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from CyberShiva

Esiste davvero soltanto una scelta tra capitalismo e statalismo?

Per molto tempo il dibattito economico e politico è stato rappresentato come un'alternativa quasi obbligata: da una parte la proprietà privata, il mercato e l'iniziativa individuale; dall'altra la proprietà collettiva e la gestione delle risorse da parte dello Stato.

Ma esiste una terza possibilità, meno conosciuta e forse più interessante: una società fondata sulla libertà individuale e sulla proprietà privata, nella quale alcune risorse fondamentali vengono però gestite come beni comuni dalle comunità che ne fanno uso.

Una delle studiose più importanti ad aver dimostrato che questo modello può funzionare nella realtà è stata l'economista e politologa Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia nel 2009.

Proprietà privata non significa sfruttamento illimitato

Il principio della proprietà privata è strettamente legato alla libertà individuale. Possedere una casa, un terreno, degli strumenti, un'impresa o dei risparmi significa avere una certa autonomia rispetto agli altri e, soprattutto, rispetto allo Stato.

Non è necessario rinunciare a questo principio per costruire una società più sostenibile.

Il problema nasce quando la proprietà viene interpretata esclusivamente come diritto di estrarre il massimo valore economico possibile da ciò che si possiede.

Un bosco può essere visto come una proprietà da cui ricavare legname. Ma può essere anche visto come un ecosistema, un paesaggio, una riserva d'acqua, un luogo per le generazioni future.

La domanda cambia:

“Quanto posso ricavare da questo bene?”

diventa:

“Come posso utilizzarlo senza distruggerne il valore nel tempo?”

La proprietà rimane, ma compare una seconda componente: la responsabilità.

Oltre la dicotomia Stato o mercato

È proprio qui che entra in gioco il concetto di commons, o beni comuni.

Una risorsa non deve necessariamente appartenere a un privato oppure essere controllata dallo Stato. Può essere gestita direttamente da una comunità attraverso regole condivise.

Ostrom studiò per decenni comunità che gestivano collettivamente risorse naturali come pascoli, foreste, sistemi di irrigazione e zone di pesca. Il suo lavoro dimostrò che, in determinate condizioni, le comunità possono sviluppare istituzioni efficaci per evitare il sovrasfruttamento delle risorse senza bisogno né della privatizzazione completa né del controllo centralizzato dello Stato.

È un'idea semplice ma radicale:

alcune cose possono essere né esclusivamente private né esclusivamente statali, ma appartenere alla responsabilità di una comunità.

Una società di individui sovrani

Questa visione non richiede di abolire il mercato.

Si può continuare a possedere una casa, acquistare un'automobile, creare un'impresa, commerciare, risparmiare, investire e diventare economicamente prosperi.

La differenza sta nel riconoscere che non tutto ciò che ha valore deve necessariamente essere trasformato in una merce.

Il territorio, l'acqua, la natura, alcuni spazi comuni e determinate risorse fondamentali possono essere sottratti alla logica della massimizzazione economica e amministrati secondo un principio diverso: preservare il capitale naturale e sociale da cui dipende la comunità.

Questo crea un equilibrio tra due esigenze apparentemente opposte:

libertà individuale → l'individuo mantiene proprietà, autonomia economica e capacità decisionale.

responsabilità collettiva → alcune risorse vengono amministrate pensando anche a chi verrà dopo di noi.

Non è comunismo. Non è statalismo. E non è nemmeno necessariamente un rifiuto del capitalismo.

È un tentativo di superare l'idea che il mercato debba essere l'unico criterio con cui decidere cosa ha valore.

Il problema della crescita

Una società industriale tende naturalmente a cercare maggiore produzione, maggiore efficienza e maggiore consumo.

Ma più ricchezza non significa automaticamente più benessere.

Una persona può lavorare sempre più ore per permettersi una casa più grande, un'automobile più costosa, dispositivi elettronici sempre nuovi e vacanze sempre più elaborate, e contemporaneamente avere meno tempo, meno libertà, meno contatto con la natura e più stress.

A quel punto è legittimo chiedersi:

stiamo aumentando la ricchezza o stiamo semplicemente aumentando la quantità di cose che dobbiamo produrre per mantenere un determinato stile di vita?

Il PIL misura l'attività economica. Non misura direttamente la libertà, il tempo trascorso con i propri figli, la qualità delle relazioni, la bellezza di un paesaggio, l'autonomia di una comunità o la possibilità di trascorrere un pomeriggio senza dover consumare qualcosa.

Una società può quindi diventare più ricca senza diventare necessariamente più felice o più libera.

Una possibile visione per una comunità sovrana

È anche da questa riflessione che può nascere l'idea di una Comunità di Individui Sovrani.

Una comunità nella quale la sovranità appartiene innanzitutto alla persona: ogni individuo mantiene la propria autonomia, i propri beni, il proprio lavoro, i propri risparmi e la libertà di scegliere come vivere.

Ma gli individui scelgono volontariamente di condividere alcune responsabilità e di preservare determinati beni comuni.

Un terreno comunitario potrebbe essere utilizzato per produrre cibo senza essere trasformato in una macchina per massimizzare il rendimento.

Un bosco potrebbe essere mantenuto come patrimonio naturale invece di essere sfruttato fino al limite della sua produttività.

Gli spazi comuni potrebbero essere progettati per favorire la vita sociale anziché per generare continuamente reddito.

La tecnologia potrebbe essere utilizzata per ridurre il lavoro necessario, non semplicemente per produrre ancora di più.

E la prosperità potrebbe essere misurata anche attraverso una domanda molto semplice:

quanto siamo liberi di vivere la vita che desideriamo?

La libertà come fine, non come mezzo per consumare

Forse il punto fondamentale è proprio questo.

Una società libera non dovrebbe avere come obiettivo quello di trasformare ogni individuo in un consumatore sempre più efficiente.

La libertà economica dovrebbe permettere alle persone di possedere, costruire, creare, risparmiare, scambiare e scegliere.

Ma la libertà dovrebbe anche comprendere il diritto di non partecipare continuamente alla corsa verso la massimizzazione.

Possiamo immaginare una società nella quale il progresso tecnologico permetta di lavorare meno, non necessariamente di produrre di più; nella quale la ricchezza permetta di avere più tempo, non soltanto più oggetti; nella quale la proprietà dia autonomia, ma comporti anche responsabilità.

Non si tratta quindi di scegliere tra individuo e comunità, né tra mercato e Stato.

Si tratta di costruire istituzioni nelle quali l'individuo possa rimanere sovrano senza essere costretto a vivere in un mondo dove ogni cosa, ogni spazio e ogni momento della vita deve necessariamente diventare una fonte di profitto.

Proprietà senza sfruttamento. Mercato senza dominio. Comunità senza statalismo. Libertà accompagnata dalla responsabilità.

Potrebbe essere questa una delle possibili direzioni per una società realmente orientata al benessere umano e alla libertà delle generazioni future.



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from 📖Un capitolo al giorno📚

Ostacoli nella comunità 1Si alzò un gran lamento da parte della gente del popolo e delle loro mogli contro i loro fratelli Giudei. 2Alcuni dicevano: “I nostri figli e le nostre figlie sono numerosi; prendiamoci del grano per mangiare e vivere!”. 3Altri dicevano: “Dobbiamo impegnare i nostri campi, le nostre vigne e le nostre case per assicurarci il grano durante la carestia!”. 4Altri ancora dicevano: “Abbiamo preso denaro a prestito sui nostri campi e sulle nostre vigne per pagare il tributo del re. 5La nostra carne è come la carne dei nostri fratelli, i nostri figli sono come i loro figli; ecco, dobbiamo sottoporre i nostri figli e le nostre figlie alla schiavitù, e alcune delle nostre figlie sono già state ridotte schiave, e non possiamo fare nulla, perché i nostri campi e le nostre vigne sono in mano d'altri”. 6Quando udii i loro lamenti e queste parole, ne fui molto indignato. 7Dopo aver riflettuto dentro di me, accusai i notabili e i magistrati e dissi loro: “Voi esigete dunque un interesse tra fratelli?”. Convocai contro di loro una grande assemblea 8e dissi loro: “Noi, secondo la nostra possibilità, abbiamo riscattato i nostri fratelli Giudei che si erano venduti agli stranieri, e ora proprio voi vendete i vostri fratelli perché siano rivenduti a noi?”. Allora quelli tacquero e non seppero che cosa rispondere. 9Io dissi: “Quello che voi fate non va bene. Non dovreste voi camminare nel timore del nostro Dio per non essere scherniti dagli stranieri, nostri nemici? 10Ma anch'io, i miei fratelli e i miei servi abbiamo dato loro in prestito denaro e grano. Condoniamo questo debito! 11Rendete loro oggi stesso i loro campi, le loro vigne, i loro oliveti e le loro case e l'interesse del denaro del grano, del vino e dell'olio, che voi esigete da loro”. 12Quelli risposero: “Restituiremo e non esigeremo più nulla da loro; faremo come tu dici”. Allora chiamai i sacerdoti e li feci giurare di attenersi a questa parola. 13Poi scossi la piega anteriore del mio mantello e dissi: “Così Dio scuota dalla sua casa e dai suoi beni chiunque non manterrà questa parola e così sia egli scosso e svuotato di tutto!”. Tutta l'assemblea disse: “Amen” e lodarono il Signore. Il popolo si attenne a questa parola. 14Inoltre, da quando il re mi aveva stabilito loro governatore nel paese di Giuda, dal ventesimo anno fino al trentaduesimo anno del re Artaserse, durante dodici anni, né io né i miei fratelli mangiammo la provvista assegnata al governatore. 15I governatori che mi avevano preceduto avevano gravato il popolo, ricevendone pane e vino, oltre a quaranta sicli d'argento; perfino i loro servi angariavano il popolo, ma io non ho fatto così, per timore di Dio. 16Anzi ho messo mano ai lavori di restauro di queste mura e non abbiamo comprato alcun podere. Tutti i miei giovani erano raccolti là a lavorare. 17Avevo alla mia tavola centocinquanta uomini, Giudei e magistrati, oltre a quelli che venivano a noi dalle nazioni vicine. 18Quello che si preparava ogni giorno, un bue, sei capi scelti di bestiame minuto e uccelli, veniva preparato a mie spese. Ogni dieci giorni vino per tutti in abbondanza. Tuttavia non ho mai chiesto la provvista assegnata al governatore, perché il popolo era già gravato abbastanza a causa dei lavori. 19Mio Dio, ricòrdati in mio favore di quanto ho fatto a questo popolo.

__________________________ Note

5,5 La nostra carne è come la carne dei nostri fratelli: il prestito di denaro e la schiavitù non erano illegali (Es 21,2-11; 22,24-26; Lv 25; Dt 15,1-18; 24,10-13); qui il testo mette l’accento sulla solidarietà tra fratelli.

5,14 L’affermazione che Neemia fu governatore non ha necessariamente un valore politico; inoltre non implica che fosse stato lui il primo a portare questo titolo in Giudea.

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Approfondimenti

L'abiezione di Gerusalemme descritta da Canani a Neemia (1,2-3) non era dovuta soltanto allo spadroneggiare in essa di elementi estranei, ma anche alla mancanza di solidarietà tra i diversi strati della sua popolazione, per cui i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più miseri. La mobilitazione generale nel lavoro e nelle armi per la ricostruzione e la difesa della patria comune provocò l'esplosione della protesta dei poveri contro i loro fratelli Giudei: non si poteva chiedere ai proletari di lavorare alle mura dall'alba all'apparire delle stelle (4,15) se a essi e ai loro figli non si dava del pane. Demotivati, anche per l'incalzare delle scadenze e il moltiplicarsi degli interessi, erano anche molti piccoli possidenti che si erano spogliati dei loro beni, giungendo persino a vendere come schiave le proprie figlie, per acquistare cibo o per pagare le tasse. Neemia prestò ascolto al lamento e riprese aspramente i responsabili del degrado sociale, cioè i notabili e i magistrati; appellandosi alla fraternità che legava i Giudei tra loro (v. 7) e al rispetto verso Dio, di cui agli occhi dei pagani apparivano devoti risibili (v. 9), riuscì a imporre in una grande assemblea la restituzione dei campi e delle case prese in pegno e la remissione degli interessi maturati.

1-5. Alla richiesta di pane e alla protesta contro l'iniquità sociale ed economica presero parte anche le donne e questo indica la gravità della situazione, la cui denuncia ha riscontro anche nel profeta Malachia (2,9-10; 3,5-15).

6-13. La legge permetteva il prestito su pegno (Es 22,25-26; Dt 24,10-13) e persino la vendita di se stessi o di un membro della propria famiglia a compratori o creditori Ebrei, col riacquisto però della libertà dopo sette anni (Es 21,2-6; Dt 15,12-18). Si ritiene che il prestito a interesse fra Israeliti fosse vietato (Es 22,24), ma forse la proibizione si riferiva all'interesse elevato, quello che noi chiamiamo usura. Lo stesso Neemia, infatti, e gli uomini venuti con lui prestavano denaro e grano a interesse (5,10). Ciò che era delittuoso nella pratica dei ricchi creditori gerosolimitani era forse il tasso elevato, ma ancor più la spietatezza nell'appropriarsi dei beni – cose o persone – ricevuti in pegno. Gli schiavi Ebrei venivano di solito rivenduti ai pagani, dai quali venivano poi riscattati dai Giudei della diaspora (v. 8), portando in tasche private denaro che doveva essere invece speso per la causa comune. La proposta di Neemia di restituire i pegni e di condonare gli interessi fu accolta dai creditori nel corso di una grande assemblea popolare e l'assenso reso sacro mediante giuramento alla presenza dei sacerdoti e di tutto il popolo (vv. 12-13). La concordia raggiunta, ma soprattutto il favore popolare che si riversò su Neemia, divennero il vero fondamento per la costruzione della nuova Gerusalemme.

14-19. Neemia ricorda il comportamento esemplare che egli tenne nel corso del suo governatorato durato dodici anni (445-433 a.C.). Egli non riscosse dalla popolazione l'imposta per il suo mantenimento e non angariò nessuno; lavorò insieme con i suoi servi alla ricostruzione delle mura; nutrì alla sua mensa a proprie spese i magistrati, la gente semplice e i forestieri che vi facevano capo, non acquistò alcun podere. Tutta la sua impresa era stata pura dedizione di amore, per Dio e per i fratelli. L'unica ricompensa che egli chiedeva era la compiacenza divina per quanto aveva fatto per il suo popolo (v. 19). Da notare che questa richiesta, dall'aspetto tanto innocente ed edificante, rivelerebbe, secondo alcuni antichi maestri Ebrei, la presunzione in Neemia d'aver acquisito meriti davanti a Dio per quanto aveva fatto e di cui chiese il riconoscimento. Ma nessuna azione dell'uomo, essi dicono, per quanto buona, è degna in se stessa di merito se non la si accompagna con l'invocazione della misericordia divina. Per questo Neemia fu punito con la cancellazione del suo nome come autore del libro che narra le sue gesta (6 Sanhedrin 93b). Tanto rigore sembra ingeneroso – né d'altronde era condiviso da tutti i maestri – nei confronti di chi aveva sempre invocato Dio come principio, sostegno e fine di ogni sua azione, ma almeno conferma che anche nel giudaismo ogni merito è pura grazia.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Nel suo saper trattare con (s)confortante naturalezza temi plumbei ed ingombranti come la morte (in tutte le sue sfaccettature) Anna Von Hausswolff sembra provenire da un’altra epoca, da un altro universo. Sicuramente uno dei talenti più cristallini della scena europea, l’artista svedese ha fin qui sempre convinto e sorpreso nella sua esplorazione dell’esperienza del sacro e dell’esoterico per mezzo di un contesto sonoro difficilmente inquadrabile, ma comunque riconducibile ad un caleidoscopio di colori scuri e sonorità in bilico tra doom, drone e neoclassica... https://artesuono.blogspot.com/2018/03/anna-von-hausswolff-dead-magic-2018.html


Ascolta il disco: https://album.link/i/1837147293


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Ma quando Sanballàt, Tobia, gli Arabi, gli Ammoniti e gli Asdoditi sentirono che il restauro delle mura di Gerusalemme progrediva e che le brecce cominciavano a venir chiuse, si adirarono molto 2e tutti insieme congiurarono di venire ad attaccare Gerusalemme e crearvi confusione. 3Allora noi pregammo il nostro Dio e contro di loro mettemmo sentinelle di giorno e di notte per difenderci da loro. 4Quelli di Giuda dicevano: “Le forze dei portatori vengono meno e le macerie sono molte; noi non potremo ricostruire le mura!”. 5I nostri avversari dicevano: “Senza che s'accorgano di nulla, noi piomberemo in mezzo a loro, li uccideremo e faremo cessare i lavori”. 6Poiché i Giudei che dimoravano vicino a loro vennero a riferirci dieci volte: “Da tutti i luoghi dove vi volgete saranno contro di noi”, 7io, in luoghi bassi oltre le mura, nei punti scoperti, disposi il popolo per famiglie, con le loro spade, le loro lance, i loro archi. 8Dopo aver considerato la cosa, mi alzai e dissi ai notabili, ai magistrati e al resto del popolo: “Non li temete! Ricordatevi del Signore grande e tremendo; combattete per i vostri fratelli, per i vostri figli e le vostre figlie, per le vostre mogli e per le vostre case!”. 9Quando i nostri nemici sentirono che eravamo informati della cosa, Dio fece fallire il loro disegno e noi tutti tornammo alle mura, ognuno al suo lavoro. 10Da quel giorno la metà dei miei giovani lavorava e l'altra metà stava armata di lance, di scudi, di archi, di corazze; i preposti stavano dietro a tutta la casa di Giuda. 11Quelli che ricostruivano le mura e quelli che portavano o caricavano i pesi con una mano lavoravano e con l'altra tenevano la loro arma; 12tutti i costruttori, lavorando, portavano ciascuno la spada cinta ai fianchi. Il suonatore di corno stava accanto a me. 13Dissi allora ai notabili, ai magistrati e al resto del popolo: “L'opera è grande ed estesa e noi siamo sparsi sulle mura e distanti l'uno dall'altro. 14Dovunque udrete il suono del corno, raccoglietevi presso di noi; il nostro Dio combatterà per noi”. 15Così continuavamo i lavori, mentre la metà di loro teneva impugnata la lancia, dal sorgere dell'alba allo spuntare delle stelle. 16Anche in quell'occasione dissi al popolo: “Ognuno con il suo aiutante passi la notte dentro Gerusalemme, così saranno per noi una guardia di notte e mano d'opera di giorno”. 17Io, poi, i miei fratelli, i miei servi e gli uomini di guardia che mi seguivano non ci togliemmo mai le vesti; ognuno teneva l'arma a portata di mano.

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Approfondimenti

Poiché l'offensiva degli scherni e delle provocazioni non aveva sortito effetto e la riparazione delle mura progrediva, i nemici di Giuda decisero di ricorrere alla violenza e progettarono di assalire di sorpresa i cantieri e demolire quanto era stato costruito, in modo da riportare Gerusalemme alla precedente condizione di vulnerabilità. Ai nemici già noti si aggiunsero ora anche gli abitanti della città filistea di Asdod (v. 1), completando così l'accerchiamento politico e psicologico di Gerusalemme. Ma al centro dell'assedio, a fianco del suo popolo, c'era Dio, ricordò Neemia ai suoi (v. 14). E coniugando fede e prudenza umana, egli organizzò e armò gli operai in modo da non essere colti di sorpresa da eventuali assalti.

4-17. Le mura erano giunte a metà altezza, ma il lavoro da fare era ancora tanto, e sotto la minaccia dei nemici esso prese a pesare doppiamente, al punto che una qînâ (lamento) risuonò sulle bocche degli operai: «Le forze dei portatori vengono meno e le macerie sono molte; noi non potremo costruire le mura». Neemia reagì a questo senso d'impotenza, eccitando gli animi con preparativi di battaglia e infiammandoli a combattere a difesa dei propri cari e dei propri beni; accompagnando questi preparativi con parole di fede, esortandoli a non temere i nemici, perché Iddio grande e tremendo avrebbe combattuto insieme con loro (vv. 3.8.14). Pur ricorrendo alle risorse umane, Neemia era sempre lì a ricordare che «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode» (Sal 127,1).

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[102]

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from NetTalk

Sicari a 15 anni.

Come l'Europa sta reclutando adolescenti per uccidere a pagamento

Il colpo di pistola che ha svelato un sistema

Stoccolma, una notte d'inverno dello scorso anno: un ragazzo di 18 anni si avvicina a uno studente ventenne che sta rientrando dal turno di lavoro e gli spara ripetutamente, fino a colpirlo alla testa. La vittima, Murad Abdelkader, non era nemmeno l'obiettivo giusto. Il killer, Atilla Azimov, era stato pagato per uccidere qualcun altro. È solo uno degli oltre 35 omicidi che, dal 2022, le autorità europee attribuiscono alla rete criminale Foxtrot, un'organizzazione con legami accertati con ambienti vicini al regime iraniano. Dietro Foxtrot e i gruppi che ne seguono il modello c'è un fenomeno che gli inquirenti hanno battezzato “violence-as-a-service” (VaaS): la violenza venduta come un servizio, con adolescenti reclutati online e trattati, letteralmente, come pedine usa e getta. È rilevante ora perché il fenomeno, nato in Svezia, si è già esteso a Norvegia, Regno Unito e altri dieci paesi europei, e le autorità temono che sia solo all'inizio.

Un modello criminale nato in Scandinavia

Foxtrot non è un'anomalia isolata: è la punta di un sistema che sta ridisegnando il crimine organizzato in Europa. Il capo del Centro europeo di Europol per la criminalità organizzata, Andy Kraag, ha descritto il fenomeno come una vera e propria esternalizzazione calcolata dell'omicidio verso soggetti fragili e vulnerabili. Per affrontarlo, Europol ha creato una task force dedicata, la OTF GRIMM, che oggi coinvolge undici paesi: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

Il leader di Foxtrot, Rawa Majid, è oggi rifugiato a Teheran dopo essere fuggito da Svezia e Turchia. Secondo il giornalista investigativo svedese Diamant Salihu, che segue le attività della rete e i suoi legami con l'Iran da tre anni, il regime avrebbe imposto a Majid di usare la sua organizzazione per colpire oppositori, giornalisti e obiettivi israeliani, come contropartita per la protezione ricevuta a Teheran. Non tutti gli attacchi, però, hanno matrice politica: molti nascono da semplici guerre tra bande per il controllo del narcotraffico.

Come funziona il reclutamento: dal social alla pistola

Il caso che più di tutti ha fatto emergere il meccanismo è quello di Johannes Natland, un diciottenne norvegese arrestato nel West Yorkshire mentre si preparava a compiere un omicidio su commissione. Figlio di due giornalisti, Natland era finito in un percorso di tossicodipendenza e disagio psichico che lo aveva portato in comunità di recupero, dove ha conosciuto un altro adolescente che lo ha messo in contatto con la rete.

Da lì, la catena di reclutamento ha coinvolto diversi intermediari, tutti nascosti dietro pseudonimi presi in prestito dal mondo dei videogiochi: un “coordinatore logistico” gli ha inviato mappe e video per recuperare armi e denaro nascosti nel bosco vicino a Huddersfield, guidandolo passo dopo passo tramite l'app di messaggistica criptata Signal, esattamente come si guiderebbe un personaggio in un videogame. Natland è stato fermato la mattina dopo essersi sistemato in hotel, senza ancora sapere chi avrebbe dovuto colpire.

Secondo Salihu, la logica economica del sistema è brutale: i ragazzi vengono quasi sempre catturati prima di poter incassare il compenso promesso, e questo alla rete non importa affatto, perché una volta arrestati non possono più reclamare nulla. È, ha spiegato, una scelta deliberata puntare su reclutati sempre più giovani, proprio perché meno consapevoli delle conseguenze e più disposti a correre rischi.

Numeri e risultati delle indagini

Nei quindici mesi di attività della task force europea sono stati effettuati oltre 280 arresti, tra cui quello di Ali Shehad Ahmed, ritenuto essere il misterioso “Agente 47” che ha guidato Natland, catturato in Iraq e ora oggetto di una richiesta di estradizione da parte della Svezia. Ad aprile 2025 Foxtrot e il suo leader sono stati colpiti da sanzioni del governo britannico. Il vicecomandante della polizia svedese Stefan Hector ha sottolineato l'obiettivo di ampliare la cooperazione internazionale per far capire alla criminalità organizzata che non esistono più rifugi sicuri.

Nonostante questi risultati, la minaccia resta viva: reti rivali come Dalen Network hanno già copiato il modello VaaS, e il fenomeno continua a espandersi dalla Scandinavia verso il resto del continente.

Perché funziona: la psicologia dietro il reclutamento

Il punto più inquietante, secondo gli studi citati da Europol e da diversi centri di ricerca, non è solo economico ma psicologico. I gruppi criminali intercettano bisogni tipici dell'adolescenza; appartenenza, status, riconoscimento, identità e li trasformano in una missione da videogioco: livelli da superare, mappe da seguire, ricompense da ottenere. La distanza digitale fa il resto: chi comanda non si mostra mai, e il ragazzo percepisce il compito come un incarico tecnico più che come la partecipazione a un omicidio reale.

I profili più esposti condividono spesso più fattori di rischio insieme: famiglie fragili, scarsa supervisione, difficoltà scolastiche, bassa autostima, amicizie già coinvolte in piccoli reati e un uso intenso di social e piattaforme di gaming. Il reclutamento avviene quasi sempre online, spesso a partire da ambienti apparentemente innocui come server di gioco, chat vocali, gruppi Discord prima di spostarsi su canali cifrati come Telegram o Signal, dove vengono assegnati i primi “incarichi” minori e, in alcuni casi, si arriva fino alla violenza grave.

Cosa ci dice questa storia, e cosa fare ora

La vicenda di Foxtrot racconta qualcosa che va oltre la cronaca nera: mostra come il crimine organizzato abbia imparato a parlare il linguaggio dei ragazzi, usando le stesse logiche di missione, livello e ricompensa che troviamo nei videogiochi per trasformare adolescenti fragili in strumenti di morte, spesso senza che nemmeno arrivino a incassare il compenso promesso. Riconoscere i segnali come l'isolamento improvviso, oggetti di valore inspiegabili, ossessione per chat criptate, fascinazione per contenuti violenti può fare la differenza tra un intervento in tempo e una tragedia.

E tu cosa ne pensi? Conoscevi il fenomeno della “violenza a pagamento” e del reclutamento online di minori? Lascia un commento con la tua opinione, condividi questo articolo per aiutare a diffondere consapevolezza su un fenomeno che riguarda già diversi paesi europei, e se vuoi approfondire ulteriormente ti invitiamo a leggere il report originale della BBC e le analisi di Europol sul tema.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Eliasìb, sommo sacerdote, con i suoi fratelli sacerdoti si misero a costruire la porta delle Pecore. La consacrarono e vi misero i battenti; la consacrarono fino alla torre dei Cento e fino alla torre di Cananèl. 2Accanto a lui costruirono gli uomini di Gerico e accanto a lui costruì Zaccur, figlio di Imrì. 3I figli di Senaà costruirono la porta dei Pesci, la munirono di travi e vi posero i battenti, le serrature e le sbarre. 4Accanto a loro lavorò al restauro Meremòt, figlio di Uria, figlio di Akkos; accanto a loro lavorò al restauro Mesullàm, figlio di Berechia, figlio di Mesezabèl; accanto a loro lavorò al restauro Sadoc, figlio di Baanà. 5Accanto a loro lavorarono al restauro quelli di Tekòa, ma i loro notabili non piegarono il collo a lavorare all'opera del loro Signore. 6Ioiadà, figlio di Pasèach, e Mesullàm, figlio di Besodia, restaurarono la porta Vecchia, la munirono di travi e vi posero i battenti, le serrature e le sbarre. 7Accanto a loro lavorarono al restauro Melatia di Gàbaon, Iadon di Meronòt e gli uomini di Gàbaon e di Mispa, alle dipendenze della sede del governatore dell'Oltrefiume. 8Accanto a loro lavorò al restauro Uzzièl, figlio di Caraià, uno degli orefici, e accanto a lui lavorò al restauro Anania, uno dei profumieri. Essi ricostruirono Gerusalemme fino al muro largo. 9Accanto a loro lavorò al restauro Refaià, figlio di Cur, capo della metà del distretto di Gerusalemme. 10Accanto a loro lavorò al restauro, di fronte alla sua casa, Iedaià, figlio di Carumàf, e accanto a lui lavorò al restauro Cattus, figlio di Casabnia. 11Malchia, figlio di Carim, e Cassub, figlio di Pacat-Moab, restaurarono la parte seguente e la torre dei Forni. 12Accanto a loro lavorò al restauro, insieme con le figlie, Sallum, figlio di Allochès, capo della metà del distretto di Gerusalemme. 13Canun e gli abitanti di Zanòach restaurarono la porta della Valle; la costruirono, vi posero i battenti, le serrature e le sbarre. Fecero inoltre mille cubiti di muro fino alla porta del Letame. 14Malchia, figlio di Recab, capo del distretto di Bet-Cherem, restaurò la porta del Letame; la costruì, vi pose i battenti, le serrature e le sbarre. 15Sallum, figlio di Col-Cozè, preposto del distretto di Mispa, restaurò la porta della Fonte; la ricostruì, la munì di tetto, vi pose i battenti, le serrature e le sbarre. Fece inoltre il muro della piscina di Sìloe, presso il giardino del re, fino alla scalinata per cui si scende dalla Città di Davide. 16Dopo di lui Neemia, figlio di Azbuk, preposto della metà del distretto di Bet-Sur, lavorò al restauro fin davanti alle tombe di Davide, fino alla piscina artificiale e fino alla casa dei prodi. 17Dopo di lui lavorarono al restauro i leviti, con Recum, figlio di Banì, e accanto a lui lavorò al restauro, per il suo distretto, Casabia, preposto della metà del distretto di Keila. 18Dopo di lui lavorarono al restauro i loro fratelli, Binnùi, figlio di Chenadàd, preposto dell'altra metà del distretto di Keila. 19Accanto a lui Ezer, figlio di Giosuè, preposto di Mispa, restaurò un'altra parte, di fronte alla salita dell'arsenale, sul Cantone. 20Dopo di lui Baruc, figlio di Zabbài, restaurò con impegno un'altra parte, dal Cantone fino alla porta della casa di Eliasìb, sommo sacerdote. 21Dopo di lui Meremòt, figlio di Uria, figlio di Akkos, restaurò un'altra parte, dalla porta della casa di Eliasìb fino all'estremità della casa di Eliasìb. 22Dopo di lui lavorarono al restauro i sacerdoti che abitavano la periferia. 23Dopo di loro Beniamino e Cassub lavorarono al restauro di fronte alla loro casa. Dopo di loro Azaria, figlio di Maasia, figlio di Anania, lavorò al restauro presso la sua casa. 24Dopo di lui Binnùi, figlio di Chenadàd, restaurò un'altra parte delle mura, dalla casa di Azaria fino al Cantone e fino all'angolo. 25Palal, figlio di Uzài, lavorò al restauro di fronte al Cantone e alla torre sporgente dalla parte superiore della reggia, che dà sul cortile della prigione. Dopo di lui Pedaià, figlio di Paros, 26e gli oblati che abitavano sull'Ofel lavorarono al restauro fin davanti alla porta delle Acque, verso oriente, e alla torre sporgente. 27Dopo di loro quelli di Tekòa restaurarono un'altra parte, di fronte alla grande torre sporgente e fino al muro dell'Ofel. 28I sacerdoti lavorarono al restauro sopra la porta dei Cavalli, ciascuno di fronte alla propria casa. 29Dopo di loro lavorò al restauro Sadoc, figlio di Immer, di fronte alla sua casa, e dopo di lui Semaià, figlio di Secania, custode della porta Orientale. 30Dopo di lui Anania, figlio di Selemia, e Canun, sesto figlio di Salaf, restaurarono un'altra parte. Dopo di loro Mesullàm, figlio di Berechia, lavorò al restauro di fronte alla propria stanza. 31Dopo di lui Malchia, uno degli orefici, lavorò al restauro fino alla casa degli oblati e dei mercanti, di fronte alla porta della Rassegna e fino al vano superiore dell'angolo. 32Gli orefici e i mercanti lavorarono al restauro fra il vano superiore dell'angolo e la porta delle Pecore.

Ostacoli da parte dei nemici 33Sanballàt, quando sentì che noi riedificavamo le mura, si adirò, si indignò molto, si fece beffe dei Giudei 34e disse in presenza dei suoi fratelli e dei soldati di Samaria: “Che vogliono fare questi miserabili Giudei? Dobbiamo lasciarli fare? Offriranno sacrifici? Finiranno in un sol giorno? Vogliono far rivivere da mucchi di polvere delle pietre già consumate dal fuoco?”. 35Tobia l'Ammonita, che gli stava accanto, disse: “Edifichino pure! Se una volpe vi salta sopra, farà crollare il loro muro di pietra!”. 36Ascolta, o nostro Dio, come siamo disprezzati! Fa' ricadere sul loro capo l'insulto e abbandonali al saccheggio in un paese di schiavitù! 37Non coprire la loro colpa e non sia cancellato dalla tua vista il loro peccato, perché hanno offeso i costruttori. 38Noi dunque ricostruimmo le mura, che furono ben consolidate fino a metà altezza, e al popolo stava a cuore il lavoro.

__________________________ Note

3,1 la porta delle Pecore: in questo capitolo si trova la più completa descrizione topografica della Gerusalemme dell’AT, ma l’identificazione di molti nomi è ipotetica.

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Approfondimenti

Sull'onda dell'entusiasmo suscitato dalle parole di Neemia, si diede subito inizio ai lavori. Il circuito delle mura fu diviso in 42 lotti, ognuno dei quali fu affidato un gruppo di costruttori, che poteva essere costituito da una classe omogenea (cfr. i sacerdoti, i leviti e gli oblati dei vv. 1.17.22.26.28), dagli abitanti di un medesimo luogo, da un clan, da una corporazione (gli orefici, i profumieri e i mercanti dei vv. 8.32); tra i gruppi familiari, risalta quello di Sallum, che ebbe accanto a sé nel cantiere le sue figlie (v. 12). Alcuni si riservarono la ricostruzione della sezione di mura prospiciente la loro casa (vv. 10,23,28-30). Qualcuno, come Baruch figlio di Zaccai, si segnalò per l'ardore straordinario che mise nel lavoro (v. 20), tutti comunque – capi, personale cultuale, semplici cittadini – appaiono profondamente partecipi e impegnati nell'opera esaltante di restituire alla vita e alla libertà la loro città, che era anche la madre della nazione. Qualche località invero, come Betlem, non è menzionata tra i ricostruttori, forse perché sotto influenza samaritana; quanto agli abitanti di Tekoa, solo i poveri parteciparono all'opera di ricostruzione, addossandosi la riparazione di una doppia sezione di mura, mentre gli aristocratici rifiutarono di piegare il collo al lavoro (v. 5).

33-38. La notizia che i Giudei si erano messi sul serio al lavoro e che le mura cominciavano a riprendere rapidamente forma bruciò a Sanballat, che si recò a Gerusalemme circondato di amici e di un buon nerbo di armati di Samaria. Celando l'ira che lo agitava, preferì per questa volta dare un tacito avvertimento di quello che sarebbe potuto accadere se si fosse perseverato nel ricostruire le fortificazioni. Intanto abbondò negli insulti, ironizzando sui tempi brevi impostisi dai Giudei per completare i lavori e chiedendo se davvero essi, imbelli com'erano, pensassero di far risorgere una città sepolta sotto mucchi di cenere e arrivare a offrire sacrifici per celebrare il completamento dell'opera. La celerità con cui le mura crescevano era il segno della loro debolezza e quindi dell'inutilità degli sforzi. Sarebbe bastato che una volpe vi saltasse sopra, ironizzò Tobia l'Ammonita, perché esse si sgretolassero. A questi insulti Neemia non reagì, ma rivolse al Signore l'antica invocazione (Ger 18,23; Sal 69,25-28; 109,15-18) di prender nota degli scherni di cui erano fatti oggetto e di far ricadere sul capo degli oltraggiatori i tracotanti sarcasmi con cui avevano umiliato la sua gente. La quale uscì dalla prova più compatta e decisa che mai e continuò con passione il lavoro, portando in breve il muro a metà altezza.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[rotazioni]

nei filmati alessandrini passabile è [una luce-chiave] oblò a membrana i prodotti [più amati a pezzi sali di nicotina l'[offera scade esplora i margini dei buchi neri l'ente] preposto li ha contati per difetto per Rolling] [Stone

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Grezzo, vivace, arcaico, l’Ep autoprodotto del 2016 “Fish Eyes” metteva già in luce un talento naturale e liricamente ricco. Ora che il primo album di Haley Heynderickx è una realtà, tutto quello che era in embrione è finalmente divenuto un corpo libero, autonomo, pronto a radicarsi nella storia del cantautorato moderno con la stessa virulenza di Vashti Bunyan e l’incorruttibile austerità spirituale di Mary Margaret O’Hara, anche se le menti più giovani evocheranno, a ragione, le gesta di Angel Olsen... https://artesuono.blogspot.com/2018/03/haley-heynderickx-i-need-to-start.html


Ascolta il disco: https://album.link/i/1332042313


 
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from differxdiario

se una cosa Giuliano Mesa ha schivato esplicitamente e assai accuratamente, sempre e comunque, è stata il sottobosco. me lo diceva piuttosto spesso: il sottobosco di ogni città, il pacchiano in poesia, va evitato come la peste. oggi credo sia più difficile, quasi impossibile. attualmente sembra che “poesia” proprio coincida con “sottobosco”. (a volte viene ascensorizzato da un editore, da un festival, da un premio letterario, e – dove arriva – coinvolge nella palta tanta parte dei già facilmente stracorrotti critici letterari italofoni).

(ancora sul fatto che “non c'è riparo” / https://noblogo.org/differx/non-ce-riparo)

 
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from Comunità Sovrana


Dove sono Facebook, Instagram e WhatsApp?

I social mainstream non sono particolarmente in linea con i principi alla base di una comunità di questo tipo. Mostrare il progetto al maggior numero possibile di persone, cercare like e approvazione o attirare persone che non ne condividono la visione non è funzionale.

Non si tratta di nascondersi, ma di scegliere con attenzione dove e con chi costruire.

L'obiettivo è trovare persone compatibili, che condividano una visione simile, che preferiscano costruire piuttosto che lamentarsi e che desiderino trasformare le idee in qualcosa di reale fuori dalla comfort zone!


Come potersi fidare di persone trovate su internet?

La fiducia sarà necessariamente uno dei pilastri della comunità, e non nasce da una foto profilo o da un nickname, ma dal tempo, dalle conversazioni, dalla collaborazione e dalla coerenza tra ciò che una persona dice e ciò che fa.

Se si formerà un gruppo, ci sarà un momento in cui sarà necessario incontrarsi fisicamente, guardarsi negli occhi, presentarci, raccontarci il nostro background, vedere si ci piacciamo e se siamo affini; gli esseri umani non sono algoritmi e l'istinto ci dirà cosa fare

E se poi un giorno il progetto diventerà realmente un luogo fisico, nascerà proprio da queste persone: persone che avranno scelto di conoscersi, fidarsi e costruire insieme.


Domande aperte

  • Dove potrebbe avere senso realizzarla?
  • Come si prendono decisioni collettive?
  • Quale struttura giuridica potrebbe essere adatta?
  • Come si conciliano proprietà individuale e beni comuni?



 
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from osteopatia

The seed of mystery Lies in muddy water. How can we fathom this muddiness? Water becomes clear through stillness. How can we become still? By moving with the stream. Tim Leary

Clear Water

 
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from lucazanini

[101]

i commi i vuoti] d'arie tutti aramengO un prima un dopo lì -dopo i] pasti dei postiglioni febbrili sfitti nei lanci] del mattone nell'adiacenza della provincia già fatta [iberica o] meno di un miglio all'ecuadore il tagliandino se] minimizzano in sacca un battuto] di cavolfiori

 
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from Revolution By Night

Perchè CGIL non si volta di schiena durante il discorso di un fascista dichiarato, orgoglioso di essere fascista? Io lo avrei apprezzato, avrei rivalutato un pochino l'unico sindacato non a libro paga della Confindustria.

Avrei voluto che i rappresentanti della CGIL si fossero uniti ai colleghi belgi nel manifestare il loro disprezzo per il fascista La Russa e per dimostrare che il movimento dei lavoratori di tutta Europa condivide gli stessi irrinunciabili principi, li difende e li rivedica in ogni occasione che si presenta. E invece no.

In Belgio, come i Germania, in Francia o in Spagna, il fascismo è considerato un crimine. Dichiararti fascista ti rende automaticamente un potenziale nemico dello Stato, come un islamico radicalizzato, e di solito ti mette sotto osservazione dei Servizi Segreti Interni.

Il sindacato Belga ha prontamente rivendicato con orgoglio l'atto di protesta civile, civilissima e civica. Ha ribadito che non ci può essere nessuno spazio, nessun dialogo o compromesso, in un Paese che si dichiari democratico, per le idee e le persone fasciste, anche se ricoprono alte cariche istituzionali. I sindacalisti hanno fatto centro.

Prontamente i fascisti nostrani si sono un tantino risentiti. Escono spudoratamente dalle fogne, sbraitano e urlano schiumanti di rabbia condannando un'azione così semplice, civile, democratica e dovuta. Un gesto che avrebbe dovuto spingere spontaneamente in piazza centinaia di migliaia di Italiani a manifestare condivisione e sostegno a quei sindacalisti e a ricordare che la stragrande maggioranza di noi è genuinamente e ostinatamente antifascista e che i fascisti li trattiamo nell'unico modo che meritano.

Il problema serio ce l'hanno quelli che hanno messo un fascista dichiarato ad occupare la seconda carica dello Stato. I fascisti sono un pericolo pubblico e dovrebbero tutti marcire i galera, senza pietà o eccezioni.

In Italia i fascisti occupano la più alte cariche dello Stato, i vertici dell'esercito e della polizia. Il risultato di ciò è uno Stato parallelo, strisciante e operativo costituito dalla Massoneria eversiva, dai Servizi deviati e dai gruppi paramilitari che, di concerto con le mafie, ha sempre agito in segreto per minare le ultime fondamenta che restano della nostra fragile democrazia.

Ma ora non devono più nascondersi. Hanno preso il controllo delle istituzioni, possono farlo sotto gli occhi inebetiti dei sudditi italiani, che non meritano nemmeno di essere chiamati cittadini. I veri cittadini fanno quello che hanno fatto quei cittadini belgi di fronte alla merda fascista La Russa.

Now playing: Non ho mai perso un concerto di Guccini a Torino nei primi 30 anni della mia vita. Ho formato le mie idee, la mia cultura, i miei valori e la mia umanità sui suoi dischi. Ti voglio tanto bene Francesco. “Stagioni” Stagioni – Francesco Guccini – 2000

 
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from Diario

Sono lì in spiaggia con Elettra, non dico dove. Mettiamo i nostri asciugamani, il nostro ombrellone entry level, ci sdraiamo come gatti al sole, io leggo la Morante, lei legge Roth, affrontiamo con tutto il coraggio del caso un pomeriggio sulla costa ligure, il vento porta brandelli di calore, la sabbia e i sassi hanno temperature incandescenti, arrivano alla fine i frammenti dei discorsi delle persone messe vicino a noi.

Una signora sta commentando una notizia di cronaca, un ragazzo rimasto ucciso sotto ad un treno, in una località balneare lì vicino. “Oh magari si è suicidato” dice. Ci sono tante persone che hanno problemi e che non sono curate, dice. Fa una pausa. “Io poi non sono razzista” dice e io lì, prima che prosegua, mi chiedo cosa c'entri, mi viene da pensare che la persona finita sotto al treno fosse un migrante e invece lei continua e dice che lei non è razzista, ma se le risorse per curare le persone le danno invece a questi qua che arrivano, tolgono i soldi agli italiani per darli agli stranieri, ti fanno diventare razzista eh. Attorno mormorii di approvazione.

Dentro di me penso ai problemi cognitivi che una persona deve avere per partire da un incidente ferroviario e arrivare agli stranieri che ci tolgono le risorse, cioè, alla quantità di disagio mentale e tossicità che uno deve avere e apro anche gli occhi, mi giro, guardo e vedo due signore che potrebbero essere mia madre, due genovesi standard che mescolerebbero il loro non essere razziste, con la gente comune come virus tra la gente civile. Dentro la mia testa parte un dialogo – che nel mondo reale non avviene – in cui mi alzo e spiego alla signora che lei non è razzista, è proprio una testa di cazzo, che è diverso.

Diverse mie conoscenze ultimamente mostrano senza vergogna di essere conservatori, razzisti, condividono materiali di estrema destra, fake news, hanno una visione della vita, dela scuola, della società oscurantista e – francamente – pericolosa. Ma – se contestati dagli amici di un tempo – si meravigliano, negano di essere di destra, dicono di non essere fascisti. Sono per il libero pensiero, dicono. Ecco. Penso: non sono quelli che andavano a dare fuoco all'Avanti o che entravano nelle case con l'olio di ricino, certo. Sono gli altri, la maggioranza silenziosa che lasciava fare e che – tutto sommato – gli stava bene e che avrebbe messo il like.

Vado a fare il bagno e quando torno un gruppo di ragazzi, non ragazzini, si è messo accanto a me, ma non accanto, proprio a un centimetro dal mio asciugamano con dei lettini di metallo. Guardo il ragazzo che si è sdraiato proprio lì, con tutta la spiaggia libera che c'è. Voleva – immagino – stare più vicino all'acqua. È un ragazzo asciutto, con le cuffiette auricolari finto Apple che tiene gli occhi chiusi, tutta la testa coperta da perline di sudore. Sguardo incazzato.

Elettra mi guarda. Dietro di noi tre ragazzine parlano, più giovani, qualche anno più di terzogenita. Ogni frase non può partire se non c'è uno dei tre termini che seguono: “cazzo” “coglione” “vaffanculo”. Dentro di me ridacchio. Le frasi sembrano generate con un algoritmo random. “Oh cazzo ma dove sono quei cogliioni?” “Che cazzo ne so, vaffanculo” “Eccoli là, cazzo, guarda quei coglioni” “Cazzo ma stanno là o vengono da noi, coglioni” “Che cazzo ne so, io me ne vado, vaffanculo”.

Più in là due signori si mettono a parlare dei problemi di viabilità di Genova, “basta” dice Elettra. “Andiamocene. Non mi sembra di essere in vacanza. Mi sembra di stare nella sala di aspetto del dottore”. Rido, amaro, prendiamo tutto e ce ne andiamo.

“Il vantaggio di andare in vacanza all'estero – dico ad Elettra – è che non capisci quello che la gente dice e automaticamente gli attribuisci un'intelligenza e una sensibilità che – in realtà – probabilmente non hanno”. Lei annuisce, ride.

La verità è che abbiamo un fardello troppo pesante sulle spalle. Invecchiare è una merda.

Per distrarci – in auto – Elettra mi parla di questa idea di remigrare tutti gli israeliani in occidente, liberare la Palestina, fare tornare gli ebrei in Europa e costringere le nazioni europee a ripagare l'orrore che per secoli gli hanno fatto soffrire costruendo per loro nuove città.

Così, la fiction.

 
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from Diario

Per fortuna di tutti non ho mai conosciuto Guccini, mai visto se non su di un palco. Non ci ho mai parlato e non ho mai sentito l'esigenza di farmi fotografare con lui. E viceversa. Ieri leggendo i messaggi di cordoglio, quelli di disprezzo, quelli di disprezzo del cordoglio, quelli di disprezzo del disprezzo e quelli di disprezzo di qualunque cosa potesse essere scritta su Guccini nel giorno della sua morte, aka, “guardatemi come sono originale”, ecco, ho pensato a quanto un cantautore possa entrare nella vita delle persone, abitarla per un po' di tempo, farsi amare e disprezzare e poi uscire e svanire nel tempo che passa.

La prima volta che ho ascoltato Guccini ero alle superiori in gita verso la Spagna. La professoressa di Filosofia, una toscana dal carattere piuttosto particolare, ci aveva in classe più volte parlato di come lei fosse amica di Guccini e di come lui – quando si incontravano – suonasse per lei Contessa. Il fatto che Contessa non sia di Guccini rende questo mio ricordo poco affidabile. Probabilmente era Pietrangeli. Ma comunque, nel viaggio lunghissimo da Genova a Madrid la docente di Filosofia mise nell'impianto stereo del pullman questa audiocassetta di non so quale album di Guccini, lunghissimo, che fummo costretti ad ascoltare allo sfinimento.

Il secondo ricordo è legato al mondo scout: molte delle canzoni di Guccini non le ho sentite cantare da Guccini. Una cosa ammirevole del mondo scout sono questi hamburgher-canzonieri, pieni di testi e accordi per chitarra delle più disparate fonti, dove canti cristiani convivono con canti anarchici, politici, d'amore e altro. Dalla immancabile Teorema, fino al Dio è morto appunto gucciniano. E io stesso, dovendo scegliere un canzoniere su cui impratichirmi, avevo comprato un piccolo canzoniere di pezzi di Guccini. Costava più o meno quanto la bresaola.

Mi mettevo in camera, con la chitarra e provavo quelle più facili. Ricordo i tentativi di arrivare alla fine di Eskimo, che era abbastanza abbordabile, infinita ma divertente, di cui probabilmente sbagliavo del tutto il ritmo, ma che riuscivo a fare almeno fino al punto dell'LSD con somma soddisfazione.

Un mio amico d'infanza, Claudio, era stato per un periodo appassionato di cantautorato italiano e aveva deciso che io dovevo conoscere questa musica. Da Milano mi inviava (o mi dava quando riuscivamo a vederci) delle cassette manufatte con i materiali che lui riteneva più importanti: De André, De Gregori, Fossati soprattutto, Finardi, Vecchioni e Guccini appunto. Credo che tutti gli album me li avesse passati lui in questo modo carbonaro. Di tutti gli album, non so perché, quello che ho ascoltato di più e che ricordo meglio è Amerigo, che non è neppure uno dei più popolari. Cringissimo pensarci oggi, ma mi chiudevo in camera, facevo partire Libera Nos Domine e la intepretavo in playback, fingendo di essere io lì a cantarla davanti a chissà chi.

Tutto questo periodo liceo, più o meno. Una volta è venuto a Genova, alla Festa dell'Unità, che all'epoca era ancora enorme e sotto le bandiere del sol dell'avvenire del PCI. Io non avevo i biglietti, ma qualcuno che era nell'organizzazione, di cui non farò il nome (Flavio) mi fece avere un pass come tecnico luci o qualcosa del genere, così entrai a sentire dal vivo Guccini. Ovviamente pioveva e ricordo questa cosa, per me piuttosto divertente, di Guccini che prima di interrompere il concerto ci disse, “vedete – io continuerei – perché gli organizzatori hanno messo la copertura sul palco. Ma il mixer è dall'altra parte, in mezzo a voi. E quello non è coperto. E coprire il palco e non il mixer è come coprirsi l'uccello e lasciare scoperto il buco del culo” (la citazione è a memoria, ma il concetto è quello). A suo onore devo dire che – rischiando di fulminare il mixer – fece comuqnue un ultimo lungo pezzo prima di andarsene.

Un'altra volta, anni e anni dopo, Claudio venne da Milano a Genova per dirmi che era morta una persona amica di molti del club Tenco. Ora non ricordo, forse un farmacista. Non sono sicuro. E diversi cantanti del club Tenco avrebbero tenuto in concerto nel suo paese natale, a Dolceacqua, un paesino dell'entroterra ligure. La faccio breve. Andammo io e lui, senza auto, un po' in treno, un po' a piedi, un po' in autostop da Genova a Dolceacqua, per scoprire che i biglietti erano stati tutti venduti. Il posto era piccolissimo, una piccola piazza/posteggio contornata da case. Allora, con una sfacciataggine che ora non avrei, forse, io e Claudio andammo di appartamento in appartamento chiedendo se qualcuno ci avesse potuto ospitare sul suo poggiolo per sentire lo stesso il concerto.

Così fu, sentimmo questo concerto stranissimo, vedendo salire sul palco Fossati, Paolo Conte e Guccini (anche altri, ma ricordo questi tre). Guccini fece una serie di canzoni che non erano ancora uscite, e che avrei sentito poi nel primo cd da me legalmente acquistato, Quello che non. Era quindi il 1989/1990. Fu un esperienza particolare, in casa di sconosciuti, sul loro poggiolo, sentire i pezzi del prossimo disco di Guccini.

Poi andai ancora una volta a sentirlo al Palasport, ma ricordo solo l'acustica terribile. Musicalmente penso che i suoi dischi, fino a Madame Bovary, siano davvero importanti, sia musicalmente che come scrittura. Di quelli successivi preferisco non parlare.

L'ultimo ricordo è legato a quanto tempo, negli ultimi decenni, io poi abbia speso serate a parlare con Marco e Francesco della musica dei nostri cantautori, a descriverne le parabole, a definire i momenti riusciti e le cadute, le cose brillanti e innovative e quelle retoriche e bolse. Di come – sostanzialmente – la mia generazione, quella più critica, abbia poi fatto i conti con quell'immaginario che questa musica voleva trasmetterci. E di come, leggendo ieri i commenti su Facebook, questo immaginario si sia gonfiato e sgonfiato, ci abbia mostrato isole che non c'erano e che pensavamo prima o poi di trovare e che oggi, di fronte a questo millennio in perpetuo cambiamento, sono proprio fuori mappa.

Chiudo: così ognuno di noi conserva dei frammenti sporchi, delle scorie di quello che la produzione culturale ci ha imbastito. Immagini, suoni si mescolano con il teatrino della nostra vita, delle tante forme che siamo stati: ragazzini, liceali, universitari, cococo, amanti, contestatori, affittuari. Escono fuori questi pezzi di metallo con un po' del corpo estraneo, un po' del nostro, un po' di quello che siamo stati ed è ancora lì, inerte, ad aspettare.

 
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