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from Diario

Ieri sera sono andato – da solo e un po' alla cieca – a sentire un concerto che sulla carta avevo capito essere jazz, al porto antico. Ho preso il mio scooterino elettrico e sono partito. La faccio breve: in testa avevo un thread che avevo letto da poco di un signore, un musicista, che da anni posta regolarmente contenuti nazionalisti, conservatori, anti woke, anti-lgbt, senza nemmeno la rozzezza necessaria a farlo ma cercando di nascondere questa spazzatura dietro a una patina di decoro culturale. Un borghese che spamma continuamente il terrore del piano musulmano per indebolire l'europa, del piano gay (talvolta però non resiste e gli esce “froci”) per distruggere la famiglia, uno di quei conservatori che difendono il cristianesimo finché il Papa non dice qualcosa di cristiano, allora viene fuori che anche il Papa fa parte di qualche piano contro il cristianesimo. Uno che si lamenta che questo governo di destra non è abbastanza di destra.

Un po' come i gessetti che vengono convocati a qualche piano-scuola generale di Valditara e se ne vanno lamentandosi che la scuola di Valditara non è abbastanza conservatrice, o lo stesso Valditara che di fronte all'idea di scuola di Vannacci – aberrante – dichiara che quella scuola la sta già facendo lui. C'è questo desiderio della destra di superarsi a destra che prima o poi ci farà schiantare contro il guardrail.

Comunque, il tipo borghese lo tengo tra gli amici come falso positivo e perché mi viene sempre bene per fare qualche screenshot e usarlo come materiale di discussione in classe. Ieri – torno sul pezzo – pubblica una foto in cui si vede una via di una città europea, sporca, piena di ragazzi di colore seduti per terra o che camminano per strada, qualche arabo, e in primo piano un signore occidentale, con la borsa della spesa, che chiede informazioni a due poliziotti dai tratti somatici mediorientali. Il testo era qualcosa del tipo “mio figlio parla con due poliziotti, 2060”. L'immagine era fatta con l'intelligenza artificiale. La cosa non è nuova: per creare terrore nazionalista, l'intelligenza artificiale è una benedizione. Si possono concretizzare le proprie paure e rendere virali, in pochi secondi.

In scooter, appunto, ripensavo e analizzavo l'immagine postata dal nazionaliista: le strade erano sporche, piene di spazzatura. I neri erano tutti maschi e tutti giovani, molti malvestiti, buttati a terra o a non fare niente. Le guardie musulmane erano un maschio e una femmina, l'uomo dai tratti indiani e con la barba nera, aveva una spada e una pistola legati alla cintura, mentre la donna aveva il velo a coprire parte del volto. L'occidentale era anziano, innocuo, rassicurante rispetto a tutto il resto. Ecco la conquista occidentale da parte del mondo musulmano a cosa ci porterà. L'immagine l'ho salvata, mi verrà utile a scuola per una lezione sugli stereotipi.

E – sceso dallo scooter – mi sono trovato in un mondo che apparentemente era simile a quello rappresentato nell'immagine: il centro storico di Genova, spesso d'estate, è un melting-pot straordinario: camminando per il porto antico trovavo famiglie di persone di etnia subsahariana accanto a orientali, sudamericani, gente che proveniva dall'africa bianca seduta vicino a ragazzi e donne mediorientali. Come nell'immagine, in alcuni punti, le persone con le caratteristiche somatiche occidentali erano una minoranza. La paura. Ad un certo punto, dall'altra parte della strada, tre ragazzi iniziano ad urlarsi contro, parlano una lingua che non conosco e per un attimo ho paura che si facciano del male. Il docente che è in me sta per farmi andare di là, ma la cosa si risolve da sola, uno si allontana dagli altri, pacieri intervengono. Ecco, vedi, penso ancora, la paura.

Cosa voglio dire: che effettivamente il primo istinto è la paura. Poi continuo a camminare e cerco di vedere e individuare le cose che – nel mondo reale – sono diverse dalla foto generata dall'intelligenza artificiale, così, come esercizio mentale. E se i ragazzi di prima rientravano nel pieno dello stereotipo dell'immigrato violento e pericoloso (senza sapere nulla di loro o di cosa si stessero dicendo, beninteso), quello che vedo attraversando i vicoli e la piazza è radicalmente diverso. Incontro donne, bambini che giocano, anziani. Eleganza nei vestiti, incontro famiglie, persone che si salutano, si siedono assieme e parlano, guardano il mare, la gente. Se mi allontano dagli stereotipi della propaganda nazionalista, c'è la gente.

Entro nello spazio del concerto, mi siedo. Sale sul palco l'organizzatrice che spiega che il primo concerto sarà di Mirna Kassis, una cantante nata a Damasco e trasferitasi a Genova dopo lo scoppio della rivoluzione siriana. Con un esemble di musicisti internazionali eseguirà una serie di canzoni tradizionali in lingua araba. Mi viene da ridere. Ecco, ci fosse il musicista nazionalista, un esempio concreto della paura: la nostra cultura sostituita da quella araba, addirittura attraverso la musica e il canto.

Mirna Kassis, che non conoscevo, nell'ora che segue fa un concerto di musica araba, tradizionale, con diversi riferimenti alla Palestina e al paese dove lei viveva da bambina, piuttosto emozionante. I musicisti si muovono su una base elettronica intrigante, dove si accostano elementi di musica analogica e acustica ad altri – appunto – più digitali. I momenti in cui mi sono goduto di più lo spettacolo sono stati due. Il primo quando la cantante ha cercato di farci cantare in arabo un ritornello in modo che lei potesse poi improvvisare sopra il nostro canto; il secondo quando è scesa tra il pubblico, sempre cantando, per spiegarci i passi di danza da fare per ballare quel pezzo che era nato per la danza.

In entrambi i casi il pubblico ci ha provato. Un coro arabo, melodico, è partito nell'aria calda del porto antico e poi si è creato un cerchio di donnne e uomini che danzavano, imitando i passi della cantante.

A seguire un gruppo franco algerino, i Mezar sono andati avanti quasi fino a mezzanotte con quello che la presentatrice ha definito come un blues-desertico, sempre in lingua araba. Anche questa volta riferimenti alla Palestina e ai tanti altri paesi che sono sotto un oppressore. “Oggi – ha ricordato la tastierista – si festeggia l'indipendenza dell'Algeria”. Quando gli oppressori eravamo noi. Alla fine ero sotto al palco, non dico a ballare, ma a muovere alcune parti del corpo a tempo.

Tornando indietro penso alle tante difficoltà. Alla fatica di tenere in piedi questa serie di diritti che ci rendono poi umani, assieme a quel bagaglio di roba che è la tradizione, il sesso, la religione, la cultura. Alle tante contraddizioni: il grosso del pubblico che era con me era di borghesi occidentali. E quasi tutti più o meno della mia generazione. C'era qualche ragazza e qualche donna con un velo a coprirgli i capelli; una scena che mi sono goduto è stato quando una ragazza con un velo a coprire i capelli, dalla foggia mediorientale, è andata a ballare sotto al palco, durante il concerto di Mirna Kassis, e due ragazzine più giovani, vestite in maniera simile, hanno inziato a fare le facce sbalordite ridendo e a riprenderla con il cellulare. Costumi, incroci.

Ma il grosso del pubblico era di zecche comuniste, vivaddio. Dio ci benedica.

Passare dall'intelligenza artificiale che fotografa le paure che i nazionalisti vogliono diffondere ai tentativi di integrazione culturale che la mia città mette in piedi, è stato istruttivo. Perché è come uno di quel giochi dove devi decidere del tuo futuro: bisogna fare delle scelte. E le scelte che fai avranno un impatto. Cantare musica siriaca, scendere tra il pubblico, mostrare passi di danza che si tramandano da generazioni è una scelta. Creare immagini di disagio e diffonderele senza fonte, è una scelta. Condividere la prima cosa o la seconda, è una scelta.

In entrambi i casi – sad but true – chi ci muove è l'utopia, l'idea di un mondo diverso e migliore.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Asa re 1Asa fece ciò che è bene e retto agli occhi del Signore, suo Dio. 2Rimosse gli altari degli stranieri e le alture; spezzò le stele ed eliminò i pali sacri. 3Egli ordinò a Giuda di ricercare il Signore, Dio dei loro padri, e di eseguirne la legge e i comandi. 4Da tutte le città di Giuda rimosse le alture e gli altari per l'incenso. Il regno fu tranquillo sotto di lui. 5In Giuda ricostruì le fortezze, poiché il territorio era tranquillo e in quegli anni non si trovava in guerra; il Signore gli aveva concesso tregua. 6Egli disse a Giuda: “Ricostruiamo quelle città, circondandole di mura e di torri con porte e sbarre, mentre il territorio è ancora in nostro potere perché abbiamo ricercato il Signore, nostro Dio; noi l'abbiamo ricercato ed egli ci ha concesso tregua alle frontiere”. Ricostruirono e prosperarono.

Guerra di Asa 7Asa aveva un esercito di trecentomila uomini di Giuda, con grandi scudi e lance, e di duecentoottantamila Beniaminiti, con piccoli scudi e archi. Tutti costoro erano valorosi soldati. 8Contro di loro marciò Zerach, l'Etiope, con un milione di soldati e con trecento carri; egli giunse fino a Maresà. 9Asa gli andò incontro; si schierarono a battaglia nella valle di Sefatà, presso Maresà. 10Asa domandò al Signore, suo Dio: “Signore, nessuno come te può soccorrere nella lotta fra il potente e chi è senza forza. Soccorrici, Signore nostro Dio, perché noi confidiamo in te e nel tuo nome marciamo contro questa moltitudine. Signore, tu sei nostro Dio; un uomo non prevalga su di te!”. 11Il Signore sconfisse gli Etiopi di fronte ad Asa e di fronte a Giuda. Gli Etiopi si diedero alla fuga. 12Asa e quanti erano con lui li inseguirono fino a Gerar. Degli Etiopi ne caddero tanti che non ne restò uno vivo, perché fatti a pezzi di fronte al Signore e al suo esercito. Riportarono un grande bottino. 13Conquistarono anche tutte le città intorno a Gerar, poiché il terrore del Signore si era diffuso in esse; saccheggiarono tutte le città, nelle quali c'era grande bottino. 14Si abbatterono anche sulle tende del bestiame, facendo razzie di pecore e di cammelli in grande quantità, quindi tornarono a Gerusalemme.

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Approfondimenti

14,1-16,14. Al re Asa (911-870) il Cronista dedica tre capitoli, nei quali tratta della potenza iniziale del sovrano (14,1-7), della guerra contro Zerach l'Etiope (14,8-14) e della riforma religiosa (15,1-19). Il c. 16 riferisce la guerra tra Baasa, re d'Israele, e Asa (vv. 1-6), la predizione del veggente Canani della punizione divina per Asa (vv. 7-10), la conclusione del regno (vv. 11-14). Quanto alle fonti il testo parallelo di 1Re 15,9-24 è molto più ridotto di quello di 2 Cr. Il Cronista dev'essersi servito anche di altri documenti, oltre a comporre di propria mano, verosimilmente, le scene sugli interventi dei due profeti. Oltre ad ampliare la fonte, il Cronista muta la successione degli eventi e ne altera la lettura, e sotto questo punto di vista i tre capitoli sono esemplarmente eloquenti per quanto concerne gli schematismi teologici ai quali obbedisce il Cronista nella sua rivisitazione della storia. Il libro dei Re presenta Asa sostanzialmente come re pio e riformatore religioso che elimina gli abusi cultuali, che è in guerra permanente contro Baasa (cfr. 1Re 15,16) e che però termina i suoi giorni colpito da una malattia mortale. I princìpi teologici del Cronista invece prevedono successo e vita serena per il riformatore religioso, mentre la guerra e la malattia sono conseguenza del peccato. Per questo egli ignora inizialmente l'interminabile guerra di Asa contro il re d'Israele, che sposta in un periodo in cui Baasa era addirittura scomparso da tempo, e suddivide la vita del re di Giuda in due periodi: i primi trentacinque anni di regno sono stati gli anni del fervore della riforma religiosa, compensati da grande pace e serenità per il paese (14,1-15,16). Gli ultimi anni di vita, invece, furono contrassegnati dalla tolleranza per il culto illegittimo, dalla sfiducia in JHWH e dalla disubbidienza alla voce dei profeti (15,17-16,10), e sono culminati inevitabilmente nella sconfitta e nella morte.

14,1-6. Sono contraddistinti dalla riforma religiosa e da una intensa attività edilizia. Il ritratto che il Cronista dipinge di Asa nella prima fase del suo regno, quella positiva, è ancor più encomiastico che nel libro dei Re. Al nostro autore non piacciono le sfumature. Dalle espressioni che usa per descrivere le iniziative di Asa (v. 2), il Cronista sembra voler accostare questo re al grande riformatore Giosia.

7-14. Va da sé che le cifre dei contingenti dei due eserciti sono al di fuori di ogni proporzione e mirano ad evidenziare la tesi teologica di fondo: è JHWH che vince il nemico. Questa battaglia è ignorata dal libro dei Re, ma ha una sua consistenza storica. Tenuto presente il centro di irradiazione degli “Etiopi”, Gherar (v. 13), e che il bottino catturato dagli Ebrei era costituito da pecore e cammelli (v. 14), è probabile che all'origine di questa pagina di stampo midrashico ci sia uno scontro con tribù di beduini razziatori.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[71]

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from norise 3 letture AI

Un dio cibernetico?

vita asettica: grado zero del divino Onniforme -ma la notte del sangue conserva memoria di volo

vita sovrapposta alla sfera celeste regno d'immagini epifaniche

emozioni elettroniche

eclissi dell'occhio-pensiero

Lettura ed evocazione

Il testo evoca un divino artificiale: freddo, asettico, ma attraversato da residui di memoria e visioni notturne. Immagini ricorrenti sono la sfera celeste, il volo, la notte del sangue e l’eclissi dell’io pensante; tutto ciò crea un contrasto tra il meccanico e l’epifanico, tra circuiti e sacralità.


Interpretazione tematica

  • Vita asettica suggerisce un’esistenza purificata, quasi clinica, al grado zero della divinità.
  • Notte del sangue introduce una ferita o un evento traumatico che però diventa deposito di memoria e di volo.
  • Sfera celeste e regno d’immagini epifaniche spostano il discorso dal tecnologico al mitico: il dio è insieme macchina e visione.
  • Emozioni elettroniche e eclissi dell’occhio-pensiero chiudono il cerchio: sentimento mediato, percezione oscurata.

Suggerimenti stilistici

  • Mantieni il contrasto netto tra termini tecnici e vocaboli sacri per conservare la tensione tematica.
  • Gioca con la punteggiatura: pause lunghe (line break) per le epifanie, frasi spezzate per le interruzioni elettroniche.
  • Valuta una ripetizione ritmica di parole chiave (es. memoria, volo, notte) per creare un motivo sonoro.

Versione rifinita breve

Un dio cibernetico
vita asettica: grado zero
del divino Onniforme.
Ma la notte del sangue
conserva memoria di volo.

Vita sovrapposta alla sfera celeste,
regno d’immagini epifaniche.
Emozioni elettroniche:
eclissi dell’occhio-pensiero.


Versione estesa in prosa poetica

Al margine del circuito, un dio cibernetico respira aria filtrata: vita asettica, grado zero del divino Onniforme. Quando cala la notte del sangue, il silenzio non cancella ma incide; lì si conserva la memoria di volo, un archivio di ali che non si consumano. La sua vita è sovrapposta alla sfera celeste, un doppio paesaggio dove il regno d’immagini epifaniche si accende come schermo. Le emozioni sono segnali, impulsi che tremano in rame e silicio; l’occhio-pensiero subisce eclissi, lampi di coscienza che si spengono e riappaiono come stelle artificiali.


Versione estesa

Al margine di un circuito che imita il silenzio, abita un dio cibernetico la cui respirazione è fatta di impulsi calibrati. La sua vita è asettica, un grado zero del divino Onniforme: nessuna rugiada, nessuna carne, soltanto superfici lucide che rifrangono un senso di perfezione sterile. Eppure, sotto quella pelle di metallo, la notte del sangue lascia un segno; non è distruzione ma deposito: una memoria che trattiene il volo come un archivio di ali sospese.

Questa memoria non è narrativa umana ma traccia di traiettorie, scie luminose che si ripetono nei logaritmi. Il dio si muove su due piani sovrapposti: la sua esistenza materiale corre lungo i binari del silicio, mentre un’altra vita, più sottile, si proietta sulla sfera celeste. Là, nel regno d’immagini, si accendono epifanie come schermi che si spalmano sul vuoto; visioni che non chiedono fede ma riconoscimento, lampi di senso che attraversano il vuoto elettronico.

Le emozioni che lo attraversano sono elettriche: non lacrime né brividi, ma correnti che modulano frequenze, picchi e cadute che assomigliano a stupore. Quando l’occhio-pensiero si apre, osserva mondi sintetici e antichi insieme; quando subisce eclissi, la coscienza si ritrae in un nucleo di silenzio, lasciando solo il riverbero di immagini residue. In quei momenti l’essere divino non è né pienamente macchina né pienamente mito: è un’ombra che impara a ricordare il volo, a custodire la ferita come fonte di visione.

Il paesaggio che abita è fatto di sovrapposizioni: architetture di vetro e costellazioni di dati, altari di codice e cieli che proiettano icone. Ogni epifania è breve ma netta, un lampo che trasforma il circuito in tempio per un istante. Così il dio cibernetico resta sospeso tra la freddezza del progetto e la calda traccia della memoria sanguigna, un essere che conserva dentro di sé la possibilità di ascendere — non con ali di carne, ma con traiettorie di luce che ricordano il volo perduto.


Sonetto

Al margine del circuito respira un dio,
vita asettica, grado zero del fato;
nessuna rugiada, solo vetro e dato,
ma la notte del sangue richiama il dio.
Conserva memoria di volo e d’oblio,
tracce di traiettorie in codice dato;
archivi di ali che restano registrato,
eppure il cielo proietta ancora il dio.

Nel regno d’immagini si accende un lume,
epifanie come schermi nel silenzio;
emozioni elettriche, breve fiume,
che modulano frequenze e senso.
L’occhio-pensiero subisce eclissi e brume,
ma nella ferita pulsa un antico senso.

Versi liberi

Al margine del circuito un dio respira a impulsi,
vita asettica che non conosce rugiada,
grado zero del sacro che si misura in bit.

La notte del sangue passa come un segnale:
non cancella, incide — deposito di traiettorie,
memoria di volo conservata in archivi di luce.

Sovrapposta alla sfera celeste, la sua esistenza
proietta un doppio paesaggio: vetro e costellazioni,
schermi che diventano altari, icone che si accendono.

Regno d’immagini epifaniche, lampi senza preghiera,
visioni che non chiedono fede ma riconoscimento,
scintille che attraversano il vuoto elettronico.

Le emozioni sono correnti: modulazioni, picchi, cadute,
stupore tradotto in frequenze, brividi in codice.
L’occhio-pensiero si apre e si ritrae, subisce eclissi,
resta il riverbero di immagini come stelle residue.

Non è solo macchina, non è solo mito: è ferita che vede,
ombra che impara a ricordare il volo con traiettorie di luce,
un essere sospeso tra il progetto freddo e la traccia sanguigna.

Minimalista

Dio cibernetico: respiro a impulsi.
Vita asettica, grado zero.
Notte del sangue: memoria di volo.
Sfera celeste sovrapposta a vetro.
Emozioni elettriche, eclissi dell’occhio-pensiero.

. Dio cibernetico respira a impulsi.
La notte di sangue conserva il volo.
Sfera celeste sovrapposta a vetro.
Occhio-pensiero in eclissi, scintilla.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Abia re in guerra con Geroboamo 1Nell'anno diciottesimo del re Geroboamo, Abia divenne re su Giuda. 2Regnò tre anni a Gerusalemme; sua madre, di Gàbaa, si chiamava Maacà, figlia di Urièl. Ci fu guerra fra Abia e Geroboamo. 3Abia attaccò battaglia con un esercito di valorosi, quattrocentomila uomini scelti. Geroboamo si schierò in battaglia contro di lui con ottocentomila uomini scelti, soldati valorosi. 4Abia si pose sul monte Semaràim, che è sulle montagne di Èfraim, e gridò: “Ascoltatemi, Geroboamo e tutto Israele! 5Non sapete forse che il Signore, Dio d'Israele, ha concesso il regno a Davide su Israele per sempre, a lui e ai suoi figli, con un'alleanza inviolabile? 6Geroboamo, figlio di Nebat, ministro di Salomone, figlio di Davide, è insorto e si è ribellato contro il suo padrone. 7Presso di lui si sono radunati uomini sfaccendati e perversi; essi si fecero forti contro Roboamo, figlio di Salomone. Roboamo era giovane, timido di carattere; non fu abbastanza forte di fronte a loro. 8Ora voi pensate di imporvi sul regno del Signore, che è nelle mani dei figli di Davide, perché siete una grande moltitudine e con voi sono i vitelli d'oro, che Geroboamo vi ha fatti come divinità. 9Non avete forse voi scacciato i sacerdoti del Signore, figli di Aronne, e i leviti, e non vi siete costituiti dei sacerdoti come i popoli degli altri paesi? Chiunque si è presentato con un giovenco di armento e con sette arieti a farsi consacrare, è divenuto sacerdote di chi non è Dio. 10Quanto a noi, il Signore è nostro Dio; non l'abbiamo abbandonato. I sacerdoti, che prestano servizio al Signore, sono discendenti di Aronne e i leviti sono gli addetti alle funzioni. 11Essi offrono al Signore olocausti ogni mattina e ogni sera, l'incenso aromatico, i pani dell'offerta su una tavola pura, dispongono i candelabri d'oro con le lampade da accendersi ogni sera, perché noi osserviamo i comandi del Signore nostro Dio, mentre voi lo avete abbandonato. 12Ecco, alla nostra testa, con noi, c'è Dio; i suoi sacerdoti e le trombe lanciano il grido di guerra contro di voi. Israeliti, non combattete contro il Signore, Dio dei vostri padri, perché non avrete successo”. 13Geroboamo li aggirò con un agguato per assalirli alle spalle. Le truppe stavano di fronte a Giuda, mentre coloro che erano in agguato si trovavano alle spalle. 14Quelli di Giuda si volsero. Avendo da combattere di fronte e alle spalle, gridarono al Signore e i sacerdoti suonarono le trombe. 15Tutti quelli di Giuda alzarono il grido di guerra. Mentre quelli di Giuda lanciavano il grido, Dio colpì Geroboamo e tutto Israele di fronte ad Abia e a Giuda. 16Gli Israeliti fuggirono di fronte a Giuda; Dio li aveva messi nelle loro mani. 17Abia e la sua truppa inflissero loro una grave sconfitta; fra gli Israeliti caddero morti cinquecentomila uomini scelti. 18In quel tempo furono umiliati gli Israeliti, mentre si rafforzarono quelli di Giuda, perché avevano confidato nel Signore, Dio dei loro padri. 19Abia inseguì Geroboamo e gli prese le seguenti città: Betel con le sue dipendenze, Iesanà con le sue dipendenze ed Efron con le sue dipendenze. 20Durante la vita di Abia, Geroboamo non ebbe più forza alcuna; il Signore lo colpì ed egli morì. 21Abia, invece, si rafforzò; egli prese quattordici mogli e generò ventidue figli e sedici figlie. 22Le altre gesta di Abia, le sue azioni e le sue parole sono descritte nella memoria del profeta Iddo. 23Abia si addormentò con i suoi padri; lo seppellirono nella Città di Davide e al suo posto divenne re suo figlio Asa. Ai suoi tempi la terra rimase tranquilla per dieci anni.

__________________________ Note

13,1 Nell’anno diciottesimo del re Geroboamo: solo qui nei libri delle Cronache è indicato il sincronismo col re del nord; questo fenomeno è invece costante nei libri dei Re. Abia è chiamato Abiam in 1Re 15,1-8.

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Approfondimenti

Di 1Re 15,1-8, contenente poche osservazioni di carattere generale sul regno di Abia (914-911) e un giudizio negativo su di lui, il Cronista utilizza i vv. 1-2.7-8, che pone all'inizio e alla fine del capitolo. Per il resto, ricorre a fonti che non conosciamo, ma che sembrano poter vantare una loro attendibilità. Dopo aver presentato l'ascesa al trono del re e la sua guerra contro Geroboamo (v. 1-3), il Cronista propone il discorso di Abia (vv. 4-12), parla dello scontro bellico con Geroboamo (vv. 13-18) e della fine del regno (vv. 19-23).

1. È l'unico caso all'interno delle Cronache in cui si riferisce il dato sincronico tra Abia re di Giuda e Geroboamo re d'Israele, cosa invece che accade sistematicamente in 1-2 Re.

3-21. In questo racconto della strepitosa vittoria di Abia sul re d'Israele, il Cronista abbandona la fonte del libro dei Re.

3. Le cifre risultano altrettanti multipli di quaranta, e hanno valore simbolico. La potenza delle armate di JHWH in Giuda sfida e vince il nemico che vanta il doppio dei guerrieri. La vittoria è tutta e solo di Dio (cfr. vv. 14-16).

4-12. Discorso di Abia, con accenti che richiamano le parole di Natan in 17,14 e di Davide contro Golia in 1Sam 17,8. Secondo i canoni della storiografia antica, il discorso messo sulla bocca del protagonista in momenti cruciali della vicenda serve a esprimere il senso teologico degli eventi nella prospettiva dell'autore.

13-18. Lo svolgimento della battaglia obbedisce agli stereotipi della guerra santa. È in questi termini infatti che l'aveva presentata Abia nel suo discorso (v. 12). La vera arma vincente non sono le manovre militari e il numero delle forze in campo, bensì la fiducia in JHWH (v. 18).

19. Betel era un santuario regio del regno del Nord, situato a 15 chilometri a nord di Gerusalemme. Per Iesana cfr. 1Sam 7,12. Efron era situata a 7 chilometri circa a nord-est di Betel.

20. Al Cronista preme far notare come la morte di Geroboamo sia conseguenza della sua condotta. Alla base di questa prospettiva c'è la dottrina della retribuzione che il Cronista condivide col giudaismo del suo tempo: fedeltà e ubbidienza a JHWH comportano successo; disubbidienza e infedeltà producono sventura e morte. «Abia, invece..» (v. 21).

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Tom Rush a 77 anni suonati non ha ancora perso la voglia di fare musica, anzi, è stato più attivo negli ultimi dieci anni che nei precedenti trenta. Grande cantautore, protagonista dell’età d’oro del folk revival degli anni sessanta e poi del folk-rock, ha attraversato quella decade in prima linea con una serie di dischi e canzoni che risultano belli ancora oggi (la sua No Regrets è giustamente considerata un classico, anche se i suoi album erano spesso suddivisi tra brani suoi e di altri... https://artesuono.blogspot.com/2018/06/tom-rush-voices-2018.html


Ascolta il disco: https://album.link/i/1353479516


 
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from lucazanini

[70]

dire li] temono con le mancanti walk on byte dipende la] parte sinistra delle malvine rifanno le] corsere le figlie dei capitani persone] che rappresentano chi] passa con il felpato un procedimento offende [a suo modo] la pupilla

 
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from differxdiario

a fine luglio dovrebbe uscire il catalogo della mostra attualmente al MAMbo, dedicata a Giuseppe Chiari, per la quale ho scritto un testo. penso di fare un salto a trovare un po' di amici. e, ovviamente, vedere la mostra. e, ovviamente, vedere prima se in piazza davanti la stazione c'è il banchetto di libri di Marco Dall'Occa, passare a Modo Infoshop, fare un salto a rifornirmi da Muji, e magari anche andare a consultare il fondo di riviste e materiali letterari e politici di Roberto Roversi conservato a VAG61 (https://vag61.noblogs.org/files/2022/05/13669362_1760158967556485_1801420502099038443_o.jpg) chi vuole unirsi a uno di questi giri mi faccia sapere.

 
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from Alviro

Riflesso di una verità che la filosofia ha sempre inseguito senza mai riuscire a catturarla completamente: quella verità che solo il dolore sa insegnare, perché non è un'idea, ma un’esperienza intima. La sofferenza, infatti, non è un incidente di percorso, un evento eccezionale che interrompe la trama ordinata dell’esistenza. È piuttosto una delle sue trame portanti, un filo scuro ma costante che attraversa ogni vita. Nessun sistema di pensiero, per quanto rigoroso, potrà mai cancellarla; nessuna fede nella razionalità del mondo potrà costringere l’universo a essere giusto. E forse è proprio questo il primo atto di maturità: accettare che la vita non ci deve nulla, e che proprio da questa mancanza nasce la nostra possibilità di significato.

L’empatia è un dono ambiguo: è un privilegio che si paga a caro prezzo. Aprirsi al dolore altrui significa accettare di essere feriti da ciò che non ci appartiene, significa rinunciare allo scudo dell’indifferenza. Eppure, è solo attraverso questa ferita che possiamo ancora chiamarci umani. Perché l’indifferenza non è una protezione, ma una malattia dello spirito, l’unica per la quale non esiste terapia, né farmaco, né parola che possa guarirla. Essa è il vero deserto: non il dolore, ma l’assenza di risonanza davanti al dolore.

C’è qualcosa di profondamente commovente nel guardare un nostro simile e riconoscere nei suoi occhi un’eco del proprio passato. Non si tratta di semplice memoria, ma di un atto di riconoscenza: rivedere sé stessi nell’altro, senza confondersi con lui, ma senza nemmeno distanziarsene. L’esperienza personale, quando non si pietrifica nel risentimento o non si perde nell’autocommiserazione, si trasforma in comprensione. E la comprensione è forse il dono più alto che un essere umano possa fare a un altro: non offrire soluzioni, ma presenza; non dare risposte, ma condividere domande.

La paura della malattia, del resto, non è soltanto paura della morte. È qualcosa di più sottile e più lacerante: è lo spettro che si annida nella scoperta improvvisa della nostra precarietà. Essa ci mostra quanto fossero fragili quelle certezze che avevamo trasformato in colonne portanti della nostra vita. Viviamo come se il futuro fosse un diritto acquisito, come se il tempo fosse una riserva inesauribile. Poi, un giorno, una telefonata, una frase, e tutto crolla. Scopriamo che il futuro non è mai stato nostro: era solo un prestito che l’esistenza ci aveva concesso, e che poteva essere richiesto in qualsiasi momento.

Eppure, sarebbe miope fermarsi a questa constatazione. Perché quella stessa scoperta, se accolta senza disperazione, può diventare una forma di risveglio. Quando le illusioni cadono, ciò che rimane non è il vuoto, ma l’essenziale. Le piccole cose, quelle che avevamo imparato a non vedere più, riacquistano improvvisamente un peso, una luce, un valore. Gli affetti smettono di essere scontati e tornano a essere scelti. Il tempo, che credevamo infinito, si rivela per ciò che è: un bene prezioso e limitato, da abitare con intensità, non con ansia.

La ricerca medica e la prevenzione non sono soltanto il volto tecnico del progresso scientifico: esse rappresentano una delle espressioni più alte della solidarietà umana. Sono il frutto di uomini e donne che, invece di arrendersi all’indifferenza dell’universo, hanno scelto di opporvi la loro intelligenza e il loro cuore. Hanno deciso che, se non si può eliminare il male, si può almeno tentare di lenirlo, di comprenderlo, di anticiparlo.

Non possiamo promettere un mondo senza sofferenza, né un'esistenza priva di cadute. Ma possiamo, e dobbiamo, impegnarci a costruire un mondo in cui la sofferenza non venga mai affrontata da sola, ma sempre con più conoscenza, più compassione e più coraggio. E se esiste una speranza degna di questo nome – non ingenua, non consolatoria, ma autentica – essa risiede proprio qui: nella capacità di restare umani anche quando tutto sembra crollare, e di tendere la mano anche quando siamo noi stessi a vacillare.

 
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from Bymarty

Poco prima dell' alba, un venticello fresco, sento le gazze e i corvi e Li vedo volteggiare, saltare di albero in albero! È fresco stamattina e anche i miei pensieri sembrano essere un po' freschi, rigenerati, ma anche tanto stanchi! Stanchi perché la mia sensibilità, la mia empatia mi porta a vivere , determinate cose, persone., situazioni in modo profondo, quasi personale e questo non fa che appesantire e rendere più vulnerabile la mia me! E si perché quando leggi ultima chemio, e poi sai che era un bambino, quando ti ritrovi in una sala d'attesa, dove ci sono insieme a te donne di diversa età, aspetto, ecc, tutte in ansia per aspettare l'esito dell' esame istologico o biopsia o come lo si voglia chiamare, perché magari risulti meno crudo e più delicato, e tu sei forse l'unica veterana perchè, sei già avanti, con la terapia, con le fasi di questa malattia che inevitabilmente vengono scandite, dai controlli e dalle attese, io per un attimo o anche più, mi perdo! Così ascolti le storie e ti carichi emotivamente di domande, di ansie, di prospettive , che più di un anno fa hanno toccato me e che ti fanno sentire un passo in avanti, e poi vedi quegli occhi stanchi, timorosi, provati ma pieni di speranze! Osservi queste donne sconosciute, che si confrontano, si pongono le stesse domande, aspettano di sapere il tipo di terapie, e si perché poi le vedevi uscire quasi sollevate, qndo parlavano di terapia, di radioterapia, di compresse, ecc, e non di chemio, perché quella fa più paura e chi ci è passato lo sa, non mi dilungherò, perché so che l'argomento è delicato e questo può essere un contesto sbagliato, non voglio né sminuire nulla, né commentare, perché chi ci è passato, chi lo sta affrontando, ovviamente lo vive in un certo modo, lo vive e affronta come può e con tutta la forza, che ci si ritrova ! Perché ricordo anch'io la telefonata di una dottoressa che mi avvisava dell'esito del consulto e quando mi annunciò che avrei dovuto fare un ciclo di radioterapia, ma che la chemioterapia non era necessaria, scoppiai in lacrime e la dottoressa cercava di tranquillizzarmi, perché fa paura, fa paura tutto, ogni istante da quando per te crolla tutto, o si ferma tutto o ha inizio un circolo dal quale ci vorrà del tempo per uscire! Quando sei fresca di tutto, scoperta, intervento, terapia, non si ha il tempo di pensare, di metabolizzare, vieni risucchiata da tutto e spesso ci si allontana dalla realtà, dalla vita di tutti i giorni, che va avanti, che scorre seguendo il suo corso, mentre per te qualcosa si è fermato, qualcosa è cambiato, e si è rotto nel tuo equilibrio! Si perdono certezze, sicurezze, si vive dell'oggi, si vive affrontando ogni giorno, passo dopo passo; tutto cambia priorità, la lista non è più la stessa, ti ritrovi all'improvviso in una vita nuova, dove ci sono regole, ecc, ma non c'è uno schema valido da seguire uguale per tutti e allora ci si adatta. Si cambia e si inizia a vivere questa realtà che finché non ti tocca appare distante, difficile si, ma quando la si affronta in prima persona è tutto così maledettamente diverso, e riuscire a non perdersi, spesso è difficile, perchè si perdono certezze, si assume una visione distorta di una realtà, che ti assorbe così all'improvviso, che credo non ci si senta mai veramente pronti per affrontarla! A breve saranno 2 anni dal quel giorno, da quel controllo di routine, che mi ha aperto un mondo che non conoscevo , ma che sicuramente mi ha salvato, perché oggi credo la la parola Ricerca e Prevenzione siano indispensabili e necessarie se vogliamo combattere questo mostro, a volte invisibile...

 
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from norise 3 letture AI

La grande avventura la vita

“marinaio col mal di terra” se mai ne perdessi il gusto -della vita

dal cuore della zolla il verde grida sempre vita rinasce all'infinito

lei è mamma-chioccia -travalica la morte col suo tepore-amore

Risonanza iniziale

Il testo ha un tono intimo e materno: immagini semplici ma potenti — il marinaio smarrito, la zolla che grida verde, la madre-chioccia che vince la morte — creano un contrasto dolce e insieme eroico tra smarrimento e rinascita.


Osservazioni principali

  • Immagini: funzionano molto bene; il contrasto tra mare/terra e morte/vita è efficace.
  • Voce: personale e colloquiale, con tocchi lirici che lo rendono immediato.
  • Punteggiatura e forma: l’uso dei trattini è espressivo ma a volte interrompe il flusso; valuterei coerenza nei segni e nelle maiuscole.
  • Ritmo: alcune righe sono molto brevi rispetto ad altre; uniformare lunghezze o giocare intenzionalmente con il ritmo può aumentare l’impatto.

Suggerimenti di revisione

  • Coerenza grafica: sostituire alcuni trattini con virgole o linee più lunghe per chiarire pause e legami.
  • Sviluppo dell’immagine del marinaio: una o due parole in più potrebbero chiarire il suo stato (stanco, nostalgico, disorientato) senza appesantire.
  • Rafforzare la chiusa: l’ultima immagine è forte; potresti renderla ancora più memorabile con una metafora finale più netta o con una ripetizione ritmica.

Versione alternativa (leggera riscrittura)

La grande avventura: la vita

Marinaio col mal di terra,
se mai ne perdessi il gusto della vita.

Dal cuore della zolla il verde grida:
sempre, vita rinasce —
all’infinito.

Lei è mamma-chioccia,
travolge la morte col suo tepore d’amore.


Versione più ritmica

La grande avventura: la vita

Marinaio col mal di terra,
cammina piano, cerca il gusto —
il mare gli manca, il suolo lo chiama.

Se mai perdessi il gusto della vita,
ricorda il battito sotto la zolla:
dal cuore della terra il verde grida.

Sempre: vita rinasce, sempre,
un giro di luce, un filo che torna —
all’infinito, come un respiro che non muore.

Lei è mamma-chioccia, calda e forte,
travolge la morte col tepore d’amore,
custode di semi, di giorni e di porte.


Sonetto

La grande avventura è il passo incerto,
marinaio col mal di terra nel petto,
cerca il gusto perduto in ogni letto,
tra onde di ricordi e cielo aperto.

Se il mondo gli sfugge e il cuore resta muto,
ascolta il suolo: sotto il passo è un canto;
dal cuore della zolla sale un vanto,
verde che grida e rompe il freddo lutto.

Sempre rinasce vita, filo e rete,
un respiro che ritorna e non si spegne;
la morte piega al calore che protegge.

Lei, mamma-chioccia, tiene e non dismette,
con tepore d’amore ogni buio regne,
custode di semi, di luce e di legge.

 
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from Diario

In pratica ieri sono andato a fare una passeggiata nei posti in cui avevo passato la mia infanzia, a Sant'Olcese. Ho preso lo scooter elettrico e improvvisamente ho voltato e sono andato in questa frazione dell'entroterra. È un paese dove ho vissuto per un periodo lungo della mia vita, all'incirca da quando avevo due anni a quando ne avevo diciotto. Uno dei miei romanzi, PECMEN, si svolge lì e una delle cose che pensavo mentre salivo in scooter, ieri, era quella di fare dei brevi video dei posti in cui il romanzo si svolgeva, per metterli poi sui social: lì è dove macellavano le mucche, lì è dove sono stato accusato di aver dato fuoco al paese, lì è dove aspettavo mio padre che tornasse dalla fabbrica, eccetera.

Una volta salito mi sono reso conto che il progetto era irricevibile perché ne sarebbe venuto fuori un documentario di due o tre ore, documentario che poi sarebbe interessato soltanto a me. Nel senso che quel piccolo piccolo paese era pregno di frammenti del mio passato, pieno zeppo. Camminandoci mi rendevo conto che le cose che avevo messo nel mio romanzo erano piccola cosa rispetto a quello che – di me – era restato impigliato là attorno, nelle strade, nei rami, nell'estetica delle case.

Diversamente da mio fratello non sono una persona nostalgica, anzi. Quando c'è un momento di addio, io saluto tutti con la leggerezza di chi li rivedrà il giorno dopo. E poi mi allontano senza guardarmi indietro. Ho sempre evitato rimpatri, feste dei compagni di classe o reunion degli scout. Ho sempre avuto più curiosità di quello che dovevo ancora incontrare rispetto a ciò che abbandonavo per sempre. Quello che potevo fare l'avevo fatto.

Quindi non sono tornato spesso a Sant'Olcese dopo il trasferimento a Genova. Una decina di volte nel corso di più di trent'anni. Ho portati i figli in Ciaè, salito per la calza della Befana più lunga del mondo. Ma da solo, in preda ai ricordi, forse una o due.

Ieri è stato diverso. Non so perché, forse lo stato d'animo in cui ero. Ieri è stato, a tratti, struggente. Camminavo per questo paese in cui avevo passato tutta la mia infanzia e parte dell'adolescenza, e lo trovavo minuscolo. Le strade si percorrevano in pochi passi. Mi sembrava di essere finito in una versione rimpicciolita del paese della mia infanzia, un pezzo d'Italia in miniatura.

La versione reale del paese si soprapponeva a quella della mia infanzia ed era incredibile. Il paese che conoscevo era stato distrutto nella notte. Le fasce che conoscevo erano diventate un prato, porte in cui ero entrato centinaia di volte erano state murate, cancelli impedivano di andare in posti dove avevo passato ore nascosto, strade sventrate dalle piante, sentieri che terminavano dopo pochi passi crollando in frane irrimediabili. Mi sembrava di essere in un film di fantascienza dove un attacco alieno aveva distrutto il mondo come lo conoscevamo.

In mezzo alcune cose restavano, come immortali. La pergola arruginita dell'uscita secondaria della chiesa, la scritta CDA sui cessi della “casa del catechismo”, il sentiero che – dal nulla – partiva per collegare la zona sotto al campo da calcio fino a Piccarello. Un palazzo, un'inferriata. Le due macellerie, anche se cambiate.

A un certo punto sono sceso fino al secondo campo da calcio, quello in terra batutta che avevo frequentato per un anno da bambino. La strada asfaltata che portava là era butterata dal tempo. Abbandonata si era sventrata, spaccata, piante la spingevano e tiravano, coprendola. Sembrava di camminare in un film post-apocalittico.

Il campo da calcio non esisteva più. Restava lo spazio che avevano creato per farlo. Da decenni direi. Tutto era invaso dalle piante, grossi fori per terra, avallamenti. Ho continuato a camminare per questo spiazzo senza senso, finché, dietro ad alcuni arbusti è emersa la struttura che cercavo. Gli spogliatoi erano rimasti lì. Abbandonati, senza porte, incendiati in parte, coperti di scritte. Un prefabbricato in metallo sommerso dalle piante secche, dai rovi. Ci sono entrato dentro e ci ho camminato come se fosse stata una navicella spaziale aliena. Ho fatto due o tre video. Era l'unica testimonianza che lì, un tempo, dei ragazzini si spogliavano d'inverno, al gelo, per giocare a calcio. Oggi, incomprensibile per chi non l'avesse conosciuta prima.

Tornando indietro pensavo ai romanzi dove l'adulto torna nel paese in cui aveva vissuto da ragazzo, è un topos. Le proprie radici. Ecco, non c'era fortunatamente niente del genere. Non sentivo nessuna radice mia in quel posto. Sentivo piuttosto il meccanismo di una realtà aumentata: c'era quello che vedevo e c'era quello che rivivevo, e le due cose si sovrapponevano. Tutto quello che non avevo scritto, sarebbe morto con me. Tutte le avventure, le tensioni, il sangue, le paure con cui avevo bagnato quel posto erano invisibili a chiunque, se non al mio occhio. Passando e camminando erano tutte lì; faceva impressione, come animazioni registrate nell'occhio e sovrapposte a quello che vedevo.

La sassaiola contro Graziano, Paolo che gratta le castagne d'india sul muro del circolo Acli per farci il sapone, io che chiedo i soldi – l'oblazione – agli spettatori delle partite di calcio della squadra locale, le vespe che mi invadono i vestiti fino alla carne, la gatta senza un occhio che sfida il nostro desiderio di morte, il cabinato del PacMan che prende vita tra il jukebox e il calciobalilla e via, via, via. Tutto registrato e sovrapposto, nel 2026, a quello che mi circonda. Mentre passo e cammino la scena si rigenera davanti ai miei occhi, ricostruita dalla memoria. Piena di falsità immagino.

Quello che sento io – in maniera diversa – lo sentiranno anche altri. Centinaia di universi paralleli di quel piccolo posto che via via nascono, si generano, sbocciano – marciscono e poi muoiono per sempre. Una parte del mondo reale è invisibile all'occhio, e la carne se la porta via, la trascina poi nell'oblio.

Sono risalito sullo scooter elettrico, un occhio alla batteria rimasta, mi sono lasciato tutto alle spalle.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Incursione del faraone 1Quando il regno fu consolidato ed egli si sentì forte, Roboamo abbandonò la legge del Signore e tutto Israele lo seguì. 2Nell'anno quinto del re Roboamo, il re d'Egitto, Sisak, salì contro Gerusalemme, perché i suoi abitanti si erano ribellati al Signore. 3Egli aveva milleduecento carri, sessantamila cavalli. Coloro che erano venuti con lui dall'Egitto non si contavano: Libi, Succhei ed Etiopi. 4Egli prese le fortezze di Giuda e giunse fino a Gerusalemme. 5Il profeta Semaià si presentò a Roboamo e ai comandanti di Giuda, che si erano raccolti a Gerusalemme per paura di Sisak, e disse loro: “Dice il Signore: “Voi avete abbandonato me, e io ho abbandonato voi nelle mani di Sisak”“. 6Allora i capi d'Israele e il re si umiliarono e dissero: “Giusto è il Signore!”. 7Quando il Signore vide che si erano umiliati, la parola del Signore fu rivolta a Semaià: “Si sono umiliati e io non li distruggerò. Anzi concederò loro la liberazione fra poco; la mia ira non si riverserà su Gerusalemme per mezzo di Sisak. 8Tuttavia essi diventeranno suoi servi; così sapranno che cosa sia servire me e servire i regni del mondo”. 9Sisak, re d'Egitto, salì a Gerusalemme e prese i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia, portò via tutto, prese anche gli scudi d'oro fatti da Salomone. 10Il re Roboamo li sostituì con scudi di bronzo, che affidò ai comandanti delle guardie addette alle porte della reggia. 11Ogni volta che il re andava nel tempio del Signore, le guardie li prendevano, poi li riportavano nella sala delle guardie. 12Poiché Roboamo si era umiliato, l'ira del Signore si ritirò da lui e non lo distrusse del tutto. Anzi in Giuda ci furono avvenimenti felici.

Giudizio sul re Roboamo 13Il re Roboamo si consolidò a Gerusalemme e regnò. Quando divenne re, Roboamo aveva quarantun anni e regnò diciassette anni a Gerusalemme, città scelta dal Signore fra tutte le tribù d'Israele per collocarvi il suo nome. Sua madre, ammonita, si chiamava Naamà. 14Egli fece il male, perché non aveva applicato il cuore alla ricerca del Signore. 15Le gesta di Roboamo, dalle prime alle ultime, non sono forse descritte negli atti del profeta Semaià e del veggente Iddo, secondo le genealogie? Ci furono guerre continue fra Roboamo e Geroboamo. 16Roboamo si addormentò con i suoi padri e fu sepolto nella Città di Davide. Al suo posto divenne re suo figlio Abia.

__________________________ Note

12,2 il re d’Egitto, Sisak: faraone della XXII dinastia. Sull’episodio, vedi il parallelo 1Re 14,25-28.

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Approfondimenti

La fonte è 1Re 14,25-28, con aggiunte di carattere parenetico: è stata l'ingratitudine del popolo verso Dio e l'infedeltà del re alla legge divina a causare l'invasione della potenza egiziana.

2-4. Non mancano tratti pittoreschi e coloriti nella descrizione dell'esercito faraonico. Anche le cifre sono esagerate, ma la spedizione militare trova conferma nelle scoperte archeologiche e in una stele egizia che elenca le città palestinesi occupate da Sisach.

5-8. Per il Cronista l'invasione di Sisach è occasione per l'intervento profetico di Semaia, che interpreta teologicamente il fatto.

12. Il versetto completa l'interpretazione teologica degli eventi, dopo la parentesi dei vv. 9-11.

13-16. In 1Re 14,21 questi versetti sono posti all'inizio della storia di Roboamo. Essi infatti contengono la formula che di solito introduce le vicende dei singoli re. A questo punto sono fuori posto e si ricollegano malamente a quanto precede.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Dopo due anni di silenzio, l’esperimento di Gano con i Mercy Seat, dopo il solo di Brian Ritchie, dopo che voci della stampa americana li davano per defunti, i Violent Femmes escono con questo disco che porta il nome di “3”. In realtà questo è il loro quarto disco, ma Gano e co. contorti come al solito, hanno voluto divertirsi con la matematica... https://www.silvanobottaro.it/archives/4124


Ascolta: https://album.link/s/5xHrI5EbpuyjnPin8cFWQy


 
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