📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

IL MONTE SION, DIMORA DEL SIGNORE 1 Cantico. Salmo. Dei figli di Core.

2 Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio.

La tua santa montagna, 3altura stupenda, è la gioia di tutta la terra. Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re.

4 Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato.

5 Ecco, i re si erano alleati, avanzavano insieme.

6 Essi hanno visto: atterriti, presi dal panico, sono fuggiti.

7 Là uno sgomento li ha colti, doglie come di partoriente,

8 simile al vento orientale, che squarcia le navi di Tarsis.

9 Come avevamo udito, così abbiamo visto nella città del Signore degli eserciti, nella città del nostro Dio; Dio l'ha fondata per sempre.

10 O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio.

11 Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode si estende sino all'estremità della terra; di giustizia è piena la tua destra.

12 Gioisca il monte Sion, esultino i villaggi di Giuda a causa dei tuoi giudizi.

13 Circondate Sion, giratele intorno, contate le sue torri,

14 osservate le sue mura, passate in rassegna le sue fortezze, per narrare alla generazione futura:

15 questo è Dio, il nostro Dio in eterno e per sempre; egli è colui che ci guida in ogni tempo.

_________________ Note

48,1 Questo secondo “canto di Sion” prosegue idealmente la celebrazione della città santa, appena uscita vittoriosa da un pericolo mortale. La bellezza di questo canto scaturisce dalla sovrapposizione di una “geografia spirituale” sulla semplice materialità degli elementi che compongono la città di Gerusalemme (vv. 12-15).

48,8 le navi di Tarsis: grandi navi che raggiungevano le regioni più lontane come Tarsis (località che tuttavia ci resta sconosciuta).

48,9 Signore degli eserciti: vedi nota a 24,10.

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Approfondimenti

Il monte di Sion, dimora di Dio Cantico di Sion

Lo sfondo tematico e teologico è lo stesso del Sal 46, sebbene lì ci sia più drammaticità e immaginazione, mentre qui più realismo e contemplazione della potenza di Dio e della bellezza del suo «monte Sion». Per l'interpretazione storica, l'opinione più seguita è la stessa del Sal 46: la campagna di Sennacherib del 701 e la successiva fuga precipitosa da Gerusalemme (cfr. 2Re 18,13-19,37; Is 31,4-9; 36,1-37,38). Fortemente liturgicizzato (v. 10-15), il salmo sfugge a ogni rigida collocazione (tra inno e rendimento di grazie), conservando la sua libertà e freschezza. Il metro nel TM è per lo più quello elegiaco (3 + 2 accenti), più confacente alla contemplazione. Il simbolismo spaziale è urbano e cosmico; quello militare è significato da vocaboli come «altura, baluardo, fortezza...» e dallo stesso appellativo di Dio chiamato «Signore degli eserciti» (v. 9) come nel Sal 46. In più, il nome di Dio è ripetuto molte volte: due come «Signore» JHWH), e otto come «Dio» o «Dio nostro». Tre concetti circolano nell'inno: quello della bellezza, della potenza militare e della giustizia. Il v. 9 fa da divisione e cerniera tra le due parti del salmo: quella storico-descrittiva (vv. 2-8) e quella liturgica (vv. 10-15). I vv. 2.9.15 fungono da antifone, legate da inclusioni date dall'espressione «città del nostro Dio» (vv. 2.9) e da «nostro Dio» (vv. 2.9.15). Il salmo strutturalmente è abbastanza simmetrico ed equilibrato nelle sue parti.

Divisione:

  • v. 2: professione di fede iniziale;
  • vv. 3-8: parte storico-descrittiva:
  • a) vv. 3-4: interno della città;
  • b) vv. 5-8: esterno della città;
  • v. 9: antifona centrale, conferma della professione di fede;
  • vv. 10-14: parte liturgica:
  • a') vv. 10-12: interno della città;
  • b') vv. 13-14: esterno della città;
  • v. 15: professione di fede finale.

v. 2. «Grande è il Signore»: il salmo inizia solennemente con l'aggettivo «grande» (gādôl) in stato enfatico; per l'espressione cfr. i Sal 96,4; 145,3. È una professione di fede nella grandezza di Dio, colta particolarmente nella presenza attiva e salvifica nella città di Gerusalemme.

v. 3. «gioia di tutta la terra»: è un'espressione indicante il superlativo, cfr. Sal 50,2; Is 60,15; 65,18; 66,10; Lam 2,15. «grande Sovrano» (melek rāb): cfr. Sal 47,3. Questo titolo era frequente nella corte celeste e terrestre. Se lo attribuivano i re assiro-babilonesi, persiani e la massima divinità del pantheon fenicio: Baal.

v. 7. «doglie come di partoriente»: c'è il simbolismo materno del parto, frequente in Geremia (cfr. Ger 4,31; 6,24; 13,21; 22,23; 30,6). L'immagine ricorre nella Bibbia come simbolo di dolori atroci e improvvisi (Es 15,14-15; Is 13,8; 21,3; 26,17; Mic 4,9).

v. 8. «vento orientale»: è il vento di Es 14,21 che squarcia il mare per far passare gli Israeliti in marcia verso la libertà. Esso nel cantico di vittoria di Es 15,10 è riferito al Signore ed è chiamato «tuo alito». «le navi di Tarsis»: sono le grandi navi fenicie capaci di navigare fino a Tarsis, città situata o sulle coste del Mediterraneo occidentale (Is 23,1; Ez 27,25) o tra il Golfo Arabico e l'Oceano Indiano (cfr. 1Re 10,22; 2Cr 9,21). Ma l' espressione è diventata usuale nella Bibbia per indicare navi di grande stazza.

v. 9. Si conferma la professione di fede del v. 2. «Come avevamo udito, così abbiamo visto»: i verbi “udire” “vedere” indicano l'atto di fede, che ha valore di “memoriale” nella Bibbia (cfr. Sal 44,2; 78,3-6; 102,19; Dt 29,21-28). La “grandezza” che Dio ha dimostrato nel passato con atti salvifici (cfr. Es 14) si è realizzata anche al presente.

v. 10. Ricordiamo»: il verbo ebraico usato dmh significa letteralmente «rendere simile, rappresentare, rendere visibile». Si esprime cosi l'efficacia dell'azione liturgica.

vv. 13-14. I vocaboli usati fanno pensare a una processione liturgica. Le opere di difesa, che l'orante invita a contemplare, sono il segno visibile della protezione divina e confermano la stabilità della città.

v. 15. «Questo è il Signore»: alla lett. «Perché questo...». L'espressione «nostro Dio» (’elōhênû) richiama l'alleanza (cfr. inclusione con il v. 2). Si professa inoltre l'eternità di Dio («in eterno, sempre»), e accanto al titolo di «grande Sovrano» (v. 3) si aggiunge anche quello più comune di pastore: «colui che ci guida» (cfr. Sal 23).

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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LODE A DIO, RE DI TUTTA LA TERRA 1 Al maestro del coro. Dei figli di Core. Salmo.

2 Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia,

3 perché terribile è il Signore, l'Altissimo, grande re su tutta la terra.

4 Egli ci ha sottomesso i popoli, sotto i nostri piedi ha posto le nazioni.

5 Ha scelto per noi la nostra eredità, orgoglio di Giacobbe che egli ama.

6 Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba.

7 Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni;

8 perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.

9 Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo.

10 I capi dei popoli si sono raccolti come popolo del Dio di Abramo. Sì, a Dio appartengono i poteri della terra: egli è eccelso.

_________________ Note

47,1 Gioiosa celebrazione della regalità universale di Dio, questo salmo è il primo degli inni che cantano il Signore come re (vedi anche i Sal 93; 96-99). È una regalità visibile prima di tutto in Israele, che abita la terra santa (chiamata, nel v. 5, la nostra eredità e orgoglio di Giacobbe), ma poi tende a dilatarsi a tutta la terra, fino ad abbracciare ogni realtà del creato.

47,3 L’appellativo terribile evoca le grandi gesta di Dio in favore del suo popolo.

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Approfondimenti

Il Signore è re di tutti Inno della regalità del Signore

L'inno, breve ed essenziale, è connesso logicamente con il Sal 46 che lo precede e con tutti i «Cantici di Sion», ove si esalta la sede del regno del Signore. L'andamento solenne e trionfale del salmo richiama alla mente dell'orante la solenne processione che accompagnò il trasferimento dell'arca in Gerusalemme (2Sam 6,1-23; Sal 24,1-10). Il salmo, come del resto tutti quelli della “regalità di JHWH”, viene interpretato in modo diverso dagli studiosi. Le principali interpretazioni sono: mitologica, cultuale, escatologica e storico-escatologica. L'inno si divide in due distici a struttura parallela, il cui movimento in crescendo è in ambedue di carattere ascensionale. Il primo termina con il v. 6 e il secondo con il v. 10d. Inoltre l'orizzonte tende a allargarsi in ambedue distici a «tutta la terra» (vv. 3.8), e a «tutti i popoli» e «nazioni» (vv. 2.4.9.10). Il ritmo nel TM è dato dal verso di 3 + 3 accenti. E presente nel salmo il simbolismo spaziale (molto esteso), quello regale e musicale.

Divisione: * vv. 2-6 (I distico): il Signore re d'Israele; * vv. 7-10 (II distico): il Signore re di tutti i popoli.

v. 2. «Applaudite»: il battere le mani, oltre che un gesto gioioso che imprime ritmo alla danza, è un gesto rituale per l'acclamazione del re, cfr. 2Re 11,12. «popoli tutti»: si tratta di un invito all'intera umanità, dato che Dio è re «su tutta la terra» (v. 3).

vv. 3-5. Dio ha i “titoli” per essere lodato ed è intervenuto nella storia a favore d'Israele. Nel v. 3 sono addotti i «titoli di Dio» come avveniva nella cerimonia dell'intronizzazione del re (Is 9,5), e nei vv. 4-5 i suoi interventi salvifici.

v. 3. «terribile»: l'appellativo nôrā’ (terribile, tremendo) nel testo ebraico segue a ‘elyôn (Altissimo). Esso ricorda la trascendenza di Dio, che non significa distacco dall'uomo (Sal 65,6; 66,3; 76,8.13; 89,8; 96,4; 99,3), e richiama le gesta dell'esodo (Es 15,11; Dt 7,21; 10,17). «re grande»: il titolo melek gādôl è usuale presso i re assiri chiamati šarru rabû. «su tutta la terra»: si indica così l'universalità. Il v. 3 richiama quasi alla lettera i titoli divini di Dt 10,17.

v. 4. Si ricorda il trionfo di Dio sulle nazioni attraverso le sue imprese nella storia d'Israele (cfr. Dt 4,38; Gs 24,8-13; Sal 44,4; 105,12-15; 136,17-22). «sotto i nostri piedi»: c'è un richiamo a «lo sgabello dei suoi piedi» di Sal 110,2; Gs 10,24; Sal 8,7; 44,26.

v. 5. Si accenna all'elezione d'Israele che si concretizza nel dono della terra, qualificata come «eredità» (naḥalâ). «vanto di Giacobbe»: la terra promessa, ricevuta in eredità, è considerata oggetto di vanto per il popolo d'Israele (chiamato Giacobbe dal nome del patriarca amato da Dio). Dal fatto che i verbi dell'originale ebraico di questo versetto e di quello successivo sono tutti all'imperfetto, ne scaturisce una continuità di azione di Dio nel liberare e salvare, valida fino a oggi.

v. 6. «Ascende Dio...»: si acclama il Signore che sale... Si tratta di un'intronizzazione regale ideale, che richiama il corteo processionale liturgico del trasporto dell'arca in Gerusalemme sotto il re Davide (2Sam 6,14-15; cfr. Sal 132,8). Lo indicano gli elementi liturgici presenti: il verbo «salire» (‘lh), l'acclamazione (tᵉrû‘â) e il suono del «corno» (šôpar) (cfr. 2Sam 15,10; 2Re 9,13).

v. 7. «Cantate inni...»: Il verbo zmr (= cantare inni) nello stessa forma imperativa plurale «cantate inni» (zammᵉrû) ricorre quattro volte in questo versetto, aprendo e chiudendo il primo e il secondo emistichio, come i rintocchi festosi di una campana, quasi un ritornello assordante. Si ripete, come l'eco, nel v. 8b con l'aggiunta «con arte» (maśkîl). Non basta dunque una lode qualsiasi; ma a Dio, re supremo, è dovuta un'esecuzione perfetta. La voce maśkîl, che si trova nei titoli di 13 salmi, ha una sfumatura di carattere sapienziale; indica quasi una “lode sapiente” che nella tradizione cristiana (Agostino e Giovanni Cristostomo) si completa con le buone opere.

v. 9. «Dio regna»: il verbo «regnare» (mlk) qui ha valore dinamico e quasi ingressivo. Dio cioè si manifesta come re nell'azione efficace del suo governo. «sul suo trono santo»: così come giace, l'espressione «il suo trono santo» (kissē’ qodšô) è hapax in tutta la Bibbia. Il trono è simbolo della regalità. Ci si riferisce qui anzitutto al tempio e all'arca dell'alleanza, considerata trono in terra di Dio, chiamato «colui che siede sui cherubini» dell'arca (Sal 99,1). Ma il trono terrestre è strettamente associato a quello celeste (cfr. Sal 29).

v. 10a. «I capi dei popoli...»: questo versetto specifica la sovranità di Dio nei riguardi di Israele e dei popoli stranieri. Se l'immagine, storicamente parlando, si può riferire agli anziani d'Israele raccolti per l'unzione di Davide a Ebron (2Sam 5,3) e, in seguito, ai vassalli d'Israele e ai loro rappresentanti diplomatici presso la corte, in questo versetto essa si dilata in un panorama più vasto e universale, secondo la visione di Is 2,2-5, che prevede l'afflusso di tutti i popoli a Gerusalemme, per conoscere il vero Dio e camminare per i suoi sentieri. In questo versetto i popoli stranieri sono visti raccogliersi attorno al popolo eletto, per la professione di fede nell'unico vero Dio.

v. 10b. «perché di Dio sono i potenti della terra»: alla lett. «gli scudi della terra». L'immagine dello scudo, simbolo di potenza e di difesa dei regnanti, è riferito generalmente a Dio (cfr. Sal 18,2), ma anche a coloro che governano (cfr. Sal 89,19; 1Sam 8,20; Is 32,2). Si è specificato così il motivo della regalità sui popoli di v. 9. Essi appartengono a Dio che li protegge e difende.

Nel NT il v. 6 del salmo è stato riferito all'ascensione di Cristo e alla sua glorificazione, cfr. Gv 12,32; Mc 16,15-20; Lc 24,46-53; At 1,1-11; Eb 9,24-28; 10,19-23.

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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DIO, NOSTRO RIFUGIO E NOSTRA FORZA 1 Al maestro del coro. Dei figli di Core. Per voci di soprano. Canto.

2 Dio è per noi rifugio e fortezza, aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce.

3 Perciò non temiamo se trema la terra, se vacillano i monti nel fondo del mare.

4 Fremano, si gonfino le sue acque, si scuotano i monti per i suoi flutti.

5 Un fiume e i suoi canali rallegrano la città di Dio, la più santa delle dimore dell'Altissimo.

6 Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell'alba.

7 Fremettero le genti, vacillarono i regni; egli tuonò: si sgretolò la terra.

8 Il Signore degli eserciti è con noi, nostro baluardo è il Dio di Giacobbe.

9 Venite, vedete le opere del Signore, egli ha fatto cose tremende sulla terra.

10 Farà cessare le guerre sino ai confini della terra, romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà nel fuoco gli scudi.

11 Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, eccelso tra le genti, eccelso sulla terra.

12 Il Signore degli eserciti è con noi, nostro baluardo è il Dio di Giacobbe.

_________________ Note

46,1 Il salmo sembra evocare la vittoria insperata d’Israele sull’esercito del re assiro Sennàcherib che, nel 701, aveva cinto d’assedio Gerusalemme (Is 36,1-37,38). È il primo dei cosiddetti “canti di Sion”, cioè di quei salmi che celebrano la città santa come dimora di Dio e luogo ideale, dove pulsa il cuore della fede d’Israele (gli altri sono Sal 48; 84; 122 e per alcuni anche 137).

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Approfondimenti

Canto dell'Emmanuele Cantico di Sion

È il primo dei salmi identificati come “Cantici di Sion” (Sal 46, 48, 76, 87). Per i vari motivi che vi si intrecciano (cosmici, storici, profetici, escatologico-apocalittici) il salmo si presta a diverse interpretazioni. Quella storica più seguita, sebbene le allusioni del salmo siano piuttosto generiche, si riferisce alla spedizione militare in Palestina (701 a.C.) del re assiro Sennacherib, al tempo del re Ezechia (2Re 18,13-19,37; Is 36,1-37,38). Il salmo è un inno altamente poetico e chiaro teologicamente. Vi si sviluppa prevalentemente il simbolismo bellico, cosmico e quello materno. L'inclusione tra i v. 8 e 12, data dal ritornello «Il Signore degli eserciti è con noi, nostro rifugio è il Dio di Giacobbe», rende il blocco dei vv. 8-12 piuttosto compatto. Alcuni autori, per motivi di carattere formale, suppongono tale ritornello anche dopo il v. 4. Il ritmo nel TM è dato da 4 + 4 accenti.

Divisione:

  • vv. 2-4 (I strofa): Dio sicurezza del suo popolo negli sconvolgimenti cosmici;
  • vv. 5-7 (II strofa): Dio nella sua città, sicurezza contro gli sconvolgimenti cosmici e storici;
  • v. 8: ritornello;
  • vv. 9-11 (III strofa): certezza della vittoria di Dio;
  • v. 12: ritornello.

v. 2. «per noi»: l'espressione, che si ripete anche nei vv. 8 e 12 (nell'originale ebraico) ed è richiamata negli stessi versetti anche da «con noi» (‘immānû), denota un certo sentimento di fierezza da parte dei fedeli che si sentono appartenere al popolo eletto. «Rifugio e forza»: sono due immagini con sfumatura bellica.

v. 5. «Un fiume e i suoi ruscelli...»: in contrasto con le acque turbolente, sconvolte dal terremoto del v. 4, si presentano, rievocando quelle del paradiso (Gn 2,10-14), le acque calme, fecondatrici della città di Sion che danno gioia. Non si tratta di una descrizione realistica del sistema idrico di Gerusalemme (la fonte del Ghicon, e il torrente Cedron son ben poca cosa a confronto), ma di un'enfatizzazione e idealizzazione con chiare allusioni teologiche. Il Signore è la sorgente di acqua viva (cfr. Is 33,21; Ger 2,13; Gl 4,18) e dal suo tempio uscirà l'acqua abbondante e fecondatrice (Ez 47,1-12). «la città di Dio»: non si nomina né Gerusalemme, né Sion, ma è chiaro che si tratta di Gerusalemme, cfr. Sal 87,3; Is 60,14.

v. 7. «Fremettero le genti... egli tuonò...»: sinteticamente, con quattro verbi, come rapide pennellate, si descrive l'assalto dei nemici (primo emistichio) e il pronto intervento liberatorio portentoso di Dio (secondo emistichio), cfr. Sal 2,1; 48,5-6; Is 17,12-14. «egli tuonò»: ci si riferisce al tuono con valore teofanico. La voce di Dio è paragonata al tuono la cui potenza atterrisce, cfr. Sal 18,14; 29,3; 76,7; 1Sam 7,10; Ger 25,30; Am 1,2; Gl 2,11; Gl 4,16.

v. 8. Il ritornello, che si ripete anche nel v. 12, sintetizza la teologia del salmo e conferma la fede espressa dal v. 1. Esso è formato da quattro titoli divini: «Il Signore degli eserciti (JHWH ṣebā’ôt)»: l'appellativo designa l'aspetto bellico ed è molto usato da Isaia (50 volte). «è con noi (‘immānû)»: richiama l'Emmanuele (‘immānû-ēl), il «Dio-con-noi» di Is 7,14; 8,8.10. «una rocca»: l'appellativo «rocca» (miśgāb), di carattere militare, indica una fortezza imprendibile (cfr. Sal 9,10; 18,3; 27,1; 48,4; 59,10; Is 33,16; Ger 48,1). «Dio di Giacobbe»: è un titolo divino arcaico (cfr. Is 2,3; Sal 20,2; 75,10; 76,7; 81,2.5; 84,9; 94,7).

v. 11. «Fermatevi e sappiate..»: l'appello al riconoscimento della sua divinità è rivolto da Dio in prima persona come in Is 33,10-13 ed è caratteristico degli oracoli profetici (cfr. Ger 16,21; Ez 6,7.13-14; 7,4; 1Re 20,28).

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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CANTO NUZIALE PER IL RE E LA REGINA 1 Al maestro del coro. Su “I gigli”. Dei figli di Core. Maskil. Canto d'amore.

2 Liete parole mi sgorgano dal cuore: io proclamo al re il mio poema, la mia lingua è come stilo di scriba veloce.

3 Tu sei il più bello tra i figli dell'uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia, perciò Dio ti ha benedetto per sempre.

4 O prode, cingiti al fianco la spada, tua gloria e tuo vanto, 5 e avanza trionfante.

Cavalca per la causa della verità, della mitezza e della giustizia. La tua destra ti mostri prodigi.

6 Le tue frecce sono acute - sotto di te cadono i popoli –, colpiscono al cuore i nemici del re.

7 Il tuo trono, o Dio, dura per sempre; scettro di rettitudine è il tuo scettro regale.

8 Ami la giustizia e la malvagità detesti: Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni.

9 Di mirra, àloe e cassia profumano tutte le tue vesti; da palazzi d'avorio ti rallegri il suono di strumenti a corda.

10 Figlie di re fra le tue predilette; alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir.

11 Ascolta, figlia, guarda, porgi l'orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre;

12 il re è invaghito della tua bellezza. È lui il tuo signore: rendigli omaggio.

13 Gli abitanti di Tiro portano doni, i più ricchi del popolo cercano il tuo favore.

14 Entra la figlia del re: è tutta splendore, tessuto d'oro è il suo vestito.

15 È condotta al re in broccati preziosi; dietro a lei le vergini, sue compagne, a te sono presentate;

16 condotte in gioia ed esultanza, sono presentate nel palazzo del re.

17 Ai tuoi padri succederanno i tuoi figli; li farai prìncipi di tutta la terra.

18 Il tuo nome voglio far ricordare per tutte le generazioni; così i popoli ti loderanno in eterno, per sempre.

_________________ Note

45,1 Destinato originariamente alla celebrazione delle nozze del re, questo poema (v. 2), accolto nel Salterio, esprime l’alta considerazione e la grande dignità di cui il popolo d’Israele circonda la persona del re, e in seguito la figura del messia (vedi Eb 1,8-9). Contenuto, immagini, simbologia e ritmo richiamano il Cantico dei Cantici.

45,7 Il tuo trono, o Dio: così la versione dei LXX. Altra possibile versione dall’ebraico: “Il tuo trono, o divino” (riferito al re davidico, considerato “figlio di Dio” in un modo tutto particolare, vedi Sal 2,7). La lettera agli Ebrei (Eb 1,8-9) applica a Gesù i vv.7-8.

45,9 mirra, àloe e cassia: sostenze aromatiche molto usate dalle popolazioni orientali; l'avorio veniva impiegato nelle decorazioni.

45,10 Gli ori di Ofir (località non identificata) è sinonimo di ori pregiati, della miglior qualità.

45,13 Tiro: importante centro commerciale della Fenicia.

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Approfondimenti

Canto per le nozze del re Salmo regle

Il salmo, unico poema profano nel Salterio, è un inno in onore del re e della regina, indirizzato loro in occasione delle nozze. Il suo ingresso nella collezione dei salmi fu dovuto probabilmente alla sua interpretazione messianica esplicita della tradizione giudaica, avvenuta nel post-esilio dopo le delusioni della monarchia. Il carme, di una certa eleganza e solennità, essenziale e incisivo nelle sue espressioni, è ritmato nel TM per lo più in tristici di 4 accenti (4 + 4 + 4). Presenta qualche problema di carattere testuale, specialmente nella seconda parte. Come sfondo storico più verosimile può intravvedersi il matrimonio del re Acab del regno del Nord con Gezabele, principessa fenicia, figlia del re di Sidone (1Re 16,31). Percorrono il salmo la simbologia regale della gioia, della bellezza e della festa. In una cornice, data dai vv. 2-3 iniziali e dai vv. 17-18 finali che formano un'inclusione, si ha il corpo del salmo diviso in due quadri. I primo (vv. 4-10) riguarda la figura del re e il secondo (vv. 11-16) quella della regina. Questi due quadri centrali iniziano entrambi con un invito retorico: il primo con «cingi» (v. 4) e il secondo con «ascolta» (v. 11).

Divisione:

  • vv. 2-3 (introduzione) il poema del salmista-scriba per il re e la benedizione;
  • vv. 4-10 (I quadro): la figura del re;
  • vv. 11-16 (II quadro): la figura della regina;
  • vv. 17-18 (conclusione): voti augurali del salmista-scriba per la dinastia.

v. 2. «Effonde il mio cuore...»: il salmista cantore manifesta in questo verso la spontaneità del suo canto per il re. La composizione del poema, che concepito nella mente («cuore») passa alla bocca che lo esprime con la lingua, organo della parola e del canto, è paragonata al gorgoglio dell'acqua di una sorgente. È usato a questo scopo il verbo rḥš (eruttare, prorompere) che è hapax nell'AT. «La mia lingua è stilo di scriba veloce»: il poeta si augura che la sveltezza e destrezza della sua lingua nell'esternare il canto sia uguale alla velocità e destrezza dello scriba di corte, che doveva fissare il suo canto sul papiro o sul cuoio. Questo doveva essere «veloce, abile» (māhîr) per esercitare bene il suo mestiere, e meritarsi la stima.

v. 3. «Tu sei il più bello...»: con brevi pennellate il cantore traccia il ritratto del re. La bellezza dei suoi tratti (prestanza fisica) e la grazia del suo sorriso e del suo parlare (eloquenza) sono segno di benedizione del Signore (Prv 16,10; 22,11-12; Qo 10,12; 1Re 10,8). Tutto corrisponde al quadro ideale della figura regale, cfr. 1Sam 9,2 (Saul), 1Sam 16,12 (Davide); Is 11,4-5.

vv. 4-10. Nello stile encomiastico di corte il poeta con un po' di retorica e di enfasi esalta le qualità e le funzioni del re (vv. 4-8), la preziosità delle sue vesti e l'ampollosità della sua corte (vv. 9-10). Nei vv. 4-8 le prerogative e le funzioni regali sono indicate simbolicamente da tre oggetti: la spada (prerogative militari) (vv. 4-6), il trono (simbolo monarchico) (v. 7a), lo scettro (simbolo di governo e di amministrazione della giustizia) (v. 7b-8).

v. 4. «Cingi, prode, la spada...»: si evoca l'atto solenne d'investitura. La spada al fianco è segno di potenza e nobiltà (cfr. Es 32,27). «nello splendore della sua maestà»: lo splendore e la maestà sono prerogative di Dio (Sal 96,6) trasmesse al sovrano, suo luogotenente sulla terra (Sal 21,6).

v. 6. «le tue frecce acute»: è un'altra immagine militare tendente a esaltare la prerogativa bellica del re. Ma l'azione dell'arco e delle frecce non è solo militare (Sal 2; 20,9; 27,2; 36,13), ma anche giudiziaria, perché colpisce i nemici del sovrano.

v. 7. «Il tuo trono, Dio, dura per sempre...»: si ha il riferimento al «trono», simbolo monarchico. Tradotta così l'espressione si riferisce all'eternità del trono divino; ma se riferiamo «Dio» (’elōhîm) al re, come era usanza presso le corti orientali, si evidenzia nel versetto la perpetuità della dinastia regale promessa a Davide secondo 2Sam 7,13.16; cfr. Sal 89,5.29.38. Del resto in Sal 2,7 e in 2Sam 7,14 il re è chiamato «figlio di Dio» e inoltre nella Bibbia è attestato l'uso diverso della voce «Dio» (’elōhîm), cfr. Sal 29,1; 89,7; Gb 1,6; 2,1; 38,7. «è scettro giusto...»: alla lett. «scettro di rettitudine» _(šebēṭ mîšor). C'è il riferimento allo «scettro», simbolo del governo e dell'amministrazione della giustizia.

v. 8. «Ami la giustizia...»: l'espressione esplicita la funzione regale simbolica dello scettro di rettitudine. Il re lo usa in modo coerente. Ma se il salmo si riferisce alla nozze di Acab con Gezabele, bisogna constatare che essi non hanno rispettato la giustizia (cfr. 1Re 21); «Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato..»: alla lett. «Per questo (‘al-kēn) ti ha con- sacrato, Dio, il tuo Dio». «Per questo»: l'espressione che già ha aperto il v. 3c indica che l'amore del re per la giustizia è segno della sua elezione e consacrazione da parte di Dio. «a preferenza dei tuoi uguali»: la scelta del re è stata un atto di benevolenza di Dio perché l'ha preferito a quelli parimenti degni come lui, e come lui legittimi pretendenti, cfr. il caso di Davide (1Sam 16,1-13) e di Ieu (2Re 9,1-10).

v. 9. «mirra, aloe e cassia»: sono aromi spesso nominati nella Bibbia. Qui sono segno di festa; nel Cantico dei Cantici, segno d'amore. Questi aromi hanno impregnato le vesti regali con cui erano stati conservati, tanto da diventare esse stesse profumi. «palazzi d'avorio»: cfr. 1Re 10,18; 22,39; Am 3,15. Negli scavi archeologici di Samaria sono stati trovati frammenti di decorazioni d'avorio.

v. 10. «Figlie di re...»: si presenta il corteo di damigelle, facenti parte dell'harem del re, tutte di alto rango, perché esse stesse sono figlie di regnanti. «la regina....»: è la giovane sposa di cui si parlerà nei vv. 11-16. «oro di Ofir»: è ricordato spesso nella Bibbia, cfr. 1Cr 29,4; Gb 22,24; 28,16; Is 13,12. «Ofir»: è l'Arabia meridionale? o si trova in Africa? Lì si dirigevano navi per acquistare oro e materie preziose, al tempo di Salomone (cfr. 1Re 9,28; 10,11) e al tempo di Giosafat (cfr. 1Re 22,49).

vv. 11-16. In questa seconda parte il testo originale non è ben conservato. Si presenta la figura della sposa-regina nell'atto di celebrare il rito nuziale. Una voce (forse quella del paraninfo che fa la richiesta ufficiale di nozze, o quella del poeta stesso del salmo) rivolge un appello pressante alla regina.

v. 11. «dimentica il popolo e la casa di tuo padre»: in conformità alla legge del matrimonio, in Gn 2,24 l'appello è rivolto all'uomo, ma qui alla sposa. Se si accetta l'identificazione della sposa con Gezabele, principessa di Sidone, andata sposa ad Acab, l'esortazione implica la rinuncia al passato, l'abiura della propria religione politeista e la conversione alla religione jahvista, come fece Rut (Rt 1,16). Il «dimenticare» in Dt 8,14.19 ha la connotazione religiosa di abiura. Facendo così si evita un matrimonio impuro (Es 34,15-16; Dt 7,3-4) e il rischio di sincretismo religioso.

v. 12. «Egli è il tuo Signore: prostrati a lui»: come Ester davanti ad Assuero (Est 2,12-14; 5,1-2) la regina deve assumere l'atteggiamento tipico orientale di sottomissione, secondo la concezione matrimoniale antica, riconoscendo nel suo sposo il suo «signore».

v. 13. «Da Tiro vengono..»: alla lett. «La figlia di Tiro». Ha valore collettivo per indicare «la popolazione di Tiro». «i rappresentanti di Tiro» (cfr. «la figlia di Sion»: 2Re 19,21; Is 1,8; 52,2; Ger 4,31; 6,23; Lam 2,1.4.10.13.18; 4,22; Gl 2,23; Mic 1,13; 4,13; Sof 3,14; Zc 2,14).

v. 17. «Ai tuoi padri..»: il pensiero dello scriba corre al dono dei figli, anelli importanti per la successione al trono. Essi, da principi, governeranno su tutta la terra di Palestina (Dt 11,25), come già all'epoca di Salomone (1Re 4,7-19), di Roboamo (2Cr 11,23) e di Acab (1Re 20,14) o anche su tutta la terra (Gn 11,1), secondo gli orizzonti universalistici del salmi regali (Sal 2,8; 72,8).

v. 18. «Farò ricordare..»: il salmista con un augurio più personalizzato, intravvede nell'avvenimento da lui celebrato qualcosa di imperituro, come lo è il nome del Signore. Come quello, anche il nome (fama) del re sarà ricordato per ogni generazione, attirando la lode di tutti i popoli.

Nel NT i vv. 7-8 sono attribuiti al Messia (Gesù Cristo, figlio di Dio) in Eb 1,8-9. Nella sposa del salmo la tradizione cristiana ha riconosciuto la Chiesa.

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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LAMENTO E PREGHIERA D’ISRAELE OPPRESSO 1 Al maestro del coro. Dei figli di Core. Maskil.

2 Dio, con i nostri orecchi abbiamo udito, i nostri padri ci hanno raccontato l'opera che hai compiuto ai loro giorni, nei tempi antichi.

3 Tu, per piantarli, con la tua mano hai sradicato le genti, per farli prosperare hai distrutto i popoli.

4 Non con la spada, infatti, conquistarono la terra, né fu il loro braccio a salvarli; ma la tua destra e il tuo braccio e la luce del tuo volto, perché tu li amavi.

5 Sei tu il mio re, Dio mio, che decidi vittorie per Giacobbe.

6 Per te abbiamo respinto i nostri avversari, nel tuo nome abbiamo annientato i nostri aggressori.

7 Nel mio arco infatti non ho confidato, la mia spada non mi ha salvato,

8 ma tu ci hai salvati dai nostri avversari, hai confuso i nostri nemici.

9 In Dio ci gloriamo ogni giorno e lodiamo per sempre il tuo nome.

10 Ma ora ci hai respinti e coperti di vergogna, e più non esci con le nostre schiere.

11 Ci hai fatto fuggire di fronte agli avversari e quelli che ci odiano ci hanno depredato.

12 Ci hai consegnati come pecore da macello, ci hai dispersi in mezzo alle genti.

13 Hai svenduto il tuo popolo per una miseria, sul loro prezzo non hai guadagnato.

14 Hai fatto di noi il disprezzo dei nostri vicini, lo scherno e la derisione di chi ci sta intorno.

15 Ci hai resi la favola delle genti, su di noi i popoli scuotono il capo.

16 Il mio disonore mi sta sempre davanti e la vergogna copre il mio volto,

17 per la voce di chi insulta e bestemmia davanti al nemico e al vendicatore.

18 Tutto questo ci è accaduto e non ti avevamo dimenticato, non avevamo rinnegato la tua alleanza.

19 Non si era vòlto indietro il nostro cuore, i nostri passi non avevano abbandonato il tuo sentiero;

20 ma tu ci hai stritolati in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti nell'ombra di morte.

21 Se avessimo dimenticato il nome del nostro Dio e teso le mani verso un dio straniero,

22 forse che Dio non lo avrebbe scoperto, lui che conosce i segreti del cuore?

23 Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello.

24 Svégliati! Perché dormi, Signore? Déstati, non respingerci per sempre!

25 Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?

26 La nostra gola è immersa nella polvere, il nostro ventre è incollato al suolo.

27 Àlzati, vieni in nostro aiuto! Salvaci per la tua misericordia!

_________________ Note

44,1 Modello delle successive lamentazioni collettive, questa composizione offre alla comunità d’Israele i motivi che la inducono a sollecitare l’intervento di Dio, nella situazione di oppressione e di sconfitta. Più che essere situata in un momento preciso della storia, essa si adatta alle diverse situazioni di umiliazione che hanno accompagnato le vicende del popolo di Dio.

44,3 le genti: gli abitanti della terra di Canaan quando vi entrò il popolo d'Israele.

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Approfondimenti

Supplica accorata dopo una severa sconfitta Supplica collettiva

Non è individuabile il periodo storico cui il salmo fa riferimento, né la sconfitta militare cui si allude. Questo salmo è la prima vera e propria supplica collettiva del Salterio. Sono presenti i tre attori della struttura triangolare delle suppliche: “Dio, noi e i nemici” Il simbolismo temporale con il triplice richiamo al passato (vv. 2-9), al presente (vv. 10-23) e al futuro (vv. 24-27) fa da canovaccio al carme. Fortemente presente è anche il simbolismo bellico e antropomorfico. La poesia è di buona qualità e il ritmo nel TM è quello classico di 3 + 3 accenti.

Divisione:

  • vv. 2-9: le gesta di Dio nel passato;
  • vv. 10-23: lamentazione e supplica per la situazione presente:
  • vv. 24-27: appello e fiducia nell'intervento futuro di Dio.

v. 2. «abbiamo udito...»: si allude alla “tradizione” biblica e all'obbligo di tramandare le gesta di Dio, cfr. Es 10,2.

v. 5. «Sei tu il mio re, Dio mio...»: il racconto passa improvvisamente al singolare per poi riprendere al plurale dal v. 8 in poi, tranne che per i vv. 16-17. Si può immaginare per i versetti al singolare un immediato intervento nel discorso di un presidente liturgico, o di un sovrano che come vassallo riconosce la signoria di Dio. Per il titolo di re dato a Dio, cfr. Sal 74,12.

vv. 10-17. Si constata che la devastazione della terra donata al popolo eletto e la sua occupazione per opera di un popolo nemico e infedele è fonte di umiliazione per Israele.

v. 15. «scuotono il capo»: è un gesto caratteristico dei nemici che indica ironia e disprezzo, cfr. Sal 22,8; Ger 18,16; Lam 2,15.

vv. 18-23. Nella forma di un “giuramento d'innocenza” Israele si dichiara innocente, non sentendosi punito per infedeltà all'alleanza, né per qualche suo delitto (vv. 18-23). La sua condizione è simile a quella di Giobbe innocente! Fa capolino il problema teologico del mistero del male. Il linguaggio è molto ardito, quasi offensivo nei riguardi di Dio. C'è un forte antropomorfismo. Ma tutto ciò sa di provocazione retorica per spingere Dio a intervenire (vv. 24-27). Si gioca sul verbo «dimenticare» che ricorre due volte a riguardo del popolo eletto (vv. 18.21). Esso non si è dimenticato di Dio. Al contrario, ricorrendo lo stesso verbo nel v. 25, si rinfaccia a Dio la dimenticanza dell'oppressione e della miseria del popolo.

v. 20. «luogo di sciacalli»: cfr. Ger 9,10; Is 13,22; Lam 5,18. L'espressione è insolita, se non unica nella Bibbia. Si allude a un luogo desertico frequentato abitualmente dagli sciacalli (tannîm), ove non c'è vita e manca la presenza umana. Ciò aggrava retoricamente l'accusa. Dio avrebbe non solo colpito il popolo, ma anche in un luogo deserto, che non dà possibilità di scampo per sopravvivere.

v. 23. «Per te ogni giorno siamo messi a morte»: cioè «a causa della nostra fedeltà al tuo patto». Il popolo d'Israele è coinvolto nella collera dei nemici di Dio. Odiando Dio, essi odiano anche i suoi fedeli, cfr. l'epoca dei Maccabei (1Mac 1,43-67; 2Mac 6-7).

v. 24. «Svegliati, perché dormi... Destati...»: con questo linguaggio molto realistico, antropomorfico (cfr. 1Re 18,27-29) e arditamente poetico, che evidenzia il simbolismo dell'assenza e indifferenza divina, si snoda la supplica finale appassionata e retorica, che rivela in fondo la piena fiducia nella misericordia di Dio e nella sua potenza di salvezza. Dio infatti, accusato di «dimenticare» (v. 25), non dorme perché è il custode d'Israele (cfr. Sal 121,4). Il salmo termina aprendosi alla speranza di salvezza implicitamente supposta dall'insieme del testo.

Nel NT Paolo in Rm 8,36 cita il v. 23 del nostro salmo, riprendendolo anche in 2Cor 4,11.

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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LAMENTO E NOSTALGIA DELL'ESULE

1 Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente spietata; liberami dall'uomo perfido e perverso.

2 Tu sei il Dio della mia difesa: perché mi respingi? Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?

3 Manda la tua luce e la tua verità: siano esse a guidarmi, mi conducano alla tua santa montagna, alla tua dimora.

4 Verrò all'altare di Dio, a Dio, mia gioiosa esultanza. A te canterò sulla cetra, Dio, Dio mio.

5 Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

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Approfondimenti

vv. 1-2. «Fammi giustizia...»: cfr. Sal 26,1. Il linguaggio è forense. Dio appare come giudice. Il salmista lancia un appello al supremo tribunale di Dio, per essere difeso e liberato dai nemici.

v. 3. «Manda la tua verità e la tua luce»: la «verità» e la «luce» sono personificate, come due ancelle che devono scortare il salmista nel suo ritorno nel tempio, cfr. Sal 25,21. La luce è segno dell'amore di Dio come risposta positiva alle sue suppliche, cfr. Sal 42,9; 27,1; Is 8,23-9, 3. La verità, in senso generale, è sinonimo di fedeltà (Sal 42,9), e in senso più tecnico, è la sentenza favorevole di Dio.

v. 4. «Verrò all'altare di Dio»: è l'altare degli olocausti, che si trovava nel tempio di Gerusalemme all'aperto davanti al santuario. «Dio della mia gioia, del mio giubilo»: alla lett. «della gioia della mia esultanza». E un altro titolo di Dio, egli che è la radice della gioia. Così il salmo, iniziato come lamentazione, termina con la gioia e la promessa di un solenne, festoso (con la cetra) rendimento di grazie.

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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SALMI – LIBRO SECONDO (42-72)

LAMENTO E NOSTALGIA DELL'ESULE 1 Al maestro del coro. Maskil. Dei figli di Core.

2 Come la cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio.

3 L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

4 Le lacrime sono il mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: “Dov'è il tuo Dio?”.

5 Questo io ricordo e l'anima mia si strugge: avanzavo tra la folla, la precedevo fino alla casa di Dio, fra canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa.

6 Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

7 In me si rattrista l'anima mia; perciò di te mi ricordo dalla terra del Giordano e dell'Ermon, dal monte Misar.

8 Un abisso chiama l'abisso al fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati.

9 Di giorno il Signore mi dona il suo amore e di notte il suo canto è con me, preghiera al Dio della mia vita.

10 Dirò a Dio: “Mia roccia! Perché mi hai dimenticato? Perché triste me ne vado, oppresso dal nemico?“.

11 Mi insultano i miei avversari quando rompono le mie ossa, mentre mi dicono sempre: “Dov'è il tuo Dio?”.

12 Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio.

_________________ Note

42,1-43,5 L'identità di contenuto e la ripetizione dello stesso ritornello (42,6.12 e 43,5) fanno di questi due salmi una composizione unitaria, caratterizzata dalla struggente nostalgia che pervade l'animo del salmista. Lontano dal tempio e privato dello splendore del suo culto, egli vive nella sofferenza dell'esilio.

42,1 figli di Core: leviti addetti a compiti diversi nel tempio (vedi 1Cr 9,19; 26,19).

42,7 dalla terra del Giordano e dell’Ermon, dal monte Misar: il riferimento è alla zona delle sorgenti del fiume Giordano; il monte Ermon è al nord della terra di Canaan, mentre è incerta la localizzazione del monte Misar.

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Approfondimenti

Salmi 42-43 (41-42) – Un esule fedele ha nostalgia di Dio Supplica individuale [di un levita o sacerdote] (+ motivi di pellegrinaggio e di inno a Sion)

I Salmi 42-43 mostrano di formare una sola unità. Infatti hanno nel TM la stessa unità metrica: la qînâ (3 + 2 accenti), una tematica ben precisa (nostalgia del Signore nella sua presenza nel tempio), e una medesima antifona che si ripete tre volte (Sal 42,6.12; 43,5) dividendo il tutto in tre strofe. Inoltre i due salmi si trovano uniti già in alcuni manoscritti ebraici, e il Sal 43 è l'unico insieme al Sal 71 che nel secondo libro dei Salmi non porta il titolo. La struttura interna stilistica, letteraria, simbolica e contenutistica conferma l'omogeneità della composizione e l'analisi linguistica ne rivela anche l'identità dell'autore. Il salmo è percorso da sentimenti intensi e da profonda nostalgia. Il nome di Dio sotto vari titoli ricorre 22 volte, in una sequenza alfabetica perfetta (8 nella I parte; 6 nella II; 8 nella III). La «luce» e la «verità» sono personificate (43,3). La simbologia è presa dal campo semantico spazio-temporale e acquatico. L'immagine dell'acqua è duplice: come vita nella prima strofa e come morte nella seconda. Il dialogo dell'orante con se stesso, che si ripete specialmente nel ritornello, ha funzione strutturante. Il salmo si divide in tre strofe. La prima e la terza strofa si riferiscono al culto, la seconda è dominata dalla situazione tragica dell'orante perseguitato dai nemici.

Divisione * vv. 42, 2-6: la nostalgia del passato; * vv. 42, 7-12: 1l dramma del presente; * vv. 43, 1-5: la speranza gioiosa del futuro.

v. 42,3. «Dio vivente»: egli è sorgente di acqua viva (Ger 2,13) e non è come gli idoli muti, «vane nullità» (Sal 31,7), cfr. Gs 3,10; Os 1,10; Sal 84,3; 1Sam 17,26; 2Re 19,4.16. «verrò e vedrò il volto di Dio»: l'espressione è tecnica; sottintende il pellegrinaggio al tempio, sede terrena della presenza di Dio (cfr. Sal 11,7; 16,11; 17,15; 27,4; 63,3; 84; 1Sam 1,22; Is 1,12).

v. 4. «Le lacrime sono il mio pane»: alla sete del v. 3 corrisponde qui l'immagine del cibo. Il salmista riconosce che invece dei pasti dei sacrifici di comunione, è costretto a nutrirsi di lacrime. L'immagine delle lacrime esprime miseria e dolore, anche in altre culture, come l'ugaritica e la babilonese; per la Bibbia: cfr. Sal 80,6; 102,10; Gb 3,24. «mi dicono sempre: Dov'è il tuo Dio?»: il soggetto è specificato meglio nel v. 11, ove l'interrogativo è ripetuto. Sono gli avversari del salmista che continuamente («sempre») l'insultano mettendo in dubbio l'esistenza di Dio, prendendo spunto dall'apparente silenzio e indifferenza nei suoi confronti, cfr. Sal 79,10; 115,2; Gl 2,17; Mic 7,10.

v. 6. «Perché ti rattristi, anima mia...»: il versetto è un autoincoraggiamento del salmista sotto forma di un dialogo interiore con il suo “io”. E solo la speranza riposta in Dio che fa uscire dalla tristezza e dallo scoraggiamento. Per altri casi simili cfr. Sal 103,1-5; 104,1; 116,7, e la letteratura egiziana. «anima mia»: la voce nepeš qui e nei vv. 5.7.12; 43,5 designa «la persona», l'io, la coscienza.

v. 7. «dal paese del Giordano...»: le località citate (reali o immaginarie che siano), non sono sicuramente identificabili. Si pensa all'alta Galilea, nella zona delle sorgenti del Giordano e della catena dell'Antilibano. «monte Mizar»: la localizzazione è incerta; si tratta probabilmente di un monte secondario ubicato nella stessa regione.

v. 8. «Un abisso chiama l'abisso...»: la menzione, nel v. 7, del paese del Giordano e dell'Ermon, luogo ricco di acqua, di cascate e torrenti impetuosi, richiama alla mente del poeta il simbolismo negativo delle acque come espressione di malanni, sofferenze fisiche e morali inesprimibili. Con la voce «abisso» (tehôm) ripetuta due volte si evocano le acque caotiche e distruttrici del tehôm (= abisso) Gn 1,2 e del diluvio (Gn 7,11) e si cita probabilmente Gn 2,4b nell'espressione «tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati». Questo versetto nell'originale ebraico è onomatopeico; vi sono assonanze e allitterazioni, che rievocano il rumore assordante delle grandi cascate.

v. 9. «Di giorno il Signore»: tutto il versetto è oscuro a causa della corruzione del testo originale. Il salmista allude probabilmente al suo contatto costante con il Signore attraverso la preghiera, e ne riceve da Dio in dono la sua grazia.

v. 10. «Perché mi hai dimenticato?»: l'orante si sente dimenticato da Dio come lo è un defunto, o il regno dei morti (šᵉ’ôl), cfr. Sal 6,6; 88,6.

  1. «Per l'insulto dei miei avversari»: questi sono menzionati implicitamente nel v. 4 e esplicitamente nei vv. 10.11; 43,2. Essi sono presentati come «oppressori» (= scuotono la realtà più profonda del salmista v. 11), e come atei sarcastici, che con la loro domanda «Dove il tuo Dio?» ne mettono in dubbio perfino l'esistenza. Ma l'orante persiste nella sua fede e nella sua speranza, ripetendo con più vigore la strofa antifonale a se stesso (v. 12) come nel v.6.

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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PREGHIERA DI UN MALATO, ABBANDONATO DA TUTTI 1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

2 Beato l'uomo che ha cura del debole: nel giorno della sventura il Signore lo libera.

3 Il Signore veglierà su di lui, lo farà vivere beato sulla terra, non lo abbandonerà in preda ai nemici.

4 Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore; tu lo assisti quando giace ammalato.

5 Io ho detto: “Pietà di me, Signore, guariscimi: contro di te ho peccato”.

6 I miei nemici mi augurano il male: “Quando morirà e perirà il suo nome?”.

7 Chi viene a visitarmi dice il falso, il suo cuore cova cattiveria e, uscito fuori, sparla.

8 Tutti insieme, quelli che mi odiano contro di me tramano malefìci, hanno per me pensieri maligni:

9 “Lo ha colpito una malattia infernale; dal letto dove è steso non potrà più rialzarsi”.

10 Anche l'amico in cui confidavo, che con me divideva il pane, contro di me alza il suo piede.

11 Ma tu, Signore, abbi pietà, rialzami, che io li possa ripagare.

12 Da questo saprò che tu mi vuoi bene: se non trionfa su di me il mio nemico.

13 Per la mia integrità tu mi sostieni e mi fai stare alla tua presenza per sempre.

14 Sia benedetto il Signore, Dio d'Israele, da sempre e per sempre. Amen, amen.

_________________ Note

41,1 Sullo sfondo del salmo è percepibile la dottrina tradizionale della retribuzione, secondo la quale al peccato segue come castigo la malattia. L’orante depone tutto tra le braccia misericordiose di Dio, certo del suo intervento e della sua benedizione. Il v.14 di questa lamentazione individuale conclude il primo libro del Salterio, secondo l’antica suddivisione in cinque libri operata dalla tradizione ebraica (vedi anche Sal 72,19; 89,53; 106,48; 150,6).

41,10 Anche l’amico in cui confidavo: vi è forse qui un’allusione alle vicende narrate in 2Sam 15, dove Davide manifesta il suo dolore per la congiura del figlio Assalonne e il tradimento di Achitòfel, suo consigliere. In Gv 13,18 la frase viene applicata al tradimento di Giuda. Alzare il piede è gesto di violenza e crudeltà.

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Approfondimenti

Preghiera fiduciosa di un malato Supplica individuale [di un malato] (+ motivi sapienziali, di supplica e di fiducia)

Il salmo rivela per contenuto e stile la sua antichità (epoca di Davide?), ma dimostra di aver subito in seguito continue riletture, non ultima quella di carattere sapienziale. Nel v. 10 si è visto l'accenno al lamento di Davide per la rivolta del figlio Assalonne e il tradimento del suo consigliere Achitofel (cfr. 2Sam 15,31; 16,23; 17,3-5). A proposito del genere letterario il salmo si presta a diverse interpretazioni e collocazioni. C'è infatti il motivo della supplica che fa da nucleo principale, quello della beatitudine iniziale (v. 2), della fiducia (vv. 3-4.12-13); inoltre si intravvede anche il motivo regale, supposto che il salmista sia un re malato che si vede circondato da nemici i quali, approfittando della sua seria infermità, lo vogliono detronizzare. Il simbolismo è di carattere spaziale, delle azioni divine, e inerente al binomio “pensiero-parola”. I vv. 2-4 hanno carattere introduttivo, e i vv. 5-13 formano il corpo che è chiuso dall'inclusione, data da ’anî (= io) con cui inizia il v. 5 e da wa’anî (= ma io) con cui inizia il v. 13 nel TM. L'espressione «Ma tu» (wᵉ’attāh) che apre il v. 11 suddivide in due momenti il corpo del carme. Il v. 14 non fa parte del salmo, essendo la dossologia finale che chiude il primo libro del Salterio. La supplica del malato si snoda intorno ai due temi: malattia e inimicizia, che originano e organizzano molti dei vocaboli del salmo. Sullo sfondo c'è la teoria della retribuzione terrena.

Si divide:

  • vv. 2-4: introduzione: beatitudine iniziale;
  • vv. 5-13: corpo (vv. 5-10: lamentazione; vv. 11-13: supplica e speranza finale di salvezza);
  • v. 14: dossologia.

v. 5. «Io ho detto... risanami, contro di te ho peccato»: sulla base della teoria della retribuzione il peccato è considerato la radice della malattia e il suo perdono la causa della guarigione.

vv. 6-10. Si presenta il comportamento dei nemici del salmista: egli, pur sentendosi colpevole davanti a Dio, si ritiene innocente davanti alle accuse dei nemici (è un atteggiamento abbastanza ricorrente nel salmi di supplica). Sotto il nome di nemici sono enumerati i nemici in senso stretto (v. 6), il visitatore (v. 7), e anche l'amico (v. 10), che nel caso della malattia si mostra ostile.

v. 7. «Chi viene a visitarmi..»; la visita ai malati è una prassi molto conosciuta nella Bibbia; cfr. 2Sam 13,5-6; 2Re 8,29; Gb 2,11-13.

v. 10. «l'amico in cui confidavo»: alla lett. «l'uomo della mia pace». È l'amico di fiducia. Colui che vive in pace con l'orante e che è stato suo commensale. I personaggi biblici che personificano questo amico traditore sono diversi. Achitofel, consigliere-traditore di Davide, gli amici di Geremia che «spiavano la sua caduta» (Ger 20,10), gli amici di Giobbe (Gb 6,15-21), i compagni del Sal 88,9.19, e gli amici che si disgustano davanti all'amico lebbroso (Sal 38,12), e infine Giuda (Gv 13,18).

v. 11. «che io li possa ripagare»: a differenza di altri salmi in cui si invoca la giustizia di Dio, perché secondo la legge del taglione si attui sui nemici del salmista, qui è lo stesso orante che chiede di «ripagare» con maledizioni quanto i nemici gli hanno fatto e augurato. Egli crede di allinearsi così alla giustizia divina eseguendola sui nemici.

v. 13. «mi fai stare alla tua presenza per sempre»: il salmista pensa così di ritornare al suo servizio nel tempio, da cui è stato forzatamente allontanato a causa della sua malattia.

v. 14. «Sia benedetto il Signore»: è la dossologia che suggella il primo libro dei Salmi, a testimonianza dell'utilizzazione cultica del Salterio; lo stesso si verifica per gli altri quattro libri: cfr. 72,19; 89,53; 106,48; 150, 1-5. «Amen, Amen»: è la risposta di consenso, di fede e di adesione, generalmente dell'assemblea, in risposta alla benedizione del Signore, cantata probabilmente dal sacerdote (cfr. Sal 106,48).

Nel NT è citato il v. 10 da Gesù a proposito di Giuda (Gv 13,18; cfr. Mc 14,18).

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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INNO DI RINGRAZIAMENTO A DIO 1 Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.

2 Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.

3 Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude; ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi.

4 Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio. Molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore.

5 Beato l'uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore e non si volge verso chi segue gli idoli né verso chi segue la menzogna.

6 Quante meraviglie hai fatto, tu, Signore, mio Dio, quanti progetti in nostro favore: nessuno a te si può paragonare! Se li voglio annunciare e proclamare, sono troppi per essere contati.

7 Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.

8 Allora ho detto: “Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto 9 di fare la tua volontà:

mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo”.

10 Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.

11 Non ho nascosto la tua giustizia dentro il mio cuore, la tua verità e la tua salvezza ho proclamato. Non ho celato il tuo amore e la tua fedeltà alla grande assemblea.

12 Non rifiutarmi, Signore, la tua misericordia; il tuo amore e la tua fedeltà mi proteggano sempre,

13 perché mi circondano mali senza numero, le mie colpe mi opprimono e non riesco più a vedere: sono più dei capelli del mio capo, il mio cuore viene meno.

14 Dégnati, Signore, di liberarmi; Signore, vieni presto in mio aiuto.

15 Siano svergognati e confusi quanti cercano di togliermi la vita. Retrocedano, coperti d'infamia, quanti godono della mia rovina.

16 Se ne tornino indietro pieni di vergogna quelli che mi dicono: “Ti sta bene!”.

17 Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: “Il Signore è grande!” quelli che amano la tua salvezza.

18 Ma io sono povero e bisognoso: di me ha cura il Signore. Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare.

_________________ Note

40,1 La prima parte di questo inno (vv.2-11) contiene il ringraziamento che sgorga dalle labbra del salmista, liberato da un grande pericolo. Questa liberazione diventa per lui l'occasione per invitare a un culto a Dio più puro, interiore, attento alla sua volontà e dedito all'ascolto e all'attuazione della sua parola: è il significato dei vv. 7-9, che la lettera agli Ebrei (10,5-7) interpreta in chiave cristologica. La seconda parte del salmo contiene un'accorata supplica che l'orante, stretto nella morsa dei nemici, rivolge a Dio (vv. 12-13). I vv. 14-18 riproducono integralmente il Sal 70.

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Approfondimenti

Ringraziamento e fiduciosa supplica Salmo di ringraziamento (+ motivi di lamentazione, supplica e di fiducia)

I vv. 14-18 compongono da soli anche il Sal 70. La linea maestra del Sal 40 passa per due stati d'animo: il ringraziamento (vv. 2-13) e la supplica (vv. 14-18) (cfr. un simile sdoppiamento anche nei Sal 9/10; 22; 28; 30). Il metro nel TM è quello della qînâ (3 + 2 accenti). La simbologia riguarda l'annuncio, la liturgia e il campo dell'ostilità.

Divisione:

  • vv. 2-4: il «canto nuovo» di ringraziamento annunciato;
  • vv. 5-13: il «canto nuovo» di ringraziamento eseguito;
  • vv. 14-18: lamentazione-supplica.

v. 2. «Ho sperato: ho sperato...». alla lett. «ho sperato ardentemente» (qawwōh qiwwîtî). Il salmista rivela la sua esperienza intima. Il Signore ha risposto alle sue attese, salvandolo.

v. 3. «fossa della morte, ...fango della palude»: sono metafore indicanti un pericolo mortale, sia fisico che morale, cfr. Sal 18,5-7; 30,4; 69,3.15.16.

v. 4. «canto nuovo»: è l'inno di lode-ringraziamento al Signore, al posto della lamentazione-supplica che generalmente lo precede. La liberazione dal mortale pericolo è paragonabile a una nuova vita, a una nuova creazione, (cfr. il cantico di Ezechia in Is 38,10-20).

v. 5. «Beato...»: con la formula sapienziale della beatitudine (cfr. Sal 1,1; 128,1) si esalta chi ha fiducia nel Signore e si rigetta l'arroganza (hybris) dei superbi che seguono gli idoli (= menzogna).

v. 6. «Quanti prodigi...»: si celebrano soprattutto i molteplici meravigliosi prodigi dell'esodo, e i progetti di salvezza. C'è qui la figura dell'hysteron proteron (= inversione cronologica). I progetti infatti vengono prima della loro attuazione.

vv. 7-9. E il secondo tema del «canto nuovo»: quello dell'ubbidienza a Dio, che ha più valore degli stessi sacrifici.

v. 7. «Sacrificio e offerta non gradisci...»: non si tratta di disprezzo dei riti latreutici sanciti dalla legge, ma piuttosto di precisazione sul loro vero valore. Essi valgono quando sono inquadrati nell'osservanza della legge (= ubbidienza) di cui sono segno (vv. 8-9), cfr. 1Sam 15,22; Is 10,20; Mic 6,6-8; Sal 50,14; 51,18-19; Sir 34,18-35,24. «gli orecchi mi hai aperto»: alla lett. «gli orecchi mi hai scavato (karîtā)». L'immagine riguarda i pozzi o i fossi. Può significare qui: “aprire” gli orecchi del discepolo per renderlo più attento e docile al maestro (cfr. Is 50,4-5), o “forare” l'orecchio del discepolo in segno di schiavitù (cfr. Es 21,5-6). Qui il salmista vuole professare la sua dedizione totale e la sua disponibilità a ubbidire al Signore, che lo ha chiamato a essere suo servo.

v. 8. «Ecco io vengo...»: cfr. Is 6,8; 50,5. La risposta indica prontezza nel comparire davanti al Signore che chiama per una missione, sollecitudine nell'immediata esecuzione. «Sul rotolo del libro...»: per l'espressione, cfr. Ger 36,2-4; Ez 2,9. Il salmista vuole indicare la torah, come espressione della volontà di Dio che lo chiama a compiere la sua volontà.

vv. 10-11. E il terzo punto del «canto nuovo». Il salmista annunzia che ha eseguito ed esegue l'ubbidienza al Signore che lo ha chiamato. Egli ha compiuto la missione dell'annuncio all'assemblea della giustizia di Dio.

vv. 12-13. A chiusura del “canto nuovo”, tenendo presente la sua situazione personale, l'orante chiede al Signore, sperando ancora per il futuro, come lo ha fatto per il passato (v. 2), di essere sempre protetto dalla «misericordia», dalla «fedeltà» e dalla «grazia» del Signore per le sue colpe che l'opprimono e per i molteplici mali della vita che l'attanagliano e da cui si sente scoraggiato.

Nel NT i vv. 7-9 del salmo sono lungamente citati da Eb 10, che li pone sulla bocca di Gesù Cristo.

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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LA VITA DELL’UOMO È SOLO UN SOFFIO 1 Al maestro del coro. A Iedutùn. Salmo. Di Davide.

2 Ho detto: “Vigilerò sulla mia condotta per non peccare con la mia lingua; metterò il morso alla mia bocca finché ho davanti il malvagio”.

3 Ammutolito, in silenzio, tacevo, ma a nulla serviva, e più acuta si faceva la mia sofferenza.

4 Mi ardeva il cuore nel petto; al ripensarci è divampato il fuoco. Allora ho lasciato parlare la mia lingua:

5 “Fammi conoscere, Signore, la mia fine, quale sia la misura dei miei giorni, e saprò quanto fragile io sono”.

6 Ecco, di pochi palmi hai fatto i miei giorni, è un nulla per te la durata della mia vita. Sì, è solo un soffio ogni uomo che vive.

7 Sì, è come un'ombra l'uomo che passa. Sì, come un soffio si affanna, accumula e non sa chi raccolga.

8 Ora, che potrei attendere, Signore? È in te la mia speranza.

9 Liberami da tutte le mie iniquità, non fare di me lo scherno dello stolto.

10 Ammutolito, non apro bocca, perché sei tu che agisci.

11 Allontana da me i tuoi colpi: sono distrutto sotto il peso della tua mano.

12 Castigando le sue colpe tu correggi l'uomo, corrodi come un tarlo i suoi tesori. Sì, ogni uomo non è che un soffio.

13 Ascolta la mia preghiera, Signore, porgi l'orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime, perché presso di te io sono forestiero, ospite come tutti i miei padri.

14 Distogli da me il tuo sguardo: che io possa respirare, prima che me ne vada e di me non resti più nulla.

_________________ Note

39,1 Percorsa da una sottile vena di amarezza, con accenti ora forti, ora ispirati a uno sconsolato pessimismo, questa composizione sembra contrapporsi all’ottimismo del Sal 8. L’uomo è visto qui nei suoi limiti, sempre alle prese con il peccato, la sofferenza, lo sconforto, la delusione. A ciò si aggiunge la constatazione della fugacità della vita che fa dell’uomo un forestiero e un ospite sulla terra (v. 13). Dio, che ha fatto pesare la sua mano, è il solo che può dare ascolto al grido della sua creatura.

39,1 Iedutùn: un personaggio con questo nome è citato nel primo libro delle Cronache (1Cr 9,16; 16,38.41-42) tra i leviti incaricati di un servizio particolare nel tempio di Gerusalemme (vedi anche Sal 62,1; 77,1).

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Approfondimenti

Miseria materiale e morale dell'uomo Supplica individuale (di un malato di lebbra?)

Si mettono in evidenza in questo salmo l'umana miseria, fisica e morale, e il limite dell'uomo, al contrario del Sal 8. Per il pessimismo si può paragonare al Sal 88 e inoltre rispecchia il libro di Gb e del Qo, correggendo l'ottimismo del Sal 37. Dal punto di vista letterario il salmo è originale per forma e contenuto; c'è alta poesia e intensità drammatica. La riflessione personale non porta alla speranza, ma a una rassegnazione sulla fugacità della vita. Il campo semantico è dato dalla simbolica della parola-silenzio, dalle antitesi della vita umana e dall'antropomorfismo a proposito di Dio (mano, orecchio, sguardo...). Per queste tematiche, e in parte per la struttura, è imparentato con il Sal 38 (cfr. vv. 2.5 con Sal 38,17).

Si divide in due parti:

  • vv. 2-7: brevità della vita;
  • vv. 8-14: riflessione e supplica nell'attesa di Dio.

v. 2. «Ho detto»: l'espressione equivale a «ho pensato», cfr. Sal 38,17; Ger 20,9. «un freno alla mia bocca mentre l'empio mi sta dinanzi»: c'è anche un motivo apologetico insito nel proposito di evitare i peccati di lingua: la presenza dell'empio. Questi, ascoltando il lamento del salmista ammalato, può trarre motivo di criticare, bestemmiare e disprezzare Dio e la sua legge, cfr. Sal 37,7; Sir 22,25-27; 28,24-26.

v. 3. «la sua fortuna ha esasperato il mio dolore»: il proposito del silenzio dura piuttosto poco, perché davanti alla vista della prosperità dell'empio, il giusto sofferente non può non sentirsi sconvolto ed esplodere in conformità alla legge del taglione.

v. 4. «Ardeva il cuore nel mio petto...»: l'immagine richiama la lotta interiore di Geremia che voleva opporsi alla sua missione profetica. La parola di Dio era come un fuoco ardente nel suo petto che lo divorava e non era possibile trattenere, cfr. Ger 20,9; Sir 22,27.

v. 5. «Rivelami, Signore, la mia fine...»: lo scopo è da vedersi nello spirito della richiesta del Sal 90,12: «per giungere alla sapienza del cuore», cioè, agire realisticamente, saggiamente e con fede in attesa dell'ora suprema. Il salmista chiede al Signore di fargli capire il senso profondo della vita umana e il suo limite.

vv. 6-7. Questi versetti sono dominati dal pessimismo sulla fragilità umana e sul senso della vita. I simboli ricorrenti sono: «nulla» (’ayin), «soffio» (hebel), «ombra» (ṣelem). Questi versetti (6b.7a.7b) iniziano nel testo originale con l'interiezione ’ak «Oh, sì..» esprimente certezza, sebbene amara (cfr. Sal 62,10).

v. 6. «la mia esistenza davanti a te è un nulla»: l'esistenza dell'uomo essendo misurata in «pochi palmi», in confronto all'eternità di Dio, è «come un nulla» (kᵉ’ayin), e un «soffio» di vento, mentre per Dio «mille anni sono come un giorno», cfr. Sal 90,4, Sal 68,3; 78,39; 102,26-28; Gb 7,6-8.16; Sir 41,10-11.

v. 7. «come ombra...»: «ombra» qui traduce la voce ebraica ṣelem (= immagine). È sottinteso il contatto con Gn 1,26, ma con evidente stravolgimento del senso originario, come avviene in Gb 7,17-21. «accumula ricchezze...»: cfr. Qo 1,2; 2,18-22; 4,7-8; 6,2.7; Sal 49,11; Sir 11,18-19; 40,1-2; Sap 2,1-5.

v. 11. «i tuoi colpi...»: alla lett. «tua piaga» (nig‘ekā). Come in Sal 38,12 il termine può riferirsi alla lebbra. «peso della tua mano: cfr. Sal 38,3.

v. 12. «Castigando il suo peccato tu correggi l'uomo»: per il dolore con funzione pedagogica di correzione cfr. Gb 32-37; Sal 25,18; 32,1-5; 38,4.16.19.22-23; 40,12-13; 41,5-10; 130,4.7; 143,2.

v. 13. «poiché sono forestiero, uno straniero...»: l'orante adduce come motivo il suo sentirsi come ospite di Dio e straniero nella sua terra come tutti i suoi antenati (cfr. Lv 25,23; Sal 119,19). Infatti gli ospiti e i pellegrini godevano dei particolari privilegi nella legge di Mosè (Es 12, 48-49; 22,20; 23,9; Lv 19,33-34; Dt 10,18-19; 24,17-22).

v. 14. «Distogli il tuo sguardo, che io respiri prima che me ne vada e più non sia»: è la richiesta finale del salmista. Contrariamente alla finale delle suppliche in cui l'orante chiede il soccorso di Dio, qui il salmista chiede il suo allontanamento, come se l'attenzione di Dio e il suo sguardo fossero la causa di tutti i mali. È secondo la mentalità e il pensiero di Giobbe, il vedere la vicinanza di Dio come quella di un ispettore severo, e fonte di disgrazia, cfr. Gb 7,19; 10,20; 14,6.

(cf. VINCENZO SCIPPA, Salmi – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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