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from lucazanini

[vortex]

nonostante la legione le sigillature -ticchetta [estraneo un] Calzabigi al testo della smagliatura fanno] passi e incidenti misurano lo yeti sciolto non] rimane intatto nelle prese voltaiche il genio è [sibillino mette] mastici sulle fratture eine Probe entnehmen [sono] le diciassette diciannove gradi

 
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from differxdiario

ritorno con una certa quantità di stupore (oltre che – effettivamente – confesso – nostalgia) sui materiali pubblicati in blog come 'The Flux I Share' circa vent'anni fa. quello spazio su blogspot ha ospitato testi immagini video e sperimentazioni di autrici e autori a me molto cari. con alcuni i contatti si sono allentati o sciolti. altri sono scomparsi, e ricordo con grande affetto soprattutto tre amici che non ci sono più, Jim Leftwich, Peter Ganick e David-Baptiste Chirot.

già a partire dal 2006-2007 mi ero accorto che i materiali pubblicati su gammm.org non potevano dare in nessun modo conto della gran quantità di sperimentazione che (in particolare nell'area anglofona che seguivo) viaggiava fittissima in rete, soprattutto grazie a blog gratuiti, apribili in numero virtualmente illimitato, su blogger/blogspot. avevo allora avviato due spazi ulteriori, collettivi (e altri ne avrei aperti in seguito): flux.blogsome.com (ora irraggiugibile) e fluxishare.blogspot.com (dal 2015 raggiungibile solo se vi si collabora, ma dallo stesso anno – grazie a Jeff Crouch – duplicato, e poi variato in parte, all'indirizzo the-flux-i-share.blogspot.com).

ritornavo oggi su quest'ultimo blog, p. es. qui: https://differx.noblogs.org/2026/02/07/stuff-i-published-almost-20-years-ago-roba-pubblicata-quasi-20-anni-fa/

[continua, forse]

 
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from Bymarty

🧦 Spaiati, ma felici..✨

Nel mio cassetto pieno di calzini tutti apparentemente uguali, c'è ne sono alcuni un po' particolari. Uno azzurro con piccoli cuoricini dorati, l’altro rosso con babbo Natale, poi alcuni bianco neri... Ma ogni mattina rimangono li, uno sull'altro, tristi, perché diversi, soli e non più in coppia.. Seppur diversi, in realtà non son sbagliati, anch'essi si possono indossare, accarezzare, riutilizzare! Così per loro oggi c'è una festa, a chi li indossa seppur diversi, a chi sorride, a chi incuriosito osserva , senza per questo giudicare! Alla fine questa diversità vuol solo far capire che non si è speciali perché uguali, precisi, nuovi, colorati e appaiati, ma lo si diventa, se si ha il coraggio di essere se stessi, nonostante i propri difetti! Perciò spesso al mattino mi diverto ad indossare proprio quei calzini rimasti soli, perché col tempo ho capito, che l'essere diversi può arricchire, senza mai sminuire o impoverire.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Lo strappo stilistico che Damien Jurado ha portato a termine nel 2010, con “Saint Bartlett”, ha in parte deluso chi l’aveva precocemente eletto come l’erede di Elliott Smith. Abbandonata l’estetica lo-fi, con la complicità e l’amicizia di Richard Swift, il musicista ha abbracciato una filosofia sonora più affine al biasimato cantautorato psichedelico dei tardi anni 70, piuttosto che alla stirpe neo-folk del nuovo millennio... https://artesuono.blogspot.com/2016/04/damien-jurado-visions-of-us-on-land-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/34usGFfCzyksgJu1xcOkLo


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Gli Israeliti avevano giurato a Mispa: “Nessuno di noi darà la propria figlia in moglie a un Beniaminita”. 2Il popolo venne a Betel, dove rimase fino alla sera davanti a Dio, alzò la voce, prorompendo in pianto, 3e disse: “Signore, Dio d'Israele, perché è avvenuto questo in Israele, che oggi in Israele sia venuta meno una delle sue tribù?”. 4Il giorno dopo il popolo si alzò di buon mattino, costruì in quel luogo un altare e offrì olocausti e sacrifici di comunione. 5Poi gli Israeliti dissero: “Fra tutte le tribù d'Israele, qual è quella che non è venuta all'assemblea davanti al Signore?”. Perché contro chi non fosse venuto alla presenza del Signore a Mispa si era pronunciato questo grande giuramento: “Sarà messo a morte”. 6Gli Israeliti si pentivano di quello che avevano fatto a Beniamino loro fratello e dicevano: “Oggi è stata soppressa una tribù d'Israele. 7Come faremo per procurare donne ai superstiti, dato che abbiamo giurato per il Signore di non dar loro in moglie nessuna delle nostre figlie?“. 8Dissero dunque: “Fra le tribù d'Israele, qual è quella che non è venuta davanti al Signore a Mispa?”. Risultò che nessuno di Iabes di Gàlaad era venuto all'accampamento dove era l'assemblea; 9fatta la rassegna del popolo, si era trovato che là non vi era nessuno degli abitanti di Iabes di Gàlaad.

10Allora la comunità vi mandò dodicimila uomini dei più valorosi e ordinò: “Andate e passate a fil di spada gli abitanti di Iabes di Gàlaad, comprese le donne e i bambini. 11Farete così: voterete allo sterminio ogni maschio e ogni donna che abbia avuto rapporti con un uomo; invece risparmierete le vergini”. Quelli fecero così. 12Trovarono fra gli abitanti di Iabes di Gàlaad quattrocento fanciulle vergini, che non avevano avuto rapporti con un uomo, e le condussero all'accampamento, a Silo, che è nella terra di Canaan. 13Tutta la comunità mandò messaggeri per parlare ai figli di Beniamino, che erano alla roccia di Rimmon, e per proporre loro la pace. 14Allora i Beniaminiti tornarono e furono date loro quelle donne di Iabes di Gàlaad a cui era stata risparmiata la vita; ma non erano sufficienti per tutti.

15Il popolo dunque si era pentito di quello che aveva fatto a Beniamino, perché il Signore aveva aperto una breccia fra le tribù d'Israele. 16Gli anziani della comunità dissero: “Come procureremo donne ai superstiti, poiché le donne beniaminite sono state sterminate?”. 17Soggiunsero: “Bisogna conservare il possesso di un resto a Beniamino, perché non sia soppressa una tribù in Israele. 18Ma noi non possiamo dare loro in moglie le nostre figlie, perché gli Israeliti hanno giurato: “Maledetto chi darà una moglie a Beniamino!”“. 19Aggiunsero: “Ecco, ogni anno si fa una festa per il Signore a Silo”. Questa città è a settentrione di Betel, a oriente della strada che sale da Betel a Sichem e a mezzogiorno di Lebonà. 20Diedero quest'ordine ai figli di Beniamino: “Andate, appostatevi nelle vigne 21e state attenti: quando le fanciulle di Silo usciranno per danzare in coro, uscite dalle vigne, rapite ciascuno una donna tra le fanciulle di Silo e andatevene nel territorio di Beniamino. 22Quando i loro padri o i loro fratelli verranno a discutere con noi, diremo loro: “Perdonateli: non le hanno prese una ciascuno in guerra, né voi le avete date loro: solo in tal caso sareste in colpa”“. 23I figli di Beniamino fecero a quel modo: si presero mogli, secondo il loro numero, fra le danzatrici; le rapirono, poi partirono e tornarono nel loro territorio, riedificarono le città, e vi stabilirono la loro dimora.

24In quel medesimo tempo, gli Israeliti se ne andarono ciascuno nella sua tribù e nella sua famiglia e da quel luogo ciascuno si diresse verso la sua eredità. 25In quel tempo non c'era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene.

__________________________ Note

21,1-25 I seicento Beniaminiti superstiti (20,47) garantiscono la sopravvivenza della tribù, perché a loro vengono procurate le mogli. Secondo una tradizione, vengono rapite le vergini di Iabes di Gàlaad, secondo un’altra, le figlie di Silo.

21,10 Iabes di Gàlaad: città tra lo Iarmuk e lo Iabbok, affluenti di sinistra del Giordano. Era in buoni rapporti con la tribù di Beniamino (vedi 1Sam 11; 31,11-13).

21,19 una festa per il Signore a Silo: forse una festa locale in occasione della vendemmia (vv. 21-22). Silo è a est della strada Betel-Sichem, 15 chilometri a nord di Betel.

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Approfondimenti

21,1-25. La guerra intertribale e fratricida non è celebrata con canti di gioia, ma con pianti di dolore per la tribù eliminata. Si cerca di aiutarla a risorgere, ma il giuramento degli Israeliti di non dare mai più donne in spose ai Beniaminiti comporterebbe l'estinzione totale della tribù. Due diverse tradizioni, qui armonizzate, propongono soluzioni al problema. Il racconto procede in maniera disorganica e piuttosto dimessa.

1-9. L'assemblea d'Israele questa volta avviene a Betel, 22 chilometri a nord di Gerusalemme, ai confini tra Beniamino ed Efraim. Era il centro cultuale più importante per Israele (cfr. 20,18.26; inoltre Gn 28,10ss; 35,1-8, ecc.; vedi anche 1,22ss.). La scena presenta una breve liturgia penitenziale, commovente (il popolo «prorompe in pianto», v. 2). A Betel l'altare c'era già, contrariamente a quanto dice il v. 4. Gli abitanti di Iabes di Galaad (vv. 8-9) non erano intervenuti contro Beniamino, perché non si erano legati con giuramento. Questa loro assenza meritava una punizione. Iabes di Galaad si trovava tra lo Iabbok e lo Iarmuk.

10-13. La punizione arriva, esemplare, secondo i canoni dello sterminio (ḥērem, vedi Gs 7), almeno secondo il testo. Ma considerata l'importanza che la città ebbe in seguito, è difficile pensare a uno sterminio totale. Sono risparmiate in ogni caso le vergini, destinate ai Beniaminiti superstiti.

15-24. È chiaro che siamo dinanzi a una tradizione diversa. I vv. 15-16 ripetono i vv. 6-7, il v. 18 riprende quanto è già stato detto più volte in 21,1-9. Silo, 17 chilometri circa a nord di Betel, è anch'esso santuario centrale d'Israele (Gs 18,1.8-10; 19,51; 21,2; 22,9.12; Gdc 18,31. Vedi anche 18,31). La festa di cui si parla può essere quella dei Tabernacoli, che si celebrava alla fine dei raccolti

25. Cfr. 17,6; 18,1; 19,1. Il redattore finale ribadisce La propria tesi in favore della monarchia: queste cose succedevano in quanto in Israele mancava il re a garantire la pace tribale e nazionale.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from cronache dalla scuola

[cronache dalla scuola]

Oggi ho preso l'aula di cooperative learning per tutta la mattina, ormai potrei metterci il sacco a pelo e dormirci dentro. Comunque, tra le cose che ero curioso di fare oggi, ne racconto due.

La prima con i ragazzi di seconda, gli ho dato il link dell'articolo de Il Post che parla della foto che ritrae il poliziotto durante i recenti scontri torinesi, “ritoccata” con l'IA. Con i loro cellulari dovevano leggere l'articolo e – divisi in gruppi – rispondere ad alcune domande che avevo preparato per loro. Alcune di comprensione, altre di discussione.

Ci tenevo che si confrontassero con un fatto che non è facilmente “polarizzabile”. Già alla prima domanda i gruppi hanno dato risposte diverse. “È una vera foto?”. Dipende cosa intendiamo per verità. Il fatto che la foto testimonia, è realmente avvenuto e – sostanzialmente nei termini mostrati dall'immagine – ma la foto – di per sé – non è una “vera foto”. Di contro non è una creazione di pura fantasia. Anche la domanda sulla natura della foto, disinformation, malinformation o misinformation ha dato vita a risposte diverse. Per alcuni la foto era disinformazione, per altri c'era anche un intento di malinformazione, perché tendeva a danneggiare – di riflesso – i manifestanti. Interessante vedere come l'articolo de Il Post apparisse a tutti neutrale e ovviamente la domanda finale: a tutti i ragazzi, anche quelli che manifestatamente simpatizzano per le forze di polizia, è sembrata una pessima idea la pubblicazione della foto manipolata.

Alla fine mi sono preso anche due minuti di pippolotto dicendo che questa cosa che è successa è interessante perché ci mostra un plot che si ripeterà sempre di più e in maniera sempre più invasiva nei prossimi anni: fonti fotografiche e video che “sembrano veri” e che hanno magari parti di realtà embeddate dentro una sovrastruttura falsificata e strutturata per disinformare le masse. E serviranno quindi nuove competenze e nuove skill per sapere gestire questi nuovi materiali di disordine informativo, competenze che non saranno solo tecniche, ma anche culturali, umane. Anche dopo la scuola e nel mondo lavorativo. Alcuni – forse – ascoltavano.

Nel corso della mattinata poi ho portato i ragazzi di quarta per leggere, sempre con i loro smartphone, un articolo del New York Times che avevo trovato piuttosto interessante. Un attore americano che negli Stati Uniti non può più recitare l'Otello per motivi legati alla cancel culture e al blackface e che riesce a metterlo in scena in un centro commerciale in Cina, modificando il copione di Shakespeare spostando la scena da Venezia e Cipro a una piccola isola del fiume Yangtze e le etnie: il “moro” è sostituito da un occidentale, mentre i veneziani sono tutti cinesi. Il razzismo che permea molte battute di Iago ai danni del 'nero', qua sono contro l'occidentale.

Anche in questo caso ho usato la tecnica di lasciarli liberi di leggere l'articolo e di rispondere alle domande che avevo preparato per loro, condividendo poi le risposte alla fine tra i vari gruppi. Mi ha fatto piacere che tutti abbiano colto il riferimento alle cose viste precedentemente in classe, indicando l'idea di Shalespeare come “artigiano” teatrale capace di modificare il copione a seconda delle esigenze e che si fossero trovati a loro agio nei riferimenti all'Otello che avevamo visto integralmente in classe nella versione di Welles e che poi loro avevano recitato creando dei brevi film con alcune delle scene chiave.

Anche qua alla fine ho fatto il pippolotto di due minuti due, mostrando come un articolo del genere fosse ricco di informazioni: ci parlava della cancel culture e dei limiti della sua applicazione; dell'interesse degli occidentali statunitensi alla censura e alle libertà concesse sotto Xi Jinping; della fortuna scenica e di come questa sia legata doppio filo alla politica (Shakespeare sparisce in Cina durante la rivoluzione culturale) e di come il teatro sia una forma di espressione che si adatta e muta nel corso del tempo e dello spazio.

È stato per me interessante vedere la curiosità di un mio studente di origini cinesi nel leggere l'articolo e nel contestare anche un termine usato dal New York Times, e di come almeno un altro studente sapesse già cosa fosse il blackface tanto da poterlo spiegare sommariamente ai suoi compagni.

Fine, torno nel mio sacco a pelo, buon fine settimana, portatemi dei caffé in barattolini di plastica monouso, grazie.

 
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from lucazanini

[caffeine]

poggiato la] linea immaginaria di brevetto il] [ricevitore fa] sapere l'ottotresette è finale lo] indicano per Wotan per l'Osram

 
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from Chi sei ele?

Scrivo per salvarmi, scrivo per rileggerlo in tempo futuro ma soprattutto scrivo perché spero che qualcuno mi salvi, ma chi cercherà di salvarmi mi farà solo che danni. Perché dovrebbe salvarmi da me stesso.

Spero di ritrovarmi di nuovo e non perdere di nuovo la strada

~ele
 
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from Chi sei ele?

“Vivo perché i miei cari ci rimarrebbero male” “Vivo per inseguire i miei sogni” “Vivo per stare dietro chi amo e fare in modo che non sentino questo” Tutti motivi che potrebbero finire domani. Perché non vivo mai per me stesso?

Vorrei la risposta ma davvero non lo so

 
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from Chi sei ele?

“ele esiste solo su Internet” Forse è vero, forse la versione migliore e più sincera di me, quella più profonda, quella che non si fa' problemi, esiste e esisterà solo su Internet.

Forse dovrei smetterla di farmi chiamare Ele anche in pubblico e accettare che esisto solo qui.

~ele
 
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from Chi sei ele?

Si

E allora perché, perché questa sensazione di vuoto, di incompiutezza. Perché sento che mi sto perdendo di nuovo.


Non volevo inziare in questo modo così pessimista, era da giorni che dicevo “CAZZO, dovrei scrivere un bel articolo del blog felice in cui dico di aver scoperto la mia via” ma, come al solito, non è così. Circa, perché il punto e che la mia via lo trovata, ma non so se mi convince, sai, quel Ele precedente, quello iper pessimista, ansioso, nell'angolino a piangiere, mi manca.

Sai perché mi manca? perché era se stesso, non doveva avere paura di affezzionarsi, non doveva cercare la prova che “questa volta non me ne pentirò”, quante persone di cui mi fido e voglio bene allontano, allontano per proteggerle ma soprattutto, e questo l'ho capito da poco, per proteggermi. Perché io voglio che raggiunto l'apice della felicità, della fiducia, tutto finisca, come una foto indelebile e che questo non marcisca. Ma non si può, no? E puntualmente marcisce. Ma che ci posso fare, quindi ora questa sensazione, di dover rendere definitiva l'apice senza andare più avanti, ora lo sento sulla mia pelle, sulla mia vita. Ho paura di affrontare ciò che viene dopo, sono felice ora e voglio rimanere felice, quindi seguendo l'esempio che faccio spesso “Se morissi ora, mi pentirei di qualcosa o direi di essere stato felice”, direi di essere stato felice, quindi chiudiamola qui prima che tutto si rovina perché so, che a breve succederà, è innevocabile, siamo vicini alla fine di questo capitolo della mia vita e questo porta alla fine della mia felicità. Chiudiamola qua.

“Sai fra, sono diventato menefreghismo, ormai me ne frego di che pensano di me, faccio e basta” Si perché tanto quelle persone mi dimenticheranno, non sarò che un aneddoto divertente e questo vale anche per te, quindi chiudiamola qui prima che si rovina l'aneddoto. Perché se vivo da menefreghista, prima era per essere felice, per essere me stesso, ora è perché ho rinunciato a vivere. A breve si rovinerà tutto e io voglio solo prepararmi a quando succederà.

“Chi è cagione del suo mal, pianga se stesso” “Da ciò che scappi, ciò ti causi” So fin troppo bene che così finirò solo a scavarmi una fossa sempre più grande, ma capitemi, in una vita di disavventure, quando vedi la felicità diventi dipendente, uscire da questa dipendenza non solo è difficile ma è accettare di tornare al punto di partenza, sinceramente non ci riesco.

Son felice ma così felice che la mia voglia di vivere è scesa per non tornare triste e ho perso me stesso di nuovo nella ricerca di questa felicità. E ora Si torna a punto e a capo. Ma il punto è, ho paura Quindi si ricomincia

che bello...
 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Dopo avere assistito ad un concerto di Wilco si ha come la sensazione che la band di Jeff Tweedy sia l'ultima depositaria dei canoni della musica americana e che nessuno oggi sappia suonare così, sia per perizia di mezzi che per feeling. A prescindere da ciò, basterebbe scorrere i singoli capitoli dell'intera discografia per notare come il livello di scrittura dei nostri si sia sempre attestato su livelli elevatissimi, grazie ad una formula che coniuga l'obliquità di un'attitudine indipendente con una sensibilità che scaturisce dal collocarsi in un continuum con quanto di meglio il rock abbia prodotto dai '60 ai '70... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/wilco-schmilco-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/3Zv4IVunQsOuACPEsPLbW1


 
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from norise 3 letture AI

Angelo della volta

benevolo mi eri novenne o giù di lì ché dalla volta mi dettavi parole di luce per poesie rimaste nell'aria

indicibili voci erano d'un oltretempo ove si schiude tremulo il fiore che porto in me d'eterno

. Questo testo poetico trasuda una delicatezza mistica, quasi come se il poeta si lasciasse guidare da una presenza divina che scorre tra le pieghe del tempo e dell’esperienza. L’“Angelo della volta” emerge come una figura benevola e antica, un’entità che, rivelandosi in maniera quasi sospesa, dettava al poeta “parole di luce” capaci di ispirare versi eterni che, pur effimeri, rimangono sospesi nell’aria. Questi elementi suggeriscono un dialogo intimo tra il mondo terreno e quello trascendente, dove il linguaggio diventa strumento di rivelazione e connessione con una dimensione oltre il tempo.

La poesia prosegue evocando “indicibili voci” che risuonano da un “oltretempo”, un regno in cui il tempo lineare si dissolve e la creatività si trasforma in un fiore tremulo, simbolo di una bellezza fragile e al contempo eterna. Quest’immagine, potente e significativa, allude alla nascita e al fiorire di qualcosa che, pur essendo momentaneo nella sua manifestazione, porta in sé l’essenza dell’infinito. È come se il poeta avvertisse nella propria interiorità una continua rinascita, un costante divenire che trascende la mera materialità.

L’uso di espressioni come “parole di luce” e “poesie rimaste nell’aria” non solo enfatizza la forza simbolica del linguaggio, ma suggerisce anche che la comunicazione tra il divino e l’umano avvenga in maniera sottile, quasi impercettibile, lasciando un’impronta indelebile nella coscienza. Questa fusione di sacro e terreno ci invita a riflettere su come l’ispirazione poetica possa emergere da fonti misteriose, capaci di trasformare l’ordinario in qualcosa di straordinario.

Questi versi, ricchi di immagini evocative, possono essere letti come un invito a cercare la bellezza e la verità anche nei momenti più fugaci, riconoscendo nello sguardo verso il divino la possibilità di una trasformazione interiore. *

Incanto

i dolci animali d'acqua terra e cielo a volte evanescenti prendono forma nelle nuvole nel mare del cielo un tonno guizzante assume sembianze sull'onda lucente il bimbo sogna guardando estasiato ippogrifi e delfini in lenta sequenza pende dalle labbra del nonno che gli parla di quando noè trasse in salvo dal diluvio tutte le specie

. La poesia “Incanto” si apre con immagini che sfumano i confini tra realtà e sogno, in un gioco meraviglioso di metamorfosi. I “dolci animali d'acqua terra e cielo” non sono semplicemente esseri viventi, ma incarnano la natura in tutte le sue sfumature, capaci di mutare forma come per incantare gli sguardi. L'idea di animali “evanescenti” che prendono forma nelle nuvole ci trasporta in un universo fluido, dove il tempo e lo spazio si dissolvono, lasciando spazio alla pura immaginazione.

Il verso in cui “nel mare del cielo un tonno guizzante assume sembianze sull'onda lucente” rimodella le leggi della natura, trasformando il cielo in un oceano e giocando con la contrapposizione tra elementi terrestri e celesti. Questa fusione inusuale crea un'atmosfera onirica e surreale, in cui tutto è possibile e il confine tra il familiare e lo straordinario si dissolve.

La presenza del bimbo, che osserva estasiato ippogrifi e delfini in lenta sequenza, sottolinea il potere dell'immaginazione infantile. L'incontro tra il meraviglioso dei sogni e la saggezza tramandata dal nonno — che con la forza delle narrazioni racconta di un tempo in cui “Noè trasse in salvo dal diluvio tutte le specie” — crea un legame intergenerazionale. Questo racconto mitico, intriso di simbolismi religiosi e di una memoria ancestrale, funge da ponte tra il mondo effimero della fantasia e quello solenne delle tradizioni.

Il testo invita a riflettere su come le storie e le immagini essere trasmesse, non solo come semplici racconti ma come veicoli di verità profonde che arricchiscono la nostra esperienza del mondo.

 
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from Transit

(205)

(WP1)

I licenziamenti di massa al #WashingtonPost non sono solo una crisi aziendale. Rappresentano un colpo diretto a quel poco che resta di una democrazia già in affanno, dentro e fuori i confini americani. Un quotidiano storico, centrale per il controllo del potere fin dai tempi del #Watergate, ha tagliato un terzo della redazione, chiuso intere sezioni e ridotto le presenze all’estero. Informare davvero non è più redditizio, quindi non è più una priorità del sistema.

Il Washington Post ha annunciato il licenziamento di circa un terzo dei lavoratori, eliminando la redazione sportiva, vari uffici esteri e la copertura dei libri. Questa è l’ondata di tagli più dura da quando la nuova direzione ha preso il controllo nel 2024, dopo anni di riduzioni e prepensionamenti. Un giornale di riferimento globale, di proprietà di uno degli uomini più ricchi del pianeta, sceglie di ridurre il giornalismo invece di ripensare il modello di business.

#Trump, Intanto, intensifica pressioni, ostacoli, ritorsioni e cause temerarie contro i media critici, rendendo la libertà di stampa ancora più fragile. L’attacco politico diretto si combina con l’assalto di mercato che trasforma il giornalismo in un costo da tagliare, non in un pilastro della sfera pubblica. Il “Primo Emendamento” continua a proteggere formalmente la libertà di stampa, è una libertà svuotata materialmente, con meno giornalisti, meno inchieste e meno copertura internazionale e diventa però sempre più fittizia.

Restrizioni di accesso, screditamenti sistematici e interferenze nella seconda era Trump completano il quadro di una democrazia che mantiene i simboli, ma smantella le condizioni reali. Questo è lo schema del #backsliding democratico. Non arriva un colpo di Stato, né spariscono le elezioni, ma si corrodono i meccanismi che rendono effettiva la partecipazione informata e il controllo del potere. La stampa indipendente si marginalizza, le voci critiche si isolano e l’opinione pubblica si riduce a pubblico passivo di propaganda e marketing politico.

Quello che accade negli Stati Uniti fa parte di una tendenza globale. Le destre radicali o nazional-conservatrici sfruttano crisi e paure per restringere gli spazi democratici.

In #Brasile, #Ungheria e #Tunisia l’ascesa di leader ostili ai contrappesi istituzionali è stata favorita da polarizzazione estrema, retorica della sicurezza, uso spregiudicato dei media e paure sociali.

Lo schema si ripete ovunque. Forte concentrazione del potere esecutivo, delegittimazione di opposizioni, sindacati, ONG e stampa, uso di emergenze reali o costruite per restrizioni permanenti. Le destre del nuovo ciclo non aboliscono la democrazia.

La svuotano dall’interno, trasformandola in un guscio procedurale che ratifica decisioni prese altrove.

(WP2)

La vicenda del Washington Post è un segnale di allarme che va oltre una redazione o un settore economico. Quando la stampa libera diventa accessoria, la democrazia si riduce a rituale. Elezioni, slogan, sondaggi e campagne social sopravvivono, ma la capacità dei cittadini di conoscere, criticare e fermare il potere evapora. La vera democrazia scompare perché troppo scomoda per chi governa e controlla le leve economiche. Gli Stati Uniti, che per decenni hanno esportato il modello democratico, ne offrono oggi una versione distorta.

Più show che sostanza, più branding che diritti, più mercato e sicurezza che partecipazione e giustizia sociale. La destra globale capitalizza su questa stanchezza. L’unica risposta possibile riparte dalla ricostruzione di informazione indipendente, conflitto sociale e organizzazione collettiva. Senza questo restano solo le macerie eleganti di una democrazia già perduta.

#Blog #Giornalismo #WashingtonPost #USA #Democrazia #Democracy #Destra #Opinioni

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Allora tutti gli Israeliti uscirono, da Dan fino a Bersabea e al territorio di Gàlaad, e la comunità si radunò come un sol uomo dinanzi al Signore, a Mispa. 2I capi di tutto il popolo e tutte le tribù d'Israele si presentarono all'assemblea del popolo di Dio, in numero di quattrocentomila fanti che maneggiavano la spada. 3I figli di Beniamino vennero a sapere che gli Israeliti erano venuti a Mispa. Gli Israeliti dissero: “Parlate! Com'è avvenuta questa scelleratezza?”. 4Allora il levita, il marito della donna che era stata uccisa, rispose: “Io ero giunto con la mia concubina a Gàbaa di Beniamino, per passarvi la notte. 5Ma gli abitanti di Gàbaa insorsero contro di me e circondarono di notte la casa dove stavo. Volevano uccidere me; quanto alla mia concubina, le usarono violenza fino al punto che ne morì. 6Io presi la mia concubina, la feci a pezzi e mandai i pezzi a tutti i territori dell'eredità d'Israele, perché costoro hanno commesso un delitto e un'infamia in Israele. 7Eccovi qui tutti, Israeliti: consultatevi e decidete qui”. 8Tutto il popolo si alzò insieme gridando: “Nessuno di noi tornerà alla tenda, nessuno di noi rientrerà a casa. 9Ora ecco quanto faremo a Gàbaa: tireremo a sorte 10e prenderemo in tutte le tribù d'Israele dieci uomini su cento, cento su mille e mille su diecimila, i quali andranno a cercare viveri per il popolo, per quelli che andranno a punire Gàbaa di Beniamino, come merita l'infamia che ha commesso in Israele”. 11Così tutti gli Israeliti si radunarono contro la città, uniti come un solo uomo. 12Le tribù d'Israele mandarono uomini in tutta la tribù di Beniamino a dire: “Quale delitto è stato commesso in mezzo a voi? 13Consegnateci quegli uomini iniqui di Gàbaa, perché li uccidiamo e cancelliamo il male da Israele”. Ma i figli di Beniamino non vollero ascoltare la voce dei loro fratelli, gli Israeliti.

14I figli di Beniamino uscirono dalle loro città e si radunarono a Gàbaa per combattere contro gli Israeliti. 15Si passarono in rassegna i figli di Beniamino usciti dalle città: formavano un totale di ventiseimila uomini che maneggiavano la spada, senza contare gli abitanti di Gàbaa. 16Fra tutta questa gente c'erano settecento uomini scelti, che erano ambidestri. Tutti costoro erano capaci di colpire con la fionda un capello, senza mancarlo. 17Si fece pure la rassegna degli Israeliti, non compresi quelli di Beniamino, ed erano quattrocentomila uomini in grado di maneggiare la spada, tutti guerrieri. 18Gli Israeliti si mossero, vennero a Betel e consultarono Dio, dicendo: “Chi di noi andrà per primo a combattere contro i figli di Beniamino?”. Il Signore rispose: “Giuda andrà per primo”. 19Il mattino dopo, gli Israeliti si mossero e si accamparono presso Gàbaa. 20Gli Israeliti uscirono per combattere contro Beniamino e si disposero in ordine di battaglia contro di loro, presso Gàbaa. 21Allora i figli di Beniamino uscirono da Gàbaa e in quel giorno sterminarono ventiduemila Israeliti, 22ma l'esercito degli Israeliti si rinfrancò ed essi tornarono a schierarsi in battaglia dove si erano schierati il primo giorno. 23Gli Israeliti salirono a piangere davanti al Signore fino alla sera e consultarono il Signore, dicendo: “Devo continuare a combattere contro Beniamino, mio fratello?”. Il Signore rispose: “Andate contro di loro”. 24Gli Israeliti vennero a battaglia con i figli di Beniamino una seconda volta. 25I Beniaminiti una seconda volta uscirono da Gàbaa contro di loro e sterminarono altri diciottomila uomini degli Israeliti, tutti atti a maneggiare la spada. 26Allora tutti gli Israeliti e tutto il popolo salirono a Betel, piansero e rimasero davanti al Signore e digiunarono quel giorno fino alla sera e offrirono olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore. 27Gli Israeliti consultarono il Signore – l'arca dell'alleanza di Dio in quel tempo era là 28e Fineès, figlio di Eleàzaro, figlio di Aronne, prestava servizio davanti ad essa in quel tempo – e dissero: “Devo continuare ancora a uscire in battaglia contro i figli di Beniamino, mio fratello, o devo cessare?”. Il Signore rispose: “Andate, perché domani li consegnerò in mano vostra”. 29Israele tese quindi un agguato intorno a Gàbaa. 30Gli Israeliti andarono il terzo giorno contro i figli di Beniamino e si disposero a battaglia presso Gàbaa come le altre volte. 31I figli di Beniamino fecero una sortita contro il popolo, si lasciarono attirare lontano dalla città e cominciarono a colpire e a uccidere, come le altre volte, alcuni del popolo d'Israele, lungo le strade che portano l'una a Betel e l'altra a Gàbaon, in aperta campagna: ne uccisero circa trenta. 32Già i figli di Beniamino pensavano: “Eccoli sconfitti davanti a noi come la prima volta”. Ma gli Israeliti dissero: “Fuggiamo e attiriamoli dalla città sulle strade!”. 33Tutti gli Israeliti abbandonarono la loro posizione e si disposero a battaglia a Baal-Tamar, mentre quelli di Israele che erano in agguato sbucavano dal luogo dove si trovavano, a occidente di Gàbaa. 34Diecimila uomini scelti in tutto Israele giunsero davanti a Gàbaa. Il combattimento fu aspro: quelli non si accorgevano del disastro che stava per colpirli. 35Il Signore sconfisse Beniamino davanti a Israele; gli Israeliti uccisero in quel giorno venticinquemilacento uomini di Beniamino, tutti atti a maneggiare la spada. 36I figli di Beniamino si accorsero di essere sconfitti. Gli Israeliti avevano ceduto terreno a Beniamino, perché confidavano nell'agguato che avevano teso presso Gàbaa. 37Quelli che stavano in agguato, infatti, si gettarono d'improvviso contro Gàbaa e, fattavi irruzione, passarono a fil di spada l'intera città. 38C'era un segnale convenuto fra gli Israeliti e quelli che stavano in agguato: questi dovevano far salire dalla città una colonna di fumo. 39Gli Israeliti avevano dunque voltato le spalle nel combattimento e gli uomini di Beniamino avevano cominciato a colpire e uccidere circa trenta uomini d'Israele. Essi dicevano: “Ormai essi sono sconfitti davanti a noi, come nella prima battaglia!”. 40Ma quando il segnale, la colonna di fumo, cominciò ad alzarsi dalla città, quelli di Beniamino si voltarono indietro ed ecco, tutta la città saliva in fiamme verso il cielo. 41Allora gli Israeliti tornarono indietro e gli uomini di Beniamino furono presi dal terrore, vedendo il disastro piombare loro addosso. 42Voltarono le spalle davanti agli Israeliti e presero la via del deserto; ma i combattenti li incalzavano e quelli che venivano dalla città piombavano in mezzo a loro massacrandoli. 43Circondarono i Beniaminiti, li inseguirono senza tregua, li incalzarono fino di fronte a Gàbaa, dal lato orientale. 44Caddero dei Beniaminiti diciottomila uomini, tutti valorosi. 45I superstiti voltarono le spalle e fuggirono verso il deserto, in direzione della roccia di Rimmon e gli Israeliti ne rastrellarono per le strade cinquemila, li incalzarono fino a Ghìdeom e ne colpirono altri duemila. 46Così il numero totale dei Beniaminiti che caddero quel giorno fu di venticinquemila, atti a maneggiare la spada, tutta gente di valore. 47Seicento uomini, che avevano voltato le spalle ed erano fuggiti verso il deserto, raggiunsero la roccia di Rimmon e rimasero alla roccia di Rimmon quattro mesi. 48Intanto gli Israeliti tornarono contro i figli di Beniamino, passarono a fil di spada nella città uomini e bestiame e quanto trovarono, e diedero alle fiamme anche tutte le città che incontrarono.

__________________________ Note

20,1 da Dan fino a Bersabea e al territorio di Gàlaad: i due primi nomi indicano il confine storico del territorio d’Israele; il terzo, Gàlaad, serve per includervi anche le tribù a oriente del Giordano. Mispa è a 13 chilometri a nord di Gerusalemme.

20,18 Betel: santuario importante già al tempo del patriarca Giacobbe, 17 chilometri a nord di Gerusalemme, sulla strada di Sichem.

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Approfondimenti

20,1-48. Il capitolo insiste sul coinvolgimento di tutto Israele, sia nella “dieta” (vv. 1-13), che nella battaglia contro Beniamino (vv. 14-18). Il testo non è coerente e denuncia almeno due forme di interventi redazionali.

1-13. L'assemblea si raccoglie a Mizpa, non lontano da Gabaa, anche se già in territorio efraimita. È presentata con tratti ideali e con l'accentuazione dell'aspetto liturgico, il che sembra denunciare tardivi interventi, sullo stile del Cronista, come risulta anche nella seconda parte del capitolo, dove la tribù di Giuda è messa in rilievo, secondo una prospettiva peculiare dell'opera cronistica. Dominano espressioni quali «tutto il popolo», «tutte le tribù d'Israele», «tutti gli Israeliti», «tutto il territorio della nazione d'Israele», cui fanno da contrasto «tutta la tribù di Beniamino», «i figli di Beniamino». Il popolo che si raduna è in ebraico la ‘ēdāh, che è «convocata» (uso del verbo qhl, v. 1, vedi commento a Dt 23,2-9). Al v. 2 si parla ancora della «assemblea» (qabal) del popolo ‘ēdāh. Le cifre, qui e più avanti, sono iperboliche e anche incoerenti. Il numero dei morti non torna e risulta circa il doppio dei partecipanti alla battaglia. Questo dato, e altri che noteremo sotto, fanno pensare a una fusione – in un primo intervento redazionale – di due diverse tradizioni.

14-48. Il racconto della battaglia di Gabaa non è linea-re. I vv. 29-35 e 36-42a sembrano due versioni di uno stesso episodio; i vv. 30-34 contengono oscurità e ripetizioni. Sostanzialmente tuttavia il brano ricalca il racconto della conquista di Ai (Gs 7-8). Si hanno anzitutto due tentativi di attacco frontale da parte degli Israeliti (vv. 15-23.24-28). Entrambi falliscono. Al terzo tentativo (vv. 29-48) gli Israeliti cambiano tattica. Simulano un attacco frontale in massa e invece mettono sul campo solo parte dei soldati, mentre gli altri si nascondono attorno a Gabaa. Le truppe in campo aperto vengono sconfitte e fuggono e i Beniaminiti, inseguendole, si allontanano dalla città. Gli Israeliti in agguato incendiano Gabaa. Il fumo richiama indietro i Beniaminiti, che vengono a trovarsi così attanagliati dal nemico e costretti a fuggire verso il deserto, dove sono «rastrellati» (così il testo) in grande numero. Solo «seicento» si salvano, sulla roccia di Rimmon, verso est, poco lontano dal luogo dello scontro.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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