noblogo.org

Reader

Leggi gli ultimi post dagli utenti di noblogo.org.

from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Ne è passato di tempo dagli esordi del songwriter inglese Billy Bragg, che ritroviamo in questi giorni alle prese con la promozione dal vivo del suo nuovo minialbum “Bridges not Walls”. Sempre duro e controcorrente non solo nella scrittura musicale, ma anche nei confronti della stessa industria produttiva. I primi passi Billy Bragg li ha curati a fine anni settanta con la band Riff Raff (tanto amati da Ken Loach)... https://artesuono.blogspot.com/2017/11/billy-bragg-bridges-not-walls-2017.html


Ascolta il disco: https://www.youtube.com/watch?v=rbCetwIRdiY&list=PLuFrIncMdIQx2MZQeZeMDfahdYmNosSZq


 
Continua...

from Diario

Diario

Se ci penso ho tutte le carte per poter vivere felice, guardatevi le mani, avete tutti, come me, le carte per poter vivere felici. Se mi sedessi e mi mettessi lì a pensare, avrei tutte le carte per poter vivere felice, ma – diciamocelo – chi vuole vivere felice?

C'è una scena interessante in Mars Express, quando la protagonista chiede a quello che sembrebbe il villain del film di interrompere il suo piano e quello dice che non può, che non è lui a decidere, e allora la protagonista chiede al villain di mostrargli chi è il vero cattivo e quello, sotto minaccia di essere ucciso, accetta e sullo sfondo di un enorme monitor appaiono decine e decine di persone nel mondo in videoconferenza. Il cattivo è distribuito nel mondo, come le cucce per i cani in una casa troppo grande.

Ho preso un disco di musica franco marocchina, i Bab 'L Bluz e lo sto ascoltando con ostico piacere. L'idea è quella di spezzare le sonorità a cui sono abituato in quanto occidentale e

Che fatica. Quando pulisco certe parti della casa sento odore di orina di gatto, e capisco di essere finito in qualche sacca temporale dove chissà quando Nanaki fa fatto pipì. Forse, ovviamente, non ne ho certezza. Alla fine non è questo la letteratura? Lasciare le proprie pisciate di gatto sparse per il mondo, in modo che continuino a mandare i nostri odori interni dopo che ci saremo tolti dalle palle. Eccellente penso. Alla fine faccio una pausa, mi collego a internet e giro, giro in un budello di roba orribile. Poi scrollo il mio profilo Facebook e penso che – no – un posto bello nel digitale esiste, dai. L'altro giorno ero in macchina in coda che ascoltato i Bab 'L Bluz e per non sprecare il tempo morto del traffico stavo per chiedere a terzogenita di riprendermi mentre tenevo questo dialogo con lei: – amore, sai perché io faccio quello che faccio? – no – perché sono esposto. La cultura è sotto continua esposizione, le radiazioni del cosmo ci colpiscono e ci fanno vedere colori, forme, ci danno un senso di distanza e una percezione del tempo che non esistono. Siamo immersi in una grande vaporizzazione. “Quello che è successo”, non è mai successo. Non in questi termini. Siamo macchinette parlanti, più le radiazioni ci bruciano la cultura, più ne produciamo, come macchinette addestrate. Fine del video, taglio e inserimento su Instagram. Non l'ho fatto perché terzogenita non stava bene, era arroccata nel suo sedile, guardava il cellulare. Già stavo sentendo musica franco marocchina, poveretta. Era un meta video, sprecato. Ogni cosa che non faccio è sprecata, in un certo senso. Il tempo è sprecato. Alla fine, va bene.

Oggi lo dicevo a un genitore, suo figlio durante le mie lezioni si alza, va al calorifero, torna indietro, va avanti, si siede per terra. Ma a me – ho continuato – in realtà non dà nessun fastidio, non c'è – voglio dire – nessuno studio che dica che stare seduti e composti si impari meglio, anzi. Per certi studenti stare seduti e composti è una tortura. Vero?

Ho tanti ricordi che mi porterò dietro, come una coperta.Tutta roba che non posso scrivere e che mi trascinerò dietro. Scrivere costa comunque del tempo, ci vuole un po' di lucidità che oggi non ho del tutto. Comunque, uno, io per terra seduto in non so quale aula dell'università di lettere, forse aula M, aula Mandela, non ricordo, forse invento, seduto per terra che assisto alle lezioni di non ricordo che materia, prendo appunti e mangio misto cinese mentre ascolto. Chipang mix. L'aula piena come un uovo, non ricordo che materia fosse. Mangio non so mai come mettere le gambe le allungo le ranicchio, con vicino qualche sventurata come me, prendo appunti e mi godo i miei vent'anni, penso di avere tutto il tempo davanti e in quel momento c'è davvero ancora tutto, o quasi.

Le sconfitte e i fallimenti insegnano sempre qualcosa, a me hanno insegnato che fallire è sgradevole. Fallire si porta dietro – non solo il proprio fallimento – che spesso è poca cosa, ma a cascata l'idea che quel fallimento si moltiplicherà in tutte le bocche e tutti gli occhi che ti hanno visto alzarti e provarci. A volte del fallimento pesa la sua ricaduta sociale. In realtà poi, vedere qualcuno fallire, fa bene a chi non è interessato dal fallimento. È terapeutico, tonifica. Se fallisci stai facendo del bene a un sacco di gente, psicologicamente parlando.

Invecchiando ho notato questa cosa, che spesso il fallimento è sgradevole ma talvolta meno della vittoria. Certe vittorie, a guardarle bene, sono più mancati fallimenti. Vinci, e il premio è un aumento dello stress, del carico di lavoro, della competizione. Vinci e rimani attonito, ancora carico di adrenalina a fissare un punto davanti a te, un futuro a temperatura di fusione.

Sul mio computer ci sono migliaia di foto che ho fatto, sono tutte di risoluzione diversa a seconda degli anni in cui le ho fatte, a seconda del livello tecnologico che in quel momento il mercato aveva raggiunto. Di queste migliaia di foto, quelle che ho fatto per inquadrare qualcosa e fermarlo nel tempo saranno una decina. Tutte le altre foto sono nate per comunicare, per condividere.

Sono foto disordinate, foto di oggetti, frammenti di qualche viaggio, visi dei miei figli che sorridono, che piangono, che mi abbracciano, che usano prodotti, che mangiano. Riaprire molti di quei file mi fa male: ci sono dentro le energie di quegli anni, ci sono dentro i fallimenti della mia vita nel momento in cui non sapevo ancora che sarebbero stati dei fallimenti. Molte, moltissime foto sono foto di cose che ho fatto per lavoro per raggiungere degli obiettivi che ho mancato o che ho raggiunto molto parzialmente. Se fossi una persona intelligente cancellerei tutta quella roba, quella massa di immagini che oggi possono solo farmi del male. Ma in mezzo ci sono anche piccole cose che invece non rivedrò mai più: un posto bello in cui ero stato e che ho completamente dimenticato. Un frammento della mia vita di cui sono fiero e che anche quello non esiste se non in quella manciata di bit.

Sono morte diverse persone che conoscevo negli ultimi anni, persone con cui avevo lavorato, che avevo conosciuto di persona o che non avevo mai visto nella mia vita reale. Ma che in qualche modo conoscevo. Ogni persona si lascia dietro migliaia di file, aggiornamenti di stato che dicono quello che pensano del mondo, di un gelato, di un ristorante, della guerra in mediooriente; sono ancora tutti lì accanto alla foto profilo, come se fossero ancora tutti vivi.

Questo sciame digitale sembra eterno ma in realtà è fragile. La sua riproducibilità tecnica vive accanto a un accumulo continuo di contenuti che si coprono gli uni sugli altri, una fiumana comunicativa che annichilisce il singolo elemento, possono tutti concorrere ad un addestramento degli algoritmi, ma sono file sempre più fragili e inutili man mano che ne arrivano altri migliaia e migliaia al secondo. Il singolo file svanisce, rimane – forse – il suo addestramento per generare altri migliaia e migliaia di file desunti, cosplayer di quell'impalpabile momento di vita originale.

Questi file sono appiccicati alla mia esistenza, una volta che questa non ci sarà più, anche quei file lentamente perderanno la loro forza e la loro identità. La loro riproducibilità tecnica è un'illusione: nessuno ha bisogno di conservarli e di farne copie di backup perché il processo di generazione di altri file è senza interruzione e non è sostenibile. Non ci riesco io, figurati dopo di me. Verranno divorati dagli algoritmi, presa la loro standardizzazione degli spazi, dei volti, dei vettori di movimenti, dei sorrisi, della forma degli oggetti, i vuoti e i pieni delle strutture. L'essere o non essere della luce. Verrano divorati e poi sputata la loro forma digitale, ormai improduttiva. Qualcosa o qualcuno li cancellerà. Una pulizia di un server, un incendio, un errore o la sistematica frantumazione degli oggetti digitali di cui l'upgrade continuo si nutre. La forma dei ricordi finirà vittima delll'obsolescenza del proprio formato.

Sono lì che cammino e mi imbatto nell'immaginazione, è una specie di spiaggia quella in cui cammino dove si sovrappongono passato e futuribile, quella forma particolare di futuro che non si è mai avverato ma avrebbe potuto. Immerse nella sabbia, come statue gigantesche di epoche remote, conchiglie dalle fatture sovraumane, le bocche auricolari aperte, le ciglia madreperlacee svirgolano quasi a palpitare: non è così rassicurante – dicono – la nostra voce?

A furia di cannibalizzarmi l'anima – rispondo – la realtà mi ha divorato il corpo. Non capiscono: se solo vedessero tutti i refusi che ho nella testa. Quando escono li ho già rimessi a posto, non tutti, ma una buona dose. Ho una dislessia emozionale, una discalculia che rende tutto l'universo a volte grosso come un calzino, a volte rende le coperte del mio letto tendaggi infiniti dove metto in scena spettacoli cosmici: guarda questa supernova che mi esplode tutt'intorno allo stomaco, la curiosa geometria delle mie gambe buttate al cielo aperto.

Forse ti chiederai perché sto mentendo: ebbene. Sappi che la verità che hai in bocca è oscena. Quando parli sputacchi brandelli di reale che rendono la mia immaginazione un orrore. Credimi se ti dico che la mia menzogna è un sano bisogno di sopravvivenza. Che fa bene anche a te vedere tutto questo frottolame messo in scena. Si chiama – tecnicamente – utopia. Ed è dell'utopia che di tanto in tanto, per qualche frammento di secondo, accade. Sbeng. Poi tutto ritorna come prima, ci si rende conto di essere animali bestie, preda di furori bestia, e ci si osserva con vergogna e rabbia, si ringhia per sentito dire.

Come la mia gatta che, cresciuta con la mia cagna, adesso ringhia come un cane quando passano i vicini fuori dalla porta. Così mia figlia – quando può – manda lo stesso odore mio o di qualche altro progenitore. Il Festival di Sanremo ci sarà, come ci sarà l'ennesima guerra, oggi il frastuono è ineludibile, ciao ciccia mi hai chiamato, come va, tutto è sfuocato, le luci dal ponte dell'autostrada, a scuola, per errore, si muore, a centinaia, a difesa del regime più brutale della storia, la comunicazione sociale sembra uno spezzatino di carne, terriccio, peli, acqua, la ricetta vincente per la carbonara, la morte in mondovisione con i disclaimer per gli adulti, clicca ma è un contenuto sensibile, morto ma sensibile, essere salvati da mostri imbrattati di storia, d'atronde i generazion z e oltre sono ormai abituati all'accesso a contenuti non omogeni dove il segno ha forza per se stesso senza essere una semplice trasposizione del suono, ... .– .–. .– .——. / .—. .. ..– .——. / ..–. .– –.–. .. .–.. . / –.–. —– ... .. .——. / .– — — .– –. ... .. .–. . / .. / –.–. —– –. .– – .. / ... .– .–.. – .– .–. . / – .–. .– / ..–. .–. .– — — . –. – .. / .. / –... .–. .– –. –.. . .–.. .–.. .. / –.. .. / – . —. ..– — . –. – .. / . / –. —– –.. ..– .–.. .. / . / ...– —– –.–. .. / –.–. .... . / .–. . ... – .– .–. .– –. –. —– / .–.. .– / ... —– – – —– —..— / ... –.–. .... .. —.. —.. .– – .. / ... ..– —. .–.. .. / .– –. –. .. —..— / –. . .–.. .–.. . / .—. .– .–. . – .. / –.. . .–.. .–.. . / .. –. ..–. .–. .– ... – .–. ..– – – ..– .–. . —..— / ... .. .——. / .– .–. .–. .. ...– —– / ..–. .. –. .. ... –.–. —– / –.. .. / ... –.–. .–. .. ...– . .–. . / ..– –. .– / –.–. —– ... .-

Farò errori chi non li fa. Sono a casa con una probabile influenza, mal di testa, nausea, scrivo quindi cose sbagliate. Perché Venerandi scrivi se stai male, intanto perché stare male è una condizione piuttosto frequente, e poi perché – se fo faceva D'Annunzio ad occhi chiusi sul letto d'ospedale, gli occhi fasciati – vuoi che non lo faccia io, scrivere è nella natura di questa cosa tecnologica che siamo, come respirare, provare ansia per il futuro, andare di corpo. Esplorare l'ignoto.

L'altro giorno ero sulla scala che pitturavo il soffitto e sentivo un podcast in cui una voce leggeva un brano di un romanzo che non ho mai letto, credo fosse Mattatoio numero cinque, e legge questo brano potentissimo dove l'autore immagine i bombardamenti che l'Europa stava subendo da parte degli alleati, se li immagina a rovescio, aerei che partono all'incontrario dall'Inghilterra, arrivano sulle grandi città europee distrutte, e con vapori e suoni risucchiano al loro interno le bombe che erano state sganciate, i palazzi risorgono, i corpi smembrati vengono curati e alla fine gli aerei all'incontrario tornano nelle loro città, le bombe vengono mandate in fabbriche dove donne le smantellano, riportano gli elementi minerari all'interno della terra da dove erano stati rimossi a tonnellate, una cosa del genere ma scritta molto bene e io – sulla scala – ero commosso, mi è venuto un groppo alla gola mentre pensavo, ecco, la tecnologia dovrebbe essere questo, ricostruire, curare, fortificare il pianeta. E invece – la beffa – di migliaia e miglaia di forze, energie, risorse occupate a produrre costosa tecnologia nata per distruggere, sventrare, recidere, detonare.
Speriamo i miei figli facciano meglio, pensavo, ma non so, le generazioni sono trasversali come la mia, c'è dentro di tutto, ci sono menzone su cui è costruito il potere occidentale, c'è lo spettro della morte che nessuno vuole vedere, il covid facci caso non c'è mai stato, c'è questa abitudine al benessere e al sogno del lusso che tramandiamo ai nostri figli come un desiderio virale collettivo.

Camminavo qualche giorno fa con Elettra e le dicevo che io non sono uno di quei genitori che dicono che i figli gli devono qualcosa in cambio per tutte le ore impegnate per loro, a farli crescere, a curarli, a seguirli, a preoccuparsi per le infinite cose che possono succedere nella vita. Perché, le spiegavo, nel momento in cui facevo quelle cose venivo immediatamente ripagato con punti esperienza, godimento sensoriale, appagamento e frustrazione. Insomma, quando se ne andranno siamo pari e patta, spero. Nuove generazioni e nuova tecnologia. C'è stata una discussione che ho fatto mesi fa con Andrea Inglese e che avrei voluto proseguire, ma basta, il mal di testa ora è importante, mi fermo qua. Anche D'Annnunzio mi immagino dormisse sul letto di ospedale. Sono a tavola con secondogenito e non so di cosa stiamo parlando e a un certo punto gli dico, “eh, ma sei esoso!”. Lui mi guarda. “Cosa sono?”. “Esoso”. Faccia di secondogenito mostra una ignoranza completa del termine

Mi è tornato il Tab XC con una nuova tastiera e sto scrivendo proprio per vedere se vengon fuori problemi immediati. Non mi faccio grandi illusioni, dopo la quinta tastiera capisci che la perfezione non è di questo mondo, come diceva: un atomo opaco di male. Oggi gli studenti mi hanno fatto notare che continuo a sbagliare. Dico il X Maggio, invece che X Agosto. Uno studente ha anche capito perché sbaglio: faccio una crasi tra il 5 maggio e il 10 agosto, esce fuori un 10 maggio che è anche pericolosamente vicino al 15 maggio, data finale di compilazione dell'omonimo documento. Questo per dire la confusione mentale che regna dentro la mia testa.

Quello che penso mi renda una figura atipica di insegnante ma più in generale di letterato, virgolettato, 'letterato' diciamo, è che non credo di essere un nerd della letteratura o dei libri. Non lo sono nemmeno dell'informatica, in senso stresso. Né della musica o dell'arte. Del teatro o del cinema. Tutte queste cose mi piacciono, fanno indubbiamente parte del mio dna, ma non sono un nerd, le vedo comunque da una certa distanza, con un sufficiente distacco. Mi interessano tutte per quello che mi è sufficiente per raggiungere lo scopo che mi sono prefissato, fosse solo anche il benessere personale o la sopravvivenza dello spirito.

Lo vedo con chi si appassiona a questo o quell'aspetto di cui riconosco il fascino o l'importanza, ma che tengo comunque a debita distanza.

Sono seduto a tavola con secondogenito e – non ricordo per qualche discorso che stavamo facendo – gli dico che è esoso. Lui si ferma. Mi fissa. “Esoso?” chiede. “Esoso”, confermo. La faccio breve: non ha idea di cosa significhi esoso.

Ecco, gli dico, ne stiamo discutendo anche su internet, gli dico, il fatto che le vostre generazioni hanno un vocabolario più limitato del mio. Secondogenito ridacchia sornione. “Più limitato ma più ampio” dice, e spiega che lui non sa cosa voglia dire “esoso”, ma ha un inglese migliore del mio. Ha il doppio, realtà, del mio vocabolario. Ed è vero. “Posso vivere senza il tuo «esoso»” chiosa.

E scrivo “chiosa” e so che anche questo termine non fa parte del suo vocabolario base, mentre ieri, quando cercavo di spiegargli che mi doveva comprare quelle palline di plastica che si usano per avvolgere le cose e spedirle lui mi ha ascoltato con pazienza e poi mi ha detto che – ok – mi avrebbe comprato del bubble wrap.

Ovviamente non tutti sono come i miei tregeniti, ma questo spostamento verso un italiano lessicamente più essenziale, meno letterario, più povero convive certamente con un arricchimento lessicale delle lingue forti della rete, non solo l'inglese, ma anche le comunicazioni non verbali e non basate sul segno, e questo spostamento è molto parzialmente individuato dalle indagini sul mondo scuola e i suoi abitanti.

Mi alzo, domenica mattina presto, continuo questa tradizione di svegliarmi che sono ancora stanco e dormirei ancora un po' ma la mia testa inizia a rotearmi dentro si porta appresso pensieri, ansie, fantasie, castelli di cartapesta e alluminio e dopo un po' capisco che di dormire ha bisogno il corpo ma la mente lavora contro, mi alzo.

Scendo al piano di sotto e Irene inizia a girarmi attorno. In genere quando lo fa è perché ha finito l'acqua e ha sete, ma questa volta la ciotola ha ancora acqua, quindi capisco che deve fare pipì. Piove, guardo fuori dalla porta finestra, la vallata ampia attraversata dalle bracciate grigie della pioggia mentre una luce bianca mostra i contorni seriali della Valbisagno. Irene inizia a girarmi attorno con più veemenza, ha capito che ho capito e con il linguaggio del corpo mi dice, apri, bastardo amato padrone, apri la porta finestra.

Apro la porta finestra e subito Irene corre verso sinistra. Nella casa vecchia, a sinistra, ci sono le scalette che portano alle fasce, due chilometri quadri di terreno dove Irene poteva bellamente fare la sua pipì. Ma qua, nella casa nuova, a sinistra c'è la fine del terrazzo, un caminetto, un terrazzino. Insomma, nessun posto lecito per fare pipì. Sporgo la testa dalla porta finestra per capire cosa voglia fare. Irene gira, non sa bene dove farla, annusa, gira, alla fine sale scomodamente sopra un vaso e inizia a a fatica a cercare una posizione per fare pipì.

“Ferma, pazza, mi ammazzi le piante!” dico e Irene mi ascolta, scende colpevole, rientra in casa, ma appena è dentro inizia di nuovo a girarmi attorno. Sospiro. Sono in pigiama, di uscire non se ne parla. Dalla porta finestra le indico le scalette che conducono sotto, alla fascia della casa nuova, un piccolo appezzamento di terreno, piccolo ma ampiamente sovradotato se rapportato alle capacità della vescica di Irene. “Vai là – le dico – scendi le scale”. Irene guarda me, guarda il mio dito, si agita, gira attorno. Niente.

Allora, lentamente, indosso la giacca viola di Elettra che è lì in cucina, mi metto a ciabatta le mie scarpe verdi da ginnastica, esco fuori nel terrazzo, sotto la pioggia, e vado fino alla scala che porta alla fascia di sotto. “Irene, vieni!” dico e questa volta la cana, rassicurata dalla mia presenza corre verso di me e – a un mio gesto – scende le scale e riscopre questa fascia a cui evidentemente non si è ancora abituata. Fa pipì.

Io aspetto sotto la pioggia, debole, la luce al neon della vallata che prende tutto il cielo, guardo il viola della giacca, il verde delle mie scarpe, il marrone in movimento del fiume Bisagno che porta la sua fiumana verso la foce e penso che un tempo una cosa del genere mi si sarebbe fissata nella memoria. Essere lì, voglio dire, in pigiama sotto la pioggia, a vedere la città che si frega gli occhi con le nocche, Irene che minziona lungamente, il senso del freddo e del caldo insieme. Invece oggi no. La capacità di memorizzare è più bassa. Gli occhi hanno perso diottrie, il sangue anche. Zeugma. Penso, allora che certe cose sono più liriche a pensare di averle fatte che a farle.

Forse certe cose sono più adatte a essere scritte che a essere vissute, penso. Guardo Irene che risale le scale felice, per quanto un cane possa essere felice. Rientro, scrivo.

Salve dottoressa sono Venerandi le scrivo perché volevo dirle che chatgpt non concorda sulla sua diagnosi. Lei mi ha scritto testualmente che i miei sintomi potrebbero essere ascrivibili a una seria sinusite. Sono compatibili, ha detto. Mi ha suggerito di andare a fare dei bagni termali, docce bollenti e insufflazioni con bicarbonato.

I sintomi di cui io le ho parlato sono di giramenti di testa, confusione, specie dopo piccoli sforzi, leggero stato di nausea, poco appetito, aumento degli acufeni, lanuggine ombelicale, tappamento delle orecchie nei momenti di tensione, dolori persistenti alla parte centrale della schiena, arrossamento prepuziale, sbucciatura delle nocche delle dita, calo generico della vista, assenza momentanea, inversione delle sillabe, spossatezza, mancanza di sonno o eccesso, frequenti mal di testa, schiacciamento dei suoni in frequenze, dolori premestruali, rigonfiamento dell'addome, digrignamento dei denti notturno, apnee, sogni ambientati in mondi con geometrie non euclidee, polluzioni non nottune, inversione delle trombe di eustachio con quelle di fallopio, stati di agitazione, insofferenza nei confronti del nemico e alluce valgo.

Chatgpt, anzi Gemini perché di Cahtgpt avevo finito i crediti della versione intelligente, mi ha scritto sei paginate di roba, ma il succo è qua: “Gran parte dei tuoi sintomi (confusione, acufeni, tappamento delle orecchie, apnee, digrignamento dei denti, spossatezza e sogni in mondi non euclidei) urla stress cronico e sovraccarico nervoso”.

Ecco, altro che sinusite. Urla. Stess cronico e sovraccarico nervoso. Da dove viene questo stress? E cosa potrei farci? L'ho chiesto sempre a Gemini che si è messo lì a pensare e poi mi ha detto “c'è una situazione specifica nella tua vita in questo momento—lavoro, relazioni, scadenze, cambiamenti imprevisti—che ti sta facendo sentire come se dovessi costantemente combattere contro un “nemico”? Vuoi che proviamo ad analizzarla insieme per capire come abbassare la guardia?“.

E poi ha aggiunto: “oppure vuoi passare subito alla risoluzione, che è molto più semplice di quello che tu possa pensare”. Io allora, nel silenzio della cucina gli ho detto, cavolo, passiamo subito alla risoluzione, cosa devo fare? Gemini si è messo lì a pensare a dopo un po' mi ha scritto che devo staccare, prendermi del tempo per me, ad esempio andando a fare dei bagni termali, docce bollenti e insufflazioni con bicarbonato.

Secondogenito mi sta aiutando a traslocare e preparare la casa nuova, e lo fa a modo suo, tipo io gli chiedo se può aiutarmi, lui mi guarda con il suo sguardo da gatto manga e mi chiede in cosa lo devo aiutare, io glielo spiego e lui – alla fine – mi guarda e mi chiede, con la sua voce dinoccolata: “ma è legale?”.

Tipo carichiamo il frigorifero in auto e – per vari motivi che hanno a che fare con la mia schiena – lo carichiamo dentro l'auto e non sopra, e io poi mi siedo al posto auto con un frigo pericolante addosso e secondogenito dal finestrino mi guarda e indica il frigo e mi chiede, “ma è legale?”.

“Se sopravvivo, sì” gli spiego e parto.

È morto Umberto Bossi, intendo del tutto. Non provo né gioia né dispiacere. Sono andato a cercare se avevo mai scritto qualcosa su Bossi e – sì – ci sono dei residui nella mia scrittura dove c'è Bossi, tipo una frase tipo: “umberto bossi che si accorge che quella roba bianca che gli esce dagli angoli della bocca non è bava”. Cose così, tre in tutto.

E non provo né dispiacere né gioia, solo l'impressione di averne un residuo in mezzo alle cose che ho scritto, come quando ti si macchia un muro che hai dipinto da poco, o trovi sul pavimento il residuo di uno scracchio di chissà quanti anni prima.

Eravamo giovani, facevamo satira su tutto. Forse pensavamo che quegli orrori sarebbero morti, invece hanno attecchito, contorcendosi si sono trasformati e sono ancora qua, e c'erano ancora prima e ci saranno anche dopo.

Facevamo satira pensando che fossero delle eccezioni, qualcosa di temporaneo, che quello che scrivevamo sarebbe un po' servito ad andare in una direzione diversa. Come i brufoli, ci mettevamo sopra quelle creme che non hanno mai fatto niente.

La nostra satira e quella dei nostri padri spirituali è servita a poco, si è trasformata man mano che si trasformavano i mostri. La nostra satira è un'appendice dell'orrore.

Non c'è come alzarsi la mattina, prendere il caffé leggendo le notizie del mondo con il proprio Macbook nuovo per sentire la mancanza del Tab XC che in questo momento è in Polonia. Son bastati sei mesi di uso quotidiano di un e-ink a colori a tredici pollici per farmi sentire ancora di più la pesantezza di uno schermo luminoso per tutto quello che riguarda la lettura, la scrittura, la navigazione e lo studio.

Di contro il Tab XC è in Polonia perché ha grossi problemi con le cover tastiere, Onyx gentilissima me ne ha già sostituite quattro e tutte e quattro non sono andate come avrebbero dovuto, tanto che – appunto – ora mi hanno chiesto di spedire tutto, anche il Tab. E mentre lo incartavo, il giorno prima anzi, mi sono reso conto della grande paura avverata: una venatura nel vetro. Non nello schermo, grazie al cielo, ma nel vetro.

Gli schermi e-ink sono ancora fragili e la riparazione del vetro, solo del vetro, costa qualcosa come 270 dollari. Questo per dire le sofferenze del povero elemento polvere all'interno dei meccanismi tecno capitalistici. Il desiderio, l'entusiamo per vedere le tecnologie evolversi e contorcersi come vermi, il fascino per la parte ancora ingnota di quello che andremo a fare.

Iera sera giocavo a un videogame trovato per caso su itch, dove una ricercatrice ad un certo punto parlava di questo grado zero della costruzione di una macchina, dove l'umano non ha più parte alla sua progettazione. Analizzando l'occhio della protagonista, un androide, la ricercatrice umana non capisce la tecnologia con cui è fatta e ne è ovviamente affascinata.

Ma in realtà volevo parlare delle cose a cui sono abbonato, non so perché ieri pensavo alle forme di abbonamento come – nello stesso tempo – qualcosa di arcaico (le comode “dispense settimanali”), dall'altro una moderna e intrusiva forma di spostamento del possesso del bene fisico, dove tutto, anche InDesign, non è più un prodotto ma una performance che dura finché paghi.

Ma non oggi.

Le cose a cui sono stato abbonato nella mia vita sono state diverse, ma non tantissime. La prima, non era un vero e proprio abbonamento, era una raccolta di fascicoli settimanali che hanno poi concorso, nel passare gli anni, alla formazione della Grande Enciclopedia della Fantascienza. Avevo dieci anni quando l'ho cominciata ed è ancora con me con tutti i suoi volumi carichi di racconti di fantascienza, saggi, immagini, foto, “materiale” che a volte leggevo a volte solo sfogliavo guardando le immagini. Immagazinavo senz'altro.

Lì lessi per la prima volta autori come Lovecraft, Harry Harrison, Johanna Russ, Heinlein, Sprague De Camp, Farmer, Zelanzy, Tiptree, Bradbury, Keyes, Dick, Vacca, Ursula Le Guin, Vance, Borges, Ballard e altri.

La seconda cosa che ricordo è stata invece una raccolta di volumi dei classici della narrativa della De Agostini. Lì ero qualche anno più grande e mi arrivavano nella cassetta della posta due libri ogni – mi pare – quindici giorni. Brossurati con copertine in finta (spero) pelle verde, rossa e marrone. Anche di quelli ne ho ancora molti, mi hanno seguito di casa in casa per decenni e alcuni li ho letti anche recentemente perché – da ragazzino – leggevo solo quello che mi ispirava, quindi ancora di tanto in tanto ne leggo uno. Non so però se mi seguiranno in questo ultimo trasloco.

Lì lessi Orwell, Strindberg, Poe, Kafka, Pavese, Le mille e una notte, Balzac, Boll, Tolstoj, Joyce, Voltaire e tanti altri. L'ultimo che ho letto, l'estate scorsa ancora, è stato Saul Bellow, per dire quanto abbia sfruttato la raccolta.

L'altro abbonamento è stato ai classici della musica classica, credo sempre De Agostini, quelle cose che uscivano in edicola con la cassetta settimanale. Immagino fine anni ottanta, inizio novanta. Le avevo prese tutte, ogni settimana ne usciva una o due, non ricordo bene. Anche qua tutta la musica classica dal Gregoriano fino a Berg, passando per tutto quello che c'è in mezzo e che io diligentemente mi sentivo mentre studiavo o facevo dell'altro perché, nella mia piccola mentalità borghese, era necessario che io sapessi riconoscere quella roba. Un centinaio di cassette che invece ho buttato via nel passaggio al cd, senza mai riuscire a riavere tutto quel materiale.

Poi, direi, il nulla. Ho seguito collane, come quella delle videocassette del cinema d'autore dell'Unità, o raccolte di dvd de Il prigioniero o di Zaffiro e Acciao, comperato decine e decine di riviste contenitore di fumetti, Mangazine, Corto Maltese, L'Eternauta, Akira, Nova Express, Cormic Art, Totem Comics, tutto negli anni novanta direi, i dvd forse inizi anni zero. Non si trattava però di abbonamenti veri e propri, l'idea dell'abbonamento era una cosa diversa.

Recentemente gli abbonamenti hanno parzialmente cambiato la loro natura, ne scrivevo stamattina. Oggi, 2026 sono abbonato ad alcune cose che non uso, Netflix o Prime video, sono abbonamenti fatti per altri membri della famiglia, come sono abbonato a Adobe per uno dei figli altrimenti per me potrebbero tutti finire nelle fiamme dell'inferno. Sono abbonamenti che non mi lasciano niente. L'unica cosa per cui ringrazio Netflix è aver cacciato i dollaroni per avere The Other Side Of The Wind di Welles, un mio idola fori, ma alla fine il film ce l'ha lei, non io. Questi sono abbonamenti saponetta, li usi e poi sgusciano via.

Nel 2026 ho fatto due abbonamenti diversi, uno a Peter Gabriel, uno a La fine del mondo. Questi sono diversi perché non sono servizi, sono abbonamenti a cose che poi mi restano. Nel primo caso mi scarico una parte importante della produzione musicale di Peter Gabriel che resterà con me anche quando l'abbonamento finirà. Il secondo è un abbonamento a una rivista di fumetti, anche quella spero che resti finché non muoio. Dopo temo che verrà tutto buttato via, forse lo spero, come quelle popolazioni che ogni tanto si vedono, mettono in piazza le cose più preziose che hanno e le distruggono.

Infine sono abbonato a Il Post e al New York Times. Da un po' di anni. Il secondo soprattutto è molto ricco e stimolante. Faticoso da leggere, da gestire con attenzione, ma mi ha aperto le prospettive asfittiche della stampa italiana.

Perché ho scritto tutta questa roba? Con tutte le cose che ho da fare. Non lo so. Perché ho una lingua nella testa e certe volte sono ossessionato da pensieri e penso che scrivendoli in qualche modo si annullino, trovino i loro confini, spesso risicati, e la smettano lì. A furia di scrivere la scrittura perde di energia, inizio navigando e alla fine sono allo stremo butto i fatti gli uni dopo gli altri senza nemmeno rileggere quello che sto scrivendo. Niente spannung, niente epilogo, semplicemente la musica finisce lì come certi pezzi di Steve Reich o di Battisti Panella.

Se il primo approccio con il digitale per me è stato nel 1983, con il mio primo home computer, il secondo scalino è stato il modem e la prima connessione tra il mio computer e altri computer sparsi per il mondo. Oggi la connessione è diventata talmente intrusiva che i nostri dispositivi ci identificano, noi siamo qualcuno perché il nostro dispositivo lo conferma, allo stato, ad Amazon, a Google.

La prima cosa che fa oggi un dispositivo appena nasce, è cercare una connessione, come un neonato apre la bocca per cercare l'aria. Subito mandiamo dati, veniamo geolocalizzati, mandiamo piantine dei nostri appartamenti a sconosciuti server cinesi, traccia dei nostri allenamenti, preferenze e gusti cinematografici, esondiamo informazioni su di noi per tenere viva una profilazione di cui non conosciamo gli esiti, nemmeno – in alcuni casi – chi la fa.

Questo cambio della natura della macchina da computazionale a sociale era già negli anni ottanta, cosa vi credete. Quanto tempo ho passato a chattare su QSD, a giocare su AMP, a seguire i giocatori connessi su Necro, a scrivere messaggi sulle BBS locali, Elios, e poi Fidonet e Usenet. Il tempo che passavo al computer per comunicare aumentava man mano che aumentavano le possibilità tecniche per farlo. L'ho fatto, per inciso, perché era qualcosa di nuovo e di irrinunciabile.

È complesso pensare a un ragazzo che vive in un paesino di Sant'Olcese, scollegato da ogni cosa, che di sera collega il suo Apple II alla rete telefonica SIP e gioca in rete con un MUD fantasy in Inghilterra, AMP. Non si ha idea – voglio dire – di quello che cambia nella testa del suddetto ragazzino. È un cambio di prospettiva nel considerare cosa sia la felicità, la solitudine, la patria, il territorio, l'immaginazione.

Quando sono scollegato, oggi nel 2026, lo sento. È qualcosa di palpabile. Uscire senza cellulare per errore, essere fuori campo. Di colpo è come se venisse recisa una parte di me. È nello stesso tempo un sentimento di castrazione, un canale comunicativo che si interrompe; e di libertà. Una specie di anarchia grossolana e primitiva. Sono fuori da ogni comunicazione, geolocalizzazione. Nessuna notifica del cazzo. Potrei morire, crollare sull'asfalto e nessun metadato verrebbe aggiornato. Sono fuori dal tempo e dalla storia.

Sono con mio padre nella mia stanza da letto con tutte le prese aperte e io seduto nel letto guardo mio padre che guarda sconsolato un foglio su cui ha disegnato la mia stanza da letto in tre dimensioni riempiendola di simboli che sono i fili elettrici che sbocciano e si nascondono nei muri. “Io – gli dico – quando reinventerò l'elettricità, la farò più semplice”. Mio padre alza la testa, si accorge che sono lì con lui. “Ma guarda che in genere l'elettricità è più semplice” mi dice. Torna a guardare il foglio.

“Non ho mai trovato un impianto elettrico così incasinato” continua, ma si ferma, come rircordando qualcosa di lontano. “Non è vero” si corregge. “Alla centrale nucleare di Caorso. Lì l'impianto elettrico era ancora più incasinato di questo. Abbiamo aperto i pannelli, non so chi ci avesse messo le mani, forse gli indiani. Inimmaginabile. Tu non hai idea Fabrizio. Comunque, dopo la centrale nucleare di Carso, viene senza dubbio la tua camera da letto. È al secondo posto”.

Io sospiro. Con un gesto lento accendo la luce e vedo che questa mia azione attiva anche le prese della corrente della stanza a cui ho attaccato il mio cellulare che vibra per un attimo, felice. Spengo la luce e il cellulare si rabbuia. “Piantala” dice mio padre. “Non ci stai aiutando” aggiunge. Torna a guardare il foglio, aggiunge delle sigle. Sospira. “Cazzo” dice dopo un po'. Sospiro.

Io voglio bene ai miei figli, voglio dire. Averli attorno è sempre una parte sorpresa, una parte affetto, una parte Campari, come il Negroni. Oggi ero in camera di secondogenito a correggere compiti perché nella casa nuova non ho ancora un tavolo per me e in cucina c'era il muratore che faceva delle rifiniture. Secondogenito era all'accademia. Tra un compito e l'altro mi è caduto l'occhio sulla sua libreria. In uno solo degli scaffali ci sono dei libri, in bella vista. Pochissimi.

Leggo i titoli: “Lo Strano Caso Del Dottor Jekyll e Del Signor Hyde”; “Doug, a DougDoug story” (un libro composto solo dalla parola 'Doug'); “La letteratura giapponese – La letteratura Coreana”; “L'arte della guerra”; “Educazione finanziaria”; “The Epic of Gilgamesh”; “La cucina imperiale austriaca”; “Five night at Freddy: The twisted ones”. Rimango affascinato da come, per secondogenito, L'arte della guerra di Sun Tzu, un saggio di “Educazione Finanziaria” e uno sulla “cucina imperiale austriaca”, qualunque cosa sia, possano essere tasselli di un unico puzzle culturale.

Più tardi a tavola c'è una discussione tra terzogenita e secondogenito su chi deve finire di fare la lavapiatti. “Oggi – dice secondogenito – tu sei stata a casa. Io sono andato a scuola, la lavapiatti sta a te”. Terzogenita, che – ah – nel frattempo è diventata una adolescente, non è d'accordo. “Non dobbiamo guardare solo oggi. Vuoi forse confrontare la moda delle ore in cui sono a scuola con la tua?”. Tossisco. “La 'moda'?” chiedo. Secondogenito fa un gesto vago nell'aria, “è tipo la media”. Terzogenita non è d'accordo, “non è la media, si tratta del numero che si presenta più frequentemente”. Annuisco, cammino all'indietro, mi siedo sul divano, loro vanno avanti a discutere, ridendo. Mi godo lo spettacolo.

(Primogenito nel frattempo mi ha mandato alcuni scatti dal secordo cortometraggio che sta girando. Mi sembrano molto belli, è ambientato nel mondo scout e i colori sono pastellosi, anche qua mi ricordano un po' Wes Anderson. Ma non so se posso condividerli, me li tengo per me).

(diario di stamattina: servizi di assistenza sinopolacchi, consumo, il fallimento del progetto scout, l'Iran a scuola, le cazzatone e molto altro, a gratis come al solito)

Mi hanno scritto dalla Cina che i polacchi hanno detto che il mio Tab XC sta bene ed è già stato rispedito indietro con una tastiera nuova. È la quinta. Da un lato è una buona notizia perché potrò tornare ad usare il mio tablet e-ink, dall'altro è una pessima notizia perché vuol dire – implicitamente – che le cover tastiera di Onyx hanno grossi problemi di elettronica e durano pochi mesi. Non hanno fatto menzione della venatura sul vetro che sarà lì ad aspettarmi. Spero non sia peggiorata.

Guardo fuori dalla finestra. Alzo le spalle, le abbasso, potrebbe essere il nono pezzo di broccato. Se penso a quello che succede ora nel mondo non è un grosso problema, ma è un peccato. Io ci metto sempre un sacco di entusiasmo, anche quando non ne ho molto. Finiranno anche tutte queste risorse naturali che tengo dentro al corpo. Dai dai Venerandi, potrebbe andare molto peggio. Andrà molto peggio, si va per fasi e per crisi.

Ho questo ricordo di un'attività scout fatta al porto antico, non ricordo assolutamente che evento fosse, per adulti comunque. Forse clan. Ci hanno diviso in piccoli gruppi e siamo andati ad ascoltare degli specialisti. Non ricordo in che campo. Comunque lì uno disse una cosa che sul momento mi folgorò, ero giovane e ingenuo. Un po' come adesso, ma di più.

In pratica il tipo disse che l'idea scout di fare progetti sulle persone, progetti di vita, progetto personale, progetto di catechesi, eccetera, era sbagliata. I progetti sono un archetipo umano, non reale. La vita, ci disse, non va avanti per progetti ma per processi. Lo scoutismo, secondo lui, ma in seconda battuta la vita di ogni persona dovrebbe essere strutturata per processi. I processi per loro natura sono solo parzialmente sotto il controllo umano, vivono per conto loro, possono modificarsi in corso d'opera, vengono influenzati da quello che abbiamo attorno. Soprattutto non sono lineari e progressivi, possono cortorcesi, tornare indietro, avere delle fasi ma anche delle crisi.

Chissà chi era, e chissà quanto di quello che ho tenuto qua dentro l'ha davvero detto lui, quanto ci ho aggiunto di mio nel corso degli anni. Ecco, pensare che non esista un progetto di Dio su di me, che non esistesse un progetto di vita sul quale strutturarmi, all'epoca, mi fece un gran bene. Non ero io lo strano che non lo vedevo, che – anzi – se mi guardavo dall'esterno vedevo un sacco di cose incongrue e contraddittorie, lontanissime da una pianificazione quinquennale della vita. Era che siamo fatti così e i progetti sono un – come posso definirlo – un oggetto transizionale della nostra esistenza, come quei peluche che lasci a tuo figlio quando lo lasci all'asilo nido per andare a ingrassare questo favoloso sistema capitalista che – per inciso – fallisce nel fare cover tastiere efficienti e vetri a prova di venatura.

Nel frattempo è sbucato il sole dalle colline di fronte, come vedete sto scrivendo in tempo reale. Ieri a scuola ho avuto due momenti carini, e due terribili. Racconterò solo quelli carini. In quinta ho finalmente lanciato il gioco che avevo comperato Radio Victory, che si è rivelato piuttosto funzionale. Non ci perdo troppo tempo sopra, il momento ideale per me è stato a metà quando i gruppi stavano giocando, interagendo, con partecipazione tale che se fossi uscito dall'aula non se ne sarebbe accorto nessuno. Per me quella è una cartina di tornasole che l'attività, almeno dal punto di vista della meccanica, non parlo dei contenuti, sta funzionando. I gruppi lavorano, giocano, interagiscono, apprendono, sbagliano, criticano e lo fanno perché il meccanismo sta funzionando non perché ci sia un maieuta che si mette in mezzo a tradurre la conoscenza in funzione oracolo. Cosa che anche io faccio spesso eh, ma preferisco quando si mettono in moto microstrutture “sociali” che lavorano in maniera autonoma.

Il secondo momento carino è stato quando ho deciso di parlare in seconda della guerra in Iran, da oracolo (dicendo anche una cazzatona a un certo punto che – grazie al cielo – uno studente ha corretto) (tipico degli oracoli è sparare cazzatone) (d'altronde i processi di questo vivono: entusiasmo, errori, cazzatoni, estasi e tormento) e mi sono reso conto che i materiali che avevo scelto per spiegare, ruffianissimi, avevano funzionato, che l'argomento evidentemente gli interessava tanto da avere l'attenzione del – la lancio lunga – del novanta per cento della classe, almeno fino a quattro minuti dal suono della campanella, che è un tempo infinitamente lungo per una seconda che non stai ricattando con il bastone della verifica o della gehenna degli scrutini.

Quelle cose che dici, ecco la scuola di queste cose dovrebbe parlare e tu ne parli e quindi puoi evitare di scriverlo su Facebook. Però poi lo scrivi lo stesso perché hai messo il te nei fornelli piccoli e ci sta mettendo un'infinità a bollire e tu – nel contempo – devi sbollire le notizie dall'universo sinopolacco.

Ieri abbiamo visto con la famiglia al completo l'ultima puntata dell'ultima stagione di Stranger Things, con il divertimento di essere ancora lì a vederlo a quasi dieci anni di distanza dalla prima volta e – massacrandolo – per la sciatteria con cui hanno prodotto una cosa del genere. Pensare i soldi bruciati faceva male, fotogramma dopo fotogramma. Altro che Henry e Vecna, l'orrore è Netflix.

Non so nel resto del mondo ma qua a Genova c'è un vento irreale, scuote casa mia, gli alberi, gli scooter, le tegole roteano come dischi rotanti in cerca di vegani da colpire. E – ho notato – è pieno di strani vermi neri, cammino da un po' di tempo e noto questi vermi neri, tranquilli, lenti, muoiono senza fare casino, ma continuano la loro strada, li ritrovo anche nei muri nelle scale non so da dove passino, qualcuno anche in casa.

Ad un certo punto ho pensato che li vedessi solo io, vivo in un mondo dove vermi neri attraversano il reale e lo coprono con il loro piccolo corpuscolo scuro. Per gli altri non esistono, sono alterazioni del mio occhio o della mia testa, come le macchiette che danzano quando guardo il vuoto della Valbisagno. Sarebbe un buon inizio di un romanzo secondario di Murakami.

Oggi dovrebbe arrivarmi il Tab XC, il mio piccolo, sarà un incontro gravido di paure e accuse reciproche. Ho già messo il cuore in pace e so già che la tastiera non funzionerà, che la venatura sarà peggiorata e sto pensando eventuali soluzioni, costruire io una cover tastiera, moddare l'esistente, fare una causa collettiva alla Cina, al capitalismo, alla gioia del consumo, alla tecnologia.

Ieri ho skippato tutti i messaggi di tema scolastico, era un'invasione di gente che sentiva il bisogno di creare traffico sull'ultimo episodio di cronaca, la dopamina delle notifiche e del chiacchiericcio. “Siete il Netflix dell'Istruzione” ho pensato. Vorrei dormire sotto un manto di acqua bollente, cristallina, una grotta sotterranea da cui si intravvede l'uscita, un cielo cilestrino, io sotto questo velo di mare vaporoso che mi lascio cuocere e penso e non penso e sogno e non sogno, io sono stato tutto quello di cui ho parlato, sono stato Proust, D'Annunzio, sono stato Svevo e Trevisan, Balestrini e Dante, tutto mi ha attraversato e ora – sotto l'acqua che mi muove nello spazio – restano delle macchie, dei bagliori attorno a me.

È tornato il Tab XC, come un angelo dal cielo, folgorato. Alla fine questa parte di me – materica – è un groviglio inestricabile di cose. Sono quello che sono stato, banale a dirsi, e sarò quello che sarò. Mi avvicinerò e mi allontanerò dal benessere come una movimento respiratorio. Tanti anni, decenni, ad allenarsi a fare cultura e sono ancora qua, di nascosto, a cercare spazzatura intellettuale da mettermi in bocca. Mastico frammenti di fiction, plancton di pornoscopie, ho gli occhi ancora pieni di caccole pulp. In fondo è dell'animale avere bisogno anche dello schifo.

Oggi ho finito di far vedere in quinta informatici Un chien andalou. MI guardavano con commiserazione, ma quella commiserazione che potrebbe, mi illudo, in uno o due di loro, tra qualche anno, rivelare cosa, rivelare una piccola brace rimasta lì sotto una coltre di cenere scolastica. Questo facciamo di importante, non il grosso travaso di conoscenze, che pure c'è eh, ma la piccola sottile pagliuzza ardente che resta lì nascosta a fare da nutrimento al corpo di questi mutanti che continuano a divorare per tutta la loro adolescenza e giovinezza. Se la dimenticheranno, o – meglio – penseranno che è lì per loro virtù. Che è vero, poi.

Fa male all'ego, ma quello che lasciamo in chi ci circonda è lì grazie a chi accetta piuttosto che a chi dà. Dovremmo ringraziare ogni volta che notiamo che qualcosa di noi è stato rubato da qualche nuova generazione, che una parte di questo tramestio ci sopravviverà a nostra insaputa. Il grosso di quello che resta di noi sulla terra ci resta sotto anonimato. Azioni, qualcosa che abbiamo detto, una frase che qualcuno ha colto al volo, una nostra idea, brutta, che declinata diversamente diventa qualcosa. Un gesto gratuito, qualcuno che ci vede da distante mille miglia e si prende, di noi, quello che gli serve e poi ci dimentica.

Entro in casa dei miei genitori, mi saluta mia madre inzia a parlarmi e io la seguo in cucina dove c'è la televisione accesa. Le cose sono così, collassano. Alzo la testa e vedo lo schermo, mia madre sta ancora parlando, e la sua voce si sovrappone alle immagini della tv dove il sonoro è abbassato, sembra quasi che la voce di mia madre venga direttamente dalla televisione. È una trasmissione di politica, mi pare, guardo meglio, ci sono delle persone vestite con vestiti che sembrano usciti dalla realpolitik degli anni sessanta, e in mezzo saltella il giornalista e lo riconosco, è Gianni Minà. Gianni Minà che sta parlando con la voce di mia madre e parla della prossima visita di controllo di mio padre.

“Mamma – dico – ma Gianni Minà non è morto?” e mentre lo chiedo indico lo schermo. Mia madre si gira, vede Minà e rimane in silenzio a fissarlo. Questa cosa di entrare in casa dei miei genitori e trovarmi con loro davanti, e la tv sintonizzata sul decennio in cui vivevo con loro, apre una specie di varco temporale, mi immagino per una frazione di secondo che lì dentro, nell'appartamento dei miei genitori, siano davvero ancora gli anni settanta, che loro – quando li hanno attraversati – ci siano rimasti in qualche modo impigliati e ora se li portino dietro a brandelli, sparsi per la casa.

Poi mia madre si rianima, all'improvviso, dice eh sì, ma non lo sai Fabrizio? c'è lo sciopero dei giornalisti, è da stamattina che non ci sono più i telegiornali. “Ah” dico. “E quindi hanno riesumato Minà?” chiedo con il mio solito sarcasmo preadolescenziale. Oggi, mentre camminavo per andare da Tecnomat, un grosso centro che non posso non associare a qualche malattia dove un ferramenta – a un certo punto – ha iniziato germinare per cellule, spore e mutazioni genetiche che hanno incarnito il negozio di ferramenta come Tetsuo in Akira, quando inzia a vedere esplodere il suo corpo che si moltiplica in organi e tessuti muscolari fino a diventare qualcosa di sproporzionato e orribile, una gigantesca massa di carne, così Tecnomat, è il bubbone ingigantito di un negozio di ferramenta di cui non rimane più nulla, ma forse era Kaneda, non ricordo se Tetsuo o Kaneda, uno dei due comunque, dicevo

mentre camminavo verso Tecnomat mi sono immaginato questa scena di io che viaggio nel tempo e vado a vedere Venerandi sedicenne nel circolo ARCI di Sant'Olcese, e mi sono immaginato cosa sarebbe potuto succedere, io che arrivo, da distante vedo il me stesso sedicenne, mi vedo da fuori, con il mio naso sbilanciato, il sorriso che avevo all'epoca, grosso e impaurito, e mi sarei guardato e avrei sentito la mia voce chiocca parlare, la erre moscia, il tono alto della voce, il mio parlare a frammenti e il suo contorcersi su se stesso, come una serpe linguistica e avrei detto, ecco qua, eccolo lì dov'era, sempre stato uguale, sempre così, mi sarei chiesto se parlare con il me stesso sedicenne, dargli qualche consiglio, e poi – nell'immaginazione – decidevo di no, che in fondo va bene come è andata, si era comportato bene, tutto sommato.

Entrato da Tecnomat sono stato oggetto di una avventura che non posso raccontare perché andrei pericolosamente a invadere la privacy di diversi dipendenti del summenzionato centro commerciale per maschi alfa, ma dico solo che sono uscito ridacchiando con la mia storiella sotto al braccio e diversi tubi da un mezzo o tre ottavi non ricordo più, tutto avvolto nella mia nuvoletta di sarcasmo e allegria scema preadolescenziale.

Tanto era dovuto, anche questa cosa me la sono tolta dalla testa.

Dovrò unire i file dei miei diari.

Il presidente della regione Veneto ha annunciato di voler presentare una proposta di legge per vietare l'uso dei social network ai minori di 14 anni. Noi Moderati lavora invece a un disegno di legge che lo impedisca ai minori di 13 anni, mentre già ora a scuola i cellulari sono banditi: il Ministro Valditara ha emesso l'anno scorso una circolare che impedisce l'uso degli smartphone a scuola, per ogni ordine e grado, vietandone l'uso anche per finalità didattiche.

Sono contro le decisioni restrittive all'uso dei cellulari per i ragazzi, specie a scuola, per diversi motivi. Faccio una premessa maggiore: io credo che i cellulari siano elementi distrattivi e che – al di sotto di una certo livello di maturità – vadano superivisonati da persone consapevoli con attenzione. Non è immediato essere nel mondo reale e nel mondo virtuale nello stesso tempo, ci vuole del tempo per capire come la forma interpretativa di quello che siamo nel virtuale siamo comunque noi, anzi, una parte della nostra esistenza che spesso non ha modo di rivelarsi nel mondo reale. Il mondo reale, in ultima sostanza, non è più reale di quello virtuale, ma è un ambiente in cui alcune nostre caratteristiche umane, culturali, sociali, e anche alcune nostre competenze, hanno modo di esprimersi e essere messe in gioco e altre no. Nel mondo virtuale accade la stessa cosa. Il Venerandi che leggete su facebook non è uguale a quello con cui potreste parlare per strada, è un suo completamento – e viceversa.

E in questo, beninteso, non c'è nessuna novità. Chiunque abbia prodotto immagini della propria persona anche prima del digitale lo sa. In quello che da millenni abbiamo prodotto nella fiction, nell'arte, nella musica: il “virtuale” dell'invenzione e della comunicazione è sempre stato qualcosa altro da noi e nello stesso tempo intimamente nostro. Il digitale banalmente ha permesso l'emersione massiva di questa nostra forma liquida che è parte di noi.

Vietare i cellulari basandosi sull'età è una scelta disturbante su diversi livelli. Il primo è che si dà come presupporto che un ragazzo non sappia gestire questo mondo virtuale quanto un adulto. Basta fare un giro su Facebook per rendersi conto che – no – non è un discorso meramente anagrafico. Per questo parlo di supervisone di una persona matura o consapevole. Molti dei genitori dei ragazzi li vedete in rete che lanciano shitstorm sui social, che mandano a pezzi il loro rapporti di coppia con Whatsapp, che ingrassano fake news e condividono spazzatura tossica. Il grosso delle oscenità e degli orrori del virtuale non vengono certo dai ragazzini, anzi, vengono dal mondo adulto. Molti dei miei studenti non hanno dipendenza da cellulare, sanno quando usarlo e quando no, sanno sfruttarlo per le attività didattiche che gli propongo. La maggior parte. Tutelare la minoranza che invece ha dipendenze da notifiche punendo chi oggi ha trovato un rapporto maturo con questi dispositivi è un'azione grossolana e controproducente.

Il secondo aspetto che mi infastidisce è la vigliaccheria di questa azione. C'è un problema della rete, lo dicono tutti. Lo diciamo noi che siamo in rete dagli anni ottanta. Questa rete (e questa informatica) è sempre più lontana da quella che immaginavamo negli anni ottanta. I dispositivi per le masse per accedere alla rete sono sempre più invasivi, volgari, nascono per creare dipendenza, sono progettati per divorare la privacy delle persone. Informaticamente sono osceni: tolgono il controllo del loro core ai proprietari trasferendolo ai produttori che restano di fatto i reali padroni del ferro. Obsolescenze programmate, hardware e software che impoveriscono l'esperienza informatica di design per aumentare la dipendenza e la perenne clientizzazione dei propri utenti.

Le interfacce di utilizzo di questo dispositivi hanno trasformato l'esperienza creativa dell'informatica in una declinazione digitale del vecchio sul divano alla sera con il telecomando che gira, clicca, scrolla, mentre il tempo gli passa addosso come gli ads e gli abbonamenti online. E questo meccanismo è qua, sui Facebook, su X, su Instagram e a cascata sui social più o meno interessanti, nelle dinamiche tossiche dei giochi online e nella loro competizione gonfiata. Lo scrivevo già anni fa, abbiamo internet che ci dà la possibilità di avere conoscenze illimitate e passiamo il novanta per cento del nostro tempo su due o tre piattaforme, sempre le stesse, a cercare l'appagamento dei like, il cibo-scimmia del bioparco.

La vigliaccheria, e torno sul pezzo, e avere un numero ridotto di multinazionali che stanno monopolizzando la nostra parte virtuale, quella di cui parlavo prima, che è una cosa nobile e naturale, e la stanno abbruttendo in maniera sistematica facendo leva – peraltro – su una serie di cose che sono meravigliose. La tecnologia è meravigliosa. Il fatto che io sia qua a scrivere su uno schermo a inchiostro elettronico mentre una pompa di calore riscalda l'ambiente e il mio portatile sta backuppando due tera di dati online via ssh, è meraviglioso. Sapere che tra poco copincollerò questa cosa e che verrà letta da qualche decina di persone è meraviglioso. Non pensatemi come a un luddista o – peggio – a un nostalgico degli anni ottanta. Niente di tutto questo. Ma la tecnologia non deve abbagliarci, non possiamo fare tutto per lei. Specie quando mescola nel suo impasto i veleni di cui parlavo sopra.

La vigliaccheria è quindi punire i ragazzi perché la struttura informatica progettata dagli adulti è oscena. La vigliaccheria è sapere che questi social utilizzano meccanismi di dipendenza che fomentano cattive abitudini, ma non fare nulla per cambiarle perché incapaci di organizzare alternative etiche all'interno di un vorticoso sistema tecno-capitalista. Un vorticoso sistema tecno-capitalista che – ripeto – è meraviglioso. E questo è parte del problema.

Il terzo aspetto è pensare che ci sia un bisogno di un ritorno alla vecchia scuola, alla scrittura a mano, ai rimedi naturali e a tutte le altre sciocchezze di fuffa pedagogica che vengono di volta in volta tirate fuori dai maestri instagram a cui sfugge tutto quello che ho scritto prima. Non c'è niente di naturale nella scrittura a mano. Non c'è niente di naturale nella scrittura, figuriamoci in quella aberrazione che è la scrittura a mano. La scrittura è una tecnologia, quanto quella digitale. I metodi naturali non sono naturali, sono una tecnologia umana applicata al mondo della natura. Non c'è niente di 'naturale' nell'aceto, figurati nel corsivo. La natura che ci circonda poi è il risultato di una selezione millenaria dell'uomo, dal neolitico in poi. Abbiamo lavorato sul dna delle cose quando ancora non sapevamo cosa fosse.

Non ho niente contro il corsivo, non lo uso da decenni, ma penso possa essere un bell'esercizio. Ho studiato per qualche anno la scrittura con i pennini e i metodi calligrafici. È stato bello. Ma questo non mi ha formato come persona più di quanto abbia fatto programmare in prolog, suonare il basso, usare una carriola a motore, stampare in 3D, montare una tenda scout, usare una fresa o scrivere poesie in realtà virtuale con un visore.

L'ultima cosa è l'idea – facile – di risolvere un problema che è intimamente educativo, allontanandolo dalla scuola. C'è un problema di uso maturo dei dispositivi digitali e quindi la scuola li ritira all'ingresso. C'è un problema di educazione al digitale e quindi lo stato vieta a chiunque sia sotto a una certa età l'uso del digitale, a prescindere da ogni altro aspetto sociale e culturale. Sono provvedimenti fallimentari che hanno alle spalle due grossi motivatori: sono fortemente populisti perché intimamente punitivi e consolatori; sono – soprattutto (e come al solito) – a costo zero.

Mi sono rotto l'unghia e ora scrivo con difficoltà. Un dito è importante per un sacco di motivi, non hai idea delle cose che si possono fare con un dito: con un dito controlli i tasti che vanno dalla i alla o, un dito lo infili nel naso per rimuovere corpi contundenti, puoi anche controllare lo stato della prostata con un dito anche se io non l'ho mai fatto, scientemente, con un dito premi interruttori che accendono o spengono la luce della stanza in cui sei, con un dito giri una pagina di un libro, con un dito scrolli sullo schermo, con un dito accarezzi qualcosa che ami, puoi anche ferirti con un dito – se lo usi impropriamente, con un dito ancora oggi, nel 2026, suoni un campanello – cosa che può sembrare incredibile e sempre con un dito puoi grattarti l'interno dell'orecchio e sentire il rumore del mare, se poi hai una penna puoi fare occhi e bocca e capelli ad un dito e usarlo per brevi spettacoli di teatro, usando eventualmente le altre dita, a meno che non si tratti di un lungo monologo, in tal caso un dito basta e avanza, con un dito componi numeri telefonici in teleselezione e con un dito fai una nota premendo una corda.

Ma se ti sei rotto l'unghia, con il dito puoi al massimo scrivere elenchi di cose che si possono fare con il dito, ed è già un risultato molto ambizioso.

Ho troppe cose da fare troppe cose standard da vedere le copertine erano meglio dei contenuti

Sto traslocando e devo scegliere cosa tenere e cosa buttare via, la casa in cui sto per andare è più piccola di quella che lascio, anche perché quella che lascio era enorme, un passaggio a una casa più grande avrebbe significato l'affitto del Louvre, che però abbiamo scartato perché poco sicuro. Quindi oggi ho buttato via delle cose che mi tiravo dietro da decenni: la mia cintura arancione di Kung Fu tradizionale e il yi-shang, l'uniforme sempre di Kung Fu che avevo comprato la prima volta che mi ero iscritto alla scuola di Cangelosi, quindi – more or less – nel 1987, e che doveva essere stata intinta in qualche sangue di dragone perché se non la buttavo via era ancora lì. Dovrò buttare tante altre cose. Un po' mi fa male pensare che non ci saranno più, un po' è un senso di liberazione. Di alcune non riesco a rinunciare, come l'enciclopedia della fantascienza, da altre – dolorosamente – mi separo. Tanto qualcosa di loro resterà da qualche parte dentro di me, modificata. Ieri sera portavo fuori il cane ed ero invaso da questo ricordo precisissimo. Era una specie di capsula del tempo. Erano gli anni ottanta, e io entravo in questo negozio di cui ho dimenticato il nome, forse qualcosa tipo “Antares”, nella mia testa in una traversa di via XX Settembre. Appena entro, a sinistra, c'è un Commodore che non ho mai visto, resto a studiarlo incuriosito, è una specie di valigia a parallelepipedo, il cui coperchio, se aperto diventa una tastiera e rivela un piccolo monitor CRT integrato con un Commodore 64. Faccio qualche passo in avanti e vedo un gruppo di persone attorno a un tavolo centrale: in mezzo c'è un Quantum Leap. Mai visto uno dal vivo. Resto a fissarlo come una meraviglia, un ragazzo sta provando a usare il microdrive. Aspetto il mio turno per provare la tastiera, studio l'ergonomia e l'estetica di questo sfortunatissimo prodotto di Sir Clive Sinclair. Sembriamo quel quadro dei medici anatomisti, attorno al dolce cadavere.

E poi – nel ricordo – vado sul fondo del negozio dove ci sono una serie di Commodore collegati a monitor e joystick e dove altri ragazzi stanno giocando a un videogame appena uscito che mi sembra avere una grafica eccezionale, i movimenti fluidi, la corsa ammortizzata. Scoprirò decenni dopo che il programmatore aveva videoripreso suo fratello per studiare i movimenti nello spazio e riprogrammarli nel gioco. È Prince Of Persia, il primo. Fine anni ottanta.

Ecco, nella mia testa è una capsula del tempo. Ci entro dentro come sarei entrato pochi anni dopo dentro “The Beanery” di Edward Kienholz (ho fatto copia e incolla, non vi preoccupate), un frammento temporale di qualcosa che probabilmente non è successo come me lo ricordo (il Quantum Leap è del 1984, Prince Of Persia del 1989), i ricordi stratificati si sono sovraimpressi diventando una cosa sola, eliminando qualcosa e aggiungendo qualcos'altro. O forse è reale, è possibile che sia successo esattamente come me lo ricordo, o come ho assemblato il ricordo.

Da un lato c'è un aspetto nostalgico: avrei voglia di tornare lì, dentro Antares o come si chiamava e rivivere quel ricordo. Per precisarlo meglio. Ma nello stesso tempo, immaginandomi di essere di nuovo lì dentro, rovinerei tutto. Troppa roba addosso, vedrei quelle cose per quello che sono per me oggi, tutta l'incompiutezza, non proverei il piacere che provo invece andando nella capsula del tempo. Lì è sempre la prima volta. Non sono un nostalgico sotto sotto, preferisco pensare di avere ancora nuove cose da vedere, altra roba di cui meravigliarmi. Mentre smonto un armadio, scendo dalla sedia, vado allo stereo, tolgo il vecchio disco di Prince che stavo ascoltando e attacco il cellulare, metto l'ultimo di Peter Gabriel, o\i, che sta uscendo ora in questo 2026, con i suoni nuovi e nuove parole e le mie povere vecchie orecchie che fischiano come cavalli.

Stavo riflettendo in questi giorni a uno schema che ho trovato in uno degli articoli dell'ultimo Progetto Grafico, dove si parla dei sistemi di scrittura africani. Un concetto che mi ha affascinato è stato quello che del cambiamento di prospettiva dei linguaggi scritti che – inizialmente – vengono considerati dal punto di vista prettamente linguistico, quindi come “derivazioni” della lingua parlata (a sua volta derivata dal linguaggio), mentre poi, da un punto di vista semiotico, il linguaggio scritto viva su uno livello equipollente a quello verbale e – soprattutto – come la scrittura sia un fenomeno con una propria autonomia rispetto allo stesso linguaggio.

La mia declinazione personale, leggendo l'articolo, è che la scrittura, il segno, ha autonomia rispetto al linguaggio ma anche rispetto al pensiero da cui il linguaggio parte e che – banalmente – la tecnica del segno, la scrittura, nella sua autonomia, influisce anche su come pensiamo. Scrivere non è una semplice trasposizione della lingua orale, ma scrivere è anche predisporre una architettura del pensiero che – in ultima istanza – cambia lo nostra visione del mondo e di come interagire con esso.

Come scrivevo qualche giorno fa, siamo anche quello che scriviamo, la cosiddetta virtualità della scrittura non è affatto virtuale.

Ecco, il tassello su cui sto riflettendo in questo giorni è che il digitale sta diventando un ennesimo punto aggiuntivo rispetto a questa dualità binaria orale-scritto del linguaggio. Il contenuto digitale, audio, video, testuale, interattivo è una nuova modalità espressiva del nostro linguaggio e – a cascata – del nostro modo di pensare. Anche questo non è virtuale, è qualcosa che andiamo a generare interagendo con il mondo e trasformandolo in un contenuto che possa diventare oggetto di comunicazione.

Quando vediamo milioni di persone

 
Continua...

from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Sud Africa. Traffico di fauna selvatica in aree protette.

Condannati dipendenti corrotti di Parco Nazionale che uccisero un rinoceronte a fini di contrabbando

Una recente sentenza del tribunale di Skukuza, in Sud Africa, riflette le azioni di contrasto in corso contro i crimini contro la fauna selvatica legati all’attività di traffico organizzato all’interno delle aree protette. Tre ex dipendenti del Kruger National Park sono stati condannati per l'uccisione di un rinoceronte e per associazione a delinquere finalizzata a commettere reati legati al contrabbando. La corruzione è un potente facilitatore dei crimini contro la fauna selvatica, permeando ogni fase della catena di approvvigionamento illegale, dal bracconaggio al trasporto, lavorazione, esportazione e vendita.

Dal 2015, le indagini della Wildlife Justice Commission hanno documentato la corruzione come un fattore chiave che sostiene le reti di traffico transnazionale e ostacola un’efficace applicazione della legge. Senza la corruzione, i crimini contro la fauna selvatica di questa portata non sarebbero possibili. Oltre a favorire la criminalità, la corruzione mina la fiducia nelle istituzioni, indebolisce gli sforzi di conservazione, incentiva lo sfruttamento eccessivo e mette in pericolo vite umane.

È quindi essenziale che coloro che sono coinvolti nella facilitazione i crimini contro la fauna selvatica sono ritenuti responsabili. Nel corso di anni di indagini sulla criminalità organizzata transnazionale contro la fauna selvatica, la Wildlife Justice Commission ha documentato la corruzione in tutte le fasi del commercio. Queste prove vengono utilizzate per informare i politici, sostenere la sensibilizzazione e sostenere misure anticorruzione più forti e sanzioni più severe per la corruzione legata ai crimini contro la fauna selvatica a livello nazionale e internazionale.

 
Continua...

from Lukather Blog

Sono uno che prende appunti durante le riunioni, quando seguo un corso online e a volte anche quando gioco. Appunti manuali, scrivendo con penna o matita su carta. Lo faccio sicuramente per aiutare la mia precaria memoria, per abitudine e perché mi serve poter accedere a questi contenuti in qualsiasi momento. Qual è il problema principale di questo metodo, sopratutto legato all'ultimo punto? È che gli appunti su carta non sono fruibili in maniera comoda, facile e veloce come possono essere quelli digitali.

Non parliamo poi del fatto di poter utilizzare GenAI per interrogare ed elaborare velocemente i nostri appunti (si, non mi sono dimenticato della privacy, non vi preoccupate). Fino a un po' di tempo fa cosa accadeva? Che prendevo appunti e spesso non li digitalizzavo, rimanevano nel mio blocco per gli appunti (spesso sotto forma di fogli volanti della stampante...) e ci rimanevano per sempre, intonsi, mai più letti o considerati.

Poi ho iniziato ad usare i più svariati tool: Evernote, Notepad++, Onenote, Notion, Logseq, Blinko, ... Ho trovato la mia stabilità con Obsidian. Non è OpenSource ma è comunque un tool che può essere utilizzato tranquillamente offline e che scrive file .md (markdown), un formato di testo aperto e fondato su plain-text, quindi non legato ad una piattaforma privata e monopolista (sono infatti passato da Logseq ad Obsidian facendo un normale copia-incolla della cartella contenente i miei file). Quindi con Obisidian tutto bene, quindi perché stai scrivendo questo papiro di testo? Perché spostandomi verso appunti digitali viene a mancare la prima motivazione elencata sopra e cioè prendere appunti come rinforzo per la memoria e l'apprendimento, per fare ciò serve scrivere con la penna su un foglio.

reMarkable

Veniamo al punto, da moltissimo tempo sono intrigato e affascinato dagli e-paper come reMarkable o Kindle Scrible o Supernote che uniscono la scrittura manuale a una digitalizzazione del testo. Il problema principale di questi strumenti è che spesso sono walled-garden che non permettono in maniera facile di esportare le proprie note “fuori” dal sistema con il quale sono stati sviluppati.

Qualche settimana fa sono capitato, non ricordo come ma probabilmente tramite Reddit, sul sito di Sébastien Dubois, IT Developer appassionato di AI, che ha sviluppato un plugin per importare appunti presi su reMarkable con Obsidian (come immagini PNG). Questo già mi ha acceso una lampadina in testa, attenzione! Forse ho trovato una scusa per spendere 450€, siiiii! Poi ho inziato a spulciare tutta l'interessante Knowledge Base creata da Sébastien e sono incappato in un secondo plugin, legato al primo, che prende i PNG importati da reMarkable in Obsidian e utilizza gli LLM (nello specifico una installazione locale di Ollama) per leggere gli appunti e creare file markdown ben formattati. Sono a cavallo, ho trovato il mio workflow per passare da appunti presi a mano ad averli digitali e fruibili in maniera facile (anche banalmente usando un CTRL+F per cercare qualcosa al loro interno).

Dopo qualche studio su quale modello di e-paper acquistare ho optato per il reMarkable 2 ed eccomi qui a raccontarvi il come e perché. Naturalmente ho subito installato entrambi i plugin, anzi ho fatto di meglio. Ho installato solo il primo plugin per importare le note in Obsidian e poi mi ho fatto un fork del secondo plugin su github perché volevo aggiungere la possibilità di utilizzare anche modelli esterni tramite OpenAI API (fondamentalmente per poter usare i servizi AI di Infomaniak, mio provider di fiducia). Quindi ho usato un mix di Claude Code, Cursor e Mistral per sistemare il plugin per le mie esigenze ed eccolo qua in azione.

Obisidian plugin

Obisidian plugin

Ah ho scoperto che il riconoscimento del MAIUSCOLO e minuscolo dipende dal modello usato. Nei prossimi giorni vorrei provare a migliorare ancora il plugin in modo che si inserisca perfettamente all'interno del mio workflow. Sto pensando, ad esempio, di provare a far capire all'agente AI di cosa tratta la nota e di inserirla all'interno della cartella corretta del mio Vault.

A presto per i prossimi aggiornamenti e se vi va mettete una stella al progetto su GitHub.

*Post scritto senza l'aiuto di GenAI*

 
Read more...

from differxdiario

la petizione al consiglio europeo per la sospensione dei rapporti con lo stato genocida ha raggiunto il milione di firme, numero necessario per obbligare i governanti a prendere sul serio la questione. 250mila firme sono venute dall'Italia e mi sembra un ottimo risultato. ora speriamo solo che alle legittime richieste dei cittadini seguano fatti concreti.

 
Continua...

from 📖Un capitolo al giorno📚

La visita della regina di Saba 1La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, dovuta al nome del Signore, venne per metterlo alla prova con enigmi. 2Arrivò a Gerusalemme con un corteo molto numeroso, con cammelli carichi di aromi, d'oro in grande quantità e di pietre preziose. Si presentò a Salomone e gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. 3Salomone le chiarì tutto quanto ella gli diceva; non ci fu parola tanto nascosta al re che egli non potesse spiegarle. 4La regina di Saba, quando vide tutta la sapienza di Salomone, la reggia che egli aveva costruito, 5i cibi della sua tavola, il modo ordinato di sedere dei suoi servi, il servizio dei suoi domestici e le loro vesti, i suoi coppieri e gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza respiro. 6Quindi disse al re: “Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua sapienza! 7Io non credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non me n'era stata riferita neppure una metà! Quanto alla sapienza e alla prosperità, superi la fama che io ne ho udita. 8Beati i tuoi uomini e beati questi tuoi servi, che stanno sempre alla tua presenza e ascoltano la tua sapienza! 9Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è compiaciuto di te così da collocarti sul trono d'Israele, perché il Signore ama Israele in eterno e ti ha stabilito re per esercitare il diritto e la giustizia”. 10Ella diede al re centoventi talenti d'oro, aromi in gran quantità e pietre preziose. Non arrivarono più tanti aromi quanti ne aveva dati la regina di Saba al re Salomone. 11Inoltre, la flotta di Chiram, che caricava oro da Ofir, recò da Ofir legname di sandalo in grande quantità e pietre preziose. 12Con il legname di sandalo il re fece ringhiere per il tempio del Signore e per la reggia, cetre e arpe per i cantori. Mai più arrivò, né mai più si vide fino ad oggi, tanto legno di sandalo. 13Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto lei desiderava e aveva domandato, oltre quanto le aveva dato con munificenza degna di lui. Quindi ella si mise in viaggio e tornò nel suo paese con i suoi servi.

La ricchezza di Salomone 14Il peso dell'oro che giungeva a Salomone ogni anno era di seicentosessantasei talenti d'oro, 15senza contare quanto ne proveniva dai mercanti e dal guadagno dei commercianti, da tutti i re dell'occidente e dai governatori del territorio. 16Il re Salomone fece duecento scudi grandi d'oro battuto, per ognuno dei quali adoperò seicento sicli d'oro, 17e trecento scudi piccoli d'oro battuto, per ognuno dei quali adoperò tre mine d'oro. Il re li collocò nel palazzo della Foresta del Libano. 18Inoltre, il re fece un grande trono d'avorio, che rivestì d'oro fino. 19Il trono aveva sei gradini; nella sua parte posteriore il trono aveva una sommità rotonda, vi erano braccioli da una parte e dall'altra del sedile e due leoni che stavano a fianco dei braccioli. 20Dodici leoni si ergevano di qua e di là, sui sei gradini; una cosa simile non si era mai fatta in nessun regno. 21Tutti i vasi per le bevande del re Salomone erano d'oro, tutti gli arredi del palazzo della Foresta del Libano erano d'oro fino; nessuno era in argento, poiché ai giorni di Salomone non valeva nulla. 22Difatti il re aveva in mare le navi di Tarsis, con le navi di Chiram; ogni tre anni le navi di Tarsis arrivavano portando oro, argento, zanne d'elefante, scimmie e pavoni. 23Il re Salomone fu più grande, per ricchezza e sapienza, di tutti i re della terra. 24Tutta la terra cercava il volto di Salomone, per ascoltare la sapienza che Dio aveva messo nel suo cuore. 25Ognuno gli portava, ogni anno, il proprio tributo, oggetti d'argento e oggetti d'oro, vesti, armi, aromi, cavalli e muli. 26Salomone radunò carri e cavalli; aveva millequattrocento carri e dodicimila cavalli da sella, distribuiti nelle città per i carri e presso il re a Gerusalemme. 27Il re fece sì che a Gerusalemme l'argento abbondasse come le pietre e rese il legname di cedro tanto comune quanto i sicomòri che crescono nella Sefela. 28I cavalli di Salomone provenivano da Musri e da Kue; i mercanti del re li compravano in Kue. 29Un carro, importato da Musri, costava seicento sicli d'argento, un cavallo centocinquanta. In tal modo ne importavano per fornirli a tutti i re degli Ittiti e ai re di Aram.

__________________________ Note

10,1 Saba: corrisponde probabilmente al moderno Yemen. Il viaggio della regina aveva soprattutto interessi commerciali (vedi i vv. 2.10.13); l’autore però ne prende occasione per mettere in luce la sapienza di Salomone.

10,14 seicentosessantasei talenti: oltre 21 tonnellate (vedi nota a 9,28), cifra che sembra eccessiva.

10,22 le navi di Tarsis: Tarsis è luogo geograficamente non definito. La nave di Tarsis era una nave robusta, usata per il commercio e capace di coprire grandi distanze.

10,28 Musri: si trovava forse nell’Anatolia sudorientale. Kue: forse nella Cilicia.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

1-29. Il parallelo si trova in 2Cr 9,1-28.

1-3. Sul ceppo di un episodio storico è fiorito un leggendario racconto. La regina di Saba viene a far visita a Salomone per regolarizzare il commercio. Prima dell'VIII sec. i Sabei vivevano nelle regioni settentrionali della penisola arabica; solo successivamente, forse in seguito alle campagne militari di Sargon, si spostarono e si insediarono a sud. L'uso di regine, quindi un'organizzazione matriarcale, presso gli Arabi, è ben documentata da antiche iscrizioni. Ezion-Gheber, quale quartier generale della flotta di Salomone, aveva portato gli Ebrei presso la penisola arabica e la notevole e particolare estensione territoriale del regno salomonico costringeva le carovane arabe a dover fare i conti con la monarchia israelitica per i loro passaggi commerciali. Questi potrebbero essere i veri motivi della visita qui presentata. La fama di Salomone è certamente reale, ma ha un peso secondario. Nella venuta della regina gli scopi commerciali emergono assai bene nell'intermezzo dei vv. 11-12 e nella conclusione al v. 13 dove si capisce che la regina era venuta con richieste precise. Negli incontri tra monarchi era usanza scambiarsi enigmi e indovinelli, come attesta per esempio Giuseppe Flavio a proposito di Apofis d'Avari e Sekenra di Tebe (Antichità 8,5,3). Un esempio importante di indovinello nel banchetto si trova in Gde 14,11-18. La stesura del brano in forma leggendaria ha portato ad accentuare notevolmente questo motivo della sapienza, ma sotto un aspetto nuovo. Al c. 3 la sapienza era presentata come la capacità pratica nell'amministrare la giustizia, al c. 5 come interesse botanico e abilità letteraria, qui come agilità dialettica.

4-5. Con particolare sensibilità alla psicologia femminile l'autore riporta quanto era oggetto di ammirazione nella corte salomonica. Vitto, alloggio, vestiario, presenza maschile erano certamente interessanti per una visitatrice. Nella bellissima espressione che ritrae la regina priva di respiro dopo la fortissima emozione provata durante il soggiorno a Gerusalemme si può cogliere l'ammirazione popolare per l'epoca singolare in cui era dato di vivere. L'agio e l'imponenza dell'epoca salomonica erano frutto di un'ascesa assai rapida dopo le conquiste di Davide. Il passato di scontro con i Filistei e di lotte interne per la conquista del potere era sicuramente ancor vivo nella memoria di molti. Ma la regina senza fiato potrebbe essere benissimo anche l'immagine del lettore il quale, ormai al termine della descrizione della magnificenza salomonica, si sente pure conquistato dallo splendore raccontato e condivide pienamente l'atteggiamento della regina.

7-9. Il discorso diretto della regina riporta le tre caratteristiche del regno di Salomone: saggezza, ricchezza, buon governo. La prospettiva teologica è chiaramente presente con l'elezione del re e la missione che da Dio gli è affidata: assicurare la giustizia. Questo è il vertice del discorso e il vertice del mandato regale.

10 e 13. Sono i versetti che esprimono più efficacemente l'aspetto commerciale della visita. La regina è giunta con una carovana carica dei prodotti tipici della sua terra tra i quali si da giustamente rilievo agli aromi. Parte di nuovo carica, perché la generosità di Salomone ha soddistatto le sue richieste non esplicitamente riferite. Si può presumere che si trattasse di prodotti agricoli non molto abbondanti nella sua terra desertica. L'episodio è ripreso in Mt 12,42 e Lc 11,31, dimostrando come al tempo di Gesù fosse ancora assai vivo nella memoria e fantasia popolare lo splendore dell'antico monarca.

Nella seconda parte del capitolo, in una maniera disorganica si presenta di nuovo una panoramica della prosperità economica. Si potrà leggere il contenuto raggruppando le notizie sparse attorno ad alcuni temi. Si noterà anche qui la tendenza all'iperbole sia nel parlare dei beni, sia nel riferire la fama di Salomone.

11 e 22. Commercio marittimo. La collaborazione con Chiram nell'arte marinara di cui si è già parlato in 5,27-28 viene ora ripresentata. Ad essa si affianca nel v. 22 la flotta di Tarsis. L'identificazione di questo luogo rimane ipotetica: la si vuole collocare in Spagna nella provincia Betica, in Andalusia. Rimane però da spiegare cosa significhi «di Tarsis»: la meta? la provenienza? il cabotaggio? Per quanto riguarda la meta dei viaggi essa dovrebbe essere orientale vista la fauna esotica che viene importata insieme all'avorio.

12 e 27. Legname pregiato. Con il termine ’alᵉmugîm viene indicato un legno pregiato che si fa coincidere con il legname di sandalo, ma questa interpretazione non gode di certezza. Così pure non è facile capire cosa indichi il termine misᵉ‘ād tradotto da BC con «ringhiere» mentre si tratta di un sostantivo singolare. Gli strumenti musicali servivano per il culto e i banchetti. L'abbondanza di legno di cedro di cui si parla al v. 27 fa capire che il commercio di questo materiale durò anche dopo le grande costruzioni.

14-15. Le rendite. La riscossione delle tasse viene presentata con due dilatazioni. La prima riguarda il numero di talenti d'oro. Una simile cifra non si poteva raccogliere neanche durante tutti gli anni di regno. La seconda riguarda l'estensione del tributo ai re arabi e ai governatori. Può darsi che si trattasse di pedaggi da pagarsi da parte delle carovane straniere, ma può darsi anche che l'ammirazione per la ricchezza del regno abbia travalicato.

16-17 e 21. Suppellettili d'oro. La sala della «Foresta del Libano», la più importante della reggia che poteva fungere anche da deposito delle armi era decorata con due serie di scudi dorati. Ritenere che fossero d'oro massiccio è la solita prodigalità narrativa dell'agiografo. La prima serie era composta di grandi scudi in grado di proteggere tutta la persona, la seconda comprendeva gli scudi più piccoli e più maneggevoli, tondi. Non è detto che l'uso di questi scudi sia puramente decorativo; potevano venire impiegati nelle parate regali ed anche in battaglia. La conclusione del v. 21 ci avverte che siamo di nuovo in presenza di dilatazioni del reale. Vasellame e mobilio d'oro sono un dato favolistico.

18-20. Il trono. In linea con la magnificenza fin qui passata in rassegna si pone l'elegantissimo trono in oro e avorio. Dodici leoni, emblema della forza e della maestà, accompagnavano l'ascesa al trono.

23-25. Fama di Salomone. Con toni iperbolici si presenta la notorietà del re estesa a tutto il mondo. Salomone è ritratto come il punto di gravità di chi cerca la sapienza e porta ricchezza. Si noti nel v. 24 un riferimento chiaro a 3, 12: «la sapienza che Dio aveva messo nel suo cuore».

26 e 28-29. Commercio di carri e cavalli. Dalla Cilicia (Kue) e dall'Egitto venivano i cavalli e i carri per l'esercito salomonico. La cavalleria era smistata tra la capitale e le città destinate preposte a questo scopo come Meghiddo. Gli Hirtiti e gli Aramei vendevano i loro cavalli a Salomone perché, decisamente più vicini alla Cilicia, potevano averli con facilità.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

 
Continua...

from lucazanini

[vortex]

usa] l'ID l'infrastruttura la] preda dileguata le [telegrafate in] giacenza un pezzo in meno un] mezzo a mano chiuso in pressione altri alterni un pezzo a] minuti da Maclodio esplosioni [polverizzano le stelle massicce

 
Continua...

from Transit

(218)

(SS1)

Il #SudSudan è un paese nato dalla guerra e forse mai uscito davvero dalla sua lunga notte. Dal 2013, quando la rottura tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Machar fece esplodere una guerra civile aperta, il paese ha vissuto anni di massacri, spostamenti di massa e violenze etniche sistematiche. Centinaia di migliaia di persone sono morte, più di 4 milioni sono state cacciate dalle proprie case e intere generazioni sono cresciute in un clima di paura, incertezza e violazione dei diritti umani e civili.

La firma dell’“Accordo di pace rivitalizzato” nel 2018 aveva acceso una timida speranza, ma non ha mai invertito la direzione di una storia marchiata da divisioni profonde, istituzioni deboli e poteri armati molto più forti delle leggi. Oggi, il Sud Sudan è di nuovo sul ciglio di una crisi violenta, dopo un decennio di transizione fragile che ha lasciato il paese profondamente diviso, povero e cronologicamente vulnerabile a scontri etnici e calcoli politici.

La situazione appare sempre più instabile: l’accordo del 2018 è al collasso, le commissioni di monitoraggio dell’Onu e dell’Unione Africana segnalano violazioni continue dei cessate il fuoco e una capacità di governo che fatica a esercitarsi fuori dalla captale Juba, dove regnano compromessi di facciata più che una vera riconciliazione.

(SS2)

Il dramma del Sud Sudan resta innestato su una complessa trama di rivalità tra gruppi etnici e di contese di potere, con lo stato dell’Upper Nile come epicentro simbolico e materiale delle tensioni. Scontri tra forze governative e gruppi dell’opposizione coinvolgono spesso i civili, provocano spostamenti improvvisi e creano spirali di vendetta che sembrano impossibili da spezzare.

La frattura storica tra la maggioranza “Dinka” e il gruppo “Nuer” continua ad essere il terreno su cui le fazioni si alimentano di sospetto reciproco e di pretese di controllo locale, trasformando ogni negoziato politico in un fragile accordo da baratto.

La paura di una nuova guerra civile generalizzata è concreta. L’Onu e diversi osservatori parlano esplicitamente del rischio di crollo dell’assetto di pace, mentre in alcune zone la violenza continua a regnare: evacuazioni di civili, ordini di ritiro degli operatori umanitari, censura sulle notizie e accesso limitato alle aree critiche. Parallelamente, l’accesso degli aiuti umanitari è sempre più ostacolato, con blocchi, restrizioni e aggressioni che rendono ancora più pesante il fardello sulle comunità già martoriate da violenza, carestie e povertà cronica.

La crisi umanitaria avanza in modo lento ma devastante. Le organizzazioni umanitarie denunciano carenza di medicinali, cibo e servizi di base, assieme a un aumento di violenze contro donne e bambini, in un contesto in cui la stessa missione Onu fatica a garantire protezione minima. La combinazione di instabilità, assenza di istituzioni solide e debolezza economica trasforma la vita quotidiana di milioni di sud sudanesi in una lenta emergenza permanente, ben lontana dalla promessa di un futuro nuovo che il referendum del 2011 aveva suscitato.

E sul fronte internazionale, l’immobilismo è impressionante. Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri e traumatizzati del mondo, ma compare solo di rado nelle prime pagine dei media e ancor più raramente nelle agende politiche dei grandi. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si susseguono, ma restano spesso carta straccia; le dichiarazioni di principio non si traducono in pressioni sulle élite locali, né in un sostegno concreto a istituzioni indipendenti, alla giustizia o alla protezione dei diritti umani.

La comunità internazionale è esperta a gestire la crisi, ma sembra incapace di prevenire il disastro quando il prezzo è alto, scomodo e lontano dai propri confini. Sul piano umano, però, il conto è reale, quotidiano, atroce. Dietro ogni cifra di sfollati, ogni report di violenza, ci sono volti, storie, madri costrette a scegliere tra fuggire e restare, tra morire lentamente o rischiare tutto per un filo di speranza.

Mentre il resto del mondo si concentra su altri fronti, il Sud Sudan ricorda, senza urlare, che la pace non è mai un dato di fatto, ma un lavoro infinito contro l’indifferenza, la violenza e la memoria corta.

#Blog #SudSudan #Africa #DirittiUmani #DirittiCivili #Opinioni #PoliticaEstera

 
Continua...

from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Figli dell’hipsteria e a un passo di distanza dal jetset e dai cliché del rock, gli Alt-j hanno sin da subito attirato l’attenzione della critica e degli ascoltatori indie, per una miscela esplosiva che si è risolta in un Mercury Prize in bacheca grazie a un esordio ponderato (cinque anni di lavoro) ma intoccabile come An Awesome Wave. I riconoscimenti non sono stati l’unica soddisfazione del quartetto britannico che, mentre trovava la sua migliore forma nel trio in vista del secondo album This Is All Yours, in appena due anni diventava un fenomeno mainstream infilando festival, comparsate televisive e tour mondiali, e conservando sempre quell’aria impacciata, lontana anni luce dall’appeal da maschio alpha delle rockstar... https://artesuono.blogspot.com/2017/06/alt-j-relaxer-2017.html


Ascolta il disco: https://www.youtube.com/watch?v=X1Knskoe15g&list=PLRHH1-Ecnkmdpa82XYf6yjlWH2dIvsJxb


 
Continua...

from 📖Un capitolo al giorno📚

Nuova apparizione del Signore 1Quando Salomone ebbe terminato di costruire il tempio del Signore, la reggia e quanto aveva voluto attuare, 2il Signore apparve per la seconda volta a Salomone, come gli era apparso a Gàbaon. 3Il Signore gli disse: “Ho ascoltato la tua preghiera e la tua supplica che mi hai rivolto; ho consacrato questa casa, che tu hai costruito per porre in essa il mio nome per sempre. I miei occhi e il mio cuore saranno là tutti i giorni. 4Quanto a te, se camminerai davanti a me come camminò Davide, tuo padre, con cuore integro e con rettitudine, facendo quanto ti ho comandato, e osserverai le mie leggi e le mie norme, 5io stabilirò il trono del tuo regno su Israele per sempre, come ho promesso a Davide, tuo padre, dicendo: “Non ti sarà tolto un discendente dal trono d'Israele”. 6Ma se voi e i vostri figli vi ritirerete dal seguirmi, se non osserverete i miei comandi e le mie leggi che io vi ho proposto, se andrete a servire altri dèi e a prostrarvi davanti ad essi, 7allora eliminerò Israele dalla terra che ho dato loro, rigetterò da me il tempio che ho consacrato al mio nome; Israele diventerà la favola e lo zimbello di tutti i popoli. 8Questo tempio sarà una rovina; chiunque vi passerà accanto resterà sbigottito, fischierà di scherno e si domanderà: “Perché il Signore ha agito così con questa terra e con questo tempio?”. 9Si risponderà: “Perché hanno abbandonato il Signore, loro Dio, che aveva fatto uscire i loro padri dalla terra d'Egitto, e si sono legati a dèi stranieri, prostrandosi davanti a loro e servendoli. Per questo il Signore ha fatto venire su di loro tutta questa sciagura”“.

Le città cedute a Chiram, re di Tiro 10Passati i vent'anni durante i quali Salomone aveva costruito i due edifici, il tempio del Signore e la reggia, 11poiché Chiram, re di Tiro, aveva fornito a Salomone legname di cedro e legname di cipresso e oro secondo ogni suo desiderio, Salomone diede a Chiram venti città nella regione della Galilea. 12Chiram uscì da Tiro per vedere le città che Salomone gli aveva dato, ma non gli piacquero. 13Perciò disse: “Sono queste le città che tu mi hai dato, fratello mio?”. Le chiamò terra di Cabul, nome ancora in uso. 14Chiram aveva mandato al re centoventi talenti d'oro.

I lavori forzati imposti da Salomone 15Questa fu l'occasione in cui il re Salomone istituì il lavoro coatto per costruire il tempio, la reggia, il Millo, le mura di Gerusalemme, Asor, Meghiddo, Ghezer. 16Il faraone, re d'Egitto, con una spedizione aveva preso Ghezer, l'aveva data alle fiamme, aveva ucciso i Cananei che abitavano nella città e poi l'aveva assegnata in dote a sua figlia, moglie di Salomone. 17Salomone riedificò Ghezer, Bet-Oron inferiore, 18Baalàt, Tamar nel deserto del paese 19e tutte le città dei magazzini che gli appartenevano, le città per i carri, quelle per i cavalli, e costruì a Gerusalemme, nel Libano e in tutto il territorio del suo dominio tutto ciò che gli piacque. 20Quanti rimanevano degli Amorrei, degli Ittiti, dei Perizziti, degli Evei e dei Gebusei, che non erano Israeliti, 21e cioè i loro discendenti rimasti dopo di loro nella terra, coloro che gli Israeliti non avevano potuto votare allo sterminio, Salomone li arruolò per il lavoro coatto da schiavi, come è ancora oggi. 22Ma degli Israeliti Salomone non fece schiavo nessuno, perché essi erano guerrieri, suoi ministri, suoi comandanti, suoi scudieri, comandanti dei suoi carri e dei suoi cavalieri. 23I comandanti dei prefetti, che dirigevano i lavori per Salomone, erano cinquecentocinquanta; essi dirigevano il popolo che si occupava dei lavori. 24Dopo che la figlia del faraone si trasferì dalla Città di Davide alla casa che il re Salomone le aveva fatto costruire, questi costruì il Millo. 25Tre volte all'anno Salomone offriva olocausti e sacrifici di comunione sull'altare che aveva costruito per il Signore e bruciava incenso su quello che era davanti al Signore. Così terminò il tempio.

Salomone e il commercio 26Salomone costruì anche una flotta a Esion-Ghèber, che è presso Elat, sulla riva del Mar Rosso, nel territorio di Edom. 27Chiram inviò alla flotta i suoi servi, marinai che conoscevano il mare, insieme con i servi di Salomone. 28Andarono in Ofir e di là presero quattrocentoventi talenti d'oro e li portarono al re Salomone.

__________________________ Note

9,15 Millo: il terrapieno che Salomone fece costruire. Gli studiosi non sono concordi nell’indicarne il luogo e la funzione (vedi anche 11,27 e nota a 2Sam 5,9).

9,22 La notizia che gli Israeliti non furono sottomessi ai lavori forzati contrasta con le informazioni di 5,27 e 11,28, che sono da preferire perché più conformi all’uso orientale.

9,26 Esion-Ghèber: nel golfo di Aqaba, o ramo orientale del Mar Rosso. Era un grande centro metallurgico.

9,28 regione celebre per l’abbondanza d’oro, ma di incerta localizzazione. Un talento equivaleva a 3.000 sicli, cioè circa 33 kg (vedi nota a Es 30,13).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

1-9. Questa nuova apparizione divina ha il suo parallelo in 2Cr 7,11-22.

1-3. Ecco il racconto di una seconda teofania, discreta nella forma come quella di Gabaon (3,5-15), e probabilmente come quella avvenuta in sogno. Il brano diventa l'occasione per una tipica esortazione e ammonizione deuteronomista. La prima parte del discorso divino riguarda il tempio che Dio dichiara di gradire rispondendo positivamente alla preghiera innalzata da Salomone. Vengono ripresi gli elementi della preghiera di dedicazione per indicare la presenza di Dio, cioè il nome posto nel tempio e gli occhi rivolti ad esso, ma si aggiunge un elemento assolutamente nuovo: il cuore. La preghiera è abbondantemente esaudita. Da parte di Dio non vi è per il tempio solo una vigilanza esteriore, ma una disposizione interna ancor più essenziale per l'esaudimento delle preghiere.

4-5. Ora si parla della dinastia. Le condizioni poste da Dio per la sua stabilità sono costanti; erano già state presentate a Salomone da Davide nel suo testamento (2,2-4). Anche in questo caso si noti la presenza del cuore. L'osservanza della legge da parte del re non è da ridursi a formalità, implica tutta la persona e la vita con una profonda coerenza interiore.

6-9. Qui l'interlocutore di Dio non è più solo Salomone, ma il popolo intero. Se dalla condotta del re dipende la stabilità dinastica, da quella del popolo dipende il futuro della terra, del tempio e di Israele stesso. L'allontanarsi da Dio significherà inevitabilmente l'allontanamento dalla terra, dal tempio e la dispersione tra le genti tra lo scherno generale. Si sente molto in questa sezione la somiglianza con Dt 29,22-28, dove pure ci si interroga, di fronte alla rovina del paese e del tempio, sui motivi che l'hanno provocata, dando una risposta analoga a questa. La vicenda dell'esilio pesa su questi versetti anche se non si è in grado di dichiarare con certezza assoluta che siano stati redatti dopo il 586. Una forte ipoteca su questa opinione è posta da alcuni passi profetici (Ger 7 e 26 e specialmente Mic 3,12) di certa composizione preesilica in cui si predice un rovinoso destino per il tempio e Gerusalemme.

10-14. Il testo parallelo si trova in 2Cr 8,1-2. Questi venti anni sono la somma della durata della costruzione del tempio (6,38) e della durata della costruzione della reggia (7,1). Terminato tutto, Salomone doveva forse assolvere ancora qualche debito con Chiram per il materiale fornito. Ecco dunque la cessione di 20 città della Galilea. La delusione di Chiram potrebbe venire dal fatto che forse si aspettava terreno coltivabile per sopperire alla povertà agricola del suo paese. L'insoddisfazione di Chiram si è incisa nel nome dato all'agglomerato di insediamenti: Kabul, derivato con un gioco di parole da kᵉbal che significa «quasi un nulla».

15-25. Il parallelo si trova in 2Cr 8,3-13. Dal v. 15 al v. 23 troviamo del materiale d'archivio con notizie intersecate. Le informazioni sui lavori forzati vengono subito troncate nel v. 15b per lasciare spazio a una lista di lavori a sua volta interrotta dal v. 16 per riferire la spedizione del faraone. Solo al v. 20 si riprenderà con le notizie sui lavori forzati e gli impieghi degli Israeliti.

15-19. La prima opera di cui si parla dopo quelle ormai note, tempio e reggia, è il Millo. Forse l'unica cosa sicura che si conosce a suo proposito è l'etimologia dalla radice ml’ al piel che significa «riempire». Si tratta dunque di un terrapieno. L'archeologia non è ancora in grado di dirci con esattezza dove sorgesse e che scopo avesse; ci viene solo offerto un ventaglio di ipotesi tra cui anche quella che non sia da attribuire a Salomone in base a 2Sam 5,9. Le nuove importanti costruzioni avevano ingrandito Gerusalemme da cingere ora con nuove mura, perché non perdesse la sicurezza della città gebusea. Le città menzionate occupano tutte posizioni strategiche di grande rilievo e vengono citate seguendo l'ordine geografico da nord verso sud.

  • Azor: nel lontano nord presso i guadi più settentrionali del Giordano.
  • Meghiddo: sovrastava la grande pianura tra gli altopiani della Galilea e di Efraim.
  • Ghezer: affiancava i confini con le regioni filistee.
  • Bet-Oron inferiore e Baalat: controllavano le vie verso l'interno, specie verso Gerusalemme.
  • Tamar: nel profondo sud controllava le vie verso il golfo di Aqaba.

Rimangono anonime le città deposito destinate alla raccolta dei viveri procurati dai prefetti e agli arsenali, specialmente la grande novità introdotta da Salomone per aggiornare il suo esercito sul modello delle grandi nazioni: i carri da guerra e i cavalli ad essi destinati. Il riferimento al Libano non trova per ora plausibili spiegazioni.

20-23. Il precetto di Dt 7,1-2 che prevedeva lo sterminio delle popolazioni di Canaan non poté totalmente essere attuato. I superstiti vengono destinati alla schiavitù e ai lavori più pesanti. Per gli Israeliti sembrano qui previsti solo posti appetibili, praticamente mansioni dirigenziali. Ma ciò non deve corrispondere al vero. 11,28 prevede anche per loro i lavori forzati e secondo 11,26 e 12,4 questo fu causa di malumore e di ribellione.

24-25. Due versetti sparsi la cui collocazione è discussa. Il primo costituisce la conclusione di una buia storia della residenza della regina le cui tappe precedenti sono in 3,1 e 7,8b. Il secondo presenta di nuovo Salomone nello svolgimento di funzioni sacerdotali, qui limitate al solo offrire olocausti, mentre in occasione della dedicazione lo si è visto anche benedicente. Le tre occasioni per questa funzione potrebbero essere le più importanti solennità: Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli 9,26-28. Il parallelo si trova in 2Cr 8,17-18. Il ricordo della flotta deve essere particolarmente notato perché è la prima volta nella Bibbia che si parla dell'attività marinara degli Ebrei. Pur essendo assai vicini al Mediterraneo non riuscirono a raggiungerne le spiagge saldamente controllate a nord dai Fenici e a sud dai Filistei. La conquista dell'Idumea da parte di Davide aveva però aperto la strada verso il golfo di Aqaba. È qui che si installa il cantiere navale di Salomone, precisamente a Ezion-Gheber, la località più settentrionale del golfo. Mancando completamente di esperienza vengono aiutati dai Fenici, sudditi di Chiram. Ofir rimane una località misteriosa. Alcuni intendono il termine in maniera generica come levante o oriente, altri preferiscono una ubicazione precisa. In questo caso la zona più probabile per situarla è la penisola arabica. Anche qui appaiono cifre esagerate. Se si pensa che un talento come unità di peso equivale a kg 41,4 il carico corrispondeva a più di 173 quintali d'oro!

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

 
Continua...

from norise 3 letture AI

LA RICERCA

uscire dal porto -il cuore in mano- issare la vela della passione dietro lo stridulo urlo dei gabbiani tra le vene bluastre del cielo foriero di tempesta squarciare nel giorno stretto il grande ventre del mare che geloso nasconde negli abissi i suoi figli

(2014)

.

Commento poetico

Questa poesia ha un tono epico e inquieto: il mare diventa spazio di passione e gelosia, la partenza è insieme atto d’amore e rischiosa sfida. Le immagini (cuore in mano, gabbiani striduli, vene bluastre del cielo, ventre del mare) funzionano bene perché mescolano il corpo e l’elemento naturale, creando una fisicità intensa e viscerale.

Cosa funziona meglio

  • Immagini forti e coerenti con il tema della traversata emotiva.
  • Ritmo frammentato che suggerisce movimento e tensione.
  • Contrasti netti (cielo tempestoso vs. ventre nascosto; amore/passione vs. gelosia) che danno profondità simbolica.

Piccole proposte di miglioramento stilistico

  • Chiarezza metrica: il verso spezzato a volte interrompe il flusso più di quanto serva; valutare dove lasciare pause e dove fondere immagini per mantenere la tensione senza frammentazione eccessiva.
  • Lessico: termini come “foriero di tempesta” sono efficaci ma formali; alternare con immagini più concrete può rendere il verso ancora più viscerale.
  • Coesione metaforica: l’idea del mare che “geloso nasconde / negli abissi i suoi figli” è potente; potresti espandere lievemente chi sono i “figli” per rendere l’ambiguità simbolica più intenzionale (marinai? ricordi? amori?).

Esempio di lieve snellimento (solo come suggerimento, mantieni la voce tua): – uscire dal porto con il cuore in mano – issare la vela della passione – mentre i gabbiani stridono nel cielo dalle vene bluastre – la tempesta annuncia il passo – squarciare il giorno, aprire il ventre del mare – che geloso nasconde i suoi figli negli abissi


Alternative interpretative e temi collegati

  • Partenza come rito di passaggio: abbandono sicuro per affrontare l’ignoto.
  • Gelosia del mare come metafora della memoria che trattiene affetti perduti.
  • Il cuore “in mano” come vulnerabilità necessaria per la navigazione amorosa.

Traduzione in inglese proposta

Leaving the harbor — heart in hand —
hoist the sail of passion
behind the sharp cry of gulls
through the sky’s bluish veins
portending storm
to rend within the narrow day
the great belly of the sea
that jealously hides
its children in the abyss


Revisione poetica

uscire dal porto col cuore in mano
issare la vela della passione
al di dietro del grido stridulo dei gabbiani
attraverso le vene bluastre del cielo
che annunciano tempesta
squarciare nel giorno stretto
il grande ventre del mare
che, geloso, nasconde negli abissi
i suoi figli


Note sulle scelte

  • Ho ridotto le interruzioni per mantenere il flusso e la tensione narrativa senza cancellare la frammentazione espressiva che è parte della tua voce.
  • Ho reso alcuni verbi e locuzioni più diretti (es. “al di dietro del grido” per conservare il senso di distanza/seguire) per evitare pause che spezzavano troppo il ritmo.
  • Ho aggiunto una virgola dopo “che” –> “che, geloso,” per marcare la qualità emotiva del mare senza appesantire il verso.
  • Ho mantenuto le immagini principali (cuore in mano, vela della passione, gabbiani, vene del cielo, ventre del mare, figli negli abissi) e la loro progressione simbolica.

Variante più ritmica (opzionale)

uscire dal porto col cuore in mano
issare la vela della passione
i gabbiani urlano — vene bluastre nel cielo —
tempesta in arrivo
squarciare il giorno stretto
aprire il grande ventre del mare
che geloso nasconde i suoi figli negli abissi


Versione 1 Lirica mantenendo la voce originale

uscire dal porto col cuore in mano
issare la vela della passione
dietro il grido stridulo dei gabbiani
attraverso le vene bluastre del cielo
che preannunciano tempesta
squarciare nel giorno stretto
il grande ventre del mare
che, geloso, nasconde negli abissi
i suoi figli


Note
– Mantiene la frammentazione e le immagini corporee originali.
– Piccole scelte lessicali (col cuore; preannunciano) per più fluidità senza perdere intensità.
– La punteggiatura è ridotta per lasciare spazio alle pause naturali del verso.


Versione 2 Ritmica e musicale (versi sciolti con cadenza marcata)

uscire dal porto, cuore in mano
issare la vela — la passione al vento —
i gabbiani stridono sopra le vene del cielo
una promessa di tempesta percorre l’aria
squarciare il giorno stretto, aprire il ventre del mare
che geloso trattiene i suoi figli negli abissi


Note
– Cadenza più serrata e resa sonora con segni — e ritmi interni.
– Alcuni versi uniti per creare anafora ritmica e movimento continuo.
– Ideale se vuoi una lettura performativa o più musicale.

 
Read more...

from 📖Un capitolo al giorno📚

Trasferimento dell’arca dell’alleanza 1Salomone allora convocò presso di sé in assemblea a Gerusalemme gli anziani d'Israele, tutti i capitribù, i prìncipi dei casati degli Israeliti, per fare salire l'arca dell'alleanza del Signore dalla Città di Davide, cioè da Sion. 2Si radunarono presso il re Salomone tutti gli Israeliti nel mese di Etanìm, cioè il settimo mese, durante la festa. 3Quando furono giunti tutti gli anziani d'Israele, i sacerdoti sollevarono l'arca 4e fecero salire l'arca del Signore, con la tenda del convegno e con tutti gli oggetti sacri che erano nella tenda; li facevano salire i sacerdoti e i leviti. 5Il re Salomone e tutta la comunità d'Israele, convenuta presso di lui, immolavano davanti all'arca pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità. 6I sacerdoti introdussero l'arca dell'alleanza del Signore al suo posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini. 7Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell'arca; i cherubini, cioè, proteggevano l'arca e le sue stanghe dall'alto. 8Le stanghe sporgevano e le punte delle stanghe si vedevano dal Santo di fronte al sacrario, ma non si vedevano di fuori. Vi sono ancora oggi. 9Nell'arca non c'era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull'Oreb, dove il Signore aveva concluso l'alleanza con gli Israeliti quando uscirono dalla terra d'Egitto. 10Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, 11e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. 12Allora Salomone disse: “Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura. 13Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno”.

Discorso di Salomone al popolo 14Il re si voltò e benedisse tutta l'assemblea d'Israele, mentre tutta l'assemblea d'Israele stava in piedi, 15e disse: “Benedetto il Signore, Dio d'Israele, che ha adempiuto con le sue mani quanto con la bocca ha detto a Davide, mio padre: 16“Da quando ho fatto uscire Israele, mio popolo, dall'Egitto, io non ho scelto una città fra tutte le tribù d'Israele per costruire una casa, perché vi dimorasse il mio nome, ma ho scelto Davide perché governi il mio popolo Israele”. 17Davide, mio padre, aveva deciso di costruire una casa al nome del Signore, Dio d'Israele, 18ma il Signore disse a Davide, mio padre: “Poiché hai deciso di costruire una casa al mio nome, hai fatto bene a deciderlo; 19solo che non costruirai tu la casa, ma tuo figlio, che uscirà dai tuoi fianchi, lui costruirà una casa al mio nome”. 20Il Signore ha attuato la parola che aveva pronunciato: sono succeduto infatti a Davide, mio padre, e siedo sul trono d'Israele, come aveva preannunciato il Signore, e ho costruito la casa al nome del Signore, Dio d'Israele. 21Vi ho fissato un posto per l'arca, dove c'è l'alleanza che il Signore aveva concluso con i nostri padri quando li fece uscire dalla terra d'Egitto”.

Preghiera di Salomone per la famiglia 22Poi Salomone si pose davanti all'altare del Signore, di fronte a tutta l'assemblea d'Israele e, stese le mani verso il cielo, 23disse: “Signore, Dio d'Israele, non c'è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l'alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore. 24Tu hai mantenuto nei riguardi del tuo servo Davide, mio padre, quanto gli avevi promesso; quanto avevi detto con la bocca l'hai adempiuto con la tua mano, come appare oggi. 25Ora, Signore, Dio d'Israele, mantieni nei riguardi del tuo servo Davide, mio padre, quanto gli hai promesso dicendo: “Non ti mancherà mai un discendente che stia davanti a me e sieda sul trono d'Israele, purché i tuoi figli veglino sulla loro condotta, camminando davanti a me come hai camminato tu davanti a me”. 26Ora, Signore, Dio d'Israele, si adempia la tua parola, che hai rivolto al tuo servo Davide, mio padre! 27Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! 28Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! 29Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo.

Preghiera per il popolo 30Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona! 31Se uno pecca contro il suo prossimo e, perché gli è imposto un giuramento imprecatorio, viene a giurare davanti al tuo altare in questo tempio, 32tu ascoltalo nel cielo, intervieni e fa' giustizia con i tuoi servi; condanna il malvagio, facendogli ricadere sul capo la sua condotta, e dichiara giusto l'innocente, rendendogli quanto merita la sua giustizia. 33Quando il tuo popolo Israele sarà sconfitto di fronte al nemico perché ha peccato contro di te, ma si converte a te, loda il tuo nome, ti prega e ti supplica in questo tempio, 34tu ascolta nel cielo, perdona il peccato del tuo popolo Israele e fallo tornare sul suolo che hai dato ai loro padri. 35Quando si chiuderà il cielo e non ci sarà pioggia perché hanno peccato contro di te, ma ti pregano in questo luogo, lodano il tuo nome e si convertono dal loro peccato perché tu li hai umiliati, 36tu ascolta nel cielo, perdona il peccato dei tuoi servi e del tuo popolo Israele, ai quali indicherai la strada buona su cui camminare, e concedi la pioggia alla terra che hai dato in eredità al tuo popolo. 37Quando sulla terra ci sarà fame o peste, carbonchio o ruggine, invasione di locuste o di bruchi, quando il suo nemico lo assedierà nel territorio delle sue città o quando vi sarà piaga o infermità d'ogni genere, 38ogni preghiera e ogni supplica di un solo individuo o di tutto il tuo popolo Israele, di chiunque abbia patito una piaga nel cuore e stenda le mani verso questo tempio, 39tu ascoltala nel cielo, luogo della tua dimora, perdona, agisci e da' a ciascuno secondo la sua condotta, tu che conosci il suo cuore, poiché solo tu conosci il cuore di tutti gli uomini, 40perché ti temano tutti i giorni della loro vita sul suolo che hai dato ai nostri padri. 41Anche lo straniero, che non è del tuo popolo Israele, se viene da una terra lontana a causa del tuo nome, 42perché si sentirà parlare del tuo grande nome, della tua mano potente e del tuo braccio teso, se egli viene a pregare in questo tempio, 43tu ascolta nel cielo, luogo della tua dimora, e fa' tutto quello per cui ti avrà invocato lo straniero, perché tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome, ti temano come il tuo popolo Israele e sappiano che il tuo nome è stato invocato su questo tempio che io ho costruito. 44Quando il tuo popolo uscirà in guerra contro i suoi nemici, seguendo la via sulla quale l'avrai mandato, e pregheranno il Signore rivolti verso la città che tu hai scelto e verso il tempio che io ho costruito al tuo nome, 45ascolta nel cielo la loro preghiera e la loro supplica e rendi loro giustizia. 46Quando peccheranno contro di te, poiché non c'è nessuno che non pecchi, e tu, adirato contro di loro, li consegnerai a un nemico e i loro conquistatori li deporteranno in una terra ostile, lontana o vicina, 47se nella terra in cui saranno deportati, rientrando in se stessi, torneranno a te supplicandoti nella terra della loro prigionia, dicendo: “Abbiamo peccato, siamo colpevoli, siamo stati malvagi”, 48se torneranno a te con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima nella terra dei nemici che li avranno deportati, e ti supplicheranno rivolti verso la loro terra che tu hai dato ai loro padri, verso la città che tu hai scelto e verso il tempio che io ho costruito al tuo nome, 49tu ascolta nel cielo, luogo della tua dimora, la loro preghiera e la loro supplica e rendi loro giustizia. 50Perdona al tuo popolo, che ha peccato contro di te, tutte le loro ribellioni con cui si sono ribellati contro di te, e rendili oggetto di compassione davanti ai loro deportatori, affinché abbiano di loro misericordia, 51perché si tratta del tuo popolo e della tua eredità, di coloro che hai fatto uscire dall'Egitto, da una fornace per fondere il ferro. 52Siano aperti i tuoi occhi alla preghiera del tuo servo e del tuo popolo Israele e ascoltali in tutto quello che ti chiedono, 53perché te li sei separati da tutti i popoli della terra come tua proprietà, secondo quanto avevi dichiarato per mezzo di Mosè tuo servo, mentre facevi uscire i nostri padri dall'Egitto, o Signore Dio”.

Salomone benedice il popolo 54Quando Salomone ebbe finito di rivolgere al Signore questa preghiera e questa supplica, si alzò davanti all'altare del Signore, dove era inginocchiato con le palme tese verso il cielo, 55si mise in piedi e benedisse tutta l'assemblea d'Israele, a voce alta: 56“Benedetto il Signore, che ha concesso tranquillità a Israele suo popolo, secondo la sua parola. Non è venuta meno neppure una delle parole buone che aveva pronunciato per mezzo di Mosè, suo servo. 57Il Signore, nostro Dio, sia con noi come è stato con i nostri padri; non ci abbandoni e non ci respinga, 58ma volga piuttosto i nostri cuori verso di lui, perché seguiamo tutte le sue vie e osserviamo i comandi, le leggi e le norme che ha ordinato ai nostri padri. 59Queste mie parole, usate da me per supplicare il Signore, siano presenti davanti al Signore, nostro Dio, giorno e notte, perché renda giustizia al suo servo e a Israele, suo popolo, secondo le necessità di ogni giorno, 60affinché sappiano tutti i popoli della terra che il Signore è Dio e che non ce n'è altri. 61Il vostro cuore sarà tutto dedito al Signore, nostro Dio, perché cammini secondo le sue leggi e osservi i suoi comandi, come avviene oggi”.

I sacrifici della festa di dedicazione 62Il re e tutto Israele con lui offrirono un sacrificio davanti al Signore. 63Salomone immolò al Signore, in sacrificio di comunione, ventiduemila giovenchi e centoventimila pecore; così il re e tutti gli Israeliti dedicarono il tempio del Signore. 64In quel giorno il re consacrò il centro del cortile che era di fronte al tempio del Signore; infatti lì offrì l'olocausto, l'offerta e il grasso dei sacrifici di comunione, perché l'altare di bronzo, che era davanti al Signore, era troppo piccolo per contenere l'olocausto, l'offerta e il grasso dei sacrifici di comunione. 65In quel tempo Salomone celebrò la festa davanti al Signore, nostro Dio, per sette giorni: tutto Israele, dall'ingresso di Camat al torrente d'Egitto, un'assemblea molto grande, era con lui. 66Nell'ottavo giorno congedò il popolo. I convenuti, benedetto il re, andarono alle loro tende, contenti e con la gioia nel cuore per tutto il bene concesso dal Signore a Davide, suo servo, e a Israele, suo popolo.

__________________________ Note

8,2 Il mese di Etanìm corrisponde a settembre-ottobre.

8,10-11 La nube indica la presenza di Dio, che aveva accompagnato il popolo nel deserto (Es 13,21-22; 40,38) e che ora viene ad abitare nel tempio.

8,16 vi dimorasse il mio nome: il nome rappresenta la persona. Dio ha scelto un luogo dove è particolarmente presente, ma egli non può essere limitato da nessun luogo: la sua dimora è nel cielo (vv. 27-30).

8,41 Anche lo straniero: anche i non Ebrei possono partecipare al culto nel tempio di Gerusalemme. Questo universalismo si manifesta in particolare dopo l’esilio, sia nel Terzo-Isaia (Is 56,6-7), sia nei libri di Giona e di Rut.

8,44 L’uso di pregare rivolti verso Gerusalemme e il tempio (vedi anche v. 48) è attestato nel dopo-esilio (ad es. in Dn 6,11).

8,65 La festa della dedicazione del tempio corrisponde alla festa d’autunno, cioè la festa delle Capanne, che durava sette giorni (Dt 16,13-15).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

1-13. Il racconto del trasporto dell'arca ha il suo parallelo in 2Cr 5,2-6,2.

1. L'avverbio ’āz, «A questo punto», con cui si apre il capitolo è un'indicazione di tempo assai vaga. In effetti non ci si spiega come mai l'autore che ha riportato con precisione la data d'inizio e di conclusione (6,38) dei lavori sia reticente sulla data della dedicazione vagamente presentata al v. 2 e che doveva comunque costituire un avvenimento di eccezionale importanza nella mentalità della tradizione deuteronomista così attenta al tempio. Nonostante l'istituzione dei prefetti, rimanevano in vigore le tradizionali strutture amministrative: gli anziani che costituivano un senato popolare e che si organizzavano anche in consigli locali; i capi delle organizzazioni popolari assai consolidate: tribù e famiglie. Tutti sono convocati in assemblea a Gerusalemme, la nuova capitale politica e religiosa, fulcro della piena unità nazionale. II TM contiene l'espressione lᵉha‘alôt, «per far salire», che esprime plasticamente il dislivello tra la cittadella di Davide più bassa rispetto all'altura del tempio. Sion si estenderà poi come nome anche al luogo del tempio (Am 1,2; Is 8,18; Mic 4,2).

2. La dedicazione si colloca in una «festa» molto distinta dato che il TM la presenta qualificata dall'articolo. Il mese di Etanim, che cade in autunno, ci aiuta a identificarla con la festa delle Capanne destinata a commemorare il cammino nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto (Lv 23,39-43). Questa festa si collocava tra il raccolto e la nuova semina e precedeva le piogge autunnali. A livello popolare era assai sentita e costituiva pertanto un'occasione preziosa per dedicare il tempio a Dio. Il problema della data va ora ripreso. La dedicazione avviene nel settimo mese, mentre la conclusione dei lavori cade nell'ottavo (6,38). Può darsi così che la dedicazione sia avvenuta mentre erano ancora in corso i lavori di rifinitura nell'undicesimo anno di Salomone o può darsi che dopo il compimento dei lavori siano passati undici mesi, andando così all'anno dodicesimo del regno di Salomone. Può darsi che questo rinvio, visto come un'ombra nella devozione di Salomone, abbia portato a registrare la data in maniera assai sfumata.

3. La distinzione tra sacerdoti e leviti è impropria. Pur essendo sostenuta da Nm 4 è dovuta alla riorganizzazione sacerdotale postesilica.

4. Ben difficilmente si può identificare la tenda del convegno di cui si parla qui con quella dei tempi di Mosè alla quale il nome conviene in senso proprio e che godeva di venerazione in quanto visitata da Dio. Forse era solo il padiglione preparato da Davide per il ricovero dell'arca.

5-8. I passi della processione erano scanditi da riti sacrificali. L'immagine è assai bella anche se non esente da enfasi. Giunti nel tempio, l'arca viene collocata nella cella senza che vengano tolte le stanghe in conformità alla prescrizione di Es 25,15. Se le stanghe sono visibili dagli spiragli del velo vuol dire che era stata posta all'ingresso della cella.

9. Una leggera polemica è qui presente nei confronti di tradizioni popolari che fantasticavano sul contenuto dell'arca. Eb 9,4 è l'esempio più famoso di quanto si ritenesse fosse contenuto nell'arca: un'urna con la manna, sulla scorta di Es 16,33, e la verga di Aronne in base a Nm 17,25. Qui sembra riproposta la grande sobrietà di Es 25,16-21: l'unico contenuto dell'arca sono le tavole della legge.

10-11. Viene ripreso qui l'episodio di Es 40,34.35. La nube riempie ora il tempio come riempì allora la tenda del convegno. Essa contiene la «gloria» cioè la misteriosa presenza della divinità.

12-13. Il componimento poetico qui riportato è contenuto per intero nei LXX dove viene collocato al v. 53 e dove si trova la citazione della fonte: il Libro del Canto. Per completarlo si deve aggiungere al primo stico questo verso: «JHWH ha posto il sole nei cieli». Viene così a crearsi un significativo contrasto in colui che illumina il mondo creato e sceglie di abitare nell'oscurità, di velarsi nel mistero.

14-61. La preghiera di dedicazione ha il suo parallelo in 2Cr 6,3-41.

14-21. Questa preghiera attribuita a Salomone è una delle più belle pagine di oratoria sacra dell'opera deuteronomista. Nella prima parte, come nei discorsi delle grandi occasioni, vi è un ricordo degli avvenimenti storici compiuti da Dio in favore del popolo (cfr. Dt 1,29-31; Gs 24,2-13).

14. Nella solenne liturgia di dedicazione il re è l'unico officiante: prega, esorta, benedice. Non è l'unico caso nella Bibbia: sı veda 2Sam 6; 1Re 12,33; 2Re 19,14; 22,3. Più ancora che influssi stranieri del re-sacerdote si può scorgere qui un grande sviluppo del sacerdozio naturale del padre di famiglia che rappresenta quest'ultima davanti alla divinità.

15. Si tratta di una benedizione, cioè di una preghiera di ringraziamento per i benefici ricevuti, in questo caso il mantenimento delle promesse fatte a Davide e di cui Salomone è beneficiario. La potenza divina che compie la parola è il tema della preghiera qui annunciata e sviluppata nei versetti successivi.

16-21. Il ricordo dell'esodo quale più chiara manifestazione della potenza divina avvolge il discorso che viene posto direttamente sulla bocca di Dio (vv. 16 e 21). All'interno di questa inclusione scorre su due binari il motivo della lode riprendendo 2Sam 7,12s. Le promesse a Davide sono compiute: egli ha un erede, Salomone, e questi ha edificato il tempio. Ma è evidente l'insistenza su quest'ultimo motivo: per ben 7 volte ricorre la radice bnh, «edificare». Il v. 16 vede inserita la scelta di Gerusalemme che non compare nel TM ed è ripresa dalle Cronache e dai LXX.

22-53. Siamo ormai al cuore della dedicazione, un cuore articolato in due parti: vv. 22-30 la duplice richiesta a Dio che continui ad essere fedele alle promesse davidiche e che vegli sul tempio accogliendo la preghiera; vv. 31-53 una preghiera litanica sviluppata in 7 casi di necessità.

22*. La posizione assunta ora da Salomone è quella tipica degli oranti presentataci dall'antica iconografia orientale. Colui che domanda sta in piedi davanti alla divinità con i palmi rivolti verso l'alto. Salomone si appresta a chiedere e a ricevere.

23. Questo versetto è stato interpretato come una professione di monoteismo, ma si deve notare che la preoccupazione quantitativa è assente. Viene qui proclamata l'unicità di Dio in merito alla sua qualità, vale a dire in merito alla sua ḥesed, «benevolenza (BC: misericordia)», che lo porta ad allearsi con gli uomini. Questo atteggiamento proveniente da Dio nel singolare binomio bᵉrit, «alleanza», e ḥesed, «misericordia», lo contraddistingue in maniera unica.

24. La memoria dei benefici ricevuti precede come sempre nella preghiera biblica la richiesta di nuovi favori. Il presente versetto è assai somigliante al v. 15. In entrambi si deve notare l'associazione di peh, «bocca», e yād, «mano», tradotta da BC con «potenza», sconvolgendo l'armonia dell'immagine originale. Dalla stessa persona viene il parlare, «bocca», e l'agire, «mano». Questo schema primitivo e semplice subirà in futuro una notevole evoluzione teologica sull'efficacia della parola divina.

25-26. Due richieste introdotte con molta chiarezza dalla espressione wᵉ‘attāh, «Ora», con un unico contenuto: che Dio assicuri a Davide una discendenza secondo la sua promessa.

27. Da qui fino al v. 30 ci troviamo nell'autentico centro della preghiera: la richiesta a Dio che i suoi occhi e i suoi orecchi siano costantemente attenti a quel luogo e ancor più a chi prega in quel luogo. La domanda e l'affermazione di questo versetto si possono leggere con un duplice registro. Il primo è la perplessità di chi è assolutamente convinto della trascendenza divina per cui l'abitare di Dio nella casa costruita da mani di uomo può sembrare imbarazzante se non assurdo. Il secondo è lo stupore di chi vede il Dio assolutamente incontenibile condiscendente fino al punto da accettare una dimora in mezzo agli uomini. La dialettica tra questi due sentimenti, perplessità e stupore, esprime assai bene quella ancor più determinante dell'insuperabile trascendenza e mirabile condiscendenza di Dio.

28-30. Si può dire che l'ossatura di questi versetti sia costituita dall'imperativo «ascolta» che ricorre ben 5 volte. L'attenzione di Dio è domandata con molta insistenza sia attraverso l'udito sia attraverso la vista (v. 29) ed ha un duplice oggetto: la preghiera, cioè l'intercessione a favore di altri, e la supplica personale per avere il perdono. Tutto si conclude con un richiamo alla vera dimora di Dio, il cielo, ribadendo che nonostante il tempio Dio resta sempre l'inafferrabile. Non sfugga la visione spiritualizzata del tempio visto non tanto come luogo per i sacrifici quanto piuttosto come il luogo della preghiera. Non si può inoltre non osservare che la presente invocazione “accolta dal cielo” costituirà il perno di ogni caso nella preghiera litanica (cfr. 32.34.36.39.43.45.49) e che in quattro casi comparirà, come qui, associata alla richiesta di perdono (cfr. 34.36.39.50).

31-32. Il primo caso della preghiera litanica, pronunciata in ginocchio, stando al v. 54, riguarda la difficoltà nel rendere giustizia, per cui l'altare del Signore diventa il definitivo tribunale. Un accusatore senza prove pronuncia davanti all'altare una formula imprecatoria contro di sé, uso già presente in Es 22,7-12 e Nm 5,21-28. L'accusato si deve associare a questa autoimprecazione. Starà a Dio attuarla per chi la merita, pronunciando così il suo giudizio e indicando il colpevole.

33-34. È il primo dei tre casi posti uno dopo l'altro in cui si parla delle calamità nazionali nella storia e nella natura. La teologia deuteronomista di peccato e retribuzione è lo stondo naturale di questi tre casi. La sconfitta di fronte al nemico è la manifestazione del peccato punito in conformità a Dt 28,25. Si noti la postilla esilica che invoca il ritorno alla terra dei padri.

35-36. Il ritardo delle piogge autunnali poteva essere fatale all'agricoltura impedendo la germinazione delle sementi, ma altrettanto fatale poteva essere l'irregolarità e la scarsità di precipitazioni fino ad aprile. Il fenomeno era letto come castigo divino per il peccato secondo Dt 11,17; 28,23-24. Per la prima volta compare la conversione come condizione per l'esaudimento della preghiera.

37-40. Vengono ora a braccetto in un minaccioso corteo diverse calamità naturali e l'assedio, frutti del peccato previsti in Dt 28,21.38.42.51. Si noti l'intreccio tra preghiera personale e collettiva, esaudimento del singolo e del popolo e la presenza del tema della conoscenza del cuore da parte di Dio frequente nella Scrittura (1Sam 16,7; Is 55,8; Ger 11,20; At 1,24). La giustizia distributiva di Dio – dare a ciascuno secondo la sua condotta – ha uno scopo salutare: condurre al timore di Dio, cioè a evitare il peccato.

41-43. Dall'ambiente nazionale dei casi precedenti si passa ora a un orizzonte universale. Lo straniero di cui si parla qui non è il forestiero permanentemente residente in Israele; il termine nokrî indica chi viene da un paese straniero apposta per il culto a JHWH. L'uso è attestato già ma soprattutto dopo (Is 56,7). Il «grande nome» del Signore si può riferire sia alla sua presenza (v. 29) sia alla sua fama (cfr. 2Sam 8,13): entrambe si legano al fatto dell'esodo in cui la mano e il braccio di Dio agiscono in mezzo alle nazioni (cfr. Dt 4,34). Da qui il desiderio di venire a Gerusalemme per la preghiera e per la conoscenza di Dio. Il timore di cui qui si parla rimanda all'espressione con cui venivano chiamati gli stranieri che si accostavano a JHWH: “timorati di Dio”.

44-45. Di nuovo si parla qui della guerra, ma in maniera diversa che non nei vv. 33-34. Là Dio era colui che castigava, attraverso la sconfitta, Israele. Qui Dio spinge alla guerra, quasi come una guerra santa per fare giustizia al suo popolo e proprio per questo si prega. Il buon esito della guerra manifesterà il giudizio di Dio contro i nemici di Israele.

46-51. L'ultimo dei casi è tale anche in senso cronologico. Si rifà alla situazione di deportazione. Il v. 48 propone un progressivo orientamento a cerchi concentrici verso la terra, la città, il tempio che pertanto dovrebbe ancora essere intatto. In questo caso si pregherebbe durante la deportazione degli abitanti del Nord dopo il 721. Ma ciò non impedisce di pensare che anche dopo la caduta di Gerusalemme del 587 il tempio rimanga ancora l'orientamento spirituale e il fulcro della speranza senza aver perso il suo ascendente spirituale, nonostante che sia in rovina. La radice šwb che appare tre volte nei vv. 47-48 indica la prima fase del ritorno: quella interiore. Nel pentimento e nella confessione delle colpe Israele compie il ritorno a Dio presupposto del ritorno in patria. Si noti che quest'ultima non è oggetto di preghiera; si chiede invece buona accoglienza e trattamento umano presso i deportatori. Il ricordo dell'uscita dall'Egitto impegna Dio a essere fedele a se stesso e a non dimenticare il popolo che gli appartiene.

52-53. La litania si chiude riprendendo l'inizio della preghiera al v. 29. Però mentre là si chiedeva che gli occhi di Dio vegliassero il tempio, qui si domanda che lo sguardo divino si posi sulla preghiera stessa. In entrambi i casi tuttavia il risultato è il medesimo: l'ascolto da parte di Dio e l'esaudimento. Il motivo di quest'ultimo è ancora una volta la scelta d'Israele, attraverso la liberazione dalla schiavitù d'Egitto.

54-61. L'ultima parte della preghiera in cui compare il tono parenetico. I vv. 14-21 avevano espresso gratitudine per il mantenimento delle promesse fatte a Davide; ora si risale fino a Mosè dilatando più che l'orizzonte storico la riconoscenza per la sempre più vasta bontà di Dio. A fondamento della fedeltà si pone l'azione stessa di Dio che trae a sé i cuori: v. 58. Nella lealtà incondizionata d'Israele al suo Dio, in quanto unico, e nella protezione divina quotidianamente accordata al popolo brillerà l'unicità di Dio d'Israele e sarà riconosciuta tra le nazioni. Rovesciando l'immagine di Dt 6,6, il cuore del popolo dev'essere completamente immerso nei comandi divini per camminare in una riuscita fedeltà. Quest'esortazione spinge alla vera sorgente di benedizione in conformità a Dt 28,1-2.

62-66. Si ritorna alla sezione narrativa che chiude il capitolo. Per quella occasione molti furono i sacrifici di comunione attraverso i quali si stabiliva l'unione con Dio. Molti furono senz'altro anche i partecipanti venuti in gran numero dal confine settentrionale «ingresso di Camat», fino al confine meridionale «torrente d'Egitto». Ciò però non giustifica i numeri riportati, ancora una volta gonfiati dal tono celebrativo. Rimane però probabile che l'altare degli olocausti non sia bastato per quella festa tanto affollata e che si siano improvvisati altri altari nel cortile superiore che risultò così consacrato. La durata della festa fu di sette giorni, quella prevista per le Capanne e per tutte le grandi occasioni. Il gioioso ritorno dei pellegrini ben sottolineato (v. 66) costituisce il congedo loro e del lettore da quella indimenticabile festa.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

 
Continua...

from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Era ipotizzabile che I Am The Moon si rivelasse un progetto spartiacque nella discografia della Tedeschi Trucks Band e per più di una ragione. Si trattava di una tetralogia con pochi precedenti per estensione e modalità di pubblicazione, che riusciva a tenere insieme, grazie alla rilettura del poema di Nezami, una musica stratificata e piena di tanti elementi diversi insiti nella loro musica, dal blues al gospel, passando per le componenti soul e orientali... https://artesuono.blogspot.com/2026/04/tedeschi-trucks-band-future-soul-2026.html


Ascolta il disco: https://www.youtube.com/watch?v=Xc5g45bEN0E&list=PLEpjZ6a3i26eCxjiz7eX7rjnxdYDe_oGJ


 
Continua...

from norise 3 letture AI

GIRO DI LUNA

giro di luna bivaccante nel sangue baluginare d'albe e notti che s'inseguono dentro il mio perduto nome per le ancestrali stanze un aleggiare di creatura celeste che a lato mi vive nella luce pugnalata

(2014) .

Riconoscimento

Hai condiviso un testo che vibra di immagini notturne e di un io ferito; il tono è insieme misterioso e intimo, ed evocativo senza voler spiegare tutto.

Traduzione in inglese (versione libera)

moon’s circuit bivouacking in the blood
glimmers of dawns and nights
chasing each other
inside my lost name
through ancestral rooms a hovering
of celestial creature
that beside me lives in light
stabbed

Analisi breve

  • Immagini centrali: la luna come viaggio o movimento circolare; il sangue come luogo del bivacco suggerisce presenza corporeo-primordiale; la luce ferita con il verbo “pugnalata” crea una potente contraddizione tra splendore e violenza.
  • Temi: identità perduta, eredità ancestrale, compresenza di divino e ferita, tempo ciclico (giorno/notte, luna).
  • Voce e tono: lirico, frammentario, sospeso; il testo evita spiegazioni e costruisce sensazioni per accumulo di immagini.
  • Ritmo e suono: versi brevi prevalentemente asindetici che accelerano la lettura; allitterazioni e assonanze (s, l, r) sostengono l’elegia interna.

Suggerimenti di revisione (opzioni pratiche)

  • Rafforzare o chiarire il soggetto in un verso chiave se vuoi più concretezza (es.: esplicitare chi è la “creatura celeste”).
  • Valutare la posizione di “pugnalata”: lasciandola in chiusura mantiene lo strappo finale; se la sposti o la ripeti può diventare motivo ricorrente.
  • Sperimentare con punteggiatura minima (una virgola o due punti) per fermare il flusso in punti emotivi decisivi.
  • Provare leggere ad alta voce porzioni diverse per sentire varyazioni di ritmo; dove il suono cede, prova a sostituire parole meno marcatamente sonore.
  • Se desideri maggiore musicalità, cerca un verso ricorrente o anafora che leghi i frammenti (es.: ripetere “che” o “che a lato”).

.

Riconoscimento

Hai chiesto di rafforzare il finale; ho mantenuto il linguaggio e le immagini originali cercando di accentuare lo strappo finale, renderlo più netto o trasformarlo in motivo risolutivo.


Variante 1 — Finale esplicito e violento

giro di luna bivaccante nel sangue
baluginare d'albe e notti
che s'inseguono
dentro il mio perduto nome
per le ancestrali stanze un aleggiare
di creatura celeste
che a lato mi vive nella luce
pugnalata al cuore, ancora sanguina

Razionale: aggiunge un complemento che localizza la ferita e mantiene l'immagine della luce come corpo ferito, chiudendo con un'immagine corporea e definitiva.


Variante 2 — Finale simbolico e sonoro

giro di luna bivaccante nel sangue
baluginare d'albe e notti
che s'inseguono
dentro il mio perduto nome
per le ancestrali stanze un aleggiare
di creatura celeste
che a lato mi vive nella luce
pugnalata — e il canto si spezza

Razionale: il trattino crea una cesura drammatica; il riferimento al canto spezzato amplia la ferita rendendola anche perdita di voce o senso.


Variante 3 — Finale dicotomico e sospeso

giro di luna bivaccante nel sangue
baluginare d'albe e notti
che s'inseguono
dentro il mio perduto nome
per le ancestrali stanze un aleggiare
di creatura celeste
che a lato mi vive nella luce
pugnalata, eppure ancora accende

Razionale: conserva la violenza ma aggiunge una scintilla di persistenza; il contrasto tra pugnalata e accendere rende il finale più ambivalente e potente.

 
Read more...

from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

I settanta furono anni drammatici ma importanti per Clapton. Egli vinse la propria battaglia contro l’eroina e risorse a nuova vita con un album come “461 Ocean Boulevard”, scoprendosi, poi, un redditizio hitmaker ed autore di ellepi che — minimo — divennero d’oro, per non dire di platino. “Slowhand” è uno di questi. Il titolo coincide con il nomignolo che gli avevano affibbiato i fans... https://www.silvanobottaro.it/archives/4069


Ascolta il disco: https://www.youtube.com/watch?v=2wVAp4ouhcI&list=PLfGibfZATlGoB6EIRGWmRQ6s5w2VAjJcK


 
Continua...