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from Milano Dopo Mezzanotte

Il turno della civetta

L’asfalto di viale Jenner ha il colore del piombo e la stessa capacità di pesare sul petto. A Milano, dopo la mezzanotte, l'aria cambia sapore: perde il retrogusto di uffici e aperitivi e prende quello di gomma bruciata e di umidità. Vincenzo spense il motore della sua Punto grigia, un fantasma tra i fantasmi parcheggiati sul marciapiede. Lavorava per la Vigilanza Ambrosiana da dodici anni. Dodici anni di chiavi che giravano nelle toppe di capannoni disabitati, di fari puntati contro vetrate di banche vuote e di caffè pessimi buttati giù nei distributori automatici h24. Lo chiamavano “Il turno della civetta”, quello che comincia quando i fari delle auto diminuiscono e i lampioni iniziano a ronzare come insetti impazziti. Quella notte la nebbia non era la solita coltre fitta di un tempo, ma un velo bastardo, una bava trasparente che impastava le luci dei semafori, trasformandole in macchie di sangue sospese nel vuoto. Vincenzo diede un'occhiata al foglio di via elettronico sul tablet fissato al cruscotto. Prossimo controllo: Stampa & Grafica Milanese, una tipografia semi-abbandonata in una traversa di via Dergano. Un posto che odorava di inchiostro secco e fallimento. Il proprietario pagava ancora la quota minima di vigilanza solo per evitare che gli occupanti abusivi smantellassero i vecchi macchinari di ghisa per rivenderli al peso. Scese dall'auto. Il freddo di Milano a novembre ti si infila sotto il colletto della divisa come una lama sottile. Sistemò la torcia pesante nella fondina e si diresse verso il cancello carrabile. Tutto regolare. La catena era tesa, il lucchetto graffiato ma chiuso. Camminò lungo il perimetro, i passi attutiti dalle foglie marce che marcivano sul cemento. Arrivato alla porta sul retro, quella d'acciaio tamburato, si bloccò. C’era qualcosa che non andava. L’odore. Non era il solito mix di muffa e solventi chimici classico di aziende simili a questa. Era un odore dolciastro, denso, che Vincenzo aveva imparato a conoscere vent'anni prima, durante il servizio militare nei Balcani. L'odore del ferro che incontra l'aria. Sangue. Impugnò la torcia con la mano sinistra, usandola come scudo, e avvicinò la destra alla Beretta d'ordinanza. Non la estrasse, non ancora. La burocrazia per un colpo sparato in servizio era un incubo peggiore di una coltellata. Spinse la porta. Era accostata. La serratura era stata aperta dall'interno, o forse con una chiave passe-partout. Nessun segno di scasso. Il fascio di luce bianca della torcia tagliò il buio della tipografia. Le ombre dei vecchi rulli da stampa si allungarono sulle pareti come dita di scheletri giganti. Polvere, ragnatele e, sul pavimento, una scia scura. Lucida. Vincenzo seguì la traccia con lo sguardo. Le gocce diventavano strisciate, come se qualcuno avesse trascinato un sacco pesante. La scia portava dritto verso il fondo del capannone, dove i vecchi uffici amministrativi erano separati dalla produzione da una parete di plexiglas ingiallito. «C’è qualcuno?» Disse Vincenzo. La sua voce risuonò vuota, subito inghiottita dal silenzio pesante del locale. Nessuna risposta. Solo il ticchettio ritmico di un tubo al neon difettoso che cercava disperatamente di accendersi in un angolo, producendo un lampo violaceo ogni tre secondi. Zac. Zac. Zac. Fece tre passi avanti. Le suole di gomma degli anfibi di ordinanza fischiavano sul pavimento di resina. Il cuore aveva preso a battere contro le costole con la violenza di un pistone. Raggiunse la porta dell'ufficio. La scia di sangue passava sotto lo zoccolino di legno. Con un movimento rapido, Vincenzo spalancò la porta e puntò la torcia. L’uomo era seduto sulla sedia girevole dietro la scrivania metallica. La testa era reclinata all'indietro, gli occhi sbarrati che fissavano il soffitto scrostato. Indossava un cappotto elegante, di quelli che si acquistano nei negozi del centro, ora inzuppato di un rosso scuro sul petto. Tre fori netti. Un lavoro pulito, da professionisti. Vincenzo riconobbe quel volto. Lo aveva visto sui giornali quella stessa mattina. Era l'assessore all'urbanistica del Comune, l'uomo d'oro della nuova Milano dei grattacieli e dei fondi d'investimento stranieri. Accanto al cadavere, sulla scrivania, c'era una borsa di pelle aperta. Vuota. Vincenzo fece un respiro profondo, cercando di dominare la nausea. Portò la mano alla radio sulla spalla per chiamare la centrale. «Centrale da pattuglia 4, mi sentite? Ho un codice rosso in via...» Click. Il rumore metallico alle sue spalle fu quasi impercettibile, ma per Vincenzo fu chiaro come un colpo di cannone. Il rumore di un cane che viene armato. Una canna di pistola appoggiata esattamente alla base del suo cranio, dove la carne è più tenera. Il neon difettoso fece un altro scatto. Zac. Per un millesimo di secondo, il riflesso sul plexiglas dell'ufficio mostrò a Vincenzo la figura alle sue spalle. Un uomo alto, completamente vestito di nero, con il volto coperto da un passamontagna. «Lascia cadere la radio, Vincenzo. Piano» Non era la voce di un criminale comune. Era calma, ferma, priva di inflessioni dialettali. Una voce colta, quasi annoiata. Ma la cosa che fece gelare il sangue nelle vene della guardia giurata non fu il tono. Fu il fatto che quell'uomo conoscesse il suo nome. Vincenzo obbedì. Aprì le dita e la radio cadde a terra con un rumore sordo, grattando sul pavimento. «Bravo. Ora la pistola. Con due dita. Lasciala scivolare fuori dalla fondina.» Vincenzo eseguì anche quell'ordine. La Beretta scivolò sul cemento, allontanandosi di un paio di metri. La pressione della canna contro la sua nuca non diminuì di un millimetro. «Non ho visto niente» disse Vincenzo, odiando il tremito che gli incrinava la voce. «È solo un controllo di routine. Posso girarmi e andarmene. La radio non era ancora in collegamento, non ho fatto in tempo a dare la posizione.» Una leggera risata risuonò nell'oscurità dell'ufficio. «Lo so che non hai fatto in tempo, Vincenzo. Controllo la frequenza della tua centrale da due ore. E so anche che sei un brav'uomo. Un uomo che ha un mutuo a Bresso e una figlia che studia all'università.» Vincenzo tese i muscoli delle gambe. La mente cercava disperatamente una via d'uscita, un riflesso nel plexiglas, un millimetro di spazio per tentare una mossa disperata. Ma chiunque ci fosse dietro di lui sapeva esattamente come tenere in ostaggio un corpo. La pressione della pistola si fece più forte, costringendolo a inclinare la testa in avanti. «Vedi.» Continuò la voce, avvicinandosi al suo orecchio, tanto che Vincenzo potette sentirne l'odore di menta e dopobarba costoso, «L'assessore qui presente pensava di poter cambiare le carte in tavola all'ultimo momento. Pensava che Milano fosse sua. Ma Milano non appartiene a chi ci vive, e nemmeno a chi la governa. Milano appartiene a chi la compra.» L'uomo in nero allungò la mano libera e prese un oggetto dalla tasca del cappotto dell'assessore morto. Un piccolo dispositivo USB, d'oro lucido. «Ora ti darò una scelta, Vincenzo. Una scelta che cambierà il resto della tua notte, o il resto della tua vita.» L'ombra fece un passo di lato, quel tanto che bastava per permettere a Vincenzo di vederlo con la coda dell'occhio, senza però abbandonare la linea di tiro della pistola. Con la mano guantata di pelle nera, l'assassino estrasse dalla giacca una busta di plastica trasparente. Dentro c'era una mazzetta di banconote da cinquecento euro. Spessa tre dita. «Opzione A: prendi questa busta. Domattina ti licenzi, estingui il mutuo e ti dimentichi di essere mai entrato in questa tipografia. Io esco da quella porta e tu aspetti dieci minuti prima di chiamare il 112, inventando la storia di un tizio incappucciato fuggito nei campi.» L'assassino fece una pausa. Il neon scattò ancora. Zac. Il silenzio di Milano dopo la mezzanotte sembrò amplificare il rumore del respiro di Vincenzo. «E l'opzione B?» Chiese la guardia giurata, sapendo già la risposta. L'uomo sorrise sotto il passamontagna; Vincenzo lo capì dalle rughe che si formarono attorno agli occhi chiari, spietati. «L'opzione B è gratis, Vincenzo. E dura un millesimo di secondo. Allora, che tipo di milanese sei? Uno che lavora o uno che guadagna?» L'assassino abbassò leggermente la pistola, puntandola non più alla nuca, ma al centro della schiena di Vincenzo, lasciando la busta di denaro sul tavolo, proprio accanto alla mano irrigidita dell'assessore morto. Vincenzo guardò i soldi. Poi guardò il sangue che gocciolava dalla scrivania. La sua mano destra rimase sospesa a metà aria, tesa tra il riflesso della Beretta sul pavimento e i pezzi da cinquecento euro. Fuori, in lontananza, la sirena di un'ambulanza cominciò a urlare, avvicinandosi lungo viale Jenner. «Cinque secondi, Vincenzo» Sussurrò la voce nel buio, e il rumore del grilletto che veniva leggermente premuto pose fine a ogni ulteriore domanda.

 
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from La vita in famiglia è bellissima

“Papà – mi chiede secondogenito – come si chiama in italiano uno sciame di galline?”. Così i dialoghi con i miei figli, sembra di stare in una sit-com dal vivo o in un pezzo di Ionesco. “Uno sciame di galline?“chiedo. Lui ha il cellulare in mano, mi guarda, guarda il cellulare. “In inglese c'è un termine, ma non so come funzioni in italiano”. Ci penso. “Non funziona, in italiano. Non c'è un termine per definire un gruppo di galline”. Secondogenito mi guarda, non dice niente, cerca su Google. “Qua – spiega dopo un po'– internet dice stormo”. Lo guardo. “Stormo di galline?” faccio io con viso inespressivo. “Così dice internet” fa lui. “Ma internet chi?” chiedo io.

'Internet' in questo caso sono quasi tutti siti di vendita online. “Sono tradotti in automatico” spiego a secondogenito. “Non esiste l'espressione stormo di galline, o almeno io non l'ho mai sentita. E io ne ho sentite tante” concludo. Secondogenito sorride e mi mostra il cellulare. “Padre, quello a cui stai assistendo è la lingua italiana che si evolve” dice sornione. Se mille siti parlano di stormi di galline prima o poi avremo le galline in stormi.

“A proposito – continua secondogenito – sai come si chiama un gruppo di corvi in inglese?”. “Lo ignoro” rispondo. Secondogenito fa un sorriso mellifluo, solenne: “murder” dice con un certo compiacimento lessicale. “Murder” ripeto io rapito.

A questo punto entra in scena anche terzogenita. “E sapete – fa lei – come si chiama un gruppo di furetti?”. “Furetti?” chiedo io e lei annnuisce. Guardo secondogenito che alza le spalle. Questa volta è terzogenita che sorridendo lascia andare il suo vocabolo segreto: “business”. Secondogenito corre a cercare sul cellulare. Legge, sorride. “È vero” conferma. Continua a leggere e poi mette via il cellulare e inizia a guardarci sardonico.

In pratica, spiega, i gruppi di animali in inglese vennero inizialmente chiamati con un aggettivo che richiamasse le loro caratteristiche. Murder per i corvi. Pride per i leoni.

“Un attimo – lo interrompo – vuoi dire che in inglese si dice “a pride of leons” per dire un branco di leoni?“. Secondogenito annuisce. “Cristo santo” faccio io. “Sono dei pazzi”.

“E business per i furetti? Allora vuol dire che i furetti sono bravi in affari?” chiede terzogenita divertita. Secondogenito fa no-no con la testa. “È stato un errore di trascrizione. In origine doveva essere “busyness”. Indaffarati. Sai come sono i furetti” spiega.

“Certo – rispondo io – è che tendo a dimenticarlo”.

 
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from Gippo

Questo post è stato scritto soprattutto per il titolo: avete riconosciuto sicuramente la citazione de “I migliori anni della nostra vita” ma forse vi sarà sfuggito il fatto che non si tratta solo di una quotata generica. Difatti la parola ninja è l'esatto anagramma di “anni”. Come dite? Non è vero? Fidatevi, fidatevi, è vero. Il punto è che noi pronunciamo “ningia” così sembra che ci sia una “g” in più ma se togliete la “g”... Questo post è stato scritto anche, soprattutto, per questa simpatica osservazione sull'anagramma che si presta a molte obiezioni talmente facili che la maggior parte di voi rinuncerà a farle in partenza. Ma veniamo ai ninja.

Ninja

Il post bocciato sui ninja

Volevo fare un post sui migliori ninja della nostra vita, partendo dal primo contatto con i ninja (per lo più attraverso i videogiochi) fino ai contatti più recenti. Avrei parlato di: – Shinobi; – Tartarughe Ninja; – Scorpion e Sub-Zero di Mortal Kombat; – La serie di librigame sui ninja; – Ninja Gaiden; – Kage di Virtua Fighter; – Ayane e altri ninja più o meno pettoruti di Dead or Alive.

Questo post è stato bocciato. Alla fine è un post ombra, che aleggia su questo post come un doppio oscuro. Fa molto ninja in effetti.

Le tecniche segrete dei ninja

Farò solo un accenno personale ad una iniziativa che avrei voluto pubblicare qualche anno fa: le tecniche segrete speciali di Sexy Ninja. Cioè volevo creare l'etichetta di Sexy Ninja e avevo ideato un logo semplice e assolutamente accattivante. Avrei pubblicato un libro di trucchetti ninja di quelli che piacciono a me, robe un po' PNL, un po' buonsenso, un po' assurdità. Tipo: tecnica segreta speciale della Tabula Rasa (che non riveleró in quanto segreta). L'idea mi era venuta leggendo i libri del tizio che ha pubblicato le 48 leggi del potere. Avete presente quel tizio, sì? Un gran figo, i suoi libri spaccano. O almeno spaccavano quando avevo una certa età. Ma adesso arriviamo al tema del giorno.

Kuji-Kiri

Lo sapevate? I ninja facevano cose che sembravano soprannaturali. Anzi, i ninja facevano cose proprio soprannaturali e la loro tecnica mistico-esoterica si chiamava come il titolo di questo paragrafetto. Ecco, in questo momento sto leggendo proprio un manuale della edizioni Mediterranee che mi spiega queste tecniche ma non c'è niente di facile: meditare, respirare, lavorare su se stessi, capite bene anche voi, no? Ecco, di pratico e facile giusto il fare qualche forma con le dita tipo ombre cinesi. Penso che userò il metodo Toyota, siccome in questo momento non mi ispira, mi fermo e lo lascio perdere. Credo allora che mi ributterò su quella saga in lingua inglese dove un tizio (figo quasi quanto l'autore delle 48 leggi del potere) finisce in un mondo parallelo tipo anime isekai giapponese e viene accolto in un villaggio popolato da elfe bellissime e sessualmente disponibili.

Per il post sui ninja è tutto. Gheregheregez! (grido ninja)

 
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from Diario

Primo bagno in mare del 2026. Mentre ci avviciniamo alla prima spiaggia libera da scarichi, batteri fecali, costruzioni temporanee in cemento armato, sento all'improvviso questo senso di deja-vu del cambio di stagione. L'estate è davvero una dimensione diversa. Arriva il mio odore, quello della roba che mi circonda, fioriscono gli insetti tutto intorno a me – mi ricordo della consistenza della crema solare, mi entra letteralmente dentro: la inspiro.

Ricordo quando – da bambino – l'estate durava nella mia percezione un'era millenaria. Adesso è un frammento. E mi succede questa cosa, mentre ancora sto andando, di sentire in anticipo la delusione di quando tutto questo finirà. Mi ricordo la sensazione degli anni scorsi di essere immerso nell'acqua, guardare le case di questa o quella frazione ligure appesa alla collina, e pensare: è settembre e questo è il mio ultimo bagno e mi sembra ieri di aver fatto il primo. La paura di aver perso la capacità di godermi le cose e vedere le sensazioni scivolare via. Il terrore dell'insensibilità.

Poi mi getto in acqua, è gelida. Sento il corpo che prima manda una scarica di panico e poi di benessere, come si dice? Rinvigorente. Do bracciate, scatto verso il basso, tocco con una mano il fondo sabbioso, ritorno in alto. Emergo, respiro, mi guardo attorno alla ricerca di un sorriso lontano. L'unico modo di ricordare tutto sarebbe un'estate infinita, penso.

È maggio.

 
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from Cambiare le cose

#riflessioni #storie #società

Tempo fa, qualcuno ha lasciato lungo la strada una serie di sacchetti di carta chiusi con sopra la scritta “Aprimi se hai il coraggio”, chiaramente un'operazione promozionale. Andando in stazione, mi sono fermato e ho fatto quello che per me era ovvio: ho aperto il sacchetto. Il contenuto non è importante, quello che mi ha colpito è che, subito dopo, una ragazza, diciamo di circa quindici anni, si è avvicinata e mi ha chiesto cosa ci fosse dentro. Alla mia risposta, si è girata e l'ha comunicata alle sue amiche che aspettavano osservandola dall'altro lato della strada. Sacchetti uguali a quello che ho aperto ce n'erano in abbondanza lungo la strada ed era chiaro che si trattasse di una pubblicità, c'era perfino un adesivo col logo del negozio che li teneva chiusi, perciò era ovvio che si trattasse di oggetti del tutto inoffensivi. sacchetto Non ho fatto foto del sacchetto quindi l'ho generato con l'AI, perdonatemi

Però quelle ragazze hanno avuto paura di aprirne uno. Pur curiose di vederne il contenuto, hanno aspettato che qualcuno aprisse il sacchetto per chiedere cosa ci fosse all'interno. Perché hanno avuto paura? Perché hanno aspettato che lo facessi io per soddisfare la loro curiosità? Non voglio cadere nell'errore metodologico di estrapolare un comportamento generale da un unico caso, ma questo episodio mi ha suscitato un dubbio: non è che stiamo perdendo la capacità di rischiare? Noi vecchi (ormai devo giungere a patti col fatto di far parte della categoria) perché scottati da troppe fregature. Le generazioni più giovani perché sono cresciute con mille paure che abbiamo inculcato loro, a cui si aggiungono quelle dovute allo schifo di mondo che stiamo loro lasciando. Non è che a forza di voler proteggere figlie e figli da tutti i pericoli, veri o presunti, che percepiamo, abbiamo instillato nelle loro menti un livello di paranoia tale che li rende incapaci di correre il minimo rischio? Abbiamo barattato il senso di sicurezza per l'immobilismo?

cold comfort for change direbbero i Pink Floyd.

Senza rischiare non si progredisce. Non ci si fa male, certo, ma non si ha nemmeno l'occasione di fare esperienze interessanti, scoprire nuove cose, migliorare. E senza farsi male, senza cadere, non si scopre che ci si può anche rialzare. Parafrasando un altro gruppo che piace ai vecchi ribelli che una volta erano giovani ribelli:

comodo ma come dire poca soddisfazione.

Altra storia: mio figlio è un bambino – ragazzo, mannaggia a lui che ha già 12 anni – curioso, che quando si appassiona di qualcosa cerca tutti i dettagli e le informazioni possibili sull'argomento. Ma non esce dalla sua comfort zone. Cerca solo cosa che sa già gli piaceranno, siano film, anime, manga, video su YouTube... è difficilissimo convincerlo a esplorare qualcosa di radicalmente diverso da quello che già conosce. D'altra parte questo comportamento lo abbiamo creato noi: l'industria dell'intrattenimento funziona così, si replicano gli stessi modelli, gli stessi personaggi, gli stessi prodotti che sicuramente avranno successo; perciò via di sequel, prequel, reboot, spinoff; via di effetto nostalgia e ripresa di cose che in passato piacevano. Il franchise dà sicurezza, a chi lo crea, che non rischia denaro, e a chi ne fruisce, che sa già cosa trova. Tutto molto bello, se a voi piace così. Ma, e lo ripeto, senza rischiare, senza affrontare l'ignoto, la nostra mente rimarrà piccola e ottusa, non miglioreremo mai né individualmente né come società. E non scopriremo mai cose più belle di quelle che già conosciamo. Imboccheremo strade sbagliate e vicoli ciechi, certo, ma impareremo come tornare indietro e come uscirne; esplorando, sbagliando, osando cresceremo e andremo avanti. La scienza funziona così. Tutto dovrebbe funzionare così. Altrimenti saremo sempre più meschini, generazione dopo generazione.

 
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from Diario

Alla mattina succede questa cosa, che quando sorge il sole, ad un certo punto, il viadotto autostradale si trova nel mezzo della linea immaginaria che corre tra la porta finestra della mia cucina e il sole stesso. Così la mia cucina entra ed esce dalla luce solare come in un film. All'inizio non avevo capito il perché. Sono le auto che – lontane – passando sul viadotto coprono il sole mettendo in ombra o in luce la porta finestra. La mia cucina sembra i fotogrammi di una pellicola che adesso vivono la vita, adesso mostrano le quarte della scenografia.

Sto cercando qualcosa che non trovo. Ho delle immagini di opere d'arte che non trovo più su internet. La quantità di materiale che è sotto la scocca del digitale è insostenibile. Qualcosa mi illumina, una foto, la riproduzione di una montagna con un pastore o uno zappatore, non lo so. È a terra che dorme, come una cosa senza energia, prono. Cerco il quadro su internet, non lo trovo. Chiedo ai colleghi, mi mostrano cose simili. Forse non esiste. Un effetto Mandela che mi ronza nella testa, uno dei tanti. Una donna sorridente che porge una gallina uccisa. Anche questo non lo trovo, non come era nella mia testa.

Il carico di stress, di responsabiilità percepita, di adagio e sottommissione che hanno le generazioni a partire dalla mia è superiore sotto alcuni aspetti a quello delle precedenti. In genere si pensa il contrario e c'è una mitologia epica di molte generazioni che hanno subito o determinato alcuni strappi importanti della propria vita privata: le due guerre mondiali, il boom economico, l'adesione alla visione produttiva occidentale.

Molti della mia generazione, specie quelli che non appartengono ai piccoli rami dinastici di questa o quella famiglia imprenditoriale, sono nati e cresciuti in un mondo dove l'utopia veniva progressivamente circoscritta ed erosa da quella che qualcuno avrebbe potuto chiamare “la cognizione del vero”. Sono nato in una società dopata che via via ha aumentato i suoi strumenti per indagare e darmi informazioni su ogni cosa in una scala tale da creare un disturbo cognitivo: a cascata una “cognizione del falso” come sistema di autotutela rispetto a una conoscenza che annichilisce.

L'utopia di un mondo migliore è stata rosa alla base dal fatto che – ragazzi – bella idea, ma non è sostenibile. Non ce la facciamo più. Anzi, dovete stringere i denti per tenere questi due o tre privilegi che questo sistema, l'unico che riusciamo ad accettare, prova ancora a garantirvi.

Intendiamoci: il sistema è solidamente costruito su un impianto di occultamento del vero. Nessuno vuole davvero avere davanti agli occhi i costi della società occidentale. Ma l'informazione è diventata permeabile, il limes della nostra ignoranza è determinato soprattuto dal nostro istinto di autoconservazione. E di tranquillità. Ma quando vedi un ragazzo vestito da Zelda che cammina per strada pensa a tutto l'armamentario necessario per questa produzione del reale.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Nell'anno nono del suo regno, nel decimo mese, il dieci del mese, Nabucodònosor, re di Babilonia, con tutto il suo esercito arrivò a Gerusalemme, si accampò contro di essa e vi costruirono intorno opere d'assedio. 2La città rimase assediata fino all'undicesimo anno del re Sedecìa. 3Al quarto mese, il nove del mese, quando la fame dominava la città e non c'era più pane per il popolo della terra, 4fu aperta una breccia nella città. Allora tutti i soldati fuggirono di notte per la via della porta tra le due mura, presso il giardino del re, e, mentre i Caldei erano intorno alla città, presero la via dell'Araba. 5I soldati dei Caldei inseguirono il re e lo raggiunsero nelle steppe di Gerico, mentre tutto il suo esercito si disperse, allontanandosi da lui. 6Presero il re e lo condussero dal re di Babilonia a Ribla; si pronunciò la sentenza su di lui. 7I figli di Sedecìa furono ammazzati davanti ai suoi occhi; Nabucodònosor fece cavare gli occhi a Sedecìa, lo fece mettere in catene e lo condusse a Babilonia.

Distruzione del tempio e della città, saccheggio, deportazione 8Il settimo giorno del quinto mese – era l'anno diciannovesimo del re Nabucodònosor, re di Babilonia – Nabuzaradàn, capo delle guardie, ufficiale del re di Babilonia, entrò in Gerusalemme. 9Egli incendiò il tempio del Signore e la reggia e tutte le case di Gerusalemme; diede alle fiamme anche tutte le case dei nobili. 10Tutto l'esercito dei Caldei, che era con il capo delle guardie, demolì le mura intorno a Gerusalemme. 11Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò il resto del popolo che era rimasto in città, i disertori che erano passati al re di Babilonia e il resto della moltitudine. 12Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori. 13I Caldei fecero a pezzi le colonne di bronzo che erano nel tempio del Signore, i carrelli e il Mare di bronzo che erano nel tempio del Signore, e ne portarono il bronzo a Babilonia. 14Essi presero anche i recipienti, le palette, i coltelli, le coppe e tutti gli oggetti di bronzo che servivano al culto. 15Il capo delle guardie prese anche i bracieri e i vasi per l'aspersione, quanto era d'oro e d'argento. 16Quanto alle due colonne, all'unico Mare e ai carrelli, che aveva fatto Salomone per il tempio del Signore, non si poteva calcolare quale fosse il peso del bronzo di tutti questi oggetti. 17L'altezza di una colonna era di diciotto cubiti, il capitello sopra di essa era di bronzo, e l'altezza del capitello era di cinque cubiti; tutto intorno al capitello c'erano un reticolo e melagrane, e il tutto era di bronzo. Così pure era l'altra colonna. 18Il capo delle guardie fece prigioniero Seraià, sacerdote capo, e Sofonia, sacerdote del secondo ordine, insieme ai tre custodi della soglia. 19Dalla città egli fece prigionieri un cortigiano, che era a capo dei soldati, cinque uomini fra gli intimi del re, i quali furono trovati nella città, lo scriba del comandante dell'esercito, che arruolava il popolo della terra, e sessanta uomini del popolo della terra, trovati nella città. 20Nabuzaradàn, capo delle guardie, li prese e li condusse al re di Babilonia, a Ribla. 21Il re di Babilonia li colpì e li fece morire a Ribla, nel paese di Camat. Così fu deportato Giuda dalla sua terra.

Godolia, governatore di Giuda 22Quanto al popolo rimasto nella terra di Giuda, lasciatovi da Nabucodònosor, re di Babilonia, gli fu posto a capo Godolia figlio di Achikàm, figlio di Safan. 23Quando tutti i capi delle bande armate e i loro uomini udirono che il re di Babilonia aveva messo a capo Godolia, vennero da Godolia a Mispa. Essi erano: Ismaele, figlio di Netania, Giovanni, figlio di Karèach, Seraià, figlio di Tancùmet il Netofatita, e Iaazania, figlio del Maacatita, insieme con i loro uomini. 24Godolia giurò a loro e ai loro uomini e disse loro: “Non temete gli ufficiali dei Caldei; rimanete nella terra e servite il re di Babilonia e vi troverete bene”. 25Nel settimo mese venne Ismaele, figlio di Netania, figlio di Elisamà, di stirpe regale, con dieci uomini; costoro colpirono a morte Godolia, e anche i Giudei e i Caldei che erano con lui a Mispa. 26Tutto il popolo, dal più piccolo al più grande, e i comandanti dei soldati si levarono per andare in Egitto, perché avevano paura dei Caldei.

Riabilitazione di Ioiachìn 27Ora, nell'anno trentasettesimo della deportazione di Ioiachìn, re di Giuda, nel dodicesimo mese, il ventisette del mese, Evil-Merodàc, re di Babilonia, nell'anno in cui divenne re, fece grazia a Ioiachìn, re di Giuda, e lo liberò dalla prigione. 28Gli parlò con benevolenza e pose il suo trono al di sopra del trono dei re che si trovavano con lui a Babilonia. 29 Gli cambiò le vesti da prigioniero e Ioiachìn prese sempre cibo alla presenza di lui per tutti i giorni della sua vita. 30Dal re gli venne fornito il sostentamento abituale ogni giorno, per tutto il tempo della sua vita.

__________________________ Note

25,4 la via dell’Araba: portava alla valle del Giordano.

25,11 deportò il resto del popolo: è una nuova deportazione, dopo quella narrata in 24,12-16. Ger 52,29 informa che i deportati furono ottocentotrentadue. Lo stesso profeta parla di una terza deportazione, di settecentoquarantacinque Giudei, nell’anno ventitreesimo di Nabucodònosor (Ger 52,30), cioè nel 582-581. Conclude dicendo che il numero complessivo dei deportati fu di quattromilaseicento persone. Queste cifre, modeste rispetto a quelle di 2Re, sono forse più vicine alla realtà, sia perché Giuda era un piccolo stato, sia perché furono deportate solo le persone influenti.

25,22 Commissario di Giuda, messo in questa carica da Nabucodònosor nel 587, Godolia era figlio di Achikàm (a sua volta figlio di Safan), un personaggio influente che in Ger 26,24 salva il profeta dalla morte.

25,23 Mispa: circa tredici chilometri a nord di Gerusalemme, un tempo luogo di riunione delle tribù (Gdc 20,1.3; 21,1.5), ora sede del governatore, mentre Gerusalemme è distrutta.

25,27 Questa notizia getta uno spiraglio di luce sul quadro così fosco di 2Re 24-25 e di tutta la storia deuteronomistica. Viene riferita anche da Ger 52,31-34. Nell’anno trentasettesimo: nel 561 Evil-Merodàc, re di Babilonia, figlio e successore di Nabucodònosor, dà la libertà a Ioiachìn e gli assegna un trattamento speciale, confermato anche dai documenti cuneiformi.

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Approfondimenti

1-7. La lettura del racconto e le datazioni con le quali non ha familiarità il lettore contemporaneo nascondono la complessità del problema, dando l'impressione che tutto sia avvenuto d'un colpo. Ricorrendo a Geremia si può ricostruire il travagliato rapporto con Babilonia e le tappe del disastro. Sedecia si ostinava a non accettare la sovranità babilonese e a cercare alleanze con l'Egitto. Già nel 594-593, con altri regnanti della regione cercò di organizzare una coalizione antibabilonese (cfr. Ger 27-28). Il faraone Psammetico II (594-589), che aveva mire espansionistiche verso l'Asia, poteva essere l'istigatore di questo patto. Ma l'esito fu invece una nuova sottomissione a Babilonia (cfr. Ger 29,3 e 51,59). Nel 589-588 sotto il regno del faraone Otra, e con il suo diretto coinvolgimento, come farebbero pensare gli ostraca di Lachis, Sedecia si ribellò apertamente, nonostante il giuramento di fedeltà fatto al tempo del suo insediamento (cfr. Ez 17,11-21). La reazione durissima di Nabucodonosor, oltre che qui, è narrata in Ger 39,1-10; 52; 2Cr 36,17-19. Vista Gerusalemme assediata, il faraone Ofra si mosse in soccorso di Giuda che contava su di lui (cfr. Ez 17,29-32; Lam 4,17). I Babilonesi tolsero l'assedio a Gerusalemme (Ger 37,5.11), ma una volta raggiunte e sconfitte le truppe egiziane ritornarono ad assediare la capitale di Giuda. Molto verosimilmente l'assedio fu posto nel dicembre 587 e la città si arrese per fame e venne espugnata nel giugno-luglio 586. La datazione precisa finora è assai ardua a causa delle differenze tra 2Re 25,8 e Ger 52,29, ma l'oscillazione non va oltre lo spazio di un anno (587-586).

3. La carestia nella quale versava la città durante l'assedio è drammaticamente descritta in Lam 1,19; 2,11-12.20; 4,3-10. Si legga anche Ger 14,17-21.

4. Non più in grado di resistere, Gerusalemme è espugnata dai generali babilonesi (Ger 39,2-3). Al disastro si aggiunge la viltà degli ufficiali e del re che si diedero alla fuga attraverso la porta di sud-est vicina al giardino della corte e la piscina di Siloe (cfr. Is 22,1; Ne 3,15). L'Araba è la valle del Giordano. Dirigendosi verso est, Sedecia cerca rifugio presso Moab o Ammon, probabili partecipanti alla lega antiegiziana (cfr. Ger 27,3).

5-6. Il re ribelle e vile viene catturato e consegnato al vincitore in Ribla, dove fissavano il quartier generale i potenti invasori (cfr. 23,33).

7. La scena descritta presenta un costume assiro adottato dai Babilonesi. La crudele sequenza dell'uccisione dei figli viene impressa per sempre nella memoria del vinto come ultima realtà vista prima dell'accecamento con una lancia.

8. Nabuzardan, ricordato anche in Ger 39,13-14; 41,10; 43,6 doveva essere il capo delle guardie del corpo di Nabucodonosor.

9. Viene anticipata la notizia dell'incendio, che naturalmente è avvenuta dopo il saccheggio descritto nei vv. 13-17.

10. La distruzione delle mura fu contenuta se, come dichiara Ne 6,15, furono poi ricostruite in cinquantadue giorni.

11-12. La seconda deportazione segnò in modo indelebile la demografia di Giuda. Non vengono fornite cifre, ma si calcola che rimasero in Gluda 10-15.000 persone. I più poveri sono diventati grandi proprietari. Dovendo all'invasore la loro ricchezza saranno certamente leali.

13-17. Per quanto riguarda gli oggetti distrutti e saccheggiati cfr. 1Re 7. Ma il vero significato di questi versetti è assai profondo. Dio ha abbandonato la sua dimora, il luogo scelto per il suo nome (1Re 8,16.29) e nel quale i Giudei avevano posto tale fiducia da non preoccuparsi più della loro condotta (Ger 7,1-11). Ora giungono a compimento le parole dei profeti che avevano previsto questa tragica fine: Mic 3,12; Ger 26,18; Ger 7,12-15; 26,4-6; Ez 11,22-25. Il sogno di Davide (2Sam 7), coronato da Salomone (1Re 8), è oscurato dall'incubo di questa sconfitta. È la fine non tanto di un luogo, quanto di un'epoca. Sulle rovine del tempio fiorisce la preghiera, come possiamo intuire dal Salmo 74, lamento dopo il saccheggio del tempio, e Is 64,10-11.

18-21a. Si tratta delle esecuzioni sommarie dei capi della resistenza o presunti tali, rastrellati tra le classi sacerdotali, gli ufficiali dell'esercito e la gente comune.

21b. Può darsi che questa fosse la conclusione originale dell'opera, un po' come 17,23b era l'originale conclusione della deportazione di Israele e della fine del regno del Nord.

22. La Giudea diventa provincia dell'impero babilonese e le viene assegnato un governatore preso dalla nobiltà locale già abituata all'amministrazione. Godolia era nipote di Safan cancelliere reale (cfr. 22,3), fu segretario di stato di Giosia (cfr. 22,12); un sigillo ritrovato a Lachis lo qualifica come capo del governo sotto Sedecia. Era legato a Geremia da amicizia (Ger 26,24).

23-24. Resa inabitabile Gerusalemme a causa della distruzione e del saccheggio, la nuova sede del governo è posta in Mizpa (cfr. 1 Re 15, 22). È facile capire dalla risposta di Godolia che la delegazione era composta da intransigenti, insofferenti verso i Babilonesi. La prudenza e la moderazione di Godolia non lo portò ad assecondarli e gli costò la vita. L'episodio di questi versetti è più ampiamente raccontato in Ger 40,7-41,8.

25-26. Non si tratta solo dell'assassinio di Godolia, ma di una vera e propria rivolta che elimina anche i collaboratori del governatore. Babilonia avrebbe certamente reagito, così ai ribelli non rimane che il vecchio alleato, l'Egitto come ultimo asilo. Nella fuga trascinarono con sé anche il profeta Geremia (Ger 43,5-7).

27-30. Nel 562 vi fu un avvicendamento sul trono di Babilonia che venne occupato da Evil-Merodach, il quale concesse un'amnistia di cui fu beneficiario anche Ioiachin, ultimo sopravvissuto della casa reale di Giuda. Nessuna notizia si ebbe infatti riguardo a Sedecia, che pure era stato deportato in Babilonia (v. 7). Documenti d'archivio ritrovati nella corte babilonese e conservati nel museo di Berlino, databili dal 594 al 569, parlano effettivamente di Ioiachin, di cinque dei suoi figli, di otto dignitari e delle razioni loro assegnate. Ora egli è trattato come un re vassallo ristabilito nella sua dignità. Il libro si chiude con una nota di ottimismo che ha però grande valore teologico. La lampada di Davide (1Re 11,36; 15,4; 2Re 8,19; Sal 132,17) forse è fumigante, ma non si è spenta. Nelle promesse di Dio (2Sam 7) si può ancora avere fiducia.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 2Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[26]

ha i tasti bloccati fanno le] consegne grandguignol oppure la [discarica inaugura il versante è [opposto uno svincolo geotermico le rifanno e] le cataste di tele Aida -disfa

 
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from lucazanini

[25]

uno -un altro un transito il quadro preciso [l'opera si] intitola vanno gli strategici in modo in] inverno-kreis servizio barrato contano] un altro sulle dita può] prendere il via uno [macedone il sorbetto [sobrio rimosso] veicolo in avaria

 
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from cronache dalla scuola

Alcune cose che ho fatto o che mi sono successe inerenti al mondo scuola. Premetto che sono molto stanco e oggi ho difficoltà a scrivere, quindi non farò un discorso coerente e sensato, ma solo dei flash. Il primo flash sono io che in questo periodo – per motivi che sarebbe lungo spiegare – sto seguendo alcuni corsi di formazione, uno con Corsini sulla valutazione Formativa, uno sul MOF (il cosiddetto metodo Finlandese), uno sull'utilizzo della didattica con le UDA. Contemporaneamente: se sopravvivo a questa trinità formativa divento dio, o – in seconda battuta – trascendo. Trasfiguro, come i trasferelli ad acqua sulla pelle di un bambino.

E la cosa è che prima sono lì che faccio questi corsi che mostrano che una scuola diversa è possibile, non facile, ma possibile, poi torno in classe e mi trovo a vivere queste situazioni di io che faccio cose e a volte funzionano, a volte un disastro, parlo nel deserto ai ragazzi che mi guardano come dire, non ce ne frega niente prof, è maggio, c'è il sole, abbiamo una verifica delle materie di indirizzo un giorno sì uno no, ci molli, basta, basta, basta.

Le programmazioni e poi entri in classe e sei studenti ti si avvicinano perché vogliono parlare con te di identità di genere, orientamento sessuale, pari opportunità e capitalismo e tu molli tutto e per quarantacinque minuti parli con questi sei come se non esistesse un domani, ogni tanto qualcun'altro si avvicina incuriosito, ascolta, se ne va a parlare con la docente di sostegno e altri decomprimono le ore precedenti e ne viene fuori un momento informale unico che – se avessi provato a strutturarlo con il resto della classe – avrei perso tutto.

Poi i ragazzi ti restituiscono le loro piattaforme foscoliane, una un arcade bitmap e un gruppo che ha fatto tutto con l'intelligenza artificiale, tutto, foto, informazioni, venti minuti di video e tu controlli tutto, sei un professionista venerandi, mentre cucini ascolti i venti minuti di video e ridi, giuro ridevo mentre cucinavo perché l'intelligenza artificiale aveva fatto questi video con lo stesso linguaggio che userebbe un commentatore per una partita di calcio, roba tipo “Sconvolti tutti: Napoleone firma il trattato di Campoformio. Grande delusione, ma Foscolo non ci sta! E fa questa cosa pazzesca...” e così via, tutto un fiorire di iperboli e io ridevo e pensavo anche, ecco, un sito multimediale, da zero, fatto tutto con l'IA che poi – fondamentalmente – rischia anche di funzionare più delle mie spiegazioni. Arriviamo al punto che una persona che non sa niente di Foscolo riesce a creare dei contenuti didattici funzionali migliori dei miei.

In seconda faccio fare un tema, molto semplice, gli spiego che è una verifica più sulle loro capacità di scrivere correttamente periodi complessi e corretti più che sui contenuti. Il tema è l'esplorazione dello spazio. Mi impressiona il fatto che una parte consistente della classe pensi che l'esplorazione dello spazio sia necessaria per trovare altri pianeti in cui vivere perché ormai la terra l'abbiamo rovinata irrimediabilmente. Gli stati più ricchi ormai non possono più tornare indietro perché sono troppo legati a doppio filo allo sfruttamento indiscriminato. Le guerre, l'inquinamento. Altro che utopia.

Alla fine mi consegnano e io gli restituisco i fogli, prima, gli dico, fotografate il compito e chiedete a Gemini di valutarlo usando la griglia di valutazione che vi ho dato. Lo fanno, mi inviano quello che esce. Anche con Gemini la maggior parte dei ragazzi guarda solo il voto senza leggere tutte le spiegazioni dell'IA. Alcuni invece leggono e contestano quello che ha restituiito Gemini. Io sono impressionato che – da un lato – Gemini riesca davvero a leggere dei compiti in classe scritti con la cacografia dei miei studenti, dall'altro rassicurato che lo faccia maldestramente, con abbagli, valutazioni discutibili e allucinazioni. Maldestramente, ma con metodo. E – anche quando dice cose che non stanno né in cielo né in terra – con tono professionale e sicuro di sé. Il futuro della docenza domestica è in questa roba.

Basta, ci saranno errori, ma almeno qua sui social non li correggo.

 
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from μετανοειτε

Ultimamente mi sono trovato a riflettere su cosa significa essere laici, cioè essere cristiani che non si identificano con il sistema sacerdotale. In questa riflessione mi hanno aiutato le intuizioni di Romano Màdera (psicoterapeuta, scrittore, intervenuto più volte nella trasmissione di Radio 3 Uomini e profeti), e le parole di Roberto Vinco su Padre Ernesto Balducci¹.

spiritualità multireligiosa Entrambi rompono un pregiudizio (presente soprattutto in Italia), che laico sia l'opposto di “religioso” o di “credente”, quando in realtà significa “appartenente al popolo” (dal gr. λαϊκός «del popolo, profano», der. di λαός «popolo»), nel senso di non ordinato. Anche un monaco è un «laico», se non è ordinato sacerdote. Quindi, ribadisce Màdera, possiamo individuare una spiritualità laica che emerge spontaneamente ed è ad appannaggio di tutti i gruppi sociali². Analogamente, per Balducci invece bisogna dire: io sono “laico”, proprio perché sono “cristiano”.

Gesù era un laico, che criticava aspramente i religiosi del suo tempo, i quali, per buona risposta, lo hanno fatto crocifiggere “secondo le scritture”. Quando la Samaritana chiese a Gesù se Dio andava adorato sul monte o nel tempio, Gesù rispose che i veri adoratori non adorano Dio né sul monte, né nel tempio, ma in Spirito e Verità, e che quindi il luogo ove amare ed adorare Dio è nel proprio cuore. Essere laici significa quindi attualizzare la profezia di Geremia, che mi è molto cara:

Ecco, i giorni vengono”, dice l'Eterno, “che io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che stabilii con i loro padri il giorno che li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, benché io fossi loro Signore”, dice l'Eterno; “ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni”, dice l'Eterno, “io metterò la mia legge nel loro intimo, la scriverò sul loro cuore, io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo. Non insegneranno più ciascuno il proprio compagno e ciascuno il proprio fratello, dicendo: 'Conoscete l'Eterno!' poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”, dice l'Eterno. “Poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”. (Ger 31, 31-34:)

Questo è il modo in cui, come laici, onoriamo ed adoriamo Gesù, perché Gesù è il perfetto esempio di laico. Sull'esempio, di Gesù, seguendo il suo insegnamento, il nostro cuore diventa una pergamena pulita, sulla quale Dio può scrivere la Sua legge. Non è sufficiente “credere” o “ripetere delle formule”, ma è necessario che “agiamo” come Gesù ci ha indicato, che facciamo nostro il suo modo di essere. Solo così entriamo nella dinamica divina di cui Gesù è la via. È necessario che il nostro apparato psicofisico entri in questa meravigliosa dinamica spirituale perché la Verità Divina, che è anche Vita, trovi un luogo fecondo, il nostro cuore, dove manifestarsi ed imprimersi eternamente.

In questo modo, seguendo il suo insegnamento, impegnandoci per amare come egli ama, perdonando come egli perdona, contemplando come egli contempla, sforzandosi interiormente ed esteriormente come egli si sforza³, si avvererà la profezia di Geremia, e troveremo la legge divina nel nostro cuore, e diventeremo popolo di Dio, cioè pienamente laici.


Note

1: Roberto Vinco, Un Dio laico per una fede laica, 2012 2: Romano Màdera, Lo splendore trascurato del mondo. Per una spiritualità laica, Bollati Boringhieri, 2022 3: ricordandoci che “il mio giogo è dolce e il mio carico leggero”

#laicità #cristianesimo #religioni #escatologia #mistica

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Scorgi in lontananza la polvere alzata dagli zoccoli del cavallo, l'ombra solitaria che entra nel villaggio, gli stivali che toccano terra, il volto scavato e stanco per l'interminabile viaggio, la ricerca del primo saloon nei paraggi. Intuisci che sta per succedere qualcosa e che la vita di quel posto non sarà più la stessa. Sceneggiatura classica, tutti i cliché compresi, America immaginata, e la voce di Colter Wall a fare da colonna sonora, magari di un western crepuscolare girato da Sam Peckinpah... https://artesuono.blogspot.com/2017/05/colter-wall-colter-wall-2017.html


Ascolta: https://album.link/i/1703146506


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Nei suoi giorni, Nabucodònosor, re di Babilonia, salì contro di lui e Ioiakìm gli fu sottomesso per tre anni, poi di nuovo si ribellò contro di lui. 2Il Signore mandò contro di lui bande armate di Caldei, di Aramei, di Moabiti e di Ammoniti; le mandò in Giuda per annientarlo, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo dei suoi servi, i profeti. 3Ciò avvenne in Giuda solo per ordine del Signore, per allontanarlo dal suo volto a causa dei peccati di Manasse, per tutto quel che aveva fatto, 4e anche a causa del sangue innocente che aveva versato; infatti aveva riempito di sangue innocente Gerusalemme. Il Signore non volle usare indulgenza. 5Le altre gesta di Ioiakìm e tutte le sue azioni non sono forse descritte nel libro delle Cronache dei re di Giuda? 6Ioiakìm si addormentò con i suoi padri e al suo posto divenne re suo figlio Ioiachìn. 7Il re d'Egitto non uscì più dalla sua terra, perché il re di Babilonia, dal torrente d'Egitto sino al fiume Eufrate, aveva conquistato tutto quello che era appartenuto al re d'Egitto.

Ioiachìn, re di Giuda 8Quando divenne re, Ioiachìn aveva diciotto anni; regnò tre mesi a Gerusalemme. Sua madre era di Gerusalemme e si chiamava Necustà, figlia di Elnatàn. 9Fece ciò che è male agli occhi del Signore, come aveva fatto suo padre. 10In quel tempo gli ufficiali di Nabucodònosor, re di Babilonia, salirono a Gerusalemme e la città fu assediata. 11Nabucodònosor, re di Babilonia, giunse presso la città mentre i suoi ufficiali l'assediavano. 12Ioiachìn, re di Giuda, uscì incontro al re di Babilonia, con sua madre, i suoi ministri, i suoi comandanti e i suoi cortigiani; il re di Babilonia lo fece prigioniero nell'anno ottavo del suo regno. 13Asportò di là tutti i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d'oro che Salomone, re d'Israele, aveva fatto nel tempio del Signore, come aveva detto il Signore. 14Deportò tutta Gerusalemme, cioè tutti i comandanti, tutti i combattenti, in numero di diecimila esuli, tutti i falegnami e i fabbri; non rimase che la gente povera della terra. 15Deportò a Babilonia Ioiachìn; inoltre portò in esilio da Gerusalemme a Babilonia la madre del re, le mogli del re, i suoi cortigiani e i nobili del paese. 16Inoltre tutti gli uomini di valore, in numero di settemila, i falegnami e i fabbri, in numero di mille, e tutti gli uomini validi alla guerra, il re di Babilonia li condusse in esilio a Babilonia. 17Il re di Babilonia nominò re, al posto di Ioiachìn, Mattania suo zio, cambiandogli il nome in Sedecìa.

Sedecìa, re di Giuda 18Quando divenne re, Sedecìa aveva ventun anni; regnò undici anni a Gerusalemme. Sua madre era di Libna e si chiamava Camutàl, figlia di Geremia. 19Fece ciò che è male agli occhi del Signore, come aveva fatto Ioiakìm. 20Ma, a causa dell'ira del Signore, a Gerusalemme e in Giuda le cose arrivarono a tal punto che il Signore li scacciò dalla sua presenza. Sedecìa si ribellò al re di Babilonia. __________________________ Note

24,1 Nabucodònosor: iniziò a essere re di Babilonia nel 605, quando dirigeva le operazioni militari a Càrchemis contro Necao e lo sconfiggeva (Ger 46,2); regnò fino al 562. È il fondatore dell’impero neobabilonese o caldeo. Dopo la vittoria su Necao, Nabucodònosor subentra all’Egitto nel dominio della Siria e della terra di Canaan (vedi v. 7).

24,8-17 Ioiachìn, re di Giuda Chiamato anche Ieconìa o Conìa, Ioiachìn subisce le conseguenze della rivolta di suo padre contro Babilonia. Arrendendosi liberamente, ha salva la vita; ma non sfugge alla deportazione, lui con la famiglia e la corte reale. Regnò solo tre mesi nell’anno 598.

24,12 il re di Babilonia lo fece prigioniero: la prima deportazione di Giudei in Babilonia, che annovera tra i deportati anche il profeta Ezechiele, avvenne l’anno ottavo del regno di Nabucodònosor, cioè nel 597. Il numero dei deportati viene dato due volte (vv. 14.16), con la cifra di diecimila e ottomila. Come accade spesso, questi numeri non vanno presi con rigore: Ger 52,28 parla di tremilaventitré deportati.

24,18 Anche a Sedecìa, zio del deportato Ioiachìn, viene cambiato il nome (v. 17). Regnò dal 598 al 587.

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Approfondimenti

1. Improvvisamente entra in campo Nabucodonosor. Gli avvenimenti che l'hanno portato al potere non interessano all'autore perché non coinvolgono la storia di Giuda. Nel 612 suo padre, Nabopolassar, aveva conquistato Ninive insieme a Ciassare re dei Medi. Questi ultimi subito dopo un simile successo ebbero problemi con i Persiani, cosicché Babilonia si trovò la strada aperta per raggiungere in brevissimo tempo il dominio di tutto l'Oriente. Nel 605 a Carchemis ebbe luogo la battaglia che sbaragliò Necao II. In seguito a questo, Nabucodonosor II succedette al padre nell'impero e detenne il potere fino al 562. Ioiakim, vassallo d'Egitto, era condannato a cattivi rapporti con la potenza vincitrice ed essendo il suo territorio passaggio obbligato per l'Egitto, l'attacco del re babilonese potrebbe essere anche un inseguimento degli Egiziani superstiti e fuggiaschi. Ma il v. 7 porterebbe a pensare che si tratti di una vera campagna di conquista.

2. In seguito alla ribellione contro Nabucodonosor, Giuda è sottoposto ad azioni di guerriglia da parte dei vassalli fedeli: Aramei, Moabiti, Ammoniti, sostenuti dagli stessi Babilonesi. Nel 598 Nabucodonosor avviò una vera e propria invasione contro il suddito ribelle, ma nel dicembre di quell'anno Ioiakim morì, può darsi assassinato (cfr. Ger 22,18-19; 36-30).

3-4. Nuovo discorso interpretativo che sottolinea l'efficacia della parola divina e individua negli avvenimenti il compimento dei castighi minacciati.

7. La sconfitta subita a Carchemis fu tale che Necao non riuscì più a riprendersi e Babilonia ebbe la possibilità della massima espansione territoriale.

8-17. Regno di loiachin in Giuda (598-597). Parallelo in 2Cr 36,9.

10-12. A Ioiachin spetta una pesante eredità e un amaro destino. La spedizione babilonese è ormai giunta a cingere d'assedio le mura di Gerusalemme. Dopo una breve resistenza nella vana speranza che la morte del padre abbia placato il nemico, vedendo che l'assedio era diretto personalmente da Nabucodonosor, decise di consegnarsi come ostaggio insieme all'intera corte per salvare la vita e la città.

13-16. A Ioiachin e alla sua corte non rimane che la strada della deportazione. I suoi tesori e quelli del tempio, divenuti proprietà nemica, lo seguono verso Babilonia. II suo seguito è formato da quegli operai specializzati che avrebbero potuto rafforzare l'arsenale di Giuda: falegnami e fabbri. Geremia (52,28) propone cifre più modeste per le persone deportate: 3.023. In questa prima deportazione partì anche Ezechiele.

17. Siamo agli inizi del 597; il regno di Ioiachin è durato circa tre mesi, ma egli vivrà a lungo in Babilonia (cfr. 25,27-30). Al suo posto viene collocato Mattania, figlio di Giosia, col nuovo nome di Sedecia.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 2Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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[24]

tutti guardano i chip [cit.] i [precotti dell'orbita ai vertebrati [in genere ognuna fa [della conta di meno e di meno atterra azzera low earth orbit ospiti [la yucca a] [un metro T.Rex] sul piatto scappano [di settanta in [settanta per difetto

 
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from lucazanini

[23]

brossura olandese il documento] comprato-un condominio-faccia a] faccia arancio délavé inquilini e] terrazzi in sottoscrizione sintetica apposta parrocchia di San et] riserva inquilino -o conduttore

 
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