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from La vita in famiglia è bellissima

Rompersi un piede è una rottura di coglioni. Non grave, non irrimediabile se non esageri nel numero di ossa rotte, ma ti rendi conto in maniera più esplicita che sei un essere vivente sottoposto alla gravità. Non poter appoggiare un piede per terra, vuol dire che puoi spostarti saltellando sull'altro che non è abituato. Tutto il corpo si adatta per cercare di farti fare gli spostamenti minimi, e manda poi dolori peggiori di quelli del piede da proteggere.

Fa male la schiena perché sei stato ore a letto, fa male il polpaccio del piede che usi per saltellare con le stampelle, fanno male i pettorali che devono fare forza sulle stampelle, fa male un cazzo di non so quale muscolo che deve tenere sollevata la gamba mentre saltelli sull'altra, fanno male gli addominali non so perché, immagino per empatia con il resto del corpo.

Andare in bagno e tornare a letto mi sembra di essere andato fino alle termopili, avere sconfitto gli spartafasci a colpi di stampelle e poi essere tornato sanguinante in Persia a riposarmi sotto le coperte.

La colpa è mia, ho trascurato il mio corpo per troppo tempo, poca attività fisica, poca ginnastica e soprattutto ho avuto la bella idea di invecchiare, superare i cinquanta, cosa cazzo avevo in testa, non potevo restare per sempre nei trenta a cazzeggiare, fare errori madornali aspettando un futuro che non sarebbe mai arrivato? Un sacco di gente lo fa. E invece no, tac, diventiamo cinquantenni, bella cazzata. Vabbè, ormai fatta.

In più uno pensa, beh sei a letto, il piede non ti fa tanto male, no? se stai immobile no, ti rilassi leggendo romanzi, stando al computer no? Cazzeggi in rete, giochi ai videogiochi, scrivi, no?

No. Vorrei sfatare questo mito. Il letto è comodo, è il metodo più economico per sentirsi benestanti, ma ecco, dopo una, due ore inizi a girarti, spostare cuscini, sentire il tuo corpo che brucia, fare errori, innervosirti, avere fastidio, prurito, sentirti sporco, avere dolori a questa o quella parte del corpo, troppo caldo, troppo freddo, col cazzo che mi rilasso nel letto.

La vescica. Parliamo della vescica. La pipì. Sei nel letto e senti che sarebbe meglio che facessi pipì. Ma tu sai che per fare la pipì devi attraversare tutto il peloponneso, fare un ponte di navi in prossimità dello stretto del Bosforo, chiamare Mardonio che ti aiuti ad aprire la porta del bagno e poi sconfiggere gli spartafasci, arrivare ad Atene, pisciarci sopra e poi tornare indietro, dolorante, nella tua amata Persia. Una impresa solo a pensarlo.

Infine internet. Internet è piccolo. Te ne rendi conto quando sei lì nel letto. Perché in realtà mentre sei lì, solo a casa, per ore e ore, tu non vuoi girare su internet, tu vuoi feedback. Notifiche. Gratificazioni. Vuoi comunicare, ah dannata abitudine umana. Comunicare. Ma non troppo, la gamma della comunicazione che non include gente che inizia a romperti i coglioni su qualcosa. Comunicazione gratificante. Creativa. Superficiale.

E quindi resti sempre sui cinque/sei siti che ti garantiscono ritorno, cuoricini, segnini rossi di spunta, notifiche. E lo fai per ore.

Alla sera, dopo una giornata così social, aspetti solo di scomparire nel nulla, tu e l'umanità tutta.

Un'ultima nota: no. Non faccio parte delle persone che apprezzano se gli telefonate quando stanno male. Soprattutto se sono bloccate a letto, magari dormono distrutte e il cellulare è in un'altra stanza e quindi fanno disastrose alzate, afferramento di trampoli o come si chiamano, corse per raggiungere un cellulare da cui poi si sente una voce che dice “ah volevo solo sapere come stavi”.

Prima bene. Prima che mi telefonassi bene. Se volevi sapere come stavo usavi Facebook, l'hanno fatto apposta, non mi telefoni. Mamma.

Anche perché, se decido di sfidare la sorte e mi alzo con le stampelle, credo canadesi ho due possibilità, come nelle storie a bivi: o uso le stampelle o porto oggetti. Non posso muovermi portando con me il cellulare, o il portatile, se non facendo gravi acrobazie che nemmeno al circo Togni.

Comunque, questo per dire che per ora va tutto alla grandissima, che sto bene, non mi lamento, sono sociale, ho un carattere meraviglioso e non vedo l'ora di tornare a lavorare, grazie, altrettanto spero di voi, grazie per il vostro costante feedback, spero di morire.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Like Water for Chocolate è il quarto album in studio del rapper americano Common, pubblicato il 28 marzo 2000 dalla MCA Records. È stato il primo album di una major di Common ed è stato sia una svolta critica che commerciale, ricevendo ampi consensi dalle principali pubblicazioni di riviste e vendendo 70.000 copie nella prima settimana. L'album è stato certificato disco d'oro l'11 agosto 2000 dalla Recording Industry Association of America. Secondo Nielsen SoundScan, l'album ha venduto 748.000 copie entro marzo 2005. Il video di “The Light” è stato spesso mostrato su MTV, aumentando l'esposizione di Common. L'album ha anche segnato formalmente la formazione dei Soulquarians, un collettivo composto da Questlove (dei The Roots), Jay Dee (ex Slum Village), il tastierista James Poyser, l'artista soul D'Angelo e il bassista Pino Palladino, tra numerosi altri collaboratori. Questo gruppo di musicisti sarebbe anche apparso nel prossimo album di Common, Electric Circus. La foto di copertina dell'album, Alabama del 1956 di Gordon Parks, è una foto di una giovane donna di colore in Alabama, vestita per la chiesa, che beve da una fontanella “Colored Only”.

Full Album: https://invidious.namazso.eu/watch?v=ZIaaVN__Nt8

#ascolti

 
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from 🅐🅡🅣🅔🅢🅤🅞🅝🅞

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Il discorso filosofico-religioso-trascendentale iniziato con gli anni ’80 si conclude nella serenità di un’opera dal titolo lungo e curioso. Nella band quasi completamente rinnovata ritroviamo due vecchie conoscenze come Jeff Labes e John Platania ed un’ ottima Kate St. John (oboe e corno inglese) che si rivela adattissima per ricreare le atmosfere celtiche/oniriche sempre più frequenti. Se, anche al primo ascolto, sembra di conoscere già questo disco, il motivo è semplice: di tutta la produzione, questo esemplare è quello che più si avvicina ad “Astral Weeks”. Simili la struttura dei pezzi e la strumentazione acustica. Di diverso ci sono la brevità dei brani, un pizzico di varietà in più, maggior cura degli arrangiamenti e assenza di sperimentazioni. Van canta con grande naturalezza e (troppa) scioltezza, evitando le strade più difficili. Si ha solo una pallida idea della bravura dimostrata altrove. I testi sono per lo più vaghi, con argomenti che oscillano fra la polemica stizzita con chi lo critica (ma come gli si può credere quando canta “Tu hai soldi in banca/Io non ne ho affatto”?) e la meditazione come fonte di felicità. L’amore è puramente platonico, come nella canzone culminante, “In the Garden”. La casa discografica fece uscire un album-intervista, in cui veniva spiegata appunto questa canzone, dalle parole dell’autore, che qui traduco.

“C’è una canzone sull’album chiamata “In the Garden” dove in realtà io ti porto attraverso un programma di meditazione. Da circa metà della canzone sino al termine. Ti porto attraverso un preciso programma di meditazione. Che è una specie di meditazione trascendentale. Non è meditazione trascendentale, sia chiaro. […] Se ascolti la cosa attentamente, dovresti aver raggiunto una forma di tranquillità prima di essere alla fine. Accade quando dico “E mi rivolsi a te e dissi: ‘Nessun Guru, Nessun Metodo, Nessun Maestro. Solo tu ed io e la natura, ed il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo’. Solo la frase intera conserva tutto il senso. E volevamo metterla così come titolo dell’album. Ma abbiamo capito che sarebbe stata troppo lunga”.

Le restanti canzoni sono solo di poco inferiori, cosicchè di questo lungo album non c’è proprio nulla da scartare.

#millenovecentoottantasei

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

L’unzione della donna di Betania due giorni prima della Pasqua 1Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo». 3Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? 5Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. 6Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. 7I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto». 10Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. 11Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

La cena pasquale 12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. 17Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. 18Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. 21Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». 22E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. 25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». 26Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 27Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. 28Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». 29Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». 30Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». 31Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

La consegna di Gesù 32Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. 36E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». 37Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? 38Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. 40Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. 41Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». 43E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». 45Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. 46Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. 47Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. 48Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. 49Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». 50Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono.

Un misterioso giovane 51Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. 52Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Il processo del Sinedrio 53Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. 55I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. 57Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58«Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». 59Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. 60Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 61Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». 62Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». 63Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. 65Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano. 66Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote 67e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». 68Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. 69E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». 70Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». 71Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». 72E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

L’unzione della donna di Betania due giorni prima della Pasqua L’evangelista col suo racconto è intenzionato ad evidenziare lo spreco, ben enfatizzato dalla reazione di «alcuni» che non si limitano a mormorare tra sé ma affrontano di petto la donna, provocando la reazione del Maestro in difesa di quest’ultima e del suo gesto: il profumo, più che essere un prodotto da vendere o comprare, è il segno di un destino che lo riguarda in prima persona. Versato sul suo capo esso diviene una sola cosa con lui, anticipando quella perdita di sé che, lungi dall’essere uno spreco, è segno di un dono destinato a trasfigurare 1’esistenza di molti (cfr. 8,35). Non è senza significato che tutto questo avvenga in una casa e durante un pasto: in futuro, le generazioni dei credenti troveranno in tale contesto il luogo non solo dell’annuncio del Vangelo ma anche della memoria di quel mistero pasquale che ha il potere di trasfigurare l'esistenza, proprio come il profumo ha il potere di trasfigurare la corporeità umana. La donna ha saputo cogliere il momento e lo spazio adatto per compiere un gesto carico di significato, anche se esposto al frain­tendimento dei presenti.

La cena pasquale Dovendo recarsi a Gerusalemme per «mangiare» la Pasqua, il Maestro, interpellato dai discepoli, chiede a due di loro di precederlo e di preparare ogni cosa. I discepoli non sono incaricati di cercare un agnello e di immolarlo al tempio, secondo il rituale della Pasqua, ma di cercare e predisporre una stanza dove il Maestro possa «mangiare» la Pasqua con loro. La preparazione della Pasqua, pertanto, va intesa in senso ampio: i due discepoli devono predisporre ogni cosa, ma soprattutto se stessi, affinando la propria capacità di cogliere il senso delle cose al di là degli eventi puri e semplici. La Pasqua che essi preparano assumerà per Gesù un significato tutto particolare, reso molto bene dall’evangelista proprio dall’espressione «mangiare la Pasqua» (vv. 12.14), riferita esclusivamente a Gesù.

Nel momento in cui la condivisione della mensa e la memoria della Pasqua uniscono i Dodici al Maestro, Gesù svela il destino che lo attende e parla di un tradimento che si sta consumando proprio all’interno della comunità. Suo obiettivo non è quello di puntare il dito sul traditore (che non viene mai menzionato per nome), ma piuttosto di far presente quanto sta per accadere. Giuda viene definito «uno di voi» (v. 18), «uno che mangia con me» (v. 18), «uno dei Dodici» (v. 20), «uno che intinge con me nel piatto» (v. 20). Affiora la rottura della relazione con Gesù e con i Dodici. La tensione prende dimora nel luogo che dovreb­be esprimere il massimo della condivisione, sgretolando sia il rapporto tra i discepoli e il Maestro sia l'ideale racchiuso in quei «Dodici», depositari di un messaggio di speranza per le dodici tribù di Israele.

Se Giuda crea una rottura in seno alla comunità, separando Gesù dai suoi e consegnandolo a coloro che lo metteranno a morte, Gesù, dopo essersi dichiarato pienamente cosciente di quanto si sta verificando, fa della consegna il segno per eccellenza della Pasqua che sta per vivere: lui stesso si consegna, sotto il segno del pane, nelle mani dei suoi; lui stesso compie il gesto dello «spezzare» che non va colto solo come un’azione necessaria alla condivisione (i discepoli potevano benissimo farsi passare il pane tra loro e prenderne ciascuno un pezzo), ma soprattutto come espressione di una logica che Gesù fa propria e che ritiene atta a esprimere il dono di sé. Giuda “spezza” la comunità con una scelta di tradimento, Gesù “riunisce” la comunità con la scelta di donarsi fino in fondo. Quando al v. 22 il Maestro sottolineerà: «Questo è il mio corpo», il pronome dimostrativo non fa riferimento solo al pane in quanto tale, ma a quello che il pane è diventato grazie alle azioni compiute da Gesù che lo ha preso, benedetto, spezzato, offerto. In altre parole, il punto di unità e di condivisione tra i discepoli e Gesù non è un pane, ma una logica di vita, come abbiamo già avuto modo di vedere in occasione della prima moltiplicazione dei pani in 6,35-44. Se il pane richiama il dono del Maestro che i discepoli sono chiamati a fare proprio, il calice richiama 1’alleanza che verrà stipulata nel momento in cui tale dono raggiungerà la sua manifestazione più radicale: quella dello spargimento di sangue nella passione e morte. Il sangue, più che essere segno di purificazione, è segno di comunione. Questa dimensione è ulteriormente sottolineata dal brano marciano grazie al gesto di bere da un unico calice. Molti vedono nell’ultima cena il momento in cui Gesù pone le basi del nuovo culto destinato a sostituire quello antico: alla liturgia sacrificale del tempio viene sostituito il pasto; al sangue e alla carne degli animali, il pane e il vino trasfigurati nel loro significato dalla logica del mistero pasquale che Gesù sta per vivere; al tempio di Gerusalemme, Gesù stesso e la relazione con lui.

Marco sembra sottolineare con particolare enfasi la prova a cui i Dodici saranno esposti: il tradimento di Giuda prima, il rinnegamento di Pietro ora, lo scandalo e la dispersione generale indicano un’esperienza di spoliazione totale. L’annuncio della dispersione e dello scandalo segue immediatamente l’ultima cena (vv. 26.28). La reazione di Pietro al discorso del Maestro è immediata e, paradossalmente, non fa altro che tradurre in realtà quanto è stato appena annunciato (vv . 29-31): lo scandalo di fronte alle parole dette da Gesù è già vivo al punto tale che l’apostolo dimentica la conclusione del discorso che è stato appena rivolto ai Dodici. Pur di non separarsi da Gesù, Pietro è pronto a lasciare il gruppo dei discepoli, tradendo la logica di comunione e di condivisione vissuta nell’ultima cena.

La consegna di Gesù Il Maestro sembra combattuto: da un lato mostra un bisogno di solitudine e di preghiera, dall’altro un’esigenza forte di condivisione con i suoi. Da un lato lascia gli undici, dall’altro ne porta tre con sé. Non è la prima volta che Gesù vuole vicini a sé Pietro, Giacomo e Giovanni: questi hanno già assistito ad altri momenti significativi, come la risurrezione della figlia di Giàiro (5,21-24.35-43) e la trasfigurazione (9,2-9). Il bisogno di vicinanza traspare anche dalla necessità di aprire il cuore, quasi invitando i di­scepoli ad affacciarsi sul suo mondo interiore: si parla di tristezza e angoscia e tali sentimenti vengono presentati in tutta la loro forza («fino alla morte»). Gesù, pur cercando rifugio nel Padre, non si stacca dai tre. Si spinge avanti solo «un poco», come se in questo momento la distanza anche solo fisica fosse motivo di smarrimento. Il bisogno che abita il Maestro traspare anche da quel viavai dal luogo della preghiera al luogo dove sostano i tre discepoli prediletti. Non cerca gli altri, cerca i tre. E non si limita a cercarli: li sveglia, parla a Pietro, li invita a vegliare. Che la scena si ripeta per tre volte e che per tre volte Gesù svegli i suoi è evidente dal testo: anche nel secondo caso (v. 40) il fatto che i discepoli non sappiano cosa rispondere indica che il Maestro li ha interpellati. Al bisogno di condivisione manifestato verso i discepoli, si aggiunge il bisogno di intimità nei confronti del Padre. Fino a quella notte egli avrebbe vissuto in una comunione pressoché continua con il Padre, anche nelle circostanze più critiche durante le quali si era dovuto confrontare con l’atteggiamento ostile delle autorità religiose o con la minaccia sempre più forte di essere messo a morte. In 14,32-42 tale situazione si capovolge: improvvisa­ mente Gesù è privato di tale comunione. E questo avviene proprio nel momento della consegna, in cui traspare una sorta di lotta interiore tra l’accoglienza del calice che gli viene offerto e il desiderio che esso passi e gli sia risparmiato. La via del dono e dell’abbandono, di cui il luogo del Getsemani (che, alla lettera, indica «il frantoio») è custode, passa attraverso il “frantoio” della prova e della consegna nelle mani dei peccatori... un passo che suscita in Gesù un grande bisogno di intimità con i discepoli e con il Padre. Tale bisogno viene tuttavia deluso dai primi e negato dal secondo. La solitudine del Maestro fa misteriosamente parte del dono a cui si espone. Alla consegna nelle mani del Padre (w . 32-42) segue, nei vv. 43-50, la consegna nelle mani dei peccatori. Possiamo cogliere in questa pagina di Marco la con­clusione di un percorso che porta a compimento diversi temi annunciati lungo la narrazione: l’abbandono generale dei discepoli, la consegna di Gesù nelle mani dei peccatori, il raggiungimento dell’obiettivo delle autorità religiose, il compi­ mento di un percorso di vita... È qui, nel Getsemani, che si attua la svolta dal ministero pubblico al mistero pasquale di passione, morte e risurrezione. Il tempo dell’insegnamento è terminato. Ora saranno la sua vita e il suo comportamento a parlare, percorrendo l’esigente via della spoliazione.

IL MISTERO PASQUALE (14,51-16,8)

Un misterioso giovane Come rappresentante dei discepoli che tentano di seguire Gesù più da vicino, il giovane diventa il segno di quella “nudità necessaria” evocata dallo stesso Maestro più volte nel corso del suo ministero pubblico: in fondo, rinnegare se stessi (8,34), assumere nella propria vita la logica della croce (8,34), essere disponibili a perdere ogni cosa per Cristo (8,35), scegliere gli ultimi posti in un’ottica di totale servizio (9,35; 10,43-44), essere disponibili all’umiliazione e al rifiuto (13,9-13), passare attraverso lo scandalo e la fuga (14,27) sono tutte esigenze che possono essere sintetizzate in un’unica espressione: fare esperienza della propria nudità. La forte immagine che l’evangelista presenta ai suoi lettori, sottolineando per ben due volte (al v. 51 e al v. 52, le uniche occorrenze del termine in tutto il vangelo), che il giovane è «nudo», ne rende chiaramente l’idea. La salvezza si dischiude gratuitamente solo all’interno del profondo abisso che separa l’infedeltà del discepolo dalla fedeltà del Maestro e all’interno del contrasto che oppone la fuga del primo all’obbedienza del secondo, che si spinge fino alla morte e al dono di sé. La nudità del giovane, destinata a catturare l’attenzione del lettore, anticipa in tal senso anche la nudità di Gesù esposto sulla croce, segno di maledizione e di empietà per tutti coloro che lo vedono (15,25-37).

Nei confronti di Gesù, l’evangelista è ancora più esplicito nel dichiarare che tutto ciò costituisce un passaggio obbligato. Se per i discepoli la necessità dello smacco è sottintesa nelle parole del Maestro, per Gesù la passione e la morte costituiscono una direzione obbligatoria, necessaria, palesemente men­zionata all’interno delle Scritture (9,12; 12,10-11 ; 14,27.49) e chiaramente espressa dalla volontà del Padre (14,36). L’«ora» non viene risparmiata (14,35), il «calice» non viene allontanato (14,36) e a tutto Gesù, liberamente, si sottopone (14,36).

Colui che era sfuggito alla morsa degli arrestatori, lasciando nelle loro mani il capo di vestiario che lo ricopriva (14,52), diventa ora colui che annuncia la risurrezione di Gesù: anche questi è sfuggito dalla morsa della morte, lasciando il sepolcro vuoto (16,5-7).

Il processo del Sinedrio La condanna a morte di Gesù affiora sullo sfondo di un processo farsa dove l'unica cosa che interessa è mettere fuori gioco il Maestro di Galilea. Il primo elemento della farsa è quello dei falsi testimoni: non solo è chiaro che questi stanno semplicemente giocando un ruolo, ma nemmeno riescono a essere d’accordo tra loro, finendo per squalificarsi l’un l’altro. Il secondo elemento della farsa è la figura centrale, il sommo sacerdote che, non riuscendo a ottenere nulla con le testimonianze, interpella Gesù direttamente sulla sua identità e dalla risposta che riceve, prima ancora di sentire il parere altrui o di dar nuovamente voce all’accusato, esclude del tutto il bisogno di avere dei testimoni ed emette un atto di condanna a cui tutti si associano. L’iter di un normale processo è, così, stravolto. L’accusato non ha diritto di replica né per chiarire le sue parole, né per difendersi.

Gesù non viene condannato per quanto ha fatto o per quanto ha detto durante il suo ministero pubblico (su questi aspetti non si possono che raccogliere «testimonianze», che non hanno alcun peso e nemmeno trovano accordo), ma per quello che è. Ciò che fa problema è la sua identità, quella stessa identità che fa da filo rosso all’intera narrazione e che solo alla fine troverà uno spazio di accoglienza.

Nel momento in cui l’identità di Gesù affiora con chiarezza e viene respinta dalle autorità religiose, trasformandosi in una condanna a morte per il Maestro, il primo dei discepoli rinnega non solo la sua sequela ma ogni suo legame con Gesù. L’ultima comparsa di Pietro sulla scena del secondo vangelo è quella di un apostolo in lacrime, messo di fronte alla realtà del proprio personale smacco dalla “voce” di un gallo che gli ricorda una parola “altra”. Pietro dovrà ricostruire il suo “essere con”, cuore dell’identità di ogni discepolo. Non più, tuttavia, a partire dalle sole sue forze, ma dalla parola di quel Maestro che lo ha chiamato e scelto.


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Pezzoni Io li chiamo i pezzoni, i grandi successi rock che hanno segnato la storia della musica internazionale. Ogni tanto mi piace varcare la soglia della nostalgia che mi lega a certi brani, un po' come tutti noi quando vogliamo ascoltare le “melodie immortali” per rilassarci e stare bene. Quest'oggi ho tirato fuori dalla mia lunghissima e vastissima playlist alcuni... pezzoni...appunto... partendo da “The Boss” Bruce Springsteen con Street Of Philadelphia che fu anche colonna sonora dell'omonimo film contestatissimo di quel lontano oramai anno 1998 https://invidious.namazso.eu/watch?v=4z2DtNW79sQ Senza una logica perché quando parla il cuore rock la logica se ne sta in un cantuccio, ho ripescato Paul Young con Everytime you go... https://invidious.namazso.eu/watch?v=nfk6sCzRTbM Lei scozzese, lui inglese insieme hanno fondato gli Eurythmics con la voce di Annie Lennox e Dave Stewart mi sono lasciato trastullare dalle note di Here comes the rain again https://invidious.namazso.eu/watch?v=TzFnYcIqj6I Con un balzo spazio-tempo ho fatto un salto negli anni '70 dove mi aspettavano i “miei” Rolling Stones agli albori della guerra in Vietnam con Sympaty For The Devil https://invidious.namazso.eu/watch?v=Jwtyn-L-2gQ e per finire un paio di pezzoni rispolverati per l'occasione: Black Night dei Deep Purple https://invidious.namazso.eu/watch?v=QuAKMlfxX7I e la magica Everybody Hurts dei Rem https://invidious.namazso.eu/watch?v=5rOiW_xY-kc Mi piacerebbe un paio di volte la settimana proporvi i miei pezzoni preferiti che sono sicuro che anche per molti di voi sono stati e sono ancora le melodie immortali.

 
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from Pipponi

Piccolo pensiero pirla del vostro Ciubekka,

Sono quassù da sole 6 lunghe settimane, ho scritto più di 5000 toot, ne ho cancellati più di 3000, mi fate ridere, mi fate piangere, dal ridere. Grazie.

Per me #Mastodon è come una casa con tante (i)stanze come ...

LA CUCINA con Simo, Mauro, Pablo, Tizi, Anna, Panor, Viola, Mgp, ... mille mila

@mauroaferraro @simoflorence @pablodocimo @tizianacampa @Semprequella @panormus @viola @mgp2674

Verdena – Viba https://invidious.namazso.eu/watch?v=cSsG8wICQPU

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LA SALA LETTURA con Francesco, Cristiana, Hika, Dee, Saverio, Josephine, Poetica, Argu, Hazelnut, Zaz, ... mille mila

LA CAMERA DA LETTO, qui non vorrei fare il solito molesto, l'elenco sarebbe lungo ma anche no

LA PALESTRA DEL CUORE col Dani e la Valeria

Verdena – Chaise Longue https://invidious.namazso.eu/watch?v=6ITZs6baqGE

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@valeriaannicchiarico85 @bearfree @artibani @pornografaromantica @eb_ale @Dee @saveriophoto @Josephine @argutiae @elenastreganocciola @Poetica @Zazie

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IL CIELO NELL'(I)STANZA con Mrs e Claudia

LA CAMERA DELLA MUSICA con Silvano, Lele, Stefano, Fab, Orco, NA, JAV, Emama, Alessandro, Pad, Pierrette, Chiara, Mari, Fra, ... mille mila

IL BAGNO, lasciamo stare eh 🙂

Verdena – Razzi Arpia Inferno E Fiamme https://invidious.namazso.eu/watch?v=aYdUWfMGVqU

⬇️ ⬇️ ⬇️ ⬇️ @FraZan999 @Maricap @ChiaraPellegrini @Pierrette @PadmeAmidala80 @ale74ru @emama @Songase975 @H18Joshua @stranobiovolta @NAlifeSardinia @Orco @fabriziocaputo @JustAnotherVictim @LeleBaceno @antilopefusa

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LA CAMERETTA DEI VIDEOGIOCHI col DonkeyKong vista mare (vedi .. https://mastodon.uno/@Lucatermite/109342376180260912 ) con i mitici Xab, Vittorio, ADGCS, PerroB, Superciuk, Lulu, OnlyYou, Minard, Ami, la Simo, .. mille mila

ed infine c'è IL BELLISSIMO SALOTTO con camino di mastodon.uno del boss cappellone, il mitico Filippo

Verdena – Un Po' Esageri https://invidious.namazso.eu/watch?v=r6RxxYqQgHg&listen=false

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@filippodb @devol @il_minga @xabacadabra @AmiW @lunastorta @SiLenzioimbarazzante @minardipd @Perrobe @Superciuk610 @OnlyU

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Scusate il solito pippone, scusate se ho dimenticato qualcuno/a, scusate se rido, se piango, se io sto bene, se io sto maleeeee

CCCP Fedeli alla linea – Io sto bene https://invidious.namazso.eu/watch?v=5bkaL0A-9cQ

Buona giornata amiche ed amici del rock #mastodontico 🤟🏻

Adesso vado a laurà che l'è mei, come si dice da noi in Sardegna eh 🙂

#PlayItLouderThanLove

#ciubekkarock #pipponerock

https://mastodon.uno/@Lucatermite/109522038061919919

 
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from Pipponi

Buongiornooooo Vietnam #mastodontico dai miei ragazzi orobici preferiti!

Prima o poi mi sparerai alle spalle, Angie Credi in ciò che fai Senza lacrime mi distruggerai Laverai le tue mani rosse, Angie Scuro più che mai Senza lacrime ti addormenterai Come mai, che ne sai Semmai, rido in lei Semmai nei tuoi nei Io mai, dio é gay Sai come si fa Senza lacrime, mi distruggerai

Verdena – Angie https://invidious.namazso.eu/watch?v=3PrZcDHlIik&listen=false

@OnlyU @elenastreganocciola @maximilianocot1 @paolotc @monstreline @saveriophoto

@OnlyU @elenastreganocciola @maximilianocot1 @paolotc @monstreline @saveriophoto @xabacadabra

Se sentite un forte odore di gatto arrosto non state sognando perche' sono solo le 6 del mattino, ma sono io che sto arrostendo quel maledetto usurpatore di colazioni caffe' e loackeeeeer 🙂 Yia Mas, by the way!

https://mastodon.uno/@Lucatermite/109521767961977686

 
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from Pipponi

Avete mai messo una pezza peggiore del buco ?

Io tante volte e stasera anche quassù, però ho sempre voluto rimediare ad un guaio con tutto il mio cuore e le migliori intenzioni.

Se si cerca di rimediare col cuore allora da un guaio, da una ferita può nascere qualcosa di migliore esteticamente e interioriormente!

Vi lascio una canzone con una cura definitiva 🙂

Ramones – I Wanna Be Sedated https://invidious.namazso.eu/watch?v=bm51ihfi1p4

Buonanotte amiche ed amici del rock #mastodontico 🤟🏻

#ciubekkarock #pipponerock

https://mastodon.uno/@Lucatermite/109519814652516307

 
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from Pipponi

Vi piace più il petto o la coscia?

Cioè vi piace di più la coscia del vostro pollastro Ciubekka oppure il petto del tipo che passa nella fotina 😃

Vista l'ora di pranzo vi lascio una canzoncina con il mio gruppo vegetale preferito 😃

The Smashing Pumpkins – Rhinoceros https://invidious.namazso.eu/aVfWx9282y0?t=224

Buon pranzo amiche e amici #mastodontici

#playitlouderthanlove

#ciubekkarock #pipponerock

https://mastodon.uno/@Lucatermite/109517553610047393

 
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from Pipponi

Qual è il vostro supergruppo preferito ?

Nella storia del rock abbiamo visto spesso band fondersi tra di loro per singole canzoni, album, concerti e creare sonorità nuove, mai sentite prima.

Ne avevo parlato tempo fa con la Valeria e il Superciuk e una di queste band sono sicuramente gli Audioslave! Quindi la colpa di questo pippone è tutta loooooro eh 🙂

Like a Stone ... Daniiii, la voce del Chriiiiis 😞

https://invidious.namazso.eu/watch?v=7QU1nvuxaMA

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@valeriaannicchiarico85 @Superciuk610 @bearfree

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Gli Audioslave erano praticamente i vecchi Rage Against The Machine senza Zack de la Rocha ma con il mitico Chris Corneeeeell 🙂

Pippone sul Chris https://mastodon.uno/@Lucatermite/109438553681795224

Lo Zach aveva lasciato i RATM per divergenze artistiche e allora zak, lo avevavo subito rimpiazzato con il piu' grande cantante Grunge di tutti i tempi!

Quando sento la voce del Chris io piango, ve lo dico eh 😞 😞

Be Yourself https://invidious.namazso.eu/watch?v=WC5FdFlUcl0

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@valeriaannicchiarico85 @Superciuk610 @bearfree

⬆️ ⬆️ ⬆️ ⬆️

Lo sapevate che gli Audioslave, nel maggio del 2005, sono stati il primo gruppo rock statunitense ad aver tenuto un concerto a L'Avana, capitale di Cuba.

L'evento si tenne gratuitamente in piazza La Tribuna Antimperialista davanti ad oltre 70.000 spettatori.

La scaletta del concerto incluse anche brani dei Soundgarden e Rage Against the Machine.

Live in Cuba

I Am The Highway https://invidious.namazso.eu/watch?v=_9SRyAHe_DU

Shadow on the Sun https://invidious.namazso.eu/watch?v=IsfUGD6lPK8

e io continuo a piangere 😞

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Il buon Chris lascia la band nel 2007 a causa di conflitti personali irrisolvibili e divergenze musicali

Gli altri tre vanno avanti per un po' con gli Audioslave ed il Chris pubblica il suo primo album da solista “Carry On” che contiene la strepitosa You Know My Name, parte integrante della colonna sonora del film Agente 007-Casinò Royale

https://invidious.namazso.eu/watch?v=YnzgdBAKyJo

e io piango 😞

Buona giornata amiche ed amici del rock #mastodontico 🤟🏻

#PlayItLouderThanLove

#ciubekkarock #pipponerock

https://mastodon.uno/@Lucatermite/109516762344902093

 
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from ciubekka

Avete mai conosciuto un Mago?

Io si, quando facevo Informatica all'ITIS a Milano il mio compagno di banco era un vero e proprio mago !

Radiohead-Paranoid Android https://invidious.namazso.eu/watch?v=fHiGbolFFGw

Era un tipo un po strano, alto, dinoccolato, con i capelli sempre lunghissimi e in disordine, e con una lunga pipa in bocca

Ci faceva inoltre tutti i giorni dei gran sermoni e pronunciava la sua “benedizione” con la parola ebraica ha-bĕrakāh dabĕrāh

Steve Miller Band-Abracadabra https://invidious.namazso.eu/watch?v=tY8B0uQpwZs

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⬆️⬆️⬆️⬆️ La mia tecnica pipp/ontootica ormai l'avete capita, scrivo la prima pagina di corsa senza avere la minima idea di quello che seguirà, ma in questo modo mi costringo a proseguire perchè indietro non posso più tornareee eh 🙂

Foo Fighters – No Way Back https://invidious.namazso.eu/watch?v=fTaOlBWcl48

Torniamo al mio amico mago, era proprio strano e catechizzava tutti gli altri compagni di classe dicendogli .. tu DEVI fare questo e quello, you MUST do this ... e per quello lo avevamo soprannominato Don Masto !

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⬆️⬆️⬆️⬆️ Eravamo in 4 amici inseparabili, il piccolo Ciubekka, Don Masto, il Cini che chiamavamo cosi non perchè era cinico ma perchè beveva ettolitri di Cynar

#pippontoot su ChatGPT https://mastodon.uno/@Lucatermite/109784723249639940

ed infine il Lupo perché con le ragazze non perdeva mai il vizio eh 🙂

The Offspring – Bad habit https://invidious.namazso.eu/watch?v=U43XOSiKfqM

Ma torniamo al nostro amico Don Masto, il Mago ... viveva nel quartiere di ChinaTown dove diceva di aver imparare le sue antiche arti magiche eh 🙂

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@corteo @Assofante

⬆️⬆️⬆️⬆️ Noi 4 ci trovavamo sempre a giocare da Don Masto, nel cortile di casa sua, che era una specie di castello costruito da suo babbo grazie ai proventi del suo business

Il babbo di Don Masto non solo conosceva a memoria la storia di Vittorio Emanuele I ma aveva venduto ai cinesi la ricetta segreta per la preparazione dei ravioli

The Heartbreakers -Chinese Rocks https://invidious.namazso.eu/watch?v=Bl_mGr5o9Sk

I cinesi ci avevano messo solo un po di vapore e la famiglia di Don Masto era diventata straricca 🙂

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⬆️⬆️⬆️⬆️ Il Castello della famiglia di Don Masto era chiamato la Fabbrica del Vapore visto i proventi coi quali era stato costruito eh 🙂

My Chemical Romance-Vampire Money https://invidious.namazso.eu/watch?v=BjZ0dNCHR5U

Sono ritornato al castello di Don Masto poche settimane fa, ma ormai é passato di mano 🙂

#pippontoot su Zerocalcare https://mastodon.uno/@Lucatermite/109626415318459660

Don Masto faceva dei magheggi incredibili durante i compiti in classe, attaccava bigliettini sul bordo interno del maglione oppure sotto le suole delle scarpe

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⬆️⬆️⬆️⬆️ Grazie ai magheggi di Don Masto riuscimmo miracolosamente a diplomarci tutti e 4, alla fine eravamo contenti di essere Periti eh 🙂

Ramones-Rock N' Roll High School https://invidious.namazso.eu/watch?v=oz7KYUkdlvE

Le nostre strade si divisero, il piccolo Ciubekka emigrò verso le lande teutoniche

#pippontoot sulla Krukkonia https://mastodon.uno/@Lucatermite/109545109773755369

Il Cini volò verso la sua amata Londra con una playlist da urlo eh 🙂

Il Lupo tornò tra le sue amate montagne

mentre Don Masto sparì come in una della sue magie

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⬆️⬆️⬆️⬆️ Come sapete sono quassù da soli tre mesi

#pippontoot sui primi mesi https://mastodon.uno/@Lucatermite/109665192475101088

Arrivo da Twitter dove mi ero arreso alle dinamiche dettate dagli algoritmi e dalle bolle delle Twitstar.

Mi iscrivo per caso a Mastodon Uno e questo nome comincia a frullarmi (Non si può fare Luna, ok? 🙂) in testa dal primo giorno

Incomincio a divertirmi tra un pippontoot e l'altro e allargo le mie conoscenze a Matrix, Invidious, NoBlogo, ... fino al fatidico giorno in cui ...

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@Lunartika

⬆️⬆️⬆️⬆️ Arriva il fatidico giorno in cui ho una video-conferenza col mitico capo quassù, il Filippo DB eh 🙂

Mi appare in video tipo la Madonna ....

Ritmo Tribale – Madonna https://invidious.namazso.eu/watch?v=uJXH_gtDFZI

... è altissimo, ha i capelli lunghi e disordinati, e ci dice cosa DOBBIAMO fare ... ma è il mio amico Magooooooo 🙂

Gli dico di slancio sei un figo Don Masto, sei sempre il numero 1

Mi si accende la lampadina che neanche Edi di Archimede Pitagorico, lui è MASTODON UNO !

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@artibani @filippodb

⬆️⬆️⬆️⬆️ Alla fine il mitico Filippo DB, Don Masto, il Mago di Mastodon Uno ha fatto un'altra magia che ha poi generato questo pippontoot eh

Ha creato un account @pipponi dove vengono elencati automaticamente tutti i pippontoot che scrivo qui e che poi copio in forma estesa su NoBlogo

Nine Inch Nails-Copy of a https://invidious.namazso.eu/watch?v=yA281OuU3rk

Voglio ringraziare ancora Filippo, Devol, tutti i ragazzi/e che ci permettono di di divertirci quassù

Buona serata amiche ed amici del rock #mastodontico 🤟

@devol

https://mastodon.uno/@Lucatermite/109801490075584589

 
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from Immagini per Scrivere

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Andare per mare è una grande metafora della vita, se il mare è calmo, il tempo non ci preoccupa, issiamo le vele e proseguiamo nel nostro viaggio, senza dover fare scelte, si segue il vento, non pensiamo al domani.

Quando le onde cresceranno e il mare si alzerà, dovremo ridurre le vele, rimanere col fiocco, al più issare la tormentina Dovremo essere vigili, calcolatori, combattere le ansie e le paure per rimanere lucidi, preoccuparci del nostro equipaggio, tenere l'onda al mascone, evitando che i marosi possano rovesciare la barca.

Il tempo ci sembrerà dilatato, avremo paura di non farcela, tutto dipenderà dalle nostre scelte, l'imponderabile andrà gestito, a volte con scelte giuste, a volte no

Ma quando avremo superato il momento, e visto il porto in lontananza, avremo la consapevolezza di aver capito, di aver imparato, che la vita e il mare vanno affrontati con rispetto, consapevolezza e coraggio

#scrivere #photobnw #ioscrivo

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

La fine dei tempi 1Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». 2Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta». 3Mentre stava sul monte degli Ulivi, seduto di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: 4«Di’ a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?». 5Gesù si mise a dire loro: «Badate che nessuno v’inganni! 6Molti verranno nel mio nome, dicendo: “Sono io”, e trarranno molti in inganno. 7E quando sentirete di guerre e di rumori di guerre, non allarmatevi; deve avvenire, ma non è ancora la fine. 8Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti in diversi luoghi e vi saranno carestie: questo è l’inizio dei dolori. 9Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe e comparirete davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro. 10Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni. 11E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. 12Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 13Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. 14Quando vedrete l’abominio della devastazione presente là dove non è lecito – chi legge, comprenda –, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano sui monti, 15chi si trova sulla terrazza non scenda e non entri a prendere qualcosa nella sua casa, 16e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. 17In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano! 18Pregate che ciò non accada d’inverno; 19perché quelli saranno giorni di tribolazione, quale non vi è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino ad ora, e mai più vi sarà. 20E se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessuno si salverebbe. Ma, grazie agli eletti che egli si è scelto, ha abbreviato quei giorni. 21Allora, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui; ecco, è là”, voi non credeteci; 22perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per ingannare, se possibile, gli eletti. 23Voi, però, fate attenzione! Io vi ho predetto tutto. 24In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, 25le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. 28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre. 33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La fine dei tempi Questo capitolo rappresenta il più lungo discorso presente nel vangelo di Mar­co.

  • Parte da un’introduzione, dove affiora la domanda dei discepoli in merito agli ultimi tempi (vv. 1-4);
  • segue la risposta di Gesù che mette in discussione, in modo indiretto, la pretesa dei discepoli di conoscere il «quando» e i «segni» della fine (vv. 5-23);
  • al centro viene proposto il grande segno della venuta gloriosa del Figlio dell'uomo (vv. 24-27);
  • mentre la parte conclusiva, attingendo a due immagini simboliche, si traduce in un pressante invito alla vigilanza (vv. 28-37).

L’uscita di Gesù dal tempio è un elemento che va al di là della semplice informazione in merito a uno dei suoi spostamenti: egli, infatti, si allontana definitivamente dal luogo sacro, per non tornarci più. La distanza che si viene a creare tra Gesù e il tempio è ulteriormente enfatizzata dalle parole che seguono, con le quali Gesù annuncia la distruzione totale dell’edificio sacro, centro della storia e dell’identità di Israele.

Quello che più stupisce, tuttavia, è l’esclamazione del v. 1: il discepolo che sosta meravigliato davanti allo splendore delle pietre e degli edifici mostra di non aver capito nulla di quello che si è svolto durante le tre visite di Gesù al tempio narrate nei capitoli precedenti. Come i Dodici faticano a capire gli annunci del mistero pasquale, così questo discepolo non coglie il destino del tempio, nel quale è prefigurato il destino stesso di Gesù.

Il drastico annuncio del Maestro suscita, al contrario, un duplice interrogativo allarmato dei quattro discepoli che lo circondano, i primi a essere stati invitati alla sequela in 1,16-20: «quando accadranno queste cose» e «quale sarà il segno»? Gesù risponde mettendo in guardia i suoi dalla pretesa di possedere una conoscenza chiara del «quando» e dei «segni». Come i dolori del parto sono necessari perché venga alla luce una nuova creatura, così le calamità del mondo sembrano necessarie alla nascita di un ordine nuovo (cfr. Rm 8,22-23). Gli eventi che, normalmente, inducono l’uomo a fuggire devono, pertanto, essere accolti come parte di un progetto di rigenerazione. Il discorso, tuttavia, non termina qui: Gesù passa dalle calamità di carattere sociale (guerre, terremoti e carestie) a ciò che tocca nel vivo l’esperienza personale dei discepoli: la persecuzione «per causa mia» (vv. 9.13; cfr. anche 8,35; 9,41; 10,30), «per render testimonianza» (v. 9; cfr. anche 1,44; 6,11). Non è difficile scorgere nella descrizione le diverse tappe che scandiranno la passione del Maestro. E ciò che attende il Maestro concerne anche i discepoli! Si tratta di vicende che rinviano a un’altra «necessità»: quella dell’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni. Questo ci permette già di capire come mai, nel momento in cui Gesù muore sulla croce, il velo del tempio si squarcia dall’alto in basso e proprio uno dei rappresentanti delle «nazioni», il centurione, emette il proprio atto di fede (15,39). Ritroviamo così confermato un principio che abbiamo già avuto modo di evidenziare riflettendo sui tre annunci del mistero pasquale: è nel contesto della persecuzione che passa l’azione dello Spirito, anzi, è lui stesso a farsi annunciatore del Vangelo attraverso la voce e la vita dei discepoli (cfr. anche Mt 5,10-12; Lc 6,22-23; 1Pt 4,14).

Il mistero pasquale si sta compiendo proprio nella stagione in cui i rami del fico mettono foglie: Gesù fa presente che il tempo del compimento è ormai prossimo, per lui e, insieme a lui, per il tempio. E il com­pimento non giunge da segni eclatanti ma dall’umiltà silenziosa di un ramo che si risveglia dopo l’inverno. Il destino di Gesù si consumerà secondo tale logica silenziosa e poco eclatante. Il mistero pasquale, in tal senso, pur nel dolore che lo accompagnerà e nel dramma che si ripercuoterà sui discepoli, si confi­gura come una nascita, anticipatrice di quella diffusione del Vangelo destinato a raggiungere tutte le nazioni.

Nella parabola dei servi che devono vegliare che i servi siano la controfigura dei discepoli è confermato dal fatto che gli stessi, alle porte della passione, si sentiranno rivolgere le medesime parole dal Maestro: «Vegliate!», in una lotta estrema contro la pesantezza del cuore e il rischio di dormire (14,34.38). Che il padrone di casa sia una controfigura del Maestro lo si comprende dal tono testamentario assunto da questo discorso e dai fatti che seguiranno, durante i quali effettivamente egli abbandona la scena conferendo la propria autorità ai discepoli. La casa, per diretta conseguenza, è immagine della comunità. L’invito alla vigilanza, che dai quattro discepoli si estende a «tutti», infonde una certa urgenza alla scena, dando l’impressione che quanto è stato detto troverà presto concretizzazione. Ciò vale per le stesse fasce orarie menzionate al v. 35: sarà «di sera» che si svolgerà l’ultima cena (14,17), sarà «di notte» che Gesù verrà arrestato (14,30), sarà «al canto del gallo» che verrà rinnegato (14,68.72), sarà «all’alba» che sarà consegnato nelle mani di colui che ne decreterà la morte (15,1) e che sarà annunciato come risorto (16,1-8). Non sembrano nessi puramente causali. Così Gesù conclude il grande discorso tenuto di fronte al tempio: ha an­nunciato la sua distruzione, ne ha indicato i segni, individuandoli nel proprio stesso destino, ma soprattutto ha invitato alla vigilanza nell’attesa del Figlio dell’uomo, verso il quale la storia converge e nel quale essa trova pieno significato.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

 
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from D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

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Così adesso sono morto, cavoli, e nella tomba vicino alla mia c’è nientemeno che Chopin. Se me l’avessero detto quand’ero piccolo non ci avrei mai creduto. A parte che grande non sono diventato mai, ché anche a trentasei anni ero alto un metro e due centimetri.

Certo che morire a trentasei anni non è mica uno scherzo, è come un racconto breve che finisce subito, è un po’ presto, cavoli, morire a trentasei anni. Ma d’altra parte lo sapevo già, lo sapevo già che finiva male, la mia vita. La mia vita è cominciata male dall’inizio, sì, perché già quando sono nato mi sono rotto in mille pezzi, mi sono sbriciolato come un biscotto. Eh sì, perché le mie ossa avevano poco calcio dentro, e così sono sempre stato come una meringa, che appena la tocchi va in frantumi. Osteogenesi imperfetta,la chiamarono, che poi vuol dire che c’hai le ossa che sembrano grissini.

Ero brutto già da piccolo, io, perciò ero goloso di bellezze. Guardavo sempre la televisione, ché lì dentro c’erano un sacco di bellezze. C’erano le donne coi capelli lunghi e gli occhi grandi, e c’era la musica che mi piaceva. Quando avevo quattro anni alla televisione una volta c’era Duke Ellington che suonava, ed è stato lì, è stato proprio lì che mi sono innamorato del pianoforte, e così ho chiesto subito a mio padre se me lo regalava. I miei me ne comprarono uno, certo, ma siccome era un pianoforte giocattolo io dalla rabbia presi il martello e lo sfasciai, perché anche se avevo solo quattro anni volevo un pianoforte vero, io.

Il piano vero me lo regalarono, solo che ai pedali non ci arrivavo, cavoli, allora mio padre costruì una prolunga che se coi piedi la schiacciavi si schiacciavano pure i pedali. E, quel piano allora Io suonai talmente tanto che anche quando non lo suonavo non smettevo di pensarci, perché mi si era infilato dentro il sangue. “Ti mando a lezione di musica classica, allora, Michel”, fece mia madre, e io ci andai, ci andai per otto anni, ci andai, ma a casa la sera ascoltavo i dischi jazz di mio padre, che mi piacevano di più. Mio padre aveva un negozio di strumenti e suonava la chitarra, era bravo, e aveva un bel mucchio di dischi. Io li ascoltavo ogni giorno e li sapevo tutti a memoria, ma mio padre non ci credeva. Sentiamo, fece una volta, e io attaccai e cantai tutti i pezzi, glieli cantai uno dietro l’altro. “Merda!”, disse lui, e poi non disse niente più.

Quando in negozio veniva qualcuno per comprare un piano mio padre mi chiamava e mi diceva: “Faglielo sentire, ragazzo, dai”, e io mi mettevo seduto e attaccavo, facevo qualche numero di jazz di quelli giusti e quello lì restava secco, cavoli, ascoltava con la bocca aperta e alla fine il piano poi se lo comprava. Stavo sempre in negozio, stavo sempre con le mani sopra i tasti. E se smettevo era solo per ascoltare un disco. A scuola i miei non mi mandarono, per non farmi prendere in giro dai compagni.

Siccome a scuoia non ci andavo, da scuola mi mandavano le cassette con le lezioni registrate, ma io nemmeno le ascoltavo, le cassette. Ci registravo sopra la musica che suonavo, così potevo riascoltarmi. Mi riascoltavo e calcolavo la differenza tra me e Bill Evans, che col piano ci faceva le magie, e sempre mi pareva lui più bravo.

Poi un giorno arrivò Terry. Quando il trombettista Clark Terry capitò dalle mie parti, il suo pianista mangiò qualche schifezza e gli venne la cagarella, e allora Terry cercava un pianista per farsi accompagnare, e la gente gli disse che in zona c’ero io, ma lui disse che un ragazzo di tredici anni era troppo piccolo per accompagnarlo, e che la cosa non si era mai vista da nessuna parte. E quando poi mi vide disse che sembravo ancora più piccolo di uno di tredici anni, e che con uno così proprio non ci avrebbe mai suonato.

Ma quando mi piazzarono sullo sgabello e cominciai a darci dentro, disse che uno così bravo non l’aveva mai sentito, e cavoli, se potevo andare. Clark Terry mi piaceva, gente, era un tipo a posto, aveva cominciato a suonare da ragazzo, nei bar e poi nella banda della Marina Militare, ma poi aveva suonato anche col grande Duke e adesso mi voleva, voleva proprio me. Così entrai un po’ nel giro, e a quindici anni suonai pure con Kenny Clarke, un nero che era uno che picchiava forte sulla batteria e pure sul vibrafono, e che aveva inventato un nuovo modo di suonare il piatto della batteria. Ragazzi, la faceva parlare, la faceva.

A diciott’anni me ne scappai di casa, presi la mia roba e me ne andai a Parigi dove registrai il mio primo album. Cominciai a suonare Pure con Lee Konitz, uno che aveva imparato la fisarmonica da solo, e dopo il clarinetto e dopo anche il sassofono, e col sassofono ci sapeva fare, ragazzi ci sapeva.

E pure se non avevo soldi e camminavo male a diciannove anni presi l’aereo da solo, il biglietto lo pagai con un assegno a vuoto e me ne andai in America, perché era lì che c’erano i grandi jazzistti, lo sapevo, e io volevo suonare insieme a loro.

E lì incontrai Charles Lloyd, che ormai faceva l’hippy in mezzo ai boschi e che era triste e non suonava più perché il suo pianista lo aveva abbandonato, e quando arrivai per colpa mia ricominciò a suonare il sax con me e con altri due matti e insieme facemmo un bel quartetto. Suonammo in un mucchio di città, e sempre andava alla grande, e quando suonammo a Montreaux il mio nome all’entrata era scritto grande sulla porta, Michel Petrucciani, e su un giornale scrissero che quel concerto dimostrava la vera statura che avevo raggiunto in così poco tempo, e mi ricordo che quando a colazione sul giornale lessi la parola statura mi andò la spremuta di traverso e dalle risa caddi pure dalla sedia, e a momenti mi rompevo. Suonai con loro per tre anni e dopo me ne andai e cominciai a suonare solo.

Lo amavo, il pianoforte. Alle prove toccavo quella cassa lucida. Quando guardavo dentro ci vedevo i denti del pianoforte che rideva. E quella tastiera così lunga. Avevo un callo osseo nella spalla che non mi lasciava allargare bene il braccio, e ai concerti, per arrivare in fondo alla tastiera, saltellavo sul sedile come un merlo. La gente, siccome mi sporgevo, aveva paura che cadessi, ma non cadevo mai, perché con l’altra mano mi tenevo al pianoforte. Una volta che il pubblico lo sentivo tutto teso, mi fermai e chiesi:

“Come va?”

Allora tutti risero e si misero più comodi sopra le poltrone, e io continuai.

Ai concerti c’erano sempre donne belle che mi portavano sul palco, mi portavano in braccio come un bambino, tanto pesavo solo venticinque chili, ma poi a venticinque anni imparai a camminare con le stampelle, e da allora sullo sgabello mi arrampicai da solo, senza paura, perché alle mie mani veniva sempre una gran voglia di toccare i tasti. Quando mi portavano sul palco, anche se ero francese mi sentivo napoletano e spaccone come mio nonno che pure suonava la chitarra, e appena cominciavo a suonare dicevano che si vedeva proprio che ero preso dalia musica, ecco, che si capiva da come tenevo alta la testa con gli occhi persi dentro l’aria, senza guardare la tastiera. Ma io la testa la tenevo alzata solo per respirare meglio, se no l’ossigeno mancava.

A volte un osso si rompeva, mentre suonavo, una clavicola, che so, una costola, una scapola, ma il dolore io me lo tenevo e stavo zitto, e di suonare non smettevo mai, perché era bello come quando fai l’amore.

E una sera dopo un concerto c’erano due ragazze, una con le fossette e una col codino, e quella con le fossette mi guardò e aveva gli occhi neri neri, e si chiamava Erlinda, e le sorrisi, e lei davanti a tutti mi prese in braccio e mi baciò. E così dopo un po’ ci sposammo. Non era una donna qualsiasi, Erlinda Montano. Era un’indiana Navajo, cavoli, una pellerossa. Una pellerossa e un nano, ragazzi, ci pensate? Avevo ventun anni, allora, e uscì un mio disco che aveva dentro un pezzo che si chiamava Erlinda come lei. Lei lo ascoltò e sorrise, e fece le fossette.

E con Erlinda ero felice e andavo al mare, e al mare mi compravo camicie a fiori e camicie con le palme, camicie hawaiane con le maniche corte che mi sentivo subito in vacanza. E non le compravo nei negozi dei grandi, le camicie, no, le compravo nei negozi per bambini. Ah, ci stavo così bene, con Erlinda.

E dopo venne Eugenia, che mi diceva sempre che sotto le coperte ci sapevo fare, e fare l’amore mi piaceva, perché era proprio come suonare il pianoforte. E quando le facevo le carezze Eugenia diceva che mani calde, Michel, che mani calde, e davvero me le sentivo calde, le mani, come ci fosse dentro la musica bollente che voleva uscire.

E anche a Eugenia dedicai un pezzo che si chiamava Eugenia come lei. Mi piaceva un sacco, Eugenia, e restai con lei per cinque anni, e la lasciai il giorno prima delle nozze perché avevo conosciuto Marie-Laure, che mi diede un figlio, Alexander, con la mia stessa malattia. Eugenia pianse a più non posso, quando le dissi che la lasciavo, ma che potevo farci, uno non può voler bene quando non vuole bene. Adesso stavo con Marie-Laure, la amavo, e quando le chiedevo se mi trovava bello, Marie-Laure diceva che ero bellissimo, e che la musica mi stava dentro come un fiore dentro un vaso, e quando usciva profumava.

Suonare mi faceva stare bene, ragazzi, non ve l’immaginate, le mani diventavano di fuoco. Con le mani sui tasti ero felice.

Componevo. Una volta scrissi un pezzo lento di sole quattro note che mi piaceva tanto. Forse era il più bello, perché era bello e semplice, e dolce come una poesia. Cantabile, si chiamava, Cantabile, perché veniva voglia di cantarlo come una canzone, anche se non aveva le parole.

E un giorno a Bologna insieme a Lucio Dalla suonai pure davanti al papa, e Lucio suonò il clarinetto che sembrava che piangeva, e io suonai come una preghiera. Alla fine Giovanni Paolo era commosso, e anch’io ero commosso, e mi volevo inginocchiare e non riuscivo. E mi ricordo che mentre suonavo i monsignori battevano il tempo con il piede, e con le mani facevano oscillare a tempo le sottane e, cavoli, ci mancava poco che si alzassero e si mettessero a ballare.

Quando suonavo certe volte mi mettevo in testa berretti strani, coppole da siciliano e cappelli grandi che sembravano sombreri, e ci sudavo dentro ma non me li toglievo, me li tenevo stretti e andavo avanti, e sudavo di brutto dentro le camicie che alla fine erano bagnate che se le strizzavi usciva l’acqua, e scendevo dal palco sudato marcio, e quando scendevo dal palco non ero mai solo, perchè le donne mi volevano, mi correvano dietro, gente, per i baci e per gli autografi, e così dopo Marie-Laure venne Gilda, e pure lei suonava il piano, suonava musica classica e le piaceva Chopin. Era siciliana, insegnava al conservatorio, e senza che mi avesse mai parlato prima mi disse che da molti giorni mi seguiva, perché una volta a un concerto il ricordo delle mie mani Ie era rimasto come una compagnia. E le volevo così bene che me la sposai, Gilda, me la sposai e dopo un poco divorziammo.

E per ultima venne Isabelle, con gli occhi chiari, Isabelle che mi voleva bene più di tutte, che cercò di farmi vivere in una casa parigina e cercò di farmi smettere di bere e di drogarmi.

E tutte queste storie le volevo perché volevo vivere storie d’amore con delle donne belle, storie d’amore come quelle che vedevo alla televisione, dove lo sposo prendeva la sposa in braccio, la portava nella stanza e dopo si baciavano. Solo che le mie donne erano loro a prendere in braccio me, e io volentieri le lasciavo fare.

Volevo dormire con delle donne belle, cavoli, ma certe notti dal dolore nelle ossa non dormivo, e quelle notti che arrivavano una dietro l’altra la spalla, i nervi, il polso, l’osso del ginocchio li sentivo a uno a uno. Solo le mani erano forti e sempre calde.

Però ai concerti suonavo e suonavo, ragazzi, dovevate esserci, e le note dalla cassa del mio piano uscivano come ombre che avevano la voce, e salivano in alto e poi cadevano giù, ed erano una pioggia scoppiettante che cadeva a catinelle sulla gente che ascoltava, sulle mie ossa rosicchiate, sul mio cuore.

Suonare era bello, era la mia vita. Coi piedi andavo piano, si capisce, ma con le mani andavo a cento all’ora e le sentivo sempre calde, le sentivo, le mie mani, e la tastiera Ia vedevo che fumava. Suonavo e me ne andavo per il mondo, e in tutto il mondo tenevo un sacco di concerti, e solo nell’ultimo anno di concerti ne contai duecentoventi.

Suonare suonavo, suonavo sempre. Mi arrampicavo sullo sgabello e poi partivo come un razzo, andavo in orbita. Avevo sempre i riflettori in faccia, mentre suonavo, e nel buio non vedevo niente, ma quelli giù dal palco nel buio li sentivo che trattenevano il respiro, mentre picchiavo sopra i tasti, e non tossiva mai nessuno, non tossiva, e nessuno si soffiava il naso mai.

E quando cominciavo dalle dita mi usciva fuori tutta quella musica, mi usciva, veniva fuori come acqua fresca, bagnava la tastiera e andava giù sul legno delle tavole del palco, colava giù sul pavimento e bagnava i piedi degli spettatori a uno a uno, e gli saliva per le gambe e andava su, e a quelli gli veniva freddo, e alla fine con le luci accese li vedevi tutti bagnati, in piedi, tutti inzuppati che battevano le mani. E dopo le donne venivano nel camerino e mi baciavano. E lo sapevo ch’ero brutto, ma con la musica e le donne mi veniva tutta la bellezza.

Guadagnavo bene, guadagnavo. Da non crederci. Mi davano un sacco di soldi, ragazzi, e quando suonavo con gli altri musicisti dividevo sempre in parti uguali, anche se loro non erano famosi come me. E con la limousine si andava negli alberghi a quattro stelle e come mi piaceva. In camera schiacciavo tutti gli interruttori e accendevo tutte le luci insieme, accendevo, e dopo aprivo il frigo e mi bevevo tutto quel che c’era, e ogni sera facevo il bagno nella vasca con la schiuma dentro.

Una volta a Bergamo mentre suonavo mi ruppi il braccio destro, ma nessuno se ne accorse, perché suonai tutto il tempo con il braccio rotto come niente fosse. A un altro concerto una sera suonammo per due ore, faceva un caldo boia e sudai come una fontana. Le mani mi scottavano, la testa pure, ero stanco e avevo mal di schiena, e avevo solo voglia di tornarmene in albergo e di sdraiarmi a letto. Ma quelli chiesero il bis, e poi un altro bis e un altro ancora, e così suonai ancora per mezz’ora, suonai, e a casa il medico disse che mi ero rotto il coccige, che è l’osso del sedere, l’ultimo osso della schiena prima del culo.

Dopo i concerti il mio medico mi visitava, scuoteva Ia resta e diceva basta, Michel, basta, non puoi andare avanti in questo modo. E dopo con le mani in tasca andava su e giù per lo studio, mi guardava storto, si arrabbiava e mi proibiva di fare altri concerti, e io invece sorridevo e li facevo. Li facevo perché erano la mia vita, i concerti, come il cibo, le donne e gli amici.

Mi piaceva, la vita, cavoli. Mi piacevano un sacco di cose. Suonare, fare l’amore, stare con gli amici. Anche mangiare, mi piaceva, e a casa a volte venivano gli amici e cucinavo io, e si mangiava e si beveva alla grande, col vino, i dolci e la pasta fatta in casa, e il piatto che facevo meglio era il Pollo alla Petrucciani, che ti leccavi i baffi. E quando cucinavo il pollo mi ci mettevo di gusto, mi ci mettevo, e lo facevo bene, e farlo bene era più difficile che suonare il piano. Mangiavamo e bevevamo, e a un certo punto c’era sempre qualcuno che suonava.

E, dopo mangiato, quando tutti se ne andavano, giocavo sul tappeto con mio figlio Alexander, e giocavamo piano perché aveva le ossa di ricotta come me, e un giorno, mentre giocavamo piano, all’improvviso fece la faccia triste, guardò sua madre e disse: “Perché mi hai fatto?”

Andavo a tutta birra, suonavo dappertutto e con tutti, ormai. Quando suonai con Dizzy Giilespie vidi che aveva una tromba tutta storta, e gli chiesi ma come fai a suonare? E lui rispose che era stata la moglie che gliel’aveva stortata picchiandola sul pavimento, e che da allora la tromba suonava molto meglio. Suonai con Miies Davis che con la tromba faceva venire Ia malinconia. E, poi suonai al Blue Note, che non me lo sarei mai sognato, il Blue Note, cavoli.

Mio padre era orgoglioso, diceva che ero proprio bravo, con il piano. Che ero il migliore. “Quando non ci sarò più”, diceva, “tu suona, suona sempre, Michel, e mentre suoni ricordati che sarò sempre sopra di te che ti guardo da là sopra”.

E, invece adesso sono io che da qua sopra guardo lui.

Venne un Natale, e Natale io lo odiavo, perché da bambino a Natale e a Capodanno ero sempre in ospedale con qualche osso rotto.

Finalmente venne un Natale che ero tutto intero e avevo solo un po’ di raffreddore, e dopo venne Capodanno, e a Capodanno, per andare a passeggiare in spiaggia con la mia donna per mano, mi beccai quella polmonite, e sulla spiaggia caddi a terra come un fico secco. Mi tirai su da terra e le cose non erano più cose, erano ombre. Allora Isabelle mi prese in braccio e mi baciò, e dopo andammo all’ospedale. Seduta sulla sedia aveva quello sguardo strano, che usciva da quegli occhi chiari pieno di paura. E dal letto la guardavo che piangeva con quegli occhi grandi e chiari e sorridevo e pensavo che io così brutto ero felice di avere vicino una donna così bella, e pensavo che sempre avevo avuto accanto donne belle. E poi il 6 gennaio da sotto la coperta le dissi che avevo freddo alle mani e le chiesi se me le voleva riscaldare.

Lei allora prese le mie mani nelle sue e me le scaldò, e dopo uscì un momento a prendermi un caffè, e io proprio in quel momento sono morto, cavoli, il 6 gennaio, e adesso qui vicino a Chopin mi viene da ridere, a pensarci, perché io, pieno di donne belle, sono morto proprio mentre arrivava la befana.

tratto da: Antonio Ferrara, in “Parole Fuori” edizioni Il Castoro, Milano, 2013

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Bossanova è il terzo album in studio del gruppo rock alternativo americano Pixies. È stato pubblicato il 13 agosto 1990 dall'etichetta discografica indipendente inglese 4AD nel Regno Unito e da Elektra Records negli Stati Uniti. A causa dello status indipendente di 4AD, la major Elektra ha gestito la distribuzione negli Stati Uniti. Bossanova ha raggiunto il numero 70 della Billboard 200. L'album ha raggiunto il numero tre nella classifica degli album del Regno Unito. Due singoli sono stati pubblicati da Bossanova: “Velouria” e “Dig for Fire”. Entrambi sono entrati nella classifica Billboard Modern Rock Tracks negli Stati Uniti, rispettivamente al numero 4 e al numero 11.

Full Album: https://invidious.namazso.eu/playlist?list=PLLnDs-u_f2H6MRmVlackmdazXffWF7_-W

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