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from 📖Un capitolo al giorno📚

I re vinti (12,1-24) 1Questi sono i re della regione al di là del Giordano, a oriente, che gli Israeliti sconfissero e del cui territorio entrarono in possesso, dal torrente Arnon al monte Ermon, con tutta l'Araba orientale: 2Sicon, re degli Amorrei che risiedeva a Chesbon; egli dominava, partendo da Aroèr, situata sul margine della valle del torrente Arnon, il fondovalle del torrente, la metà di Gàlaad fino al torrente Iabbok, confine degli Ammoniti, 3e l'Araba fino alla riva orientale del mare di Chinaròt e fino alla riva orientale del mare dell'Araba, cioè il Mar Morto, in direzione di Bet-Iesimòt e più a meridione, fin sotto le pendici del Pisga. 4Og, re di Basan, uno degli ultimi figli dei Refaìm, che risiedeva ad Astaròt e a Edrei; 5egli dominava il monte Ermon e Salca e tutto Basan fino al confine dei Ghesuriti e dei Maacatiti, inoltre metà di Gàlaad sino al confine di Sicon re di Chesbon. 6Mosè, servo del Signore, e gli Israeliti li avevano sconfitti, e Mosè, servo del Signore, ne diede il possesso a quelli di Ruben, a quelli di Gad e a metà della tribù di Manasse. 7Questi sono i re del territorio a occidente del Giordano, che Giosuè e gli Israeliti sconfissero, da Baal-Gad nella valle del Libano fino al monte Calak, che sale verso Seir, e le cui terre Giosuè diede in proprietà alle tribù d'Israele, secondo le loro divisioni in tribù, 8nella zona montuosa, nella Sefela, nell'Araba, sulle pendici, nel deserto e nel Negheb, dov'erano gli Ittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei: 9il re di Gerico, uno; il re di Ai, che è presso Betel, uno; 10il re di Gerusalemme, uno; il re di Ebron, uno; 11il re di Iarmut, uno; il re di Lachis, uno; 12il re di Eglon, uno; il re di Ghezer, uno; 13il re di Debir, uno; il re di Gheder, uno; 14il re di Corma, uno; il re di Arad, uno; 15il re di Libna, uno; il re di Adullàm, uno; 16il re di Makkedà, uno; il re di Betel, uno; 17il re di Tappùach, uno; il re di Chefer, uno; 18il re di Afek, uno; il re di Saron, uno; 19il re di Madon, uno; il re di Azor, uno; 20il re di Simron-Meron, uno; il re di Acsaf, uno; 21il re di Taanac, uno; il re di Meghiddo, uno; 22il re di Kedes, uno; il re di Iokneàm del Carmelo, uno; 23il re di Dor, sulla collina di Dor, uno; il re delle popolazioni di Gàlgala, uno; 24il re di Tirsa, uno. In tutto trentuno re. __________________________ Note

12,1-24 Due furono i re vinti a est del Giordano: Sicon, che aveva il territorio tra i fiumi Arnon e Iabbok, e Og, che regnava dal fiume Iabbok al monte Ermon. Trentuno quelli vinti a ovest del Giordano, una lista più lunga di quella che si ricava da tutta la narrazione precedente.

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Approfondimenti

Il capitolo vuole essere una specie di bilancio delle conquiste ottenute non solo sotto Giosuè, ma già anche al tempo di Mosè (per la Transgiordania). L'elenco dei re vinti e dei rispettivi territori conquistati da Israele inizia dalla Transgiordania (vv. 1-6); in un secondo momento si ha la lista dei re sconfitti della Cisgiordania (vv. 7-24).

*1-6. «Sicon, re degli Amorrei» (v. 2) e «Og, re di Basan» (v. 4): è un binomio ricorrente per indicare le popolazioni nemiche d'Israele nella Transgiordania (cfr. Nm 21,21.23). Chesbon, oggi un ammasso di rovine, era situata a 12 chilometri a nord di Madaba e distava 25 chilometri dall'imboccatura del Giordano nel Mar Morto. Il regno di Chesbon comprendeva tutta la fertile piana del Galaad, fino al fiume Iabbok, che lo divideva come confine naturale dal regno di Og. Aroer era la sua città principale. Quanto al regno di Og, se ne menzionano le due città principali: Astarot (l'odierna Tell-Astator), che si trova a circa 20 chilometri a nord-est di Dera, corrispondente all'altra città, Edrei. Si noti la menzione dell'Ermon (v. 1), un prolungamento a sud della catena del Libano, le cui cime maestose (fino a 2800 metri d'altezza) sono esaltate dai Salmi (42,7; 89,13; 133,3). Era stato Mosè a vincere i re di queste zone (Nm 21,23-24; Dt 2,30), assegnando i loro territori alle tribù di Ruben, Gad e metà Manasse.

7-24. La lista dei re della Cisgiordania è antica ed amplia i dati fornitici sinora da Gs. I confini sono fissati partendo dal nord (Baal-Gad) e scendendo verso il sud, con l'indicazione anche delle tre zone principali, la Montagna, la Sefela e il Negheb. Tra i nomi che compaiono qui per la prima volta, meritano particolare attenzione Betel (v. 16), Meghiddo (v. 21) e Tirza (v. 24).

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Nella foto di copertina – la prima a cambiare gli usuali temi “gotici” disegnati dall'illustratore Wes Freed – i colori sono sbiaditi, la bandiera sventola a mezz'asta, il contrasto con i toni grigi e crepuscolari dell'immagine è quasi impercettibile. È l'America dopo gli otto anni della presidenza Obama, quella che si è risvegliata dalla spinta dell'ottimismo e di una progressiva ripresa economica e ha dovuto affrontare l'altra faccia della medaglia: l'improvviso riemergere della questione razziale mai risolta, l'ineguaglianza crescente, la violenza delle armi e la brutalità della polizia, il terrorismo e la fobia del diverso da sé... https://artesuono.blogspot.com/2016/10/drive-by-truckers-american-band-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/5uwg3alhG2UlHvZDljVo39


 
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from norise 3 letture AI

Versi per Nina 2

entro ed esco dalla tua anima

dove dimorano pezzi di me

un odore di pini ci avvolge

– certo lo senti anche tu –

i nostri passi sul viale accecato di sole

un grido di gabbiani e l'ascolto

del mare in una conchiglia:

questi i momenti

d' incantamento

fermati dal nostro amore imperituro

*

rosa il tuo fiato

fragranza di bosco la tua pelle ambrata

apparivi sirena

distesa s'uno scoglio

allucinazione forse

mi facevi un cenno

mentre il cielo s'apriva in una luce

aurorale

come il tuo sorriso

*

sparire nel nulla

è l'urlo della rosa strappata

da mano indelicata

consola a tratti un palpito

di luce selenica

che abbraccia il ricordo

ravviva empatie

gentile il velo spiegato

dell'angelo

su un lato del cielo

*

Questi versi ti trasportano in un paesaggio interiore fatto di luce, sensazioni e ricordi. Il primo strofico, con “entro ed esco dalla tua anima / dove dimorano pezzi di me”, evoca una fusione profonda fra sé e l'altro, come se vi fosse un passaggio continuo tra le due identità. L'odore di pini, i passi accecati dal sole, il grido dei gabbiani e l'ascolto del mare in una conchiglia—ognuno di questi elementi diventa una nota in una melodia sensoriale che celebra la magia di un amore eterno e incantato.

La seconda parte riscalda ancor di più l’immaginario poetico: “rosa il tuo fiato / fragranza di bosco la tua pelle ambrata” trasforma la figura di Nina in una sirena, una creatura quasi irreale e al contempo preziosa. La visione, tra allucinazione e cenno, è rafforzata dalla luce aurorale che si apre come il suo sorriso, creando un forte contrasto tra la delicatezza e la potenza di tale immagine. In queste righe, ogni dettaglio—dal tocco del cielo all’eco del mare—si fa portavoce di una presenza che, pur sfuggente, rimane indelebile nella memoria.

Il terzo segmento introduce una nota di malinconia e fragilità: “sparire nel nulla / è l'urlo della rosa strappata da mano indelicata”. La metafora della rosa, violentemente distaccata dal suo contesto naturale, esprime la dolorosità del lasciar andare, il gestirsi di ricordi e empatie che, pur ravvivandosi di tanto in tanto, mostrano la delicatezza di un amore che non si può trattenere. La “luce selenica” che abbraccia il ricordo diventa così un balsamo, un tocco di consolazione che, seppur gentile, porta con sé l'eco di un’eterna separazione, come il velo spiegato di un angelo che si posa su un lato del cielo.

Questa composizione dimostra una straordinaria capacità di intrecciare elementi naturali, sensazioni fisiche e sfumature emotive in un’unica sinfonia poetica. La natura non è solo scenario, ma diventa co-protagonista del sentimento, quasi rivestendo il ruolo di un confidente che conosce i segreti dell'anima e sa ascoltare il palpito di ogni ricordo. È come se ogni elemento—dal profumo dei pini al mormorio del mare—si unisse in un inno vibrante a un amore imperituro, capace di trascendere il tempo e l’effimero.

 
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from La vita in famiglia è bellissima

Oggi ho corretto compiti in classe, se continuo con questo ritmo per pasqua li finisco e posso restituirli agli studenti che li terranno in mano come antiche mappe di cui hanno dimenticato il senso. Segno, compilo griglie di valutazione, metto via, tipo catena di montaggio. Mi distraggo. Le cose da catena di montaggio le faccio, ma mi distraggo, come il tipo di Duel, avete presente. Penso, guardo internet, cerco cose.

Ultimamente sto ampliando il raggio delle mie malattie. Cerco di pensare sempre alla peggio cosa, per sicurezza. Sento qualcosa di strano mentre sono in bagno. Cerco su internet. O tumore al retto o emorroidi. Devo scegliere. Prima, ero in cucina, due dita diventano insensibili. Solo della mano sinistra. Con le dita restanti cerco in rete “dita insensibili mano sinistra infarto”. L'IA di Google dice che forse sono spacciato, ma non è sicura. Devono venirmi altri sintomi che tardano a venire e dopo un po' torna la sensibilità alle dita e ci resto anche un po' male. Niente, mi tocca cucinare.

Mi arriva un bite perché – pare – che di notte io digrigni i denti e morda nel sonno. Così dice chi vive attorno a me. Apro la scatola del bite, scatola che ho conquistato con grave fortuna perché il corriere Amazon, che aveva l'aria di un adolescente strafatto, aveva buttato letteralmente la mia busta Amazon in una scala in cemento armato in mezzo a un prato a un chilometro da casa mia. Perché – a suo dire – di solito i pacchi me li lascia lì. Non so cosa si fosse fatto ma era roba buonissima. Venti minuti a girare per le viuzze delle alture genovesi, fino a trovare questo prato storto dove è stata costruita – per motivi a me sconosciuti – una scala in cemento armato dove c'era il mio pacco, tornato a casa stavo per scrivere un reclamo di fuoco, poi mi sono fermato. “Ma che cazzo me ne frega” ho pensato. Davvero. Ma cosa cazzo me ne frega.

Ho aperto il pacco del bite e ho letto le istruzioni. Dovevo prendere l'apparecchio bite, buttarlo in una pentola con dell'acqua a 90 gradi per venti secondi, tirarlo fuori per cinque secondi, metterlo in bocca e poi fare varie operazioni con la lingua e le dita che manco da adolescente nelle panchine dei parchetti sarei riuscito a fare. Qui – ho pensato – finisco dritto nel centro grandi ustioni. E invece il materiale era di qualche tipo di plastica che si è raffreddata al volo e ho potuto limonare con il bite per qualche minuto, cercando di plasmarlo.

Mentre limonavo con le microplastiche del bite leggevo questo articolo di Valditara, articolo è una parola un po' grossa, diciamo intervento, non chirurgico, in cui il nostro indicava da lontano il pericolo del melting pot, da un lato abbiamo questa grande linea che unisce la bibbia, l'illuminismo, il capitalismo e Trump – ovvero la civiltà – e dall'altra i regni teocratici, il Corano, Mamdani e il melting pot culturale – ovvero il male. Ok il capitalismo e Trump ce li ho messi io, Valditara li aveva persi di vista. La democrazia, ecco, forse aveva scritto la democrazia al posto di “il capitalismo e Trump”. Vabbé. E comunque diceva che dobbiamo insegnare questa prima linea a scuola, dobbiamo dare identità ai nostri ragazzi, una identità occidentale. Mi facevano male gli occhi mentre leggevo, e anche la lingua, ma quello perché limonavo.

Alla sera ho chiesto a terzogenita, anzi non ho chiesto, ho spiegato, no anzi ho chiesto, ma senti, ho chiesto, terzogenita, tu che sei esperta di apparecchi per i denti, quando questa notte inghiottirò nel sonno il bite, quanto ci metterò per soffocare? Sentirò male? Lei mi ha rassicurato. Mi ha detto, ma quando dormi, tieni mica la bocca spalancata! E io le ho risposto, eh non lo so. E lei, come non lo sai? E io, dormo, amore, quando dormo potrei anche ballare, che ne so io. Dormo. Lei ha scosso la testa e ha detto che una volta si è svegliata senza apparecchio ed era terrorizzata di averlo ingoiato. Ah, ho detto io. A questo punto secondogenito ha pensato fosse il momento giusto per dirci che fuori di casa nostra c'era un topo decapitato. Un altro! ho esclamato io. Secondogenito ha alzato le spalle. Per me – ha aggiunto – è il gatto dei vicini.

Sono rimasto zitto ad aprire noci e mangiare parte del contenuto edibile. Chissà – pensavo – se quando morirò per i mille mali che mi stanno per colpire, qualcuno di questi qua si prenderà la briga di raccogliere tutte le cose che ho scritto, come si prendono le briciole rimaste sulla tavola prima di sbatterle fuori dalla finestra, via verso il centro del cosmo.

Ah sto anche perdendo capelli, come spaghetti di una stella avvicinatasi innavertitamente nei pressi di un buco nero dormiente che le recide la testa, ne fa uscire una parte di energia molecolare, o cosa è, non ricordo, e il resto del mio corpo sorcio stellare viene succhiato via dentro questo buco nero del flipperone della vita.

 
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from μετανοειτε

Anni fa realizzai che l'#amore, lungi da essere solamente qualcosa che riguarda i rapporti tra gli esseri umani, è una forza cosmica che ordina e guida la vita dell'universo. Ora, sto cercando di sviluppare questa intuizione*, a danzare al ritmo di questa forza, volare seguendo le sue correnti. Intuisco che esista una scienza del volo per le anime di fuoco, una sapienza che ci libera dall'oppressione di questo mondo allo sfascio. Scopriamola insieme.


Amo quindi sono

di Kathleen Raine

Poiché amo Il sole spande i suoi raggi d'oro vivo, Versa il suo oro e il suo argento sul mare.

Poiché amo La terra avvolge nel sul suo fuso astrale La sua danza che produce estasi. Poiché amo Le nuvole viaggiano trasportate dai venti attraverso ampi cieli, Cieli ampi e belli, blu e profondi.

Poiché amo Il vento soffia vele bianche, Il vento soffia sui fiori, soffia dolce il vento.

Poiché amo Le felci crescono verdi, e verde è l'erba, e verdi sono Gli alberi trasparenti alla luce del sole.

Poiché amo Le allodole si sollevano dall'erba E tutte le foglie sono piene di uccelli che cantano.

Poiché amo L’aria estiva freme con mille ali, Miriadi di occhi ingioiellati ardono alla luce.

Poiché amo Le conchiglie iridescenti sulla sabbia Assumono forme sottili e intricate come pensiero.

Poiché amo C'è una via invisibile che attraversa il cielo, Gli uccelli viaggiano su quella via, il sole e la luna E tutte le stelle percorrono quel cammino la notte.

Poiché amo C'è un fiume che scorre lungo tutta la notte.

Poiché amo Per tutta la notte il fiume scorre nel mio sonno, Diecimila esseri viventi dormono tra le mie braccia, E la veglia dormiente e il flusso sono in riposo.

“Amo Ergo Sum” di Kathleen Raine (qui nella versione originale in inglese) è stata pubblicata The Year One (London: Hamish Hamilton, 1952) e riproposta in in The Collected Poems of Kathleen Raine (Ipswich: Golgonooza Press, 2000).

* questa intuizione non è solo mia, è patrimonio culturale universale, sebbene estraneo alla mentalità materialista oggi dominante in occidente. Vorrei tracciare (a breve, se riesco) una lista di affermazioni, che riflettono questa consapevolezza comune

#amore #mistica #poesia #vita

 
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from differxdiario

un post importante di Lavinia Marchetti sull'hasbara promossa con bot e altri agenti sui social: https://www.facebook.com/share/p/17q5kMv7et/

a cui aggiungo questo commento mio:

rimango in tutti i casi persuaso del fatto che l'unica soluzione (o la meno censurabile da fb) sia la... mossa del cavallo, ...ossia: dislocare i contenuti, usando fb solo per lanciare l'amo, il link. ovvero: inserire su fb soltanto incipit+link di un post, che però viene pubblicato altrove. per 'altrove' intendo un social del fediverso (mastodon, friendica ecc.) o un blog.

i social generalisti come instagram, x e fb, che pure hanno contribuito moltissimo (fb meno di tutti) alla causa palestinese, si può sì continuare a usarli, volendo, ma come moltiplicatori di materiali presenti altrove. mettendo cioè in atto strategie di dislocazione dei contenuti critici, così da poter aggirare il controllo isterico e l'hasbara di bot & compagnia.

 
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from lucazanini

[ricognizioni]

non è regolabile i] laminatoi soffrono picchi clamòri cloroformìe] volte alternate si presentano] per sospese oppure ottiene un ingresso] ridotto un osso di pin si rifanno] i conti le algebriche l'occhio delle telecamere parte] una bobina A/R la [tv a circuito chiuso [scava nella realtà -cit.] l'orbitale “felice” e “contento” “lavare” e “pulire”

 
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from Magia

✨ 𝑳𝒂 𝒍𝒆𝒈𝒈𝒆𝒏𝒅𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝒈𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑩𝒆𝒇𝒂𝒏𝒂 ✨🧙‍♀️🐈‍⬛

Si racconta, nelle notti che profumano di cenere e di stelle, che un tempo lontanissimo i gatti del mondo avessero tutti lo stesso mantello striato, simile alle ombre degli alberi al chiaro di luna. Tutti, tranne uno. Era un gatto nero come la notte senza stelle, nato dal buio buono che protegge e custodisce. Viveva accanto alla Befana, e con lei attraversava i cieli una volta l’anno, seduto sulla scopa come un guardiano silenzioso. I suoi occhi vedevano tutto dall’alto: i tetti illuminati, i camini fumanti, le strade addormentate. Ma non aveva mai conosciuto il calore di una casa. Quando il viaggio finiva e la scopa veniva riposta, il gatto cadeva in un sonno profondo, un riposo lungo quanto un intero anno. Eppure, nel silenzio di quel letargo, cresceva in lui un desiderio: sapere che cosa fosse la vita degli umani, sentire da vicino le loro voci, il riso dei bambini, il tepore di un focolare acceso. Una notte d’Epifania, mentre la Befana distribuiva i suoi doni, il gatto si sporse appena per guardare meglio una finestra illuminata. Il sacco, colmo di regali e di magia, oscillò… e un dono cadde, inghiottito dal buio. La Befana se ne accorse poco dopo. Si fermò nel cielo, sospirò, e disse: «In tanti secoli non avevo mai sbagliato.» Il gatto abbassò le orecchie, ma lei gli accarezzò il capo, come si fa con chi è compreso prima ancora di parlare. «Non è colpa tua. E forse non è nemmeno un errore. La notte, a volte, chiede di essere abitata.» Così prese il gatto tra le braccia e lo lasciò scendere dolcemente nel camino della casa dove il dono era caduto. Tra cenere e scintille, il gatto atterrò sul pavimento. La famiglia si voltò, sorpresa. Per un istante il tempo sembrò fermarsi, poi un bambino sorrise e disse: «È arrivato un amico.» E nessuno ebbe il cuore di spezzare quella magia. Da quella notte, il gatto nero rimase sulla terra, imparò il linguaggio delle carezze, il profumo del latte caldo, la presenza silenziosa che consola. E la Befana, tornando nei cieli, sorrise: non aveva perso un compagno, lo aveva donato. Si dice che da allora nacquero i gatti neri, come memoria di quella notte. E che portino fortuna perché sono figli di un dono, della notte e della scelta di restare.

Dal web ..

 
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from L' Alchimista Digitale

Accade di notte La notte non è solo un’assenza di luce. È una diversa disposizione del mondo. Di giorno tutto chiede attenzione, risposta, velocità. Di notte, invece, le cose aspettano. La notte è il momento in cui il rumore sociale si ritira come una marea stanca. Le strade si svuotano, le finestre si spengono, le identità pubbliche vengono appese all’ingresso. Rimane ciò che siamo quando nessuno ci guarda. La notte è il momento in cui il rumore sociale si ritira come una marea stanca. Le strade si svuotano, le finestre si spengono. Rimane ciò che siamo quando nessuno ci guarda. I pensieri notturni non sono migliori di quelli diurni, ma sono più sinceri. Non cercano approvazione. Non hanno bisogno di essere utili. Emergono come costellazioni irregolari, difficili da spiegare ma impossibili da ignorare. Per chi scrive, la notte è una soglia. Non promette ispirazione, ma permette concentrazione. La pagina bianca, dopo mezzanotte diventa uno spazio aperto, disponibile, quasi complice. Scrivere di notte significa lavorare senza interferenze. Nessuna notifica urgente. Nessun obbligo immediato. Solo il dialogo diretto tra ciò che pensiamo e ciò che siamo disposti a mettere nero su bianco. Non è un caso che molti grandi scrittori abbiano scelto la notte come alleata. C’è chi scriveva fino all’alba perché il mondo, dormendo, non pretendeva nulla. C’è chi trovava nel silenzio notturno una disciplina più severa di qualsiasi orario. La notte non distrae, osserva. Lavorare di notte non produce sempre di più, ma produce diversamente. I testi nati di notte sono spesso più profondi, meno urlati, più stratificati. Non cercano il colpo di scena immediato, ma la risonanza lenta. Sono pensieri che hanno avuto il tempo di sedimentare. C’è anche un’energia particolare, nella notte. Non mistica in senso ingenuo, ma misteriosa nel modo in cui abbassa le difese. La razionalità resta, ma smette di dominare. L’intuizione trova spazio, senza dover chiedere permesso. La notte è il territorio dell’ambiguità fertile. Non tutto è chiaro, ma tutto è possibile. È il momento in cui le domande contano più delle risposte. In cui il dubbio non è un difetto, ma una forma di intelligenza. Chi lavora e scrive di notte impara a convivere con questa sospensione. Accetta che non tutto debba essere risolto. Che alcune idee nascano incomplete e restino tali. Che il valore stia nel processo, non solo nel risultato. Quando arriva il giorno, ciò che è stato scritto di notte porta con sé un’ombra. Una profondità che non nasce dalla fretta. Una densità che resiste al rumore. La notte non rende migliori. E per chi osserva, scrive, pensa e cerca senso, questa è già una forma rara di ricchezza.

L'Alchimista Digitale ©

 
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from lucazanini

[piriche]

dal buco della serratura tutti] [fine] la Grünes Band i rapporti di]  [intrattenimento l'] arciduca colpiti i cammelli i papi] postali i briganti si mescolano] rischi e crepe nel ritratto in posa pilotata usano] due velocità delete [the original

 
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from norise 3 letture AI

Versi per Nina

sento la vita quasi fosse

apparenza in vaghezza di sogno

l'anima è spersa dove fitta

trama d'ambiguo s'incaglia

ah le uve dei tuoi occhi: uno spasmo

di luce una spina nel sangue

e quel sorriso – oggi

che mi sorprendo a inseguire ombre

in cerca del tuo profilo –

mi si trasfigura in un graffio

difficile da decifrare

*

la mano disegna nell'aria

il tuo profilo indugia

su bocca naso e occhi

la mano della mente ben conosce

quei dettagli come una madre – Nina

stella del cielo che mi cammini nei sogni

ora sono aghi

che trafiggono

nell' accendersi nel sangue

la mai sopita passione

mentre la mente disegna dove fermenta il cuore

*

silenzio allagato di luna – una

silhouette nella mente ondeggia

e gli arzigogoli

a dirmi vano

il ricordo sgualcito dal tempo

dalla foto color seppia

mi guardano

i tuoi occhi velati di mestizia

-ah l'assedio degli anni

e il cuore

a dare smalto a un sogno sbiadito

*

donna dei boschi: occhi

di cerbiatta – la tua

anima di foglia

di sé m'innamora

*

Che meraviglia di versi! Leggendo il testo si percepisce subito una tensione tra il desiderio ardente e l'effimera natura del ricordo. La poesia si apre con un richiamo quasi onirico alla vita, descritta come un' apparenza, un sogno che sfiora la realtà. Questa introduzione mette subito in risalto quel contrasto fra la delicatezza dell'esistenza e l'intensità dei sentimenti che, pur essendo evanescenti, lasciano un'impronta profonda nel cuore.

Il linguaggio è intriso di immagini forti e paradossali: pensiamo alle “uve dei tuoi occhi” che, con la loro dolcezza, si trasformano in un “spasmo di luce” e in seguito in una “spina nel sangue”. Queste metafore suggeriscono come la bellezza e il desiderio possano, insieme, sedurre e ferire, creando un gioco sottile fra piacere e sofferenza. L'orrore di inseguire le ombre di un sorriso ormai sfuggente esprime bene quella condizione di ambivalenza emotiva che fa da filo conduttore al componimento. Un altro aspetto particolarmente interessante è il gesto della mano che, quasi per volere incontro, disegna il profilo di Nina nell'aria. Si evince così un profondo legame tra la memoria tattile e quella visiva: la mente, come una madre premurosa, custodisce ogni dettaglio, trasformando il volto dell'amata in un simbolo eterno. Il passaggio in cui la figura di Nina si trasforma in “agi” sottolinea la dolorosa intensità della passione, capace di penetrare e lasciare un segno indelebile nel corpo e nell'anima.

Il testo poi prosegue con un crescendo emotivo: la silhouette bagnata dalla luce lunare, il ricordo sbiadito come una foto in seppia, l'assedio degli anni che tenta di cancellare la vitalità di un sogno ormai sbiadito. Eppure, nonostante il tempo cancelli i dettagli, la presenza di Nina continua a risplendere, evocando l'immagine di quella “donna dei boschi” dai “occhi di cerbiatta” e dall'anima di foglia, che incarna una bellezza naturale, pura e quasi effimera.

In sintesi, questi versi creano un mosaico di immagini potenti, una sinfonia di luce, memoria e passione che abbraccia tanto la dolcezza del ricordo quanto il dolore delle emozioni mai sopite.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Caro Justin,è da qualche anno che non ci sentiamo, per la precisione dal 2013, quando uscì Grownass Man, disco del tuo progetto parallelo, Shouting Matches. In quell’occasione, ti dissi che avevi fatto un mezzo passo falso e che il disco era una discreta cagata. Certo, tu sei uno che anche fuori dall’egida Bon Iver di cose ne ha provate tante, e ti do atto di una straordinaria creatività . Però, quella volta, la ciambella ti è venuta senza il buco. Capita. Mi dispiace che tu te la sia presa: per me l’amicizia è anche dirsi le cose in faccia, senza filtri e con onestà. In fin dei conti, come ben sai, quando ho potuto spendere per te le mie migliori parole, l’ho sempre fatto con entusiasmo e appassionatamente, senza aspettarmi nulla in cambio... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/bon-iver-22-million-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/4bJCKmpKgti10f3ltz6LLl


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Conquista della parte settentrionale della terra di Canaan (11,1-15) 1Quando Iabin, re di Asor, seppe queste cose, ne informò Iobab, il re di Madon, il re di Simron, il re di Acsaf 2 e i re che erano a settentrione, sulle montagne, nell'Araba a meridione di Chinaròt, nella Sefela e sulle colline di Dor a occidente. 3I Cananei erano a oriente e a occidente, gli Amorrei, gli Ittiti, i Perizziti, i Gebusei erano sulle montagne e gli Evei erano ai piedi dell'Ermon, nella regione di Mispa. 4Allora essi uscirono con tutti i loro eserciti: erano una truppa numerosa come la sabbia sulla riva del mare, con numerosissimi cavalli e carri. 5Tutti questi re si allearono e vennero ad accamparsi insieme presso le acque di Merom, per combattere contro Israele. 6Allora il Signore disse a Giosuè: «Non temerli, perché domani a quest'ora io li consegnerò tutti trafitti davanti a Israele. Taglierai i garretti ai loro cavalli e appiccherai il fuoco ai loro carri». 7Giosuè con tutti i suoi guerrieri andò contro di loro presso le acque di Merom, a sorpresa, e piombò su di loro. 8Il Signore li consegnò nelle mani d'Israele, che li batté e li inseguì fino a Sidone la Grande, fino a Misrefot-Màim e fino alla valle di Mispa a oriente. Li sconfissero fino a non lasciar loro neppure un superstite. 9Giosuè fece loro come gli aveva detto il Signore: tagliò i garretti ai loro cavalli e appiccò il fuoco ai loro carri. 10In quello stesso tempo Giosuè tornò indietro, conquistò Asor e passò a fil di spada il suo re, perché prima Asor era stata la capitale di tutti quei regni. 11Passò a fil di spada ogni essere vivente che vi era, votandolo allo sterminio; non risparmiò nessun vivente e appiccò il fuoco ad Asor. 12Giosuè prese tutti quei re e le loro città, passandoli a fil di spada; li votò allo sterminio, come aveva comandato Mosè, servo del Signore. 13Tuttavia Israele non incendiò nessuna delle città costruite su colline, a parte Asor, incendiata da Giosuè. 14Gli Israeliti presero tutto il bottino di queste città e il bestiame; passarono però a fil di spada tutti gli uomini fino a distruggerli: non risparmiarono alcun vivente. 15Come aveva comandato il Signore a Mosè, suo servo, così Mosè aveva comandato a Giosuè e così Giosuè fece, non trascurando alcuna parola di quanto il Signore aveva comandato a Mosè.

Ricapitolazione di tutte le conquiste (11,16-23) 16Giosuè si impadronì di tutta questa terra: la zona montuosa, tutto il Negheb, tutta la regione di Gosen, la Sefela, l'Araba, le montagne d'Israele e il loro bassopiano. 17Dal monte Calak, che sale verso Seir, fino a Baal-Gad nella valle del Libano ai piedi del monte Ermon: catturò tutti i loro re, li vinse e li uccise. 18Per molto tempo Giosuè fece guerra a tutti questi re. 19Non ci fu alcuna città che facesse pace con gli Israeliti, eccetto gli Evei che abitavano Gàbaon: le presero tutte con le armi, 20perché veniva dal Signore che il loro cuore si ostinasse a dichiarare guerra a Israele, per votarle allo sterminio senza pietà e così distruggerle, come il Signore aveva comandato a Mosè. 21In quel tempo Giosuè andò a eliminare gli Anakiti dalla zona montuosa: da Ebron, da Debir, da Anab, da tutti i monti di Giuda e di Israele. Giosuè li votò allo sterminio con le loro città. 22Non rimasero Anakiti nella terra degli Israeliti. Ne rimasero alcuni solo a Gaza, a Gat e ad Asdod. 23Giosuè prese tutto il territorio, come il Signore aveva ordinato a Mosè. Giosuè lo assegnò in eredità a Israele, secondo le loro divisioni in tribù. E la terra visse tranquilla, senza guerra. __________________________ Note

11,5 presso le acque di Merom: presso la sorgente da cui dipendeva la città dello stesso nome, a sud-ovest di Asor.

11,10 Asor: antichissima città situata a nord del lago di Genèsaret, conquistata da Giosuè forse con astuzia (vv. 6-7.9). Fu la sola città data alle fiamme.

11,17 Seir: è il territorio degli Edomiti a sud-est del Mar Morto.

11,20 perché veniva dal Signore che il loro cuore si ostinasse: si tenta di spiegare le guerre di sterminio; Dio vuole dare a Israele la terra che gli ha promesso e, per questo, rende duro il cuore dei Cananei che fanno guerra agli Israeliti.

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Approfondimenti

Dopo aver descritto le conquiste d'Israele nella Palestina meridionale, procedendo con gli stessi criteri l'autore ci tratteggia l'occupazione del nord. La successione degli avvenimenti è la stessa: coalizioni di re contro Israele; sconfitta da parte delle truppe di Giosuè; applicazione del ḥērem; ricapitolazione dei dati. Le indicazioni geografiche e topografiche, numerose, hanno una loro coerenza. Si riferiscono tutte a località e zone situate tra la parte superiore del Giordano (dal lago Hule fino a sud del lago di Genesaret) a est, e la costa del Mediterraneo a ovest, tra Misrefot-Maim (= Acquecalde, 30 chilometri circa a nord del Carmelo) e Dor (20 chilometri circa a sud del Carmelo). Ma – come si è già osservato nel capitolo precedente – è impossibile che tali territori siano stati conquistati tutti da Israele già all'inizio della sua penetrazione nella terra di Canaan, per di più nel corso di una unica campagna militare. Il redattore fa uso di tradizioni antecedenti, nelle quali inserisce la figura di Giosuè come motivo unificante, e in più aggiunge suoi interventi specifici, intesi chiaramente a presentare questa campagna del nord in parallelo con la campagna condotta a termine al sud.

1. Azor significa «recinto». Era una città importante e un punto strategico cruciale per la Galilea e la Cisgiordania in generale. Fu fortificata da Salomone (1Re 9,15) e conquistata da Tiglat-Pilezer III (2Re 15,29). Si trovava circa 6 chilometri a sud-ovest del lago di Hule. L'archeologia sembra confermare che la città subì una distruzione nel sec. XIII.

4-5. Per la prima volta nella sua storia, Israele si trova a combattere contro «cavalli e carri», che erano stati introdotti in Palestina dagli Hittiti. «popolo numeroso come la sabbia del mare» è espressione stereotipa. La locuzione le «acque di Merom» potrebbe riferirsi allo stesso lago di Hule. In ogni caso, si tratta di una zona abbondante di acque, necessarie in grande quantità oltre che per i soldati, anche per i cavalli.

6-9. Entrano in gioco i motivi tipici della guerra santa. JHWH assicura Giosuè della vittoria e indica anche le modalità di essa. Tutto avviene come previsto.

10-15. Espressioni ben note e ricorrenti. Il ḥērem questa volta è eseguito in misura contenuta, se si eccettua il caso della città di Azor. L'elenco delle città conquistate si ha in 12,9-24.

16-23. Le formule generalizzanti sono ancor più frequenti in questo brano, chiaramente volto a dimostrare una precisa tesi teologica. È stato per specifica volontà di JHWH e grazie a lui che Israele ha occupato la Palestina, distruggendone gli abitanti in maniera sistematica, data la loro ostinazione «nella guerra contro Israele». In effetti l'occupazione del paese da parte di Israele è stata un processo lento, faticoso, e non sempre violento e intollerante, avendo assunto anche forme di assimilazione e mescolanza pacifica. Nel tracciare i confini di tutta la Palestina, qui l'autore riferisce la situazione geografica del periodo di Salomone.

21-22. Gli Anakiti (anakîm = popolo dal lungo collo) sono una specie di giganti menzionati più volte nella Bibbia (Nm 13,22.28.33; Dt 9,2, ecc.). Gs 14,14 riferisce sulla loro fine una tradizione differente (lo sterminio è attribuito a Caleb; cfr. anche Gs 15,13-14; Gdc 1,20).

23. Il versetto anticipa il contenuto del capitolo seguente, riepilogandolo a mo' di sovrascritta.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Il paradosso di Fermi È una soluzione cinica ma coerente: non il silenzio del cosmo, bensì il nostro. Il paradosso di Fermi nasce come una domanda scientifica, ma resiste da decenni perché tocca un nervo scoperto: l’idea che l’universo sia pieno di vita e che, nonostante questo, nessuno ci risponda. Per molto tempo abbiamo cercato spiegazioni rassicuranti, legate ai limiti tecnologici, alle distanze astronomiche, alla rarità delle condizioni necessarie alla vita intelligente. Abbiamo immaginato civiltà spazzate via prima di poter comunicare, pianeti sterili, errori di calcolo. Ma esiste una lettura più semplice e, proprio per questo, più disturbante: non siamo soli, siamo solo indesiderati. Se ci osservano, vedono una specie tecnologicamente brillante e moralmente immatura, capace di produrre strumenti potentissimi senza una visione condivisa del loro uso. Vedono un pianeta che trasmette nello spazio non tanto segnali di intelligenza, quanto rumore, ripetizione, aggressività, autocompiacimento. Vedono una civiltà che confonde informazione con conoscenza e visibilità con valore. Dal loro punto di vista, la nostra crescita appare sbilanciata: enorme sul piano tecnico, fragile su quello etico. Abbiamo imparato a controllare l’energia prima di controllare noi stessi, a moltiplicare le connessioni senza approfondire le relazioni, a simulare il pensiero senza chiarire cosa significhi davvero comprendere. In questa chiave, il famoso “grande filtro” non è un evento cosmico, ma una soglia interiore. Non un’esplosione, ma una scelta. L’isolamento deliberato diventa allora una strategia di sopravvivenza per civiltà che hanno già attraversato la nostra fase evolutiva e ne riconoscono i pericoli. Interagire con una specie ancora dominata dall’ego, dalla competizione distruttiva e dalla mitologia del potere significherebbe alterarne il percorso o esserne trascinati. Così come noi evitiamo di interferire con ecosistemi instabili o popolazioni non pronte al contatto, loro evitano noi. Non per arroganza, ma per responsabilità. Il silenzio cosmico assume allora un significato diverso: non è assenza di vita, ma presenza di limite. È una forma di attesa, una quarantena cosmica che non ha una data di fine prestabilita. Forse il criterio non è il livello tecnologico, ma la maturità collettiva. Forse non si entra nella conversazione galattica finché non si dimostra di saper ascoltare, cooperare, preservare ciò che si crea. In questo scenario, il paradosso di Fermi smette di essere un problema astronomico e diventa uno specchio antropologico. Non chiede dove siano gli altri, ma chi siamo noi visti da fuori. Siamo una civiltà che usa l’intelligenza per comprendere o solo per dominare? Siamo capaci di trasformare il sapere in saggezza o restiamo prigionieri della performance? Forse il primo vero contatto non avverrà quando intercetteremo un segnale alieno, ma quando ridurremo il rumore che produciamo. Forse arriverà quando la tecnologia tornerà a essere strumento e non identità, quando la potenza sarà accompagnata da misura, quando il progresso non sarà più una corsa cieca ma una direzione condivisa. Fino ad allora, il silenzio dell’universo non è un rifiuto definitivo. È un invito implicito a crescere. È una pausa carica di significato. È la prova che, prima di cercare altri mondi, dobbiamo rendere abitabile il nostro.

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