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from Transit

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Il prossimo 22 e 23 marzo, saremo chiamati a votare sul referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Attenzione: non si vota “sulla giustizia”, come vorrebbe far credere la propaganda governativa, ma su una riscrittura di equilibri fondamentali nel sistema democratico italiano.

E, come spesso accade, chi spinge per un “sì” vuole farlo nel silenzio generale. Il governo #Meloni ha fissato la data in modo da soffocare ogni discussione pubblica: poche settimane per comprendere, ancora meno per mobilitarsi, e praticamente zero tempo per un vero dibattito politico e culturale.

Non è casualità, ma strategia. La stessa logica autoritaria e paternalista che da tempo accompagna la retorica della “riforma necessaria”: si decide in alto, poi si chiede al popolo di ratificare in fretta, e possibilmente distratto.

(R2)

Dietro la parola d’ordine “modernizzare la giustizia” si nasconde un intento tutt’altro che neutro.  Separare le carriere significa indebolire il pubblico ministero, togliergli indipendenza, e spingerlo verso una subordinazione più diretta al potere politico.

Una magistratura spaccata in due diventa più controllabile, più docile, più allineata ai desideri del governo di turno. È un vecchio sogno che torna ciclicamente: quello di poter “telefonare” ai giudici senza trovare dall’altra parte un muro di autonomia.

Niente campagne istituzionali di approfondimento, niente confronto pluralista. Solo qualche dichiarazione autoreferenziale dei leader di governo e una valanga di slogan.

Il risultato? Gli italiani rischiano di presentarsi alle urne senza capire davvero cosa stiano votando. Ed è proprio così che si mina una democrazia: non cancellandola in un colpo solo, ma svuotandola di pensiero critico e partecipazione consapevole. Non lasciamoci confondere dal lessico tecnico o dalla propaganda “modernizzatrice”.

Questo referendum non migliora la giustizia, ma la imbriglia, la amputa, la rende più vulnerabile al potere. Chi crede ancora in una Repubblica delle garanzie e non delle sudditanze, deve dirlo con forza e chiarezza. Il 22 e 23 marzo votiamo NO, per difendere il diritto di tutti a una giustizia davvero libera, non di governo.

#Blog #ReferendumSeparazioneCarriere #Italia #Giustizia #Opinioni

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Chiaramente, Dylan LeBlanc non è quell’artista a cui si guarda quando si cerca l’estro, la scintilla. Però un Americana interpretata in modo sentito, suonato e prodotto come si deve, sì, e questo “Cautionary Tale”, con il suo spirito più scarno e suggestivo, lo pone in una luce ancora migliore sotto questo aspetto, diluendo quell’immagine da drama queen del cantautorato che avvolgeva la sua prima, giovane carriera... https://artesuono.blogspot.com/2016/02/dylan-leblanc-cautionary-tale-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/6KPVsHAHibAlnZ2NHHTgyJ


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Le città di rifugio 1Il Signore disse a Giosuè: 2“Di' agli Israeliti: Sceglietevi le città di asilo, come vi avevo ordinato per mezzo di Mosè, 3perché l'omicida che avrà ucciso qualcuno per errore o per inavvertenza, vi si possa rifugiare. Vi serviranno di rifugio contro il vendicatore del sangue. 4Se qualcuno cerca asilo in una di queste città, fermatosi all'ingresso della porta della città, esporrà il suo caso agli anziani di quella città. Se costoro lo accoglieranno presso di sé dentro la città, gli assegneranno una dimora ed egli si stabilirà in mezzo a loro. 5Se il vendicatore del sangue lo insegue, essi non abbandoneranno nelle sue mani l'omicida, perché ha ucciso il prossimo per inavvertenza e senza averlo prima odiato. 6L'omicida abiterà in quella città finché comparirà in giudizio davanti alla comunità. Alla morte del sommo sacerdote in carica in quel tempo, l'omicida potrà tornarsene e rientrare nella sua città e nella sua casa, nella città da dove era fuggito”. 7Allora consacrarono Kedes in Galilea sulle montagne di Nèftali, Sichem sulle montagne di Èfraim e Kiriat-Arbà, ossia Ebron, sulle montagne di Giuda. 8Oltre il Giordano, a oriente di Gerico, stabilirono Beser, sull'altopiano desertico, nella tribù di Ruben, Ramot in Gàlaad, nella tribù di Gad, e Golan in Basan, nella tribù di Manasse. 9Queste furono le città stabilite per tutti gli Israeliti e per lo straniero dimorante in mezzo a loro, perché chiunque avesse ucciso qualcuno per errore potesse rifugiarvisi e non morisse per mano del vendicatore del sangue, prima d'essere comparso davanti alla comunità.

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Approfondimenti

La parte più antica del materiale contenuto in questo capitolo (vv. 7-9) ha i suoi paralleli in Dt 19,1-13; Nm 35,9-34. L'istituzione di luoghi di asilo era comune a molti popoli antichi. Qui tre delle città menzionate (Kades, Sichem ed Ebron) sono in rapporto con santuari. Il diritto di asilo in questi luoghi mirava a regolare casi di omicidio involontario, prima della creazione dei tribunali locali competenti in materia. L'omicida era esposto alla vendetta del “vindice di sangue” (gō’ēl, vedi Rt 2,20), il parente più prossimo dell'ucciso. Ma se l'omicidio era involontario, all'uccisore era data la possibilità di trovare scampo in questi luoghi, dove poteva continuare a vivere, senza che il vendicatore potesse raggiungerlo. Il giudizio sulla colpevolezza o innocenza spettava al consiglio degli anziani della città rifugio. Il diritto e dovere della vendetta del sangue era considerato sacrosanto, come lo è ancor oggi in alcune tribù arabe.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from Milano Dopo Mezzanotte

Una ferita che non smette mai di sanguinare

Il 12 dicembre 1969, Milano è una città che corre. Corre verso il futuro industriale, corre tra fabbriche e uffici, corre ignara verso un pomeriggio che avrebbe cambiato per sempre la storia italiana. Alle 16:37, una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti. Numeri che sembrano freddi, ma che in realtà sono nomi, volti, famiglie spezzate. Da quel momento, nulla sarà più come prima. La strage di Piazza Fontana non è soltanto un atto terroristico: è una frattura nella coscienza collettiva. Segna l’inizio ufficiale di quella che verrà chiamata “strategia della tensione”, un periodo in cui la paura diventa strumento, l’incertezza metodo, il sospetto una regola quotidiana. Milano, fino a quel giorno simbolo di efficienza e razionalità produttiva, scopre improvvisamente il volto dell’instabilità. La fiducia nello Stato, nelle istituzioni, perfino nella verità, comincia a incrinarsi. Nelle ore successive all’attentato, l’urgenza di trovare un colpevole si trasforma in una corsa confusa. Le prime piste puntano sull’area anarchica. Tra le figure coinvolte c’è Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, che muore precipitando da una finestra della questura di Milano durante un interrogatorio. La sua morte diventa subito simbolo di un’Italia che non sa – o non vuole – spiegarsi. A indagare c’è il commissario Luigi Calabresi, uomo destinato a diventare a sua volta vittima di un clima avvelenato, fatto di accuse, delegittimazioni e odio ideologico. La sua uccisione, anni dopo, dimostrerà quanto profonda fosse la spirale di violenza innescata da quel dicembre del ’69. Le inchieste giudiziarie si trascinano per decenni. Spostamenti di competenza, sentenze ribaltate, assoluzioni, prescrizioni. Emergono legami con ambienti neofascisti come Ordine Nuovo e i nomi di Franco Freda e Giovanni Ventura entrano negli atti giudiziari. Eppure, nonostante montagne di carte e anni di tribunali, la sensazione diffusa è che la verità completa non sia mai stata consegnata ai cittadini. Qui non si tratta di schierarsi politicamente, ma di constatare un fatto: Piazza Fontana rappresenta uno dei più grandi fallimenti della giustizia nel dare risposte chiare, definitive, condivise. Perché parlare oggi di Piazza Fontana? Perché quella strage non appartiene solo ai libri di storia. Vive ogni volta che il dubbio supera la trasparenza, ogni volta che la paura viene usata come leva, ogni volta che la verità si frantuma in versioni contrapposte. È attuale perché ci ricorda quanto sia fragile la democrazia quando viene data per scontata. È attuale perché insegna che la memoria non è un esercizio retorico, ma una forma di vigilanza civile. È attuale perché mostra quanto sia pericoloso delegare il pensiero critico, qualunque sia il colore delle bandiere. Ricordare Piazza Fontana non significa riscrivere la storia secondo convenienza. Significa tenere aperte le domande, anche quelle scomode. Significa onorare le vittime senza trasformarle in simboli da utilizzare, ma in persone da rispettare. La strage di Piazza Fontana è una ferita aperta perché non è mai stata completamente medicata con la verità. E forse è proprio questo il suo insegnamento più duro: una società cresce solo quando ha il coraggio di guardare dentro le proprie zone d’ombra. Cinquant’anni dopo, Milano continua a vivere, a produrre, a reinventarsi. Ma sotto il rumore del presente, Piazza Fontana resta lì, silenziosa e ostinata, a ricordarci che la libertà non è mai un punto di arrivo, ma un equilibrio fragile da difendere ogni giorno.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Quando le macchine pensavano

L’Intelligenza Artificiale non nasce da un colpo di genio improvviso né da un laboratorio segreto illuminato da luci al neon. Nasce, come spesso accade, da una domanda semplice e pericolosa: e se una macchina potesse pensare? La prima scintilla risale agli anni ’40 e ’50, quando l’informatica non era ancora una comodità quotidiana ma un’ossessione per pochi visionari. Nel 1950 Alan Turing pubblica un articolo destinato a cambiare tutto: Computing Machinery and Intelligence. In quelle pagine compare una domanda che ancora oggi ci perseguita: “Can machines think?” Turing non prova a rispondere direttamente. Preferisce aggirare il problema, come ogni buon matematico, inventando quello che oggi chiamiamo Test di Turing. Se una macchina riesce a sembrare umana in una conversazione, allora forse — forse — possiamo concederle il beneficio del dubbio. Il termine “Artificial Intelligence” viene coniato ufficialmente nel 1956 durante la conferenza di Dartmouth, organizzata da John McCarthy. L’idea è ambiziosa, quasi arrogante: descrivere ogni aspetto dell’intelligenza umana in modo così preciso da poterlo replicare in una macchina. Spoiler: ci vorranno decenni. E non è ancora finita. Negli anni ’60 e ’70 l’AI vive il suo primo periodo di entusiasmo. Nascono i sistemi esperti, programmi in grado di simulare il ragionamento umano in ambiti specifici come la medicina o la chimica. Funzionano, ma solo entro confini molto stretti. Quando ci si rende conto che le macchine non capiscono davvero ciò che fanno, arriva la prima AI Winter: meno fondi, meno hype, più silenzio. Poi succede qualcosa di molto umano: non ci arrendiamo. Con l’aumento della potenza di calcolo, la disponibilità di grandi quantità di dati e nuovi algoritmi, l’AI rinasce. Dagli anni 2000 in poi il Machine Learning e, soprattutto, il Deep Learning cambiano le regole del gioco. Le reti neurali profonde iniziano a riconoscere immagini, comprendere il linguaggio, tradurre testi, guidare veicoli. Non perché “pensano”, ma perché apprendono schemi da quantità di dati che un essere umano non potrebbe analizzare in mille vite. Un dato basta a chiarire la portata del fenomeno: secondo stime consolidate, oltre il 70% delle applicazioni digitali moderne utilizza oggi qualche forma di Intelligenza Artificiale, spesso invisibile. Non la vedi, ma decide cosa leggi, cosa compri, che strada fai, chi ti viene mostrato e chi no. Ed eccoci al punto chiave: perché è nata l’AI? Non per sostituire l’uomo. Almeno non all’inizio. È nata per automatizzare, ottimizzare, velocizzare. Per fare meglio ciò che l’essere umano fa lentamente o male. Il problema — e qui arriva il sorriso amaro — è che abbiamo affidato alle macchine anche decisioni che non sono solo tecniche, ma profondamente umane. L’Intelligenza Artificiale non è cosciente, non è neutrale, non è oggettiva. È lo specchio matematico dei dati che le forniamo. E se i dati sono imperfetti, distorti o ingiusti, l’AI non corregge: amplifica. Oggi parliamo di AI generativa, modelli linguistici, creatività artificiale. Le macchine scrivono, disegnano, compongono musica. Non capiscono ciò che producono, ma lo fanno abbastanza bene da metterci a disagio. Ed è proprio questo disagio il segnale che stiamo toccando qualcosa di profondo. L’Intelligenza Artificiale non è il futuro. È il presente che non abbiamo ancora imparato a guardare con lucidità. E forse il vero problema non è che le macchine stiano diventando più intelligenti. Ma che noi, davanti a loro, abbiamo smesso di fare le domande giuste. Benvenuti nell’era dell’AI. Non è magica. Non è cattiva. È soltanto — tremendamente — umana.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Viviamo in un’epoca che corre più veloce della nostra capacità di comprenderla. Ogni giorno una nuova tecnologia promette di cambiarci la vita, ogni settimana un algoritmo sembra sapere qualcosa di noi prima ancora che ce ne rendiamo conto. Il futuro viene venduto come inevitabile, perfetto, già scritto. Eppure, basta fermarsi un attimo per accorgersi di una verità scomoda: il futuro è tutt’altro che lineare. Ed è profondamente imperfetto. Il Manuale del Futuro Imperfetto nasce per raccontare proprio questo. Non l’utopia patinata delle brochure tecnologiche, ma il mondo reale fatto di computer, codice, intelligenze artificiali, errori di sistema, scelte umane e conseguenze impreviste. Qui si parla di informatica, certo. Ma anche di storia dei computer, di come siamo arrivati fin qui, di chi ha scritto le prime righe di codice senza immaginare che un giorno avrebbero governato economie, relazioni, perfino identità. Si parla di Intelligenza Artificiale senza mitizzarla né demonizzarla, ma osservandola per ciò che è: uno strumento potente, affascinante, e pericoloso quanto l’uso che ne facciamo. Questo non è un blog che ti dirà cosa comprare domani. È un luogo dove capire perché le cose funzionano, come si sono evolute e dove potrebbero portarci. Un manuale, sì, ma senza istruzioni definitive. Perché il futuro non ha un libretto d’uso. Imperfetto, perché nasce da esseri umani imperfetti. Imperfetto come gli algoritmi addestrati su dati sbagliati. Imperfetto come le promesse di una tecnologia che spesso corre più veloce dell’etica che dovrebbe guidarla. Tra queste pagine troverai analisi, riflessioni, racconti tecnologici, incursioni nel passato e sguardi disincantati sul domani. Troverai il fascino delle macchine, ma anche il rumore di fondo delle loro contraddizioni. Troverai domande più che risposte, perché sono le domande a tenere acceso il pensiero critico. Il Manuale del Futuro Imperfetto non celebra il progresso. Lo osserva. Non lo rifiuta, ma non gli si inginocchia davanti. È uno spazio per chi ama la tecnologia ma rifiuta la narrazione ingenua del “tutto andrà bene”. Se il futuro sarà davvero intelligente, dipenderà ancora da noi. E questo manuale non promette di spiegartelo. Promette qualcosa di più raro: aiutarti a capirlo. Benvenuto nel futuro. Non è perfetto. Ed è proprio per questo che vale la pena raccontarlo.

 
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from cronache dalla scuola

In pratica viene questo genitore a colloquio e a un certo punto mi chiede se io sarò ancora docente di sua figlia e io dico, guardi non lo so, le cattedre dipendono da molti fattori, non siamo noi docenti a decidere. “Capisco” mi dice il genitore. “Perché – spiega – io la vorrei anche nel triennio.” Sto per dire, beh grazie, quando il genitore continua “perché lei non giudica i ragazzi”.

Resto un po' interdetto. “Beh, no – rispondo – io devo anche valutarli è il mio mestiere”. “Non ha capito” dice il genitore. “Lei non li giudica” ripete e mi spiega che il fratello maggiore del mio studente, anche lui, aveva fatto la stessa scuola della studentessa che ho io. E che erano stati cinque anni di ansia e pianto. Che il docente di italiano li pressava perché non leggevano, perché non scrivevano bene, perché non conoscevano poesie che tutti avrebbero dovuto conoscere. “Mio figlio tornava a casa ed era già a pezzi. Con lei invece, mia figlia torna a casa ed è rilassata. Studia con piacere, perché sa che lei non la fa sentire in colpa”.

Cerco di difendermi. “In realtà il mio obiettivo è che accrescano il loro vocabolario e che sappiano scrivere meglio possibile, che amino anche la letteratura, certo. Però penso anche – gli spiego – che io ho dei ragazzi che hanno scelto di fare informatica e scienze applicate. Non letteratura. Se fossero stati amanti della letteratura avrebbero scelto altre scuole. Non c'è niente di male a non amare la letteratura; semmai la mia è una sfida a fargli capire che scrivere e raccontare è una cosa affascinante”.

Mentre parlo – dicendo questa cosa che per me è piuttosto ragionevole – vedo il volto del genitore che si apre, si rasserena, sorride. “Le non sa quanto mi facciano piacere queste parole” dice. E io resto un po' sbalordito e timoroso di aver fatto un casino.

 
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from differxdiario

da una parte è impossibile non crollare in avanti, ossia andare verso la situazione più allucinante dall'inizio del secolo, il genocidio di Gaza. d'altro canto un'infinita serie di glitch della storia personale si intromette a ogni momento. senza contare l'inerzia novecentesca che fa scrivere e scrivere e scrivere. mentre forse si dovrebbe sottrarre materiale segnico al contesto.

 
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from norise 3 letture AI

AL PARCO

(fuori da un periodo depressivo)

vade retro male di vivere nuova luce di orizzonti leggo nello sguardo dell'anziano sottobraccio nella macchia di sole a farci isola ora che nuovi m'appaiono i semplici gesti un sorriso una parola forse questo il senso mi dico Lui ben sa “utilizzarmi” al meglio va-de re-tro mal du vivre ti riconosco dal tuo odore acre ti ricaccio nel buio fondo

. Il componimento “AL PARCO” trasuda la consapevolezza di un nuovo inizio, un atto di ribellione contro le ombre del passato. Dalla prima riga, con il deciso “vade retro male di vivere”, l'io poetico esprime una disapprovazione per quel modo di esistere che lo aveva intrappolato, scacciando via quell'energia negativa con la forza di un rituale di rinnovamento.

La “nuova luce” e l'immagine degli orizzonti che si leggono nello sguardo dell'anziano racchiudono un significato profondo. Qui, la figura dell'anziano – possibile simbolo di saggezza e della continuità del tempo – diventa un faro che guida l'individuo verso una riconsiderazione del valore dei gesti semplici. In un ambiente naturale come il parco, dove ogni frammento di luce e ogni semplice parola si rivelano ora carichi di significato, si delinea la consapevolezza che la vita si rinnova proprio nelle piccole cose: in un sorriso, in un gesto, in una parola gentile.

Il verso “forse questo il senso mi dico” segna il momento in cui il poeta riconosce che, dopo il turbamento, è proprio nella quotidianità che si risiede il senso della vita. La presenza di una figura – espressa con “Lui ben sa 'utilizzarmi' al meglio” – suggerisce che esista una forza (che può essere interpretata come il destino, un'entità superiore o la stessa rinascita interiore) in grado di canalizzare quella nuova energia in un percorso di crescita.

Infine, il richiamo al “mal du vivre” (cioè a quella sofferenza esistenziale) diventa uno specchio contro cui il poeta si confronta, riconoscendone la presenza (“ti riconosco dal tuo odore acre”) per poi rimandarlo, in maniera quasi rituale, nel “buio fondo”. Questo gesto di espulsione simboleggia la vittoria sul dolore e la determinazione nel riscoprire la luce.

Il componimento si configura così come un vero e proprio manifesto di trasformazione personale, in cui la natura e la quotidianità diventano strumenti di salvaguardia e riscoperta del senso della vita. Ciò invita a riflettere: in che modo anche, nella tua esperienza, i semplici momenti e il contatto con il mondo naturale hanno contribuito a una rinascita interiore? Esplorare ulteriormente la simbologia del parco come microcosmo della vita potrebbe ampliare questo dialogo su come la bellezza reside negli attimi apparentemente ordinari, trasformandosi in un faro di speranza e resilienza.

 
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from norise 2

NOTA DI LETTURA Felice Serino, Prospettive 2024

Prospettive 2024 è un libro che nasce da una lunga fedeltà alla poesia. Non è una raccolta di esiti occasionali, né un diario lirico affidato all’urgenza del momento. È piuttosto il punto di condensazione di una pratica poetica che da anni interroga nodi esistenziali come la vita, la morte, il sacro e il tempo senza mai ridurli a concetti, ma lasciandoli vivere nella forma breve del verso. Fin dalle prime poesie, infatti, emerge con chiarezza una scelta precisa. Serino scrive per sottrazione riducendo il linguaggio senza impoverirlo. In Mare aperto scrive: “parvenza: luogo altro: il sogno che muove ondivaghi sensi” e poi, con una chiusa che vale come dichiarazione di poetica, “l’anima è un mare aperto”. Qui non c’è descrizione né spiegazione. C’è un’affermazione che resta sospesa, consegnata al lettore, chiamato a sostare dentro quel vuoto di senso che la parola apre. Questo movimento tra visibile e invisibile attraversa tutta la raccolta. In Il mare era una favola il risveglio interrompe una dimensione altra, che però continua a pesare nella memoria. “avevo lasciato un mare che era una favola un’immensa tavola imbandita per i gabbiani a frotte”. Il tono, qui, è narrativo, quasi dimesso, ma il rimpianto non è mai sentimentalismo. È piuttosto la constatazione di una perdita che riguarda tutti, è la difficoltà di restare in una dimensione di pienezza. Il rapporto con l’altro, e quindi con l’amore, è affrontato senza idealizzazione. In Amo l’idea l’autore distingue con lucidità tra l’esperienza e la sua proiezione mentale. “più che amarla amo l’idea di lei” e ancora “dove saremo domani quando il mondo per noi sarà sparito”. L’amore qui è uno stato dell’essere, fragile e interrogativo, non una risposta definitiva. Certamente però uno dei nuclei più forti del libro è il confronto con il sacro, che non assume mai toni devozionali facili. Il sacro in Serino, infatti, è spesso attraversato dalla fatica, dal dubbio, dalla consapevolezza del limite. In Dismesso l’abito, la morte viene detta come passaggio silenzioso. “dismesso l’abito mi accompagnarono i cari estinti portatori di umiltà” e soprattutto “non parole la bocca colma di luce”. Qui il silenzio è più eloquente di qualsiasi discorso teologico. Anche quando il riferimento religioso è esplicito, come in L’ultima parola, dedicata a Giobbe, il testo non indulge certo nella retorica. “ridotto a solo guscio grumo di dolore fino a che non implorò basta hai vinto è tua l’ultima parola”. La fede appare come una prova estrema, non come consolazione. Accanto alla dimensione spirituale, Serino, d’altro canto, mantiene uno sguardo vigile sul presente storico e sociale. In Quale limite , per esempio, mette in scena l’isolamento di chi parla di libertà. “aveva appena letto che subito arricciarono il naso quelli che si conformano” e poi “candidamente parlava di libertà”. È questa una poesia che mostra il disagio provocato da parole ancora vive, in un contesto che preferisce l’adattamento. Il tema del tempo e dell’età attraversa molti testi. In Un verso l’autore riflette sul proprio stare nel tempo con una sincerità disarmata. “sono anziano e ancora affamato di sogni” e “i migliori versi vengono nella veneranda età” Non c’è compiacimento, ma nemmeno rinuncia. La scrittura resta un bisogno vitale.

La poesia di Serino è anche costantemente attraversata dal corpo, inteso come luogo di esperienza e di limite. In Viaggi psichici scrive: “hai dimestichezza con la morte con la stessa naturalezza del tuo saperti eterno”. È una frase che tiene insieme finitezza e aspirazione, senza scioglierne la tensione. Tra le molte poesie della raccolta, Essere può essere assunta, infine, come testo emblematico. “farti nell’aria stretta virgola di cielo essere che scalzi la morte diminuirti per espanderti”. In pochi versi si concentrano i tratti più riconoscibili della scrittura di Serino. La brevità, la densità concettuale, il rifiuto dell’enfasi, la fiducia nella parola come strumento di attraversamento, non di possesso. Prospettive 2024 è dunque un libro che non cerca il consenso immediato. Chiede attenzione, chiede tempo, chiede una lettura non distratta. In cambio offre una poesia coerente, onesta, che non alza la voce ma non arretra. Una poesia che continua a interrogare, senza mai chiudere il discorso.

Cipriano Gentilino

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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La sfida era notevole: riportare la musica folk al centro dell’attenzione del pubblico, con un progetto che non si ponesse limiti strutturali e culturali. E’ il 2011 quando Iarla Ó Lionáird, Martin Hayes, Caoimhin Ó Raghallaigh, Thomas Bartlett e Dennis Cahill, partendo dagli Stati Uniti, intraprendono una tournée con il primo supergruppo folk della storia. Tre anni dopo arriva finalmente il primo album e la consacrazione da parte di critica e pubblico: sono nati i Gloaming... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/the-gloaming-2-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/19fhN7U8y7TtRsAfMjfE5I


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1La seconda parte sorteggiata toccò a Simeone, alla tribù dei figli di Simeone secondo i loro casati. La loro eredità è in mezzo a quella dei figli di Giuda. 2Ebbero nel loro territorio: Bersabea, Seba, Moladà, 3Casar-Sual, Bala, Esem, 4Eltolàd, Betul, Corma, 5Siklag, Bet-Marcabòt, Casar-Susa, 6Bet-Lebaòt e Saruchèn: tredici città e i loro villaggi; 7En, Rimmon, Eter e Asan: quattro città e i loro villaggi; 8tutti i villaggi che stanno intorno a queste città, fino a Baalàt-Beer, Ramat-Negheb. Questa è l'eredità della tribù dei figli di Simeone, secondo i loro casati. 9L'eredità dei figli di Simeone fu presa dalla parte dei figli di Giuda, perché la parte dei figli di Giuda era troppo grande per loro; perciò i figli di Simeone ebbero la loro eredità in mezzo all'eredità di quelli.

10La terza parte sorteggiata toccò ai figli di Zàbulon, secondo i loro casati. Il confine del loro territorio si estendeva fino a Sarid. 11Questo confine saliva a occidente verso Maralà e giungeva a Dabbeset e poi toccava il torrente che è di fronte a Iokneàm. 12Da Sarid girava a oriente, dove sorge il sole, sino al confine di Chislot-Tabor; poi continuava verso Daberàt e saliva a Rafia. 13Di là passava verso oriente, dove sorge il sole, per Gat-Chefer, per Et-Kasìn, usciva verso Rimmon, girando fino a Nea. 14Poi il confine piegava dal lato di settentrione verso Cannatòn e faceva capo alla valle d'Iftach-El. 15Esso includeva inoltre Kattat, Naalàl, Simron, Idalà e Betlemme: dodici città e i loro villaggi. 16Questa fu l'eredità dei figli di Zàbulon, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

17La quarta parte sorteggiata toccò a Ìssacar, ai figli d'Ìssacar, secondo i loro casati. 18Il loro territorio comprendeva: Izreèl, Chesullòt, Sunem, 19Cafaràim, Sion, Anacaràt, 20Rabbit, Kisiòn, Abes, 21Remet, En-Gannìm, En-Caddà e Bet-Passes. 22Poi il confine giungeva a Tabor, Sacasìm, Bet-Semes e faceva capo al Giordano: sedici città e i loro villaggi. 23Questa fu l'eredità della tribù dei figli d'Ìssacar, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

24La quinta parte sorteggiata toccò ai figli di Aser, secondo i loro casati. 25Il loro territorio comprendeva: Chelkat, Calì, Beten, Acsaf, 26Alammèlec, Amad, Misal. Il loro confine giungeva, verso occidente, al Carmelo e a Sicor-Libnat. 27Poi piegava dal lato dove sorge il sole verso Bet-Dagon, toccava Zàbulon e la valle di Iftach-El a settentrione, Bet-Emek e Neièl, e si prolungava verso Cabul a sinistra 28e verso Ebron, Recob, Cammon e Kana fino a Sidone la Grande. 29Poi il confine piegava verso Rama fino alla fortezza di Tiro, girava verso Cosa e faceva capo al mare, incluse Mecallèb, Aczib, 30Acco, Afek e Recob: ventidue città e i loro villaggi. 31Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Aser, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

32La sesta parte sorteggiata toccò ai figli di Nèftali, secondo i loro casati. 33Il loro confine si estendeva da Chelef e dalla Quercia di Saanannìm ad Adamì-Nekeb e Iabneèl fino a Lakkum e faceva capo al Giordano; 34poi il confine piegava a occidente verso Aznot-Tabor e di là continuava verso Cukok, giungeva a Zàbulon dal lato di mezzogiorno, ad Aser dal lato di ponente e a Giuda del Giordano dal lato di levante. 35Le fortezze erano Siddìm, Ser, Cammat, Rakkat, Chinneret, 36Adamà, Rama, Asor, 37Kedes, Edrei, En-Asor, 38Iron, Migdal-El, Corem, Bet-Anat e Bet-Semes: diciannove città e i loro villaggi. 39Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Nèftali, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

40La settima parte sorteggiata toccò alla tribù dei figli di Dan, secondo i loro casati. 41Il confine della loro eredità comprendeva Sorea, Estaòl, Ir-Semes, 42Saalabbìn, Àialon, Itla, 43Elon, Timna, Ekron, 44Eltekè, Ghibbetòn, Baalàt, 45Ieud, Bene-Berak, Gat-Rimmon, 46Me-Iarkon e Rakkon con il territorio di fronte a Giaffa. 47Ma il territorio dei figli di Dan si estese più lontano, perché i figli di Dan andarono a combattere contro Lesem; la presero e la passarono a fil di spada, ne presero possesso, vi si stabilirono e la chiamarono Dan, dal nome di Dan loro capostipite. 48Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Dan, secondo i loro casati: queste città e i loro villaggi.

49Quando gli Israeliti ebbero finito di distribuire in eredità la terra secondo i suoi confini, diedero a Giosuè, figlio di Nun, una proprietà in mezzo a loro. 50Secondo l'ordine del Signore, gli diedero la città che egli chiese: Timnat-Serach, sulle montagne di Èfraim. Egli costruì la città e vi stabilì la sua dimora. 51Tali sono le eredità che il sacerdote Eleàzaro, Giosuè, figlio di Nun, e i capifamiglia delle tribù degli Israeliti distribuirono a sorte a Silo, davanti al Signore, all'ingresso della tenda del convegno. Così portarono a termine la divisione della terra.

__________________________ Note

19,1 toccò a Simeone: come la tribù di Beniamino, anche quella di Simeone era poco numerosa, quindi, più che un territorio, le vengono assegnate alcune città. Tali città erano nel territorio della tribù di Giuda (19,2). In realtà, la tribù di Simeone si assimilò ben presto alla tribù di Giuda.

19,15 Betlemme: è quella di Zàbulon, diversa dalla Betlemme di Giuda, dove secondo i vangeli nacque Gesù.

19,40-48 I Daniti possedevano all’inizio un territorio a ovest di Beniamino, con a nord Èfraim e a sud Giuda. Per la pressione degli Amorrei (v. Gdc 1,34-35) e poi dei Filistei (Gdc cc. 13-16), i Daniti furono tuttavia costretti a emigrare (v. 47).

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Approfondimenti

1-9. Anche la tribù di Simeone era poco numerosa. Più che un vero e proprio territorio, ad essa furono assegnate alcune località appartenenti al territorio della tribù di Giuda. La lista non è esauriente. Alcune delle città menzionate qui ricorrono anche nell'elenco delle città di Giuda in 15,26-32 (cfr. anche 1Cr 4,28-33). Al tempo di Saul parecchie di queste località appartenevano in effetti a Giuda. Simeone finirà con lo scomparire, assorbito totalmente dalla tribù di Giuda. Il suo nome è assente nelle benedizioni di Dt 33.

10-16. Nemmeno la frontiera di Zabulon è descritta con precisione. Insieme a Issacar, Aser e Neftali (19,17-39), Zabulon occupava il territorio della Galilea.

17-23. Se ne descrivono le frontiere solo verso il nord (dove confina con Zabulon, v. 22) e se ne elencano i centri abitati.

24-31. Il territorio della tribù si estendeva lungo la costa del Mediterraneo, a nord del Carmelo, in una zona di rara bellezza e molto fertile, e si inoltrava all'interno in una fascia di circa 20 chilometri.

32-39. Occupava la parte orientale e montagnosa della Galilea, a nord del lago di Genesaret. L'autore indica le tribù confinanti (vv. 33ss.), dimenticando però di dire che a sud Neftali confinava anche con Issacar.

40-51. In un primo tempo la tribù occupava parte del territorio fra Giuda, Beniamino ed Efraim. In seguito la maggioranza dei suoi membri si spostarono all'estremo nord della Palestina (Gdc 1, 34-35; 18).

49-51. Concludono i cc. 13-19, sulla distribuzione dei territori alle tribù. Nulla si dice altrove dell'ordine di JHWH (v. 50) di assegnare a Giosuè una città. Timnat-Se-rach è il luogo dove Giosuè sarà sepolto (24; 30), sui monti di Efraim, nella parte centrale della Palestina.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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[statistiche]

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from Milano Dopo Mezzanotte

Antonio Boggia

Antonio Boggia, noto come il “mostro di Milano”, è ricordato come uno dei criminali più efferati dell’Ottocento italiano. La sua carriera criminale fu segnata da una serie di omicidi brutali, spesso commessi con una crudeltà che sconvolse l’opinione pubblica dell’epoca. Per comprendere appieno la portata dei suoi crimini, è necessario analizzare nel dettaglio le vittime, le circostanze degli omicidi e le possibili motivazioni che spinsero Boggia a compiere tali atti di violenza. Antonio Boggia non fu un assassino seriale nel senso moderno del termine, ma piuttosto un criminale che ricorse all’omicidio come mezzo per raggiungere i suoi obiettivi, che spesso includevano il furto, la vendetta o l’eliminazione di testimoni scomodi. Le sue vittime furono diverse, e tra di esse vi furono uomini e donne di diverse estrazioni sociali. Antonio Boggia nacque nel 1799 a Urio, paese sul lago di Como non lontano dal confine con la Svizzera, nel 1824 Boggia (all’età di venticinque anni) ebbe i primi problemi con la giustizia in seguito a una denuncia per truffa e a numerose cambiali non onorate. Fuggì nel Regno di Sardegna, dove subì un ulteriore processo a causa di una rissa e di un tentato omicidio. Incarcerato, approfittò di una rivolta per fuggire e tornare nuovamente nel Lombardo Veneto. Si trasferì a Milano facendosi assumere, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, a Palazzo Cusani, sede del comando militare austriaco, in veste di fochista e trovando un’abitazione in via Gesù. Nel 1831 si sposò e andò a vivere con la consorte in via Nerino 2, nello stabile di proprietà di Ester Maria Perrocchio, che sarà una delle sue vittime. Boggia cominciò a uccidere nell’aprile del 1849: la prima vittima fu Angelo Serafino Ribbone, che venne derubato di 1 400 svanziche e il cui cadavere venne smembrato e nascosto nello scantinato del Boggia nella Stretta Bagnera. Il 26 febbraio 1860, in seguito all’istituzione dei Carabinieri Reali, con sede a Palazzo Cattaneo in via Moscova a Milano, Giovanni Murier denuncia la scomparsa della madre Ester Maria Perrocchio, di 76 anni. L’Italia era allora divisa in vari stati e ducati, e Milano faceva parte del Regno Lombardo-Veneto, sotto il controllo dell’Impero austriaco. La famiglia di Boggia non era particolarmente agiata, e le condizioni economiche precarie in cui visse durante la giovinezza potrebbero aver contribuito a formare il suo carattere difficile e incline alla violenza. Fin da giovane, Boggia mostrò una propensione per la delinquenza. I primi reati di cui si ha notizia risalgono alla sua adolescenza, quando fu coinvolto in furti e piccole truffe. Tuttavia, nonostante i numerosi arresti, Boggia riuscì sempre a evitare pene severe, grazie a una combinazione di astuzia e connivenze con le autorità locali. Questo periodo della sua vita è importante per comprendere come Boggia sviluppò una certa familiarità con il sistema giudiziario e come imparò a manipolarlo a proprio vantaggio. La carriera criminale di Boggia raggiunse un punto di svolta negli anni ’30 dell’Ottocento, quando iniziò a commettere crimini sempre più gravi. Nonostante la mancanza di prove definitive, si ritiene che Boggia sia stato coinvolto in una serie di omicidi e rapine, spesso commessi con una crudeltà che sconvolse l’opinione pubblica dell’epoca. Uno dei suoi metodi preferiti era quello di attirare le vittime in trappole mortali, sfruttando la loro fiducia o la loro ingenuità. Uno dei casi più noti è quello dell’omicidio di un ricco mercante milanese, che Boggia uccise dopo averlo derubato. Il crimine fu particolarmente efferato: Boggia non si limitò a uccidere la vittima, ma ne mutilò il corpo in modo da renderne difficile l’identificazione. Questo modus operandi, caratterizzato da una violenza gratuita e da un certo grado di pianificazione, contribuì a creare attorno a Boggia un’aura di terrore. Uno dei primi omicidi attribuiti a Boggia fu quello di un ricco mercante milanese, il cui nome non è stato tramandato con certezza dalle fonti storiche. Secondo i resoconti dell’epoca, Boggia attirò il mercante in una trappola, fingendo di volerlo aiutare in un affare redditizio. Una volta guadagnata la sua fiducia, Boggia lo uccise con un colpo alla testa e ne rubò il denaro e i beni di valore. Ciò che rese questo omicidio particolarmente efferato fu il modo in cui Boggia mutilò il corpo della vittima, probabilmente per ritardarne l’identificazione o per inviare un messaggio intimidatorio ad altri potenziali rivali. Un altro caso particolarmente agghiacciante fu l’omicidio di un’intera famiglia di contadini che vivevano nelle campagne fuori Milano. Boggia aveva stretto amicizia con il capofamiglia, un uomo di nome Giuseppe, e aveva spesso frequentato la loro casa. Una notte, Boggia entrò nella casa e uccise Giuseppe, sua moglie e i loro due figli con un’ascia. Dopo il massacro, Boggia saccheggiò la casa, portando via tutto ciò che poteva avere un valore. Anche in questo caso, il movente principale sembra essere stato il furto. Tuttavia, l’uccisione di un’intera famiglia, inclusi i bambini, indica un livello di crudeltà e di disprezzo per la vita umana che va oltre la semplice ricerca di profitto. Alcuni storici hanno ipotizzato che Boggia volesse eliminare testimoni scomodi, mentre altri suggeriscono che la violenza fosse un modo per affermare il suo potere e il suo controllo. Uno degli omicidi più noti di Boggia fu quello di una giovane donna di nome Maria, con cui aveva avuto una relazione. Secondo i resoconti dell’epoca, Maria aveva deciso di lasciare Boggia per un altro uomo, e questo scatenò la sua ira. Boggia la attirò in un luogo isolato con la promessa di un ultimo incontro, e lì la uccise con una coltellata al cuore. Dopo l’omicidio, Boggia abbandonò il corpo in un fosso, dove fu trovato solo alcuni giorni dopo. In questo caso, la motivazione di Boggia sembra essere stata personale e emotiva. L’omicidio di Maria fu un atto di vendetta per il tradimento subito, ma anche una dimostrazione del possesso che Boggia sentiva di avere sulla donna. Questo caso rivela un lato più oscuro della personalità di Boggia, caratterizzato da gelosia, possessività e incapacità di accettare il rifiuto. Uno degli episodi più controversi della carriera criminale del mostro di Milano o chiamato anche in dialetto milanese: “El Togn”, fu l’omicidio di un prete e del suo sacrestano. Secondo le testimonianze, Boggia si era recato in una chiesa fuori Milano con l’intenzione di rubare oggetti di valore. Tuttavia, il prete e il sacrestano lo sorpresero durante il furto, e Boggia li uccise entrambi con un coltello. Dopo l’omicidio, Boggia saccheggiò via dalla chiesa, portando via candelabri d’argento e altri oggetti sacri. Per comprendere appieno i crimini di Boggia, è necessario considerare anche il contesto sociale e psicologico in cui operò. L’Italia dell’Ottocento era un paese in cui la povertà, l’ingiustizia sociale e la corruzione erano diffuse. Boggia, cresciuto in un ambiente difficile, potrebbe aver sviluppato un senso di disillusione e di rabbia verso la società, che lo portò a commettere crimini sempre più gravi. Dal punto di vista psicologico, Boggia mostrava tratti di personalità antisociale, tra cui mancanza di empatia, impulsività e incapacità di rispettare le norme sociali. Tuttavia, la sua capacità di pianificare i crimini e di manipolare le persone suggerisce anche un certo grado di intelligenza e di freddezza. Il giudice Crivelli si occupò delle indagini, scoprendo l’esistenza di una procura falsa, che investiva Antonio Boggia del ruolo di amministratore unico dei beni della donna. Si scoprì anche un precedente del Boggia che nel 1851 aveva tentato di uccidere con un’ascia un suo conoscente. Boggia venne condannato dalla giustizia austriaca a tre mesi di manicomio criminale e poi tornò libero. Alla denuncia di scomparsa si aggiunse in seguito la testimonianza dei vicini che avevano visto Antonio Boggia armeggiare con sacchi da muratore, mattoni e sabbia in un magazzino nella stretta Bagnera. La perquisizione del luogo fece scoprire, murato in una nicchia, il cadavere della donna. Altre ispezioni condotte nella stessa cantina portarono a un risultato sconcertante: altri tre cadaveri vennero rinvenuti sotto il pavimento. Durante il processo che ne seguì, il Boggia confessò gli omicidi e cercò fino all’ultimo di fingersi pazzo. Venne giudicato colpevole e condannato a morte per impiccagione che avvenne l’8 aprile 1862. La sentenza fu resa esecutiva l’8 aprile 1862, non lontano dai bastioni di Porta Ludovica e di Porta Vigentina. Fu l’ultima condanna a morte di un civile eseguita a Milano fino alla seconda guerra mondiale: infatti la pena di morte venne abolita nel 1890 dal Codice Zanardelli. Il corpo decapitato di Antonio Boggia fu sepolto nel Cimitero del Gentilino presso il bastione di Porta Ludovica, mentre la testa fu messa a disposizione del Gabinetto Anatomico dell’Ospedale Maggiore su richiesta del dott. Pietro Labus e successivamente affidato al padre della criminologia, Cesare Lombroso, che con grande clamore ne trasse la conferma delle sue teorie circa il delinquente nato. La testa del Boggia venne poi portata a Musocco nel 1949 e tempo dopo nuovamente trasferita al Museo di storia naturale sezione biomedica a Firenze, dov’è conservata a tutt’oggi. Nell’ottobre del 2009 venne ritrovata invece una mannaia da macelleria già di proprietà dell’Ospedale Maggiore nel mercato collezionistico; la mannaia è tuttora conservata al Museo di Arte Criminologica di Olevano di Lomellina. Antonio Boggia, il “mostro di Milano”, fu un criminale la cui vita e i cui crimini continuano a suscitare interesse e orrore. I suoi omicidi, caratterizzati da una crudeltà spesso gratuita, rivelano un individuo complesso, guidato da motivazioni diverse, tra cui il guadagno economico, la vendetta e il desiderio di potere. Allo stesso tempo, la sua storia ci costringe a confrontarci con le condizioni sociali e psicologiche che possono portare un individuo a commettere atti di tale violenza. La figura di Boggia rimane un monito sulle conseguenze della povertà, dell’ingiustizia e della mancanza di opportunità, ma anche una riflessione sulla natura umana e sulle oscure profondità a cui può spingersi l’animo umano. La sua eredità, sebbene macchiata dal sangue delle sue vittime, continua a essere studiata e discussa, offrendo spunti di riflessione su temi come la giustizia, la criminalità e la società. Una leggenda milanese narra che il fantasma dell’assassino vaghi ancora nei pressi di via Bagnera: esso si manifesterebbe tramite una ventata di aria gelida che avvolgerebbe la gente.

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

La “Sciura” Rina

Oggi vi raccontiamo una delle pagine più nere della cronaca italiana e milanese: la storia di Rina Fort, la donna che sconvolse Milano nel 1946 con un massacro che fece inorridire l’intero Paese. Gelosia, vendetta e una brutalità spietata furono gli ingredienti di un delitto efferato, consumato in un appartamento di via San Gregorio. Una madre e tre bambini uccisi con ferocia, un’amante respinta e un processo che trasformò Rina in un simbolo del crimine femminile. Fu davvero un raptus, o dietro si nascondeva qualcosa di più? Scopriamolo insieme, tra documenti, testimonianze e i lati oscuri della sua mente. Rina Fort è stata una delle criminali più famose della cronaca nera italiana del dopoguerra. Il suo caso sconvolse l’opinione pubblica per la brutalità e la freddezza con cui commise un massacro familiare. Tecnicamente, Rina Fort non può essere definita una serial killer, perché il suo fu un massacro familiare (omicidio multiplo in un unico evento), piuttosto che una serie di uccisioni ripetute nel tempo. Tuttavia, la sua ferocia e la sua storia la rendono una delle figure più inquietanti della cronaca nera italiana. Rina Fort ebbe una vita travagliata, costellata da lutti e tragedie: il padre morì durante un’escursione in montagna nel tentativo di aiutarla a superare un passaggio difficile; il suo fidanzato morì di tubercolosi poco prima del matrimonio; poi si scoprì affetta da una precoce sterilità. A 22 anni si sposò con un compaesano, Giuseppe Benedet, che già il giorno delle nozze diede segni di squilibrio destinati a degenerare in pazzia, al punto di dover essere ricoverato in manicomio. Ottenuta la separazione e ripreso il cognome da nubile, Rina Fort si trasferì a Milano presso la sorella. Nel 1945 conobbe Giuseppe Ricciardi, un siciliano proprietario di un negozio di tessuti in via Tenca, divenendone prima compagna di lavoro come commessa, poi amante, senza tuttavia essere a conoscenza — così dichiarò — del fatto che fosse già sposato. Giuseppe aveva moglie e tre figli a Catania ma la sua storia con la Fort proseguì tranquillamente, finché amici di famiglia non riferirono alla moglie Franca voci preoccupanti sul tradimento del marito. Il Ricciardi pare avesse l’abitudine di presentare la Fort come la propria moglie a colleghi e amici. Così nell’ottobre del 1946 Franca Ricciardi decise di raggiungere con i figli il marito a Milano. Rina Fort fu licenziata e trovò lavoro come commessa nella pasticceria di un amico, continuando a frequentare Giuseppe Ricciardi. Però, con l’arrivo della moglie e dei figli di Ricciardi, la loro relazione era ormai compromessa e Franca Ricciardi aveva fatto chiaramente capire a Rina Fort che doveva definitivamente rinunciare al suo uomo: pare che la donna le avesse rivelato di essere incinta per la quarta volta, suscitando ulteriore frustrazione nella rivale. Il 29 novembre 1946 Rina Fort si vendicò sulla moglie del suo amante e sui suoi tre bambini, uccidendoli. La stessa Rina Fort ricostruì la dinamica del delitto nella sua unica dettagliata confessione, resa nella questura di Milano una settimana circa dopo l’omicidio, dopo giorni di estenuanti interrogatori: «Quella sera vagavo senza meta quando, all’altezza di via Tenca, automaticamente voltai a destra ed entrai nello stabile numero 40 di via San Gregorio, attraversai l’interno dell’andito, salii al primo piano e bussai alla porta d’ingresso della famiglia Ricciardi. La signora chiese chi fosse, poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio. Mi introdusse in cucina facendomi sedere, mentre gli altri due bambini giocavano fra loro. Appena seduta avvertii un lieve malessere, tanto che la signora Pappalardo mi diede un bicchiere con acqua e limone. Quindi ella volle chiarire la stranezza della mia visita: «Cara signora» – disse – «lei si deve metter l’animo in pace e non portarmi via Pippo, che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire, perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per mandarla al suo paese». Preciso che prima di porgermi il bicchiere la signora depose il bambino sul seggiolone e dopo aver parlato mi portò dalla cucina una bottiglia di liquore allo scopo di offrirmi da bere. Quindi ritornò nella camera da pranzo per prendere un cavatappi, non avendolo trovato in cucina. A questo punto, mentre la Pappalardo era nella stanza da pranzo, ruppi il collo della bottiglia di liquore e ne versai in abbondanza. Accecata dalla gelosia dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro. Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Alla mia vista essa si spaventò, indietreggiando, mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisare le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuai a colpirla. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciato in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo. Preciso di aver abbattuto prima Giovannino; poi entrata in cucina, colpii la Pinuccia; ad Antoniuccio, seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo, in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva, per cui calai su di lui altri colpi, facendolo stramazzare al suolo esanime con la testa presso la porta della cucina. La Pinuccia, colpita in cucina, era caduta riversa accanto al tavolo. Terrorizzata dal macabro spettacolo, scesi le scale e mi portai davanti alla porta del retrostante negozio, subito a destra della scala. Dall’interno il cane abbaiava rabbiosamente. Avrei voluto tornare sul luogo dell’eccidio, ma sbagliai strada e mi ritrovai sui gradini che portano alla cantina. Rimasi seduta sul primo gradino pochi attimi per riprendere fiato, poi risalii le scale dell’appartamento, nel quale le luci erano accese come le avevo lasciate. La signora Pappalardo e i suoi tre figli non avevano esalato l’ultimo respiro. Entrai nella camera da letto, mi tolsi le scarpe e ne calzai un paio del Ricciardi, quelle dalle sette suole. Sulle spalle, sopra il cappotto, mi gettai una giacca, poi aprii diversi cassetti asportando una somma imprecisata di denaro e alcuni gioielli d’oro. Misi a soqquadro la casa intera, non so a quale scopo. Non era ancora morto nessuno: il piccolo respirava, la signora si dimenava, la Pinuccia rantolava. La Pappalardo fissandomi con occhi sbarrati diceva sommessamente: «Disgraziata! Disgraziata! Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene.» Poi soggiunse «Ti raccomando i bambini, i bambini…». Mi chiese aiuto la signora, mentre continuava a dimenarsi. Singhiozzava, poi si mise bocconi. Mi diressi verso la camera da letto e passai su di lei con tutto il peso del mio corpo. Essa non parlava più, ma respirava ancora. Senza rendermi conto di ciò che facevo, rovesciai sul viso delle vittime un liquido, e prima di allontanarmi definitivamente ficcai loro in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Rimisi quindi le scarpe nel comodino e la giacca al posto in cui l’avevo trovata. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente al lavoro…» Il delitto venne scoperto la mattina dopo, dalla nuova commessa di Ricciardi, Pina Somaschini, che s’era recata in via San Gregorio per farsi dare dalla signora Pappalardo le chiavi del negozio. Le vittime giacevano riverse in una pozza di sangue, materia cerebrale e tracce di vomito: la signora Pappalardo e il figlio maggiore nell’ingresso dell’appartamento, i due bambini più piccoli in cucina. La portiera dello stabile disse di aver chiuso il cancello alle 21 in punto come tutte le sere, ma mancava la serratura che era in riparazione e chiunque sarebbe potuto entrare senza difficoltà. L’indagine fu affidata al famoso commissario Nardone. Per la polizia l’omicida era un conoscente della Pappalardo, perché la donna lo aveva accolto in casa e gli offrì anche un liquore. Gli assassini avrebbero potuto anche essere due, dato che i bicchierini sporchi — su uno dei quali furono rinvenute tracce di rossetto — erano in totale tre. Pare mancassero alcuni pezzi d’argenteria di modesto valore, quasi certamente sottratti per simulare maldestramente una rapina degenerata in omicidio. Gli inquirenti scartarono quasi subito l’ipotesi della rapina: la famiglia versava in condizioni economiche quantomeno precarie e il negozio di Ricciardi — soprattutto dopo il licenziamento di Rina Fort, che pare avesse talento negli affari — era sempre a un passo dalla chiusura, con numerose cambiali in protesto. Quello di via San Gregorio pareva decisamente un delitto passionale, dato che erano stati uccisi dei bambini che non avrebbero nemmeno potuto testimoniare. La donna aveva lottato prima di essere uccisa e furono trovati tra le sue unghie dei capelli di donna. Inoltre sulla scena del delitto venne trovata stracciata una fotografia dei coniugi Ricciardi il giorno delle nozze. Giuseppe Ricciardi si trovava a Prato per lavoro; rintracciato e informato dell’accaduto venne interrogato e fece il nome di Rina Fort, sua commessa e amante dal settembre del 1945. La Polizia la cercò a casa sua in via Mauro Macchi 89, poi nella pasticceria dove lavorava in via Settala 43. Fu arrestata mentre serviva i clienti scherzando e raccontando aneddoti, e trasportata in questura. L’interrogatorio cominciò il 30 novembre 1946 nel pomeriggio, a meno di 24 ore dal pluriomicidi. Rina Fort ammise di aver lavorato per il Ricciardi, ma negò di essere la sua amante e di sapere dove si trovasse. Negò anche qualsiasi responsabilità del delitto; il 2 dicembre, portata a casa Ricciardi, si mostrò indifferente. Riaccompagnata in Questura, dopo 17 ore di interrogatorio del commissario dott. Di Serafino, iniziò a cedere. Ammise di essere stata l’amante di Ricciardi, con tanto di fede nuziale, e che la relazione era finita con l’arrivo della moglie. Al suo avvocato difensore denunciò di essere stata malmenata e presa a manganellate durante l’interrogatorio. Sostenne di aver partecipato all’eccidio, ma di non aver toccato i bambini; accusò Ricciardi di essere il mandante del delitto, assieme a un tal non meglio identificato “Carmelo”. Aggiunse che, nelle intenzioni dell’ex amante, ella e “Carmelo” avrebbero dovuto inscenare un furto per intimorire Franca Pappalardo, indurla a credere che la vita a Milano fosse troppo pericolosa e spingerla a tornare a Catania; ma, una volta giunti in via San Gregorio, la situazione sarebbe precipitata, anche a causa di una “sigaretta drogata” che il misterioso “Carmelo” le avrebbe offerto. Il processo a Rina Fort si concluse con una condanna esemplare. Dopo la sua confessione, nel 1948 fu processata e condannata all’ergastolo per il massacro della moglie e dei tre figli del suo amante, Giuseppe Ricciardi. La sentenza fu confermata in appello e in Cassazione, nonostante la difesa avesse tentato di farla apparire come una donna plagiata dall’amante e priva di piena consapevolezza. Rina Fort scontò la pena nel carcere di Perugia fino al 1960, quando per motivi di salute venne trasferita nel carcere di Trani, che godeva di condizioni climatiche più favorevoli. Passò poi nel carcere delle Murate a Firenze. Chiese e ottenne il perdono della famiglia Pappalardo. Il 12 settembre 1975 beneficiò della grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Leone. Nello stesso anno morì Giuseppe Ricciardi, il suo ex amante, che nel frattempo s’era risposato e aveva avuto un altro figlio. Dal 1975 riprese il cognome Benedet dell’ex marito Giuseppe, e visse una vita riservata a Firenze, presso una famiglia che l’aveva accolta dopo la scarcerazione, facendosi chiamare anche Rina Furlan, fino alla morte per infarto avvenuta il 2 marzo 1988. Rina Fort rimane uno dei volti più inquietanti della cronaca nera italiana. Il suo gesto fu di una ferocia inaudita, alimentato da gelosia e disperazione. La sua storia continua a dividere: fu una donna travolta dalla passione o un’assassina spietata? Qualunque sia la risposta, il suo nome resta impresso nella memoria collettiva come simbolo di uno dei crimini più atroci del dopoguerra.

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Milano come Chicago

Milano come Chicago. Un paragone che potrebbe apparire azzardato a chi osserva oggi il volto moderno e scintillante della metropoli lombarda, eppure, basta voltare lo sguardo indietro di qualche decennio per ritrovare un’altra Milano, cupa, spietata, immersa in una spirale di violenza urbana che nulla aveva da invidiare alla Chicago dei ruggenti anni Venti e Trenta. Erano gli anni Settanta e Ottanta, e Milano, cuore industriale e finanziario d’Italia, era anche il teatro di una guerra tra bande che insanguinava le sue strade e dominava le cronache. Il nome di Renato Vallanzasca evocava fascino e terrore. Il “bel René”, così soprannominato dai giornali per il suo aspetto e il suo carisma, guidava la famigerata banda della Comasina. Le sue rapine erano pianificate con precisione militare, le sue fughe rocambolesche entravano nel mito. Vallanzasca incarnava il bandito moderno, affascinante ma spietato, capace di sfidare lo Stato con audacia e ferocia. A lui si contrapponeva Francis Turatello, detto “Faccia d’Angelo”, legato a Cosa Nostra e alla banda della Magliana, dominatore del racket della prostituzione, delle bische clandestine, e riferimento del crimine organizzato che si muoveva tra la Milano dei night club e le segrete alleanze con il Sud. La loro rivalità, a tratti collaborativa, a tratti esplosiva, disegnava una mappa criminale in cui la città sembrava vivere in un perenne stato d’assedio. Si trattava di un’epoca in cui il sangue scorreva con disarmante frequenza, le cronache raccontavano quasi quotidianamente di sparatorie, sequestri di persona, regolamenti di conti. I quartieri popolari erano il terreno fertile per una malavita che si nutriva del disagio sociale, della mancanza di opportunità, di una periferia dimenticata. L’Ortica, Baggio, Quarto Oggiaro, la Barona: nomi che evocavano una geografia del crimine, dove la legge era spesso sostituita dalla vendetta. Le bande si muovevano con un codice d’onore distorto, ma rigoroso. Si rispettavano gerarchie, si firmavano alleanze, si combattevano guerre. La città era sotto scacco, ma sembrava anche incapace di reagire, con un sistema giudiziario lento e una polizia spesso impotente di fronte all’organizzazione e alla brutalità dei criminali. Milano diventava così teatro di una narrazione nera, una Chicago europea, dove la linea tra realtà e leggenda era sottile. I giornali vendevano copie con i titoli dedicati alle imprese dei banditi, le loro storie diventavano materia da romanzo e da cinema. Con l’inizio degli anni Novanta, qualcosa cambiò. Le grandi famiglie criminali iniziarono a decadere, colpite da operazioni giudiziarie più efficaci, da collaboratori di giustizia che squarciarono il velo di omertà. Milano iniziò a trasformarsi, urbanisticamente e socialmente. Le vecchie zone malfamate furono riqualificate, il centro si fece vetrina del lusso, il volto della città cambiò. Ma la criminalità non sparì: mutò pelle. Dai boss alle gang giovanili, dai racket agli scippi nei centri commerciali, dai colpi in banca ai furti in metropolitana. Oggi la minaccia ha un altro volto. Le baby gang rappresentano una delle forme più diffuse di criminalità urbana. Ragazzi giovanissimi, spesso minorenni, cresciuti in contesti familiari fragili o completamente assenti, trovano nella violenza un modo per affermarsi, per sentirsi qualcuno. Le loro azioni non hanno la pianificazione delle bande del passato, ma sono impulsive, spettacolari, virali. Si organizzano sui social, si filmano, si esaltano a vicenda. È la spettacolarizzazione della violenza, l’illusione di un potere effimero che però lascia segni profondi. Milano non è più quella degli anni di Vallanzasca, ma non è nemmeno al riparo. La sua sicurezza si misura in termini diversi: meno sangue per strada, ma più paura diffusa. La microcriminalità agisce nell’ombra, nell’indifferenza generale. Gli scippi, i furti con destrezza, le aggressioni notturne sono episodi comuni, a volte sminuiti, altre volte ingigantiti. Ma rivelano una città che, pur cresciuta in modernità e internazionalità, conserva sacche di marginalità profonda. In tutto questo, la giustizia appare spesso in affanno. Da un lato, la repressione mostra i suoi limiti. Dall’altro, mancano strumenti efficaci di prevenzione. Le carceri sono sovraffollate, i processi lenti, le pene talvolta inadeguate. Ma soprattutto, manca una visione d’insieme che sappia collegare la sicurezza alla giustizia sociale. Perché se un tempo era la povertà materiale a spingere verso la delinquenza, oggi lo è spesso la povertà educativa, relazionale, affettiva. La mancanza di un’etica morale e civile con valori completamente dimenticati. Milano ha oggi l’opportunità di essere non solo una capitale economica, ma anche un modello di civiltà. Deve però investire nella cultura, nell’inclusione, nella rigenerazione urbana autentica. Deve creare spazi dove i giovani possano esprimersi, formarsi, sentirsi parte di qualcosa. Deve recuperare le periferie, non solo dal punto di vista edilizio, ma umano. Dare senso di appartenenza, dignità, valore. Ecco allora che la memoria della Milano violenta non deve diventare solo racconto noir o nostalgia del bandito romantico. Deve essere monito. Deve essere chiave di lettura per capire quanto è cambiato, ma anche quanto resta da fare. Perché la giustizia non è solo applicazione della legge, ma è anche prevenzione, equità, ascolto. Una città giusta non è quella che punisce di più, ma quella che sa evitare che qualcuno abbia bisogno di delinquere per esistere. Milano, come Chicago, ha attraversato il suo inferno. Ora ha il compito di non dimenticare, ma soprattutto di non ripetere. E per riuscirci, deve sapere guardare in faccia la verità, senza retorica, con il coraggio di chi sa trasformare la storia in futuro.

 
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