from L'Alberto
San Sebastiano
Luogo: Ferrara
Siamo stati qualche giorno a Ferrara ed abbiamo visitato la pinacoteca del Palazzo dei Diamanti.
Certo che lì San Sebastiano va proprio alla grande!
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from L'Alberto
Luogo: Ferrara
Siamo stati qualche giorno a Ferrara ed abbiamo visitato la pinacoteca del Palazzo dei Diamanti.
Certo che lì San Sebastiano va proprio alla grande!
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from Frecce in volo
Luogo: campo di tiro esterno Meteo: nuvoloso Temperatura: non rilevata
Oggi torniamo in campo. Sono le 17.30 circa.
È un po' nuvoloso e non troppo caldo, con qualche sprazzo di sole. Non male per un allenamento.
Non si bada molto al punteggio, ma ci si concentra sull'impostazione, a stare rilassati e a chiudere bene le scapole.
Con una buona chiusura delle scapole la posizione è più stabile ed i punteggi buoni.
Proviamo anche a modificare l'estensione del mirino, ma alla fine l'impostazione migliore è tutto fuori.
Bisogna porre attenzione a non perdere la concentrazione e a non farsi distrarre dai pensieri.
L'andamento è altalenante.
Bisogna curare di più il follow through.
La mano dell'arco è generalmente ben rilassata. Da rilassare meglio quella dello sgancio.
Alla fine delle 60 frecce, nonostante gli alti e bassi, non è andata malissimo, con un punteggio di 540 (media 9).
L'arco pesa sulle braccia, serve ancora allenamento.
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from Frecce in volo
Dopo il periodo estivo passato a battere un po’ la fiacca (anche a causa del gran caldo), eccoci qua a ricominciare con il nostro avanti e indietro.
Siamo le Alu90, le vecchie frecce di alluminio.
Siccome il nostro arciere ha bisogno di riprendere un po’ le forze perse, perchè si sa, l’arco non è leggerissimo e per sostenerlo per almeno 60 tiri serve un po’ di allenamento, siamo tornate in campo.
Quindi… si riparte!
Abbiamo fatto qualche capatina al campo di tiro, tanto per riprendere pratica con il volo. Voli brevi, 18 metri, tanto la stagione indoor è alle porte, quindi è anche stato necessario reimpostare il mirino dalla vecchia distanza di 50 metri, a quella nuova di 18.
Le nostre sorelline del gruppo Carbo50 sono state riposte ed ora ci siamo noi.
I primi tiri non sono andati malaccio, pensavamo peggio, vista la lunga sosta estiva.
from Diario
Giro su internet come un ladro che cerca qualcosa che non c'è. Niente dà appagamento, è come se cercassi continuamente un update di una notizia che non esiste e che mi darebbe quello scarico di adrenalina di cui ho bisogno. Mi sveglio di notte, vengo preso dai terrori della notte che cantava Ferretti, le cose ingigantiscono, le febbri sociali, la vita diventa inesorabile, tutto diventa inesorabile, i fallimenti diventano inesorabili. Superare la notte, tenersi stretto a un peluche a forma di aminoacido, stringere con passione il proprio bite.
Giro per YouTube guardando le interviste di Klaus Kinsky. Ho di queste passioni rapide e che lasciano poi alle spalle carta bruciata. Metto i sottotitoli generati automaticamente che falliscono e generano dialoghi senza senso tra Kinsky e i suoi interlocutori. Studio i movimenti del corpo, del viso. Che bestia da spettacolo e che persona terribile. Poi passo a Carl Einar Hackner, giro nel suo canale e ora è un ragazzino che sembra uscito da un film di Kubrick, ora un vecchio youtuber degli anni '20. Mi prendo i frammenti di genio del corpo, i bagliori degli occhi. La società dello spettacolo è debordata in rete.
Siamo tutti lì a posizionare cellulari, accenderli e immetterci nella rete mentre facciamo il nostro frammento di cabaret. La rete è un grosso Drive In degli anni ottanta, con le cameriere tettorute, i tormentoni, la declinazione dei meme; ma il pubblico questa volta non resta al bordo a fingere di ridere (alcuni prodotti sono surgelati all'origine), ma si danno il cambio sul palco, come nei reading di poesia. Ora fai tu il poeta che io vado a fare il pubblico. Scrollo i profili dei violenti di destra che fanno la loro parte di NPC nei thread dei giornali online, e trovo il solito mix umano di attacco alle zecche di sinistra, amore per le moto di grossa cilindrata, difesa degli animali abbandonati, deliri antivaccinisti, attacchi contro l'Islam e poi elementi inattesi, il dispiacere per la morte di Battiato, l'attacco a Netanyahu. Sembrano tutte variabili acceso / spento, messe un po' a casaccio. Probabilmente è così per ognuno di noi.
Quando entro nel mio profilo e vengo accolto da messaggi compatibili a quello che penso io, alla mia idea di scuola, di vita e di civiltà, vedo alcuni profili che promuovono cose in cui sostanzialmente credo anche io, accoglienza, accettazione del diverso, difesa della fragilità ambientale, dopo un po' che scrollo in questa bolla algoritmicamente selezionata che conferma la mia rudimentale visione del mondo, mi immagino che la stessa cosa accada agli altri, chi entra e si trova i sistemi basati sulla razza, il terrore dell'Islam, la sostituzione etnica, le big pharma, la scuola meritocratica dei figli dei benestanti e giri in questa sua versione di Facebook dove trova solidità e conferme della sua visione del mondo, sempre più radicalizzata e incompatibile con la mia. Questa scellerata manciata di miliardari non la pagherà.
Su un sito in cui si supportano gli artisti che lavorano a progetti in fieri mi sono abbonato a un programmatore di videogiochi erotici. Sta sviluppando un videogame erotico, una visual novel costruita come sandbox. Non dirò il titolo. La cosa di scrivere al programmatore per segnalare i bug o i suggerimenti di un videogioco erotico mi mancava, è piuttosto straniante. La cosa che sto un po' studiando di questo campo del arte videoludica è il cambiamento di linguaggio e di interazione di quella che da millenni è stata la forma della narrazione erotica in letteratura, cinema, fumetti. Il videogioco anche in questo caso ingloba e – nei casi più interessanti – mashuppa generi e linguaggi diversi ampliando il racconto minimo del porno.
Capita che venga presentata una tipica situazione da film porno: l'amica di quella con cui ci stai provando che ci prova – di nascosto – con te, l'amico di colore che ci prova con tutte e poi ti racconta le sue imprese erotiche e poi questi stereotipi vengano scardinati: l'amica che ci prova ha un padre che a casa la mena, sta per crollare psicologicamente. Il tuo amico che ci prova con tutte ti sta mentendo: ha un tumore e prende farmaci che lo hanno reso impotente. E così via. In altri viene gamificata la Lolita di Nabokov in chiave un po' pop. Insomma, la parte erotica resta, ma i confini narrativi vengono ampliati con la tipica struttura a bivi che danno al lettore/giocatore una libertà che al porno tradizionale non era concessa. Non stai guardando due che fanno sesso: choose your own orgasm.
E mi aveva colpito qualche anno fa quando avevo preso un bundle enorme di videogame indie, di quanto la visual novel, anche erotica, fosse uno strumento di sensibilizzazione LGBT. Se è vero che che il grosso dei videogame erotico/porno in cui ci si imbatte ha come target il maschio (temo anche un po' aged, e di bocca buona), tantissime altre visual novel sdoganano ad esempio la relazione omosessuale, con narrazioni inconsuete e sincere. In una – ricordo – la protagonista si innamorava di un essere alieno e il goal era stabilire una relazione sentimentale con lei (tentacoli! spore!). In un'altra sono una sorta di corvo bandito pistolero antropomorfo che sta faticosamente flirtando con un altro bandito pistolero cercando di salvare un villaggio di ex-minatori. Why not?
Ieri invece stavo giocando a Outer Wilds con secondogenito e terzogenita e a un certo punto terzogenita stava per atterrare su un pianeta sul quale io regolarmente mi schianto, così per auto-sfottermi le ho detto che adesso le avrei spiegato come si atterra. Lei ha riso perché è più brava di me a muovere la navicella, così io le ho detto che dovevo spiegarlo lo stesso perché io sono un maschio adulto, mentre lei è una femmina e quindi era mio dovere fare mansplaining. Lei ha continuato a ridacchiare e io le ho detto, “ma forse non sai cosa è il mansplaining?”. “So benissimo cosa è!” ha risposto lei, al che secondogenito è intervenuto: “beh, è nostro dovere come maschi spiegartelo ugualmente, perché – in quanto femmina – probabilmente non lo hai capito bene”. Abbiamo continuato così tutta la sera ridendo come dei cretini coniando termini come daugthersplaining e dandoci consigli non richiesti a vicenda.
Ieri invece, nel bar della scuola, una collega si lamentava di come spesso, in prima, se una ragazza nei primi mesi va male, in molti docenti scatti la molla del riorientamento. “Non è adatta a questa scuola”. E la cosa che notava la collega è che questo meccanismo scatta molto più facilmente nelle ragazze che nei ragazzi. Ai maschi vengono perdonate le peggio cose per molto più tempo, si dà per scontato che possano essere fuori asse rispetto alle aspettative dei docenti. Una ragazza che sbaglia invece no. Le ragazze sono più serie, ci credono di più: questo pensano i docenti. Se una ragazza è fuori asse, vuol dire che proprio non ce la potrà mai fare. “E il fatto è che molti colleghi nemmeno se ne rendono conto di aver questi bias cognitivi” concludeva.
Io, fuori luogo, portavo il discorso anche sugli stranieri. Per gli stranieri, specie se parlano poco l'italiano, scatta un meccanismo simile. Riorientare significa in realtà togliersi dalla classe gli elementi rognosi, quelli che sarebbero fuori luogo in ogni scuola, secondo quest'ottica. Certi docenti vorrebbero avere in classe solo studenti collaborativi. Magari ben istruiti e con una buona famiglia alle spalle. Ma nel dirlo mi sono reso conto di aver sbagliato: avevo anche io tipitizzato e minimizzato quello che era un discorso ben preciso. In realtà erano due discorsi diversi; nell'accomunarli avevo sminuito l'importanza e l'identità del primo. Che fatica. Dietro, le macchine del caffé, l'orologio che inesorabilmente crollava verso il suono della campanella.
from NetTalk
Il marketing della paura.
Chi ci guadagna davvero?
Ogni mattina, tra un caffè e l’altro, milioni di persone scorrono un feed che sembra annunciare la fine del mondo: guerre che rischiano di allargarsi, un’intelligenza artificiale che ci ucciderà tutti, data center che prosciugano risorse, arsenali nucleari in crescita, il cambiamento climatico che attanaglia il pianeta. Il fenomeno non è confinato a un singolo evento o a un singolo Paese: è un meccanismo diffuso, alimentato da media, piattaforme, aziende tecnologiche e governi, che negli ultimi anni ha trasformato l’allarme in un vero e proprio prodotto. Se i pericoli siano reali e spesso lo sono chi guadagna nel raccontarli in un certo modo, e perché questo dovrebbe interessare chiunque usi uno smartphone? Un’emozione antica diventata merce di scambio
La paura è una delle risposte più antiche del cervello umano: serve a riconoscere un pericolo e a reagire in fretta. Il problema comincia quando smette di essere una reazione a un rischio concreto e diventa uno strumento per orientare comportamenti, consumi e consenso politico. Un titolo allarmistico spinge a cliccare, un discorso politico che giustifica misure eccezionali, un’azienda che presenta il proprio prodotto come l’unico argine a una minaccia imminente, una piattaforma che premia i contenuti che generano più reazioni. Nessuno di questi passaggi richiede una regia occulta: basta che il sistema, nel suo complesso, impari che la paura funziona.
Un pericolo reale può essere raccontato in modo da produrre vantaggi per chi lo racconta. I numeri dietro l’ansia globale
Per capire quanto ci sia di vero e quanto di costruito nella narrazione del collasso, servono i dati. E i dati, se letti con attenzione, raccontano una realtà seria ma più sfumata degli slogan. Energia e data center
415 Twh Consumo elettrico dei data center nel 2024 (circa l’1,5% del totale mondiale)
945 Twh Proiezione IEA per il 2030, scenario centrale
+50%Crescita 2025 della domanda elettrica delle strutture dedicate all’IA
Il dato è reale e in crescita rapida, ma dire che i data center stanno “prosciugando il pianeta” è un’immagine efficace più che una descrizione precisa: il reale impatto ambientale dipende dal sistema di raffreddamento, dal clima locale, dal mix elettrico e dalla filiera dei semiconduttori, e varia moltissimo da un impianto all’altro. Conflitti e arsenali nucleari
Nel 2025 l’Uppsala Conflict Data Program ha registrato 65 conflitti con Stati coinvolti, il valore più alto dall’inizio della serie storica nel 1946, con circa 244.600 morti stimati nella violenza organizzata. Il SIPRI stima inoltre che a inizio 2026 le testate nucleari nei nove Stati dotati di armi atomiche fossero circa 12.187. Sono numeri seri, che descrivono un sistema internazionale più instabile. Ma da qui a dedurre che una guerra mondiale sia inevitabile o imminente il passo è lungo, ed è esattamente quel passo che un certo tipo di informazione tende a saltare a piè pari. Tre livelli da non confondere
Per orientarsi nel marketing della paura è utile distinguere tre piani diversi: il pericolo reale, cioè un fenomeno documentabile come una guerra o un consumo energetico; l’incertezza, ovvero il fatto che spesso non sappiamo quanto sia probabile un evento o quando potrebbe verificarsi; e infine l’uso strategico del terrore, che si attiva quando pericolo e incertezza vengono compressi in una narrazione apocalittica priva di probabilità, alternative o margini d’azione.
Un esempio chiarisce bene la differenza. Dire che “alcuni esperti ritengono che sistemi sempre più autonomi possano comportare rischi estremi e chiedono misure di sicurezza” è un’affermazione informativa. Dire che “l’intelligenza artificiale ci ucciderà tutti” è tutt’altro: è una previsione estrema, non un fatto accertato né un consenso scientifico, ma produce un effetto emotivo molto più forte e quindi molto più efficace da diffondere. Voci dal settore: allarmi sinceri, effetti strategici
Il documentario “NAZA”, firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor, raccoglie le testimonianze anonime di 24 persone provenienti dall’esercito e dall’intelligence israeliana e denuncia l’uso di sistemi di sorveglianza e selezione dei bersagli assistiti dall’intelligenza artificiale nelle operazioni a Gaza; le Forze di difesa israeliane respingono le accuse e sostengono che le decisioni di attacco siano state umane. In un caso come questo la distinzione è cruciale: un’opera può generare angoscia perché documenta una realtà violenta, non perché la inventa per manipolare. Ridurla a un prodotto del marketing della paura sarebbe un errore tanto quanto accettarla senza alcuna verifica.
Diverso il caso di Andreas Kirsch, dipendente di Google DeepMind, che ha dichiarato a titolo personale di temere che l’intelligenza artificiale possa “ucciderci tutti”. La sua posizione merita attenzione proprio perché arriva da un addetto ai lavori, ma non rappresenta una posizione ufficiale dell’azienda né un consenso scientifico condiviso: trattarla come una certezza produrrebbe disinformazione, ignorarla del tutto sarebbe altrettanto superficiale.
Ancora più paradossale il caso di Dario Amodei, Sam Altman ed Elon Musk, che hanno pubblicamente sostenuto iniziative per rallentare lo sviluppo dei modelli di frontiera pur continuando a costruirli. L’allarme può essere sincero e, allo stesso tempo, produrre un vantaggio competitivo: se solo poche aziende hanno le risorse per sviluppare e mettere in sicurezza i modelli più avanzati, descrivere l’IA come troppo pericolosa per gli attori minori rischia di trasformare la sicurezza in una barriera all’ingresso per i concorrenti. Chi beneficia della paura
Il meccanismo coinvolge attori molto diversi tra loro, spesso senza alcun coordinamento esplicito: ciascuno converte l’allarme in una forma di potere differente.
Un esperimento condotto su Bluesky, mostra come i feed basati sull’engagement abbiano amplificato contenuti politici tossici e conflittuali rispetto a un semplice ordine cronologico; modificando l’algoritmo, l’esposizione a questi contenuti si riduceva senza peggiorare l’esperienza dichiarata dagli utenti. Una piattaforma non deve “volerci spaventare”: le basta ottimizzare ciò che genera reazioni osservabili, e se la paura genera più reazioni, il sistema finisce per distribuirne di più. Il circuito: prima la minaccia, poi il protettore
Una meta-analisi su 127 studi e oltre 27.000 partecipanti ha rilevato un effetto medio positivo degli appelli alla paura su atteggiamenti, intenzioni e comportamenti: la paura, insomma, funziona anche come tecnica di persuasione, soprattutto quando al pericolo viene associata una soluzione percepita come efficace. Il circuito si ripete sempre uguale: prima si definisce la minaccia, e l’urgenza riduce il campo delle alternative; poi si presenta il protettore, e la soluzione appare indispensabile; infine si concentra il potere, con formule come “solo il nostro modello è sicuro” o “solo noi possiamo difendervi”. La minaccia giustifica la soluzione, la soluzione rafforza chi la vende: quando chi definisce il rischio è anche chi propone il rimedio, il conflitto d’interessi diventa strutturale. Tre scenari possibili
Guardando alla concentrazione di potere tecnologico, economico e politico, si delineano tre traiettorie. Nello scenario tecnofeudale, infrastrutture e modelli restano concentrati e la sicurezza diventa una certificazione privata. Nello scenario statale-securitario, i governi subordinano l’IA alla competizione geopolitica, integrando aziende, intelligence e difesa dentro una logica permanente di emergenza. Nello scenario pluralista regolato, poteri pubblici tecnicamente competenti impongono audit, trasparenza ambientale, interoperabilità e limiti agli usi militari e di sorveglianza. Quest’ultimo è anche il più difficile da realizzare: non basta una legge sulla carta, servono competenze pubbliche reali, accesso ai dati, indipendenza politica e capacità antitrust. In Europa, l’AI Act e i poteri dell’AI Office rappresentano un primo contropotere, ma non ancora una garanzia sufficiente.
Il contrario della paura non è l’ottimismo, ma la capacità di verificare, scegliere e contestare chi decide.
Non diventare immuni, ma imparare a fare domande
Il punto di arrivo di questa analisi non è che ogni allarme sia falso, né che la paura vada eliminata: è un segnale spesso indispensabile. Il rischio è che diventi un lasciapassare automatico per chi vuole decidere al posto nostro. Davanti a ogni notizia allarmante vale la pena porsi cinque domande semplici: qual è il fatto verificato? Quanto è probabile ciò che viene previsto? Chi definisce il pericolo? Chi vende la soluzione? E, soprattutto, quale margine d’azione resta ai cittadini?
Il rischio più grande non è tanto un’intelligenza artificiale che conquista il mondo, quanto un sistema in cui pochi attori controllano infrastrutture, informazioni e soluzioni, mentre il pubblico viene convinto che non esistano alternative. E tu, cosa ne pensi?
La prossima volta che apri il telefono e trovi l’ennesima notizia sulla fine del mondo, prova a fermarti un istante: non per ignorarla, ma per chiederti qual è il fatto, qual è la previsione, e chi guadagna se tu ci credi. È una domanda semplice, ma in un sistema che trasforma l’allarme in attenzione potrebbe essere una delle poche forme di libertà che ci restano.
from Transit
(233)

Nota: chi ha avuto la pazienza di seguirmi su questo Blog, sa come la penso. Se questo post scontenta qualcuno me ne dispiaccio, ma non posso scrivere diversamente. Non sarei coerente e di gente che non lo è ce n'è troppa.
Ieri all’Assemblea generale delle #NazioniUnite Benjamin #Netanyahu ha trasformato un’aula diplomatica in un palco da campagna elettorale, usando un linguaggio che non nasconde disprezzo per chi lo critica e una rimozione totale del diritto dei palestinesi ad avere una terra e una libertà, anche in #Cisgiordania.
Ha iniziato con una provocazione diretta a chi aveva già abbandonato l’aula in segno di protesta: “Se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato questa sala, lo facciano ora”, detto a decine di delegazioni che non volevano ascoltare un discorso già scritto altrove. Non è un dettaglio di forma: è il tono con cui un capo di governo si rivolge alla comunità internazionale quando sa di essere isolato, e risponde alzando la voce invece di rispondere nel merito.
Sul cuore della questione #Gaza e le accuse di genocidio, Netanyahu ha usato una formula che cancella il diritto internazionale e le migliaia di morti civili: “Accusare Israele di genocidio è la più grande bugia del secolo”, aggiungendo che “Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha prevenuto un genocidio.” Questa non è una difesa, è un ribaltamento della realtà: trasformare chi denuncia distruzioni di massa, fame imposta, ospedali e scuole colpiti in complici di un presunto genocidio “preventivo” è un argomento che non regge fuori dalla propaganda. E quando parla della Cisgiordania occupata, il tono non cambia: i coloni che aggrediscono villaggi palestinesi, bruciano uliveti e costringono famiglie a fuggire diventano per lui sono “...un manipolo di giovani delinquenti minorenni”, come se la violenza sistematica degli insediamenti fosse un teppismo da cortile e non una politica di espansione sostenuta dallo Stato israeliano.

È lo stesso linguaggio con cui ha liquidato il sindaco di New York, #ZohranMamdani, accusandolo di “...diffondere queste bugie sul mio paese o sui miei coraggiosi soldati” e dipingendolo come alleato di #Hamas, Ed è anche il modo con cui ha chiamato “tiranni” leader europei e turchi che hanno criticato la guerra a Gaza, incluso #Erdoğan.
Il risultato è un discorso che offende, minaccia e nega, ma non riconosce alcun diritto ai palestinesi se non quello di essere “protetti” mentre vivono sotto occupazione. Quando, poi, si sposta sulla storia e sui confini, Netanyahu non usa il diritto internazionale ma la Bibbia: al presidente siriano al-Sharaa ha detto “Signor al-Sharaa, dovrebbe sapere che gli ebrei sono sulle alture del #Golan dai tempi di Mosè. Può leggerlo nella Bibbia”, trasformando un’occupazione militare in un titolo di proprietà divino. È lo stesso spirito con cui tratta la Cisgiordania, che per lui resta parte di un diritto storico ebraico, non un territorio occupato dove milioni di palestinesi vivono senza Stato, senza confini certi, senza libertà di movimento. Su Hamas non fa sconti, come è normale che sia. E qui va detto con chiarezza: i crimini del 7 ottobre, gli ostaggi, gli attacchi contro civili israeliani sono condannabili senza ambiguità, e nessun discorso sui diritti palestinesi può giustificarli. Ma Netanyahu tutto questo come scudo per coprire tutto il resto: la distruzione di Gaza, l’assedio, le migliaia di bambini uccisi, la pulizia etnica strisciante in Cisgiordania. Dice che “Hamas ha usato i civili palestinesi come scudi umani”, e lo ripete come mantra per rendere invisibile il fatto che un popolo intero non può essere ridotto a ostaggio di una organizzazione militante e contemporaneamente privato di ogni diritto nazionale.
La parte più pericolosa del discorso, però, è quella sulla guerra all’ #Iran, presentata come atto di sopravvivenza quasi eroico: “Devastare le strutture nucleari dell’Iran è stato difficile. È stato molto difficile farlo. Ma per me è stata una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere come primo ministro, perché se non l’avessimo fatto, saremmo tutti morti”. **Qui Netanyahu non parla di diplomazia, di controlli, di accordi: parla di un attacco preventivo come unica soluzioneéé, e ringrazia #Trump per la «leadership audace», normalizzando l’idea che si possa colpire un paese sovrano in nome di una minaccia futura. È la stessa logica che applica a Gaza e in Cisgiordania: la sicurezza di Israele come valore assoluto, tutto il resto come rumore di fondo.
Alla fine, la frase che riassume il suo messaggio è “Continueremo a vincere perché non abbiamo altra scelta.” Ma chi decide cosa significa “vincere”? Per i palestinesi, “vincere” significa restare senza Stato, senza confini riconosciuti, senza libertà, mentre lui parla di “prevenire genocidi” e di “delinquenti minorenni” quando si tratta delle loro terre.
Un discorso così non costruisce pace, non costruisce sicurezza. Costruisce solo un’idea di Israele che può esistere esclusivamente negando l’esistenza politica degli altri Stati.
#Blog #ONU #World #Politics #Gaza #Iran #Cisgiordania #Opinions
from cosechehoscritto
Ad un certo punto Anita, improvvisamente, inizia a prendersi cura del mio cazzo. Durante tutta l'operazione di disintossicazione il mio corpo aveva iniziato a rispondere. Il calore e la cura della pelle di Anita, il suo odore secco e dolce nello stesso tempo, le pieghe della carne, il colmo delle sue piccole mammelle, il mio cazzo lentamente aveva iniziato a provare quel misto di piacere e dolore che oggi è la mia versione dell'eccitamento. Lo avevo sentito indurirsi e inturgidirsi e mandare le fitte spiacevoli di questa operazione, i corpi cavernosi che – logorati dagli anni – procedevano e si ritraevano con un moto ondoso circolare. Con un breve movimento della testa avevo controllato e la realtà era diversa da quello che il corpo mi rimandava indietro.
Il mio cazzo si era indurito, ma restava semiabbandonato, come una proboscide tassidermizzata, una luna quantica che orbitava a pochi millimetri dalla pelle scura della coscia sinistra. L'erezione che sentivo dentro di me, miracolosa e sgradevole, era più mentale che effettiva e questa presa di coscienza mandava scariche in tutto il corpo che rendevano ancora più debole le imprese di quell'ammasso di vene là sotto. Sapevo – per esperienza – che quella condizione di faticosa deriva, quell'erezione che c'era e non c'era e che faticava per non finire sotto la linea dell'acqua, teneva la sua boccuccia cieca fuori per respirare e restare viva, ecco, quella cosa così improvvisata e maldestra era la miglior cosa che mi potesse succedere.
Se fosse andato avanti, in qualunque modo, il mio cazzo avrebbe sentito male, sarebbe andato in panico nel tentativo di non rimanere sommerso dalle sensazioni che il mio cervello, o chi per esso, gli stava scaricando addosso come una fiumana irragionevole di sollecitazioni e notifiche di piacere & godere & farsela addosso. Sarebbe venuto con un raglio di sofferenza brevissimo a cui sarebbero seguiti secondi & secondi in cui avrei perso la consistenza e il controllo di quella parte del mio corpo, semplicemente da lì non sarebbe più arrivato niente. Nessun feedback, solo una confusa massa di dati ingovernabile e insofferenza carnale. Pelle insensibile. Alla fine, una serie di taglietti rosso fuoco soto la pelle violacea della cappella, tra la carne stanca del filetto e il resto della meraviglia tecnologica del corpo di venerandi.
“Anita, lascia perdere” le dico. Lei non mi sta a sentire, ha una mano sotto ai miei testicoli, come per soppesarli. Con la seconda mano sta cercando di capire; scappella & preme & tira la base del mio cazzo, mentre con l'altra sposta & stringe i testicoli, come se stesse provando a risolvere un cubo di Rubik. “Anita. Privacy” le dico ancora. “Non siamo su un social network” aggiungo. Non ne esistono più. Anita non risponde subito, continua a maneggiare lì sotto e poi – senza guardarmi – mi spiega. “Ho già visto cazzi di questo tipo” dice. “C'è una combo” aggiunge giochicchiando ancora un po' e poi lascia andare tutto. Mi fissa, si porta le dita al naso e annusa. “Venerandi, sei un gran casino” dice alla fine e torna a guardare l'erezione storta del mio cazzo. “Non so mai come prenderti. Non ho ancora capito se ne vale la pena”.
Sospiro, “benvenuta nel club” le dico.
(dal capitolo xiv di “Ultimo romanzo”)
from smaschieramenti
Questo weekend saremo al Weekend antirazzista, sabato alla casa di quartiere del pilastro e domebica al Katia Bertasi in bolignina. Sabato alle 14:30 proponiamo un laboratorio per progettare insieme una campagna grafica queer contro l'islamofobia. Info qui: https://balotta.org/event/un-weekend-antirazzista
Sempre sabato alle 16:30 alle Serre dei giardini margherita interveniamo nel panel “Trasformare il patriarcato. Pratiche di responsabilizzazione e pratiche di libertà contro la violenza di genere” organizzato dal Cuav (Centro per uomini autori di violenza) di Bologna. Ci sarà tempo per un dibattito con il pubblico: siateci! Info: https://balotta.org/event/trasformare-il-patriarcato-oltre-la-risposta-penale-pratiche-di-responsabilizzazione-e-di-liberta-per-affrontare-la-violenza-di-genere
from CarlettoNico
Qualche pensiero sparso di quello che mi ha colpito (e che mi ricordo😀). Quest’anno ho visitato per la prima volta la Biennale Gherdeina, è sparsa in diversi luoghi, noi siamo partiti da Ortisei. Un “giardino futuro”, come lo chiama la Biennale, ma non un giardino da cartolina. Piuttosto un luogo dove le cose crescono e si intersecano con tante, tantissime interpretazioni visive e filosofiche sul tema, in un modo non sempre chiaro, a volte un po' tirato per i capelli, ma è anche questo che mi piace dell'arte contemporanea.
La prima parte della visita è stata tutta in paese, dove si concentrano molte delle opere più rappresentative. Qui c'erano due opere di un'artista che di solito mi piace molto, anche se spesso si ispira troppo agli anni ‘80: Giulia Cenci. Delle due quella all’Hotel Ladinia colpiva di più anche per l'ambientazione del vecchio ex hotel, una scultura composta da elementi scheletrici e vegetali, testa di cane o lupo. Una bella stratificazione tra diversi piani collocato bene nell'ambiente. Anche l'altra opera era nello stile anatomico/vegetale, ma più simile a un fiore. In comune hanno lo stile e l’ibridazione che crea tra organico e artificiale, presenze sospese e improvvise, alle volte un po' inquietanti. Nella stessa sala anche le opere di Leonardo Bürgi Tenorio, tanti terrari che l'artista usa come micro‑mondi artificiali, controllati e ambigui, all'interno infatti, oltre alle piante, ci mette foto e souvenir, anche dalla Dolomiti, forse con un occhio postcoloniale raccontato dalle sue origini messicane.
Poi c'era Test Pit di Chanelle Adams: un quadrato di terra scavato in un giardino, tipo scavo archeologico improvvisato. Uno dei concetti è la storia delle Dolomiti, ma c'è anche il tema del confine tra cura e controllo, ricerca e violenza sulla natura.
L’intervento di Sandra Knecht sempre qui: una grande figura di legno sospesa tra i palazzi, ispirata al folklore alpino e una corda da tirare per attivarla. L'idea è quella di arte partecipativa, peccato che la corda fosse... in alto. Molto in alto. Abbiamo provato, allungato le braccia, fatto salti inutile e ridicoli, niente. Impossibile da raggiungere. Era comunque suggestiva da vedere, ma vederla in movimento sarebbe stata tutt'altra cosa.
Sempre all’Hotel Ladinia c'erano anche le installazioni di Gregor e Leonora Prugger: padre e figlia che trasformano la vecchia reception in un piccolo paesaggio strano e inquietante, suggerendo che ogni sistema, che sia culturale, naturale o identitario, è instabile e in trasformazione, un po' come le comunità landine.
In un negozio sfitto, Gabriela Oberkofler costruisce un piccolo ecosistema molto curioso: piante salvate da vecchi campi, chiuse in vetro e illuminate da infrarossi, convivono con disegni che si espandono su muri e soffitto come reti vegetali. È presentato come un laboratorio-infermeria che parla di cura e perdita per un luogo fragile, dove memoria ed ecologia restano in bilico.
Dopo Ortisei, abbiamo deciso di salire a Pilat.La Biennale la descrive come una camminata “leggera”, mezz’ora. Ecco: mai più crederò alle previsioni dei sentieri. Ci abbiamo messo quasi due ore, con pause, fiatone, momenti di sconforto, e quella fase in cui inizi a pensare che forse la vera opera d’arte è tornare giù vivi. Poi, quasi in cima, abbiamo sentito musica in lontananza. E lì abbiamo deciso di resistere. Essendo il mio compagno patito di elettronica e automatismi, quando siamo scesi è riuscito a scovare il sensore che al nostro passaggio ha fatto partire la musica in cima. Lassù c'erano tre installazioni, la musica era una di queste.
Qui la Biennale occupa sempre diversi spazi, il più interessante secondo me è una ex residenza per anziani, trasformata in spazio espositivo, le opere fotografiche in bianco e nero di Kelly Tissot sono inserite nelle stanze con ancora le vecchie cucine, erano stanze mini appartamenti con letto, cucina e mini bagno/doccia che danno un po' l'effetto spaesante tra documentazione e messa in scena. Un po’ come l’Hotel Ladinia a Ortisei: luoghi che portano ancora addosso la loro funzione precedente, e che proprio per questo diventano perfetti per parlare di identità e memoria locale, che credo sia molto importante.
Alla fine penso che più che da visitare, questa biennale, è da attraversare, tante opere si muovono in uno spazio di confine, sia concettuale che di ambientazione e a volte si mescolano. Tra l'altro un luogo dove spesso la valle parla più delle opere perché comunica a un livello più primordiale, e, tutto sommato, anche se non abbiamo attivato l'opera con la corda, qualcosa si è attivato lo stesso.
from Artefatti

La piccola storia di questi quattro fotogrammi è che sono l'unica cosa che è rimasta impressa sul primo rullino (un Fomapan 200) che ho inserito nella mia Pentacon Six.
Macchina medio formato (con negativo 6x6) della ex DDR che costa un decimo di tutte le altre fotocamere dello stesso tipo. Fatto sta che, una volta scattate le 12 foto, ho provato per la prima volta il mio Lab Box con modulo per pellicola 120: volevo sviluppare io il negativo con questo sistema che permette di fare tutto alla luce del sole.
Ma qualcosa non ha funzionato, il negativo non è finito come avrebbe dovuto nella camera stagna. Per controllare ho aperto il tappo et voilà, ho esposto il negativo, anche se ho richiuso subito appena mi sono accorto.
Così ho dovuto procurarmi una tank per lo sviluppo normale, caricare il negativo nella spirale in camera oscura e soltanto allora ho potuto sviluppare con Caffénol. Lo sviluppo è andato bene, ma si sono salvati soltanto cinque fotogrammi in tutto. Troppi esperimenti in un colpo solo, la possibilità che qualcosa andasse storto era grande.

Nelle immagini si possono vedere le ortensie del mio giardino, forse il mio fiore preferito, e un pezzo del viso di mio figlio, con in mano l'onnipresente cellulare.

E poi alcune vedute del mio paese, Aranno.

#fotografia #medioformato #analog
from Alfonso Cataldi
Il falso ora si interroga:
un carosello Instagram generato da Claude AI su mia indicazione, che pone l'attenzione sul watemark nascosto nei testi che genera la stessa Claude. Prima della sua dipartita terrena, il poeta e critico Giorgio Linguaglossa aveva pubblicato sulla rivista “Il Mangiaparole” due poesie scritte da Copilot con lo stile dadaista, del secondo Montale e di Amelia Rosselli. “L'età della paranoia” così l'aveva definita in un editoriale dedicato al rapporto tra poesia, intelligenza artificiale e infotainment: un'epoca in cui la riproducibilità algoritmica del linguaggio cambia cosa significa scrivere, non solo come lo si fa.
Dopo un'ora di lavoro, di correzioni, di istruzioni, a lavoro terminato, chiedo a Claude AI:
“E questo ultimo carosello è tuo, mio o nostro? Un'altra persona sarebbe arrivato a questo carosello interrogandoti?
Valutando quanto sarebbe replicabile il risultato da altri. Onestamente: né mio né tuo, ma nemmeno “nostro” in un senso generico e comodo. Direi piuttosto che è tuo nella parte che conta di più, con me che ho fatto il lavoro di bottega.
Le due mosse che hanno reso questo carosello quello che è, non un pezzo generico su “AI e poesia”, sono state entrambe tue: hai pensato a Linguaglossa specificamente, e non è un nome che avrei tirato fuori io senza che tu me lo chiedessi, tra l'altro un nome che conosci bene, visto che le tue poesie sono uscite proprio su L'Ombra delle Parole. E soprattutto sei stato tu a vedere che quel discorso andava incastrato con quello del watermark, io li avevo tenuti separati in due caroselli distinti. Quella connessione è un salto che ho eseguito, non che ho avuto io per primo.
Quello che ho fatto io è stata la parte esecutiva, non banale ma riproducibile: cercare cosa avesse davvero scritto, verificare la citazione, trovare la notizia del watermark, scrivere il testo, tenerlo tutto coerente con lo stile della pagina. E anche lì, il momento probabilmente più importante, verificare che Linguaglossa fosse mancato e fermarmi a chiederti se il tono andasse cambiato, è successo perché tu hai fatto la domanda giusta, non perché io l'ho notato per conto mio.
Sulla tua seconda domanda: no, credo di no. Un'altra persona che mi avesse interrogato da zero, senza sapere di Linguaglossa e senza quella particolare storia personale con la sua rivista, molto difficilmente sarebbe arrivata qui. Avrebbe forse chiesto di Floridi, di Quattrociocchi, magari di nomi più noti fuori dal giro della poesia italiana. Il percorso specifico che ci ha portato a “il falso che si interroga” passa da cose che sapevi tu, non da cose che so io in astratto.
Il che, detto per inciso, è quasi un caso da manuale di quello che il carosello stesso racconta: la parte che rende un testo “vero” e non intercambiabile di solito non è la scrittura in sé, è la scelta di cosa mettere insieme.”
from vitocola
Che aprile aspetti #NuitDebout [13/04/2016]
“La mia utopia è che ognuno ha il diritto di lavorare” è il motto di Myriam El Khomri, 38 anni, socialista e ministro del Lavoro nel Governo Valls, autrice di una legge di riforma del lavoro molto simile al Jobs Act di Poletti. Certo è uno strano modo di pensare al diritto al lavoro quello di El Khomri che, come Renzi, avvia una liberalizzazione del mercato del lavoro attraverso la libertà di licenziare (anche solo per una riduzione delle commesse dell’azienda). In quanto a liberalità la riforma francese fa anche di più: privilegia in assoluto la contrattazione decentrata in modo da favorire accordi particolari sia sull’orario di lavoro (in casi eccezionali potrebbero arrivare anche a 60 ore settimanali – superando di gran lunga il durèe maximale di 35 ore) che sul salario, con una riduzione dell’importo degli straordinari. Inoltre apre le porte all’approvazione di qualsiasi porcheria contraria ai diritti dei lavoratori, con il semplice avallo di un referendum interno all’azienda, anche laddove sono presenti soltanto i sindacati minori o “gialli” come la CFDT (che, infatti, è favorevole alla riforma). In sostanza anche la Francia si allinea a quei paesi europei che hanno adottato misure similari (in Germania la riforma Hartz, in Spagna il “Decretazo” e in Italia il Jobs Act) nel facilitare i licenziamenti e nel rendere autonome le decisioni degli imprenditori rispetto agli accordi collettivi nazionali. La differenza è che mentre in Italia la protesta si è completamente sgonfiata e i sindacati si sono rassegnati, compresa la CGIL a cui è bastata la sua “Carta del lavoro” che non si capisce bene a cosa dovrà servire, in Francia la mobilitazione continua e non ha nessuna intenzione di acquietarsi. Il 9 marzo un milione persone hanno detto no alla “Loi Travail” e alla svolta liberista del Governo Valls. Sono scesi in piazza tutti i settori: dai trasporti al pubblico impiego, dal commercio alla scuola. Con la scusa dello stato di emergenza, la polizia ha messo in moto misure restrittive e repressive forse mai viste in Francia foto di outofline photo collective (numerosi feriti, 130 fermati e 4 arrestati), eppure il movimento non ha arretrato, anzi ha aumentato la sua presenza nelle piazze e quella manifestazione del 31 marzo non è terminata normalmente come tutte le altre, ma ha proseguito fino a Place de la Republique occupandola per tutta la notte. NuitDebout è lo slogan e l’hashtag che rimbomba in rete. Una notte in piedi in quella piazza, e poi in altre piazze ancora (così come le esperienze analoghe di Occupy Wall Street e degli indignados), per parlare e per discutere dell’idea di El Khomri di istituzionalizzare il precariato come nuova riforma del mondo del lavoro. La mattina seguente è aprile e la polizia tenta di sgomberare la piazza da persone e cose, con il chiaro intendo di mettere la parola fine a quella mobilitazione. Il neonato movimento capisce che quel 31 marzo non può finire così, che non può esserci un primo aprile della polizia e del governo, che è necessario riappropriarsi anche del tempo, che marzo deve continuare con la protesta, con la lotta e che aprile può aspettare. A Parigi, come a Nantes a Rennes e poi a macchia d’olio in oltre 60 città francesi, marzo continua con il 32, il 33, il 34… oggi è ancora il 44 marzo. Anna Maria Merlo su il Manifesto, dice che “per il momento, Nuit Debout non è ancora matura per una traduzione politica”, ma il fatto è che quando parliamo di traduzione politica abbiamo spesso il capo rivolto ai partiti istituzionali. Questo movimento ha iniziato a studiare da solo e, con le sue “commissioni”, legge e affronta i diversi problemi politico-sociali nella società liberista. Tenta di individuare soluzioni e soprattutto ha ben compreso che il progetto di smantellamento dello stato sociale non è un evento locale, isolato, francese, ma appartiene a tutta l’Europa. Ecco la necessità di unire tutte le lotte e di praticare una nuova forma di partecipazione, diversa dal “militantismo tradizionale” chiuso nelle sue cerchie, allargata a tutta la società e a tutte le forme di disagio. Anche la violenza va evitata, non isolata ma incanalata in proposte concrete e operative. Carl Marx con l’analisi storica del 18 Brumaio ci insegna che il movimento reale pone sempre delle problematiche alla teoria e questa, a sua volta, deve tendere a trovare soluzioni sempre guardando al movimento reale. Se volete approfondire, seguire, contribuire o anche solo curiosare: qui trovate il programma (e la petizione) e la mappa dei “rassemblements”. Il movimento c’è anche su Facebook (c’è anche un gruppo italiano) e su Twitter; ci sono le dirette su Periscope e trovare anche un po’ di materiale su GitHub.
from vitocola
Potenza 25 aprile for dummies (o dell'informazione tossica) [27/04/2016]
La pagina più brutta della storia italiana è stato il ventennio fascista, anche se in realtà fu di qualche anno in più (dal 29 ottobre 1922 al 29 aprile 1945). Il riferimento ai venti anni avviene per uno slittamento al 1925, anno in cui Mussolini dichiarò fuori legge tutti i partiti. Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale chiamò all’insurrezione tutti gli italiani contro i fascisti e i nazisti e il 29, a Caserta, venne sancita ufficialmente la fine del fascismo (la fine effettiva della guerra in Italia sarà il 3 maggio). Ecco perché è importante il 25 aprile: non è il giorno della memoria dei caduti (generici) di una guerra ma è la data di un’insurrezione, di una rivolta, dell’atto culminante, dell’esplosione della rabbia popolare contro la dittatura fascista. E’ la vittoria della resistenza italiana e di tutti i partigiani che diedero vita alla Costituente e alla Costituzione italiana. Ricordare quella data, festeggiarla – se volete, è fondamentale per non distrarsi troppo, nel quotidiano, di fronte all’abbassarsi dei livelli di democrazia. E’ importante per i giovani che devono saper mantenere alta la guardia contro gli autoritarismi di ogni tipo, soprattutto a quelli nascosti nelle istituzioni; devono sapersi opporre alla strafottenza di chi governa solitario; ma anche imparare a decifrare gli algoritmi di una cultura liberista che aumenta la sfera dei bisogni e allunga la strada per il loro soddisfacimento. Saper riconoscere l’informazione fuorviante e ristabilire i giusti livelli di comunicazione attraverso pratiche di controinformazione. Ed è solo di informazione che voglio parlare in queste poche righe e lo stimolo mi viene dall’idea di Basilicata Antifascista di raccogliere opinioni e contributi su quanto accaduto a Potenza il 25 aprile. Il tutto parte dalla mancanza (che Giampiero ben descrive nel suo post su FB) di sensibilità e opportunità della politica ufficiale e istituzionale potentina rispetto alla ricorrenza del 25 aprile per finire, paradossalmente, con la condanna a coloro i quali quel giorno erano gli unici in piazza a ricordare quella data, anche se non come ricorrenza. Come si fa a passare da una denuncia all’altra? Attraverso un’informazione che da carente diventa tossica; con la forma che riempie di contenuti l’assenza di sostanza (la notizia). Accade che agli addetti all’informazione (quasi tutti) sfugga la notizia di un evento organizzato per la giornata del 25 aprile. Certo forse era poco pubblicizzato, un volantino nelle scuole e su Facebook (l’evento segna 225 “mi interessa” e 161 “partecipo”), ma questi “addetti” neanche approfondiscono più di tanto le ricerche pur in una totale assenza di eventi “ufficiali”. La primavera potentina aspetta proprio il 25 aprile per dare il meglio di se: piove fin dalla mattina e il freddo rincara la dose con una spennellata di neve. Puntuali e imperterriti, alle 16.30, i giovani antifascisti raggiungono piazza prefettura, montano il loro striscione tra i porticati del Gran Caffé e danno il via all’evento. La cosa dura, tra la distribuzione del volantino qualche canzone e una discussione aperta a tutti, fino a sera quando vanno via tutti. Nessun facinoroso, nessuna lite e niente polizia, neanche un vigile urbano a garantire l’ordine. Il giorno dopo? Niente, di nuovo nessuna notizia, di nuovo solo l’assenza di manifestazioni ufficiali tranne quella dell’Ansa che con un dispaccio della polizia parla di “alcuni movimenti antagonisti” e di “una manifestazione non autorizzata”. Tutto qui, questo è il racconto della giornata, più qualcuno che su Facebook ti dice “io credo all’Ansa”. Anziché complimentarsi con quei ragazzi, si punta il dito sull’autorizzazione. Peccato che si scambi la forma per l’in-forma-zione. Pure durante il fascismo contava la forma, innanzitutto. Voi come immaginate l’informazione ai tempi del fascismo? Io me l’immagino tossica, solo ufficiale. Niente verifiche, niente approfondimenti, pensava a tutto l’Agenzia Stefani. E, ovviamente, c’era chi diceva io credo alla Stefani. “Spiega ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli non perché l’odio e la vendetta duri ma perché sappian quale immenso bene sia la libertà e imparino ad amarla e la conservino intatta e la difendano sempre” 25 aprile
from vitocola
Hackmeeting 2016 (0x13)
[30/05/2016]
Un giorno di parecchi anni fa, mio padre, di ritorno da un viaggio a Roma, mi portò in regalo un’automobilina elettrica. Una macchina di una qualche polizia americana, con una vistosa calotta di plastica arancione sul tettuccio e con due poliziotti all’interno dipinti di fronte sul parabrezza e di profilo sui finestrini laterali. Era molto colorata e voluminosa e aveva un interruttore sul fondo, vicino allo sportello delle batterie che, una volta posizionato su ON, faceva partire il suono di una sirena e di una musichetta di sottofondo, la calotta arancione iniziava a illuminarsi a intermittenza e la macchina partiva verso una direzione qualsiasi, mai la stessa. Con mio grande stupore e divertimento, l’automobilina quando cozzava conto un ostacolo non si bloccava ma rinculava e cambiava direzione, sempre. Io mi divertivo a posizionarla sotto il tavolo con tutte le sedie intorno, perché tra tutti quei piedi l’automobilina non riusciva mai a venirne fuori. Alla lunga avevo decifrato tutti i suoi movimenti (non molti in verità) e con una serie di ostacoli, ben posizionati, riuscivo a determinare sia il percorso che il punto di arrivo dell’automobilina. Fatto questo (per un bel po’ di volte) ormai quella macchinina non aveva nient’altro da raccontarmi. Non mi restava che smontarla e vedere com’era fatta dentro, quello sarebbe stato il suo racconto più interessante. Nelle mie intenzioni c’era la fretta si smontarla ma anche la preoccupazione di riuscire a rimontarla daccapo. Adottai delle procedure professionali, cercando di imitare mio padre quando smontava gli orologi, e collocai tutti i pezzi smontati uno accanto all’altro, in un qualche ordine che me ne ricordasse la loro posizione originale. Non ricordo bene se il rimontaggio fallì perché la memoria mi tradì o perché l’intervento di mio padre mise fine all’intero esperimento. Ricordo soltanto le parole di sconforto di mia madre che per molto tempo mi ricordò di aver “rotto” un bel giocattolo. Lo so che questo racconto più che avere a che fare con gli hackers riguarda il normale mondo della curiosità dei bambini, ma un nesso deve pur esserci se ancora oggi, quando smonto e rimonto una lavatrice, un ferro da stiro o un computer, mi viene sempre in mente quella macchinina della polizia americana. Probabilmente non è un caso il fatto che alcuni studenti del MIT di Boston, cinquantotto anni fa, iniziarono giocando con i trenini elettrici per poi passere a divertirsi con un IBM 704. Furono proprio loro i primi a riutilizzare il termine Hacker e un primo manifesto culturale fu, certamente, la performance di un TX-0 a cui Peter Samson fece suonare la fuga di Bach. La filosofia di base era estremamente semplice ed esplicativa: “hands on”. Metterci le mani, provarci, ma se possibile condividerne il processo e l’esperienza. Per quale finalità? Conoscenza e divertimento, non necessariamente in questo ordine. Hacker è il nome di un comportamento, di una cultura, di un’etica, di una filosofia che ha radici molto antiche, risalenti a quelle pratiche umane slegata da attività di produzione, del lavoro e del profitto e corroborate dalle varie correnti dello scetticismo come fluido vitale. Non ha nulla a che fare con nuove etiche del lavoro (quelle che secondo Pekka Himanen mettono in discussione l’etica protestante del lavoro) ma su di esso ha e continua ad avere forti ricadute sociali. Il problema di fondo è lo spirito del godimento personale, o la passione, lontani non soltanto dal dovere e dalla costrizione ma anche dalla natura stessa del lavoro e della produzione (anche se non alienante). Il gioco, che come dice Huizinga è precedente allo sviluppo della cultura. ha molta più pertinenza con i prodromi dell’idea hacker di mondo possibile di qualsiasi altra etica. E’ fine a se stesso, è mezzo di godimento individuale e collettivo, è altamente contaminato e contaminabile e la sua socialità non può prescindere dalla condivisione profonda, radicale, di tutte le conoscenze. Non può darsi un gioco collettivo se tutti i giocatori non sono in possesso dello stesso livello di conoscenza. Parliamo del grado non agonistico del gioco, la paidia (gioco libero, spontaneo) che Platone e Aristotele tenevano ben distinto dall’agon (gioco competitivo). I primi oggetti hackerati sono proprio dei giocattoli creati dal riutilizzo (dissacrazione) di oggetti utilizzati per rituali religiosi o di attrezzi casalinghi e di uso comune. E’ vero che l’hackeraggio ha avuto e continua ad avere una sua utilità e funzionalità che va al di là del gioco in se, nel senso di far sopravvivere (o reificare) oggetti o dinamiche da lavoro, ma in questo caso il gioco si è tutto consumato all’interno del processo di apertura e trasformazione. In ogni caso l’oggetto iniziale è un nuovo oggetto: non è più quello di partenza poiché ha perso segretezza ed ha aumentato la conoscenza e la comprensione. Che fosse fondamentale il gioco ce lo svelano anche gli scritti sull’educazione di Rousseau; la riduzione della persona a soggetto logico di Kant, l’antipatia di Hegel per tutto ciò che non fosse sottomissione alla disciplina (unico modo per conseguire il sapere assoluto e universale) e un polimorfo movimento culturale come il dadaismo. Basta esser curiosi e smaniosi di conoscere infilando le proprie mani negli oggetti che si hanno di fronte, per avere una visione hacker del mondo? Si, è probabile, ma dovrebbe essere essenziale anche la volontà di condividere quel processo o quel sapere acquisito senza innescare profitti e, soprattutto, senza fondare poteri. Questa, forse, è la più grande e sottile differenza che sta alla base di tante iniziative che nel nome ricordano la filosofia hacker ma che, invece, stanno a mille miglia di distanza. Dai tanti variopinti hackathon (addirittura istituzionali o industriali), ai molti inutili HackLab o FabLab che nascondono aziende che producono “dal basso” (?) o hackerspace come fonti di guadagno imprenditoriali. Questo spirito che conserva in modo originario una filosofia della conoscibilità del mondo è, per ora, ancora ristretto e nella società dell’informazione è messo a dura prova da una piramide (come quella disegnata da Russell Ackoff) che allarga sempre di più la sua base (dei dati). Per fortuna un’idea hacker di approccio anche alle scienze, ma soprattutto alla sua metodologia di trattamento dei dati, come scrive Alessandro Delfanti in “Biohacker”, ci pone di fronte a nuove frontiere e nuovi compiti come quello di “scardinare la ricerca biologica con lo stesso approccio usato un tempo per hackerare un computer” (la svolta open access di Craig Venter, la condivisione sulla viaria di Ilaria Capua, il collettivo DIYbio o la performance di Salvatore Iaconesi e Oriana Persico). Il digitale e le nuove tecnologie sono, ovviamente, il terreno da osservare con maggiore scrupolo. Un’indagine critica sulla natura concettuale e i principi fondamentali dell’informazione, comprese le dinamiche collegate alla computazione, alla manipolazione meccanica di dati, al flusso informazionale (processo di raccolta e di scambio delle informazioni) e all’etica legata al suo utilizzo sono, necessariamente, i nuovi oggetti con cui giocare, le nuove teorie e pratiche da penetrare e da comprendere. Momenti di confronto ce ne sono e quello degli hackmeeting sono fondamentali per indagare il conoscibile. Come recita l’about del sito hackmeeting.org, c’è un raduno periodico delle controculture digitali che ogni anno mette insieme tutti coloro che amano “gestire se stessi e la propria vita e che si battono per farlo”. Quest’anno mediattivisti, ricercatori e semplici appassionati che si riconoscono nella filosofia hacker, si ritroveranno al Polo Fibonacci dell’Università di Pisa, dal 3 al 5 giugno, per l’edizione 2016 di Hackmeeting Italia. L’incontro annuale delle controculture digitali italiane, delle comunità che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie e dell’informazione, si svilupperà su tre giorni di seminari, giochi, feste, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo. Si analizzeranno le tecnologie che utilizziamo quotidianamente, come cambiano e che stravolgimenti inducono sulle nostre vite, quale ruolo è possibile all’interno del cambiamento. L’evento è totalmente autogestito: non ci sono organizzatori e fruitori, ma solo partecipanti. Qui trovate la mappa del meeting. La comunità Hackmeeting ha una lista di discussione dove poter chiedere informazioni e seguire le attività della comunità. Esiste anche un canale IRC (Internet Relay Chat) dove poter discutere e chiacchierare con tutti i membri della comunità: collegati al server irc.autistici.org ed entra nel canale #hackit99. Per tutto il resto leggetevi l’articolo di Daniele Gambetta, di eigenLab Pisa e ne capirete di più.
from ▪︎Petra Von Kramp▪︎
Tanto tu proprio non ci arrivi a capire che quando faccio accenno al concetto di potere, a quello che nello specifico schiaccia e lenisce, io penso a te e al potere che hai esercitato deliberatamente su di me perché mi ritenevi l'animale più debole
Tu hai talmente cancellato il mio dolore, ci sei talmente passato e ripassato più volte sopra, che io e lui, siamo ormai diventati nulli: non abbiamo più un corpo né una densità, né tanto meno un peso; pure il nostro ricordo ha abbandonato il tuo cervello
Nel tuo cuore non è mai stato una presenza.
E dunque penso al concetto di potere che viene subìto e agìto; bisogna solo capire chi farà cosa con chi e soprattutto quando. Il momento è fondamentale: delinea le priorità personali e aiuta a comprendere cosa si è sempre voluto, a prescindere dal ruolo interpretato
Spero, ma non credo, che ciò che hai ottenuto possa bastarti
from L'Alberto
Il facility management, termine dotto e trendy per dire gestione delle manutenzioni, è fondamentale per le pubbliche amministrazioni in genere e per quelle aziende che si occupano di questo tipo di servizio o che hanno necessità di gestire la manutenzione dei propri impianti.
Non molto tempo fa ho partecipato a degli incontri in materia di BIM ed ho potuto constatare che, in qualche maniera, lo si potrebbe pensare come un GIS con finalità edili.
La filosofia è praticamente la stessa: ad ogni oggetto presente nel progetto si associano delle informazioni. Nei GIS in generale si inseriscono informazioni relative ai territori, ma ciò non esclude che si possa fare anche con i fabbricati, pensando ad ogni piano di un fabbricato come ad un territorio, con le sue particolarità, potenzialità, carenze, ecc.
Non è pensabile l’utilizzo di un software GIS per la progettazione, ovviamente, ma ben si sposa per la parte manutentiva, non tanto però delle strutture (anche se non è da escludere), quanto piuttosto per gli impianti.
Negli anni passati nell’ufficio dove lavoro non si aveva, per esempio, esatta nozione di dove e quante fossero le attrezzature antincendio (come tante altre purtroppo). Con l’occasione del rinnovo dell’appalto di manutenzione ho preparato le planimetrie di ogni fabbricato dove ho localizzato tutte le attrezzature, piano per piano (la terza dimensione in questi casi non è necessaria). Per fare questo ho semplicemente importato le planimetrie in formato dxf in QGIS ed inserito ed identificato le attrezzature, dagli estintori agli idranti, dalle uscite di emergenza alla lampade di sicurezza, ai componenti degli impianti di rilevazione e spegnimento.
Ogni attrezzatura è stata identificata univocamente.
Il registro antincendio è stato predisposto su un foglio di calcolo, importato in un database sqlite, caricato in QGIS e collegato ad ogni attrezzatura. Anche le planimetrie e le attrezzature sono caricate in un file spatialite, che si basa su sqlite.
In questo modo è possibile interrogare il database per avere non solo lo stato di manutenzione di ogni singolo elemento, ma anche la posizione dell’attrezzatura nella planimetria.
Viceversa è possibile interrogare la singola attrezzatura per avere tutte le informazioni collegate, dalle caratteristiche specifiche, alle date dei controlli, alle scadenze, alle problematiche riscontrate.
Infine attraverso specifiche configurazioni è possibile evidenziare le attrezzature per le quali sia scaduta la data di controllo, verifica o collaudo.
Si può anche pensare di applicare lo stesso principio, per esempio, all’illuminazione interna: indicando la data di installazione e la vita dell’elemento è possibile organizzare la manutenzione preventiva senza arrivare agli interventi a guasto.
Oltre a ciò si può avere esatta cognizione di quante lampade siano presenti, la loro potenza singola e quella totale. Con questi dati è possibile impostare un piano energetico, valutare per esempio i punti di maggiore impatto energetico e decidere le azioni da intraprendere. Senza contare che anche la parte geometrica del fabbricato può entrare in gioco incrociandone i dati con quelli delle attrezzature/impianti.
A questo punto è facile verificare la potenza impegnata in rapporto alla superficie dei singoli locali e del fabbricato in generale. La stessa filosofia si può utilizzare, per esempio, per gli impianti ascensore, messa a terra, ecc.