📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

1Poco tempo dopo, Lisia, tutore e parente del re e incaricato degli affari di stato, mal sopportando l'accaduto, 2raccolti circa ottantamila uomini e tutta la cavalleria, mosse contro i Giudei, contando di ridurre la città a residenza dei Greci, 3di imporre tasse al tempio come agli altri edifici di culto delle nazioni e di mettere in vendita ogni anno il sommo sacerdozio. 4Egli non teneva in nessun conto la potenza di Dio, ma confidava soltanto nelle sue miriadi di fanti, nelle migliaia di cavalieri e negli ottanta elefanti. 5Entrato nella Giudea e avvicinatosi a Bet-Sur, che era una posizione fortificata distante da Gerusalemme circa venti miglia, la cinse d'assedio. 6Quando gli uomini del Maccabeo vennero a sapere che quello assediava le fortezze, tra gemiti e lacrime supplicarono con tutto il popolo il Signore che inviasse l'angelo buono a salvare Israele. 7Lo stesso Maccabeo, cingendo per primo le armi, esortò gli altri a esporsi con lui al pericolo per andare in aiuto dei loro fratelli: tutti insieme partirono con coraggio. 8Mentre si trovavano ancora vicino a Gerusalemme, apparve come condottiero davanti a loro un cavaliere in sella, vestito di bianco, che brandiva armi d'oro. 9Tutti insieme benedissero Dio misericordioso e si sentirono rincuorati, pronti ad assalire non solo gli uomini ma anche le bestie più feroci e mura di ferro. 10Procedevano in ordine, con un alleato venuto dal cielo, per la misericordia che il Signore aveva avuto di loro. 11Gettatisi come leoni sui nemici, stesero al suolo undicimila fanti e milleseicento cavalieri e costrinsero tutti a fuggire. 12Costoro in gran parte riuscirono a salvarsi feriti e spogliati. E lo stesso Lisia si salvò fuggendo vergognosamente. 13Ma, non privo di intelligenza, pensando alla sconfitta subita e constatando che gli Ebrei erano invincibili, perché il Dio potente combatteva al loro fianco, 14mandò a proporre un accordo su tutto ciò che fosse giusto, assicurando che a questo scopo avrebbe persuaso il re, facendo pressione su di lui perché diventasse loro amico. 15Il Maccabeo, badando a ciò che più conveniva, acconsentì a tutto quanto Lisia chiedeva. Infatti, quanto il Maccabeo aveva presentato a Lisia per iscritto riguardo ai Giudei, il re lo accordò.

Scambi epistolari 16Il contenuto della lettera scritta da Lisia ai Giudei era del seguente tenore: 17“Lisia al popolo dei Giudei, salute! Giovanni e Assalonne, inviati da voi, ci hanno consegnato il documento sotto riportato e hanno chiesto la ratifica dei punti in esso contenuti. 18Quanto era necessario riferire anche al re, gliel'ho esposto ed egli ha accordato quanto era accettabile. 19Se dunque continuerete a essere favorevoli agli interessi del regno, cercherò anche in avvenire di procurarvi dei favori. 20Su questi punti e sui particolari ho dato ordine ai vostri e ai miei incaricati di trattare con voi. 21State bene. L'anno centoquarantotto, il ventiquattro del mese di Dioscorinzio”.

22La lettera del re si esprimeva così: “Il re Antioco al fratello Lisia, salute! 23Dopo che nostro padre è passato tra gli dèi, vogliamo che i cittadini del regno possano tranquillamente attendere ai loro interessi. 24Avendo sentito che i Giudei non intendono accettare l'ellenizzazione voluta da nostro padre, ma, attaccati al loro sistema di vita, chiedono di attenersi alle proprie leggi, 25volendo perciò che anche questa nazione sia libera da turbamenti, decretiamo che il tempio sia loro restituito e si governino secondo le tradizioni dei loro antenati. 26Farai bene, dunque, a inviare loro messaggeri e a dare loro la destra, perché, conosciuta la nostra decisione, si sentano rincuorati e riprendano a loro agio la cura delle proprie cose”.

27La lettera del re indirizzata alla nazione era così concepita: “Il re Antioco al consiglio degli anziani dei Giudei e agli altri Giudei, salute! 28Se state bene, è appunto come noi vogliamo; anche noi godiamo ottima salute. 29Menelao ci ha rivelato che voi volete tornare a vivere nelle vostre sedi. 30A quelli che si metteranno in viaggio entro i trenta giorni del mese di Xàntico sarà garantita sicurezza e facoltà 31di usare, come Giudei, delle loro regole alimentari e delle loro leggi, come prima, e nessuno di loro potrà essere molestato da alcuno per le mancanze commesse per ignoranza. 32Ho anche mandato Menelao per rassicurarvi. 33State bene. L'anno centoquarantotto, il quindici del mese di Xàntico”.

34Anche i Romani inviarono loro questa lettera: “Quinto Memmio e Tito Manio, legati dei Romani, al popolo dei Giudei, salute! 35Riguardo a ciò che Lisia, parente del re, vi ha concesso, anche noi siamo d'accordo. 36Riguardo invece a quei punti che egli ha giudicato dover riferire al re, mandate subito qualcuno, dopo averli esaminati, perché possiamo riferire le cose in modo conveniente per voi. Noi siamo in viaggio per Antiòchia. 37Mandate dunque in fretta dei messaggeri per farci conoscere di quale parere siete. 38State bene. L'anno centoquarantotto, il quindici del mese di Xàntico”.

__________________________ Note

11,1 tutore e parente del re: titoli di corte.

11,5 Bet-Sur: al tempo dei Seleucidi era una fortezza che controllava i confini dell’Idumea. Vedi 1Mac 4,29 e nota relativa.

11,16-38 Vengono riportati quattro documenti ufficiali, scritti in forma di lettera, aventi tutti come argomento comune il trattato di pace. La loro attendibilità e cronologia sono tuttora discusse.

11,17 Giovanni e Assalonne: gli ambasciatori inviati da Giuda.

11,21 L’anno centoquarantotto: la data della prima lettera, 164/163. Dioscorinzio: non si conosce nei calendari nessun mese con questo nome, che letteralmente vuol dire “Zeus di Corinto”.

11,23 è passato tra gli dèi: dopo la morte i re ellenistici venivano divinizzati; per primo Antioco I (281-261) fondò il culto del padre Seleuco.

11,30 mese di Xàntico: secondo alcuni, corrisponde a quello indicato come Dioscorinzio in 1,21.

11,33 L’anno centoquarantotto: è l’anno 164/163.

11,35 parente del re: titolo di corte. Vedi 11,1.

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Approfondimenti

Questa sezione ha chiaramente due parti: una, narrativa, sulla battaglia di Bet-Zur (vv. 1-12), e l'altra, documentaria, contenente quattro lettere (vv. 13-37) indirizzate rispettivamente da Lisia ai Giudei (vv. 17-21), da Antioco V a Lisia (vv. 22-26), dal re ai Giudei (vv. 27-33), dai Romani ai Giudei per chiarimenti (vv. 34-38). Le lettere pongono problemi sia letterari che cronologici. La lettera di Antioco V a Lisia (vv. 22-26), non datata, sembra da ricollegare con gli accordi di pace dopo la seconda campagna del generale in Giudea (13,1-26). Sarebbe della fine del 163 a.C. L'averla collocata nel contesto attuale dipende probabilmente da una svista dell'epitomatore. Le altre tre lettere sono tutte datate al 148 ES (= 164 a.C.) e propriamente: la prima, «il ventiquattro del mese di «Dioscorinzio» (= Giove di Corinto) normalmente detto Xàntico, cioè febbraio/marzo; la terza il 15 e la quarta il 25 dello stesso mese, dunque sotto Antioco IV, che mentre si trovava in Persia e Lisia fungeva da reggente in patria. Supponendo un carteggio tra re e reggente (cfr. v. 18) che avrebbe scritto contemporaneamente al re e ai Giudei, il tempo tra la prima e la terza lettera è veramente troppo breve per i corrieri di allora. Si aggiunga che nella terza lettera, spedita dalla Persia il 15 del mese Xàntico, si fissa come scadenza per l'esecuzione della facoltà concessa il 30 dello stesso mese (v. 30) quando ci voleva ben più di quindici giorni solamente per coprire la distanza tra Persia e Palestina! La difficoltà non sussiste per l'epitomatore che suppone il re (Antioco V!) ad Antiochia. Queste date, pur nella sostanziale storicità delle lettere, sono probabilmente alterate.

1-12. La battaglia di Bet-Zur (cfr. 1Mac 4,26-35) avvenne nel 164 a.C. vivente ancora Antioco IV e dunque è da collocare subito dopo 8,36. Perché l'autore abbia compiuto questo trasferimento cronologico, non appare chiaro.

13-15. Di queste trattative di pace non parla 1Mac 4,35 ché anzi accenna ai preparativi della Siria per una nuova spedizione. Tuttavia anche 1Mac sembra supporre almeno una sospensione degli scontri (cfr. 1Mac 4,36-5,8: purificazione del tempio, spedizioni contro popoli vicini), presumibilmente in conseguenza di trattative almeno avviate.

16-21. Dei negoziatori giudei, «Giovanni» potrebbe essere il primo dei fratelli asmonei (cfr. 1Mac 2,2), «Assalonne» (il padre di un Mattatia: cfr. 1Mac 11,70) e «Gionata» (cfr. 1Mac 13,11) ufficiali nell'esercito asmoneo. I punti in discussione non sono esposti; si potrebbe pensare a quanto elencato nella lettera di Antioco ai Giudei (vv. 29-31).

22-26. Più ampie, rispetto a tale lettera, sono le concessioni fatte in questa che si colloca in contesto storico diverso. Si tratta di vera libertà religiosa, con diritto di governarsi secondo proprie leggi e revoca del decreto di ellenizzazione forzata emanato dal padre.

27-33. La lettera dell'Epifane ai Giudei, probabilmente inviata dalla Persia con l'intento di ridurre la tensione in zone calde dell'impero, va incontro ad alcune richieste giudaiche ma senza spingersi troppo oltre. Anzitutto perché fa leva su «Menelao», sommo sacerdote che il movimento maccabaico non accettava: sia per far capire che considerava il partito filoellenistico l'unico interlocutore valido, sia per accreditarlo maggiormente, presentandolo seriamente intenzionato alla ricerca della pace (v. 29). Poi, perché il ritorno a «vivere nelle proprie sedi» (v. 29) è probabilmente invito implicito ai partigiani e sostenitori di Giuda a lasciare la macchia. Comunque, la revoca dell'abolizione del culto giudaico e la concessione di seguire le usanze patrie, anche alimentari (v. 31), sono un buon risultato per i Giudei.

34-38. La lettera dei Romani non è conseguenza del trattato (cfr. 1Mac 8) non ancora stipulato. Probabilmente è una proposta di arbitrato che Roma avanza per inserirsi più da vicino nelle faccende della Siria. In sé non dice altro se non che considera valide le proposte avanzate da parte sira, ma ha bisogno di ulteriori informazioni da parte dei Giudei. I due legati non sono conosciuti, per cui anche i nomi nelle versioni appaiono alterati.

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Intanto il Maccabeo e i suoi uomini, guidati dal Signore, rioccuparono il tempio e la città 2e distrussero gli altari innalzati dagli stranieri sulle piazze e i recinti sacri. 3Purificarono il tempio e vi costruirono un altro altare; poi, facendo scintille con le pietre, ne trassero il fuoco e offrirono sacrifici, dopo un'interruzione di due anni e prepararono l'altare degli incensi, le lampade e l'offerta dei pani. 4Fatto ciò, prostrati a terra, supplicarono il Signore di non farli più incorrere in quei mali ma, qualora peccassero di nuovo, di venire da lui corretti con clemenza, e non abbandonati in mano a un popolo di barbari e bestemmiatori. 5La purificazione del tempio avvenne nello stesso giorno in cui gli stranieri l'avevano profanato, il venticinque dello stesso mese, cioè di Chisleu. 6Con gioia passarono otto giorni come nella festa delle Capanne, ricordando come poco tempo prima avevano passato la festa delle Capanne dispersi sui monti e nelle caverne come animali selvatici. 7Perciò, tenendo in mano bastoni ornati, rami verdi e palme, innalzavano inni a colui che li aveva felicemente condotti alla purificazione del suo proprio tempio. 8Poi con pubblico editto, confermato da una deliberazione comune, decretarono che tutta la nazione dei Giudei celebrasse ogni anno questi giorni.

Avvenimenti sotto Antioco V Eupàtore 9Tali furono le vicende riguardanti la morte di Antioco, chiamato Epìfane. 10Ora invece esporremo le cose accadute sotto Antioco Eupàtore, figlio di quell'empio, sintetizzando le principali sventure causate dalle guerre. 11Costui, dunque, succeduto nel regno, nominò incaricato degli affari un certo Lisia, governatore generale della Celesiria e della Fenicia. 12Infatti Tolomeo, chiamato Macrone, che aveva cominciato a praticare la giustizia verso i Giudei, a causa dei torti che erano stati fatti loro, cercava di trattare con loro pacificamente. 13Per questo motivo fu accusato dagli amici presso l'Eupàtore. Sentendosi poi chiamare spesso traditore per aver abbandonato Cipro, a lui affidata dal Filomètore, ed essere passato dalla parte di Antioco Epìfane, non potendo esercitare con onore la carica, datosi il veleno, pose fine alla propria vita. 14Gorgia, divenuto stratega della regione, assoldava stranieri e manteneva viva la guerra contro i Giudei. 15Insieme con lui anche gli Idumei, che occupavano fortezze importanti, lottavano contro i Giudei e, dando asilo a tutti i fuorusciti da Gerusalemme, cominciarono a fomentare la guerra. 16Gli uomini del Maccabeo pertanto, dopo aver innalzato preghiere e supplicato Dio che si facesse loro alleato, mossero contro le fortezze degli Idumei 17e, attaccandole con energia, si impadronirono delle posizioni, respinsero tutti quelli che combattevano sulle mura e trucidarono quanti erano venuti a tiro; ne uccisero così non meno di ventimila. 18Non meno di novemila tuttavia fuggirono in due torri saldamente fortificate e fornite di tutto l'occorrente per sostenere l'assedio. 19Allora il Maccabeo, lasciando Simone e Giuseppe, Zaccheo e i suoi uomini, sufficienti per quell'assedio, si recò in zone più critiche. 20Ma gli uomini di Simone, vinti dalla prospettiva del guadagno, si lasciarono persuadere per denaro da alcuni che erano nelle torri e, ricevute settantamila dracme, ne lasciarono fuggire alcuni. 21Quando fu riferito al Maccabeo l'accaduto, radunati i capi del popolo, li accusò di aver venduto per denaro i loro fratelli, mettendo in libertà i loro nemici. 22Fece giustiziare coloro che si erano resi colpevoli di tradimento e senza indugio espugnò le due torri. 23Essendo riuscito in ogni impresa con le armi in mano, mise a morte nelle due fortezze più di ventimila uomini. 24Timòteo, che prima era stato battuto dai Giudei, assoldò forze straniere in grande numero, radunò buona parte della cavalleria dell'Asia e avanzò con l'intenzione di soggiogare la Giudea con le armi. 25Gli uomini del Maccabeo, al suo avvicinarsi, si cosparsero il capo di polvere per la preghiera a Dio e, con i fianchi cinti di sacco, 26si prostrarono davanti all'altare e supplicarono Dio di mostrarsi loro propizio e di farsi nemico dei loro nemici e avversario dei loro avversari, come attesta la legge. 27Terminata la preghiera, presero le armi e uscirono dalla città per un bel tratto. Quando furono vicini ai nemici, si fermarono. 28Appena spuntata la luce del mattino, iniziò l'attacco dalle due parti, gli uni avendo a garanzia del successo e della vittoria gloriosa la fiducia nel Signore, gli altri assumendo come guida nel conflitto il loro ardire. 29Si era accesa una lotta durissima, apparvero dal cielo ai nemici cinque uomini splendidi su cavalli dalle briglie d'oro, che si misero alla guida dei Giudei. 30Essi presero in mezzo il Maccabeo e, riparandolo con le loro armature, lo rendevano invulnerabile; scagliavano invece dardi e folgori contro gli avversari i quali, confusi e accecati, si dispersero in preda al disordine. 31Ne furono uccisi ventimilacinquecento e seicento cavalieri. 32Timòteo si rifugiò in una fortezza chiamata Ghezer, saldamente difesa, dove era comandante Cherea. 33Ma i soldati del Maccabeo assediarono con entusiasmo la fortezza per quattro giorni. 34Gli assediati, fidando nelle fortificazioni del luogo, bestemmiavano in modo orribile e lanciavano orrende frasi. 35Alle prime luci del quinto giorno, venti giovani del Maccabeo, accesi di sdegno per le bestemmie, presero d'assalto le mura coraggiosamente e, con selvaggio furore, travolsero chiunque trovavano. 36Anche altri, attaccando con una manovra di aggiramento, incendiarono le torri e, accesi dei fuochi, bruciarono vivi i bestemmiatori; altri ancora sfondarono le porte e, fatto entrare il resto dell'esercito, affrettarono la presa della città. 37Trucidarono Timòteo che si era nascosto in una cisterna, suo fratello Cherea e Apollòfane. 38Compiuta l'impresa, con canti e inni di lode benedicevano il Signore, che aveva tanto favorito Israele e concesso loro la vittoria.

__________________________ Note

10,1-8 La storia di Antioco Epìfane si chiude con il racconto dell’occupazione e della purificazione del tempio da parte di Giuda. Essa avviene nell’anniversario della profanazione e si prolunga per otto giorni, come per la festa delle Capanne (vedi 1,9 e nota relativa).

10,15 gli Idumei: abitanti della Idumea, regione a sud della Giudea.

10,32 Ghezer: una delle più importanti città della terra di Canaan, a circa 35 chilometri da Gerusalemme.

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Approfondimenti

1-8. In confronto al racconto di 1Mac 4,36-64 questa descrizione non solo è più breve ma è diversamente orientata, pur nella sostanziale convergenza dei fatti. A prescindere dalla figura di Giuda, qui affatto assente, dall'interesse per il fuoco (v. 3: cfr. 1,18-36) anziché per le pietre dell'altare (cfr. 1Mac 4,43-47) e dall'estensione della purificazione a tutta la città (v. 2), il clima che vi domina è maggiormente di fiducia e di gioia. L'accostamento alla festa delle Capanne (v. 6: cfr. 1,9) che cadeva circa due mesi prima ed era festa di particolare esultanza, fa sì che un po' delle caratteristiche di questa (ad es. l'uso del lulab) passino alla Dedicazione. Siamo al 15 dicembre (25 Casleu) del 164 a.C., a tre anni esatti (cfr. 1Mac 1,54.59; 4,52) dalla profanazione (i «due anni» del v. 3 vanno presi come calcolo approssimativo). Il giorno viene dichiarato sacro con una settimana festiva.

10,9-13,26. Dopo la rimessa in onore del tempio, profanato per i peccati del popolo, rimane da narrare la punizione degli empi che forma un altro caposaldo della teologia di 2Mac. Il punto culminante è la morte di Nicanore, assurto al ruolo di prototipo dell'empietà pagana: l'ampiezza della narrazione ne fa una sezione a parte. Prima viene raccontata la sconfitta di alcuni generali siri, come Gorgia e Timoteo (10,9-38) e soprattutto Lisia, battuto in una prima campagna (11,1-37), cui fanno seguito battaglie occasionali (12,1-45), e finalmente costretto a venire a patti e concedere la libertà religiosa (13,1-26). Più che in altre sezioni del libro, l'autore sembra qui procedere a spaglio, senza un filo logico e talvolta neppure cronologico, come quando racconta prima la morte di Timoteo (10,37) e poi la sua sconfitta a Carnion (12,1-26). È una galleria di episodi staccati, piuttosto chiusi in se stessi ma tra loro legati dal tema della vittoria, per dono di Dio, sui nemici del giudaismo.

10,9-38. Dopo un'introduzione sull'assetto del regno ad opera del nuovo sovrano (vv. 9-13), si racconta la vittoria di Giuda sugli Idumei (vv. 14-23), la sconfitta e la morte di Timoteo (vv. 24-38).

9-13. La menzione di Lisia (v. 11) indica la linea tensionale del racconto che è di mostrare come si giunge a un primo traguardo di pace attraverso vicende contrastanti. La storia di Tolomeo Macrone (= Testalunga), vv. 12s., e esemplare in proposito. Stando a 1Mac 3,32s., Lista era già stato nominato reggente da Antioco IV e in tale veste aveva ordinato la campagna fallimentare antigiudaica raccontata nel c. 8 (cfr. 1Mac 3,38s.).

14-23. Gorgia (su cui vedi 1Mac 3,38ss.) non ha rilevanza in tale racconto, incentrato piuttosto sulla lotta contro gli Idumei. Questa è riassunta dall'autore in un episodio significativo che richiama quello di 1Mac 5,18.20.55-62, con la connotazione, però, del «tradimento» (v. 22) dei comandanti designati, particolare che in 1Mac è assente. Le cifre sono gonfiate esageratamente (v. 17: 20.000; v. 18: 9.000 in due torri!) con disinvolta noncuranza per la stessa coerenza narrativa (v. 18: 9.000; v. 23: 20.000).

24-38. Come si è già osservato, stranamente l'autore racconta qui la fine di Timoteo e in 12,1-25 la sua sconfitta in Transgiordania (Galaad). La successione va evidentemente invertita. A Timoteo (con Bacchide) ha già accennato in 8,30ss. per cui si dovrebbero supporre tre battaglie tra il generale siro e i Giudei. Invece 1Mac descrive due campagne: una in Transgiordania (Amman) con la conquista di Iazer, nel 163 a.C. (1Mac 5,25-44), in due tempi: conquista da parte di Giuda di Bozra, Bozor ecc. (5,25-36); vittoria di Karnain (5,37-44). Le corrispondenze non sono facili da precisare. La campagna nel Galaad di 1Mac 5,25-44 si può senz'altro identificare con il racconto di 12,1-26; l'accenno di 8,30-32 è probabilmente una scheggia di racconto di una delle due spedizioni; il nostro episodio potrebbe essere fatto coincidere con la campagna contro gli Ammoniti (1Mac 5,6ss.) se si accetta che «Ghezer» (v. 32: gr. «Gazara») sia Iazer di 1Mac 5,8, tenendo presente che la vera città di Ghezer non è in Transgiordania ma a 30 km ovest di Gerusalemme e che fu occupata da Simone, fratello di Giuda, nel 141 a.C. (cfr. 1Mac 13,43). È meglio però accettare che il nostro episodio non ha riscontro in 1Mac, tanto più che l'insieme lascia supporre si tratti di una battaglia non lontano da Gerusalemme a cui rimanda l'allusione all'«altare dei sacrifici» (v. 26s.), e che si parla della morte di Timoteo a cui 1Mac non accenna. Rimane l'anacronismo della conquista di Ghezer assegnata al Maccabeo per aumentarne la gloria. Allo stesso intento, oltre che per mostrare l'aiuto divino per i Giudei, serve la messa in scena dei cinque cavalieri celesti durante la battaglia (vv. 29-31).

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Morte di Antioco Epìfane 1In quel periodo Antioco ritornò con disonore dalle regioni della Persia. 2Infatti egli era giunto nella città chiamata Persèpoli e si era accinto a depredare il tempio e a impadronirsi della città; ma i cittadini, ricorsi in massa all'aiuto delle armi, lo respinsero e accadde così che Antioco, messo in fuga dagli abitanti, dovette ritirarsi vergognosamente. 3Mentre si trovava presso Ecbàtana, gli giunse notizia di ciò che era accaduto a Nicànore e agli uomini di Timòteo. 4Mosso da gran furore, pensava di sfogarsi sui Giudei anche per lo smacco inflittogli da coloro che lo avevano messo in fuga. Perciò diede ordine al cocchiere di compiere il viaggio spingendo i cavalli senza sosta; ma incombeva ormai su di lui il giudizio del Cielo. Così diceva nella sua superbia: “Farò di Gerusalemme un cimitero di Giudei, appena vi sarò giunto”. 5Ma il Signore che tutto vede, il Dio d'Israele, lo colpì con piaga insanabile e invisibile. Aveva appena terminato quella frase, quando lo colpì un insopportabile dolore alle viscere e terribili spasimi intestinali, 6ben meritati da colui che aveva straziato le viscere altrui con molti e strani generi di torture. 7Ma egli non desisteva affatto dalla sua alterigia, anzi era pieno ancora di superbia, spirando fuoco d'ira contro i Giudei, e comandando di accelerare la corsa. Gli capitò perciò di cadere dal carro in corsa tumultuosa e di rovinarsi tutte le membra del corpo nella violenta caduta. 8Colui che poco prima, nella sua sovrumana arroganza, pensava di comandare ai flutti del mare, e credeva di pesare sulla bilancia le cime dei monti, ora, gettato a terra, doveva farsi portare in lettiga, rendendo a tutti manifesta la potenza di Dio, 9a tal punto che nel corpo di quell'empio si formavano i vermi e, mentre era ancora vivo, le sue carni, fra spasimi e dolori, cadevano a brandelli e l'esercito era tutto nauseato dal fetore e dal marciume di lui. 10Colui che poco prima credeva di toccare gli astri del cielo, ora nessuno poteva sopportarlo per l'intollerabile intensità del fetore. 11Allora finalmente, malconcio a quel modo, incominciò a deporre gran parte della sua superbia e ad avviarsi al ravvedimento per effetto del divino flagello, mentre senza tregua era lacerato dai dolori. 12Non potendo più sopportare il suo proprio fetore, disse: “È giusto sottomettersi a Dio e non pretendere di essere uguale a Dio, quando si è mortali!”. 13Quindi quello scellerato si mise a pregare quel Signore che ormai non avrebbe più avuto misericordia di lui, e diceva 14che avrebbe dichiarato libera la città santa, che prima si affrettava a raggiungere per raderla al suolo e farne un cimitero. 15Diceva inoltre che avrebbe reso pari agli Ateniesi tutti i Giudei, che prima aveva stabilito di non degnare neppure della sepoltura, ma di gettare in pasto alle fiere insieme con i loro bambini, 16e che avrebbe adornato con magnifici doni votivi il sacro tempio, che prima aveva saccheggiato, e avrebbe restituito in numero ancora più grande tutti gli arredi sacri e avrebbe provveduto con le proprie entrate ai contributi fissati per i sacrifici. 17Prometteva, infine, che si sarebbe fatto Giudeo e si sarebbe recato in ogni luogo abitato per annunciare la potenza di Dio. 18Ma poiché i dolori non diminuivano per nulla – era arrivato infatti su di lui il giusto giudizio di Dio – e disperando ormai di sé, scrisse ai Giudei la lettera riportata qui sotto, nello stile di una supplica, così concepita: 19“Ai Giudei, ottimi cittadini, il re e condottiero Antioco augura perfetta salute, benessere e prosperità. 20Se voi state bene e i figli e le vostre cose procedono secondo il vostro pensiero, io, riponendo la mia speranza nel Cielo, 21mi ricordo con tenerezza del vostro onore e della vostra benevolenza. Ritornando dalle province della Persia e trovandomi colpito da una malattia insopportabile, ho creduto necessario pensare alla comune sicurezza di tutti. 22Non dispero del mio stato, avendo molta fiducia di scampare alla malattia. 23Considerando d'altra parte che anche mio padre, quando aveva intrapreso spedizioni nelle province settentrionali, designava il successore, 24perché, se fosse accaduto qualche cosa di inaspettato o si fosse diffusa la notizia di qualche grave incidente, gli abitanti del paese, sapendo in mano a chi era stato lasciato il governo, non si agitassero, 25e oltre a questo, constatando che i sovrani vicini e confinanti con il nostro regno spiano il momento opportuno e attendono gli eventi, ho designato come re mio figlio Antioco, che già più volte, quando intraprendevo i viaggi nei distretti settentrionali, ho raccomandato e affidato a moltissimi di voi. A lui indirizzo la lettera qui unita. 26Vi prego dunque e vi scongiuro di ricordarvi dei benefici ricevuti, pubblicamente o privatamente, e prego ciascuno di conservare la vostra benevolenza verso di me e mio figlio. 27Ho fiducia che egli, seguendo le mie direttive, si comporterà con voi con moderazione e umanità”. 28Quest'omicida e bestemmiatore, dunque, soffrendo crudeli tormenti, come li aveva fatti subire agli altri, finì così la sua vita con miserabile morte in terra straniera, sui monti. 29Curò il trasporto della salma Filippo, suo compagno d'infanzia, il quale poi, diffidando del figlio di Antioco, si ritirò in Egitto presso Tolomeo Filomètore.

__________________________ Note

9,1-10,8 Nella lunga narrazione, che presenta particolari divergenti sia dal breve riferimento di 2Mac 1,13-16, sia dal racconto di 1Mac 6,1-17, l’autore non appare interessato all’aspetto cronologico e all’esattezza storica, ma piuttosto al significato teologico. Antioco è superbo, empio, omicida e bestemmiatore; la piaga inguaribile ed invisibile che gli è stata inflitta è espressione della presenza e della giustizia del Dio di Israele.

9,3 Ecbàtana: antica capitale dei Medi.

9,15 Rendere pari agli Ateniesi tutti i Giudei: dare loro la facoltà di potersi governare con leggi e istituzioni proprie.

9,19-27 I pareri sull’autenticità di questa lettera sono discordi. In essa Antioco Epìfane designa come suo successore il figlio Antioco Eupàtore.

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Approfondimenti

Narrativamente, quanto in Nicanore avviene in abbozzo si verifica con pienezza in Antioco IV: alla fuga ignominiosa del generale corrisponde la morte umiliante del re e all'implicito riconoscimento che il Dio di Israele è il più forte, la confessione aperta della sua santità e l'impegno a farsi Giudeo. A questa prima parte del capitolo (vv. 1-17) fa seguito una lettera che raccomanda ai Giudei il figlio quale successore (vv. 18-29).

1-17. La fine di Antioco IV, raccontata in 1Mac 6,1-13 e 2Mac 9,1-17 (lasciando da parte 2Mac 1,13-16) fa problema per almeno due ordini di fatti: per la malattia che lo condusse alla morte e per la data della morte stessa correlata con la purificazione del tempio di Gerusalemme, che 1Mac 4,36-59 sembra collocare prima della morte dell'Epifane, mentre 2Mac 10,1-8 la racconta dopo di essa. Per quanto concerne la malattia, punti di accordo tra le due narrazioni sono: la spedizione in Persia; l'intenzione del re di depredare un tempio, non riuscita per l'ostilità dei cittadini; la rabbia per la sconfitta dei suoi eserciti in Giudea con il proposito di vendicarsi; la morte per malattia, con abbozzo di resipiscenza per i torti fatti ai Giudei. Punti di disaccordo, invece, sono: la città in cui si trovava il tempio da saccheggiare, che per 2Mac è Persepoli, per 1Mac Elimaide; la morte in viaggio di ritorno, nel racconto di 2Mac, in sosta secondo 1Mac; la malattia, che in 1Mac è depressione mortale mentre in 2Mac è affezione enterica degenerata, con complicazioni per postumi di caduta. Nell'una narrazione e nell'altra molti particolari sono dovuti alla prospettiva dell'autore, al genere letterario usato, se vogliamo. In specie, 2Mac sembra ispirarsi al modulo descrittivo della fine dei tiranni (cfr. Gdt 16,17, Sir 7,17; Is 14,11 [LXX]; 66,24; Zc 14,12) con un racconto fortemente retorico, impostato sulla legge del contrappasso (cfr. Sap 11,16). In particolare, si vuole dire che per la hybris il monarca da pseudo “'superuomo” è ridotto a un essere subumano, preda della decomposizione ancor prima di morire. E la resipiscenza diventa proposito dettagliato di riparazione, fino alla promessa di convertirsi e farsi propagandista del giudaismo, il che esprime, magari con una punta di ironia, ciò che l'autore avrebbe voluto far compiere ad Antioco, piuttosto che quanto il re può aver pensato. Detto questo, rimane il fatto che la sintomatologia della descrizione clinica dell'evento presenta tali tratti di concretezza che permette di ricavarne una diagnosi abbastanza sicura. Si tratterebbe, infatti, di una perforazione intestinale con conseguente fuoruscita del contenuto viscerale, il che provoca di norma dolore violento e lesione dei tessuti addominali, in particolare al peritoneo, con grave compromissione dello stato generale del soggetto (agitazione, pallore, sudorazione, febbre, ecc.). Se non si interviene chirurgicamente, il quadro clinico evolve verso la formazione della cosiddetta “fistola stercoraria”, uno sbocco che l'organismo stesso si apre attraverso la parete addominale per far uscire il materiale intestinale. L'unico esito di tale quadro è la morte in un tempo più o meno lungo. Ciò lascia aperta la possibilità di una descrizione veritiera degli ultimi giorni del sovrano, senza escludere l'interferenza di fattori psicologici aggravanti. Quanto alla data della morte in relazione alla purificazione del tempio, si è ormai stabilito con certezza che essa avvenne nell'autunno del 148 ES (= ottobre/novembre 164 a.C.), come si evince da una tavoletta cuneiforme conservata nel Brtish Museum e come si ricava da Polibio. È chiaro allora che essa precedette la purificazione, dal momento che questa ebbe luogo il 25 Casleu 148 ES (= novembre/dicembre 164 a.C.) come precisato in 1Mac 4,52.

18-29. La lettera, che occupa praticamente tutta questa sezione, sembra ad alcuni inverosimile per la forma (estremamente rispettosa, anzi riverente) e per il contenuto (presentazione del figlio come successore, quasi attendendo un cenno di gradimento in proposito). Ma se si suppone trattarsi di una circolare inviata ai sudditi di tutto il regno (o ai cittadini di Antiochia, come altri preferisce) che l'epitomatore (o Giasone di Cirene) adatta alle sue esigenze narrative, la cosa cessa di sorprendere. Il re aveva assoluto bisogno di accattivarsi la benevolenza del popolo a favore del figlio e non gli mancava né la capacità né il coraggio di blandirlo magari fino all'adulazione. D'altra parte, lo scritto, prescindendo dalla captatio benevolentiae iniziale (vv. 19-21a), si limita a fare il punto sulla situazione che richiede tempestività di decisione, date le condizioni politiche all'interno e all'esterno (vv. 21b-22.25: si pensi all'Egitto e ai Parti); si appella all'esempio del padre (vv. 23s.: ad es. nel 210 contro i Medi e i Parti); esprime fiducia nella lealtà dei sudditi, come nella prudenza del figlio (vv. 26s.). Quanto alla vicenda riguardante Filippo (v. 29), la versione di 1Mac 6,55.63 diverge notevolmente. La fuga in Egitto si può collocare o dopo e come conseguenza della lotta contro Lisia, oppure prima e come preparazione ad essa.

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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STORIA DI GIUDA MACCABEO (8,1-15,36)

Azioni militari di Giuda Maccabeo 1Intanto Giuda Maccabeo e i suoi compagni, passando di nascosto nei villaggi, chiamavano a sé i loro congiunti e, raccolti quanti erano rimasti fedeli al giudaismo, misero insieme circa seimila uomini. 2Alzarono allora suppliche al Signore, perché volgesse lo sguardo al popolo da tutti calpestato, avesse pietà del tempio profanato da uomini empi, 3usasse misericordia alla città devastata e prossima a essere rasa al suolo, porgesse orecchio al sangue che gridava al suo cospetto, 4non dimenticasse l'iniquo sterminio di fanciulli innocenti e le bestemmie pronunciate contro il suo nome e mostrasse il suo sdegno contro la malvagità. 5Il Maccabeo, postosi a capo del gruppo, divenne ormai invincibile per le nazioni, mentre l'ira del Signore si volgeva in misericordia. 6Piombando all'improvviso su città e villaggi, li incendiava e, impadronendosi delle posizioni più opportune, metteva in fuga non pochi nemici, 7scegliendo di preferenza la notte come tempo favorevole a queste incursioni. La fama del suo valore risuonava dovunque. 8Filippo, osservando che quest'uomo a poco a poco otteneva successi e progrediva continuamente, scrisse a Tolomeo, stratega della Celesiria e della Fenicia, perché intervenisse a favore degli interessi del re. 9Quello incaricò subito Nicànore, figlio di Pàtroclo, uno dei primi amici del re, e, affidando ai suoi ordini truppe di uomini di ogni nazione in numero non inferiore a ventimila, lo inviò a sterminare totalmente la stirpe dei Giudei. Gli associò anche Gorgia, un generale di professione, esperto in tattica militare. 10Nicànore si propose di pagare il tributo che il re doveva ai Romani, che era di duemila talenti, con la vendita degli schiavi giudei. 11Anzi, spedì senz'altro alle città della costa l'invito ad acquistare schiavi giudei, promettendo di barattare novanta prigionieri per un talento; non immaginava che la vendetta dell'Onnipotente stava per piombare su di lui. 12Giuda fu informato della spedizione di Nicànore e annunciò ai suoi uomini l'avvicinarsi dell'esercito. 13Allora i paurosi e quanti non confidavano nella giustizia di Dio fuggirono, portandosi lontano dalla zona. 14Altri vendevano tutte le cose che erano loro rimaste e insieme pregavano il Signore di salvare coloro che l'empio Nicànore aveva venduto prima ancora dello scontro: 15questo, se non per loro merito, almeno per l'alleanza con i loro padri e per riguardo al suo augusto e glorioso nome invocato sopra di loro. 16Il Maccabeo poi, radunati i suoi uomini in numero di seimila, li esortava a non scoraggiarsi davanti ai nemici, né a lasciarsi prendere da timore di fronte alla moltitudine delle nazioni venute ingiustamente contro di loro, ma a combattere da forti, 17tenendo davanti agli occhi le violenze che quelli avevano iniquamente perpetrato contro il luogo santo, lo strazio della città vilipesa e ancora la soppressione dell'ordinamento politico degli antenati. 18“Costoro – disse – confidano nelle armi e così pure nel loro ardire; noi confidiamo nel Dio onnipotente, capace di abbattere quanti vengono contro di lui e il mondo intero con un solo cenno”. 19Ricordò loro distintamente gli interventi a favore dei loro antenati, quello contro Sennàcherib, quando morirono centoottantacinquemila uomini, 20e quello avvenuto in Babilonia nella battaglia contro i Gàlati, quando tutti si trovarono in necessità, ottomila insieme con quattromila Macèdoni: mentre i Macèdoni soccombevano, gli ottomila sterminarono centoventimila uomini con l'aiuto venuto loro dal Cielo, ricevendone un grande vantaggio. 21Con queste parole li rese coraggiosi e pronti a morire per le leggi e per la patria. Poi divise in qualche modo l'esercito in quattro parti 22e mise al comando di ogni schieramento i suoi fratelli Simone, Giuseppe e Giònata, affidando a ciascuno millecinquecento uomini. 23Vi aggiunse Eleàzaro, lesse poi in pubblico il libro sacro e, data la parola d'ordine “Aiuto di Dio”, si pose lui stesso a capo del primo reparto e attaccò Nicànore. 24L'Onnipotente si fece loro alleato ed essi uccisero più di novemila nemici, ferirono e mutilarono nelle membra la maggior parte dell'esercito di Nicànore e costrinsero tutti a fuggire. 25Si impadronirono dei beni di quanti erano convenuti per il loro acquisto; inseguirono poi i nemici per un lungo tratto, ma impediti dall'ora tarda tornarono indietro. 26Era la vigilia del sabato e per questa ragione non protrassero l'inseguimento. 27Raccolte le armi dei nemici e tolte loro le spoglie, passarono il sabato benedicendo incessantemente e ringraziando il Signore che li aveva salvati in quel giorno, cominciando ad aver misericordia per loro. 28Dopo il sabato distribuirono parte delle spoglie ai danneggiati, alle vedove, agli orfani; il resto se lo divisero tra loro e i loro figli. 29Compiute queste cose, fecero una supplica in comune, scongiurando il Signore misericordioso di riconciliarsi pienamente con i suoi servi. 30Poi, si scontrarono anche con gli uomini di Timòteo e Bàcchide e ne uccisero più di ventimila, si impadronirono saldamente di alte fortezze e divisero l'abbondante bottino in parti uguali tra loro, i danneggiati, gli orfani, le vedove e anche i vecchi. 31Raccolte le loro armi, con molta cura riposero il tutto in luoghi opportuni e portarono il resto del bottino a Gerusalemme. 32Uccisero anche l'ufficiale preposto alle guardie di Timòteo, uomo scelleratissimo, che aveva fatto soffrire molto i Giudei. 33Mentre si celebrava la vittoria in patria, bruciarono coloro che avevano incendiato le sacre porte, compreso Callìstene, che si era rifugiato in una casupola; ricevette così una degna ricompensa per la sua empietà. 34Il tristissimo Nicànore, colui che aveva convocato mille mercanti per la vendita dei Giudei, 35umiliato, con l'aiuto del Signore, da coloro che erano da lui ritenuti insignificanti, deposta la splendida veste, fuggiasco come uno schiavo attraverso la campagna e ormai privo di tutto, arrivò ad Antiòchia, già troppo fortunato per essere sopravvissuto alla rovina dell'esercito. 36Così, chi si riprometteva di assicurare il tributo per i Romani con la vendita dei prigionieri a Gerusalemme, confessava ora che i Giudei avevano un difensore e che i Giudei per questa ragione erano invincibili, perché obbedivano alle leggi da lui stabilite.

__________________________ Note

8,1 Fin dall’inizio del racconto si sottolineano i due temi centrali di questa sezione del libro: la misericordia del Signore e il valore di Giuda.

8,8 Filippo: sovrintendente lasciato a Gerusalemme da Antioco Epìfane. Vedi 5,22.

8,9 primi amici del re: titolo onorifico concesso dallo stesso re. Nicànore ha il comando della guerra e gli è associato Gorgia. In 1Mac 3,38-4,27, invece, è proprio Gorgia ad avere il comando delle operazioni militari.

8,33 le sacre porte: le porte del tempio. Callìstene: nome greco di un personaggio non noto altrove.

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Approfondimenti

8,1-10,8. Da questo punto in avanti il racconto cammina in parallelo con la corrispondente sezione di 1Mac 3,10-6,13, pur movendosi secondo la sua abitudine di trascurare la narrazione concatenata degli eventi per privilegiare determinati avvenimenti, enfatizzati e messi in evidenza come emblematici. In particolare, in questa sezione vengono prese in considerazione la prima sconfitta di Nicanore (8,1-36), la morte di Antioco IV (9,1-29) e la purificazione del tempio (10,1-8) che viene cosi a costituire un climax al quale le fasi precedenti servono di preparazione.

**8,1-36. La narrazione è incentrata sulla sconfitta di Nicanore ad opera di Giuda (vv. 8-29), con una premessa riassuntiva delle gesta precedenti del Maccabeo (vv. 1-7) e una conclusione con la confessione forzata di Nicanore che i Giudei sono «invincibili» per l'assistenza di Dio (vv. 34ss.). Fuori quadro, inserita per affinità di argomento, la disfatta di Timoteo e Bacchide (vv. 30-33).

1-7. Ricollegandosi a 5,27, l'autore compendia in pochi tratti tutta la prima fase dell'insurrezione e la incentra sulla figura di Giuda. Non c'è posto né per Mattatia né per i gruppi collaterali di rivoltosi (cfr. ad es. gli Asidei). Non necessariamente perché li ignora; secondo il suo procedimento, fa di una figura il prototipo di una situazione e di un atteggiamento. In questo caso, Giuda non solo è emblema della lotta contro l'oppressione ma anche della fiducia in Dio e dell'affidamento a lui di tutto il popolo con preghiera fervorosa.

8-29. Questa battaglia sappiamo da 1Mac 3,38-4,25 (ove è narrata con dovizia di particolari) che avvenne a Emmaus nel 165 a.C. Nel racconto l'autore mette in risalto Nicanore lasciando in ombra Gorgia (cfr. invece 1Mac 4,1-25) e insiste sull'aspetto finanziario dell'operazione militare. Il «tributo» da versare a Roma riguardava la pace di Apamea del 188 a.C.; sarebbe già dovuto esser stato pagato da tempo (12.000 talenti in 12 annualità) ma poteva aver lasciato degli strascichi. Che però Nicanore pensasse di far prigionieri 180.000 Giudei (90x2.000: cfr. vv. 10.11) e pagare con tale operazione una rata consistente del debito di stato, sembra un po' esagerato. Serve però a mettere a fuoco una certa immagine del personaggio. Di contro, sta la figura di Giuda che appare qui cavaliere senza macchia né paura. Gli esempi, poi, che adduce per animare al combattimento sono in parte biblici in parte apocrifi: la sconfitta di Sennacherib è classica (cfr. 2Re 18,13-19,36; vedi 2Mac 15,22); la vittoria contro i Galati (v. 20) ci è ignota ma non è inverosimile un combattimento di Giudei nelle file dell'esercito siro contro i Galli invasori sotto Antioco I (281-261 a.C.) oppure in occasione di qualche rivolta sotto Antioco III (cfr. qualcosa di simile in 1Mac 10,36; 11,38-53). La tattica della suddivisione delle truppe (v. 21) è ricordata altrove (cfr. 12,20; 2Sam 18,2), mentre non ci è noto tra i fratelli di Giuda un «Giuseppe» (v. 22; cfr. 1Mac 2,2-5) per cui qualcuno corregge in «Giovanni»; «Eleazaro», poi, potrebbe essere Azaria di 1Mac 5,18.56. La vittoria è considerata palese dono di Dio (cfr. v. 24) in forza dell'alleanza che fa dei Giudei un popolo di consacrati («glorioso nome invocato sopra di loro»: v. 15) e la preghiera di impetrazione e di ringraziamento è l'atteggiamento più consentaneo.

30-33. Il brano è una congerie di generici ricordi di vittorie ottenute dagli uomini di Giuda in momenti diversi. Così l'autore completa in certo modo il racconto precedente e può ribadire alcuni temi a lui cari, come la cura dei bisognosi (v. 30; cfr. v. 28) e la giusta punizione per i delitti commessi (v. 30.33). Contro Timoteo (v. 30) Giuda combatté nel 163 in Transgiordania (cfr. 1Mac 5,6s.) e contro Bacchide nel 161 (cfr. 1Mac 7,8-24); le «alte fortezze» sembra siano quelle dell'Idumea occupate nel 163 a.C. (cfr. 1Mac 5,5); la combustione delle «sacre porte» (v. 33) avvenne probabilmente nel 167 a.C. quando fu messa a sacco e a fuoco la città ad opera del sovrintendente siro (cfr. 1Mac 1,31).

34-36. Si riprende tematicamente l'inizio del racconto (vv. 8ss.) mostrando il rovesciamento della situazione nella fuga di Nicanore e nella sua confessione.

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Ci fu anche il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. 2Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: “Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri”. 3Allora il re irritato comandò di mettere al fuoco teglie e caldaie. 4Appena queste divennero roventi, il re comandò di tagliare la lingua a quello che si era fatto loro portavoce, di scorticarlo e tagliargli le estremità, sotto gli occhi degli altri fratelli e della madre. 5Dopo averlo mutilato di tutte le membra, comandò di accostarlo al fuoco e di arrostirlo quando ancora respirava. Mentre il vapore si spandeva largamente tutto intorno alla teglia, gli altri si esortavano a vicenda con la loro madre a morire da forti, dicendo: 6“Il Signore Dio ci vede dall'alto e certamente avrà pietà di noi, come dichiarò Mosè nel canto che protesta apertamente con queste parole: “E dei suoi servi avrà compassione”“. 7Venuto meno il primo, allo stesso modo esponevano allo scherno il secondo e, strappatagli la pelle del capo con i capelli, gli domandavano: “Sei disposto a mangiare, prima che il tuo corpo venga straziato in ogni suo membro?”. 8Egli, rispondendo nella lingua dei padri, protestava: “No”. Perciò anch'egli subì gli stessi tormenti del primo. 9Giunto all'ultimo respiro, disse: “Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell'universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna”. 10Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, 11dicendo dignitosamente: “Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo”. 12Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture. 13Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. 14Ridotto in fin di vita, egli diceva: “È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita”. 15Subito dopo condussero il quinto e lo torturarono. 16Ma egli, guardando il re, diceva: “Tu hai potere sugli uomini e, sebbene mortale, fai quanto ti piace; ma non credere che il nostro popolo sia stato abbandonato da Dio. 17Quanto a te, aspetta e vedrai la grandezza della sua forza, come strazierà te e la tua discendenza”. 18Dopo di lui presero il sesto che, mentre stava per morire, disse: “Non illuderti stoltamente. Noi soffriamo queste cose per causa nostra, perché abbiamo peccato contro il nostro Dio; perciò ci succedono cose che muovono a meraviglia. 19Ma tu non credere di andare impunito, dopo aver osato combattere contro Dio”. 20Soprattutto la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché, vedendo morire sette figli in un solo giorno, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore. 21Esortava ciascuno di loro nella lingua dei padri, piena di nobili sentimenti e, temprando la tenerezza femminile con un coraggio virile, diceva loro: 22“Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. 23Senza dubbio il Creatore dell'universo, che ha plasmato all'origine l'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi”. 24Antioco, credendosi disprezzato e sospettando che quel linguaggio fosse di scherno, esortava il più giovane che era ancora vivo; e non solo a parole, ma con giuramenti prometteva che l'avrebbe fatto ricco e molto felice, se avesse abbandonato le tradizioni dei padri, e che l'avrebbe fatto suo amico e gli avrebbe affidato alti incarichi. 25Ma poiché il giovane non badava per nulla a queste parole, il re, chiamata la madre, la esortava a farsi consigliera di salvezza per il ragazzo. 26Esortata a lungo, ella accettò di persuadere il figlio; 27chinatasi su di lui, beffandosi del crudele tiranno, disse nella lingua dei padri: “Figlio, abbi pietà di me, che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. 28Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l'origine del genere umano. 29Non temere questo carnefice, ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia”. 30Mentre lei ancora parlava, il giovane disse: “Che aspettate? Non obbedisco al comando del re, ma ascolto il comando della legge che è stata data ai nostri padri per mezzo di Mosè. 31Tu però, che ti sei fatto autore di ogni male contro gli Ebrei, non sfuggirai alle mani di Dio. 32Noi, in realtà, soffriamo per i nostri peccati. 33Se ora per nostro castigo e correzione il Signore vivente per breve tempo si è adirato con noi, di nuovo si riconcilierà con i suoi servi. 34Ma tu, o sacrilego e il più scellerato di tutti gli uomini, non esaltarti invano, alimentando segrete speranze, mentre alzi la mano contro i figli del Cielo, 35perché non sei ancora al sicuro dal giudizio del Dio onnipotente che vede tutto. 36Già ora i nostri fratelli, che hanno sopportato un breve tormento, per una vita eterna sono entrati in alleanza con Dio. Tu invece subirai nel giudizio di Dio il giusto castigo della tua superbia. 37Anch'io, come già i miei fratelli, offro il corpo e la vita per le leggi dei padri, supplicando Dio che presto si mostri placato al suo popolo e che tu, fra dure prove e flagelli, debba confessare che egli solo è Dio; 38con me invece e con i miei fratelli possa arrestarsi l'ira dell'Onnipotente, giustamente attirata su tutta la nostra stirpe”. 39Il re, divenuto furibondo, si sfogò su di lui più crudelmente che sugli altri, sentendosi invelenito dallo scherno. 40Così anche costui passò all'altra vita puro, confidando pienamente nel Signore. 41Ultima dopo i figli, anche la madre incontrò la morte. 42Ma sia sufficiente quanto abbiamo esposto circa i pasti sacrificali e le eccessive crudeltà.

__________________________ Note

7,9 La fede nella risurrezione, espressa qui per la prima volta in modo così esplicito, è intesa come fede in una vita nuova ed eterna.

7,30-38 Nel discorso dell’ultimo fratello, il martirio è visto come espiazione dei peccati dell’intera nazione (vv. 32.37-38).

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Approfondimenti

Il capitolo è tutto inteso a celebrare il coragaggio indomito, al limite del credibile, di una famiglia giudaica – una madre e sette figli – che rifiuta incrollabilmente di mangiare carni proibite. I temi ricorrenti nel brano sono: l'osservanza delle patrie leggi e la fedeltà a Dio sono più importanti di ogni altra cosa; Dio rimuneratore non lascia senza paga né l'efferatezza del tiranno, né l'eroica costanza dei suoi più fedeli; l'attesa confidente di una risurrezione futura è fonte di stupendo coraggio. C'è nel racconto come un crescendo: non tanto nel susseguirsi delle scene, abbastanza ripetitive, quanto nello spazio dedicato alla riflessione rispetto alla descrizione dei tormenti che in pratica sono esposti all'inizio (vv. 3-7), mentre il discorso più ampio è in bocca all'ultimo figlio. Narrativamente, però, l'intervento attivo della madre segna una svolta, per cui si può considerare l'insieme come diviso in due sezioni: i sei fratelli maggiori (vv. 1-19); la madre e il figlio minore (vv. 20-40). Il dramma si suppone svolto in una specie di arena o teatro, quasi spettacolo di eroismo a cui quest'autentica madre coraggio dà un'intensità speciale. La presenza di Antioco serve a dare più drammaticità al racconto coinvolgendo il sovrano in prima persona nel dibattito pubblico sui valori portanti del giudaismo. E questo, infatti, che sfida l'ellenismo con le armi del coraggio ma anche della speranza, e lo vince in prospettiva ultraterrena. La verità della risurrezione compare per la prima volta con chiarezza proprio nel periodo maccabaico (qui e in Dn 12,13) e certamente in dipendenza dalla persecuzione sira. Pur affondando nella fede in un Dio giusto e onnipotente anche contro la morte e affiorando in intuizioni precedenti (cfr. Is 26,29; Gb 19,26), nell'impatto con l'amara esperienza della fine immatura dei giusti, che muoiono proprio a motivo della loro fedeltà, la verità si è venuta chiarendo nella riflessione dei più pensosi, sotto la guida privilegiata dello spirito di Dio ed è stata infine formulata chiaramente.

1-19. Oggetto del contendere tra Antioco e i giovani Giudei con la madre è ancora una volta la manducazione di «carni suine» (v. 1). È chiaro che la convinzione che tale gesto, in sé abbastanza innocuo, coinvolgeva l'adesione al giudaismo nella sua globalità, può spiegare la decisione con cui da una parte e dall'altra lo si affrontava. Per ottenerlo, i carnefici ricorrono a supplizi tra il sofisticato e il teatrale: flagelli, amputazioni, specialmente della lingua, scorticamenti e arrostimenti in «padella» (probabilmente grossa piastra di ferro da arroventare; le «caldaie» del v. 3 non vengono più menzionate). Contenutisticamente, il tema della risurrezione compare a partire dal secondo fratello fino al quarto; il quinto e il sesto, invece, sono interessati alla punizione del sovrano. La futura risurrezione, poi, ha questi tratti. Sarà risurrezione a una «vita nuova ed eterna» (v. 9): di gaudio, in contrasto con i tormenti subiti, e senza scadenze di morte. Sarà corporea (vv. 10ss.) chiamando in causa le «membra» perdute nei supplizi, anche se non è possibile precisare come venga immaginata la partecipazione del corpo alla vita nuova. Sarà una risurrezione per i martiri; non è sicura per quanto riguarda gli empi: il v. 14 va inteso «per te non ci sarà risurrezione perché questa è per la vita».

20-42. Della madre vengono riferiti due discorsi (vv. 22-23.27-29), mentre un discorso è messo in bocca al figlio minore (vv. 30-38). La prima esortazione della madre è retrospettiva: si rivolge ai figli ormai morti e, insieme al pensiero della futura risurrezione, richiama anche il mistero dell'origine dell'uomo (v. 22) nel seno materno, così spesso ricondotta all'azione diretta di Dio (cfr. Gb 10,8-12; Sal 139,13-15; Qo 11,5; Ger 1,5), per assicurare che l'autore della vita terrena è in grado di dare anche la vita ultraterrena. Nella seconda esortazione, questa volta all'ultimo figlio rimasto in vita, il fulcro dell'argomentazione è l'onnipotenza creatrice di Dio in relazione all'universo (v. 28: «cielo e terra, cfr. Gn 1,1) che per la prima volta nella Bibbia è detto apertamente opera di Dio «non da cose esistenti, creato dal nulla. Come il Deuteroisaia si richiama alla creazione per assicurare la ri-creazione mediante il rientro dall'esilio (cfr. Is 40,12-31; 44,24-28; 45,9-13; 50,1-3) così 2Mac per affermare la risurrezione. L'arringa (cfr. v. 30: «Che aspettate?») del figlio minore è un compendio delle tematiche toccate nella sezione del martirio (cc. 6-7): urgenza delle leggi «date per mezzo di Mosè» (cfr. v. 6); sofferenza medicinale e temporanea degli Ebrei; punizione del tiranno tanto più severa quanto più differita, a dimostrare la verità del Dio di Israele (cfr. v. 37); ricompensa dei Giudei fedeli fino alla morte con la risurrezione futura.

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Non molto tempo dopo, il re inviò un vecchio ateniese per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle leggi dei padri e a non governarsi più secondo le leggi di Dio, 2e inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio e quello sul Garizìm a Giove Ospitale, come si confaceva agli abitanti del luogo. 3Grave e intollerabile per tutti era il dilagare del male. 4Il tempio infatti era pieno delle dissolutezze e delle gozzoviglie dei pagani, che si divertivano con le prostitute ed entro i sacri portici si univano a donne, introducendovi pratiche sconvenienti. 5L'altare era colmo di cose detestabili, vietate dalle leggi. 6Non era più possibile né osservare il sabato né celebrare le feste dei padri né semplicemente dichiarare di essere giudeo. 7Si era trascinati con aspra violenza ogni mese, nel giorno natalizio del re, ad assistere al sacrificio e, quando giungevano le feste dionisiache, si era costretti a sfilare in onore di Diòniso coronati di edera. 8Su istigazione dei cittadini di Tolemàide, fu poi emanato un decreto per le vicine città ellenistiche, perché anch'esse seguissero le stesse disposizioni contro i Giudei, li costringessero a mangiare le carni dei sacrifici 9e mettessero a morte quanti non accettavano di aderire alle usanze greche. Si poteva allora capire quale tribolazione incombesse. 10Furono denunciate, per esempio, due donne che avevano circonciso i figli: appesero i bambini alle loro mammelle, e dopo averle condotte in giro pubblicamente per la città, le precipitarono dalle mura. 11Altri che si erano raccolti insieme nelle vicine caverne per celebrare il sabato, denunciati a Filippo, vi furono bruciati dentro, perché essi avevano riluttanza a difendersi per il rispetto di quel giorno santissimo. 12Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di pensare che i castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo. 13Quindi è veramente segno di grande benevolenza il fatto che agli empi non è data libertà per molto tempo, ma subito incappano nei castighi. 14Poiché il Signore non si propone di agire con noi come fa con le altre nazioni, attendendo pazientemente il tempo di punirle, quando siano giunte al colmo dei loro peccati; 15e questo per non doverci punire alla fine, quando fossimo giunti all'estremo delle nostre colpe. 16Perciò egli non ci toglie mai la sua misericordia, ma, correggendoci con le sventure, non abbandona il suo popolo. 17Ciò sia detto da noi solo per ricordare questa verità. Dobbiamo ora tornare alla narrazione.

Fedeltà alla legge è scelta del martirio 18Un tale Eleàzaro, uno degli scribi più stimati, uomo già avanti negli anni e molto dignitoso nell'aspetto della persona, veniva costretto ad aprire la bocca e a ingoiare carne suina. 19Ma egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s'incamminò volontariamente al supplizio, 20sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita. 21Quelli che erano incaricati dell'illecito banchetto sacrificale, in nome della familiarità di antica data che avevano con quest'uomo, lo tirarono in disparte e lo pregarono di prendere la carne di cui era lecito cibarsi, preparata da lui stesso, e fingere di mangiare le carni sacrificate imposte dal re, 22perché, agendo a questo modo, sarebbe sfuggito alla morte e avrebbe trovato umanità in nome dell'antica amicizia che aveva con loro. 23Ma egli, facendo un nobile ragionamento, degno della sua età e del prestigio della vecchiaia, della raggiunta veneranda canizie e della condotta irreprensibile tenuta fin da fanciullo, ma specialmente delle sante leggi stabilite da Dio, rispose subito dicendo che lo mandassero pure alla morte. 24“Poiché – egli diceva – non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant'anni Eleàzaro sia passato alle usanze straniere, 25a loro volta, per colpa della mia finzione, per appena un po' più di vita, si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia. 26Infatti, anche se ora mi sottraessi al castigo degli uomini, non potrei sfuggire, né da vivo né da morto, alle mani dell'Onnipotente. 27Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età 28e lascerò ai giovani un nobile esempio, perché sappiano affrontare la morte prontamente e nobilmente per le sante e venerande leggi”. Dette queste parole, si avviò prontamente al supplizio. 29Quelli che ve lo trascinavano, cambiarono la benevolenza di poco prima in avversione, ritenendo che le parole da lui pronunciate fossero una pazzia. 30Mentre stava per morire sotto i colpi, disse tra i gemiti: “Il Signore, che possiede una santa scienza, sa bene che, potendo sfuggire alla morte, soffro nel corpo atroci dolori sotto i flagelli, ma nell'anima sopporto volentieri tutto questo per il timore di lui”. 31In tal modo egli morì, lasciando la sua morte come esempio di nobiltà e ricordo di virtù non solo ai giovani, ma anche alla grande maggioranza della nazione.

__________________________ Note

6,7 feste dionisiache: feste celebrate in onore di Diòniso, costituite da cortei, danze, rappresentazioni drammatiche.

6,18 scribi: coloro che interpretavano e insegnavano la legge mosaica. Il divieto di mangiare carne suina si trova nel cosiddetto “codice di purità” (Lv 11,7-8). Per Eleàzaro mangiare carne suina significa apostasia dal giudaismo e adesione alla religione pagana.

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Approfondimenti

6,1-7,42 Per alcuni esegeti è questo il cuore del libro, il centro dinamico della narrazione, in quanto ciò che precede tende a preparare tale momento e ciò che segue ne è la conseguenza concreta. In ogni caso si tratta certamente di un momento forte del racconto e la stessa ampiezza della descrizione del martirio mostra l'importanza che l'autore annette a questa realtà. Del resto, lui stesso è sollecito, dopo una presentazione piuttosto generica della persecuzione (6, 1-11), a inserire una riflessione sul valore della sofferenza nel progetto di Dio (6,12-17) come introduzione al martirio di Eleazaro (6,18-31) e dei sette fratelli (7,1-42), culmine di tutta la sezione.

6,1-11. Possiamo considerare il brano come una specie di antefatto rispetto ai racconti successivi o, forse meglio, un compendio o sommario che riassume a grandi linee le sciagure passate e preannuncia le future. In effetti la pagina, plastica nel sua azione da sobrietà narrativa, sviluppa il tema della profanazione del tempio (vv. 1-5) già toccato (cfr. 5, 15-20), e successivamente (vv. 6-11) quello della lotta alle istituzioni ebraiche.

1-5. Questo inasprimento delle misure antigiudaiche, che secondo 1Mac 1,44-53 si colloca nel novembre/dicembre 167 a.C., è da Antioco affidato a un ateniese, probabilmente per la sua competenza nell'organizzare la vita secondo la struttura greca. L'autore, che guarda le cose dal punto di vista ebraico, riassume l'incarico nell'impedire la vita secondo le usanze giudaiche e nella profanazione del tempio. Questa, secondo 1Mac 1,54 (cfr. anche Dn 9,27; 11,31) consistette soprattutto nell'introduzione della statua di Giove Olimpio. Il nostro autore non menziona il fatto esplicitamente ma lo suppone parlando di dedicazione a Giove (v. 2) e vi aggiunge la sorte toccata al santuario sul Garizim (costruito sotto Alessandro Magno) consacrato a Giove Ospitale. Più diffusa la descrizione delle ulteriori profanazioni, conseguenti la riduzione del tempio a santuario della religione greca, di cui assumeva le caratteristiche. Tra queste, particolarmente urtanti l'uso della prostituzione sacra, praticata un tempo anche in Israele (cfr. Os 4,14; 1Re 15,12; 2Re 23,7) per ottenere simpateticamente la benedizione divina di fertilità, ma ora considerata, alla luce della predicazione profetica, abominio intollerabile. Anche la trasformazione dei pasti rituali in festini di piacere (v. 4) e l'uso di animali impuri nei sacrifici (v. 5: «cose detestabili») riescono all'autore particolarmente penosi.

6-11. La lotta al giudaismo si concretizza negativamente nel divieto di osservarne le norme sia liturgiche («sabato e «feste»: v. 6) che rituali (circoncisione: v. 10) e in genere di presentarsi pubblicamente come Giudei; positivamente, nell'obbligo di partecipare ai momenti forti del calendario civile-religioso dell'ellenismo. Vengono ricordati: il sacrificio mensile a Zeus – di cui Antioco si considerava una manifestazione – per il genetliaco del re e le feste dionisiache (v. 7) culminanti in un corteo piuttosto sfrenato e spesso licenzioso, a cui si partecipava con in capo una corona di «edera, sacra a Dioniso (=Bacco). Questa situazione riguardava soprattutto Gerusalemme, allora l'unica vera città giudaica. Ma anche in altre città a maggioranza pagana possono essere state attuate le misure contro la minoranza giudaica. E ciò che avvenne in alcune città per iniziativa di Tolemaide (= Acco), a quanto pare piuttosto incline ai pogrom antiebraici (cfr. 1Mac 5,15; 12,48). Gli esempi addotti vogliono essere paradigmatici della efferatezza di tali eccessi: donne uccise con i figli al seno, uomini bruciati vivi (v. 11) entro caverne», probabilmente non vicino a Gerusalemme ma nel deserto di Giuda (cfr. 1Mac 2,29-38).

12-17. Dato per scontato che Dio punisce i peccati degli uomini, l'autore distingue due tipi di punizione: una medicinale, correttiva, che ha lo scopo di condurre il peccatore al ravvedimento, obbligandolo a riflettere sul suo agire e a rendersi conto che porta alla rovina. L'altra punitiva, che esprime il rifiuto del peccato da parte di Dio. La prima sopravviene a breve distanza dalla colpa che non ha così modo di moltiplicarsi ed è da Dio riservata per il suo popolo; la seconda è inflitta dopo che si è «giunti al colmo... dei peccati» ed è punizione propria degli «altri popoli (v. 14) che vengono così non solo declassati, rispetto a Israele, nel piano di Dio, ma quasi sottratti alla sua misericordia. È certo che l'autore pensa in categorie di preminenza religiosa di Israele in riferimento e per evidenziare il rapporto privilegiato che lo lega a JHWH. È pure chiaro che l'autore non sembra aver ancora messo a fuoco che la misericordia di Dio è senza limiti e senza «preferenza di persone (cfr. At 10,34) e che anche nei confronti dei pagani agisce con indulgenza, punendo per correggere (cfr. Sap 11,10; 12,20ss.). Ma in definitiva nel nostro brano il peso dell'affermazione è tutto sul v. 16 che proclama la perenne bontà di Dio verso «il suo popolo e solo a sottolineatura di questa verità viene fatto il riferimento ad altri popoli.

18-31. La figura del vecchio «scriba Eleazaro, appartenente alla cerchia delle persone più stimate per età e scienza, è palesemente emblematica ed esemplare: in essa l'autore ha voluto assommare nobiltà e fierezza, fedeltà, saggezza e linearità di condotta per farne un compendio delle più alte virtù umane, prima ancora che giudaiche, sì da renderlo degno non solo di imitazione per i Giudei, ma di ammirazione anche per i Greci. In effetti, tutto il brano, e in particolare la presentazione che il vegliardo fa della sua scelta, ha un accentuato sapore greco e l'ideale della kalokagathia, la pertetta nobiltà umana, si percepisce in filigrana (v. 24: «non è... degno»; v. 25: «procuri... disonore»; v. 27: «da forte»; v. 28: «nobile esempio» ecc.) dietro le sue parole. Il che non significa che il modello sia ellenizzato: il richiamo all'osservanza delle ‹sante e venerande leggi» (v. 28; cfr. v. 23) basta per collocarlo pienamente in clima giudaico. Ma bisogna dire che l'autore ha vestito dei panni dell'eroe greco uno jahvista fedele fino al martirio, ricuperando così nello schema giudaico anche i valori dell'ellenismo. La scena è narrativamente sganciata da coordinate di spazio e di tempo: è probabile che l'episodio sia stato tramandato isolatamente a scopo di edificazione, come esempio di fedeltà e di coraggio. Il quadro ambientale è quello di un banchetto sacrificale (cfr: v. 21), magari del tipo di quelli ricordati ai vv. 7s., ma l'accento non è sull'illegittimità del sacrificio stesso bensì sul tipo di animale usato a tale scopo (il maiale era considerato sommamente impuro; cfr. Lv 11,7s.) e sulle carni da mangiare: si suppone, infatti la possibilità di fingere una manducazione legittima (v. 21). L'intento del racconto è palesemente di condannare la tendenza al compromesso in fatto di leggi rituali, evidentemente più esposte ad essere trasgredite. La pena che attende il coraggioso vegliardo è quella del tympanon, tradotto con «supplizio» (v. 19) ma di per sé indicante il tamburo: forse una ruota di tortura (ma al v. 30 si parla di «flagelli»; in BC: «colpi») a cui si applicava il corpo del condannato. In vista della morte non c'è nelle parole di Eleazaro una chiara prospettiva di risurrezione, quale si avrà nel capitolo successivo: si parla di esempio, di coerenza, di fedeltà alle leggi. Tuttavia un accenno a una sorte oltre la tomba la si può vedere nel v. 26 che prospetta una punizione anche «da morto» da parte dell'Onnipotente.

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1In questo tempo Antioco decise la seconda spedizione in Egitto. 2Accadde allora che sopra tutta la città, per circa quaranta giorni, si vedessero cavalieri che correvano per l'aria con vesti d'oro, armati di lance roteanti e di spade sguainate, 3schiere di cavalieri disposti a battaglia, attacchi e scontri vicendevoli, trambusto di scudi, selve di aste, lanci di frecce, bagliori di bardature d'oro e corazze d'ogni specie. 4Tutti, perciò, pregavano perché l'apparizione fosse di buon augurio. 5Essendosi poi diffusa la falsa notizia che Antioco era passato all'altra vita, Giasone, prendendo con sé non meno di mille uomini, all'improvviso sferrò un assalto alla città. Si accese la lotta sulle mura e, quando la città era ormai presa, Menelao si rifugiò nell'acropoli. 6Giasone fece strage dei propri concittadini senza pietà, non considerando che un successo contro i propri connazionali era il massimo insuccesso, credendo invece di riportare trionfi sui nemici e non sulla propria gente. 7Non riuscì però a impadronirsi del potere e alla fine, conscio della vergogna del tradimento, corse di nuovo a rifugiarsi nell'Ammanìtide. 8Alla fine incontrò una pessima sorte. Accusato presso Areta, re degli Arabi, fuggendo di città in città, perseguitato da tutti e odiato come traditore delle leggi, considerato con orrore come carnefice della patria e dei concittadini, andò a finire in Egitto. 9Colui che aveva mandato in esilio numerosi figli della sua patria morì poi presso gli Spartani, fra i quali si era ridotto quasi a cercare riparo in nome della comunanza di stirpe. 10E ancora, colui che aveva lasciato insepolta una moltitudine di gente, finì non pianto da alcuno, privo di esequie ed escluso dal sepolcro dei suoi padri. 11Quando il re venne a conoscenza di questi fatti, concluse che la Giudea stava ribellandosi. Perciò, tornando dall'Egitto, furioso come una belva, prese la città con le armi 12e diede ordine ai soldati di colpire senza pietà quanti incontravano e di trucidare quelli che si rifugiavano nelle case. 13Vi fu massacro di giovani e di vecchi, sterminio di uomini, di donne e di fanciulli, stragi di fanciulle e di bambini. 14In tutti quei tre giorni vi furono ottantamila vittime: quarantamila nel corso della lotta, e non meno degli uccisi furono quelli venduti schiavi. 15Non sazio di questo, Antioco osò entrare nel tempio più santo di tutta la terra, avendo a guida quel Menelao che si era fatto traditore delle leggi e della patria; 16afferrò con mani impure gli arredi sacri, e saccheggiò con le sue mani sacrileghe quanto dagli altri re era stato deposto per l'abbellimento e lo splendore del luogo e per segno d'onore. 17Antioco si inorgoglì, non comprendendo che il Signore si era sdegnato per breve tempo a causa dei peccati degli abitanti della città e perciò quel luogo era stato abbandonato. 18Se essi non si fossero trovati implicati in molti peccati, come era avvenuto per Eliodoro, mandato dal re Seleuco a ispezionare la camera del tesoro, anche egli, appena giunto, sarebbe stato subito flagellato e distolto dalla sua audacia. 19Ma il Signore aveva eletto non già il popolo a causa di quel luogo, ma quel luogo a causa del popolo. 20Perciò anche il luogo, dopo essere stato coinvolto nelle sventure piombate sul popolo, da ultimo ne condivise i benefici; esso, che per l'ira dell'Onnipotente aveva sperimentato l'abbandono, per la riconciliazione del grande Sovrano fu ripristinato in tutta la sua gloria.

LA PERSECUZIONE DI ANTIOCO EPÌFANE (5,21-7,42)

Dio corregge il suo popolo 21Antioco dunque, portando via dal tempio milleottocento talenti d'argento, fece ritorno in fretta ad Antiòchia, convinto nella sua superbia di aver reso navigabile la terra e transitabile il mare, per effetto del suo orgoglio. 22Egli lasciò sovrintendenti per opprimere la stirpe: a Gerusalemme Filippo, frigio di origine, ma nei modi più barbaro di colui che l'aveva istituito nella carica, 23e sul Garizìm Andrònico; oltre a loro Menelao, il quale più degli altri era altezzoso con i concittadini, nutrendo un'ostilità dichiarata contro i Giudei. 24Mandò poi il misarca Apollònio, con un esercito di ventiduemila uomini, con l'ordine di uccidere quanti erano in età adulta e di vendere le donne e i fanciulli. 25Costui, giunto a Gerusalemme e fingendo intenzioni pacifiche, si tenne quieto fino al giorno sacro del sabato. Allora, sorpresi i Giudei in riposo, comandò ai suoi una parata militare 26e trucidò quanti uscivano per assistere alla festa; poi, irrompendo con gli armati in città, mise a morte un gran numero di persone. 27Ma Giuda, detto anche Maccabeo, che faceva parte di un gruppo di dieci, si ritirò nel deserto, vivendo tra le montagne alla maniera delle fiere insieme a quelli che erano con lui; cibandosi di erbe, resistevano per non aver parte nella contaminazione.

__________________________ Note

5,8 Arabi: si intendono qui i Nabatei.

5,21 milleottocento talenti: sul valore del talento vedi nota a 3,11. Qui dovrebbe trattarsi del talento greco; la somma equivale dunque a circa 47 tonnellate, cifra esagerata, anche se si tratta di talenti d’argento.

5,23 Sul monte Garizìm era stato costruito un tempio simile a quello di Gerusalemme, che divenne centro di culto dei Samaritani.

5,27 Giuda, detto anche Maccabeo: le sue vicende saranno al centro del libro, a partire dal c. 8. La contaminazione di cui si parla è da riferirsi sia alle carni e ai cibi cosiddetti impuri, sia alle istituzioni pagane introdotte in Gerusalemme.

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Approfondimenti

5, 1-27. Trascurando la prima spedizione di Antioco in Egitto (cfr. 1Mac 1,16ss.), l'autore si sofferma sulla seconda, del 168 a.C., considerandola unicamente nei suoi risvolti giudaici. Ad essa, con un procedimento non sorprendente nel suo modo di trattare gli eventi storici, congiunge la spoliazione del tempio che in realtà avvenne al ritorno dalla prima campagna d'Egitto nel 169 a.C.

1-14. Introducendosi con il racconto di visioni celesti (vv. 1-4), che hanno solo il valore di presagi popolari, l'autore narra l'antefatto del saccheggio attribuendone la responsabilità al comportamento di Giasone di cui si soggiunge subito la fine (vv. 7-10). Giasone, infatti, tenta la riconquista della carica di sommo sacerdote alla notizia della morte di Antioco e, spalleggiato dal partito filoegiziano, si vendica degli avversari ma non riesce ad eliminare Menelao per l'appoggio dei soldati siri (v. 5) e fors'anche per l'annuncio che Antioco era ormai sulla via del ritorno, più vivo e furibondo che mai. Così Giasone è costretto all'esilio, dovunque ospite indesiderato a motivo dell'insurrezione contro Antioco, accolto solo a Sparta per via dei legami politici (cfr. 1Mac 12,6-23). Antioco intanto si dà alla repressione, certamente dura, ma dall'autore gonfiata esageratamente (v. 14).

15-20. Il ricordo della spoliazione del tempio offre all'autore l'occasione per esporre la sua teologia del castigo come punizione redentiva, riprendendo nel contempo l'istanza profetica, specialmente geremiana (cfr. Ger 7), della secondarietà del tempio materiale nel progetto di Dio che non ne ha fatto un valore autonomo (vv. 19s.) ma lo ha finalizzato alla santificazione del popolo. Queste considerazioni sembrano aprirsi a una prospettiva neotestamentaria (cfr. Gv 4,21-25; 1Cor 3,16; ecc.), tuttavia mantengono ancora saldamente il valore del tempio quale luogo privilegiato per la presenza di Dio (cfr. v. 20b).

21-27. La repressione continua, anche dopo il rientro di Antioco in patria, ad opera dei suoi luogotenenti: Andronico per la Samaria; Apollonio per l'azione più diretta, espressa (v. 24) con frasi truculente da sfumare (cfr. v. 26), ma pur sempre crudeli. Però una luce di speranza si accende con la comparsa di Giuda Maccabeo (v. 27), anche se non entra ancora propriamente in azione.

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Lotte per il sommo sacerdozio e rovina del tempio 1Il suddetto Simone, che si era fatto delatore dei beni e della patria, diffamava Onia, come se avesse percosso Eliodoro e fosse stato l'organizzatore dei disordini; 2osava definire nemico della cosa pubblica il benefattore della città, il protettore dei cittadini, il difensore delle leggi. 3L'odio era giunto a tal punto che si compirono omicidi da parte di uno dei gregari di Simone; 4allora Onia, vedendo l'aggravarsi della rivalità e che Apollònio, figlio di Menesteo, governatore della Celesiria e della Fenicia, aizzava la perfidia di Simone, 5si recò dal re, non per fare la parte di accusatore dei suoi concittadini, ma per provvedere al bene comune del popolo e di ciascuno in particolare. 6Vedeva infatti che, senza un provvedimento del re, era impossibile ristabilire la pace nella vita pubblica e che Simone non avrebbe messo freno alla sua pazzia. 7Ma, essendo passato all'altra vita Seleuco e avendo preso le redini del governo Antioco, chiamato anche Epìfane, Giasone, fratello di Onia, volle procurarsi con la corruzione il sommo sacerdozio 8e, in un incontro con il re, gli promise trecentosessanta talenti d'argento e altri ottanta talenti riscossi con un'altra entrata. 9Oltre a questi prometteva di versargli altri centocinquanta talenti, se gli fosse stato concesso di erigere di sua autorità un ginnasio e un'efebìa e di costituire una corporazione di Antiocheni a Gerusalemme. 10Avendo il re acconsentito, egli, ottenuto il potere, fece subito assumere ai suoi connazionali uno stile di vita greco, 11annullando i favori concessi dai re ai Giudei per opera di Giovanni, padre di quell'Eupòlemo che compì l'ambasciata presso i Romani per negoziare il patto di amicizia e di alleanza; quindi, abolite le istituzioni legittime, instaurò usanze perverse. 12Intraprese con zelo a costruire un ginnasio, proprio ai piedi dell'acropoli, e indusse i giovani più distinti a portare il pètaso. 13Ciò significava raggiungere il colmo dell'ellenizzazione e passare completamente alla moda straniera, per l'eccessiva corruzione di Giasone, empio e non sommo sacerdote. 14Perciò i sacerdoti non erano più premurosi del servizio all'altare, ma, disprezzando il tempio e trascurando i sacrifici, si affrettavano a partecipare agli spettacoli contrari alla legge nella palestra, appena dato il segnale del lancio del disco. 15Così, tenendo in poco conto l'onore ricevuto in eredità dai loro padri, stimavano nobilissime le glorie elleniche. 16Ma appunto per questo li sorprese una grave situazione ed ebbero quali avversari e punitori proprio coloro le cui istituzioni seguivano con zelo e ai quali cercavano di rassomigliare in tutto. 17Non resta impunito il comportarsi empiamente contro le leggi divine, come dimostrerà chiaramente il successivo periodo storico. 18Celebrandosi a Tiro i giochi quinquennali con l'intervento del re, 19lo scellerato Giasone inviò come rappresentanti alcuni Antiocheni di Gerusalemme, i quali portavano con sé trecento dracme d'argento per il sacrificio a Ercole; ma coloro che le portavano ritennero non conveniente usarle per il sacrificio, bensì impiegarle per altra spesa. 20Così il denaro destinato al sacrificio a Ercole da parte del mandante, servì, per iniziativa dei latori, alla costruzione delle triremi. 21Antioco, avendo mandato Apollònio, figlio di Menesteo, in Egitto per l'intronizzazione del re Filomètore, venne a sapere che costui era diventato contrario al suo governo e quindi si preoccupò della sua sicurezza. Perciò si recò a Giaffa, poi mosse alla volta di Gerusalemme. 22Fu accolto magnificamente da Giasone e dalla città e fu ricevuto con un corteo di fiaccole e acclamazioni. Così riprese la marcia militare verso la Fenicia. 23Tre anni dopo, Giasone mandò Menelao, fratello del già menzionato Simone, a portare al re del denaro e a presentargli un memoriale su alcuni affari importanti. 24Ma quello, fattosi presentare al re e avendolo ossequiato con un portamento da persona autorevole, si accaparrò il sommo sacerdozio, superando l'offerta di Giasone di trecento talenti d'argento. 25Munito delle disposizioni del re, si presentò al ritorno senza avere nulla con sé che fosse degno del sommo sacerdozio, ma soltanto le manie di un tiranno unite alla ferocia di una belva. 26Così Giasone, che aveva tradito il proprio fratello, fu tradito a sua volta da un altro e fu costretto a fuggire nel paese dell'Ammanìtide. 27Menelao si impadronì del potere, ma non s'interessò più del denaro promesso al re, 28sebbene gliene avesse fatto richiesta Sòstrato, comandante dell'acropoli; questi infatti aveva l'incarico della riscossione dei tributi. Per questo motivo tutti e due furono convocati dal re. 29Menelao lasciò come sostituto nel sommo sacerdozio Lisìmaco, suo fratello; Sòstrato lasciò Cratete, capo dei Ciprioti. 30Mentre così stavano le cose, le città di Tarso e di Mallo si ribellarono, perché erano state date in dono ad Antiòchide, concubina del re. 31Il re partì in fretta per riportare all'ordine la situazione, lasciando come luogotenente Andrònico, uno dei suoi dignitari. 32Menelao allora, pensando di aver trovato l'occasione buona, sottrasse alcuni oggetti d'oro del tempio e ne fece omaggio ad Andrònico; altri poi riuscì a venderli a Tiro e nelle città vicine. 33Ma Onia lo biasimò, dopo essersi accertato della cosa ed essersi rifugiato in una località inviolabile a Dafne, situata presso Antiòchia. 34Per questo Menelao, incontratosi in segreto con Andrònico, lo sollecitò a sopprimere Onia. Quello, recatosi da Onia e ottenutane con inganno la fiducia, dandogli la destra con giuramento lo persuase, sebbene non avesse allontanato ogni sospetto, a uscire dall'asilo e subito lo uccise senza alcun rispetto per la giustizia. 35Per questo fatto non solo i Giudei, ma anche molti di altre nazioni restarono indignati e afflitti per l'empia uccisione di quell'uomo. 36Quando il re tornò dalle località della Cilicia, si presentarono a lui i Giudei della città, insieme con i Greci che condividevano l'esecrazione per l'uccisione arbitraria di Onia. 37Antioco fu profondamente rattristato e, preso da compassione, pianse per la saggezza e la grande prudenza del defunto. 38Poi, acceso di sdegno, tolse subito la porpora ad Andrònico, ne stracciò le vesti e lo condusse attraverso tutta la città proprio fino al luogo dove egli aveva sacrilegamente ucciso Onia e lì stesso eliminò dal mondo quell'assassino. Così il Signore gli rese il meritato castigo. 39Intanto, poiché erano avvenuti molti furti sacrileghi in città da parte di Lisìmaco, d'accordo con Menelao, e se ne era sparsa la voce al di fuori, il popolo si ribellò a Lisìmaco, quando già molti oggetti d'oro erano stati portati via. 40La folla era eccitata e piena di furore. Lisìmaco allora, armati circa tremila uomini, diede inizio ad atti di violenza, sotto la guida di un certo Aurano, già avanzato in età e non meno in stoltezza. 41Ma quelli, appena si accorsero dell'aggressione di Lisìmaco, alcuni afferrarono pietre, altri grossi bastoni, altri ancora raccolsero a manciate la polvere sul posto e si gettarono contro quelli di Lisìmaco. 42A questo modo ne ferirono molti, ne abbatterono alcuni, costrinsero tutti alla fuga, misero a morte lo stesso saccheggiatore del tempio presso la camera del tesoro. 43Per questi fatti fu intentato un processo contro Menelao. 44Venuto il re a Tiro, i tre uomini mandati dal consiglio degli anziani esposero davanti a lui l'atto di accusa. 45Menelao, ormai sul punto di essere abbandonato, promise una buona quantità di denaro a Tolomeo, figlio di Dorimene, perché persuadesse il re. 46Tolomeo invitò il re sotto un portico, come per fargli prendere il fresco, e gli fece mutare parere. 47Così il re prosciolse dalle accuse Menelao, causa di tutto il male, e contro quegli infelici che, se avessero discusso la causa anche presso gli Sciti sarebbero stati prosciolti come innocenti, decretò la pena di morte. 48Così senza dilazione subirono l'ingiusta pena coloro che avevano difeso la città, il popolo e le suppellettili sacre. 49Gli stessi cittadini di Tiro, indignati per questo fatto, provvidero generosamente quanto occorreva per la loro sepoltura. 50Menelao invece, per la cupidigia dei potenti, rimase al potere, crescendo in malvagità e facendosi grande traditore dei concittadini.

__________________________ Note

4,7 Giasone: il primo che si procura il sommo sacerdozio con il danaro.

4,9 una corporazione di Antiocheni: espressione poco chiara. Si è pensato che si riferisca al progetto di trasformare Gerusalemme in una città greca, come Antiochia, oppure alla concessione della cittadinanza greca a un gruppo di persone scelte da Giasone.

4,12 pètaso: cappello a larghe falde portato dagli efebi e da Ermes o Mercurio, il dio venerato nei ginnasi greci.

4,18 I giochi quinquennali di Tiro venivano celebrati in onore di Melqart, dio di Tiro e di Cartagine.

4,19 trecento dracme: la dracma, unità monetaria greca al tempo dei Seleucidi, era in uso anche in Giudea. Il fatto sorprendente qui è che la somma di trecento dracme, anche se non rilevante, venga destinata da un sommo sacerdote giudaico a un sacrificio pagano. I portatori del denaro, peraltro, lo destinano a uno scopo diverso (v. 20).

4,21 l’intronizzazione: altri intendono “le nozze” (si tratterebbe allora del matrimonio di Tolomeo VI Filomètore con sua sorella Cleopatra II). Giaffa: città sulla costa vicina all’attuale Tel-Aviv.

4,23-26 Il passaggio del sommo sacerdozio da Giasone a Menelao rappresenta un ulteriore degrado della carica. Di Menelao l’autore sottolinea l’indegnità e la ferocia.

4,26 Ammanìtide: la regione intorno ad Amman, in Transgiordania.

4,30 Tarso e Mallo: città della Cilicia.

4,33 Dafne: a 8 chilometri da Antiochia, era località nota per il santuario di Apollo. Costruito da Seleuco I, godeva di diritto di asilo.

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Approfondimenti

1-22. Dalla cupidigia dei pagani si passa a quella dei Giudei, di alcuni tra i più in vista, divorati dalla sete di guadagno e pronti, per soddisfarla, ad ogni eccesso. Anzitutto Giasone, che compra il sommo sacerdozio, ellenizza la città (vv. 7-17) e spende per le istituzioni greche (vv. 18-20). Tanto più allora risalta, di contro, la serietà morale di Onia (vv. 1-6) nel cercare la pace e il bene del popolo. 1-6. Il racconto si riallaccia all'inizio del c. 3 e ai personaggi di Simone e Apollonio per spiegare la partenza di Onia per Antiochia, viaggio dal quale non doveva più fare ritorno (cfr. vv. 30ss.). Se il vecchio sommo sacerdote si decide a fare appello al re per «ristabilire la pace nella vita pubblica» (v. 6) della città è evidente che non si tratta soltanto di contrasti, magari anche di «odio (v. 3), tra due persone ma di fazioni rivali che a tali persone si richiamano e che ormai minacciano di arrivare al sangue (v. 3). Si può pensare a filoellenisti impazienti e fanatici contro sostenitori del giudaismo.

7-17. Quando al sommo sacerdozio arriva Giasone, fratello di Onia, è una corsa sfrenata all'ellenizzazione della città con chiara sopraffazione del partito contrario. L'acquisto della suprema carica religiosa, che aveva anche grande rilevanza politica ed economica, riesce a Giasone in forza di questi elementi: il cambiamento di sovrano, che coglie di sorpresa Onia al suo arrivo ad Antiochia (siamo dunque nel 175 a.C., anno della morte di Seleuco); il denaro che, in previsione di tasse aggiuntive, viene promesso al nuovo re in misura rilevante (v. 8; oltre ai «tre-centosessanta talentiạdi tasse abituali, circa 8 tonnellate); una decisa opzione in favore dell'ellenismo, alla quale Antioco IV era particolarmente sensibile. Questa opzione si concretizza anzitutto nel chiedere la licenza di costruire edifici necessari al sistema di vita greco, licenza necessaria a deroga dei privilegi di cui godevano i Giudei per concessione dei sovrani precedenti (cfr. v. 11) e che l'autore richiama anticipando la menzione del trattato di amicizia con Roma al tempo di Giuda Maccabeo (cfr. 1 Mac 8, 17-32). Il «campo di addestramento» (gr. ephebeion: v. 9) è il luogo di ritrovo degli “efebi”, i giovani dai 18 ai 20 anni, per gli esercizi ginnici e paramilitari. La «palestra» è costruita ai piedi dell'acropoli (v. 12) che si trovava nell'angolo nord-ovest del tempio (in seguito occupato dalla fortezza Antonia di Erode il Grande) e quindi a ridosso del recinto sacro. Vengono, poi, introdotti i «costumi greci» (v. 10) tra cui si ricorda l'uso del «petasos» (v. 12), il cappello a larghe falde, sacro a Mercurio, usato nelle gare all'aperto, e gli «spettacoli» (v. 14), in gr. choregia che indica la partecipazione alle spese per l'allestimento di spettacoli, giochi, gare. Il «disco è, secondo alcuni, la prima delle gare del pentathlon («lancio del disco: v. 14), secondo altri una specie di gong percosso per segnare l'inizio delle gare. La condanna dell'autore (vv. 13-15) riguarda la troppo facile infatuazione per usanze straniere, che porta ad assimilare anche la mentalità religiosa, e, nei sacerdoti, alla trascuratezza dei propri doveri cultuali. La punizione verrà dagli stessi a cui ci si è voluto supinamente conformare (v. 16).

18-22. Vengono ricordate due altre azioni, per l'autore indegne di un Giudeo, compiute da Giasone. La prima è un'elargizione, quale soleva farsi dai rappresentanti delle città importanti a favore di «giochi» che si svolgevano in qualche località rinomata, in questo caso a Tiro in onore di Ercole (il fenicio Melkart). Con ciò si voleva esprimere l'intenzione di Gerusalemme di inserirsi a pieno titolo nella vita e nelle costumanze greche. La somma di per sé non è rilevante (ca. 1.300 grammi d'argento) ma ha la grossa pecca di essere destinata a un sacrificio pagano e per di più da parte di un sommo sacerdote. Persino i latori del dono sono perplessi e preferiscono destinare il denaro all'allestimento di navi. L'altra azione riprovata (vv. 21s.) è l'accoglienza trionfale riservata nel 172 a.C. ad Antioco IV in visita di ispezioni alla zona. C'era infatti aria di guerra. L'Egitto reclamava la Celesiria, dote mai consegnata della sorella di Antioco, Cleopatra, regina madre del faraone da incoronare, Tolomeo Filometore (v. 21). Antioco, da parte sua, aveva mire sull'Egitto e in ogni caso voleva sincerarsi che il partito filoegiziano a Gerusalemme avesse attualmente poco seguito. Giasone gliene diede la prova.

23-50. Il comportamento di Menelao è ancora peggiore di quello di Giasone: all'avidità unisce cinismo e spregiudicatezza che lo portano a non rifuggire dall'omicidio con tradimento.

23-29. Dipendendo dal re di Siria la conferma del sommo sacerdozio, anche per le implicazioni civili che la carica comportava, era scontata la possibilità che diventasse oggetto di mercanteggiamento. Così Giasone soppianta Onia e Menelao scalza Giasone «tre anni dopo» (v. 23) l'elezione di costui. Siamo sempre nel 172 a.C. (cfr. vv. 21ss.). Menelao, fratello di Simone (cfr. 3, 4), non appartiene alla classe dei sommi sacerdoti, è ambizioso come Giasone (costretto a ritirarsi al di là del Giordano, nell'Ammanitide: v. 26), più di lui è avventuriero senza scrupoli.

30-50. L'assassinio di Onia è particolarmente odioso per molte ragioni: perché è soppressione ingiusta di un uomo, per di più vecchio e indifeso, e perché è perpetrata con l'inganno dopo un solenne giuramento di lealtà. E comprensibile che anche i non Giudei, pur abituati alle faide tra fuorusciti, si siano sentiti feriti da un delitto così vile. Ciò che invece può sorprendere nel racconto attuale è la reazione di Antioco (vv. 36-38) che mostra lati insospettatamente buoni in un personaggio che 1Mac dipinge tutto al negativo e anche il nostro libro non manca di stigmatizzare a fondo (cfr. c. 7). È dunque tanto più probabile che sia vicina al vero questa presentazione, al di là di un certo turgore descrittivo che peraltro ha qualche fondamento nell'impulsività e nel gigionismo tipici del re. Rimane però il fatto che gli storici non Giudei collegano la condanna a morte di Andronico con motivazioni diverse dall'uccisione di Onia. La spiegazione può essere che il re abbia approfittato della circostanza per liberarsi di una presenza ingombrante; oppure che l'autore, per ragioni teologiche (cfr. v. 38), di sua iniziativa, abbia connesso l'eliminazione di Andronico con l'assassinio di Onia. Ma la cosa sembra meno verosimile. Siccome Onia è, con molta probabilità, il «consacrato» di Dn 9,26s. che colloca la soppressione dell'«unto» tre anni prima della profanazione del tempio avvenuta nel 167 a.C. (cfr. 1 Mac 1, 54), se ne conclude che Onia III è morto nel 170 a.C. Dopo la parentesi sulla fine ingloriosa di Lisimaco (vv. 39-42) nel cortile interno del tempio (cfr. v. 42: «camera del tesoro»; v. 41 «cenere» dell'altare dei sacrifici) durante una sommossa popolare, viene narrata la conclusione del caso Menealo. Il «processo (v. 43) contro di lui era stato intentato per le malversazioni a danno del tempio (cfr. v. 32) e per gli abusi di potere (v. 48), ma la ragion di stato ebbe la meglio sulla giustizia. E verosimile infatti che, a parte il denaro (v. 45), abbia giocato in proposito la paura di rafforzare con la sua condanna il partito filoegiziano.

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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IL SOMMO SACERDOZIO E IL TEMPIO (3,1-5,20)

La vicenda di Eliodoro testimonia la grande potenza di Dio 1Nel periodo in cui la città santa godeva completa pace e le leggi erano osservate perfettamente per la pietà del sommo sacerdote Onia e la sua avversione al male, 2gli stessi re avevano preso a onorare il luogo santo e a glorificare il tempio con doni insigni, 3al punto che anche Seleuco, re dell'Asia, provvedeva con le proprie entrate a tutte le spese riguardanti il servizio dei sacrifici. 4Ma un certo Simone, della tribù di Bilga, nominato sovrintendente del tempio, venne a trovarsi in contrasto con il sommo sacerdote intorno all'amministrazione della città. 5Non riuscendo a prevalere su Onia, si recò da Apollònio di Tarso, che in quel periodo era governatore della Celesiria e della Fenicia, 6e gli riferì che il tesoro di Gerusalemme era colmo di ricchezze immense, tanto che l'ammontare delle somme era incalcolabile e non serviva per le spese dei sacrifici; era quindi possibile trasferire tutto in potere del re. 7Apollònio si incontrò con il re e gli riferì delle ricchezze a lui denunciate; quegli designò Eliodoro, l'incaricato d'affari, e lo inviò con l'ordine di effettuare la confisca delle suddette ricchezze. 8Eliodoro si mise subito in viaggio, in apparenza per visitare le città della Celesiria e della Fenicia, in realtà per eseguire l'incarico del re. 9Giunto a Gerusalemme e accolto con deferenza dal sommo sacerdote della città, espose l'informazione ricevuta e disse chiaro il motivo per cui era venuto; domandava poi se le cose stessero realmente così. 10Il sommo sacerdote gli spiegò che i depositi erano delle vedove e degli orfani, 11che una parte era anche di Ircano, figlio di Tobia, persona di condizione assai elevata, che l'empio Simone andava denunciando la cosa a suo modo, ma complessivamente si trattava di quattrocento talenti d'argento e duecento d'oro e 12che era assolutamente impossibile permettere che fossero ingannati coloro che si erano fidati della santità del luogo e del carattere sacro e inviolabile di un tempio venerato in tutto il mondo. 13Ma Eliodoro, in forza degli ordini ricevuti dal re, rispose recisamente che quelle ricchezze dovevano essere trasferite nell'erario del re. 14Venne, in un giorno da lui stabilito, per farne un inventario, mentre tutta la città era in grande agitazione. 15I sacerdoti, rivestiti degli abiti sacerdotali, si erano prostrati davanti all'altare ed elevavano suppliche al Cielo che aveva sancito la legge dei depositi, perché conservasse intatti questi beni a coloro che li avevano depositati. 16Chi guardava l'aspetto del sommo sacerdote sentiva uno strazio al cuore, poiché il volto e il cambiamento di colore ne mostravano l'intimo tormento. 17Tutta la sua persona era pervasa da paura e da un tremito del corpo, da cui appariva manifesta, a chi osservava, l'angoscia che aveva in cuore. 18Dalle case uscivano in folla per una pubblica supplica, perché il luogo santo stava per essere violato. 19Le donne, cinto sotto il petto il cilicio, riempivano le strade; anche le fanciulle, di solito ritirate, in parte accorrevano alle porte, in parte sulle mura, altre si sporgevano dalle finestre. 20Tutte, con le mani protese verso il Cielo, moltiplicavano le suppliche. 21Muoveva a compassione il pianto confuso della moltitudine e l'ansia tormentosa del sommo sacerdote. 22Supplicavano il Signore onnipotente che volesse conservare intatti, in piena sicurezza, i depositi per coloro che li avevano consegnati. 23Eliodoro però metteva ugualmente in esecuzione il suo programma. 24Ma appena fu arrivato sul posto con gli armati, presso il tesoro, il Signore degli spiriti e di ogni potere si manifestò con un'apparizione così grande, che tutti i temerari che avevano osato entrare, colpiti dalla potenza di Dio, si trovarono stremati e atterriti. 25Infatti apparve loro un cavallo, montato da un cavaliere terribile e rivestito di splendida bardatura, il quale si spinse con impeto contro Eliodoro e lo percosse con gli zoccoli anteriori, mentre il cavaliere appariva rivestito di armatura d'oro. 26Davanti a lui comparvero, inoltre, altri due giovani dotati di grande forza, splendidi per bellezza e meravigliosi nell'abbigliamento, i quali, postisi ai due lati, lo flagellavano senza posa, infliggendogli numerose percosse. 27In un attimo fu gettato a terra e si trovò immerso in una fitta oscurità. Allora i suoi lo afferrarono e lo misero su una barella. 28Egli, che era entrato poco prima nella suddetta camera del tesoro con numeroso seguito e con tutta la guardia, fu portato via impotente ad aiutarsi, dopo aver sperimentato nel modo più evidente la potenza di Dio. 29Così, mentre egli, prostrato dalla forza divina, giaceva senza voce e privo d'ogni speranza di salvezza, 30gli altri benedicevano il Signore, che aveva glorificato il suo luogo santo. Il tempio, che poco prima era pieno di trepidazione e confusione, dopo che il Signore onnipotente si fu manifestato, si riempì di gioia e letizia. 31Subito alcuni compagni di Eliodoro pregarono Onia che supplicasse l'Altissimo e impetrasse la grazia della vita a costui che stava irrimediabilmente esalando l'ultimo respiro. 32Il sommo sacerdote, temendo che il re avrebbe potuto sospettare che i Giudei avessero teso un tranello a Eliodoro, offrì un sacrificio per la salute di costui. 33Mentre il sommo sacerdote compiva il rito propiziatorio, apparvero di nuovo a Eliodoro gli stessi giovani adorni delle stesse vesti, i quali, restando in piedi, dissero: “Ringrazia ampiamente il sommo sacerdote Onia, per merito del quale il Signore ti ridà la vita. 34Tu poi, che hai sperimentato i flagelli del Cielo, annuncia a tutti la grande potenza di Dio”. Dette queste parole, disparvero. 35Eliodoro offrì un sacrificio al Signore e innalzò grandi preghiere a colui che gli aveva restituito la vita, poi si congedò da Onia e fece ritorno con il suo seguito dal re. 36Egli testimoniava a tutti le opere del Dio grandissimo, che aveva visto con i suoi occhi. 37Quando poi il re domandava a Eliodoro chi fosse adatto a essere inviato ancora una volta a Gerusalemme, rispondeva: 38“Se hai qualcuno che ti è nemico o insidia il tuo governo, mandalo là e l'avrai indietro flagellato per bene, se pure ne uscirà salvo, perché in quel luogo c'è veramente una potenza divina. 39Colui che ha la sua dimora nei cieli è custode e difensore di quel luogo, ed è pronto a percuotere e abbattere coloro che vi accedono con cattiva intenzione”. 40Così dunque si sono svolti i fatti relativi a Eliodoro e alla difesa del tesoro.

__________________________ Note

3,1 La città santa: Gerusalemme. Onia: Onia III, sommo sacerdote dal 198 al 175.

3,3 Seleuco: Seleuco IV Filopàtore (187-175); re dell’Asia, cioè del regno dei Seleucidi. Vedi nota a 1Mac 8,6.

3,4 la tribù di Bilga: una delle classi sacerdotali adibite al servizio del tempio (vedi Ne 12,5.18). sovrintendente del tempio: l’incaricato di amministrare i beni del tempio.

3,5 Celesiria: la regione occidentale dell’impero seleucide, nella quale rientrava anche la terra di Canaan. Vedi nota a 1Mac 10,69.

3,11 Ircano, figlio di Tobia: apparteneva alla famiglia dei Tobiadi, che abitava nella regione dell’Ammanìtide e che sotto i Tolomei aveva acquistato ricchezze e influenza politica. quattrocento talenti: il talento in uso presso gli ebrei pesava circa 33 kg, quello greco pesava poco più di 26 Kg. L’oro valeva 10 volte più che l’argento.

3,18 Cielo: vedi nota a 1Mac 3,18.

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Approfondimenti

3,1-5,27. Questa prima parte, negativa, serve a creare lo sfondo su cui devono risaltare gli elementi portanti del racconto: le gesta eroiche dei martiri e dei combattenti. È una galleria di personaggi dalla malvagità in crescendo, da Eliodoro (3,1-40), che alla fine si ravvede, all'Epifane, quasi personificazione del male (5,1-27), passando per Giasone (4,1-22) e Menelao assassino di Onia III (4,23-50).

1-40. La vicenda di questo alto funzionario della corte di Antiochia è per l'autore emblematica di uno degli assunti di base del racconto: che il tempio di Gerusalemme è santo e ogni tentativo di profanazione è sacrilego e attira la punizione di Dio.

1-7. Il racconto prende le mosse dalla situazione di pace che regna nella regione per merito del sommo sacerdote Onia III – che per l'autore è il prototipo dell'uomo di Dio (cfr. 4,2.5.35ss.; 15,12) – e passa subito alle trame perverse che minacciano imminente rovina. Il fatto sembra da collegare con l'ansiosa ricerca di denaro a cui i Seleucidi erano stati costretti dal trattato di Apamea (cfr. 1Mac 1,10). Da tener presente che il sommo sacerdote aveva, sotto la Siria come già sotto l'Egitto, la responsabilità anche civile di Gerusalemme e circondario (v. 4: cfr. Sir 50,1-4), con funzionari preposti ai vari settori amministrativi della città, tra cui preminente la tesoreria del tempio. Le ragioni del disaccordo tra Onia e Simone (v. 4: Bilga è una casata sacerdotale: cfr. Ne 12,18) non sono espresse. Si può pensare che si trattasse di scelte operative diverse a proposito dei fondi del tempio, magari dovute a discordante concezione socio-religiosa, ad es. più tradizionale il primo, più filoellenistico il secondo.

8-22. L'intervento del re ha una sua giustificazione giuridica. Dato che la corte di Antiochia si assumeva l'onere delle spese di culto (cfr. v. 3), era logico che ne volesse controllare l'uso ed esigesse la resa delle eccedenze. Di fronte all'accusa di Simone (v. 6), si imponeva una verifica. Tuttavia l'intervento di Eliodoro è considerato abusivo e sacrilego in quanto il funzionario non si fida delle giustificazioni di Onia, che si tratti, cioè, di depositi privati, e pretende di muoversi da padrone nel tempio senza rispettarme il «carattere sacro e inviolabile» (v. 12). Proprio per questo carattere il tempio – e non solo quello ebraico (cfr. quello di Nanea: 1,14) – era deposito di documenti ufficiali (cfr. 1Mac 14,49), ma anche e soprattutto di somme di denaro che potevano diventare ingenti e sollecitare l'appetito dei re. Comunque, la cifra data (v. 11) per quelle del tempio di Gerusalemme sembra esagerata (si tratterebbe di più di 10 tonnellate di argento e 5 di oro!, nonostante i depositi dei Tobiadi (v. 11), potenti signorotti dell'Ammanitide, che non mancavano di far sentire la loro influenza finanziaria e politica, anche in Gerusalemme. La decisione di Eliodoro di procedere nonostante tutto alla confisca dei depositi allarma comprensibilmente la cittadinanza per ragioni che vanno dallo sdegno religioso alla rabbia e alla paura per il furto minacciato. L'autore coglie l'occasione per un pezzo di bravura, steso però con una certa pesantezza di colore. La scena si apre (v. 15) con la preghiera dei sacerdoti per il rispetto della «legge dei depositi (cfr. Es 22,6-12; Lv 5,21-26) riguardante propriamente i privati; prosegue con la figura del sommo sacerdote, un po' calcata (vv. 16-17); raggiunge l'acme con la descrizione delle donne (vv. 19-20) in abito di dolore e con segni di lutto. L'insieme crea un clima di intensa attesa.

23-30. Dal punto di vista della formazione, la narrazione della punizione di Eliodoro sembra provenire dalla fusione di due racconti: uno che metteva in scena un cavaliere che interveniva con il solo cavallo su cui era montato; l'altro, che faceva entrare in azione due giovani a piedi con flagelli. Narrativamente, la pagina attuale punta con buona tensione verso l'esplosione di gioia e riconoscenza (v. 30) che rovescia la situazione di angoscia descritta nel brano precedente. Quanto alla storia, è difficile precisare cosa sia accaduto, tenuto conto della propensione dell'autore a mettere in scena apparizioni celesti, e in particolare cavalieri coruschi e sfarzosi (cfr. 5,2; 10,29; 11,8) per simboleggiare la potenza divina a difesa del popolo eletto. Si può supporre che qualcosa abbia colpito Eliodoro (un attacco di malattia?) costringendolo all'immobilità mentre attraversava probabilmente il cortile interno del tempio, interdetto ai non Giudei e che dava adito alla camera del «tesoro» (cfr. v. 6: gr.«gazofilacio», per cui vedi Mc 12,41.43; Gv 8,20). Se non si preferisce pensare a un attacco mascherato di zelanti jahvisti, consenziente o no il sommo sacerdote (cfr. 4,1).

31-40. La conclusione è duplice. Da una parte, Onia temendo che un'interpretazione politica dell'evento, magari artatamente alimentata (4,1), scateni reazioni da parte della corte imperiale, si affretta a far pubbliche preghiere e sacrifici per la guarigione di Eliodoro (vv. 31-34) mentre all'autore interessa soprattutto mostrare il valore impetratorio della preghiera dei giusti, anche a favore dei pagani. Dall'altra, lo stesso Eliodoro, senza che si possa parlare di vera conversione al giudaismo, si fa propagatore della santità del tempio di Gerusalemme ed esprime così il senso che l'autore intende dare a tutta la vicenda (vv. 35-40).

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Si trova scritto nei documenti che il profeta Geremia ordinò ai deportati di prendere del fuoco, come si è detto, 2e che il medesimo profeta, dando agli stessi deportati la legge, raccomandò loro di non dimenticarsi dei precetti del Signore e di non lasciarsi traviare nei loro pensieri, vedendo i simulacri d'oro e d'argento e il fasto di cui erano circondati, 3e che con altre simili espressioni li esortava a non ripudiare la legge nel loro cuore. 4Si diceva anche nello scritto che il profeta, avuto un oracolo, ordinò che lo seguissero con la tenda e l'arca. Quando giunse presso il monte, dove Mosè era salito e aveva contemplato l'eredità di Dio, 5Geremia salì e trovò un vano a forma di caverna e vi introdusse la tenda, l'arca e l'altare dell'incenso e sbarrò l'ingresso. 6Alcuni di quelli che lo seguivano tornarono poi per segnare la strada, ma non riuscirono a trovarla. 7Geremia, quando venne a saperlo, li rimproverò dicendo: “Il luogo deve restare ignoto, finché Dio non avrà riunito la totalità del popolo e si sarà mostrato propizio. 8Allora il Signore mostrerà queste cose e si rivelerà la gloria del Signore e la nube, come appariva sopra Mosè, come già avvenne quando Salomone chiese che il luogo fosse solennemente santificato”. 9Si narrava anche come questi, dotato di sapienza, offrì il sacrificio per la dedicazione e il compimento del tempio. 10E come Mosè aveva pregato il Signore ed era sceso il fuoco dal cielo a consumare le vittime immolate, così anche Salomone pregò e il fuoco sceso dal cielo consumò gli olocausti. 11Mosè aveva detto: “Poiché non è stata mangiata la vittima offerta per il peccato, essa è stata consumata”. 12Allo stesso modo anche Salomone celebrò gli otto giorni. 13Si descrivevano le stesse cose nei documenti e nelle memorie di Neemia e come egli, fondata una biblioteca, avesse curato la raccolta dei libri dei re, dei profeti e di Davide e le lettere dei re relative alle offerte. 14Anche Giuda ha raccolto tutti i libri andati dispersi per la guerra che abbiamo avuto e ora si trovano presso di noi. 15Se ne avete bisogno, mandate qualcuno che ve li porti. 16Vi abbiamo scritto mentre stiamo per celebrare la purificazione; farete ottima cosa se celebrerete anche voi questi giorni. 17Poiché Dio ha salvato tutto il suo popolo e ha concesso a tutti l'eredità e il regno e il sacerdozio e la santificazione, 18come ha promesso mediante la legge, noi poniamo in Dio la speranza che egli ci usi presto misericordia e ci raduni nel luogo santo, da ogni regione posta sotto il cielo; egli infatti ci ha liberati da grandi mali e ha purificato questo luogo.

Prefazione dell’autore 19I fatti riguardanti Giuda Maccabeo e i suoi fratelli, la purificazione del grande tempio e la dedicazione dell'altare, 20come anche le guerre contro Antioco Epìfane e il figlio di lui Eupàtore, 21le manifestazioni venute dal cielo sopra coloro che si erano battuti con valore per il giudaismo, riuscendo in pochi a impadronirsi di tutta la regione e a scacciare una moltitudine di barbari, 22a riconquistare il tempio famoso in tutto il mondo, a liberare la città e a ristabilire le leggi che stavano per essere soppresse, quando il Signore si rese loro propizio con ogni benevolenza: 23questi fatti, narrati da Giasone di Cirene nel corso di cinque libri, cercheremo di riassumerli in uno solo. 24Considerando infatti la caterva delle cifre e l'effettiva difficoltà per chi desidera inoltrarsi nei meandri delle narrazioni storiche, a causa della vastità della materia, 25ci siamo preoccupati di offrire diletto a coloro che amano leggere, facilità a quanti intendono fissare nella memoria, utilità a tutti gli eventuali lettori. 26Per noi, certo, che ci siamo sobbarcati la fatica di questo riassunto, l'impresa non si presenta facile: ci vorranno sudori e veglie, 27così come non è facile preparare un banchetto e accontentare le esigenze altrui. Allo stesso modo per fare cosa gradita a molti, ci sarà dolce sopportare la fatica, 28lasciando all'autore la completa esposizione dei particolari, preoccupandoci invece di procedere secondo le linee essenziali di un riassunto. 29Come infatti l'architetto di una casa nuova deve pensare a tutta la costruzione, mentre chi è incaricato di decorarla con pitture a encausto deve badare solo all'ornamentazione, così, penso, è per noi. 30Certo, l'addentrarsi a spaziare nei fatti, investigandone i particolari, spetta all'ideatore dell'opera storica; 31ma a chi ne fa un riassunto si deve concedere di guardare alla brevità del discorso e di trascurare la completezza della trattazione. 32Di qui dunque cominceremo la narrazione, senza nulla aggiungere a ciò che già abbiamo detto: sarebbe certo sciocco abbondare nei preamboli e abbreviare poi la narrazione storica.

__________________________ Note

2,1-8 Viene ricordato il profeta Geremia per la sua opera di conservazione delle memorie, all’epoca della deportazione nel 587. Egli apparirà nuovamente al termine del libro (15,15).

2,25-26 I principi metodologici su cui l’autore ha fondato il suo lavoro sono: diletto, facilità e utilità della lettura. Egli sottolinea d’altra parte anche la fatica e la difficoltà della sua opera: sudori e veglie (v. 26).

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Approfondimenti

1-12. Parimenti leggendaria e di matrice apocrifa (v. 1: i «documenti» sono libri non canonici) è la vicenda degli arredi sacri del tempio, collegata con la precedente dal tema del «fuoco» miracoloso (cfr. v. 10). A parte l'inverosomiglianza storica del trasferimento di un oggetto ingombrante come l'«altare degli incensi» (v. 5) al di là del Giordano su un monte impervio come il Nebo (v. 4: «il monte dove Mosè era salito...»), rimane il fatto che la «tenda» era scomparsa con la costruzione del tempio di Salomone, che l'arca e l'altare erano andati distrutti nel 587/6 e che Geremia si mostrò tutt'altro che preoccupato per tali oggetti di culto (cfr. Ger 3,16). Il racconto però serve a mostrare plasticamente come la festa della Dedicazione si riallacci al tempo del deserto e della monarchia (vv. 7s.) e guardi alla futura restaurazione di Israele a cui prepararsi con la pura osservanza della «legge» (v. 3).

13-18. Come a Geremia, quasi rappresentante del profetismo, viene attribuita la tutela del [puro] culto, così a Neemia, prototipo del restauratore politico, si attribuisce la custodia delle memorie del popolo, sia religiose che civili, fissate per iscritto, laddove l'apocrifo 4Esd 14,18-47 e la tradizione rabbinica attribuiscono un'opera di questa fatta al sacerdote Esdra, di qualche decennio posteriore a Neemia. Anche a Giuda Maccabeo (v. 16) viene attribuita una preoccupazione simile, tanto più comprensibile in quanto la persecuzione di Antioco IV si era tra l'altro accanita nel distruggere i libri sacri (cfr. 1Mac 1,56). Questa notizia non è semplicemente informativa, ma tende a stimolare i destinatari della lettera all'accostamento dei libri (v. 15) per una più profonda comunione di fede. Si riprende a chiusura il tema della solidale celebrazione della Dedicazione (vv. 16-18) da parte di tutti i Giudei.

19-32. L'autore espone il lavoro compiuto mettendo in primo piano (vv. 19-22) il contenuto dell'opera che riassume sotto quattro capi (vicenda di Giuda e dei fratelli; purificazione del tempio; guerre; manifestazioni celesti) per finalizzarli però a quello che è l'intento vero del libro: celebrare Dio che per la sua «benevolenza» ha consentito al suo popolo di mantenere vivi il «tempio» e le «leggi». L'arco di tempo scelto va da ca. 187 a.C. (Seleuco IV Filopatore e vicenda di Eliodoro) al 160 a.C. (morte di Nicanore). Giasone di Cirene, la cui opera il nostro autore sunteggia, non ci è altrimenti noto. Possiamo solo dedurre da quanto qui riportato che era Giudeo, appassionato delle vicende dei correligionari di Palestina ricostruite con ricerche accurate (v. 24: «massa di numeri...») ed esposte con minuziosità che il compendiatore giudica eccessiva per un lettore medio. Per sé il compendiatore riserva il compito e di abbreviare e di decorare (v. 29), introdurre, cioè, quegli abbellimenti che secondo il gusto dell'epoca invogliavano alla lettura.

(cf. EMILIANO VALLAURI, 2Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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