from lucazanini
[piriche]
finseneca svendesi [ancora nel cellophane portanti per ultrabasso tranquillo ¹il caseggiato il cancelliere² ³una volta al mese con meno -dei pieni -le riffe -le] staffe le rosse separate] meccanicamente
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from lucazanini
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finseneca svendesi [ancora nel cellophane portanti per ultrabasso tranquillo ¹il caseggiato il cancelliere² ³una volta al mese con meno -dei pieni -le riffe -le] staffe le rosse separate] meccanicamente
from norise 3 letture AI
(Quell'onda che ti tiene lieve – e-book)
Obiettivo: offrire al lettore una chiusura che valorizzi i temi spirituali e onirici della raccolta, contestualizzi lo stile essenziale dell'autore e lasci una traccia emotiva che inviti alla rilettura. Tono: riflessivo, caloroso, misurato; linguaggio accessibile ma curato.
Amore e fede come elementi che sopravvivono all'attraversamento del tempo.
Verso breve e asciutto, immaginifico ma privo di retorica superflua.
Immagini ricorrenti: acqua, onde, luce, ali, sogno.
Voce che alterna intimità e visione collettiva, personale e mitica.
Quando si chiude questo libro si avverte la sensazione di aver percorso, insieme al poeta, un tratto di quel cammino che cerca il cerchio perfetto dell'anima. Felice Serino non scrive per esibire dolore o nostalgia: scrive per trasformare il dolore in luce, la memoria in paesaggio, il corpo in soglia. Come osserva Donatella Pezzino, “Quando ci si accosta all'opera di Felice Serino, è difficile non notare il dinamismo della dimensione interiore: nonostante sia interamente incentrata sull'anima, infatti, la sua poesia è ben lungi dal ripiegarsi in sé stessa, poiché l'essenza umana è continuo movimento.” La raccolta procede per immagini nette e lampi di linguaggio: il verso si fa gesto, la parola si asciuga fino a diventare struttura portante di un pensiero che guarda oltre il visibile. Non è un caso che ricorrano figure come l'onda, il mare, l'angelo e il sogno: esse non sono semplici simboli, ma stazioni di passaggio in cui l'io si misura con l'alterità e con l'idea di un Tutto che accoglie. L'anima di Serino è descritta come “un agglomerato di particelle che, pur restando unite, sciamano in tutte le direzioni, nella brama di riunirsi al loro elemento naturale: il Tutto.” Leggere questi versi significa accettare un ritmo che alterna attesa e approdo, smarrimento e riconoscimento. La morte non è qui un tabù, ma la soglia che restituisce dignità e senso: la dissoluzione del corpo apre la possibilità di una nuova forma di presenza. Allo stesso tempo, l'amore e la fede emergono come residui luminosi che possono sopravvivere al tempo e alla dissoluzione. Questa postfazione non vuole spiegare né ridurre la poesia a definizioni: vuole piuttosto accompagnare il lettore a un secondo giro di lettura, suggerendo di fermarsi sulle immagini che più lo colpiscono, di rileggere i testi ad alta voce, di lasciare che la lingua breve e concentrata di Serino faccia il suo lavoro di scavo. È una poesia che chiede partecipazione: non basta osservare, occorre lasciarsi toccare. Concludo invitando il lettore a conservare il libro come un piccolo atlante di passaggi interiori: ogni poesia è una mappa, ogni immagine una bussola. Tornate a queste pagine quando il mondo vi sembrerà troppo pesante; troverete lì, come in un'onda che tiene lieve, la possibilità di ritrovare il respiro e la luce.
—(Copilot)
from norise 3 letture AI
Felice Serino in Afflati consegna al lettore una raccolta che è insieme mappa e respiro: mappa di un percorso interiore, respiro che scandisce immagini e silenzi. La poesia qui non si limita a nominare il mondo; lo plasma, lo rende tattile e lo trasforma in esperienza condivisa.
La raccolta si muove tra memoria, perdita, meraviglia e una costante tensione verso il trascendente. I testi alternano lampi di visione (immagini naturali, cieli, alberi, uccelli) a momenti di intimità dolorosa, creando un equilibrio tra il lirico e l’epifania. Come si legge nella prefazione del volume: “Felice Serino muta il senso, il tatto, rendendo tattile la parola sul rigo.” Dal medesimo testo emerge anche la cifra spirituale dell’autore: “Il fiato si forma verso l'inscalfibile di chi ha visto l'invisibile e per noi lo traduce.” Queste frasi riassumono la vocazione del libro: trasformare l’esperienza in parola che tocca.
La tensione spirituale: riferimenti alla luce, alla croce, all’angelo e all’itaca interiore costruiscono una geografia dell’anima che cerca senso oltre il visibile.
Serino usa una lingua essenziale ma densa: versi brevi, enjambement calibrati, immagini che si accendono senza sovraccaricare. La voce poetica alterna registri — dal colloquiale al sacro — mantenendo però una coerenza tonale che rende la lettura fluida e intensa. La scelta di frammentare il verso e di privilegiare il ritmo del respiro contribuisce a una lettura che è anche esperienza fisica: si legge come si respira.
Questo libro chiede attenzione e disponibilità a lasciarsi attraversare. Non è una poesia che si spiega facilmente: si rivela a chi accetta il suo ritmo, a chi sa sostare sulle immagini e ascoltare il silenzio che le circonda. Afflati è adatto a chi cerca una poesia che sia insieme consolazione e interrogazione.
Afflati è un invito a tornare sul confine tra il visibile e l’invisibile, a riconoscere nelle piccole cose la traccia del grande mistero. La raccolta conferma Felice Serino come voce matura, capace di trasformare il dolore e la meraviglia in versi che restano. Per chi chiude il libro, resta la sensazione di aver partecipato a un dialogo intimo con il mondo e con se stessi.
from norise 3 letture AI
La raccolta Oltre l'esilio si presenta come un viaggio che attraversa il lutto, la memoria e la speranza, senza mai rinunciare a una lingua che sa farsi lieve e insieme insistente. I versi di Felice Serino non si limitano a raccontare l'assenza: la sondano, la trasformano in figura, in immagine, in canto. Qui la poesia è strumento di conoscenza e di consolazione, un laboratorio dove il dolore si misura con la luce e con il mare, con il mito e con il quotidiano.
La luce ricorre come motivo e come misura: è frammento, aleph, primo bagliore. Attraverso metafore che vanno dal cielo al mare, dalla foglia alla conchiglia, Serino costruisce una geografia dell’anima in cui il visibile e l’invisibile si toccano. Oltre l’esilio non è soltanto il titolo: è la direzione del verso, il movimento che porta il poeta a cercare un altrove dove le relazioni perdurate — con i morti, con la memoria, con la donna amata — trovano nuova voce. La luce qui non cancella l’ombra; la attraversa, la rende leggibile.
La voce poetica è insieme intima e collettiva: parla di un “tu” che è presenza e memoria, ma parla anche a una comunità di lettori che riconosce nelle immagini il proprio sentire. Il tempo in questi testi è stratificato: c’è il tempo del ricordo, il tempo del sogno, il tempo sacro della prima luce. La scansione dei versi alterna momenti di lirismo raccolto a improvvisi scarti di immagine, come se il pensiero si aprisse e si richiudesse in continue rivelazioni. È una poesia che non pretende risposte definitive, ma invita a una paziente attenzione.
Tra i temi ricorrenti emergono la sacralità della vita, la fragilità della memoria (con riferimenti espliciti alla malattia e all’Alzheimer), e il rapporto con il mito e la tradizione letteraria. Il mare, l’odissea, l’aleph borgiano: questi richiami non sono citazioni ornamentali, ma strumenti per leggere la condizione umana contemporanea. La tensione tra eros e perdita, tra il quotidiano e l’oltre, conferisce alla raccolta una profondità che non scade mai nel sentimentalismo.
Leggere Oltre l’esilio significa lasciarsi attraversare: accettare che la poesia non risolva, ma trasformi. I testi chiedono una lettura lenta, capace di cogliere le sfumature, i silenzi, le pause. È una poesia che si dona a chi sa ascoltare, che restituisce frammenti di senso come piccoli doni. Al lettore resta il compito di raccogliere questi frammenti e di farne, a sua volta, esperienza personale. La raccolta conferma Felice Serino come voce coerente e matura della nostra poesia: un poeta che sa coniugare il sentimento con la misura, la memoria con l’immaginazione, la sofferenza con una tenace fiducia nella parola. Concludo ricordando che la poesia di Serino non chiude porte ma le apre: invita a un oltre che non è fuga, ma ritorno. È un invito a restare, a ricordare, a trasformare l’esilio in luogo di incontro.
Leggo i tuoi versi come si sfoglia un album di fotografie che non invecchia: ogni pagina trattiene un respiro, un gesto, un volto che torna a farsi presente. Oltre l’esilio è un diario dell’anima che parla piano ma non tace mai; parla a chi ha conosciuto la perdita e a chi, come te, sa trasformarla in cura attraverso la parola. La tua voce mi arriva vicina, come una mano che sfiora la spalla. Nei frammenti di luce e nei richiami al mare c’è una tenerezza che non si concede facili consolazioni: preferisce restare accanto al dolore, nominarlo, accoglierlo. Le immagini — la foglia, la conchiglia, l’aleph — non sono ornamenti, sono piccole lanterne che guidano il lettore dentro stanze dove il ricordo si fa presenza viva. Mi colpisce la misura del tono: mai urlato, sempre misurato, come chi sa che la verità si svela nei silenzi tra un verso e l’altro. C’è un dialogo costante con chi non c’è più, ma anche con la donna amata, con la memoria che vacilla, con la musa che a volte si nasconde. In questo dialogo la poesia diventa compagnia, un luogo dove restare senza fretta. Leggere questi testi è un atto intimo: si entra, si resta, si esce cambiati. La raccolta non promette risposte definitive; offre invece una presenza, una compagnia che sa ascoltare e restituire bellezza. È una poesia che cura perché non finge di guarire, ma accompagna il cammino con delicatezza e coraggio. Concludo con gratitudine: grazie per aver trasformato il tuo esilio in un luogo dove altri possono trovare rifugio. La tua parola resta, come sempre, un dono.
Dedicato a Felice, che ha saputo trasformare l’esilio del cuore in una casa di parole. Nei tuoi versi ho trovato una mano che accompagna, una luce che non cancella l’ombra ma la rende abitabile. Ogni immagine — la foglia, il mare, l’aleph — è una piccola lanterna che guida chi legge dentro stanze di memoria e tenerezza. Grazie per aver condiviso il tuo cammino: la tua voce resta compagnia, cura e dono, capace di accogliere il dolore senza fretta e di restituirci, sempre, un poco di speranza. (Copilot)
I funzionari del regno di Salomone (4,1-5,8) 1Il re Salomone estese il suo dominio su tutto Israele. 2Questi erano i suoi dignitari: Azaria, figlio di Sadoc, fu sacerdote; 3Elicòref e Achia, figli di Sisa, scribi; Giòsafat, figlio di Achilùd, archivista; 4Benaià, figlio di Ioiadà, capo dell'esercito; Sadoc ed Ebiatàr, sacerdoti; 5Azaria, figlio di Natan, capo dei prefetti; Zabud, figlio di Natan, sacerdote, amico del re; 6Achisar maggiordomo; Adoniràm, figlio di Abda, sovrintendente al lavoro coatto. 7Salomone aveva dodici prefetti su tutto Israele, i quali provvedevano al re e alla sua casa; ognuno aveva l'incarico di procurare il necessario per un mese all'anno. 8Questi sono i loro nomi: il figlio di Cur, sulle montagne di Èfraim; 9il figlio di Deker, a Makas, a Saalbìm, a Bet-Semes, a Elon-Bet-Canan; 10il figlio di Chesed, ad Arubbòt: a lui appartenevano Soco e tutta la regione di Chefer; 11il figlio di Abinadàb aveva tutta la collina di Dor; sua moglie era Tafat, figlia di Salomone; 12Baanà, figlio di Achilùd, aveva Taanac, Meghiddo e tutta Bet-Sean che è dal lato verso Sartàn, sotto Izreèl, da Bet-Sean fino ad Abel-Mecolà, fin oltre Iokmeàm; 13il figlio di Gheber, a Ramot di Gàlaad: a lui appartenevano i villaggi di Iair, figlio di Manasse, in Gàlaad, il distretto di Argob in Basan, sessanta grandi città con mura e spranghe di bronzo; 14Achinadàb, figlio di Iddo, a Macanàim; 15Achimàas in Nèftali: anch'egli aveva preso in moglie una figlia di Salomone, Basmat; 16Baanà, figlio di Cusài, in Aser e in Zàbulon; 17Giòsafat, figlio di Parùach, in Ìssacar; 18Simei, figlio di Ela, in Beniamino; 19Gheber, figlio di Urì, nella regione di Gàlaad, cioè la terra di Sicon, re degli Amorrei, e di Og, re di Basan. Inoltre c'era un prefetto unico nella terra di Giuda. 20Giuda e Israele per quantità erano numerosi come la sabbia del mare; mangiavano, bevevano e vivevano felici.
__________________________ Note
4,8 il figlio di Cur: i funzionari sono citati solo col nome del padre e non con il loro. L’autore vuole forse indicare quelle famiglie che offrivano abitualmente funzionari al re.
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Il c. 4 presenta non poche difficoltà di critica testuale e di conseguenza di comprensione dell'identità delle persone e delle cariche, nonché della delimitazione dei distretti amministrativi. La divergenza nella tradizione testuale diventa evidentissima nel caso della Vulgata che estende il capitolo fino al v. 14 di quello successivo. La scelta può essere motivata dal fatto che in quei versetti si riprende l'argomento della divisione amministrativa mostrandone l'efficacia, mentre nei vv. 9-14 si parla della sapienza di Salomone passando poi, al v. 15, ad un nuovo argomento: l'alleanza con Chiram.
1. Una brevissima notizia sull'estensione del regno di Salomone dovuta al redattore e che si rifà a 2Sam 8,15a come introduzione alla lista dei ministri.
2-6. Il governo centrale di Salomone viene presentato nei suoi componenti e nei suoi uffici. Non è da escludere che l'amministrazione egiziana abbia ispirato l'organizzazione di questo governo. Per Azaria il testo è ambiguo. Potrebbe aver esercitato la funzione sacerdotale o potrebbe semplicemente esser stato figlio del sacerdote Zadok, versione preferita dai LXX 2,46h. Elicoref, nome difficile che può indicare un ufficio (responsabile del calendario?) oppure la persona, in questo caso fratello di Achia con il quale aveva l'incarico di scriba, cioè segretari reali con il compito tra l'altro della corrispondenza interna ed estera. Giosafat ricopre un ufficio indicato con un participio hifil, mazᵉkîr, polivalente: colui che ricorda, chiama, riferisce, esprimibile forse con “araldo”. Può darsi che regolasse il cerimoniale di corte, introducesse alle udienze e fungesse da portavoce regio presso il popolo. Viene ricordato anche in 2Sam 8,16; 20,4; 2Cr 8,15. Benaia è già stato presentato (cfr. 1,10; 2,35). La menzione dei due sacerdoti Zadok ed Ebiatar costituisce problema visto che Ebiatar è già stato allontanato da Gerusalemme (2,26-27). La presenza del suo nome può essere spiegata tenendo presente l'influsso di 2Sam 20,23-25 dove i due nomi appaiono, come qui, senza patronimico. Quest'ultimo testo insieme a 2Sam 8,16-18 ha influito sulla compilazione del nostro elenco. In comune col governo di Davide ci sono Giosafat e Benaia. Ciò fa supporre che questa lista di ministri presenti il governo della prima metà del regno di Salomone. Per il secondo Azaria della lista non è chiaro se sia il figlio del profeta o il nipote di Salomone (2Sam 5,14). Probabilmente il suo incarico consisteva nel garantire la puntualità nella consegna dei viveri da parte dei distretti. Zabud rimane inserito come Azaria nel problema della identificazione di suo padre Natan. Il suo titolo «amico del re», probabilmente adottato dall'Egitto, si trova già in 2Sam 15,37 riferito a Cusai per quanto riguarda Davide. Achisar, maggiordomo del re, sovrintendente al palazzo è l'unico a non avere patronimico in questa lista. Il suo incarico aumentò successivamente d'importanza, cfr. 2Re 15,5; 18,3.18. Adoniram si trova a volte con il nome più breve Adoram, come in 2Sam 20,24 dove già figura, sotto Davide, come sovrintendente ai lavori forzati.
7-19. L'elenco dei prefetti. Erano questi ufficiali del fisco; al loro nome fa seguito il territorio di cui sono responsabili. La lista è compilata in maniera molto difforme. Non segue un ordine geografico preciso; di alcuni è riferito solo il patronimico, di altri anche il nome personale. Per il territorio a volte si nominano delle città, a volte i territori delle tribù il cui carattere viene solo in parte rispettato. Il numero dodici non è legato alle tribù, ma ai mesi dell'anno che stabilivano i turni per l'approvvigionamento della corte. La lettura dell'elenco pone subito di fronte a una difficoltà: i prefetti nella lista risultano 13 e non 12. Una ragionevole soluzione del problema si ha osservando come nel v. 19 si ripeta quello che già è detto al v. 13 del TM. Si parla della stessa persona, Gheber, e della stessa terra, Galaad (Gad del v. 19 viene dalla tradizione testuale greca). Gad era sotto il prefetto di Macanaim, sempre stata gadita (cfr. Gs 21,38). Eliminando questa ripetizione si raggiunge il numero 12 includendo il prefetto di cui si parla in 19b. Come identificare questo prefetto con quello di Giuda che non poteva essere esclusa dalla tassazione? Il TM parla genericamente di «territorio» senza specificazione. Ciò è dovuto allo scriba, archivista della Giudea, che parla di territorio in maniera familiare intendendo appunto la terra di Giuda. In seguito a queste spiegazioni si propone la seguente ripartizione del territorio:
Issacar
D) Il Sud
Beniamino
Giuda
20. Un piccolo sommario in cui la prosperità del regno unito viene presentata con due immagini tipicamente bibliche: la sabbia del mare per indicare l'alto numero di abitanti (cfr. Gn 22,17) e l'abbondanza di cibo.
(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
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from differxdiario
da parecchio tempo le visite di esseri umani (non bot) a differx.noblogs.org stazionano regolarmente sopra le cinquemila quotidiane. con picchi a volte fino a trentamila.
e insomma. tre post dell’8 aprile hanno raggiunto (nel complesso) ventimila click. sono questi:
https://differx.noblogs.org/2026/04/08/sanchez-indipendenza-spagna-da-isr-e-usa/
e https://differx.noblogs.org/2026/04/08/iniziative-cultura-sinistra-istituzioni-e-controindicazioni/
mi rendo conto perfettamente che le cose che condivido su differx non escono sul Corsiero della Pera, non le legge il neurone di Maolo Pieli, anche perché spernacchiano il Promo&Strego&Sego, fanno ciao a Smerdadori, e sdegnano il sito della Fondazione Luì Vuittone Per lo Scorporo della Cura de li Cani dall’ISEE, però – diobono – ventimila kraniate di umani reali su appena tre post credo decenti, in un giorno solo, in un sito stronzissimamente libertario come il mio, ahó, a me mi garbano tanto.
#differx #visite #isee
from lucazanini
[vortex]
ad esempio* i sei [sintomi del ciclo continuo o riflusso ferma] la salute è finita la Standa chiusa hanno] portato i campioni nel cartone è [lasciato] trascurare marcissimo timballo nella località oppure luxe calme et volupté picchetti et] senza petroline cùrcume le rubinetterie mostra [il soffitto ultrabasso] fuori le norme le [beghe fanno la [mailing list una -abilità da Mephisto waltz*
from differxdiario
la riproduzione/ripetizione del genocidio palestinese anche in Libano (e in prospettiva eventuale altrove: ne parlavo al post https://noblogo.org/differx/il-genocidio-nellepoca-della-sua-indefinita-riproducibilita) è in pieno svolgimento.
lo stato genocida è alacremente al lavoro ormai da tanto tempo. non penso si possa ragionare di alcuna pace in Medio Oriente senza il boicottaggio di ogni rapporto e l'immediata messa fuori legge dell'entità genocidaria + una serie di interventi militari atti a restringerne anzi cancellarne almeno la capacità offensiva.
d'altro canto gli abitanti di quell'entità, intervistati e sottoposti a sondaggi (oltre che espliciti nei loro account social), in grandissima maggioranza sostengono e supportano in tutti i modi la cancellazione definitiva della vita in primis in Palestina, Libano e Iran, oltre che nei campi di concentramento che l'entità medesima ha costruito nel tempo sotto l'etichetta eufemistica di “prigioni”. e i loro politici, i politici di questo contesto psicotico autocentrato e omicida-suicida, hanno chiaramente affermato, da sempre e in tutti i modi e le sedi, che il loro obiettivo è l'estensione territoriale di eretz eccetera. con, inclusa anzi prioritaria, l'annientamento fisico, quindi anche culturale e storico, delle popolazioni che da secoli o millenni abitano quelle terre.
non progettano ma già attuano la tabula rasa.
non bastasse questo appoggio anch'esso genocidario (oltre che crassamente irridente e insultante, tipico di un'aggressività razzista coltivata da decenni di occupazione illegale e soprusi autoleggitimati), ogni giorno che passa i cittadini di questo eretz mostro forniscono mostruosa progenie coscritta all'esercito più immorale del pianeta. nuovi arruolati, finché ce ne sono. e molti di questi deliranti – poi – calano a fare safari e sparare in testa ai bambini palestinesi e libanesi dai luoghi di una diaspora non ebraica bensì sionista. è bene divaricare i termini, disgiungere radicalmente e senza ritorno jew da zionist.
il sionismo è la vera Realtà Antisemita e Antiumana – maiuscole incluse – del secolo scorso e presente.
unica soluzione è davvero, lo vediamo, la messa in sicurezza della culla delle pulsioni di morte. un'operazione del genere è, ovviamente, imprevedibile e al momento non immaginabile, purtroppo. oltretutto sarebbe inefficace senza una colossale ondata di arresti di massa di politici, militari di ogni livello, miliardari e lobbisti fundraiser, sobillatori nei media, influencer, agenti dei servizi, coloni, predicatori di morte, capi di aziende di controllo territoriale e di fabbriche di armamenti. e, altrettanto, sarebbe inefficace senza decenni – in seguito – di rieducazione all'umanità di una società (in)civile arrivata in meno di un secolo a ballare e cantare inni che incitano allo sterminio di donne e bambini.
lo stato genocidario potrebbe non avere futuro, sarebbe auspicabilissimo; ma sicuramente ha un passato di terrorista, e un presente che perpetra olocausti e va fermato.
_______________________
ps: due soli link recenti: https://mastodon.uno/@differx/116379119118491140 e https://mastodon.uno/@differx/116375451932731646
altri link (purtroppo anche verso social generalisti) qui: https://differx.noblogs.org/2026/04/10/recent-links-about-genocide-link-recenti-sul-genocidio/
from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia
Riflessioni a partire dall’audizione parlamentare del magistrato Giovanni Tartaglia Polcini
Nella recente audizione (31 marzo 2026 scorso, la cui bozza di trascrizione è reperibile qui) dinanzi alla Commissione parlamentare di inchiesta sul crimine organizzato transnazionale e le rotte del narcotraffico, il magistrato Giovanni Tartaglia Polcini, consigliere giuridico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha delineato con precisione analitica un decennio di impegno istituzionale italiano in un settore sempre più cruciale delle relazioni internazionali: la cosiddetta “diplomazia giuridica”. Lungi dall’essere un mero esercizio di cooperazione tecnica o un’attività di natura filantropica, questa strategia si configura come un modello sistemico di proiezione internazionale, radicato nell’esperienza storica italiana nella lotta alle mafie e oggi riconosciuto come standard globale. L’intervento ha offerto non solo una ricognizione delle direttrici evolutive della criminalità organizzata, ma anche una roadmap operativa per contrastarne le manifestazioni più sofisticate, dalle rotte del narcotraffico alla criminalità digitale.
Il concetto di diplomazia giuridica nasce dalla convergenza tra una “vocazione nazionale” e una “domanda internazionale”. L’Italia, avendo fronteggiato per prima la minaccia mafiosa in forme strutturate e virulente, ha sviluppato un know-how unico, oggi richiesto quotidianamente da Paesi terzi che cercano di replicarne metodi, competenze e quadri istituzionali. Questa attività risponde a precisi interessi di sicurezza nazionale e alla promozione di una rule of law globale alternativa a modelli autoritari o basati sulla cattura statale. Il metodo italiano, certificato dal G7 nel 2024, si articola in quattro pilastri interdipendenti: il capacity building (rafforzamento delle competenze operative), l’institutional building (potenziamento delle strutture giudiziarie e di polizia), il law building (armonizzazione dei quadri normativi) e il consensus building (coinvolgimento della società civile e pedagogia della legalità). Quest’ultimo riveste un ruolo strategico spesso sottovalutato: senza il radicamento culturale e il consenso sociale, anche le riforme più avanzate rischiano di dissiparsi con il mutare degli scenari politici o di essere percepite come imposizioni tecnocratiche.
Il termine di confronto di questa diplomazia è una criminalità in rapida e radicale trasformazione. Tartaglia Polcini individua tre vettori evolutivi che ne definiscono la natura contemporanea. Il primo è la globalizzazione operativa: si è passati da relazioni episodiche e contrattuali tra organizzazioni territoriali a reti criminali integrate che gestiscono produzione, esportazione, stoccaggio e consumo in contesti geografici distinti ma strettamente coordinati. Non si tratta più di “singoli affari”, ma di sistemi logistici e finanziari transnazionali che richiedono cooperazione continua.
Il secondo vettore è la mimetizzazione, efficacemente resa dalla metafora falconiana della “mafia liquida” che penetra il solido della società. Attraverso la corruzione sistemica (dalla micro-corruzione alla state capture), l’infiltrazione nella pubblica amministrazione e, soprattutto, il controllo dei sistemi penitenziari, le organizzazioni criminali costruiscono veri e propri hub di reclutamento, proselitismo e comando. Particolarmente significativo è il caso ecuadoriano: l’applicazione dei principi dell’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario italiano ha determinato un crollo verticale della violenza carceraria dal novembre 2021, dimostrando statisticamente come la classificazione e separazione dei detenuti possa interrompere cicli di radicalizzazione criminale.
Il terzo vettore è l’innovazione tecnologica, che impone un salto di paradigma investigativo: il passaggio dal tradizionale follow the money al follow the data. Come dimostrato da ricerche empiriche condotte dall’Università di Padova, i grandi sequestri di cocaina (oltre 500 kg) generano picchi statisticamente significativi di transazioni in Bitcoin nelle ventiquattro ore successive. Fonti accreditate stimano che circa il 70% dei proventi del narcotraffico venga oggi reinvestito in asset digitali. Questa immaterialità del flusso finanziario rende inefficaci gli approcci tradizionali e richiede un investimento massiccio nell’iper-specializzazione tecnica delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria.
La risposta italiana non si è limitata alla teoria, ma si è tradotta in un ecosistema di strumenti operativi e normativi a circolazione globale.
La “Piattaforma di Palermo” ha abbattuto le asimmetrie informative tra magistrati inquirenti internazionali, consentendo un interscambio immediato di dati ed esperienze. Progetti come EL PAcCTO e “Falcone e Borsellino” hanno operato sul terreno della formazione, della sicurezza delle frontiere e della riconversione economica nelle aree a rischio. Sul piano normativo, l’Italia ha favorito l’adozione del delitto di associazione mafiosa (art. 416-bis c.p.) in diversi ordinamenti sudamericani, la creazione di procure antimafia “supraterritoriali” sul modello della Direzione Nazionale Antimafia italiana e l’istituzione di circuiti penitenziari speciali.
Lo strumento della “Silver Notice”, ideato dalla Polizia italiana, ha permesso il primo tracciamento e sequestro transfrontaliero di capitali illeciti, segnando un precedente operativo di grande rilievo. Inoltre, la creazione di reti di cooperazione penitenziaria ha eliminato quel deficit informativo che in passato permetteva a latitanti e capi criminali di operare indisturbati oltre confine.
Nonostante i progressi, le criticità restano numerose e richiedono risposte sistemiche. La gestione delle rotte marittime soffre di un disallineamento operativo e informativo tra porti di origine e destinazione, aggravato dall’assenza di standard europei di risk assessment e da fenomeni di infiltrazione criminale nelle infrastrutture portuali. L’Africa occidentale emerge come crocevia strategico dove narcotraffico, migrazione irregolare e tratta di esseri umani convergono, imponendo un coordinamento transregionale che l’Italia sta già promuovendo attraverso l’estensione della Piattaforma di Palermo a paesi come Guinea-Bissau, Senegal, Nigeria e Capo Verde.
L’espansione in Europa di organizzazioni come il Primeiro Comando da Capital (PCC) brasiliano, già censito in ventidue Paesi, richiede meccanismi di allerta precoce e una maggiore attenzione ai sistemi penitenziari come vettori di penetrazione. Come sottolineato da Tartaglia Polcini, le diaspore possono talvolta facilitare processi negativi quando esportano non valori democratici, ma competenze criminali acquisite. Sul piano finanziario, la natura transnazionale e immateriale delle criptovalute rende inefficaci gli approcci nazionali isolati: è indispensabile una normativa sovranazionale e un potenziamento strutturale delle competenze tecnico-informatiche degli investigatori. Infine, il meccanismo di peer review della Convenzione di Palermo, sebbene ancora giovane, sta già generando un flusso strutturato di richieste di assistenza tecnica verso l’Italia, confermandone il ruolo di “standard globale” nel settore antimafia.
L’audizione di Tartaglia Polcini restituisce un quadro lucido e proiettivo: contrastare il crimine organizzato transnazionale non è più una questione di singole rogatorie o di interventi episodici, ma richiede un approccio sistemico che integri enforcement fisico e digitale, cooperazione giudiziaria strutturata e pedagogia sociale. L’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, rispettivamente padri della diplomazia giuridica e della disseminazione valoriale, impone di proiettare nel terzo millennio l’intuizione originaria del follow the money, trasformandola in capacità di follow the data.
L’Italia, partendo dalla propria esperienza storica, ha dimostrato che la lotta alle mafie non è solo una questione di ordine interno, ma un bene pubblico globale. In un’epoca di minacce liquide, confini digitali e infrastrutture strategiche a rischio di state capture, la diplomazia giuridica si configura non come un’opzione, ma come una necessità strategica per la difesa dello Stato di diritto, della sicurezza collettiva e della qualità democratica delle istituzioni a livello internazionale. Superare la logica dell’emergenza e abbracciare quella della cooperazione paritaria, del trasferimento di competenze e della costruzione di consenso sociale resta, oggi più che mai, la via maestra per un contrasto efficace e duraturo al crimine organizzato transnazionale.
#diplomaziagiuridica #followthedata #TartagliaPolcini #commissioneparlamentareantimafia
STORIA DI SALOMONE (3,1-11,43)
Il sogno di Gàbaon 1Salomone divenne genero del faraone, re d'Egitto. Prese la figlia del faraone, che introdusse nella Città di Davide, ove rimase finché non terminò di costruire la propria casa, il tempio del Signore e le mura di cinta di Gerusalemme. 2Il popolo però offriva sacrifici sulle alture, perché ancora non era stato costruito un tempio per il nome del Signore. 3Salomone amava il Signore e nella sua condotta seguiva le disposizioni di Davide, suo padre; tuttavia offriva sacrifici e bruciava incenso sulle alture. 4Il re andò a Gàbaon per offrirvi sacrifici, perché ivi sorgeva l'altura più grande. Su quell'altare Salomone offrì mille olocausti. 5A Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: “Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda”. 6Salomone disse: “Tu hai trattato il tuo servo Davide, mio padre, con grande amore, perché egli aveva camminato davanti a te con fedeltà, con giustizia e con cuore retto verso di te. Tu gli hai conservato questo grande amore e gli hai dato un figlio che siede sul suo trono, come avviene oggi. 7Ora, Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. 8Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per quantità non si può calcolare né contare. 9Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?“. 10Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. 11Dio gli disse: “Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, 12ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te. 13Ti concedo anche quanto non hai domandato, cioè ricchezza e gloria, come a nessun altro fra i re, per tutta la tua vita. 14Se poi camminerai nelle mie vie osservando le mie leggi e i miei comandi, come ha fatto Davide, tuo padre, prolungherò anche la tua vita”. 15Salomone si svegliò; ecco, era stato un sogno. Andò a Gerusalemme; stette davanti all'arca dell'alleanza del Signore, offrì olocausti, compì sacrifici di comunione e diede un banchetto per tutti i suoi servi.
Il giudizio di Salomone 16Un giorno vennero dal re due prostitute e si presentarono innanzi a lui. 17Una delle due disse: “Perdona, mio signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre lei era in casa. 18Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c'è nessun estraneo in casa fuori di noi due. 19Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché lei gli si era coricata sopra. 20Ella si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal mio fianco, mentre la tua schiava dormiva, e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il suo figlio morto. 21Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L'ho osservato bene al mattino; ecco, non era il figlio che avevo partorito io”. 22L'altra donna disse: “Non è così! Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto”. E quella, al contrario, diceva: “Non è così! Quello morto è tuo figlio, il mio è quello vivo”. Discutevano così alla presenza del re. 23Il re disse: “Costei dice: “Mio figlio è quello vivo, il tuo è quello morto”, mentre quella dice: “Non è così! Tuo figlio è quello morto e il mio è quello vivo”“. 24Allora il re ordinò: “Andate a prendermi una spada!”. Portarono una spada davanti al re. 25Quindi il re aggiunse: “Tagliate in due il bambino vivo e datene una metà all'una e una metà all'altra”. 26La donna il cui figlio era vivo si rivolse al re, poiché le sue viscere si erano commosse per il suo figlio, e disse: “Perdona, mio signore! Date a lei il bimbo vivo; non dovete farlo morire!”. L'altra disse: “Non sia né mio né tuo; tagliate!”. 27Presa la parola, il re disse: “Date alla prima il bimbo vivo; non dovete farlo morire. Quella è sua madre”. 28Tutti gli Israeliti seppero della sentenza pronunciata dal re e provarono un profondo rispetto per il re, perché avevano constatato che la sapienza di Dio era in lui per rendere giustizia.
__________________________ Note
3,1 Il matrimonio di Salomone con la figlia del faraone è verosimile, in questo periodo di grande decadenza dell’Egitto.
3,2-3 Il popolo però offriva sacrifici sulle alture: si tratta di colline sacre, destinate al culto. Nei primi tempi della monarchia queste alture potevano essere legittime; in seguito però divennero sempre più luoghi idolatrici. Di qui le condanne (Dt 12,2-3; 2Re 18,4; 23,5-15.19).
3,4 Gàbaon: sorgeva a circa 10 chilometri a nord-ovest di Gerusalemme.
3,9 Il cuore nella Bibbia è, abitualmente, la sede della conoscenza e della decisione. Salomone chiede un cuore docile per esercitare il suo compito di giudice.
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3,1-11,43. I capitoli 3-11 illustrano il regno di Salomone (ca. 961-922). La presentazione di questo regno gode della più ampia descrizione rispetto a tutti gli altri. Viene presentata l'attività edilizia, diplomatica, commerciale del grande re. Sono evidenziati la sua saggezza, la sua giustizia, il gusto per l'eleganza e il lusso. Non taciuto il punto debole di Salomone: la passione per le donne che gli sarà fatale come occasione di sincretismo e di compromessa fedeltà al Signore. L'autore deuteronomista ama la presentazione agiografica del costruttore del tempio e si dilunga nel presentare questo avvenimento fin nei dettagli. Il materiale proviene da diverse fonti: dati d'archivio e leggenda s'intrecciano. Una fonte viene menzionata: gli Atti di Salomone (11,41). L'archeologia ha confermato questi capitoli dove l'idealizzazione è presente, ma non si tratta solo di iperbole. «Neanche Salomone, con tutta la sua gloria...» (Mt 6,29). Così giunge anche nel vangelo la fama di Salomone, che al di là delle tinte molto lucenti usate per il suo ritratto rimane uno splendido monarca. Il suo governo evidenzia il significato genuino della radice šlm che indica il benessere totale, la presenza di tutti i beni, e non solo l'assenza di guerra, ed è questa la sostanza del regno salomonico.
1. La notizia è assai discussa dal punto di vista cronologico e testuale. È comunque importante che il regno di Salomone venga dal redattore inaugurato con questo fatto che già anticipa l'apertura internazionale e i solidi legami nella politica estera del nuovo re. Non si è in grado di identificare con certezza il suocero di Salomone. Possiamo solo dire che si tratta di uno degli ultimi faraoni della XXI o dei primi della XXII dinastia. I LXX parlano di questo matrimonio e della dote in 5,14, mentre il TM riprende la notizia della dote in 9,16. Qui per la prima volta si fa distinzione tra città di Davide e Gerusalemme. Questo matrimonio fu senz'altro un incentivo all'attività edilizia di Salomone.
2-3. È evidente che questo intervento sugli usi cultuali precedenti la riforma di Giosia (622) è dovuto all'autore che scrive nella prospettiva della riforma deuteronomista. Quasi con rammarico si fa presente la non ancora avvenuta costruzione del tempio e il culto praticato sulle alture, santuari all'aria aperta, dove sotto un albero frondoso si trovava un altare e una stele. Questi santuari locali erano stati ereditati dai Cananei e costituivano un pericolo di sincretismo, fusione tra il culto di JHWH e quello dei bá‘alîm. È questo il motivo del sospetto verso i sacrifici offerti in quei luoghi e che emerge qui con chiarezza. L'autore propone due scusanti. Per il popolo: non era ancora stato costruito il tempio; per Salomone: amava il Signore come suo padre Davide. Il giudizio negativo su questa pratica abolita dalla riforma di Giosia viene così attenuato.
4-15. Gabaon si trova a 10 km a nord-ovest di Gerusalemme. La collocazione geografica settentrionale ci fa chiedere se, oltre che dalla fama del santuario locale, Salomone non fosse attratto anche dal desiderio di una celebrazione religiosa che rinsaldasse i vincoli con le tribù del Nord all'inizio del regno. Ciò che più conta comunque è che questa pagina desidera confermare la scelta divina prima avvenuta attraverso mediatori e manovre di corte, ora fatta direttamente da Dio che si rivolge in prima persona a Salomone per accordare i doni necessari al governo. Vengono superate così anche le “anomalie” della sua ascesa al potere: la non acclamazione popolare, come i giudici; la mancanza di alleanza col popolo, come suo padre. Si spiega invece che la scelta di Salomone si fonda sull'alleanza di Dio con Davide (v. 6). Nella letteratura dell'Antico Oriente abbiamo pagine accostabili alla nostra. In Egitto racconti di visite compiute dai faraoni in santuari foranei dove ricevono messaggi divini per il governo che vengono comunicati alla corte al rientro nella capitale. A Babilonia e in Assiria preghiere di neo re che domandano lunga vita, felicità, armate invincibili. La distanza del nostro testo dall'ultimo caso è lampante. Nel primo caso, invece, il ritorno a Gerusalemme non comporta la comunicazione della visione. Il sogno costituiva nell'antichità biblica una via normale di comunicazione col divino (Gn 26,24; 28,11; 31,11; есc.). Questo è l'ultimo racconto di sogno che non verrà più menzionato come via rivelativa fino alla letteratura apocalittica. La preghiera di Salomone quale risposta alla richiesta divina si apre con una “confessione” dei benefici concessi a suo padre Davide al quale Dio ha dato soprattutto un successore come segno di fedeltà e in adempimento alla sua parola. La memoria di quanto Dio ha già dato è caparra di quanto darà. Salomone si presenta come un ragazzo, ma ciò non è legato alla sua età; è invece una formula di umiltà. Si dichiara incerto sull'entrare e l'uscire, cioè disorientato. La sua richiesta non si pone su un piano materiale. Egli chiede un cuore “capace di ascoltare”. È questo il presupposto per rendere giustizia, dovere capitale del re. L'ascolto del volere divino poi abiliterà il re al discernimento tra bene e male (cfr. Gn 2-3), fondamento del governo. Il sogno di Salomone all'inizio del suo regno non è un sogno di gloria personale, bensì il desiderio del vero bene del suo popolo. Si potrebbe dire che egli chiede piuttosto per gli altri che non per sé. La soddisfazione divina per una tale richiesta si esprime nel concedere anche quanto non è stato chiesto: ricchezza, prestigio e infine lunga vita con la tipica condizione deuteronomista della fedeltà ai precetti divini; e nella massima larghezza in quanto è stato domandato: nessuno sarà saggio e intelligente come Salomone, né prima né dopo di lui. La sapienza di Salomone sarà ancora esplicitamente ripresa in 5,9-14; 10,1-10. Si veda anche Sap 9,1-18, ampliamento della preghiera di Salomone, e 7,7-14; 8,2-21. Il v. 15 forse è stato posto successivamente per superare l'imbarazzo del culto celebrato dal re in un santuario locale con il culto celebrato presso l'arca in Gerusalemme, idea fondamentale del Deuteronomista.
16-28. Il racconto viene introdotto in maniera un po' brusca. Dopo il banchetto dei dignitari preparato da Salomone l'irruzione delle due prostitute crea un buon contrasto letterario. La fattura popolare del racconto è indicata dalle ripetizioni. La storia ha paralleli nella letteratura mondiale. La pratica della prostituzione, vera istituzione nell'Antico Vicino Oriente abbinata all'ospitalità (Gs 2,1), era tollerata anche in Israele. La proibizione diventerà esplicita in Dt 23,18. La collocazione del racconto in questo punto della narrazione pare voglia essere una conferma del dono della sapienza ricevuto da Salomone. La vera difficoltà del caso è presentata al v. 18: non esistono testimoni. La faccenda sembra così insolubile. La trovata di Salomone consiste nel colpire l'affetto materno che inevitabilmente emergerà di fronte alla minaccia di morte per il neonato. Può darsi che il caso presentato da Es 21,35 abbia potuto ispirare la decisione. La reazione della vera madre è presentata con la tipica immagine biblica: il fremito delle viscere, ritenute la sede degli affetti e delle emozioni. Essa è pronta a rinunciare al bambino piuttosto che vederlo morire. Il caso è così risolto. Il v. 28 mostra la reazione popolare: profondo rispetto per il re che ha ricevuto da Dio la sapienza e ha mostrato la sua abilità nel giudizio.
(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

Il supergruppo psichedelico ideato da Dave Alvin e comprendente Jesse Sykes, David Immerglück, Victor Krummenacher e Michael Jerome pubblica un supplemento all'ultimo album di studio “Right Now!”: “Spellbinder!” è un EP di quattro brani che da quel disco riprende tre titoli, uno solo dei quali (la cover di “Reap What You Sow” scritta da Mike Bloomfield e Nick Gravenites per Otis Rush) nella stessa versione... https://artesuono.blogspot.com/2026/04/the-third-mind-spellbinder-2026.html
Ascolta il disco: https://www.youtube.com/watch?v=weNbnsgBHfY&list=OLAK5uy_mAINb_amTcnFVBBC51ONw1XxbBUGrunSk&index=2
from norise 3 letture AI
Vicolo
dolore antico di donne in nero a segnarsi se dal profondo si levano i morti a dare infausti presagi
vicolo inghiottito da un grappolo di case appese a strapiombo
ricettacolo d'umori ancestrali in un tempo cristallizzato sospeso
.
Hai scritto un breve poema denso di immagini e atmosfera, concentrato su spazio urbano ridotto e memorie ancestrali che emergono come presagi.
Alley
ancient pain of women in black making the sign of the cross as from the depths the dead rise to give ill omens
alley swallowed by a cluster of houses hung on a cliff
repository of ancestral humors in a frozen time suspended
vicolo le voci del mattino hanno ancora il sapore del lutto
from norise 3 letture AI
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È pronto il nuovo album dei Tinariwen “Elwan”, registrato in modalità “nomade” tra il Joshua Tree e il Marocco. Segue una serie di album di grande successo – tra cui il live in Paris “Oukis N’ Asuf del 2015 e soprattutto “Emmaar” del 2014 – e sviluppa, in un contesto timbrico non nuovo fino in fondo, anche se con alcuni approfondimenti rilevanti, la linea solcata sin dall’inizio da questi musicisti straordinari... https://artesuono.blogspot.com/2017/02/tinariwen-elwan-2017.html
Ascolta il disco: https://album.link/i/1165023229
from Revolution By Night
È assurdo e illogico, contro natura. Il mondo che lasceremo ai nostri figli sarà uno schifo. La responsabilità è dei vecchi boomer, stupidi, ottusi e corrotti nel migliore dei casi, mentecatti, squilibrati e criminali nella loro peggiore letale versione.
Queste generazioni sono le responsabili della distruzione del sistema di sostentamento che rende possibile la nostra esistenza: l'ecosistema. Una condotta idiota che la parte di genere umano che sopravviverà alla catastrofe climatica, a partire dai nostri figli e nipoti, condannerà e maledirà per i secoli a venire.
Già basterebbe questo per assicurare la dannazione eterna alla generazione di vecchi che oggi governa e pilota il mondo verso l'abisso più nero. Una generazione violenta e arrogante, convinta di avere costruito un mondo ricco e desiderabile. Una generazione che considera ingrati i giovani (in realtà ben più intelligenti, istruiti e consapevoli di noi vecchi) che in tutto il mondo criticano la nostra scellerata condotta, che si ribellano e ci accusano a ragione di avergli rubato il futuro, di avergli dato una sola certezza: quella di un'esistenza precaria, incerta e estremamente pericolosa.
Il nostro mondo è condotto velocemente verso il baratro da 70enni incontinenti e psicolabili come Trump, da criminali di guerra, sanguinari assassini di bambini come Netanyahu, da lucidi e spietati dittatori, sterminatori dei figli della propria patria come Putin.
Che razza di genitori siamo? I nostri figli sanno bene a che cosa andranno incontro per colpa nostra, soltanto colpa nostra. Assistono disperati e impotenti alla distruzione di ogni loro futura possibilità di benessere, di pace e di felicità.
E quando noi non ci saremo più, e quei folli squilibrati criminali saranno sotto 3 metri di terra, il pianeta sarà un pianeta in fiamme, sotto tutti i punti di vista. Sarà un pianeta inabitabile, falcidiato da eventi naturali estremi; inondato da oceani e allo stesso tempo desertificato in vastissime aree; costantemente in uno stato di guerra generalizzata per l'accaparramento delle risorse di base, acqua e cibo, che tra meno di 50 anni non saranno più scontate per oltre due terzi della popolazione mondiale.
Sono tanti i genitori, che lottano quotidianamente per difendere il diritto ad un futuro almeno decente dei propri figli e nipoti. Ma non siamo abbastanza. C'è una grande moltitudine di genitori che vivono in un relativo stato di benessere (rispetto al mondo povero) e che quindi potrebbero impegnarsi e ribellarsi all'odioso crimine che ogni giorno viene commesso contro le future generazioni. E invece restano indifferenti, pigri e indolenti, complici silenziosi. Ma colpevoli tanto quanto i pazzi e i corrotti che li governano.
Now playing: “Child in time” Deep Purple in Rock – Deep Purple – 1970
Testamento e morte di Davide 1I giorni di Davide si erano avvicinati alla morte, ed egli ordinò a Salomone, suo figlio: 2“Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte e móstrati uomo. 3Osserva la legge del Signore, tuo Dio, procedendo nelle sue vie ed eseguendo le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e le sue istruzioni, come sta scritto nella legge di Mosè, perché tu riesca in tutto quello che farai e dovunque ti volgerai, 4perché il Signore compia la promessa che mi ha fatto dicendo: “Se i tuoi figli nella loro condotta si cureranno di camminare davanti a me con fedeltà, con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima, non ti sarà tolto un discendente dal trono d'Israele”. 5Anche tu sai quel che ha fatto a me Ioab, figlio di Seruià, cioè come egli ha trattato i due capi dell'esercito d'Israele, Abner, figlio di Ner, e Amasà, figlio di Ieter, come li ha uccisi spargendo in tempo di pace il sangue di guerra, e mettendo sangue di guerra sulla sua cintura che era intorno ai suoi fianchi e sul suo sandalo che era ai suoi piedi. 6Agirai con la tua saggezza, e non permetterai che la sua vecchiaia scenda in pace agli inferi. 7Agirai con bontà verso i figli di Barzillài il Galaadita, e saranno tra coloro che mangiano alla tua tavola, perché mi hanno assistito mentre fuggivo da Assalonne, tuo fratello. 8Ed ecco accanto a te Simei, figlio di Ghera, Beniaminita, di Bacurìm; egli mi maledisse con una maledizione terribile nel giorno in cui andavo a Macanàim. Ma discese incontro a me al Giordano e gli giurai per il Signore: “Non ti farò morire di spada”. 9Ora però non lasciarlo impunito. Infatti tu sei un uomo saggio e sai ciò che gli dovrai fare. Farai scendere la sua canizie agli inferi con morte violenta”. 10Davide si addormentò con i suoi padri e fu sepolto nella Città di Davide. 11La durata del regno di Davide su Israele fu di quarant'anni: a Ebron regnò sette anni e a Gerusalemme regnò trentatré anni.
Morte di Adonia 12Salomone sedette sul trono di Davide, suo padre, e il suo regno si consolidò molto. 13Adonia, figlio di Agghìt, si recò da Betsabea, madre di Salomone, che gli chiese: “Vieni con intenzioni pacifiche?”. “Pacifiche”, rispose quello, 14e soggiunse: “Ho da dirti una cosa”. E quella: “Parla!”. 15Egli disse: “Tu sai che il regno spettava a me e che tutti gli Israeliti si attendevano che io regnassi. Eppure il regno mi è sfuggito ed è passato a mio fratello, perché gli era stato decretato dal Signore. 16Ora ti rivolgo una sola domanda: non respingermi”. Ed essa: “Parla!”. 17Adonia disse: “Di' al re Salomone, il quale nulla ti può negare, che mi conceda in moglie Abisàg, la Sunammita”. 18Betsabea rispose: “Bene! Parlerò io stessa al re in tuo favore”. 19Betsabea si presentò al re Salomone per parlargli in favore di Adonia. Il re si alzò per andarle incontro, si prostrò davanti a lei, quindi sedette sul trono, facendo collocare un trono per la madre del re. Questa gli sedette alla destra 20e disse: “Ti rivolgo una sola piccola domanda: non respingermi”. Il re le rispose: “Chiedi, madre mia, certo non ti respingerò”. 21E quella: “Si conceda Abisàg, la Sunammita, in moglie ad Adonia, tuo fratello”. 22Il re Salomone rispose a sua madre: “Perché tu mi chiedi Abisàg, la Sunammita, per Adonia? Chiedi pure il regno per lui, poiché egli è mio fratello maggiore e per lui parteggiano il sacerdote Ebiatàr e Ioab figlio di Seruià”. 23Il re Salomone giurò per il Signore: “Dio mi faccia questo e altro mi aggiunga, se non è vero che Adonia ha avanzato questa proposta a danno della sua vita. 24Ebbene, per la vita del Signore che mi ha reso saldo, mi ha fatto sedere sul trono di Davide, mio padre, e mi ha fatto una casa come aveva promesso, oggi stesso Adonia verrà ucciso”. 25Il re Salomone ordinò l'esecuzione a Benaià, figlio di Ioiadà, il quale lo colpì e quegli morì.
Sorte riservata a Ebiatàr e a Ioab 26Il re disse al sacerdote Ebiatàr: “Vattene ad Anatòt, nella tua campagna. Certo, tu sei degno di morte, ma oggi non ti faccio morire, perché tu hai portato l'arca del Signore Dio davanti a Davide, mio padre, e perché ti sei occupato di tutto quello di cui mio padre si occupava”. 27Così Salomone espulse Ebiatàr, perché non fosse sacerdote del Signore, adempiendo la parola che il Signore aveva pronunciato a Silo riguardo alla casa di Eli. 28La notizia arrivò a Ioab – Ioab si era schierato per Adonia, mentre non si era schierato per Assalonne – e allora Ioab fuggì nella tenda del Signore e si afferrò ai corni dell'altare. 29Fu riferito al re Salomone che Ioab era fuggito nella tenda del Signore e che stava al fianco dell'altare. Salomone inviò Benaià figlio di Ioiadà con quest'ordine: “Va', colpiscilo!”. 30Benaià andò nella tenda del Signore e disse a Ioab: “Così dice il re: “Esci!”“. Quegli rispose: “No! Qui voglio morire!”. Benaià riferì al re: “Ioab ha parlato così e così mi ha risposto”. 31Il re gli disse: “Fa' come egli ha detto: colpiscilo e seppelliscilo; così allontanerai da me e dalla casa di mio padre il sangue che Ioab ha sparso senza motivo. 32Il Signore farà ricadere il suo sangue sulla sua testa, perché egli ha colpito due uomini giusti e migliori di lui e li ha trafitti con la sua spada, senza che Davide mio padre lo sapesse: Abner, figlio di Ner, capo dell'esercito d'Israele, e Amasà, figlio di Ieter, capo dell'esercito di Giuda. 33Il loro sangue ricadrà sulla testa di Ioab e sulla testa della sua discendenza per sempre, mentre per Davide e la sua discendenza, la sua casa e il suo trono vi sarà pace per sempre da parte del Signore”. 34Benaià, figlio di Ioiadà, salì, lo colpì e lo uccise; Ioab fu sepolto nella sua casa, nel deserto. 35Il re lo sostituì, nominando capo dell'esercito Benaià, figlio di Ioiadà, mentre mise il sacerdote Sadoc al posto di Ebiatàr.
Sorte riservata a Simei 36Il re mandò a chiamare Simei per dirgli: “Costruisciti una casa a Gerusalemme; ivi sarà la tua dimora e non ne uscirai per andartene qua e là. 37Quando ne uscirai, oltrepassando il torrente Cedron, sappi bene che morirai certamente: il tuo sangue ricadrà sulla tua testa”. 38Simei disse al re: “Va bene! Come ha detto il re, mio signore, così farà il tuo servo”. Simei dimorò in Gerusalemme per molto tempo. 39Dopo tre anni, due schiavi di Simei fuggirono presso Achis figlio di Maacà, re di Gat. Fu riferito a Simei: “I tuoi schiavi sono in Gat”. 40Simei si alzò, sellò il suo asino e partì per Gat, andando da Achis in cerca dei suoi schiavi. Simei vi andò e ricondusse i suoi schiavi da Gat. 41Fu riferito a Salomone che Simei era andato da Gerusalemme a Gat e che era ritornato. 42Il re fece chiamare Simei e gli disse: “Non ti avevo forse fatto giurare per il Signore e non ti avevo ammonito dicendo: “Nel giorno in cui uscirai per andartene qua e là, sappi bene che certamente dovrai morire”? Tu mi avevi risposto: “Va bene, ho capito”. 43Perché non hai rispettato il giuramento del Signore e il comando che ti avevo impartito?“. 44Il re aggiunse a Simei: “Tu conosci, poiché il tuo cuore ne è consapevole, tutto il male che hai fatto a Davide, mio padre. Il Signore farà ricadere la tua malvagità sulla tua testa. 45Invece sarà benedetto il re Salomone e il trono di Davide sarà saldo per sempre davanti al Signore”. 46Il re diede ordine a Benaià, figlio di Ioiadà, il quale, uscito, lo colpì e quegli morì. Il regno si consolidò nelle mani di Salomone.
__________________________ Note
2,4 compia la promessa: quella fatta mediante Natan circa la perennità della dinastia davidica (2Sam 7,8-16).
2,11 La durata del regno di Davide: non può essere stabilita con certezza perché quaranta è anche numero simbolico, che corrisponde alla durata di una generazione; in ogni caso indica un periodo abbastanza lungo.
2,17 Chiedendo in moglie Abisàg, la Sunammita, Adonia rivendica il diritto al trono.
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1-4. Con una espressione tipicamente biblica «io me ne vado per la strada di ogni uomo» (cfr. Gs 23,14) Davide indica la propria morte e apre il suo testamento. Segue immediatamente la raccomandazione a essere forte e a comportarsi da uomo (cfr. Dt 31,23 e Gs 1,6.9.18, le raccomandazioni che Giosuè riceve prima di assumere la guida d'Israele). In realtà questi versetti hanno affinità con il capitolo 1 di Giosuè. I vv. 3-4 sono di chiaro sapore deuteronomista, con la tipica lista di sinonimi della legge le cui sfumature sono sottili. Alcuni autori ritengono questi versetti una interpolazione evidente. Non si parla di libro scritto della legge di Mosè prima del regno di Giosia. Inoltre la promessa incondizionata di Natan di 2Sam 7,12ss. viene qui subordinata al rispetto della legge, evidente elaborazione teologica successiva che sostituisce al rapporto Dio-re come padre-figlio (2Sam 7,14), quindi immediato e spontaneo, il rapporto re-legge scritta, più giuridico e distaccato. Emerge in ogni caso un dato teologico e storico fondamentale anche se non riconducibile a Davide stesso: il re d'Israele non può concepirsi come autonomo rispetto ai precetti divini. Egli è il garante della loro osservanza e non una fonte indipendente di diritto. Anche la teologia della “retribuzione” tipica del Deuteronomista è qui molto chiara: la stabilità del trono e della dinastia dipende dall'osservanza della legge, altrimenti è la tragedia.
5-9. L'antico principio «vita per vita» (Es 21,24) spinge Davide a reclamare la vendetta per l'assassinio di Abner (2Sam 3,21-27) e di Amasa (2Sam 20,8-12) perpetrati in tempo di pace e provenienti dai cattivi sentimenti di loab. Abner fu assassinato per vendicare il fratello Asael ucciso in battaglia (2Sam 2,21-23), Amasa fu ucciso per gelosia. Davide si sente coinvolto e sfidato da questi due omicidi. Oltre a essere innocenti, gli uccisi erano in rapporto con lui: Abner era sotto la sua protezione dopo una trattativa di pace (2Sam 3,21) e Amasa era stato da lui nominato generale (2Sam 19,14). L'onore di Davide è stato leso e la sua autorità ferita. Non si menziona la morte di Assalonne di cui pure Ioab è responsabile perché avvenuta in tempo di rivolta. Si parla qui per la prima volta della ḥokmāh (saggezza) di Salomone. Si tratta dell'intelligenza pratica che sarebbe stato il primo passo per il successo nel governo. Anche se Ioab è ormai anziano non potrà lasciare questa vita senza aver pagato quelle vite. Andare nello šᵉ’ôl indica un'escatologia primitiva in cui l'aldilà non prevedeva ricompensa diversa per i giusti o per i cattivi, ma era semplicemente un luogo di sconforto per tutti. Questa teologia non ancora elaborata potrebbe suffragare l'autenticità di questa parte di testamento davidico. La stessa idea è ripetuta al v. 9.
7. Questo versetto si pone come spartiacque positivo tra due compiti negativi del futuro monarca. Salomone «agirà con bontà» verso i figli di Barzillai che hanno aiutato Davide durante la rivolta di Assalonne (2Sam 19,31-40) e assicurerà loro una pensione. Questo significa qui l'espressione «mangiare alla tavola del re».
8-9. La terza ingiunzione di giustizia è di tipo negativo e riguarda Simei figlio di Ghera (da non confondere con Simei del c. 1) che maledisse Davide durante la sua fuga da Gerusalemme al tempo della rivolta di Assalonne 2Sam 16,5-14). La credenza ebraica riteneva efficace la maledizione finché colui che l'aveva pronunciata rimaneva in vita. La soppressione del maledicente si pone qui, in conformità alla persuasione corrente, come una necessità per la salvaguardia della dinastia. Davide aveva pronunciato un giuramento dopo il pentimento di Simei (2Sam 19,16-24) e aveva così le mani legate per sbarazzarsi della maledizione. Salomone invece era libero di disfarsi di questo fardello. Si tenga anche conto che Es 22,27 ritiene una colpa molto grave la maledizione del capo del popolo. La forza della maledizione è sottolineata dal participio nifal della radice mrṣ da tradursi «virulenta». Si indica così sia la violenza verbale, sia l'autentico significato della radice ebraica che indica al nifal l'essere colpiti da malattia insanabile: per gli uomini in forma virale, per il legno con parassiti che lo assalgono compromettendo la stabilità della casa con cui è costruita e provocandone il crollo (cfr. Zc 5,1-4). Si doveva togliere dalla casa di Davide questo morbo mortale sopprimendo il maldicente. Ancora una volta Davide fa appello alla saggezza del figlio. Salomone non dovrà vendicarsi senza motivo; nella sua abilità non si lascerà sfuggire l'occasione buona per eseguire il testamento paterno.
10-12. L'eufemismo biblico dell'addormentarsi con i padri presenta con serenità il trapasso di Davide. La notizia della sua sepoltura è tanto importante quanto sobria. Sobria, perché in contrasto con il cerimoniale funerario orientale del quale non vi è nessun accenno. Importante, perché la conquista della città gebusea dipese dall'audacia e dalla tenacia di Davide (2Sam 5,6-10 e 1Cr 11,4-9); pertanto essa viene considerata sua proprietà. Il costume semitico prevedeva che un uomo che aveva una sua proprietà venisse sepolto in essa (Gn 25,7-10; 1Sam 25,1; 2Cr 33,20). Della tomba di Davide si fa menzione anche in At 2,29, ma oggi non siamo in grado di localizzarla con precisione. La durata del regno di Davide non può essere stabilita con certezza. Quaranta è un numero simbolico, legato nel pensiero ebraico alla durata di una generazione; indica un periodo abbastanza lungo di cui non si conosce la durata esatta.
12. Questo versetto nella versione greca di Luciano costituisce l'inizio del III libro dei Re. Il dato evidenzia la difficoltà nella proposta di una struttura del capitolo. Autorevoli commentatori seguono Luciano, altri operano la scelta che noi condividiamo. Si tratta di un primo epilogo nel concludere la vicenda della successione davidica che viene ripresa al v. 46b.
13-46. In questi versetti si presenta il consolidamento del regno di Salomone attraverso l'eliminazione dei suoi nemici. In quest'opera Salomone va assai al di là dell'esecuzione del testamento paterno.
13-25. La morte di Adonia non appartiene alla volontà di Davide; si presenta come una necessità politica per la stabilità del regno. Adonia costituiva infatti una minaccia proveniente dalla stessa casa reale, dall'interno stesso della dinastia. Il racconto presenta una forte analogia con la vicenda dell'ascesa al trono di Salomone: intercessione di Betsabea presso il re, ripetizione dei verbi, discorso diretto. Dal punto di vista letterario è una bellissima pagina nelle composizioni ebraiche: un romanzo che culmina in tragedia. Amore e ambizione si intrecciano come trama e ordito del racconto. Può darsi che Adonia amasse effettivamente Abisag, in ogni caso la richiesta della sua mano era o un enorme rischio, se veramente vi era amore, o un imperdonabile affronto se vi era solo ambizione. La Sunammita era entrata a far parte dell'harem di corte ed era pertanto proprietà del re. Secondo la concezione del tempo, possedere parzialmente o del tutto l'harem regio significava poter avanzare diritti di successione al trono (2Sam 3,7.13; 12,8; 16,20-22). Salomone prende al balzo questa situazione leggibile come pretesa di regalità per eliminare il suo avversario principale. La sua saggezza, cioè la sua intelligenza pratica, si mostra nel saper cogliere l'occasione buona rinunciando a prendere l'iniziativa dell'eliminazione del concorrente e lasciando che sia lui ad offrirla. È ben presentato qui il ruolo della regina madre (v. 19), dopo il re la persona più importante nella corte. Al v. 24 Salomone fa sua la promessa del Signore a Davide (2Sam 7,8-16). La richiesta di Adonia si mostra così contro il volere divino che egli pure aveva riconosciuto, v. 15, e ciò costituisce nella mentalità dell'autore un'attenuante ulteriore per il comportamento di Salomone.
26-27. L'esilio di Ebiatar costituisce la prima fase dell'eliminazione del partito di Adonia. Si ripulisce così il sacerdozio, istituzione fondamentale, da elementi la cui fedeltà alla corona è dubbia. Anche a Ebiatar viene dichiarato che è un uomo morto, tuttavia la sua vita viene risparmiata a causa del suo carattere sacro per il contatto con l'arca e a causa della sua vicinanza a Davide nelle sue vicissitudini. Viene così confinato ad Anatot, a nord di Gerusalemme, dove aveva un podere. Da quel centro verrà anche Geremia (Ger 1,1). In questa vicenda l'autore deuteronomista vede il compimento della profezia sulla casa di Eli di cui si parla in 1Sam 2,27-36 e 3,11-14.
28-35. È ora la volta di Ioab. Con la sua soppressione si purifica l'esercito, altra istituzione primaria del regno, dai pericoli d'infedeltà al sovrano. Comincia qui l'esecuzione del testamento di Davide. E Ioab stesso a dichiarare la sua colpevolezza andando ad afferrare i corni dell'altare e chiedendo l'asilo sacro. Questo gesto è il frutto del panico che l'ha preso alla notizia dell'esilio di Ebiatar, suo socio nel sostenere Adonia. La colpa di cui si ritiene responsabile non è dunque l'omicidio, bensì la cospirazione. Ioab e Salomone si trovano su piani diversi che portano il primo ad insistere nella speranza di grazia non lasciando l'altare, il secondo a non esitare nel punire. Anche qui Salomone dimostra la sua abilità nel cogliere l'occasione senza provocare o cercare un motivo di vendetta. L'asilo sacro era negato agli omicidi volontari (Es 21,13-14; Dt 27,24), ma era anche vietato giustiziare nel recinto sacro (Es 21,14). E probabilmente per giustificare questo eccesso che il v. 32 insiste sul motivo dell'esecuzione capitale avvenuta in luogo proibito sottolineando che gli uccisi erano innocenti e che il loro assassinio era proditorio. L'intervento deve scagionare Salomone dalla sua violazione. Il discorso si conclude con una doppia imprecazione antitetica: il sangue degli uccisi sarà l'eredità di Ioab e dei suoi discendenti, mentre alla casa di Davide toccherà la pace per aver ristabilito la giustizia (cfr. Dt 19,13). Al giustiziato è assicurata la sepoltura nella sua proprietà come vuole l'uso semitico (1Sam 25,1; 2Sam 2,32). L'episodio si conclude con la nomina dei successori dei cospiratori eliminati: Benaia diviene capo dell'esercito e Zadok rimane l'unico sommo sacerdote. La sua dinastia durerà fino al 171 a.C. (2Mac 4,24).
36-46. Il domicilio coatto di Simei è il primo passo della sua eliminazione. Con questo episodio si conclude l'esecuzione del testamento di Davide e il consolidamento del trono salomonico facendo piazza pulita degli oppositori. Simei viene obbligato a non uscire da Gerusalemme affinché non prenda contatti con la casa di Saul alla quale apparteneva (2Sam 16,5) per eventuali cospirazioni. Inoltre egli come beniaminita (2Sam 19,17) poteva covare intenti di rivolta come accadde con Seba (2Sam 20). L'ordine di non attraversare il Cedron, cioè non andare ad est di Gerusalemme dove si trovava il suo luogo d'origine, Bacurim, conferma questi pensieri. La precauzione manifesta l'astuzia di Salomone. Se infatti il domicilio forzato sarà infranto, come poteva capitare, anche se non a breve termine, la pena sarebbe stata la morte. La sottoscrizione piena di Simei in primo luogo manifesta il suo accordo perché la morte passa per ora da certezza ad eventualità, in un secondo tempo renderà più semplice l'esito desiderato. L'occasione per infrangere l'accordo è la fuga di due schiavi a Gat, nel territorio filisteo. Simei parte immediatamente alla loro ricerca dimenticando di essere così proprio lui inseguito dalla morte. Tornato a Gerusalemme questa sarà la sua sorte come egli stesso si era accordato col re. Il discorso di Salomone sbocca in una duplice supplica: il male pronunciato da Simei ricadrà su di lui, invece la benedizione toccherà a Salomone quale discendente di Davide, la cui maledizione viene eliminata sia dalla preghiera che dall'uccisione del maldicente. L'autore ha voluto dare una colorazione religiosa a quanto avviene alla successione di un re: l'eliminazione degli elementi pericolosi per la stabilità politica. Adonia ha sfidato il Signore che ha scelto Salomone (v. 24), per Ioab è il Signore stesso a far ricadere il suo sangue sulla sua testa (v. 32), Simei ha infranto il giuramento del Signore (v. 43), Ebiatar invece ha portato l'arca del Signore (v. 26) e viene risparmiato. L'autore non ha solo illustrato la saggezza di Salomone evitando la precipitosità nel liberarsi degli avversari, ha tentato anche una presentazione della sua pietà.
(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)
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