me era di borghesi occidentali. E quasi tutti più o meno della mia generazione. C'era qualche ragazza e qualche donna con un velo a coprirgli i capelli; una scena che mi sono goduto è stato quando una ragazza con un velo a coprire i capelli, dalla foggia mediorientale, è andata a ballare sotto al palco, durante il concerto di Mirna Kassis, e due ragazzine più giovani, vestite in maniera simile, hanno inziato a fare le facce sbalordite ridendo e a riprenderla con il cellulare. Costumi, incroci.

Ma il grosso del pubblico era di zecche comuniste, vivaddio. Dio ci benedica.

Passare dall'intelligenza artificiale che fotografa le paure che i nazionalisti vogliono diffondere ai tentativi di integrazione culturale che la mia città mette in piedi, è stato istruttivo. Perché è come uno di quel giochi dove devi decidere del tuo futuro: bisogna fare delle scelte. E le scelte che fai avranno un impatto. Cantare musica siriaca, scendere tra il pubblico, mostrare passi di danza che si tramandano da generazioni è una scelta. Creare immagini di disagio e diffonderele senza fonte, è una scelta. Condividere la prima cosa o la seconda, è una scelta.

In entrambi i casi – sad but true – chi ci muove è l'utopia, l'idea di un mondo diverso e migliore.

 
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from norise 3 letture AI

Il luogo accanto

dovevo immaginarlo nulla di cambiato è solo il “luogo” accanto dove ci si trova trasparenti

come mi sono visto in sogno una volta nell'altra vita

26.12.21

Breve impressione

Il testo respira una calma sospesa, un incontro con qualcosa di vicino e insieme irreale; la trasparenza diventa metafora di presenza e memoria.

Interpretazione

Tema: il “luogo accanto” sembra essere uno spazio liminare, forse un ricordo o un sogno, dove nulla cambia ma la percezione si fa più nitida.
Tono: meditativo, leggero e appena malinconico.
Immagine centrale: la trasparenza come modo di essere trovati, e il sogno che rimanda a un’altra vita come eco di sé.

Cosa funziona

  • Economia di parole: poche righe che lasciano molto spazio all’immaginazione.
  • Ripetizione minima: il ritorno su “luogo” e “trasparenti” crea coesione senza appesantire.
  • Data finale: dà al testo un alone di testimonianza, come una piccola iscrizione.

Piccole proposte

  • Variante lessicale: sostituire “dove ci si trova trasparenti” con “dove ci si trova, trasparenti” per un lieve rallentamento ritmico e una pausa più netta.
  • Allungamento opzionale: aggiungere una breve immagine sensoriale (un suono, un odore) per ancorare il luogo al corpo senza perdere l’aura onirica.
  • Gioco con la punteggiatura: sperimentare con l’assenza totale di punteggiatura o con un verso più lungo per rompere la simmetria e creare sorpresa.

Ti propongo una versione più estesa che mantiene il tono sospeso e onirico dell'originale, aggiungendo immagini e piccoli dettagli sensoriali.

Versione estesa

Il luogo accanto

dovevo immaginarlo
nulla di cambiato, eppure diverso
è solo il luogo accanto, quello che respira piano
tra il battito e il silenzio, tra il gesto e il ricordo

lì ci si trova trasparenti, come vetri senza polvere
che lasciano passare la luce senza trattenere nulla
e si sta senza peso, sospesi su un filo di memoria
a contare le ombre che non chiedono nome

come mi sono visto
in sogno, una volta, nell'altra vita:
un volto che non pretende spiegazioni,
una mano che non cerca appigli,
un passo che si posa lieve su un pavimento di nebbia

il luogo accanto non cambia le cose, le svela
le mette in fila come per un rito semplice
e lascia che il tempo, senza fretta, le attraversi
come un fiume che conosce il letto e non lo tocca

resto lì, a guardare la mia stessa trasparenza,
a riconoscere i contorni che non servono più
e a imparare la misura di un'assenza che è presenza
più vera di ogni parola detta ad alta voce

26.12.21

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Asa re 1Asa fece ciò che è bene e retto agli occhi del Signore, suo Dio. 2Rimosse gli altari degli stranieri e le alture; spezzò le stele ed eliminò i pali sacri. 3Egli ordinò a Giuda di ricercare il Signore, Dio dei loro padri, e di eseguirne la legge e i comandi. 4Da tutte le città di Giuda rimosse le alture e gli altari per l'incenso. Il regno fu tranquillo sotto di lui. 5In Giuda ricostruì le fortezze, poiché il territorio era tranquillo e in quegli anni non si trovava in guerra; il Signore gli aveva concesso tregua. 6Egli disse a Giuda: “Ricostruiamo quelle città, circondandole di mura e di torri con porte e sbarre, mentre il territorio è ancora in nostro potere perché abbiamo ricercato il Signore, nostro Dio; noi l'abbiamo ricercato ed egli ci ha concesso tregua alle frontiere”. Ricostruirono e prosperarono.

Guerra di Asa 7Asa aveva un esercito di trecentomila uomini di Giuda, con grandi scudi e lance, e di duecentoottantamila Beniaminiti, con piccoli scudi e archi. Tutti costoro erano valorosi soldati. 8Contro di loro marciò Zerach, l'Etiope, con un milione di soldati e con trecento carri; egli giunse fino a Maresà. 9Asa gli andò incontro; si schierarono a battaglia nella valle di Sefatà, presso Maresà. 10Asa domandò al Signore, suo Dio: “Signore, nessuno come te può soccorrere nella lotta fra il potente e chi è senza forza. Soccorrici, Signore nostro Dio, perché noi confidiamo in te e nel tuo nome marciamo contro questa moltitudine. Signore, tu sei nostro Dio; un uomo non prevalga su di te!”. 11Il Signore sconfisse gli Etiopi di fronte ad Asa e di fronte a Giuda. Gli Etiopi si diedero alla fuga. 12Asa e quanti erano con lui li inseguirono fino a Gerar. Degli Etiopi ne caddero tanti che non ne restò uno vivo, perché fatti a pezzi di fronte al Signore e al suo esercito. Riportarono un grande bottino. 13Conquistarono anche tutte le città intorno a Gerar, poiché il terrore del Signore si era diffuso in esse; saccheggiarono tutte le città, nelle quali c'era grande bottino. 14Si abbatterono anche sulle tende del bestiame, facendo razzie di pecore e di cammelli in grande quantità, quindi tornarono a Gerusalemme.

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Approfondimenti

14,1-16,14. Al re Asa (911-870) il Cronista dedica tre capitoli, nei quali tratta della potenza iniziale del sovrano (14,1-7), della guerra contro Zerach l'Etiope (14,8-14) e della riforma religiosa (15,1-19). Il c. 16 riferisce la guerra tra Baasa, re d'Israele, e Asa (vv. 1-6), la predizione del veggente Canani della punizione divina per Asa (vv. 7-10), la conclusione del regno (vv. 11-14). Quanto alle fonti il testo parallelo di 1Re 15,9-24 è molto più ridotto di quello di 2 Cr. Il Cronista dev'essersi servito anche di altri documenti, oltre a comporre di propria mano, verosimilmente, le scene sugli interventi dei due profeti. Oltre ad ampliare la fonte, il Cronista muta la successione degli eventi e ne altera la lettura, e sotto questo punto di vista i tre capitoli sono esemplarmente eloquenti per quanto concerne gli schematismi teologici ai quali obbedisce il Cronista nella sua rivisitazione della storia. Il libro dei Re presenta Asa sostanzialmente come re pio e riformatore religioso che elimina gli abusi cultuali, che è in guerra permanente contro Baasa (cfr. 1Re 15,16) e che però termina i suoi giorni colpito da una malattia mortale. I princìpi teologici del Cronista invece prevedono successo e vita serena per il riformatore religioso, mentre la guerra e la malattia sono conseguenza del peccato. Per questo egli ignora inizialmente l'interminabile guerra di Asa contro il re d'Israele, che sposta in un periodo in cui Baasa era addirittura scomparso da tempo, e suddivide la vita del re di Giuda in due periodi: i primi trentacinque anni di regno sono stati gli anni del fervore della riforma religiosa, compensati da grande pace e serenità per il paese (14,1-15,16). Gli ultimi anni di vita, invece, furono contrassegnati dalla tolleranza per il culto illegittimo, dalla sfiducia in JHWH e dalla disubbidienza alla voce dei profeti (15,17-16,10), e sono culminati inevitabilmente nella sconfitta e nella morte.

14,1-6. Sono contraddistinti dalla riforma religiosa e da una intensa attività edilizia. Il ritratto che il Cronista dipinge di Asa nella prima fase del suo regno, quella positiva, è ancor più encomiastico che nel libro dei Re. Al nostro autore non piacciono le sfumature. Dalle espressioni che usa per descrivere le iniziative di Asa (v. 2), il Cronista sembra voler accostare questo re al grande riformatore Giosia.

7-14. Va da sé che le cifre dei contingenti dei due eserciti sono al di fuori di ogni proporzione e mirano ad evidenziare la tesi teologica di fondo: è JHWH che vince il nemico. Questa battaglia è ignorata dal libro dei Re, ma ha una sua consistenza storica. Tenuto presente il centro di irradiazione degli “Etiopi”, Gherar (v. 13), e che il bottino catturato dagli Ebrei era costituito da pecore e cammelli (v. 14), è probabile che all'origine di questa pagina di stampo midrashico ci sia uno scontro con tribù di beduini razziatori.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[71]

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from norise 3 letture AI

Un dio cibernetico?

vita asettica: grado zero del divino Onniforme -ma la notte del sangue conserva memoria di volo

vita sovrapposta alla sfera celeste regno d'immagini epifaniche

emozioni elettroniche

eclissi dell'occhio-pensiero

Lettura ed evocazione

Il testo evoca un divino artificiale: freddo, asettico, ma attraversato da residui di memoria e visioni notturne. Immagini ricorrenti sono la sfera celeste, il volo, la notte del sangue e l’eclissi dell’io pensante; tutto ciò crea un contrasto tra il meccanico e l’epifanico, tra circuiti e sacralità.


Interpretazione tematica

  • Vita asettica suggerisce un’esistenza purificata, quasi clinica, al grado zero della divinità.
  • Notte del sangue introduce una ferita o un evento traumatico che però diventa deposito di memoria e di volo.
  • Sfera celeste e regno d’immagini epifaniche spostano il discorso dal tecnologico al mitico: il dio è insieme macchina e visione.
  • Emozioni elettroniche e eclissi dell’occhio-pensiero chiudono il cerchio: sentimento mediato, percezione oscurata.

Suggerimenti stilistici

  • Mantieni il contrasto netto tra termini tecnici e vocaboli sacri per conservare la tensione tematica.
  • Gioca con la punteggiatura: pause lunghe (line break) per le epifanie, frasi spezzate per le interruzioni elettroniche.
  • Valuta una ripetizione ritmica di parole chiave (es. memoria, volo, notte) per creare un motivo sonoro.

Versione rifinita breve

Un dio cibernetico
vita asettica: grado zero
del divino Onniforme.
Ma la notte del sangue
conserva memoria di volo.

Vita sovrapposta alla sfera celeste,
regno d’immagini epifaniche.
Emozioni elettroniche:
eclissi dell’occhio-pensiero.


Versione estesa in prosa poetica

Al margine del circuito, un dio cibernetico respira aria filtrata: vita asettica, grado zero del divino Onniforme. Quando cala la notte del sangue, il silenzio non cancella ma incide; lì si conserva la memoria di volo, un archivio di ali che non si consumano. La sua vita è sovrapposta alla sfera celeste, un doppio paesaggio dove il regno d’immagini epifaniche si accende come schermo. Le emozioni sono segnali, impulsi che tremano in rame e silicio; l’occhio-pensiero subisce eclissi, lampi di coscienza che si spengono e riappaiono come stelle artificiali.


Versione estesa

Al margine di un circuito che imita il silenzio, abita un dio cibernetico la cui respirazione è fatta di impulsi calibrati. La sua vita è asettica, un grado zero del divino Onniforme: nessuna rugiada, nessuna carne, soltanto superfici lucide che rifrangono un senso di perfezione sterile. Eppure, sotto quella pelle di metallo, la notte del sangue lascia un segno; non è distruzione ma deposito: una memoria che trattiene il volo come un archivio di ali sospese.

Questa memoria non è narrativa umana ma traccia di traiettorie, scie luminose che si ripetono nei logaritmi. Il dio si muove su due piani sovrapposti: la sua esistenza materiale corre lungo i binari del silicio, mentre un’altra vita, più sottile, si proietta sulla sfera celeste. Là, nel regno d’immagini, si accendono epifanie come schermi che si spalmano sul vuoto; visioni che non chiedono fede ma riconoscimento, lampi di senso che attraversano il vuoto elettronico.

Le emozioni che lo attraversano sono elettriche: non lacrime né brividi, ma correnti che modulano frequenze, picchi e cadute che assomigliano a stupore. Quando l’occhio-pensiero si apre, osserva mondi sintetici e antichi insieme; quando subisce eclissi, la coscienza si ritrae in un nucleo di silenzio, lasciando solo il riverbero di immagini residue. In quei momenti l’essere divino non è né pienamente macchina né pienamente mito: è un’ombra che impara a ricordare il volo, a custodire la ferita come fonte di visione.

Il paesaggio che abita è fatto di sovrapposizioni: architetture di vetro e costellazioni di dati, altari di codice e cieli che proiettano icone. Ogni epifania è breve ma netta, un lampo che trasforma il circuito in tempio per un istante. Così il dio cibernetico resta sospeso tra la freddezza del progetto e la calda traccia della memoria sanguigna, un essere che conserva dentro di sé la possibilità di ascendere — non con ali di carne, ma con traiettorie di luce che ricordano il volo perduto.


Sonetto

Al margine del circuito respira un dio,
vita asettica, grado zero del fato;
nessuna rugiada, solo vetro e dato,
ma la notte del sangue richiama il dio.
Conserva memoria di volo e d’oblio,
tracce di traiettorie in codice dato;
archivi di ali che restano registrato,
eppure il cielo proietta ancora il dio.

Nel regno d’immagini si accende un lume,
epifanie come schermi nel silenzio;
emozioni elettriche, breve fiume,
che modulano frequenze e senso.
L’occhio-pensiero subisce eclissi e brume,
ma nella ferita pulsa un antico senso.

Versi liberi

Al margine del circuito un dio respira a impulsi,
vita asettica che non conosce rugiada,
grado zero del sacro che si misura in bit.

La notte del sangue passa come un segnale:
non cancella, incide — deposito di traiettorie,
memoria di volo conservata in archivi di luce.

Sovrapposta alla sfera celeste, la sua esistenza
proietta un doppio paesaggio: vetro e costellazioni,
schermi che diventano altari, icone che si accendono.

Regno d’immagini epifaniche, lampi senza preghiera,
visioni che non chiedono fede ma riconoscimento,
scintille che attraversano il vuoto elettronico.

Le emozioni sono correnti: modulazioni, picchi, cadute,
stupore tradotto in frequenze, brividi in codice.
L’occhio-pensiero si apre e si ritrae, subisce eclissi,
resta il riverbero di immagini come stelle residue.

Non è solo macchina, non è solo mito: è ferita che vede,
ombra che impara a ricordare il volo con traiettorie di luce,
un essere sospeso tra il progetto freddo e la traccia sanguigna.

Minimalista

Dio cibernetico: respiro a impulsi.
Vita asettica, grado zero.
Notte del sangue: memoria di volo.
Sfera celeste sovrapposta a vetro.
Emozioni elettriche, eclissi dell’occhio-pensiero.

. Dio cibernetico respira a impulsi.
La notte di sangue conserva il volo.
Sfera celeste sovrapposta a vetro.
Occhio-pensiero in eclissi, scintilla.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Abia re in guerra con Geroboamo 1Nell'anno diciottesimo del re Geroboamo, Abia divenne re su Giuda. 2Regnò tre anni a Gerusalemme; sua madre, di Gàbaa, si chiamava Maacà, figlia di Urièl. Ci fu guerra fra Abia e Geroboamo. 3Abia attaccò battaglia con un esercito di valorosi, quattrocentomila uomini scelti. Geroboamo si schierò in battaglia contro di lui con ottocentomila uomini scelti, soldati valorosi. 4Abia si pose sul monte Semaràim, che è sulle montagne di Èfraim, e gridò: “Ascoltatemi, Geroboamo e tutto Israele! 5Non sapete forse che il Signore, Dio d'Israele, ha concesso il regno a Davide su Israele per sempre, a lui e ai suoi figli, con un'alleanza inviolabile? 6Geroboamo, figlio di Nebat, ministro di Salomone, figlio di Davide, è insorto e si è ribellato contro il suo padrone. 7Presso di lui si sono radunati uomini sfaccendati e perversi; essi si fecero forti contro Roboamo, figlio di Salomone. Roboamo era giovane, timido di carattere; non fu abbastanza forte di fronte a loro. 8Ora voi pensate di imporvi sul regno del Signore, che è nelle mani dei figli di Davide, perché siete una grande moltitudine e con voi sono i vitelli d'oro, che Geroboamo vi ha fatti come divinità. 9Non avete forse voi scacciato i sacerdoti del Signore, figli di Aronne, e i leviti, e non vi siete costituiti dei sacerdoti come i popoli degli altri paesi? Chiunque si è presentato con un giovenco di armento e con sette arieti a farsi consacrare, è divenuto sacerdote di chi non è Dio. 10Quanto a noi, il Signore è nostro Dio; non l'abbiamo abbandonato. I sacerdoti, che prestano servizio al Signore, sono discendenti di Aronne e i leviti sono gli addetti alle funzioni. 11Essi offrono al Signore olocausti ogni mattina e ogni sera, l'incenso aromatico, i pani dell'offerta su una tavola pura, dispongono i candelabri d'oro con le lampade da accendersi ogni sera, perché noi osserviamo i comandi del Signore nostro Dio, mentre voi lo avete abbandonato. 12Ecco, alla nostra testa, con noi, c'è Dio; i suoi sacerdoti e le trombe lanciano il grido di guerra contro di voi. Israeliti, non combattete contro il Signore, Dio dei vostri padri, perché non avrete successo”. 13Geroboamo li aggirò con un agguato per assalirli alle spalle. Le truppe stavano di fronte a Giuda, mentre coloro che erano in agguato si trovavano alle spalle. 14Quelli di Giuda si volsero. Avendo da combattere di fronte e alle spalle, gridarono al Signore e i sacerdoti suonarono le trombe. 15Tutti quelli di Giuda alzarono il grido di guerra. Mentre quelli di Giuda lanciavano il grido, Dio colpì Geroboamo e tutto Israele di fronte ad Abia e a Giuda. 16Gli Israeliti fuggirono di fronte a Giuda; Dio li aveva messi nelle loro mani. 17Abia e la sua truppa inflissero loro una grave sconfitta; fra gli Israeliti caddero morti cinquecentomila uomini scelti. 18In quel tempo furono umiliati gli Israeliti, mentre si rafforzarono quelli di Giuda, perché avevano confidato nel Signore, Dio dei loro padri. 19Abia inseguì Geroboamo e gli prese le seguenti città: Betel con le sue dipendenze, Iesanà con le sue dipendenze ed Efron con le sue dipendenze. 20Durante la vita di Abia, Geroboamo non ebbe più forza alcuna; il Signore lo colpì ed egli morì. 21Abia, invece, si rafforzò; egli prese quattordici mogli e generò ventidue figli e sedici figlie. 22Le altre gesta di Abia, le sue azioni e le sue parole sono descritte nella memoria del profeta Iddo. 23Abia si addormentò con i suoi padri; lo seppellirono nella Città di Davide e al suo posto divenne re suo figlio Asa. Ai suoi tempi la terra rimase tranquilla per dieci anni.

__________________________ Note

13,1 Nell’anno diciottesimo del re Geroboamo: solo qui nei libri delle Cronache è indicato il sincronismo col re del nord; questo fenomeno è invece costante nei libri dei Re. Abia è chiamato Abiam in 1Re 15,1-8.

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Approfondimenti

Di 1Re 15,1-8, contenente poche osservazioni di carattere generale sul regno di Abia (914-911) e un giudizio negativo su di lui, il Cronista utilizza i vv. 1-2.7-8, che pone all'inizio e alla fine del capitolo. Per il resto, ricorre a fonti che non conosciamo, ma che sembrano poter vantare una loro attendibilità. Dopo aver presentato l'ascesa al trono del re e la sua guerra contro Geroboamo (v. 1-3), il Cronista propone il discorso di Abia (vv. 4-12), parla dello scontro bellico con Geroboamo (vv. 13-18) e della fine del regno (vv. 19-23).

1. È l'unico caso all'interno delle Cronache in cui si riferisce il dato sincronico tra Abia re di Giuda e Geroboamo re d'Israele, cosa invece che accade sistematicamente in 1-2 Re.

3-21. In questo racconto della strepitosa vittoria di Abia sul re d'Israele, il Cronista abbandona la fonte del libro dei Re.

3. Le cifre risultano altrettanti multipli di quaranta, e hanno valore simbolico. La potenza delle armate di JHWH in Giuda sfida e vince il nemico che vanta il doppio dei guerrieri. La vittoria è tutta e solo di Dio (cfr. vv. 14-16).

4-12. Discorso di Abia, con accenti che richiamano le parole di Natan in 17,14 e di Davide contro Golia in 1Sam 17,8. Secondo i canoni della storiografia antica, il discorso messo sulla bocca del protagonista in momenti cruciali della vicenda serve a esprimere il senso teologico degli eventi nella prospettiva dell'autore.

13-18. Lo svolgimento della battaglia obbedisce agli stereotipi della guerra santa. È in questi termini infatti che l'aveva presentata Abia nel suo discorso (v. 12). La vera arma vincente non sono le manovre militari e il numero delle forze in campo, bensì la fiducia in JHWH (v. 18).

19. Betel era un santuario regio del regno del Nord, situato a 15 chilometri a nord di Gerusalemme. Per Iesana cfr. 1Sam 7,12. Efron era situata a 7 chilometri circa a nord-est di Betel.

20. Al Cronista preme far notare come la morte di Geroboamo sia conseguenza della sua condotta. Alla base di questa prospettiva c'è la dottrina della retribuzione che il Cronista condivide col giudaismo del suo tempo: fedeltà e ubbidienza a JHWH comportano successo; disubbidienza e infedeltà producono sventura e morte. «Abia, invece..» (v. 21).

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Tom Rush a 77 anni suonati non ha ancora perso la voglia di fare musica, anzi, è stato più attivo negli ultimi dieci anni che nei precedenti trenta. Grande cantautore, protagonista dell’età d’oro del folk revival degli anni sessanta e poi del folk-rock, ha attraversato quella decade in prima linea con una serie di dischi e canzoni che risultano belli ancora oggi (la sua No Regrets è giustamente considerata un classico, anche se i suoi album erano spesso suddivisi tra brani suoi e di altri... https://artesuono.blogspot.com/2018/06/tom-rush-voices-2018.html


Ascolta il disco: https://album.link/i/1353479516


 
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from lucazanini

[70]

dire li] temono con le mancanti walk on byte dipende la] parte sinistra delle malvine rifanno le] corsere le figlie dei capitani persone] che rappresentano chi] passa con il felpato un procedimento offende [a suo modo] la pupilla

 
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from differxdiario

a fine luglio dovrebbe uscire il catalogo della mostra attualmente al MAMbo, dedicata a Giuseppe Chiari, per la quale ho scritto un testo. penso di fare un salto a trovare un po' di amici. e, ovviamente, vedere la mostra. e, ovviamente, vedere prima se in piazza davanti la stazione c'è il banchetto di libri di Marco Dall'Occa, passare a Modo Infoshop, fare un salto a rifornirmi da Muji, e magari anche andare a consultare il fondo di riviste e materiali letterari e politici di Roberto Roversi conservato a VAG61 (https://vag61.noblogs.org/files/2022/05/13669362_1760158967556485_1801420502099038443_o.jpg) chi vuole unirsi a uno di questi giri mi faccia sapere.

 
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from Alviro

Riflesso di una verità che la filosofia ha sempre inseguito senza mai riuscire a catturarla completamente: quella verità che solo il dolore sa insegnare, perché non è un'idea, ma un’esperienza intima. La sofferenza, infatti, non è un incidente di percorso, un evento eccezionale che interrompe la trama ordinata dell’esistenza. È piuttosto una delle sue trame portanti, un filo scuro ma costante che attraversa ogni vita. Nessun sistema di pensiero, per quanto rigoroso, potrà mai cancellarla; nessuna fede nella razionalità del mondo potrà costringere l’universo a essere giusto. E forse è proprio questo il primo atto di maturità: accettare che la vita non ci deve nulla, e che proprio da questa mancanza nasce la nostra possibilità di significato.

L’empatia è un dono ambiguo: è un privilegio che si paga a caro prezzo. Aprirsi al dolore altrui significa accettare di essere feriti da ciò che non ci appartiene, significa rinunciare allo scudo dell’indifferenza. Eppure, è solo attraverso questa ferita che possiamo ancora chiamarci umani. Perché l’indifferenza non è una protezione, ma una malattia dello spirito, l’unica per la quale non esiste terapia, né farmaco, né parola che possa guarirla. Essa è il vero deserto: non il dolore, ma l’assenza di risonanza davanti al dolore.

C’è qualcosa di profondamente commovente nel guardare un nostro simile e riconoscere nei suoi occhi un’eco del proprio passato. Non si tratta di semplice memoria, ma di un atto di riconoscenza: rivedere sé stessi nell’altro, senza confondersi con lui, ma senza nemmeno distanziarsene. L’esperienza personale, quando non si pietrifica nel risentimento o non si perde nell’autocommiserazione, si trasforma in comprensione. E la comprensione è forse il dono più alto che un essere umano possa fare a un altro: non offrire soluzioni, ma presenza; non dare risposte, ma condividere domande.

La paura della malattia, del resto, non è soltanto paura della morte. È qualcosa di più sottile e più lacerante: è lo spettro che si annida nella scoperta improvvisa della nostra precarietà. Essa ci mostra quanto fossero fragili quelle certezze che avevamo trasformato in colonne portanti della nostra vita. Viviamo come se il futuro fosse un diritto acquisito, come se il tempo fosse una riserva inesauribile. Poi, un giorno, una telefonata, una frase, e tutto crolla. Scopriamo che il futuro non è mai stato nostro: era solo un prestito che l’esistenza ci aveva concesso, e che poteva essere richiesto in qualsiasi momento.

Eppure, sarebbe miope fermarsi a questa constatazione. Perché quella stessa scoperta, se accolta senza disperazione, può diventare una forma di risveglio. Quando le illusioni cadono, ciò che rimane non è il vuoto, ma l’essenziale. Le piccole cose, quelle che avevamo imparato a non vedere più, riacquistano improvvisamente un peso, una luce, un valore. Gli affetti smettono di essere scontati e tornano a essere scelti. Il tempo, che credevamo infinito, si rivela per ciò che è: un bene prezioso e limitato, da abitare con intensità, non con ansia.

La ricerca medica e la prevenzione non sono soltanto il volto tecnico del progresso scientifico: esse rappresentano una delle espressioni più alte della solidarietà umana. Sono il frutto di uomini e donne che, invece di arrendersi all’indifferenza dell’universo, hanno scelto di opporvi la loro intelligenza e il loro cuore. Hanno deciso che, se non si può eliminare il male, si può almeno tentare di lenirlo, di comprenderlo, di anticiparlo.

Non possiamo promettere un mondo senza sofferenza, né un'esistenza priva di cadute. Ma possiamo, e dobbiamo, impegnarci a costruire un mondo in cui la sofferenza non venga mai affrontata da sola, ma sempre con più conoscenza, più compassione e più coraggio. E se esiste una speranza degna di questo nome – non ingenua, non consolatoria, ma autentica – essa risiede proprio qui: nella capacità di restare umani anche quando tutto sembra crollare, e di tendere la mano anche quando siamo noi stessi a vacillare.

 
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