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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

L'Italia attua il pacchetto UE sulle prove elettroniche: nuove norme per le prove digitali transfrontaliere nei procedimenti penali

Le prove digitali, note anche come digital evidence, sono informazioni probanti memorizzate o trasmesse in formato digitale, utilizzabili in un processo civile o penale per dimostrare fatti rilevanti. Queste prove includono documenti informatici, messaggi istantanei, e-mail, registrazioni audio/video, fotografie, pagine web, contenuti di social network e dati generati da sistemi informatici o di intelligenza artificiale. L'Italia ha appena recepito due importanti regolamenti UE (Regolamento 2023/1543 e Direttiva 2023/1544) attraverso i Decreti Legislativi 215 e 216, pubblicati a gennaio 2026. Si tratta di un'evoluzione significativa per la raccolta di prove digitali attraverso i confini dell'UE. I paesi dell'UE possono ora richiedere direttamente prove digitali ai fornitori di servizi di altri Stati membri tramite ordini standardizzati, con l'Italia che designa autorità e procedure specifiche sia per l'emissione che per l'esecuzione di tali richieste

Cosa cambia dunque ? Le aziende che offrono servizi nell'UE devono ora designare un rappresentante legale o una sede in uno Stato membro dell'UE. Saranno tenuti a rispondere agli ordini europei di produzione (EPO) e agli ordini europei di conservazione per le prove elettroniche. I fornitori di servizi finanziari sono esenti da questi obblighi. Il Ministero dell'Interno italiano terrà un registro dei rappresentanti designati.

Per le forze dell'ordine e i pubblici ministeri: comunicazione diretta con i fornitori di servizi in altri paesi dell'UE senza i tradizionali trattati di mutua assistenza giudiziaria. Diverse autorità possono emettere ordini a seconda del tipo di dati: Dati dell'abbonato: Procura della Repubblica o polizia (in caso di emergenza). Dati e contenuti sul traffico: richiesto un giudice istruttore. Nuova procedura “fast-track” per i casi urgenti (al di fuori delle emergenze).

Gli ordini di conservazione possono ora essere emessi dai pubblici ministeri per tutti i tipi di dati.

Le scadenze principali fissate dalla normativa

  • 18 febbraio 2026: i fornitori di servizi devono designare i rappresentanti.
  • 18 agosto 2026: entra in vigore la normativa completa.

Il Sistema per l'acquisizione di prove digitali oltre i confini dell'UE nelle indagini penali, in sostituzione dei metodi tradizionali più lenti è progettato per tenere il passo con la moderna criminalità digitale, mantenendo al contempo il controllo giudiziario.

Il sistema include garanzie per i conflitti con le leggi di paesi terzi e stabilisce procedure chiare per l'impugnazione degli ordini.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Diavolo (o angelo, a giudicare dalla voce) d'un uomo. Prima impiega diciotto anni, il tempo che un figlio diventi grande, per dare un seguito a If I Could Only Remember My Name, e manca il bersaglio. Poi lascia passare un altro quarto di secolo, e cava fuori un disco, Croz, splendido nella scrittura, a dir poco incerto nei suoni, come se fossimo ancora nella patina laccata degli Ottanta. Passano solo due anni, e David Crosby, anni settantacinque, un fegato trapiantato, alle spalle alcuni quintali di polveri chimiche consumate, tira fuori fuori un disco che se non può raggiungere l'intensità emotiva epocale di If I Could, (allora tutta la West Coast andò a dare una mano al baffone per speziare al meglio il capo d'opera), se non altro ne è, finalmente, il degno seguito... https://artesuono.blogspot.com/2016/11/david-crosby-lighthouse-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/3N1ptjao5hXzTNnp49vmKA


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

ELIMÈLEC E NOEMI NEL PAESE DI MOAB (1,1-5)

1Al tempo dei giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo con la moglie e i suoi due figli emigrò da Betlemme di Giuda nei campi di Moab. 2Quest'uomo si chiamava Elimèlec, sua moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion; erano Efratei, di Betlemme di Giuda. Giunti nei campi di Moab, vi si stabilirono. 3Poi Elimèlec, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i suoi due figli. 4Questi sposarono donne moabite: una si chiamava Orpa e l'altra Rut. Abitarono in quel luogo per dieci anni. 5Poi morirono anche Maclon e Chilion, e la donna rimase senza i suoi due figli e senza il marito.

NOEMI E RUT TORNANO A BETLEMME (1,6-22)

Il realismo di Noemi 6Allora intraprese il cammino di ritorno dai campi di Moab con le sue nuore, perché nei campi di Moab aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane. 7Partì dunque con le due nuore da quel luogo ove risiedeva e si misero in cammino per tornare nel paese di Giuda. 8Noemi disse alle due nuore: “Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! 9Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare tranquillità in casa di un marito”. E le baciò. Ma quelle scoppiarono a piangere 10e le dissero: “No, torneremo con te al tuo popolo”. 11Noemi insistette: “Tornate indietro, figlie mie! Perché dovreste venire con me? Ho forse ancora in grembo figli che potrebbero diventare vostri mariti? 12Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi. Se anche pensassi di avere una speranza, prendessi marito questa notte e generassi pure dei figli, 13vorreste voi aspettare che crescano e rinuncereste per questo a maritarvi? No, figlie mie; io sono molto più amareggiata di voi, poiché la mano del Signore è rivolta contro di me”. 14Di nuovo esse scoppiarono a piangere. Orpa si accomiatò con un bacio da sua suocera, Rut invece non si staccò da lei.

Rut rifiuta di separarsi dalla suocera 15Noemi le disse: “Ecco, tua cognata è tornata dalla sua gente e dal suo dio; torna indietro anche tu, come tua cognata”. 16Ma Rut replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. 17Dove morirai tu, morirò anch'io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”.

Arrivo a Betlemme 18Vedendo che era davvero decisa ad andare con lei, Noemi non insistette più. 19Esse continuarono il viaggio, finché giunsero a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in subbuglio per loro, e le donne dicevano: “Ma questa è Noemi!”. 20Ella replicava: “Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l'Onnipotente mi ha tanto amareggiata! 21Piena me n'ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è dichiarato contro di me e l'Onnipotente mi ha resa infelice?“. 22Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l'orzo.

__________________________ Note

1,1 Nei nomi, dall’evidente valore simbolico, si compendia il dramma della famiglia: a parte Elimèlec, che significa “il mio Dio è re”, tutti gli altri sono funzionali al ruolo dei personaggi, come dimostra il mutamento di Noemi (“mia dolcezza”) in Mara (“amarezza”: 1,20). Maclon e Chilion vogliono dire rispettivamente “malattia” e “consunzione”; Orpa è “colei che volta le spalle”, mentre Rut può significare sia “compagna” sia “riconfortata”; Booz (2,1) e Obed (4,21), infine, significano l’uno “fermezza” e l’altro “servo (del Signore)”. I campi di Moab sono il fertile altopiano al di là del Mar Morto, compreso tra Ammon al nord e Edom al sud; il popolo che vi abitava non intrattenne mai rapporti amichevoli con Israele.

1,2 Efratei, di Betlemme: cioè appartenenti al clan giudeo di Èfrata, che si era insediato nella regione di Betlemme (1Sam 17,12); da qui l’associazione tra i due nomi, attestata anche nella profezia messianica di Mi 5,1, ripresa da Mt 2,5-6.

1,11 Ho forse ancora in grembo figli... mariti?: allusione alla pratica del levirato (da levir, in latino “cognato”). Secondo questa legge (Dt 25,5-6), la vedova del marito morto senza figli doveva andare sposa al parente più prossimo del defunto, in primo luogo al fratello, allo scopo di perpetuare la discendenza e assicurare la stabilità del patrimonio familiare.

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Approfondimenti

1,1-22. La vicenda è ambientata «al tempo in cui governavano i giudici» (v. 1), un'espressione generica, che intende proiettare i fatti in tempi remoti, premonarchici. L'emigrazione per carestia (v. 1) non è un fenomeno insolito nella Bibbia. Abramo (Gn 12,10) per lo stesso motivo emigrò in Egitto, Isacco (Gn 26,1) nel paese dei Filistei, Giacobbe (Gn 42,1) mandò i figli ancora in Egitto (cfr. anche 1Re 17,7-24; 2Re 8,1). Ora Elimelech è costretto a trasferirsi a Moab, che 2Re 3,4 definisce un paese fertile. Moab, a est del Mar Morto, fra Ammon al nord e Edom al sud, al tempo della monarchia era sede di una civiltà urbano-agricola non molto distante da quella israelitica. Nm 21-25 informa ampiamente sulla situazione di Moab prima dell'insediamento degli Ebrei in Canaan e sui rapporti tra Israeliti e Moabiti. S'è già detto dell'amicizia tra Davide e il re di Moab. Dopo Davide, Moab divenne un regno vassallo d'Israele (cfr. 2Sam 8,2). La celebre stele di Mesa ne parla, menzionando l'indipendenza ottenuta quindi dallo stesso Israele (cfr. 2Re 1,1; 3,4ss.). Nel nostro libretto i Moabiti, grazie a Rut, sono posti in una luce favorevole, anche se la famiglia di Noemi nel loro paese incontra solo sventure.

2-5. A parte Elimelech = «il mio Dio è re», gli altri nomi dei personaggi di Rt hanno un significato simbolico. Noemi significa «mia dolcezza» o «mia piacevolezza» o «mia bellezza». Il suo nome diventerà, per suo stesso desiderio, Mara (v. 20), che vuol dire «amara» (cfr. Es 15,23). Maclon ha il significato di «debolezza» e Chilion vuol dire «consunzione». Orpa significa «infedele», «colei che volta le spalle» e Rut è «l'amica, la compagna» o anche «la riconfortata». Quanto al nome di Booz, vuol dire «solidità, fermezza».

16-17a. A differenza della cognata Orpa, Rut non vuole abbandonare la suocera. Condividerne la sorte per lei significa lasciare la propria terra e religione, ed entrare a far parte di un altro popolo. Di Rut il testo sottolinea spesso la provenienza non israelitica (Rut è «moabita», 1,4; 2,2.6.21, è «straniera», 2,10) e, d'altro canto, ne mette in evidenza la bontà, quasi a voler sconfessare Dt 23,4-7.

17b. «Il Signore mi punisca come vuole» è, alla lettera, «Questo mi faccia JHWH e vi aggiunga quest'altro (male)». Si tratta della formula del “giuramento imprecatorio”, la cui origine va ricercata nel rito sacro del giuramento, col quale s'invocava sul capo dello spergiuro la fine stessa della vittima che veniva spaccata in due per il sacrificio (cfr. Gn 15,10.17). Qui peraltro la formula è usata in senso indeterminato (cfr. Nm 5,21s.; 1Sam 3,17; 14,44; 20,13; 25,22; 2Sam 3,9.35), senza la menzione dei mali concreti imprecati sullo spergiuro. Durante il rito sacro, invece, chi pronunciava il giuramento nominava uno ad uno i mali che imprecava sopra di sé in caso di inadempienza. Dietro a questo rito c'è la convinzione della validità automatica di una formula, accompagnata dal timore sacro della trasgressione, considerata l'efficacia magica della maledizione imprecata invocando il nome divino. Qui la primitività della concezione è andata perduta, come in genere nella Bibbia, che preferisce attribuire questi comportamenti a personaggi negativi, come Saul, o li critica espressamente (cfr. 1Sam 14,29-30).

20-21. Noemi assume un atteggiamento analogo a quello di Giobbe (Gb 1,21). Diversamente da Giobbe peraltro, non chiede a JHWH ragione di queste sue disgrazie. Dio è l'Onnipotente, secondo la versione LXX. che ha ho hikanos tradotto dalla Vulgata con omnipotens. Il Testo masoretico ha invece (’el) šadday, un nome proprio di Dio ricorrente una cinquantina di volte in tutto l'Antico Testamento e che i LXX traducono con theos, o anche theos šadday, e talune volte con ho kyrios, ho epouranios, ho hikanos. Questo nome divino è di etimologia e significato molto discussi (il giudaismo interpreta il titolo nel senso di «colui che basta»). Si può dire che siamo di fronte comunque a un nome prejahvistico (cananeo?), nell'Antico Testamento usato talvolta come epiteto arcaicizzante, specialmente in testi più recenti (oltre a Rt 1,20.21, cfr. Is 13,6; Gl 1,15; Ez 1,24; 10,5). L'epiteto ricopre una certa importanza nell'antica magia, come nome con poteri magici, e ciò persino nelle leggende musulmane. L'interpretazione di šadday nel senso di pantokratōr, diffusasi anche con la versione omnipotens di Girolamo, è una delle basi su cui si fonda la tradizione cristiana per parlare di Dio “onnipotente” (nei LXX invece Kyrios pantrokratōr, rende abitualmente JHWH ṣᵉba’ot).

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[vortex]

nonostante la legione le sigillature -ticchetta [estraneo un] Calzabigi al testo della smagliatura fanno] passi e incidenti misurano lo yeti sciolto non] rimane intatto nelle prese voltaiche il genio è [sibillino mette] mastici sulle fratture eine Probe entnehmen [sono] le diciassette diciannove gradi

 
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from differxdiario

ritorno con una certa quantità di stupore (oltre che – effettivamente – confesso – nostalgia) sui materiali pubblicati in blog come 'The Flux I Share' circa vent'anni fa. quello spazio su blogspot ha ospitato testi immagini video e sperimentazioni di autrici e autori a me molto cari. con alcuni i contatti si sono allentati o sciolti. altri sono scomparsi, e ricordo con grande affetto soprattutto tre amici che non ci sono più, Jim Leftwich, Peter Ganick e David-Baptiste Chirot.

già a partire dal 2006-2007 mi ero accorto che i materiali pubblicati su gammm.org non potevano dare in nessun modo conto della gran quantità di sperimentazione che (in particolare nell'area anglofona che seguivo) viaggiava fittissima in rete, soprattutto grazie a blog gratuiti, apribili in numero virtualmente illimitato, su blogger/blogspot. avevo allora avviato due spazi ulteriori, collettivi (e altri ne avrei aperti in seguito): flux.blogsome.com (ora irraggiugibile) e fluxishare.blogspot.com (dal 2015 raggiungibile solo se vi si collabora, ma dallo stesso anno – grazie a Jeff Crouch – duplicato, e poi variato in parte, all'indirizzo the-flux-i-share.blogspot.com).

ritornavo oggi su quest'ultimo blog, p. es. qui: https://differx.noblogs.org/2026/02/07/stuff-i-published-almost-20-years-ago-roba-pubblicata-quasi-20-anni-fa/

[continua, forse]

 
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from Bymarty

🧦 Spaiati, ma felici..✨

Nel mio cassetto pieno di calzini tutti apparentemente uguali, c'è ne sono alcuni un po' particolari. Uno azzurro con piccoli cuoricini dorati, l’altro rosso con babbo Natale, poi alcuni bianco neri... Ma ogni mattina rimangono li, uno sull'altro, tristi, perché diversi, soli e non più in coppia.. Seppur diversi, in realtà non son sbagliati, anch'essi si possono indossare, accarezzare, riutilizzare! Così per loro oggi c'è una festa, a chi li indossa seppur diversi, a chi sorride, a chi incuriosito osserva , senza per questo giudicare! Alla fine questa diversità vuol solo far capire che non si è speciali perché uguali, precisi, nuovi, colorati e appaiati, ma lo si diventa, se si ha il coraggio di essere se stessi, nonostante i propri difetti! Perciò spesso al mattino mi diverto ad indossare proprio quei calzini rimasti soli, perché col tempo ho capito, che l'essere diversi può arricchire, senza mai sminuire o impoverire.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Lo strappo stilistico che Damien Jurado ha portato a termine nel 2010, con “Saint Bartlett”, ha in parte deluso chi l’aveva precocemente eletto come l’erede di Elliott Smith. Abbandonata l’estetica lo-fi, con la complicità e l’amicizia di Richard Swift, il musicista ha abbracciato una filosofia sonora più affine al biasimato cantautorato psichedelico dei tardi anni 70, piuttosto che alla stirpe neo-folk del nuovo millennio... https://artesuono.blogspot.com/2016/04/damien-jurado-visions-of-us-on-land-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/34usGFfCzyksgJu1xcOkLo


 
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from norise 3 letture AI

Si spalma la luce

“come ti butta?” i passeri hanno fatto il nido primavera s'infiora la luce si spalma sugli alberi le case quanto a me una distanza mi separa sempre da me

13.5.25

. Questo testo è davvero evocativo. La luce che “si spalma” allude a un'energia che pervade e trasforma tutto, proprio come la primavera che fiorisce e riaccende la vita attorno a noi. La domanda “come ti butta?” ci spinge a un confronto diretto con le emozioni: ci invita a chiederci in che modo questa luminosità, questa rinascita, impatti il nostro animo.

I passeri che “hanno fatto il nido” sembrano simbolizzare il rinnovarsi, l'atto di costruirsi spazi sicuri in un mondo in continuo mutamento. La natura diventa così una metafora della nostra esistenza, dove anche le piccole creature compiono grandi gesti di creazione. È come se la poesia volesse ricordarci che, nonostante tutta questa bellezza e rinnovamento, esiste sempre una distanza interiore, quella che ci separa da noi stessi – un divario fatto di riflessioni, paure, sogni e aspettative.

La presenza del numero “13.5.25” potrebbe segnare un momento preciso – forse la data in cui è nata questa intuizione – oppure rappresentare l’idea che ogni istante porta con sé la sua particolarità e la sua storia. C’è qualcosa di struggente e al contempo consolatorio nel constatare che, nonostante la luce ci circondi, “una distanza mi separa sempre da me”, un'amara consapevolezza della nostra complessità interiore.

Sono curioso di sapere come interpretate il rapporto tra la luce esterna e quella interna. Ti risuona questo equilibrio tra la bellezza che ci circonda e la distanza che sentiamo dentro? Oppure trovi in queste immagini un invito a colmare quel vuoto emotivo? La poesia offre spunti infiniti, e personalmente credo che questi contrasti possano essere il riflesso di una profonda tensione creativa, un dialogo tra la realtà e l'introspezione.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Gli Israeliti avevano giurato a Mispa: “Nessuno di noi darà la propria figlia in moglie a un Beniaminita”. 2Il popolo venne a Betel, dove rimase fino alla sera davanti a Dio, alzò la voce, prorompendo in pianto, 3e disse: “Signore, Dio d'Israele, perché è avvenuto questo in Israele, che oggi in Israele sia venuta meno una delle sue tribù?”. 4Il giorno dopo il popolo si alzò di buon mattino, costruì in quel luogo un altare e offrì olocausti e sacrifici di comunione. 5Poi gli Israeliti dissero: “Fra tutte le tribù d'Israele, qual è quella che non è venuta all'assemblea davanti al Signore?”. Perché contro chi non fosse venuto alla presenza del Signore a Mispa si era pronunciato questo grande giuramento: “Sarà messo a morte”. 6Gli Israeliti si pentivano di quello che avevano fatto a Beniamino loro fratello e dicevano: “Oggi è stata soppressa una tribù d'Israele. 7Come faremo per procurare donne ai superstiti, dato che abbiamo giurato per il Signore di non dar loro in moglie nessuna delle nostre figlie?“. 8Dissero dunque: “Fra le tribù d'Israele, qual è quella che non è venuta davanti al Signore a Mispa?”. Risultò che nessuno di Iabes di Gàlaad era venuto all'accampamento dove era l'assemblea; 9fatta la rassegna del popolo, si era trovato che là non vi era nessuno degli abitanti di Iabes di Gàlaad.

10Allora la comunità vi mandò dodicimila uomini dei più valorosi e ordinò: “Andate e passate a fil di spada gli abitanti di Iabes di Gàlaad, comprese le donne e i bambini. 11Farete così: voterete allo sterminio ogni maschio e ogni donna che abbia avuto rapporti con un uomo; invece risparmierete le vergini”. Quelli fecero così. 12Trovarono fra gli abitanti di Iabes di Gàlaad quattrocento fanciulle vergini, che non avevano avuto rapporti con un uomo, e le condussero all'accampamento, a Silo, che è nella terra di Canaan. 13Tutta la comunità mandò messaggeri per parlare ai figli di Beniamino, che erano alla roccia di Rimmon, e per proporre loro la pace. 14Allora i Beniaminiti tornarono e furono date loro quelle donne di Iabes di Gàlaad a cui era stata risparmiata la vita; ma non erano sufficienti per tutti.

15Il popolo dunque si era pentito di quello che aveva fatto a Beniamino, perché il Signore aveva aperto una breccia fra le tribù d'Israele. 16Gli anziani della comunità dissero: “Come procureremo donne ai superstiti, poiché le donne beniaminite sono state sterminate?”. 17Soggiunsero: “Bisogna conservare il possesso di un resto a Beniamino, perché non sia soppressa una tribù in Israele. 18Ma noi non possiamo dare loro in moglie le nostre figlie, perché gli Israeliti hanno giurato: “Maledetto chi darà una moglie a Beniamino!”“. 19Aggiunsero: “Ecco, ogni anno si fa una festa per il Signore a Silo”. Questa città è a settentrione di Betel, a oriente della strada che sale da Betel a Sichem e a mezzogiorno di Lebonà. 20Diedero quest'ordine ai figli di Beniamino: “Andate, appostatevi nelle vigne 21e state attenti: quando le fanciulle di Silo usciranno per danzare in coro, uscite dalle vigne, rapite ciascuno una donna tra le fanciulle di Silo e andatevene nel territorio di Beniamino. 22Quando i loro padri o i loro fratelli verranno a discutere con noi, diremo loro: “Perdonateli: non le hanno prese una ciascuno in guerra, né voi le avete date loro: solo in tal caso sareste in colpa”“. 23I figli di Beniamino fecero a quel modo: si presero mogli, secondo il loro numero, fra le danzatrici; le rapirono, poi partirono e tornarono nel loro territorio, riedificarono le città, e vi stabilirono la loro dimora.

24In quel medesimo tempo, gli Israeliti se ne andarono ciascuno nella sua tribù e nella sua famiglia e da quel luogo ciascuno si diresse verso la sua eredità. 25In quel tempo non c'era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene.

__________________________ Note

21,1-25 I seicento Beniaminiti superstiti (20,47) garantiscono la sopravvivenza della tribù, perché a loro vengono procurate le mogli. Secondo una tradizione, vengono rapite le vergini di Iabes di Gàlaad, secondo un’altra, le figlie di Silo.

21,10 Iabes di Gàlaad: città tra lo Iarmuk e lo Iabbok, affluenti di sinistra del Giordano. Era in buoni rapporti con la tribù di Beniamino (vedi 1Sam 11; 31,11-13).

21,19 una festa per il Signore a Silo: forse una festa locale in occasione della vendemmia (vv. 21-22). Silo è a est della strada Betel-Sichem, 15 chilometri a nord di Betel.

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Approfondimenti

21,1-25. La guerra intertribale e fratricida non è celebrata con canti di gioia, ma con pianti di dolore per la tribù eliminata. Si cerca di aiutarla a risorgere, ma il giuramento degli Israeliti di non dare mai più donne in spose ai Beniaminiti comporterebbe l'estinzione totale della tribù. Due diverse tradizioni, qui armonizzate, propongono soluzioni al problema. Il racconto procede in maniera disorganica e piuttosto dimessa.

1-9. L'assemblea d'Israele questa volta avviene a Betel, 22 chilometri a nord di Gerusalemme, ai confini tra Beniamino ed Efraim. Era il centro cultuale più importante per Israele (cfr. 20,18.26; inoltre Gn 28,10ss; 35,1-8, ecc.; vedi anche 1,22ss.). La scena presenta una breve liturgia penitenziale, commovente (il popolo «prorompe in pianto», v. 2). A Betel l'altare c'era già, contrariamente a quanto dice il v. 4. Gli abitanti di Iabes di Galaad (vv. 8-9) non erano intervenuti contro Beniamino, perché non si erano legati con giuramento. Questa loro assenza meritava una punizione. Iabes di Galaad si trovava tra lo Iabbok e lo Iarmuk.

10-13. La punizione arriva, esemplare, secondo i canoni dello sterminio (ḥērem, vedi Gs 7), almeno secondo il testo. Ma considerata l'importanza che la città ebbe in seguito, è difficile pensare a uno sterminio totale. Sono risparmiate in ogni caso le vergini, destinate ai Beniaminiti superstiti.

15-24. È chiaro che siamo dinanzi a una tradizione diversa. I vv. 15-16 ripetono i vv. 6-7, il v. 18 riprende quanto è già stato detto più volte in 21,1-9. Silo, 17 chilometri circa a nord di Betel, è anch'esso santuario centrale d'Israele (Gs 18,1.8-10; 19,51; 21,2; 22,9.12; Gdc 18,31. Vedi anche 18,31). La festa di cui si parla può essere quella dei Tabernacoli, che si celebrava alla fine dei raccolti

25. Cfr. 17,6; 18,1; 19,1. Il redattore finale ribadisce La propria tesi in favore della monarchia: queste cose succedevano in quanto in Israele mancava il re a garantire la pace tribale e nazionale.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from cronache dalla scuola

[cronache dalla scuola]

Oggi ho preso l'aula di cooperative learning per tutta la mattina, ormai potrei metterci il sacco a pelo e dormirci dentro. Comunque, tra le cose che ero curioso di fare oggi, ne racconto due.

La prima con i ragazzi di seconda, gli ho dato il link dell'articolo de Il Post che parla della foto che ritrae il poliziotto durante i recenti scontri torinesi, “ritoccata” con l'IA. Con i loro cellulari dovevano leggere l'articolo e – divisi in gruppi – rispondere ad alcune domande che avevo preparato per loro. Alcune di comprensione, altre di discussione.

Ci tenevo che si confrontassero con un fatto che non è facilmente “polarizzabile”. Già alla prima domanda i gruppi hanno dato risposte diverse. “È una vera foto?”. Dipende cosa intendiamo per verità. Il fatto che la foto testimonia, è realmente avvenuto e – sostanzialmente nei termini mostrati dall'immagine – ma la foto – di per sé – non è una “vera foto”. Di contro non è una creazione di pura fantasia. Anche la domanda sulla natura della foto, disinformation, malinformation o misinformation ha dato vita a risposte diverse. Per alcuni la foto era disinformazione, per altri c'era anche un intento di malinformazione, perché tendeva a danneggiare – di riflesso – i manifestanti. Interessante vedere come l'articolo de Il Post apparisse a tutti neutrale e ovviamente la domanda finale: a tutti i ragazzi, anche quelli che manifestatamente simpatizzano per le forze di polizia, è sembrata una pessima idea la pubblicazione della foto manipolata.

Alla fine mi sono preso anche due minuti di pippolotto dicendo che questa cosa che è successa è interessante perché ci mostra un plot che si ripeterà sempre di più e in maniera sempre più invasiva nei prossimi anni: fonti fotografiche e video che “sembrano veri” e che hanno magari parti di realtà embeddate dentro una sovrastruttura falsificata e strutturata per disinformare le masse. E serviranno quindi nuove competenze e nuove skill per sapere gestire questi nuovi materiali di disordine informativo, competenze che non saranno solo tecniche, ma anche culturali, umane. Anche dopo la scuola e nel mondo lavorativo. Alcuni – forse – ascoltavano.

Nel corso della mattinata poi ho portato i ragazzi di quarta per leggere, sempre con i loro smartphone, un articolo del New York Times che avevo trovato piuttosto interessante. Un attore americano che negli Stati Uniti non può più recitare l'Otello per motivi legati alla cancel culture e al blackface e che riesce a metterlo in scena in un centro commerciale in Cina, modificando il copione di Shakespeare spostando la scena da Venezia e Cipro a una piccola isola del fiume Yangtze e le etnie: il “moro” è sostituito da un occidentale, mentre i veneziani sono tutti cinesi. Il razzismo che permea molte battute di Iago ai danni del 'nero', qua sono contro l'occidentale.

Anche in questo caso ho usato la tecnica di lasciarli liberi di leggere l'articolo e di rispondere alle domande che avevo preparato per loro, condividendo poi le risposte alla fine tra i vari gruppi. Mi ha fatto piacere che tutti abbiano colto il riferimento alle cose viste precedentemente in classe, indicando l'idea di Shalespeare come “artigiano” teatrale capace di modificare il copione a seconda delle esigenze e che si fossero trovati a loro agio nei riferimenti all'Otello che avevamo visto integralmente in classe nella versione di Welles e che poi loro avevano recitato creando dei brevi film con alcune delle scene chiave.

Anche qua alla fine ho fatto il pippolotto di due minuti due, mostrando come un articolo del genere fosse ricco di informazioni: ci parlava della cancel culture e dei limiti della sua applicazione; dell'interesse degli occidentali statunitensi alla censura e alle libertà concesse sotto Xi Jinping; della fortuna scenica e di come questa sia legata doppio filo alla politica (Shakespeare sparisce in Cina durante la rivoluzione culturale) e di come il teatro sia una forma di espressione che si adatta e muta nel corso del tempo e dello spazio.

È stato per me interessante vedere la curiosità di un mio studente di origini cinesi nel leggere l'articolo e nel contestare anche un termine usato dal New York Times, e di come almeno un altro studente sapesse già cosa fosse il blackface tanto da poterlo spiegare sommariamente ai suoi compagni.

Fine, torno nel mio sacco a pelo, buon fine settimana, portatemi dei caffé in barattolini di plastica monouso, grazie.

 
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from lucazanini

[caffeine]

poggiato la] linea immaginaria di brevetto il] [ricevitore fa] sapere l'ottotresette è finale lo] indicano per Wotan per l'Osram

 
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from Chi sei ele?

Scrivo per salvarmi, scrivo per rileggerlo in tempo futuro ma soprattutto scrivo perché spero che qualcuno mi salvi, ma chi cercherà di salvarmi mi farà solo che danni. Perché dovrebbe salvarmi da me stesso.

Spero di ritrovarmi di nuovo e non perdere di nuovo la strada

~ele
 
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from Chi sei ele?

“Vivo perché i miei cari ci rimarrebbero male” “Vivo per inseguire i miei sogni” “Vivo per stare dietro chi amo e fare in modo che non sentino questo” Tutti motivi che potrebbero finire domani. Perché non vivo mai per me stesso?

Vorrei la risposta ma davvero non lo so

 
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from Chi sei ele?

“ele esiste solo su Internet” Forse è vero, forse la versione migliore e più sincera di me, quella più profonda, quella che non si fa' problemi, esiste e esisterà solo su Internet.

Forse dovrei smetterla di farmi chiamare Ele anche in pubblico e accettare che esisto solo qui.

~ele
 
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from Chi sei ele?

Si

E allora perché, perché questa sensazione di vuoto, di incompiutezza. Perché sento che mi sto perdendo di nuovo.


Non volevo inziare in questo modo così pessimista, era da giorni che dicevo “CAZZO, dovrei scrivere un bel articolo del blog felice in cui dico di aver scoperto la mia via” ma, come al solito, non è così. Circa, perché il punto e che la mia via lo trovata, ma non so se mi convince, sai, quel Ele precedente, quello iper pessimista, ansioso, nell'angolino a piangiere, mi manca.

Sai perché mi manca? perché era se stesso, non doveva avere paura di affezzionarsi, non doveva cercare la prova che “questa volta non me ne pentirò”, quante persone di cui mi fido e voglio bene allontano, allontano per proteggerle ma soprattutto, e questo l'ho capito da poco, per proteggermi. Perché io voglio che raggiunto l'apice della felicità, della fiducia, tutto finisca, come una foto indelebile e che questo non marcisca. Ma non si può, no? E puntualmente marcisce. Ma che ci posso fare, quindi ora questa sensazione, di dover rendere definitiva l'apice senza andare più avanti, ora lo sento sulla mia pelle, sulla mia vita. Ho paura di affrontare ciò che viene dopo, sono felice ora e voglio rimanere felice, quindi seguendo l'esempio che faccio spesso “Se morissi ora, mi pentirei di qualcosa o direi di essere stato felice”, direi di essere stato felice, quindi chiudiamola qui prima che tutto si rovina perché so, che a breve succederà, è innevocabile, siamo vicini alla fine di questo capitolo della mia vita e questo porta alla fine della mia felicità. Chiudiamola qua.

“Sai fra, sono diventato menefreghismo, ormai me ne frego di che pensano di me, faccio e basta” Si perché tanto quelle persone mi dimenticheranno, non sarò che un aneddoto divertente e questo vale anche per te, quindi chiudiamola qui prima che si rovina l'aneddoto. Perché se vivo da menefreghista, prima era per essere felice, per essere me stesso, ora è perché ho rinunciato a vivere. A breve si rovinerà tutto e io voglio solo prepararmi a quando succederà.

“Chi è cagione del suo mal, pianga se stesso” “Da ciò che scappi, ciò ti causi” So fin troppo bene che così finirò solo a scavarmi una fossa sempre più grande, ma capitemi, in una vita di disavventure, quando vedi la felicità diventi dipendente, uscire da questa dipendenza non solo è difficile ma è accettare di tornare al punto di partenza, sinceramente non ci riesco.

Son felice ma così felice che la mia voglia di vivere è scesa per non tornare triste e ho perso me stesso di nuovo nella ricerca di questa felicità. E ora Si torna a punto e a capo. Ma il punto è, ho paura Quindi si ricomincia

che bello...
 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Dopo avere assistito ad un concerto di Wilco si ha come la sensazione che la band di Jeff Tweedy sia l'ultima depositaria dei canoni della musica americana e che nessuno oggi sappia suonare così, sia per perizia di mezzi che per feeling. A prescindere da ciò, basterebbe scorrere i singoli capitoli dell'intera discografia per notare come il livello di scrittura dei nostri si sia sempre attestato su livelli elevatissimi, grazie ad una formula che coniuga l'obliquità di un'attitudine indipendente con una sensibilità che scaturisce dal collocarsi in un continuum con quanto di meglio il rock abbia prodotto dai '60 ai '70... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/wilco-schmilco-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/3Zv4IVunQsOuACPEsPLbW1


 
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