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from cronache dalla scuola

[cronache dalla scuola]

Oggi ho preso l'aula di cooperative learning per tutta la mattina, ormai potrei metterci il sacco a pelo e dormirci dentro. Comunque, tra le cose che ero curioso di fare oggi, ne racconto due.

La prima con i ragazzi di seconda, gli ho dato il link dell'articolo de Il Post che parla della foto che ritrae il poliziotto durante i recenti scontri torinesi, “ritoccata” con l'IA. Con i loro cellulari dovevano leggere l'articolo e – divisi in gruppi – rispondere ad alcune domande che avevo preparato per loro. Alcune di comprensione, altre di discussione.

Ci tenevo che si confrontassero con un fatto che non è facilmente “polarizzabile”. Già alla prima domanda i gruppi hanno dato risposte diverse. “È una vera foto?”. Dipende cosa intendiamo per verità. Il fatto che la foto testimonia, è realmente avvenuto e – sostanzialmente nei termini mostrati dall'immagine – ma la foto – di per sé – non è una “vera foto”. Di contro non è una creazione di pura fantasia. Anche la domanda sulla natura della foto, disinformation, malinformation o misinformation ha dato vita a risposte diverse. Per alcuni la foto era disinformazione, per altri c'era anche un intento di malinformazione, perché tendeva a danneggiare – di riflesso – i manifestanti. Interessante vedere come l'articolo de Il Post apparisse a tutti neutrale e ovviamente la domanda finale: a tutti i ragazzi, anche quelli che manifestatamente simpatizzano per le forze di polizia, è sembrata una pessima idea la pubblicazione della foto manipolata.

Alla fine mi sono preso anche due minuti di pippolotto dicendo che questa cosa che è successa è interessante perché ci mostra un plot che si ripeterà sempre di più e in maniera sempre più invasiva nei prossimi anni: fonti fotografiche e video che “sembrano veri” e che hanno magari parti di realtà embeddate dentro una sovrastruttura falsificata e strutturata per disinformare le masse. E serviranno quindi nuove competenze e nuove skill per sapere gestire questi nuovi materiali di disordine informativo, competenze che non saranno solo tecniche, ma anche culturali, umane. Anche dopo la scuola e nel mondo lavorativo. Alcuni – forse – ascoltavano.

Nel corso della mattinata poi ho portato i ragazzi di quarta per leggere, sempre con i loro smartphone, un articolo del New York Times che avevo trovato piuttosto interessante. Un attore americano che negli Stati Uniti non può più recitare l'Otello per motivi legati alla cancel culture e al blackface e che riesce a metterlo in scena in un centro commerciale in Cina, modificando il copione di Shakespeare spostando la scena da Venezia e Cipro a una piccola isola del fiume Yangtze e le etnie: il “moro” è sostituito da un occidentale, mentre i veneziani sono tutti cinesi. Il razzismo che permea molte battute di Iago ai danni del 'nero', qua sono contro l'occidentale.

Anche in questo caso ho usato la tecnica di lasciarli liberi di leggere l'articolo e di rispondere alle domande che avevo preparato per loro, condividendo poi le risposte alla fine tra i vari gruppi. Mi ha fatto piacere che tutti abbiano colto il riferimento alle cose viste precedentemente in classe, indicando l'idea di Shalespeare come “artigiano” teatrale capace di modificare il copione a seconda delle esigenze e che si fossero trovati a loro agio nei riferimenti all'Otello che avevamo visto integralmente in classe nella versione di Welles e che poi loro avevano recitato creando dei brevi film con alcune delle scene chiave.

Anche qua alla fine ho fatto il pippolotto di due minuti due, mostrando come un articolo del genere fosse ricco di informazioni: ci parlava della cancel culture e dei limiti della sua applicazione; dell'interesse degli occidentali statunitensi alla censura e alle libertà concesse sotto Xi Jinping; della fortuna scenica e di come questa sia legata doppio filo alla politica (Shakespeare sparisce in Cina durante la rivoluzione culturale) e di come il teatro sia una forma di espressione che si adatta e muta nel corso del tempo e dello spazio.

È stato per me interessante vedere la curiosità di un mio studente di origini cinesi nel leggere l'articolo e nel contestare anche un termine usato dal New York Times, e di come almeno un altro studente sapesse già cosa fosse il blackface tanto da poterlo spiegare sommariamente ai suoi compagni.

Fine, torno nel mio sacco a pelo, buon fine settimana, portatemi dei caffé in barattolini di plastica monouso, grazie.

 
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from lucazanini

[caffeine]

poggiato la] linea immaginaria di brevetto il] [ricevitore fa] sapere l'ottotresette è finale lo] indicano per Wotan per l'Osram

 
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from Chi sei ele?

Scrivo per salvarmi, scrivo per rileggerlo in tempo futuro ma soprattutto scrivo perché spero che qualcuno mi salvi, ma chi cercherà di salvarmi mi farà solo che danni. Perché dovrebbe salvarmi da me stesso.

Spero di ritrovarmi di nuovo e non perdere di nuovo la strada

~ele
 
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from Chi sei ele?

“Vivo perché i miei cari ci rimarrebbero male” “Vivo per inseguire i miei sogni” “Vivo per stare dietro chi amo e fare in modo che non sentino questo” Tutti motivi che potrebbero finire domani. Perché non vivo mai per me stesso?

Vorrei la risposta ma davvero non lo so

 
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from Chi sei ele?

“ele esiste solo su Internet” Forse è vero, forse la versione migliore e più sincera di me, quella più profonda, quella che non si fa' problemi, esiste e esisterà solo su Internet.

Forse dovrei smetterla di farmi chiamare Ele anche in pubblico e accettare che esisto solo qui.

~ele
 
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from Chi sei ele?

Si

E allora perché, perché questa sensazione di vuoto, di incompiutezza. Perché sento che mi sto perdendo di nuovo.


Non volevo inziare in questo modo così pessimista, era da giorni che dicevo “CAZZO, dovrei scrivere un bel articolo del blog felice in cui dico di aver scoperto la mia via” ma, come al solito, non è così. Circa, perché il punto e che la mia via lo trovata, ma non so se mi convince, sai, quel Ele precedente, quello iper pessimista, ansioso, nell'angolino a piangiere, mi manca.

Sai perché mi manca? perché era se stesso, non doveva avere paura di affezzionarsi, non doveva cercare la prova che “questa volta non me ne pentirò”, quante persone di cui mi fido e voglio bene allontano, allontano per proteggerle ma soprattutto, e questo l'ho capito da poco, per proteggermi. Perché io voglio che raggiunto l'apice della felicità, della fiducia, tutto finisca, come una foto indelebile e che questo non marcisca. Ma non si può, no? E puntualmente marcisce. Ma che ci posso fare, quindi ora questa sensazione, di dover rendere definitiva l'apice senza andare più avanti, ora lo sento sulla mia pelle, sulla mia vita. Ho paura di affrontare ciò che viene dopo, sono felice ora e voglio rimanere felice, quindi seguendo l'esempio che faccio spesso “Se morissi ora, mi pentirei di qualcosa o direi di essere stato felice”, direi di essere stato felice, quindi chiudiamola qui prima che tutto si rovina perché so, che a breve succederà, è innevocabile, siamo vicini alla fine di questo capitolo della mia vita e questo porta alla fine della mia felicità. Chiudiamola qua.

“Sai fra, sono diventato menefreghismo, ormai me ne frego di che pensano di me, faccio e basta” Si perché tanto quelle persone mi dimenticheranno, non sarò che un aneddoto divertente e questo vale anche per te, quindi chiudiamola qui prima che si rovina l'aneddoto. Perché se vivo da menefreghista, prima era per essere felice, per essere me stesso, ora è perché ho rinunciato a vivere. A breve si rovinerà tutto e io voglio solo prepararmi a quando succederà.

“Chi è cagione del suo mal, pianga se stesso” “Da ciò che scappi, ciò ti causi” So fin troppo bene che così finirò solo a scavarmi una fossa sempre più grande, ma capitemi, in una vita di disavventure, quando vedi la felicità diventi dipendente, uscire da questa dipendenza non solo è difficile ma è accettare di tornare al punto di partenza, sinceramente non ci riesco.

Son felice ma così felice che la mia voglia di vivere è scesa per non tornare triste e ho perso me stesso di nuovo nella ricerca di questa felicità. E ora Si torna a punto e a capo. Ma il punto è, ho paura Quindi si ricomincia

che bello...
 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Dopo avere assistito ad un concerto di Wilco si ha come la sensazione che la band di Jeff Tweedy sia l'ultima depositaria dei canoni della musica americana e che nessuno oggi sappia suonare così, sia per perizia di mezzi che per feeling. A prescindere da ciò, basterebbe scorrere i singoli capitoli dell'intera discografia per notare come il livello di scrittura dei nostri si sia sempre attestato su livelli elevatissimi, grazie ad una formula che coniuga l'obliquità di un'attitudine indipendente con una sensibilità che scaturisce dal collocarsi in un continuum con quanto di meglio il rock abbia prodotto dai '60 ai '70... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/wilco-schmilco-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/3Zv4IVunQsOuACPEsPLbW1


 
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from Transit

(205)

(WP1)

I licenziamenti di massa al #WashingtonPost non sono solo una crisi aziendale. Rappresentano un colpo diretto a quel poco che resta di una democrazia già in affanno, dentro e fuori i confini americani. Un quotidiano storico, centrale per il controllo del potere fin dai tempi del #Watergate, ha tagliato un terzo della redazione, chiuso intere sezioni e ridotto le presenze all’estero. Informare davvero non è più redditizio, quindi non è più una priorità del sistema.

Il Washington Post ha annunciato il licenziamento di circa un terzo dei lavoratori, eliminando la redazione sportiva, vari uffici esteri e la copertura dei libri. Questa è l’ondata di tagli più dura da quando la nuova direzione ha preso il controllo nel 2024, dopo anni di riduzioni e prepensionamenti. Un giornale di riferimento globale, di proprietà di uno degli uomini più ricchi del pianeta, sceglie di ridurre il giornalismo invece di ripensare il modello di business.

#Trump, Intanto, intensifica pressioni, ostacoli, ritorsioni e cause temerarie contro i media critici, rendendo la libertà di stampa ancora più fragile. L’attacco politico diretto si combina con l’assalto di mercato che trasforma il giornalismo in un costo da tagliare, non in un pilastro della sfera pubblica. Il “Primo Emendamento” continua a proteggere formalmente la libertà di stampa, è una libertà svuotata materialmente, con meno giornalisti, meno inchieste e meno copertura internazionale e diventa però sempre più fittizia.

Restrizioni di accesso, screditamenti sistematici e interferenze nella seconda era Trump completano il quadro di una democrazia che mantiene i simboli, ma smantella le condizioni reali. Questo è lo schema del #backsliding democratico. Non arriva un colpo di Stato, né spariscono le elezioni, ma si corrodono i meccanismi che rendono effettiva la partecipazione informata e il controllo del potere. La stampa indipendente si marginalizza, le voci critiche si isolano e l’opinione pubblica si riduce a pubblico passivo di propaganda e marketing politico.

Quello che accade negli Stati Uniti fa parte di una tendenza globale. Le destre radicali o nazional-conservatrici sfruttano crisi e paure per restringere gli spazi democratici.

In #Brasile, #Ungheria e #Tunisia l’ascesa di leader ostili ai contrappesi istituzionali è stata favorita da polarizzazione estrema, retorica della sicurezza, uso spregiudicato dei media e paure sociali.

Lo schema si ripete ovunque. Forte concentrazione del potere esecutivo, delegittimazione di opposizioni, sindacati, ONG e stampa, uso di emergenze reali o costruite per restrizioni permanenti. Le destre del nuovo ciclo non aboliscono la democrazia.

La svuotano dall’interno, trasformandola in un guscio procedurale che ratifica decisioni prese altrove.

(WP2)

La vicenda del Washington Post è un segnale di allarme che va oltre una redazione o un settore economico. Quando la stampa libera diventa accessoria, la democrazia si riduce a rituale. Elezioni, slogan, sondaggi e campagne social sopravvivono, ma la capacità dei cittadini di conoscere, criticare e fermare il potere evapora. La vera democrazia scompare perché troppo scomoda per chi governa e controlla le leve economiche. Gli Stati Uniti, che per decenni hanno esportato il modello democratico, ne offrono oggi una versione distorta.

Più show che sostanza, più branding che diritti, più mercato e sicurezza che partecipazione e giustizia sociale. La destra globale capitalizza su questa stanchezza. L’unica risposta possibile riparte dalla ricostruzione di informazione indipendente, conflitto sociale e organizzazione collettiva. Senza questo restano solo le macerie eleganti di una democrazia già perduta.

#Blog #Giornalismo #WashingtonPost #USA #Democrazia #Democracy #Destra #Opinioni

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Allora tutti gli Israeliti uscirono, da Dan fino a Bersabea e al territorio di Gàlaad, e la comunità si radunò come un sol uomo dinanzi al Signore, a Mispa. 2I capi di tutto il popolo e tutte le tribù d'Israele si presentarono all'assemblea del popolo di Dio, in numero di quattrocentomila fanti che maneggiavano la spada. 3I figli di Beniamino vennero a sapere che gli Israeliti erano venuti a Mispa. Gli Israeliti dissero: “Parlate! Com'è avvenuta questa scelleratezza?”. 4Allora il levita, il marito della donna che era stata uccisa, rispose: “Io ero giunto con la mia concubina a Gàbaa di Beniamino, per passarvi la notte. 5Ma gli abitanti di Gàbaa insorsero contro di me e circondarono di notte la casa dove stavo. Volevano uccidere me; quanto alla mia concubina, le usarono violenza fino al punto che ne morì. 6Io presi la mia concubina, la feci a pezzi e mandai i pezzi a tutti i territori dell'eredità d'Israele, perché costoro hanno commesso un delitto e un'infamia in Israele. 7Eccovi qui tutti, Israeliti: consultatevi e decidete qui”. 8Tutto il popolo si alzò insieme gridando: “Nessuno di noi tornerà alla tenda, nessuno di noi rientrerà a casa. 9Ora ecco quanto faremo a Gàbaa: tireremo a sorte 10e prenderemo in tutte le tribù d'Israele dieci uomini su cento, cento su mille e mille su diecimila, i quali andranno a cercare viveri per il popolo, per quelli che andranno a punire Gàbaa di Beniamino, come merita l'infamia che ha commesso in Israele”. 11Così tutti gli Israeliti si radunarono contro la città, uniti come un solo uomo. 12Le tribù d'Israele mandarono uomini in tutta la tribù di Beniamino a dire: “Quale delitto è stato commesso in mezzo a voi? 13Consegnateci quegli uomini iniqui di Gàbaa, perché li uccidiamo e cancelliamo il male da Israele”. Ma i figli di Beniamino non vollero ascoltare la voce dei loro fratelli, gli Israeliti.

14I figli di Beniamino uscirono dalle loro città e si radunarono a Gàbaa per combattere contro gli Israeliti. 15Si passarono in rassegna i figli di Beniamino usciti dalle città: formavano un totale di ventiseimila uomini che maneggiavano la spada, senza contare gli abitanti di Gàbaa. 16Fra tutta questa gente c'erano settecento uomini scelti, che erano ambidestri. Tutti costoro erano capaci di colpire con la fionda un capello, senza mancarlo. 17Si fece pure la rassegna degli Israeliti, non compresi quelli di Beniamino, ed erano quattrocentomila uomini in grado di maneggiare la spada, tutti guerrieri. 18Gli Israeliti si mossero, vennero a Betel e consultarono Dio, dicendo: “Chi di noi andrà per primo a combattere contro i figli di Beniamino?”. Il Signore rispose: “Giuda andrà per primo”. 19Il mattino dopo, gli Israeliti si mossero e si accamparono presso Gàbaa. 20Gli Israeliti uscirono per combattere contro Beniamino e si disposero in ordine di battaglia contro di loro, presso Gàbaa. 21Allora i figli di Beniamino uscirono da Gàbaa e in quel giorno sterminarono ventiduemila Israeliti, 22ma l'esercito degli Israeliti si rinfrancò ed essi tornarono a schierarsi in battaglia dove si erano schierati il primo giorno. 23Gli Israeliti salirono a piangere davanti al Signore fino alla sera e consultarono il Signore, dicendo: “Devo continuare a combattere contro Beniamino, mio fratello?”. Il Signore rispose: “Andate contro di loro”. 24Gli Israeliti vennero a battaglia con i figli di Beniamino una seconda volta. 25I Beniaminiti una seconda volta uscirono da Gàbaa contro di loro e sterminarono altri diciottomila uomini degli Israeliti, tutti atti a maneggiare la spada. 26Allora tutti gli Israeliti e tutto il popolo salirono a Betel, piansero e rimasero davanti al Signore e digiunarono quel giorno fino alla sera e offrirono olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore. 27Gli Israeliti consultarono il Signore – l'arca dell'alleanza di Dio in quel tempo era là 28e Fineès, figlio di Eleàzaro, figlio di Aronne, prestava servizio davanti ad essa in quel tempo – e dissero: “Devo continuare ancora a uscire in battaglia contro i figli di Beniamino, mio fratello, o devo cessare?”. Il Signore rispose: “Andate, perché domani li consegnerò in mano vostra”. 29Israele tese quindi un agguato intorno a Gàbaa. 30Gli Israeliti andarono il terzo giorno contro i figli di Beniamino e si disposero a battaglia presso Gàbaa come le altre volte. 31I figli di Beniamino fecero una sortita contro il popolo, si lasciarono attirare lontano dalla città e cominciarono a colpire e a uccidere, come le altre volte, alcuni del popolo d'Israele, lungo le strade che portano l'una a Betel e l'altra a Gàbaon, in aperta campagna: ne uccisero circa trenta. 32Già i figli di Beniamino pensavano: “Eccoli sconfitti davanti a noi come la prima volta”. Ma gli Israeliti dissero: “Fuggiamo e attiriamoli dalla città sulle strade!”. 33Tutti gli Israeliti abbandonarono la loro posizione e si disposero a battaglia a Baal-Tamar, mentre quelli di Israele che erano in agguato sbucavano dal luogo dove si trovavano, a occidente di Gàbaa. 34Diecimila uomini scelti in tutto Israele giunsero davanti a Gàbaa. Il combattimento fu aspro: quelli non si accorgevano del disastro che stava per colpirli. 35Il Signore sconfisse Beniamino davanti a Israele; gli Israeliti uccisero in quel giorno venticinquemilacento uomini di Beniamino, tutti atti a maneggiare la spada. 36I figli di Beniamino si accorsero di essere sconfitti. Gli Israeliti avevano ceduto terreno a Beniamino, perché confidavano nell'agguato che avevano teso presso Gàbaa. 37Quelli che stavano in agguato, infatti, si gettarono d'improvviso contro Gàbaa e, fattavi irruzione, passarono a fil di spada l'intera città. 38C'era un segnale convenuto fra gli Israeliti e quelli che stavano in agguato: questi dovevano far salire dalla città una colonna di fumo. 39Gli Israeliti avevano dunque voltato le spalle nel combattimento e gli uomini di Beniamino avevano cominciato a colpire e uccidere circa trenta uomini d'Israele. Essi dicevano: “Ormai essi sono sconfitti davanti a noi, come nella prima battaglia!”. 40Ma quando il segnale, la colonna di fumo, cominciò ad alzarsi dalla città, quelli di Beniamino si voltarono indietro ed ecco, tutta la città saliva in fiamme verso il cielo. 41Allora gli Israeliti tornarono indietro e gli uomini di Beniamino furono presi dal terrore, vedendo il disastro piombare loro addosso. 42Voltarono le spalle davanti agli Israeliti e presero la via del deserto; ma i combattenti li incalzavano e quelli che venivano dalla città piombavano in mezzo a loro massacrandoli. 43Circondarono i Beniaminiti, li inseguirono senza tregua, li incalzarono fino di fronte a Gàbaa, dal lato orientale. 44Caddero dei Beniaminiti diciottomila uomini, tutti valorosi. 45I superstiti voltarono le spalle e fuggirono verso il deserto, in direzione della roccia di Rimmon e gli Israeliti ne rastrellarono per le strade cinquemila, li incalzarono fino a Ghìdeom e ne colpirono altri duemila. 46Così il numero totale dei Beniaminiti che caddero quel giorno fu di venticinquemila, atti a maneggiare la spada, tutta gente di valore. 47Seicento uomini, che avevano voltato le spalle ed erano fuggiti verso il deserto, raggiunsero la roccia di Rimmon e rimasero alla roccia di Rimmon quattro mesi. 48Intanto gli Israeliti tornarono contro i figli di Beniamino, passarono a fil di spada nella città uomini e bestiame e quanto trovarono, e diedero alle fiamme anche tutte le città che incontrarono.

__________________________ Note

20,1 da Dan fino a Bersabea e al territorio di Gàlaad: i due primi nomi indicano il confine storico del territorio d’Israele; il terzo, Gàlaad, serve per includervi anche le tribù a oriente del Giordano. Mispa è a 13 chilometri a nord di Gerusalemme.

20,18 Betel: santuario importante già al tempo del patriarca Giacobbe, 17 chilometri a nord di Gerusalemme, sulla strada di Sichem.

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Approfondimenti

20,1-48. Il capitolo insiste sul coinvolgimento di tutto Israele, sia nella “dieta” (vv. 1-13), che nella battaglia contro Beniamino (vv. 14-18). Il testo non è coerente e denuncia almeno due forme di interventi redazionali.

1-13. L'assemblea si raccoglie a Mizpa, non lontano da Gabaa, anche se già in territorio efraimita. È presentata con tratti ideali e con l'accentuazione dell'aspetto liturgico, il che sembra denunciare tardivi interventi, sullo stile del Cronista, come risulta anche nella seconda parte del capitolo, dove la tribù di Giuda è messa in rilievo, secondo una prospettiva peculiare dell'opera cronistica. Dominano espressioni quali «tutto il popolo», «tutte le tribù d'Israele», «tutti gli Israeliti», «tutto il territorio della nazione d'Israele», cui fanno da contrasto «tutta la tribù di Beniamino», «i figli di Beniamino». Il popolo che si raduna è in ebraico la ‘ēdāh, che è «convocata» (uso del verbo qhl, v. 1, vedi commento a Dt 23,2-9). Al v. 2 si parla ancora della «assemblea» (qabal) del popolo ‘ēdāh. Le cifre, qui e più avanti, sono iperboliche e anche incoerenti. Il numero dei morti non torna e risulta circa il doppio dei partecipanti alla battaglia. Questo dato, e altri che noteremo sotto, fanno pensare a una fusione – in un primo intervento redazionale – di due diverse tradizioni.

14-48. Il racconto della battaglia di Gabaa non è linea-re. I vv. 29-35 e 36-42a sembrano due versioni di uno stesso episodio; i vv. 30-34 contengono oscurità e ripetizioni. Sostanzialmente tuttavia il brano ricalca il racconto della conquista di Ai (Gs 7-8). Si hanno anzitutto due tentativi di attacco frontale da parte degli Israeliti (vv. 15-23.24-28). Entrambi falliscono. Al terzo tentativo (vv. 29-48) gli Israeliti cambiano tattica. Simulano un attacco frontale in massa e invece mettono sul campo solo parte dei soldati, mentre gli altri si nascondono attorno a Gabaa. Le truppe in campo aperto vengono sconfitte e fuggono e i Beniaminiti, inseguendole, si allontanano dalla città. Gli Israeliti in agguato incendiano Gabaa. Il fumo richiama indietro i Beniaminiti, che vengono a trovarsi così attanagliati dal nemico e costretti a fuggire verso il deserto, dove sono «rastrellati» (così il testo) in grande numero. Solo «seicento» si salvano, sulla roccia di Rimmon, verso est, poco lontano dal luogo dello scontro.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from L' Alchimista Digitale

Il tumulto degli empi

C’è una frase che ha il potere di evocare immagini potenti, inquietanti, quasi mitologiche: il tumulto degli empi. Ma chi sono questi empi? E perché tumultuano? In un mondo che corre veloce, dove tutto viene semplificato in bianco e nero, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, è facile pensare che gli “empi” siano semplicemente “quelli dall’altra parte”. Ma l’empio, nella sua essenza, è qualcosa di più sottile. È colui che vive fuori da un ordine: divino, morale, sociale, psicologico. È il trasgressore, ma anche il ribelle. È l’inquieto. È l’uomo (o la donna) che rompe l’armonia. E quando gli empi si uniscono… ecco il tumulto. Un tumulto che può prendere molte forme. E in questo articolo, lo seguiremo come si seguirebbe il fumo di un incendio sotterraneo: attraverso psicologia, religione, società ed esoterismo, cercando di capire cosa si agita davvero sotto la superficie. Ogni essere umano porta dentro di sé un piccolo tumulto. Lo psicologo Carl Gustav Jung parlava di ombra: quella parte di noi che reprimiamo, che nascondiamo perché non conforme, non accettata, magari anche pericolosa. Gli empi, da un punto di vista psicologico, sono coloro che vivono dentro l’ombra, che vi si abbandonano o, peggio, la fanno esplodere nel mondo. Nel mondo moderno, il tumulto interiore si manifesta in tanti modi: ansia, rabbia, isolamento, sfiducia. Quando queste emozioni si accumulano senza sfogo, si trasformano in comportamenti distruttivi. La folla inferocita dei social, gli haters, i complottisti aggressivi, i negazionisti della realtà sono sintomi di un disagio più profondo. Non sono solo “altri”. Sono il riflesso di una crisi dell’io. Nella Bibbia, gli empi sono figure centrali. Non semplicemente peccatori, ma coloro che si oppongono alla volontà divina. Il libro dei Salmi li descrive come instabili, violenti, disordinati. Il loro tumulto è la manifestazione di una ribellione cosmica: contro Dio, contro l’ordine naturale, contro la giustizia. Anche nell’Islam troviamo questa distinzione: fāsiq, il perverso, colui che rompe il patto. E nel buddismo? Gli “empi” non sono demonizzati, ma rappresentano l’attaccamento e l’ignoranza, che creano caos nella mente e nella società. Ma attenzione: nella visione religiosa, il tumulto degli empi non è solo un disastro. È anche un passaggio obbligato per il risveglio dei giusti. Dove c’è tumulto, c’è crisi. Dove c’è crisi, c’è scelta. Nell’esoterismo occidentale – che affonda le radici nell’ermetismo, nella cabala, nell’alchimia – il caos non è il male. Anzi, è il principio della trasformazione. Il tumulto degli empi diventa così una prova alchemica: attraversare il disordine per ritrovare l’ordine superiore. Nella fase della nigredo, tutto si decompone, si oscura. Le certezze crollano, le maschere cadono. Gli empi non sono solo i “cattivi”: sono gli aspetti del nostro ego che devono essere trascesi. Persino nei Tarocchi, il Bagatto e la Torre raccontano questa tensione tra caos e rinascita. Il tumulto, dunque, non è la fine, ma il varco. Una soglia. Viviamo in un’epoca di tumulto perenne. Politico, economico, culturale, climatico. Le certezze cadono come tessere di un domino. In questo contesto, gli empi moderni sono spesso incoronati eroi o influencer, perché la società ha invertito i valori: la trasgressione è premiata, il silenzio è sospetto, la complessità è un difetto. Il tumulto degli empi si manifesta nei talk show, nei feed di Instagram, nelle piazze virtuali. Il linguaggio si fa violento, il pensiero si polarizza. Nessuno ascolta, tutti urlano. E nel rumore collettivo, la saggezza tace. La domanda non è: “Come fermare il tumulto?” La vera domanda è: “Come attraversarlo senza esserne travolti?” Il tumulto degli empi può distruggere, ma anche rivelare. Può separare, ma anche purificare. Dipende da cosa scegliamo di fare con quel caos. Se lo ignoriamo, ci divorerà. Se lo affrontiamo, può diventare un insegnante crudele ma sincero. Alla fine, gli empi non sono sempre altri. Spesso abitano anche in noi. In ogni scelta meschina, in ogni paura non affrontata, in ogni volta che preferiamo il disordine al dialogo, l’urlo alla riflessione. Ma sapere che esistono – e riconoscerli – è già un passo. Il tumulto, allora, diventa il segnale di un risveglio possibile, un invito a guardare oltre l’apparenza, a ricostruire sulle macerie. Perché dopo ogni tumulto, c’è un silenzio. E in quel silenzio, possiamo – se vogliamo – ricominciare.

 
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from Bymarty

📔Ho l'impressione di essermi fermata troppo, di essere rimasta così tanto indietro, da aver perso tutto, treno, incontri e posti che credevo sicuri , aspetto ancora, illusa e delusa, un sorriso, un abbraccio una parola, un semplice e piccolo gesto, ma anche un pensiero! Un pensiero, affidato al vento, al cielo, alla stessa luna, per farmi capire che esistevo, che avevo ancora un posto, quel posto, anche il più scomodo, un’ombra, un piccolo rifugio. Ma come sempre, nessuno capirà, scrivo così tante cose strane, forse troppo normali, scontate, o prive di importanza, da passare eternamente inosservata. Ma lo faccio sempre con il cuore, anche quando non dovrei, perché c'è da pensare a me, alla mia salute, al mio essermi persa, invece penso e mi preoccupo sempre per gli altri... Eppure continuo a sentirmi sempre cosi ridicola, trasparente, quasi non fossi in grado di essere io un riparo sicuro non solo per me stessa, ma anche per coloro cui ho affidato il mio cuore..

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Si muove dal folk all’indie-rock, sperimenta col violino, canta l’amore esplorandone le caratteristiche meno ortodosse. Are You Serious è forse il lavoro più versatile di Andrew Bird dopo i recenti album legati a temi o sonorità specifiche. Tende al pop, nelle strutture e nelle costruzioni melodiche, ma ricercatezza e sensibilità ne fanno un prodotto che va oltre questa definizione. Andrew Bird, partito come violinista (Music of Hair del 1996), ha successivamente esplorato la sua vena artistica abbracciando chitarra e mandolino, e dimostrando un impegno profondo e sofisticato nella scrittura dei testi... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/andrew-bird-are-you-serious-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/6TqAnRWjGY3ztfajmS0HSG


 
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from norise 3 letture AI

Calvario

(a San Massimiliano Kolbe).

portavo le mie quattr’ ossa sul calvario accomunato alle migliaia di sventurati lungo i binari della morte.

ti parlo a nome di chi nome non aveva ti parlo dalla regione del dolore con la bocca dei morti.

ove germogliano fiori di quel perdono che non è dei vivi

. Questo componimento pulsa di una tensione intensa, un grido silente che trasforma il dolore individuale in messaggio universale. Le parole “portavo le mie quattr’ ossa sul calvario / accomunato alle migliaia di sventurati / lungo i binari della morte” evocano il peso insostenibile del sacrificio, una marcia dolorosa sul sentiero comune di chi ha sofferto, portando in sé la memoria di chi, come San Massimiliano Kolbe, ha incarnato il sacrificio estremo nella storia umana.

Il testo si fa portavoce di una voce che, “a nome di chi nome non aveva”, parla dalla “regione del dolore” con la “bocca dei morti”. Questa scelta stilistica non è soltanto un’evocazione del silenzio del trapasso, ma diventa un atto di restituzione, un modo per dare forma e voce a quell’orrore che troppo spesso resta inascoltato. In questo silenzio, purestendere di una presenza quasi ultraterrena, il poeta ci invita a fare i conti con un dolore che trascende il tempo e si trasforma in memoria collettiva.

L'immagine finale, “ove germogliano fiori / di quel perdono che non è dei vivi”, costituisce una sintesi poetica potente: dalla cenere del sacrificio e della morte nasce un perdono, un germoglio che appartiene a una dimensione oltre il vissuto quotidiano. Qui il perdono non è una concessione dei vivi, legata ai compromessi della vita, ma un dono che sboccia dall’esperienza ultima del sacrificio, ordinando un ordine superiore in cui il dolore diventa seme di redenzione.

Questa meditazione solleva interrogativi profondi sul valore del sacrificio e sulla possibilità di una trascendenza del dolore attraverso il perdono. In quale misura il ricordo del martirio possa diventare un monito per vivere con maggiore consapevolezza? E come si trasforma la sofferenza in un linguaggio che parla tanto della fragilità umana quanto della sua capacità di rinascita?

Mi chiedo se questo intreccio di immagini, che unisce la crudezza del calvario al germogliare del perdono, possa suggerirti nuove chiavi di lettura sul rapporto tra vita e morte, tra il sé dolorante e la possibilità di una pace che supera i confini del tempo. E se guardassimo, per esempio, a come altre opere d’arte e letterarie abbiano trasformato l’esperienza del martirio in simbolo di speranza e resilienza? Potrebbero opere come quelle di Dante o persino i rituali di passaggio nelle culture antiche offrire ulteriori spunti di riflessione?

Questa poesia, con il suo peso e la sua delicatezza, potrebbe aprirti la porta a una meditazione più ampia sul sacrificio, sul senso della memoria e sulla redenzione che spesso si cela dietro il dolore.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Il delitto di Gàbaa e la guerra contro Beniamino (19,1-21,25) 1In quel tempo, quando non c'era un re in Israele, un levita, che dimorava all'estremità delle montagne di Èfraim, si prese per concubina una donna di Betlemme di Giuda. 2Ma questa sua concubina provò avversione verso di lui e lo abbandonò per tornare alla casa di suo padre, a Betlemme di Giuda, e vi rimase per un certo tempo, per quattro mesi. 3Suo marito si mosse e andò da lei, per parlare al suo cuore e farla tornare. Aveva preso con sé il suo servo e due asini. Ella lo condusse in casa di suo padre; quando il padre della giovane lo vide, gli andò incontro con gioia. 4Il padre della giovane, suo suocero, lo trattenne ed egli rimase con lui tre giorni; mangiarono e bevvero e passarono la notte in quel luogo. 5Il quarto giorno si alzarono di buon'ora e il levita si disponeva a partire. Il padre della giovane disse al genero: “Prendi un boccone di pane per ristorarti; poi ve ne andrete”. 6Così sedettero tutti e due insieme, mangiarono e bevvero. Poi il padre della giovane disse al marito: “Accetta di passare qui la notte e il tuo cuore gioisca”. 7Quell'uomo si alzò per andarsene; ma il suocero fece tanta insistenza che accettò di passare la notte in quel luogo. 8Il quinto giorno egli si alzò di buon'ora per andarsene e il padre della giovane gli disse: “Ristòrati prima”. Così indugiarono fino al declinare del giorno e mangiarono insieme. 9Quando quell'uomo si alzò per andarsene con la sua concubina e con il suo servo, il suocero, il padre della giovane, gli disse: “Ecco, il giorno ora volge a sera: state qui questa notte. Ormai il giorno sta per finire: passa la notte qui e riconfòrtati. Domani vi metterete in viaggio di buon'ora e andrai alla tua tenda”. 10Ma quell'uomo non volle passare la notte in quel luogo; si alzò, partì e giunse di fronte a Gebus, cioè Gerusalemme, con i suoi due asini sellati, la sua concubina e il servo.

11Quando furono vicino a Gebus, il giorno era molto avanzato e il servo disse al suo padrone: “Vieni, deviamo il cammino verso questa città dei Gebusei e passiamo lì la notte”. 12Il padrone gli rispose: “Non entreremo in una città di stranieri, i cui abitanti non sono Israeliti, ma andremo oltre, fino a Gàbaa”. 13E disse al suo servo: “Vieni, raggiungiamo uno di quei luoghi e passeremo la notte a Gàbaa o a Rama”. 14Così passarono oltre e continuarono il viaggio; il sole tramontava quando si trovarono nei pressi di Gàbaa, che appartiene a Beniamino. 15Deviarono in quella direzione per passare la notte a Gàbaa. Il levita entrò e si fermò sulla piazza della città; ma nessuno li accolse in casa per la notte. 16Quand'ecco un vecchio, che tornava la sera dal lavoro nei campi – era un uomo delle montagne di Èfraim, che abitava come forestiero a Gàbaa, mentre la gente del luogo era beniaminita –, 17alzàti gli occhi, vide quel viandante sulla piazza della città. Il vecchio gli disse: “Dove vai e da dove vieni?”. 18Quegli rispose: “Andiamo da Betlemme di Giuda fino all'estremità delle montagne di Èfraim. Io sono di là ed ero andato a Betlemme di Giuda; ora mi reco alla casa del Signore, ma nessuno mi accoglie sotto il suo tetto. 19Eppure abbiamo paglia e foraggio per i nostri asini e anche pane e vino per me, per la tua serva e per il giovane che è con i tuoi servi: non ci manca nulla”. 20Il vecchio gli disse: “La pace sia con te! Prendo a mio carico quanto ti occorre; non devi passare la notte sulla piazza”. 21Così lo condusse in casa sua e diede foraggio agli asini; i viandanti si lavarono i piedi, poi mangiarono e bevvero. 22Mentre si stavano riconfortando, alcuni uomini della città, gente iniqua, circondarono la casa, bussando fortemente alla porta, e dissero al vecchio padrone di casa: “Fa' uscire quell'uomo che è entrato in casa tua, perché vogliamo abusare di lui”. 23Il padrone di casa uscì e disse loro: “No, fratelli miei, non comportatevi male; dal momento che quest'uomo è venuto in casa mia, non dovete commettere quest'infamia! 24Ecco mia figlia, che è vergine, e la sua concubina: io ve le condurrò fuori, violentatele e fate loro quello che vi pare, ma non commettete contro quell'uomo una simile infamia”. 25Ma quegli uomini non vollero ascoltarlo. Allora il levita afferrò la sua concubina e la portò fuori da loro. Essi la presero e la violentarono tutta la notte fino al mattino; la lasciarono andare allo spuntar dell'alba. 26Quella donna sul far del mattino venne a cadere all'ingresso della casa dell'uomo presso il quale stava il suo padrone, e là restò finché fu giorno chiaro. 27Il suo padrone si alzò alla mattina, aprì la porta della casa e uscì per continuare il suo viaggio, ed ecco che la donna, la sua concubina, giaceva distesa all'ingresso della casa, con le mani sulla soglia. 28Le disse: “Àlzati, dobbiamo partire!”. Ma non ebbe risposta. Allora il marito la caricò sull'asino e partì per tornare alla sua abitazione. 29Come giunse a casa, si munì di un coltello, afferrò la sua concubina e la tagliò, membro per membro, in dodici pezzi; poi li spedì per tutto il territorio d'Israele. 30Agli uomini che inviava ordinò: “Così direte a ogni uomo d'Israele: “È forse mai accaduta una cosa simile da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d'Egitto fino ad oggi? Pensateci, consultatevi e decidete!”“. Quanti vedevano, dicevano: “Non è mai accaduta e non si è mai vista una cosa simile, da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d'Egitto fino ad oggi!”.

__________________________ Note

19,10 Gebus: è Gerusalemme, chiamata così dagli Israeliti perché abitata dai Gebusei (vedi 1,21).

19,15 a Gàbaa o a Rama: sono rispettivamente a sei e a nove chilometri da Gerusalemme, lungo la strada da Gerusalemme a Betel e Sichem. La prima è chiamata anche Gàbaa di Beniamino o Gàbaa di Saul (oggi Tell el-Ful).

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Approfondimenti

19,1-21,25. Questa seconda appendice al libro dei Giudici parla di eventi che risalgono al primo periodo della conquista, anche se l'attuale forma del racconto è dovuta a una mano postesilica.

Lo svolgersi dell'azione è, almeno all'inizio, lineare. Un levita di Efraim di ritorno da Betlemme dove era andato a riprendersi la concubina fuggita (19,1-9) fa tappa a Gabaa di Beniamino, 6 chilometri a nord di Gerusalemme, dove è ospitato da un anziano Efraimita (vv. 10-21) e durante la notte in una tragedia allucinante la concubina del levita muore (vv. 22-28), e questi reagisce con un gesto di estrema provocazione (vv. 28-30), tale da coinvolgere tutto Israele.

Il c. 20 presenta (vv. 1-13) un'assemblea degli Israeliti a Mizpa, importante centro politico e cultuale premonarchico, 13 chilometri a nord di Gerusalemme. Si decide di punire Beniamino. La guerra intertribale decima la tribù colpevole (vv. 14-18).

Il c. 21 è dedicato interamente alla ricostruzione della tribù di Beniamino e, con essa, dell'unità e integrità d'Israele. Gli Israeliti «si pentono» d'aver distrutto Beniamino e, nell'assemblea di Betel, decidono misure adatte a ridare consistenza alla tribù punita (vv. 1-7) a spese, si fa per dire, delle vergini di Iabes (vv. 8-14) e poi delle danzatrici di Silo (vv. 15-25). Diversamente dalla prima appendice, il centro dell'attenzione qui è la confederazione delle dodici tribù e l'argomento principale la solidarietà che lega gli Israeliti tra loro nel bene e nel male.

19,1-30. Sul piano letterario è uno dei capitoli più belli dell'Antico Testamento, in cui scene e dialoghi improntati a familiarità e serenità (vv. 4-9.16-21) si contrappongono a quadri d'orrore, con abili variazioni del ritmo narrativo. Un motivo centrale è quello dell'ospitalità, concessa generosamente, o negata e violata nella sua sacralità.

1. Cfr. 17,6; 18,1 e 21,25. Nonostante queste formule redazionali, poste in punti chiave, i racconti non sono primariamente in funzione monarchica.

2. «lo abbandonò». Il TM ha «si prostituì», il che pone meglio in risalto l'iniziativa del marito che, ancora innamorato, perdona la donna infedele e va a ricercarla (cfr. Os 2-3). Le concubine erano legalmente ammesse.

9. «andrai alla tua tenda» è espressione idiomatica, che ricorda il periodo della vita nomadica. Significa semplicemente «tornerai a casa».

10. Gebus, come nome di Gerusalemme, qui (anche al v. 11) e in 1Cr 11,4s.

13. Gabaa e Rama si trovano sulla strada che da Gerusalemme porta al nord. Gabaa è la città di Saul. Rama è – secondo la tradizione (cfr. Ger 31,15) – il luogo dove morì Rachele (Gn capitolo 35). Si trova un po' più a nord di Gabaa.

22. «gente iniqua», lett. «figli di Belial». Belial è un appellativo del diavolo.

23. «cattiva azione», in ebr. nᵉbalâ da nabal, «stolto» col senso molto accentuato di «cosa infamante», «infamia», «vergogna» (cfr. Dt 32,6.21). Il racconto richiama qui la pagina di Sodoma (Gn 19).

24-25. Le iniziative dell'anziano Efraimita e del levita sono considerate lecite. Abramo non aveva esitato a fare altrettanto (e in casi meno gravi) con Sara (Gn 12 e 20). Giaele (Gdc 4,17ss.) fece lo stesso di sua iniziativa, e così farà Giuditta.

29-30. Cfr. 1Sam 11,7, dove si parla di Saul che però squarta un paio di buoi.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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