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from Progetto Politico Free Software

Perché un'infrastruttura digitale pubblica, come gestirla e quali obbiettivi porsi

Partiamo dal fatto o che sono un politico e non un tecnico quindi le mie sono teorie astratte che cerco di calare nel pratico insieme a l'aiuto di compagni e amici tecnici con cui mi confronto, ogni suggerimento è ben accetto

  • Perché abbiamo bisogno di un'infrastruttura digitale pubblica?

Alla fine degli anni novanta le amministrazioni pubbliche si erano poste la domanda su quale ruolo dovesse avere la PA nel mondo del digitale. Si erano messe in piedi diverse opzioni ma i tempi erano acerbi e le classi dirigenti (uso il plurale perché è un problema che non si è riscontrato solo in Italia) non hanno colto la possibilità. Credo sia inutile farne una colpa perché a quei tempi anche i privati che coglievano le possibilità del digitale si contavano sulle dita di una mano e non tutti capivano come farci impresa. #JeffBezos è quello che è sopravvissuto, #JerryKaplan uno di quelli che non ce l'hanno fatta (nel fare il tipo di impresa stile Amazon). Quindi possiamo giustificare buona parte delle classi dirigenti che non sono manco arrivate vicino al solo pensiero di cosa fare con il digitale. Dopo le università, lo sviluppo dei software è passato in mano privata, o almeno quello che io definisco il “Cappello Proprietario” che ingloba e fa proprie tutte quelle parti della struttura del software basata sul SL. Oggi la stragrande maggioranza della struttura digitale che ci circonda è fatta dai privati e giocando sulle regole del mercato capitalista estrattivo ne seguono inevitabilmente i suoi valori. I finanziamenti finiscono praticamente tutti nel settore privato che seguono interessi privati. Per colpa di questo totale disinteresse del settore pubblico nel digitale (anche grazie alla narrazione neoliberale che privato e meglio è più conveniente) stiamo andando verso un modello sociale che la Zuboff ha teorizzato con il nome 'Il capitalismo della sorveglianza”. Siamo ancora in tempo per fermare tutto questo senza il ritorno a uno statalismo in stile novecento. Che fare? Oggi abbiamo capito che i software sono mezzi di produzione e che in assenza di questi strumenti si creano differenze sociali enormi tra una parte che li possiede e l'altra no. L'obbiettivo delle PA quindi dovrebbe essere quello di ridurre le differenze sociali. Come? Creando software liberi che annullino le differenze sociali e diano a tutti la possibilità di accedere alle informazioni e ai mezzi di produzione.

  • Come gestire questa infrastruttura?

Come detto a inizio post, non sono un tecnico ma un politico che prova ad avere idee nuove, i consigli per migliorare la proposta sono ben accetti. Una volta creati i software bisogna dargli delle regole per evitare che siano uguali a quelli già presenti nel mercato e per renderli diversi basterebbe basarli sui valori dell'#EticaDigitale, cosa che il mercato privato non ha mai avuto interesse nel fare. La PA deve basare la propria infrastruttura sull'etica digitale anche per un discorso di coerenza, essendo l'interesse pubblico il primo obbiettivo delle PA. Una volta creati i software e le piattaforme, come ad esempio quella di Delivery e di E-commerce descritte nel post precedente, il controllo e la gestione di queste devono essere date ai liberi cittadini tramite bando o avvisi pubblici che racchiudano le regole per la partecipazione, ad esempio una di queste dovrebbe essere la possibilità di partecipare solo a delle cooperative, così che l'obbiettivo della PA non sia la creazione di nuovi privati che utilizzano creazioni pubbliche per i propri interessi ma che serva da stimolo per il #CooperativismoDiPiattaforma. L'impegno della PA dovrà essere un adeguata formazione verso le cooperative che avranno in gestione le piattaforme e i software, così che possano essere libere nella gestione e nello sviluppo del #software e della #piattaforma, inoltre garantire server e sostegno tecnico nello sviluppo del software e delle piattaforme.

  • Quali obbiettivi porsi?

Gli obbiettivi da porsi sono quelli di utilizzare la PA per offrire una visione diversa di società tecnologia di quella che oggi offrono i privati o intere nazioni come #USA e #Cina che fanno del controllo sociale grazie alla tecnologia il loro marchio distintivo. Inoltre grazie al cooperativismo di piattaforma le PA avranno la possibilità di fare emergere valori comunitari, diversi da quello individualista e concorrenziale del privato neoliberale.

Inoltre questo sarebbe la possibilità di vedere in maniera diretta il rapporto tra dimensione immateriale e dimensione materiale, così da poter regolare i rapporti di lavoro e dare regole generali che limitino lo sfruttamento da parte dei privati come hanno fatto fino ad oggi

 
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from D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

immagine Ma la pena più grave, nel caso non si voglia governare di persona, sta nell’essere governati da chi è moralmente inferiore; questo è il timore che a mio parere spinge gli uomini onesti a governare, quando lo fanno. In tal caso assumono il potere non come se fosse qualcosa di buono in cui possono deliziarsi di piacere, ma come se andassero verso qualcosa di necessario, poiché non possono affidarlo a persone migliori o uguali a loro. Forse, se esistesse una città di uomini buoni, si farebbe a gara per non governare come adesso per governare, e allora sarebbe evidente che il vero uomo di governo non è fatto per mirare al proprio utile, ma a quello del suddito.

Platone, “La Repubblica”, 347cd #Difilosofia

 
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from 🅐🅡🅣🅔🅢🅤🅞🅝🅞

immagine La grandezza di un musicista e in questo caso di Neil Young sta nel non fossilizzarsi in stereotipi musicali. Mirror Ball è il disco che conferma questa regola.

L’immagine ancora saldamente radicata nella mente di molti è quella del cantautore triste e solitario di “Harvest” (1972), del cantautore pacato di “Comes a time” (1978), o del vecchio bisonte che combatte la ruggine di “Rust Never Sleeps” (1979). Anche se tuttavia già nel corso degli anni ’70 Young aveva ripetutamente cercato di ridefinire il proprio ruolo e la propria statura umana e artistica attraverso scelte radicali ed estreme, a volte tutt’altro che popolari. Non bisogna dimenticare che all’epoca l’uscita di dischi ora osannati come “Times Fades Away”, “On The Beach”, e soprattutto “Tonight’s The Night” furono salutati come dei funerali artistici del canadese. Negli anni ’80 e successivamente, il compito è stato quello di demolire riuscendoci quella popolarità che gli derivava da un passato così glorioso. E disco dopo disco Neil non sbaglia un colpo, “Freedom”, “Weld”, “Harvest Moon”, diventano sfide personali per dimostrare a se stesso che è ancora in grado di fare buona o meglio ottima musica.

Questo lavoro, potente, elettrico e carico di adrenalina è un’altra ennesima sfida, data soprattutto dal fatto che non si affida ai soliti amici “Crazy Horse”, ma ad un gruppo molto in auge: i Pearl Jam. “Mirror Ball” mette in sintonia due diverse generazioni, incastrandosi perfettamente l’uno nell’altro, come se da sempre la band di Seattle fosse il gruppo di Young.

Tutti gli undici brani del disco sono scritti da Young. Il brano di apertura “Song X” è di presa immediata, potente e fresco, un valzer tipicamente younghiano. “Act Of Love” splendido brano, è un magma sonoro incandescente, con tre chitarre elettriche che impazziscono inseguendosi e disegnando un suono sporco e ruvido, la voce del canadese è acuta e la parte strumentale dei Jam è semplicemente perfetta. “I’m The Ocean” altro brano elettrico ed epocale, il suono è poderoso, i Pearl sono lanciati come una locomotiva a tutta velocità, la voce di Neil è superba, vibrante, è un brano capolavoro. “Big Green Country” è più morbido dei tre precedenti, scorre come un fiume in piena, trasportato nella corrente dalle chitarre dei Jam che bene sanno fare la band al servizio del canadese. “Truth Be Known” altro grande scenario sonoro. Nostalgica e piena di pathos la chitarra elettrica è quella di Young e si sente nel modo di suonare unico e personale. E’ una ballata vecchio stampo adatta comunque al tempo reale. Unica e secondo capolavoro dell’album. “Downtown” è il brano più stonesiano del disco (non dimentichiamoci che Young è un loro grande fan). La canzone è possente, solida e piena di feeling. La voce esile di Neil lascia spazio alle jam chitarristiche dei Pearl per un altro grande brano. La settima composizione dell’album “What Happened Yesterday” dura appena trenta secondi, è un frammento triste ed intenso, per poi passare a un diluvio sonoro che è “Peace And Love” con la voce di Eddie Vedder (finora relegato ai cori). Il brano è sempre molto elettrico e malinconico, i riff chitarristici danno uno spessore a questa canzone da renderla superlativa e grande composizione. “Throw Your Hatred Down” ricorda le cavalcate sonore chitarristiche che solo il nostro canadese ci ha saputo regalare. L’esecuzione è da manuale, con il motivo centrale ripetuto più volte e quindi più facilmente memorizzabile. Il penultimo brano “Scenery” è un ricamo intrecciato. Le tre chitarre si rincorrono e si incrociano, creando un fondo emozionale prima di lasciarci con l’ultimo brano del disco che porta il titolo di “Fallen Angel”, novanta secondi di organo a canne con la melodia che ci richiama “I’m the ocean”. Finale breve ed intenso che probabilmente è dedicato allo scomparso Cobain.

Un disco di puro rock, esaltante e coinvolgente. Un altro grande disco dell’intramontabile canadese, con i Pearl Jam non come bonus, ma come colonna portante dell’intera opera.

Una collaborazione fra vecchio e nuovo per creare una musica poderosa e sana per le nostre orecchie e la nostra mente. #millenovecentonovantacinque

 
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from My Little Grundgestalts

A photo I took at the Leuven Botanical Garden, with an eye of Horus superimposed on it. Photos and composition © Eidon, all rights reserved.

I have been reading a really wonderful book these days — “Il Pensiero Giapponese Classico”, in English: “Classical Japanese Thought”, by Professor Massimo Raveri.

More than a reading, mine is a meditation. I read and reread, and each time I find in those pages a new gift, a new surprise — a new Lotus.

These days I have been captured by Chapters VII.4 and VII.5, respectively entitled “The Mystery of the Voice” and “The Mystery of the Mind”. The underlying topic is the Esoteric Buddhism of the great Master [Kūkai] (https://en.wikipedia.org/wiki/K%C5%ABkai) (空 海), founder of the Shingon school of Buddhism (“True Word”, 真言). The “true word” is the mantra, and the mantra is more than just a word: Kūkai in fact

“postulates the existence of an “other” linguistic modality, perfect and unconditioned: the shingon 真言 (mantra): the true sounds, the true words”. (Massimo Raveri, “[Classical Japanese Thought] (https://www.einaudi.it/catalogo-libri/filosofia/testi-generali/il-pensiero-gatina-classico-massimo-raveri-9788806165871/)") .

I refer to the text just mentioned for further information on this concept. Here instead I want to move on to an idea that immediately caught my attention: the so-called sacred syllables that come to compose the mantras:

They are defined as shuji 種子 (bīja), that is “seeds”, because they “generate” all the letters by analogy. When repeated in meditation they disclose the deepest knowledge of the Buddhas, in the same way that the seeds contain the potential to blossom and bear fruit. (Massimo Raveri, cited work).

Shuji are syllables that contain, as if compressed, divine concepts. The shuji, emitted in one of the “exact” modalities, express the shingon, which in turn enclose in their entirety and express the “words of god” and of the Initiates.

A first observation that comes to me is that this generative process is a bit like a pipeline of sub-processes.

But more important, I believe, is the fact that these subprocesses are actually all based on the same holon, the “genetic” transformation of a seed into a phenotype. For Kūkai the shuji and the shingon are in fact fundamental forms — “seeds”, genotypic of a generative process that produces revelation phenotypes.

Continuing further in the reading, we learn that this interesting founding concept is not exclusive to Buddhism, and that indeed it closely corresponds to an autochthonous and pre-existing concept of Japanese thought — that of the kotodama (言霊). Kotodama are words that

“contained the essence of the divine entity that they could subjugate, or of the action they designated and could arouse. They were pronounced within an ecstatic rite, and with extreme attention, because it could be dangerous to activate the “soul of the word”: that could awaken its most secret power and unleash uncontrollable forces.” (Massimo Raveri, cited work).

Magic words, then? I think not. My “way” to understand the kotodama is through a reverse path to that of the shingon. I imagine the kotodama as an extreme, condensed synthesis of a truth. It makes me think of mathematical formulas — such as E = MC², just to give an example. We could call this formula as “f”, and it would be a sound with the power of the atom in it. This is because once dissected, processed, updated, the “f” phenotype could take the form of a nuclear power plant or that of a terrorist attack perpetrated with the power of the atom. From what I understand, the kotodama are therefore not mere words, but the arrival points of a movement from the dimensions of the multiple to the dimensions of the One; a process of understanding, synthesis and compression of reality.


Kotodama / Shingon, organized in more complex elements and issued according to precise rules, lead directly to the concept of musical composition. And there is indeed a close link between the Shingon School and music.

The notes themselves can be more than building blocks; they can themselves be formulas, like mantras condensed into One sound, One word, One concept, One soul: kotodama. In a composition generated from this seed, an apparently complex, multiple, structured concept unfolds (reveals, decompresses). The kotodama generates it, but it is also proof of the simple synthetic form it can take. It is the small crevasse from which the impetuous river rises, and its development, like a maṇḍala, allows us to visualize its path, the whole but also its origin.

“Star Mandala at the Kumeidadera Temple”. [The Kyoto National Museum] (https://www.kyohaku.go.jp/eng/dictio/kaiga/mandara.html).

In its unfolding, the well-known kotodama gives rise to the construction which consists of other subsidiary, phenotypic “bricks”. And utters other “bricks” through their absence.

In all this, the executive practice is fundamental, because it represents the resilience of the phenotypic construction process. The healthy body generated by a Mother is a miracle that requires a precise, predetermined succession of elementary steps. Steps also encoded in the same genotype that is materializing. Which I can represent again through the kotodama “f”, for example.

If I say “f”, what happens in the listening minds? It depends on how much those minds have built within themselves. If the understanding is complete, and if my pronunciation is correct, the miracle of development takes place: “f” becomes for example the concepts I am expressing in these posts.

Voice — the seed, the input, for example “f”;

Mind — the process of interpretation and development, f; and

Body — the output of f(“f”), the composition, the Grundgestalt produced by the Grundgestalt. They are the three Mysteries of the Shingon.


The dimension of the kotodama, as well as of the shuji, is therefore that of synthesis — that of the passage from the multiple manifestations to the single law that regulates and summarizes them all. They are the most intimate understanding of the manifold — the utmost perfection and succinct elegance. The “f” already says everything there is to say — of course, if the recipient has made the right reading mechanisms their own. The meticulous precision of the interpretative dictates of the shuji symbolizes the underlying algorithm, that f function I was talking about [here] (https://noblogo.org/i-miei-piccoli-grundgestalt/perche-chiamo-la-mia- music-grundgestalt). Moving away from the “norm” is wrong in this case because by distorting the f one arrives at very different, distant, unexpected, potentially dangerous, concepts.

Shuji, shingon, and kotodama “speak” of decompression, of a passage from potential to act. This potential is already contained in these seeds regardless of how it will actually manifest itself. Depending on the humus in which it will be placed, the shuji genotype can generate a thousand phenotypes, a thousand different materializations of the same concept.

It is therefore understood how the dimension of the phenotype, the physical world, can be considered as a “vulgarization” of the genotype, a bit like it is vulgar that a concept be taken as true (resp. false) without a personal meditative process of understanding leading to its acceptance (resp. rejection). The unitary and independent elegance of the genotype is expressed in a list of phenotypic details that make you lose sight of everything.

It is the seed the truth, the power, the uniqueness, the blueprint, the monad — the Grundgestalt. As a child gets lost in front of the list of components from which, for example, a car emerges, so often we get lost when we observe the sensitive, floating, illusory world, made of matter which in reality is mainly made of emptiness.

Image from pinterest.


One more last quote from Professor Raveri:

[...] “The Three Mysteries, sanmitsu, 三 密, with which the supreme Buddha preaches. Kūkai writes:

The Three Mysteries pervade the entire universe adorning the maṇḍala of endless space in glory. They are painted with brushes from mountains and ink from oceans. Heaven and earth are bindings of a sūtra that reveals the truth. All things in the universe are reflected in one point. The holy book is contained in the data of senses and mind, it is open or closed depending on how we look at it. The sun and the moon shine in space and on water, undisturbed by strong winds. Good and evil are relative in the preaching of him. The concepts of “I” and “you” are erased and forgotten. When the sea of ​​our mind becomes serene in the wisdom of deep meditation, he totally reveals himself, like flooding water “,

like flooding water, like a rushing river ...


And here are two little maṇḍala's, geometric phenotypes of genotypic kotodama's:

© Eidon (Eidon@tutanota.com). I would like to condense these strange ideas of mine into an overall text, for which I reserve all rights of dissemination and publication.


Let me conclude with the Word of Frank Zappa. And his Word is “[Big Note] (http://wiki.killuglyradio.com/wiki/Big_Note_concept)":

“Everything in the universe is ... is ... is made of one element, which is a note, a single note. Atoms are really vibrations, you know, which are extensions of THE BIG NOTE ... Everything's one note . Everything, even the ponies. The note, however, is the ultimate power, but see, the pigs don't know that, the ponies don't know that ... “

(Spider is Very Distraughtening ~ Lumpy Gravy)

 
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from nonsolocorsi

Dal Vangelo secondo Luca – Lc 2,41-51

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.

https://www.youtube.com/watch?v=JvCEmoDkvW0

 
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from D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

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2 – Rock & Roll

Spesso il rock’n'roll viene indicato come una fusione tra country e rhythm’n blues, la sua data di nascita viene fatta coincidere col 1954, anno della prima incisione di Elvis Presley, mentre l’invenzione del termine è assegnata al Dj Alan Freed: tutto ciò è per molti versi una distorsione, emblematica dello spirito predatorio dei bianchi nei confronti della musica nera.

Innanzi tutto, ancor prima che nasca il termine rhythm’n’blues il suono del rock’n’roll emette i suoi primi vagiti nel jump blues del Louis Jordan di “Let The Good Times Roll” e nella versione di “Good Rockin’Tonight” del suo seguace Wynonie Harris: il pezzo è di Roy Brown, che nel 1949 esce con un altro pezzo archetipo del rock’n’roll come “Rockin’ At Midnight”. Segue nel 1951 “Rocket 88” di Jackie Brenston, dove tutti gli elementi costitutivi del genere sono già saldamente al loro posto: il sax in bella vista, il ritmo travolgente, i testi che parlano di macchine, donne ed alcool.

Il 1951 è anche l’anno in cui Alan Freed, colui che vanta l’invenzione del termine, ( ma in realtà il termine girava da decenni, e titoli tradizionali blues e rhythm’n blues come “My man rock me with one steady roll” di Trixie Smith o pezzi di Wild Bill Moore quali “We’re gonna rock we’re gonna roll” o “I want to rock and roll” stanno lì a testimoniarlo), inaugura lo show radiofonico Moondog Rock’n Roll Party.

Il potenziale commerciale per il nuovo genere c’è, ma manca un interprete bianco a “legittimarlo” per il pubblico W.A.S.P.( bianco, anglosassone e protestante): pionieristica in tal senso si rivela la cover del 1951 di “Rocket 88” di Bill Haley, su insistenza di David Miller, proprietario della piccola label Holiday.

Seguiranno “Rock The Joint” ( nel 1952) e “Crazy Man Crazy” ( nel 1953) con cui Haley fa il suo ingresso nelle classifiche di Billboard: lo stesso anno in cui il rock’n’roll entrava nelle classifiche dei bianchi, Elvis Presley girava per gli studi Sun di Memphis registrando demo per il proprio piacere personale, facendosi così notare da quel Sam Phillips (produttore e proprietario degli studi Sun Records già dietro alla prima incisone di “Rocket 88”) che aveva già dichiarato che se avesse trovato un bianco in grado di cantare il rock’n’roll come un nero sarebbe diventato ricco.

È una serie di eventi più o meno slegati che raggiungono il culmine nel 1954, non tanto la data di nascita del rock’n’roll, quanto la data della sua scoperta da parte del pubblico bianco ( il boom commerciale arriverà però 2 anni dopo).

Le dinamiche di tale fenomeno sono note: “Rock Around the Clock”, cantata da Haley, inaugura il fenomeno e Presley esegue le sue prime incisioni professionali ai Sun Studios, inaugurando la sua collaborazione con Phillips con “That’s All Right Mama” (cover del bluesman nero Arthur “Big Boy” Crudrup).

Bisogna però far notare che, accanto all’elemento meramente commerciale i primi pezzi di Haley e Presley segnano anche un’importante tappa musicale: la nascita del rockabilly ( fusione, anche letterale, di rock’n’roll ed hillibilly), che risulta in effetti da una fusione tra country e rhythm’n’blues. Presley eredita le mosse ed il cantato vibrante dei neri, ma è facile sentire le inflessioni del country nella sua musica, che lo aiuterà ad esplodere commercialmente nel 1956 insieme ad altri artisti bianchi come Carl Perkins e Gene Vincent.

Il suono del rockabilly è comunque in gran parte un prodotto di Sam Phillips che utilizza lo stratagemma di sdoppiare e sfasare in studio la registrazione della voce per creare un effetto di riverbero che insieme ad un suono tintinnante della chitarra e al suono del basso acustico suonato percussivamente con la tecnica del cosiddetto slapback diviene segno distintivo del genere.

Dal 1955 il r’n'r comincia a calare i suoi assi, primi fra tutti Chuck Berry ( che esordisce su disco nel 1955), Bo Diddley ( 1955), Little Richard ( 1955), Screamin’Jay Hawkins(1956); segue il boom commerciale del 1956, legato alla seconda ondata, quella dei rockers bianchi: Jerry Lee Lewis, Johnny Burnette, CarlPerkins, Gene Vincent e lo stesso Presley, che esplode a livello mediatico lanciando la cosiddetta Presley-mania.

Sotto il profilo musicale è comunque Chuck Berry a definire il genere: perfeziona una quadratura metrica che riconduce inevitabilmente ai tre minuti di durata, fa della chitarra lo strumento principale, introduce assoli che diventeranno canoni per chiunque si avvicini al genere in futuro, si scrive i testi da solo e va a toccare tematiche tabù che diventeranno topos del genere, diventando in breve tempo un maestro della canzone a tema adolescenziale.

Little Richard spinge l’oltraggio all’america Maccarthiana e puritana a livelli inediti: testi ammiccanti, performance animalesche, travestimenti e ambiguità che anticipano il glam di almeno 20 anni; sotto il profilo musicale poi accosta per la prima volta sacro e profano fondendo il rhythm’n blues di New Orleans con il gospel. Non è l’unico ad avere quest’intuizione: nel1955, stesso anno di “Tutti Frutti “, Ray Charles desta scandalo per lo stesso motivo e con “I Got a Woman” inventa il soul (ma questa, come si suol dire, è un’altra storia).

Altrettanto influente si rivela Bo Diddley che inventa un suono chitarristico ruvido ed un ritmo boogie sincopato che si ricollega alle ritmiche africane ( ma anche a quelle latine)e che influenzerà innumerevoli artisti,primi fra tutti Rolling Stones, Yardbirds e Animals.

Seminale anche Screamin’ Jay Hawkins che riprende lo spirito istrionico e drammatico di Howlin’ Wolf e con “I Put A Spell On You” crea una formula di Voodoo Rock che ritroveremo molti anni dopo nei dischi di Cramps, Reverend NortonHeat e Tom Waits.

Anche il rockabilly ha comunque i suoi interpreti d’eccezione: non solo Presley, ovviamente, ma anche Carl Perkins, Gene Vincent, Jerry Lee Lewis, e Johnny Burnette prima, Eddie Cochran e Buddy Holly poi.

Per molti versi, comunque, Jerry Lee Lewis fa scuola a se: proveniente dal profondo sud, scritturato dai soliti Sun Studios, Lewis è un suonatore animalesco e selvaggio dal cantato psicotico, probabilmente più vicino nei suoni e nella atmosfere ai cantanti r’n’r neri, con “uno stile pianistico che è feroce quanto la chitarra di Berry”, che traghetta il boogie nelle acque del rock’n’roll più furibondo.

I canoni del genere vengono definitivamente rivisti e rivoluzionati da Eddie Cochran, Link Wray e Buddy Holly: il primo, esploso nel 1957 con “Sittin' in the Balcony”, si colloca idealmente a metà strada tra Presley e Berry: pur muovendosi infatti nel filone del rockabilly, Cochran adotta lo stile sintetico di Berry e come quest’ultimo si scrive da solo i pezzi; non solo: sperimenta anche nuove tecniche di registrazione e di sovraincisione. Pionieristico anche Link Wray, il più importante autore di rick’n’roll strumentale degli anni ’50, che nel 1958 incide quella “Rumble” che inventa i power chords e si rivelerà influenza fondamentale per il rock chitarristico più abrasivo degli anni ’60, da Townshend a Page, passando per Hendrix.   Ancora più grande è la quieta rivoluzione attuata da Buddy Holly: rivoluzione che da una parte riguarda l’immaginario stesso del rock’n roll, sostituendo allo stereotipo del giovane ribelle il suo esatto opposto, figura occhialuta e docile che si contrappone idealmente alle figure ribelli di Presley e Cochran e dall’altra, soprattutto, tocca la sfera musicale: Holly inventa il celebre cantato a singhiozzo, si affianca a Cochran nella sperimentazione di nuove tecniche d’incisione e inventa progressioni armoniche inedite: così, accanto a pezzi rockabilly più o meno canonici come “Peggy Sue” (che comunque faceva uso di cambi nel volume e nel timbro della chitarra normalmente riservati ai dischi strumentali ), si affiancano ballate come “Everyday” o “Worlds of Love” ( in cui il raddoppio della traccia vocale costituisce quasi un prototipo del suono che renderà celebri i Beatles) che sono già un’altra cosa rispetto al rock’n roll di pochi anni prima, musica melodica al confine tra country, folk e rock che anticipa ( ed ispira) i suoni e le armonie della cosiddetta British Invasion.

Non è un caso che, alla tragica morte di Holly nel 1959, sia associata la fine della stagione d’oro del rock’n roll, quella che segna l’ascesa delle piccole etichette indipendenti che per prime si erano buttate nella “nuova musica” arrivando a strappare alle major metà del mercato. Un piccolo lasso di tempo ( tre anni circa, almeno per il pubblico bianco) in cui il concetto stesso di musica leggera viene rivoluzionato: il rock’n’roll segnala al mondo la presenza di un pubblico musicale giovane ( esattamente come, quasi quarant’anni prima l’esordio discografico di Mamie Smith aveva fatto scoprire il pubblico musicale nero) ed eredita dall’universo nero non solo la musica ( cosa già successa varie volte i passato, basti pensare al Jazz di New Orleans e allo swing), ma, per la prima volta anche lo spirito diretto ed esplicito, anche nella trattazione di tematiche tabù come quelle sessuali.

Ma è cosa nota che ad ogni rivoluzione segue un processo di restaurazione: in poco tempo l’ondata destabilizzante del r’n’r viene arginata,gli irriverenti solisti rock’n’roll sostituiti dai rassicuranti teen idols e le istanze di ribellione messe a tacere. Se ne riparlerà tra poco…

Fonte http://www.storiadellamusica.it/ #Dimusica

 
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immagine Il titolo non tragga in inganno: non si tratta di un omaggio ad Elvis, nativo di Tupelo, Mississippi. Tupelo Honey è una ricercata qualità di miele, a cui Van paragona la sua dolce Janet.

Tutto i testi, qua, vertono sullo stesso tema: miele ed amore. In quanto a “radiofonicità”, questo è il seguito di Moondance, ma è un disco tutto diverso. E’ un tipico prodotto del periodo, sulla scia dei successi di James Taylor e Carole King.

Van si diverte a fare il cantante romantico, e ci riesce incantevolmente bene, circondato da un’orda di validi strumentisti. Il soul lascia lo spazio al country, gli arrangiamenti si sprecano, i coretti femminili non si risparmiano.

Dal punto di vista della musicalità e della produzione, questo disco soddisfa ampiamente. Delle composizioni spicca solo l’iniziale “Wild Night”, una melodia facile su un ritmo contagioso, con la quale Van dimostra la sua abilità nello scrivere pezzi da classifica e la sua incapacità di promuoverli adeguatamente.

Il singolo, infatti, non entrò nelle top ten. Delle altre canzoni si fanno notare quelle più lunghe, organizzate come piccole suite.

La critica italiana ha, per sua tradizione, bersagliato di offese questo lavoro, molto oltre il suo unico demerito, che è quello di contenere troppo miele.

Questo è un disco che nessun appassionato di Van dovrebbe lasciarsi scappare.

#millenovecentosettantuno

 
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from nonsolocorsi

Dal Vangelo secondo Luca – Lc 15,3-7

In quel tempo, Gesù disse ai farisei e agli scribi questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione».

https://www.youtube.com/watch?v=H99rgyumQ5g

#Vangelo #DonLuigiEpicoco

 
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from D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

immagine Forse, cercando dentro dentro, dove le parole sembrano quasi inutili perché non bastano a spiegare, ognuno di noi lo sa. Poi c’ è la vita di tutti ì giorni, quella vera e concreta in cui ogni attimo decide del futuro, e tutto è talmente troppo e tutto mischiato, sentimenti, ricordi, desideri, pensieri, aspettative.

Ci sono gli altri e ci sono io, questo piccolo io che fatica così tanto a capire qual’è la giusta direzione, e come comportarsi e come fare per fare bene. La pratica del Buddismo in fondo è una lotta senza fine, una eterna lotta fra il bene e il male, l ‘oscurità e l’illuminazione, la felicità e l’infelicità, la pace e la guerra, la creazione e la distruzione, l’armonia e il disaccordo.

Questo è il vero aspetto dell’universo. Perciò l’unica strada, l’unica alternativa è lottare e vincere. Per questo il Budda viene chiamato anche il vittorioso. Non si può eliminare l’oscurità. Ma combatterla si, si deve. Vincere tendenze, pensieri che offendono la vita, attaccamenti, stupidità.

Vincere l’illusione di essere poveri e impotenti, bisognosi e deboli, combattere lo sguardo di miseria, di invidia o di rancore. Ogni giorno illuminarci e vincere sulla nostra oscurità. Il male c’è, ovunque. E può distruggere i nostri sforzi, le cose belle, persino la vita. Se non lo combattiamo, se non abbiamo il coraggio di guardarlo negli occhi e sfidarlo.

Non domani, non quando ci sentiremo pronti, ma ora. In questo luogo, in questo istante posso decidere di sconfiggere il male che vedo dentro e fuori di me. E vincere, da Budda e da essere umano.

Buddismo e Società n°158 #Dibuddismo

 
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from nonsolocorsi

Dal Vangelo secondo Luca – Lc 1,57-66.80

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

https://www.youtube.com/watch?v=CPjM64ysjcc

#Vangelo #DonLuigiEpicoco

 
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from D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

immagine Aisha è una giovane mamma indiana. Si sveglia alle 4 e mezza per fare il bucato, cucinare, accudire i suoi tre bambini, alle 7:30 inizia il turno in fabbrica. 12 ore a cui si aggiungono gli straordinari, non pagati. Aisha guadagna 85 euro al mese. Per arrivare puntuale a volte non riesce a mangiare nulla, un minuto di ritardo le costa un’ora di salario. È svenuta due volte, Aisha, la seconda hanno dovuto portarla all’ospedale. Nelle fabbriche, le operaie svengono spesso. Succede anche in Europa, in Bulgaria, per esempio, le storie di operaie mal pagate e sfruttate fino a perdere i sensi sono molte.

Prima della pandemia, Siddharth Kara, un professore di Harvard e Berkeley esperto di schiavitù moderna, ha fatto uno studio sulle condizioni delle donne che lavorano da casa per l’industria dell’abbigliamento. Donne ma anche tante bambine, perché nel cucito le piccole dita lavorano con maggiore precisione. L’85% dei vestiti che cuciono è destinato al mercato occidentale.

Decorazioni, ricami, frange e lustrini confezionati con tanta maestria su quel bel vestitino che avete adocchiato in vetrina, li hanno ricamati piccole schiave retribuite 20 centesimi l’ora. Petar lavora per una fabbrica di abbigliamento in Bulgaria, la Koush Moda. “Entri in fabbrica alle 8 di mattina, -dice- ma non sai mai quando ne uscirai. A volte torniamo a casa alle 4 del mattino seguente”. Paga: 320 euro al mese.

Euronews ha condotto un’inchiesta in un’altra fabbrica dello stesso paese, stessa paga: si chiama Pirin Tex. Elyna è una di quelle operaie. “Penso che i nostri colleghi dell'Europa occidentale riderebbero” racconta amaramente “a sentir parlare di ciò che guadagniamo. Non ci crederebbero. Ma siamo cittadini europei di seconda classe? Siamo cattivi sarti?” La Pirin Tex non produce per le catene low cost, ma principalmente per Hugo Boss. Un gilet Hugo Boss costa quanto il salario di 10 giorni dell’operaio che lo ha creato.

In Turchia la situazione è identica: 365 euro al mese, si lavora dalle 8 di mattina a mezzanotte. Perché la richiesta e la produzione, ovunque, aumentano a ritmi impossibili. La follia della Fast Fashion ha cambiato radicalmente il mercato: le due collezioni Primavera-estate e Autunno-inverno sono diventate 52, una nuova collezione ogni settimana. Il Fast Fashion è un gioco perverso, la produzione dell’industria tessile è responsabile del 10% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra. L’occidente si ingorga di abiti invenduti o smessi: ogni secondo l'equivalente di un camion carico di vestiti viene buttato in una discarica o bruciato. In Europa produciamo 2 milioni di tonnellate di vestiti dismessi all’anno che rispediamo agli stessi paesi poveri da cui sono arrivati.

Abbiamo inventato un nuovo genere merceologico, il Tropical Mix: sono balle da 40-50 kg piene dei nostri vestiti usati che vengono esportati verso il sud del mondo. Partiti dall’inferno delle fabbriche indiane fanno il percorso inverso e ritornano nel sub continente, in altri inferni in cui migliaia di uomini e donne li dividono per qualità, materiale e colore. La roba viene divisa in riutilizzabile e in spazzatura. Poi il tropical Mix riparte, destinazione Africa, dove cambia nome, si chiama Mitumba. Intasa i mercati e le discariche con gli stracci che sono usciti dai nostri armadi, e ammazza la produzione locale.

Il Ghana, che ha 30 milioni di abitanti, riceve 15 milioni di capi a settimana. Lì il Tropical Mix-Mitumba lo chiamano “Akan obroni wawu” vuol dire “abiti dell’uomo bianco morto”. Eppure, basterebbe fare come suggeriva quel geniaccio di Groucho Marx: “Se suona l'uomo della spazzatura, digli che non ne vogliamo…”

Ci hanno provato. Kenya, Uganda, Tanzania, Rwanda e Burundi si sono messi assieme e hanno deciso di bandire l’ingresso di vestiti usati nei loro paesi. Ma gli Stati Uniti li hanno minacciati di sanzioni, e l’unico paese che ha osato sfidare lo zio Sam è stato il Rwanda.

Un altro grande comico americano, Milton Berle, diceva: “Nel mio quartiere il camion dei rifiuti viene due volte la settimana. Per fare le consegne”.

di Diego Cugia #Disociale

 
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from 🅐🅡🅣🅔🅢🅤🅞🅝🅞

immagine Ci sono musicisti che a vent’anni hanno già detto tutto quello che potevano dire. Ce ne sono altri, invece, che a cinquanta suonati incominciano a dire le cose più importanti della loro vita.

Il caso dei fratelli Neville di New Orleans è quanto mai sintomatico di quanto detto sopra. I Brother’s, hanno percorso in silenzio e dignità la china di una fama ardentemente e meritatamente ricercata. Il successo del loro penultimo album, “Yellow Moon”, è la testimonianza di una fede nella musica che va al di là delle mode o dei generi.

Tra le altre cose, hanno il pregio di non poter essere facilmente catalogabili per genere. La loro musica non è mai stata inserita perfettamente in alcuno dei tanti compartimenti in cui è divisa la musica americana. Sembra infatti che, i negozianti non sappiano mai esattamente dove mettere i loro dischi. E’ capitato di trovarli nei posti più impensabili: nella sezione country, in quella gospel… Questa confusione ha indubbiamente danneggiato la loro promozione radiofonica e non solo.
Che “Brother’s Keeper” sia il prolungamento di “Yellow Moon”, sembra fin troppo ovvio, e questo depone comunque a suo favore. Ma forse si tratta di un disco ancora più vario e più bello del precedente. I Neville Brothers, sanno mischiare tutto il loro vasto sapere musicale in un unico sforzo sonoro che conta R&B, rock, blues, jazz, gospel, funky, reggae, folk-rock, ecc…

Le prodezze vocali di Aaron, Re Mida della voce, inebriano il loro sound dilatato e rarefatto. Il suo canto nero, profondo africano, crea un legame di sangue con la madre Africa.

Il titolo “Brother’s Keeper”, racchiude in sé il tema centrale del disco: ognuno di noi è il guardiano del proprio fratello. Le canzoni, attraverso un “talking” suggestivo, parlano del loro credo (sono ferventi discepoli della chiesa Battista), con un reggae solare, ci parlano della libertà d’espressione. Con atmosfere quasi epiche, si preoccupano di dire che, ogni uomo deve rispettare il proprio fratello, l’espressione del suo modo d’essere e di ciò che vuole fare con la propria vita. Attraverso un sound caraibico, cantano dell’importanza della responsabilità individuale. Tra antiche polifonie sonore e la stridula melodia araba, ci fanno notare che l’apatia è distruttiva ma che la politica può spesso appannare la verità. Con un parlato solenne, ci fanno capire che, la sofferenza di ogni uomo, donna, bambino oppresso, tocca profondamente le vite di ciascuno di noi.

I Neville si preoccupano di tutte queste cose e vogliono essere d’aiuto in qualunque modo possibile. La musica, in questo caso, può essere una forza potente, una grande fonte di aiuto, di guarigione. La loro è una musica calda, suggestiva. Il suono entra dentro di noi, in profondità, per cercare di sensibilizzare quella parte non facilmente raggiungibile, dove i sentimenti e le emozioni cercano di proteggersi da agenti esterni, per evitare scossoni, responsabilità, e vivere latenti, nel loro oblio.

Questo è un disco che non lascia indifferenti, i loro testi e la loro musica riescono a scaldare anche gli animi più gelidi, per la gioia della mente, del corpo, dell’essere. Questo è il loro motore trainante, che li rendono “grandi”.

Con questo disco i fratelli Neville, hanno finalmente ricevuto l’attenzione che si meritano, il pubblico si è reso conto che non è necessariamente vero che a quarant’anni si sia meno coraggiosi che a venti. #millenovecentonovanta

 
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