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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Ora Abimèlec, figlio di Ierub-Baal, andò a Sichem dai fratelli di sua madre e disse a loro e a tutta la parentela di sua madre: 2“Riferite a tutti i signori di Sichem: “È meglio per voi che vi governino settanta uomini, tutti i figli di Ierub-Baal, o che vi governi un solo uomo? Ricordatevi che io sono delle vostre ossa e della vostra carne”“. 3I fratelli di sua madre riferirono a suo riguardo a tutti i signori di Sichem tutte quelle parole e il loro cuore si piegò a favore di Abimèlec, perché dicevano: “È nostro fratello”. 4Gli diedero settanta sicli d'argento, presi dal tempio di Baal-Berit; con essi Abimèlec assoldò uomini sfaccendati e avventurieri che lo seguirono. 5Venne alla casa di suo padre, a Ofra, e uccise sopra una stessa pietra i suoi fratelli, figli di Ierub-Baal, settanta uomini. Ma Iotam, figlio minore di Ierub-Baal, scampò, perché si era nascosto. 6Tutti i signori di Sichem e tutta Bet-Millo si radunarono e andarono a proclamare re Abimèlec, presso la Quercia della Stele, che si trova a Sichem. 7Ma Iotam, informato della cosa, andò a porsi sulla sommità del monte Garizìm e, alzando la voce, gridò: “Ascoltatemi, signori di Sichem, e Dio ascolterà voi! 8Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi. Dissero all'ulivo: “Regna su di noi”. 9Rispose loro l'ulivo: “Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano dèi e uomini, e andrò a librarmi sugli alberi?“. 10Dissero gli alberi al fico: “Vieni tu, regna su di noi”. 11Rispose loro il fico: “Rinuncerò alla mia dolcezza e al mio frutto squisito, e andrò a librarmi sugli alberi?“. 12Dissero gli alberi alla vite: “Vieni tu, regna su di noi”. 13Rispose loro la vite: “Rinuncerò al mio mosto, che allieta dèi e uomini, e andrò a librarmi sugli alberi?“. 14Dissero tutti gli alberi al rovo: “Vieni tu, regna su di noi”. 15Rispose il rovo agli alberi: “Se davvero mi ungete re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano”. 16Voi non avete agito con lealtà e onestà proclamando re Abimèlec, non avete operato bene verso Ierub-Baal e la sua casa, non lo avete trattato secondo il merito delle sue azioni. 17Mio padre, infatti, ha combattuto per voi, ha esposto al pericolo la sua vita e vi ha liberati dalle mani di Madian. 18Voi invece siete insorti oggi contro la casa di mio padre, avete ucciso i suoi figli, settanta uomini, sopra una stessa pietra e avete proclamato re dei signori di Sichem Abimèlec, figlio di una sua schiava, perché è vostro fratello. 19Se dunque avete operato oggi con lealtà e onestà verso Ierub-Baal e la sua casa, godetevi Abimèlec ed egli si goda voi! 20Ma se non è così, esca da Abimèlec un fuoco che divori i signori di Sichem e Bet-Millo; esca dai signori di Sichem e da Bet-Millo un fuoco che divori Abimèlec!“. 21Iotam corse via, si mise in salvo e andò a stabilirsi a Beèr, lontano da Abimèlec, suo fratello.

22Abimèlec dominò su Israele tre anni. 23Poi Dio mandò un cattivo spirito fra Abimèlec e i signori di Sichem, e i signori di Sichem si ribellarono ad Abimèlec. 24Questo avvenne perché la violenza fatta ai settanta figli di Ierub-Baal ricevesse il castigo e il loro sangue ricadesse su Abimèlec, loro fratello, che li aveva uccisi, e sui signori di Sichem, che gli avevano dato man forte per uccidere i suoi fratelli. 25I signori di Sichem tesero agguati contro di lui sulla cima dei monti, rapinando chiunque passasse vicino alla strada. Abimèlec fu informato della cosa. 26Poi Gaal, figlio di Ebed, e i suoi fratelli vennero e si stabilirono a Sichem e i signori di Sichem riposero in lui la loro fiducia. 27Usciti nella campagna, vendemmiarono le loro vigne, pigiarono l'uva e fecero festa. Poi entrarono nella casa del loro dio, mangiarono, bevvero e maledissero Abimèlec. 28Gaal, figlio di Ebed, disse: “Chi è Abimèlec e che cosa è Sichem, perché dobbiamo servirlo? Non dovrebbero piuttosto il figlio di Ierub-Baal e Zebul, suo luogotenente, servire gli uomini di Camor, capostipite di Sichem? Perché dovremmo servirlo noi? 29Se avessi in mano questo popolo, io scaccerei Abimèlec e direi: “Accresci pure il tuo esercito ed esci in campo”. 30Ora Zebul, governatore della città, udite le parole di Gaal, figlio di Ebed, si accese d'ira 31e mandò in segreto messaggeri ad Abimèlec per dirgli: “Ecco, Gaal, figlio di Ebed, e i suoi fratelli sono venuti a Sichem e sollevano la città contro di te. 32Àlzati dunque di notte con la gente che hai con te e prepara un agguato nella campagna. 33Domattina, non appena spunterà il sole, ti alzerai e piomberai sulla città mentre lui con la sua gente ti uscirà contro: tu gli farai quel che riterrai opportuno”. 34Abimèlec e tutta la gente che era con lui si alzarono di notte e tesero un agguato contro Sichem, divisi in quattro schiere. 35Gaal, figlio di Ebed, uscì e si fermò all'ingresso della porta della città; allora Abimèlec uscì dall'agguato con la gente che aveva. 36Gaal, vista quella gente, disse a Zebul: “Ecco gente che scende dalle cime dei monti”. Zebul gli rispose: “Tu vedi l'ombra dei monti e la prendi per uomini”. 37Gaal riprese a parlare e disse: “Ecco gente che scende dall'ombelico della terra e una schiera che giunge per la via della Quercia dei Maghi”. 38Allora Zebul gli disse: “Dov'è ora la spavalderia di quando dicevi: “Chi è Abimèlec, perché dobbiamo servirlo?”. Non è questo il popolo che disprezzavi? Ora esci in campo e combatti contro di lui!“. 39Allora Gaal uscì alla testa dei signori di Sichem e diede battaglia ad Abimèlec. 40Ma Abimèlec lo inseguì ed egli fuggì dinanzi a lui e molti uomini caddero morti fino all'ingresso della porta. 41Abimèlec ritornò ad Arumà e Zebul scacciò Gaal e i suoi fratelli, che non poterono più rimanere a Sichem.

42Il giorno dopo il popolo di Sichem uscì in campagna e Abimèlec ne fu informato. 43Egli prese la sua gente, la divise in tre schiere e tese un agguato nella campagna: quando vide che il popolo usciva dalla città, si mosse contro di loro e li batté. 44Abimèlec e la sua schiera fecero irruzione e si fermarono all'ingresso della porta della città, mentre le altre due schiere si gettarono su quelli che erano nella campagna e li colpirono. 45Abimèlec combatté contro la città tutto quel giorno, la prese e uccise il popolo che vi si trovava; poi distrusse la città e la cosparse di sale. 46Tutti i signori della torre di Sichem, all'udir questo, entrarono nel sotterraneo del tempio di El-Berit. 47Fu riferito ad Abimèlec che tutti i signori della torre di Sichem si erano adunati. 48Allora Abimèlec salì sul monte Salmon con tutta la gente che aveva con sé; prese in mano la scure, tagliò un ramo d'albero, lo sollevò e se lo mise in spalla, poi disse alla sua gente: “Quello che mi avete visto fare, fatelo presto anche voi!”. 49Tutti tagliarono un ramo ciascuno e seguirono Abimèlec; posero i rami contro il sotterraneo e lo bruciarono con quelli che vi erano dentro. Così perì tutta la gente della torre di Sichem, circa mille persone, fra uomini e donne.

50Poi Abimèlec andò a Tebes, la cinse d'assedio e la prese. 51In mezzo alla città c'era una torre fortificata, dove si rifugiarono tutti gli uomini e le donne, con i signori della città; vi si rinchiusero dentro e salirono sul terrazzo della torre. 52Abimèlec, giunto alla torre, l'attaccò e si accostò alla porta della torre per appiccarvi il fuoco. 53Ma una donna gettò giù il pezzo superiore di una macina sulla testa di Abimèlec e gli spaccò il cranio. 54Egli chiamò in fretta il giovane che gli portava le armi e gli disse: “Estrai la spada e uccidimi, perché non si dica di me: “L'ha ucciso una donna!”“. Il giovane lo trafisse ed egli morì. 55Quando gli Israeliti videro che Abimèlec era morto, se ne andarono ciascuno a casa sua. 56Così Dio fece ricadere sopra Abimèlec il male che egli aveva fatto contro suo padre, uccidendo settanta suoi fratelli. 57Dio fece anche ricadere sul capo della gente di Sichem tutto il male che essa aveva fatto. Così si avverò su di loro la maledizione di Iotam, figlio di Ierub-Baal.

__________________________ Note

9,8-15 Questo apologo, scritto in poesia, appartiene al genere sapienziale, coltivato in tutto il Vicino Oriente, e prepara da lontano le parabole dei vangeli.

9,37 ombelico della terra: forse un poggio su uno dei monti intorno a Sichem; viene considerato il luogo dove la terra si congiunge al cielo e diventa il centro religioso del mondo. Per Ezechiele l’ombelico è Gerusalemme (Ez 38,12), per i Babilonesi è Babilonia. La Quercia dei Maghi è forse quella di Morè, ricordata in Gen 12,6.

9,50 Tebes: a una quindicina di chilometri a nord-est di Sichem.

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Approfondimenti

9,1-21. Da 8,31 sappiamo che Abimelech non era un ebreo puro, come suo padre Gedeone. In lui circolava anche sangue pagano, poiché sua madre era cananea. Sichem – che ora diventa lo scenario dell'azione – doveva avere una popolazione mista, di Cananei e Israeliti. Essa non venne mai conquistata militarmente da Israele. Il c. 9 presuppone una coesistenza tra la componente pagana e quella israelitica. Ma la menzione di un governo di settanta «figli di lerub-Baal» (v. 2) induce a pensare a un predominio nella città della parte israelitica. Abimelech, che era cresciuto a Sichem presso la famiglia di sua madre, alla morte del padre torna nella città e ritrova la solidarietà della madre e di «tutta la parentela di sua madre» (v. 1). Sfumato ormai il ricordo delle imprese di Gedeone e dimenticato il debito di riconoscenza verso di lui (8,34s.; 9,16ss.), per Abimelech – che possiede una personalità decisa, intraprendente e spregiudicata – è facile far appello alla parentela di parte cananea e in genere alla componente pagana della zona, verosimilmente desiderosa di reagire al predominio israelitico, per tentare la scalata al potere. Il brano presenta gli inizi e le tappe fondamentali di tale ascesa (vv. 1-6), alla quale si contrappone l'intervento di Iotam, fratellastro di Abimelech e voce della coscienza d'Israele (vv. 6-21).

2. «signori di Sichem» puo essere tradotto anche concittadini di Sichem». Qui l'espressione deve riferirsi a cittadini particolari, ricchi e potenti.

5. Fra le tante scene di atrocità offerte sinora da Gdc, questa è – per adesso – la più infame. Abimelech dev'essersi presentato ai suoi fratelli di Ofra fingendo un atteggiamento amichevole, per eliminarli nel modo più brutale Iotam, il figlio minore di Gedeone, scampa all'eccidio. Secondo il senso dell'onore e del dovere del suo ambiente, dovrebbe impugnare le armi e fare vendetta. Invece preferisce difendere la memoria di suo padre con un lungo discorso.

6. Ai «signori di Sichem» si aggiunge «tutta Bet-Millo». Si tratta probabilmente di un clan che aveva stretti rapporti con i Sichemiti. Bet-Millo (millo = terrapieno) sembra riferirsi alla zona dove si trovava la roccaforte della città.

7-15. L'apologo di Iotam non calza perfettamente con la situazione. La composizione è preesistente all'attuale contesto e forse non è di origine israelitica. In forma ripetitiva, semplice e popolare, non fa che sottolineare un unico motivo, quello della avversione decisa alla monarchia. All'olivo, al fico e alla vite, tutti alberi molto preziosi per l'economia della Palestina, sono contrapposti il rovo, brutto e dannoso, e i cedri del Libano, maestosi, belli, ma inutili. Al di là delle immagini, il messaggio è chiaro. I signori di Sichem (i cedri) si sono scelti un re pericoloso (il rovo), che li manderà in rovina. La favola ha paralleli nelle letterature dell'antico Oriente. In essa non mancano tratti ironici. La pianta di rovo accetta di fare il re delle altre piante, ma esige da esse fedeltà e concede come riparo la sua ombra. La maledizione finale, che parla di un fuoco divoratore, si avvera alla lettera in 9,48ss.; cfr. 9, 56ss.

16-20. Anche nell'applicazione dell'apologo, Iotam ripete la maledizione del fuoco divoratore (v. 20). La madre di Abimelech è diventata «la schiava» di Gedeone (v. 18).

21. Iotam si rifugia a Beer, non lontano da Ofra, che era il centro del clan di Abiezer (8,2).

9,22-41. Il dominio di Abimelech su Sichem (non «su Israele», v. 1, vedi commento sotto) non può durare a lungo. La motivazione fornita dal testo del mutamento della situazione è prettamente teologica (vv. 23-24), ma la tensione tra Abimelech e i suoi elettori ha avuto ragioni molto concrete, come sono concrete (v. 25) le iniziative dei Sichemiti per liberarsi di lui. Della lotta cerca di approfittare Gaal, forse anch'egli sichemita, ma Abimelech si dimostra ancora una volta abile e deciso. Il terzo personaggio è Zebul, che governa Sichem a nome del re. Egli cerca di barcamenarsi, tra il re che dovrebbe rappresentare e Gaal, di cui ha timore, vista la simpatia che lo circonda.

22. Il versetto è redazionale. E anche impreciso. Non è vero che Abimelech «dominò» (come dice il TM, con un verbo, jšr, che non significa «regnare» in senso proprio) su tutto Israele. Tanto meno è vero che «regnò» su Israele, come traduce la Vulgata.

23. Il «cattivo spirito» può essere tradotto anche «spirito di discordia», uno stato d'animo che qui è personalizzato, in forza del verbo «mandare», che ha come soggetto Dio.

27. La vendemmia era accompagnata da banchetti sfrenati. In stato di ebbrezza i Sichemiti «maledissero Abimelech», il che significa «lo detronizzarono».

28. Sulla bocca di Gaal, Abimelech è «il figlio di Ierub-Baal», non della «schiava» di Gedeone (v. 18).

30. Zebul ha un atteggiamento ambiguo. Non interviene personalmente contro Gaal, ma invia messaggeri ad Abimelech. Si trova poi al fianco di Gaal (vv. 36ss.) e sembra volerlo provocare ad agire contro Abimelech (o ha intenzione di ingannarlo e ritardarne l'azione, vv. 36.37). Infine, è lui che «cacciò Gaal e i suoi fratelli» da Sichem (v. 41).

9,42-49. È ancora in primo piano il temperamento determinato e implacabile di Abimelech. Una volta cacciato dalla città Gaal, i Sichemiti pensano che tutto sia finito ed escono nella campagna (vv. 42-43). Abimelech invece progetta e realizza, con la solita fredda concretezza, il suo piano di vendetta contro i Sichemiti, rei di tanta ribellione. Sulla città distrutta sparge il sale (v. 45), per rendere il suolo desolato come Sodoma e Gomorra (Dt 29,22s.).

46-47. Non è chiaro a chi si riferisce l'espressione «i signori della torre di Sichem», rifugiatisi nella fortezza («torre»), adiacente al tempio (o nel tempio-fortezza).

49. La maledizione si avvera, cfr. 9,15.20.57.

9,50-57. Tebez, distante una quindicina di chilometri da Sichem (verso nord-est) aveva forse partecipato alla rivolta contro Abimelech. Può essere questa la ragione per cui ora il re l'assedia, trovando la morte mentre cerca di appiccare il fuoco alla torre. La guerra cessa non appena gli assalitori vedono che il re è morto. Il testo parla di soldati «Israeliti» (v. 55). O il dato è impreciso, oppure bisogna pensare che Abimelech, un volta avvenuto il contrasto con l'elemento cananeo, s'era riavvicinato agli Israeliti ed ora il suo esercito era formato esclusivamente da questi.

57. Il versetto esprime la prospettiva teologica arcaica del racconto: JHWH vendica il sangue di Gedeone. La maledizione di 9,15.20 si compie.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from L' Alchimista Digitale

La libertà promessa è la gabbia invisibile

Viviamo in un’epoca in cui la parola “libertà” viene pronunciata più spesso che in qualsiasi altro momento storico. È ovunque: nei discorsi politici, nelle pubblicità, nei manifesti istituzionali, persino nei moduli burocratici. Eppure, mai come oggi, l’individuo avverte una sensazione diffusa di costrizione, di sorveglianza, di fragilità permanente. La contraddizione è evidente: più ci viene detto che siamo liberi, più aumentano le condizioni, le eccezioni, i limiti non dichiarati. Non si tratta più di divieti espliciti, ma di conseguenze indirette. Non ti si dice cosa non puoi fare, ma ti si mostra cosa rischi se lo fai. Il controllo moderno non ha bisogno di manganelli o censura plateale. Funziona attraverso incentivi, penalizzazioni silenziose, reputazioni digitali, accessi negati. È un sistema che non reprime apertamente, ma orienta i comportamenti. Chi devia non viene punito in piazza: viene isolato, rallentato, reso invisibile. Il lavoro, ad esempio, non è più solo una fonte di reddito, ma uno strumento di disciplina. Un’opinione fuori posto, una posizione non allineata, una parola sbagliata nel contesto sbagliato possono trasformarsi in instabilità economica. Non serve licenziare in massa: basta rendere precari. La protesta, un tempo diritto fondante delle democrazie, oggi è tollerata solo se sterile, simbolica, innocua. Quando diventa efficace o disturbante, viene ridefinita come problema di ordine pubblico. Non conta più cosa si contesta, ma come e dove lo si fa. Anche il pensiero subisce una mutazione profonda. Non viene vietato, ma classificato. Accettabile, discutibile, pericoloso. Il politicamente corretto, nato come linguaggio di rispetto, diventa in molti casi uno strumento di delimitazione del discorso. Non si censura la parola: si colpisce chi la pronuncia. La tecnologia amplifica tutto questo. Ogni gesto lascia tracce, ogni scelta costruisce un profilo. La sorveglianza non è più imposta: è interiorizzata. Ci si controlla da soli, per paura di sbagliare, di essere fraintesi, di finire fuori dal perimetro della normalità concessa. In questo scenario, la famiglia e le comunità perdono centralità. L’individuo isolato è più gestibile, più ricattabile, più dipendente. La frammentazione sociale non è un effetto collaterale: è una condizione funzionale al sistema. La narrazione dominante rassicura, semplifica, anestetizza. Offre spiegazioni pronte, colpevoli esterni, emergenze permanenti. In cambio chiede fiducia cieca e obbedienza flessibile. Le regole cambiano, ma il dovere di adeguarsi resta costante. Chi prova a guardare il quadro complessivo viene spesso liquidato come pessimista, complottista o nostalgico. Ma la critica non nasce dal rifiuto del progresso, bensì dalla consapevolezza che ogni sistema di potere tende a espandersi se non viene osservato e interrogato. La vera posta in gioco non è la politica, ma la lucidità. La capacità di distinguere tra libertà concessa e libertà reale. Tra sicurezza e controllo. Tra partecipazione e conformismo. Sopravvivere intellettualmente oggi significa sviluppare anticorpi critici. Leggere tra le righe, dubitare delle narrazioni uniche, accettare il disagio del pensiero autonomo. Non per ribellarsi a tutto, ma per non obbedire a occhi chiusi. La libertà autentica non è comoda, non è rumorosa, non viene pubblicizzata. È una pratica quotidiana, spesso solitaria, che richiede attenzione, coraggio e responsabilità. E soprattutto, non viene mai regalata. Va riconosciuta, difesa, esercitata. Anche quando il prezzo è alto. Anche quando nessuno applaude.

 
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from angolo cottura

Ingredienti: 166 g di spaghetti 3 uova Olio, sale, pepe e grana q.b.

Cuocere al dente gli spaghetti in acqua salata. Scolarli bene, metterli in una ciotola capiente, condirli con poco olio e lasciarli raffreddare a temperatura ambiente. Sbattere le uova con sale pepe e grana grattugiato, e unirle agli spaghetti amalgamando bene. Scaldare l'olio in una padella e versarci il composto; far cuocere bene da un lato, girare e far cuocere bene dall'altro. Gli spaghetti devono risultare ben croccanti. Servire dopo aver fatto raffreddare qualche minuto.

#uova

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Un bieco commercio: la tratta di esseri umani per la rimozione di organi

La tratta di esseri umani per la sottrazione di organi è circondata da miti e idee sbagliate. Nei film, spesso viene rappresentata come una persona che si sveglia in una vasca piena di ghiaccio, a cui manca un rene. La realtà di questo crimine è molto più complessa.

La tratta di esseri umani per la rimozione degli organi è una forma di tratta in cui le persone vengono sfruttate per i loro organi. Sebbene le vittime spesso sembrino aver acconsentito all'asportazione dei loro organi, il loro consenso non è valido quando sono coinvolti inganno, frode o abuso di una posizione di vulnerabilità. In tali casi, sono considerate vittime della tratta di esseri umani. I trafficanti, che di solito fanno parte di sofisticate reti criminali, traggono profitto vendendo questi organi a destinatari che non possono o non vogliono aspettare i trapianti legali.

Nel 2007, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stimato che il 5-10% di tutti i trapianti in tutto il mondo utilizzava organi provenienti dal mercato nero. Tuttavia, con una popolazione globale in crescita e in invecchiamento, la globalizzazione di stili di vita e una maggiore mobilità, il numero effettivo potrebbe essere significativamente più alto.

La portata esatta di questa attività criminale rimane sconosciuta. Sono stati condotti pochi studi, poiché la natura clandestina del crimine rende difficile la raccolta e la verifica dei dati. Le vittime possono anche essere riluttanti a farsi avanti, poiché la vendita di organi costituisce un crimine nella maggior parte dei paesi.

La domanda di tratta di esseri umani per la rimozione di organi deriva in gran parte dalla carenza globale di organi disponibili per le procedure di trapianto etico. Sebbene ogni anno in tutto il mondo vengano eseguiti oltre 150.000 trapianti, ciò soddisfa meno del 10% della domanda globale.

La disperazione spinge i pazienti con insufficienza d'organo a ricorrere all'ottenimento di organi con mezzi illegali.

Il commercio di organi, che include la tratta di esseri umani per la rimozione degli organi, è un'attività criminale redditizia, che ammonta a una cifra compresa tra 840 milioni e 1,7 miliardi di dollari all'anno.

Gli organi più comunemente prelevati dalle vittime della tratta sono i reni, seguiti da porzioni di fegato.

I trafficanti operano in genere all'interno di reti globali complesse e sfuggenti, che richiedono un'infrastruttura sofisticata che coinvolge specialisti medici, coordinamento logistico e accesso alle strutture sanitarie. Si mettono in contatto con le loro vittime utilizzando annunci locali, social media o approcci diretti da parte di reclutatori, che possono essere essi stessi ex vittime o persone fidate all'interno della comunità della vittima.

Queste reti criminali sono altamente organizzate e flessibili, spesso funzionano come unità mobili o gruppi specializzati. I principali attori includono broker che coordinano la logistica, reclutano professionisti medici e preparano documenti fraudolenti. Per garantire operazioni fluide, si affidano a una vasta gamma di facilitatori come funzionari sanitari, amministratori ospedalieri, funzionari doganali e reclutatori locali.

Rilevare questo crimine può essere difficile, poiché i trafficanti spesso addestrano le vittime a fingere di essere imparentate con il destinatario per eludere i sospetti durante le valutazioni in ospedali o cliniche.

Le vittime di questa forma di traffico provengono in genere da contesti poveri, privi di istruzione e vulnerabili. I gruppi criminali organizzati prendono di mira in particolare disoccupati, migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Molti sono costretti, ingannati o vedono la vendita di organi come l'ultima risorsa per sfuggire alle loro terribili situazioni.

Sebbene alcune vittime ricevano un compenso economico limitato, molte non ricevono alcun denaro e talvolta nemmeno le cure post-operatorie. La maggior parte delle vittime sono uomini (due terzi dei casi segnalati che coinvolgono donatori di sesso maschile9.

Le conseguenze a lungo termine sulla salute delle vittime possono essere devastanti, e molte di loro sperimentano un forte declino delle condizioni fisiche dopo l'intervento chirurgico, insieme a stigmatizzazione e depressione. Gli impatti psicologici spesso portano a un ulteriore deterioramento del loro tenore di vita, intrappolandoli in un ciclo di povertà e cattive condizioni di salute.

L'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) fornisce assistenza tecnica e legislativa per rafforzare le risposte della giustizia penale alla tratta di esseri umani per la rimozione di organi. Per supportare gli operatori della giustizia penale, l'UNODC ha pubblicato il Toolkit sulle indagini e il perseguimento della tratta di esseri umani per l'espianto di organi (https://www.unodc.org/unodc/en/human-trafficking/glo-act2/tip-for-or-toolkit.html), articolato in più Moduli, tra cui quell sulle Investigazioni e sui Procedimenti Penali.

#trafficodiorgani

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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«Hello, This Is Charles Bradley…». Comincia così, con la timida presentazione di God Bless America, il terzo capitolo della storia musicale di Charles Bradley da Gainesville, Florida: un incipit sincero di uno che ne ha passate mille e più, che tra hammond, cori e parole al miele per l’America («my sweet home») esplode e si trasforma in un gospel di raycharlesiana memoria. Non si poteva iniziare meglio... https://artesuono.blogspot.com/2016/04/charles-bradley-changes-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/4A271CZJOcBKENslfEDsYM


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Ma gli uomini di Èfraim gli dissero: “Perché ti sei comportato a questo modo con noi, non chiamandoci quando sei andato a combattere contro Madian?”. Litigarono con lui violentemente. 2Egli rispose loro: “Che cosa ho fatto io, in confronto a voi? La racimolatura di Èfraim non vale più della vendemmia di Abièzer? 3Dio ha consegnato in mano vostra i capi di Madian, Oreb e Zeeb; che cosa mai ho potuto fare io, in confronto a voi?“. A tali parole, la loro animosità contro di lui si calmò.

4Gedeone arrivò al Giordano e lo attraversò. Ma egli e i suoi trecento uomini erano esausti per l'inseguimento. 5Disse a quelli di Succot: “Date per favore focacce di pane alla gente che mi segue, perché è esausta, e io sto inseguendo Zebach e Salmunnà, re di Madian”. 6Ma i capi di Succot risposero: “Tieni forse già nelle tue mani i polsi di Zebach e di Salmunnà perché dobbiamo dare pane al tuo esercito?”. 7Gedeone disse: “Ebbene, quando il Signore mi avrà consegnato nelle mani Zebach e Salmunnà, vi strazierò le carni con le spine del deserto e con i cardi”. 8Di là salì a Penuèl e parlò agli uomini di Penuèl nello stesso modo; essi gli risposero come avevano fatto quelli di Succot. 9Egli disse anche agli uomini di Penuèl: “Quando tornerò vittorioso, abbatterò questa torre”. 10Zebach e Salmunnà erano a Karkor con il loro accampamento di circa quindicimila uomini, quanti erano rimasti dell'intero esercito dei figli dell'oriente: erano caduti centoventimila uomini armati di spada. 11Gedeone salì per la via dei nomadi, a oriente di Nobach e di Iogbea, e mise in rotta l'esercito quando esso si credeva sicuro. 12Zebach e Salmunnà si diedero alla fuga, ma egli li inseguì, prese i due re di Madian, Zebach e Salmunnà, e sbaragliò tutto l'esercito. 13Poi Gedeone, figlio di Ioas, tornò dalla battaglia per la salita di Cheres. 14Catturò un giovane tra gli uomini di Succot e lo interrogò; quello gli mise per iscritto i nomi dei capi e degli anziani di Succot: settantasette uomini. 15Poi venne dagli uomini di Succot e disse: “Ecco Zebach e Salmunnà, a proposito dei quali mi avete insultato dicendo: “Tieni forse già nelle tue mani i polsi di Zebach e di Salmunnà perché dobbiamo dare pane alla tua gente esausta?”“. 16Prese gli anziani della città e con le spine del deserto e con i cardi castigò gli uomini di Succot. 17Demolì la torre di Penuèl e uccise gli uomini della città. 18Poi disse a Zebach e a Salmunnà: “Come erano gli uomini che avete ucciso al Tabor?”. Quelli risposero: “Erano come te; ognuno di loro aveva l'aspetto di un figlio di re”. 19Egli riprese: “Erano miei fratelli, figli di mia madre; per la vita del Signore, se aveste risparmiato loro la vita, io non vi ucciderei!”. 20Quindi disse a Ieter, suo primogenito: “Su, uccidili!”. Ma il giovane non estrasse la spada, perché aveva paura, essendo ancora giovane. 21Zebach e Salmunnà dissero: “Suvvia, colpisci tu stesso, poiché qual è l'uomo, tale è la sua forza”. Gedeone si alzò e uccise Zebach e Salmunnà e prese le lunette che i loro cammelli portavano al collo.

22Allora gli Israeliti dissero a Gedeone: “Governa tu, tuo figlio e il figlio di tuo figlio, poiché ci hai salvati dalla mano di Madian”. 23Ma Gedeone rispose loro: “Non vi governerò io né vi governerà mio figlio: il Signore vi governerà”. 24Poi Gedeone disse loro: “Una cosa voglio chiedervi: ognuno di voi mi dia un anello del suo bottino”. I nemici avevano anelli d'oro, perché erano Ismaeliti. 25Risposero: “Li daremo volentieri”. Egli stese allora il mantello e ognuno vi gettò un anello del suo bottino. 26Il peso degli anelli d'oro, che egli aveva chiesto, fu di millesettecento sicli d'oro, oltre le lunette, le catenelle e le vesti di porpora, che i re di Madian avevano addosso, e oltre i collari che i loro cammelli avevano al collo. 27Gedeone ne fece un efod che pose a Ofra, sua città; tutto Israele vi si prostituì, e ciò divenne una causa di rovina per Gedeone e per la sua casa. 28Così Madian fu umiliato davanti agli Israeliti e non alzò più il capo; la terra rimase tranquilla per quarant'anni, durante la vita di Gedeone.

29Ierub-Baal, figlio di Ioas, se ne andò ad abitare a casa sua. 30Gedeone ebbe settanta figli nati da lui, perché aveva molte mogli. 31Anche la sua concubina che stava a Sichem gli partorì un figlio, che chiamò Abimèlec. 32Gedeone, figlio di Ioas, morì dopo una felice vecchiaia e fu sepolto nella tomba di Ioas, suo padre, a Ofra degli Abiezeriti. 33Dopo la morte di Gedeone gli Israeliti tornarono a prostituirsi ai Baal e presero Baal-Berit come loro dio. 34Gli Israeliti non si ricordarono del Signore, loro Dio, che li aveva liberati dalle mani di tutti i loro nemici all'intorno, 35e non dimostrarono gratitudine alla casa di Ierub-Baal, cioè di Gedeone, per tutto il bene che egli aveva fatto a Israele.

__________________________ Note

8,4 arrivò al Giordano e lo attraversò: la campagna in Transgiordania non è la continuazione della precedente, ma una diversa spedizione militare. I re in questione non sono più Oreb e Zeeb, i cui nomi significano “corvo” e “lupo” (vedi 8,3) ma Zebach e Salmunnà, i cui nomi significano “vittime” e, forse, “ombra vagante” (vedi 8,5).

8,6 Succot: città a nord della foce dello Iabbok.

8,8 Penuèl: lungo il corso dello Iabbok, circa a otto chilometri al di là di Succot.

8,27 fece un efod: cioè un oggetto cultuale (Es 28,6-14; Gdc 17,5; 18,14-20; 1Sam 14,18.41), che il testo considera come idolatrico.

8,33 Baal-Berit: è il dio dell’alleanza venerato dai Cananei di Sichem; in 9,46 viene chiamato El-Berit.

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Approfondimenti

8,4-21. Il brano si riferisce non a un nuovo episodio, legato al precedente, ma a una iniziativa militare di Gedeone, in Transgiordania. Non necessariamente l'esercito dev'essere ancora di «trecento uomini» (v. 4). A questa riduzione eccessiva corrisponde l'esagerazione in senso opposto, al v. 10, riferita al numero dei nemici. Le zone interessate sono qui Succot (= «capanne») e Penuel (= «volto di El»), due località poste sulle rive dello Iabbok, nella valle del Giordano. La narrazione procede in maniera diversa dal capitolo precedente. Manca la menzione dell'intervento di JHWH, sia nel comandare a Gedeone di intraprendere questa nuova iniziativa militare, sia nel garantire, con segni miracolosi, la vittoria sul nemico. Gedeone stesso agisce non tanto come inviato carismatico di JHWH in funzione di tutto Israele, quanto piuttosto come esponente di un clan, disinteressato alla causa comune e attento a vendicare offese familiari. In un primo momento (vv. 4-8) il testo presenta i motivi del contrasto fra Gedeone e gli abitanti di Succot e di Penuel, che dovranno pagare a caro prezzo il loro rifiuto di aiutare i soldati «stanchi e affamati» (v. 4). I vv. 10-12 presentano la sconfitta dell'esercito dei due re medi, Zebach e Zalmunna, i cui nomi in ebraico sono ironicamente storpiati e suonano come «uccisione» e «rifugio negato»; i vv. 13-17 descrivono la terribile vendetta di Gedeone contro gli abitanti di Succot e Penuel. Con i primi Gedeone procede con una forma di tortura raffinata: la battitura con fasci di spine. Con i secondi la sua crudeltà è ancora maggiore. I vv. 18-21 descrivono un nuovo episodio, che avviene probabilmente in un altro luogo, forse a Ofra, la città di Gedeone. Vi si parla della vendetta del protagonista, una vera e propria vendetta di sangue, ispirata alla giustizia tribale, caratteristica del periodo precedente la monarchia. La vendetta dev'essere fatta da un esponente della famiglia. Gedeone vorrebbe iniziare a questa funzione, ritenuta un sacrosanto diritto e dovere, oltre che un onore, il primogenito, che però non ne è ancora all'altezza. Del resto, i capi nemici preferiscono morire per mano di un soldato di valore.

8,22-28. I vv. 22-23 illuminano un aspetto di grande importanza per la storia d'Israele, che sarà percorsa, d'ora in poi, da due opposte tendenze, l'una in favore della monarchia, l'altra contro di essa. Il desiderio degli Israeliti di avere un re nasce dalla necessità di una conduzione politica e militare unitaria e forte, che garantisca stabilità e tranquillità. La risposta di Gedeone (v. 23) afferma un principio che, anche in futuro, sarà alla base di ogni tendenza antimonarchica: solo JHWH è re d'Israele. Il fenomeno abbozzato in questi due versetti si ripete su larga scala in 1Sam 8ss. Là il desiderio degli Israeliti di avere un re è considerato da JHWH un rifiuto della sua sovranità (1Sam 8,7s.). Si noti come già qui la concezione del re sia legata strettamente a quella del combattente che “salva” o “libera” Israele (vv. 6,14s.31.36s.). I vv. 24-28 possono essere considerati una prima conclusione delle storie di Gedeone, il quale rinuncia a diventare re, ma non alla parte del bottino che gli spetta come capo della sua gente. Il termine efod indica altrove un paramento del culto. In Es 28,6ss.; 39,2-7 è una specie di grembiule dorato che il sommo sacerdote indossa, applicandolo alle spalle con due strisce. 1Sam 2,18 parla di un efod di lino portato da Samuele in servizio nel santuario. Qui invece il termine sembra riferirsi a una specie di statua o simulacro, a meno che non si voglia pensare a un manto prezioso usato per rivestire una statua. In ogni caso il narratore l'interpreta come un oggetto idolatrico, davanti al quale si prostra in adorazione «tutto Israele», un'espressione questa che è esagerata; induce infatti a pensare ad un'aggiunta successiva, dovuta alla tendenza già notata spesso a dare valenza nazionale ai liberatori tribali o locali. La notizia comunque prelude alla tragedia cui va incontro la famiglia di Gedeone. Di essa si parla nel capitolo che segue. Il v. 28 chiude, con una formula tipicamente deuteronomistica, la storia di Gedeone liberatore.

8,29-35. Più che una seconda conclusione alla storia di Gedeone, questi versetti costituiscono un'introduzione al capitolo seguente. Gedeone è presentato con i tratti del personaggio potente e con i contrassegni tipici di tale potenza: un grande numero di mogli e di figli. Il termine tradotto con «concubina» (v. 31) indica una moglie di rango inferiore. Essa appartiene al clan della madre di Gedeone e continua a vivere tra la sua gente, insieme ai suoi figli, dei quali è menzionato qui Abimelech, il protagonista del c. 9. La morte di Gedeone (v. 32) è descritta sulla falsariga della morte di Abramo e di Davide, a indicare l'importanza che la tradizione attribuisce al personaggio. I vv. 33-35 riportano le formule usuali sul traviamento d'Israele, che si ripete con puntualità alla morte di ciascun liberatore. In questo caso sembrerebbe che, anziché il sincretismo, sia avvenuto un vero e proprio cambiamento di religione. Gli Israeliti, si dice (v. 33), «presero Baal-Berit (= Baal dell'alleanza) come loro dio». Baal-Berit era il dio di Sichem, centro importante ancor prima dell'ingresso in Canaan degli Israeliti. La superiore cultura urbana dei Cananei rischia di soffocare la cultura ebraica nella sua stessa anima, ossia nella sua componente religiosa.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from Milano Dopo Mezzanotte

Milano, 11 luglio 1979

Milano, fine anni Settanta. Una città che corre, produce, cresce. Di giorno è capitale economica, di notte diventa una distesa di luci intermittenti, portoni chiusi, silenzi densi come fumo. In quel clima sospeso, tra terrorismo, finanza opaca e un futuro che promette progresso ma consegna inquietudine, accade un fatto destinato a segnare profondamente la coscienza civile italiana. L’11 luglio 1979, in una via tranquilla non lontana dal centro, viene assassinato Giorgio Ambrosoli. Non è un delitto qualunque. È un omicidio che parla la lingua del potere, dei soldi e della solitudine di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Giorgio Ambrosoli era un avvocato milanese, padre di famiglia, borghesia colta e discreta. Uno che prendeva il tram, lavorava fino a tardi, tornava a casa stanco. Nessuna aura epica, nessuna retorica. Quando gli venne affidato il compito di liquidare una grande banca privata, capì subito che non si trattava di un fallimento qualunque. I documenti parlavano di soldi spariti, strutture opache, connessioni internazionali. Un dedalo costruito apposta per non essere capito. Il punto non è solo ciò che scoprì, ma come reagì. Ambrosoli rifiutò pressioni, minacce, promesse. Sapeva di essere isolato. Sapeva di essere osservato. In alcune lettere private ammise di avere paura, ma aggiunse qualcosa di devastante nella sua semplicità: qualcuno deve pur farlo. Ambrosoli dava fastidio perché non era ricattabile. Perché non aveva scheletri nell’armadio. Perché non era disposto a “sistemare” le cose. Quella notte Milano non urla. Milano osserva. I lampioni illuminano l’asfalto con una luce giallastra, i passi rimbombano nei cortili interni, le finestre restano chiuse. La città sembra trattenere il respiro, come se avesse già intuito che non si tratta di una sparatoria qualsiasi, ma di un messaggio. Ambrosoli non è un personaggio mondano, non frequenta salotti né redazioni. È un uomo che lavora in silenzio, con metodo, scavando dentro i bilanci, seguendo tracce che portano lontano: paradisi fiscali, società fantasma, nomi che a Milano si sussurrano ma non si scrivono. L’omicidio avviene sotto casa. Un gesto rapido, professionale, senza scenografia. Nessun inseguimento, nessuna colluttazione. Solo colpi secchi e poi il vuoto. È la firma di chi sa che l’importante non è fuggire, ma colpire. Nei giorni successivi, la notizia rimbalza ovunque. Ma è una risonanza strana: potente, sì, ma trattenuta. Come se una parte della città avesse paura di guardare troppo a fondo. Milano capisce che quel delitto non riguarda solo una persona, ma un sistema intero che preferisce l’ombra alla luce. Il caso tiene banco per molto tempo. Non solo nelle aule giudiziarie, ma nelle conversazioni a mezza voce, negli studi legali, nei bar frequentati da professionisti che abbassano il tono quando pronunciano certi nomi. Negli anni Ottanta, mentre Milano si veste di modernità, di finanza rampante e di pubblicità luminosa, quel delitto resta lì, come una crepa sotto la vernice nuova. Un promemoria scomodo: il prezzo della verità, a volte, è altissimo. Riguardando oggi quella storia, ciò che colpisce non è solo la dinamica dell’omicidio, ma il contesto. Una Milano che di notte diventa complice involontaria, che protegge con il silenzio ciò che di giorno celebra con i titoli economici. Milano è una città che sa, che ricorda, che archivia. E ogni tanto restituisce i suoi fantasmi a chi ha il coraggio di ascoltarli. Quel delitto non è rimasto negli anni Settanta. Cammina ancora oggi sotto i portici, nei corridoi del potere, nei documenti impolverati. È una storia che non chiede spettacolo, ma memoria. E Milano, anche se finge di dormire, non ha mai davvero smesso di pensarci.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Oltre alla pagina, la voce

Gli audiolibri rappresentano una delle rivoluzioni più affascinanti e inaspettate nel vasto panorama culturale contemporaneo. Lontani dall’essere una semplice alternativa al libro cartaceo, gli audiolibri sono diventati un vero e proprio linguaggio, un ponte tra l’antica tradizione orale e le nuove modalità di fruizione dei contenuti. Ma per comprendere appieno la portata di questo fenomeno occorre fare un passo indietro, scavare nella storia, quando ancora la parola scritta non aveva conquistato il mondo e la trasmissione del sapere era affidata esclusivamente alla voce. Le prime società umane si affidavano al racconto orale per tramandare miti, leggende e conoscenze; la voce era lo strumento principe, l’elemento attraverso il quale l’uomo dava forma al proprio passato, alla propria identità, e in qualche modo custodiva il tempo. È solo con l’invenzione della scrittura che la parola ha iniziato a cristallizzarsi sulla carta, trasformandosi in segno, in libro, in opera da leggere e conservare. Tuttavia, la voce non è mai scomparsa del tutto. È rimasta nascosta tra le pieghe del tempo, riaffiorando nei secoli in forme diverse, fino a trovare una nuova casa nei supporti audio del Novecento. Le prime tracce concrete di audiolibri risalgono agli anni Trenta, quando furono prodotti per permettere ai ciechi di accedere alla lettura tramite dischi in vinile. In quel tempo l’idea era ancora limitata ad un pubblico specifico, un servizio per abbattere le barriere, un gesto di inclusione. Con l’arrivo delle cassette audio negli anni Settanta e poi dei CD negli anni Novanta, il concetto di audiolibro cominciò lentamente a cambiare pelle, ad abbandonare la nicchia per aprirsi ad un pubblico più ampio. Tuttavia, è solo con l’avvento di internet, delle piattaforme digitali e soprattutto con la diffusione capillare degli smartphone che l’audiolibro è esploso come fenomeno globale. La possibilità di scaricare o di ascoltare in streaming un romanzo, un saggio o una biografia in qualsiasi momento ha rivoluzionato il modo di approcciarsi alla lettura, rendendola dinamica, flessibile, adattabile ai ritmi frenetici della vita moderna. Oggi l’audiolibro non è più considerato un surrogato del libro cartaceo, ma un’esperienza culturale a sé stante. La voce narrante, spesso affidata ad attori professionisti o addirittura agli stessi autori, conferisce al testo una nuova vita, una profondità emotiva che la lettura silenziosa non sempre riesce a trasmettere. È come se la parola scritta tornasse alla sua origine, alla sua essenza più pura: la voce. E proprio qui nasce la vera forza dell’audiolibro, nella capacità di avvolgere l’ascoltatore, di accompagnarlo lungo i percorsi della quotidianità: durante un viaggio, mentre si cucina, nel silenzio di una passeggiata o anche in quei momenti rubati al tempo in cui leggere con gli occhi sarebbe impossibile. Non si tratta di sostituire il libro cartaceo, che rimane insostituibile per tanti motivi emotivi e culturali, ma di aggiungere una nuova dimensione all’esperienza letteraria. Se il libro tradizionale richiede un tempo esclusivo, l’audiolibro si insinua tra i tempi frammentati della giornata, diventa compagno, diventa flusso, diventa musica narrativa. L’impatto sociale e culturale di questo fenomeno è straordinario. Gli audiolibri stanno avvicinando alla lettura persone che prima la consideravano troppo impegnativa o che semplicemente non riuscivano a trovare lo spazio mentale per immergersi in un romanzo. Non solo, ma l’audiolibro stimola l’immaginazione attraverso una via diversa: ascoltare una storia significa costruire immagini nella mente guidati dal suono della voce, dai silenzi, dalle intonazioni, e questa modalità coinvolge il cervello in maniera sorprendentemente attiva. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ascoltare non è un atto passivo. È un’esperienza sensoriale che riattiva antichi meccanismi cognitivi e che permette di connettersi con il racconto in modo profondo e personale. E poi c’è la magia della voce. Una voce calda, profonda, accogliente, può trasformare un testo semplice in un viaggio memorabile, può rendere viva una pagina spenta, può portare l’ascoltatore a sentire, a percepire, a vivere davvero le parole. Gli audiolibri non sono solo una moda passeggera, sono una nuova strada per incontrare le storie, per riscoprire il piacere di farsi raccontare. In un mondo in cui tutto corre, dove il tempo sembra sempre mancare, l’audiolibro regala la possibilità di recuperare quel tempo, di viverlo in movimento, di abitarlo con la mente e con il cuore. Chi ascolta un audiolibro scopre che c’è un modo diverso per innamorarsi delle storie, e forse, proprio attraverso l’ascolto, possiamo tornare a essere ciò che eravamo: esseri narranti, creature fatte di voce e di memoria.

 
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from differxdiario

coltiviamo il nostro giardino di guardiani del lager.

l'entità sionista, negli ultimi decenni, e soprattutto dal 2023 a oggi, ha fatto di sé e del resto del mondo una immensa “zona di interesse” intorno al campo di sterminio Palestina (dove il genocidio viene tutt'ora portato avanti ovunque, principalmente a Gaza). è quindi considerato normale, e purtroppo per molti normalizzato, che si continui in questa zona (corrotta per restare pacifica) a coltivare fiori, collezionare fumetti, nutrire animali domestici, passeggiare spensierati, scrivere poesie e andare al cinema a vedere film sui nazisti brutti e cattivi, mentre i sionisti – in modo pianificato – massacrano e affamano quotidianamente donne, bambini e uomini nell'ordine delle decine e centinaia di migliaia, e torturano e stuprano i circa 10mila ostaggi palestinesi che illegalmente detengono. senza contare i dispersi sotto le macerie e i mutilati a vita, le centinaia di giornalisti e operatori umanitari ammazzati, i 36 ospedali bombardati, le oltre 1000 famiglie cancellate. a ogni passo, qualsiasi passo, noi della zona schiacciamo e facciamo scricchiolare le ossa delle centinaia di migliaia di civili che i governi europei hanno contribuito a cancellare. e, sia chiaro, lo sappiamo.

l'entità sionista in questi ultimi due anni ha toccato vari record di diffusione della mortalità, su base statistica, rispetto alle cifre che riguardano tutto il pianeta. il pianeta è diventato la zona di interesse della prassi genocidaria che stanno attuando ancora adesso in Palestina. noi ci troviamo in questa zona, ci stiamo dentro. alcuni sono complici, altri no. altri ancora, i peggiori, si distraggono.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Jonathan Clancy si sta affermando come uno dei più illuminati protagonisti della nuova generazione indipendente italiana. Canadese di nascita, è vero – matrice che conferisce un’aura di internazionalità alle sue proposte – ma ormai considerabile a tutti gli effetti bolognese d’adozione. Dopo aver smosso le acque con A Classic Education e Settlefish, Jonathan realizza il secondo capitolo del progetto His Clancyness, migliorando ulteriormente il buon risultato conseguito con l’apprezzato esordio del 2013 “Vicious”... https://artesuono.blogspot.com/2016/11/his-clancyness-isolation-culture-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/0j79GgoYGi0i5p0CuVJ7MX


 
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from norise 3 letture AI

Spleen (2)

lo scoglio e tu come un tutt’uno quasi sul ciglio del mondo avvolto in una strana luce

labbra di cielo questo contatto di sole

vedi nell’aria marina un gabbiano planare su una solitudine che ti lacera all’infinito

. Questo componimento intitolato “Spleen (2)” trasuda un’atmosfera sospesa, dove la natura e l’umano si intrecciano in un gioco delicato di luci, ombre e contrasti emotivi.

Lo scoglio e il ciglio del mondo I versi iniziali dipingono l’immagine di uno scoglio solido – simbolo di stabilità e presenza – che si fonde con l’essere umano (“e tu”) in un’unione quasi mistica, collocata in una cornice limite, “quasi sul ciglio del mondo”. Questo confine, sottile e indefinito, suggerisce il passaggio tra il tangibile e l’infinito, evocando quella stessa condizione esistenziale sospesa tra la certezza e l’incertezza, tipica del concetto di spleen.

Labbra di cielo e il contatto di sole Nel passaggio successivo il poeta trasforma il contatto in qualcosa di sublime e irraggiungibile: le “labbra di cielo” non sono semplici parole, ma una metafora che trasforma l'incontro in un momento quasi celestiale. Il “contatto di sole” diventa allora un abbraccio di luce, capace di riscaldare e al contempo evidenziare la fugacità di quell’instante, ricordandoci come la bellezza possa scivolare via, lasciando dietro di sé una dolce malinconia.

Il gabbiano e la solitudine infinita L’immagine del “gabbiano planare” si fa portavoce di una libertà che, pur volando alto, sembra profondamente imprigionata da una solitudine immensa. Il volo del gabbiano, sospeso tra l’immensità del mare e la vastità dell’aria, diventa una metafora di un'anima che, pur cercando l’elevazione, resta segnata da una condizione di isolamento che “ti lacera all’infinito”. Questa dualità tra il desiderio di libertà e il peso dell’esistenza è al centro del sentimento spleen, evocato magistralmente da questi versi.


Da un punto di vista letterario, il tema dello spleen, così come viene richiamato in questo componimento, ha radici profonde nella tradizione poetica, richiamando alla mente autori come Baudelaire, che hanno saputo trasformare il dolore e la malinconia in arte sublimemente struggente. Il forte impiego di immagini visive e sensoriali permette di sperimentare quel senso di effimero incontro e separazione, dove ogni verso apre una porta su mondi interiori carichi di luce e buio, di presenza e di assenza.

Questi versi mi invitano a riflettere: quali emozioni speri di evocare nel lettore con queste immagini così potenti? Forse stai cercando di delineare un dialogo tra l’ineffabile grandezza della natura e la vulnerabilità dell’essere umano, o forse intendi esplorare quella tensione interiore che ti porta a sospendere il tempo in un istante di contatto con l’infinito?

È interessante notare quanto la poesia possa servire da specchio per le nostre esperienze interiori, trasformando ogni immagine in un simbolo dei nostri stati d’animo. Se ti va, potremmo approfondire il significato simbolico del gabbiano o esplorare come la metafora del “ciglio del mondo” rappresenti il sottile confine tra realtà e sogno nella tua opera.

 
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from norise

Guardare oltre

And death shall have no dominion. Dylan Thomas

guardare lungo: oltre la naturale dissoluzione

un’alba rosata ti pettina i pensieri carezza i progetti del giorno

nulla può la morte se tendi alla bellezza

21.1.24

* Luca Rossi su Fb Una poesia che tende al trascendente. Dal tono delicato per una lettura lenta che porta ad una riflessione profonda. Ho provato come un senso di tranquillità nel leggerla. Sapere che il dopo lo si può già considerare da adesso, nelle giuste proporzioni che ci indica la poesia. Il poeta si fa curatore di anime perché nulla vada perduto se si guarda alla bellezza. Che si tratti della bellezza del cuore (degli affetti quindi) , dell’anima, del corpo o altro, poco importa , perché la vera bellezza li racchiude tutti. Si anche la bellezza del corpo che non deve essere esorcizzata perché si rischierebbe di non vedere una parte del Creato. Tutto convive se viene considerato nel giusto modo. Tutto ci induce a credere. Serino, con il suo scrivere, ce lo comunica e ci chiede di comprenderlo, cioè di prendere-con-noi tutto questo. Un incoraggiamento a vivere adesso per vivere ancora quando tutto sarà passato, in una direzione in cui egli ha già saputo vedere.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Ierub-Baal dunque, cioè Gedeone, con tutta la gente che era con lui, alzatosi di buon mattino, si accampò alla fonte di Carod. Il campo di Madian era, rispetto a lui, a settentrione, ai piedi della collina di Morè, nella pianura. 2Il Signore disse a Gedeone: “La gente che è con te è troppo numerosa, perché io consegni Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: “La mia mano mi ha salvato”. 3Ora annuncia alla gente: “Chiunque ha paura e trema, torni indietro e fugga dal monte di Gàlaad”“. Tornarono indietro ventiduemila uomini tra quella gente e ne rimasero diecimila. 4Il Signore disse a Gedeone: “La gente è ancora troppo numerosa; falli scendere all'acqua e te li metterò alla prova. Quello del quale ti dirò: “Costui venga con te”, verrà; e quello del quale ti dirò: “Costui non venga con te”, non verrà”. 5Gedeone fece dunque scendere la gente all'acqua e il Signore gli disse: “Quanti lambiranno l'acqua con la lingua, come la lambisce il cane, li porrai da una parte; quanti, invece, per bere, si metteranno in ginocchio, li porrai dall'altra”. 6Il numero di quelli che lambirono l'acqua portandosela alla bocca con la mano, fu di trecento uomini; tutto il resto della gente si mise in ginocchio per bere l'acqua. 7Allora il Signore disse a Gedeone: “Con questi trecento uomini che hanno lambito l'acqua, io vi salverò e consegnerò i Madianiti nelle tue mani. Tutto il resto della gente se ne vada, ognuno a casa sua”. 8Essi presero dalle mani della gente le provviste e i corni; Gedeone rimandò tutti gli altri Israeliti ciascuno alla sua tenda e tenne con sé i trecento uomini. L'accampamento di Madian gli stava al di sotto, nella pianura.

9In quella stessa notte il Signore disse a Gedeone: “Àlzati e piomba sul campo, perché io l'ho consegnato nelle tue mani. 10Ma se hai paura di farlo, scendi con il tuo servo Pura 11e ascolterai quello che dicono; dopo, prenderai vigore per piombare sul campo”. Egli scese con Pura, suo servo, fino agli avamposti dell'accampamento. 12I Madianiti, gli Amaleciti e tutti i figli dell'oriente erano sparsi nella pianura, numerosi come le cavallette, e i loro cammelli erano senza numero, come la sabbia che è sul lido del mare. 13Quando Gedeone vi giunse, un uomo stava raccontando un sogno al suo compagno e gli diceva: “Ho fatto un sogno. Mi pareva di vedere una pagnotta d'orzo rotolare nell'accampamento di Madian: giunse alla tenda, la urtò e la rovesciò e la tenda cadde a terra”. 14Il suo compagno gli rispose: “Questo non è altro che la spada di Gedeone, figlio di Ioas, uomo d'Israele; Dio ha consegnato nelle sue mani Madian e tutto l'accampamento”.

15Quando Gedeone ebbe udito il racconto del sogno e la sua interpretazione, si prostrò; poi tornò al campo d'Israele e disse: “Alzatevi, perché il Signore ha consegnato nelle vostre mani l'accampamento di Madian”. 16Divise i trecento uomini in tre schiere, mise in mano a tutti corni e brocche vuote con dentro fiaccole 17e disse loro: “Guardate me e fate come farò io; quando sarò giunto ai limiti dell'accampamento, come farò io, così farete voi. 18Quando io, con quanti sono con me, suonerò il corno, anche voi suonerete i corni intorno a tutto l'accampamento e griderete: “Per il Signore e per Gedeone!”“. 19Gedeone e i cento uomini che erano con lui giunsero all'estremità dell'accampamento, all'inizio della veglia di mezzanotte, quando avevano appena cambiato le sentinelle. Suonarono i corni spezzando la brocca che avevano in mano. 20Anche le tre schiere suonarono i corni e spezzarono le brocche, tenendo le fiaccole con la sinistra, e con la destra i corni per suonare, e gridarono: “La spada per il Signore e per Gedeone!”. 21Ognuno di loro rimase al suo posto, attorno all'accampamento: tutto l'accampamento si mise a correre, a gridare, a fuggire. 22Mentre quelli suonavano i trecento corni, il Signore fece volgere la spada di ciascuno contro il compagno, per tutto l'accampamento. L'esercito fuggì fino a Bet-Sitta, verso Sererà, fino alla riva di Abel-Mecolà, presso Tabbat. 23Gli Israeliti si radunarono da Nèftali, da Aser e da tutto Manasse e inseguirono i Madianiti. 24Intanto Gedeone aveva mandato messaggeri per tutte le montagne di Èfraim a dire: “Scendete contro i Madianiti e occupate prima di loro le acque fino a Bet-Bara e anche il Giordano”. Così tutti gli uomini di Èfraim si radunarono e occuparono le acque fino a Bet-Bara e anche il Giordano. 25Presero due capi di Madian, Oreb e Zeeb; uccisero Oreb alla roccia di Oreb, e Zeeb al torchio di Zeeb. Inseguirono i Madianiti e portarono le teste di Oreb e di Zeeb a Gedeone, oltre il Giordano.

__________________________ Note

7,1 Gedeone si accampa ai piedi dei monti di Gèlboe, presso la fonte di Carod, nome che significa “avere paura”, “tremare” (vedi 7,3). Il campo dei Madianiti è un po’ più a nord-ovest, ai piedi della collina di Morè, zona collinare del Piccolo Ermon.

7,13 La pagnotta d’orzo che rotola sulla tenda è simbolo di un popolo agricolo, cioè degli Israeliti dediti da tempo all’agricoltura; la tenda che cade perché urtata dalla pagnotta è simbolo di un popolo nomade, cioè dei Madianiti.

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Approfondimenti

7,1-8,3. Il brano ha tre momenti:

  • vv. 1-8, la selezione dei combattenti;
  • vv. 9-14, il sogno e la sua interpretazione;
  • 7,15-8,3, l'assalto all'accampamento dei Madianiti e la disfatta del nemico.

Nella prima unità uno dei temi centrali della storia deuteronomistica (la salvezza è dono di JHWH) trova una esemplificazione eloquente e famosa. JHWH ordina ripetutamente a Gedeone di ridurre le sue truppe, che sono «troppo numerose» (vv. 2.4). In tre selezioni successive (vv. 2-8), Gedeone arriva a comporre un drappello agile e imprevedibile. Il dato ha due risvolti. Uno teologico, di cui s'è già detto. JHWH, paradossalmente, aiuta il debole e regala vittorie impossibili. L'altra concerne la strategia militare. Contro i beduini ben armati e avvezzi a combattere, Gedeone sceglie non lo scontro aperto, bensì l'espediente astuto, che spaventa e disperde il nemico, come ci diranno i vv. 16ss.

La seconda unità (v. 9-14) presenta un segno premonitore di quanto accadrà. Anche per l'Israelita il sogno è visto come mezzo per comunicare con la divinità e cogliere gli eventi futuri. Basti pensare a Gn 40,1ss. (Giuseppe interpreta i sogni nella prigione) e a Dn 2ss. (le interpretazioni da parte di Daniele dei sogni del re). Non mancano peraltro passi dell'Antico Testamento che mettono in guardia contro i sogni. Dt 13,2-6 ammonisce dal prestare ascolto a profeti e sognatori avversi allo jahvismo. Geremia (23,25ss.) fa una distinzione netta tra la parola di JHWH e il sogno del profeta menzognero. Qui il dato è eccezionale: il sogno è fatto ed è interpretato da un non ebreo. Nel caso concreto «la pagnotta d'orzo» (v. 13) simboleggia gli Israeliti, oramai trasformati in agricoltori. La conclusione del brano (v. 14) ripete un motivo comune della guerra santa: JHWH ha già deciso l'esito della battaglia.

La terza unità (7,15-8,3) descrive la messa in atto dello stratagemma escogitato da Gedeone, e la conseguente vittoria sul nemico. I trecento soldati di Gedeone, suddivisi in tre gruppi, raggiungono l'accampamento nemico senza farsi notare e lo circondano, lasciando un'unica via d'uscita verso il Giordano. Al segnale di Gedeone, il suono delle trombe, l'agitarsi delle fiaccole, il fracasso delle brocche spezzate, semina il panico nei beduini svegliati di soprassalto, i quali fuggono verso i guadi del fiume, colpendosi a vicenda. La presenza di Efraim a questo punto (7,24-8,3) è difficile da spiegare. Non sembra verosimile una sua convocazione e un suo intervento in questo momento, anche se è plausibile che abbiano collaborato alle campagne militari di Ge-deone. In questo episodio la tribù di Efraim figura contrapposta al clan di Abiezer, il che conferma il carattere orgoglioso degli Efraimiti. Efraim mirava a diventare la tribù guida di tutto Israele. La sua aggressività e voglia di espansione sono ricordate in Gs 17, 14-18. Anche in Gdc 12, 1-6 essa si troverà contro le altre tribù. Saranno gli Efraimiti a spingere alla divisione dei due regni, dopo la morte di Salomone (1Re 12,1ss.).

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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[esclusioni]

lo specchietto la cittadinanza digitale tutto] Socrate in un'ora si [disfa la centralina monoscocca non ronza o] le aperture il calmiere tutto] Sottsass jr. in cento e sei più le trasparenti salvano un paio la volta dove si sciupa o] dove non possono i ghirigori l'Unesco fa sapere tutta la manodopera l'attore seduto conta] [le brugole l'unieuro

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Archeologia Digitale

C’è un nuovo tipo di scavo, che non si fa con pennelli e setacci ma con vecchi PC, cavi aggrovigliati e scatole di cartone dimenticate in soffitta. È l’archeologia digitale: la scienza non ufficiale di chi esplora le reliquie tecnologiche che hanno fatto la storia recente, prima che la nuvola (quella “cloud” tanto impalpabile) diventasse il nostro museo personale. Il floppy disk, oggi, sembra un reperto egizio. Una volta era il portatore di sogni: 1,44 megabyte di spazio, un abisso di possibilità per chi ci infilava dentro file di testo, giochi pixellati e qualche immagine .bmp che caricava a passo di lumaca. C’era chi li etichettava con cura maniacale e chi li lasciava vagare nudi e graffiati nello zaino, condannandoli a morte precoce. Eppure, dentro quei quadratini di plastica, stava l’embrione della memoria collettiva digitale. Poi arrivarono i CD masterizzati male. Quelli erano davvero la roulette russa dell’informatica casalinga. Bastava un granello di polvere, un programma di masterizzazione instabile, e addio compilation “Estati 2002”. Il fascino del “buffer underrun” è rimasto inciso nelle menti di chi passava notti intere a incidere 700 megabyte di dati con la stessa tensione con cui un archeologo maneggia un vaso fragile. I CD si rigavano con niente, si scrostavano con il tempo, ma rappresentavano il primo passo verso la personalizzazione totale: musica, film, backup. Tutto a portata di mano, tutto facilmente perdibile. Il floppy e il CD non erano semplici strumenti: erano rituali. Si copiava, si passava all’amico, si duplicava in laboratorio scolastico. E con loro cresceva una comunità: un sapere condiviso, un linguaggio segreto fatto di sigle, abbreviazioni e file compressi in .zip che promettevano mondi. Ma il vero tempio dell’archeologia digitale è stato il forum. Prima dei social, prima dell’influenza degli influencer, c’erano queste bacheche virtuali con sfondi blu elettrico, avatar improbabili e nickname che raccontavano più di un documento d’identità. Nei forum si discuteva di tutto: musica metal, tarocchi, programmazione in C++, segreti di videogiochi. Ogni discussione era stratificata come un sito archeologico: thread principali, digressioni infinite, litigi leggendari che ancora oggi qualcuno ricorda con un sorriso. Un forum non era solo uno spazio: era una piazza, con le sue regole non scritte. Il moderatore faceva la parte del sacerdote che manteneva l’ordine, ma spesso diventava il tiranno che chiudeva discussioni con un “thread chiuso” secco come una ghigliottina. E noi, lì, a costruire identità digitali parallele, a sentirci parte di tribù che avevano password e conoscenze esclusive. Oggi quell’epoca appare lontanissima, ma è ancora lì, sotto la polvere del tempo. Ogni floppy dimenticato in un cassetto, ogni pila di CD masterizzati con pennarello indelebile, ogni screenshot di un forum ormai offline è un frammento di quell’avventura. Una memoria che rischia di sparire, perché i supporti si degradano, i siti vengono chiusi, e l’obsolescenza tecnologica è più spietata di qualsiasi cataclisma naturale. Eppure l’archeologia digitale non è solo nostalgia. È consapevolezza. Ci ricorda che la tecnologia non è mai neutra: porta con sé riti, comunità, esperienze. Oggi salviamo tutto su server che non vediamo, affidandoci a piattaforme che non possediamo. Ma un tempo, quella memoria la toccavamo: un floppy in tasca, un CD nello zaino, una password scritta a matita su un foglio stropicciato. Indiana Jones, se fosse nato negli anni ’90, non avrebbe avuto la frusta e il cappello. Avrebbe avuto un PC con Windows 98, un lettore CD esterno e una connessione a 56k che strillava come un animale ferito. E forse, tra una cartella nascosta e un vecchio nick dimenticato, avrebbe trovato il vero tesoro: la prova che la cultura digitale non è fatta solo di bit, ma di storie, persone e riti che meritano di essere ricordati.

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