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from 📖Un capitolo al giorno📚

Conquista di Ai (8,1-29) 1Il Signore disse a Giosuè: «Non temere e non abbatterti. Prendi con te tutti i guerrieri. Su, va' contro Ai. Vedi, io consegno nella tua mano il re di Ai, il suo popolo, la sua città e il suo territorio. 2Tratta Ai e il suo re come hai trattato Gerico e il suo re; tuttavia prenderete per voi il suo bottino e il suo bestiame. Tendi un agguato contro la città, dietro a essa». 3Giosuè e tutto il suo esercito si accinsero ad assalire Ai. Egli scelse trentamila guerrieri valenti, li inviò di notte 4con questo comando: «State attenti: voi tenderete agguati dietro la città, senza allontanarvi troppo da essa. State tutti all'erta. 5Io e tutta la gente che è con me ci avvicineremo alla città. Quando usciranno contro di noi, come la prima volta, noi fuggiremo davanti a loro. 6Essi usciranno dietro a noi finché li avremo attirati lontano dalla città, perché penseranno: “Fuggono davanti a noi come la prima volta!”. Mentre noi fuggiremo davanti a loro, 7voi balzerete fuori dall'imboscata e occuperete la città, e il Signore, vostro Dio, la consegnerà in mano vostra. 8Una volta occupata, appiccherete il fuoco alla città. Agite secondo il comando del Signore. Fate attenzione! Questi sono i miei ordini». 9Giosuè allora li inviò, ed essi andarono al luogo dell'imboscata e si posero fra Betel e Ai, a occidente di Ai; Giosuè passò quella notte in mezzo al popolo. 10Di buon mattino passò in rassegna il popolo e, con gli anziani d'Israele alla testa del popolo, salì contro Ai. 11Anche tutti quelli idonei alla guerra, che erano con lui, salirono e, avvicinandosi, giunsero di fronte alla città. Si accamparono a settentrione di Ai, lasciando la valle tra loro e Ai. 12Giosuè aveva preso circa cinquemila uomini e li aveva posti in agguato tra Betel e Ai, a occidente della città. 13Il popolo aveva collocato tutto l'accampamento a settentrione di Ai, mentre l'agguato era a occidente della città; Giosuè di notte andò in mezzo alla valle. 14Non appena il re di Ai si accorse di ciò, gli uomini della città si alzarono in fretta e uscirono incontro a Israele per il combattimento, il re con tutto il popolo, verso il pendio di fronte all'Araba. Non sapeva, però, che era teso un agguato contro di lui dietro la città. 15Giosuè e tutto Israele si diedero per vinti dinanzi a loro e fuggirono per la via del deserto. 16Tutta la gente che era dentro la città, gridando, si mise a inseguirli. Inseguirono Giosuè e furono attirati lontano dalla città. 17In Ai non rimase nessuno che non inseguisse Israele. E così, per inseguire Israele, lasciarono la città aperta. 18Il Signore disse a Giosuè: «Tendi verso la città il giavellotto che tieni in mano, perché io la consegno nelle tue mani». Giosuè tese verso la città il giavellotto che teneva in mano 19e, non appena stese la mano, quelli che erano in agguato balzarono subito dal loro nascondiglio, corsero per entrare in città, la occuparono e in un attimo vi appiccarono il fuoco. 20Quelli di Ai si voltarono indietro e videro che il fumo della città si alzava verso il cielo. Ma ormai non c'era più per loro alcuna possibilità di fuga in nessuna direzione, poiché il popolo che fuggiva verso il deserto si era voltato contro gli inseguitori. 21Giosuè e tutto Israele videro che quelli dell'agguato avevano conquistato la città e che il fumo della città si era levato; si voltarono dunque indietro e colpirono gli uomini di Ai. 22Anche gli altri uscirono dalla città contro di loro, e così i combattenti di Ai si trovarono in mezzo agli Israeliti, avendoli da una parte e dall'altra. Gli Israeliti li colpirono, finché non rimase nessun superstite o fuggiasco. 23Presero vivo il re di Ai e lo condussero da Giosuè. 24Quando gli Israeliti ebbero finito di uccidere tutti gli abitanti di Ai, che li avevano inseguiti in campo aperto nel deserto, e tutti fino all'ultimo furono passati a fil di spada, tutti gli Israeliti rientrarono in Ai e la colpirono a fil di spada. 25Tutti i caduti in quel giorno, uomini e donne, furono dodicimila, tutta la popolazione di Ai. 26Giosuè non ritirò la mano che brandiva il giavellotto, finché non ebbero votato allo sterminio tutti gli abitanti di Ai. 27Gli Israeliti trattennero per sé soltanto il bestiame e il bottino della città, secondo l'ordine che il Signore aveva dato a Giosuè. 28Giosuè incendiò Ai, riducendola a una collina di rovine per sempre, una desolazione fino ad oggi. 29Fece appendere il re di Ai a un albero, fino alla sera. Al tramonto Giosuè comandò che il suo cadavere fosse calato giù dall'albero; lo gettarono all'ingresso della porta della città e vi eressero sopra un gran mucchio di pietre, che esiste ancora oggi.

Sacrificio e lettura della legge sul monte Ebal (8,30-35) 30In quell'occasione Giosuè costruì un altare al Signore, Dio d'Israele, sul monte Ebal, 31come aveva ordinato Mosè, servo del Signore, agli Israeliti, secondo quanto è scritto nel libro della legge di Mosè, un altare di pietre intere, non levigate dal ferro; vi bruciarono sopra olocausti in onore del Signore e immolarono sacrifici di comunione. 32In quel luogo Giosuè scrisse sulle pietre una copia della legge di Mosè, che questi aveva scritto alla presenza degli Israeliti. 33Tutto Israele, gli anziani, gli scribi, i giudici, il forestiero come quelli del popolo, stavano in piedi da una parte e dall'altra dell'arca, di fronte ai sacerdoti leviti, che portavano l'arca dell'alleanza del Signore: una metà verso il monte Garizìm e l'altra metà verso il monte Ebal, come aveva prescritto Mosè, servo del Signore, per benedire il popolo d'Israele anzitutto. 34Giosuè lesse poi tutte le parole della legge, la benedizione e la maledizione, secondo quanto sta scritto nel libro della legge. 35Di tutto quanto Mosè aveva comandato, non ci fu parola che Giosuè non leggesse davanti a tutta l'assemblea d'Israele, comprese le donne, i fanciulli e i forestieri che camminavano con loro.

__________________________ Note

8,1-29 Una volta rimosso l’ostacolo del sacrilegio, Dio dà agli Israeliti la città di Ai. La narrazione è una delle più dettagliate imprese militari riferite dalla Bibbia. A conquista avvenuta, Giosuè rende la città una collina di rovine per sempre (v. 28).

8,29 l tramonto Giosuè comandò: l’autore è sotto l’influsso di Dt 21,22-23; il cadavere di un giustiziato, che per infamia è stato appeso a un albero, deve essere sepolto prima del tramonto. Vedi ancora Gs 10,26-27.

8,32-33 Giosuè scrisse sulle pietre: l’autore si richiama forse a una festa di rinnovamento dell’alleanza, nel grande scenario dell’Ebal (m. 938) e del Garizìm (m. 870), che diventerà il monte sacro dei Samaritani. Nella gola tra i due monti si trova Sichem, luogo caro alle tradizioni patriarcali.

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Approfondimenti

1-29. A differenza del c. 6, questo brano riesce a presentare abbastanza bene i movimenti strategici delle truppe di Giosuè, sebbene non pochi dati topografici siano di difficile identificazione e poco armonizzabili. A parte le precondizioni indispensabili (l'eliminazione del peccato, l'assicurazione dell'assistenza divina), l'attacco è preparato con cura e con astuzia. L'espediente dell'imboscata riesce. Il ḥērem questa volta è più mitigato. Giosuè potrà trattenere per il popolo ßil bottino e il bestiame”, dopo aver sterminato gli abitanti.

1. Espiata la colpa di Acan e ottenuta la riconciliazione con JHWH, Israele torna in situazione di guerra santa. Qui però, come s'è accennato, l'azione è prettamente militare. Non si riscontrano influssi di carattere liturgico.

10-13. Il racconto risulterebbe più scorrevole ponendo tra parentesi questi versetti, che non sono del tutto in sintonia con il resto e che, forse, sono stati inseriti come una variante della tradizione relativa alla conquista di Ai.

18-19. Il testo ricorda quello di Mosè nella battaglia contro gli Amaleciti, cfr. Es 17,8-15 (cfr. anche il v. 26).

30-35. Il brano è di grande importanza per la storia d'Israele. Lo scenario è già consacrato dalla memoria dei patriarchi. Abramo fece sosta a Sichem, ebbe la teofania presso la quercia di More e costruì un altare (Gn 12,6-18). Anche Giacobbe vi si stabili e anch'egli costruì un altare (Gn 33,18). Sichem, con i monti Ebal e Garizim, entra in questione come luogo della celebrazione del rinnovamento dell'alleanza in Dt 27 e in Gs 24. Nel c. 27 del Deuteronomio, a conclusione del corpo legislativo deuteronomico, e secondo quanto aveva detto Mosè in Dt 11,26-30, si riscontrano elementi analoghi a quelli del nostro brano: l'erezione dell'altare, fatto di pietre «intatte, non toccate dal ferro» (v. 31, cfr. Dt 27,5), l'offerta dei sacrifici (v. 31b; cfr. Dt 27,6-7), la scrittura su pietre di una copia della legge (v. 32; cfr. Dt 27,2.3.8), la sistemazione degli Israeliti tra i due monti (v. 33; cfr. Dt 27,11-13). Quanto alle benedizioni e alle maledizioni (v. 34), nel Deuteronomio esse figurano, in forma ampliata, nei cc. 27-28. Questo nostro brano dunque, unito a Dt 27, oltre che a Gs 24, propone un modello ideale, compiuto, di rinnovamento dell'alleanza quale era praticato periodicamente da Israele ormai stabilito nella terra promessa. Qui il brano può anche essere fuori posto. La sua collocazione naturale sembra essere il c. 24, alla fine dell'occupazione e dell'insediamento nel paese. Il suo inserimento a questo punto intende forse sottolineare il seguente dato: la conquista di Gerico e di Ai va considerata una tappa decisiva nella campagna di occupazione della Palestina e come tale merita di essere celebrata. Potrebbe valere anche un altro motivo, ossia il parallelismo tra l'esodo e l'ingresso in Canaan. Come l'esodo culmina nell'alleanza al Sinai, così l'ingresso nella terra culmina nell'alleanza celebrata a Sichem.

30. Il monte Ebal, a nord-ovest di Sichem, è la cima più alta della Palestina. Forse il testo in origine aveva «Garizim», che è il monte delle benedizioni (Dt 27,12), sostituito con Ebal (come in Dt 27,4) per polemico contro i Samaritani, che sul Garizim avevano il loro tempio.

33. Dt 27 invece non fa alcun cenno all'arca, né ai sacerdoti leviti.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[filtri]

per esempio una lente] d'ingrandimento a] Grenoble la criomicroscopia tutti i giorni la] sottrazione del campione fanno] l'esempio della posidonia che] si ciba il pellegrinaggio globale [del coke] sotto del coke pochissime] persone autorizzate in ventiquattrore non c'è disponibile il] polo nord [ipnotici] al fine strade ipostrade ore ventitre cibano

 
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from lucazanini

[vortex]

l'atipico poi senz'altro] da settembre le scarpe vittoriane -o l'ottocento% inventano lo] spegnersi un bagno] intelligente spegnere [la comédie humaine est sans aucun doute un travail constant [lisez les pages impaires et sautez la septième

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Le autorità italiane e rumene hanno sequestrato beni per un valore di oltre 40 milioni di euro a un individuo sospettato di essere affiliato a famiglie mafiose

Eurojust ha garantito che il congelamento avvenisse simultaneamente in entrambi i Paesi

Le indagini sull'indagato italiano, già testimone di giustizia, hanno portato alla luce i suoi legami con la famiglia Santapaola-Ercolano e il clan Cappello Bonaccorsi. L'uomo sarebbe coinvolto nel riciclaggio di beni propri e mafiosi attraverso beni acquistati a proprio nome e a nome dei suoi familiari. Licenze e negozi per scommesse e giochi online nelle province di Catania e Siracusa, in Italia, nonché criptovalute, sono stati utilizzati per riciclare ingenti profitti illeciti.

Alcuni dei beni, tra cui immobili e automobili, sono stati acquistati in Romania. Di conseguenza, le autorità italiane e rumene hanno dovuto collaborare per garantire il congelamento dei beni. Tramite #Eurojust, è stato predisposto senza indugio un certificato di congelamento. Il coordinamento di Eurojust ha consentito il congelamento simultaneo in Italia e Romania, garantendo che l'indagato o i suoi affiliati non potessero spostare alcun bene.

Il Rappresentante Nazionale per l'Italia, dott. Filippo Spiezia, e la Rappresentante Nazionale per la Romania, la dott.ssa Daniela Buruiana, hanno commentato congiuntamente il successo dell'operazione: “Per combattere efficacemente la criminalità organizzata, dobbiamo colpire i criminali dove fa più male. Solo sequestrando i loro beni, siamo in grado di smantellare le fondamenta su cui si fonda la criminalità organizzata. Questo caso merita una menzione speciale per la sua intrinseca complessità, in cui la cooperazione giudiziaria tra l'autorità giudiziaria italiana e quella rumena è stata fondamentale per garantire l'esecuzione di un provvedimento di congelamento non basato su una condanna, in vista della confisca. Abbiamo assistito a molti casi in cui i criminali trasferiscono i loro beni in tutto il mondo per passare inosservati. Una solida cooperazione giudiziaria internazionale per collegare i beni e agire è essenziale per garantire che non possano nascondersi per ottenere giustizia”.

I beni, per un valore di oltre 40 milioni di euro, includono 20 società di scommesse operanti nel settore delle scommesse, del gioco online o immobiliare; 89 immobili in Italia e Romania; 2 auto; 20 conti bancari e denaro contante.

Le azioni sono state eseguite da:

per l'Italia: Tribunale di Catania; Guardia di Finanza – Dipartimento Economico Finanziario di Catania per la Romania: Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bucarest

 
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from CASERTA24ORE.IT dal 1999 on line

Il ricordo di Ciccio l'africano nel decennio della sua morte, nella sua villa coloniale in Italia

Nel 2026 saranno passati dieci anni dalla morte di “Ciccio l’africano”, deceduto il 22 agosto 2016 all’età di 89 anni. Morì dopo una lunga malattia Francesco Parisi, costruttore e imprensditore edile che contribuì allo sviluppo della Rhodesia.

Conosciuto come “Ciccio l’africano”, dopo aver vissuto 30 anni in Africa tornó nella sua Calvi Risorta, a Petrulo, dove è rimasto fino alla fine, circondato dall'affetto dei suoi cari. Giovanissimo, partì per il Mozambico durante il servizio militare di leva; nel dopoguerra si trasferì nella vicina Rhodesia. Nel 1964 col dissolvimento della Rhodesia del Nord, restò nel nuovo stato Zambia fino agli inizi degli anni ’70, quando tornò in Italia perchè a seguito di una fase di stagnazione si affermarono regimi dittatoriali che cacciarono l'etnia bianca. Lo Zambia affrontò difficoltà nei rapporti con i paesi confinanti, in particolare con lo Zimbabwe e la Namibia, allora amministrata dal governo bianco del Sudafrica. Prima di ciò, tuttavia, furono realizzate importanti infrastrutture: arterie stradali, viadotti e opere pubbliche. Francesco Parisi allestì una fabbrica di calcestruzzo, grazie alla quale furono costruite le principali arterie stradali che ancora oggi collegano il Mozambico e lo Zimbabwe con il Sudafrica. Spesso tornava in Italia, e molti caleni si trasferirono temporaneamente in Africa per lavorare con lui.

Rientrato definitivamente in patria, costruì una villa a Petrulo in stile coloniale dove ha vissuto fino alla morte, avvenuta nell'agosto del 2016. Questa villa per la sua peculiarità sembra essere un pezzo d'Africa in Italia divenendo luogo di richiamo al visitatore occasionale. Appassionato di poesia, si dedicò alla lettura e alla cura della famiglia. Faceva spesso la spola tra Calvi Risorta e Caserta, dove risiedeva una figlia. Negli ultimi anni di vita una malattia lo costrinse a vivere a letto.

Il parroco che celebrò i funerali nella chiesa patronale di San Nicandro, don Vittorio Monaco lo ricorda: «Quando era giovane, era consuetudine contadina recarsi al tramonto in chiesa a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa. Ogni famiglia mandava un proprio componente ad assolvere tale funzione, e Ciccio era sempre presente in chiesa al calar del sole, al Vespro».

 
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from Transit

(190)

(Ba1)

Il 2026 si annuncia come l’ennesimo “anno di transizione”: crescita anemica, guerre ibernate, ma non sepolte, e un’ #Italia che fluttua sopra lo zero mentre sotto si ammucchia la solita zavorra di poveri, lavoratori malpagati e slogan governativi che invecchiano male. È il “Si va avanti” di chi non sa dove, ma finge sicurezza nei grafici da proiettare nelle convention.​

L’economia mondiale crescerà quel tanto che basta a non crollare (intorno al 3%) e troppo poco per curare le ferite di pandemie, inflazione e dazi trumpiani. Il commercio si frantuma in blocchi ostili, sanzioni e protezionismi, mentre il multilateralismo è ridotto a un cerimoniale per diplomatici annoiati. Banche centrali come ultima diga, governi come giocolieri di emergenze e benvenuti nella normalità post-eroica.​

In #Ucraina sarà logoramento puro. Guerra a lume di candela, fronti che strisciano di un chilometro alla volta, mentre Mosca celebra “avanzate storiche.” La Russia pompa un’economia di guerra che non implode, ma divora futuro, riversando acciaio e uomini in un tritacarne senza sbocco, aggrappata a petrolio scontato per #Pechino e #Delhi. Sul campo un congelamento che fissa confini illegali, o guerra eterna che avvelena l’Europa, gonfiando sovranisti e svuotando il portafoglio #Ue.​

(Ba2)

A #Gaza c’è un “cessate il fuoco” da teatro dell’assurdo. Pausa tra un raid e l’altro, non pace. L’accordo 2025 ha domato i picchi di mattanza, ma la Striscia è un pantano di tensioni, con #Hamas in bilico, ostaggi come pedine e mediatori (USA, Qatar, Egitto) che cuciono stracci su governi ballerini. Israele tergiversa sulla fase due, la “sicurezza” è come un jolly eterno, mentre l’Europa versa aiuti umanitari e zero politica seria (campioni di bon ton, ma un nulla di influenza.) Risultato: radicalismo arabo che ribolle, #ONU irrilevante e un Medio Oriente che ride di noi.​

In #Italia la crescita sarà all’1% sulla carta, abbastanza per scansare “recessione”, zero per sfamare i poveri. Domanda interna come una stampella sghemba, export zavorrato da un mondo fiacco; debito al soffitto, politica che danza sul filo tra Bruxelles e balconi di palazzo. Bonus a getto continuo, riforme come miraggi: il circo del #GovernoMeloni, dove “stabilità” significa rinviare il conto alle prossime generazioni.​ 5,7 milioni di poveri, altri milioni sul baratro. Sud e giovani come vittime predestinate, working poor a dimostrare che sudare non paga più.

I numeri del lavoro sono in verde (occupazione su, disoccupazione giù), la realtà in rosso. Salari da fame, precarietà endemica, donne relegate a “ruolo familiare” mentre il paese perde metà motore. Una polarizzazione da caricatura: élite export-oriented contro massa di camerieri e rider.​ La demografia che implode, produttività da Paleolitico, la “Pubblica amministrazione” che ingoia il PNRR come un buco nero. Giovani che emigrano, vecchi che comprano bonus pensionistici: roba da barzelletta europea. I vincoli Ue da una parte, rabbia popolare dall’altra.

Si promette la luna (meno tasse, più tutto), si consegna la polvere (tagli mimetizzati, like su “TikTok”.) Riforme annunciate 72 o più, eseguite zero.​

In un mondo di guerre “gestite” e economie zoppicanti, il 2026 per l’Italia è al sequel dal titolo prevedibile: “Ce la caveremo anche stavolta”. Peccato che milioni di cittadini, inchiodati nella “povertà assoluta” che è mera sopravvivenza, non ridano più della trama.

#Blog #Mondo #Economia #Politica #Italia #Opinioni

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Strade polverose di un’America inquieta e povera. Lo spirito dell’hobo con tutta la sua filosofia popolare sempre alla ricerca della giustizia sociale.

Le canzoni di Woody Guthrie, classe 1912, sono il viaggio di un emarginato attraverso i drammi della Grande depressione e le rivolte del Midwest. Sono l’eco di un grido sofferto, una ribellione verso quello sviluppo sociale alienante e alienato, così inumano da accantonare e lasciare al proprio destino chi non vale perché non serve... https://www.silvanobottaro.it/archives/3983


Ascolta il disco: https://album.link/s/3DNbNDMcZhfVGd0LaGZMEy


 
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from norise 3 letture AI

NASCOSTO STARO' NELLA ROSA

finché non avrà inghiottito il tempo osceno il suo grido nascosto starò nella rosa azzurra

perché non intacchino i veleni del mondo la bellezza del cuore

(2009) . Questo testo possiede una qualità enigmatica e riflessiva, quasi come se invitasse chi legge a custodire una bellezza interiore in un mondo capace di corromperla. Ecco alcune chiavi di lettura e spunti di riflessione sul testo:


1. La Rosa come Simbolo di Bellezza e Protezione

La rosa qui non è soltanto un fiore, ma diventa un simbolo potente: un rifugio, un luogo in cui la bellezza intima e autentica può riposare, intatta dalle intemperie del tempo. La frase “nascosto starò nella rosa” suggerisce la scelta di una presenza discreta, una volontà di conservare un’essenza che il mondo, con i suoi “veleni”, non deve corrompere.


2. Il Tempo come Forza Distruttiva

L'immagine del tempo che “inghiotte” e che si associa a un “grido” osceno implica una forza inesorabile, capace di consumare o alterare ciò che di buono e puro esiste. Questa tensione tra il flusso inesorabile del tempo e la volontà di preservare la bellezza interiore crea un contrasto drammatico, un invito a resistere alle pressioni esterne.


3. Il Conflitto tra Purezza Interiore e Corruzione Esterna

Nel verso “perché non intacchino i veleni del mondo la bellezza del cuore” si percepisce un appello quasi difensivo: una richiesta di non permettere che gli aspetti distruttivi della realtà (i “veleni”) macchino la purezza e la forza del proprio universo interno. Qui il cuore diviene il baluardo contro un’oscurità esterna, un simbolo di autenticità e verità che non cede facilmente alle corrosioni del tempo e dell’ambiente.


4. La Rosa Azzurra: Un Tocco di Mistero

Il colore azzurro aggiunge un ulteriore strato simbolico alla poesia. Tradizionalmente, la rosa è associata alla passione e all'amore, ma quando diventa “azzurra” si fa portatrice di mistero, di qualcosa di quasi irreale o lontano. È come se la bellezza interiore, nascosta e intatta, potesse esprimere un'armonia che va oltre il visibile e il comune.


Riflessioni Aggiuntive e Domande Aperte

  • Proteggere l’Essenza Personale: Il testo ci fa riflettere su come, in un mondo che spesso appare portatore di negatività, sia fondamentale trovare un modo per preservare quella parte di noi che rappresenta la verità e la bellezza. È una chiamata a non lasciarsi sopraffare dalle influenze esterne, ma a custodire gelosamente il proprio “cuore”.

  • Il Ruolo del Tempo: Se il tempo ha il potere di inghiottire tutto, allora quale strategia può adottare l’individuo per mantenere intatta la sua essenza? La poesia sembra suggerire che la risposta risieda nell’essere “nascosti” in un luogo simbolico — la rosa — dove la bellezza, pur non essendo in mostra, è protetta e immune alle contaminazioni.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Acan viola l’interdetto e viene punito 1Ma gli Israeliti violarono la legge dello sterminio: Acan, figlio di Carmì, figlio di Zabdì, figlio di Zerach, della tribù di Giuda, si impadronì di cose votate allo sterminio e allora la collera del Signore si accese contro gli Israeliti. 2Giosuè inviò degli uomini da Gerico ad Ai, che si trova presso Bet-Aven, a oriente di Betel, con quest'ordine: “Salite a esplorare la regione”. Quegli uomini salirono a esplorare Ai, 3ritornarono da Giosuè e gli dissero: “Non c'è bisogno che vada tutto il popolo: vadano all'assalto due o tremila uomini, ed espugneranno Ai; non impegnare tutto il popolo, perché sono in pochi”. 4Vi andarono allora del popolo circa tremila uomini, ma dovettero fuggire davanti a quelli di Ai, 5che ne uccisero circa trentasei, li inseguirono dalla porta della città fino a Sebarìm, sconfiggendoli sulle pendici. Il cuore del popolo si sciolse come acqua. 6Giosuè si stracciò le vesti, si prostrò con la faccia a terra davanti all'arca del Signore e lì rimase fino a sera insieme agli anziani d'Israele, e si cosparsero il capo di polvere. 7Giosuè disse: “Ah! Signore Dio, perché hai voluto far passare il Giordano a questo popolo, per consegnarci poi nelle mani dell'Amorreo e distruggerci? Avessimo deciso di stabilirci al di là del Giordano! 8Perdona, Signore mio: che posso dire, dal momento che Israele ha dovuto volgere le spalle di fronte ai suoi nemici? 9Lo udranno i Cananei e tutti gli abitanti della regione, ci accerchieranno e cancelleranno il nostro nome dalla terra. E tu, che farai per il tuo grande nome?“. 10Rispose il Signore a Giosuè: “Àlzati, perché stai con la faccia a terra? 11Israele ha peccato. Essi hanno trasgredito il patto che avevo loro imposto e hanno preso cose votate allo sterminio: hanno rubato, hanno dissimulato, le hanno messe nei loro sacchi! 12Gli Israeliti non potranno resistere ai loro nemici, volgeranno loro le spalle, perché sono incorsi nello sterminio. Non sarò più con voi, se non estirperete da voi la causa dello sterminio. 13Su, santifica il popolo e di' loro: “Per domani santificatevi, perché così dice il Signore, Dio d'Israele: C'è una causa di sterminio in mezzo a te, Israele! Tu non potrai resistere ai tuoi nemici, finché non eliminerete da voi la causa dello sterminio. 14Vi accosterete dunque domattina divisi per tribù: la tribù che il Signore avrà designato con la sorte si accosterà per casati e il casato che il Signore avrà designato si accosterà per famiglie; la famiglia che il Signore avrà designato si accosterà per individui. 15Colui che risulterà causa di sterminio sarà bruciato lui e tutte le sue cose, per aver trasgredito il patto del Signore e aver commesso un'infamia in Israele”“. 16Giosuè si alzò di buon mattino e fece accostare Israele per tribù e venne sorteggiata la tribù di Giuda. 17Fece accostare i casati di Giuda e venne sorteggiato il casato degli Zerachiti; fece accostare il casato degli Zerachiti per famiglie e venne sorteggiato Zabdì; 18fece accostare la sua famiglia per individui e venne sorteggiato Acan, figlio di Carmì, figlio di Zabdì, figlio di Zerach, della tribù di Giuda. 19Disse allora Giosuè ad Acan: “Figlio mio, da' gloria al Signore, Dio d'Israele, e rendigli lode. Raccontami dunque che cosa hai fatto, non me lo nascondere”. 20Acan rispose a Giosuè: “È vero, io ho peccato contro il Signore, Dio d'Israele, e ho fatto quanto vi dirò: 21avevo visto nel bottino un bel mantello di Sinar, duecento sicli d'argento e un lingotto d'oro del peso di cinquanta sicli. Li ho desiderati e me li sono presi, ed eccoli nascosti in terra al centro della mia tenda, e l'argento è sotto”. 22Giosuè mandò incaricati che corsero alla tenda, ed ecco, tutto era nascosto nella tenda e l'argento era sotto. 23Presero il tutto dalla tenda, lo portarono a Giosuè e a tutti gli Israeliti e lo deposero davanti al Signore. 24Giosuè allora prese Acan figlio di Zerach con l'argento, il mantello, il lingotto d'oro, i suoi figli, le sue figlie, i suoi buoi, i suoi asini, le sue pecore, la sua tenda e quanto gli apparteneva. Tutto Israele era con lui ed egli li condusse alla valle di Acor. 25Giosuè disse: “Come tu ci hai arrecato disgrazia, così oggi il Signore l'arrechi a te!”. Tutti gli Israeliti lo lapidarono. Poi li bruciarono tutti e li coprirono di pietre. 26Eressero poi sul posto un gran mucchio di pietre, che esiste ancora oggi. E il Signore placò l'ardore della sua ira. Perciò quel luogo si chiama valle di Acor fino ad oggi. __________________________ Note

7,2 Ai: città situata al centro della terra di Canaan, circa venti chilometri a nord-ovest di Gerico e due da Betel, in un importante punto strategico. Il suo nome significa “rovina”.

7,24-25 La punizione, che raggiunge non solo Acan, ma anche i suoi figli e le sue figlie, si basa sull’antica legge della solidarietà, che coinvolgeva nella punizione i membri della famiglia e del clan (Nm 16,32). A essa subentrerà più tardi la legge della responsabilità personale (Dt 24,16; Ger 31,30; Ez 18,2-4).

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Approfondimenti

Il capitolo, nella sua forma attuale, continua il precedente. Giosuè aveva raccomandato di non violare le norme del ḥērem, (6,18), le cui trasgressioni avrebbero comportato conseguenze funeste. Ciò nonostante, qualcuno in Israele venne meno. È questa mancanza – afferma sostanzialmente il nostro brano – la causa vera della iniziale disfatta subita da Giosuè nel tentativo di occupare Ai. Pur essendo uno solo il colpevole, per la legge della solidarietà tutti risultano partecipi del peccato e destinatari del castigo. Solo dopo che sarà scontata la pena, e Israele sarà purificato, Giosuè potrà procedere alla conquista della città. Da Gs 7 risulta con particolare chiarezza il nesso tra il ḥērem (7,1.11.13.15) e la guerra santa (cfr. anche Gs 6,17s.). Ciò che è interdetto, il ḥērem, appartiene in ogni caso a JHWH e qualsiasi trasgressione di questo diritto di proprietà causa la rovina della comunità consacrata. L'uso cultuale e l'uso collegato con la guerra santa qui si identificano. Con la monarchia, l'uso del ḥērem legato alla guerra scomparirà, mentre nei testi deuteronomici e deuteronomistici (specie quelli di Gs 10-11) il ḥērem della guerra santa significa l'annientamento del nemico a scopo religioso.

2. Anche la città di Ai era situata in un punto strategico per l'ingresso in Palestina, circa 20 chilometri a nord-ovest di Gerico e a soli due chilometri da Betel (l'odierno centro urbano arabo di Beitin) il santuario legato al ricordo dei patriarchi. Per essere diventata centro di culti idolatrici, i profeti la chiameranno Bet-Aven, «casa della nullità» o «casa della vanità». Come per Gerico, anche ora Giosuè invia i suoi uomini ad esplorare la zona. «Ai» significa rovina, e probabilmente il centro urbano era già ridotto a macerie all'epoca della conquista di Giosuè. Il brano è parallelo al racconto della conquista di Gabaa (Gdc 20) e la sua origine va ricercata forse nel vicino santuario di Betel.

5. La sconfitta ingenera uno scoraggiamento profondo. Israele si sente abbandonato da JHWH e umiliato di fronte al nemico.

6-9. Lamento e riti penitenziali di Giosuè e degli anziani. Si veda il comportamento di Mosè in circostanze simili (Es 32,11; Nm 14,13-19; Dt 9,6). Anche Giosuè intercede per il popolo, come Mosè, anche se la sua preghiera non raggiunge i vertici di quella di Mosè.

10-15. L'oracolo del Signore dà ragione della sconfitta. È stato violato il ḥērem, è stato commesso un peccato di infedeltà e di slealtà nei confronti di Dio e dell'intera comunità. Si tratta di un sacrilegio che contagia tutto Israele. È necessario che il popolo si “santifichi” purificandosi (v. 13). La ricerca del colpevole (v. 14) è eseguita con ordine e scrupolo.

16-23. Il peccatore è individuato. Acan fa piena confessione della colpa (vv. 20-21). Il prezioso mantello rubato è posto nel tesoro di JHWH (vv. 22-23).

24-26. Acan viene lapidato, i membri del suo clan sono bruciati. Alla lapidazione prende parte tutto il popolo. La radice ebraica per «disgrazia» è ‘kr, che suona lontanamente simile ad Acor, il che permette l'artificiosa associazione tra Acan e la valle di Acor.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from differxdiario

oggi, 31 dicembre, lo scorso anno veniva a mancare Ale. Alessandro Broggi. appena condotto dalla famiglia all'hospice, interrotto il cortisone, il corpo ha ceduto. il 2025 è quindi iniziato con l'ultimo saluto a un amico vero.

 
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from differxdiario

incredibile scambio di commenti con un 'liberale' israeliano, in questi giorni, in coda a un post su israhell. mi trovo a constatare i disastri dell'hasbara su generazioni e generazioni di israeliani.

 
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from L' Alchimista Digitale

Per l'anno che verrà C’è un momento, verso la fine dell’anno, in cui il tempo sembra rallentare. Le luci sono più calde, i silenzi più lunghi, i bilanci inevitabili. È il periodo in cui promettiamo a noi stessi che da gennaio sarà diverso. Come se il calendario avesse poteri taumaturgici. Come se bastasse voltare pagina per cambiare davvero storia. La verità è che l’anno nuovo non porta nulla. Non arriva con un pacco regalo sotto braccio. Non bussa alla porta con soluzioni pronte, né con istruzioni per l’uso. L’anno nuovo è solo un contenitore vuoto. E sei tu a decidere cosa metterci dentro. Aspettare che qualcosa cambi è una forma elegante di immobilità. È una resa gentile, mascherata da speranza. È il modo più sofisticato per rimandare la responsabilità. Perché finché aspetti, non rischi. E finché non rischi, non fallisci. Ma nemmeno vivi. Il cambiamento vero non ha fuochi d’artificio. Non ha countdown, né brindisi. Arriva in silenzio, spesso in un giorno qualunque. Quando smetti di raccontarti la solita storia su chi sei. Quando ti accorgi che non sei stanco della vita, ma della versione ridotta che ne stai vivendo. Cambiare non significa stravolgere tutto. Significa scegliere, finalmente, di non tradirti più. Dire qualche “no” in più dove hai sempre detto “sì”. Dire un “sì” deciso dove prima avevi paura. Smettere di aspettare il momento perfetto, perché il momento perfetto è una leggenda urbana. Il cambiamento nasce da piccoli gesti quotidiani. Da una domanda scomoda fatta allo specchio. Da un’abitudine tolta come un dente marcio. Da una scelta che non fa rumore, ma fa direzione. È un lavoro artigianale, non un colpo di fortuna. E no, non devi diventare qualcun altro. Devi diventare più vicino a ciò che sei davvero. Quella parte di te che conosci benissimo ma che tieni in disparte per comodità. Perché cambiare spaventa, ma restare fermi logora. E il tempo, quello sì, non aspetta nessuno. L’anno che arriva non ti chiede promesse solenni. Ti chiede presenza. Ti chiede coraggio imperfetto. Ti chiede di smettere di rimandare la vita a data da destinarsi. Perché la vita non ama i “poi”. Non aspettare che l’anno nuovo ti migliori. Non è il suo mestiere. Migliorati tu, anche solo di un passo. Scegli oggi ciò che domani ti ringrazierà. E quando scatterà il primo gennaio, non avrai bisogno di auguri: avrai già cominciato.

 
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from L' Alchimista Digitale

Quanto costa quella guerra? Come se fossimo in un negozio e indicassimo una giacca appesa in vetrina: “Mi scusi, quanto costa quella?”. Ma stavolta, non si tratta di stoffa, né di moda. Si tratta di bombe, soldati, morti, strategie geopolitiche, cicli economici e banche private. Una frase che può sembrare stupida, detta così, ma che può diventare l’incipit più illuminante per una delle riflessioni più scomode della nostra epoca: quanto costa davvero una guerra, e a chi conviene? La risposta non è scritta sui cartellini appesi, ma nei bilanci delle grandi corporazioni e famiglie finanziarie che da oltre due secoli alimentano i conflitti nel mondo. In apparenza le guerre sembrano atti di politica, ideologia o religione. In realtà, sempre più spesso sono operazioni economiche, investimenti a lungo termine, con un margine di guadagno così alto da far impallidire qualsiasi prodotto finanziario tradizionale. Quando una nazione decide di entrare in guerra, la prima necessità non è morale, ma monetaria. I governi, per sostenere i costi di un conflitto, prendono in prestito denaro, emettono obbligazioni, cercano liquidità rapida. Ed è qui che entrano in scena le banche private. Quelle stesse istituzioni che nelle fasi di pace restano dietro le quinte, diventano i protagonisti silenziosi dei conflitti armati. Non interessa loro chi vincerà sul campo di battaglia. Non tifano per una bandiera o per un’altra. A queste entità interessa solo possedere ciò che resta dopo. La guerra per loro è un affare a rendimento garantito. Quando uno Stato è in difficoltà, il suo debito diventa un’occasione: obbligazioni vendute per pochi spiccioli, acquisite in blocco, e poi moltiplicate per cento, per mille, una volta che la guerra si conclude. In caso di vittoria, il valore sale alle stelle. In caso di sconfitta, il debito resta comunque, e i governi sono costretti a ripagare. Non importa se a vincere è Napoleone o Wellington, se cade Berlino o se sorge la democrazia in Medio Oriente: le banche che hanno finanziato entrambi i fronti riscuotono sempre. La guerra, dunque, non è solo un evento tragico e umano, ma è un asset finanziario gestito da coloro che meglio di tutti sanno far crescere i profitti dal caos. Ed è proprio dal caos che hanno tratto la loro forza. Durante la Prima guerra mondiale, queste corporazioni non si limitarono a finanziare gli eserciti: crearono vere e proprie alleanze strategiche basate su obbligazioni di guerra e prestiti tra governi. Ma il loro vero profitto arrivò alla fine del conflitto, nella ricostruzione dell’Europa, dove i cantieri della speranza vennero appaltati, indovinate un po’, proprio alle industrie finanziate dalle stesse banche che avevano alimentato la distruzione. Poi arrivò la Seconda guerra mondiale. Ed è qui che il quadro diventa ancora più chiaro. Industrie pesanti, chimiche, armamenti: tutto finanziato da capitali che giungevano sia da ovest che da est. Non vi fu lato del conflitto che non ricevette, in modo diretto o indiretto, sostegno economico dalle medesime mani. E come se non bastasse, al termine della guerra, fu grazie a queste influenze che vennero ridisegnate intere mappe geopolitiche, incluso il sostegno alla creazione dello Stato di Israele, frutto di manovre e pressioni internazionali condotte spesso dietro le quinte. Solo le banche hanno vinto, non le nazioni. I popoli si sono sacrificati, i governi hanno ricostruito, ma le famiglie finanziarie sono le sole ad aver mantenuto e aumentato il loro potere. Ogni guerra, ogni crisi, è stata un’occasione per consolidare il controllo. Non è un caso se la nascita e l’ascesa delle Banche Centrali coincidono con le grandi guerre moderne. Il controllo del denaro ha significato, in più di un’occasione, il controllo del risultato. Chi può stampare moneta, emettere credito, gestire l’inflazione o la recessione, ha in mano le leve della realtà. Non più i generali, ma i banchieri. Non più gli strateghi, ma i finanziatori. Chi controlla la moneta, controlla la storia. E la storia, benché cambi spesso i suoi nomi, ripete sempre lo stesso copione. Oggi non parliamo più apertamente dei Rothschild, dei Morgan o dei Rockefeller, ma le dinamiche sono identiche. Gli strumenti sono digitali, le guerre sono ibride, le crisi sono indotte, ma il gioco è sempre quello. Chi controlla il denaro, controlla il debito. E chi controlla il debito, detta le regole. Viviamo in una realtà dove la vera indipendenza non si misura in bandiere, ma in sovranità monetaria. Dove le nazioni che non costruiscono un proprio piano di emancipazione finanziaria restano intrappolate in un ciclo infinito: indebitarsi per armarsi, armarsi per combattere, combattere per indebitarsi ancora. E nel mezzo, la popolazione paga, con le tasse, con l’inflazione, con la disoccupazione, e talvolta con la vita. Chiedersi quanto costa una guerra non è più una provocazione retorica. È una necessità civile. È il primo passo per comprendere che ogni bomba lanciata ha dietro un bonifico, ogni soldato inviato ha un tasso d’interesse, ogni pace firmata ha un bilancio consolidato da sistemare. E forse, allora, dovremmo davvero entrare in quel negozio immaginario e chiederlo al commesso: “Mi scusi, quanto costa quella guerra in vetrina?” Perché solo quando capiremo il prezzo reale, potremo scegliere se continuare a comprarla.

L'Alchimista Digitale ©

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Diavolo di un Alejandro! Ancora una volta salito in cattedra, Alejandro Escovedo dispensa una delle migliori lezioni rock'n'roll della stagione, e ci troviamo così a tessere le immancabili lodi di un autore mai troppo considerato, un punto fermo di quella classicità rock che sta diventando sempre più merce rara di questi tempi. Tutto ciò avviene quando meno te lo aspetti: al termine di un percorso di rinascita artistica e umana che nella trilogia elettrica concepita con il produttore Tony Visconti sembrava ormai avere detto tutto, toccando punte di ispirazione notevoli in Street Songs of Love e abbandonandosi divertito nella sarabanda di Big Station. Burn Something Beautiful è qualcosa di più e di meglio, forse sarebbe giusto dire di definitivo, nella descrizione dell'autore... https://artesuono.blogspot.com/2016/12/alejandro-escovedo-burn-something.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/6qzXtdeIuZ7oUPc28kx67h


 
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from norise 3 letture AI

SPIOVE LUCE

spiove luce di stelle gonfie di vento col tuo peso greve di limiti ti pare quasi vita sognata il vissuto già divenuto memoria

siamo frecce scagliate nel futuro o il tempo che ci è dato è maya e si è immersi in un eterno presente?

. Il componimento “SPIOVE LUCE” offre un viaggio intenso attraverso immagini che si fanno portatrici di esperienza e riflessione sul tempo, sull’essere e sulla memoria.

Immagini cosmiche e pesi esistenziali Il verso “spiove luce di stelle gonfie di vento” introduce un’immagine in cui la luce non cade come semplice precipitazione, ma si manifesta in modo quasi tangibile, una pioggia cosmica carica di energia e vitalità. Le “stelle gonfie di vento” suggeriscono un universo in continuo mutamento, pieno di forza e movimento. A questa energia si contrappone la percezione del peso dell'esistenza, espressa in “col tuo peso greve di limiti”. Qui il “peso” diventa metafora dei limiti intrinseci alla condizione umana: la consapevolezza dei nostri margini fisici e, forse, anche della finitezza dell’esperienza.

Memoria e la vita sognata Il passaggio “ti pare quasi vita sognata / il vissuto già divenuto memoria” fa scorrere il lettore in un territorio dove la vita ideale, forse perfetta come in un sogno, si trasforma in un ricordo già sedimentato. Vi è una tensione tra l’esperienza vissuta e quei momenti che, pur essendo intensi e reali, vengono trasformati dal tempo in tracce evanescenti, quasi irreali. La memoria qui non è solo custode del passato, ma diventa parte integrante della percezione stessa della vita.

Il tempo come freccia e come illusione Nel concluding “siamo frecce / scagliate nel futuro / o il tempo che ci è dato è maya / e si è immersi in un eterno presente?” il poeta allunga l’invito alla meditazione. Le “frecce scagliate nel futuro” suggeriscono azione, movimento incontrollato e destino, la rapidità con cui sfugge l'attimo. Contemporaneamente, la domanda retorica sull’essenza del tempo — che “è maya”, termine che nella filosofia indiana indica l’illusorietà della realtà — apre alla riflessione se la nostra esperienza esistenziale non sia, in realtà, intrappolata in un presente eterno e illusorio, dove il passato è già memoria e il futuro, un’ipotesi fluida.

Verso ulteriore riflessione Il componimento si presta a numerose letture: potremmo percepire queste immagini come il riflesso della condizione umana, in bilico tra il desiderio di una fuga poetica e la pesantezza dei limiti imposti dal tempo e dalla materia. Oppure, considerarlo un richiamo alla consapevolezza del presente, in cui ogni attimo, sebbene fuggevole, racchiuda in sé l’intera ricchezza della vita, trasformandosi in memoria nel ciclo incessante dell’esistenza.

 
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