📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Ritiro del denaro da Gabaèl 1Allora Tobia chiamò Raffaele e gli disse: 2“Fratello Azaria, prendi con te quattro servi e due cammelli e mettiti in viaggio per Rage. 3Va' da Gabaèl, consegnagli il documento, riporta il denaro e conducilo con te alle feste nuziali. 4Tu sai infatti che mio padre starà a contare i giorni e, se tarderò anche di un solo giorno, lo farò soffrire troppo. Vedi bene che cosa ha giurato Raguele e io non posso trasgredire il suo giuramento”. 5Partì dunque Raffaele con quattro servi e due cammelli per Rage di Media, dove presero alloggio da Gabaèl. Raffaele gli presentò il documento e nello stesso tempo lo informò che Tobia, figlio di Tobi, aveva preso moglie e lo invitava alle nozze. Gabaèl andò subito a prendere i sacchetti, ancora sigillati, e li contò in sua presenza; poi li caricarono. 6Partirono insieme di buon mattino per andare alle nozze. Giunti da Raguele, trovarono Tobia adagiato a tavola. Egli si alzò in piedi a salutarlo e Gabaèl pianse e lo benedisse dicendogli: “Figlio ottimo di ottimo padre, giusto e generoso in elemosine, conceda il Signore la benedizione del cielo a te, a tua moglie, al padre e alla madre di tua moglie. Benedetto Dio, poiché ho visto mio cugino Tobi, vedendo te che tanto gli somigli!”.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

9,1-6. Tobia non dimentica il motivo del viaggio, ma ora che ha trovato una sposa, il recupero del denaro è affidato all’angelo Raffaele. Il c. 9 appare come un intermezzo che interrompe la narrazione. L’effetto è di dare l’impressione che la festa delle nozze si prolunghi più a lungo e si ritardi il ritorno di Tobia a Ninive. Evidentemente i “tempi reali” sono trascurati: da Ecbatana a Rage (360 km) erano probabilmente necessari più di 20 giorni! Ma, nel racconto, le distanze e i tempi sono al servizio delle esigenze narrative e teologiche. La presenza continua della lode a Dio, anche in bocca a Gabael (9,6), sottolinea la convinzione della protezione e della benedizione divina.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

La notte nuziale 1Quando ebbero finito di mangiare e di bere, decisero di andare a dormire. Accompagnarono il giovane e lo introdussero nella camera da letto. 2Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell'incenso. 3L'odore del pesce respinse il demonio, che fuggì verso le regioni dell'alto Egitto. Raffaele vi si recò all'istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. 4Gli altri intanto erano usciti e avevano chiuso la porta della camera. Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: “Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza”. 5Lei si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: “Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! 6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: “Non è cosa buona che l'uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui”. 7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia”. 8E dissero insieme: “Amen, amen!”. 9Poi dormirono per tutta la notte. 10Ma Raguele si alzò; chiamò i suoi servi e andarono a scavare una fossa. Diceva infatti: “Se mai morisse, non diventeremo così motivo di scherno e di vergogna”. 11Quando ebbero terminato di scavare la fossa, Raguele tornò in casa; chiamò sua moglie 12e le disse: “Manda una delle serve a vedere se è vivo; così, se è morto, lo seppelliremo senza che nessuno lo sappia”. 13Mandarono quella serva, accesero la lampada e aprirono la porta; quella entrò e trovò che dormivano insieme, immersi nel sonno. 14La serva uscì e riferì loro che era vivo e che non era successo nulla di male. 15Resero lode al Dio del cielo e dissero: “Tu sei benedetto, o Dio, degno di ogni benedizione perfetta. ⊥Ti benedicano per tutti i secoli! 16Tu sei benedetto, perché mi hai ricolmato di gioia e non è avvenuto ciò che temevo, ma ci hai trattato secondo la tua grande misericordia. 17Tu sei benedetto, perché hai avuto compassione dei due figli unici. Concedi loro, Signore, grazia e salvezza e falli giungere fino al termine della loro vita in mezzo alla gioia e alla grazia”. 18Allora ordinò ai servi di riempire la fossa prima che si facesse giorno.

La festa nuziale 19Raguele ordinò alla moglie di fare pane in abbondanza; andò a prendere dalla mandria due vitelli e quattro montoni, li fece macellare e cominciarono così a preparare il banchetto. 20Poi chiamò Tobia e gli disse: “Per quattordici giorni non te ne andrai di qui, ma ti fermerai da me a mangiare e a bere e così allieterai l'anima già tanto afflitta di mia figlia. 21Di quanto possiedo prenditi la metà e torna sano e salvo da tuo padre. Quando io e mia moglie saremo morti, anche l'altra metà sarà vostra. Coraggio, figlio! Io sono tuo padre ed Edna è tua madre; noi apparteniamo a te come a questa tua sorella, da ora per sempre. Coraggio, figlio!“.

__________________________ Note

8,3 L’alto Egitto viene considerato, in quanto lontano deserto, come luogo di abitazione dei demoni (Is 13,21; 34,14; Mt 4,1; 12,43).

8,6 Adamo… Eva: questo è l’unico passo dell’AT in cui il matrimonio è collegato a Gen 2,18. Nel NT, Mc 10,6-8 si riferisce invece a Gen 1,27; 2,24.

8,20 quattordici giorni: il doppio della durata ordinaria di una festa di matrimonio (Gdc 14,12).

8,21 Questa volta non è lo sposo che paga, come di solito, un prezzo al padre della ragazza (Gen 34,12; 1Sam 18,25), ma è costui che dà la dote alla figlia.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

8,1-9. La scena è priva di tensione drammatica, perché il lettore sa già – come lo sa Tobia – che l’odore del pesce caccia il demonio. Non lo sanno né i genitori di Sara né la loro figlia, ma l’autore non sfrutta questa ignoranza per dare al racconto una dimensione drammatica. Tobia esegue gli ordini di Raffaele (6,4) e il demonio è costretto a fuggire nel deserto dell’alto Egitto; il deserto era immaginato come il luogo di abitazione dei demoni. Là Raffaele lotta con il demonio, vince e lo incatena. La scena è divertente, fa sorridere dei tabù sessuali, delle paure che si costruiscono i propri mostri. Ma sono mostri che si possono cacciare semplicemente con un po’ di fumo! Sono demoni dell’immaginario, creazioni delle paure irrazionali. L’alto Egitto era il luogo più lontano che si potesse immaginare.

La preghiera degli sposi novelli ha la struttura di un salmo di lode, che inizia con una triplice benedizione. Essi pregano il «Dio dei nostri padri», ma in quanto creatore di tutte le cose e di «Adamo», cioè ogni uomo, e di «Eva», ossia ogni donna. Nel nostro libro, le preghiere segnano una svolta positiva (cfr. 3,1-6.11-15). Qui la preghiera si conclude con un duplice «amen», un sì dei due sposi alla benevolenza divina.

Il richiamo a Gn 2,18 serve a fondare il matrimonio nella volontà creatrice di Dio e non nella «lussuria» o sregolata passione umana (v. 6). Il matrimonio è voluto da Dio, è dunque buono; i demoni della sessualità sono difficoltà superabili.

La «rettitudine d'intenzione» (v. 7) di Tobia si riferisce alla legge dell’endogamia, per cui sposa una sua parente; il suo matrimonio è legittimo. Di conseguenza, Tobia e Sara possono confidare nella benevolenza divina contro il pericolo del demonio e giungere insieme alla vecchiaia.

«Dormirono» (v. 9): il verbo ha per soggetto tutti e due gli sposi uniti insieme; non si esclude una connotazione sessuale.

8,10-21. Come ha notato L. Alonso Schökel, questa è la scena più originale del libro, qualcosa di unico nell’AT. È una sequenza di humour macabro, che piacerebbe a un regista come Hitchcock. L’ironia del racconto nasce dalla contrapposizione dei personaggi che “sanno” ciò che avviene (Tobia, Sara, Raffaele) e quelli che “non sanno” (Raguele e Edna). Raguele si mette a scavare la fossa per evitare lo scherno e il disprezzo (v. 10); di fatto diventa ridicolo agli occhi del lettore. Si noti che la scoperta che Tobia è sano e salvo viene fatta dopo aver terminato di scavare la fossa (v. 11). La reazione di Raguele (vv. 15-17) è la lode a Dio, con una quadruplice «benedizione», cui seguono due invocazioni (concedi salvezza, falli giungere al termine con gioia). La preghiera di lode è anche proclamazione della avvenuta salvezza di Tobia e Sara. L’espressione «pura benedizione» (v. 15) è insolita; la lode è l’offerta cultuale autentica quando nasce dal «cuore puro» (cfr. Prv 22,11): è «l’oblazione pura» di cui parla Ml 1,11. La salvezza è frutto e dono della «grande misericordia» di Dio (v. 16).

La festa di nozze si protrae per 14 giorni, il doppio del tempo usuale. È anche questo un segno della straordinarietà dell’evento e della gioia. Tobia diventa membro della famiglia di Raguele ed Edna (v. 21); per questo ha diritto all’eredità (cfr. Nm 27,1-11; 36).

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

UNA DOPPIA GUARIGIONE (7,1-14,15)

Matrimonio di Tobia con Sara 1Quando fu entrato in Ecbàtana, Tobia disse: “Fratello Azaria, conducimi diritto dal nostro fratello Raguele”. Egli lo condusse alla casa di Raguele, che trovarono seduto presso la porta del cortile. Lo salutarono per primi ed egli rispose: “Salute, fratelli, siate i benvenuti!”. Li fece entrare in casa. 2Disse a sua moglie Edna: “Quanto somiglia questo giovane a mio fratello Tobi!”. 3Edna domandò loro: “Di dove siete, fratelli?”, ed essi risposero: “Siamo dei figli di Nèftali, deportati a Ninive”. 4Disse allora: “Conoscete nostro fratello Tobi?”. Le dissero: “Lo conosciamo”. 5Riprese: “Sta bene?”. Risposero: “Sta bene e vive”. E Tobia aggiunse: “È mio padre”. 6Raguele allora balzò in piedi, l'abbracciò e pianse. Poi gli disse: “Sii benedetto, o figlio! Hai un ottimo padre. Che sventura per un uomo giusto e generoso nel fare elemosine essere diventato cieco!”. Si gettò al collo del parente Tobia e pianse. 7Pianse anche sua moglie Edna e pianse anche la loro figlia Sara. 8Poi egli macellò un montone del gregge e fece loro una festosa accoglienza. 9Si lavarono, fecero le abluzioni e, quando si furono messi a tavola, Tobia disse a Raffaele: “Fratello Azaria, domanda a Raguele che mi dia in moglie mia cugina Sara”. 10Raguele udì queste parole e disse al giovane: “Mangia, bevi e sta' allegro per questa sera, poiché nessuno all'infuori di te, mio parente, ha il diritto di prendere mia figlia Sara, come del resto neppure io ho la facoltà di darla a un altro uomo all'infuori di te, poiché tu sei il mio parente più stretto. Però, figlio, voglio dirti con franchezza la verità. 11L'ho data a sette mariti, scelti tra i nostri fratelli, e tutti sono morti la notte in cui entravano da lei. Ora, figlio, mangia e bevi; il Signore sarà con voi”. 12Ma Tobia disse: “Non mangerò affatto né berrò, prima che tu abbia preso una decisione a mio riguardo”. Rispose Raguele: “Lo farò! Ella ti viene data secondo il decreto del libro di Mosè e come dal cielo è stato stabilito che ti sia data. Abbi cura di lei, d'ora in poi tu sei suo fratello e lei tua sorella. Ti viene concessa da oggi per sempre. Il Signore del cielo vi assista questa notte, o figlio, e vi conceda la sua misericordia e la sua pace”. 13Raguele chiamò sua figlia Sara e, quando venne, la prese per mano e l'affidò a Tobia con queste parole: “Prendila; secondo la legge e il decreto scritto nel libro di Mosè lei ti viene concessa in moglie. Tienila e, sana e salva, conducila da tuo padre. Il Dio del cielo vi conceda un buon viaggio e pace”. 14Chiamò poi la madre di lei e le disse di portare un foglio e stese l'atto di matrimonio, secondo il quale concedeva in moglie a Tobia la propria figlia, in base al decreto della legge di Mosè. Dopo di ciò cominciarono a mangiare e a bere. 15Poi Raguele chiamò sua moglie Edna e le disse: “Sorella mia, prepara l'altra camera e conducila dentro”. 16Quella andò a preparare il letto della camera, come le aveva ordinato, e vi condusse la figlia. Pianse per lei, poi si asciugò le lacrime e le disse: 17“Coraggio, figlia, il Signore del cielo cambi in gioia il tuo dolore. Coraggio, figlia!”. E uscì.

__________________________ Note

7,13 Il Dio del cielo: titolo divino di origine persiana, applicato al Dio d’Israele nel post-esilio; ricorre in Tb nella doppia forma di “Signore/Dio del cielo” (6,18; 7,12.13.17; 8,15; 10,11.14); s’incontra pure “re del cielo” (1,18).

7,14 l’atto di matrimonio: è il documento scritto, indicato letteralmente come il “documento della coabitazione”.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

7,1-8. I due viaggiatori arrivano alla meta, la casa di Raguele. La scena centrale è quella del riconoscimento di Tobia come parente di Raguele. Il dialogo tra gli ospiti e il padrone di casa è una catena di botta e risposta breve e precisa, senza analisi psicologica dei sentimenti, eccetto quel che lascia trasparire l'espressione «balzò in piedi, l’abbracciò e pianse». Sono le azioni che funzionano da rivelatori della psicologia dei personaggi. Il pianto di Raguele, della moglie Edna e della figlia Sara fa intravedere la forte commozione e gioia della famiglia che fece ai due ospiti una «calorosa accoglienza». Fa parte del galateo orientale dapprima salutare: «Salute fratelli, siate i benvenuti»; poi interessarsi dell’identità degli ospiti: «Di dove siete?» e infine l’accoglienza: «fece loro una calorosa accoglienza». Qui «fratello» significa “parente”: Raguele è «fratello» (v. 2) di Tobi. Al centro del dialogo sta Tobi e la sua sventura, la cecità. Raffaele passa in secondo piano fino al momento del pranzo, che sigilla l’ospitalità.

7,9-17. Durante il banchetto, a Raffaele è richiesto di fare da mediatore del matrimonio, figura che entrò a far parte del diritto talmudico e si conserva ancor oggi nel giudaismo ortodosso. Raguele, pur dichiarando la propria volontà di attenersi alla legge, cerca di dilazionare la decisione, confidando che «il Signore provvederà» (v. 11), cioè farà trovare una soluzione che non porti alla morte dello sposo, come è già avvenuto per i sette precedenti mariti di sua figlia. Con espressione che echeggia Gn 24,33, Tobia insiste: «Non mangerò prima che tu abbia preso una decisione». Raguele concede in sposa la figlia secondo la legge di Mosè e quindi secondo la volontà di Dio (7,12). È la prima volta che nella Bibbia viene testimoniato un formale atto di matrimonio con il documento matrimoniale scritto, che poi il diritto talmudico chiamerà ketubâ. Dapprima la dichiarazione paterna: «Prendi tua cugina... Ti viene concessa da oggi per sempre. Il Signore vi assista». Il padre fa la funzione di notaio e dà la benedizione. La formula suona così: «Tu sei suo fratello e lei tua sorella»: la mutua appartenenza è espressa col vocabolario dei legami familiari. Il padre è anche testimone. Soprattutto è lui a guidare e presiedere il rito: chiama la figlia, la prende per mano e l’affida a Tobia pronunciando le parole del rito (v. 13). Viene stilato il documento di matrimonio, poi segue il banchetto nuziale. Sara non ha alcun ruolo attivo in tutta la scena; ma nemmeno lo sposo è attore. Il padre della sposa è l’unico attore. La scena finale rivela i timori del padre e della madre di Sara. Morirà anche Tobia come gli altri sette mariti? Che il matrimonio sia voluto da Dio e secondo la legge di Mosè non basta ad acquietare Raguele. Egli fa preparare «l’altra camera» (v. 15), cioè la camera dei novelli sposi. Che la sposa novella sia accompagnata nella sua camera corrisponde a un uso antico (cfr. Gn 29,23). La madre piange, rivelando i timori suoi e del marito, tuttavia si affida al Signore con un’invocazione. Nell’immaginazione angosciata dei genitori, quella camera diventa una tomba. Ma stavolta il demonio vincerà ancora?

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

Il pesce prodigioso 1 Il giovane partì insieme con l'angelo, e anche il cane li seguì e s'avviò con loro. Camminarono insieme finché li sorprese la prima sera; allora si fermarono a passare la notte sul fiume Tigri. 2Il giovane scese nel fiume per lavarsi i piedi, quand'ecco un grosso pesce balzando dall'acqua tentò di divorare il piede del ragazzo, che si mise a gridare. 3Ma l'angelo gli disse: “Afferra il pesce e non lasciarlo fuggire”. Il ragazzo riuscì ad afferrare il pesce e a tirarlo a riva. 4Gli disse allora l'angelo: “Apri il pesce e togline il fiele, il cuore e il fegato; mettili in disparte ma getta via gli intestini. Infatti il suo fiele, il cuore e il fegato possono essere utili medicamenti”. 5Il ragazzo squartò il pesce, ne tolse il fiele, il cuore e il fegato. Arrostì una porzione del pesce e la mangiò; l'altra parte la mise in serbo dopo averla salata. 6Poi ambedue ripresero il viaggio, finché non furono vicini alla Media. 7Allora il ragazzo rivolse all'angelo questa domanda: “Azaria, fratello, che rimedio può esserci nel cuore, nel fegato e nel fiele del pesce?”. 8Gli rispose: “Quanto al cuore e al fegato, ne puoi fare suffumigi in presenza di una persona, uomo o donna, invasata dal demonio o da uno spirito cattivo, e cesserà da lei ogni vessazione e non ne resterà più traccia alcuna. 9Il fiele invece serve per spalmarlo sugli occhi di chi è affetto da macchie bianche; si soffia su quelle macchie e gli occhi guariscono”.

La proposta di sposare Sara 10Erano entrati nella Media e già erano vicini a Ecbàtana, 11quando Raffaele disse al ragazzo: “Fratello Tobia!”. Gli rispose: “Eccomi”. Riprese: “Questa notte dobbiamo alloggiare presso Raguele, che è tuo parente. Egli ha una figlia chiamata Sara 12e all'infuori di Sara non ha altro figlio o figlia. A te, come parente più stretto, spetta il diritto di sposarla più di qualunque altro uomo e di avere in eredità i beni di suo padre. È una ragazza saggia, coraggiosa, molto graziosa e suo padre è una brava persona”. 13E aggiunse: “Tu hai il diritto di sposarla. Ascoltami, fratello: io parlerò della fanciulla al padre questa sera, per serbartela come fidanzata. Quando torneremo dalla città di Rage, celebreremo le sue nozze. So che Raguele non potrà rifiutarla a te o prometterla ad altri; egli incorrerebbe nella morte secondo la prescrizione della legge di Mosè, poiché egli sa che prima di ogni altro spetta a te avere sua figlia. Ascoltami, dunque, fratello. Questa sera parleremo della fanciulla e ne domanderemo la mano. Al nostro ritorno dalla città di Rage la prenderemo e la condurremo con noi a casa tua”. 14Allora Tobia rispose a Raffaele: “Fratello Azaria, ho sentito dire che ella è già stata data in moglie a sette uomini ed essi sono morti nella stanza nuziale la notte stessa in cui dovevano unirsi a lei. Inoltre ho sentito dire che un demonio le uccide i mariti. 15Per questo ho paura; il demonio a lei non fa del male, ma se qualcuno le si vuole accostare, egli lo uccide. Io sono l'unico figlio di mio padre. Ho paura di morire e di condurre così alla tomba la vita di mio padre e di mia madre per l'angoscia della mia perdita. Non hanno un altro figlio che possa seppellirli”. 16Ma quello gli disse: “Hai forse dimenticato i moniti di tuo padre, che ti ha raccomandato di prendere in moglie una donna del tuo casato? Ascoltami, dunque, o fratello: non preoccuparti di questo demonio e sposala. Sono certo che questa sera ti verrà data in moglie. 17Quando però entri nella camera nuziale, prendi il cuore e il fegato del pesce e mettine un poco sulla brace degli incensi. L'odore si spanderà, il demonio lo dovrà annusare e fuggirà per non farsi più vedere in eterno intorno a lei. 18Poi, prima di unirti con lei, alzatevi tutti e due a pregare. Supplicate il Signore del cielo perché venga su di voi la sua grazia e la sua salvezza. Non temere: ella ti è stata destinata fin dall'eternità. Sarai tu a salvarla. Ella verrà con te e penso che da lei avrai figli che saranno per te come fratelli. Non stare in pensiero”. 19Quando Tobia sentì le parole di Raffaele e seppe che Sara era sua parente, della stirpe della famiglia di suo padre, l'amò molto senza poter più distogliere il suo cuore da lei.

__________________________ Note

6,1 Il cane è qui presentato come un animale fedele (11,4). Di solito invece nell’AT è visto in maniera piuttosto negativa (ad es., Dt 23,19; 1Sam 24,15; 2Sam 3,8; 9,8; 16,9; 2Re 8,13; Sal 22,17; 59,7.15-16; Pr 26,11).

6,4 il fiele, il cuore e il fegato: la credenza nelle proprietà terapeutiche di questi organi era diffusa nell’antichità anche fra i medici.

6,12 come parente più stretto: per l’importanza della consanguineità nel matrimonio, connessa con la questione dell’eredità, vedi Nm 27,1-11; 36,6.

6,15 a lei non fa del male: così nel codice S; nei codici A e B si trova invece la variante “la ama”, con riferimento ad Asmodeo, che pertanto le avrebbe ucciso i mariti per gelosia.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Il viaggio da Ninive a Ecbatana è narrato in modo che le notizie fornite (6,1.6.10; 7,1) consentono di articolarlo in tre tappe (6,1-9; 6,10-19; 7,1-8). Le vicende esterne del viaggio si accompagnano ad esperienze interiori che dispongono Tobia allo scopo da raggiungere e tracciano un “viaggio interiore”.

6,1-9. Primo giorno di cammino fino al fiume Tigri (v. 1). Tobia è chiamato «il giovane», cioè inesperto ma anche con l’energia necessaria per vincere il «grosso pesce», simbolo della minaccia che proviene dal caos acquatico. È la parola dell’angelo che dà a Tobia coraggio e forza di combattere. L’angelo diventa così guida mediante la sua parola. L’accenno al «cane» è singolare perché secondo i Giudei il cane era un animale impuro. Ma nell’epoca della diaspora ellenistica era diventato un animale domestico. Per gli antichi Sumeri, il cane era l’emblema degli dei della salute, Ninurta e Gula. In Lc 16,21 si fa menzione dei cani che leccano le ferite. Può darsi che anche qui il cane simboleggi il compagno che, come Raffaele, “cura” dalle minacce e pericoli del viaggio con la sua fedeltà, il suo fiuto e la sua guardia. Tobia obbedisce prontamente. Era noto in tutto il Vicino Oriente antico che le interiora del pesce possono servire da medicamento e per scacciare i demoni. Tobia mangia una porzione del pesce, impossessandosi delle forze dell’avversario; l’angelo non mangia. Già erano apparsi altri animali nel nostro racconto: i passeri (2,10), il capretto (2,12-14), il cane (6,1). E ora il pesce. Probabilmente hanno un valore simbolico. Il pesce indica la potenza malefica che proviene dal caos, rappresentato dalle acque. Tobia sperimenta la minaccia di una forza nemica, ma anche la potenza salvante della parola angelica. Impara a lottare e a vincere. L'angelo-farmacista spiega i benefici che si ricavano dal cuore e dal fegato contro gli spiriti cattivi e dal fiele per guarire gli occhi. Viene così preparato il futuro: Sara verrà liberata dal demonio e Tobi guarirà dalla sua cecità. Dio interviene a liberare gli uomini, ma non direttamente bensì attraverso le cosiddette cause seconde. Il guado del fiume ha un forte valore simbolico (cfr. Gn 32): è una prova da superare, simboleggiata dall’acqua e dal grosso pesce. Secondo E. Drewermann, il pesce rappresenta simbolicamente la sessualità, cioè il problema del rapporto di Tobia con Sara. Superando la prova, grazie alla parola dell’angelo e appropriandosi delle forze positive del «grosso pesce», Tobia ritrova la propria identità e libertà.

6,10-19. Dopo l’informazione di viaggio (v. 10), questa sezione riporta i discorsi di Raffaele (vv. 11-13), di Tobia (vv. 14-15) e, di nuovo, di Raffaele (vv. 16-18), concludendo con un cenno all’amore di Tobia per Sara (v. 19). La seconda notte i due viaggiatori alloggeranno presso Raguele, lo stesso nome del suocero di Mosè (chiamato anche Ietro), la cui unica figlia si chiama Sara, come la moglie di Abramo. Secondo la legge di Nm 27,1-11; 36,1-13, spetta al parente più prossimo sposare la figlia unica ed ereditare. Raffaele esalta le qualità di Sara: seria, coraggiosa, molto graziosa; ha un padre che è una brava persona. L’angelo prende l’iniziativa e propone il matrimonio; si tratta dunque di un piano di Dio. Alla sicurezza dell’angelo si contrappone la paura e l’incertezza di Tobia, che si basa su un «sentito dire» (v. 14). Ma l’angelo insegna come allontanare il demonio con suffumigi fatti col cuore e il fegato del pesce, cioè con un mezzo naturale molto semplice che fa apparire anche la pochezza e la ridicolaggine della minaccia demoniaca. Inoltre l’angelo richiama i «moniti di tuo padre» (v. 16; cfr. 4,12-13) di sposare una donna della propria parentela o stirpe, come hanno fatto i patriarchi. Infine l’angelo esorta alla preghiera, la quale deve accompagnare e non sostituire i mezzi naturali (cfr. Sir 38,9-14: chiama il medico e prega). Che Sara sia «destinata fin dall'eternità» ad essere sposa di Tobia è un modo di dire che non ricorre altrove nell’AT. Secondo il piano di Dio, sarà dunque Tobia lo sposo di Sara, lui la salverà dal demonio e avrà da lei dei figli. Questa idea, cioè che la vita ha un profondo radicamento in un piano divino, è centrale nel libro di Tobia. Menzionando, al v. 19, l’innamoramento di Tobia per Sara, il narratore non si limita a un’annotazione psicologica. Tale amore corrisponde al piano di Dio ed è secondo la legge; è un amore suscitato in Tobia dalle parole dell’angelo, dopo che esse l’hanno liberato dalla paura del demonio. È un amore che fiorisce in un’atmosfera di riscoperta libertà e fiducia in Dio.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

Tobia trova il compagno che lo guiderà 1Allora Tobia rispose al padre: “Quanto mi hai comandato io farò, o padre. 2Ma come potrò riprendere la somma, dal momento che lui non conosce me, né io conosco lui? Che segno posso dargli, perché mi riconosca, mi creda e mi consegni il denaro? Inoltre non sono pratico delle strade da prendere per andare in Media”. 3Rispose Tobi a suo figlio Tobia: “Mi ha dato un documento autografo e anch'io gli ho apposto il mio autografo: lo divisi in due parti e ne prendemmo ciascuno una parte; la sua parte la lasciai presso di lui con il denaro. Sono ora vent'anni da quando ho depositato quella somma. Cércati dunque, o figlio, un uomo di fiducia che si metta in viaggio con te. Lo pagheremo per tutto il tempo fino al tuo ritorno. Va' dunque da Gabaèl a ritirare il denaro”. 4Uscì Tobia in cerca di qualcuno pratico della strada, che lo accompagnasse nella Media. Uscì e si trovò davanti l'angelo Raffaele, non sospettando minimamente che fosse un angelo di Dio. 5Gli disse: “Di dove sei, o giovane?”. Rispose: “Sono uno dei tuoi fratelli Israeliti, e sono venuto qui a cercare lavoro”. Riprese Tobia: “Conosci la strada per andare nella Media?”. 6Gli disse: “Certo, parecchie volte sono stato là e conosco bene tutte le strade. Spesso sono andato nella Media e ho alloggiato presso Gabaèl, un nostro fratello che abita a Rage di Media. Ci sono due giorni di cammino da Ecbàtana a Rage. Rage è sulle montagne ed Ecbàtana è nella pianura”. 7Allora Tobia gli disse: “Aspetta, o giovane, che vada ad avvertire mio padre. Ho bisogno che tu venga con me e ti pagherò il tuo salario”. 8Gli rispose: “Ecco, ti attendo; però non tardare”. 9Tobia andò ad informare suo padre Tobi dicendogli: “Ecco, ho trovato un uomo tra i nostri fratelli Israeliti”. Gli rispose: “Chiamalo, perché io sappia di che famiglia e di che tribù è e se è persona fidata per venire con te, o figlio”. 10Tobia uscì a chiamarlo e gli disse: “O giovane, mio padre ti chiama”. Entrò da lui. Tobi lo salutò per primo e l'altro gli disse: “Possa tu avere molta gioia!”. Tobi rispose: “Che gioia posso ancora avere? Sono un uomo menomato negli occhi; non vedo la luce del cielo, ma mi trovo nell'oscurità come i morti che non contemplano più la luce. Pur vivendo, mi sento tra i morti; avverto la voce degli uomini, ma non li vedo”. Gli rispose: “Fatti coraggio, Dio non tarderà a guarirti; fatti coraggio!”. E Tobi: “Mio figlio Tobia vuole andare nella Media. Non potresti andare con lui e fargli da guida? Io ti pagherò, fratello!”. Rispose: “Sì, posso accompagnarlo; conosco tutte le strade. Mi sono recato spesso nella Media. Ho attraversato tutte le sue pianure e i suoi monti e ne conosco tutte le strade”. 11Tobi gli disse: “Fratello, di che famiglia e di che tribù sei? Dimmelo, fratello”. 12Ed egli: “Che t'importa la tribù?”. L'altro gli disse: “Voglio sapere con verità, fratello, di chi tu sei figlio e il tuo vero nome”. 13Rispose: “Sono Azaria, figlio di Anania il grande, uno dei tuoi fratelli”. 14Gli disse allora: “Sii benvenuto e in buona salute, o fratello! Non avertene a male, fratello, se ho voluto sapere la verità sulla tua famiglia. Tu dunque sei mio parente, di buona e distinta discendenza! Conoscevo Anania e Natan, i due figli di Semeia il grande. Venivano con me a Gerusalemme e là facevano adorazione insieme con me; non hanno abbandonato la retta via. I tuoi fratelli sono brava gente; tu sei di buona radice: sii benvenuto!“. 15Continuò: “Ti do come ricompensa una dracma al giorno, e per quanto riguarda il tuo mantenimento lo stesso che a mio figlio. 16Fa' dunque il viaggio con mio figlio e poi ti darò ancora qualcosa di più”. 17Gli disse: “Farò il viaggio con lui. Non temere: partiremo sani, e sani ritorneremo da te, perché la strada è sicura”. Tobi gli disse: “Sia con te la benedizione, o fratello!”. Si rivolse poi al figlio e gli disse: “Figlio, prepara quanto occorre per il viaggio e parti con questo tuo fratello. Dio, che è nei cieli, vi conservi sani fin là e vi restituisca a me sani e salvi; il suo angelo vi accompagni e vi conduca a salvezza, o figlio!”. Tobia uscì per mettersi in cammino e baciò il padre e la madre. E Tobi gli disse: “Fa' buon viaggio!”. 18Allora la madre si mise a piangere e disse a Tobi: “Perché hai voluto che mio figlio partisse? Non è lui il bastone della nostra mano, che è sempre stato in casa con noi? 19Non temere di aggiungere denaro a denaro; esso non vale nulla in confronto a nostro figlio. 20Quello che per vivere ci è stato dato dal Signore è sufficiente per noi”. 21Le disse: “Non stare in pensiero: nostro figlio farà buon viaggio e tornerà in buona salute da noi. I tuoi occhi lo vedranno il giorno in cui tornerà sano e salvo da te. 22Non stare in pensiero, non temere per loro, o sorella. Un angelo buono infatti lo accompagnerà, il suo viaggio andrà bene e tornerà sano e salvo”. 23Ed ella cessò di piangere.

__________________________ Note

5,3 Mi ha dato un documento autografo: questa procedura vuole garantire in modo speciale il proprietario del deposito; depositi e prestiti sono regolamentati sotto altri aspetti in Es 22,6-12; Lv 5,21-26.

5,13-14 Questi nomi propri sono di buon auspicio: Azaria (“YHWH aiuta”), Anania (“YHWH è benevolo”), Natan(ia) (“YHWH ha dato”), Semeia (“YHWH esaudisce”).

5,15 Una dracma greca rappresenta la paga normale di una giornata di lavoro (Mt 20,2).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Tobi aveva depositato presso Gabael, vent’anni prima (v. 3), una somma di denaro che ora Tobia è incaricato di ricuperare mettendosi in viaggio verso la Media. Ma Tobia non conosce Gabael né è pratico delle strade della Media; perciò cerca un compagno-guida e incontra l’angelo (v. 4) Raffaele che si offre d’accompagnarlo. Padre e figlio concordano sulle condizioni del viaggio. Tobia saluta i genitori; la madre piange, ma Tobi la rassicura con la certezza di un buon viaggio e di un felice ritorno. Il capitolo è articolato da continui dialoghi tra padre e figlio (vv. 1-3.9), tra loro e Raffaele (vv. 4-17), tra Tobi e Anna (vv. 18-23). Il cambiamento dei personaggi in azione permette di parlare, con linguaggio teatrale, di scena.

5,1-3. Prende la parola il figlio Tobia, quasi facendo eco all’implicito incarico contenuto in 4,20. Ma 4,21 sembrava relativizzare l'importanza del denaro affermando che la miglior ricchezza è il timor di Dio. Invece il padre aveva «comandato» (5,1) di ricuperare il denaro. Le tre obiezioni di Tobia (non conosce Gabael; non ha un segno di riconoscimento da esibire; non è pratico della regione) sono risolte disinvoltamente dal padre Tobi: c’è un documento autografato; occorre una guida esperta e fidata, che riceverà la debita ricompensa. I codici greci riportano, per il v. 3, lezioni molto diverse. BC qui segue il codice S; B e A hanno invece un testo più breve. Per la modalità del contratto, cfr. Ger 32. Le due parti spezzate del contratto, date ciascuna ai due contraenti, dovevano coincidere mettendole insieme e mostrare così di essere autentiche.

5,4-8. Anche nei vv. 5-8 la Bibbia-Cei segue il codice S; i codici BA hanno un testo più breve. Tobia cerca un compagno di viaggio e si incontra, senza saperlo (ma lo sa il lettore!), con un angelo che ha la forma di un giovane Israelita, molto diverso dagli angeli dei racconti patriarcali, che hanno tratti misteriosi, sovrumani (cfr. Gn 18; 19; 32) o di altri esseri angelici impressionanti (cfr. Gs 5; Gdc 6; 13). Qui l’angelo Raffaele si presenta come un fratello israelita, in cerca di lavoro, che conosce bene tutte le strade ed è stato più volte nella Media; è “amico” di Gabael. Inoltre mostra piena disponibilità al viaggio; anzi ha fretta e raccomanda a Tobía: «non tardare» (v. 8). È lui che guida l’azione, mentre Tobia ha bisogno dell’approvazione paterna. Fa capolino l’ironia del narratore. Nelle storie greche s’incontrano dei che appaiono in forma umana (Filemone e Bauci, nelle Metamorfosi di Ovidio). Qui non appare la divinità, tuttavia l’angelo segnala che Dio guida la storia di Tobia.

5,9-14. Il padre Tobi pone un’altra condizione al compagno di viaggio del figlio, cioè che sia una persona fidata. Per questo vuol conoscere a quale famiglia e a quale tribù appartiene. L’angelo augura gioia a Tobi e gli promette che Dio lo guarirà; ma esita, come tutti gli inviati di Dio, a rivelare il suo nome (cfr. Gn 32,30; Gdc 13,18). L’angelo Raffaele dice di essere Azaria, che vuol dire «JHWH è aiuto»; il senso è simile a quello di Raffaele (= «Dio guarisce»). Anania significa «JHWH ha pietà». Guarigione, aiuto, pietà: dietro questi nomi si nasconde l’azione di Dio. Ma Tobi non capisce il senso nascosto e misterioso, pensa alla sua parentela.

5,15-17. Una dracma era l’usuale paga di un giorno. Ma all’angelo viene dato come a Tobia anche «quello che occorre»; dunque è trattato alla pari del figlio, non come un servitore. Anzi, se il viaggio andrà bene, riceverà anche di più. La promessa è molto generosa (cfr. v. 3). La dracma è una moneta coniata (cfr. Lc 15,8-9). L’angelo mostra sicurezza e fiducia: «la strada è sicura» e il lettore sorride leggendo che Tobi lo benedice come un fratello ebreo. L’ironia è ancora maggiore quando Tobi invoca Dio perché un angelo accompagni i due nel viaggio e li protegga. Già c’è l’angelo protettore! Mentre il padre è trepidante, il lettore non prova nessuna tensione perché sa già che il viaggio riuscirà bene.

5,18-23. Ritorna il motivo della relativizzazione del denaro (cfr. 4,21), stavolta a confronto con la vita di Tobia. All’angoscia di Anna, Tobi risponde con la certezza che «un buon angelo» accompagnerà il figlio e darà una felice riuscita al viaggio. Chiama la moglie «sorella», titolo che esprime un sentimento e un legame intenso, una comune appartenenza. Come Dio aiuterà non sanno né Tobia né i suoi genitori, i quali ignorano che Raffaele è un angelo. Dio dunque agisce ed è presente, ma non in modo diretto e visibile. Chi è Azaria? Per Tobi e Tobia è un uomo, un Israelita affidabile; ma il lettore – guidato dal narratore – scopre in lui la guida e la protezione divina.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

L’AVVENTURA DEL VIAGGIO (4,1-6,19)

Istruzioni paterne a Tobia 1In quel giorno Tobi si ricordò del denaro che aveva depositato presso Gabaèl a Rage di Media 2e disse in cuor suo: “Ecco che io ho invocato la morte: perché dunque non dovrei chiamare mio figlio Tobia e informarlo, prima di morire, di questa somma di denaro?“. 3Chiamò il figlio e gli disse: “Figlio, quando morirò, dovrai darmi una sepoltura decorosa; onora tua madre e non abbandonarla per tutti i giorni della sua vita; fa' ciò che è di suo gradimento e non procurarle nessun motivo di tristezza. 4Ricòrdati, figlio, che ha corso tanti pericoli per te, quando eri nel suo seno. Quando morirà, dovrai darle sepoltura presso di me, in una medesima tomba. 5Ogni giorno, o figlio, ricòrdati del Signore; non peccare né trasgredire i suoi comandamenti. Compi opere buone in tutti i giorni della tua vita e non metterti per la strada dell'ingiustizia. 6Perché se agirai con rettitudine, avrai fortuna nelle tue azioni. 7A tutti quelli che praticano la giustizia fa' elemosina con i tuoi beni e, nel fare elemosina, il tuo occhio non abbia rimpianti. Non distogliere lo sguardo da ogni povero e Dio non distoglierà da te il suo. 8In proporzione a quanto possiedi fa' elemosina, secondo le tue disponibilità; se hai poco, non esitare a fare elemosina secondo quel poco. 9Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, 10poiché l'elemosina libera dalla morte e impedisce di entrare nelle tenebre. 11Infatti per tutti quelli che la compiono, l'elemosina è un dono prezioso davanti all'Altissimo. 12Guàrdati, o figlio, da ogni sorta di fornicazione; prenditi anzitutto una moglie dalla stirpe dei tuoi padri, non prendere una donna straniera, che cioè non sia della stirpe di tuo padre, perché noi siamo figli di profeti. Ricòrdati di Noè, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, nostri padri fin da principio. Essi sposarono tutti una donna della loro parentela e furono benedetti nei loro figli e la loro discendenza avrà in eredità la terra. 13E ora, figlio, ama i tuoi fratelli; nel tuo cuore non concepire disprezzo per i tuoi fratelli, e per i figli e le figlie del tuo popolo, e tra loro scegliti la moglie. L'orgoglio infatti è causa di rovina e di grande inquietudine. Nella pigrizia vi è povertà e miseria, perché la pigrizia è madre della fame. 14Non trattenere presso di te la paga di chi lavora per te, ma a lui consegnala subito; se così avrai servito Dio, ti sarà data la ricompensa. Poni attenzione, o figlio, a tutto ciò che fai e sii ben educato in ogni tuo comportamento. 15Non fare a nessuno ciò che non piace a te. Non bere vino fino all'ebbrezza e non avere per compagna del tuo viaggio l'ubriachezza. 16Da' del tuo pane a chi ha fame e fa' parte dei tuoi vestiti agli ignudi. Da' in elemosina quanto ti avanza e quando fai elemosina il tuo occhio non abbia rimpianti. 17Deponi il tuo pane sulla tomba dei giusti, non darne invece ai peccatori. 18Chiedi consiglio a ogni persona che sia saggia e non disprezzare nessun buon consiglio. 19In ogni circostanza benedici il Signore Dio e domanda che ti sia guida nelle tue vie e che i tuoi sentieri e i tuoi desideri giungano a buon fine, poiché nessun popolo possiede la saggezza, ma è il Signore che elargisce ogni bene e abbassa chi vuole fino al profondo degli inferi. E ora, figlio, ricòrdati di questi comandamenti, non lasciare che si cancellino dal tuo cuore. 20Ora, figlio, ti comunico che ho depositato dieci talenti d'argento presso Gabaèl, figlio di Gabri, a Rage di Media. 21Non temere, figlio, se siamo diventati poveri. Tu hai una grande ricchezza se avrai il timore di Dio, se rifuggirai da ogni peccato e farai ciò che piace al Signore, tuo Dio”.

__________________________ Note

4,1 Questo testamento (vedi anche 14,4-11) in stile sapienziale, ispirato agli insegnamenti della Scrittura, traccia l’ideale religioso e morale di una comunità giudaica della diaspora.

4,5 Compi opere buone: letteralmente “fai la giustizia”; per questa “giustizia” vedi anche 1,3; 2,14; 4,7; 12,8; 13,6.

4,6 se agirai con rettitudine: letteralmente “se farai la verità”, ossia ciò che corrisponde alla legge di Dio (vedi 1,3; 3,2.5; 13,6; 14,7).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

4,1-21. Tobi ha invocato la morte e ora teme che essa sia vicina; si ricorda del denaro depositato presso Gabael e prima di morire dà istruzioni al figlio per ricuperarlo. In realtà, siamo di fronte a un discorso di un maestro di sapienza al discepolo, chiamato «figlio mio» (4,5.12.13.14b.19c). Sostanza di questo “testamento” è un’esortazione in cui si traccia l’identikit del vero Israelita, con impliciti rimandi sia alla legislazione israelitica sia alla collezione dei Proverbi. Il genere del “testamento” potrebbe essere ispirato ai discorsi-testamento di filosofi ellenistici o anche all’esempio di Achikar che dà consigli al nipote Nadab. È difficile individuare una struttura e contare il numero dei consigli. Tuttavia è possibile individuare alcuni “blocchi”, come apparirà dal commento.

4,3-4. Una degna sepoltura era un dovere per l’Israelita: l’assenza di riti funebri e della sepoltura era sentita come una terribile maledizione (cfr. Ger 16,4; 22,18-19; 1Re 14,11; Ez 29,5); per un figlio era un modo per tener viva la memoria dei genitori e il rispetto per essi (cfr. Es 20,12; Prv 23,22; Sir 7,27).

4,5-11. L’introduzione (v. 5) traccia l’orizzonte entro cui si collocano i “consigli” da vivere «ogni giorno» come attualizzazione della fedeltà (= «ricordati») alla torah. Tema di questa sezione è la solidarietà e la giustizia; lo stile è quello di brevi “proverbi” esortativi. L’etica della solidarietà produce questi effetti: dà successo al proprio agire (v. 6); attira la benevolenza di Dio (v. 7); salva dal bisogno (v. 9) e da morte prematura (v. 10); è un «dono prezioso», un’offerta gradita a Dio (v. 11).

4,12-13. La solidarietà si concretizza anche nei rapporti matrimoniali all’interno della propria tribù (endogamia) (cfr. 3,15). La «fornicazione» (v. 12), in greco porneia, ha il senso di «matrimonio irregolare», cioè non secondo la legge giudaica (cfr. 3,14; 8,7). Tobi si richiama alla tradizionale fede dei patriarchi e dei profeti (cfr. Sal 105,15) e all’uso dell’endogamia. La proibizione di sposare una donna «straniera» si trova già in Es 34,15-16; Dt 7,1-4; Esd 9,1-15; Ne 13,25; Ml 2,11.

L’ideale al quale ci si richiama è quello premonarchico della vita tribale. I versetti sottolineano l’amore per i fratelli del proprio popolo. Due pericoli sono evidenziati: l’orgoglio e la pigrizia o mancanza di carattere. Da questi peccati derivano mali sociali rilevanti: rovina, «inquietudine» o assenza di tranquillità sociale, povertà, miseria, fame. La giustizia verso l’operaio è un servizio reso a Dio, che ricompensa. In sintesi viene tracciato un quadro di società ideale.

4,14-19. Questa sezione è introdotta dall'esortazione del v. 14b: «sii ben educato». Si tratta dell’educazione che deriva dai «comandamenti» (v. 19) che corrispondono alla volontà del Signore. Nell’AT la regola d’oro è menzionata solo qui (v. 15a) (cfr. Mt 7,12; Lc 6,31).

Contro l’ubriachezza cfr. Prv 23,29-35; Sir 31,25-31.

Il superfluo va dato in elemosina, prendendosi cura degli affamati e degli ignudi (cfr. Is 58,7; Ez 18,7.16; 24,17; Mt 25,35-36).

«Versa il vino e deponi il pane sulla tomba» (v. 17): allusione a libazioni in onore dei defunti? Se così fosse, non si tratterebbe di una pratica giudaica. L’esortazione è presa dalla Sapienza di Achikar siriaca (2,9-10). Era costume che gli amici offrissero pane e vino alla famiglia del defunto (cfr. Ger 16,7; Ez 24,17.22). Si tratta o di un pasto funebre per consolare chi è in lutto oppure di assistenza e sostentamento di chi ha perduto chi guadagnava.

Sul v. 18 cfr. Prv 19,20 e Sir 37,7-15. Il v. 19 richiama la sovranità di Dio su tutta la vita umana e la sua assoluta libertà («esalta chi vuole»); «nessun popolo possiede la saggezza»: in greco boulē va tradotto meglio con «progetto»; la traduzione sarebbe questa: «non tutti i popoli hanno successo nei loro progetti». È il Signore che, con la sua benedizione, dà ogni bene e fa giungere a buon fine ogni impresa. L’idea, tipicamente sapienziale, è che la fede (e la prassi conseguente) fa sorgere una società più umana, più riuscita.

4,20-21. Tobi lascia al figlio la somma di dieci talenti d’argento (cfr. 1,14; 4,1.2); per ricuperarli Tobia farà un lungo viaggio. Così è già introdotto il tema della narrazione successiva.

Ma Tobi lascia al figlio anche un ammonimento sapienziale: il «timor di Dio», cioè il rispetto e la fiducia in Dio, insieme con l’osservanza della torah o volontà di Dio, ispira la condotta giusta che farà accumulare «una grande ricchezza», cioè il successo e la riuscita.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

1Con l'animo affranto dal dolore, sospirai e piansi. Poi iniziai questa preghiera di lamento: 2“Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. 3Ora, Signore, ricòrdati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. 4Violando i tuoi comandamenti, abbiamo peccato davanti a te. Ci hai consegnato al saccheggio; ci hai abbandonato alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. 5Ora, quando mi tratti secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi comandamenti, camminando davanti a te nella verità. 6Agisci pure ora come meglio ti piace; da' ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. Gli insulti bugiardi che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia liberato da questa prova; fa' che io parta verso la dimora eterna. Signore, non distogliere da me il tuo volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia, e così non sentirmi più insultare!“.

Angustia e preghiera di Sara 7Nello stesso giorno a Sara, figlia di Raguele, abitante di Ecbàtana, nella Media, capitò di sentirsi insultare da parte di una serva di suo padre, 8poiché lei era stata data in moglie a sette uomini, ma Asmodeo, il cattivo demonio, glieli aveva uccisi, prima che potessero unirsi con lei come si fa con le mogli. A lei appunto disse la serva: “Sei proprio tu che uccidi i tuoi mariti. Ecco, sei già stata data a sette mariti e neppure di uno hai potuto portare il nome. 9Perché vorresti colpire noi, se i tuoi mariti sono morti? Vattene con loro e che da te non dobbiamo mai vedere né figlio né figlia”. 10In quel giorno dunque ella soffrì molto, pianse e salì nella stanza del padre con l'intenzione di impiccarsi. Ma, tornando a riflettere, pensava: “Che non insultino mio padre e non gli dicano: “La sola figlia che avevi, a te assai cara, si è impiccata per le sue sventure”. Così farei precipitare con angoscia la vecchiaia di mio padre negli inferi. Meglio per me che non mi impicchi, ma supplichi il Signore di farmi morire per non sentire più insulti nella mia vita”. 11In quel momento stese le mani verso la finestra e pregò: “Benedetto sei tu, Dio misericordioso, e benedetto è il tuo nome nei secoli. Ti benedicano tutte le tue opere per sempre. 12Ora a te innalzo il mio volto e i miei occhi. 13Comanda che io sia tolta dalla terra, perché non debba sentire più insulti. 14Tu sai, Signore, che sono pura da ogni contatto con un uomo 15e che non ho disonorato il mio nome né quello di mio padre nella terra dell'esilio. Io sono l'unica figlia di mio padre. Egli non ha altri figli che possano ereditare, né un fratello vicino né un parente per il quale io possa serbarmi come sposa. Già sette mariti ho perduto: perché dovrei vivere ancora? Se tu non vuoi che io muoia, guarda a me con benevolenza: che io non senta più insulti”.

Doppio esaudimento 16In quel medesimo momento la preghiera di ambedue fu accolta davanti alla gloria di Dio 17e fu mandato Raffaele a guarire tutti e due: a togliere le macchie bianche dagli occhi di Tobi, perché con gli occhi vedesse la luce di Dio, e a dare Sara, figlia di Raguele, in sposa a Tobia, figlio di Tobi, e così scacciare da lei il cattivo demonio Asmodeo. Di diritto, infatti, spettava a Tobia prenderla in sposa, prima che a tutti gli altri pretendenti. Proprio allora Tobi rientrava in casa dal cortile e Sara, figlia di Raguele, stava scendendo dalla camera.

__________________________ Note

3,2-6 Tu sei giusto, Signore: questa preghiera di lamento (v. 1) è una delle confessioni di peccato collettivo tipiche del post-esilio (vedi Esd 9,6-15; Ne 9,5-37; Bar 1,15-3,8; Dn 3,26-45).

3,7 Ecbàtana: capitale della Media, conquistata nel 550 da Ciro e divenuta quindi residenza estiva dei re di Persia. Menzionata ancora in 5,6; 6,10; 7,1; 14,12.13, è ricordata pure in Gdt 1,1.2.14 e 2Mac 9,3.

3,8 Asmodeo: nome non ricorrente altrove nell’AT (in ebraico, significa “distruttore”); è un demonio che rappresenta l’opposto dell’angelo Raffaele.

3,11 Benedetto sei tu: la frequenza di simili preghiere di benedizione è una caratteristica del libro di Tobia (3,11; 4,19; 8,5.15; 10,14; 11,14.15.16; 12,6.17.18.20.22; 13,2.7; 14,2.8.15).

3,17 Raffaele: in ebraico significa “Dio cura/guarisce”.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

3,1-6. L’angoscia e il dolore (v. 6) di Tobi trovano espressione non nella risposta ad Anna, ma in una preghiera al Signore. Tra il dolore, i sospiri e il pianto egli trova il coraggio della preghiera, più precisamente della «preghiera di lamento» o supplica (v. 1) a tu per tu col suo Signore. Così supera l’abisso che separava il Dio del suo passato (cfr. 1,13), cioè il Dio che gli faceva andar bene ogni cosa, dalla angosciosa condizione in cui ora si trova. Il passaggio dall’”io” al “noi” (cfr. v. 4) lascia capire che Tobi incarna la condizione del suo popolo. La preghiera inizia con una dossologia: il Signore è giusto, opera rettamente, è misericordioso e fedele (v. 2; «verità» sta per «fedeltà»). Egli è anche «giudice del mondo», senza rinnegare la sua bontà e fedeltà. Da una parte, dunque, le sventure e i mali sono interpretabili come un “giudizio” divino («Tu hai lasciato che ci spogliassero dei beni»), ma in pari tempo si può invocare il perdono e la salvezza («ricordati di me», cioè intervieni a mio favore; «guardami» con benevolenza; «non punirmi», v. 3). Il fatto che Tobi preghi e supplichi è la negazione di una fatalistica e meccanica concatenazione tra colpa e male-sofferenza. Tobi infatti riconosce l’assoluta libertà di Dio: «Agisci come meglio ti piace» (v. 6). La teoria del nesso necessario tra azione ed effetto è smentita. L'immagine del «giudizio» di Dio ha la funzione di far riconoscere all’uomo i suoi peccati, la violazione della legge, la ribellione a Dio (v. 4). Tobi confessa le colpe sue e dei suoi padri, riconosce di non aver camminato nella «verità» (= fedeltà). Fino ad ora Tobi ha pensato al rapporto con Dio come a uno scambio: ”se io ti do, tu mi dai” , ma adesso ha compreso che Dio non può essere racchiuso in questa legge ferrea. È interessante la successione dei cinque imperativi: «agisci pure – da’ ordine – comanda – fa’ che io parta – non distogliere». Rivelano una lotta e un dramma spirituale profondo. Riconosciuta la libertà di Dio, Tobi sembra accasciarsi sotto il peso dei suoi peccati e desiderare la morte, perché è stanco di imparare e di lottare. Ma alla fine vince “la linea della vita”: «non distogliere da me il volto». Se dice che è meglio morire, subito però precisa: piuttosto che vivere “male”. Non c’è dunque rifiuto della vita. Anzi la misericordia e la fedeltà di Dio lasciano sperare nel futuro.

3,7-17. La narrazione ora continua in terza persona: il luogo geografico è Ecbatana; la protagonista è Sara. Alla preghiera di Tobi non segue subito una “risposta”: la tensione del racconto si eleva. La vicenda si amplia fino a coinvolgere altre famiglie e il popolo di Dio. Il legame con la preghiera di Tobi è per ora stabilito dal parallelismo e dalla contemporaneità: «Nello stesso giorno» (3,7). Di Sara non si fa un bilancio della vita, come per Tobi, ma si narra un singolo episodio. Figlia di Raguele (cfr. Es 2,18), è in esilio in Media. Il «giorno» sembra essere ancora «il settimo del mese di Distro» (2,12), nome greco del mese ebraico di Sebat, equivalente al nostro gennaio-febbraio.

3,7-10. Sara era stata «data in moglie a sette uomini». Questi matrimoni non li aveva decisi lei. Nessun cenno all’amore di Sara per quegli uomini; ella appare passiva, fallita, depressa, senza prospettive. Il cattivo demonio Asmodeo ha un nome assonante con la radice ebraica šmd, «distruggere, annientare» oppure potrebbe richiamare Aeshma Daeva, uno dei sette spiriti maligni del mondo persiano. Ecbatana era famosa nell’antichità per le sette mura di cinta; Sara è come una città con “sette muri” (= sette mariti), ma inespugnata e senza desiderio di vivere. Il narratore onnisciente sa che Sara è innocente; la serva del padre invece l’accusa di uccidere i mariti e di attirare il castigo su tutti (v. 9: «battere noi»). La serva la maledice condannandola alla solitudine e all’infertilità.

La figura del padre gioca un ruolo importante: Sara è insultata dalla «serva di suo padre» (v. 7); è stata data in moglie dal padre; piange nella stanza del padre (v. 10); si trattiene dal suicidio perché non sia insultato suo padre (v. 10). Ella è «assai cara» (v. 10) al padre. Così Sara non può vivere. Ella pensa al suicidio, caso raro nell’AT oltre a quello di Achitofel (2 Sam 17,23) ed eccettuati i suicidi di soldati che non vogliono cadere vivi in mano dei nemici, come Saul e Abimelek. L’intenzione di uccidersi segna il fondo della depressione. In parallelismo con Tobi (3,4), Sara pensa di supplicare il Signore che la faccia morire. Asmodeo sembra aver quasi raggiunto il suo scopo di spegnere il desiderio di vivere. 3,11-15. Sara prega stendendo le mani «verso la finestra», cioè verso Gerusalemme, come ogni buon Giudeo (cfr. Dn 6,11). La sua preghiera forma un dittico con quella di Tobi. Ella si rivolge al «mio Dio» (così i codici greci B e A; BC segue il codice S che ha «Dio misericordioso») (v. 11).

Sara cerca un rapporto personale con Dio, un “tu” (v. 12: «a te»). Una dossologia tripartita («benedetto – benedetto – ti benedicano»), dove «benedire» equivale a «lodare», introduce la supplica. Il «nome», cioè la persona, di Dio è misterioso, inaccessibile, è «nei cieli» e supera tutti i secoli, è eterno. Tutte le «opere» di Dio, compresa Sara, sono invitate a riconoscere la bontà di Dio.

Alla lode segue inaspettatamente una supplica: «Di’ che io sia tolta dalla terra» (v. 13). L’affidarsi a Dio è rinuncia alla propria vita? Questo è piuttosto un modo per descrivere la propria insopportabile condizione di vita: una innocente è accusata e insultata, privata della sua dignità. Sara infatti proclama la sua innocenza (v. 14), rivendica l’onore suo e della sua famiglia nella terra dell’esilio (v. 15), appellandosi a Dio: «Tu sai, Signore». Ella è rimasta un’autentica, fedele Giudea; «pura da ogni disonestà con uomo» (v. 14) è probabilmente un’allusione all’osservanza della legge dell’endogamia (cfr. 1,9; 3,17; 6,12.16 ss.; 7,10-12) così importante in tutto il libro. Ma per lei, figlia unica, non c’è un «fratello vicino» o parente prossimo che possa sposarla né un «parente», cioè uno della tribù. Non sembra esserci via d’uscita alla possibilità di dare un erede al padre: «perché dovrei vivere ancora?» (v. 15).

La supplica conclude con due invocazioni: «guardami con benevolenza» – «fa’ che non senta più insulti». Soltanto lo «sguardo», cioè l'intervento, di Dio può cambiare favorevolmente la situazione e liberare Sara dalla lacerante e angosciosa condizione in cui si trova. Collegando queste ultime domande con la lode iniziale si comprende che Sara aspetti soltanto da Dio la salvezza. Ma già la preghiera l’ha cambiata: ella è pronta a imboccare una nuova via, se Dio gliela aprirà davanti.

3,16-17. Il parallelismo tra Tobi e Sara viene evidenziato parlando della «preghiera di tutti e due» (v. 16). Dio, nella sua «gloria», cioè nella sua sovranità e trascendenza, ha accolto la preghiera dei due; quali saranno le conseguenze? Il narratore anticipa già che ci sarà un lieto fine; nessuna tensione drammatica, nessuna “suspense”, come nei racconti moderni. Addirittura si narra, al passato, che Dio mandò Raffaele a guarire Tobi e a dare Sara in sposa a Tobia, liberandola dal demonio Asmodeo. Ma i protagonisti non conoscono la decisione di Dio. Raffaele significa «Dio ha guarito»; si tratta di guarire due diverse “malattie”. L’attenzione del lettore è stimolata dalla curiosità di sapere “come” avverrà la guarigione. Tobi vedrà la «luce di Dio», cioè la luce creata da Dio. Il simbolismo di luce-tenebre percorre tutta la storia di Tobi (5,10; 10,5; 11,8.14; 14,10). Allo stesso modo finiscono le preghiere di Tobi (3,6) e di Sara (3,15): la preghiera di ambedue è esaudita e Dio apre davanti a loro una nuova via. Il parallelismo dei due protagonisti è rimarcato anche nella conclusione della prima parte: «proprio allora», nello stesso momento Tobi rientra in casa, mentre Sara scende dalla camera. Essi appartengono a due famiglie, sono autentici Ebrei e rappresentano, nella loro vicenda, il destino stesso d’Israele.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

1Sotto il regno di Assarhàddon ritornai dunque a casa mia e mi fu restituita la compagnia di mia moglie Anna e del figlio Tobia. Per la nostra festa di Pentecoste, cioè la festa delle Settimane, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola: 2la tavola era imbandita di molte vivande. Dissi al figlio Tobia: “Figlio mio, va', e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi. Io resto ad aspettare che tu ritorni, figlio mio”. 3Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: “Padre!”. Gli risposi: “Ebbene, figlio mio?”. “Padre – riprese – uno della nostra gente è stato ucciso e gettato nella piazza; l'hanno strangolato un momento fa”. 4Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l'uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. 5Ritornai, mi lavai e mangiai con tristezza, 6ricordando le parole del profeta Amos su Betel: “Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento”. 7E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii. 8I miei vicini mi deridevano dicendo: “Non ha più paura! Proprio per questo motivo lo hanno già ricercato per ucciderlo. È dovuto fuggire e ora eccolo di nuovo a seppellire i morti”. 9Quella notte, dopo aver seppellito il morto, mi lavai, entrai nel mio cortile e mi addormentai sotto il muro del cortile. Per il caldo che c'era tenevo la faccia scoperta, 10ignorando che sopra di me, nel muro, stavano dei passeri. Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, a causa delle macchie bianche, finché divenni cieco del tutto. Per quattro anni rimasi cieco e ne soffrirono tutti i miei fratelli. Achikàr, nei due anni che precedettero la sua partenza per l'Elimàide, provvide al mio sostentamento. 11In quel tempo mia moglie Anna lavorava a domicilio, 12tessendo la lana che rimandava poi ai padroni, ricevendone la paga. Ora nel settimo giorno del mese di Distro, quando tagliò il pezzo che aveva tessuto e lo mandò ai padroni, essi, oltre la mercede completa, le fecero dono di un capretto da mangiare. 13Quando il capretto entrò in casa mia, si mise a belare. Chiamai allora mia moglie e le dissi: “Da dove viene questo capretto? Non sarà stato rubato? Restituiscilo ai padroni, poiché non abbiamo nessun diritto di mangiare una cosa rubata”. 14Ella mi disse: “Mi è stato dato in più del salario”. Ma io non le credevo e le ripetevo di restituirlo ai padroni e per questo mi vergognavo di lei. Allora per tutta risposta mi disse: “Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene da come sei ridotto!”.

__________________________ Note

2,6 Amos: si cita Am 8,10.

2,12 Distro: nome macedone di un mese (gennaio-febbraio).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

La prima scena (2,1-3) è occupata dal felice ritorno a casa di Tobi. La festa di Pentecoste è la festa del raccolto (Es 23,16) e del ringraziamento gioioso per i frutti della terra; è chiamata anche festa delle Settimane (Es 34,22) perché si celebrava sette settimane (cfr. Dt 16,9-12) o cinquanta giorni (Lv 23,16) dopo Pasqua, donde il nome greco di Pentecoste (cfr. At 2), cioè «cinquantesimo (giorno)». La festa comportava la solidarietà con «il forestiero, l’orfano e la vedova» (Dt 16,14) e ricordava anche il dono della legge al Sinai. Tobi osserva la legge dell’amore verso i poveri (v. 2). Ma alla festa invita qualche povero che sia credente o «di cuore fedele» (v. 2).

La seconda scena (vv. 4-8) illustra la cura di Tobi per i morti della sua gente. La festa gioiosa di Pentecoste si oscura; il «tramonto del sole» (vv. 4-7), la citazione di Amos e il pianto la trasformano simbolicamente e realmente in una celebrazione funebre. La derisione dei vicini isola totalmente Tobi, come fosse anch’egli un morto.

Nella terza scena (vv. 9-10) è notte, simbolo della cecità degli occhi che si oscurano (v. 10). Tobi, dopo aver seppellito il morto, si lava perché il contatto con un cadavere rende impuro (cfr. Nm 19, 11-12). Egli dorme fuori casa per osservare la legge di purità e così la sua sventura è collegata con la fedeltà alla legge. Per quattro anni Tobi fu cieco, ma circondato dalla solidarietà di tutti i suoi fratelli e aiutato da Achikar che provvide al suo sostentamento. Ma questo non risolve la situazione. Interverrà Dio a salvare chi gli è fedele con tutto il cuore (cfr. 1,12)? I medici non hanno fatto che peggiorare la situazione.

La quarta scena (vv. 11-14) dipinge l’abisso in cui precipita Tobi: sua moglie è costretta a lavorare, a pagamento, la lana; la famiglia di Tobi non è più indipendente, ha dei «padroni»; scoppia un conflitto familiare nutrito di sospetti e incomprensioni. Il dono di un capretto, usuale nell’AT (cfr. Gn 38,17ss.; Gdc 15,1; 1Sam 16,20), è il motivo della lite familiare. Tobi sospetta che sia rubato, non crede che i «padroni» possano averlo regalato: la sua crisi è totale. Anna mette in discussione il fondamento della sua vita: «Dove sono le tue buone opere?» (v. 14). La dottrina della retribuzione non funziona. Le domande di Anna fanno capire che c’è una dimensione di «dono» nella vita, non importa da chi venga. Ultimamente è Dio che dona, anche attraverso dei «padroni» stranieri. La fedeltà alla legge divina non è lo strumento per una autosalvezza.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

IL DRAMMA DI DUE FAMIGLIE (1,1-3,17)

Prologo 1Libro della storia di Tobi, figlio di Tobièl, figlio di Ananièl, figlio di Aduèl, figlio di Gabaèl, figlio di Raffaele, figlio di Raguele, della discendenza di Asièl, della tribù di Nèftali. 2Al tempo di Salmanàssar, re degli Assiri, egli fu deportato dalla città di Tisbe, che sta a sud di Kedes di Nèftali, nell'alta Galilea, sopra Asor, verso occidente, a nord di Sefet.

Racconto autobiografico 3Io, Tobi, passavo tutti i giorni della mia vita seguendo le vie della verità e della giustizia. Ai miei fratelli e ai miei compatrioti, che erano stati condotti con me in prigionia a Ninive, nel paese degli Assiri, facevo molte elemosine. 4Mi trovavo ancora al mio paese, la terra d'Israele, ed ero ancora giovane, quando la tribù del mio antenato Nèftali abbandonò la casa di Davide e si staccò da Gerusalemme, la sola città fra tutte le tribù d'Israele scelta per i sacrifici. In essa era stato consacrato il tempio, dove abita Dio, ed era stato edificato per tutte le generazioni future. 5Tutti i miei fratelli e quelli della tribù del mio antenato Nèftali facevano sacrifici su tutti i monti della Galilea al vitello che Geroboamo, re d'Israele, aveva fabbricato a Dan. 6Io ero il solo che spesso mi recavo a Gerusalemme nelle feste, per obbedienza a una legge perenne prescritta a tutto Israele. Correvo a Gerusalemme con le primizie dei frutti e degli animali, con le decime del bestiame e con la prima lana che tosavo alle mie pecore. 7Consegnavo tutto ai sacerdoti, figli di Aronne, per l'altare. Davo anche ai leviti, che prestavano servizio a Gerusalemme, le decime del grano, del vino, dell'olio, delle melagrane, dei fichi e degli altri frutti. Per sei anni consecutivi convertivo in denaro la seconda decima ogni anno e andavo a spenderla a Gerusalemme. 8La terza decima poi era per gli orfani, le vedove e i forestieri che si trovavano con gli Israeliti. La portavo loro ogni tre anni e la si consumava insieme, come vuole la legge di Mosè e secondo le raccomandazioni di Dèbora, moglie di Ananièl, la madre di nostro padre, poiché mio padre, morendo, mi aveva lasciato orfano. 9Quando divenni adulto, sposai Anna, una donna della mia parentela, e da essa ebbi un figlio che chiamai Tobia. 10Dopo la deportazione in Assiria, quando fui condotto prigioniero e arrivai a Ninive, tutti i miei fratelli e quelli della mia gente mangiavano i cibi dei pagani; 11ma io mi guardai bene dal farlo. 12Poiché restai fedele a Dio con tutto il cuore, 13l'Altissimo mi fece trovare il favore di Salmanàssar, del quale presi a trattare gli affari. 14Venni così nella Media, dove, finché egli visse, conclusi affari per conto suo. Fu allora che a Rage di Media, presso Gabaèl, fratello di Gabri, depositai in sacchetti la somma di dieci talenti d'argento. 15Quando Salmanàssar morì, gli successe il figlio Sennàcherib. Allora le strade della Media divennero impraticabili e non potei più tornarvi. 16Al tempo di Salmanàssar facevo spesso l'elemosina a quelli della mia gente; 17davo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e, se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo. 18Seppellii anche quelli che aveva ucciso Sennàcherib, quando tornò fuggendo dalla Giudea, al tempo del castigo mandato dal re del cielo sui bestemmiatori. Nella sua collera egli uccise molti Israeliti; io sottraevo i loro corpi per la sepoltura e Sennàcherib invano li cercava. 19Ma un cittadino di Ninive andò a informare il re che io li seppellivo di nascosto. Quando seppi che il re conosceva il fatto e che mi si cercava per essere messo a morte, colto da paura mi diedi alla fuga. 20I miei beni furono confiscati e passarono tutti al tesoro del re. Mi restò solo la moglie, Anna, con il figlio Tobia. 21Neanche quaranta giorni dopo, il re fu ucciso da due suoi figli, i quali poi fuggirono sui monti dell'Araràt. Gli successe allora il figlio Assarhàddon. Egli diede ad Achikàr, figlio di mio fratello Anaèl, l'incarico della contabilità del regno: egli ebbe così la direzione generale degli affari. 22Allora Achikàr prese a cuore la mia causa e potei così ritornare a Ninive. Al tempo di Sennàcherib, re degli Assiri, Achikàr era stato gran coppiere, ministro della giustizia, amministratore e sovrintendente della contabilità e Assarhàddon l'aveva mantenuto in carica. Egli era mio nipote e uno della mia parentela.

__________________________ Note

1,1 Molti nomi propri in questo libro hanno un significato simbolico, a partire da quello del protagonista: Tobi, forma abbreviata dall’ebraico Tobijah, significa “Bene mio è YHWH”. Questo è anche il significato della forma completa Tobia (v. 9).

1,2 Fu deportato: si deve trattare della deportazione di Nèftali del 734 per opera di Tiglat- Pilèser III, di cui parla 2Re 15,29, che qui viene attribuita al suo successore Salmanàssar.

1,3 Gli eventi storici qui ricordati spaziano dal 931, anno della secessione della tribù Nèftali dalla casa di Davide dopo la morte di Salomone, al re assiro Assarhàddon (680-669), attraverso i regni dei suoi predecessori Tiglat-Pilèser (745-727), Salmanàssar (726-722), Sennàcherib (704-681). Essi coprono così la durata di circa trecento anni, che ovviamente non può essere quella della vita di Tobi, nonostante il ricorso allo stile autobiografico, puramente convenzionale.

1,5 Per questo vitello vedi 1Re 12,28 e nota relativa.

1,6 primizie: riguardo a queste offerte, vedi Es 22,28-29; 23,19; Nm 18,12-13; Dt 12,11-14; 14,22-29.

1,8 per gli orfani, le vedove e i forestieri: possibile allusione alla disposizione di Dt 14,28-29, che però è resa qui più meticolosa.

1,15 gli successe il figlio Sennàcherib: in realtà, l’immediato successore di Salmanàssar fu Sargon (721-705).

1,18 al tempo del castigo: allusione a 2Re 19,35-37.

1,21 Achikàr: figura di politico saggio, giunto alla carica di ministro dei re assiri, protagonista di un antico romanzo orientale molto noto. Qui l’autore vuole idealmente ricollegarsi a questo personaggio, caratteristico della tradizione sapienziale internazionale, facendolo figurare come nipote di Tobi. Vedi ancora 14,10.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

1,1-2. Tobi è il protagonista della storia che sta per essere narrata. Di Tobi si dà l’albero genealogico con quattro antenati della sua famiglia o clan. Egli dunque è un vero, genuino Israelita, della tribù di Neftali. Sotto il grande re nemico di Assiria, Salmanassar V (727-722 a.C.) fu fatto prigioniero e deportato. Questa è dunque la storia dolente di un vero Israelita in esilio. Il suo nome in greco è Tōbeit, che rende l'ebraico ṭôby che significa «JHWH è il mio bene».

1,3-22. Tobi fa un bilancio della sua vita designando le due virtù distintive ch'egli ha sempre seguito; la «verità» o fidatezza e la giustizia. Sono due disposizioni del cuore, ma anche una condotta concreta che si manifesta nelle «elemosine», termine che indica la solidarietà effettiva, verso i connazionali prigionieri con lui a Ninive, capitale assira.

I vv. 4-8 riguardano la vita di Tobi in Israele. Nel 922 a.C., Geroboamo I, re d'Israele, stabilì santuari a Dan e Betel in sostituzione di Gerusalemme. Non solo la tribù di Neftali, ma anche «tutti i miei fratelli» (v. 5), ossia tutte le tribù, immolavano al vitello di Geroboamo. Ma secondo la legge di Dt 12,1-28, Gerusalemme era «la sola città scelta per i sacrifici» (v. 4). Come si vede, la condotta di Tobi si differenzia e si contrappone a quella di tutte le tribù: egli va pellegrino a Gerusalemme, in «obbedienza a una legge perenne» (v. 6), per offrire le primizie (cfr. Lv 27,30-33; Nm 18,21-32; Dt 14,22-29), seguendo rigorosamente l'interpretazione postesilica della legge (v. 7). Tobi era rimasto orfano di padre ed era stato allevato ed educato dalla nonna paterna (v. 8), Debora, che gli aveva inculcato l’osservanza rigorosa della legge di Mosè, in particolare la cura degli orfani, delle vedove e dei forestieri. Con loro condivideva la terza decima. In un secondo squarcio sulla sua vita, Tobi fa conoscere un altro aspetto della sua pietà. Da adulto egli seguì la legge dell’endogamia sposando Anna, «una donna della mia parentela» (v. 9; cfr. Gn 24; 28; 29 e Gdt 8,2). Il figlio Tobia è segno della fecondità e della benedizione di Dio.

I vv. 10-14 aprono un terzo scenario: la religiosità e il successo di Tobi a Ninive. Diversamente da tutti i suoi connazionali, egli non mangia i cibi dei pagani e osserva le leggi ebraiche sui cibi (cfr. Lv 11,1-47; Dt 14,3-21). La fedeltà alla legge di Dio è “ricompensata” con il successo e la carriera politica: l’Altissimo stesso lo “introduce” alla corte di Salmanassar, per trattare i suoi affari quale uomo di fiducia. Prosperando anche i propri affari, Tobi poté così depositare a Rage di Media, presso il suo parente Gabael, la somma di 10 talenti d’argento. Tale denaro avrà una funzione importante nella storia successiva.

I vv. 15-22 dipingono un quarto quadro con due pannelli contrastanti: Tobi è l’antagonista di Sennacherib, che non è figlio di Salmanassar V, bensì di Sargon (721-705 a.C.) al quale succedette nel 705 a.C. Assarhaddon fu re dal 680 al 669 a.C. Achikar è un personaggio leggendario di un racconto popolare assiro. I frammenti aramaici di questo racconto sono del secolo V a.C. Che Tobi abbia visto la divisione del regno di Salomone (ca. 930 a.C.) e muoia, a 112 anni (14,2), poco prima della distruzione di Ninive (612 a.C.) è assurdo. Ma queste e altre incongruenze e assurdità storiche e geografiche (cfr. ad es. 5,6: Ecbatana dista 300 km da Rage e, a quei tempi, occorrevano più di due giorni di viaggio) sono un segno evidente che la storia di Tobi è un “romanzo”, racconto fittizio, non storia. Ciò che importa, in questo brano, è tratteggiare la figura esemplare di un autentico Ebreo, in contrapposizione al re assiro, crudele e sanguinario. Sennacherib rese le strade inaffidabili e pericolose (v. 15), fece morire molti Giudei (v. 18) proibendo la sepoltura dei loro cadaveri, voleva mettere a morte anche Tobi, di cui confiscò tutti i beni (v. 20); ma infine subì una morte violenta, ucciso addirittura «da due suoi figli» (v. 21). La condotta di Tobi è l’opposto: egli è solidale con quelli della sua gente, specie con i più bisognosi (v. 16); seppellisce i morti con rispettosa cura. Tobi pratica le opere di misericordia corporale con eroismo, rischiando la morte, fino a perdere tutti i suoi beni e restare solo con Anna e il figlio Tobia (v. 20). La sua fede è operante nella solidarietà con quelli del suo popolo che sono perseguitati. Pur essendo leale servitore del re straniero, Tobi è costretto alla fuga (v. 19). Il v. 18 allude al tentativo di conquistare Gerusalemme, nel 701 a.C., da parte di Sennacherib «bestemmiatore», empio idolatra, che un «castigo» divino misterioso (cfr. 2Re 18,13-19,37) costrinse a ritirarsi dalla Giudea. Con il re Assarhaddon e il funzionario Achikar, suo parente, Tobi può ritornare a Ninive (v. 22). Gli incarichi e i ruoli esercitati da Achikar sottolineano il suo potere a corte, anche a favore di Tobi. Dio dunque guida la vita di Tobi e gli dà successo.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

1In quel giorno si lesse in presenza del popolo il libro di Mosè e vi si trovò scritto che l'Ammonita e il Moabita non dovevano mai entrare nella comunità di Dio, 2perché non erano venuti incontro agli Israeliti con il pane e l'acqua e perché, contro di loro, avevano pagato Balaam per maledirli, sebbene il nostro Dio avesse mutato la maledizione in benedizione. 3Quando ebbero udito la legge, separarono da Israele tutti gli stranieri.

Neemia verifica gli impegni assunti 4Prima di questo il sacerdote Eliasìb, assegnato alle stanze del tempio del nostro Dio, parente di Tobia, 5aveva preparato per lui una camera grande dove, prima di allora, si riponevano le offerte, l'incenso, gli utensili, la decima del grano, del vino e dell'olio, spettanza di legge dei leviti, dei cantori, dei portieri, e il tributo per i sacerdoti. 6Quando si faceva tutto questo, io non ero a Gerusalemme, perché nell'anno trentaduesimo di Artaserse, re di Babilonia, ero andato dal re; ma dopo qualche tempo, chiesi di congedarmi dal re, 7venni a Gerusalemme e mi accorsi del male che Eliasìb aveva fatto in favore di Tobia, preparando per lui una stanza nei cortili del tempio di Dio. 8La cosa mi dispiacque molto e feci gettare fuori dalla stanza tutti gli oggetti della casa di Tobia; 9poi ordinai che si purificassero quelle camere e vi feci tornare gli utensili del tempio di Dio, le offerte e l'incenso. 10Seppi anche che le porzioni fissate per i leviti non erano state consegnate e che i leviti e i cantori, che prestavano il servizio, erano fuggiti ognuno al suo paese. 11Allora rimproverai i magistrati e dissi loro: “Perché il tempio di Dio è stato abbandonato?”. Poi li radunai e li ristabilii nei loro uffici. 12Allora tutto Giuda portò ai magazzini la decima del frumento, del vino e dell'olio; 13incaricai dei magazzini il sacerdote Selemia, lo scriba Sadoc, Pedaià, uno dei leviti, e al loro fianco Canan, figlio di Zaccur, figlio di Mattania, perché erano reputati uomini fedeli. Così stava a loro fare le parti per i loro fratelli. 14Ricòrdati per questo di me, o mio Dio, e non cancellare la fedeltà con cui ho agito per il tempio del mio Dio e per il suo servizio! 15In quei giorni osservai in Giuda alcuni che pigiavano nei tini durante il sabato, altri che trasportavano i covoni e li caricavano sugli asini, e anche vino, uva, fichi e ogni sorta di carichi, e li portavano a Gerusalemme in giorno di sabato; io protestai a motivo del giorno in cui vendevano le derrate. 16C'erano anche alcuni di Tiro stabiliti in città che portavano pesce e ogni sorta di merci e le vendevano durante il sabato ai figli di Giuda e a Gerusalemme. 17Allora io rimproverai i notabili di Giuda e dissi loro: “Che cosa è mai questo male che fate, profanando il giorno del sabato? 18I nostri padri non hanno fatto così? Il nostro Dio per questo ha fatto cadere su noi e su questa città tutti questi mali. Voi accrescete l'ira contro Israele, profanando il sabato!“. 19Non appena le porte di Gerusalemme comiciavano a essere nell'ombra, prima del sabato, io ordinai che le porte fossero chiuse e che non si riaprissero fin dopo il sabato; collocai alcuni miei uomini alle porte: non doveva entrare nessun carico durante il sabato. 20Così i mercanti e i venditori di ogni merce una o due volte passarono la notte fuori di Gerusalemme. 21Allora io protestai contro di loro e dissi: “Perché passate la notte davanti alle mura? Se lo farete un'altra volta, stenderò la mano contro di voi”. Da quel momento non vennero più durante il sabato. 22Ordinai ai leviti di purificarsi e di venire a custodire le porte per santificare il giorno del sabato. Anche per questo ricòrdati di me, mio Dio, e abbi pietà di me secondo il tuo grande amore! 23In quei giorni vidi anche che alcuni Giudei si erano ammogliati con donne di Asdod, di Ammon e di Moab; 24la metà dei loro figli parlava l'asdodeo, nessuno di loro sapeva parlare giudaico, ma solo la lingua di un popolo o dell'altro. 25Io li rimproverai, li maledissi, ne picchiai alcuni, strappai loro i capelli e li feci giurare su Dio: “Non darete le vostre figlie ai loro figli e non prenderete le loro figlie per i vostri figli o per voi stessi. 26Salomone, re d'Israele, non ha forse peccato appunto in questo? Certo, fra le molte nazioni non ci fu un re simile a lui: era amato dal suo Dio e Dio l'aveva fatto re di tutto Israele; eppure le donne straniere fecero peccare anche lui. 27Dovremmo dunque ascoltare voi e fare tutto questo grande male e prevaricare contro il nostro Dio sposando donne straniere?“. 28Uno dei figli di Ioiadà, figlio di Eliasìb, il sommo sacerdote, era genero di Sanballàt, il Coronita; io lo cacciai via da me. 29Ricòrdati di loro, mio Dio, poiché hanno profanato il sacerdozio e l'alleanza dei sacerdoti e dei leviti. 30Così li purificai da ogni elemento straniero e ristabilii gli incarichi dei sacerdoti e dei leviti, ognuno al suo compito, 31quelli dell'offerta della legna ai tempi stabiliti, e delle primizie. Ricòrdati di me in bene, mio Dio!

__________________________ Note

13,1-2 I vv. 1-2 si riferiscono a Dt 23,4-7. L’episodio di Balaam è narrato in Nm 22-24.

13,4 Tobia: è il nemico di Neemia, già incontrato in 2,10.19; 3,35; 4,1; 6,1.12.14.17.19.

13,6 nell’anno trentaduesimo di Artaserse: vedi Esd 4,7 e nota relativa.

13,24 asdodeo: lingua degli abitanti di Asdod, città filistea sulla costa mediterranea.

13,26 L’episodio di Salomone è riferito in 1Re 11,1-2, ma è assente nel parallelo in 2Cr.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

I vv. 13,1-3 completano la visione idealizzata del tempo di Neemia incontrata in 12,44-47. Alla perfezione del servizio liturgico nel tempio, garantito dall'osservanza delle disposizioni divine e di quelle di Davide e di Salomone, corrisponde la perfezione della comunità, che si era impegnata a non ammettere elementi estranei (10,31), che avrebbero potuto pervertirla nella sua identità e nella sua fede. Sembra che originariamente il libro si concludesse con questa visione (12,44-13,3). L'autore ispirato non poteva però accontentarsi di una simile conclusione “a lieto fine”, che non rendeva giustizia delle tensioni reali che agitano sempre la vita di una comunità. Per questo volle aggiungere un'appendice che mostrava come la perfezione nei due settori, quello cultuale e quello sociale, non si ottenne, e non si ottiene, una volta per tutte per decreto, ma che tu necessaria una vigilanza appassionata e una lotta continua contro l'intiepiedimento e il compromesso. L'appendice narra dunque di una seconda venuta di Neemia a Gerusalemme (vv. 6-7) e dei suoi interventi energici per riportare i correligionari all'osservanza degli impegni presi solennemente con Dio (cfr. c. 10) e che essi avevano trascurato durante la sua assenza (13,4-31). Il capitolo ha una struttura che potremmo dire a chiasmo: espulsione degli elementi estranei nei vv. 1-3 e 23-30; santità del tempio e del sabato nei vv. 4-9 e 15-22; al centro i provvedimenti per la raccolta e la conservazione delle decime a favore dei cantori e dei leviti (vv. 10-14). Un ulteriore intervento circa la raccolta della legna per il tempio e le primizie conclude l'azione di Neemia (v. 31).

1-3. Dopo aver innalzato con le mura uno schermo protettivo intorno a Gerusalemme, Neemia provvide a ripulire l'interno della città santa dalle presenze idolatriche, rappresentate, secondo il testo, da Ammoniti e Moabiti. La prescrizione mosaica con cui si giustificò l'azione è Dt 23,4-6, in cui si proibisce di ammettere nella comunità del Signore, neppure alla decima generazione, i discendenti di Ammon e a Moab per essersi opposti ai figli di Israele nel loro cammino verso la terra promessa e per aver prezzolato Balaam perché li maledicesse. Tuttavia, come sappiamo da altri testi, se qualcuno di tali discendenti, come Rut la Moabita (Rt 1,16) o Achior di Ammon (Gdt 5-6), si convertiva sinceramente, egli era accolto a pieno titolo nella comunità dei figli d'Israele.

4-9. In assenza di Neemia, tornato dal suo sovrano dopo aver realizzato il programma di rialzare le mura e di rimettere ordine nella vita sociale e liturgica, il suo acerrimo nemico, Tobia di Ammon, ebbe la sfrontatezza di chiedere e ottenere un vasto locale del tempio, in cui erano riposti gli arredi sacri e le decime, per adibirlo a magazzino delle sue mercanzie. Tobia non incontrò ostacoli nella sua richiesta, perché era imparentato con Eliasib, che era probabilmente il sommo sacerdote (cfr. 3,1.20), certamente il sovrintendente alle camere del tempio (v. 4). La concessione, così sprezzante della santità della casa di Dio, aveva permesso a Tobia di piazzarsi nel cuore di Gerusalemme e di interferire nella vita della città con la sua influenza e i suoi intrighi. Ma il primo gesto compiuto da Neemia al suo ritorno a Gerusalemme fu di scaraventare fuori dall'ambiente del tempio le masserizie di Tobia e di restituire la camera, dopo averla fatta purificare, alla sua destinazione sacra. Un gesto analogo sarà compiuto secoli dopo nel tempio da Gesù di Nazaret (Mt 21,12-13; Gv 2,13-17).

10-13. L'entusiasmo di Giuda per il servizio cultuale non era durato a lungo: dopo il ritorno di Neemia da Artaserse, non si provvide più a versare le decime e, come sappiamo da Malachia, gli stessi sacrifici erano fatti con animali di scarto (Ml 1,13-14). Privi di sostentamento, i leviti e i cantori erano tornati precipitosamente ai loro villaggi per guadagnarsi di che vivere, mentre il tempio si copriva di silenzio e di ragnatele. Neemia non se la prende con loro, ma con i magistrati (v. 11), così come Malachia biasima i sacerdoti per gli animali difettosi che accettavano di offrire in sacrificio (Ml 1,6-2,9). I rimproveri, comunque, non sarebbero bastati per risanare la situazione: Neemia, perciò, richiamò i leviti e provvide a far versare da tutti i Giudei le decime dovute e a depositarle in mani sicure nel tempio.

14. Invocazione piena di fede, che rimette a Dio la ricompensa per tutta la dedizione leale e sofferta messa nel servizio della sua causa e della sua casa. Nel v. 22 Neemia ripeterà la sua richiesta, divenuta ormai un ritornello (cfr. 5,19; 6,14; 13,22.32), invocando questa volta anche la misericordia divina. Perché Dio non è obbligato nei confronti di nessuno, neppure dei giusti, ai quali egli provvede con la vita e dando loro l'opportunità e la gioia di servirlo. E soltanto per compassione e bontà che egli retribuisce coloro che si sforzano di essere giusti, come se essi avessero davvero meritato.

15-22. Dio aveva prescritto a Israele un luogo privilegiato nello spazio per adorarlo: il tempio, e un giorno privilegiato nel tempo: il sabato. Dopo aver rimesso ordine nel tempio, Neemia si rivolge al sabato, che i Giudei profanavano con i lavori della raccolta e del trasporto delle derrate e i pagani con il trasporto e la vendita delle mercanzie. Da notare che al momento del rinnovamento solenne dell'alleanza, non si era preso nessun impegno circa l'astensione dal lavoro nel sabato da parte dei Giudei, perché nessuno aveva fino allora osato tanto, ma solo previsto che i mercanti stranieri avrebbero potuto indurre i Giudei a violare il giorno del Signore con l'offerta delle loro merci (10,32). Anche questa volta i rimproveri sono per i notabili di Giuda, responsabili con il loro lassismo della dissacrazione, ricordando loro i castighi che i padri avevano fatto cadere sul popolo e sulla città per la loro violazione del giorno sacro al Signore (Es 20,8-11; Dt 5,12-15; Ger 17,19-27). E ancora una volta Neemia corrobora il rimprovero con misure appropriate, ordinando cioè di chiudere le porte al tramonto del venerdì e di non riaprirle finché non fosse trascorso il sabato (v. 19). Affidò quindi l'osservanza di tale mandato ai leviti, affinché, per rispetto alla santità del sabato, essi l'eseguissero come un ufficio sacro, per il quale era necessaria la previa purificazione (v. 22).

23-30. L'ultimo intervento di Neemia riguarda la purezza del patrimonio spirituale del popolo eletto. Nonostante gli impegni presi (13,1-3), parecchi Giudei avevano preso in moglie donne di Asdod, di Moab e di Ammon. Queste donne avrebbero potuto far prevaricare i figli d'Israele, così come era accaduto con Salomone; questi fu prediletto da Dio e non c'era re pari a lui fra tutte le nazioni, eppure le donne straniere lo indussero a peccare. Lo stesso sarebbe potuto accadere ora. Questa era un'eventualità, suffragata di certo anche da fatti. Ma c'era un altro aspetto negativo in tali matrimoni, questo sì assolutamente reale e che sconvolse Neemia. Egli si accorse che molti dei bambini nati da detti matrimoni non parlavano né la lingua giudaica (la lingua di Giuda è ormai l'aramaico occidentale), né alcun'altra lingua, ma un gergo confuso fatto di giudaico e di lingua materna (v. 24; cfr. Os 7,8). Se il fenomeno si fosse esteso, continuando nei matrimoni misti, Giuda sarebbe sprofondato in una melma linguistica in cui sarebbe affondata anche la sua identità culturale costruitasi nel corso di tanti secoli e, insieme con essa, il suo futuro. Ricordiamo che Neemia fondò una biblioteca a Gerusalemme, in cui raccolse «i libri dei re, dei profeti e di Davide e le lettere dei re intorno ai doni» (2Mac 2, 13), ossia le autorizzazioni e i privilegi concessi dai re persiani. La reazione di Neemia nei confronti dei colpevoli fu violenta: li rimproverò, ne picchiò alcuni, ad altri strappò i capelli, a tutti fece giurare che non ci sarebbero state più simili unioni. Questa volta, comunque, non cacciò nessuno (cfr. v. 3), a eccezione di un innominato figlio di Ioiada figlio di Eliasib, il sommo sacerdote, che aveva sposato addirittura una figlia di Sanballat, il più duro nemico di Neemia e di Giuda (2, 10. 19; 6, 1). Un matrimonio, dunque, che aveva portato una straniera, ma soprattutto l'influenza di suo padre, nel cuore della classe più santa d'Israele. L'affermazione di Neemia di aver purificato il sacerdozio espellendo da Gerusalemme il figlio di Ioiada, fa ritenere che egli abbia esteso ai figli del sommo sacerdote, destinati sovente a succedere al genitore, lo speciale precetto mosaico che obbligava il sommo sacerdote a sposare «una vergine della sua gente» (Lv 21,14-15). Sembra doversi riconoscere in questo figlio di Ioiada, il Manasse genero di Sanballat che, secondo Flavio Giuseppe (Ant. IX, 7,2) – il quale erra però nella cronologia –, vendicò la sua espulsione erigendo tra i Samaritani un tempio rivale di quello di Gerusalemme sul Monte Garizim.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage