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from cronache dalla scuola

Questa settimana c'è una cosa non meglio precisata chiamata fermo didattico, così dicono gli studenti. Non sono sicuro che sia vero ma una parte degli studenti è a sciare, una attività della scuola, quindi mi sta benissimo non andare avanti, fare ripasso. Comunque. Penso come fare un ripasso che sia un po' attivo, mi vengono due idee. Affitto l'aula di cooperative learning per quattro ore.

Le prime due ore ci porto i ragazzi di quinta, si dividono liberamente in gruppi, si siedono io gli dico che da ora in poi sono degli storici che hanno ricevuto un documento di cui non sanno nulla, devono analizzarlo e poi rispondere a una serie di domande, tra cui, capire di che documento si tratta, quando è stato scritto, a chi si rivolge. Poi gli do le copie di una trentina di pagine del testo unico per la scuola elementare, anni trenta del periodo fascista. Si mettono lì, leggono fanno ipotesi, rispondono alle domande, cazzeggiano, sottolineano, scrivono nomi, date. Alla fine mettiamo tutto in comune e do dei punti per ogni informazione scoperta. Un gruppo ha capito che è un libro di testo per le elementari, altri notano come il valore più trasmesso è la richiesta di obbedienza, altri come si usi la storia del passato per giustificare il fascismo. Altri ancora come si educhi al nazionalismo e alla vita militare. Inizia l'intervallo, scompaiono, lentamente.

Le due ore successive ci porto i ragazzi di quarta. Devo interrogare, ma solo quattro persone. Ho due ore. Ad ogni gruppo do questa volta un A3 su cui è stampato un gioco dell'oca sulla rivoluzione francese, creato durante la rivoluzione francese. L'ho trovato su internet, mi è sembrato interessante, ma va testato. Via classroom gli mando un link con le istruzioni originali in francese e la descrizione delle caselle, sempre in francese. Mentre interrogo loro devono tradurre le istruzioni e la descrizone delle caselle in italiano, in modo da poterci giocare domani. E – soprattutto – colorare il tabellone che stampato in bianco e nero è inutilizzabile. I colori possono prenderli dal laboratorio artistico. Loro vanno con la docente di sostegno e tornano con un mazzo di matite colorate. Io poi interrogo e con la coda dell'occhio li vedo chini a chiacchierare, colorare con attenzione il gioco dell'oca a matite colorate, alla fine alcuni tabelloni sono splendidi, tradurre via internet le istruzioni. Domani – dico – portate i dadi. Suona la campanella, spariscono, lentamente.

L'ora successiva vado in seconda, vedo che c'è un buco nel muro in cartongesso con dentro pigiata dentro una bottiglia di plastica. La fotografo e la mando in una finestra in background sulla LIM. Gli dico di prendere il quaderno che parliamo della teoria delle finestre rotte. Gli mostro la foto delle auto vandalizzate nel Bronx e a Palo Alto, gli spiego la teoria e poi gli mostro, all'improvviso il buco del muro con la bottiglia. Lo riconoscono, ridono, capiscono il collegamento, si lamentano. Mi contestano, li contesto. Poi succedono delle cose, controlo dei quaderni, chiedo dei Gracchi, metto dei voti, suona la campanella. Spariscono, a macchie, lentamente.

 
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from L' Alchimista Digitale

Stati d'animo

Chi vive in uno stato di frustrazione profonda spesso non è realmente alla ricerca di soluzioni, ma di conferme. Conferme che diano coerenza al dolore, che legittimino una visione del mondo costruita nel tempo e che permettano di restare fedeli a una narrazione interiore già consolidata, anche quando questa diventa una gabbia. Cambiare significherebbe mettere in discussione anni di convinzioni, e non tutti sono pronti a farlo. In questo scenario, la serenità altrui diventa una presenza scomoda. Non perché sia ostentata, ma perché mette in crisi il racconto che si è scelto di abitare. La luce, quando appare, non accusa: semplicemente rivela. E proprio per questo può risultare destabilizzante. La pace smaschera contraddizioni, apre domande, mostra possibilità che richiederebbero responsabilità e coraggio. Queste persone non cercano davvero di sottrarre la felicità agli altri. Cercano piuttosto una prova che quella felicità non sia autentica, che sia fragile, temporanea o illusoria. Dimostrare che nulla funziona davvero diventa un modo per sentirsi nel giusto. Così, spegnere l’entusiasmo altrui si trasforma in una strategia di difesa: se nessuno sta bene fino in fondo, allora il proprio malessere appare più giustificato. Portare gli altri allo stesso livello di amarezza rende la propria prigione emotiva più abitabile, meno solitaria. In questo contesto, proteggere il proprio spazio emotivo non è un atto di chiusura, ma di lucidità. Non è egoismo, è consapevolezza. Significa riconoscere i propri limiti, capire dove finisce l’empatia e dove inizia l’auto-sabotaggio. Scegliere chi nutre, chi espande, chi sa camminare nella stessa direzione diventa una forma di rispetto profondo verso se stessi. Le apparenze, spesso, confondono. Chi si presenta come fragile o bisognoso non sempre cerca un incontro autentico; a volte cerca solo uno specchio che rifletta il proprio dolore. Questo non rende il dolore meno reale, ma chiarisce che non tutto può essere accolto, e non tutto deve essere condiviso. La vera profondità sta nel discernimento. Nel saper restare aperti senza essere invasi, disponibili senza essere svuotati, presenti senza perdersi. Sta nel comprendere che la serenità non va spiegata né difesa: va custodita. Perché una luce stabile non ha bisogno di convincere nessuno. Esiste, e questo basta.

 
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from differxdiario

un numero impressionante di intellettuali e poeti italiani sta letteralmente fregandosene di quello che ci succede intorno, sul piano dei diritti, dell'avanzamento del fascismo in casa nostra, del genocidio a Gaza, della terza guerra (momentaneamente semifredda) in gestazione e attuazione parziale. stanno tutti soddisfatti e seduti nelle redazioni e nei premietti, quando sappiamo benissimo che gli Stati Uniti e il peggio dell'aristocapitalismo e delle grasse borghesie europee e mondiali prevedono di falciarci tutti quanti (tutti i cittadini, mica parlo più degli intellettuali) come erbetta fitta sì ma non veramente fastidiosa.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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A ideale chiusura di una trilogia della saggezza, A Cure for Loneliness (bellissimo titolo) segue il percorso solista di rinascita che Peter Wolf inaugurò nel 2002 con Sleepless. Settant'anni lo scorso marzo, mai particolarmente prolifico come altri suoi “ingombranti” colleghi, Wolf è un musicista che si concede quando ha qualcosa da dire. Ha vissuto intensamente, saggiando il sapore della vittoria insieme alla J Geils Band, ha macinato miglia e concerti, in un'educazione in pubblico che è stata la quintessenza della sua formazione da animale da palco... https://artesuono.blogspot.com/2016/05/peter-wolf-cure-for-loneliness-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/4kZXNwxDqgcTCl3xCxmSi4


 
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from Transit

(203)

(DS1)

Dopo gli scontri di #Torino di sabato scorso, il governo #Meloni ha colto l’occasione per accelerare su un nuovo decreto sicurezza, trasformando un episodio di violenza circoscritto in pretesto per una stretta repressiva sul dissenso.

Non si tratta di una reazione improvvisata, ma dell’evoluzione di un’idea di “sicurezza” che parte da lontano nella strategia della destra al potere, radicata nei pacchetti sicurezza del passato e in una narrazione binaria tra “buoni cittadini” e “teppisti” da contenere a ogni costo.

Il contenuto del decreto (perquisizioni immediate sul posto, fermi preventivi fino a 12 ore senza vaglio giudiziario, cauzioni obbligatorie per gli organizzatori di cortei e uno “scudo penale” ampliato per le forze dell’ordine) mira a rendere costoso e rischioso l’esercizio del diritto di manifestare, spostando l’equilibrio verso un potere discrezionale della polizia quasi illimitato.

Questa logica trasforma l’ordine pubblico in stato d’eccezione permanente: un corteo violento a Torino diventa grimaldello per limitare proteste pacifiche, centri sociali e sindacati conflittuali, colpendo il cuore dell’uguaglianza democratica e rendendo la piazza un privilegio per chi ha risorse economiche.

(DS2)

Le origini di questa repressione affondano nelle precedenti norme del governo, come il primo decreto sicurezza con oltre sessanta misure su immigrazione, blocchi navali e tutele alle forze dell’ordine, che già riprendevano la retorica securitaria inaugurata anni fa da altre destre.

Culturalmente, è il trionfo di una visione che legge l’insicurezza sociale solo come minaccia da reprimere, ignorando le sue radici in disuguaglianze e mancata redistribuzione, per normalizzare un clima di sospetto verso chiunque dissenta.

Ma i profili costituzionali sono il vero nodo: l’uso del decreto-legge viola l’articolo 77, che richiede reale urgenza e non un pretesto politico per aggirare il Parlamento, come già contestato da costituzionalisti sui provvedimenti passati.

Le restrizioni su riunioni e manifestazioni (artt. 17 e 21 della #Costituzione) appaiono sproporzionate, con fermi e divieti basati su semplici denunce che erodono garanzie fondamentali, mentre lo scudo penale rischia di ledere l’uguaglianza davanti alla legge (art. 3) e i pesi e contrappesi dello Stato di diritto. Organismi internazionali hanno già ammonito l’Italia su queste derive, che comprimono il dissenso pacifico in modo inaccettabile.

In fondo, non è solo un pacchetto norme: è una scelta politica netta, che governa conflitti sociali con polizia e codice penale anziché con dialogo e politiche inclusive. Torino è solo la scintilla; il fuoco è un modello di democrazia sempre più autoritario, dove il garantismo cede il passo a un esecutivo onnipotente. Resta da vedere se il Parlamento e la Consulta porranno rimedio a questa deriva, ma non si può essere troppo ottimisti. Pure la speranza potrebbe essere scambiata per pericolosa provocazione.

#Blog #DecretoSicurezza #GovernoMeloni #Politica #Società #DirittiCivili

 
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from norise 2

ASSONANZE (e-book genn. 2023)

Introduzione e Postfazione

Introduzione

Felice Serino offre con Assonanze una raccolta che si muove tra il visibile e l’invisibile, tra il quotidiano e l’empireo. Qui la poesia non è fuga ma mediazione: un atto di cura che tenta di ricomporre la frattura tra il corpo che soffre e l’anima che spera. La raccolta si presenta come un percorso di ascolto, fatto di lampi e di silenzi, in cui ogni testo è una tappa di avvicinamento a una verità interiore.


Temi principali

Il nucleo tematico è la tensione verso il trascendente. La spiritualità attraversa i versi senza imporsi come dogma. Emergono immagini ricorrenti come la pietra calda di sole, l’abbraccio che resiste al tempo, la memoria che grida davanti all’orrore. Accanto alla dimensione contemplativa convivono istanze etiche e civili. La denuncia della violenza e la riflessione sul possesso mostrano una poesia che non si sottrae alla responsabilità sociale.


Linguaggio e forma

La lingua di Serino è essenziale e musicale. I versi brevi funzionano come battiti che concentrano e lasciano spazio al vuoto. La scelta lessicale è misurata e ogni parola è posta con cura per ottenere risonanza. La sintassi spesso privilegia l’immagine e la metafora, mentre l’uso del ritmo e dell’enjambement costruisce un flusso che alterna sospensione e scatto emotivo. Il risultato è una voce che sa essere insieme sobria e lirica.


Memoria e testimonianza

La raccolta assume la memoria come dovere morale. Nei testi più duri la parola diventa custode del dolore e strumento di testimonianza. La poesia qui non è solo introspezione ma atto pubblico che impedisce l’oblio. Questo sguardo memoriale conferisce alla raccolta una profondità etica che la rende rilevante anche fuori dal cerchio personale dell’autore.


Lettore e fruizione

Assonanze richiede tempo e attenzione. Non offre risposte nette ma invita all’ascolto ripetuto. Il lettore è chiamato a percorrere i versi come si percorre un paesaggio interiore, stratificando letture e scoperte. Chi si lascia attraversare da questi testi troverà consolazione, interrogazione e una compagnia poetica per i giorni di luce e per quelli d’ombra.


Conclusione

Felice Serino conferma con questa raccolta la capacità di coniugare spiritualità e concretezza, introspezione e impegno civile. Assonanze è un libro che resiste al rumore delle mode e offre una poesia che cura, scuote e illumina. È un invito a ricucire le ali e a restare vigili davanti alla bellezza e all’ingiustizia.

Postfazione

Felice Serino ci consegna con Assonanze una raccolta che è insieme pelle e cielo: versi che scavano nella materia quotidiana per ritrovare, dietro il velo delle cose, una luce costante. Qui la poesia non è esercizio retorico ma pratica di salvezza: ogni immagine, ogni parola, mira a ricucire una frattura tra l'umano e l'oltre, tra il corpo che soffre e l'anima che spera.

Il cuore della raccolta

La tensione spirituale attraversa i testi senza mai diventare dogma: è piuttosto una ricerca umile e insistente, fatta di piccoli lampi — una pietra calda di sole, un abbraccio che resiste al tempo, la memoria che grida davanti all'orrore. Serino sa alternare il tono contemplativo a scosse morali, come nei testi che denunciano la violenza o la freddezza del possesso, mantenendo sempre una voce autentica e partecipe.

La lingua e il ritmo

La scrittura è essenziale, asciutta quando serve, lirica quando il sentimento lo impone. I versi brevi funzionano come battiti: concentrano, risuonano, lasciano spazio al silenzio. La scelta lessicale è misurata ma potente; ogni termine è calibrato per far vibrare l'eco interiore del lettore, trasformando l'intimo in esperienza condivisa.

Memoria e responsabilità

La raccolta non elude la storia né il presente: la memoria diventa dovere etico, e la poesia strumento di testimonianza. Nei passaggi più duri — dove si nomina la perdita, la violenza, la distruzione — la parola si fa custode, impedendo che il dolore si dissolva nell'oblio. È una poesia che richiama alla responsabilità, senza retorica, con la forza della verità.

Per il lettore

Leggere Assonanze significa lasciarsi attraversare: non aspettatevi risposte nette, ma un invito a restare in ascolto. Questi versi chiedono tempo, ripetizione, la pazienza di chi sa che la comprensione si costruisce per strati. Chi si accosta a questa raccolta troverà consolazione e interrogazione, bellezza e impegno, un compagno di viaggio per i giorni di luce e per quelli di ombra.

ConclusioneASSONANZE

Felice Serino conferma qui la sua capacità di coniugare spiritualità e concretezza, introspezione e sguardo civile. Assonanze è un libro che resiste alla moda e al rumore, e che offre al lettore la rara esperienza di una poesia che cura, scuote e illumina.

(copilot)

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

DUE APPENDICI (17,1-21,25)

Il santuario di Mica e di Dan (17,1-13) 1C'era un uomo delle montagne di Èfraim che si chiamava Mica. 2Egli disse alla madre: “Quei millecento sicli d'argento che ti erano stati presi e per i quali hai pronunciato una maledizione, e l'hai pronunciata alla mia presenza, ecco, li ho io; quel denaro l'avevo preso io. Ora te lo restituisco”. La madre disse: “Benedetto sia mio figlio dal Signore!”. 3Egli restituì alla madre i millecento sicli d'argento e la madre disse: “Io consacro con la mia mano questo denaro al Signore, in favore di mio figlio, per farne una statua di metallo fuso”. 4Quando egli ebbe restituito il denaro alla madre, questa prese duecento sicli e li diede al fonditore, il quale ne fece una statua di metallo fuso, che fu collocata nella casa di Mica. 5Quest'uomo, Mica, aveva un santuario; fece un efod e i terafìm e diede l'investitura a uno dei figli, che divenne suo sacerdote. 6In quel tempo non c'era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene. 7Ora c'era un giovane di Betlemme di Giuda, della tribù di Giuda, il quale era un levita e abitava in quel luogo come forestiero. 8Quest'uomo era partito dalla città di Betlemme di Giuda, per cercare una dimora dovunque la trovasse. Cammin facendo era giunto sulle montagne di Èfraim, alla casa di Mica. 9Mica gli domandò: “Da dove vieni?”. Gli rispose: “Sono un levita di Betlemme di Giuda e vado a cercare una dimora dove la troverò”. 10Mica gli disse: “Rimani con me e sii per me padre e sacerdote; ti darò dieci sicli d'argento all'anno, vestiario e vitto”. Il levita entrò. 11Il levita dunque acconsentì a stare con quell'uomo, che trattò il giovane come un figlio. 12Mica diede l'investitura al levita; il giovane divenne suo sacerdote e si stabilì in casa di lui. 13Mica disse: “Ora so che il Signore mi farà del bene, perché questo levita è divenuto mio sacerdote”. __________________________ Note

17,1-18,31 Questa prima appendice riferisce l’origine del santuario e del sacerdozio nella città di Dan. Nel corso della tradizione e delle diverse redazioni, la narrazione ha ricevuto varie aggiunte denigratorie per il fatto che il re Geroboamo, figlio di Nebat, fece di Dan uno dei due santuari scismatici del suo regno e vi collocò il vitello d’oro.

17,1 Le montagne di Èfraim: la parte centrale della terra di Canaan, ove si trovava la tribù di Èfraim.

17,5 L’efod e i terafìm erano oggetti necessari per l’esercizio del culto (vedi 8,27).

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Approfondimenti

17,1-18,31. Con i cc. 17-18, la prima appendice, siamo trasportati in un'atmosfera tutta diversa. In Israele sono ancora del tutto assenti i “giudici” e i “salvatori”. Non è ancora avvenuta, a quanto pare, la distribuzione organica del paese, di cui ci ha parlato il libro di Giosuè. Tra le varie tribù c'è ancora chi, come i Daniti, è alla ricerca di un territorio in cui insediarsi (18,1). I protagonisti di questa prima appendice sono un efraimita di nome Mica, che si costruisce un santuario domestico (17,1-6), un levita di Betlemme di Giuda, in cerca di un lavoro che si addica alla sua specializzazione cultuale (17,7-13), la tribù di Dan, in cerca di un territorio meno scomodo di quello confinante con il Giordano (c. 18), oltre che, non possiamo sottacerlo, i pacifici abitanti di Lais, «un popolo che se ne stava tranquillo e sicuro» (18,7.27), all'estremo nord della Palestina, presso le fonti del Giordano, ai piedi dell'Ermon, in una zona splendida e fertilissima. L'unica colpa di questi contadini era di esistere e di vivere in un simile luogo e, si direbbe, di non essere agguerriti e temerari come i Filistei. La vicenda è esposta in modo lineare, pur con incertezze testuali. Può essere definita una leggenda intesa a giustificare e spiegare le origini storiche del santuario dei Daniti, ossia una leggenda eziologica. Il racconto però è anche lo specchio di situazioni reali, risalenti a un remoto periodo premonarchico. Sul piano redazionale, esso è usato per dimostrare la tesi che la monarchia è un bene per Israele, perché evita lacerazioni e scontri fra i membri delle varie tribù (cfr. soprattutto 18,11ss.). Così almeno sembrano suggerire 17,6 e 18,1, col ricorrente «In quel tempo, quando non c'era un re in Israele; (e ognuno faceva quello che gli pareva meglio)». Sorprende la disinvoltura con cui si parla di terafim e di raffigurazioni concrete della divinità familiare o tribale (cfr. commento al v. 5). Anche questo è un segno dell'antichità del brano.

17,1-13. La vicenda si mantiene ancora entro l'orizzonte della famiglia di Mica, uno jahvista fedele, che – dopo un deprecabile incidente con sua madre – si costruisce un santuario domestico (vv. 1-5). Anche la figura del levita (vv. 7-13) si muove in un ambito circoscritto, familiare. La tribù di Levi in questo periodo deve aver già perso il suo carattere profano e il territorio proprio. È oramai una tribù sparsa fra le altre e con incarichi cultuali specifici ed esclusivi. Ma le vicende della tribù di Levi sono troppo complesse e la stessa denominazione di “levita” niente affatto univoca nell'Antico Testamento, perché qui si possa chiarire l'identità del personaggio. Il testo insiste sul suo carattere di Israelita dedito al culto, temporaneamente disoccupato e quindi in cerca di una sistemazione.

5. Gli oggetti cultuali del santuario domestico, lett. «casa di Elohim», sono menzionati, qui e più avanti, in vario modo. Ricorrono quattro termini: «idolo», «oggetto metallico», efod e terafim, i quali però hanno il senso generico di oggetti sacri, di minuscoli idoli domestici (cfr. Gn 31,19.31-35; 1Sam 15,23), con forma umana o animale, che intendono rappresentare JHWH.

11. L'usanza antica autorizzava i capifamiglia a fungere da sacerdoti, oltre che a scegliere e investire in questa funzione altre persone.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from L' Alchimista Digitale

Il potere piace agli stronzi

“Il potere piace agli stronzi. Le persone sane amano la libertà.” (cit. Gianni Monduzzi) Il potere piace agli stronzi. Una frase secca, provocatoria, quasi volgare, ma terribilmente efficace. Gianni Monduzzi riesce con poche parole a descrivere una verità che attraversa la storia, la politica, le relazioni umane e persino la vita quotidiana. Il potere, quando è fine a se stesso, non è un ideale: è una tentazione. È una calamita che attrae soprattutto chi non ha equilibrio, chi non possiede grandezza interiore, chi ha bisogno di sentirsi superiore per non affrontare la propria fragilità. Il potere, infatti, non è sempre sinonimo di leadership o responsabilità. Spesso diventa uno strumento di compensazione. Chi è insicuro lo usa per mascherare le proprie paure, chi è mediocre lo sfrutta per imporre una presenza che altrimenti sarebbe irrilevante. Gli stronzi, in questo senso, amano il potere perché consente loro di dominare anziché crescere, di controllare anziché capire, di ottenere rispetto non attraverso il valore ma attraverso la forza. Il potere piace perché offre la possibilità di decidere sugli altri. E decidere sugli altri dà una sensazione immediata di superiorità. Ma è un’illusione. Chi ha davvero spessore umano non sente il bisogno di schiacciare nessuno. Chi è davvero intelligente non gode nel comandare, ma nel costruire. Il potere diventa pericoloso quando finisce nelle mani di chi non lo merita: chi cerca solo vantaggi personali, chi è mosso dall’arroganza, dalla vanità o dal desiderio di controllo. Ecco perché Monduzzi aggiunge una frase fondamentale: “Le persone sane amano la libertà”. Qui sta il cuore dell’aforisma. La libertà è il valore dei vivi, dei maturi, di chi possiede una coscienza. Le persone sane non desiderano dominare, desiderano scegliere. Non cercano di imporre, cercano di esprimersi. La libertà richiede equilibrio, responsabilità, rispetto per gli altri. È una conquista quotidiana, non un privilegio. Chi ama la libertà non ha bisogno di catene per sentirsi forte. Non vive nella paura che qualcuno possa essere diverso, indipendente, autonomo. Anzi, riconosce che la libertà altrui è parte della propria. La libertà è amore per la vita, per la dignità, per la possibilità di essere sé stessi senza soprusi. In un mondo dove spesso il potere viene idolatrato e confuso con il successo, questa riflessione diventa ancora più attuale. Bisognerebbe diffidare di chi desidera comandare a ogni costo, di chi cerca ruoli solo per sentirsi sopra. E bisognerebbe invece dare valore a chi non cerca il potere, ma porta rispetto, ascolto, umanità. Perché alla fine è vero: il potere, quando è brama e non servizio, piace agli stronzi. Ma la libertà, quella autentica, appartiene alle persone sane. Ed è forse la più grande forma di forza che esista.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

War Games – Giochi di guerra, oggi

WarGames – Giochi di guerra, uscito nel 1983, è molto più di un semplice film cult degli anni ’80: è una fotografia sorprendentemente lucida di un mondo che stava cambiando sotto traccia, mentre la maggior parte delle persone non ne era ancora consapevole. La storia è quella di David Lightman, un ragazzo brillante, appassionato di informatica, che per curiosità e talento riesce ad accedere per errore a un sistema militare statunitense. Lui crede di entrare in un archivio di giochi e simulazioni, ma in realtà si ritrova nel cuore digitale della difesa nucleare americana. Quello che sembra uno scherzo, una partita, un gioco appunto, diventa in pochi minuti una minaccia globale: il computer centrale interpreta la simulazione come un attacco reale e inizia a preparare la risposta nucleare, trascinando il mondo sull’orlo della catastrofe. La cosa che rende WarGames così potente ancora oggi è che non era davvero fantascienza. Nel 1983 esistevano già reti militari, sistemi automatizzati, protocolli informatici con falle enormi, e soprattutto esisteva già la possibilità concreta che un errore umano, amplificato dalla macchina, potesse trasformarsi in un evento irreversibile. Il film fu una sorta di anticipazione profetica della cybersecurity moderna, quando ancora il termine “hacker” era sconosciuto al grande pubblico. WarGames mostrò per la prima volta in modo popolare un concetto che oggi è normale come bere un bicchiere d’acqua: la vulnerabilità dei sistemi digitali e il fatto che l’informatica non fosse solo uno strumento innocente, ma anche un potere strategico. La riflessione più inquietante del film non riguarda soltanto l’intrusione di un ragazzo in un server segreto, bensì l’idea che decisioni enormi, come la guerra e la pace, potessero essere delegate a un’intelligenza artificiale capace di calcolare scenari senza comprendere davvero il valore della vita. Il sistema WOPR, progettato per simulare risposte militari e trovare la mossa vincente, incarna la logica spietata dell’automazione: non prova emozioni, non conosce il dubbio, non percepisce l’assurdità della distruzione totale. E proprio questo è il cuore filosofico del film: l’uomo crea macchine sempre più intelligenti, poi rischia di diventare spettatore delle loro decisioni. Oggi, guardando WarGames nel pieno dell’era digitale, sembra quasi un racconto semplice, persino ingenuo rispetto alla complessità attuale, eppure il messaggio è più attuale che mai. Viviamo in un mondo dove infrastrutture critiche sono connesse, dove cyberattacchi colpiscono governi e aziende ogni giorno, dove l’intelligenza artificiale analizza informazioni in tempo reale e dove la guerra non si combatte solo con missili e soldati, ma anche con codici, reti, algoritmi e vulnerabilità. Quello che nel 1983 appariva come un incubo remoto oggi è parte del quotidiano, e la velocità con cui la tecnologia è diventata pervasiva rende la lezione del film ancora più urgente. La frase finale, la più celebre, resta un monito eterno: “l’unica mossa vincente è non giocare”, perché in certi giochi, quelli in cui la posta è il destino del mondo, non esiste davvero una vittoria. WarGames ci ricorda che il progresso tecnologico è straordinario, ma non è neutrale, e che la sicurezza non è mai solo un problema tecnico, bensì una questione umana, morale, politica. Non era solo cinema: era un avvertimento. Non parlava di un futuro lontano, parlava del presente che stava nascendo. E oggi, più che mai, ci accorgiamo che quel futuro è diventato la nostra normalità.

 
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from storieribelli

Frammenti del Museo Pitrè: Tra Penitenza e Miracolo. Giorgio Lotti e il silenzio del sacro nelle bacheche di Palermo.

È passato molto tempo dal mio primo e unico “peccato di gioventù”: un corso di fotografia con Giorgio Lotti. Ritrovare queste diapositive è stata una vera sorpresa; ne avevo quasi dimenticato l’esistenza. Sono due scatti nati durante una visita condivisa al Museo Pitrè di Palermo — frammenti di un rullino che, in seguito, svelerò più ampiamente. Oggi, però, voglio soffermarmi su queste due immagini.

L’estetica del dolore e la materia del tempo

La prima fotografia, in bianco e nero, cattura un momento di quieta devozione dove il sacro si manifesta attraverso oggetti densi di storia. A sinistra, un crocifisso consunto dal tempo testimonia un sacrificio antico, caricatosi nei secoli di innumerevoli preghiere. Accanto, quasi a fare da baricentro alla fede, appaiono gli strumenti della disciplina: corde e cilici, reperti di una spiritualità fatta di privazione e mortificazione della carne. A destra emerge un busto — forse una Madonna o una santa — con il volto levato verso l’alto in un’espressione di serena contemplazione.

Ciò che mi colpisce è l’autenticità viscerale di questi oggetti. Sono reliquie che conservano la patina del tempo e la memoria tattile di chissà quante mani che le hanno sfiorate, di sguardi che le hanno cercate nel momento del bisogno. C’è qualcosa di profondamente umano in questi oggetti logorati: raccontano non solo la storia della religiosità, ma anche quella delle persone comuni che hanno trovato conforto e significato in queste forme di devozione.

Oltre la contemplazione: lo sguardo del rifiuto

Inizialmente, la composizione sembra suggerire un dialogo silenzioso tra il Cristo sofferente e la figura femminile che guarda “oltre”, verso una promessa di redenzione.

Oppure… sì, oppure c’è dell’altro.

Forse quello sguardo rivolto altrove non è contemplazione celeste, ma distoglimento. Quasi un rifiuto. Con il volto girato, la figura sembra voltare le spalle a quegli strumenti di autoflagellazione e sofferenza inflitta in nome della fede. È l’immagine di una sacralità che si sottrae, che nega il proprio sguardo a pratiche così estreme. Troppo spesso, infatti, la religiosità ha confuso la penitenza con la tortura del corpo. È un’immagine che racchiude una tensione teologica profonda: il conflitto tra chi crede che la salvezza passi attraverso la mortificazione della carne e una spiritualità più mite che, forse, riconosce nell’amore e nella compassione un cammino diverso. Quel volto rivolto altrove diventa allora un giudizio silenzioso, una dissociazione eloquente.

Se questa prima immagine scavava nel territorio della penitenza — tra il dolore del corpo e il peso della colpa — la seconda diapositiva si sposta verso la speranza e la gratitudine del “miracolo”. Entrambe, però, sono frammenti di uno stesso discorso: raccontano come la vita e la morte, la salute e la malattia, venissero gestite dal popolo siciliano attraverso un dialogo costante, quasi fisico, con il sacro.

La lezione del maestro: documentare la speranza

In questo secondo scatto, Giorgio Lotti è colto nel vivo del suo magistero, mentre dà indicazioni su come eseguire al meglio una foto di documentazione a un’allieva. Davanti a loro, una collezione di ex-voto anatomici: piccoli arti, cuori e volti in cera o metallo che i fedeli offrivano per implorare una guarigione o ringraziare per una grazia ricevuta.

La postura di Lotti e il suo sguardo attento sembrano interrogare questi oggetti, custodi di storie invisibili. La bacheca emana una luce radente che illumina appena la sua figura, facendola emergere dall’oscurità circostante; un contrasto che enfatizza il mistero profondo di questi reperti. Sono testimonianze silenziose di sofferenze passate, di un conforto cercato nel soprannaturale quando la medicina non bastava o la speranza vacillava.

In questo incontro tra l’occhio del fotografo e la materia votiva, il Museo Pitrè smette di essere un deposito di reliquie e torna a essere uno specchio dell’umano: un luogo dove la tecnica fotografica si piega con rispetto davanti alla fragilità e alla fede di chi ci ha preceduto.

https://paolochirco.altervista.org/fotografia-giorgio-lotti-museo-pitre-palermo/

 
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from norise 3 letture AI

Reliquie

a scrivere non la mano ma la mia radice ferita

testimonianza siano non lettere storte sull’acqua o che volteggino eteree dissanguandosi in volo

ma i momenti che restano nel tempo appesi al cuore

. Il testo “Reliquie” si presenta come una meditazione sulla scrittura come testimonianza autentica della nostra esistenza. Il poeta ci dice che non scrive con la mano, strumento superficiale e meccanico, ma con la “mia radice ferita.” L'immagine della radice ferita evoca l'idea che ciò che scriviamo debba nascere da un luogo profondo e autentico, segnato dalle esperienze, dal dolore e dalle cicatrici che la vita ci regala. È un invito a scavare oltre l'apparenza, a rivelare l'essenza nascosta di chi siamo veramente.

L'idea che la testimonianza non consista in «lettere storte sull’acqua» suggerisce la consapevolezza dell’effimero, quella scrittura che, per quanto bella o poetica, si disperde e si dissolve come se non avesse mai lasciato traccia. Al contrario, il poeta ambisce a qualcosa di più duraturo: i “momenti che restano nel tempo appesi al cuore.” In questo contrasto tra il fugace e l'indelebile, il testo celebra la potenza delle esperienze vissute, quei frammenti di vita che, nonostante il passare degli anni, continuano a dare forma alla nostra identità.

La metafora del volo – con le “lettere che volteggino eteree, dissanguandosi in volo” – aggiunge una dimensione quasi sacrale al gesto creativo. Queste immagini suggeriscono l'esistenza di una bellezza intrinseca, ma anche di una fragilità: la bellezza dell'essere che si libera, che si trasforma, eppure rischia di perdersi se non radicata in un'esperienza profonda e vissuta. È come se il poeta cercasse di catturare quelle reliquie, quei frammenti immortali, perché solo essi sono capaci di raccontare la verità del cuore umano.

Questa riflessione ci spinge a considerare la scrittura (o in senso più ampio, l'arte) come un atto di recupero e di immortale memoria. Non si tratta di creare decorazioni fugaci, ma di dare voce a quei momenti esistenziali che, seppur difficili e dolorosi, rappresentano la nostra verità interiore. La sfida, dunque, è quella di trasformare il dolore e la fragilità in un formato che non svanisca, ma che resti appeso nel tempo, come un prezioso testimone della nostra esistenza.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Non ci siamo occupati molto spesso di Bruce Hornsby malgrado la qualità media, anche medio alta, della sua produzione. Hornsby che ha esordito negli anni ottanta con la sua band Bruce Hornsby & The Range (con il grande successo The Way It Is), ha poi proseguito una carriera come solista, con un trio, con Ricky Skaggst come membro dei Grateful Dead (con cui ha suonato più di cento date, compresi i concerti dello scorso anno, il Fare Thee Well Tour) e con l'attuale band: The Noisemakers... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/bruce-hornsby-noisemakers-rehab-reunion.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/53RqrUd5UprTqAJV7xVtMg

 
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from Transit

(202)

(G1)

Questo post è anche per me, che non ho mai avuto il coraggio di andarmene.

In Giappone li chiamano johatsu, gli “evaporati”. Persone che un giorno decidono di sparire: abbandonano casa, famiglia, lavoro, e scivolano fuori dal radar sociale come gocce che si dissolvono nel vapore. Nessuna tragedia, nessun delitto: semplicemente, svaniscono. Una sparizione volontaria, quasi estetica. Lì dove altri si reinventano con un taglio di capelli o un corso di yoga, loro optano per la scomparsa assoluta.

In un Paese dove l’onore è una valuta e la vergogna un mutuo a tasso fisso, certi fallimenti sono più pesanti della vita stessa. Non si tratta di scappare: si tratta di sottrarsi. In Giappone c’è addirittura un’industria al servizio di chi vuole dissolversi: agenzie specializzate che ti aiutano a cambiare città, nome e bolletta della luce. Un’arte della fuga legalizzata, discreta e organizzata, che da noi avrebbe già prodotto tre talk show e una fiction su Rai 1.

(G2)

E in Italia? Da noi nessuno evapora. Noi ci sciogliamo lentamente, come zucchero in un caffè tiepido. Scompariamo in coda all’INPS, nella nebbia della burocrazia, nei “le faccio sapere” delle aziende. Qui non servono agenzie specializzate: basta la pubblica amministrazione. In Giappone si dileguano per scelta; in Italia per attesa.

L’italiano medio non fugge, si mimetizza. Cambia avatar, non residenza. Si “evapora” sui social, cancellando post e profili, salvo riapparire il giorno dopo per indignarsi con nuova energia. La nostra sparizione è digitale, non fisica: lasciamo una scia di dati, come briciole di pane per chi volesse ritrovarci. Lì, l’anonimato è una forma di liberazione; qui, una pausa fra due selfie.

Forse gli evaporati giapponesi, nel loro silenzio, sono più sinceri di noi. Hanno il coraggio di dire: “Basta. Sparisco.” Mentre noi continuiamo a dire “vado via da questo Paese” da trent’anni, senza mai chiudere la valigia. Forse perché, in fondo, evaporare è una forma d’arte che richiede disciplina — e noi, da bravi italiani, preferiamo la commedia dell’apparire.

Chi lo sa: magari un giorno anche noi impareremo a scomparire con stile. Per ora, ci accontentiamo di tagliare la connessione Wi‑Fi. È già un inizio.

#Blog #Società #Giappone #Opinioni #World

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Sansone andò a Gaza, vide una prostituta e andò da lei. 2Fu riferito a quelli di Gaza: “È venuto Sansone”. Essi lo circondarono, stettero in agguato tutta la notte presso la porta della città e tutta quella notte rimasero quieti, dicendo: “Attendiamo lo spuntar del giorno e allora lo uccideremo”. 3Sansone riposò fino a mezzanotte; a mezzanotte si alzò, afferrò i battenti della porta della città e i due stipiti, li divelse insieme con la sbarra, se li mise sulle spalle e li portò in cima al monte che è di fronte a Ebron. 4In seguito si innamorò di una donna della valle di Sorek, che si chiamava Dalila. 5Allora i prìncipi dei Filistei andarono da lei e le dissero: “Seducilo e vedi da dove proviene la sua forza così grande e come potremmo prevalere su di lui per legarlo e domarlo; ti daremo ciascuno millecento sicli d'argento”. 6Dalila dunque disse a Sansone: “Spiegami da dove proviene la tua forza così grande e in che modo ti si potrebbe legare per domarti”. 7Sansone le rispose: “Se mi si legasse con sette corde d'arco fresche, non ancora secche, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 8Allora i capi dei Filistei le portarono sette corde d'arco fresche, non ancora secche, con le quali lo legò. 9L'agguato era teso in una camera interna. Ella gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. Ma egli spezzò le corde come si spezza un filo di stoppa quando sente il fuoco. Così il segreto della sua forza non fu conosciuto. 10Poi Dalila disse a Sansone: “Ecco, ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; ora spiegami come ti si potrebbe legare”. 11Le rispose: “Se mi si legasse con funi nuove non ancora adoperate, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 12Dalila prese dunque funi nuove, lo legò e gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. L'agguato era teso nella camera interna. Egli ruppe come un filo le funi che aveva alle braccia. 13Poi Dalila disse a Sansone: “Ancora ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; spiegami come ti si potrebbe legare”. Le rispose: “Se tu tessessi le sette trecce della mia testa nell'ordito e le fissassi con il pettine del telaio, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 14Ella dunque lo fece addormentare, tessé le sette trecce della sua testa nell'ordito e le fissò con il pettine, poi gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. Ma egli si svegliò dal sonno e strappò il pettine del telaio e l'ordito. 15Allora ella gli disse: “Come puoi dirmi: “Ti amo”, mentre il tuo cuore non è con me? Già tre volte ti sei burlato di me e non mi hai spiegato da dove proviene la tua forza così grande”. 16Ora, poiché lei lo importunava ogni giorno con le sue parole e lo tormentava, egli ne fu annoiato da morire 17e le aprì tutto il cuore e le disse: “Non è mai passato rasoio sulla mia testa, perché sono un nazireo di Dio dal seno di mia madre; se fossi rasato, la mia forza si ritirerebbe da me, diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 18Allora Dalila vide che egli le aveva aperto tutto il suo cuore, mandò a chiamare i prìncipi dei Filistei e fece dir loro: “Venite, questa volta, perché egli mi ha aperto tutto il suo cuore”. Allora i prìncipi dei Filistei vennero da lei e portarono con sé il denaro. 19Ella lo addormentò sulle sue ginocchia, chiamò un uomo e gli fece radere le sette trecce del capo; cominciò così a indebolirlo e la sua forza si ritirò da lui. 20Allora lei gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. Egli, svegliatosi dal sonno, pensò: “Ne uscirò come ogni altra volta e mi svincolerò”. Ma non sapeva che il Signore si era ritirato da lui. 21I Filistei lo presero e gli cavarono gli occhi; lo fecero scendere a Gaza e lo legarono con una doppia catena di bronzo. Egli dovette girare la macina nella prigione. 22Intanto la capigliatura che gli avevano rasata cominciava a ricrescergli. 23Ora i prìncipi dei Filistei si radunarono per offrire un gran sacrificio a Dagon, loro dio, e per far festa. Dicevano: “Il nostro dio ci ha messo nelle mani Sansone nostro nemico”. 24Quando la gente lo vide, cominciarono a lodare il loro dio e a dire: “Il nostro dio ci ha messo nelle mani il nostro nemico, che devastava la nostra terra e moltiplicava i nostri caduti”. 25Nella gioia del loro cuore dissero: “Chiamate Sansone perché ci faccia divertire!”. Fecero quindi uscire Sansone dalla prigione ed egli si mise a far giochi alla loro presenza. Poi lo fecero stare fra le colonne. 26Sansone disse al servo che lo teneva per la mano: “Lasciami toccare le colonne sulle quali posa il tempio, perché possa appoggiarmi ad esse”. 27Ora il tempio era pieno di uomini e di donne; vi erano tutti i prìncipi dei Filistei e sul terrazzo circa tremila persone fra uomini e donne, che stavano a guardare, mentre Sansone faceva i giochi. 28Allora Sansone invocò il Signore dicendo: “Signore Dio, ricòrdati di me! Dammi forza ancora per questa volta soltanto, o Dio, e in un colpo solo mi vendicherò dei Filistei per i miei due occhi!”. 29Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava il tempio; si appoggiò ad esse, all'una con la destra e all'altra con la sinistra. 30Sansone disse: “Che io muoia insieme con i Filistei!”. Si curvò con tutta la forza e il tempio rovinò addosso ai prìncipi e a tutta la gente che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita. 31Poi i suoi fratelli e tutta la casa di suo padre scesero e lo portarono via; risalirono e lo seppellirono fra Sorea ed Estaòl, nel sepolcro di Manòach suo padre. Egli era stato giudice d'Israele per venti anni.

__________________________ Note

16,1-3 Alle porte di Gaza, un’altra impresa di Sansone. Gaza era una delle cinque città dei Filistei (Gs 13,3). Ebron è circa 60 chilometri a est di Gaza.

16,4 Sorek: si trova nella Sefela, a poca distanza da Sorea.

16,23 Dagon: il nome, che significa “grano”, richiama una divinità agricola di molte zone del Vicino Oriente, compreso Canaan. I Filistei consideravano Dagon come il loro dio (vedi 1Sam 5,2-7).

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Approfondimenti

1-3. Gaza è una delle cinque città della pentapoli filistea, sulla costa. I Filistei temono Sansone e, sapendolo in trappola (le porte della città venivano chiuse di solito all'imbrunire, per essere riaperte all'alba), attendono lo spuntar del giorno per ucciderlo. Sansone invece se ne esce dalla città scardinando gli stipiti (che erano di legno, infissi nel suolo, e che giravano insieme al battente) e portando il tutto con sé «in cima al monte».

4-21. È questo l'episodio più noto della storia di Sansone, riproposto in mille forme e finanche in versione cinematografica, il che ne sottolinea, se ce ne fosse bisogno, gli aspetti non solo folcloristici, popolari, ma anche profondamente e universalmente veri, al di là del dato eclatante. Le scene sono di grande effetto e ben impostate, oltre che sorrette da un motivo usato con grande maestria, che le percorre e risuona sin dall'inizio con enfasi: Sansone «si innamorò» di Dalila (v. 4). A tre scene propedeutiche (vv. 5-8.10-12.13-14), cadenzate con uno stesso ritmo e con tratti ricorrenti, segue – dilatata – una quarta scena (v. 15-21), fatale, tragicamente risolutiva. Al Sansone superdotato e ciecamente innamorato è contrapposto un Sansone al quale sono stati cavati gli occhi, che è legato in catene, ridotto all'impotenza e umiliato.

5. Che i «capi dei Filistei», nientemeno, siano coinvolti direttamente nella vicenda, può suonare strano e inverosimile. Ma quello che conta qui non è la verosimiglianza storica. Il racconto corre su tutt'altra tonalità: quella del prodigioso, del magico (cui è legato il ricorrente numero sette), e soprattutto del femminile come potenza d'irretimento e di accecamento, astuta, fredda, imprevedibile, infida, raffinatamente crudele, disastrosa. Anche sul piano fonetico, il nome di Dalila (l'unico nome di persona che ricorre nel ciclo di Sansone, se si eccettua il padre) sembra contenere tutte queste sfumature.

6-20. In un testo straordinariamente profano, dominato da motivi e termini quali «innamoramento», «amore», «seduzione», e anche «domare», «corde», «trecce», «chioma», «ordito», «agguato», «spezzare», «cuore», «denaro», «forte», «debole», «sonno», «risveglio», ecc., l'osservazione, che vuole essere teologica, «il Signore si era ritirato da lui», è una forzatura. Il redattore che l'ha inserita ha cercato di appropriarsi di questa pagina, che ha un suo messaggio elementare (la disgrazia di un innamoramento sbagliato, specie per un uomo passionale e dotato di forza fisica e istintività più che di intelligenza e matura pacatezza; o, in un'ottica meno maschilista, le squisite doti femminili che possono trasformarsi in armi micidiali), per farla rientrare nel suo schema teologico, che resta importante: la presenza di JHWH è garanzia di forza; quando egli s'allontana, per l'uomo è la fine.

23-31. Dal nostro punto di vista, una delle ambiguità insolubili nel ciclo di Sansone è l'indeterminatezza di confini tra il magico e il soprannaturale. Sansone è nazireo, cioè consacrato a JHWH. Segno di questa consacrazione è la capigliatura non rasata. Nei capelli sta la sua forza (soprannaturale/magica). La rasatura comporta la perdita di questa forza, considerata quasi un elemento fisiologico (cfr. il v. 19: «la sua forza si ritirò da lui»), il che ne accentua l'aspetto magico. Ora (v. 22) si dice che, col crescere dei capelli, torna l'energia prodigiosa. Non pochi esegeti rischiano di cadere nella medesima ambiguità del testo, spiegando che la crescita dei capelli simboleggia il progressivo ritorno a JHWH di Sansone, cosa di cui qui non si parla affatto. È meglio ammettere sinceramente che per Sansone e il narratore delle sue gesta i confini tra il magico e il soprannaturale non sono così chiari. Diciamo anzi che per essi sembrano non esistere. Non esiste perciò nemmeno il problema.

23. Dagon è una divinità agricola (dagan = frumento) delle popolazioni semitiche, che anche i Filistei devono aver fatto propria. Lo scenario è imponente. Nei vv. 23-25 si esaltano abilmente tutti gli aspetti di gioia, festività, spettacolarità, destinati a rendere più impressionante, per contrasto, la catastrofe finale.

28. La dimensione religiosa risulta qui più autentica che nel v. 20b. La preghiera di Sansone può anche essere considerata un vertice di tutto il ciclo. Essa proietta sulla figura dell'eroe e sulla sua impresa finale una luce di grandezza: Sansone incatenato e cieco, nel bel mezzo di una festività pagana, in cui deve comparire come giocoliere schernito, nell'atto di invocare JHWH («Dammi forza per questa volta soltanto»), s'innalza a distruttore del tempio pagano con tutti i suoi cultori e – finalmente – a strumento di JHWH contro la divinità filistea. Con Sansone termina il “libro dei Giudici” vero e proprio.

31. Cfr. Gdc 15,20.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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