ELIMÈLEC E NOEMI NEL PAESE DI MOAB (1,1-5)
1Al tempo dei giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo con la moglie e i suoi due figli emigrò da Betlemme di Giuda nei campi di Moab. 2Quest'uomo si chiamava Elimèlec, sua moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion; erano Efratei, di Betlemme di Giuda. Giunti nei campi di Moab, vi si stabilirono.
3Poi Elimèlec, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i suoi due figli. 4Questi sposarono donne moabite: una si chiamava Orpa e l'altra Rut. Abitarono in quel luogo per dieci anni. 5Poi morirono anche Maclon e Chilion, e la donna rimase senza i suoi due figli e senza il marito.
NOEMI E RUT TORNANO A BETLEMME (1,6-22)
Il realismo di Noemi
6Allora intraprese il cammino di ritorno dai campi di Moab con le sue nuore, perché nei campi di Moab aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane. 7Partì dunque con le due nuore da quel luogo ove risiedeva e si misero in cammino per tornare nel paese di Giuda. 8Noemi disse alle due nuore: “Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! 9Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare tranquillità in casa di un marito”. E le baciò. Ma quelle scoppiarono a piangere 10e le dissero: “No, torneremo con te al tuo popolo”. 11Noemi insistette: “Tornate indietro, figlie mie! Perché dovreste venire con me? Ho forse ancora in grembo figli che potrebbero diventare vostri mariti? 12Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi. Se anche pensassi di avere una speranza, prendessi marito questa notte e generassi pure dei figli, 13vorreste voi aspettare che crescano e rinuncereste per questo a maritarvi? No, figlie mie; io sono molto più amareggiata di voi, poiché la mano del Signore è rivolta contro di me”. 14Di nuovo esse scoppiarono a piangere. Orpa si accomiatò con un bacio da sua suocera, Rut invece non si staccò da lei.
Rut rifiuta di separarsi dalla suocera
15Noemi le disse: “Ecco, tua cognata è tornata dalla sua gente e dal suo dio; torna indietro anche tu, come tua cognata”. 16Ma Rut replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. 17Dove morirai tu, morirò anch'io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”.
Arrivo a Betlemme
18Vedendo che era davvero decisa ad andare con lei, Noemi non insistette più. 19Esse continuarono il viaggio, finché giunsero a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in subbuglio per loro, e le donne dicevano: “Ma questa è Noemi!”. 20Ella replicava: “Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l'Onnipotente mi ha tanto amareggiata! 21Piena me n'ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è dichiarato contro di me e l'Onnipotente mi ha resa infelice?“. 22Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l'orzo.
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Note
1,1 Nei nomi, dall’evidente valore simbolico, si compendia il dramma della famiglia: a parte Elimèlec, che significa “il mio Dio è re”, tutti gli altri sono funzionali al ruolo dei personaggi, come dimostra il mutamento di Noemi (“mia dolcezza”) in Mara (“amarezza”: 1,20). Maclon e Chilion vogliono dire rispettivamente “malattia” e “consunzione”; Orpa è “colei che volta le spalle”, mentre Rut può significare sia “compagna” sia “riconfortata”; Booz (2,1) e Obed (4,21), infine, significano l’uno “fermezza” e l’altro “servo (del Signore)”. I campi di Moab sono il fertile altopiano al di là del Mar Morto, compreso tra Ammon al nord e Edom al sud; il popolo che vi abitava non intrattenne mai rapporti amichevoli con Israele.
1,2 Efratei, di Betlemme: cioè appartenenti al clan giudeo di Èfrata, che si era insediato nella regione di Betlemme (1Sam 17,12); da qui l’associazione tra i due nomi, attestata anche nella profezia messianica di Mi 5,1, ripresa da Mt 2,5-6.
1,11 Ho forse ancora in grembo figli... mariti?: allusione alla pratica del levirato (da levir, in latino “cognato”). Secondo questa legge (Dt 25,5-6), la vedova del marito morto senza figli doveva andare sposa al parente più prossimo del defunto, in primo luogo al fratello, allo scopo di perpetuare la discendenza e assicurare la stabilità del patrimonio familiare.
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Approfondimenti
1,1-22. La vicenda è ambientata «al tempo in cui governavano i giudici» (v. 1), un'espressione generica, che intende proiettare i fatti in tempi remoti, premonarchici. L'emigrazione per carestia (v. 1) non è un fenomeno insolito nella Bibbia. Abramo (Gn 12,10) per lo stesso motivo emigrò in Egitto, Isacco (Gn 26,1) nel paese dei Filistei, Giacobbe (Gn 42,1) mandò i figli ancora in Egitto (cfr. anche 1Re 17,7-24; 2Re 8,1). Ora Elimelech è costretto a trasferirsi a Moab, che 2Re 3,4 definisce un paese fertile. Moab, a est del Mar Morto, fra Ammon al nord e Edom al sud, al tempo della monarchia era sede di una civiltà urbano-agricola non molto distante da quella israelitica. Nm 21-25 informa ampiamente sulla situazione di Moab prima dell'insediamento degli Ebrei in Canaan e sui rapporti tra Israeliti e Moabiti. S'è già detto dell'amicizia tra Davide e il re di Moab. Dopo Davide, Moab divenne un regno vassallo d'Israele (cfr. 2Sam 8,2). La celebre stele di Mesa ne parla, menzionando l'indipendenza ottenuta quindi dallo stesso Israele (cfr. 2Re 1,1; 3,4ss.). Nel nostro libretto i Moabiti, grazie a Rut, sono posti in una luce favorevole, anche se la famiglia di Noemi nel loro paese incontra solo sventure.
2-5. A parte Elimelech = «il mio Dio è re», gli altri nomi dei personaggi di Rt hanno un significato simbolico. Noemi significa «mia dolcezza» o «mia piacevolezza» o «mia bellezza». Il suo nome diventerà, per suo stesso desiderio, Mara (v. 20), che vuol dire «amara» (cfr. Es 15,23). Maclon ha il significato di «debolezza» e Chilion vuol dire «consunzione». Orpa significa «infedele», «colei che volta le spalle» e Rut è «l'amica, la compagna» o anche «la riconfortata». Quanto al nome di Booz, vuol dire «solidità, fermezza».
16-17a. A differenza della cognata Orpa, Rut non vuole abbandonare la suocera. Condividerne la sorte per lei significa lasciare la propria terra e religione, ed entrare a far parte di un altro popolo. Di Rut il testo sottolinea spesso la provenienza non israelitica (Rut è «moabita», 1,4; 2,2.6.21, è «straniera», 2,10) e, d'altro canto, ne mette in evidenza la bontà, quasi a voler sconfessare Dt 23,4-7.
17b. «Il Signore mi punisca come vuole» è, alla lettera, «Questo mi faccia JHWH e vi aggiunga quest'altro (male)». Si tratta della formula del “giuramento imprecatorio”, la cui origine va ricercata nel rito sacro del giuramento, col quale s'invocava sul capo dello spergiuro la fine stessa della vittima che veniva spaccata in due per il sacrificio (cfr. Gn 15,10.17). Qui peraltro la formula è usata in senso indeterminato (cfr. Nm 5,21s.; 1Sam 3,17; 14,44; 20,13; 25,22; 2Sam 3,9.35), senza la menzione dei mali concreti imprecati sullo spergiuro. Durante il rito sacro, invece, chi pronunciava il giuramento nominava uno ad uno i mali che imprecava sopra di sé in caso di inadempienza. Dietro a questo rito c'è la convinzione della validità automatica di una formula, accompagnata dal timore sacro della trasgressione, considerata l'efficacia magica della maledizione imprecata invocando il nome divino. Qui la primitività della concezione è andata perduta, come in genere nella Bibbia, che preferisce attribuire questi comportamenti a personaggi negativi, come Saul, o li critica espressamente (cfr. 1Sam 14,29-30).
20-21. Noemi assume un atteggiamento analogo a quello di Giobbe (Gb 1,21). Diversamente da Giobbe peraltro, non chiede a JHWH ragione di queste sue disgrazie. Dio è l'Onnipotente, secondo la versione LXX. che ha ho hikanos tradotto dalla Vulgata con omnipotens. Il Testo masoretico ha invece (’el) šadday, un nome proprio di Dio ricorrente una cinquantina di volte in tutto l'Antico Testamento e che i LXX traducono con theos, o anche theos šadday, e talune volte con ho kyrios, ho epouranios, ho hikanos. Questo nome divino è di etimologia e significato molto discussi (il giudaismo interpreta il titolo nel senso di «colui che basta»). Si può dire che siamo di fronte comunque a un nome prejahvistico (cananeo?), nell'Antico Testamento usato talvolta come epiteto arcaicizzante, specialmente in testi più recenti (oltre a Rt 1,20.21, cfr. Is 13,6; Gl 1,15; Ez 1,24; 10,5). L'epiteto ricopre una certa importanza nell'antica magia, come nome con poteri magici, e ciò persino nelle leggende musulmane. L'interpretazione di šadday nel senso di pantokratōr, diffusasi anche con la versione omnipotens di Girolamo, è una delle basi su cui si fonda la tradizione cristiana per parlare di Dio “onnipotente” (nei LXX invece Kyrios pantrokratōr, rende abitualmente JHWH ṣᵉba’ot).
(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
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