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Springsteen non fa mai nulla per caso, e questa disponibilità a mettere fuori pezzi così deboli è in fondo un regalo, un atto di innocenza, come a voler dire: all'inizio ero come tutti, come ciscuno di voi, ero solo uno dei tanti adolescenti disagiati che voleva scappare dalla condizioni anguste della provincia in cui si trovava relegato e cercava di farlo attraverso la musica. Che è in fondo quello che racconta nell’autobiografia. Dunque ci voleva qualche pezzo di verità in più... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/bruce-springsteen-chapter-and-verse-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/0zFnhdX1FnfuExLlbVdnFU


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Davide risparmia Saul 1Davide da quel luogo salì ad abitare nei luoghi impervi di Engàddi. 2Quando Saul tornò dall'azione contro i Filistei, gli riferirono: “Ecco, Davide è nel deserto di Engàddi”. 3Saul scelse tremila uomini valorosi in tutto Israele e partì alla ricerca di Davide e dei suoi uomini di fronte alle Rocce dei Caprioli. 4Arrivò ai recinti delle greggi lungo la strada, ove c'era una caverna. Saul vi entrò per coprire i suoi piedi, mentre Davide e i suoi uomini se ne stavano in fondo alla caverna. 5Gli uomini di Davide gli dissero: “Ecco il giorno in cui il Signore ti dice: “Vedi, pongo nelle tue mani il tuo nemico: trattalo come vuoi”“. Davide si alzò e tagliò un lembo del mantello di Saul, senza farsene accorgere. 6Ma ecco, dopo aver fatto questo, Davide si sentì battere il cuore per aver tagliato un lembo del mantello di Saul. 7Poi disse ai suoi uomini: “Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore”. 8Davide a stento dissuase con le parole i suoi uomini e non permise loro che si avventassero contro Saul. Saul uscì dalla caverna e tornò sulla via. 9Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: “O re, mio signore!”. Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò. 10Davide disse a Saul: “Perché ascolti la voce di chi dice: “Ecco, Davide cerca il tuo male”? 11Ecco, in questo giorno i tuoi occhi hanno visto che il Signore ti aveva messo oggi nelle mie mani nella caverna; mi si diceva di ucciderti, ma ho avuto pietà di te e ho detto: “Non stenderò le mani sul mio signore, perché egli è il consacrato del Signore”. 12Guarda, padre mio, guarda il lembo del tuo mantello nella mia mano: quando ho staccato questo lembo dal tuo mantello nella caverna, non ti ho ucciso. Riconosci dunque e vedi che non c'è in me alcun male né ribellione, né ho peccato contro di te; invece tu vai insidiando la mia vita per sopprimerla. 13Sia giudice il Signore tra me e te e mi faccia giustizia il Signore nei tuoi confronti; ma la mia mano non sarà mai contro di te. 14Come dice il proverbio antico: “Dai malvagi esce il male, ma la mia mano non sarà contro di te”. 15Contro chi è uscito il re d'Israele? Chi insegui? Un cane morto, una pulce. 16Il Signore sia arbitro e giudice tra me e te, veda e difenda la mia causa e mi liberi dalla tua mano”. 17Quando Davide ebbe finito di rivolgere a Saul queste parole, Saul disse: “È questa la tua voce, Davide, figlio mio?”. Saul alzò la voce e pianse. 18Poi continuò rivolto a Davide: “Tu sei più giusto di me, perché mi hai reso il bene, mentre io ti ho reso il male. 19Oggi mi hai dimostrato che agisci bene con me e che il Signore mi aveva abbandonato nelle tue mani e tu non mi hai ucciso. 20Quando mai uno trova il suo nemico e lo lascia andare sulla buona strada? Il Signore ti ricompensi per quanto hai fatto a me oggi. 21Ora, ecco, sono persuaso che certamente regnerai e che sarà saldo nelle tue mani il regno d'Israele. 22Ma tu giurami ora per il Signore che non eliminerai dopo di me la mia discendenza e non cancellerai il mio nome dalla casa di mio padre”. 23Davide giurò a Saul. Saul tornò a casa, mentre Davide con i suoi uomini salì al rifugio.

__________________________ Note

24,1 Engàddi: “sorgente del capriolo”, oasi vicino al Mar Morto.

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Approfondimenti

1-23. Vi sono diversi elementi che accomunano il c. 24 al c. 26. In entrambi i capitoli si narra la denuncia di Davide a Saul da parte degli abitanti di Zif (24,2; 26,1); questi si muove con un esercito di tremila uomini (24,3; 26,2); Davide avrebbe l'occasione di uccidere Saul ma resiste alle istigazioni dei suoi compagni e lo risparmia, sottraendo però qualcosa che possa documentare la sua magnanimità (24,4-8; 26,5-12). Da lontano poi lo rimprovera per l'ingiusta persecuzione che è costretto a subire (24,9-16; 26,13-20) e Saul ammette con commozione il proprio sbaglio, chiede perdono a Davide e gli predice un futuro prospero (24,18-22; 26,21-25). Tuttavia i due episodi registrano anche numerose divergenze:

  • il teatro del c. 24 è il deserto di Engaddi, quello del c. 26 è il deserto di Zif (si deve però notare che «l'altura di Cachila» – 26,1 e 23,19 – si trova a mezza via tra i due deserti nominati);
  • mentre nel c. 24 Davide incontra Saul casualmente durante il giorno, nel c. 26 si tratta di una sortita notturna studiata meticolosamente;
  • gli oggetti asportati sono diversi (24,5: un lembo del mantello; 26,12: la brocca e la lancia);
  • nel c. 26 c'è una forte insistenza sulla negligenza degli ufficiali del re (vv. 14-16).

Non è facile trarre una conclusione univoca dall'analisi comparata di tutti questi dati. Se da un lato molti esegeti propendono per due tradizioni distinte di un unico avvenimento storico, dall'altro non mancano i fautori dell'opinione opposta: due episodi distinti narrati da due tradizioni in maniera molto simile. Dunque: due narrazioni analoghe per due avvenimenti storici analoghi. Per qualunque soluzione si opti, rimane il fatto che il doppio racconto della magnanimità di Davide contribuisce a consolidare il giudizio positivo su di lui. Perfino Saul vien guardato con occhio più indulgente per riguardo alla bontà di Davide; egli lascia trasparire un barlume di ravvedimento, destinato purtroppo a rimanere tale. A questo punto la riconciliazione non è più possibile: «Davide andò per la sua strada e Saul tornò alla sua dimora» (26,25).

Il c. 24 si apre con la banda di Davide che si ritira in luoghi sempre più inaccessibili a picco sul Mar Morto, presso l'oasi di Engaddi, «la fonte della capra», tuttora esistente. Saul però non demorde e riparte subito all'inseguimento (vv. 1-3). Il racconto successivo si sviluppa in tre parti:

  • a) il fatto nella caverna (vv. 4-8);
  • b) le parole di Davide a Saul (vv. 9-16);
  • c) il pentimento di Saul (vv. 17-23).

3. «tremila uomini valenti»: per contrastare i seicento uomini di Davide Saul organizza un corpo di spedizione numeroso e agguerrito. L'esercito permanente di Saul (cfr. 14,52) doveva avere press'a poco questa consistenza.

4. «recinti dei greggi lungo la strada, ove c'era una caverna»: le caverne (cfr. 22,1-5) venivano utilizzate dai pastori come ricovero notturno, mentre le pecore venivano custodite in recinti di pietre ammonticchiate proprio davanti all'imboccatura delle grotte. «vi entrò per un bisogno naturale»: TM ha un eufemismo: «per coprirsi i piedi» (cfr. Gdc 3,24). La caverna era abbastanza grande perché Davide e i suoi potessero rifugiarvisi tutti senza essere scoperti.

5. «il Signore ti dice»: i compagni di Davide danno forma alla tentazione che senz'altro travaglia l'anima del loro capo. Ma Davide sa distinguere tra i suoi desideri e quelli di Dio, tra la propria voce e quella del Signore che gli parla col suo spirito o mediante i sacerdoti e i profeti. Si alza senza dir nulla e si avvicina silenziosamente a Saul. Però non l'uccide; gli taglia con la spada «un lembo del mantello».

6-7. «si sentì battere il cuore»: lett. «il suo cuore lo colpì» (cfr. 2Sam 24,10). Davide prova pentimento per i gesto che ha fatto. Certo, non ha «steso la mano» per uccidere «il consacrato del Signore» (l'elezione del Signore rimane per sempre!) ma rimprovera se stesso per avere attentato all'indumento che in un certo senso prolunga la presenza, la dignità e l'autorità della persona regale. Per il significato attribuito agli abiti, cfr. 18,4.

8. «con parole severe»: «severe» è un'aggiunta ad sensum che non trova riscontro in TM, LXX e Vg.

9-16. Davide si prostra a Saul e lo invoca con i titoli più sconcertanti che si possano udire sulla bocca di un usurpatore: «O re, mio signore» (v. 9); «consacrato di Dio» (v. 11); «padre mio» (v. 12). Egli cerca appassionatamente di difendersi dalle accuse di cui è fatto oggetto, ma allo stesso tempo scagiona Saul che – dice – è stato sobillato da qualche malalingua. Davide è allo stesso tempo delicato e forte, comprensivo e inflessibile. Nel v. 12 TM ripete per ben due volte: «guarda... guarda...» per costringere Saul a uscire dalla nebbia interiore che lo avvolge. «Il Signore sia arbitro e giudice tra me e te» (v. 16): cfr. Gn 16,5. Davide non sta di fronte a Saul come un uomo disperato, che può solo invocare la divinità affinché gli faccia giustizia (cfr. Giobbe, terrorizzato dall'impossibilità di trovare qualcuno che faccia da mediatore tra lui e Dio: Gb 9,32-33); è, invece, il vincitore conscio della propria innocenza e integrità, certo dell'esito favorevole del confronto (cfr. 17,37.46-47). È Saul che deve deporre l'odio irragionevole contro «un cane morto, una pulce», altrimenti Dio lo condannerà senza remissione.

17-21. Nel TM Davide insiste: «guarda... guarda...» (v. 12). Saul si scuote, riconosce in Davide il “figlio” e piange. Mentre Davide sventolava il lembo del mantello (mᵉ‘îl) tagliato furtivamente nella caverna (vv. 5.12), davanti agli occhi del re dev'essere balenata la scena di Galgala: Samuele che si volta per andarsene ed ecco, tutt'a un tratto, Saul si ritrova in mano un lembo del suo mᵉ‘îl (15,27). Improvvisamente tutto diventa chiaro. È Davide quell'uomo «migliore» preannunciato da Samuele (15,28), cui è destinato il regno d'Israele: «Tu sei stato più giusto di me...» (v. 18).

22. Saul esige da Davide un giuramento avente lo stesso contenuto di quello richiesto da Gionata in 20,14-16 (cfr. 20,17: la somiglianza tra i due giuramenti è un argomento ulteriore a favore del TM). 2Sam 21 ignora l'esistenza di un simile impegno. Si ricordi però la particolare natura dei cc. 21-24 (appendici di origine diversa).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[rotazioni]

le èsse le ésse [mettono in fila appena] i bruchi neri presi l'incarto o facsimile totale oppure] se incontrano un reattore non] cadono il legame è buono bonario dolce paziente indulgente ¹comprensivo mansueto umano caritatevole benevolo santo virtuoso² una stella massiccia collassa uno ³[spazio piccolissimo]⁴

 
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from Bymarty

📒Dal mio diario...

✍️Oggi è 25/03/2020... Siamo al ventesimo giorno di Isolamento e chiusura scuola! C'è ansia, tensione, compiti, tempo brutto, mio marito che va a lavorare e ogni giorno è un' incognita, io no! Allora oggi mio figlio mi ha detto una cosa bellissima! Mi sono innervosita, l'ho rimproverato, non riesco a non farlo, perché sono piena di rabbia e paura.. così ha iniziato a piangere, mi ha chiesto di abbracciarlo, ed io l'ho fatto, come cerco di farlo ogni giorno, ogni momento e mentre lui piangeva e pure io , mi ha detto! Mamma sono felice e mi sento al sicuro fra le tue braccia! Mi sono sciolta davvero! Non me lo aspettavo, non immaginavo, ma so che è di una sensibilità incredibile, è dolce , tenero, umile, è tutta la mia vita! La parte migliore di me! Poi ha continuato dicendo, che le sue erano lacrime di gioia, è stato un momento bello, intenso, quasi innaturale, ma eravamo solo noi due, è la cosa più importante per me è vederlo crescere, cambiare, a volte mi fa arrabbiare, ma credo sia normale, anch'io sbaglio sempre, ultimamente sono stanca, stressata per questa situazione, per fortuna che ci sono i cellulari, il PC, Skype, così possiamo vederci con le mie nipotine! E poi la scuola, i compiti, le video lezioni, ottima cosa perché i bambini hanno bisogno di questo contatto con le maestre e i compagni. Con la prof. di italiano sta andando bene, da domani iniziano Inglese, chissà speriamo bene..che altro! Tra due settimane sono le Palme, credo, ormai ho perso la cognizione del tempo, feste, ecc. Ormai son state cancellate feste, ricorrenze e se sopravviveremo , superando questa pandemia, passeremo alla storia e riusciremo a ricominciare tutto da capo! Saremo diversi, più maturi, freddi, egoisti, più attaccati alla vita o più timorosi? Chissà! Ieri è morto il mio prof di fisica, Lippolis, che tristezza, si muore anche in solitudine...E mentre mio figlio dorme ed io lo guardo, prego e spero che davvero ci sia qualcuno a darci ogni giorno la forza e il coraggio per andare avanti!✨

 
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from Faccia Da Cubo

Il cubo di Rubik è un gioco di logica e matematica, perciò ha un linguaggio tutto suo da imparare. Gli algoritmi, che sono delle istruzioni testuali, la cui grammatica si chiama “notazione”. Anche gli scacchi hanno una notazione conosciuta a livello internazionale come “notazione algebrica”, che traduce il gioco da visuale a scritto. Ad esempio, “1. e4 e5, 2. Nf3 Nc6” indica il posizionamento del pedone bianco e nero, e del cavallo bianco e nero, a inizio partita, ecco perché si può giocare via internet o per corrispondenza. Io gioco a scacchi ma siccome qui parlo del cubo, la notazione algebrica è solo un esempio per mostrare il concetto di “disegno tradotto in scritto”. Anche nel cubo, la notazione usa posizione e orientamento della faccia su cui il movimento si sta concentrando. F frontale, R destra, L sinistra, U superiore, D inferiore, B posteriore. Un algoritmo quindi è un insieme di mosse, con le direzioni indicate. Le facce del cubo hanno solo tre rotazioni: 90 gradi in senso orario, 90 gradi in senso antiorario, 180 gradi. Prendiamo in esempio il movimento della faccia frontale.

  • F: questa dicitura indica un giro di 90 gradi in senso orario.
  • F': 90 gradi in senso antiorario. Si pronuncia “primo”, e usa l'apostrofo dopo la lettera. Anche se per la lettura coi sintetizzatori vocali per ciechi mettiamo il segno ° se no l'apostrofo non viene pronunciato.
  • F2: rotazione di 180 gradi.

Un esempio di algoritmo? In gergo si chiama “sexy move”, se ne parlerà più avanti...

R U R' U' Indica quattro movimenti: destra e superiore in senso orario, poi destra e superiore in senso antiorario.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Davide sfugge a Saul 1Riferirono a Davide: “Ecco, i Filistei stanno attaccando Keila e saccheggiano le aie”. 2Davide consultò il Signore chiedendo: “Devo andare? Riuscirò a sconfiggere questi Filistei?”. Rispose il Signore: “Va', perché sconfiggerai i Filistei e salverai Keila”. 3Ma gli uomini di Davide gli dissero: “Ecco, noi abbiamo già da temere qui in Giuda, tanto più se andremo a Keila contro le schiere dei Filistei”. 4Davide consultò di nuovo il Signore e il Signore gli rispose: “Muoviti e scendi a Keila, perché io metterò i Filistei nelle tue mani”. 5Davide con i suoi uomini scese a Keila, combatté con i Filistei, portò via il loro bestiame e inflisse loro una grande sconfitta. Così Davide salvò gli abitanti di Keila. 6Poiché Ebiatàr, figlio di Achimèlec, si era rifugiato presso Davide, anche l'efod nelle sue mani era sceso a Keila. 7Fu riferito a Saul che Davide era giunto a Keila e Saul disse: “Dio l'ha gettato nelle mie mani, poiché si è rinchiuso da sé venendo in una città con porte e sbarre”. 8Saul chiamò tutto il popolo alle armi per scendere a Keila e assediare Davide e i suoi uomini. 9Quando Davide seppe che Saul veniva contro di lui macchinando il male, disse al sacerdote Ebiatàr: “Porta qui l'efod”. 10Davide disse: “Signore, Dio d'Israele, il tuo servo ha sentito dire che Saul cerca di venire a Keila per distruggere la città per causa mia. 11Mi metteranno nelle sue mani i signori di Keila? Scenderà Saul, come ha saputo il tuo servo? Signore, Dio d'Israele, fallo sapere al tuo servo”. Il Signore rispose: “Scenderà”. 12Davide disse: “I signori di Keila mi consegneranno nelle mani di Saul con i miei uomini?”. Il Signore rispose: “Ti consegneranno”. 13Davide si alzò e uscì da Keila con i suoi uomini, circa seicento, vagando senza mèta. Fu riferito a Saul che Davide si era messo in salvo fuggendo da Keila, ed egli rinunciò all'azione. 14Davide andò a dimorare nel deserto in luoghi impervi, in zona montuosa, nel deserto di Zif, e Saul lo cercava continuamente; ma Dio non lo mise mai nelle sue mani. 15Davide vide che Saul era uscito per attentare alla sua vita. Davide stava nel deserto di Zif, a Corsa. 16Allora Giònata, figlio di Saul, si alzò e andò da Davide a Corsa e ne rinvigorì il coraggio in nome di Dio. 17Gli disse: “Non temere: la mano di Saul, mio padre, non potrà raggiungerti e tu regnerai su Israele mentre io sarò a te secondo. Anche Saul, mio padre, lo sa bene”. 18Essi strinsero un patto davanti al Signore. Davide rimase a Corsa e Giònata tornò a casa. 19Ma alcuni di Zif vennero a Gàbaa da Saul per dirgli: “Non sai che Davide è nascosto presso di noi, nei luoghi impervi di Corsa sulla collina di Achilà, a meridione della steppa? 20Ora, dato che il tuo animo desidera scendere, o re, scendi. A noi metterlo nelle mani del re!“. 21Rispose Saul: “Benedetti voi dal Signore, perché avete avuto compassione di me. 22Andate dunque, accertatevi ancora, e cercate di conoscere il luogo dove muove i suoi passi e chi lo ha visto là, perché mi hanno detto che egli è molto astuto. 23Cercate di conoscere tutti i nascondigli nei quali si rifugia, e tornate a me con la conferma. Allora verrò con voi e, se sarà nella zona, lo ricercherò in tutti i villaggi di Giuda”. 24Si alzarono e tornarono a Zif precedendo Saul. Davide e i suoi uomini erano nel deserto di Maon, nell'Araba a meridione della steppa. 25Saul andò con i suoi uomini per cercarlo. Ma la cosa fu riferita a Davide, il quale scese presso la rupe, rimanendo nel deserto di Maon. Lo seppe Saul e inseguì Davide nel deserto di Maon. 26Saul procedeva sul fianco del monte da una parte e Davide e i suoi uomini sul fianco del monte dall'altra parte. Davide correva via precipitosamente per sfuggire a Saul, e Saul e i suoi uomini accerchiavano Davide e i suoi uomini per catturarli. 27Ma arrivò un messaggero a dire a Saul: “Vieni via in fretta, perché i Filistei hanno fatto incursione nella regione”. 28Allora Saul cessò di inseguire Davide e andò contro i Filistei. Per questo chiamarono quel luogo Rupe della Divisione.

__________________________ Note

23,1 Keila: come Adullàm (22,1) era situata nella Sefela.

23,6.9 Per l’efod inteso come strumento di divinazione vedi nota a Es 28,15.

23,14 Zif: il deserto a sud-est di Ebron.

23,24 Maon: il deserto a sud del deserto di Zif.

23,28 Rupe della Divisione: si tratta di una notazione eziologica. Altri, riferendosi all’indecisione di Saul sul da farsi, traducono “Rupe dell’Incertezza”.

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Approfondimenti

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)

1-14. Mentre Davide e la sua banda si trovano nella foresta di Cheret arriva la notizia che la vicina città di Keila è stata assalita dai Filistei. Più che una guerra vera e propria è uno degli innumerevoli episodi di razzia che accadevano in quei tempi (cfr. Gdc 6,3-6; 18,27-29; Dt 28,31.33). Le città sorgevano sulle alture mentre i campi, le aie (cfr. Rt 3) e i torchi per la pigiatura dell'uva (cfr. Gdc 6,11) si trovavano nella pianura circostante o sul pendio delle colline. A Keila i Filistei si sono precipitati a saccheggiare le aie indifese dov'era in corso la trebbiatura e ora, non contenti, hanno cinto d'assedio la città alla ricerca di un bottino supplementare. Non è da escludere che intendano fermarsi a lungo, se il «loro bestiame» (v. 5) non è quello degli assediati ma quello che i Filistei si sono portati dietro per sfruttare i pascoli altrui. In tali circostanze può risultare provvidenziale l'intervento di un gruppo di valorosi a difesa del raccolto, del bestiame e delle persone (cfr. 25,16). Così, anche in previsione di una lauta ricompensa, Davide si mette a disposizione con la sua banda per liberare Keila: seicento uomini (questo è il numero raggiunto dai seguaci di Davide) non possono vivere eternamente in mezzo ai boschi o nel deserto senz'acqua né cibo... I Filistei vengono respinti e Davide s'insedia nella città liberata per goderne gli onori. Saul lo viene a sapere e mobilita le forze necessarie all'assedio di Keila; Davide vi rimarrà intrappolato e dovrà arrendersi oppure saranno gli stessi abitanti a disfarsene (vv. 11-12). Ma Davide è ben diverso da Saul: consulta ripetutamente il Signore (vv. 2.4.10-12), ma poi sa attenersi alle indicazioni ricevute senza cedere alle proprie inclinazioni (2Sam 5, 25). Per questo è «migliore di Saul» (cfr. 15,28) e il Signore lo custodisce dai pericoli: «Saul lo ricercava sempre; ma Dio non lo mise mai nelle sue mani» (v. 14). Quest'ultima frase è la chiave che ci permette di cogliere il senso di questo episodio e di quelli che seguono: come dice il libro dei Proverbi, «nel grembo si getta la sorte, ma la decisione dipende tutta dal Signore» (16,33).

1. «Keila»: cittadina a poca distanza da Adullam (cfr. 22,1). Nonostante la curiosa osservazione del v. 3 anche Keila appartiene alla tribù di Giuda (cfr. Gs 15,44). Trovandosi però presso il confine con la Filistea ne subisce l'influsso, venendosi a trovare in una posizione intermedia molto simile a quella di Adullam (cfr. 22,5).

2-5. Davide consulta il Signore una prima volta con esito positivo, ma i suoi compagni tentano di dissuaderlo facendogli presente che corrono già abbastanza pericoli da parte di Saul; se vanno contro i Filistei rischiano di trovarsi stretti fra due eserciti agguerriti. La seconda consultazione dissipa le incertezze e ridà coraggio ai combattenti. Con l'aiuto del Signore, per il quale «non è difficile salvare con molti o con pochi» (cfr. 14,6), i Filistei sono sbaragliati senza difficoltà.

6. Il testo del versetto è incerto. La BC si fonda sulla versione dei LXX. TM ha un testo confuso: «Quando Ebiatar figlio di Achimelech era fuggito presso Davide a Keila, era sceso con l'efod in mano». Non è la prima volta che l'autore del libro introduce delle notizie destinate a creare un'aspettativa nel lettore (cfr. 21,8). Soltanto nel v. 9, quando Davide vorrà nuovamente consultare il Signore, diventerà chiaro lo scopo dell'informazione fornita nel v. 6 sulla presenza di Ebiatar e dell'efod a Keila. Con ogni probabilità Davide si è servito dell'efod anche per le consultazioni precedenti (vv. 2.4), ma non sappiamo se la consultazione sacra poteva essere fatta anche in altri modi (cfr. 28,6: ci si chiede però se non esistesse un altro efod, visto che Saul è in possesso di urîm e tummîm; cfr. 14,41).

11-12. Davide pensava di essersi procurato degli amici riconoscenti e fidati, invece deve imparare a guardarsi anche da loro. C'è da credere che se in un primo momento la banda di Davide fu accolta in città di buon grado, col passare del tempo il peso di seicento bocche da sfamare si sia fatto sentire; l'assedio di Saul potrebbe costituire una buona scusa per liberarsi degli ospiti ingombranti (in fin dei conti sono degli sbandati) evitando magari guai peggiori (v. 10: «distruggere la città»).

14. Davide ritorna a errare nel deserto, «vagando senza mèta» (v. 13). Per far perdere le proprie tracce si dirige a sud-est, nella regione montuosa a sud di Ebron, a pochi chilometri dal Mar Morto. Il deserto di Giuda era diviso in diverse zone; quella centrale, dove Davide trova rifugio, si chiamava «deserto di Zif».

15-18. Forse approfittando dell'assenza del padre «uscito a cercare la vita di Davide» (v. 15) Gionata va a cercare il suo grande amico (cfr. 18,1; 20,17). Lo rintraccia a Corsa, poco distante dalla città di Zif (cfr. Gs 15,55). Davide riceve la visita in un momento difficile in cui si sente braccato e abbandonato da tutti. Gionata lo incoraggia a vedere gli ultimi avvenimenti «in Dio» (v. 16; cfr. 30,6), ossia oltre le apparenze (cfr. 16,7). Gionata è certo che Davide cingerà la corona d'Israele perché Dio lo ha deciso; anche Saul lo sa bene (cfr. 15,28), pur ostinandosi a non riconoscere l'elezione di Davide. Gionata gli conferma pure la sua sottomissione (v. 17) che gli aveva già espressa in 20,15-16. Prima di separarsi Gionata e Davide rinnovano il «patto davanti al Signore» (bᵉrit lipnê JHWH) (cfr. 18,3; 20,8). È l'estremo saluto dei due amici che non s'incontreranno più in questa vita.

19-28. L'episodio del tradimento da parte degli abitanti di Zif richiama quello svoltosi a Keila (23,1-13) ed è molto simile al principio del c. 26. Gli zelanti Zifiti vanno da Saul offrendogli l'opportunità di catturare Davide, che nel frattempo si è ulteriormente spostato verso est, nel deserto di Maon. Saul lo insegue tra i monti e manca poco che riesca ad accerchiarlo. All'improvviso giunge la notizia di un'incursione dei Filistei in territorio israelita. Saul è costretto ad interrompere la caccia per correre ad arginare l'invasione straniera; così Davide è miracolosamente salvo, come Gionata gli aveva assicurato: «mio padre non potrà raggiungerti» (v. 17). È un segno ulteriore della protezione divina verso l'“Unto” destinato a regnare su Israele. È difficile sottrarsi a un sentimento di pena udendo il caloroso ringraziamento di Saul ai delatori: «Benedetti voi dal Signore, perché vi siete presi a cuore la mia causa!» (v. 21), soprattutto ricordando che Saul «sa bene» (v. 17; cfr. anche 24,21 e 26,25) quanto i suoi sforzi siano vani. L'impotenza della volontà di fronte all'ossessione maniacale che l'invade è forse l'aspetto più tragico della personalità di Saul.

24. «a meridione della steppa»: lett. «a destra della steppa» (cfr. aggiunta TM al v. 19). Mentre noi ci orientiamo volgendoci a nord, gli Ebrei guardavano verso est, la direzione da cui sorge il sole; le altre direzioni venivano definite di conseguenza: rispetto all'oriente il nord diventava la “sinistra” e il sud la “destra”.


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Non ha bisogno di particolari presentazioni Brian Eno. Ex componente dei Roxy Music, il suo nome è associato a quello di artisti altrettanto prolifici, sperimentali e brillanti: basti ricordare David Bowie, Robert Fripp, David Byrne e James Blake, fra gli altri. The Ship, suo nuovo lavoro, uscito a fine aprile, arriva quattro anni dopo l’acclamato Lux e appare, sin da un primissimo ascolto, un album estremamente interessante ed elaborato, tanto a livello musicale quanto a livello concettuale. “Wave After Wave After Wave”. E’ così che si chiude The Ship, la prima delle quattro parti che compongono l’album... https://artesuono.blogspot.com/2016/05/brian-eno-ship-2016.html


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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

I vecchi linguaggi: il Cobol

Il linguaggio COBOL: storia, evoluzione e persistenza di un pilastro dell’informatica gestionale. Nella storia dell’informatica pochi linguaggi hanno avuto un impatto tanto duraturo quanto COBOL, acronimo di Common Business-Oriented Language. Nato in un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze e la programmazione era ancora una disciplina in formazione, COBOL fu progettato con un obiettivo molto chiaro: rendere l’informatica uno strumento affidabile per la gestione delle attività economiche e amministrative. Più di sessant’anni dopo la sua nascita, continua a rappresentare l’infrastruttura invisibile su cui poggiano sistemi bancari, assicurativi e governativi di tutto il mondo. Comprendere COBOL significa quindi comprendere una parte fondamentale dell’evoluzione dei sistemi informativi moderni. La genesi di COBOL risale alla fine degli anni Cinquanta, in un periodo in cui l’informatica stava passando da una dimensione puramente scientifica e militare a una più ampia applicazione nel mondo delle imprese. I linguaggi esistenti, come FORTRAN o Assembly, erano potenti ma poco adatti alla gestione di grandi quantità di dati amministrativi. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti promosse quindi nel 1959 la creazione di un linguaggio standard orientato alle applicazioni commerciali. Il progetto venne sviluppato da un consorzio di aziende e istituzioni riunite nel comitato CODASYL, Conference on Data Systems Languages. Tra le figure che influenzarono profondamente il progetto vi fu la pioniera dell’informatica Grace Hopper, già nota per il suo lavoro sui compilatori e sulla possibilità di avvicinare il linguaggio umano alla programmazione. L’idea alla base di COBOL era radicale per l’epoca: creare un linguaggio che assomigliasse all’inglese scritto, in modo che il codice potesse essere compreso anche da analisti e dirigenti aziendali. Questa filosofia portò alla nascita di una sintassi molto descrittiva, basata su frasi leggibili e strutture verbali chiare. Le istruzioni non erano stringhe di simboli criptici ma vere e proprie proposizioni, come ADD AMOUNT TO TOTAL oppure IF BALANCE IS GREATER THAN LIMIT. L’obiettivo era ridurre la distanza tra il linguaggio della gestione aziendale e quello della macchina. I primi standard di COBOL vennero pubblicati nel 1960 e trovarono rapidamente applicazione nei sistemi informativi delle grandi organizzazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, con l’espansione dei computer mainframe prodotti da aziende come IBM, COBOL divenne il linguaggio dominante per le applicazioni amministrative. Le imprese lo utilizzavano per elaborare paghe, gestire contabilità, registrare transazioni e amministrare archivi di clienti e fornitori. In un’epoca in cui le operazioni venivano eseguite tramite elaborazioni batch, spesso durante la notte, COBOL si dimostrò particolarmente efficiente nella gestione di grandi file sequenziali di dati. La struttura del linguaggio rifletteva questa vocazione organizzativa. Un programma COBOL era diviso in sezioni ben definite chiamate divisioni. L’Identification Division conteneva le informazioni sul programma e sul suo autore, l’Environment Division descriveva l’ambiente hardware e i dispositivi di input e output, la Data Division definiva tutte le strutture dati utilizzate dall’applicazione e la Procedure Division racchiudeva la logica operativa. Questa suddivisione non era soltanto una scelta tecnica ma anche metodologica: imponeva una disciplina progettuale che facilitava la manutenzione e la collaborazione tra programmatori. Un’altra caratteristica storica di COBOL era il formato a colonne del codice sorgente, derivato direttamente dall’uso delle schede perforate. Le prime sei colonne erano dedicate ai numeri di sequenza delle schede, la settima indicava commenti o istruzioni particolari e le colonne successive contenevano il codice vero e proprio. Questo formato, oggi apparentemente anacronistico, rappresentava all’epoca una soluzione pratica per gestire fisicamente i programmi composti da centinaia o migliaia di schede. Durante gli anni Settanta COBOL si consolidò come linguaggio standard dell’informatica gestionale. Gli istituti bancari, le compagnie assicurative e le grandi amministrazioni pubbliche costruirono i propri sistemi informativi basandosi su programmi COBOL eseguiti su mainframe. La ragione di questo successo era duplice: da un lato il linguaggio offriva una straordinaria stabilità, dall’altro permetteva di modellare con precisione le strutture dei dati amministrativi. Le sue definizioni di record e campi erano particolarmente adatte alla rappresentazione di archivi contabili e anagrafici. Con l’avvento dei personal computer e dei linguaggi di programmazione più moderni negli anni Ottanta e Novanta, molti osservatori predissero la scomparsa di COBOL. In realtà accadde il contrario. Le infrastrutture informatiche costruite nei decenni precedenti erano diventate talmente centrali per il funzionamento delle organizzazioni da rendere impraticabile una sostituzione completa. Migliaia di applicazioni continuavano a gestire operazioni quotidiane fondamentali: trasferimenti bancari, calcolo degli interessi, emissione di polizze assicurative, gestione fiscale e previdenziale. Un momento emblematico della persistenza di COBOL fu la crisi informatica legata al passaggio all’anno 2000. Molti programmi scritti decenni prima utilizzavano campi di data a due cifre per rappresentare l’anno, e il rischio di errori nel passaggio dal 1999 al 2000 costrinse aziende e governi a un enorme sforzo di revisione del codice. In quel periodo il linguaggio tornò al centro dell’attenzione mondiale e migliaia di programmatori COBOL vennero richiamati o formati per aggiornare sistemi critici. L’episodio dimostrò quanto profondamente questo linguaggio fosse radicato nell’infrastruttura informatica globale. Ancora oggi una parte significativa delle transazioni finanziarie internazionali viene elaborata da sistemi scritti in COBOL. I mainframe continuano a eseguire applicazioni sviluppate decenni fa, spesso integrate con tecnologie più recenti attraverso interfacce e servizi. In molte banche il sistema centrale che gestisce conti correnti, movimenti e registrazioni contabili è ancora basato su programmi COBOL estremamente affidabili. Questi sistemi sono stati migliorati e aggiornati nel tempo, ma la logica fondamentale rimane quella originaria. L’evoluzione del linguaggio non si è comunque fermata. Gli standard più recenti hanno introdotto funzionalità orientate agli oggetti, supporto per ambienti distribuiti e integrazione con linguaggi moderni. Compilatori contemporanei permettono di eseguire codice COBOL su piattaforme diverse dai tradizionali mainframe, inclusi server Linux e infrastrutture cloud. Questa capacità di adattamento ha contribuito a prolungarne la vita operativa, consentendo alle organizzazioni di mantenere il patrimonio software esistente senza rinunciare all’innovazione tecnologica. Dal punto di vista storico, COBOL rappresenta un caso unico nell’evoluzione dei linguaggi di programmazione. Non è stato progettato per la sperimentazione accademica né per l’ottimizzazione algoritmica, ma per la gestione concreta delle attività economiche. Il suo successo dimostra che, nel mondo dell’informatica, la longevità di una tecnologia dipende spesso più dall’affidabilità e dalla stabilità che dalla modernità della sua sintassi. Per milioni di utenti che ogni giorno effettuano pagamenti, ricevono stipendi o utilizzano servizi bancari digitali, COBOL rimane una presenza invisibile ma fondamentale. È il linguaggio che ha contribuito a costruire l’infrastruttura amministrativa dell’era digitale e che continua, silenziosamente, a sostenerla.

 
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from L' Alchimista

Fatti. Sempre solo fatti

“Conta quello che si fa, non quello che si dice.” Cesare Pavese, con questa frase, ci ha lasciato un testamento morale che risuona oggi più che mai.. Viviamo in un’epoca in cui le parole scorrono veloci, si moltiplicano nei social, rimbalzano nei talk show e riempiono i discorsi quotidiani. Ognuno sembra avere la propria opinione pronta da lanciare nell’etere, ma pochi hanno la forza di sostenere ciò che dicono con i fatti. Il rischio è che ci si abitui a una sorta di bulimia verbale: un mare di frasi che affogano l’essenza del vivere. Invece, ciò che davvero resta, ciò che lascia il segno, non è mai una dichiarazione brillante, ma un gesto concreto. Le promesse senza azioni diventano gusci vuoti, come coriandoli lanciati al vento: colorati, forse belli per un istante, ma destinati a dissolversi senza lasciare traccia. Pensiamo a quante volte abbiamo sentito dire “domani inizio”, “un giorno cambierò”, “da lunedì comincio una nuova vita”. Frasi rassicuranti, che danno l’illusione del movimento. Eppure, se restano solo sospese nell’aria, non hanno alcun peso. È il passo che conta, non il pensiero del passo. È la scelta, anche piccola, anche imperfetta, a cambiare il corso delle cose. La verità è che l’azione è sempre più scomoda della parola. Agire significa esporsi, rischiare, faticare, fallire. Parlare, invece, costa poco: basta aprire la bocca, digitare due righe, lanciare un proclama. Ma quando si compie un gesto, per quanto minimo, si imprime nella realtà un cambiamento che nessun discorso potrà mai eguagliare. Nella vita quotidiana, questo principio è lampante. Un amico che ti promette aiuto ma non si fa mai vedere non è un amico: lo è, invece, chi non parla tanto ma compare quando serve. Un leader non si riconosce dai discorsi pieni di retorica, ma dalle scelte difficili che ha il coraggio di prendere. Un amore non è fatto di mille dichiarazioni, ma della presenza costante, delle attenzioni pratiche, della disponibilità a esserci. Eppure, continuiamo a dare più importanza a chi sa parlare bene piuttosto che a chi agisce e questa è la differenza. Forse perché le parole ci incantano, ci fanno sognare e ci danno la sensazione che qualcosa stia cambiando. Ma se dietro non ci sono mani che costruiscono, gambe che camminano, cuore che resiste, resta solo un castello di sabbia pronto a crollare alla prima onda. Oggi, più che mai, serve ribaltare la prospettiva. Non importa quanti proclami facciamo, quante frasi motivazionali condividiamo, quante volte diciamo “ci credo”. Importa quello che riusciamo a mettere in campo. Importa se, invece di annunciare progetti, cominciamo a realizzarli. Importa se smettiamo di promettere e iniziamo a mantenere. Il mondo non ha bisogno di altri discorsi, ha bisogno di esempi. Non ha bisogno di chi parla di coraggio, ma di chi lo pratica. Non ha bisogno di chi invoca il cambiamento, ma di chi lo incarna. Non ha bisogno di teorie infinite, ma di piccoli atti quotidiani che, sommati, trasformano davvero la realtà. Agire non significa essere perfetti, anzi, spesso significa sbagliare, cadere, ricominciare. Ma anche l’errore è un fatto, e vale più di cento parole mai messe in discussione. Perché un errore ti insegna, una promessa non mantenuta ti illude. La coerenza, in fondo, è questa: trasformare il pensiero in azione. Non sempre riusciremo a fare tutto quello che diciamo, ma dobbiamo almeno provarci. E nel provarci, nel metterci in gioco, troviamo il vero valore della nostra esistenza. Se vogliamo cambiare il mondo, iniziamo dal nostro piccolo mondo. Se vogliamo dare l’esempio, facciamolo con un gesto, non con una frase. Perché le parole possono ispirare, ma i fatti costruiscono. E ciò che resta, ciò che segna, ciò che verrà ricordato, non sarà mai quello che abbiamo detto, ma quello che abbiamo fatto. In definitiva, Pavese aveva ragione: contano i fatti, non le parole. Le parole possono accompagnare, certo, ma solo come eco di azioni autentiche. Non smettiamo di parlare, ma impariamo a fare. È lì, nei fatti, che si misura la nostra verità.

 
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from Alviro

Non è la pace dei diplomatici, quella che si firma sui tavoli verdi dopo notti insonni di trattative, quando le parole sono ormai logore come monete spese troppo a lungo. Non è neppure il sogno dei profeti, quella riconciliazione cosmica in cui le nature stesse si trasfigurano e il lupo si corica accanto all'agnello in una sorta di dolcezza innaturale e forse, in fondo, un po' stucchevole.

No, la pace che possiamo sperare di comprendere è cosa più umile e più vera. Assomiglia piuttosto a ciò che proviamo quando, placata finalmente la tempesta delle passioni, smaltita l'ebbrezza dell'eccitazione che ci teneva tesi come archi, scopriamo nel nostro stesso cuore un vuoto stanco, una distesa silenziosa dove le parole faticano a nascere e quelle che nascono parlano solo di un immenso sollievo, di una fatica che è insieme svuotamento e pienezza. È la pace che segue non alla vittoria, ma alla fine della tensione.

Questa pace, se deve venire, non la si può costruire con artifici, né imporre con decreti. Essa richiede un abbandono, una fiducia nel terreno stesso dell'esistenza. E così la immagino: come spuntano i fiori selvatici in un campo che non li ha seminati. All'improvviso, senza preavviso, senza che alcuna volontà li abbia voluti, ma nel momento stesso in cui il campo – la terra arida, il solco stanco – ne ha più bisogno. È una pace che nasce dalla necessità profonda delle cose, non dai calcoli degli uomini. Una pace selvatica, appunto: non addomesticata dai nostri progetti, non ridotta a schema, ma viva, imprevedibile e inevitabile come la primavera.

 
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from Il Mondo Positivo

Genere: fiction drama Ambientazione: Bugdom, USA. Evelyn Sloan e Reginald Moore, americani, fidanzati. hanno dei sogni, che Trump infrange a colpi di decreti...

Nessuno spazio

Si sentiva proiettata nel futuro, #Evelyn Sloan. Quella laurea ottenuta lavorando sodo, le faceva credere che quel posto di ricercatrice le appartenesse già. Lì vicino a casa, il più importante centro di ricerca degli Stati Uniti era pronto ad accoglierla. “Teniamo il mondo nelle mani”, diceva al suo fidanzato. Lui, Reginald Moore, aveva appena dato l'ultimo esame in un master in criminologia a cui teneva più della sua vita e anche lui si sentiva certo dell'esito. Ma quando #Reg aprì il portatile e consultò la posta elettronica, sbatté forte il pugno sul tavolo: “Cazzo! Cazzo! Maledetti!” La graduatoria si mostrò impietosa: primo posto Adriano La Scala, italiano, bianco. Reginald Moore, nero, era in ultima posizione. “Vaffanculo, Turnpike”, sbottò Reg, spostando il laptop da un lato; “ti sei venduto al Presidente...” “Io non lo capisco”, sospirò Evelyn; “il tuo supervisore ce l'ha a morte con gli stranieri, poi ha premiato un italiano.” “Un bianco”, la corresse Reg; “evidentemente #Adri è più degno di me, non c'è altra spiegazione. Lecca di più i piedi ai capi.” “Nemici e amici”, Evelyn gli lanciò un sorriso. “Ti conosco, non far finta di odiarlo che in fondo in fondo tu e Adri vi volete un sacco di bene.” “Qualche birra insieme, qualche notte, sì, ci siamo visti spesso, ma da qui a...” Reg si nascose il volto tra le mani, non serviva più aggiungere altro. “Fosse per me sarei già scappato all'estero, da quando quel bastardo ha preso il potere un'altra volta. Ma tu... mi tieni bloccato...” Evelyn si accigliò; non aveva mai sentito Reginald parlarle così. “A te dà fastidio che io emerga quando tu fallisci, non è vero? Ti rode che una donna possa...” “Ti mangeranno viva, tra medici e ricercatori è un branco di squali! Tu non hai proprio idea!” Evelyn non era tipo da farsi affrontare in questo modo, e si chiuse in bagno col telefono. Anche lei aspettava notizie dall'istituto di ricerca, e quello che trovò le fece lanciare un urlo liberatorio: “Italia! Bugliano! Arrivo!” “Ti sei messa a tifare una squadra, adesso? Cos'è questo urlo?” “Incarico”, disse lei cercando l'abbraccio di Reginald. “Possiamo mandare al diavolo Trump tutti e due. Ce ne andiamo in Italia. Così tu vedi il tuo amico e lo prendi a pugni una volta per sempre, io mi metto a fare ricerca sul serio. IBUOL, Reg! International Bugliano University Of Life! La migliore!”

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Davide partì di là e si rifugiò nella grotta di Adullàm. Lo seppero i suoi fratelli e tutta la casa di suo padre e scesero là da lui. 2Si radunarono allora con lui quanti erano nei guai, quelli che avevano debiti e tutti gli scontenti, ed egli diventò loro capo. Vi furono così con lui circa quattrocento uomini. 3Davide partì di là e andò a Mispa di Moab e disse al re di Moab: “Permetti che risiedano da voi mio padre e mia madre, finché sappia che cosa Dio vuol fare di me”. 4Li condusse al re di Moab e rimasero con lui finché Davide rimase nel rifugio. 5Il profeta Gad disse a Davide: “Non restare più in questo rifugio. Parti e va' nel territorio di Giuda”. Davide partì e andò nella foresta di Cheret.

Saul massacra i sacerdoti di Nob 6Saul venne a sapere che era stato avvistato Davide con gli uomini che erano con lui. Saul era seduto a Gàbaa, sotto il tamerisco sull'altura, con la lancia in mano e i ministri intorno. 7Saul disse allora ai ministri che gli stavano intorno: “Ascoltate, voi Beniaminiti. Il figlio di Iesse darà forse a tutti voi campi e vigne, vi farà tutti comandanti di migliaia e comandanti di centinaia 8perché voi tutti siate d'accordo contro di me? Nessuno mi avverte dell'alleanza di mio figlio con il figlio di Iesse, nessuno di voi si affligge per me e mi confida che mio figlio ha sollevato il mio servo contro di me per ordire insidie, come avviene oggi”. 9Rispose Doeg l'Edomita, che stava tra i ministri di Saul: “Ho visto il figlio di Iesse. È venuto a Nob da Achimèlec, figlio di Achitùb, 10e costui ha consultato il Signore per lui, gli ha dato da mangiare e gli ha consegnato la spada di Golia il Filisteo”. 11Il re subito convocò il sacerdote Achimèlec, figlio di Achitùb, e tutti i sacerdoti della casa di suo padre che erano in Nob, ed essi vennero tutti dal re. 12Disse Saul: “Ascolta, figlio di Achitùb”. Rispose: “Eccomi, mio signore”. 13Saul gli disse: “Perché vi siete accordati contro di me, tu e il figlio di Iesse, dal momento che gli hai dato pane e spada e hai consultato Dio per lui, perché insorgesse contro di me insidiandomi, come avviene oggi?”. 14Achimèlec rispose al re: “E chi tra tutti i tuoi ministri è come Davide, fedele e genero del re e capo del tuo corpo di guardia e onorato in casa tua? 15È forse oggi la prima volta che consulto Dio per lui? Non sia mai! Non imputi il re questo fatto al suo servo, a tutta la casa di mio padre, poiché il tuo servo non sapeva di questa faccenda cosa alcuna, né piccola né grande”. 16Ma il re disse: “Devi morire, Achimèlec, tu e tutta la casa di tuo padre”. 17Il re disse ai corrieri che stavano attorno a lui: “Scagliatevi contro i sacerdoti del Signore e metteteli a morte, perché hanno prestato mano a Davide e non mi hanno avvertito, pur sapendo che egli fuggiva”. Ma i ministri del re non vollero stendere le mani per colpire i sacerdoti del Signore. 18Allora il re disse a Doeg: “Scàgliati tu contro i sacerdoti e colpiscili”. Doeg l'Edomita si scagliò lui contro i sacerdoti e li colpì, e uccise in quel giorno ottantacinque uomini che portavano l'efod di lino. 19Passò a fil di spada Nob, la città dei sacerdoti: uomini e donne, fanciulli e lattanti; anche buoi, asini e pecore passò a fil di spada. 20Si salvò un figlio di Achimèlec, figlio di Achitùb, che si chiamava Ebiatàr, il quale fuggì presso Davide. 21Ebiatàr narrò a Davide che Saul aveva trucidato i sacerdoti del Signore. 22Davide rispose a Ebiatàr: “Quel giorno sapevo, data la presenza di Doeg l'Edomita, che avrebbe riferito tutto a Saul. Io mi sono scagliato contro tutte le vite della casa di tuo padre. 23Rimani con me e non temere: chiunque vorrà la tua vita, vorrà la mia, perché tu presso di me sarai come un bene da custodire”.

__________________________ Note

22,1 Adullàm: città cananea della Sefela, tra Lachis e Betlemme. Il suo principe è citato in Gs 12,15 fra i trentuno re sconfitti da Israele, a ovest del Giordano. Offrire rifugio a Davide sarà per essa un vanto (Mi 1,15).

22,6 Gàbaa: vedi nota a 13,3.

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Approfondimenti

22,1-26,25. Questi capitoli raccontano in brevi quadri la vita errabonda di Davide nel deserto di Giuda, inclusa tra i due soggiorni presso i Filistei di Gat (21,11-15 e c. 27). Attorno a Davide si radunano alcune centinaia di emarginati (22,2), che costituiscono, oggettivamente parlando, una banda di fuorilegge. Con loro Davide è costretto a spostarsi in continuazione verso zone sempre più impervie per sfuggire alle ricerche di Saul, votatosi completamente all'eliminazione di quello che ormai è diventato un criminale pericoloso per tutta la nazione. La narrazione registra numerosi colpi di scena, fra tradimenti (a Keila e a Zif: 23,11-12.19-20; 26,1), accerchiamenti quași riusciti (23,25-28), opportunità per Davide di assassinare Saul (cc. 24 e 26). A Carmel Davide va alla ricerca di rifornimenti per i suoi uomini... e trova una moglie (c. 25). Le dure circostanze dell'esilio non fanno che esaltare la generosità, l'astuzia, il timore religioso di Davide, senza peraltro dissimularne forzatamente il carattere violento (25,21-22). Non è possibile ricostruire con certezza la successione cronologica e topografica delle varie vicende; alcune scene appaiono in coppie di narrazioni parallele dovute probabilmente a tradizioni diverse giustapposte, ma non ne siamo sicuri.

22,1-5. Le colline calcaree della Sefela – la zona intermedia tra i monti e la pianura verso il Mediterraneo – sono costellate di grotte naturali talora di considerevole ampiezza, che sempre sono state un luogo di rifugio e di abitazione (cfr. 13,6; Gdc 6,2). Fuggito da Gat, Davide si rifugia in una di queste grotte presso la città di Adullam (per informazioni sulla città nei vari momenti della storia d'Israele, cfr. Gn 38,1-5; Gs 12,15; 2Cr 11,7; Ne 11,30; 2Mac 12,38). Lì viene raggiunto dai parenti e da un gran numero di fuoriusciti e scontenti, lett. «amareggiati nell'animo». Tra gli altri non dovevano mancare un certo numero di Israeliti stanchi di dover sottostare al “diritto del re” (8,11-18) e che vedevano in Davide il paladino dell'antica libertà. Sfruttando la parentela contratta mediante la bisnonna Rut (Rt 4, 17.21) Davide affida i suoi genitori al re di Moab, la cui benevolenza non è aliena da un certo interesse politico (Davide è il rivale di Saul, che aveva umiliato Moab: 14,47). Su indicazione di un profeta si trasferisce da Adullam alla foresta di Cheret, qualche chilometro a sud-est.

1. Tutti i parenti di Davide si danno alla macchia per sfuggire alle probabili ritorsioni di Saul. Come si vedrà subito col massacro di tutti i cittadini di Nob (22,18-19), il loro timore di una rappresaglia è più che fondato.

3. «Permetti che restino con voi»: con Vg. TM ha lett.: «possa uscire, di grazia,..».

5. «profeta Gad»: è lui che dà una prima risposta alle incertezze di Davide sul futuro (v. 3). Come Natan (2Sam 7,2; 12,1) appare improvvisamente e diventerà consigliere di Davide (in 2Sam 24,11-14.18 vien chiamato «il veggente di Davide»). 1Cr 29,29 lo segnala come autore di un libro delle «Gesta del re Davide». «Parti e va' nel paese di Giuda»: Adullam appartiene di diritto alla tribù di Giuda (Gs 15,35) ma non è escluso che in quest'epoca si trovi sotto l'influenza dei Filistei o addirittura in loro possesso. Per Davide in fuga dai Filistei non è certo il rifugio più adatto; si addentra nella foresta, anche se il pericolo di Saul si fa più incombente.

6-23. Cronaca del più insensato tra i misfatti di Saul. La notizia dell'avvistamento di Davide e della sua banda non sortisce in lui il solito effetto di un'ira incontrollata (cfr. 20,30-33); stavolta rimane impassibile e attacca ironicamente i suoi consiglieri, accusandoli di connivenza nella fuga di Davide. Gionata viene indirettamente accusato di essere l'ispiratore della congiura. I dignitari ammutoliscono impauriti, sorpresi, vergognosi o segretamente simpatizzanti per Davide. Ma come sempre accade in casi simili, si trova uno zelante informatore nella persona di Doeg l'Idumeo (cfr. 21,8). Le sue accuse inducono Saul a convocare Achimelech e «tutti i sacerdoti della casa di suo padre» per un processo sommario, alla fine del quale il re condanna tutti a morte. Solo lo straniero Doeg ha il coraggio di colpire i «sacerdoti del Signore». Non contento, Saul fa massacrare tutti gli abitanti di Nob e tutto il bestiame. È stupefacente vedere con quanto zelo Saul applichi un ḥērem da lui stesso decretato, mentre aveva avuto tanti tentennamenti davanti all'ḥērem ordinato personalmente da Dio (15,3.15.18.20-21)! La tragedia dei sacerdoti di Nob sembra inaccettabile, fuori da ogni logica umana e politica; nulla però accade casualmente questa povera gente sta scontando i peccati dei figli di Eli commessi tanti anni prima, che attirarono sulla famiglia sacerdotale una sentenza tremenda: «chiunque sarà nato dalla tua famiglia morirà per la spada degli uomini» (2,33). Ora la sentenza si abbatte sui discendenti di Eli realizzando anche un'altra parola del Signore: «Egli non lascia senza punizione, castiga la colpa dei padri nei figli e lascia senza punizione, castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione» (Es 34,7). Achimelech è, appunto, pronipote di Eli, Tuttavia l'annuncio del castigo a Eli parlava anche di un «superstite» (3,36). Infatti dall'eccidio ordinato da Saul riesce a salvarsi un figlio di Achimelech, il quale fugge immediatamente al seguito di Davide portando con sé l'efod. La tragedia si rivela essere un segno della provvidenza, poiché l'efod è lo strumento che consente di interrogare il Signore e di udirne le risposte. Ora esso, assieme al sacerdote che lo custodisce, si trova presso Davide mentre Saul rimane sempre più solo. Per lui Dio tace anche se tenterà ancora di consultarlo, ma invano (28,6).

6. «sotto il tamarisco sull'altura»: da 10,5 sappiamo che presso Gabaa c'era un'altura (bāmâ). La presenza del tamarisco (cfr. Gn 21,33) fa pensare a un impiego sacro del luogo (cfr. 9,13). Vg e LXX hanno letto «in Rama», ma questa parola non si adatta al contesto.

7. «Forse il figlio di Iesse darà a tutti voi...»: cfr. 20,30. Saul ironizza sull'impossibilità di Davide di offrire gli stessi vantaggi che lui ha il potere di garantire ai suoi fedeli. Davide stesso aveva detto di sé: «io sono povero e uomo di bassa condizione» (18,23). Le espressioni usate da Saul rimandano al “diritto del re” (8,11-17; 10,25) ma da un punto di vista diverso: non quello del popolo (Samuele lo aveva avvertito delle pretese che il re avrebbe avanzato sui loro beni) bensì quello dei funzionari del re: «Si farà consegnare... e li regalerà ai suoi ministri...» (8,14-15). È chiaro che Saul vuol solleticare l'avidità dei suoi ministri per strappare loro qualche informazione supplementare, spinto dal terrore che il “diritto di Saul” possa diventare il “diritto di Davide”.

8. «nessuno di voi si interessa di me»: con i LXX. TM ha lett.: «non c'è tra voi chi si ammali per me».

9. «stava con i ministri di Saul»: con i LXX. TM ha: «stava a capo dei servi di Saul». L'espressione non è chiara. Essendo Doeg capo dei pastori (21,8), probabilmente aveva diritto a un seggio nel consiglio del re.

10. «ha consultato il Signore per lui»: notizia nuova rispetto a 21,2-10. Doeg però non dice il falso; infatti nel v. 15 Achimelech non nega di aver consultato il Signore per Davide, come d'altronde ha fatto altre volte.

16-18. Saul non ha alcuno scrupolo nell'ordinare il massacro dei “sacerdoti del Signore” consacrati come lui per mezzo dell'unzione (cfr. 10,1). Non si ferma neppure quando i suoi uomini rifiutano di eseguire il comando; Doeg l'Idumeo invece si fa avanti e compie la strage a sangue freddo. Quale differenza d'animo manifesterà Davide quando per ben due volte tremerà al solo pensiero di «stendere la mano sul consacrato del Signore» (24,7-8; 26,9-11)!

20. «Ebiatar»: sarà il sacerdote di Davide (23,6-12; 30,7-8; 2Sam 8,17; 15,24-29) fino a quando commetterà l'errore di parteggiare per Adonia invece che per Salomone (1Re 1,7). Per questo motivo Salomone lo confinerà nella città levitica di Anatot presso Gerusalemme (1Re 2,26-27) preferendogli il sacerdote Zadok a lui fedele (1Re 2,35; cfr. 2,35). 1Re 2,27 parla dell'esclusione di Ebiatar dal sacerdozio come definitiva realizzazione della sentenza pronunziata in Silo sulla famiglia di Eli (1Sam 2,30-36).

22-23. Davide s'era accorto della presenza di Doeg a Nob e, poiché tra i due non doveva correre buon sangue, sapeva che la notizia del suo passaggio sarebbe arrivata all'orecchio di Saul. Ora si sente responsabile di quanto è successo. Perciò propone a Ebiatar, in segno di riparazione, di rimanere presso di lui e gli promette di difenderlo come se stesso, come “un deposito da custodire”. «chiunque vorrà la tua vita, vorrà la mia»: il testo ebraico inverte l'ordine delle parole «mia»/«tua», ma forse è un idiotismo semitico.

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Non si sa bene come definire questo nuovo lavoro prodotto dalla band di Warren Haynes e soci. “The Tel-Star Sessions” nasce infatti con l’intento di rispolverare una serie di registrazioni effettuate dalla band nello studio da cui il disco prende nome, che si trova a Bradenton, in Florida, e risalenti al lontano 1994. Ora, una mossa del genere potrebbe far pensare, in altre circostanze, a un gruppo che non ha più niente di nuovo e che, come si suol dire, raschia il fondo del barile... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/govt-mule-tel-star-sessions-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/1yqPA6HOMNDD2t5hbBYoRX


 
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from differxdiario

piove. le tre di notte. gli assertivi frusciano fuori dalla finestra. fanno i versi della piccola editoria, poi della media, poi della grande.

poi fanno la civetta, un'onomatopea curiosa, con il 20% di quota feltrinelli nel consiglio d'amministrazione.

vogliono prudere negli occhi degli agenti, che li piazzano, poi (col tempo) che li piazzino, e poi ancora, scemando: che li avrebbero piazzati se.

pop up, il contratto scade proprio sul filo dell'arrivo. gli si spiaccicano blocchi blob di sinapsi fuori dall'osso frontale slanciati oltre il traguardo. come in sogno.

arrivano a trieste su un treno che fuma, non sanno da che parte sta il confine, se venezia è presa o persa. arrivano a firenze ma è sbagliata. arrivano a milano con un fascio di glicemia sotto il braccio, da mostrare al cro-magnon maurizio intronato a un bar della stazione, però no, forse a monza, comunque rigido con un cappello da alpino in capo e un'asta metallica di flebo che gli tiene in vita le gengive. in parte.

btw, la flebo è caricata a versi giovanili, di milo, di vittorio, di rutilio, da petrolio.

la finestra sbatte a ritmo contro la nebbia. il vetro se ci fosse si fracasserebbe. la casa si allontana e il bianco se la mangia via.

 
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from Transit

(211)

(DLA1)

Dopo il voto di oggi al Senato, il decreto legge «antisemitismo» entra nella sua seconda fase: il testo passa ora alla Camera, dove la maggioranza punta a confermarne l’impianto senza modifiche sostanziali, blindando in via definitiva la nuova cornice giuridica su antisemitismo e critica a Israele.

All’inizio di questo post voglio essere chiaro su un punto essenziale: criticare lo Stato di Israele per la sua condotta a #Gaza e in #Cisgiordania non significa, in alcun modo, essere antisemiti. L’antisemitismo è un odio antico e pericoloso che va combattuto con la massima determinazione, ma proprio per questo non può essere usato come scusa per zittire chi denuncia bombardamenti su civili, occupazione militare, annessione di territori e violazioni sistematiche del diritto internazionale.

Il decreto «antisemitismo» non è più solo una minaccia: oggi il Senato lo ha approvato, confermando in aula l’impianto liberticida già emerso nei lavori della “Commissione Affari costituzionali” e facendo un passo decisivo verso la trasformazione della critica a Israele in sospetto di odio razziale. Il testo adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, già al centro di durissime critiche perché, in concreto, tende a far passare come “antisemita” ogni critica radicale al sionismo e alle politiche del governo israeliano, compresa la denuncia di apartheid, annessione della Cisgiordania e pulizia etnica a Gaza.

(DLA2)

Nonostante gli appelli di giuristi, associazioni per i diritti umani e pezzi importanti della società civile, la maggioranza ha tirato dritto, respingendo gli emendamenti delle opposizioni che provavano almeno a limitare i danni di una norma che confonde deliberatamente dissenso politico e razzismo.

Rispetto alla versione iniziale, alcune delle disposizioni più sfacciatamente repressive sono state limate per evitare una bocciatura immediata davanti alla Corte costituzionale, in particolare quelle che prevedevano in modo esplicito il divieto di manifestazioni pubbliche anti ebree e l’inasprimento delle sanzioni contro personale scolastico e universitario critico verso Israele.

Ma il cuore del problema è rimasto intatto: l’adozione piena della definizione #IHRA e l’inquadramento dell’antisemitismo in una logica securitaria che consente di trattare le manifestazioni contro la politica israeliana come minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

“Amnesty International”, tra gli altri, ha avvertito che così si soffocano il dibattito pubblico, l’accademia, la libertà di associazione e di protesta, perché chi denuncia crimini di guerra, apartheid e genocidio rischia di essere equiparato per legge a chi diffonde odio antiebraico.

Considero l’antisemitismo uno dei veleni più persistenti della storia europea, da combattere con decisione nella scuola, nella cultura, nei media, nella vita quotidiana. Proprio per questo trovo gravissimo che la memoria della “Shoah” e la sacrosanta lotta all’antisemitismo vengano piegate a diventare scudo di uno Stato che oggi bombarda, assedia, occupa, annette, e che pretende immunità morale e politica in nome delle proprie vittime passate.

Difendere gli ebrei dall’odio non significa blindare il governo #Netanyahu dalle sue responsabilità, né trasformare in reato di opinione chi usa parole dure (come genocidio, apartheid, pulizia etnica) per descrivere ciò che accade sul terreno in #Palestina.

In uno Stato che voglia dirsi democratico, criticare Israele per la sua condotta deve essere non solo possibile, ma necessario, esattamente come si critica qualsiasi altro governo quando calpesta il diritto internazionale e i diritti umani.

Con il voto di oggi, il governo Meloni mostra ancora una volta il suo vero volto: non quello del presunto baluardo di libertà, ma quello di un potere che piega le leggi alla ragion di Stato filo-israeliana, subordina i diritti costituzionali alla fedeltà a un alleato e considera il dissenso un problema di ordine pubblico da neutralizzare.

Il testo ora proseguirà il suo iter alla Camera, dove la stessa maggioranza che l’ha imposto al Senato punta a blindarlo in tempi rapidi, respingendo le richieste di cambiamento di chi chiede almeno di separare chiaramente antisemitismo e critica legittima a Israele.

Ma qualunque sarà la forma finale, una cosa è già chiara: oggi Palazzo Madama ha votato non solo un disegno di legge, ha votato un messaggio politico preciso (in Italia si può dire “mai più” solo se non disturba gli equilibri geopolitici) e la libertà di parola finisce dove comincia l’interesse del governo a non irritare Tel Aviv e Washington.

#Blog #GovernoMeloni #DLAntisemitismo #Politica #Italia #Opinioni

 
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from differxdiario

credo che un giorno andrà (forse) da qualcuno scritta la storia, la non piccola avventura, letteralmente mondiale e non solo in area anglofona, degli spazi in rete su blogspot/blogger attivati dagli autori di ricerca, prosatori estranei al mainstream, visual poets, autori di googlism eccetera.

non solo per ciò che quei blog hanno significato (da inizio millennio) come stagione di produzione di testi, materiali verbovisivi, flarf, scrittura concettuale, asemic writing, fotografie, glitch e quant’altro, ma anche come tessitura di relazioni di amicizia, di dialogo, di discussione e condivisione. [prima e meglio e più solida(l)mente dei social, aggiungerei].

di séguito, pochissimi link / esempi, davvero una manciata minima, per ‘the flux i share’:

https://differx.noblogs.org/2026/03/01/pochissimi-link-esempi-per-the-flux-i-share/

 
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