1Queste sono le nazioni che il Signore lasciò sussistere, allo scopo di mettere alla prova per mezzo loro Israele, cioè quanti non avevano visto tutte le guerre di Canaan. 2Ciò avvenne soltanto per istruire le nuove generazioni degli Israeliti, per insegnare loro la guerra, perché prima non l'avevano mai conosciuta: 3i cinque prìncipi dei Filistei, tutti i Cananei, quelli di Sidone e gli Evei che abitavano le montagne del Libano, dal monte Baal-Ermon fino all'ingresso di Camat. 4Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe obbedito ai comandi che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè. 5Così gli Israeliti abitarono in mezzo ai Cananei, agli Ittiti, agli Amorrei, ai Perizziti, agli Evei e ai Gebusei; 6ne presero in moglie le figlie, fecero sposare le proprie figlie con i loro figli e servirono i loro dèi.
STORIA DEI GIUDICI (3,7-16,31)
_Otnièl (3,7-11)
7Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore; dimenticarono il Signore, loro Dio, e servirono i Baal e le Asere. 8L'ira del Signore si accese contro Israele e li consegnò nelle mani di Cusan-Risatàim, re di Aram Naharàim; gli Israeliti furono servi di Cusan-Risatàim per otto anni. 9Poi gli Israeliti gridarono al Signore e il Signore fece sorgere per loro un salvatore, Otnièl, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb, e li salvò. 10Lo spirito del Signore fu su di lui ed egli fu giudice d'Israele. Uscì a combattere e il Signore gli consegnò nelle mani Cusan-Risatàim, re di Aram; la sua mano fu potente contro Cusan-Risatàim. 11La terra rimase tranquilla per quarant'anni, poi Otnièl, figlio di Kenaz, morì.
_Eud (3,12-30)
12Gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore; il Signore rese forte Eglon, re di Moab, contro Israele, perché facevano ciò che è male agli occhi del Signore. 13Eglon radunò intorno a sé gli Ammoniti e gli Amaleciti, fece una spedizione contro Israele, lo batté e occuparono la città delle palme. 14Gli Israeliti furono servi di Eglon, re di Moab, per diciotto anni. 15Poi gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un salvatore, Eud, figlio di Ghera, Beniaminita, che era mancino. Gli Israeliti mandarono per mezzo di lui un tributo a Eglon, re di Moab. 16Eud si fece una spada a due tagli, lunga un gomed, e se la cinse sotto la veste, al fianco destro. 17Poi presentò il tributo a Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso. 18Finita la presentazione del tributo, ripartì con la gente che l'aveva portato. 19Ma egli, dal luogo detto Idoli, che è presso Gàlgala, tornò indietro e disse: “O re, ho una cosa da dirti in segreto”. Il re disse: “Silenzio!” e quanti stavano con lui uscirono. 20Allora Eud si accostò al re che stava seduto al piano di sopra, riservato a lui solo, per la frescura, e gli disse: “Ho una parola di Dio per te”. Quegli si alzò dal suo seggio. 21Allora Eud, allungata la mano sinistra, trasse la spada dal suo fianco e gliela piantò nel ventre. 22Anche l'elsa entrò con la lama; il grasso si richiuse intorno alla lama. Eud, senza estrargli la spada dal ventre, uscì dalla finestra, 23passò nel portico, dopo aver chiuso i battenti del piano di sopra e aver tirato il chiavistello. 24Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardarono e videro che i battenti del piano di sopra erano sprangati; pensarono: “Certo attende ai suoi bisogni nel camerino della stanza fresca”. 25Aspettarono fino a essere inquieti, ma quegli non apriva i battenti del piano di sopra. Allora presero la chiave, aprirono, ed ecco che il loro signore era steso per terra, morto. 26Mentre essi indugiavano, Eud era fuggito e, dopo aver oltrepassato gli Idoli, si era messo in salvo nella Seirà. 27Appena arrivato là, suonò il corno sulle montagne di Èfraim e gli Israeliti scesero con lui dalle montagne ed egli si mise alla loro testa. 28Disse loro: “Seguitemi, perché il Signore vi ha consegnato nelle mani i Moabiti, vostri nemici”. Quelli scesero dopo di lui, occuparono i guadi del Giordano in direzione di Moab, e non lasciarono passare nessuno. 29In quella circostanza sconfissero circa diecimila Moabiti, tutti robusti e valorosi; non ne scampò neppure uno. 30Così in quel giorno Moab fu umiliato sotto la mano d'Israele e la terra rimase tranquilla per ottant'anni.
_Samgar (3,31)
31Dopo di lui ci fu Samgar, figlio di Anat. Egli sconfisse seicento Filistei con un pungolo da buoi; anch'egli salvò Israele.
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Note
3,7 La narrazione descrive concretamente i quattro momenti caratteristici delle biografie dei giudici. L’eroe, già nominato in Gs 15,17, riceve il titolo di salvatore (v. 9) prima di quello di giudice (v. 10) e, in quanto lo spirito del Signore fu su di lui (v. 10), è il primo dei quattro giudici carismatici.
3,31 Il nome di questo liberatore non è israelitico. Egli è nominato anche nel cantico di Dèbora (5,6). Di lui non sappiamo altro; era forse un capo tribù.
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Approfondimenti
2,20-3,6. L'aggiunta intende spiegare, di nuovo, perché in mezzo a Israele continuano a vivere popolazioni straniere. Fornisce (3,1-6) un elenco di popolazioni – inframmezzato a ripetizioni del motivo teologico ricorrente – con le quali Israele si trova a vivere in stretto contatto, non solo perché confina con esse, ma anche grazie a forme di convivenza e fusione (cfr. il v. 6, che parla di matrimoni misti). 3,2 sembra contraddire 2,11ss. Qui i popoli stranieri non sono un castigo per l'infedeltà, ma un mezzo per conservare lo spirito guerriero nel popolo d'Israele.
3,-16,31. Si ha ora la presentazione delle figure dei “salvatori”, la cui esistenza e attività è stilizzata secondo lo schema teologico: peccato, punizione, pentimento e invocazione, intervento di salvezza. Ma alla base troviamo abbondante materiale antico, sia nelle brevi storie dei cc. 3-12, che nell'ampio complesso della tradizione su Sansone, dei cc. 13-16. A proposito di questi documenti più antichi, sotto il profilo della cosiddetta critica “alta”, ossia della storia della formazione del testo, si è cercato di farli rientrare in parte nei documenti Jahvista ed Elohista. Tra gli studiosi c'è chi sostiene che le storie brevi fanno parte ancora del Pentateuco jahvistico. Le storie lunghe invece costituirebbero l'inizio del ciclo di storie relative a Saul, Samuele e Davide. In effetti, i racconti brevi di questa porzione del libro dei Giudici hanno alla base elenchi di “giudici”, canti di vittoria, narrazioni epiche, antiche tradizioni su specifici luoghi di culto, con in parte segni chiari della tradizione orale e di una esistenza autonoma, prima della loro elaborazione e assemblaggio letterario, mentre tra le storie lunghe, quelle di Gedeone e di Sansone, attraverso il tema delle “vocazioni”, sono ricollegate in qualche modo alla vicenda di Saul. Non sempre peraltro la cornice teologica riesce a imprigionare e standardizzare i vari personaggi. Spesso le figure storich non s'adattano al modello redazionale, creando una tensione istruttiva fra interpretazione teologica e realtà storica. Il rispetto che la mano redazionale mostra per le figure storiche è indizio di una visione teologica tipica non solo della scuola deuteronomistica, ma della fede d'Israele in genere: al di là di ogni schematismo e pragmatismo storico, c'è la sovrana libertà di JHWH,artefice di novità. L'interprete biblico non intende dettare a Dio le leggi della storia, bensì interpretare le vicende storiche nella prospettiva della fede in colui che, creatore del mondo e della storia, è anche fautore e difensore della libertà umana, ne rispetta le manifestazioni e fa di essa una componente della storia della salvezza.
3, 7-11. Lo schema redazionale è applicato alla prima figura di giudice in misura massiccia. Il peccato d'Israele (v. 7), la punizione (v. 8), l'invocazione a JHWH (v. 9a),
l'intervento di JHWH che suscita un liberatore (v. 9b), appartengono alla cornice teologica e sono espressi con formule ricorrenti, che abbiamo già riscontrato in 2, 11-19. L'elemento nuovo e caratterizzante, al v. 10, è la menzio ne dello «spirito di JHWH», che dà luogo alla manifestazione del carisma. La rûah JHWH, «spirito di Dio» caratterizza il fenomeno della guida carismatica nei primi tempi d'Israele e per il Deuteronomista esprime il modo in cui JHWH effettua la sua salvezza afferrando uomini per farne mediatori della sua opera (qui, Otniel; 11, 29, Iefte; 6,34, Gedeone; 1Sam 11,6, Saul; 14,6.19; 15,14, Sansone). Il suo carattere dinamico è sottolineato dai verbi rapportati a rûab: «venire sopra» (qui; 11, 29; 1Sam 19,20-23), «penetrare» (Gdc 14,6.19; 15,14; 1Sam 10,6.10), «investire» (cfr. 1Cr 12,19; 2Cr 24,20), o anche «piombare» (Ez 11,5). Il “giudice” così chiamato (gli schemi di vocazione più completi si avranno con Gedeone, lefte, Sansone e Saul), “libera” Israele (3, 9, vedi Introduzione), “combattendo” contro il nemico; la conseguenza è la «pace» (il riposo e la tranquillità) nel paese «per quarant'anni» (v. 11, cfr. commento a Gs 21, 40-44).
3,12-30. Il racconto, nel caso di Eud, si fa ben più varo e ricco, e raggiunge punte di grande realismo ed umorismo. Anche in questo caso è facile distinguere le formule teologiche dal resoconto. Nel caso di Eud manca l'investitura carismatica. Scelto e inviato dai connazionali per recare il tributo al re di Moab, di sua iniziativa uccide il re nemico e quindi convoca Israele alla battaglia contro i Moabiti, che vengono sconfitti. La vicenda, che doveva riguardare alcune tribù, è riferita qui a tutto Israele, secondo un procedimento redazionale che si nota per tutti i giudici. Ma qui, oltre ai tratti redazionali, è il racconto in sé che merita attenzione, sotto il profilo narrativo, stilistico e strutturale. L'organizzazione del racconto, le scelte sintattiche e lessicali, i repentini cambiamenti di prospettiva, il dialogo secco e collocato in punti strategici, i giochi di parole, ne fanno un brano tipico della narrativa di invenzione, o di quella storia romanzata in cui il sentimento e il significato degli eventi sono colti concretamente mediante le risorse dell'arte narrativa biblica, con le sue raffinate tecniche e numerose convenzioni. Per limitarci ad alcune osservazioni, sorprende anzitutto l'attenzione ai dettagli sull'uccisione e come qui la descrizione circostanziata dei particolari contribuisca alla comprensione del tutto. Eud è mancino e i guerrieri beniaminiti mancini erano noti per il loro valore, ma nel caso di Eud questa peculiarità è parte della sua strategia, tutta impostata sulla sorpresa: la spada corta, o daga, è appesa al fianco destro ed Eud può così impugnarla e sfilarla facilmente con la mano sinistra. È corta abbastanza per tenerla nascosta sotto il vestito, e lunga quanto serve per risolvere “il problema Eglon” senza doversi avvicinare troppo alla vittima. Ed è a doppio taglio, il che garantisce l'effetto letale di un colpo ben assestato. Eglon è grasso e quindi è obiettivo ancor più facile, quando si alza goffamente dal suo seggio. E dopo averlo colpito, forse Eud lascia la spada immersa nel corpo per evitare che il sangue gli sprizzi addosso, e poter così uscire senza destare sospetto. Il racconto, oltre che circostanziato e ben legato, è fortemente satirico, impostato su un linguaggio che è denso di rime e di allitterazioni. L'autore gioca, tra l'altro, anche su una etimologizzazione implicita del nome di Eglon, che fa pensare all'ebraico egel, vitello (Eglon vitello grasso pronto per la macellazione). La corpulenza di Eglon è segno della sua pesantezza fisica, facilmente vulnerabile, oltreché della sua rozzezza e stupidità regale. Un tratto ironico e drammatico insieme si ha anche nelle due frasi di Eud: «O re, ho una cosa da dirti in segreto» (v. 19), «Ho una parola da dirti da parte di Dio» (v. 20). La “cosa segreta” , nascosta sotto il vestito di Eud, è in effetti la “parola da parte di Dio” (in ebraico il termine è sempre dâbar, che può significare parola, messaggio o cosa), che il liberatore suscitato da JHWH sta per arrecare al re nemico. Un altro tratto di umorismo, questa volta un po' volgare, riguarda i cortigiani che pensano al massiccio monarca che si sta attardando sul pitale, e vengono associati così alla credulità del loro re. L'ottusità del nemico diventa volentieri obiettivo della satira in tempo di guerra. Tale atteggiamento satirico verso il nemico emerge con particolare vividezza nei vv. 24 e 25, in una sintassi che produce mirabilmente le rapide fasi della percezione della situazione da parte dei lenti e ottusi cortigiani: «I servi vennero... videro... aspettarono... presero le chiavi... aprirono». E a questo punto ecco il disinganno: il loro re è steso bocconi al suolo, morto. Qui peraltro la satira, insistendo sulla stupidità dei Moabiti, ha la funzione tematica di mostrare la grossolana impotenza dell'oppressore pagano di fronte al liberatore suscitato da JHWH, il Dio d'Israele. Ed è su questo punto che, in ultima analisi, l'intenzione del narratore originario e del redattore finale s'incontrano.
3,31. Questa figura di “liberatore” è non poco problematica. Il suo nome non è israelitico. Quanto a Anat, si tratta del nome di una ben nota dea ugaritica. Di Samgar parla anche il cantico di Debora (5, 6), in connessione con Giaele, anch'essa non israelita. Samgar combatte contro un gruppo di Filistei con un'arma di fortuna, un «pungolo da buoi». È il primo dei cosiddetti “giudici minori”
(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
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