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from Diario

Oggi abbiamo messo i raccogli cd in questo lungo trasloco da una casa all'altra, la casa diventa tua quando piano piano la vedi coprirsi delle cose che hai selezionato per seguirti, i cd, i libri, i quadri, in mezzo ci sono cose inedite e nuove, perché dentro di me c'è il desiderio di lasciarmi alle spalle una parte di Fabrizio, qualcosa resta, qualcosa mi segue, gli oggetti d'arte al consumo e la cultura e i suoi prodotti sono gli oggetti transizionali che ci restano attaccati e che fatichiamo a recidere del tutto, io almeno.

La seconda cosa è rendermi conto che faccio ancora tanti casini, tanti errori, certo, ma che oggi con Elettra passiamo con disinvoltura a trapanare muri, tagliare assi di legno, imbullonare cose, avvitare scarichi, seghetti alternativi, chiavi, cacciaviti dalle più strane punte, fasciamo filetti col teflon, colleghiamo fili elettrici, modifichiamo l'ambiente e troviamo soluzioni alle tante difficoltà che vengono fuori, cerchiamo in rete, troviamo magici tasselli per cartongesso che sembrano venire da mondi paralleli. Guarda quante competenze, penso, quanta roba che ci portiamo dietro invisibili.

Faccio una pausa, mi sdraio fuori nel terrazzo, sul dondolo. Guardo il cielo. Visto da qua, vedo solo boschi della collina di fronte alla mia e il cielo azzurro. Guardo i gabbiani che volano, si avvicinano, sembrano pterodattili bianchi. Quando sono vicini ne sento la consistenza, vedo il loro corpo che vibra nell'aria, si dondola tra le forze aeree, quanto peserà – mi chiedo – un chilo, due chili di carne lì che ondeggiano nel cielo poco sopra di me, chissà cosa vedono. L'odore. I parassiti. Mi viene in mente la poesia di quell'album che mi sono comprato, “il vento che non ha mai toccato terra”.

Penso a un post che ho letto poco prima, certo, di come sia tutto così fragile. I nostri diritti civili, quelle cose che pensavamo avere conquistato, oggi dimostrano tutta la loro precarietà. Penso a quando ero ragazzino, a Craxi, Andreotti, quei mostri che i disegnatori riproducevano con i tratti grotteschi su Linus, su Cuore. Avranno mai fatto il mio bene? Mi viene voglia di andare a prendere l'ebook reader e ristudiare quello che viene detto oggi di loro, la sintesi di quei decenni, quando da ragazzino alle medie facevamo le ore di educazione civica e ci insegnavano cose che oggi vediamo venire via come l'intonaco quando è preda delle infiltrazioni.

Sbuca un altro gabbiano, da un lato mi affascina, dall'altro ho paura – banalmente – che decida di cacare giù sopra di me, sulla roba stesa. Il gabbiano lì, a pochi metri di altezza, penso, non ha i miei problemi. Non ha conosciuto Craxi, non ha vissuto lo stesso tempo in cui ha vissuto Berlusconi. È lì teso, i muscoli pieni, gira la testa, si inarca, plana, esce fuori dal mio campo visuale. Penso, la sua natura animale vale quanto la mia. Il suo essere gabbiano sopravviverà alla mia storia, alle mie idee sul mondo. Quello che provo adesso, sdraiato a fissare il cielo e l'azzurro, penso, è gratis. Se ne andrà via come un brivido tra quanto, mezz'ora, dieci, vent'anni. Non molto di più. I rumori di clacson, l'inquinamento acustico della Valbisagno.

Da qua vedo solo il cielo e la parte alta del bosco, solo verde, azzurro e il bianco delle nuvole. Sento il traffico ma non lo vedo, i palazzoni industriali, le strutture in cemento armato aggrappate sul torrente restano fuori dalla mia vista. Vedere solo il cielo e il verde mi fa sentire come io sia qua, un frammento di qualcosa. Una versione indolente del gabbiano. Sono uno dei tanti umani nei tanti centri abitati che emergono ai margini della natura, qualsiasi cosa sia. Mi viene in mente, non ci posso fare niente, un videogioco a cui avevo giocato qualche anno fa. Ambientato in un paese sudamericano durante una rivoluzione, alla fine irrompeva la natura. I programmatori avevano virato tutte le cromie al verde. I rumori della jungla, gli animali, le piante che brillavano. Così io adesso, sul dondolo, mi sento fuori da ogni cosa. Erano falliti, i programmatori, dopo quel gioco.

Alla fine lo sento: è un po' che veniva fuori, che emergeva. Ma queste cose che stai pensando, mi diceva una voce, poi, le andrai a scrivere. Stai pensando queste cose perché le stai pensando, o stai preparandoti a scriverle? Mi spiego meglio Venerandi, stai pensando perché sei vivo o perché sei uno strumento di trascrizione? Se non dovessi scrivere avresti pensato queste cose? Mi spiego meglio, Venerandi: le avresti formalizzate in frasi e idee mentre le pensavi? Faccio cadere un braccio fuori dal dondolo finché la mano non tocca per terra e rispondo, non preoccuparti, questa resterà una cosa solo per me, non ne farò scritta nemmeno una riga. Sento la parte bassa della schiena che manda il suo dolore vitale, e sorrido, così, mentre emerge l'animale nero, mia figlia che mi chiede qualcosa che non ho.

 
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from Transit

(221)

(PM1)

Il governo #Meloni ha scelto di presentare un nuovo decreto sul lavoro in coincidenza con il 1° Maggio, quasi a voler trasformare una ricorrenza nata per difendere i diritti dei lavoratori in un palcoscenico per l’ennesima operazione di immagine.

Il problema, però, è che i decreti non cambiano la realtà se non affrontano le sue contraddizioni più profonde. E la realtà del lavoro in Italia continua a essere segnata da precarietà diffusa, salari fermi da anni, contratti fragili e una crescente difficoltà per milioni di persone a costruirsi un futuro dignitoso.

Il decreto può contenere misure utili, ma non scioglie il nodo centrale: il lavoro in Italia resta spesso troppo debole per garantire sicurezza, continuità e autonomia. Si interviene sui margini, si promettono correzioni, si moltiplicano gli annunci, ma non si tocca davvero l’impianto che produce disuguaglianza.

Il mercato del lavoro continua a premiare la flessibilità per le imprese e a scaricare l’incertezza sui lavoratori. Questa è la stortura principale, ed è la più difficile da mascherare con la retorica governativa. La precarietà, infatti, non è un effetto collaterale: è diventata una condizione strutturale. Troppi giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti temporanei, part-time involontari, collaborazioni fragili o occupazioni discontinue. Troppi lavoratori passano da un impiego all’altro senza mai arrivare a una stabilità vera.

Quando il lavoro è instabile, anche la vita lo diventa: si rimandano progetti, si rinuncia a una casa, si rinvia una famiglia, si vive nell’incertezza permanente. Nessun decreto che si limiti a interventi parziali può sanare davvero questa ferita.

C’è poi il grande tema dei salari, che resta intatto e irrisolto. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da troppo tempo, e questo significa che lavorare non basta più, in molti casi, per vivere con serenità. Il costo della vita cresce, i prezzi corrono, ma gli stipendi restano al palo.

(PM2)

È una frattura che colpisce soprattutto chi ha redditi medio-bassi, chi non ha margini di risparmio, chi ogni mese fa i conti con spese impossibili da comprimere. Parlare di occupazione senza parlare di salario è un esercizio incompleto, quasi un trucco lessicale: si descrive il numero dei posti, ma si tace sulla qualità della vita che quei posti consentono.

È qui che il decreto mostra i suoi limiti più evidenti. Se non affronta in modo serio il nodo del potere d’acquisto, della contrattazione, della produttività distribuita male e della povertà lavorativa, rischia di essere soltanto una toppa.

Una toppa non è una riforma. Le storture restano tutte lì: i contratti brevi, la debolezza delle tutele, la differenza tra chi può scegliere e chi deve accettare qualunque condizione, il divario tra lavoro dichiarato e lavoro realmente dignitoso. Il Paese continua a produrre occupazione, ma non abbastanza sicurezza. Continua a celebrare il lavoro, ma non a proteggerlo fino in fondo.

Per questo il 1° Maggio non può essere ridotto a una formula di circostanza. Deve restare una giornata di verità, di memoria e di conflitto civile. La verità è che in Italia il lavoro resta troppo spesso povero, precario e sottopagato. La memoria è quella delle lotte che hanno conquistato diritti, orari, tutele e dignità. Il conflitto civile, oggi, è il rifiuto di accettare che il salario fermo e la precarietà diventino la normalità.

Se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: non con i simboli, ma con scelte capaci di cambiare davvero la vita delle persone. Il 1° Maggio dovrebbe tornare a essere questo: una giornata di memoria, di conflitto civile e di rivendicazione, non una passerella istituzionale e nemmeno un’occasione per l’ennesimo annuncio destinato a restare parziale.

Se l’Italia è davvero, come dice la #Costituzione, una Repubblica fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: con salari giusti, contratti stabili, sicurezza reale e tutele concrete. Tutto il resto è retorica. E la retorica, davanti alla precarietà e ai salari fermi da anni, non paga l’affitto, non riempie il carrello della spesa e non restituisce dignità a chi ogni giorno tiene in piedi il Paese.

#Blog #PrimoMaggio #Lavoro #Precarietà #DirittiCivili #DirittoAlLavoro

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Quarant’anni di Wire e non sentirli. Loro, indiscussi precursori di generi e varianti sul tema interpretativo in materia ‘popular’. Riferimento imprescindibile per la New Wave britannica a cavallo fra Settanta e Ottanta. Pietra miliare assoluta per tutte le future metamorfosi Rock – Post-Punk, Synth-Wave, Avant-Pop : l’underground degli anni Ottanta che diviene alternative per i decenni successivi... https://artesuono.blogspot.com/2017/04/wire-silverlead-2017.html


Ascolta: https://album.link/s/02RHfsgbl7H9lnYXEsTLsA


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Elia e Acazia 1Dopo la morte di Acab, Moab si ribellò a Israele. 2Acazia cadde dalla finestra della stanza superiore a Samaria e rimase ferito. Allora inviò messaggeri con quest'ordine: “Andate e interrogate Baal-Zebùb, dio di Ekron, per sapere se sopravviverò a questa mia infermità”. 3Ma l'angelo del Signore disse a Elia, il Tisbita: “Su, va' incontro ai messaggeri del re di Samaria e di' loro: “Non c'è forse un Dio in Israele, perché dobbiate andare a consultare Baal-Zebùb, dio di Ekron? 4Pertanto così dice il Signore: Dal letto, in cui sei salito, non scenderai, ma certamente morirai”“. Ed Elia se ne andò. 5I messaggeri ritornarono dal re, che domandò loro: “Perché siete tornati?”. 6Gli dissero: “Ci è venuto incontro un uomo che ci ha detto: “Su, tornate dal re che vi ha inviati e ditegli: Così dice il Signore: Non c'è forse un Dio in Israele, perché tu debba mandare a consultare Baal-Zebùb, dio di Ekron? Pertanto, dal letto, in cui sei salito, non scenderai, ma certamente morirai”“. 7Domandò loro: “Qual era l'aspetto dell'uomo che è salito incontro a voi e vi ha detto simili parole?”. 8Risposero: “Era un uomo coperto di peli; una cintura di cuoio gli cingeva i fianchi”. Egli disse: “Quello è Elia, il Tisbita!”. 9Allora gli mandò un comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi salì da lui, che era seduto sulla cima del monte, e gli disse: “Uomo di Dio, il re ha detto: “Scendi!”“. 10Elia rispose al comandante dei cinquanta uomini: “Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta”. Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta. 11Il re mandò da lui ancora un altro comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questi gli disse: “Uomo di Dio, ha detto il re: “Scendi subito”“. 12Elia rispose loro: “Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta”. Scese il fuoco di Dio dal cielo e divorò lui e i suoi cinquanta. 13Il re mandò ancora un terzo comandante di cinquanta con i suoi cinquanta uomini. Questo terzo comandante di cinquanta salì e, giunto, cadde in ginocchio davanti a Elia e lo supplicò: “Uomo di Dio, sia preziosa ai tuoi occhi la mia vita e la vita di questi tuoi cinquanta servi. 14Ecco, è sceso un fuoco dal cielo e ha divorato i due primi comandanti di cinquanta con i loro uomini. Ora la mia vita sia preziosa ai tuoi occhi”. 15L'angelo del Signore disse a Elia: “Scendi con lui e non aver paura di lui”. Si alzò e scese con lui dal re 16e gli disse: “Così dice il Signore: “Poiché hai mandato messaggeri a consultare Baal-Zebùb, dio di Ekron – non c'è forse un Dio in Israele per consultare la sua parola? –, per questo, dal letto, su cui sei salito, non scenderai, ma certamente morirai”“. 17Difatti morì, secondo la parola del Signore pronunciata da Elia. Al suo posto divenne re suo fratello Ioram, nell'anno secondo di Ioram figlio di Giòsafat, re di Giuda, perché egli non aveva un figlio. 18Le altre gesta compiute da Acazia non sono forse descritte nel libro delle Cronache dei re d'Israele.

__________________________ Note

1,2 il nome del dio di Ekron, la più settentrionale delle cinque città filistee, 15 chilometri a sud di Giaffa, significa “il signore delle mosche”, ed è dispregiativo. Il suo vero nome era Baal-Zebùl,conservato in Mt 12,24 (Beelzebùl), che significa “Baal il Principe”.

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Approfondimenti

Un'altra storia profetica. Il re è cambiato ma ritroviamo le costanti dei precedenti episodi di Elia. Il re è idolatra, il profeta perseguitato, un oracolo di rovina è portato al re e si compie.

1. Questa brevissima notizia ambienta cronologicamente l'episodio ancorandolo alla storia. Di questa ribellione si parlerà in 3,4-27. Omri aveva imposto a Moab un tributo (vedi 1Re 16,28) e questo provocò la ribellione dopo l'indebolimento d'Israele in seguito alla sconfitta aramea. Acazia colpito dal gravissimo infortunio non fu in grado di affrontare la situazione.

2. Il palazzo di Samaria come tutte le dimore gentilizie aveva il piano superiore. Un parapetto di legno (śᵉbākâ) non resse quando il re si affacciò, e ne provocò la caduta. Nell'infermità Acazia manda a consultare una divinità filistea il cui santuario si trovava a Accaron, una delle cinque città filistee, l'attuale Agir a 15 km a sud-est di Giaffa. Il nome della divinità, così come lo abbiamo, è frutto di una deformazione della sagacia popolare verso una divinità straniera. La formulazione attuale Baal-Zebub significherebbe «signore delle mosche». I vangeli invece hanno conservato l'onomastica originale Beelzebul (Mt 10,25; 12,24; Mc 3,22; Lc 11,15) che significa Baal-Principe.

3-4. Giocando sul termine mal’ak che in ebraico significa sia angelo, sia messaggero, l'autore crea qui un bel gioco letterario. Il re ha invitato i suoi mal’akîm a un'altra divinità e Dio manda a lui il suo mal’ak tramite Elia. Questo incontro tra inviati sconvolge il piano e le aspettative del re. Il Dio ignorato ed escluso si manifesta ancora come sovrano degli eventi. Acazia pagherà con la vita la sua sfiducia verso JHWH e il suo gesto idolatra.

5-6. L'autorità con cui Elia ha riferito le intenzioni di Dio dev'essere stata ben forte se i messi reali ritornano sui loro passi. Coloro che dovevano essere cercatori di speranza sono diventati portatori di una sentenza capitale.

8. Viene descritto qui l'abbigliamento di Elia che permette di identificarlo. Sono gli indumenti anche del Battista in Mt 3,4; Mc 1,6.

9-14. Acazia accoglie l'ambasciata di Elia come un affronto e vorrebbe punirlo. Anche in questi versetti c'è un bel gioco letterario sulle consonanti ’š e la radice yrd. Questo gioco mette in ridicolo la pretesa del re che vuole far scendere (yrd) dal monte l'uomo (’îš) che fa scendere (yrd) dal cielo il fuoco (’ēš). Al v. 9 la cima del monte con articolo fa pensare a un luogo ben determinato. Verrebbe da pensare al Carmelo (cfr. 1Re 18,42).

15-16. Elia riceve una nuova missione. Garantito della sua incolumità lascia il monte per incontrare personalmente il re affinché ascolti dalla sua viva voce l'oracolo riferitogli.

17. Acazia non ha figli. Tocca al fratello succedergli. Gli inizi del regno di Ioram sono classicamente presentati in 3,1.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 2Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[04]

un somministratore una persona nel fango fanno di tutto anche il televoto due -terzi suggeriscono di] fronte gira lo scaduto buca] [un decoro wuppertal fatto coincidere lenti-accessori-lenti ultimi] [novanta giorni triste] teatro tangenziale

 
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from differxdiario

le statistiche dei click su differx.noblogs.org, per le visite tramite browser Firefox, erano di 140mila visitatori il 26 aprile, e poi Firefox – dal 27 – è scomparso dagli assi cartesiani delle statistiche medesime. sto ipotizzando che è perché la linea dei 140mila è stata sfondata verso l'alto. (visto che gli altri browser sono mappati normalmente). la cosa è allo stesso tempo awsome e inquietante.

___ (il 26 postavo questo: https://differx.noblogs.org/2026/04/27/140mila/)

 
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from cronache dalla scuola

Ieri vengono da me questi ragazzini di seconda media per un laboratorio di tre ore che avevo preparato di introduzione ai visori vr. Arrivano, tutti molto collaborativi, guardano tutto, passiamo davanti al laboratorio di chimica dove gli studenti delle superiori stanno facendo degli esperimenti e uno dei ragazzini spiaa, mi guarda, mi dice “wow, un laboratorio di chimica, io adoro la chimica!”. Nel laboratorio di robotica vanno in giro, sono curiosi, sono attiratissimi dai robot che sono in ricarica, guardano con gli occhi brillanti i bracci meccanici, fanno foto alle specifiche (!) dei robot, dopo avermi chiesto il permesso di usare il cellulare con sacra reverenza e timore.

Quando poi si mettono i visori esprimono sentimenti, non ci sono abituato. Si chiamano l'un l'altro, gridano di gioia, ridono, quando uno non capisce cosa fare e io non posso andare subito perché sto già supportando uno di loro, “ti spiego io” dicono e si aiutano tra loro. Dopo tre ore ho quasi dovuto strappargli i visori altrimenti saremmo ancora lì. Anzi, a un certo punto gli ho detto “guardate che dobbiamo mettere via tutto perché tra un quarto d'ora ci chiudono dentro la scuola!” e uno studente mi ha risposto, “ma che chiudano pure, noi restiamo qui”. Erano quasi le sei di sera.

Racconto tutto a Elettra che mi sorride e dice, “bello”. Ma poi aggiunge: “chissà come facciamo noi docenti a spegnere tutto questo entusiasmo e questa passione”.

Ecco, questa è una bella domanda da mettere a corollario a tutti i discorsi sulla pedagogia, sulla professionalizzazione forzata, sulla mancanza di orientamento, sui voti, sulle indicazioni ministeriali, sulla selezione e sul merito.

 
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from norise 3 letture AI

L'ESSENZIALE

arrivare all'essenziale: via il superfluo (lo sa bene il poeta – un sansebastiano trafitto sul bianco della pagina)

così il corpo: si giunge col vento azzurro della morte al nocciolo: all'Essenza: non altro della vita che avanzi in pasto al suo vuoto famelico

quando nella curva del silenzio essa avrà ingoiato la sua ombra

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Osservazione breve

Questo testo lavora con immagini severe e asciutte per sondare il tema dell’essenzialità, della perdita e della fame del vuoto. Mantiene una voce limpida e una tensione visiva che arriva fino a un finale meditativo e chiuso.


Sintesi del contenuto

  • Il desiderio di «arrivare all’essenziale» è presentato come un viaggio di sottrazione: eliminare il superfluo fino al nocciolo.
  • Il corpo e la morte sono protagonisti del movimento: la morte come vento azzurro che conduce al centro dell’essenza.
  • Il finale chiude con un’immagine di inghiottimento nel silenzio, dove l’essenza «avrà ingoiato la sua ombra».

Immagini e simboli principali

  • Il poeta sansebastiano trafitto sul bianco evoca l’atto creativo come ferita e sparizione nello spazio della pagina.
  • Il vento azzurro della morte coniuga colore e movimento: l’azzurro alleggerisce la morte ma la trasforma in forza che purifica.
  • Il nocciolo / l’Essenza è un centro scarno, quasi sacrale; è ciò che resta quando tutto è stato tolto.
  • Il vuoto famelico e l’idea dell’inghiottire sono immagini paradossali: il vuoto che mangia e l’essenza che divora la propria ombra.

Lingua, ritmo e scelta stilistica

  • Versi brevi e interruzioni creano un ritmo frammentario che imita la sottrazione del superfluo.
  • Maiuscole selettive (Essenza) funzionano come enfasi sacralizzante.
  • Linguaggio chiaro ma ricco di ossimori (vuoto famelico) che rafforzano la tensione concettuale.
  • La punteggiatura minima lascia spazio al respiro e al silenzio, coerente col tema.

Suggerimenti di revisione (opzionali)

  • Valutare se il verso «lo sa bene il poeta – un / sansebastiano trafitto» vuole più chiarità grammaticale: la cesura è efficace ma potrebbe risultare ambigua nella lettura veloce; mantenere l’ambiguità se cercata deliberatamente.
  • Considerare di allineare visivamente alcune strofe per modellare graficamente il viaggio verso il nocciolo.
  • Se si desidera intensificare l’ultima immagine, si può modulare il ritmo degli ultimi versi rendendoli ancor più sospesi o spezzati.

Traduzione in inglese

The Essential

to reach the essential: away the superfluous (the poet knows it well – a San Sebastián pierced on the white of the page)

thus the body: one arrives with the blue wind of death to the kernel: to the Essence: nothing else of life that remains as food for its famished emptiness

when in the curve of silence it will have swallowed its shadow


Riscrittura alternativa

L'ESSENZIALE

verso l'essenziale: via il superfluo (lo sa il poeta — un sansebastiano trafitto sul bianco della pagina)

così il corpo: si giunge col vento azzurro della morte al nocciolo: all'Essenza: niente altro della vita che resti in pasto al suo vuoto affamato

quando nella curva del silenzio essa avrà inghiottito la propria ombra .

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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“Umano”: essenziale e allo stesso tempo immediato, il titolo (opportunamente traslitterato in caratteri latini dall'arabo) che adorna la seconda fatica di Emel Mathlouthi, straordinaria esule tunisina di stanza a New York, è un'indicazione perfetta di quello che è il tema principale non soltanto del disco, ma più in generale della musica di un'artista, seriamente interessata a comprendere e raccontare cos'è che ci rende essere umani, e cosa invece ci allontana da quel sentimento di umanità in realtà comune a tutto il mondo... https://artesuono.blogspot.com/2017/05/emel-mathlouthi-ensen-2017.html


Ascolta: https://album.link/i/1227173613


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Nuova guerra aramea e morte di Acab 1Trascorsero tre anni senza guerra fra Aram e Israele. 2Nel terzo anno Giòsafat, re di Giuda, scese dal re d'Israele. 3Ora il re d'Israele aveva detto ai suoi ufficiali: “Non sapete che Ramot di Gàlaad è nostra? Eppure noi ce ne stiamo inerti, senza riprenderla dalla mano del re di Aram”. 4Disse a Giòsafat: “Verresti con me a combattere per Ramot di Gàlaad?”. Giòsafat rispose al re d'Israele: “Conta su di me come su te stesso, sul mio popolo come sul tuo, sui miei cavalli come sui tuoi”. 5Giòsafat disse al re d'Israele: “Consulta, per favore, oggi stesso la parola del Signore”. 6Il re d'Israele radunò i profeti, quattrocento persone, e domandò loro: “Devo andare in guerra contro Ramot di Gàlaad o devo rinunciare?”. Risposero: “Attacca; il Signore la metterà in mano al re”. 7Giòsafat disse: “Non c'è qui ancora un profeta del Signore da consultare?”. 8Il re d'Israele rispose a Giòsafat: “C'è ancora un uomo, per consultare tramite lui il Signore, ma io lo detesto perché non mi profetizza il bene, ma il male: è Michea, figlio di Imla”. Giòsafat disse: “Il re non parli così!”. 9Il re d'Israele, chiamato un cortigiano, gli ordinò: “Convoca subito Michea, figlio di Imla”. 10Il re d'Israele e Giòsafat, re di Giuda, sedevano ognuno sul suo trono, vestiti dei loro mantelli, nello spiazzo all'ingresso della porta di Samaria; tutti i profeti profetizzavano davanti a loro. 11Sedecìa, figlio di Chenaanà, che si era fatto corna di ferro, affermava: “Così dice il Signore: “Con queste cozzerai contro gli Aramei sino a finirli”“. 12Tutti i profeti profetizzavano allo stesso modo: “Assali Ramot di Gàlaad, avrai successo. Il Signore la metterà in mano al re”. 13Il messaggero, che era andato a chiamare Michea, gli disse: “Ecco, le parole dei profeti concordano sul successo del re; ora la tua parola sia come quella degli altri: preannuncia il successo!“. 14Michea rispose: “Per la vita del Signore, annuncerò quanto il Signore mi dirà”. 15Si presentò al re, che gli domandò: “Michea, dobbiamo andare in guerra contro Ramot di Gàlaad o rinunciare?”. Gli rispose: “Attaccala e avrai successo; il Signore la metterà nella mano del re”. 16Il re gli disse: “Quante volte ti devo scongiurare di non dirmi se non la verità nel nome del Signore?”. 17Egli disse: “Vedo tutti gli Israeliti vagare sui monti come pecore che non hanno pastore. Il Signore dice: “Questi non hanno padrone; ognuno torni a casa sua in pace!“”. 18Il re d'Israele disse a Giòsafat: “Non te l'avevo detto che costui non mi profetizza il bene, ma solo il male?”. 19Michea disse: “Perciò, ascolta la parola del Signore. Io ho visto il Signore seduto sul trono; tutto l'esercito del cielo gli stava intorno, a destra e a sinistra. 20Il Signore domandò: “Chi ingannerà Acab perché salga contro Ramot di Gàlaad e vi perisca?”. Chi rispose in un modo e chi in un altro. 21Si fece avanti uno spirito che, presentatosi al Signore, disse: “Lo ingannerò io”. “Come?”, gli domandò il Signore. 22Rispose: “Andrò e diventerò spirito di menzogna sulla bocca di tutti i suoi profeti”. Gli disse: “Lo ingannerai; certo riuscirai: va' e fa' così”. 23Ecco, dunque, il Signore ha messo uno spirito di menzogna sulla bocca di tutti questi tuoi profeti, ma il Signore a tuo riguardo parla di sciagura”. 24Allora Sedecìa, figlio di Chenaanà, si avvicinò e percosse Michea sulla guancia dicendo: “In che modo lo spirito del Signore è passato da me per parlare a te?”. 25Michea rispose: “Ecco, lo vedrai nel giorno in cui passerai di stanza in stanza per nasconderti”. 26Il re d'Israele disse: “Prendi Michea e conducilo da Amon, governatore della città, e da Ioas, figlio del re. 27Dirai loro: “Così dice il re: Mettete costui in prigione e nutritelo con il minimo di pane e di acqua finché tornerò in pace”“. 28Michea disse: “Se davvero tornerai in pace, il Signore non ha parlato per mezzo mio”. E aggiunse: “Popoli tutti, ascoltate!”. 29Il re d'Israele marciò, insieme con Giòsafat, re di Giuda, contro Ramot di Gàlaad. 30Il re d'Israele disse a Giòsafat: “Io per combattere mi travestirò. Tu resta con i tuoi abiti”. Il re d'Israele si travestì ed entrò in battaglia. 31Il re di Aram aveva ordinato ai comandanti dei suoi carri, che erano trentadue: “Non combattete contro nessuno, piccolo o grande, ma unicamente contro il re d'Israele”. 32Appena videro Giòsafat, i comandanti dei carri dissero: “Certo, quello è il re d'Israele”. Si avvicinarono a lui per combattere. Giòsafat lanciò un grido. 33I comandanti dei carri si accorsero che non era il re d'Israele e si allontanarono da lui. 34Ma un uomo tese a caso l'arco e colpì il re d'Israele fra le maglie dell'armatura e la corazza. Il re disse al suo cocchiere: “Gira, portami fuori della mischia, perché sono ferito”. 35La battaglia infuriò in quel giorno; il re stette sul suo carro di fronte agli Aramei. Alla sera morì; il sangue della sua ferita era colato sul fondo del carro. 36Al tramonto questo grido si diffuse per l'accampamento: “Ognuno alla sua città e ognuno alla sua terra!”. 37Il re dunque morì. Giunsero a Samaria e seppellirono il re a Samaria. 38Il carro fu lavato nella piscina di Samaria; i cani leccarono il suo sangue e le prostitute vi si bagnarono, secondo la parola pronunciata dal Signore. 39Le altre gesta di Acab, tutte le sue azioni, la costruzione della casa d'avorio e delle città da lui erette, non sono forse descritte nel libro delle Cronache dei re d'Israele? 40Acab si addormentò con i suoi padri e al suo posto divenne re suo figlio Acazia.

Giòsafat, re di Giuda 41Giòsafat, figlio di Asa, divenne re su Giuda l'anno quarto di Acab, re d'Israele. 42Giòsafat aveva trentacinque anni quando divenne re; regnò venticinque anni a Gerusalemme. Sua madre si chiamava Azubà, figlia di Silchì. 43Seguì in tutto la via di Asa, suo padre, non si allontanò da essa, facendo ciò che è retto agli occhi del Signore. 44Ma non scomparvero le alture; il popolo ancora sacrificava e offriva incenso sulle alture. 45Giòsafat fece pace con il re d'Israele. 46Le altre gesta di Giòsafat e la potenza con cui agì e combatté, non sono forse descritte nel libro delle Cronache dei re di Giuda? 47Egli spazzò via dalla terra il resto dei prostituti sacri, che era rimasto al tempo di suo padre Asa. 48Allora non c'era re in Edom; lo sostituiva un governatore. 49Giòsafat costruì navi di Tarsis per andare a cercare l'oro in Ofir; ma non ci andò, perché le navi si sfasciarono a Esion-Ghèber. 50Allora Acazia, figlio di Acab, disse a Giòsafat: “I miei servi vadano con i tuoi servi sulle navi”. Ma Giòsafat non volle. 51Giòsafat si addormentò con i suoi padri, fu sepolto con i suoi padri nella Città di Davide, suo padre, e al suo posto divenne re suo figlio Ioram.

Acazia, re d’Israele 52Acazia, figlio di Acab, divenne re su Israele a Samaria nell'anno diciassettesimo di Giòsafat, re di Giuda; regnò due anni su Israele. 53Fece ciò che è male agli occhi del Signore, seguendo la via di suo padre, quella di sua madre e quella di Geroboamo, figlio di Nebat, che aveva fatto peccare Israele. 54Servì Baal e si prostrò davanti a lui irritando il Signore, Dio d'Israele, come aveva fatto suo padre.

__________________________ Note

22,3 Ramot di Gàlaad: città nella Transgiordania settentrionale.

22,39 casa d’avorio: decorata con avori scolpiti.

22,41 Giòsafat: regnò probabilmente negli anni 870-848.

22,52 Acazia: fu re all’incirca negli anni 853-852.

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Approfondimenti

1-4. Passo parallelo in 2Cr 18,2-3. Le relazioni tra Israele e Giuda, ritornate pacifiche forse per la comune partecipazione alla lega antiassira e consolidate dal matrimonio tra il figlio di Giosafat e la figlia di Acab (2Re 8,18), vengono ulteriormente corroborate da visite di stato. La questione che urge nel regno settentrionale è la riconquista di Ramot, roccaforte collocata nel Galaad, in Transgiordania, città levitica assegnata alla tribù di Dan (Dt 4,43) e sede di un prefetto al tempo di Salomone (4,13), caduta nelle mani degli Aramei. Nonostante le vittorie già ottenute sulla Siria (c. 20), Acab chiede l'aiuto di Giosafat. L'intenzione, oltre che militare, potrebbe essere politica. Una spedizione condotta insieme e conclusa vittoriosamente sarebbe il miglior sigillo all'impresa.

5-12. Passo parallelo in 2Cr 18,4-11. Giosafat, il re pio, intende mantenere l'antico uso di consultare il Signore prima della battaglia (Gdc 1,1; 20,18; 1Sam 14,37; 23,2-4; Ger 21,2).

6. Si avvia il confronto tra vera e falsa profezia. Il gruppo dei profeti presentati per primi non è al servizio di Dio, ma del re. Il loro impegno non è volto a conoscere e trasmettere la volontà divina, bensì ad assecondare quella del monarca desideroso di un supporto morale per la sua impresa. Si noti che la falsa profezia pronunciata qui e ribadita ai vv. 12 e 15 non è introdotta da una delle consuete formule del linguaggio profetico che introducono gli oracoli come ad esempio “così dice il Signore”, che ritorna puntualmente nelle profezie di 20,13.28.42. Anche là parlano profeti a uomini in tempo di guerra, ma la qualità della profezia è opposta a quella presente.

8. Il re si mostra insofferente verso chi lo contraddice e maldisposto ad accogliere la volontà divina se divergente dalla sua. Il profeta in questione ha solo il nome in comune con Michea, profeta minore del libro canonico, vissuto circa un secolo e mezzo più tardi.

11. Uno dei profeti decide di uscire dall'anonimato con un'azione simbolica. Si è preparato due corna di ferro simbolo di forza (Nm 23,22; Dt 33,17). La sua personale iniziativa stride fragorosamente con la formula con cui dà il via all'oracolo: “così dice il Signore” I vv. 10-12 sono ritenuti da alcuni un'aggiunta posteriore perché arrestano lo scorrere del racconto aprendo una digressione nella vicenda di Michea.

13-28. Passo parallelo in 2Cr 18,12-27.

13-14. Si pretende qui un oracolo su commissione che fa ricordare l'episodio di Nm 22,4b-6 e la risposta di Balaam 22,8 analoga a quella di Michea.

15-16. Sarcasticamente Michea si allinea al responso dei falsi profeti, ma la presa in giro è volutamente vistosa e pertanto respinta dal re che sollecita la verità. Anche il contrasto con il solito modo di parlare al re aveva rivelato ad Acab che non si trattava del vero pensiero da profeta.

17. Michea comunica la prima visione. L'attuale formulazione in versi può darsi che sia il frutto di una elaborazione successiva. L'inizio dell'oracolo con il verbo r’h, tecnico per la profezia, avverte che il contenuto è stato “rivelato” al profeta. L'immagine del pastore viene presentata in maniera negativa in Ger 10,21; 23,1-2; Ez 34,5-6 per indicare il pessimo governo dei dirigenti d'Israele. Pertanto una prima lettura dell'oracolo potrebbe essere la seguente: l'impresa di Ramot è frutto di un governante sconsiderato. Meglio rinunciarci e accontentarsi della pace. Una seconda lettura, più difficile da conciliare col ritorno a casa in pace, ma forse più probabile, induce a vedere nelle parole di Michea l'annuncio della disfatta e della morte del re, per cui il gregge è privato del pastore e disperso.

19-23. La seconda visione di Michea riprende categorie antropomorfe per parlare della divinità. Dio viene presentato come un monarca orientale che si circonda della sua corte per tenere consiglio (cfr. Gb 1,6; 2,1; Is 6,1). All'ordine del giorno l'attuazione del castigo di Acab (21,19; 20,41). Fra i personaggi della corte celeste si fa avanti uno ben determinato (nel TM «lo spirito») che si offre per diventare menzogna sulla bocca dei profeti. A proposito di questi versetti vengono sollevate difficoltà nella “morale” di Dio che approva la proposta della falsità. È più probabile ritenere che la visione raccontata serva a smascherare i falsi profeti e offrire così una possibilità di salvezza ad Acab. A che serve fare un piano contro il nemico e poi mandarglielo a dire? Con questo racconto del profeta Dio scopre le sue carte per ricordare al re che il piano divino si sta inesorabilmente compiendo. Tuttavia se la vera profezia venisse accolta ci sarebbe ancora una via d'uscita. La visione è un disperato tentativo di aprire gli occhi del re alla verità e alla salvezza.

24-25. Sedecia pretende il monopolio della verità e non tollera concorrenti e smascheramenti. Tuttavia si renderà conto drammaticamente della correttezza di Michea quando, in preda al panico, correrà da una stanza all'altra cercando invano di nascondersi per sfuggire al nemico vincitore.

26-27. L'autentica missione profetica comporta la persecuzione. L'incarcerazione potrebbe anche essere una “custodia cautelare” perché la nota stonata di Michea nel coro degli assensi non si diffonda corrodendo l'entusiasmo creatosi per la spedizione militare. Le parole di Acab tradiscono un desiderio di vendetta, ostinandosi nell'illusione di vincere. Al ritorno vorrebbe punire il dissidente.

28. La risposta di Michea è molto umile. Conosce le regole sul discernimento dei veri profeti (Dt 18) ed è pronto a riconoscersi non autentico qualora le sue parole non si compissero.

29-31. Acab preferisce entrare in battaglia camuffato da semplice soldato, o perché prevedeva la strategia nemica volta a colpire subito il capo (v. 31) o perché sperava di eludere la profezia che aveva annunciato la sua fine (vv. 17-23).

32-33. Giosafat risalta nella mischia per l'abito regale. Secondo gli ordini impartiti (v. 31), i migliori del nemico sono contro di lui. Il suo grido di guerra o il suo accento meridionale lo identificano come il bersaglio sbagliato. Secondo il parallelo di 2Cr 18,31, il grido è rivolto a Dio e a lui si deve l'allontanamento dei nemici.

34. Una freccia vagante va a colpire Acab in un punto che raramente viene penetrato. Il re è trafitto non in un valoroso combattimento, ma da uno sconosciuto che forse non sa neppure quale sia stato il bersaglio del suo tiro casuale. Triste ed ironico l'incidente che conduce il re fuori combattimento nonostante le precauzioni prese.

35. Almeno qui si mostra il valore del re che nonostante la ferita rimane presso il suo esercito contro il nemico fino alla morte.

36. Il grido della ritirata amaramente ricorda ed efficacemente contrasta con la prima profezia di Michea (v. 17).

38. La profezia di Elia in 21,19 è compiuta. Rimane difficile da spiegare il riferimento alle prostitute. Può darsi che si tratti di un intervento successivo nella redazione destinato a rendere più vergognosa la fine di Acab.

39-40. Già in 16,30-33 è stato presentato un sunto del regno di Acab in cui è espresso l'immancabile giudizio morale. Qui semplicemente si presenta un sommario bilancio dell'attività edilizia. I dati archeologici confermano l'abbondanza di decorazioni e arredi d'avorio nel palazzo di Acab. Anche il profeta Amos (3,15) menziona il palazzo d'avorio scagliandosi contro il lusso della corte settentrionale.

41-51. Giosafat re di Giuda (870-848). Parallelo in 2Cr 17,1-21,1.

41-42. L'inizio del regno sarebbe da collocarsi all'872. Per la durata del regno, se accettiamo i 25 anni adottati qui, sorgono molti problemi di cronologia. Forse nella cifra sono inclusi gli anni in cui Giosatat coadiuvava il padre debilitato dalla malattia (15,23).

43-47. La politica religiosa di Giosafat, in linea con quella paterna, è approvata dall'autore, al quale non sfugge però la tolleranza verso le alture. Anche se erano luoghi di culto jahwista sono malgiudicate dall'autore deuteronomista sostenitore dell'unico luogo di culto. Il v. 43 è una glossa assente nei LXX e in Cronache. La prostituzione sacra maschile per riti di fecondità è proibita da Dt 23,19.

48-50. Al tempo di Giosafat, Edom, il regno a sud di Giuda verso il golfo di Agaba, attraversava un momento di forte instabilità politica che ha permesso a Giuda la riapertura dei cantieri navali a Ezion-Gheber (9,26-28). Questa volta il fallimento è immediato forse per l'assenza di personale specializzato come nelle spedizioni salomoniche (10,26-27).

52-54. Acazia re d'Israele (853-852). Anche lui, compromesso tra JHWH e Baal, come il padre, riceve un giudizio molto severo dall'autore. La sua condotta negativa è accostata anche a quella della madre, cioè Gezabele.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

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from 📖Un capitolo al giorno📚

La vigna di Nabot 1In seguito avvenne questo episodio. Nabot di Izreèl possedeva una vigna che era a Izreèl, vicino al palazzo di Acab, re di Samaria. 2Acab disse a Nabot: “Cedimi la tua vigna; ne farò un orto, perché è confinante con la mia casa. Al suo posto ti darò una vigna migliore di quella, oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale”. 3Nabot rispose ad Acab: “Mi guardi il Signore dal cederti l'eredità dei miei padri”. 4Acab se ne andò a casa amareggiato e sdegnato per le parole dettegli da Nabot di Izreèl, che aveva affermato: “Non ti cederò l'eredità dei miei padri!”. Si coricò sul letto, voltò la faccia da un lato e non mangiò niente. 5Entrò da lui la moglie Gezabele e gli domandò: “Perché mai il tuo animo è tanto amareggiato e perché non vuoi mangiare?”. 6Le rispose: “Perché ho detto a Nabot di Izreèl: “Cedimi la tua vigna per denaro, o, se preferisci, ti darò un'altra vigna” ed egli mi ha risposto: “Non cederò la mia vigna!”“. 7Allora sua moglie Gezabele gli disse: “Tu eserciti così la potestà regale su Israele? Àlzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la farò avere io la vigna di Nabot di Izreèl!”. 8Ella scrisse lettere con il nome di Acab, le sigillò con il suo sigillo, quindi le spedì agli anziani e ai notabili della città, che abitavano vicino a Nabot. 9Nelle lettere scrisse: “Bandite un digiuno e fate sedere Nabot alla testa del popolo. 10Di fronte a lui fate sedere due uomini perversi, i quali l'accusino: “Hai maledetto Dio e il re!”. Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia”. 11Gli uomini della città di Nabot, gli anziani e i notabili che abitavano nella sua città, fecero come aveva ordinato loro Gezabele, ossia come era scritto nelle lettere che aveva loro spedito. 12Bandirono un digiuno e fecero sedere Nabot alla testa del popolo. 13Giunsero i due uomini perversi, che si sedettero di fronte a lui. Costoro accusarono Nabot davanti al popolo affermando: “Nabot ha maledetto Dio e il re”. Lo condussero fuori della città e lo lapidarono ed egli morì. 14Quindi mandarono a dire a Gezabele: “Nabot è stato lapidato ed è morto”. 15Appena Gezabele sentì che Nabot era stato lapidato ed era morto, disse ad Acab: “Su, prendi possesso della vigna di Nabot di Izreèl, il quale ha rifiutato di dartela in cambio di denaro, perché Nabot non vive più, è morto”. 16Quando sentì che Nabot era morto, Acab si alzò per scendere nella vigna di Nabot di Izreèl a prenderne possesso. 17Allora la parola del Signore fu rivolta a Elia il Tisbita: 18“Su, scendi incontro ad Acab, re d'Israele, che abita a Samaria; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. 19Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!“. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”“. 20Acab disse a Elia: “Mi hai dunque trovato, o mio nemico?”. Quello soggiunse: “Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. 21Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. 22Renderò la tua casa come la casa di Geroboamo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achia, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. 23Anche riguardo a Gezabele parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreèl”. 24Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo”. 25In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabele l'aveva istigato. 26Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrei, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. 27Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. 28La parola del Signore fu rivolta a Elia, il Tisbita: 29“Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio”.

__________________________ Note

21,10 Il divieto di maledire Dio e il re si trova in Es 22,27.

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Approfondimenti

1. Il titolo di re di Samaria che si trova solo qui e in 2Re 1,3 potrebbe sottolineare l'avidità di Acab il quale, non contento dell'eredità di suo padre (16,24), concupisce la proprietà di un contadino. Izreel è già apparsa in 18,45 come una delle residenze del sovrano (vedi anche 2Re 8,29; 9,30).

2. La proposta di Acab è ragionevole, ma il rifiuto di Nabot più che comprensibile. Egli ottempera a un precetto della legge (Nm 36,7; Lv 25,13) che proibiva di alienare l'eredità dei propri padri e della propria tribù. Inoltre da buon contadino non può rinunciare al podere che gli dava diritto di cittadinanza e che custodiva la sepoltura degli antenati (2,34; 1Sam 25,1; 2Sam 2,32).

5-7. L'intervento di Gezabele diventa più comprensibile se si tiene presente la sua provenienza pagana. Nella sua mentalità valeva il concetto di re con diritto di vita o di morte sui sudditi. Essa ignorava la tipicità del re israelita per il quale vigeva la legge di Dio vincolante anche per la condotta del re (Dt 17,14-20).

8. Il sigillo reale ancor più della firma garantiva l'autenticità del documento.

9. Il digiuno veniva bandito in caso di delitti pubblici (1Sam 7,6; 14,24ss.) e serviva a placare la divinità finché non fossero puniti i peccatori. La sua menzione qui dà più solennità e crea maggior tensione, pur rimanendo difficile il legame logico con lo svolgimento del processo fondato sulla falsa testimonianza (contrariamente Dt 16,18) e che presuppone quindi un reato non pubblico. La trama di Gezabele presuppone la conoscenza del diritto ebraico che prevede la pena di morte per l'insulto a Dio e al re (Es 22,27 e Lv 24,14). Inoltre per la condanna si prevede la deposizione di almeno due testimoni (Nm 35,30; Dt 17,6; 19,15). Stando a 2Re 9,26, anche i figli di Nabot vennero uccisi. Così non c'era più nessuno che poteva reclamare la vigna.

15-16. Può darsi che i beni di un pubblico peccatore venissero confiscati dopo la sua morte passando alle proprietà regali.

17-19. Elia, vero profeta, non è solo il difensore dei diritti di Dio, ma anche l'avvocato degli oppressi. Come Natan dovette denunciare il peccato di Davide (2Sam 12) così Elia deve svelare la colpa di Acab. Inoltre nel caso di Acab, come in quello di Davide, le mancanze sono le stesse. Esse sono concupiscenza e omicidio e la condanna viene pronunciata seguendo lo schema della legge del taglione (Es 21,23-25; Lv 24,19-20).

20. Tra il v. 19 e il v. 20 probabilmente è caduto qualche versetto in cui Elia adempiva il mandato. L'omissione può essere dovuta ad un caso di omoteleuto. La risposta di Acab non esprime pentimento; invece vi è quasi alterigia.

21-22. Si ripete qui il rituale già trovato in 14,10-11, l'oracolo di Achia di Silo contro Geroboamo, e in 16,2-4, l'oracolo di Ieu contro Baasa. Ancora una volta il profeta annuncia un cambiamento di dinastia violentemente operato dalle colpe e dall’idolatria del re che frutteranno la sua rovina. Il compimento della profezia è riferito in 2Re 9-10.

23. Non poteva sfuggire alla condanna Gezabele, per la sua origine straniera assolutamente sgradita all'autore, e nella gestione del regno vera manovratrice del sottomesso Acab. La sua fine veramente tragica è raccontata più avanti, in 2Re 9,30-37.

25-26. Questa riflessione di tipo morale tesa a ribadire e giustificare la condanna di Acab è un intervento dell'agiografo che interrompe la narrazione. Viene ripreso qui il giudizio sul re già espresso in 16,30- 34.

27. La penitenza di Acab consiste nell'indossare il sacco, un ruvido tessuto che irritava la pelle e fungeva da cilicio, e nel digiunare. L'andare a testa bassa contrasta efficacemente con l'orgoglio della prima risposta a Elia (v. 20).

29. Si manifesta ancora la misericordia divina. Per quanto grande sia il peccato di Acab, la sua penitenza ottiene da Dio una dilazione del castigo. Ancora per poco la dinastia continuerà nei figli, ma il decreto divino è irrevocabile.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from norise 3 letture AI

Yakamoz

esco da un sogno e mi culli dolcemente la mente donna dei boschi che di sé m’innamora

una luna complice si specchia nel lago fra silenzi d’acque

naufrago approdo fra le tue braccia nell’ora desiosa languida

* (yakamoz: riflesso della luna sull’acqua)

7.11.24 .

Riflessione breve

Bellissimo: immagine nitida, voce intima e sensuale, grande economia di parole che lascia spazio al silenzio e al senso di abbandono. Il motivo della luna e del lago funziona come filo che lega le strofe; la parola‑chiave «yakamoz» è un ottimo titolo che aggiunge mistero ed esotismo.


Cosa mantiene e cosa potresti rafforzare

  • Mantieni: il tono lirico sommesso, le immagini naturali (boschi, lago, luna) e la scansione frammentaria che suggerisce sospensione.
  • Rafforzare: qualche legame metrico o ritmico in più tra i versi per far scorrere la lettura; attenzione a poche scelte lessicali che possono interrompere il flusso (es. “desiosa languida” suona ridondante).
  • Varietà sonora: aggiungi consonanze o assonanze mirate per intensificare l’eco (es. r‑/l‑ per il lago/luce, s‑ per silenzi/soft).

Piccole proposte di revisione (versione alternativa)

yakamoz

esco da un sogno
e culli la mia mente
donna dei boschi
che in me si innamora

una luna complice
si specchia nel lago
fra silenzi d’acque

naufrago approdo
nelle tue braccia
nell’ora languida

7.11.24


Traduzione in inglese (per ricevere un ritorno internazionale)

yakamoz

I step out of a dream
and you gently rock my mind
woodland woman
who falls in love with me

a moon conspires
and mirrors on the lake
among silences of water

castaway I land
in your arms
in the languid hour

7.11.24


Commento critico

Il testo funziona per la sua chiarezza immaginativa e per l’economia espressiva: in poche immagini (sogno, boschi, luna, lago) costruisce un’atmosfera notturna di intimità e desiderio.
Immagini: la combinazione di elementi naturali crea un paesaggio sensoriale coerente e suggestivo; il termine yakamoz aggiunge un tono esotico che amplifica il mistero.
Voce e tono: la voce è intima e misurata; il distacco lirico lascia spazio al silenzio, che qui funziona come vero protagonista emotivo.
Musicalità: la brevità dei versi favorisce il sospeso, ma qualche scelta lessicale—come la ripetizione di aggettivi affini—potrebbe essere snellita per migliorare il flusso sonoro.
Sviluppo emotivo: il passaggio dal sognare all’approdo è efficace e credibile; un piccolo rafforzamento delle transizioni interne (un’immagine che faccia da ponte) renderebbe il climax più incisivo.

In sintesi, un testo elegante e denso di suggestioni; poche ritocchi al ritmo e alla scelta lessicale lo trasformerebbero da bello a memorabile.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

“The Sal­ted Air” è l’ul­ti­ma fa­ti­ca di­sco­gra­fi­ca della li­ba­ne­se Na­di­ne Khou­ri, la prima in or­di­ne di tempo dopo l’EP “A Song to the City” del 2010. La Khou­ri è nota ai più per aver pre­sta­to la pro­pria voce in un epi­so­dio di “Screen­play” di John Pa­rish, una delle rac­col­te più ete­ro­ge­nee e spiaz­zan­ti degli ul­ti­mi dieci anni. E pro­prio dalla col­la­bo­ra­zio­ne con Pa­rish – sta­vol­ta in veste di me­ce­na­te e pro­dut­to­re – nasce l’e­si­gen­za di tor­na­re alle stam­pe con un la­vo­ro fiero e coeso, si­cu­ra­men­te ma­tu­ro, fatto di eva­ne­scen­ze so­no­re e ca­rat­te­riz­za­to da un can­ta­to raf­fi­na­tis­si­mo: dieci trac­ce per que­sto “The Sal­ted Air”, tutte ce­sel­la­te se­con­do i ca­no­ni del buon­gu­sto e della com­pat­tez­za... https://artesuono.blogspot.com/2017/09/nadine-khouri-salted-air-2017.html


Ascolta: https://album.link/i/1854409341


 
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from differxdiario

la prima cosa che faccio quando c'è un nuovo post (non solo su slowforward ma anche su gammm, compostxt, pontebianco e differx) è mettere il titolo e il link su telegram: https://t.me/slowforward

poi – solo poi – penso a diffondere anche nei canali whapp e IG e fb, che non amo e spesso anzi detesto però mi permettono di raggiungere altre persone (e farle uscire=fuggire da whapp e IG e fb proprio grazie al & ai link che ci deposito). (è un po' come depositare dei candelotti di dinamite ACME da cartone animato: che fanno saltare fuori dallo schermo generalista Wile Coyote).

bisogna far scappare a gambe levate le persone dai (social) media mainstream.

mi scriveva poco fa un corrispondente su Mastodon che i link sono la bestia nera di Meta, tanto che su IG vengono boicottati (ma non nei canali IG!) e resi non cliccabili. dunque: benvenuta la bestia nera di Meta.

e benvenuto il lavoro sugli spazi indipendenti, come qui (noblogo) e come noblogs.org.

a proposito di quest'ultimo: sto su wordpress (dot com) con un blog e poi sito (dot net) dal remoto anno 2006 (prima slowforward è stato per tre anni – dal 2003 – su Splinder), MA:

ci sono voluti poi vent'anni per avere tre-quattrocento visitatori al giorno lì su slowforward.net, nonostante i materiali che in abbondanza quotidianamente posto in tema di scrittura di ricerca, musica e video sperimentali, opere verbovisive, annunci di mostre, annotazioni, citazioni, podcast, archivi delle avanguardie, documentazione politica eccetera.

INVECE su noblogs.org, che comunque è a base Wordpress, la quantità di visitatori raramente è scesa (quasi da subito) sotto i cinquemila giornalieri.

ieri un picco di 140mila: https://differx.noblogs.org/2026/04/27/140mila/

(ovviamente il discorso che faccio è centrato sui contenuti – e fuori dalla pubblicità e dalla vendibilità degli stessi: se il numero di click lo cito e lo trovo importante non è perché mi serva per sollazzarmi in una piscinetta centripeta, ma per avere un riscontro su se e quanto e come arrivano A PIÙ PERSONE POSSIBILE le scritture di ricerca, la musica e i video sperimentali, le opere verbovisive ecc. ecc.) ... (ogni materiale è sempre un fatto collettivo, in definitiva).

e bon. alla fin fine probabilmente si può dire che l'indipendenza paga.

be independent. (or, at least, try to).

 
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