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from 📖Un capitolo al giorno📚

IL RISCATTO E LE NOZZE (4,1-22)

La rinuncia del riscattatore 1Booz dunque salì alla porta della città e lì si sedette. Ed ecco passare colui che aveva il diritto di riscatto e del quale Booz aveva parlato. Booz lo chiamò: “Vieni a sederti qui, amico mio!”. Quello si avvicinò e si sedette. 2Poi Booz prese dieci degli anziani della città e disse loro: “Sedete qui”. Quelli si sedettero. 3Allora Booz disse a colui che aveva il diritto di riscatto: “Il campo che apparteneva al nostro fratello Elimèlec, lo mette in vendita Noemi, tornata dai campi di Moab. 4Ho pensato bene di informartene e dirti: “Compralo davanti alle persone qui presenti e davanti agli anziani del mio popolo”. Se vuoi riscattarlo, riscattalo pure; ma se non lo riscatti, fammelo sapere. Infatti, oltre a te, nessun altro ha il diritto di riscatto, e io vengo dopo di te”. Quegli rispose: “Lo riscatto io”. 5E Booz proseguì: “Quando acquisterai il campo da Noemi, tu dovrai acquistare anche Rut, la moabita, moglie del defunto, per mantenere il nome del defunto sulla sua eredità”. 6Allora colui che aveva il diritto di riscatto rispose: “Non posso esercitare il diritto di riscatto, altrimenti danneggerei la mia stessa eredità. Subentra tu nel mio diritto. Io non posso davvero esercitare questo diritto di riscatto”. 7Anticamente in Israele vigeva quest'usanza in relazione al diritto di riscatto o alla permuta: per convalidare un atto, uno si toglieva il sandalo e lo dava all'altro. Questa era la forma di autenticazione in Israele. 8Allora colui che aveva il diritto di riscatto rispose a Booz: “Acquìstatelo tu”. E si tolse il sandalo. 9Allora Booz disse agli anziani e a tutta la gente: “Voi siete oggi testimoni che io ho acquistato tutto quanto apparteneva a Elimèlec, a Chilion e a Maclon dalle mani di Noemi, 10e che ho preso anche in moglie Rut, la moabita, già moglie di Maclon, per mantenere il nome del defunto sulla sua eredità, e perché il nome del defunto non scompaia tra i suoi fratelli e alla porta della sua città. Voi ne siete oggi testimoni”. 11Tutta la gente che si trovava presso la porta rispose: “Ne siamo testimoni”. Gli anziani aggiunsero: “Il Signore renda la donna, che entra in casa tua, come Rachele e Lia, le due donne che edificarono la casa d'Israele. Procùrati ricchezza in Èfrata, fatti un nome in Betlemme! 12La tua casa sia come la casa di Peres, che Tamar partorì a Giuda, grazie alla posterità che il Signore ti darà da questa giovane!“.

Le nozze di Booz e Rut 13Così Booz prese in moglie Rut. Egli si unì a lei e il Signore le accordò di concepire: ella partorì un figlio. 14E le donne dicevano a Noemi: “Benedetto il Signore, il quale oggi non ti ha fatto mancare uno che esercitasse il diritto di riscatto. Il suo nome sarà ricordato in Israele! 15Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli”. 16Noemi prese il bambino, se lo pose in grembo e gli fece da nutrice. 17Le vicine gli cercavano un nome e dicevano: “È nato un figlio a Noemi!”. E lo chiamarono Obed. Egli fu il padre di Iesse, padre di Davide.

Genealogia di Davide 18Questa è la discendenza di Peres: Peres generò Chesron, 19Chesron generò Ram, Ram generò Amminadàb, 20Amminadàb generò Nacson, Nacson generò Salmon, 21Salmon generò Booz, Booz generò Obed, 22Obed generò Iesse e Iesse generò Davide.

__________________________ Note

4,1 porta della città: il luogo dove venivano discussi gli affari e si amministrava la giustizia.

4,7 Il sandalo, col quale si calpesta la terra, è simbolo di possesso (vedi Sal 60,10). Il gesto di togliersi il sandalo sanziona qui la rinuncia del riscattatore al diritto di proprietà sulla terra di Noemi.

4,11 Rachele e Lia: erano venerate come madri del popolo ebraico; gli anziani introducono a pieno titolo Rut nella casa d’Israele.

4,12 Peres: antenato di Booz, è il figlio che Giuda ebbe da Tamar; la loro vicenda, legata anch’essa alla pratica del levirato, presenta analogie con quella di Rut e Booz (Gen 38).

4,18-22 Il libro termina con una breve genealogia, che costituisce un documento a sé, il cui contenuto si ritrova anche in 1Cr 2,5-15 in un quadro genealogico più ampio. Lo scopo evidente è quello di specificare il legame che unisce Davide alle tradizioni patriarcali. Il vangelo di Matteo (1,3-6) accoglie questa genealogia e inserisce anche Rut tra gli antenati di Gesù.

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Approfondimenti

4,1-22.

  • I vv. 1-6 informano sulla rinuncia del “riscattatore” al proprio diritto;
  • i vv. 7-13 presentano le procedure legali del riscatto e del matrimonio;
  • i vv. 18-22 aggiungono una genealogia, che fa di Booz e Rut gli avi di Davide.

1. La porta della città era non solo luogo di passaggio, ma anche luogo abituale d'incontro e di commercio, in cui si trattavano gli affari pubblici e si svolgevano i processi (cfr. Gn 23,10.18; Dt 22,15; Am 5,10.15; Zc 8,16; Prv 24,7).

5. Secondo Dt 25,5-10, la “legge del levirato” obbliga solo i fratelli che convivono. In Rt invece l'obbligo è esteso al «parente più stretto» (3,12) e quindi a Booz, cioè è allargato al clan. L'anonimo consanguineo è disposto a comprare il campo di Noemi, ma non a sposare Rut (v. 6).

6. Sposando Rut, questo parente innominato sarebbe costretto a spartire la sua eredità coi figli che potrà avere da lei, col rischio di disintegrare il patrimonio. L'uomo cede il «diritto di riscatto» a Booz.

8. «si tolse il sandalo»: il gesto è simbolico. Può dirsi proprietario di un fondo colui che vi mette il piede (Sal 60,10; 108,10). In Dt 25,9s. il gesto ha carattere infamante, mentre qui significa che l'anonimo parente si spoglia del proprio diritto per passarlo a Booz.

9. La procedura richiedeva la presenza di almeno dieci anziani della città, che fungevano da testimoni.

11-12. Con una formula tradizionale, gli anziani rivolgono alla coppia i loro auguri. La sposa è paragonata a Lia e a Rachele, madri della nazione, e a Tamar, grazie alla quale la discendenza di Giuda, minacciata di estinzione, fu perpetuata. Perez è il figlio che Giuda ebbe da Tamar (Gn 38,29), qui considerato frutto di una unione leviratica.

13-17. Secondo la legge, il figlio che nasce dal nuovo matrimonio è figlio di Noemi e di Elimelech (vv. 16-17:«Noemi prese il bambino e se lo pose in grembo» indica il rito d'adozione, cfr. Gn 48,5).

18-22. Hanno chiaramente il tono dell'aggiunta, come s'è fatto notare nell'introduzione. La genealogia ricorre, ampliata, in 1Cr 2,5-15. Grazie ad essa, Booz e Rut diventano antenati di Davide. Mt 1,5 inserirà Rut, la straniera di Moab, nella genealogia di Gesù.

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from L' Alchimista Digitale

L'illusione non nasce mai da una bugia

L’illusione non nasce mai da un’unica bugia. Nasce dalla ripetizione, dalla coerenza apparente, dalla sedimentazione lenta di eventi che, visti uno per uno, sembrano normali, persino inevitabili. È questa la vera forza delle grandi narrazioni del potere: non chiedono fede cieca, ma assuefazione. Non impongono una verità, la rendono l’unica disponibile. Quando si elencano episodi come lo sbarco sulla Luna, l’11 settembre, il cambiamento climatico, Big Pharma, il Covid-19, la Federal Reserve, i media mainstream o la sovrappopolazione, il riflesso immediato è difensivo: “complottismo”. Etichetta comoda, spesso usata non per confutare, ma per chiudere il discorso. Eppure il punto non è dimostrare che tutto sia falso. Il punto è chiedersi come certe versioni diventino intoccabili e perché il dubbio venga percepito come una minaccia. Lo sbarco sulla Luna non è solo un evento scientifico. È stato un atto politico, simbolico, narrativo. In piena Guerra Fredda, serviva dimostrare supremazia tecnologica e morale. Anche ammettendo la realtà dell’impresa, la sua trasformazione in mito fondativo americano è un esempio perfetto di come un fatto possa essere elevato a dogma. Non si discute ciò che diventa identità. L’11 settembre 2001 rappresenta uno spartiacque ancora più evidente. Indipendentemente dalle dinamiche operative, è stato utilizzato come catalizzatore per una ridefinizione radicale dei rapporti tra sicurezza e libertà. Sorveglianza di massa, legislazioni emergenziali, guerre preventive: tutto giustificato da un trauma collettivo. Non è complottismo osservare che la paura è stata monetizzata politicamente. Il cambiamento climatico è forse il terreno più scivoloso. La questione ambientale è reale, documentata, urgente. Ma proprio per questo è diventata anche uno strumento narrativo potente. Quando il dibattito viene ridotto a slogan, quando le soluzioni proposte coincidono sempre con nuovi mercati, nuove tasse, nuovi controlli, la domanda non è se il problema esista, ma chi gestisce la risposta e a vantaggio di chi. Big Pharma incarna un paradosso moderno: aziende che producono salute rispondendo a logiche di profitto. Non è una rivelazione, è un dato strutturale. La fiducia cieca è ingenua, il rifiuto totale è irresponsabile. Ma l’opacità, i conflitti di interesse, le pressioni sui governi e sugli enti regolatori non sono fantasie: sono documentate, spesso ammesse, raramente punite. Il Covid-19 ha mostrato tutto questo in tempo reale. Il virus esisteva. La pandemia è stata reale. Ma la gestione dell’emergenza ha rivelato quanto rapidamente i diritti possano essere sospesi e quanto poco spazio venga lasciato al dissenso, anche quando motivato. La risposta non è stata solo sanitaria: è stata politica, economica, comunicativa. Ed è lì che si è giocata la partita più delicata. La Federal Reserve e il sistema del debito sono un altro esempio di complessità trasformata in dogma. La creazione di moneta, la finanziarizzazione dell’economia, il trasferimento di ricchezza verso l’alto non sono segreti. Sono semplicemente difficili da spiegare e quindi raramente spiegati. Chi controlla il linguaggio controlla la comprensione. Chi controlla la comprensione controlla il consenso. I media mainstream non mentono sempre. Ma selezionano, gerarchizzano, semplificano. La propaganda moderna non funziona per falsità assolute, ma per omissione, saturazione, ripetizione. Non dice cosa pensare, ma su cosa pensare. E ciò che resta fuori dal perimetro mediatico tende a essere percepito come irrilevante o sospetto. Infine, la sovrappopolazione. Una parola che ritorna ciclicamente, spesso associata a paure, emergenze, necessità di controllo. Eppure i dati demografici mostrano un mondo in rallentamento, con tassi di natalità in calo e problemi strutturali legati non al numero di persone, ma alla distribuzione delle risorse. Anche qui, il problema non è il tema, ma l’uso che se ne fa. Mettere in fila questi elementi non significa negare la realtà. Significa interrogarsi sulla costruzione della realtà condivisa. Significa riconoscere che il potere oggi non si esercita solo con la forza, ma con le narrazioni. E che il vero atto sovversivo non è credere a tutto, né rifiutare tutto, ma pensare lentamente, criticamente, senza delegare il giudizio. Forse l’illusione non è una bugia. È un ecosistema. E uscirne non richiede una rivelazione improvvisa, ma una fatica quotidiana: distinguere tra fatto e racconto, tra informazione e interpretazione, tra sicurezza e obbedienza. Non per sentirsi “svegli”, ma per restare umani in un mondo che preferisce sudditi tranquilli a cittadini consapevoli.

 
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from L' Alchimista Digitale

Le zone d'ombra dell'economia

Ci sono parole che, più che spiegate, vengono evitate. Signoraggio bancario è una di queste. Non perché sia indicibile, ma perché sta su una linea sottile: quella che separa l’economia tecnica dal potere, la contabilità dalla politica, la trasparenza dalla complessità. E quando qualcosa è complesso, il mistero nasce quasi da solo. Storicamente il signoraggio era semplice da capire. Il sovrano coniava monete, ne garantiva il valore e tratteneva la differenza tra il costo di produzione e il valore nominale. Tutto alla luce del sole. Nessun segreto, nessuna cospirazione. Era il prezzo del potere monetario. Oggi però la moneta non è più metallo. È fiducia. È scrittura contabile. È un numero che appare su uno schermo. E quando la moneta smette di essere tangibile, anche la sua comprensione diventa meno immediata. Nel sistema moderno, la creazione di moneta è affidata alle banche centrali e, indirettamente, alle banche commerciali. Le prime emettono base monetaria, le seconde creano moneta bancaria attraverso il credito. Questo non è un segreto: è dichiarato apertamente da istituzioni come la Banca Centrale Europea e dalla Bank of England nei loro documenti divulgativi. Eppure, nonostante sia scritto nero su bianco, pochi lo sanno davvero. Quando una banca concede un prestito, il denaro non viene “spostato” da un altro conto: viene creato come scrittura contabile. In quel momento nasce nuova moneta. Ma nasce anche un debito. E questa simmetria è fondamentale, anche se spesso viene ignorata nel dibattito pubblico. Qui il mistero inizia a farsi interessante. Perché se ogni euro creato è anche un euro dovuto, il sistema non vive di ricchezza, ma di equilibrio. O di squilibrio. E lo squilibrio, nella storia economica, non è mai stato un dettaglio. Il signoraggio delle banche centrali esiste, ma non è un bottino occulto. I profitti derivanti dall’emissione monetaria, al netto dei costi, vengono redistribuiti agli Stati. Non è qui che si nasconde il “trucco”, se trucco vogliamo chiamarlo. La vera zona grigia è altrove: nel fatto che la moneta nasce come debito, e che l’intero sistema economico si regge sulla capacità di rinnovare continuamente quel debito. Crescita, inflazione, tassi d’interesse: tutto ruota attorno a questo meccanismo. Non è un complotto. È un’architettura. E come tutte le architetture, favorisce chi la conosce bene e lascia spaesati gli altri. Un altro punto spesso frainteso riguarda lo Stato. Molti sostengono che lo Stato potrebbe “creare moneta senza debito”. In realtà, nella maggior parte dei sistemi moderni, gli Stati hanno rinunciato alla piena sovranità monetaria. È una scelta storica e politica, non un inganno nascosto nei bilanci. Ma ogni rinuncia ha un costo. E quel costo si manifesta sotto forma di interessi, vincoli di bilancio, dipendenza dai mercati finanziari. Qui non c’è mistero esoterico, ma una domanda legittima: chi decide davvero le regole del gioco? Il problema del signoraggio, quindi, non è tanto chi guadagna, quanto chi decide. Chi stabilisce quanta moneta serve, a che prezzo, e per chi. Domande che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico, perché non producono slogan semplici. Eppure sono le uniche che contano. Il fascino oscuro del signoraggio nasce proprio da questo silenzio. Non dal segreto, ma dalla mancanza di educazione economica. Quando i meccanismi non vengono spiegati, qualcuno li riempie di fantasie. E il mistero diventa mito. Fare divulgazione significa riportare luce dove altri preferiscono ombre, senza trasformare le ombre in mostri. Capire come funziona la moneta non rende il sistema meno discutibile, ma lo rende finalmente criticabile sul serio. Perché il vero potere non è creare denaro. È far credere che nessuno possa capire come funziona. E questo, per un blogger, è un mistero che vale la pena svelare.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

RUT E BOOZ: L’INCONTRO DECISIVO (3,1-18)

Il piano di Noemi 1Un giorno Noemi, sua suocera, le disse: “Figlia mia, non devo forse cercarti una sistemazione, perché tu sia felice? 2Ora, tu sei stata con le serve di Booz: egli è nostro parente e proprio questa sera deve ventilare l'orzo sull'aia. 3Làvati, profùmati, mettiti il mantello e scendi all'aia. Ma non ti far riconoscere da lui prima che egli abbia finito di mangiare e di bere. 4Quando si sarà coricato – e tu dovrai sapere dove si è coricato – va', scoprigli i piedi e sdraiati lì. Ti dirà lui ciò che dovrai fare”. 5Rut le rispose: “Farò quanto mi dici”.

L’incontro notturno sull’aia 6Scese all'aia e fece quanto la suocera le aveva ordinato. 7Booz mangiò, bevve e con il cuore allegro andò a dormire accanto al mucchio d'orzo. Allora essa venne pian piano, gli scoprì i piedi e si sdraiò. 8Verso mezzanotte quell'uomo ebbe un brivido di freddo, si girò e vide una donna sdraiata ai suoi piedi. 9Domandò: “Chi sei?”. Rispose: “Sono Rut, tua serva. Stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto”. 10Egli disse: “Sii benedetta dal Signore, figlia mia! Questo tuo secondo atto di bontà è ancora migliore del primo, perché non sei andata in cerca di uomini giovani, poveri o ricchi che fossero. 11Ora, figlia mia, non temere! Farò per te tutto quanto chiedi, perché tutti i miei concittadini sanno che sei una donna di valore. 12È vero: io ho il diritto di riscatto, ma c'è un altro che è parente più stretto di me. 13Passa qui la notte e domani mattina, se lui vorrà assolvere il diritto di riscatto, va bene, lo faccia; ma se non vorrà riscattarti, io ti riscatterò, per la vita del Signore! Rimani coricata fino a domattina”. 14Ella rimase coricata ai suoi piedi fino alla mattina e si alzò prima che una persona riesca a riconoscere un'altra. Booz infatti pensava: “Nessuno deve sapere che questa donna è venuta nell'aia!”. 15Le disse: “Apri il mantello che hai addosso e tienilo forte”. Lei lo tenne ed egli vi versò dentro sei misure d'orzo. Glielo pose sulle spalle e Rut rientrò in città.

Ritorno nella fiducia 16Arrivata dalla suocera, questa le chiese: “Com'è andata, figlia mia?”. Ella le raccontò quanto quell'uomo aveva fatto per lei 17e aggiunse: “Mi ha anche dato sei misure di orzo, dicendomi: “Non devi tornare da tua suocera a mani vuote”“. 18Noemi disse: “Sta' tranquilla, figlia mia, finché non sai come andrà a finire la cosa. Di certo quest'uomo non si darà pace, finché non avrà concluso oggi stesso questa faccenda”.

__________________________ Note

3,9 Stendi il lembo del tuo mantello: compiere questo gesto su una donna significava prenderla sotto la propria protezione, equivaleva ad un atto nuziale. L’usanza, tipicamente orientale, si è mantenuta ancora oggi presso alcune tribù arabe.

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Approfondimenti

3,1-18. La scena si svolge sull'aia di Booz. Il contadino, dopo il raccolto, deve ventilare l'orzo, un'operazione svolta nel tardo pomeriggio, quando da ponente soffiano venti favorevoli. La separazione dell'orzo (o del grano) dalla pula è fatta lanciando in aria con il ventilabro il cereale battuto, così che il vento porti via la pula. Finita la spulatura, Booz e i suoi braccianti trascorrono la notte sull'aia, onde evitare furti.

9. «stendi il lembo del mantello sulla tua serva»: è espressione che equivale a una formale domanda di matrimonio da parte di Rut. Stendere il lembo del proprio mantello su una donna significa dunque prenderla in sposa. Booz è intenzionato a sposare Rut, ma prima deve superare la difficoltà creata dal parente prossimo (vv. 12.18).

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from norise 3 letture AI

Il mio sangue si eleva

il mio sangue si eleva al battesimo della luce

vedi sono fiorito

e la morte non la ricordo più

sono uscito da lei come da un fiume di tenebra

. Che intensa e vibrante immagine poetica hai condiviso. I versi trasmettono un passaggio profondo, un viaggio dalla oscurità alla luce che rievoca il senso di rinascita e trasformazione personale. Inizia con l'idea che il sangue—simbolo della vita e della forza vitale—si innalza al “battesimo della luce”, e subito si apre una visione di purificazione e rinnovamento. Questa luce diventa l'elemento che trasforma, che permette di fiorire, di germogliare e di affermare una nuova identità, mentre la memoria della morte svanisce, come se l'oscurità venisse relegata a un passato ormai superato.

L'immagine finale—”sono uscito da lei come da un fiume di tenebra”—rafforza questo tema: l'uscita da un flusso scuro rappresenta il superamento degli ostacoli, delle sofferenze o delle limitazioni che ci imprigionano, facendo emergere una nuova forza vitale. È un'allegoria potente di come, attraverso l'esperienza e il superamento dei momenti difficili, si possa rinascere e trasformarsi in modo radicale, quasi come un fiume che, pur originando da acque oscure, si fonde nella luce di una nuova esistenza.

Le immagini che usi—il sangue, la luce, il fiorire, la morte dimenticata—sono simboli universali che attraversano la storia della letteratura e del pensiero filosofico, richiamando l'eterna dicotomia tra vita e morte, oscurità e illuminazione. Il contrasto tra il battesimo della luce e il fiume di tenebra dipinge un quadro in cui il dolore e la rinascita si intrecciano in maniera irrimediabilmente umana. Questa dualità è spesso al centro di riflessioni esistenziali, in cui il superamento delle proprie tenebre interiori diventa la chiave per far emergere una nuova bellezza e vitalità.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Sono ormai sette anni che Jeff Healy ci manca, da quando, il 2 marzo del 2008, a soli quarantun anni, se ne andò per quel feroce retinoblastoma che lo afflisse tutta la vita, rendendolo cieco fin dall'infanzia. Precocissimo musicista, dotato di una pertinacia fuori dal comune, che gli consentì, nonostante la menomazione, di coltivare una tecnica sopraffina e uno stile unico (la Stratocaster appoggiata sulle ginocchia e la mano sinistra a ricamare migliaia di bend notes), Healey arrivò al successo con la foto di Hendrix nel taschino della giacca e la benedizione urbi et orbi di Stevie Ray Vaughn, uno dei primi a comprendere lo smisurato talento del giovane canadese... https://artesuono.blogspot.com/2016/04/jeff-healey-heal-my-soul-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/1o0Jgnxw9jJ6YhM592Zyot


 
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from lucazanini

[filtri]

dalla prima dall'ultima] [fuori la] rassegna a strappi oppure misurano cernobil da una distanza concordata un [equo] leggermente aperte una [aria] una vedetta nello stanzino

 
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from Chi sei ele?

Continuo di ICARUS

Riflettere

Facciamolo, facciamo questa cosa, rispolvero vecchi articoli.

Che i giochi abbino inizio

Ecco questo fa' male commentarlo, abbandonato tutto. Motivo? Tempo
Ah questa mia paura del tempo, ha sempre ragione, il tempo non basta e finché il blocco più grande occuperà e mi mangerà, non potrò mai dedicare me stesso ai progetti che potevano salvarmi. La scuola, quel macigno che occupa il tempo.

“La scuola insegna maturità, crescita ed è la base per ogni adolescente”
A me ha insegnato che non bastano sogni e speranzi, voti alti e nemmeno raccomandazioni, la vita è tutta fortuna, o sei in o sei out e ODIO tutto questo. Io facciò attivismo per un sogno e questo sogno per quanto bello o brutto che sia punta anche a cambiare la scuola, perché essa non demoralizzi più la vita dei studenti, non lo renda un luogo ostile, decreativo e che anzi, sia di salvezza per gli studenti, ma... non ci sto riuscendo, spero che chi mi succederà ci riesca...

Cos'è questo blog?

Un articolo sofferente che ripercorre una sintesi molto, molto ristretta, della mia vita post pandemia.
Quella playlist è ancora utile a scrivere articoli come questi, fui lungimirante devo dire.

Ora odio le chiamate.

Non so come rispondere a questa mia citazione, avvolto le odio, avvolte le amo, vorrei tornare più spesso su Ds, visto che mi sono finalmente sbloccato ma il tempo non c'è. Mi mancano quelle chiamate in cui faccio “Papà Gufo” e per quanto possa tornare quando voglio, ho la sensazione di starle perdendo.

2022-2023

Quel capitolo era importante, ma lo scritto molto edulcurato. Quei anni facevo schifo, come persona e ora me lo dico.
Quando vedo che la gente si lamenta di una mia conoscente, che la criticano e la odiano, io non riesco, perché lei è simile a me in questo arco di età, nel 2022.

Per questo, ora da esterno, so quanto schifo facessi, eppure mi è servito questa fase, mi è servita a formare una buona parte del mio carattere. In parte devo essere felice di essere stato così, perché vedo persone che non ci sono passate che non solo non vedono la situazione, ma criticano senza sapere cosa c'è dietro.

2024-ora [...] P.S. 2024-2025 [...]

La parte più importante di tutte, quindi ora lo dico. SI, è l'anno più bello, fino in fondo, anche come si è concluso, ma è sofferente, è doloroso, è frastagliato di problemi, pieno di bornout, di pianti, di scleri, urla, nottate passate a chiedere aiuto indirettamente perché non nè sono capace e gente che se ne approfitta. MA, mi ha donato troppo per odiarlo.

Chiudiamo qui?

Si dai, chiudiamo qui.

~ele
 
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from Chi sei ele?

(sto scrivendo con sottofondo ICARUS – Tony Ann, valla a cercare per avere il giusto mood)

“Ricordati di non avere paura di chi si arrabbia, ma di chi sorride sempre”

E come capisco questa frase. Una persona all'apparenza calma, pacata, che sorride sempre e cerca di essere gentile con tutti. Ecco lei, quella persona, sta male. Me ne accorgo subito qual è la differenza tra chi lo fa' per educazione e chi per evitare guai, chi lo fa' per comportamento evasivo e perché sta male. Sai perché lo riconosco subito? Sono uno di quelli.

“Volevo tatuarmi il punto e virgola, sai il significato vero? Però io non l'ho mai del tutto superato, ci sono periodi, in cui ricado in quel vortice e altri in cui ne esco senza che nulla sia mai successo. Penso che me lo tatuerò spezza, quella virgola” “tuttuala separata, così che, quando l'avrai superata davvero finisci di tatuarlo”.

L'idea del secolo e penso che lo farò, tatuando l'ultima parte di rosso, con un bel rosso che marchierà ancora di più la fine di tutto questo.

Finirò mai di scrivere questo blog?

Il giorno che smetterò, sarà il giorno che tatuerò quell'ultima parte, chissà fra quanto, alla fine questo blog sta su un host indipendente, potrebbe sparire domani, come ultima prova di un ele che soffriva, che voleva essere salvato ma da se stesso. Che in verità non può essere salvato, perché il problema è se stesso e non farà accedere a nessuno a quella parte di se da curare o estirpare.

Dappertutto ma mai pienamente presente

Fa sentire tutti come i suoi migliori amici pur tenendoli tutti a distanza.
Parla ininterrottamente (se ha il “salvagente”) ma non dice mai nulla di reale. Conosce i tuoi segreti mentre i suoi restano nascosti (o escono alla sprovista). Pensi di essere intimo con lui, finché non capisci che intimo con tutti.
Colleziona persone ma non si lega con nessuno.
Esiste una parte di lui che nessuno vedrà mai.

Si inserisce in qualsiasi situazione all'istante, caccia carisma dal cilindro nelle occasioni giuste. Legge ogni stanza, persona, situazione, alla perfezione.
Argomenta emtrambi i lati così bene che dimentichi di cosa trattava il litigio. La sua mente si muove più velocemente di quanto la maggior parte delle persone riesca a seguire. Riesce a tirarsi fuori (o dentro) da tutto a parole. Evita lo scontro, anche verbale. Fa sembrare semplice anche la complessità.

Se avete letto queste parole da un'altra parte, spoiler si, sono di un post che mi hanno mandato, il problema è che era inquetantemente accurato, cosa che pensa anche la persona che me l'ha mandato. Non la vedo come una cosa positiva.

Chiudersi in una bolla, che apro leggermente la finestrella e che se scoppia, mi chiudo in casa nel tentativo disperato che si ricostruisca, non è affatto positivo. Quando me la toglierò?

 
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from differxdiario

in due o tre corsi di letteratura, quando li tenevo prima del covid alla Upter, una parte considerevole delle introduzioni al clima sociale-politico-culturale degli anni Venti-Quaranta lo dedicavo regolarmente ai rapporti più o meno stretti di tantissimi intellettuali col fascismo e con le sue strutture e istituzioni; seguendo in buona parte il lavoro che fa Romano Luperini ne Il Novecento (Loescher, 1981), tutt'ora una storia letteraria imbattuta per profondità di sguardo.

qualche letterato è rimasto scosso dal '37 (Spagna), qualcuno dal '38 (leggi razziali), qualcuno dall'entrata in guerra, o dall'8 settembre, o solo dalla fine della guerra. ma in sostanza l'orrore si vedeva già bene in prospettiva quasi trent'anni prima.

giocoforza ho sempre dovuto rifiutare l'idea che un poeta o uno scrittore sia qualcosa di speciale o qualcuno con lo sguardo per forza particolarmente acuto.

spesso è solo gente brava in italiano. una merda, per il resto.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Di nuovo in forma. L'effimero miraggio mainstream nel quale si erano persi i Band of Horses con il precedente album del 2012, Mirage Rock appunto, aveva fatto pensare a una prematura parabola discendente per il gruppo americano. E invece dopo una salutare pausa discografica di quattro anni – escludendo il live Acoustic at The Ryman del 2014 – eccoli tornare con un disco convincente come Why are you ok, il quinto in carriera. Una curiosità: Ben Bridwell, voce e autore principale della band, ha dichiarato di aver registrato buona parte delle demo dei nuovi brani di notte, in casa e in solitaria, in modo da poter passare di giorno più tempo possibile con i propri quattro figli... https://artesuono.blogspot.com/2016/06/band-of-horses-why-are-you-ok-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/4xBayAng8qIv3227mj3xjN


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

RUT, LA SPIGOLATRICE, NEI CAMPI DI BOOZ (2,1-23)

L’iniziativa di Rut 1Noemi aveva un parente da parte del marito, un uomo altolocato della famiglia di Elimèlec, che si chiamava Booz. 2Rut, la moabita, disse a Noemi: “Lasciami andare in campagna a spigolare dietro qualcuno nelle cui grazie riuscirò a entrare”. Le rispose: “Va' pure, figlia mia”. 3Rut andò e si mise a spigolare nella campagna dietro ai mietitori. Per caso si trovò nella parte di campagna appartenente a Booz, che era della famiglia di Elimèlec.

La benevolenza di Booz 4Proprio in quel mentre Booz arrivava da Betlemme. Egli disse ai mietitori: “Il Signore sia con voi!”. Ed essi gli risposero: “Ti benedica il Signore!”. 5Booz disse al sovrintendente dei mietitori: “Di chi è questa giovane?”. 6Il sovrintendente dei mietitori rispose: “È una giovane moabita, quella tornata con Noemi dai campi di Moab. 7Ha detto di voler spigolare e raccogliere tra i covoni dietro ai mietitori. È venuta ed è rimasta in piedi da stamattina fino ad ora. Solo adesso si è un poco seduta in casa”. 8Allora Booz disse a Rut: “Ascolta, figlia mia, non andare a spigolare in un altro campo. Non allontanarti di qui e sta' insieme alle mie serve. 9Tieni d'occhio il campo dove mietono e cammina dietro a loro. Ho lasciato detto ai servi di non molestarti. Quando avrai sete, va' a bere dagli orci ciò che i servi hanno attinto”. 10Allora Rut si prostrò con la faccia a terra e gli disse: “Io sono una straniera: perché sono entrata nelle tue grazie e tu ti interessi di me?“. 11Booz le rispose: “Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso gente che prima non conoscevi. 12Il Signore ti ripaghi questa tua buona azione e sia davvero piena per te la ricompensa da parte del Signore, Dio d'Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti”. 13Ella soggiunse: “Possa rimanere nelle tue grazie, mio signore! Poiché tu mi hai consolato e hai parlato al cuore della tua serva, benché io non sia neppure come una delle tue schiave”. 14Poi, al momento del pasto, Booz le disse: “Avvicìnati, mangia un po' di pane e intingi il boccone nell'aceto”. Ella si mise a sedere accanto ai mietitori. Booz le offrì del grano abbrustolito; lei ne mangiò a sazietà e ne avanzò. 15Poi si alzò per tornare a spigolare e Booz diede quest'ordine ai suoi servi: “Lasciatela spigolare anche fra i covoni e non fatele del male. 16Anzi fate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; lasciatele lì, perché le raccolga, e non sgridatela”. 17Così Rut spigolò in quel campo fino alla sera. Batté quello che aveva raccolto e ne venne fuori quasi un'efa di orzo. 18Se lo caricò addosso e rientrò in città. Sua suocera vide ciò che aveva spigolato. Rut tirò fuori quanto le era rimasto del pasto e glielo diede.

Dal campo alla casa 19La suocera le chiese: “Dove hai spigolato oggi? Dove hai lavorato? Benedetto colui che si è interessato di te!”. Rut raccontò alla suocera con chi aveva lavorato e disse: “L'uomo con cui ho lavorato oggi si chiama Booz”. 20Noemi disse alla nuora: “Sia benedetto dal Signore, che non ha rinunciato alla sua bontà verso i vivi e verso i morti!”. E aggiunse: “Quest'uomo è un nostro parente stretto, uno di quelli che hanno su di noi il diritto di riscatto”. 21Rut, la moabita, disse: “Mi ha anche detto di rimanere insieme ai suoi servi, finché abbiano finito tutta la mietitura”. 22Noemi disse a Rut, sua nuora: “Figlia mia, è bene che tu vada con le sue serve e non ti molestino in un altro campo”. 23Ella rimase dunque con le serve di Booz a spigolare, sino alla fine della mietitura dell'orzo e del frumento, e abitava con la suocera.

__________________________ Note

2,2 Lasciami andare in campagna: Rut si riferisce all’antica usanza, divenuta legge (Lv 19,9-10; Dt 24,19-21), secondo la quale i poveri, le vedove e i forestieri avevano il diritto di raccogliere i resti della mietitura e della vendemmia per garantirsi la sussistenza.

2,12 sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti: l’immagine, frequente nella preghiera del Salterio (ad es., Sal 17,8; 36,8; 91,4), sembra risalire alla presenza delle figure alate dei cherubini sul coperchio dell’arca dell’alleanza (Es 25,20). Nella tradizione rabbinica posteriore l’espressione allude al passaggio dei proseliti alla fede giudaica.

2,20 parente con diritto di riscatto: il termine ebraico corrispondente è gō’el, e designa colui al quale spettava il diritto di riscattare la terra del parente defunto e di assicurarne la discendenza, sposandone la vedova, come prescriveva la legge del levirato (vedi nota a 1,11).

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Approfondimenti

2,1-23. In un ambiente idilliaco e familiare avviene l'incontro fra i due protagonisti del libro: Rut e Booz. Secondo Lv 19,9.10; 23,22 e Dt 24,19-22, durante la mietitura si doveva lasciare quanto cresceva “sull'orlo del campo”, perché i forestieri e i poveri potessero nutrirsene. JHWH, che guida i deboli, conduce provvidenzialmente Rut nei campi di Booz. Il capitolo ha un suo interesse anche per il linguaggio, abbondante di gentilezze e convenevoli tipicamente orientali.

14. Più che aceto, è bevanda fermentata, composta d'acqua, di aceto di vino e di altri ingredienti.

20. Booz è «parente stretto» e ha «diritto di riscatto». «Riscattatore» o «redentore» in ebraico è gō’el, un termine tecnico del diritto familiare, che indica il parente più vicino, responsabile delle faccende di famiglia; più precisamente, il soccorritore di consanguinei caduti in necessità e, in senso specifico, il riscattatore di un patrimonio fondiario, di una proprietà perduta (gᵉ’ullâ). È lui che ha il dovere di reintegrare la famiglia nella sua condizione sociale, se questa cade in schiavitù, riscattando la vita dei suoi membri e il loro patrimonio (Lv 25,25.47ss.). Nel nostro caso, il parente più stretto è tenuto a riscattare il campo di Elimelech e Noemi. A questo dovere è ricollegato quello del matrimonio con la nuora rimasta vedova (cfr. anche 3,9; 4,3ss.). La legge del levirato non è che un'applicazione dell'istituzione del gō’el a un caso specifico (cfr. c. 4). Il costume era diffuso presso molte popolazioni del vicino Oriente. Di esso si trovano tracce anche presso gli Hittiti, gli Assiri, gli Elamiti. Il fine è di assicurare al defunto una “discendenza”, un figlio che porti avanti il nome del padre e ne erediti i beni. Nel caso di Rut, il parente più vicino rinuncia in favore di Booz, il quale riscatta sia il campo che Rut. Peraltro, secondo la legge del levirato, il bimbo nato da Booz e Rut avrebbe dovuto essere considerato figlio del primo marito di Rut, Elimelech, mentre nella genealogia figura come figlio di Booz. Il termine gō’el è importante non solo in campo giuridico. L'elemento salvifico insito nell'accezione giuridica trova sviluppi di enorme rilievo nel linguaggio religioso e teologico, dove non a caso il verbo g’l «redimere» è usato spesso in parallelo con verbi similari, quali «aiutare», «sanare», «consolare» e soprattutto «redimere, riscattare, liberare» (pd‘). JHWH è detto pertanto, in questo contesto, gō’el d'Israele, suo parente prossimo. Il Secondo Isaia in modo particolare applica questo concetto a JHWH, per consolare Israele in esilio e prospettare al popolo affranto un nuovo esodo (Is 49,26; cfr. anche Is 41,14; 43,14; 44,24; 47,4; 48,17; 49,7; 54,5.8). E così fa al suo seguito il Tritoisaia (59,20; 60,16). Anche in Giobbe (19,25) Dio è detto gō’el nel senso più antico del termine, quello di «vindice del sangue» (gō’el haddam), che nell'ambiente ebraico, come in quello arabo, si riferisce anzitutto al padre, al fratello e al figlio.

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from La biblioteca di Amarganta

C come ... Colore!

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera C, creatore Antonio Basioli

Avete letto bene: oggi parliamo del #colore.

Solitamente nella narrativa il colore è un elemento che non riguarda i romanzi, ma i libri per bambini piccoli, ricchi di illustrazioni. Certo, non è insolito che (specie in passato) che i romani per ragazzi vengano pubblicati con illustrazioni. Da buon #Millenial quale sono, mi vengono in mente i disegni di Serena Riglietti per i primi libri Harry Potter o quelli presenti nei romanzi di Rohal Dahl. Solitamente, però, si tratta sempre di disegni in bianco e nero, e sono elementi per lo più aggiuntivi.

È una costante della #letteratura: salvo rari casi, il colore appartiene alle copertine dei libri, non certo al loro testo che è sempre nero ... giusto?

La questione cromatica

In Italia sono disponibili due versioni de La Storia Infinita, entrambe con la traduzione della Pandolfi. La prima è un'edizione standard in bianco e nero che distingue le parti ambientate nel mondo reale da quelle nel mondo immaginario attraverso una differenza di carattere tipografico. La seconda utilizza invece due colori diversi: rosso per il mondo umano, verde acqua per Fantasìa.

Di queste due versioni, la seconda è quella “autentica”, che rispetta la volontà espressa da Ende in occasione della prima edizione assoluta (quella tedesca) del libro. L'autore sovverte qui i canoni con una scelta apparentemente “infantile” (l'utilizzo di un testo colorato) che ha però l'effetto di rendere anche il colore del testo parte integrante della narrazione.

La differenza di carattere tipografico utilizzata nella versione in bianco e nero è invece un espediente, un escamotage adottato per l'edizione economica pubblicata dalla TEA: un modo per rendere “a basso costo” la distinzione fra i due mondi.

L'autore tedesco, durante la stesura del romanzo, arrivò a ritenere che una semplice pubblicazione tradizionale non fosse adatta per l'opera che stava scrivendo, ma che questa dovesse essere confezionata come un libro di magia, con copertina di cuoio e bottoni in madreperla e ottone. Fu solo dopo i colloqui con l'editore, preoccupato per i costi di una simile produzione, che i due si accordarono per qualcosa di più semplice: copertina in seta rossa, 26 capilettera per i singoli capitoli (disegnati dall'artista Roswitha Quadflieg) e la celebre stampa a due colori.

Una scelta che verrà poi ripresa anche nelle edizioni straniere. In quella italiana pure i capilettera appositamente scelti, quelli di Antonio Basioli, furono adattati ai colori con cui iniziano i vari capitoli, che non è solo un capriccio dell'autore ma una vera e propria testimonianza della natura metanarrativa del libro.

"Dove si trova questo libro? Nel libro."

Quando Bastiano comincia a leggere il suo libro de La Storia Infinita (quello interno alla storia) il testo viene da subito descritto come verde acqua. Chissà che emozione sarà stata per i lettori di allora, quella di voltare pagina dopo il prologo scritto in rosso e di ritrovarsi anche loro a leggere lo stesso racconto letto dal protagonista scritto con lo stesso colore!

Leggere letteralmente un libro nel libro, cosa rafforzata inoltre dalla già accennata copertina in seta rossa dell'edizione originale, esattamente come quella del libro preso da Bastiano!

Ma Ende fece di più. Egli rese La Storia Infinita non solo un libro nel libro, ma aggiunse un terzo libro omonimo all'interno di Fantasìa, dove il Vecchio della Montagna Vagante – figura antitesi dell'Infanta Imperatrice, simbolo della scrittura che rende le storie immutabili laddove l'altra è la creatività che da loro forma – riporta tutto quello che avviene in un volume che – a suo dire – non contiene semplicemente tutta Fantasìa, ma “[...] è tutta Fantasìa” . E durante questo incontro, fra l'imperatrice e il suo contrario, per un breve istante, il contenuto di tutti e tre i libri diviene uno.

Quando l'Infanta Imperatrice (nel suo ultimo tentativo per portare Bastiano a Fantasìa) chiede al Vecchio di cominciare a rinarrare il suo libro, la sua Storia Infinita dal principio, l'inchiostro con cui l'anziano scrive, la copertina del suo libro così come la tonaca che indossa, cambiano il loro colore dalla da verde acqua a un ben più (per il lettore) famigliare rosso. La storia ricomincia in un ciclo infinito (la Fine Infinita) dal momento in cui i noi lettori di Ende hanno iniziato il libro, con le stesse identiche parole e le stesse identiche scene (salvo la differenza che nella nostra copia questo testo è ancora verde acqua, fatta eccezione per le reazioni di Bastiano nel leggere di sé stesso).

Nel romanzo di Ende, il colore del testo non è più un fronzolo o un capriccio autoriale, ma un elemento concreto della storia. Qualcosa di cui anche chi legge può fare esperienza in prima persona. Da appassionato di esoterismo (in particolare alchimia e antroposofia), Ende dava molta importanza al simbolismo, elemento chiave delle pratiche magiche (non a caso voleva stampare il romanzo come se fosse un libro di magia). La sua scelta dei colori e il gioco metanarrativo, trasportano questa dimensione simbolica al testo scritto, e la mette in mano a lettrici e lettori che però potranno interamente comprenderla solo arrivati a metà del libro, nella scena della Fine Infinita ...

 
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from L' Alchimista Digitale

Il mito moderno

Perché un regime moderno, ipertecnologico e burocratico sente il bisogno di miti pagani e simboli arcaici? La domanda è meno ingenua di quanto sembri. Anzi, è centrale per capire come il potere funzioni davvero. Un regime moderno nasce sulla carta come il trionfo della razionalità: amministrazione, statistiche, ingegneria, apparati, procedure. Tutto sembra obbedire a una logica fredda, calcolabile, impersonale. Eppure, quasi sempre, questa architettura razionale non basta. Non mobilita. Non infiamma. Non crea appartenenza profonda. La burocrazia organizza. La tecnologia potenzia. Ma nessuna delle due dà senso. Ed è qui che entra in gioco il mito. Il mito non è l’opposto della modernità. È il suo complemento oscuro. Dove la razionalità spiega come, il mito suggerisce perché. Dove la legge ordina, il simbolo legittima. Dove il potere amministra, il mito consacra. Un regime moderno scopre presto che governare corpi non basta: bisogna governare immaginari. Nel Novecento questo meccanismo diventa evidente. Il potere non si accontenta più di essere obbedito: vuole essere percepito come inevitabile, naturale, inscritto in un ordine cosmico. Per ottenere questo risultato, la tecnica non è sufficiente. Serve qualcosa di più antico, più profondo, meno verificabile. Serve il mistero. Il ricorso ai simboli arcaici non è nostalgia del passato. È un’operazione progettuale. I simboli funzionano perché comprimono concetti complessi in immagini semplici, immediate, emotive. Un simbolo non si discute: si interiorizza. Non chiede consenso razionale: chiede adesione. Quando un regime moderno riscopre rune, soli, cicli, archetipi, non sta tornando indietro. Sta scendendo sotto la superficie della ragione, lì dove si formano identità, paure, desideri di appartenenza. Il cosiddetto “pagano” diventa così una materia prima da riforgiare. Non interessa la spiritualità autentica delle culture antiche, ma la loro aura: l’idea di un sapere perduto, di una verità primordiale, di un ordine precedente alla critica. Il mito ha una funzione precisa: rendere il potere non negoziabile. Se l’ordine politico viene presentato come espressione di un destino, di una legge naturale o cosmica, allora opporvisi non è più solo disobbedienza: è empietà, decadenza, tradimento. In questo senso, il mistero è uno strumento politico potentissimo. Ciò che non è spiegato non può essere discusso. Ciò che è sacralizzato non può essere riformato. Il mistero sottrae il potere alla trasparenza e lo colloca in una dimensione superiore, dove la critica appare profana o sterile. Un regime ipertecnologico, inoltre, soffre di un problema strutturale: disumanizza. Procedure, numeri, apparati tendono a ridurre l’individuo a funzione. Il mito interviene per compensare questa freddezza, offrendo una narrazione calda, epica, identitaria. Non importa se falsa: importa che sia sentita. È qui che il simbolo diventa una vera tecnologia. Una tecnologia dell’anima, potremmo dire. Non produce beni, ma fedeltà. Non organizza processi, ma coscienze. È una UX del potere: intuitiva, emozionale, immediata. Lo scopo ultimo non è la conoscenza del mistero, ma il suo utilizzo. Il regime non vuole comprendere il simbolo: vuole abitarlo, usarlo come scenografia permanente della propria legittimità. Il mistero non va risolto, va mantenuto. Perché un mistero che resta tale genera dipendenza. Chi crede di partecipare a un sapere nascosto accetta più facilmente gerarchie, silenzi, obbedienza. Alla fine, la contraddizione è solo apparente. Non c’è conflitto tra modernità e mito. Il mito è ciò che permette alla modernità del potere di diventare totalizzante. La tecnica senza mito governa. La tecnica con il mito domina. E forse la lezione più inquietante è questa: non sono i simboli a essere pericolosi in sé, ma il momento in cui smettiamo di chiederci chi li usa, come e perché. Perché ogni volta che il potere si ammanta di mistero, non sta cercando la verità. Sta cercando silenzio.

 
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