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Non ci siamo occupati molto spesso di Bruce Hornsby malgrado la qualità media, anche medio alta, della sua produzione. Hornsby che ha esordito negli anni ottanta con la sua band Bruce Hornsby & The Range (con il grande successo The Way It Is), ha poi proseguito una carriera come solista, con un trio, con Ricky Skaggst come membro dei Grateful Dead (con cui ha suonato più di cento date, compresi i concerti dello scorso anno, il Fare Thee Well Tour) e con l'attuale band: The Noisemakers... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/bruce-hornsby-noisemakers-rehab-reunion.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/53RqrUd5UprTqAJV7xVtMg

 
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from Transit

(202)

(G1)

Questo post è anche per me, che non ho mai avuto il coraggio di andarmene.

In Giappone li chiamano johatsu, gli “evaporati”. Persone che un giorno decidono di sparire: abbandonano casa, famiglia, lavoro, e scivolano fuori dal radar sociale come gocce che si dissolvono nel vapore. Nessuna tragedia, nessun delitto: semplicemente, svaniscono. Una sparizione volontaria, quasi estetica. Lì dove altri si reinventano con un taglio di capelli o un corso di yoga, loro optano per la scomparsa assoluta.

In un Paese dove l’onore è una valuta e la vergogna un mutuo a tasso fisso, certi fallimenti sono più pesanti della vita stessa. Non si tratta di scappare: si tratta di sottrarsi. In Giappone c’è addirittura un’industria al servizio di chi vuole dissolversi: agenzie specializzate che ti aiutano a cambiare città, nome e bolletta della luce. Un’arte della fuga legalizzata, discreta e organizzata, che da noi avrebbe già prodotto tre talk show e una fiction su Rai 1.

(G2)

E in Italia? Da noi nessuno evapora. Noi ci sciogliamo lentamente, come zucchero in un caffè tiepido. Scompariamo in coda all’INPS, nella nebbia della burocrazia, nei “le faccio sapere” delle aziende. Qui non servono agenzie specializzate: basta la pubblica amministrazione. In Giappone si dileguano per scelta; in Italia per attesa.

L’italiano medio non fugge, si mimetizza. Cambia avatar, non residenza. Si “evapora” sui social, cancellando post e profili, salvo riapparire il giorno dopo per indignarsi con nuova energia. La nostra sparizione è digitale, non fisica: lasciamo una scia di dati, come briciole di pane per chi volesse ritrovarci. Lì, l’anonimato è una forma di liberazione; qui, una pausa fra due selfie.

Forse gli evaporati giapponesi, nel loro silenzio, sono più sinceri di noi. Hanno il coraggio di dire: “Basta. Sparisco.” Mentre noi continuiamo a dire “vado via da questo Paese” da trent’anni, senza mai chiudere la valigia. Forse perché, in fondo, evaporare è una forma d’arte che richiede disciplina — e noi, da bravi italiani, preferiamo la commedia dell’apparire.

Chi lo sa: magari un giorno anche noi impareremo a scomparire con stile. Per ora, ci accontentiamo di tagliare la connessione Wi‑Fi. È già un inizio.

#Blog #Società #Giappone #Opinioni #World

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Sansone andò a Gaza, vide una prostituta e andò da lei. 2Fu riferito a quelli di Gaza: “È venuto Sansone”. Essi lo circondarono, stettero in agguato tutta la notte presso la porta della città e tutta quella notte rimasero quieti, dicendo: “Attendiamo lo spuntar del giorno e allora lo uccideremo”. 3Sansone riposò fino a mezzanotte; a mezzanotte si alzò, afferrò i battenti della porta della città e i due stipiti, li divelse insieme con la sbarra, se li mise sulle spalle e li portò in cima al monte che è di fronte a Ebron. 4In seguito si innamorò di una donna della valle di Sorek, che si chiamava Dalila. 5Allora i prìncipi dei Filistei andarono da lei e le dissero: “Seducilo e vedi da dove proviene la sua forza così grande e come potremmo prevalere su di lui per legarlo e domarlo; ti daremo ciascuno millecento sicli d'argento”. 6Dalila dunque disse a Sansone: “Spiegami da dove proviene la tua forza così grande e in che modo ti si potrebbe legare per domarti”. 7Sansone le rispose: “Se mi si legasse con sette corde d'arco fresche, non ancora secche, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 8Allora i capi dei Filistei le portarono sette corde d'arco fresche, non ancora secche, con le quali lo legò. 9L'agguato era teso in una camera interna. Ella gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. Ma egli spezzò le corde come si spezza un filo di stoppa quando sente il fuoco. Così il segreto della sua forza non fu conosciuto. 10Poi Dalila disse a Sansone: “Ecco, ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; ora spiegami come ti si potrebbe legare”. 11Le rispose: “Se mi si legasse con funi nuove non ancora adoperate, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 12Dalila prese dunque funi nuove, lo legò e gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. L'agguato era teso nella camera interna. Egli ruppe come un filo le funi che aveva alle braccia. 13Poi Dalila disse a Sansone: “Ancora ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; spiegami come ti si potrebbe legare”. Le rispose: “Se tu tessessi le sette trecce della mia testa nell'ordito e le fissassi con il pettine del telaio, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 14Ella dunque lo fece addormentare, tessé le sette trecce della sua testa nell'ordito e le fissò con il pettine, poi gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. Ma egli si svegliò dal sonno e strappò il pettine del telaio e l'ordito. 15Allora ella gli disse: “Come puoi dirmi: “Ti amo”, mentre il tuo cuore non è con me? Già tre volte ti sei burlato di me e non mi hai spiegato da dove proviene la tua forza così grande”. 16Ora, poiché lei lo importunava ogni giorno con le sue parole e lo tormentava, egli ne fu annoiato da morire 17e le aprì tutto il cuore e le disse: “Non è mai passato rasoio sulla mia testa, perché sono un nazireo di Dio dal seno di mia madre; se fossi rasato, la mia forza si ritirerebbe da me, diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 18Allora Dalila vide che egli le aveva aperto tutto il suo cuore, mandò a chiamare i prìncipi dei Filistei e fece dir loro: “Venite, questa volta, perché egli mi ha aperto tutto il suo cuore”. Allora i prìncipi dei Filistei vennero da lei e portarono con sé il denaro. 19Ella lo addormentò sulle sue ginocchia, chiamò un uomo e gli fece radere le sette trecce del capo; cominciò così a indebolirlo e la sua forza si ritirò da lui. 20Allora lei gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. Egli, svegliatosi dal sonno, pensò: “Ne uscirò come ogni altra volta e mi svincolerò”. Ma non sapeva che il Signore si era ritirato da lui. 21I Filistei lo presero e gli cavarono gli occhi; lo fecero scendere a Gaza e lo legarono con una doppia catena di bronzo. Egli dovette girare la macina nella prigione. 22Intanto la capigliatura che gli avevano rasata cominciava a ricrescergli. 23Ora i prìncipi dei Filistei si radunarono per offrire un gran sacrificio a Dagon, loro dio, e per far festa. Dicevano: “Il nostro dio ci ha messo nelle mani Sansone nostro nemico”. 24Quando la gente lo vide, cominciarono a lodare il loro dio e a dire: “Il nostro dio ci ha messo nelle mani il nostro nemico, che devastava la nostra terra e moltiplicava i nostri caduti”. 25Nella gioia del loro cuore dissero: “Chiamate Sansone perché ci faccia divertire!”. Fecero quindi uscire Sansone dalla prigione ed egli si mise a far giochi alla loro presenza. Poi lo fecero stare fra le colonne. 26Sansone disse al servo che lo teneva per la mano: “Lasciami toccare le colonne sulle quali posa il tempio, perché possa appoggiarmi ad esse”. 27Ora il tempio era pieno di uomini e di donne; vi erano tutti i prìncipi dei Filistei e sul terrazzo circa tremila persone fra uomini e donne, che stavano a guardare, mentre Sansone faceva i giochi. 28Allora Sansone invocò il Signore dicendo: “Signore Dio, ricòrdati di me! Dammi forza ancora per questa volta soltanto, o Dio, e in un colpo solo mi vendicherò dei Filistei per i miei due occhi!”. 29Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava il tempio; si appoggiò ad esse, all'una con la destra e all'altra con la sinistra. 30Sansone disse: “Che io muoia insieme con i Filistei!”. Si curvò con tutta la forza e il tempio rovinò addosso ai prìncipi e a tutta la gente che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita. 31Poi i suoi fratelli e tutta la casa di suo padre scesero e lo portarono via; risalirono e lo seppellirono fra Sorea ed Estaòl, nel sepolcro di Manòach suo padre. Egli era stato giudice d'Israele per venti anni.

__________________________ Note

16,1-3 Alle porte di Gaza, un’altra impresa di Sansone. Gaza era una delle cinque città dei Filistei (Gs 13,3). Ebron è circa 60 chilometri a est di Gaza.

16,4 Sorek: si trova nella Sefela, a poca distanza da Sorea.

16,23 Dagon: il nome, che significa “grano”, richiama una divinità agricola di molte zone del Vicino Oriente, compreso Canaan. I Filistei consideravano Dagon come il loro dio (vedi 1Sam 5,2-7).

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Approfondimenti

1-3. Gaza è una delle cinque città della pentapoli filistea, sulla costa. I Filistei temono Sansone e, sapendolo in trappola (le porte della città venivano chiuse di solito all'imbrunire, per essere riaperte all'alba), attendono lo spuntar del giorno per ucciderlo. Sansone invece se ne esce dalla città scardinando gli stipiti (che erano di legno, infissi nel suolo, e che giravano insieme al battente) e portando il tutto con sé «in cima al monte».

4-21. È questo l'episodio più noto della storia di Sansone, riproposto in mille forme e finanche in versione cinematografica, il che ne sottolinea, se ce ne fosse bisogno, gli aspetti non solo folcloristici, popolari, ma anche profondamente e universalmente veri, al di là del dato eclatante. Le scene sono di grande effetto e ben impostate, oltre che sorrette da un motivo usato con grande maestria, che le percorre e risuona sin dall'inizio con enfasi: Sansone «si innamorò» di Dalila (v. 4). A tre scene propedeutiche (vv. 5-8.10-12.13-14), cadenzate con uno stesso ritmo e con tratti ricorrenti, segue – dilatata – una quarta scena (v. 15-21), fatale, tragicamente risolutiva. Al Sansone superdotato e ciecamente innamorato è contrapposto un Sansone al quale sono stati cavati gli occhi, che è legato in catene, ridotto all'impotenza e umiliato.

5. Che i «capi dei Filistei», nientemeno, siano coinvolti direttamente nella vicenda, può suonare strano e inverosimile. Ma quello che conta qui non è la verosimiglianza storica. Il racconto corre su tutt'altra tonalità: quella del prodigioso, del magico (cui è legato il ricorrente numero sette), e soprattutto del femminile come potenza d'irretimento e di accecamento, astuta, fredda, imprevedibile, infida, raffinatamente crudele, disastrosa. Anche sul piano fonetico, il nome di Dalila (l'unico nome di persona che ricorre nel ciclo di Sansone, se si eccettua il padre) sembra contenere tutte queste sfumature.

6-20. In un testo straordinariamente profano, dominato da motivi e termini quali «innamoramento», «amore», «seduzione», e anche «domare», «corde», «trecce», «chioma», «ordito», «agguato», «spezzare», «cuore», «denaro», «forte», «debole», «sonno», «risveglio», ecc., l'osservazione, che vuole essere teologica, «il Signore si era ritirato da lui», è una forzatura. Il redattore che l'ha inserita ha cercato di appropriarsi di questa pagina, che ha un suo messaggio elementare (la disgrazia di un innamoramento sbagliato, specie per un uomo passionale e dotato di forza fisica e istintività più che di intelligenza e matura pacatezza; o, in un'ottica meno maschilista, le squisite doti femminili che possono trasformarsi in armi micidiali), per farla rientrare nel suo schema teologico, che resta importante: la presenza di JHWH è garanzia di forza; quando egli s'allontana, per l'uomo è la fine.

23-31. Dal nostro punto di vista, una delle ambiguità insolubili nel ciclo di Sansone è l'indeterminatezza di confini tra il magico e il soprannaturale. Sansone è nazireo, cioè consacrato a JHWH. Segno di questa consacrazione è la capigliatura non rasata. Nei capelli sta la sua forza (soprannaturale/magica). La rasatura comporta la perdita di questa forza, considerata quasi un elemento fisiologico (cfr. il v. 19: «la sua forza si ritirò da lui»), il che ne accentua l'aspetto magico. Ora (v. 22) si dice che, col crescere dei capelli, torna l'energia prodigiosa. Non pochi esegeti rischiano di cadere nella medesima ambiguità del testo, spiegando che la crescita dei capelli simboleggia il progressivo ritorno a JHWH di Sansone, cosa di cui qui non si parla affatto. È meglio ammettere sinceramente che per Sansone e il narratore delle sue gesta i confini tra il magico e il soprannaturale non sono così chiari. Diciamo anzi che per essi sembrano non esistere. Non esiste perciò nemmeno il problema.

23. Dagon è una divinità agricola (dagan = frumento) delle popolazioni semitiche, che anche i Filistei devono aver fatto propria. Lo scenario è imponente. Nei vv. 23-25 si esaltano abilmente tutti gli aspetti di gioia, festività, spettacolarità, destinati a rendere più impressionante, per contrasto, la catastrofe finale.

28. La dimensione religiosa risulta qui più autentica che nel v. 20b. La preghiera di Sansone può anche essere considerata un vertice di tutto il ciclo. Essa proietta sulla figura dell'eroe e sulla sua impresa finale una luce di grandezza: Sansone incatenato e cieco, nel bel mezzo di una festività pagana, in cui deve comparire come giocoliere schernito, nell'atto di invocare JHWH («Dammi forza per questa volta soltanto»), s'innalza a distruttore del tempio pagano con tutti i suoi cultori e – finalmente – a strumento di JHWH contro la divinità filistea. Con Sansone termina il “libro dei Giudici” vero e proprio.

31. Cfr. Gdc 15,20.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[provetecniche]

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from L' Alchimista Digitale

Correva l'anno 1984

C’è qualcosa di disturbante nell’attualità di 1984. Come se quel romanzo, scritto in fretta e furia da un uomo malato e disilluso, avesse trovato nel nostro presente il terreno più fertile. George Orwell non aveva una sfera di cristallo, eppure ha previsto, con una lucidità disarmante, il nostro tempo. Non tanto nei dettagli tecnici – i teleschermi oggi li portiamo in tasca, e li chiamiamo smartphone – ma nello spirito. Nella sottile, vischiosa manipolazione che permea la vita sociale e politica. E che, spesso, non si vede. Perché il miglior controllo è quello che non appare come tale. Quando lessi 1984 la prima volta ero un ragazzo curioso, un po’ inquieto. Mi sembrava un libro estremo, iperbolico. Un incubo distopico utile a stimolare il pensiero critico, certo, ma lontano dalla realtà. Rileggendolo oggi, con anni di esperienza nel mondo digitale e nel sistema dell’informazione, mi rendo conto che Orwell ha fatto molto più di scrivere un romanzo: ha consegnato al mondo una mappa per orientarsi nella nebbia della propaganda. La forza di 1984 non sta solo nella trama – i tre superstati, la guerra infinita, la neolingua, il Ministero dell’Amore – ma nella rappresentazione del potere come manipolazione sistemica della realtà. “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.” È questa frase a tremare ancora oggi nei palazzi del potere, nei social media, nei tg patinati. Ma cos’è oggi la manipolazione? È molto più sottile rispetto al totalitarismo che Orwell descriveva. Non serve più spezzare le ossa, basta confondere le menti. Non si bruciano libri, si annegano i lettori in un mare di contenuti inutili. Non si censura con la forza, si distraggono le coscienze. Un click dopo l’altro, un like dopo l’altro. Eppure, la vera manipolazione non avviene solo dall’alto. Oggi siamo anche noi i piccoli fratelli di noi stessi. Ci autocensuriamo, ci esponiamo, ci mettiamo in vetrina, rinunciando in cambio a quello che un tempo era un diritto: la privacy. La sorveglianza è diventata desiderabile. Il controllo si traveste da comodità. Le nostre emozioni vengono profilate, i nostri gusti analizzati, i nostri desideri anticipati da algoritmi invisibili e spietati. Questo è il Grande Fratello 2.0: non impone, seduce. Ho sempre pensato che Orwell fosse, in fondo, un moralista laico. Un uomo che credeva nella dignità dell’essere umano, ma che non si faceva illusioni. Non era un profeta, era un osservatore impietoso. E, forse per questo, ancora più credibile. Aveva visto i totalitarismi del Novecento, la devastazione delle guerre, la fragilità delle democrazie. E ci ha lasciato un monito: attenzione, tutto può essere piegato. Anche la verità. Nel mio piccolo, vivendo in un’epoca di fake news, di bolle digitali, di manipolazione emotiva permanente, sento il bisogno di ribadire un principio semplice: la realtà non può essere delegata agli algoritmi. La verità, se esiste, va cercata con fatica. Nessun sistema ci renderà più liberi se non coltiviamo la nostra capacità di dubitare. Di osservare. Di disobbedire, quando serve. Oggi 1984 è più che un libro. È una chiave per decifrare la modernità. Lo si trova in classifica da anni, nelle biblioteche scolastiche e nei carrelli digitali degli store online. Ma temo che spesso lo si legga senza comprenderne la carica eversiva. 1984 non è un testo da studiare, è un’arma da usare. Un libro da tenere accanto come una bussola morale, una cartina tornasole del potere e delle sue ombre. Se mi chiedessero quale sia il punto più inquietante del romanzo, non direi la tortura, né la guerra, né la sorveglianza. Direi la riscrittura della memoria. L’idea che si possa cancellare ciò che è stato. Che si possa convincere qualcuno che due più due fa cinque, se solo si esercita abbastanza pressione. Questo è il vero crimine: togliere agli individui la possibilità di pensare da sé. E allora, ogni tanto, provo a chiedermi: quanto siamo già dentro quel mondo? Quanto tempo manca perché anche l’ultimo spazio di dissenso venga sterilizzato? Ma, soprattutto: siamo ancora in grado di riconoscere la verità quando la incontriamo? Orwell è morto nel 1950. Ma la sua voce, ironica, dura, tagliente, risuona più viva che mai. Sta a noi decidere se ascoltarla davvero, o archiviarla come l’ennesima “lettura consigliata”. Ma, ricordiamolo: il potere non è un mezzo, è un fine. Il potere è di infliggere dolore e umiliazione. Il potere è nel far a pezzi lo spirito umano e poi ricomporlo nella forma che si vuole. Leggere 1984 oggi non è un esercizio letterario. È un atto di resistenza. Personalmente, 1984 ha smesso da tempo di essere “solo un romanzo”. È diventato un filtro attraverso cui guardo ciò che accade attorno a me. È il pensiero che mi scatta quando vedo certe campagne mediatiche costruite ad arte, quando sento parole svuotate del loro significato, quando la verità si riduce a un’opinione con più like delle altre. Mi ha insegnato a non accettare nulla per scontato, nemmeno me stesso. Scrivendo questo articolo, ho avvertito un senso di urgenza. Non perché tema che il Grande Fratello stia arrivando. Ma perché temo che ci stia piacendo troppo. E questa, forse, è la più grande vittoria dell’inganno: farci credere di essere liberi mentre stiamo stringendo da soli le catene. George Orwell mi ha insegnato a dubitare con dignità. A pensare con la mia testa. A vedere la manipolazione anche dove si traveste da buone intenzioni. E mi ha ricordato, sempre, che l’unico vero atto rivoluzionario resta questo: dire la verità. Anche quando fa male. Soprattutto quando fa male.

 
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from La biblioteca di Amarganta

A come ... Atreiu (con la I)

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera A, creatore Antonio Basioli

Atreiu si scrive con la I.

Non lo dico per questioni politiche, ma perché è così che l'edizione italiana del libro lo riporta. Non è cosa conosciuta ai più il fatto che durante la scrittura del romanzo Michael Ende e sua moglie Ingeborg vivessero in Italia, a Genzano vicino a Roma. L'autore ebbe infatti occasione di lavorare a stretto contatto con la traduttrice italiana Amina Pandolfi, superviosandone il lavoro e curando la resa italiana dei nomi. In questo blog il nome di Atreiu sarà sempre scritto all'italiana, in modo da rendere omaggio e essere rispettoso del lavoro di Ende e Pandolfi e della loro cura messa nella resa italiana dell'intera opera.

Un nome solo, tante scritture

La resa più famosa del nome (Atreyu), anche in Italia – ma attualmente più per motivi politici che per altro – non è quella originale tedesca, ed è molto probabile che sia stata resa nota dal film del 1984. Nell'edizione tedesca il nome del giovane guerriero è scritto infatti Atréju, mentre in quella francese Atreju. In ogni caso la pronuncia di ognuna di queste versioni risulta simile.

Mi piace pensare che tutte queste siano semplicemente la trascrizione nelle varie lingue di un nome “straniero”. Un nome non terrestre ma fantasiano ... o (per la precisione) di un nome in lingua Pelleverde!

Chi è Atreiu, nel libro?

Nel film, Atreiu è il rappresentate del suo popolo (chiamato nel film semplicemente cacciatori del bufalo purpureo) ed è presente nel momento in cui il medico dell'imperatrice Cairone lo indica come la persona destinata a trovare una cura per l'Infanta Imperatrice.

Nel libro, le cose avvengono diversamente. È invece Cairone (per Ende un centauro zebrato di colore) a doversi prima recare da presso il popolo Pelleverde per trovare Atreiu e potergli consegnare AURYN iniziandolo alla “Grande Ricerca”. Come nel film, anche nel libro Cairone rimane sorpreso dalla giovane età di Atreiu, ma in quest'occasione vengono dati altri dettagli sul personaggio che nel film sono stati omessi o (leggermente alterati).

Il primo dettaglio (e forse più importante) è il significato del nome in lingua pelleverde: Il figlio di tutti. Atreiu non ha genitori o parenti in senso comune. Non ha un cognome come gli hobbit oppure un patronimico come Aragon o Legolas. Rimasto orfano prima di avere un nome, tutta la tribù è stata la sua famiglia! Potremmo definirlo in termini moderni come il figlio di una famiglia allargata.

Ma c'è un altro elemento importante in questo. Ende compie consciamente una mossa in aperto contrasto con il topos della mitologia – lo stesso che lui aveva utilizzato con il personaggio di Jim Bottone. Solitamente l'eroe orfano tradizionale (Harry Potter, Mosè, Superman ...) scopre sempre di essere legato a una stirpe nascosta: la sua redenzione passa sempre attraverso la scoperta del suo lignaggio.

Atreiu, invece, non ha alcuna stirpe da scoprire. La sua identità si trova in quella che già possiede, nell'essere il figlio di tutta una comunità. Il Figlio di tutti. Non è un eroe che scopre di essere speciale perché viene da qualcuno di importante, ma uno che agisce perché responsabile verso la comunità che lo ha cresciuto.

Il secondo dettaglio assente dal film è il perché della sua giovane età. Oltre a essere una specie di alter-ego in cui Bastiano possa immedesimarsi, il libro specifica che per la sua tribù Atreiu è ancora un bambino. Non ha ancora ucciso neanche un bufalo purpureo, rito di passaggio della cultura Pelleverde. Nel film invece, quando Cairone non crede che sia lui il prescelto indicato dall'imperatrice, Atreiu invece risponde con sicurezza “Torno più che volentieri a cacciare il bufalo purpureo”, suggerendo quindi un'esperienza che ancora non ha.

E proprio questa sua innocenza di sangue lo rende la persona più adatta a portare AURYN e farsi carico della responsabilità più grande: la neutralità assoluta. Durante il viaggio Atreiu non dovrà giudicare chi incontrerà nel suo viaggio e o intervenire nelle loro vicende. Come dice Cairone con disarmente chiarezza:

Tutto deve essere uguale per te, il Bene e il Male, il Bello e il Brutto, la Stupidità e la Saggezza

Ancora una volta, Ende rovescia l'aspettativa. Atreiu non è scelto perché è un iniziato, perché è forte o cela dentro di sé un potere segreto. Ma perché è ancora innocente! La sua missione non comprende il portare giustizia o ingiustizia, bensì l'astenersi dal farlo.

Atreiu è un eroe vulnerabile, non solo per l'età. Nel romanzo, Atreiu parte esposto. Non ha pantaloni di pelle e un mantello, ma parte per la sua ricerca a torso nudo e senza le sue armi (arco e frecce). E non solo! È un eroe che alla fine si scopre condannato al fallimento fin dall'inizio: nel corso della sua avventura non solo perderà per sempre (a differenza del film) il fedele cavallo Artax, ma sarà avvelenato dalla mostruosa Ygramul e alla fine realizzerà di non poter materialmente compiere la sua missione perché (SPOILER) solo facendosi fagocitare e corrompere dal Nulla i fantasiani possono raggiungere la Terra (il “mondo di fuori”), ma a costo della loro identità.

Atreiu e Bastiano: due facce della stessa medaglia

L'innocenza di Atreyu lo rende idoneo alla sua missione, ma lo condanna. In modi diversi questa sarà la stessa cosa che si vedrà successivamente con Bastiano, quando questi entrerà in Fantasìa e come Atreiu rischierà di perdere sé stesso nella sua avventura, proprio per via della sua innocenza di bambino.

Atreiu e Bastiano (forse non a caso i loro nomi iniziano con le prime due lettere dell'alfabeto) sono due facce della stessa medaglia, complementari come i serpenti di AURYN! Non è un caso se nella Porta dello Specchio, il Vero Io riflesso di Atreiu sia proprio Bastiano. I due sono speculari: Atreiu ha tutte le qualità (anche idealizzate) che Bastiano non sente di possedere: non solo il coraggio e un corpo magro e atletico, ma anche una grande famiglia che lo ama. Se Atreiu è letteralmente figlio di tutti, mentre dopo la morte della madre e il deteriorarsi del rapporto con il padre Bastiano si sente figlio di nessuno. Ma dove uno (proprio Atreiu, l'eroe del mondo fantastico) non può varcare i confini fra i due mondi e risanarli l'altro può, e non solo una ma due volte!

Ma (come dice lo stesso Ende) questa è un'altra storia e si dovrà raccontare un'altra volta.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Latitante di ‘ndrangheta arrestato in una operazione congiunta da Carabinieri, la Polizia Cantonale di Zurigo e la Polizia federale elvetica

La Polizia Cantonale di Zurigo in collaborazione con la Polizia Federale elvetica, su indicazione del Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri (ROS), ha arrestato il latitante Bruno Vitale, considerato appartenente alla cosca di ndrangheta Gallace di Guardavalle (Catanzaro).

L’attività si inserisce nell’ambito dell’indagine “Ostro-Amaranto” dei Carabinieri del ROS, attraverso la quale è stata ricostruita, a livello di gravità indiziaria, l’operatività della locale di ‘ndrangheta di Guardavalle, attiva nel Soveratese e con ramificazione nel Centro-Nord Italia.

L’indagine, conclusa a gennaio dello scorso anno, ha visto l’esecuzione di misura cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Catanzaro, su richiesta della locale DDA (Direzione Distrettuale Antimafia), nei confronti di 44 persone ritenute responsabili di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione di tipo mafioso, voto di scambio politico mafioso, procurata inosservanza di pena, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, detenzione, porto in luogo pubblico e traffico, pure internazionale, di armi, anche da guerra, nonché di materiale esplodente, aggravati dal metodo mafioso.

La cattura del latitante costituisce il culmine di un’ attività di ricerca posta in essere dai Carabinieri del ROS. Sotto la direzione e il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, con il supporto dell’Unità I-CAN (Interpol Cooperation Against Ndrangheta) e in stretta collaborazione con i Reparti Investigativi della Polizia Federale Svizzera, nonché con quelli della Polizia Cantonale di Svitto e di Zurigo diretti e coordinati dall’Ufficio Federale di Giustizia Svizzero e Ministero Pubblico della Confederazione Elvetica, mediante attività tecniche e servizi di osservazione e pedinamento, anche transfrontaliero, si è localizzato il ricercato all’interno di un’abitazione di Wetzikon, cittadina del cantone di Zurigo.

Vitale è stato momentaneamente ristretto presso un carcere elvetico in attesa di essere estradato in Italia, dovrà rispondere non solo delle accuse di partecipazione all’associazione mafiosa e possesso di armi contestategli nell’operazione “Ostro-Amaranto”, ma anche di reati concernenti il traffico internazionale di sostanze stupefacenti contestategli con la misura cautelare dell’operazione “Kleopatra” a cui era sfuggito lo scorso maggio.

#carabinieri #armadeicarabinieri #ros #ICAN #ndrangheta #PoliziaCantonaleZurigo #Polizia federale elvetica #latitante

 
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from Transit

(201)

(GM1)

Facciamo il punto sul lavoro del Governo Meloni. Tanto per essere chiari.

Il governo #Meloni aveva promesso la rivoluzione, si è presentato con lo slogan “Pronti a risollevare l’Italia” e per ora ha risollevato soprattutto le aspettative tradite. In campagna elettorale si parlava di “taglio delle tasse”, “riduzione della pressione fiscale”, flat tax estesa alle partite IVA fino a 100 mila euro e progressiva eliminazione dell’Irap, il tutto condito dal ritornello sulle famiglie schiacciate dal fisco. A distanza di anni, i numeri raccontano una storia lievemente diversa dalle conferenze stampa: la pressione fiscale è cresciuta, toccando il 42,5 per cento nel 2024, e le tanto sbandierate rivoluzioni fiscali sono rimaste un genere letterario.

La leggendaria flat tax “per tutti” non si è vista, se non in forma di annunci evaporati tra un vertice di maggioranza e una nota del #MEF. L’estensione promessa alle partite IVA fino a 100 mila euro è stata rinviata, limata, poi discretamente accantonata nelle ultime manovre, mentre ci si è dedicati a piccoli ritocchi spacciati per “svolta epocale”. Nel frattempo il grande riordino delle detrazioni ha prodotto un aumento di gettito a regime, con tagli che colpiscono anche famiglie e contribuenti medio‑alti: altro che liberazione fiscale, sembra più una stretta travestita da riforma coraggiosa.

Capitolo carburanti, ovvero l’epica saga delle accise. Dall’opposizione Meloni e soci ripetevano che le accise sui carburanti andavano progressivamente abolite, come se bastasse un cambio di governo perché il pieno costasse magicamente la metà. Una volta arrivati a Palazzo Chigi, improvvisamente si è scoperto che il bilancio dello Stato non si regge sugli slogan: il piano strutturale concordato con Bruxelles prevede un graduale aumento delle accise sul gasolio per allinearle alla benzina, mentre si procede a un robusto disboscamento delle detrazioni fiscali per circa 7 miliardi l’anno. Il risultato è che chi faceva il pieno sognando “meno tasse” oggi paga di più e ha pure meno margini di detrazione, ma può sempre consolarsi con un post su X in cui gli spiegano che la colpa è dell’Europa, del passato, del destino cinico e baro, mai delle scelte del governo.

(GM2)

Sul fronte sociale, il racconto era quello della difesa del ceto medio e della “dignità del lavoro”, con promesse di rilancio dello Stato sociale e di un grande investimento nella sanità pubblica. Peccato che, nella realtà, l’Italia nel 2024 destini alla sanità circa il 6,3 per cento del PIL, sotto la media OCSE ed europea, mentre i cittadini fanno la fila mesi per una visita o scivolano nel privato a pagamento. Il governo rivendica “record di risorse” stanziate, ma si dimentica di aggiungere che l’aumento nominale serve in gran parte solo a inseguire l’inflazione, lasciando il servizio sanitario in cronico affanno e sempre più lontano dalla retorica della “sanità per tutti”.

Se si allarga lo sguardo all’insieme del programma del centrodestra, il quadro diventa quasi didattico. Un’analisi su cento impegni chiave mostra che solo poco più di una ventina possono dirsi compiutamente realizzati, mentre il resto è in sospeso, annacquato o francamente tradito.

In teoria doveva essere la stagione della riscossa nazionale; in pratica è diventata la stagione del “non abbiamo potuto”, “ci hanno impedito”, “non è colpa nostra”, mentre le famiglie fanno i conti con tasse non più leggere, servizi non più efficienti e un futuro che assomiglia terribilmente al passato.

Le promesse mancate del governo Meloni non sono incidenti: sono il vero progetto politico, dove la propaganda viene mantenuta con rigore assoluto e la realtà può tranquillamente arrangiarsi.

#Blog #Politica #Economia #Italia #GovernoMeloni #Opinioni

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Bello il titolo e ancor più bello il disco di Peter Wolf “Midnight Souvenirs“. Non si può certamente dire che il nostro sessantaquattrenne cantautore non abbia rispettato il motto di “pochi ma buoni” perché infatti nei venticinque anni di carriera musicale la sua produzione discografica non ha riempito i scaffali dei negozi di dischi e neanche le tasche della sue case discografiche. Ha inciso infatti solo sette album, l’ultimo “Sleepless” risale a otto anni fa ed è considerato tra i primi 500 album di tutti i tempi per la rivista Rolling Stones... https://www.silvanobottaro.it/archives/4038


Ascolta il disco: https://youtu.be/tv0l5OH6XeA?si=3_YD30t_HOZwpdqy


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Dopo qualche tempo, nei giorni della mietitura del grano, Sansone andò a visitare sua moglie, le portò un capretto e disse: “Voglio entrare da mia moglie nella camera”. Ma il padre di lei non gli permise di entrare 2e gli disse: “Credevo proprio che tu l'avessi presa in odio e perciò l'ho data al tuo compagno; la sua sorella minore non è più bella di lei? Prendila dunque al suo posto”. 3Ma Sansone rispose loro: “Questa volta non sarò colpevole verso i Filistei, se farò loro del male”. 4Sansone se ne andò e catturò trecento volpi; prese delle fiaccole, legò coda a coda e mise una fiaccola fra le due code. 5Poi accese le fiaccole, lasciò andare le volpi per i campi di grano dei Filistei e bruciò i covoni ammassati, il grano ancora in piedi e perfino le vigne e gli oliveti. 6I Filistei chiesero: “Chi ha fatto questo?”. La risposta fu: “Sansone, il genero dell'uomo di Timna, perché costui gli ha ripreso la moglie e l'ha data al compagno di lui”. I Filistei salirono e bruciarono tra le fiamme lei e suo padre. 7Sansone disse loro: “Poiché agite in questo modo, io non la smetterò finché non mi sia vendicato di voi”. 8Li sbatté uno contro l'altro, facendone una grande strage. Poi scese e si ritirò nella caverna della rupe di Etam. 9Allora i Filistei vennero, si accamparono in Giuda e fecero una scorreria fino a Lechì. 10Gli uomini di Giuda dissero loro: “Perché siete venuti contro di noi?”. Quelli risposero: “Siamo venuti per legare Sansone, per fare a lui quello che ha fatto a noi”. 11Tremila uomini di Giuda scesero alla caverna della rupe di Etam e dissero a Sansone: “Non sai che i Filistei dominano su di noi? Che cosa ci hai fatto?”. Egli rispose loro: “Quello che hanno fatto a me, io l'ho fatto a loro”. 12Gli dissero: “Siamo scesi per legarti e metterti nelle mani dei Filistei”. Sansone replicò loro: “Giuratemi che non mi colpirete”. 13Quelli risposero: “No; ti legheremo soltanto e ti metteremo nelle loro mani, ma certo non ti uccideremo”. Lo legarono con due funi nuove e lo trassero su dalla rupe. 14Mentre giungeva a Lechì e i Filistei gli venivano incontro con grida di gioia, lo spirito del Signore irruppe su di lui: le funi che aveva alle braccia divennero come stoppini bruciacchiati dal fuoco e i legacci gli caddero disfatti dalle mani. 15Trovò allora una mascella d'asino ancora fresca, stese la mano, l'afferrò e uccise con essa mille uomini. 16Sansone disse: “Con una mascella d'asino, li ho ben macellati! Con una mascella d'asino, ho colpito mille uomini!“. 17Quand'ebbe finito di parlare, gettò via la mascella; per questo, quel luogo fu chiamato Ramat-Lechì. 18Poi ebbe gran sete e invocò il Signore dicendo: “Tu hai concesso questa grande vittoria per mezzo del tuo servo; ora dovrò morire di sete e cadere nelle mani dei non circoncisi?”. 19Allora Dio spaccò la roccia concava che è a Lechì e ne scaturì acqua. Sansone bevve, il suo spirito si rianimò ed egli riprese vita. Perciò quella fonte fu chiamata En-Kore: essa esiste a Lechì ancora oggi. 20Sansone fu giudice d'Israele, al tempo dei Filistei, per venti anni.

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Approfondimenti

1-8. Il brano presenta una serie di azioni e reazioni in maniera rapida e stringata: il suocero rifiuta a Sansone, desideroso di accostare la moglie, l'accesso a lei, vv. 1-2; Sansone reagisce dando fuoco ai campi dei Filistei, vv. 3-5. I Filistei sembrano dar ragione a Sansone e puniscono suo suocero incendiandogli la casa; anche la moglie di Sansone trova la morte; Sansone, che evidentemente è ancora innamorato della moglie, si vendica contro i Filistei e fa una carneficina,

7-8. Il motivo della vendetta domina il brano. C'è anche la tendenza ad allargare la vicenda familiare di Sansone, per conferirle una dimensione quanto meno tribale. Una volta placatosi, il nostro eroe si ritira a vivere in una caverna.

9-20. Anche in questo brano si ha un'azione dei Filistei, vv. 9-13, e la consueta reazione di Sansone. I due momenti però qui sono molti più sviluppati e in crescendo. Si amplia il raggio d'influenza di Sansone. Fino ad ora era stata coinvolta solo la piccola tribù di Dan. Ora entra in campo la tribù di Giuda, abitante la catena montagnosa che si trova alle spalle del territorio danita. A quanto pare, Giuda intende conservare rapporti non bellicosi con i Filistei, dà ragione a costoro e consegna Sansone legato. Sansone, investito dallo spirito di JHWH (v. 14), prima spezza le funi, poi con una mascella d'asino elimina un grande numero di Filistei. Le cifre, qui come lungo tutto il ciclo di Sansone, sono iperboliche. Si nota però un'intenzionale crescendo nella presentazione del vigore fisico del protagonista. Il motivo delle funi spezzate sarà ripreso e diventerà centrale nel capitolo seguente.

20. Il v. ha valore conclusivo. La notizia è ripetuta in 16,31b. Forse qui è dovuta a un redattore che, considerando indecorosa la morte di Sansone, volle eliminarne il racconto e terminare qui la storia delle gesta dell'eroe.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from La biblioteca di Amarganta

Iniziamo il viaggio ... dal Titolo

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera &, creatore Antonio Basioli

Esiste un libro che tutti conoscono e che pochissimi hanno letto. È un classico del fantasy di cui sono molto più quelli che hanno visto i film.

No! Non stiamo parlando del Signore degli Anelli del professor Tolkien, ma de La Storia Infinita di Michael Ende.

Tutti lo conoscono, ma pochi lo hanno letto. E molti si fermano al film. Un film che lo stesso Ende disconobbe. Un film che malgrado il messaggio edificante, una canzone memorabile e bellissimi animatronici appiattisce quello che Ende voleva dire veramente. Cosa il Nulla veramente significasse e (sopratutto) su cosa il Nulla effettivamente facesse agli abitanti di Fantasìa!

Perché sì il Nulla per Ende non è una forza che semplicemente consuma, ma (SPOILER) bensì una che corrompe, non dissimile dai Signori Grigi del suo altro successo Momo, ma ... ci torneremo su questo!

Il titolo che ho scelto per questo blog fa riferimento poi a un luogo che nei tre film degli anni '80-'90 non è mai apparso: la Biblioteca di Amarganta, cioè la Biblioteca della Città D'Argento (se avete visto anche La Storia Infinita 2 forse la conoscete), oltre a richiamare la famosa Biblioteca di Alessandria!

La biblioteca è il luogo di una scena molto importante che rivela un aspetto fondamentale del world-building Endeliano e che lo rende anomalo rispetto a tutti quelli che conosciamo. Un mondo dove spazio e tempo non sono quelli che noi conosciamo! Si tratta della scena dove si capisce che Fantasìa non è il mondo di una storia fantastica, bensì il mondo delle storie fantastiche. Perché una storia può essere nuova e parlare di tempi lontanissimi!

E come la biblioteca è il posto dove i lettori veramente conoscono e capiscono Fantasìa, questo blog vuole fare lo stesso. Perché Fantasìa non è comprensibile senza conoscere i suoi luoghi, i suoi personaggi e i suoi visitatori.

Atreiu (con la I mi raccomando!), Bastiano (sì all'italiana!), il fortunadrago Fùcur, l'Infanta Imperatrice, Xayde, Mork e i Bisolitari ... in questo viaggio li vedremo e li incontreremo tutti, in un viaggio che (al pari dei capitoli del libro) seguirà l'ordine alfabetico delle 26 lettere e che ci farà conoscere anche il pensiero del suo autore!

Siete pronti a cominciare?

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Tramite la sbornia ecologista in compagnia dei giovani Promise Of The Real inaugurata da “Monsanto Years” (2015) e tradotta live dal doppio “Earth” (2016) e, soprattutto, un eccellente tour che ha toccato anche l’Italia, Neil Young ha confermato che una buona fetta della sua tarda parte di carriera ha preso la piega dell’attivismo. Così, il di poco successivo “Peace Trail”, stavolta creato soltanto con due sessionmen di sezione ritmica (uno scafato, Jim Keltner, e uno relativamente nuovo, Paul Bushnell), riattiva anche le sinapsi delle sorti del vivere associato con un approfondimento a tutto campo (discriminazioni, crisi, ritratti di antieroi etc)... https://artesuono.blogspot.com/2016/12/neil-young-peace-trail-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/20Kfu8nG8cbCsxSexSFfbV


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Sansone scese a Timna, e a Timna vide una donna tra le figlie dei Filistei. 2Tornato a casa, disse al padre e alla madre: “Ho visto a Timna una donna, una figlia dei Filistei; prendetemela in moglie”. 3Suo padre e sua madre gli dissero: “Non c'è una donna tra le figlie dei tuoi fratelli e in tutto il nostro popolo, perché tu vada a prenderti una moglie tra i Filistei non circoncisi?”. Ma Sansone rispose al padre: “Prendimi quella, perché mi piace”. 4Suo padre e sua madre non sapevano che questo veniva dal Signore, il quale cercava un motivo di scontro con i Filistei. In quel tempo i Filistei dominavano Israele. 5Sansone scese con il padre e con la madre a Timna; quando furono giunti alle vigne di Timna, ecco un leoncello venirgli incontro ruggendo. 6Lo spirito del Signore irruppe su di lui, ed egli, senza niente in mano, squarciò il leone come si squarcia un capretto. Ma di ciò che aveva fatto non disse nulla al padre e alla madre. 7Scese dunque, parlò alla donna e questa gli piacque. 8Dopo qualche tempo tornò per prenderla e uscì dalla strada per vedere la carcassa del leone: ecco, nel corpo del leone c'era uno sciame d'api e del miele. 9Egli ne prese nel cavo delle mani e si mise a mangiarlo camminando. Quand'ebbe raggiunto il padre e la madre, ne diede loro ed essi ne mangiarono; ma non disse loro che aveva preso il miele dal corpo del leone. 10Suo padre scese dunque da quella donna e Sansone fece là un banchetto, perché così usavano fare i giovani. 11Quando lo ebbero visto, presero trenta compagni perché stessero con lui. 12Sansone disse loro: “Voglio proporvi un enigma. Se voi me lo spiegate entro i sette giorni del banchetto e se l'indovinate, vi darò trenta tuniche e trenta mute di vesti; 13ma se non sarete capaci di spiegarmelo, darete trenta tuniche e trenta mute di vesti a me”. 14Quelli gli risposero: “Proponi l'enigma e noi lo ascolteremo”. Egli disse loro:

“Da colui che mangia è uscito quel che si mangia e dal forte è uscito il dolce”. Per tre giorni quelli non riuscirono a spiegare l'enigma. 15Al quarto giorno dissero alla moglie di Sansone: “Induci tuo marito a spiegarti l'enigma; se no, daremo fuoco a te e alla casa di tuo padre. Ci avete invitati qui per spogliarci?”. 16La moglie di Sansone si mise a piangergli intorno e a dirgli: “Tu hai per me solo odio e non mi ami; hai proposto un enigma ai figli del mio popolo e non me l'hai spiegato!”. Le disse: “Ecco, non l'ho spiegato neanche a mio padre e a mia madre e dovrei spiegarlo a te?”. 17Ella continuò a piangergli intorno durante i sette giorni del banchetto. Il settimo giorno Sansone glielo spiegò, perché lo tormentava, e lei spiegò l'enigma ai figli del suo popolo. 18Gli uomini della città, il settimo giorno, prima che tramontasse il sole, dissero a Sansone: “Che c'è di più dolce del miele? Che c'è di più forte del leone?“. Rispose loro: “Se non aveste arato con la mia giovenca, non avreste sciolto il mio enigma”. 19Allora lo spirito del Signore irruppe su di lui ed egli scese ad Àscalon; vi uccise trenta uomini, prese le loro spoglie e diede le mute di vesti a quelli che avevano spiegato l'enigma. Poi, acceso d'ira, risalì alla casa di suo padre, 20e la moglie di Sansone fu data al compagno che gli aveva fatto da amico di nozze.

__________________________ Note

14,1 Timna: si trova a pochi chilometri da Sorea; assegnata alla tribù di Dan (Gs 19,43), al tempo di Sansone la città doveva essere in mano ai Filistei.

14,4 i Filistei dominavano Israele: dalla zona costiera, i Filistei tentavano di risalire la zona collinare dove si svolgono i fatti, zona chiamata la Sefela, e da questa, sempre muovendo verso est, cercavano di penetrare nel territorio di Giuda (vedi 15,11). Saranno un pericolo costante fino a quando Davide non li sconfiggerà definitivamente.

14,6 Lo spirito del Signore: è all’origine della forza di Sansone; così anche in 14,19 e 15,14.

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Approfondimenti

14,1-20. I rapporti tra Ebrei e Filistei non dovevano essere così tesi, se si potevano fare matrimoni misti. Le nozze erano sempre iniziativa dei genitori. Di solito era il padre a scegliere la sposa e a condurre le trattative. La celebrazione delle nozze era accompagnata da banchetti e giochi, che duravano alcuni giorni. In caso di matrimonio di un Ebreo con una donna di un altro popolo, di solito la sposa rimaneva nell'abitazione dei genitori. Il marito le faceva visita di quando in quando e i figli erano parte del clan materno (cfr. il caso di Abimelech, 9,1ss.). Il racconto non è del tutto lineare, soprattutto per quanto concerne la figura e l'iniziativa del padre di Sansone. Vi si parla di successive visite di Sansone alla famiglia della sposa e non è sempre chiaro se il padre sia presente o meno. I tentativi esegetici di rendere coerente il racconto in questo senso sono molti, sia di ordine testuale che di ordine psicologico. Nonostante la menzione esplicita dello spirito di JHWH, che investe Sansone (v. 6.19), il tono del racconto è del tutto profano.

6. Il leone, o analoghe bestie feroci, sono spesso simbolo del nemico. Qui la fiera è il popolo ostile, i Filistei, superiori e temuti, perché – tra l'altro – sono abili nel lavorare il ferro, e che Sansone affronta con la forza delle sue mani.

8. Il miele che esce dalla carcassa del leone morto può simboleggiare la donna di Timna, che Sansone sceglie come sposa.

9. Il contato con cadaveri contamina. Il miele in questo caso è contaminato. Sansone non vuole che i genitori lo sappiano.

14. L'indovinello, traducibile anche con: «Cibo uscì dal mangiatore e dolcezza dal forte», aveva probabilmente in origine un riferimento preciso allo sposo ed era di carattere sessuale. La storia del leone è usata forse anche per desessualizzarlo.

15-17. Le indicazioni cronologiche dei vv. 14 «tre giorni», 15 «quarto giorno» e 17 «durante i sette giorni» sono difficilmente armonizzabili.

18. Il contro-indovinello degli ospiti nuziali ha come risposta: l'amore. La replica di Sansone è carica di oscenità.

20. L'amico dello sposo era il capo dei “paraninfi”, il gruppo di giovani scelto per accompagnare lo sposo alla casa della sposa (cfr. v. 10).

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from norise 3 letture AI

Il mare era una favola

“non vorrei più uscire da questa dimensione eppure basterebbe come altre volte stringere forte gli occhi e…”

ma voglia non ne avevo – poi giocoforza mi ritrovai quasi deluso nel mio letto

avevo lasciato un mare che era una favola un’immensa tavola imbandita per i gabbiani a frotte

. Questo testo evoca un viaggio interiore carico di dissonanze tra l'incanto del sogno e la realtà del risveglio. La poesia, intitolata “Il mare era una favola”, si sofferma su quella dimensione magica e quasi irreale che, pur essendo percepita con intensità, svanisce lasciando dietro di sé solo il retrogusto della quotidianità.

Il desiderio di restare nell'incanto

La prima parte del testo presenta una voce interiore che esprime il desiderio di non abbandonare una dimensione onirica, quasi come se fosse un porto sicuro in cui rifugiarsi: > “non vorrei più uscire da questa > dimensione eppure basterebbe > come altre volte > stringere forte gli occhi e…”

Qui l’atto del “stringere forte gli occhi” diventa un gesto simbolico per entrare (o forse riconnettersi) con quella dimensione magica. L'ellissi suggerisce un invito implicito a lasciare correre l'immaginazione, a completare il gesto in modo personale, cosa che accenna a un rituale intimo di evasione dalla realtà.

Il contrasto tra l’immaginario e la realtà

Subito dopo, il tono muta: > ma voglia non ne avevo – poi giocoforza > mi ritrovai quasi deluso nel mio letto

La transizione dal desiderio alla realtà si manifesta in forma quasi forzata; il poeta, per mancanza di «voglia», non si concede più quella fuga e si ritrova, con una nota di delusione, nel mondo del risveglio. È come se il lasciar andare quella dimensione onirica comportasse inevitabilmente una profonda consapevolezza della banalità del quotidiano.

La trasformazione del mare in metafora

Le ultime righe introducono l'immagine del mare, trasformato in una favola e paragonato ad un’immensa tavola imbandita: > avevo lasciato un mare che era > una favola > un’immensa tavola > imbandita per i gabbiani a frotte*

Qui il mare, tradizionalmente simbolo di vastità, mistero ed emozione, diventa la rappresentazione di quel mondo immaginativo che il poeta ha abbandonato. La metafora della tavola imbandita richiama invece un’immagine di abbondanza e festa, ma destinata, ironicamente, ai “gabbiani a frotte”: creature che, nella loro banalità e quotidianità, non colgono il senso profondo di quella ricchezza preternaturale. È come se l'ispirazione, una volta lasciata, si ritrovi ad essere messa a disposizione di chi non sa apprezzarla, quasi a simboleggiare lo spreco di una bellezza unica.

Riflessioni sul significato

Il testo ci invita a riflettere su come l'intensità dell’immaginazione e del sogno possa svanire con la riscoperta del vivere quotidiano. C'è un palpabile senso di nostalgia per quella dimensione perduta, un rimpianto per aver lasciato andare la magia, pur sapendo che bastava un semplice gesto – lo stesso che, in altre occasioni, aveva il potere di trasportarlo in quel mondo fatato.

Il contrasto tra il desiderio di permanenza nell'incanto e la realtà che ritorna, quasi controcorrente, evidenzia una tensione esistenziale: il bisogno di fuggire dalla banalità e l’impossibilità di perpetuare indefinitamente quella fuga. In questo gioco di immagini, i gabbiani possono essere visti come simbolo delle forze materiali e quotidiane che reclamano ciò che è stato abbandonato, rendendo la “favola” un ricordo ormai sbiadito.

 
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from rimelimerick

IL CANE DI LUCA È TUTTO NERO, IL GATTO DI CARLA SALE SUL PERO.

TRA LE CANNE FA IL NIDO L’OCA, NEL MARE BLU NUOTA LA FOCA.

CORRE IL CAVALLO, DORME IL CAMMELLO, IL CALAMARO NON È MOLTO BELLO.

LA PECORA BELA, E FA LA LANA, LA LUMACA VA PIANO, MA VA LONTANA.

IL CAMALEONTE DAI MILLE COLORI VIVE SULL’ ALBERO PIENO DI FIORI.

 
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