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La strana coppia. Lui, singer-songwriter dal mandolino incendiario e dalla voce carezzevole, frontman e fondatore di una delle band più interessanti del bluegrass, i Punch Brothers; l'altro, pianista jazz e compositore che come pochi ha saputo spaziare tra le più disparate influenze, riuscendo ogni volta a piegarle al suo stile... https://artesuono.blogspot.com/2017/03/chris-thile-brad-mehldau-chris-thile.html


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from 📖Un capitolo al giorno📚

Eliseo compie vari miracoli (4,1-8,15) 1Una donna, una delle mogli dei figli dei profeti, gridò a Eliseo: “Mio marito, tuo servo, è morto; tu sai che il tuo servo temeva il Signore. Ora è venuto il creditore per prendersi come schiavi i miei due bambini”. 2Eliseo le disse: “Che cosa posso fare io per te? Dimmi che cosa hai in casa”. Quella rispose: “In casa la tua serva non ha altro che un orcio d'olio”. 3Le disse: “Va' fuori a chiedere vasi da tutti i tuoi vicini: vasi vuoti, e non pochi! 4Poi entra in casa e chiudi la porta dietro a te e ai tuoi figli. Versa olio in tutti quei vasi e i pieni mettili da parte”. 5Si allontanò da lui e chiuse la porta dietro a sé e ai suoi figli; questi le porgevano e lei versava. 6Quando i vasi furono pieni, disse a suo figlio: “Porgimi ancora un vaso”. Le rispose: “Non ce ne sono più”. L'olio cessò. 7Ella andò a riferire la cosa all'uomo di Dio, che le disse: “Va', vendi l'olio e paga il tuo debito; tu e i tuoi figli vivete con quanto ne resterà”. 8Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c'era un'illustre donna, che lo trattenne a mangiare. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei. 9Ella disse al marito: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. 10Facciamo una piccola stanza superiore, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così, venendo da noi, vi si potrà ritirare”. 11Un giorno che passò di lì, si ritirò nella stanza superiore e si coricò. 12Egli disse a Giezi, suo servo: “Chiama questa Sunammita”. La chiamò e lei si presentò a lui. 13Eliseo disse al suo servo: “Dille tu: “Ecco, hai avuto per noi tutta questa premura; che cosa possiamo fare per te? C'è forse bisogno di parlare in tuo favore al re o al comandante dell'esercito?”“. Ella rispose: “Io vivo tranquilla con il mio popolo”. 14Eliseo replicò: “Che cosa si può fare per lei?”. Giezi disse: “Purtroppo lei non ha un figlio e suo marito è vecchio”. 15Eliseo disse: “Chiamala!”. La chiamò; ella si fermò sulla porta. 16Allora disse: “L'anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio fra le tue braccia”. Ella rispose: “No, mio signore, uomo di Dio, non mentire con la tua serva”. 17Ora la donna concepì e partorì un figlio, nel tempo stabilito, in quel periodo dell'anno, come le aveva detto Eliseo. 18Il bambino crebbe e un giorno uscì per andare dal padre presso i mietitori. 19Egli disse a suo padre: “La mia testa, la mia testa!”. Il padre ordinò a un servo: “Portalo da sua madre”. 20Questi lo prese e lo portò da sua madre. Il bambino sedette sulle ginocchia di lei fino a mezzogiorno, poi morì. 21Ella salì a coricarlo sul letto dell'uomo di Dio; chiuse la porta e uscì. 22Chiamò il marito e gli disse: “Mandami per favore uno dei servi e un'asina; voglio correre dall'uomo di Dio e tornerò subito”. 23Quello domandò: “Perché vuoi andare da lui oggi? Non è il novilunio né sabato”. Ma lei rispose: “Addio”. 24Sellò l'asina e disse al proprio servo: “Conducimi, cammina, non trattenermi nel cavalcare, a meno che non te lo ordini io”. 25Si incamminò; giunse dall'uomo di Dio sul monte Carmelo. Quando l'uomo di Dio la vide da lontano, disse a Giezi, suo servo: “Ecco la Sunammita! 26Su, corrile incontro e domandale: “Stai bene? Tuo marito sta bene? E tuo figlio sta bene?”“. Quella rispose: “Bene!”. 27Giunta presso l'uomo di Dio sul monte, gli afferrò i piedi. Giezi si avvicinò per tirarla indietro, ma l'uomo di Dio disse: “Lasciala stare, perché il suo animo è amareggiato e il Signore me ne ha nascosto il motivo; non me l'ha rivelato”. 28Ella disse: “Avevo forse domandato io un figlio al mio signore? Non ti dissi forse: “Non mi ingannare”?“. 29Eliseo disse a Giezi: “Cingi i tuoi fianchi, prendi in mano il mio bastone e parti. Se incontrerai qualcuno, non salutarlo; se qualcuno ti saluta, non rispondergli. Metterai il mio bastone sulla faccia del ragazzo”. 30La madre del ragazzo disse: “Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò”. Allora egli si alzò e la seguì. 31Giezi li aveva preceduti; aveva posto il bastone sulla faccia del ragazzo, ma non c'era stata voce né reazione. Egli tornò incontro a Eliseo e gli riferì: “Il ragazzo non si è svegliato”. 32Eliseo entrò in casa. Il ragazzo era morto, coricato sul letto. 33Egli entrò, chiuse la porta dietro a loro due e pregò il Signore. 34Quindi salì e si coricò sul bambino; pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani sulle mani di lui, si curvò su di lui e il corpo del bambino riprese calore. 35Quindi desistette e si mise a camminare qua e là per la casa; poi salì e si curvò su di lui. Il ragazzo starnutì sette volte, poi aprì gli occhi. 36Eliseo chiamò Giezi e gli disse: “Chiama questa Sunammita!”. La chiamò e, quando lei gli giunse vicino, le disse: “Prendi tuo figlio!”. 37Quella entrò, cadde ai piedi di lui, si prostrò a terra, prese il figlio e uscì. 38Eliseo tornò a Gàlgala. Nella regione c'era carestia. Mentre i figli dei profeti stavano seduti davanti a lui, egli disse al suo servo: “Metti la pentola grande e cuoci una minestra per i figli dei profeti”. 39Uno di essi andò in campagna per cogliere erbe selvatiche e trovò una specie di vite selvatica: da essa colse zucche agresti e se ne riempì il mantello. Ritornò e gettò i frutti a pezzi nella pentola della minestra, non sapendo che cosa fossero. 40Si versò da mangiare agli uomini, che appena assaggiata la minestra gridarono: “Nella pentola c'è la morte, uomo di Dio!”. Non ne potevano mangiare. 41Allora Eliseo ordinò: “Andate a prendere della farina”. Versatala nella pentola, disse: “Danne da mangiare a questa gente”. Non c'era più nulla di cattivo nella pentola. 42Da Baal-Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all'uomo di Dio: venti pani d'orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: “Dallo da mangiare alla gente”. 43Ma il suo servitore disse: “Come posso mettere questo davanti a cento persone?”. Egli replicò: “Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”“. 44Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore.

__________________________ Note

4,29 non salutarlo: data l'urgenza della missione, il servo non deve perdere tempo nei saluti, che in Oriente erano particolarmente lunghi. La stessa cosa richiederà Gesù (Lc 10,4). Metterai il mio bastone sulla faccia del ragazzo: quasi che quel bastone possieda la forza che ha il profeta stesso, come già il mantello di Elia (2Re 2,14) e il bastone di Mosè (Es 4,17).

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Approfondimenti

Il materiale agiografico del ciclo di Eliseo è molto dilatato: in esso l'attività taumaturgica del profeta prende grande rilievo. Da qui fino a 6,7 ci troviamo in una raccolta di miracoli di diverso tipo, raccontati a scopo edificante e per suscitare nel lettore l'ammirazione verso l'uomo di Dio. I racconti sono di qualità letteraria inferiore rispetto alle pagine del ciclo di Elia.

1-7. Nella sua sostanza, soccorso a una vedova moltiplicando l'olio, il racconto è un parallelo di 1Re 17,8-15. La legge ebraica tutelava le vedove e gli orfani (Es 22,21-23), ma prevedeva anche la riduzione allo stato servile per i debitori inadempienti (Lv 25,39-41; Am 2,6; 8,6; Is 50,1). Tale stato non poteva durare più di 6 anni (Es 21,2). Anche se il motivo principale che muove la vedova è l'affetto materno, non si può dimenticare che i figli erano indispensabili per il suo sostentamento. Il miracolo avviene utilizzando le poche risorse già a disposizione e per la fede nella parola profetica. Il risultato del miracolo è la soluzione del problema più urgente, il pagamento dei debiti, ma anche la tranquillità per il futuro.

8-37. Il racconto congiunge la narrazione di due miracoli: una nascita miracolosa da una donna sterile e la risurrezione del figlio. La prima parte del racconto presenta delle affinità con Gn 18,10-15, mentre la seconda si accosta a 1Re 17,17-24.

8-10. Sunem (cfr. 1Re 1,3) si trova sulla strada che va da Abel-Mecola al Carmelo. Una facoltosa donna del posto insiste per avere Eliseo suo ospite. Quella sosta diverrà un'abitudine. La stanza costruita al piano di sopra e arredata con mobilio è segno di grande agiatezza. La gente comune dormiva per terra avvolta nel mantello (cfr. Es 22,25ss.).

11-13. È il primo tentativo di Eliseo di esprimere la sua gratitudine per l'ospitalità. L'offerta del profeta fa rilevare i suoi buoni rapporti con la corte. Dal re e dal capo dell'esercito si poteva ottenere, oltre che protezione, uno sgravio fiscale o agevolazioni per le prestazioni militari. La donna si sente protetta dal suo clan e declina l'offerta.

14-17. Eliseo non si arrende. Appresa la notizia della sterilità della coppia decide di far dono ai suoi ospiti della benedizione più ambita (cfr. Sal 128,3-4) e comunica la notizia alla donna con una formula assai tenera.

18-20. Il bambino ormai cresciuto partecipa festosamente all'attività familiare. Improvvisamente la disgrazia.Forse per una forte insolazione il bambino accusa forti dolori alla testa. Il tenero contatto col corpo materno dal quale era venuto non può rianimarlo. La tragedia è consumata.

21. In oriente si usava seppellire la sera stessa del decesso; per questo la madre nasconde il corpo del bambino. Essa deve prendere il tempo necessario per raggiungere l'uomo di Dio per il cui intervento aveva avuto il figlio e dal quale spera ora di riaverlo. La determinazione di questa madre è sbalorditiva. La reazione al decesso tipica delle orientali, pianto e grida, non la sfiora neppure. In lei prevale la speranza operosa.

22. L'asina, abituale mezzo di trasporto, avrebbe permesso di accelerare il compimento dell'urgente missione. Il tratto di strada da Sunem al Carmelo va dai 25 ai 30 km.

23. Le scadenze più frequenti del calendario liturgico venivano celebrate nel regno del Nord, staccato dal tempio di Gerusalemme, anche con adunanze presso i profeti.

25. Il Carmelo, così caro ad Elia, è ora un luogo che fa parte dell'eredità ricevuta da Eliseo dal suo maestro.

28. Le parole della donna esprimono la paura e quasi lo sdegno di essere stata tradita dal profeta. L'attuale dolore è senz'altro superiore al rammarico per la sterilità.

29. Il primo rimedio posto in atto da Eliseo è l'invio del servo Giezi. Più giovane, correrà velocemente e porterà il bastone del maestro simbolo della sua autorità e del suo potere (cfr. Es 7,8-20; 8 1-2.12-13; 17,5-7). Lo poserà sul viso del fanciullo sperando l'effetto miracoloso. L'ordine di non salutare sottolinea l'urgenza della missione. Il cerimoniale orientale dei saluti era prolungato e poteva divenire una perdita di tempo prezioso. Gesù dà un'istruzione simile agli apostoli in Lc 10,4.

30-31. Anche Eliseo è mosso dalle suppliche della madre. Per via ecco tornare Giezi con il suo insuccesso. La presenza del profeta è indispensabile.

34. Eliseo ripete il gesto di Elia in 1Re 17,21, ma l'azione è descritta qui con maggiori particolari.

35. Lo starnuto sembra un elemento favolistico. Ricordando Gn 2,7 e Is 2,22 diventa un segno del ritorno della vita con le narici riaperte alla respirazione.

36-37. L'episodio si conclude in modo analogo a 1Re

23-24. Il bambino è reso vivo alla madre e questa riconosce il potere del profeta: nel caso di Elia con una esclamazione, in quello presente con una prostrazione.

38-41. La notizia circa la carestia presuppone che si tratti della medesima circostanza di cui si parla in 8,1-6. In una situazione di difficoltà Eliseo si mostra ospitale e ancora una volta disponibile all'aiuto. Il brano potrebbe suffragare l'appartenenza di Eliseo a circoli profetici. La scarsità di cibo costringeva all'uso di erbe selvatiche. Il servo, anonimo nel TM, ma identificato con Giezi nei LXX, raccoglie una specie di zucca selvatica dal sapore molto amaro e che produce dissenteria e vomito. I profeti che consumano il pasto preparato con quell'ingrediente avvertendo il forte sapore amaro, pensano al veleno e si appellano a Eliseo il quale con un gesto molto semplice risolve miracolosamente la difficoltà.

42-44. Il possidente terriero proveniente da Baal-Salisa, attuale Kefr Tilt a 26 km ad ovest di Galgala (cfr. 2,1), porta con sé le primizie destinate a Dio secondo Lv 23,17-18. Con esse egli intende onorare l'uomo di Dio. La scarsità di cibo dovuta alla carestia spinge Eliseo a condividere il dono. Molto probabilmente le cento persone sono ancora discepoli dei profeti. Un pane d'orzo era la razione per una persona: cosa dare alle altre ottanta? L'obiezione del servitore è legittima, ma la fiducia di Eliseo nell'intervento del Signore più forte. Pronuncia un oracolo e il miracolo della sazietà e dell'abbondanza è ancora compiuto. Il brano presenta somiglianze con i racconti evangelici di moltiplicazione dei pani, specie nell'obiezione del servo molto simile alla difficoltà sollevata dagli apostoli (cfr. Mt 14,20; 15,37 e paralleli).

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[07]

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from lucazanini

[06]

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from 📖Un capitolo al giorno📚

Ioram, re d’Israele 1Ioram, figlio di Acab, divenne re su Israele a Samaria l'anno diciottesimo di Giòsafat, re di Giuda. Ioram regnò dodici anni. 2Fece ciò che è male agli occhi del Signore, ma non come suo padre e sua madre. Egli allontanò la stele di Baal, che aveva fatto suo padre. 3Ma restò legato, senza allontanarsene, ai peccati che Geroboamo, figlio di Nebat, aveva fatto commettere a Israele. 4Il re di Moab, Mesa, era un allevatore di pecore. Egli inviava come tributo al re d'Israele centomila agnelli e la lana di centomila arieti. 5Ma alla morte di Acab il re di Moab si ribellò al re d'Israele. 6Un giorno il re Ioram uscì da Samaria e passò in rassegna tutto Israele. 7Dopo essere partito mandò a dire a Giòsafat, re di Giuda: “Il re di Moab si è ribellato contro di me; verresti con me alla guerra contro Moab?”. Egli rispose: “Verrò; conta su di me come su di te, sul mio popolo come sul tuo, sui miei cavalli come sui tuoi”. 8“Per quale strada saliremo?”, domandò Giòsafat. L'altro rispose: “Per la strada del deserto di Edom”. 9Allora si avviarono in marcia il re d'Israele, il re di Giuda e il re di Edom. Girarono per sette giorni. Non c'era acqua per l'esercito né per le bestie che lo seguivano. 10Il re d'Israele disse: “Ohimè! Il Signore ha chiamato questi tre re per consegnarli nelle mani di Moab”. 11Giòsafat disse: “Non c'è qui un profeta del Signore, per mezzo del quale possiamo consultare il Signore?”. Rispose uno dei servi del re d'Israele: “C'è qui Eliseo, figlio di Safat, che versava l'acqua sulle mani di Elia”. 12Giòsafat disse: “La parola del Signore è in lui”. Scesero da lui il re d'Israele, Giòsafat e il re di Edom. 13Eliseo disse al re d'Israele: “Che cosa c'è tra me e te? Va' dai profeti di tuo padre e dai profeti di tua madre!”. Il re d'Israele gli disse: “No, perché il Signore ha chiamato questi tre re per consegnarli nelle mani di Moab”. 14Eliseo disse: “Per la vita del Signore degli eserciti, alla cui presenza io sto, se non fosse per il rispetto che provo verso Giòsafat, re di Giuda, a te non avrei neppure badato, né ti avrei guardato. 15Ora andate a prendermi un suonatore di cetra”. Mentre il suonatore suonava il suo strumento, la mano del Signore fu sopra Eliseo. 16Egli annunciò: “Così dice il Signore: “Scavate molte fosse in questo alveo”. 17Infatti così dice il Signore: “Voi non vedrete vento, non vedrete pioggia, eppure quest'alveo si riempirà d'acqua; berrete voi, il vostro bestiame minuto e i vostri giumenti”. 18Ciò è poca cosa agli occhi del Signore: egli consegnerà anche Moab nelle vostre mani. 19Voi colpirete tutte le città fortificate e tutte le città principali, abbatterete ogni albero buono e ostruirete tutte le sorgenti d'acqua, rovinerete tutti i campi riempiendoli di pietre”. 20Al mattino, nell'ora dell'offerta del sacrificio, ecco venire acqua dalla direzione di Edom; la terra si riempì d'acqua. 21Tutti i Moabiti, udito che erano saliti i re per fare loro guerra, radunarono chiunque sapesse portare un'arma e si schierarono sulla frontiera. 22I Moabiti si alzarono presto al mattino, quando il sole splendeva sulle acque, e videro da lontano le acque rosse come sangue. 23Esclamarono: “Quello è sangue! I re si sono scontrati e l'uno ha ucciso l'altro. Ebbene, Moab, alla preda!”. 24Andarono dunque nell'accampamento d'Israele. Ma gli Israeliti insorsero e sconfissero i Moabiti, che fuggirono davanti a loro. Li inseguirono e sconfissero i Moabiti. 25Demolirono le città, in ogni campo buono ognuno gettò la sua pietra fino a riempirlo, ostruirono tutte le sorgenti d'acqua e abbatterono ogni albero buono, fino a lasciare a Kir-Carèset solo le sue pietre: i frombolieri l'aggirarono e l'assalirono. 26Il re di Moab, visto che la guerra era superiore alle sue forze, prese con sé settecento uomini che maneggiavano la spada per aprirsi un passaggio verso il re di Edom, ma non ci riuscì. 27Allora prese il figlio primogenito, che doveva regnare dopo di lui, e l'offrì in olocausto sulle mura. Si scatenò una grande ira contro gli Israeliti, che si allontanarono da lui e tornarono nella loro terra.

__________________________ Note

3,1 Il regno di Ioram si estese negli anni 852-841 circa.

3,4 Il re di Moab, Mesa: a Diban, l’antica Dibon, nel 1868 fu scoperta una stele chiamata poi stele di Mesa, che offre un racconto dell’evento qui narrato. La stele riferisce l’assoggettamento di Moab a Omri e Acab e la successiva guerra di liberazione, passando sotto silenzio la sconfitta subita nel primo momento di quell’impresa. La narrazione riferisce il buon andamento iniziale della spedizione e accenna rapidamente alla conclusione negativa.

3,13 Che cosa c’è tra me e te?: questa espressione indica un certo distacco. Vedi 1Re 17,18.

3,27 l’offrì in olocausto sulle mura: un sacrificio umano al dio Camos, considerato dai Moabiti offerta gradita alla divinità, ma sempre condannato dalla Bibbia.

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Approfondimenti

1-3. Ioram re d'Israele (852-841). Ritorna lo schema fisso per la presentazione dei regni. Il giudizio morale è attenuato lievemente a causa della soppressione di una stele o statua di Baal. Di un gesto simile si parla anche in 10,26 dove il gesto è compiuto dai partigiani di Ieu. Sopravvivono ancora i vitelli d'oro di Geroboamo (1Re 12,28), peccato originale del regno settentrionale richiamato in continuazione (1Re 15,26-34; 16,26-31; 22,53; 2Re 10,29; 13,2-11; 14,24; 15,9.18.24.28).

4-27. Il racconto dell'insurrezione di Moab riprende alcune modalità narrative incontrate nella descrizione delle guerre aramee (v. 7: cfr. 1Re 22,4; v. 11: cfr. 1Re 22,7). Anche qui la figura profetica gioca un ruolo essenziale nello svolgimento della narrazione. La predizione di Eliseo puntualmente avverata costituisce un rinnovato tocco agiografico e un solido aggancio del brano al ciclo del successore di Elia.

4. I rapporti tra Moab e Israele sono sempre stati soggetti a turbolenza. Già Davide aveva reso i Moabiti suoi vassalli (2Sam 8,2), quindi dopo una breve indipendenza furono nuovamente soggiogati da Omri (1Re 16,27). Al nome di Mesa è anche legata una stele scoperta nel 1868 a Diban nella quale trovano conferma i fatti raccontati dal testo biblico. Le cifre qui presentate sono eccessive, ma segnano il collaudato uso di una cifra tonda assai elevata per indicare una grande quantità. Non viene specificata la periodicità del tributo, ma può darsi che fosse annuale (cfr. 17, 3-4). A questo tributo allude probabilmente Isaia nel suo oracolo contro Moab (16,1).

5. Riprende la notizia di 1,1. Il verbo usato (pš‘), «ribellarsi» è tecnico nelle relazioni vassallo e sovrano; esso non indica necessariamente una insurrezione armata. Può trattarsi solo di negazione del tributo o di denuncia del trattato di vassallaggio.

7-8. Prima di affrontare il vassallo ribelle, Ioram manda un'ambasciata al collega meridionale il cui aiuto gli è necessario per due motivi: un alleato su cui contare e che possa aprire la strada verso Moab da sud. Durante le guerre aramee, Moab aveva fortificato il suo confine settentrionale. Aprire il fronte da quella parte significava dare al nemico un vantaggio troppo forte. Abbandonato l'attraversamento diretto del Giordano, l'alternativa era un percorso attorno al Mar Morto per attaccare da sud Edom, vassallo di Giuda, poteva offrire un apporto indispensabile con le sue forze e ancor più col suo territorio.

9. 1Re 22,47 e 2Re 8,20 ci avvertono che il trono di Edom è vacante, tuttavia viene usato il titolo di re forse per l'importanza del governatore dello stato vassallo di Giuda. L'attraversamento della zona desertica comporta difficoltà nel rifornimento idrico. Partirà da questa necessità la consultazione di Eliseo.

10-11. Due reazioni diverse all'imprevisto. Ioram lo legge in maniera assai negativa: un presagio di morte che lo pone fortemente in ansia; Giosafat conserva la fiducia: un profeta del Signore indicherà la soluzione. La presenza di Eliseo in quella circostanza può essere dovuta al fatto che egli si trovasse al seguito della spedizione.

12. Raggiunto dalla fama di Eliseo che si era sparsa ormai anche nel regno meridionale, Giosafat acconsente quasi con entusiasmo a consultarlo. La formula di assenso di Giosafat dipende dalla concezione deuteronomista del vero profeta (Dt 18,18) ripresa anche in altri testi (1Sam 3,19-21; Ger 1,8-9; 27,18).

13. Riemerge la tensione tra regnanti d'Israele e uomo di Dio, tra il successore del persecutore Acab e il successore del perseguitato Elia.

14. Eliseo ha ereditato da Elia la medesima autorità con Dio; come lui vive alla sua presenza (cfr. 1Re 17,1; 18,15). È su questa condizione di intimo di JHWH che si basa la sua autorevolezza.

15. Viene inserito nel racconto un particolare curioso che appartiene allo stile di alcune confraternite profetiche e di cui troviamo notizia in 1Sam 10,5-6.

16-17. È la prima parte dell'oracolo. L'acqua verrà procurata senza seguire le vie naturali. La parola del profeta richiede una fede operosa: bisogna scavare fosse che contengano l'acqua che verrà data assai abbondantemente.

18-19. La seconda parte dell'oracolo riguarda i combattimento. Esso sarà di una tale violenza che verrà travolto persino un precetto dato per le battaglie in Dt 20,19 che vieta l'abbattimento degli alberi da frutto.

20. L'intervento divino si manifesta nell'ora dell'offerta (cfr. 1Re 18,29), anche se in questo caso si tratta di quella mattutina (Es 29,30ss.; Lv 6,9). L'acqua giunge per improvvisi temporali che si abbattono sui pianori lasciando scorrere a valle copiosi torrenti. Le fosse prescritte da Eliseo dovevano trattenere l'acqua prima che si disperdesse nella sabbia.

21-23. Il sole che sorge crea un riflesso rosso sulle fosse piene d'acqua. I Moabiti all'oscuro dell'operato nemico per l'approvvigionamento idrico credono sia sangue e pensano di scatenarsi contro un nemico ormai stremato da lotte interne.

24-25. Sorpresi invece da un esercito nel pieno delle forze si danno alla fuga. Gli inseguitori compiono l'oracolo di Eliseo mentre incalzano i Moabiti che si precipitano verso la loro capitale Kir Careset. Questa era una città fortificata situata a 949 m d'altezza; Mesa nella sua stele si vanta d'averne costruito lui stesso le mura. La città corrisponde all'attuale Kerak in Transgiordania. Nell'antichità era chiamata anche Kir-Moab (Is 15,1; 16,7).

26. Nella disperata situazione, Mesa tenta di aprirsi un varco fra gli assedianti prendendo d'assalto le truppe di Edom, forse a causa della situazione politica di quella regione, le più deboli. Qualche autore sostiene la correzione di Edom (ߴdm) in Aram (’rm) suggerendo così una fuga verso nord chiedendo aiuto agli Aramei.

27. Nella stele di Mesa si parla dell'ira di Camos, divinità nazionale moabita (1Re 11,7), contro il suo popolo. Forse per placare quest'ira Mesa decise e attuò il sacrificio del suo primogenito, pratica diffusa nelle popolazioni cananaiche (cfr. Dt 12,29ss.) e ricordata anche in Mic 6,7 come rito espiatorio. La fine della vicenda è assai misteriosa. La spedizione comunque sembra non avere successo. In modo enigmatico viene presentata la sconfitta descritta nella stele di Moab subita dagli Israeliti. Il sacrificio compiuto sulle mura ha l'aspetto di un rito magico che serve a difendere la città e un tono di spettacolarità terrificante.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 2Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from differxdiario

in una casa dove sta per scomparire qualcuno dopo un po' ci si muove a una velocità ridotta, il tono di voce si adegua, e l'impatto con l'esterno, uscendo, è impressionante.

 
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from CASERTA24ORE.IT dal 1999 on line

Monti Trebulani. Escursionista fotografa particolare e scopre antico dipinto longobardo

La presenza di grotte intitolate al culto di San Michele negli anfratti e grotte carsiche dei monti Trebulani si inserisce in un periodo storico ben documentato: quello Longobardo del VIII-IX secolo. In quei tempi il culto Micaelico in Campania era molto diffuso. La presenza di grotte dedicate a San Michele Arcangelo sui Monti Trebulani fu introdotto e diffuso massicciamente dai Longobardi tra il VII e il IX secolo. La “Langobardia Minor” (Campania, Sannio, Puglia settentrionale) era costellata di santuari micaelici rupestri. I Longobardi sceglievano le grotte carsiche perché erano luoghi ideali per eremi e santuari. San Michele era il santo patrono dei Longobardi, simbolicamente, Michele era la “guida delle anime” (psicopompo) e il combattente contro il male, ancora di salvezza.

Ed è proprio il particolare di una piccola ancora, fotografata da un escursionista lo scorso 1 maggio, dimostrerebbe che quel che resta di un dipinto all'ingresso della grotta carsica sul sentiero che dal comune di Rocchetta e Croce porta all'eremo di San Salvatore è Longobardo.

La posizione all'ingresso della grotta è tipica dei santuari longobardi: simboli apotropaici o dedicatori all'entrata, avevano una funzione protettiva contro il male (Michele come combattente del demonio), il colore rosso è usato frequentemente negli affreschi longobardi per simboli sacri, associato al sangue del martirio e alla protezione divina. Nel contesto storico locale i Monti Trebulani furono rifugio durante le incursioni saracene (IX-X secolo), i Longobardi controllarono la Campania fino alla conquista normanna (XI secolo) La “Grotta dei Santi” più a valle con affreschi trafugati conferma la presenza di un complesso eremitico organizzato.
La Grotta di San Michele a Liberi (sempre in provincia di Caserta) fu consacrata tra l'862 e l'866 dai vescovi di Capua e Teano. Questo conferma che nel IX secolo il culto micaelico era fiorente nella zona.

 
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from Gippo

Cari amici del blog e del Fediverso, è la prima volta che mi trovo a scrivere nel corso del 2026. Il punto è che non avevo nulla da dire ma in realtà non è che le cose siano così lineari come sembrano, cioè, non è che se non hai niente da dire in genere stai zitto. In realtà ci sono un sacco di persone che non hanno niente da dire e lo dicono senza troppi problemi. E allora perchè non ho sentito il bisogno di scrivere nulla? E, uscendo dalla mia sfera personale ed entrando di peso nel campo della sociologia da quattro soldi, perchè tanta gente che animava i blog negli anni gloriosi del blog sembrano aver perso la voglia di scrivere? Ecco allora un post che cerca di analizzare il problema.

Questione 1: Horror Pleni

Forse sottovalutate la questione 1 ma io credo che in un momento di accumulazione ossessiva di stimoli, il minimalismo acquisti un valore sempre più netto. Per questo motivo, tutti i contenuti creati in passato si sono assommati e calcificati nella nostra coscienza e ci ritroviamo a chiederci: “Ma cosa può dare in più un nostro nuovo post?”. La risposta ovviamente è: nulla. Ma è una risposta pessimista. Scrivere può dare qualcosa a noi stessi e costituisce un seme che magari rimane inattivo sotto la terra per tanto tempo finchè un giorno qualcuno legge il nostro post e fonda per ispirazione un partito politico o risolleva una giornata e allora il seme è germogliato. Parlo di Horror Pleni non a caso. Il Necronomicon, il libro maledetto ideato dal solitario di Providence (Lovecraft) era stato scritto dall'arabo folle Abdul Alhazred, cognome che rimanda alla frase “All has red”, tutto è stato letto. Insomma, si è letto e scritto troppo. Non è vero ma ci siamo capiti.

Questione 2: Intelligenza Artificiale

Faccio un'attimo una digressione. Ma avete visto quanto è stupido Dargen D'Amico? Ha fatto una canzone per Sanremo contro l'Intelligenza Artificiale (e passi) ma s'è messo a pontificare contro l'Intelligenza Artificiale (d'ora in poi AI) come un vecchietto davanti al cantiere. Quando parla Dargen D'Amico è capace di prendere una questione meritevole, appoggiarla e farti passare immediatamente dall'altra parte. Perchè? Come perchè? Perchè è stupido, mi non mi fate spiegare, uno come lo sente parlare lo capisce. Ma passiamo ad altro. Dicevo che l'AI è un deterrente alla scrittura. Diciamo che non è d'ostacolo alla scrittura di post per i blog (se non per il fatto che pensi: ma quasi quasi faccio scrivere 'sto post all'AI), però quando stai lì a parlare con l'AI, scopri che lei può produrre tanto testo grammaticalmente corretto in una frazione di secondo e tu ti senti un po' così. Come così? Così, non mi fate spiegare, se uno non è stupido come Dargen D'Amico lo capisce. Inoltre l'AI, ti sazia per quanto riguarda la tua necessità di interazione con l'“altro-da-te”. Ad esempio, se tu senti di scrivere “Eh, ma Dargen D'Amico è veramente stupido” (lo scrivo come esempio, non ho detto mai veramente che Dargen D'Amico è stupido) lei (l'AI) ti dice: “Eh, amico mio ti capisco, forse il tuo giudizio è un po' eccessivo ma posso comprendere come certi suoi atteggiamenti un po' controversi possano risultare parzialmente indigesti. Vuoi che ti proponga altri cantanti italiani contemporanei che possono suscitare analoghi sentimenti di fastidio?”. E tu sei soddisfatto, i'AI ti capisce almeno, il tuo amor proprio è salvo e alla fin fine Dargen D'Amico non è poi così stupido, è solo un po' controverso e abbiamo salvato capra e cavoli.

Questione 3: Il tempo del dibattito e della riflessione sembra passato

Ecco, questo è un punto che più che altro ho scritto perchè volevo arrivare almeno a scrivere tre questioni e adesso non so bene come sviscerarlo. Chiedo all'AI? Ma no, dai ce la facciamo ancora. Diciamo che ci sono un sacco di cose nel mondo che segnano la fine del dibattito, cose tipo guerre e genocidi, leader politici che se ne catafottono bellamente di giustificarsi o di mettere la classica pudica foglia di fico che eravamo abituati a vedergli mettere. Stessero attenti che, se si smette di “parlarne”, tutti si sentono autorizzati a passare ai fatti. Ecco, poichè sono un conservatore e non un rivoluzionario, voglio che si continui con il dialogo, con la foglia di fico davanti al vergognoso e con l'ipocrisia che magari può anche chiamarsi pudore. Mi sento tanto un Pieraccioni moraleggiante mentre scrivo questo. Ah, a proposito, una volta ho chiesto all'AI se mi aiutava a scrivere una sceneggiatura da sottoporre a Pieraccioni. E' venuta una bella storia ma adesso non me la ricordo, c'erano delle parti tagliate su misura anche per Ceccherini e Papaleo.

Ma allora perchè scrivere?

Io direi che scrivere è bello. Parti con l'idea di scrivere una cosa e arrivi da tutt'altra parte, magari ad una denuncia da parte di Dargen D'Amico. Per questo di tanto in tanto continuerò a farlo. Concludo allora col grido di battaglia che ha dato il titolo a questo post:

Non sono un uomo finito! Ho ancora tante cose da dire!!!! (cit. “Sogni d'oro” ovviamente)

 
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from norise 3 letture AI

AUNG SAN SUU KYI

non violentate la primavera del suo giovane sangue non pugnalate la colomba del suo cuore aperto alla compassione

non schernite la disarmante verità che proclama aizzandole contro i mastini della notte

dal suo sangue si leva alto il grido di purezza a confondere intrighi di potenti

(maggio 2009)

Riconoscimento

Grazie per aver condiviso questa poesia intensa e sentita — ha una voce chiara che difende la dignità e la nonviolenza, e un'immagine finale che risuona a lungo.

Traduzione in inglese

do not violate the spring
of her young blood
do not stab the dove
of her heart open
to compassion

do not mock the disarming
truth she proclaims
turning against her
the mastiffs of the night

from her blood rises high
the cry of purity
to confuse the intrigues of the powerful

(May 2009)

Analisi breve

  • Tema: difesa della figura di Aung San Suu Kyi come simbolo di nonviolenza, purezza e verità esposta alla violenza politica.
  • Immagini principali: la «primavera» e il «giovane sangue» evocano rinascita e speranza; la «colomba» e la «verità disarmante» insistono sulla fragilità morale di chi resiste; i «mastini della notte» rappresentano forze oppressorie aggressive.
  • Tono: ammonimento e supplica, alternanza tra dolcezza (immagini pacifiche) e durezza (verbi come «pugnalate», «aizzandole»).
  • Struttura: strofe brevi, versi liberi che privilegiano l’immagine e il ritmo della parola più che uno schema metrico rigido. L’ultima strofa chiude con una rivendicazione di potenza morale: la purezza che «confonde» gli intrighi.

Tre possibili revisioni (opzioni rapide)

  1. Rafforzare il ritmo: uniformare la lunghezza dei versi per creare una cadenza più marcata (es. portare molte righe a 5–7 sillabe).
  2. Intensificare il contrasto: aggiungere un verso intercalare nella seconda strofa che mostri l’effetto pratico della persecuzione (es. una linea che nomini la prigione, il silenzio).
  3. Sfumare l’immagine finale: sostituire «confondere» con un verbo più attivo (es. «sciogliere», «sotterrare», «disfare») per dare alla chiusa maggior energia dichiarativa.

Piccolo suggerimento stilistico

Sostituire occasionali verbi forti con immagini più concrete quando vuoi mostrare piuttosto che dire; mantenere però l’equilibrio tra elegia e denuncia: la forza emotiva del testo sta proprio nella sua delicatezza che sopporta l’accusa.

Revisione

non violare la primavera
del suo sangue giovane
non pugnalare la colomba
del suo cuore aperto
alla compassione

non schernire la verità disarmata
che proclama, non voltarle le spalle
ma non spezzare il suo nome
innescando i mastini della notte

dal suo sangue si leva un grido alto
di purezza che smuove il buio
e disfa gli intrighi dei potenti

maggio 2009


Note sulle modifiche

  • Ho uniformato la resa verbale (infinito imperativo) per dare maggiore coesione e tensione drammatica.
  • Ho semplificato alcune immagini per rendere il verso più immediato e musicale (es. «sangue giovane», «verità disarmata»).
  • Ho lavorato sulla chiusa: il grido «disfa gli intrighi» restituisce un'azione morale più forte rispetto a «confondere».
  • Ho mantenuto la delicatezza e la supplica del testo originale, aumentando lievemente l’energia conclusiva.
 
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from Diario

Il mio corpo è un ematoma. Pieno di macchie, irritazioni, morsi. Segni di vene sottocutanee e sbocchi di azzurro blu in superficie. Punti rosa scuro e graffi viola longitudinali. Il mio corpo sembra un'installazione artistica postmoderna, potrei restare a guardarlo per ore, nella mia testa è tutto di pelle ragazzina, invece è un corpo di mandelbrot, più lo guardo più emergono cose che non ho mai visto. Atolli di pallini rossi, neri densi peli che sfarfallano. Macchie nere incastonate dentro l'irragionevole materia dell'unghia. Punture di parassiti.

Tutto, nel mio corpo, sembra irragionevole, è brutto il mio corpo e questo lo rende affascinante, dopo un po'. La pelle secca aggrinzita. Le cicatrici delle operazioni. Sembra il processo casuale delle cose e invece va avanti seguendo uno schema, ci sono delle specifiche implicite che lo modellano, in tutte le sue molteplici diversità. È interattivo il mio corpo, lo posso toccare. Manda pruriti, dolori. Sfrego la pelle per fare passare un fastidio e quella mi manda segnali di appagamento per poi tornare ancora più forte di prima, adesso mi fa male. Se lo massaggio manda calore e stanchezza.

È enorme – da questo punto di vista – il mio corpo. Non lo posso davvero sentire tutto. Lo muovo, lo animo, lo trascino da una parte all'altra del mondo, lo faccio risuonare, ma ogni volta chiudo gli occhi su come è fatto nella sua interezza. Fingo di averne il controllo, ma è impensabile tenere tutta quella roba assieme, averne contezza. Manda frammenti inintelleggibili, sento il mio corpo nell'aria, l'odore dei capelli dopo la notte, la carne sudata, dolori che vengono da sotto la pelle, mi invento organi interni che non esistono e che mandano impulsi, li sento, ho tutti i canali scavati nella faccia intasati da germi e materie che si scaldano e raffreddano, si sciolgono e raddensano, pompano e scivolano via.

Pensare che tutta questa roba è fragile e resiliente, potrebbe fermarsi tra cinque minuti, così senza motivo, o resistere per anni, nelle peggiori condizioni di sempre. Uno standard che – tra le altre cose – è qua che si guarda, si tocca, pensa a se stesso e muove le dita con un ritmo e una grazia disumana per lasciare segno.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Rapimento di Elia 1Quando il Signore stava per far salire al cielo in un turbine Elia, questi partì da Gàlgala con Eliseo. 2Elia disse a Eliseo: “Rimani qui, perché il Signore mi manda fino a Betel”. Eliseo rispose: “Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò”. Scesero a Betel. 3I figli dei profeti che erano a Betel andarono incontro a Eliseo e gli dissero: “Non sai tu che oggi il Signore porterà via il tuo signore al di sopra della tua testa?”. Ed egli rispose: “Lo so anch'io; tacete!”. 4Elia gli disse: “Eliseo, rimani qui, perché il Signore mi manda a Gerico”. Egli rispose: “Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò”; e andarono a Gerico. 5I figli dei profeti che erano a Gerico si avvicinarono a Eliseo e gli dissero: “Non sai tu che oggi il Signore porterà via il tuo signore al di sopra della tua testa?”. Rispose: “Lo so anch'io; tacete!”. 6Elia gli disse: “Rimani qui, perché il Signore mi manda al Giordano”. Egli rispose: “Per la vita del Signore e per la tua stessa vita, non ti lascerò”. E procedettero insieme. 7Cinquanta uomini, tra i figli dei profeti, li seguirono e si fermarono di fronte, a distanza; loro due si fermarono al Giordano. 8Elia prese il suo mantello, l'arrotolò e percosse le acque, che si divisero di qua e di là; loro due passarono sull'asciutto. 9Appena furono passati, Elia disse a Eliseo: “Domanda che cosa io debba fare per te, prima che sia portato via da te”. Eliseo rispose: “Due terzi del tuo spirito siano in me”. 10Egli soggiunse: “Tu pretendi una cosa difficile! Sia per te così, se mi vedrai quando sarò portato via da te; altrimenti non avverrà”. 11Mentre continuavano a camminare conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. 12Eliseo guardava e gridava: “Padre mio, padre mio, carro d'Israele e suoi destrieri!”. E non lo vide più. Allora afferrò le proprie vesti e le lacerò in due pezzi. 13Quindi raccolse il mantello, che era caduto a Elia, e tornò indietro, fermandosi sulla riva del Giordano. 14Prese il mantello, che era caduto a Elia, e percosse le acque, dicendo: “Dov'è il Signore, Dio di Elia?”. Quando anch'egli ebbe percosso le acque, queste si divisero di qua e di là, ed Eliseo le attraversò. 15Se lo videro di fronte, i figli dei profeti di Gerico, e dissero: “Lo spirito di Elia si è posato su Eliseo”. Gli andarono incontro e si prostrarono a terra davanti a lui. 16Gli dissero: “Ecco, fra i tuoi servi ci sono cinquanta uomini vigorosi; potrebbero andare a cercare il tuo signore nel caso che lo spirito del Signore l'abbia preso e gettato su qualche monte o in qualche valle”. Egli disse: “Non mandateli!”. 17Insistettero tanto con lui che egli disse: “Mandateli!”. Mandarono cinquanta uomini, che cercarono per tre giorni, ma non lo trovarono. 18Tornarono da Eliseo, che stava a Gerico. Egli disse loro: “Non vi avevo forse detto: “Non andate”?“.

IL CICLO DI ELISEO (2,19-13,25)

Miracoli di Eliseo 19Gli uomini della città dissero a Eliseo: “Ecco, è bello soggiornare in questa città, come il mio signore può constatare, ma le acque sono cattive e la terra provoca aborti”. 20Ed egli disse: “Prendetemi una scodella nuova e mettetevi del sale”. Gliela portarono. 21Eliseo si recò alla sorgente delle acque e vi versò il sale, dicendo: “Così dice il Signore: “Rendo sane queste acque; da esse non verranno più né morte né aborti”“. 22Le acque rimasero sane fino ad oggi, secondo la parola pronunciata da Eliseo. 23Di lì Eliseo salì a Betel. Mentre egli andava per strada, uscirono dalla città alcuni ragazzetti che si burlarono di lui dicendo: “Sali, calvo! Sali, calvo!”. 24Egli si voltò, li guardò e li maledisse nel nome del Signore. Allora uscirono dalla foresta due orse, che sbranarono quarantadue di quei bambini. 25Di là egli andò al monte Carmelo, e quindi tornò a Samaria.

__________________________ Note

2,1-18 Il racconto del rapimento di Elia verso il cielo vuole mettere in luce la fine terrena di un uomo particolarmente caro a Dio, come già nel caso del patriarca Enoc (Gen 5,24; Ml 3,23-24). Elia è figura importante anche nel NT: precursore del Messia (Mt 17,10-13; Mc 9,11-13), nell’episodio della trasfigurazione appare con Mosè accanto a Gesù (Mt 17,1-8; Mc 9,2-8; Lc 9,28-36). 2,9 Due terzi del tuo spirito siano in me: due terzi erano la parte del primogenito (Dt 21,15-17). Eliseo chiede così di essere l’erede spirituale di Elia.

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Approfondimenti

1-18. L'apoteosi del profeta scorre sul binario della spettacolarità e della discrezione. Il rapimento nel turbine, il carro di fuoco costituiscono l'elemento spettacolare che trasporta Elia nella dimensione celeste. Le modalità con cui il nostro personaggio esce dalla scena sono così singolari che rischiano di bruciare l'attenzione del lettore su diversi particolari del racconto che discretamente accostano Elia ai grandi personaggi della storia precedente. Il verbo lqḥ, «prendere, rapire», in bocca ai profeti (vv. 3.5) per indicare la dipartita di Elia, è lo stesso usato per Enoch in Gn 5,24. Il fatto che Elia scompaia al di là del Giordano in una zona attigua al monte Nebo senza che esista la sua tomba lo accosta a Mosè (Dt 34,5-6), come pure l'apertura delle acque battendole con qualcosa di personale (v. 8: par. Es 14,16-22). L'accostamento a Mosè viene sigillato nei testi canonici in Ml 3,22-24; Mt 17,3; Mc 9,3; Lc 9,30. Da ultimo l'apertura delle acque del Giordano assimila Elia a Giosuè, il conquistatore della terra (Gs 3,13-17). Attraverso questo brano dunque Elia scompare dagli avvenimenti sia per salire gloriosamente alla più alta intimità con Dio, sia per entrare splendidamente nella grande storia. L'autore del Siracide nella galleria dei suoi personaggi (Sir 44-50) dedica al nostro profeta un ritratto pieno di ammirazione (48,1-11). Inoltre il presente racconto è il punto di partenza della tradizione giudaica che attende il ritorno di Elia, così ben documentata anche nei testi evangelici (Mt 11,14; 17,10-12; Mc 9,9-13; Lc 9,8-19; ecc. La narrazione è solenne come la cronaca di una liturgia. Le ripetizioni che contiene la costituiscono in un rito di congedo. Il brano è simultaneamente la conclusione del ciclo di Elia e l'inaugurazione di quello di Eliseo: un robusto anello di congiunzione fra le vicende dei due uomini di Dio. Le pagine dedicate a Eliseo vanno da 2,1 a 9,10 e comprendono anche il frammento 13,14-21 che raccoglie il racconto della morte del profeta. Il materiale è raccolto senza essere ordinato; non si segue un ordine cronologico e c'è genericità in luoghi e personaggi. Si tratta forse di narrazioni popolari probabilmente composte durante la prima metà del sec. VIII a.C.

1. La tempesta è uno degli elementi che manifestano la presenza e l'azione di Dio (cfr. Es 29,6; Ger 23,19; 25,32; Ez 1,4; Na 1,3). Galgala, che sarebbe da identificare con l'attuale Gilgilja, 12 km a nord di Betel, è uno dei centri del ministero di Eliseo (cfr. 4,38). Meglio escludere l'identificazione con il centro omonimo nei pressi di Gerico, decisamente respinta da tutti i più importanti commentatori

2. Nell'imminenza della sua dipartita, Elia avverte un forte bisogno di solitudine. Oltre qui, altre due volte (4.6) inviterà Eliseo a lasciarlo. Sembra che voglia anticipare il tu per tu con Dio che sta per diventare definitivo, ma pare anche di cogliere in Elia un certo pudore per ciò che gli sta per succedere e per il quale non vorrebbe testimoni. Betel è uno dei santuari patriarcali (Gn 12,8; 28,10-22; 35,1-15) divenuto con Geroboamo il santuario nazionale del Nord (1Re 12,28-33). Con una solenne formula di giuramento Eliseo si mostra del tutto risoluto a non lasciare Elia.

3. I figli dei profeti, modo semitico per indicare i discepoli dei profeti, erano delle specie di confraternite laicali che praticavano una certa comunione di vita, vivevano del proprio lavoro e di carità (2Re 4,8; 6,5); alcuni di essi godevano di un vero spirito profetico e comunicavano con azioni simboliche (1Re 20,35-42). Non siamo in grado di affermare che fossero guidati da Elia e da Eliseo; sembra più probabile una loro autonomia anche se i contatti con Eliseo sono ben documentati (2Re 2,3.5.15; 4,38-41; 6,1-7; 9,1-4). Essi sono al corrente del segreto di Elia ed Eliseo li prega di conservarlo. Nel momento del definitivo distacco l'intimità e la riservatezza sono indispensabili.

7. Si tratta probabilmente del guado nei pressi di Gerico (cfr. 2Sam 19,32-40).

8. Per l'apertura delle acque si veda Es 14,16-22; Gs 3,13-17 e quanto già riferito nell'introduzione al brano.

9. Su invito di Elia, Eliseo fa una domanda, ma si dimostra molto audace nella richiesta. Secondo Dt 21,17 i due terzi dei beni paterni era quanto spettava come eredità al primogenito.

10. Il carisma profetico è dono di Dio; per questo la risposta di Elia pone una condizione. Se Dio permetterà a Eliseo di vedere il rapimento di Elia sarà segno che la richiesta è stata esaudita.

11. La funzione del carro e dei cavalli di fuoco pare sia solo quella di separare i due profeti, mentre è propriamente il turbine-tempesta a trasportare Elia. L'associazione di tempesta e fuoco come manifestazione di Dio che appare sul suo carro celeste è ben presentata in Sal 18,11-13; 104,3-4.

12. Nel suo grido di dolore per la separazione da Elia, Eliseo chiama il maestro «cocchio d'Israele e suo cocchiere». L'immagine serve ad indicare che per la difesa d'Israele il profeta valeva molto più dell'esercito per la forza della sua fedeltà e della sua preghiera. La lacerazione delle vesti è un segno di grande lutto e di profondo dolore (Gn 37,29-34; 44,13; Gs 7,6; 2Sam 1,11; ecc.).

13-14. Il mantello di Elia che già un giorno aveva ricoperto Eliseo (1Re 19,19) è ora definitivamente raccolto dal discepolo. Con esso si posa su Eliseo anche lo spirito del maestro. L'ultimo miracolo di Elia, ripetuto alla lettera da Eliseo, sta a dire che questi è ora pienamente l'erede del carisma e della missione.

15. Già in 1Re 18,12 abbiamo incontrato la convinzione popolare che Elia venisse trasportato qua e là dallo Spirito di JHWH. Questo giustifica il desiderio di ricercarlo da parte dei discepoli dei profeti.

19-22. Il miracolo di risanamento delle acque trova un parallelo in Es 15,22-25. Le fonti di Gerico a causa della vicinanza del Mar Morto danno acqua con percentuale di zolfo e di sale. Gli effetti sull'uomo potevano essere veramente nocivi. Il gesto di Eliseo è simbolico ma efficace. Il sale era ritenuto un elemento purificatore, per questo lo si usava in alcuni sacrifici (Lv 2,13; Es 43,24); posto nella fonte la risana.

23-25. A parere di alcuni autori, i profeti praticavano la tonsura quale segno distintivo del loro stato religioso. Se così fosse la canzonatura dei ragazzi sarebbe una derisione del ministero profetico esemplarmente punita. Altri notano una somiglianza con le storie a valenza morale per cui il piccolo brano serve ad insegnare ai bambini il rispetto per i loro superiori. Nell'attuale contesto l'episodio serve a corroborare l'autorità del profeta.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 2Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from norise 3 letture AI

Intatto lo spirito

ho ripreso in mano le poesie giovanili

alcune rifatte altre modificate

con severi tagli senza rimpianti

ispirazioni bucoliche vestite di primavera o

di autunnali malinconie

vi è rimasto intatto

lo spirito degli alberi e del vento

la resina la radice linfa da cui vita rinasce

Apprezzamento

Il nucleo emotivo è chiaro e forte: recupero del sé poetico, rapporto con la natura e immagine circolare della vita. La lingua ha semplicità lirica che funziona; poche correzioni possono aumentare ritmo e chiarezza senza intaccare lo spirito del testo.


Osservazioni snelle e suggerimenti pratici

  • Coesione immagine/lessico: alcune espressioni (“ispirazioni bucoliche vestite di primavera o / di autunnali malinconie”) sono ricche ma lunghe; spezzare aiuta il ritmo.
  • Pun-tua-zione: pochi segni di punteggiatura inseriti nei punti giusti migliorano la scansione e il respiro.
  • Economia di parole: dove possibile preferire sostantivi concreti e verbi vivi; togliere parole ridondanti mantiene “severi tagli” coerenti alla dichiarazione del testo.
  • Musicalità: alternare versi lunghi e brevi per creare onde sonore che rimandino al vento e agli alberi.

Versione con punteggiatura e lieve alleggerimento

ho ripreso in mano le poesie giovanili;
alcune rifatte, altre modificate
con severi tagli senza rimpianti.
Ispirazioni bucoliche, vestite di primavera
o di autunnali malinconie.
Vi è rimasto intatto
lo spirito degli alberi e del vento:
la resina, la radice, la linfa —
da cui la vita rinasce.


Versione più sintetica e ritmica (opzionale)

ho ripreso le poesie giovanili:
alcune rifatte, altre ridotte.
severi tagli senza rimpianti.
bucoliche ispirazioni — primavera,
autunnale malinconia.
è rimasto intatto lo spirito:
alberi, vento, resina, radice, linfa.
da lì la vita rinasce.


Piccoli dettagli lessicali e stilistici

  • Valuta “rimpianti” vs “rimorso” (tono più duro).
  • “Bucoliche” è preciso, ma puoi usare “campestri” per suono più morbido.
  • La lista finale (resina, radice, linfa) è potente: mantienila tradotta in ritmo (virgole o tratto) per enfatizzare la rinascita.

Titoli proposti

  • Intatto lo spirito
  • Resina e linfa
  • Poesie ricucite

English translation

I took my youthful poems back in hand
some remade, some altered
with severe cuts, without regrets
bucolic inspirations dressed in spring
or in autumnal melancholy
what has remained intact
is the spirit of the trees and of the wind
the resin, the root, the sap from which life is reborn


Alternative more lyrical version

I picked up my youthful poems again:
some rewritten, some reshaped,
severe edits made without regret.
Bucolic musings, garbed in spring
or in autumn’s quiet sorrow.
Still untouched is the spirit —
trees and wind, resin and root, sap —
from which life is born anew.

 
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from La vita in famiglia è bellissima

È sera, sono spiaggiato sul divano che studio un testo di storia contemporanea sul tab, un mio personale modo per rilassarmi stressandomi, quando appare secondogenito.

Mi guarda. Mi studia. “Papà – chiede – tu ne sai qualcosa di javascript?”. “Qualcosa” rispondo io. “Ci ho scritto degli script”. “Sto parlando di javascript eh, non di java” “Sì. Ho anche scritto dei piccoli script in java, ma ne so poco” Secondogenito aspetta ancora un po', sta pensando se perdere tempo con me. “Perché – mi spiega – ho un problema con il videogioco che sto scrivendo”.

In pratica secondogenito usa un software per fare videogame, quindi non deve – in genere – scrivere codice da zero, ma ora ha progettato una cosa che il suo software non può fare in automatico e quindi deve aggiungere uno script scritto da lui. Il software che usa permette di aggiungere infiniti script in javascript.

In questa scena del videogame c'è una musica e certi eventi si devono attivare a seconda del progredire della canzone. Secondogenito ha pensato un modo per farlo, a livello di codice, ma è un metodo macchinoso e si è reso conto – lato sviluppatore – che sarebbe pesante da aggiornare e da gestire.

Mi sdraio sul divano, poso il tab, mi faccio spiegare bene cosa vuole e gli dico che ho capito. Ci penso un attimo e poi gli dico che no, sta usando il metodo sbagliato. “È tanto che non uso javascript, ma quello che vuoi fare si risolve con un array di array e un piccolo ciclo. Quattro, cinque righe di codice. Aspetta”.

Mi alzo, metto il tab sulla tastiera, cerco per sicurezza la sintassi giusta per gli array di javascript che li confondo sempre con quelli di python, intanto secondogenito prende il suo portatile e – la faccio breve – modifico con grande grande lentezza le quattro righe di codice che servono per fare un primo test, cerco di spiegare anche bene come sono composte e poi succede questa cosa che secondogenito fa partire il codice e il videogioco funziona.

“Uh” dico. Sono meravigliato anche io. “Non doveva funzionare?” mi chiede secondogenito perplesso. “In genere alla prima non funziona mai” gli spiego. Fiduciosi di questo avvio aggiungiamo un loop che controlla l'array, facciamo ripartire il videogame e questa volta non funziona niente, ma non funziona niente così tanto che secondogenito pensa si sia rotto il computer. “Non preoccuparti – gli dico – è il magico potere del bug. Mi sono dimenticato di incrementare qualcosa”.

Insomma, correggiamo, ritestiamo, aggiustiamo, alla fine funziona tutto, mio figlio si mette lì ad aggiungere dati alla lista degli eventi e io mi sento dio sceso in terra.

Non solo tasselli, seghetti alernativi e teflon, ho anche il potere di javascript che scorre forte dentro di me. E per oggi è tutto.

 
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from lucazanini

[05]

-décalage potenziale] sinterizza l'opera del wolframio provano] a vincere e le avvertenze in [stanza alle spalle piluccati assistono -o [tarda tecnica mezzora-meccaniche aliases [tatooine boum

 
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from Diario

Oggi abbiamo messo i raccogli cd in questo lungo trasloco da una casa all'altra, la casa diventa tua quando piano piano la vedi coprirsi delle cose che hai selezionato per seguirti, i cd, i libri, i quadri, in mezzo ci sono cose inedite e nuove, perché dentro di me c'è il desiderio di lasciarmi alle spalle una parte di Fabrizio, qualcosa resta, qualcosa mi segue, gli oggetti d'arte al consumo e la cultura e i suoi prodotti sono gli oggetti transizionali che ci restano attaccati e che fatichiamo a recidere del tutto, io almeno.

La seconda cosa è rendermi conto che faccio ancora tanti casini, tanti errori, certo, ma che oggi con Elettra passiamo con disinvoltura a trapanare muri, tagliare assi di legno, imbullonare cose, avvitare scarichi, seghetti alternativi, chiavi, cacciaviti dalle più strane punte, fasciamo filetti col teflon, colleghiamo fili elettrici, modifichiamo l'ambiente e troviamo soluzioni alle tante difficoltà che vengono fuori, cerchiamo in rete, troviamo magici tasselli per cartongesso che sembrano venire da mondi paralleli. Guarda quante competenze, penso, quanta roba che ci portiamo dietro invisibili.

Faccio una pausa, mi sdraio fuori nel terrazzo, sul dondolo. Guardo il cielo. Visto da qua, vedo solo boschi della collina di fronte alla mia e il cielo azzurro. Guardo i gabbiani che volano, si avvicinano, sembrano pterodattili bianchi. Quando sono vicini ne sento la consistenza, vedo il loro corpo che vibra nell'aria, si dondola tra le forze aeree, quanto peserà – mi chiedo – un chilo, due chili di carne lì che ondeggiano nel cielo poco sopra di me, chissà cosa vedono. L'odore. I parassiti. Mi viene in mente la poesia di quell'album che mi sono comprato, “il vento che non ha mai toccato terra”.

Penso a un post che ho letto poco prima, certo, di come sia tutto così fragile. I nostri diritti civili, quelle cose che pensavamo avere conquistato, oggi dimostrano tutta la loro precarietà. Penso a quando ero ragazzino, a Craxi, Andreotti, quei mostri che i disegnatori riproducevano con i tratti grotteschi su Linus, su Cuore. Avranno mai fatto il mio bene? Mi viene voglia di andare a prendere l'ebook reader e ristudiare quello che viene detto oggi di loro, la sintesi di quei decenni, quando da ragazzino alle medie facevamo le ore di educazione civica e ci insegnavano cose che oggi vediamo venire via come l'intonaco quando è preda delle infiltrazioni.

Sbuca un altro gabbiano, da un lato mi affascina, dall'altro ho paura – banalmente – che decida di cacare giù sopra di me, sulla roba stesa. Il gabbiano lì, a pochi metri di altezza, penso, non ha i miei problemi. Non ha conosciuto Craxi, non ha vissuto lo stesso tempo in cui ha vissuto Berlusconi. È lì teso, i muscoli pieni, gira la testa, si inarca, plana, esce fuori dal mio campo visuale. Penso, la sua natura animale vale quanto la mia. Il suo essere gabbiano sopravviverà alla mia storia, alle mie idee sul mondo. Quello che provo adesso, sdraiato a fissare il cielo e l'azzurro, penso, è gratis. Se ne andrà via come un brivido tra quanto, mezz'ora, dieci, vent'anni. Non molto di più. I rumori di clacson, l'inquinamento acustico della Valbisagno.

Da qua vedo solo il cielo e la parte alta del bosco, solo verde, azzurro e il bianco delle nuvole. Sento il traffico ma non lo vedo, i palazzoni industriali, le strutture in cemento armato aggrappate sul torrente restano fuori dalla mia vista. Vedere solo il cielo e il verde mi fa sentire come io sia qua, un frammento di qualcosa. Una versione indolente del gabbiano. Sono uno dei tanti umani nei tanti centri abitati che emergono ai margini della natura, qualsiasi cosa sia. Mi viene in mente, non ci posso fare niente, un videogioco a cui avevo giocato qualche anno fa. Ambientato in un paese sudamericano durante una rivoluzione, alla fine irrompeva la natura. I programmatori avevano virato tutte le cromie al verde. I rumori della jungla, gli animali, le piante che brillavano. Così io adesso, sul dondolo, mi sento fuori da ogni cosa. Erano falliti, i programmatori, dopo quel gioco.

Alla fine lo sento: è un po' che veniva fuori, che emergeva. Ma queste cose che stai pensando, mi diceva una voce, poi, le andrai a scrivere. Stai pensando queste cose perché le stai pensando, o stai preparandoti a scriverle? Mi spiego meglio Venerandi, stai pensando perché sei vivo o perché sei uno strumento di trascrizione? Se non dovessi scrivere avresti pensato queste cose? Mi spiego meglio, Venerandi: le avresti formalizzate in frasi e idee mentre le pensavi? Faccio cadere un braccio fuori dal dondolo finché la mano non tocca per terra e rispondo, non preoccuparti, questa resterà una cosa solo per me, non ne farò scritta nemmeno una riga. Sento la parte bassa della schiena che manda il suo dolore vitale, e sorrido, così, mentre emerge l'animale nero, mia figlia che mi chiede qualcosa che non ho.

 
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from Transit

(221)

(PM1)

Il governo #Meloni ha scelto di presentare un nuovo decreto sul lavoro in coincidenza con il 1° Maggio, quasi a voler trasformare una ricorrenza nata per difendere i diritti dei lavoratori in un palcoscenico per l’ennesima operazione di immagine.

Il problema, però, è che i decreti non cambiano la realtà se non affrontano le sue contraddizioni più profonde. E la realtà del lavoro in Italia continua a essere segnata da precarietà diffusa, salari fermi da anni, contratti fragili e una crescente difficoltà per milioni di persone a costruirsi un futuro dignitoso.

Il decreto può contenere misure utili, ma non scioglie il nodo centrale: il lavoro in Italia resta spesso troppo debole per garantire sicurezza, continuità e autonomia. Si interviene sui margini, si promettono correzioni, si moltiplicano gli annunci, ma non si tocca davvero l’impianto che produce disuguaglianza.

Il mercato del lavoro continua a premiare la flessibilità per le imprese e a scaricare l’incertezza sui lavoratori. Questa è la stortura principale, ed è la più difficile da mascherare con la retorica governativa. La precarietà, infatti, non è un effetto collaterale: è diventata una condizione strutturale. Troppi giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti temporanei, part-time involontari, collaborazioni fragili o occupazioni discontinue. Troppi lavoratori passano da un impiego all’altro senza mai arrivare a una stabilità vera.

Quando il lavoro è instabile, anche la vita lo diventa: si rimandano progetti, si rinuncia a una casa, si rinvia una famiglia, si vive nell’incertezza permanente. Nessun decreto che si limiti a interventi parziali può sanare davvero questa ferita.

C’è poi il grande tema dei salari, che resta intatto e irrisolto. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da troppo tempo, e questo significa che lavorare non basta più, in molti casi, per vivere con serenità. Il costo della vita cresce, i prezzi corrono, ma gli stipendi restano al palo.

(PM2)

È una frattura che colpisce soprattutto chi ha redditi medio-bassi, chi non ha margini di risparmio, chi ogni mese fa i conti con spese impossibili da comprimere. Parlare di occupazione senza parlare di salario è un esercizio incompleto, quasi un trucco lessicale: si descrive il numero dei posti, ma si tace sulla qualità della vita che quei posti consentono.

È qui che il decreto mostra i suoi limiti più evidenti. Se non affronta in modo serio il nodo del potere d’acquisto, della contrattazione, della produttività distribuita male e della povertà lavorativa, rischia di essere soltanto una toppa.

Una toppa non è una riforma. Le storture restano tutte lì: i contratti brevi, la debolezza delle tutele, la differenza tra chi può scegliere e chi deve accettare qualunque condizione, il divario tra lavoro dichiarato e lavoro realmente dignitoso. Il Paese continua a produrre occupazione, ma non abbastanza sicurezza. Continua a celebrare il lavoro, ma non a proteggerlo fino in fondo.

Per questo il 1° Maggio non può essere ridotto a una formula di circostanza. Deve restare una giornata di verità, di memoria e di conflitto civile. La verità è che in Italia il lavoro resta troppo spesso povero, precario e sottopagato. La memoria è quella delle lotte che hanno conquistato diritti, orari, tutele e dignità. Il conflitto civile, oggi, è il rifiuto di accettare che il salario fermo e la precarietà diventino la normalità.

Se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: non con i simboli, ma con scelte capaci di cambiare davvero la vita delle persone. Il 1° Maggio dovrebbe tornare a essere questo: una giornata di memoria, di conflitto civile e di rivendicazione, non una passerella istituzionale e nemmeno un’occasione per l’ennesimo annuncio destinato a restare parziale.

Se l’Italia è davvero, come dice la #Costituzione, una Repubblica fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: con salari giusti, contratti stabili, sicurezza reale e tutele concrete. Tutto il resto è retorica. E la retorica, davanti alla precarietà e ai salari fermi da anni, non paga l’affitto, non riempie il carrello della spesa e non restituisce dignità a chi ogni giorno tiene in piedi il Paese.

#Blog #PrimoMaggio #Lavoro #Precarietà #DirittiCivili #DirittoAlLavoro

 
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