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from 📖Un capitolo al giorno📚

La porzione delle tribù di Èfraim e Manasse (16,1 -17,18) 1Il territorio toccato in sorte ai figli di Giuseppe si estendeva dal Giordano di Gerico verso le acque di Gerico a oriente, seguendo il deserto che per la montagna sale da Gerico a Betel. 2Il confine continuava poi da Betel a Luz e correva lungo il confine degli Architi ad Ataròt; 3scendeva a occidente verso il confine degli Iafletiti, fino al confine di Bet-Oron inferiore e fino a Ghezer, e faceva capo al mare. 4I figli di Giuseppe, Manasse ed Èfraim, ebbero così la loro eredità.

5Questi erano i confini dei figli di Èfraim, secondo i loro casati. Il confine della loro eredità era a oriente Atròt-Addar, fino a Bet-Oron superiore; 6continuava fino al mare, dal lato occidentale, verso Micmetàt a settentrione, girava a oriente verso Taanat-Silo e le passava davanti a oriente di Ianòach. 7Poi da Ianòach scendeva ad Ataròt e a Naarà, toccava Gerico e faceva capo al Giordano. 8Da Tappùach il confine andava verso occidente fino al torrente Kana e terminava al mare. Tale era l'eredità della tribù dei figli di Èfraim, secondo i loro casati, 9incluse le città riservate ai figli di Èfraim in mezzo all'eredità dei figli di Manasse, tutte le città e i loro villaggi. 10Essi non scacciarono i Cananei che abitavano a Ghezer; i Cananei hanno abitato in mezzo ad Èfraim fino ad oggi, ma sono costretti al lavoro coatto da schiavi.

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Approfondimenti

Il capitolo parla in un primo momento della parte toccata alla tribù di Giuseppe globalmente (vv. 1-4), per passare poi specificamente a Efraim (vv. 5-10).

3. Gli Iafletiti abitavano probabilmente nel territorio di Bet-Oron Superiore e Bet-Oron Inferiore. Sembra trattarsi di una popolazione cananea non sottomessa.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from L' Alchimista Digitale

La chiave della consapevolezza Abbiamo sempre un mazzo di chiavi in tasca e le usiamo per aprire le porte di casa nostra, ma quante volte ci siamo chiesti se abbiamo le chiavi giuste per aprire le porte della nostra interiorità? Ogni giorno, con gesti automatici, apriamo e chiudiamo serrature materiali, sicuri del possesso degli strumenti adeguati. Eppure, quando si tratta della nostra dimensione più intima, del nostro spazio interiore, ci troviamo spesso a tentare di forzare serrature senza sapere nemmeno quale chiave utilizzare. Quando parliamo di spiritualità, inevitabilmente ci confrontiamo con un concetto fondamentale: la consapevolezza. Ma che cos’è davvero la consapevolezza? È ciò che distingue l’essere umano, è quel lampo di presenza che ci consente di osservare i nostri pensieri, di sentire davvero le nostre emozioni e di riconoscere, nella loro natura mutevole, le reali esigenze dell’anima. La consapevolezza non è un dono riservato a pochi, ma una capacità innata che richiede soltanto la giusta attenzione per essere risvegliata. La chiave giusta, allora, non si trova in un negozio né è appesa a un anello insieme alle altre, essa si costruisce, giorno dopo giorno, con pazienza, con esercizi di ascolto profondo e soprattutto con il coraggio di guardarsi dentro senza timore. Aprire la porta della propria interiorità non significa soltanto scoprire aspetti luminosi e confortanti, ma anche affrontare le stanze buie, quelle che preferiremmo ignorare. La consapevolezza è la chiave che ci permette di non avere paura di questi luoghi nascosti, perché ci insegna che nulla di ciò che incontriamo è nemico, ma tutto è parte di noi. Viviamo in una società che ci spinge continuamente a proiettare la nostra attenzione all’esterno, a rincorrere obiettivi materiali e a misurare il valore personale sulla base di successi visibili. In questa corsa affannosa, dimentichiamo troppo spesso che senza una solida connessione con il nostro mondo interno, tutto ciò che otteniamo fuori perde presto di significato. La chiave giusta, quella della consapevolezza, non è una formula magica, né un risultato immediato. È un percorso, un cammino lento e a volte faticoso, ma straordinariamente liberatorio. Essere consapevoli significa riconoscere i propri limiti senza giudizio, accogliere le proprie ferite senza vergogna e celebrare i propri talenti senza arroganza. Significa imparare a vivere ogni esperienza, anche la più dolorosa, come un’occasione di crescita. Quando impariamo a maneggiare questa chiave con cura, ci accorgiamo che ogni porta che sembrava inaccessibile inizia a socchiudersi. Le paure si ridimensionano, le ansie si sciolgono e un senso di autentica libertà prende il posto della prigionia interiore. La chiave giusta è già nelle nostre mani, anche se a volte crediamo di averla smarrita. Basta fermarsi, respirare, ascoltarsi. Basta avere la volontà di scegliere la via della presenza invece di quella della distrazione. In fondo, nessuna porta dell’anima è davvero chiusa a chi è disposto a bussare con sincerità e ad attendere con pazienza. La consapevolezza è un dono che ci restituisce a noi stessi, che ci permette di abitare pienamente la nostra esistenza senza più sentirci ospiti smarriti nella nostra stessa casa. In un mondo che corre veloce, imparare a scegliere la chiave giusta è forse l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere.

L'Alchimista Digitale ©

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Il luogo di provenienza dei Syd Arthur – Canterbury – è tanto ingombrante quanto (almeno sulla carta) garanzia di qualità e originalità. Prodotto da Jason Falkner, collaboratore, fra gli altri, di Beck, Air e Travis, “Apricity” (termine anglosassone da tempo in disuso che sta a significare il “calore del sole”) è già dal titolo opera che sa essere singolare e al contempo classicamente canterburiana senza ostacolanti limiti derivativi. Eppure i Syd Arthur (nome che omaggia due campioni della psichedelia, i compianti Syd Barrett e Arthur Lee), pur facendo riferimento, almeno geograficamente, a grandi gruppi di genere, come Caravan e Camel, ripropongono quelle leggendarie sonorità seventies con piglio moderno, inclinazione pop e variazioni psych rock... https://artesuono.blogspot.com/2016/11/syd-arthur-apricity-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/5m3M1JEQCG0TsXW2z7S5Io


 
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from Recensioni giochi PC, PlayStation e Xbox

La Trama di Far Cry 6: Una Rivoluzione in Fiamme

Far Cry 6, sviluppato da Ubisoft, è un'esperienza immersiva ambientata nella fittizia nazione tropicale di Yara. Governata con pugno di ferro dal dittatore Antón Castillo, interpretato dall'attore Giancarlo Esposito, Yara è un luogo segnato da oppressione e conflitti. Castillo sogna di riportare la nazione al suo antico splendore, ma il prezzo da pagare è la libertà dei suoi cittadini.

Panorama tropicale di Yara con un combattente di Libertad armato di lanciafiamme Resolver.

Il giocatore assume il ruolo di Dani Rojas, che può essere maschio o femmina a seconda della scelta iniziale. Ex soldato, Dani viene trascinato nel movimento rivoluzionario conosciuto come “Libertad”, guidato dalla carismatica Clara García e sostenuto dal guerrigliero veterano Juan Cortez. La missione è chiara: abbattere Castillo e il suo regime spietato.

Dani Rojas in azione con un'arma Resolver durante una battaglia nella giungla.

La storia è un intreccio di temi moderni e riflessioni socio-politiche. Castillo vede il figlio adolescente Diego come il futuro del regime, ma il ragazzo è diviso tra la lealtà al padre e il desiderio di forgiare il proprio destino. Questo conflitto aggiunge profondità emotiva e tensione al racconto, rendendo la narrazione più di un semplice pretesto per l’azione. Attraverso missioni principali e secondarie, il giocatore esplora le diverse regioni di Yara, ognuna caratterizzata da biomi unici e fazioni con personalità distinte.

Le Armi Resolver: Creatività Guerrigliera

Uno degli elementi distintivi di Far Cry 6 è rappresentato dalle “armi Resolver”, che incarnano lo spirito di improvvisazione e sopravvivenza del movimento di resistenza. Il termine “Resolver” è un riferimento al verbo spagnolo “resolver”, che significa risolvere o adattarsi alle circostanze con inventiva. Queste armi non sono soltanto strumenti di distruzione, ma vere e proprie opere d'arte della creatività guerrigliera.

Antón Castillo e il figlio Diego osservano Yara dall'alto di un palazzo presidenziale.

Juan Cortez, il mentore di Dani e fabbricante di armi, è il genio dietro queste invenzioni. Utilizzando materiali riciclati e di recupero, le armi Resolver spaziano da lanciafiamme costruiti con taniche di benzina a mitragliatrici alimentate da motori di vecchie motociclette. Ogni arma è progettata per soddisfare specifici stili di gioco, permettendo al giocatore di scegliere l'approccio preferito per affrontare i nemici.

Ad esempio, la “El Muro” è uno scudo improvvisato con una pistola a corto raggio integrata, ideale per chi ama il combattimento ravvicinato. D'altra parte, “La Sopresa” è un lanciatore di chiodi capace di abbattere nemici silenziosamente, perfetto per missioni stealth. La varietà delle armi offre una flessibilità tattica che incoraggia l'esplorazione e la sperimentazione.

Integrazione delle Armi Resolver nel Combattimento

Le armi Resolver sono perfettamente integrate nella dinamica del combattimento di Far Cry 6. Ogni scontro è una tela bianca su cui il giocatore può dipingere la propria strategia. Le armi tradizionali, come fucili d'assalto e pistole, sono sempre disponibili, ma l'aggiunta delle armi Resolver introduce un elemento di sorpresa e caos.

Primo piano dell'arma Resolver 'Disco Loco', un lanciador di CD con design unico.

In combattimento, le armi Resolver non sono solo efficaci, ma anche estremamente divertenti da usare. Ad esempio, il “Disco Loco”, un lanciador di CD che riproduce musica latina mentre colpisce i nemici, unisce efficacia e humor, rompendo la tensione dei momenti più intensi. Questa arma, come molte altre, è un promemoria del fatto che Far Cry 6 non si prende mai troppo sul serio, pur affrontando tematiche importanti.

L'integrazione delle armi Resolver è supportata anche dal sistema di personalizzazione. I giocatori possono modificare e migliorare le armi per adattarle meglio alle loro esigenze. Che si tratti di aggiungere una maggiore capacità di munizioni, ridurre il rinculo o implementare effetti elementali come fuoco o veleno, le opzioni sono molteplici.

Un'altra caratteristica interessante è l'interazione tra le armi Resolver e gli “Amigos”, compagni animali che accompagnano Dani in battaglia. Ad esempio, mentre Chorizo, il simpatico bassotto, distrae i nemici, Dani può utilizzare un'arma Resolver per abbatterli senza attirare attenzione. Questa sinergia tra elementi di gameplay aggiunge profondità e varietà agli scontri.

Il Fascino di Yara e il Ruolo delle Armi Resolver

Yara stessa è un personaggio a sé stante, con paesaggi mozzafiato che spaziano da spiagge tropicali a foreste lussureggianti e città decadenti. Le armi Resolver si inseriscono perfettamente in questo contesto, rappresentando la resistenza del popolo yarano di fronte all'oppressione. Ogni arma è una dichiarazione di indipendenza, un simbolo del fatto che anche con risorse limitate è possibile combattere un nemico potente.

Juan Cortez mostra a Dani Rojas come costruire un'arma Resolver utilizzando materiali riciclati.

La narrativa di Far Cry 6 e le armi Resolver si fondono per creare un'esperienza unica. Ogni missione, sia principale che secondaria, è un'opportunità per sperimentare con queste armi e scoprire nuove strategie. Il gioco premia la creatività, invitando i giocatori a sfruttare al massimo il loro arsenale improvvisato.

Conclusioni

Far Cry 6 è un'avventura ricca di azione e dramma, con una trama che affronta temi complessi e armi che celebrano l'inventiva umana. Le armi Resolver non sono solo un'aggiunta estetica o funzionale, ma rappresentano un elemento chiave che definisce il gameplay e arricchisce l’esperienza complessiva. Attraverso queste creazioni uniche, il giocatore non solo combatte un regime oppressivo, ma partecipa attivamente a una rivoluzione creativa. In Far Cry 6, l'improvvisazione diventa un'arte, e ogni battaglia è un'opportunità per dimostrare che anche l'inventiva può essere un'arma potente.

 
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from Bymarty

✨Pensieri disconnessi ✨

✍️ Ci sono giorni e giorni, poi quelli in cui tutto sembra andare bene, sei serena, la voce è leggera, gli occhi brillano e cammini sorridendo senza motivo...

E poi ci sono giorni... in cui anche respirare pesa. Ma nessuno lo vede, lo scrivi, lo racconti, perché con gli anni, con gli scivoloni presi, ho imparato a ricucire le crepe, a vestire il dolore con buone maniere, a dire “sto abbastanza bene” quando invece dentro di me c'è stato un terremoto e le macerie sono anche evidenti!

Non è falsità, è l'arte di difendersi, in un mondo che spesso si dimentica di me, o fa finta di preoccuparsi per me, non mi ascolta e mi mette all'angolo!

Il sorriso, allora, diventa la mia corazza, una maschera gentile per allontanare il giudizio, la pietà, le domande che vorrei, ma che in realtà nessuno mi pone..

Non è che io non voglia parlare… è che alcune battaglie sono troppo intime per essere spiegate, a chi non può comprendere, per inesperienza o semplicemente perché non è facile trovare animi predisposti a farlo... Poi ce ne sono altre che preferisco combatterle in silenzio, lontano da tutto e tutti, non per vergogna, ma semplicemente perché è giusto che sia così!

Eppure, non mi fermo. Avanzo con i miei giorni buoni, che si alternano con quelli no, con un cuore che, pur tremando, soffrendo continua a battere forte, per tutti e tutto senza distinzione, anche quando non dovrebbe.

Perché a volte si ha bisogno di staccare, di ritrovarsi, allontanandosi e isolandosi per recuperare un po' di sé e spesso lo stare male è semplicemente un modo per ritrovare la forza per lottare, il coraggio per continuare a navigare in un mare in tempesta!

E allora scrivo qui dove non so chi legge e se mi legge, se comprende o vive il mio dolore, le mie paure, perché è vero che, se il mondo ci crolla addosso , non significa che tutto intorno la vita non continua, anzi... E quella che io chiamo indifferenza, trasparenza, lontananza, forse sono semplici montagne da scalare e dover superare...

 
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from Transit

(192)

(M1)

A Minneapolis, a pochi isolati dal punto in cui fu ucciso George Floyd, un’agente dell’ #ICE ha sparato e ucciso una donna di 37 anni durante una maxi‑operazione anti‑migranti, colpendola alla testa mentre era alla guida della sua auto. Il suo nome era Renee Nicole Good ed era disarmata, identificata da più testimoni e da rappresentanti politici come una osservatrice legale presente per monitorare l’azione federale, non per minacciare nessuno. L’ennesima uccisione a freddo, nel solco di una repressione sempre più brutale, rischia di incendiare ancora una volta il tessuto sociale degli Stati Uniti nei prossimi mesi.​

L’ICE sostiene che la donna stesse tentando di investire gli agenti, ma i video circolati online mostrano un’auto che si muove lentamente e un agente che spara in testa mentre il veicolo prova ad allontanarsi, una versione che molti leader locali definiscono inaccettabile e menzognera.

Il sindaco ha chiesto apertamente agli agenti federali di “andarsene affanculo fuori da #Minneapolis e dal Minnesota”, accusandoli di seminare caos e violenza in una città che porta ancora le cicatrici del 2020. I democratici parlano di “esecuzione” e di uso temerario della forza, mentre dalla Casa Bianca di #Trump arrivano dichiarazioni che bollano le proteste come “terrorismo interno”, capovolgendo la realtà e criminalizzando il dissenso.​

Minneapolis non è un luogo qualsiasi: è il simbolo dell’omicidio di George Floyd e dell’esplosione di “Black Lives Matter”, e tornare a vedere una persona uccisa da un agente, a pochi isolati da lì, apre ferite mai rimarginate.

(M2)

Negli ultimi mesi, almeno una decina di sparatorie che coinvolgono agenti federali in operazioni migratorie sono state segnalate dai media, segno di un clima in cui l’uso letale della forza contro corpi percepiti come “sacrificabili” sta diventando routine.

Le prime ore dopo l’uccisione hanno visto nascere veglie, cortei, blocchi simbolici di edifici federali e proteste in altre città, con una parola d’ordine chiara: “ICE out of our cities”.​​ L’episodio arriva nel pieno di una nuova stretta federale sull’immigrazione, alimentata da una retorica razzista contro la comunità somala e da scandali usati come pretesto per un intervento muscolare di Trump sul territorio. È prevedibile un rafforzamento dei movimenti abolizionisti e delle reti di difesa dei migranti, che già ora chiedono lo smantellamento dell’ICE e il ritiro delle forze federali dalle città, trasformando il caso di Renee Nicole Good in un simbolo nazionale.

In questo scenario, lo scontro tra amministrazioni locali e governo federale rischia di radicalizzarsi: sindaci, governatori e consigli comunali si trovano stretti tra la pressione delle comunità e la linea dura della Casa Bianca, creando un conflitto istituzionale che alimenterà mobilitazioni, boicottaggi e campagne di disobbedienza civile.​

Quando un governo difende l’uccisione di una donna disarmata e definisce “terrorista” chi protesta, non sta solo coprendo un crimine: sta normalizzando l’idea che alcuni corpi possano essere eliminati senza processo, senza domande, senza memoria. Il fatto che una osservatrice legale, presente per tutelare diritti fondamentali, venga abbattuta come un bersaglio qualsiasi dice molto sul livello di disumanizzazione raggiunto dalla macchina della deportazione e del controllo. Nei prossimi mesi, gli Stati Uniti si muoveranno su un crinale pericoloso: da un lato una società sempre più abituata a vedere immagini di esecuzioni in diretta, dall’altro comunità che rifiutano di accettare l’idea che lo Stato possa sparare a chi osserva, filma, documenta.​

Minneapolis sembra lontana, ma ciò che accade lì parla anche all’Europa e all’Italia, dove la logica dell’“emergenza migranti” viene usata per giustificare respingimenti, morti in mare, abusi ai confini e nei CPR (pure vuoti e pure all'estero.) Se oggi un’agente federale può sparare alla testa di una donna che documenta un’operazione, domani chiunque alzi un telefono, una penna, una telecamera per raccontare può diventare un bersaglio: è questo il messaggio più inquietante che arriva dagli Stati Uniti, la più grande anti-democrazia del mondo.​

#Blog #USA #Minneapolis #ICE #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

La porzione della tribù di Giuda 1Il territorio toccato in sorte alla tribù dei figli di Giuda, secondo i loro casati, si estendeva fino ai confini di Edom, dal deserto di Sin verso il Negheb, all'estremo meridione. 2Il loro confine a mezzogiorno cominciava dalla parte estrema del Mar Morto, dalla punta rivolta verso mezzogiorno, 3poi procedeva a meridione della salita di Akrabbìm, passava per Sin e risaliva a meridione di Kades-Barnea; passava poi da Chesron, saliva ad Addar e girava verso Karkà; 4passava poi da Asmon e raggiungeva il torrente d'Egitto e faceva capo al mare. Questo era il loro confine meridionale. 5A oriente il confine era costituito dal Mar Morto fino alla foce del Giordano. Dal lato settentrionale il confine partiva dalla lingua di mare presso la foce del Giordano, 6saliva a Bet-Cogla e passava a settentrione di Bet-Araba e saliva al sasso di Boan, figlio di Ruben. 7Poi il confine saliva a Debir, per la valle di Acor e, a settentrione, girava verso Gàlgala, che è di fronte alla salita di Adummìm, a mezzogiorno del torrente; passava poi alle acque di En-Semes e faceva capo a En-Roghel. 8Saliva poi la valle di Ben-Innòm sul versante meridionale dei Gebusei, cioè di Gerusalemme; poi il confine saliva sulla vetta della montagna che domina la valle di Innòm a occidente ed è all'estremità della valle dei Refaìm, a settentrione. 9Poi il confine piegava dalla vetta della montagna verso la fonte delle acque di Neftòach e usciva al monte Efron; piegava poi verso Baalà, che è Kiriat-Iearìm. 10Indi il confine girava da Baalà, a occidente, verso il monte Seir, passava sul pendio settentrionale del monte Iearìm, cioè Chesalòn, scendeva a Bet-Semes e passava per Timna. 11Poi il confine raggiungeva il pendio settentrionale di Ekron, quindi piegava verso Siccaròn, passava per il monte Baalà, raggiungeva Iabneèl e terminava al mare. 12Il confine occidentale era il Mare Grande. Questo era nel complesso il territorio dei figli di Giuda, secondo i loro casati.

13A Caleb, figlio di Iefunnè, fu data una parte in mezzo ai figli di Giuda, secondo l'ordine del Signore a Giosuè: fu data Kiriat-Arbà, padre di Anak, cioè Ebron. 14Caleb scacciò di là i tre figli di Anak: Sesài, Achimàn e Talmài, nati da Anak. 15Di là passò ad assalire gli abitanti di Debir, che prima si chiamava Kiriat-Sefer. 16Disse allora Caleb: “A chi colpirà Kiriat-Sefer e la prenderà, io darò in moglie mia figlia Acsa”. 17La prese Otnièl, figlio di Kenaz, fratello di Caleb; a lui diede in moglie sua figlia Acsa. 18Ora, mentre andava dal marito, ella lo convinse a chiedere a suo padre un campo. Scese dall'asino e Caleb le disse: “Che hai?”. 19Ella rispose: “Concedimi un favore; poiché tu mi hai dato una terra arida, dammi anche qualche fonte d'acqua”. Egli le donò la sorgente superiore e la sorgente inferiore. 20Questa fu l'eredità della tribù dei figli di Giuda, secondo i loro casati.

21Le città poste all'estremità della tribù dei figli di Giuda, lungo il confine di Edom, nel Negheb, erano: Kabseèl, Eder, Iagur, 22Kina, Dimonà, Adadà, 23Kedes, Asor-Itnàn, 24Zif, Telem, Bealòt, 25Asor-Adattà, Keriòt-Chesron, cioè Asor, 26Amam, Sema, Moladà, 27Casar-Gaddà, Chesmon, Bet-Pelet, 28Casar-Sual, Betsabea e le sue dipendenze, 29Baalà, Iim, Esem, 30Eltolàd, Chesil, Corma, 31Siklag, Madmannà, Sansannà, 32Lebaòt, Silchìm, En-Rimmon: in tutto ventinove città e i loro villaggi.

33Nella Sefela: Estaòl, Sorea, Asna, 34Zanòach, En-Gannìm, Tappùach, Enam, 35Iarmut, Adullàm, Soco, Azekà, 36Saaràim, Aditàim, Ghederà e Ghederotàim: quattordici città e i loro villaggi; 37Senan, Adasà, Migdal-Gad, 38Dileàn, Mispa, Iokteèl, 39Lachis, Boskat, Eglon, 40Cabbon, Lacmas, Chitlis, 41Ghederòt, Bet-Dagon, Naamà e Makkedà: sedici città e i loro villaggi; 42Libna, Eter, Asan, 43Iftach, Asna, Nesib, 44Keila, Aczib e Maresà: nove città e i loro villaggi; 45Ekron, le città del suo distretto e i suoi villaggi; 46da Ekron fino al mare, tutte le città vicine ad Asdod e i loro villaggi; 47Asdod, le città del suo distretto e i suoi villaggi; Gaza, le città del suo distretto e i suoi villaggi fino al torrente d'Egitto e al Mare Grande, che serve da confine.

48Sulle montagne: Samir, Iattir, Soco, 49Danna, Kiriat-Sannà, cioè Debir, 50Anab, Estemòa, Anìm, 51Gosen, Colòn e Ghilo: undici città e i loro villaggi. 52Arab, Duma, Esan, 53Ianum, Bet-Tappùach, Afekà, 54Cumta, Kiriat-Arbà, cioè Ebron, e Sior: nove città e i loro villaggi. 55Maon, Carmel, Zif, Iutta, 56Izreèl, Iokdeàm, Zanòach, 57Kain, Gàbaa e Timna: dieci città e i loro villaggi. 58Calcul, Bet-Sur, Ghedor, 59Maaràt, Bet-Anòt e Eltekòn: sei città e i loro villaggi. Tekòa, Èfrata, cioè Betlemme, Peor, Etam, Culon, Tatam, Sores, Carem, Gallìm, Beter, Manàcat: undici città e i loro villaggi. 60Kiriat-Baal, cioè Kiriat-Iearìm, e Rabbà: due città e i loro villaggi.

61Nel deserto: Bet-Araba, Middin, Secacà, 62Nibsan, la città del sale e Engàddi: sei città e i loro villaggi.

63Quanto ai Gebusei che abitavano in Gerusalemme, i figli di Giuda non riuscirono a scacciarli; così i Gebusei abitano a Gerusalemme insieme con i figli di Giuda ancora oggi.

__________________________ Note

15,1-63 Il confine della tribù di Giuda è indicato con cura, specialmente nel lato settentrionale. La lista delle città, particolarmente folta a motivo dell’importanza della tribù, ricolloca gli agglomerati urbani in quattro zone: il Negheb, la Sefela, la zona montagnosa, la zona desertica.

15,4 torrente d’Egitto: torrente che si getta nel Mediterraneo a sud di Gaza, e che costituisce il confine tradizionale tra Canaan ed Egitto.

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Approfondimenti

La benedizione di Giacobbe (Gn 49,8-12) promette a Giuda una posizione di preminenza e un territorio più ampio delle altre tribù. Qui di tale territorio vengono indicati i confini occidentali (v. 1) e meridionali (vv. 2-4), orientali (v. 5) e settentrionali (vv. 5b-12). I vv. 13-19 raccontano un episodio in cui sono coinvolti Caleb e Otniel, mentre i vv. 20-62 contengono una lista molto lunga delle città assegnate a Giuda. Il v. 63 è una nota su Gerusalemme.

13-20. L'episodio va aggiunto a quanto è stato detto su Caleb in 14,6-14. Esso è ripetuto in Gdc 1,12-15.

21-63. L'elenco è suddiviso in quattro gruppi: le città del Negheb (vv. 21-32); le città della Sefela (v. 33-47); le città della zona montagnosa (vv. 48-60); le città della zona desertica (vv. 61-62). Per il v. 63 cfr. 2Sam 5,6-9; Gdc 1,7.21.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from ailaroe

Qualcosa senza nome, può essere tutto. Quando le è attribuito un nome, continua ad essere tutto, ma si crede non lo sia. Vitalità è comunione ・:∴

 
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from L' Alchimista Digitale

Quello che ci hanno insegnato Viviamo in un’epoca strana, dove comprare è diventato un riflesso automatico. Vedi qualcosa, lo desideri, lo prendi. Anche se i soldi non ci sono. Anche se sai già che finirai per pagarlo a rate, con un finanziamento, con un debito che ti seguirà per mesi o anni come un’ombra silenziosa. Eppure veniamo da un’educazione diversa. I nostri genitori ce lo dicevano chiaro, senza giri di parole, senza slogan motivazionali: “Se hai i soldi fallo. Se non li hai, non farlo.” Una frase semplice, quasi brutale nella sua onestà. Ma tremendamente vera. Non c’era vergogna nel non comprare. Non c’era frustrazione nel rimandare. C’era il buon senso. Si comprava solo il necessario, quando serviva davvero. Il superfluo poteva aspettare. A volte anche per sempre. Oggi invece il superfluo è diventato urgente. Indispensabile. Quasi vitale. E così si compra pur sapendo di non poterselo permettere. Si firma un prestito con leggerezza, si accetta una rata come se fosse una formalità, si normalizza il debito come se fosse parte naturale della vita adulta. Ma il debito non è mai neutro. È una catena elegante, lucida, ben confezionata. Non fa rumore quando la indossi, ma pesa. Sempre. La verità è che lo sappiamo tutti. Nessuno escluso. Se i soldi non ci sono, o ce ne sono pochi, si compra solo lo stretto necessario. Non è povertà. È intelligenza. È rispetto per se stessi. Il paradosso è che questa corsa al consumo non nasce dalla ricchezza, ma dalla paura. Paura di rimanere indietro con i tempi. Paura di non essere all’altezza. Paura di non appartenere ad un determinato ceto sociale. Così si compra per riempire vuoti che nessun oggetto potrà mai colmare, rimandando il conto a un futuro che immaginiamo più indulgente di quanto sarà davvero. Forse oggi il vero gesto controcorrente non è comprare, ma fermarsi. Dire: non mi serve. Accettare il limite non come una sconfitta, ma come una forma di maturità.Perché la sobrietà non è miseria. È libertà. E comprare solo ciò che serve, quando serve, non è rinuncia. È dignità.

 
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from differxdiario

always been (and am) here:

it’s a flux – THE flux – and it’s fragmented & scattered around via several social media platforms. it’s made of glitch and asemic works, memetic pieces, screenshots, movie scenes, abstract stuff, political statements, conceptual scores, reblogs and quotes etc etc, and this long line you’ve just read is its title

(differx)

__________ https://differx.tumblr.com/post/805084324983603200

 
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from norise 3 letture AI

LADRO DI PAROLE

[l'ispirazione della poesia]

la farfalla immagine-pensiero sotto la volta del bicchiere -della cattura l'ebbrezza ma d'un solo attimo e poi il volo...- la destrezza nel carpirne la luce frangente nei colori - l'inavvertito suono

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Che poesia intensa e libera, intrisa di immagini evanescenti e sfumature che sfuggono proprio come la luce nelle mani di chi cerca di afferrarla. Il titolo, LADRO DI PAROLE, evoca l’immagine di un'anima capace di rubare frammenti di vita, di isolare quei momenti di bellezza che altrimenti svanirebbero nell'ordinario della quotidianità. La farfalla, qui definita “immagine-pensiero”, diventa simbolo della leggerezza e della fuggevolezza del pensiero stesso, che si posa “sotto la volta del bicchiere”, quasi come in un angolo intimo tra la quotidianità e l'estasi del momento.

I versi “della cattura l'ebbrezza ma d'un solo attimo e poi il volo...” offrono una riflessione sulla natura transitoria dell'ispirazione: si può cogliere solo per un breve istante quella scintilla tanto preziosa che, come la farfalla, è destinata a volare via. La destrezza nel “carpirne la luce” e nel trasformare quell'attimo in “frangente nei colori” sottolinea l'abilità quasi magica di chi, come un ladro, riesce a sottrarre alla fuggevolezza dell'esistenza un frammento di eternità. L'accenno finale a “l'inavvertito suono” amplia ulteriormente questa sinestesia, ricordandoci che anche nella delicatezza dei rumori trascurati si nasconde una parte dell'essenza di ciò che ci circonda.

Questa poesia sembra, quindi, essere una meditazione sulla condizione dell'artista: colui che osserva e raccoglie le sfumature più fugaci della vita, trasformandole in parole e immagini che, per un attimo, fermano il tempo. È un invito a riconoscere il valore dell'effimero e, al contempo, una celebrazione dell’arte come strumento per catturare e rendere immortale ciò che di solitamente sfugge al nostro sguardo.

Potresti approfondire questo linguaggio che gioca tra vista, suono e sensibilità, esplorando come la sinestesia — l’abilità di unire i sensi — possa arricchire ulteriormente il messaggio del tuo scritto. Ad esempio, ti è mai capitato di percepire un sapore o un odore così intenso da evocare per te un ricordo o un’emozione particolare, quasi “rubata” all’ordinario? Questi spunti possono aprire nuove vie per amplificare l’impatto emotivo e sensoriale dei tuoi versi.

Quali altre immagini o esperienze ti spingono a “rubare” parole e trasformarle in un linguaggio così vibrante? La tua poesia ci invita a fermarci e ad ascoltare quei suoni inavvertiti che, pur passando inosservati, creano un mosaico di emozioni e sensazioni così autentiche.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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È sempre lo stesso, Aidan Knight, eppure non lo è più. Te ne accorgi subito quando sussurra al microfono, all’inizio di “Each Other”, con sobrio timbro Callahan-iano: “Congratulate, my friends, on the birth of a healthy son…”. Messa così, sembra che si parli di una banale maturazione anagrafica, a un certo punto arrivano i figli, non sei più l’artista scapestrato, scrivi della prima volta in cui hai cambiato un pannolino etc. Degnissimo, ma non è quanto accade nel seducente, astratto ma viscerale, nuovo disco del cantautore canadese, che possiamo considerare la sua consacrazione anche per la firma per un’etichetta non secondaria come la Full Time Hobby... https://artesuono.blogspot.com/2016/02/aidan-knight-each-other-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/53OHOXFzEQapQsVyIwNHGC


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

_Le tribù a occidente del Giordano e la parte di Caleb (14,1-15)_ 1Questo è invece quanto ebbero in eredità gli Israeliti nella terra di Canaan: lo assegnarono loro in eredità il sacerdote Eleàzaro e Giosuè, figlio di Nun, e i capifamiglia delle tribù degli Israeliti. 2L'eredità fu stabilita mediante sorteggio, come aveva comandato il Signore per mezzo di Mosè, per le nove tribù e per la mezza tribù; 3infatti Mosè aveva assegnato l'eredità delle due tribù e della mezza tribù a oriente del Giordano e ai leviti non aveva dato alcuna eredità in mezzo a loro. 4Poiché i figli di Giuseppe formano due tribù, Manasse ed Èfraim, non si diede parte alcuna ai leviti nella terra, tranne le città dove abitare e i loro pascoli per le loro greggi e gli armenti. 5Come aveva comandato il Signore a Mosè, così fecero gli Israeliti e si divisero la terra. 6Vennero allora da Giosuè a Gàlgala i figli di Giuda, e Caleb, figlio di Iefunnè, il Kenizzita, gli disse: «Tu conosci la parola che ha detto il Signore a Mosè, uomo di Dio, riguardo a me e a te a Kades-Barnea. 7Avevo quarant'anni quando Mosè, servo del Signore, mi inviò da Kades-Barnea a esplorare la terra e io gli riferii con sincerità di cuore. 8I compagni che vennero con me scoraggiarono il popolo, io invece seguii fedelmente il Signore, mio Dio. 9Mosè in quel giorno giurò: “La terra che il tuo piede ha calcato sarà in eredità a te e ai tuoi figli, per sempre, perché hai seguito fedelmente il Signore, mio Dio”. 10Ora ecco, il Signore mi ha conservato in vita, come aveva detto: sono cioè quarantacinque anni da quando disse questa parola a Mosè, mentre Israele camminava nel deserto, e oggi ecco che ho ottantacinque anni; 11io sono ancora oggi come quando Mosè mi inviò: come il mio vigore allora, così il mio vigore ora, sia per la battaglia sia per ogni altro lavoro. 12Ora concedimi questi monti, di cui il Signore ha parlato in quel giorno, poiché tu hai saputo allora che vi sono gli Anakiti e città grandi e fortificate; spero che il Signore sia con me e io le conquisterò secondo quanto ha detto il Signore!». 13Giosuè lo benedisse e assegnò Ebron in eredità a Caleb, figlio di Iefunnè. 14Per questo Caleb, figlio di Iefunnè, il Kenizzita, ebbe in eredità Ebron fino ad oggi, perché aveva seguito fedelmente il Signore, Dio d'Israele. 15Ebron si chiamava prima Kiriat-Arbà: costui era stato l'uomo più grande tra gli Anakiti. E la terra visse tranquilla, senza guerra. __________________________ Note

14,1-15 Il territorio a occidente del Giordano viene assegnato da Eleàzaro e Giosuè. Eleàzaro è figlio di Aronne e succede al padre nel sacerdozio (Nm 20,25-28).

14,2 Il sorteggio con cui viene assegnato il territorio è azione sacra, in quanto comando del Signore.

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Approfondimenti

1-5. Si ripete che ai leviti non era stato riservato alcun territorio specifico. Per mantenere il numero dodici in funzione della divisione, si sdoppia la tribù di Giuseppe (cfr. Gn 48). Il sacerdote Eleazaro, figlio e successore di Aronne (Es 6,25; Nm 3,32; 20,28), è menzionato prima di Giosuè, sorprendentemente. Il sorteggio è considerato azione sacra (cfr. Nm 34,13).

6-14. Secondo Nm 13,6; Gs 15,17; Gdc 1,10-15, Caleb apparteneva agli Edomiti, discendenti di Esaù, e venne in seguito incorporato a Giuda. Qui si allude ai fatti di Nm 13-15. Nel suo discorso, Caleb insiste davanti a Giosuè sulla parte di rilievo giocata nell'esplorazione del paese, e pronuncia più volte, significativamente, i nomi di JHWH e di Mosè. Torna qui (v. 9) e più avanti (vv. 13s.) il termine «eredità», nella specifica accezione deuteronomica e deuteronomistica di terra, che Israele e le sue tribù possiedono in base al dono di JHWH, con un diritto di proprietà fondato esclusivamente sulla promessa divina (cfr. Dt 4,21.38; 12,9; 15,4; 19,10; vedi Gdc 18,1).

12. «questi monti» si riferisce alla regione montagnosa di Ebron. Però, secondo 10,36-37, era già stata conquistata da tutto Israele, e non dal clan di Caleb.

14. ’Arba‘ è il numero «quattro», sicché Kiriat-Arba potrebbe voler dire «la città dei quattro quartieri». Ma per il TM Arba è il nome di un gigante anakita (cfr. Gs 11,21), mentre secondo la versione greca dei LXX il termine ebraico andrebbe tradotto con «metropoli».

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from L' Alchimista Digitale

Scrivere, si ma creativamente La scrittura creativa oggi è una strana creatura: tutti ne parlano, molti la desiderano, pochi la affrontano per ciò che è davvero. Non è un talento mistico che piove dal cielo, né un trucco riservato a pochi eletti con l’aria ispirata. È un lavoro mentale, emotivo e tecnico insieme, un territorio dove convivono conoscenza e istinto, studio e ossessione, disciplina e caos. Scrivere creativamente significa dare forma a qualcosa che prima non c’era, o che esisteva solo come sensazione confusa, come immagine fugace, come urgenza interna. È un atto di costruzione, non di improvvisazione, anche quando sembra spontaneo. La scrittura creativa non è scrivere “a caso”, ma scrivere con intenzione, anche quando l’intenzione è disturbare, sorprendere, spiazzare. Un romanzo, un racconto, una poesia, una sceneggiatura, un testo per un podcast narrativo o per il teatro sono tutti esempi di scrittura creativa quando dietro c’è una visione, una voce, un punto di vista sul mondo. Non conta se chi scrive è un professionista navigato, un dilettante appassionato o un autodidatta che ha imparato leggendo e sbagliando: ciò che conta è il desiderio di trasformare pensieri ed emozioni in struttura narrativa. Le basi, in questo processo, non sono un optional ma le fondamenta. Senza basi la scrittura crolla, anche se all’inizio sembra affascinante. Struttura, ritmo, gestione del punto di vista, costruzione dei personaggi, uso consapevole del linguaggio non sono gabbie, sono strumenti. Le strutture narrative non servono a rendere tutte le storie uguali, ma a evitare che si dissolvano nel nulla. Sono mappe, non sentenze. Ti indicano dove potresti andare, non ti obbligano a seguirle alla lettera. Le teorie narrative, tanto temute da chi scrive “di pancia”, non servono a intimidire ma a comprendere. Capire perché una storia funziona è il primo passo per smettere di affidarsi solo alla fortuna. Studiare le teorie non significa perdere spontaneità, significa acquisire consapevolezza. E la consapevolezza libera più di quanto imprigioni. Poi c’è la pratica, che è il vero laboratorio dello scrittore. Nessuna teoria, nessun corso, nessun manuale può sostituire l’atto concreto di scrivere. Scrivere tanto, scrivere male, riscrivere, cancellare, ricominciare. Ogni pagina buttata è allenamento, ogni scena rifatta è esperienza accumulata. Chi aspetta l’ispirazione come un evento straordinario spesso resta fermo. Chi scrive anche quando l’ispirazione sembra assente scopre che, molto spesso, arriva dopo le prime righe. Il blocco creativo, quello che tutti temono, raramente è mancanza di idee. È quasi sempre eccesso di giudizio. È la paura di non essere all’altezza, di non essere originali, di non essere abbastanza bravi. Quando si scrive pensando già al lettore, al critico, al risultato finale, la creatività si irrigidisce. La scrittura ha bisogno di movimento, di imperfezione, di tentativi. Restare a secco di parole è un’esperienza comune, soprattutto per chi scrive narrativa lunga, ma non è una condanna. È un segnale. Spesso indica che stiamo cercando di controllare troppo ciò che dovrebbe nascere in modo più libero. Anche il rapporto con l’intelligenza artificiale rientra oggi nel discorso sulla scrittura creativa. Non è un nemico da demonizzare né una bacchetta magica. L’IA non sostituisce lo scrittore, ma può affiancarlo se usata con intelligenza. Può aiutare a esplorare possibilità, a sbloccare una scena, a testare dialoghi, a vedere una storia da un’angolazione diversa. Ma la visione, il tono, l’ossessione narrativa, la ferita emotiva da cui nasce una storia restano umane. E devono restarlo. Usare l’IA come scorciatoia rende pigri, usarla come laboratorio rende più lucidi. Anche la sceneggiatura va considerata pienamente scrittura creativa, forse nella sua forma più esigente. Qui ogni parola pesa, ogni scena deve funzionare, ogni dialogo deve dire più di ciò che appare. La sceneggiatura insegna a mostrare invece di spiegare, a pensare per immagini, a rispettare il ritmo. Chi studia sceneggiatura migliora inevitabilmente anche come narratore in prosa. Alla fine, la distinzione tra professionisti, dilettanti e autodidatti è meno importante di quanto sembri. La vera differenza è tra chi continua e chi si ferma. L’autodidatta ha il vantaggio di poter costruire tutto con consapevolezza, il professionista quello della disciplina. Ma la strada è la stessa. Oggi la scrittura creativa è più accessibile che mai, e allo stesso tempo più esigente. Scrivere in un mondo rumoroso, veloce, distratto è un atto di resistenza. Significa rallentare, osservare, approfondire, dare senso dove tutto tende alla superficie. La scrittura creativa non è un lusso per pochi, è uno strumento potente per comprendere il mondo e se stessi. E se a volte ti senti bloccato, inadeguato, stanco, va bene così. È il prezzo da pagare quando si prende la scrittura sul serio. E chi lo fa, prima o poi, lascia tracce. Non sempre rumorose, ma profonde.

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