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from Con lo zaino in spalla

Qualche giorno fa sono stato a Tuqtuquilal (@tuqtuquilal). Il posto è un'oasi di pace vicino a Lanquin, in Alta Verapaz, Guatemala. Sono tante le cose che mi sono piaciute: la qualità dell'aria, dell'acqua, la bellezza della natura, la valle con il suo pendio che scende sotto i tuoi piedi e risale dall'altro lato del fiume creando così una visuale estremamente gradevole per ogni momento della giornata. Mi sarebbe piaciuto passare lì molto più tempo, ma l'incombere del viaggio di ritorno in Italia mi ha obbligato ad abbandonarlo dopo solo 5 giorni.

Ecco qualche parola su ciò che mi è piaciuto di più stando lì: L'aria. Prima di descrivere l'aria bisogna fare una piccola premessa. Se in Italia stiamo uscendo dalla pandemia e praticamente tutti vanno in giro senza mascherina, quando si trovano all'aperto, in Guatemala non è così: la diffusione del virus è assolutamente fuori controllo e vige ancora l'obbligo di uso della mascherina in qualunque situazione pubblica: per strada, nei mezzi pubblici, nei mercati e supermercati e nei luoghi pubblici. In Alta Verapaz sembra esserci un'eccezione. Forse perché i messaggi diramati dalla capitale stentano ad arrivare e a farsi accettare, forse perché la popolazione è più giovane e quindi meno esposta al rischio, forse perché lo stile di vita meno contaminato dalle influenze occidentali crea una popolazione più forte e resistente alle patologie, fatto sta che l'impressione comune è che ci siano meno casi di contagio che nel resto del paese. Detto ciò, l'aria è quella dei boschi tropicali, dell'azzurro del cielo e del verde della vegetazione fulgida, clima caldo di giorno e fresco in serata, eppur sempre piacevole. Aria pulita, limpida, celestiale.

L'acqua. Elemento iper-rappresentato a Tuqtuquilal, ne ho goduto la sua purezza e vitalità. L'acqua che si beve è della sorgente, così come l'acqua che esce dai rubinetti e dalle docce (che sono riscaldate con pannelli solari). È acqua viva anche quella del fiume che scorre al fondo della valle (río Lanquín), a pochi metri dall'ingresso principale; e anche quella del fiume Cahabon che si unisce al suddetto pochi chilometri più a est. È benedizione che scende dal cielo anche l'acqua che piove a volte di pomeriggio, a volte la sera, durante la stagione delle piogge (maggio-ottobre). Il fiume è saggio. Attraversa la foresta, scorre impetuosamente senza sosta, racconta storie lontane, cicli idrici interminabili, alimenta la foresta e rinfresca gli animali, umani e non. È vivo, e lo vedi così com'è sempre stato. In altri posti è molto frequente imbattersi in buste di plastica ed altri rifiuti. Lì ne ho visti davvero pochi, quasi nessuno. Puoi facilmente immaginare che ciò che vedi corrisponde a ciò che avresti potuto vedere due milioni di anni fa, prima che questo animaletto strano chiamato homo sapiens iniziasse a espandersi e a modificare l'ambiente intorno.

La valle. Penso di avere una predilezione per le valli. Amo la vista creata dal pendio: le punte degli alberi sono abbastanza in basso da non ostacolare la vista, e la terra scende sotto i tuoi piedi e risale dall'altra parte della valle. La vegetazione tinge la superficie del rilievo di verde, un verde intenso, vivido. Le palme si mescolano ad altri alberi e ogni tanto spunta un fiore a ravvivare ancora di più il quadretto.

Il progetto. Tuqtuquilal nasce come un centro ecologico di rigenerazione. Quindi vi trovate bungalow costruiti secondo i principi della bioedilizia, con tecniche quali l'adobe, il bahareque, e anche molto bambù. Producono e trasformano cacao, vendono cioccolato di altissima qualità, ovviamente tutto biologico e socialmente responsabile verso le famiglie produttrici. Si possono fare visite guidate, nelle piantagioni e nei laboratori, con cui si può conoscere le tecniche produttive del cacao, della curcuma e degli altri prodotti. Ci sono laboratori formativi per la comunità locale e in genere un contatto abbastanza stretto tra i membri di Tuqtuquilal e gli abitanti del paesino circostante.

Il soggiorno a Tuqtuquilal è stato davvero rigenerante. Breve ma intenso. Così intenso che in pochi giorni ho riacquisito un po' del senso del selvatico che un po' inevitabilmente avevo perduto vivendo in ambienti urbani e che il contatto con la natura, con la terra, la visione delle foglie secche, il contatto con l'erba e con il fango, il canto del ruscello, hanno contribuito a risvegliare. Probabilmente nel viaggio in Brasile cercherò anche posti così, in modo da poter vivere un po' di vita selvatica lontana dalla cattività degli ambienti antropici.

 
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from Marco-san

Dopo grandi dubbi decido anche io di iscrivermi al partito. È stato un autore americano, letto su una rivista, a dirmi che questa sarebbe stata la mossa migliore per ottenere un mondo migliore.

In effetti ha senso, il partito influenza e partecipa quasi ogni elezione. Non solo, al suo interno ci sono molte persone che dedicano la loro vita alla politica ed al cambiamento. Voglio far parte di un esercito di volontari che si dedicano alle istituzioni.

Foto di Greyson Joralemon su Unsplash

Mi iscrivo su internet qualche mese fa. Non ricevo nulla se non la conferma di pagamento. Sollecito l'iscrizione quando succedono fatti politici particolari. Mi spavento per come potrebbe essere la prima riunione. Penso che sarebbe una meraviglia cambiare i meccanismi dall'interno. Creare un luogo dove sia facile iscriversi, discutere, migliorare.

Vengo contattato direttamente dal segretario cittadino. Ha capito che ho avuto qualche problema ad iscrivermi, che ci sono state complicazioni logistiche, mi manda messaggi personali e personalizzati per incontrarmi. Evito l'incontro, non voglio dargli troppo spazio nella mia vita.

Oggi è la prima volta in cui ci vedremo. In cui ci presenteremo. Mio papà ha fatto politica attiva per il partito opposto, magari se ne ricordano tutti. Ho personalmente fatto a botte con uno degli ex esponenti, in gioventù. Liti giovanili, alcool. Credo fortissimamente che questo movimento possa fare un sacco di cose belle. Anzi, che le stia facendo. Trovo insopportabile che a volte sbagli. Troppo. Provo a dirmi che è solo facendo che si sbaglia, però che diritto ha di sbagliare una persona con responsabilità? Oggi arriva anche la notizia: << non abbiamo una sede, ci ritroveremo all'interno dell'auditorium dell'ospizio>>

Che paura mi può fare un manipolo di vecchietti che si trovano per progettare la rivoluzione all'interno di un ospizio? Decido di andare lo stesso. Perché anelo un luogo dove sia possibile ed organizzato il confronto. Come un posto di lavoro, un luogo in cui sia progettato non solo quello che viene fatto in modo ordinario, ma anche il flusso di discussione e di lite. Perché non ne posso più delle discussioni sul virus all'interno di una famiglia spaccata tra vaccinati e impauriti. Per pensare ad altro. Per mantenere un pezzo di novecento nella mia vita. Per poter avere il controllo, su di me, sulla mia vita.

Paura, un po' me la fa.

 
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from luciobarabesi

Settembre 13, ventiventuno.

le cose non si mettono bene, mi aspetta ancora un anno di lavoro prima che l'impianto dove lavoro venga ristrutturato e gliunga il preambolo della pensione: la cassaintegrazione. Tra speranze e aspettative che si accartocciano è sempre più valida la scelta di essere felici qui ed ora, il futuro non sarà lunghissimo, allora guardare alla pensione diventa inutile. Ma essere felici qui ed ora diventa difficilissimo .............. sono stanco e divento sempre più cattivo.

 
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from Gippo

E così l'altro giorno sono andato a farmi la terza dose di vaccino per poter aggiornare il Green Pass. Giunto al centro vaccinale non vedo molta gente, ci sono solo alcuni ragazzi e qualche ragazza. Col foglio della mia prenotazione, mi presento di fronte ad un'infermiera molto giovane e carina, con la divisa tutta rosa e una scollatura a forma di cuore al centro del petto. Sakura

Per un attimo mi chiedo se non sia una cosplayer piuttosto che un'infermiera. Lei sembra leggere le mie perplessità e mi mostra un tesserino sorridendomi, strizzando l'occhio e passandosi velocemente la punta della lingua lungo tutta l'arcata del labbro superiore. Le sorrido anch'io pure se i dubbi mi rimangono, ma solo nel subconscio. “Allora” mi dice “terza dose, giusto? Che vaccino vuole stavolta?” “Dunque” rispondo “alle prime due ho preso Pfizer che praticamente è il vaccino di Bill Gates, a questo turno lei cosa mi consiglia?” “Che ne dice di questo nuovissimo vaccino israeliano? Gli israeliani fanno sempre molto figo quando si tratta robe all'avanguardia, specie se uno pensa che il mondo sia dominato da una elite pluto-giudaico-massonica. L'esercito israeliano è una macchina da guerra micidiale. Il Krav Maga è una tecnica militare terribile e letale che pratica pure la Canalis. Il Mossad conosce tutto e tutti e influenza i maggiori eventi mondiali. Poi, a tempo perso, usano pure i golem e hanno un contatto privilegiato con Dio, che, come ci spiega Biglino, in realtà sono gli Elohim cioè gli alieni.” “No, grazie, io sono un sincero democratico e penso che gli israeliani non siano diversi da tutti gli altri stronzi che ci sono in giro nel mondo.” “Ah, ma lei è un democratico ma anche un disincantato!” replica l'infermiera, notando la crudezza del termine utilizzato per designare genericamente l'assemblea globale delle nazioni. “Da un po' di tempo a questa parte mi fido solo della scienza e dei numeri. Analizzando tutti i protocolli sanitari di tutti i vaccini esistenti al mondo, la mia scelta cadrebbe oggi sul misconosciuto vaccino del Camerun.” “Wow!” “Ho qualche dubbio sull'indipendenza dei loro analisti sanitari, anche alla luce della subdola propaganda del loro dittatore pluridecennale Paul Biya, ma chi sono io per giudicarli dopo aver visto all'opera Rocco Casalino?” “Non è certo un vaccino molto popolare...” “Credo che la sua diffusione a livello mediatico sia stata frenata soprattutto da ragioni di marketing: difatti il nome 'Bingo Bongo' non ispira di suo particolare fiducia.” “Già, è un po' come tentare di vendere negli Stati Uniti un vaccino russo chiamato 'Sputnik'!” “Ehi, questo è già stato fatto!” “Ah sì, è vero...” Restiamo per un po' in silenzio, poi l'infermiera rompe gli indugi e caccia da un frigorifero una fialetta di vaccino 'Bingo Bongo'. Quindi estrae il liquido verdastro che c'è all'interno con una siringa. Vedendomi nervoso, l'infermiera allarga un po' con la mano la scollatura a forma di cuore di modo che, sbirciandone un capezzolo, possa tranquillizzarmi. La cosa funziona, così può procedere coll'infilarmi l'ago nello spazio fra le sopracciglia, nel chakra del terzo occhio. “Ho dimenticato di dirle i possibili effetti collaterali e reazioni avverse, comunque ho visto che era abbastanza informato in merito...” “So benissimo che potrei sperimentare allucinazioni aventi come protagonista qualche divinità trickster della tradizione animista africana.” “Esatto, se accade non si preoccupi, è tutto normale.” “Certo...” “Ad ogni modo una mia amica ha fatto un vaccino pellerossa ed ha subìto la visita di una divinità trickster indiana, tale Kokopelli, associato alla fertilità, che l'ha messa incinta.” “Sono sicuro che i costi superino comunque i benefici.” “Certamente! Ora si accomodi là e attenda quindici minuti. Poi torni di nuovo qua.” “Come mai?” chiedo preoccupato. Ricordavo delle prime due dosi che dopo i quindici minuti in attesa di effetti avversi, in assenza di problemi si poteva andar via direttamente. “Sorpresa!” mi risponde l'infermiera strizzandomi di nuovo l'occhio e facendo una conturbante linguetta. Mi accomodo fiducioso. Attesi i quindici minuti di rito, torno dall'infermiera. “Qualche reazione particolare?” mi chiede lei. “Beh, non so se si è trattato di un'allucinazione, sembrava così reale... comunque lo spirito del fiume Benue mi ha portato con sè oltre le nuvole e mi ha mostrato i futuri domini del presidente Paul Biya: il Camerun governerà su tutte le nazioni del mondo!” “Ed... ecco... lo spirito del fiume Benue le ha per caso asportato la milza?” “Mio Dio, no!” “Generalmente è la prima cosa che fa quando trasporta qualcuno sopra le nuvole” “N-non lo sapevo, se lo avessi saputo...” “E' un effetto collaterale che conosciamo in pochi. Mi scusi, non gliel'ho detto perché magari ci poteva ripensare!” “Certo che ci avrei ripensato!” “Ma la milza è inutile!” “Ma che discorsi sono!” L'infermiera capisce di averla fatta grossa. Per farsi perdonare si solleva leggermente la divisa, mostrando delle mutandine semitrasparenti. Quando cambia discorso, mi sono già dimenticato tutto. “Arriviamo ora alla sorpresa!” dice tutta giuliva “Con la terza dose il Green Pass glielo aggiorniamo direttamente noi e non deve ricevere SMS nè compilare moduli online, nè stampare astrusi file pdf!” “Ma veramente non è che la cosa mi desse così tanti grattacapi...” dico un po' deluso, aspettandomi una sorpresa più piacevole. “Lei è un osso duro” ribatte chinandosi sulla mia guancia e leccandomela lascivamente. “Molto duro...” aggiunge passando una mano birichina tra le mie gambe. “O-ok, è una bellissima sopresa!” dico. Tutta sorridente mi porge un Green Pass già avvolto in una plastichina trasparente. Gli do uno sguardo volante. “Ehi, qui non c'è scritto da nessuna parte che si tratta di un certificato di vaccinazione! Anzi, la parola 'vaccino' non c'è proprio!” “Già, era proprio una brutta parola, vero? No-vax, no-vaccino, una parola divisiva...” “Si ma...” “Al suo posto c'è una definizione più congrua ed accattivante, in linea con le recenti tendenze alla gamification. Suvvia, dia un'occhiata lei stesso.” Vedo meglio il mio Green Pass e comincio a leggere ad alta voce:

Il giocatore Gippo ha acquisito un segnalino protezione virus. Un giocatore che abbia acquisito un segnalino protezione virus ha una percentuale ridotta del X% di contrarre un virus Covid e una percentuale ridotta del Y% di subire un danno critico da virus Covid, dove X ed Y sono definiti dalle recenti pubblicazioni scientifiche selezionate dal Game Master e calano ad ogni turno di un ammontare definito sempre dal Game Master. Quando X e Y raggiungono 0, il giocatore deve fare una nuova dose.

“Ma che è?! E' una fottuta carta di Magic the Gathering?!? Mi state prendendo per il...” e vorrei inveire ma l'infermiera è stranamente tutta nuda, a parte il cappellino e lo stetoscopio che continua ostinatamente a passare dal capezzolo destro al sinistro e viceversa, lamentando languidamente: “Uuuh! Che brividi!”. Dimentico quello che stavo dicendo. “Allora è d'accordo con me? Vaccino era una parola brutta. Ma soprattutto inadatta.” “Sì, inadatta, sono d'accordo” dico. Mi accompagna all'uscita, sempre nuda. Una volta tornato a casa, mi accorgo che ho un nuovo tatuaggio a forma di antilope sulla spalla destra. Dev'essere un effetto collaterale del vaccino, pardon, del “segnalino protezione virus”. Domani manderò un'e-mail all'Istituto superiore della Sanità Camerunense per consentire loro di aggiornare il protocollo sanitario. Perché sono un cittadino di grande senso civico. Già che ci sono, mi farò pure una radiografia per controllare se ho ancora la milza.

 
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from Marco-san

Cambiare la mia vita, in qualche modo, perché quella che sto vivendo non è in questo momento soddisfacente. Il casino sta nel fatto che questo argomento è piuttosto confuso. Come mai la mia vita non è soddisfacente? È solo un momento? È qualcosa di specifico? E sopratutto, è cambiato qualche cosa da quando ho deciso di cambiare la mia vita?

immagine via Coursera

La prima cosa da sistemare è un lavoro. Lavoro poco, non cresco in nessun modo. Per questo motivo mi sono iscritto a un corso su internet Non è il primo che faccio, ma sembra fatto molto bene. Forse lo recensirò, in qualche modo, da qualche parte.

Una cosa mi rende sicuro. Voglio approfittare di questa cosa pazzesca data dalla condivisione delle conoscenze. Sono sicuro anche dell'altra. A 2* anni studiare è l'unica cosa che ho imparato a fare. A cui sono stato costretto. Un classico dei traumi: tornare all'essenziale.

Veduma.

Google data analyst.

Appunti. Tutti i corsi online danno la possibilità a chi già sa di sostenere gli esercizi senza farli. Una sorta di quiz preparatorio. In una materia dove ero convinto di essere molto preparato, ho superato il 67% degli esercizi. Molti erano di concetto. Il corso mi prende bene perché devo avere almeno l'80%. È sfidante.

#lavoro

 
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from luciobarabesi

Due Settembre ventiventuno. Si sta bene in questa piccola casa a Pisciotta, sulle colline di fronte al mare, il paesaggio è pieno di olivi ed io è da ieri che mi chiedo come facciano a raccoglierle con questo terreno in pendenza .., e poi sono olivi molto alti e vecchi. Tutto è molto silenzioso e calmo di turisti pochi ormai .

 
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from Dedicato ad Azzurra

“Ah, quelli sì che erano giorni, quando lui tagliava la legna e Inger restava a guardare. Erano I giorni più belli” Knut Hamsun, I frutti della terra

Come molti uomini, anche Isak Sellanrå, protagonista del romanzo di Knut Hamsun I frutti della terra, vive i suoi momenti più felici nella foresta. A scanso di equivoci maschilisti, se sua moglie Inger resta a guardare non è perché sia pigra o piena di stupore di fronte alla forza di un uomo con un'accetta: semplicemente, Hamsun ci sta dicendo che Isak non riesce a godere del proprio lavoro se non ha qualcuno che lo osserva e lo apprezza. Poveretto chi spacca legna solo per sé stesso.

Lars Mytting, Norwegian Wood

 
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from Con lo zaino in spalla

Vivo in Guatemala. Qui, tanto nei piccoli posti turistici, come nelle città più popolose, la gente ha un'immagine stereotipata degli stranieri, che qui sono in maggioranza statunitensi. Qui la gente pensa che gli statunitensi siano bianchi, alti e coi capelli castani. In effetti non hanno tutti i torti, visto che è questo il tipo di persone che arriva qui, da quel paese. Tuttavia sappiamo che questi appartengono alla minoranza privilegiata che domina economicamente il resto delle “razze” in un paese fortemente multietnico. Nella piramide sociale e cromatica degli USA, i bianchi rappresentano il vertice, e la base è costituita da afroamericani, latinos e asiatici; eppure è proprio la classe più ricca quella che viaggia di più, arrivando a confondere gli abitanti dei paesi del Sud circa i tratti somatici dominanti negli States.

I poveri, seppur costituiscano la maggior parte della popolazione (soprattutto nelle americhe, in cui la classe media è ridotta), sono sotto-rappresentati nella comunità dei viaggiatori. Perché viaggiano meno? Perché hanno meno possibilità di farlo, per ragioni economiche e culturali. Ho passato anni in viaggio: dapprima come backpacker in Europa, muovendomi con un budget estremamente ridotto, cercando di spendere quanto meno possibile, usufruendo delle reti di ospitalità (tipo couchsurfing e hospitality club, di cui ho parlato in un post precedente ); poi in America Centrale e del Sud. Ho viaggiato in autostop via terra dal Guatemala verso il sud, impiegando un anno e mezzo per arrivare in Brasile, di cui ho conosciuto solo una piccolissima parte. Nel viaggio ho conosciuto ogni sorta di persone: turisti ricchi, giovani in gap year, vagabondi di lungo corso, esuli dai loro paesi in crisi, esploratori nomadi nel sangue, e molti altri tipi umani.

Ho conosciuto una gran diversità di viaggiatori appartenenti a diverse classi sociali, eppure riconosco che è relativamente più facile muoversi, per chi appartiene a una classe sociale media o alta. Il vantaggio si manifesta in tanti modi: avere un po' di soldi da parte o la sicurezza che ti dà un bonifico che i tuoi genitori ti possono fare in caso di emergenza. È come una rete di sicurezza, che ovviamente non tutti hanno. Inoltre, la povertà è multi-dimensionale. È povertà anche vivere in un ambiente in cui le ragazzine hanno il loro primo figlio a 16 o 17 anni, e il secondo entro i 20. È povertà anche il modo sopravvivenza che si attiva nelle classi sociali meno abbienti: chi lotta quotidianamente per mangiare, per pagare l'affitto, chi deve ingoiare il rospo ogni giorno per far fronte al sovraffollamento di una casa in cui vivono otto o dieci persone, per far fronte ai soprusi sul lavoro tipici della struttura dittatoriale dei lavori in cui sei solo manodopera e ti maltrattano per il semplice gusto di farlo e perché sanno che hai un disperato bisogno di continuare a ricevere uno stipendio; se una persona vive queste difficoltà come una realtà quotidiana, ha meno probabilità di cercare di superarsi, di guarire, di esplorare, di conoscere per mezzo di un viaggio. La prospettiva non è viaggiare, al massimo emigrare verso un paese del Nord globale in cui vivere una vita decente. Da questo punto di vista, lo ammetto, il viaggio è un lusso e per questo è moooolto difficile trovare tra i viaggiatori il figlio del minatore di coltan in Congo, o la ragazza madre che vive nei sobborghi precari delle periferie di una capitale del Sud globale e che è rimasta incinta del nuovo fidanzato di sua madre, o uno dei tanti bambini-adulti che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero senza essere mai andati a scuola, o le bambine scalze delle comunità rurali del terzo mondo abituate all'obbedienza e alla sottomissione, formate al loro ruolo di future gestanti e serve nella casa del marito. Per queste persone è incredibilmente difficile “viaggiare”, sono ancorate al loro nucleo di origine perché rappresenta l'unica possibilità di sopravvivenza. La comunità, almeno in America Latina, è il nido di favori, prestiti, aiuti, obblighi, che ti permette di farcela con i pochi mezzi di cui si dispone. Abbandonarla è un grande salto nel vuoto che pochi sono disposti a fare.

Eppure ogni tanto succede. Come quando mi sono messo in viaggio con la mia ex fidanzata guatemalteca, e il mio passaporto – rosso – copriva il suo permettendole di oltrepassare ogni frontiera senza problemi, mentre altri suoi connazionali avrebbero potuto essere fermati da un doganiere razzista e propenso a ostacolare il transito ad altri suoi simili in virtù del piccolo potere che la sua uniforme gli permetteva. O come Chepe, salvadoregno in viaggio in bici e senza soldi verso la Patagonia; come ci sia arrivato? non so, ma – conoscendolo – direi, pedalando. O come le migliaia di argentini e colombiani che lasciano casa con una moneta svalutata e attraversano chilometri con una chitarra, o delle clave da giocoleria, o con un po' di braccialetti di macramè. O come quando ti inventi un lavoro da fare durante il viaggio e sei disposto a tutto pur di andare avanti: a dormire in spiaggia, nelle stazioni di servizio, a fare autostop per ore sotto il sole dei tropici o a cucinare ogni tuo pasto perché anche comprare un panino preparato sforerebbe il tuo budget giornaliero.

Viaggiare è (quasi) sempre possibile. Il problema è che le classi dominanti usano questo pretesto per giustificare il loro dominio e far credere alle classi oppresse che, se si sforzano, possono arrivare molto in alto. E allo stesso tempo colpevolizzarle della loro povertà dicendo che sono persone pigre e che non lavorano abbastanza. Il lato oscuro del sogno americano. Ogni nero che negli USA sfonda nel basket o nella musica è un pretesto che i bianchi usano per dire “vedi, il problema non è il sistema, il problema sei tu che non ti sforzi abbastanza, se lavori duro puoi farcela”. Non voglio cadere in questa porcheria. Posso semplicemente dire quello che ho visto, e la realtà è duale, è molteplice. Da un lato viviamo in un sistema ingiusto, classista, razzista, neoliberale che crea una struttura sociale piramidale e opprime le classi inferiori non solo legalmente, ma anche psichicamente ancorandole ad una mentalità che non lascia molto spazio libero. D'altro canto siamo tutti parte di questa piramide e qualunque posto occupiamo dentro di essa abbiamo sempre persone più in alto e persone più in basso di noi. Non siamo quasi mai nè i primi nè gli ultimi e siamo sempre contemporaneamente privilegiati e oppressi in un complesso sistema intersezionale composto di classe, etnia, genere, specie, geografia, ecc. Abbiamo quasi sempre qualche risorsa da usare a nostro vantaggio e un certo margine di azione che ci permette di ritagliarci un certo spazio vitale, a volte esiguo, a volte un po' più grande. Per questo penso che dobbiamo essere coscienti delle ingiustizie e allo stesso tempo agire per migliorare tanto la nostra condizione quanto quella delle persone che stanno peggio di noi.

#viaggi e #viaggiatori , #viaggiopensiero #disuguaglianze

 
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from ut

L'assurdo che siamo è nell'essere circondati da ogni lato dal nulla. Dal nulla veniamo, nel nulla andiamo. Il vuoto ci tiene in un abbraccio costante. E ne abbiamo orrore. Abbiamo orrore del nostro essere gettati, per dirla con Heidegger. A farci orrore è la morte, e lo sappiamo. Ma a farci orrore è anche la nascita. Il vuoto che era prima di noi. In non essere da cui proveniamo, non sappiamo come, non sappiamo perché. Per colmare questo vuoto creiamo Dio. Che è eterno: non ha un nulla da cui proviene, non c'è un nulla in cui finisce. Ma Dio, non diversamente da noi, non sa perché esiste. E', semplicemente, esattamente come siamo noi. La differenza è che lo stupore doloroso che ci attraversa in lui è da sempre e sarà per sempre. Dio è l'essere assolutamente irredimibile, il punto di domanda eterno. Per alleviare di poco la nostra infelicità, creiamo un ente infinitamente infelice.

#loingpres

 
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from Gippo

Qualche giorno fa ho rivisto “I laureati”, film di Pieraccioni del 1995, così ho pensato che non ci fosse niente di meglio che ricominciare a scrivere per il blog ripartendo proprio da qui.

Non dobbiamo sottovalutare Pieraccioni e la sua opera. Scrivo questo perché le mie prime impressioni su di lui non furono buone. Nel 1995 (ma probabilmente lo vidi almeno un paio di anni più tardi) ero ancora alla ricerca di qualche maitre à pensèr che potesse rappresentare una bussola o un'ispirazione, un qualcuno alla Nanni Moretti di Ecce Bombo, una personalità estrosa, originale, controcorrente e geniale a cui ispirarmi. Pieraccioni non era e non è nulla di tutto questo. Tuttavia ciò non è motivo valido per il quale la sua filmografia vada snobbata. Voglio chiarire meglio il punto sulla personalità. Se voi guardate questo film, quasi all'inizio trovate una citazione di Salinger: il personaggio di Pieraccioni si chiede, di fronte a Ceccherini, dove vanno le anatre dopo che il laghetto d'inverno si ghiaccia. Penso che sia una roba abbastanza mainstream però, per chi non lo sapesse, è la stessa domanda che si pone il protagonista de “Il giovane Holden”, romanzo di formazione per eccellenza. Ora questa citazione, in bocca a Pieraccioni, sembra una specie di bestemmia per motivi di carisma che non sto a spiegarvi subito. Fare questo genere di riflessioni di fronte ad un Ceccherini qualsiasi senza specificarne la fonte è ciò che i millennial, intrisi dell'odierno gergo corrotto dalla perfida Albione, identificherebbero come un momento cringe. Eppure è chiaro che Pieraccioni vorrebbe proprio ambire al ruolo di piccolo e umile maitre a penser e lo si capisce dai brevi spiegoni che mette in bocca al personaggio del professor Galliano, suo ex professore di filosofia che, con la voce fuori campo del protagonista pieraccioniano, dà rapide e non autorevoli lezioni di vita e di tassonomia (ad esempio: “Dicesi imbuto cosmico quel momento nel quale ecc. ecc.”).

Pieraccioni e filosofia, dicevamo. Quel genere di filosofia spiccia che praticano gli estroversi per rimorchiare. La filosofia è roba da introversi, materia praticata peraltro con moderazione e coscienza della sua pericolosità. Pieraccioni è chiaramente un animatore turistico che non vuole ammetterlo: l'unico atto di umiltà, a cui però rinuncerà nel corso dei suoi film successivi, è quello di delegarne le funzioni al citato personaggio di Galliano interpretato dallo stralunato Alessandro Haber (anzi, “Stralunato Alessandro Haber”: è proprio il nome completo di questo attore) ma si tratta di una delega fatta a denti stretti, con rancore e risentimento, tanto che nel corso del film il regista Pieraccioni si vendicherà invidioso su di lui mettendoglielo letteralmente in culo (ma ci ritorneremo).

La storia de “I laureati” parla di quattro “fuori corso” trentenni che... non vogliono crescere. Eh già. In quegli anni andava di moda il mantra dei trentenni che non vogliono crescere che poi si sarebbe trasformato nel mantra dei quarantenni che non vogliono crescere, poi sarebbero diventati i bamboccioni, poi i giovani “choosy”, poi sarebbe venuto Grillo e avrebbe fatto una delle rarissime cose giuste che ha fatto, ovvero lasciar intendere, nel suo stile colorito, che forse se i giovani si comportano così è perché c'è anche una scelta economica razionale di base. Però allora andava di moda dire che i trentenni non volevano crescere ed era tutto un proliferare di film ambientati in due camere e un tinello dove venivano presentati i trentenni che non volevano crescere e i trentenni di allora erano veramente incazzati per questa storia, assieme a quell'altra che raccontava, attraverso gli editoriali delle riviste femminili, che l'uomo degli anni '90 era “troppo micio e poco macho”. Fortunatamente anche questa narrazione è entrata in crisi, stavolta a causa del fenomeno del femminicidio, e tutte le redattrici che scrivevano che l'uomo era “troppo micio e poco macho” sono state arrestate per apologia di reato e, dopo un percorso di rieducazione, trasformate in femministe e/o attiviste LGBTQ+. Ma dicevamo dei quattro fuori corso protagonisti della trama. Questi erano interpretati da: Leonardo Pieraccioni, Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo e Gianmarco Tognazzi. Ora, io ho letto una recensione su MyMovies dove c'è proprio un'osservazione giusta: questi attori, con l'eccezione di Tognazzi, non si allontaneranno mai più dai personaggi interpretati in questo film. Ed è verissimo. Massimo Ceccherini interpreta un folle e sboccato cabarettista che al momento cruciale si lascia scappare una bestemmia ed è curioso sapere che verrà addirittura squalificato per una bestemmia durante una futura edizione de “L'isola dei famosi”. Rocco Papaleo è il solito terrone lucano orgoglioso di esserlo. Ma due parole in più merita proprio Leonardo Pieraccioni. Interpreta con costanza quello immaturo che vuole crescere (ma non troppo) e per farlo non trova altra strada che innamorarsi e fare sul serio con la ragazza madre di turno. Seriamente, il personaggio Pieraccioni durante i suoi film incontra un sacco di ragazze madri, comunque già ingravidate, spesso insicure dell'identità del padre del bambino, ad esempio ne “Il paradiso all'improvviso”, ne “Il pesce innamorato”, in “Ti amo in tutte le lungue del mondo”. Particolare un po' inquietante: la ragazza recentemente morta in fabbrica in un incidente con una pressa a Montemurlo era anche lei una ragazza madre e aveva fatto la comparsa in un film di Pieraccioni. Questa costante simboleggia un po' la sospensione di Pieraccioni tra modernità e tradizione, elemento questo che traspare in numerosi dettagli ed episodi presenti nel film. Pieraccioni si rende conto che la famiglia tradizionale e specialmente il ruolo del padre non sono più gli stessi di un tempo (la Cucinotta, di cui si innamora, accoglie la notizia di una gravidanza con padre incerto come se niente fosse) ma vorrebbe probabilmente tornare a quell'idea, difatti le sue storie sono sempre serie, mai una botta e via, e le modernità degli atteggiamenti femminili rappresentano sempre inevitabilmente una remora da superare prima di buttarsi in qualcosa che fa evidentemente (e naturalmente) paura. Altro episodio significativo in tal senso è quello che vede protagonista Tosca D'Aquino, che in questo film non fa ancora il suo mitico “Piripìììì!!” poggiando il pollice sulla punta del naso e sventolando in chiusura le altre dita. Tosca (“la napoletana”) attira maschi solitari per fargli fare cose a tre col suo partner. Coinvolge dapprima Papaleo, che rifiuterà sdegnato nel suo abituale atteggiamento da terrone lucano orgoglioso e benpensante. Poi riuscirà nell'intento col professor Galliano, il quale sarà inizialmente entusiasta e poi... Qui si consuma la vendetta di Pieraccioni-regista sul professore di filosofia, a cui il buon toscanaccio Leonardo, in un patto faustiano, dà quel carisma e autorevolezza che sente di non avere, in cambio della verginità anale del povero docente. Oggi quell'episodio appare quasi insopportabilmente moralistico, dopo lustri di Youporn, Xhamster, Pornhub ed Hentai.

Vorrei fare anche un breve inciso per il personaggio di Giammarco Tognazzi, che è un po' un pesce fuor d'acqua ma è al contempo interessante per vari spunti storici. Tognazzi è sposato con la figlia di un imprenditore ma si scopa la cognata più giovane e carina. Che poi, sua moglie non è che sia male: si tratta di Elisabetta Cavallotti, attrice che quattro anni più tardi girerà alcune scene veramente bollenti in “Guardami” di Davide Ferrario, in cui interpreterà il declino di una pornostar che si ammala gravemente. Di quest'ultimo film ho impresse, marchiate a fuoco nella mia memoria, le lapidarie e sprezzanti parole di Tinto Brass allorquando chiesero un suo parere in merito ovvero: “Non sono interessato al genere porno-oncologico!”. Ho impresse anche la scena dell'esibizione erotica dal vero al Misex e la Cavallotti che fa un bocchino a Flavio Insinna, ma non saprei dire se il pene è veramente il suo oppure di una controfigura oppure uno di quei falli realistici di plastica che giravano anche nei film del citato e compianto Brass. Tornando a Tognazzi ne “I laureati” mi commuove sentirlo affermare che, nonostante abbia un cellulare intestato alla ditta del padre, non se la sente di chiamare a casa, per dimostrare che “non se ne approfitta”. Ecco, anche questo catapulta il film nel documento d'epoca.

Il personaggio di Pieraccioni, simpatico e perbene, è quello che alla fine del film ricorda a tutti che la ricreazione è finita e che non possono continuare a vivacchiare così, e devono crescere. Devono, magari dopo l'“ultima bischerata”. Ma è chiaro che sta convincendo più se stesso che Ceccherini. Anzi, no, forse sta convincendo Rita Rusic, ex moglie del produttore Vittorio Cecchi Gori, che ha puntato su di lui. Insomma, Pieraccioni, duole dirlo, non suona sincero e tutti i film successivi stanno lì a testimoniarlo. Doveva semplicemente ammettere di essere un animatore turistico più evoluto anziché un filosofo introverso. Ci proverà fuori tempo massimo ne “Il professor Cenerentolo” con una comicità meno impegnata e sociologica, a base di nani e, marginalmente, ballerine.

Leggendo questa recensione, forse penserete che sia stato un po' critico con Pieraccioni. Magari invidio la sua fortuna. In realtà c'è davvero qualcosa che invidio a Pieraccioni e voglio dirlo senza falsi pudori e senza privarlo della verginità anale: l'amicizia con Carlo Conti e Giorgio Panariello. Sarebbe piaciuto anche a me avere almeno un amico col quale vivere un'avventura professionale del genere condividendo la stessa passione (non necessariamente nel mondo dello spettacolo) in modo da sostenersi a vicenda. Comunque Pieraccioni, al di là dei limiti, non è da sottovalutare, la sua coerenza è commovente e spero che questa recensione vi faccia riflettere.

 
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from Con lo zaino in spalla

Panta rei, non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume.

Gli ultimi giorni sono stati frenetici. Vivo da anni in Guatemala, in America centrale. Tra pochi giorni sarò in Italia e questi sono i giorni degli addii: alle persone care, alle amicizie degli ultimi anni e agli amori degli ultimi giorni. Ho passato gli ultimi giorni a vendere tutto ciò che avevo: elettrodomestici, bici, cose che non posso portare via con me, visto che il bagaglio in stiva permette solo 23 kg e preferisco portarmi appresso i libri.

Ho lasciato anche la mia casa. Ero in affitto, in un paesino che si affaccia su di un lago meraviglioso. Nella mia permanenza lì, non troppo lunga a dir la verità, avevo conosciuto persone molto belle, e che quasi sicuramente non rivedrò mai più. È stato bello stare insieme, ed è stato bello anche separarsi. Ho provato un senso di gratitudine per aver avuto l'opportunità di condividere anche solo un briciolo della nostra vita. Piaceri, dissapori, è pur sempre tutto parte della nostra esistenza come esseri materiali.

E proprio come la materia fluisce, come un fiume scorre, anche noi cambiamo costantemente. Facciamo nuove esperienze, impariamo cose che prima non sapevamo, raccontiamo i nostri punti di vista e ascoltiamo quelli degli altri, ci contaminiamo, ci inoculiamo le idee che si diffondono e mutano e si adattano. Quello che era, quello che è stato, non è più.

 
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from AirGiada

La non monogamia etica

Vi avevo detto che avevo in serbo un argomento pruriginoso.

Vorrei parlarvi della non monogamia etica. Ovviamente ne parlo perché è qualcosa che conosco e che pratico, anche se, come vedremo, le possibili varianti sono tante.

Prima di tutto alcune definizioni.

Il termine non monogamia identifica un insieme di modelli relazionali in cui ogni partner ha, con il consenso dell'altro, anche altri partner. Attenzione bene, non si tratta di tradimento, ma della condivisione del principio secondo il quale l'amore è tanto, tantissimo e non è riducibile ad una sola persona.

Il termine “Etica”, invece, identifica il fatto che la persona non monogama etica fa un atto di responsabilità verso sé stessa e i propri partner. I partner non monogami etici si impegnano a comunicare tantissimo, a non tenere segreti e a rispettare, se ci sono, gli accordi presi.

Vediamo i più diffusi tipi di rapporto non monogamo etico.

La relazione aperta Tutti abbiamo più o meno un'idea di cosa si tratti, almeno a parole. Una coppia ha una relazione primaria e altre relazioni solo sessuali. Il sentimento è consentito e praticato solo nella coppia

Lo scambismo Anche questa è una pratica sessuale che a parole conosciamo tutti, anche se forse la maggior parte di noi ne ha una conoscenza piuttosto superficiale. Innanzitutto si considerano in questo non solo il classico caso di due o più coppie, ma anche i terzetti variamente assortiti. Normalmente questo tipo di rapporto prevede che lo scambismo sia non separato (tutti i partner fanno sesso assieme), anche se esistono partner che non seguono questa linea e praticano lo scambio separato (le coppie riassortite fanno sesso ognuna per conto proprio)

L'anarchia relazionale La forma in assoluto più libera di rapporto. Basata sull'autodeterminazione delle persone a poter vivere con la massima libertà ogni relazione, non prevede alcun limite e considera ogni rapporto come unico e speciale. Solitamente chi la pratica rifiuta ogni forma di categorizzazione dei propri rapporti amorosi e sessuali.

Il poliamore La forma a mio avviso più elevata di non monogamia etica. Prevede la capacità di avere più relazioni assieme, sessuali o sentimentali, lasciando ai partner la possibilità di vivere le proprie esperienze con la massima libertà, all'interno del gruppo poliamoroso.

A questo punto facciamo una puntualizzazione che non dovrebbe essere necessaria, ma tant'è. Poliamore e poligamia non sono sinonimi. La poligamia, quand'anche fosse legale (lo è in mondi e culture diversi dei nostri), potrebbe essere anche considerata etica, ma sicuramente molto spesso manca del consenso di tutti i protagonisti, che invece è alla base dei rapporti non monogami etici. Infatti questi ultimi si basano proprio sulla cultura del consenso. Negli ultimi decenni si è potuta riscontrare una forte consapevolezza da parte della popolazione in tema di violenza sessuale, grazie in parte a movimenti come MeToo e Time’s Up. In questo contesto con le non monogamie etiche si rivendica come condizione imprescindibile del loro attuarsi il consenso di tutte le parti coinvolte. Il consenso è inteso come consenso al rapporto sessuale, ma anche alla dinamica relazionale: tutti i partner sono a conoscenza dell’esistenza di altri partner, per esempio.

Sicuramente i rapporti non monogami non sono per tutti. È richiesta una capacità di apertura mentale molto elevata, cercando di liberarsi da tutti i modelli comportamentali che ci impongono i media mainstream (tipo la famiglia del Mulino Bianco, per intenderci) o la nostra cultura intrisa di precetti religiosi e abitudini arcaiche. Non tutti sono in grado di farlo ed è sconsigliabile provarci “per vedere che effetto fa”. Amici che frequentano questo mondo da tempo mi hanno raccontato di coppie che volevano in questo modo rinvigorire il loro rapporto e sono esplose, proprio perché non pronte alle sollecitazioni, a volte terribili, di questo tipo di rapporto.

Ma se avrete il coraggio di provarci e la fortuna di trovare dei partner in grado di condurvi in questo mondo (come è successo a me) vi si aprirà davanti un mondo fantastico del quale non immaginavate nemmeno l'esistenza.

 
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from Dedicato ad Azzurra

Profumo di casa ...

Hans Børli, Il profumo di legno fresco

Il profumo di legna fresco è una delle ultime cose che dimenticherai quando il velo si chiuderà. Il profumo di legno bianco e fresco nel tempo della linfa, in primavera: È come se stesse passando la Vita fatta persona a piedi nudi, con la rugiada nei capelli. Il soave e nudo sentore si genuflette, muliebre e biondo, nella quiete che hai dentro, suona le tue ossa come flauti di salice. Con una gelata sotto la lingua cerchi fuoco per farne una parola. E sai, mite come il vento del sud nella mente, che al mondo esistono ancora cose su cui contare.

 
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from REDSHIFT

Estate o inverno che sia, il frigorifero risulta sempre essenziale in ogni casa. Una bibita fresca? Un po’ di gelato che ci sta sempre bene magari davanti una bella serie TV? Tranquilli, non c’è d’aver paura. Il frigorifero è lì, pronto a darci una mano. Pronto a contrastare tutti i batteri che si insinuano nel cibo e a permettere una conservazione più duratura di ciò che riponiamo nel magico elettrodomestico.

Perché, ammettiamolo. Anzi, lo ammetto: per me il frigo è stato sempre un oggetto magico, roba da spada nella roccia insomma. Ma questi erano i miei sogni da piccolo, quindi lasciamo perdere.

Crescendo poi, oltre a capirne il funzionamento, ho anche apprezzato l’ingegno di un qualcosa che, apparentemente (tra poco capirete perché apparentemente) sembra opporsi ad una legge fondamentale della natura. Il principio di cui parlo è la seconda legge della termodinamica. Infatti tale principio è legato alla per-alcuni-mistica entropia (di cui parliamo un'altra volta) ma che, in sostanza, si riferisce all’irreversibilità di alcuni processi termodinamici; per esempio, il semplice fatto che il calore passi dal corpo più caldo a quello più freddo. Forse un fatto scontato, ma di una profondità fisica entusiasmante.

E allora come si fa ad invertire la situazione, cioè a raffreddare? Ecco, prima cosa da capire sennò non possiamo proprio andare avanti: nel frigorifero non avviene il contrario della seconda legge della termodinamica, ma avviene esattamente ciò che dice la seconda legge della termodinamica. Ovvero, nel frigorifero, il calore passa dal corpo più caldo a quello più freddo. Ma come? Che razza di frigorifero è allora? Calma, calma e sangue…freddo, appunto. Cerchiamo di capire un attimo.

Quali sarebbero, in questo caso, il corpo caldo che riscalda e il corpo freddo che viene riscaldato? Ebbene, il corpo caldo sarebbe un qualunque oggetto che riponete in frigo mentre il corpo freddo é un certo gas refrigerante che scorre nelle “viscere” del nostro elettrodomestico preferito (ovviamente dopo la lavastoviglie, è chiaro). Questo fatto del corpo caldo e freddo va affrontato ancora più in dettaglio.

Prendiamo un minestrone. Buono sì, ma che c’entra? Ecco, quando lo mettiamo sul fornello il minestrone è il corpo freddo che riceve calore (dal fornello, appunto). Quando invece lo mettiamo nel frigo (o meglio nel congelatore), in quel caso il minestrone è il corpo caldo che riscalda il gas refrigerante. Guardando le cose in questo modo non c’è nulla di sorprendente e l’unica cosa da capire realmente è cosa accade nel frigorifero. Se volete, un piccolo schema della situazione è il seguente (e ora andremo a vedere i vari passaggi).

schema frigo

Beh, prima di tutto attacchiamo la spina elettrica, altrimenti il nostro frigo non vedrà la luce (letteralmente!) e il ciclo che stiamo per raccontare non potrà andare avanti.

Partiamo dall’esterno per iniziare il nostro racconto. Il gas passa per il compressore (Compressor, in figura) dove viene, appunto, compresso, cioè sottoposto ad una maggiore pressione e viene dunque riscaldato. Si tratta della stessa cosa che avviene se provate ad usare una pompa per bici e ostruite il foro di uscita mentre spingete la pompa: praticamente l’aria all’interno si riscalda. E lo stesso accade al gas refrigerante.

A questo punto il gas riscaldato viene fatto passare in un tubo-serpentina (Condenser, in figura) attraverso il quale si raffredda cedendo calore all’ambiente esterno. Raffreddandosi, il gas condensa diventando liquido.

Successivamente, il liquido passa attraverso una valvola di espansione (Expansion device, in figura) dove in pratica la pressione viene diminuita e il liquido torna parzialmente gas. Inoltre questa abbassamento di pressione comporta un raffreddamento del liquido: si va da circa 30 °C a -25°C.

In conclusione, questa miscela di liquido e gas a circa -25°C finisce dentro il nostro frigo, solitamente in una serpentina situata dietro la parete di fondo del frigo (Evaporator, in figura). E cosa accade qui? Succede che il cibo presente nel frigo cede calore alla miscela liquido-gas riscaldandola e quindi facendo evaporare il rimanente liquido della miscela. E via, di nuovo il gas ricomincia il ciclo del frigorifero e ancora e ancora.

Bene, direi che abbiamo finito. Suggerirei di andare in cucina, aprire il frigo e prendere una bella bibita fresca e gustarla con la consapevolezza che tale freschezza è tutto merito della fisica.

 
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from AirGiada

Perché sono qua?

Già, cosa ci fa una come me in questo posto. Quelle della mia età mediamente le si trovano sui social “classici”, come Instagram, Facebook o Twitter. Beh, vi racconto la mia storia. Avevo un account Facebook da tempo, ma non l'ho in pratica mai usato, se non per ricordarmi i compleanni di qualcuno che conosco. A inizio 2021 mi apro un account su Twitter, mi piaceva abbastanza si potevano scrivere pensieri e cose che ti interessano... Poi ho fatto due errori. Il primo è stato quello di scrivere nella bio il nome del mio paese (che è in effetti piuttosto piccolo, 4 mila anime), il secondo mettere qualche foto mia (oh, niente nudi o cose del genere, normalissime foto, forse una al mare in costume). Aggiungete a questo che avevo iniziato a lasciare ogni sera un tweet della buonanotte accompagnato dalla foto di donne in lingerie sexy (non foto mie, eh, immagini prese dalla rete, con tanto di firma del fotografo che le aveva fatte). Tutto questo ha iniziato ad attrarre sul mio account una certa dose di personaggi piuttosto bavosi, della cui presenza su Twitter mi avevano avvisato, ma che, tutto sommato, riuscivo a gestire. Tra i personaggi in questione ce n'era uno che spiccava per il suo non essere bavoso in modo evidente. Commentava spesso, ma sempre in maniera educata e gentile. Ci siamo scritti per un po' anche in privato, mai una volta che sia andato fuori dalle righe, nulla di nulla. Mi disse che aveva un blog di viaggi e che gli piaceva visitare posti poco turistici da solo, ma in quel momento non diedi peso alla cosa. Poi è arrivata la prima domenica di giugno. Io non ero a casa ero andata a trovare degli amici sull'alto appennino modenese, quasi in Toscana, quando all'improvviso apro la app di Twitter e mi trovo una serie di messaggi del tizio, sia privati che in TL con delle foto del mio paese e l'invito ad unirmi a lui per un giro. Ho avuto paura, lo ammetto. Molta paura. In poco tempo ho realizzato quanto siamo potenzialmente vulnerabili. Qualunque malintenzionato che mi avesse voluto trovare (non credo che lui lo fosse, era solo un povero morto di f...) avrebbe potuto arrivare al mio paese, che come ho detto è piuttosto piccolo e, raccogliendo poche informazioni da qualcuno in paese, forse trovare casa mia. Per fortuna ero a casa dei miei amici. Così, grazie anche all'aiuto di lui ho chiuso e bloccato tutti i miei account social. Non ne volevo più sapere di social, né di quelli che usavo, come Twitter, né di quelli che non usavo pur avendo l'account, come Facebook e Instagram. Poi è passato qualche mese e ho trovato alcuni appunti con i dati dell'account che mi ero aperta a suo tempo su mastodon.uno e ho deciso di provare, per vedere se questo mondo fosse diverso da quello dei social mainstream. Per ora sto bene, tanto che ho aperto anche questo blog. Non fatemi cambiare idea...

 
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from AirGiada

Iniziamo, allora.

Ho deciso di iniziare a scrivere questo blog (che non so se poi continuerò, visto che sono una persona molto incostante) e quindi forse la prima cosa che dovrei iscrivere sarebbe qualcosa di me. E sia. Mi chiamo Giada, sono nata nel 1987 (ad ottobre, se proprio ci tenete a saperlo), sono modenese, di provincia, per la precisione. Vengo da quella striscia di terra che, in ogni provincia emiliana, separa la via Emilia dalle colline. Un pezzetto di campagna che inizia piccolo a Bologna, che lo eredita dalla Romagna, per poi allargarsi sempre di più mano a mano che la SS9 prosegue verso nord-ovest, fino a diventare, verso Parma e Piacenza una vera e propria pianura, là dove gli appennini sono ormai lontanissimi dalla via Emilia. Liceo scientifico nella mia città di origine e poi laurea triennale in Ingegneria Gestionale all'università di Bologna. Nella vita sono una project manager per una grande azienda di informatica. Tralascerei la mia vita sentimentale, ormai catalogabile come qualcosa che oscilla tra l'assurdo e il disastroso. Ho una sorella più piccola e due gatti. Tutto qua.

 
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