📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Sottomissione spontanea dei popoli occidentali 1Gli inviarono perciò messaggeri con proposte di pace: 2“Ecco, noi, servi del grande re Nabucodònosor, ci mettiamo davanti a te; fa' di noi quanto ti piacerà. 3Ecco, le nostre case e tutto il nostro territorio e tutti i campi di grano, le greggi e gli armenti e tutto il bestiame delle nostre tende sono a tua disposizione, perché te ne serva come a te piace. 4Anche le nostre città e i loro abitanti sono tuoi servi; vieni e trattale come ti è gradito”. 5Si presentarono dunque a Oloferne quegli uomini e si espressero con lui in questo tono. 6Egli scese allora con il suo esercito lungo la costa e pose presìdi nelle città fortificate, poi prelevò da esse uomini scelti come ausiliari. 7Quelle popolazioni con tutto il paese circostante lo accolsero con corone e danze e suono di tamburelli. 8Ma egli demolì tutti i loro templi e tagliò i boschi sacri, perché aveva ordine di distruggere tutti gli dèi della terra, in modo che tutti i popoli adorassero solo Nabucodònosor e tutte le lingue e le tribù lo invocassero come dio. 9Poi giunse in vista di Èsdrelon, vicino a Dotàim, che è di fronte alle grandi montagne della Giudea. 10Si accamparono fra Gebe e Scitòpoli e Oloferne rimase là un mese intero, per raccogliere tutto il bottino delle sue truppe.

__________________________ Note

3,8 adorassero solo Nabucodònosor: l’invasione militare deve comportare, per i popoli vinti, insieme alla sottomissione politica anche l’abbandono della propria religione. Il massimo dell’arroganza lo si ha qui nella pretesa di Nabucodònosor di essere invocato come dio. Un tempo i vincitori si limitavano a imporre ai vinti il culto dei loro dèi, cui attribuivano la propria vittoria; invece Antioco IV Epìfane (175-163) pretese per sé addirittura onori divini (vedi 2Mac 9,8-12).

3,9 Èsdrelon: la pianura che separa la Galilea dalla Samaria.

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Approfondimenti

2,28-3,4. A titolo di esempio l'autore propone la reazione delle città costiere all'avanzata dell'inesorabile esercito: un terrore incontenibile. Da qui la decisione di arrendersi incondizionatamente, come mostrano le formule usate in 3,1-4 («quanto ti piacerà... quel che tu vuoi... come ti piacerà»). Al vincitore si consegnano la vita (v. 2), le proprietà (v. 3), le città (v. 4). Da come l'autore ci ha presentato finora gli avvenimenti, la scelta delle città costiere risulta essere politicamente saggia e rispondente all'evolversi degli eventi: essa non è perciò soltanto espressione di codardia, ma è realistica accettazione del corso della storia. Anche questa esposizione prepara la reazione opposta dei capi e della popolazione giudaica: il terrore non giustifica la resa, lo strapotere del nemico non è ancora suggello che egli sia il vero arbitro degli eventi umani.

3,5-10. Le città della costa sono riuscite a stornare il pericolo, come mostra la reazione di Oloferne il quale si accontenta di farle presidiare e di arruolare gli uomini validi per aggregarli alle truppe ausiliarie (v. 6). Per questo trattamento di favore e lieti per lo scampato pericolo, i cittadini festeggiano il generale assiro ornandosi secondo uno stile diffusosi in epoca greca (un indizio quindi del periodo di composizione del testo), cioè cingendosi di corone (probabilmente di foglie e fiori, cfr. Sap 2,8) e danzando con accompagnamento musicale (una caratteristica manifestazione di letizia, cfr. Es 15,20; Gdc 11,34; 1Sam 18,6). Ora tuttavia si rende palese l'obiettivo nascosto della campagna militare e ancora l'autore biblico manifesta la sua capacità ironica. Il condottiero assiro elimina templi e «boschi sacri», espressione quest'ultima che traduce il greco alsē, un vocabolo che nella versione dei LXX rende in genere l'ebraico ’ašērâ, cioè un simbolo cultuale e il nome di una divinità (Asera), che rappresenta, secondo la visione profetica e deuteronomistica, una contaminazione del culto del vero Dio, JHWH, e che perciò va estirpata ed eliminata: questo è appunto quanto i re fedeli e retti devono compiere e perciò sono lodati dagli autori che ci hanno lasciato il resoconto delle gesta dei re di Giuda (cfr. 2Re 18,4: Ezechia; 2Re 23,14-15: Giosia). Il nostro autore tuttavia, lungi dal voler presentare un atto encomiabile compiuto dal generale assiro, preannuncia piuttosto ciò che aspetta il popolo giudaico: non è in gioco soltanto la supremazia politica, ma l'affermazione della vera divinità. «Adorare il solo Nabucodonosor» contrasta nettamente con la coscienza di fede che il popolo ebraico ha del suo Dio: soltanto il Dio d'Israele è Dio e nessun altro (cfr. in particolare Dt 6,1-13). Dal punto di vista storico, non abbiamo alcuna attestazione che i sovrani babilonesi e assiri esigessero dai loro sudditi di essere venerati come dei, nonostante che in tali culture fosse assai stretto il legame tra la divinità e il sovrano. Il fenomeno della pretesa di onori divini da parte dei sovrani si affermò in epoca ellenistica (dal III sec. a.C. in poi), con manifestazioni evidenti già a partire da Alessandro Magno e con maggiore incisività dapprima in Egitto (dove la dinastia dei Lagidi si pose in continuità con la tradizione faraonica, che venerava il re come dio) e poi in Siria, con Antioco IV Epitane, contro il quale il popolo giudaico, esasperato dalla politica religiosa del re, ingaggiò un'aspra lotta. Nel v. 8 si afferma che Oloferne «aveva l'ordine di distruggere tutti gli dei della terra»: sulla base di quanto Nabucodonosor aveva ordinato al suo generale (cfr. 2,5-13), questa azione di Oloferne eccede il mandato ricevuto, ma rappresenta comunque la logica conseguenza di un esercizio dispotico del potere, il quale non ammette né oppositori interni (cfr. 2,13), né possibili rivali all'esterno (1,5), né territori o nazioni escluse dal suo dominio. Già questo modo di concepire ed esercitare il potere rappresenta la pretesa umana di contrapporsi all'unico Signore, per questo Dio non può rimanere indifferente. Se finora il racconto è stato completamente determinato dall'estendersi e consolidarsi dell'impero, senza che alcunché potesse frapporsi a creare intralcio o rallentamento, quanto segue mostra appunto che la storia non è il teatro della sopraffazione umana, ma del provvidente intervento divino che salva coloro che si sottomettono a lui e in lui confidano.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Oloferne muove contro l’occidente 1Nell'anno diciottesimo, il giorno ventidue del primo mese, corse voce nel palazzo di Nabucodònosor, re degli Assiri, che egli avrebbe fatto vendetta contro tutte quelle regioni, come aveva detto. 2Radunò tutti i suoi ministri e tutti i dignitari, tenne con loro consiglio segreto e decise egli stesso la distruzione totale di quelle regioni. 3Essi decisero di sterminare tutti quelli che non si erano allineati con l'ordine da lui emanato. 4Quando ebbe finito la consultazione, Nabucodònosor, re degli Assiri, chiamò Oloferne, generale supremo del suo esercito, che teneva il secondo posto dopo di lui, e gli disse: 5“Questo dice il grande re, il signore di tutta la terra: “Ecco, partito dalla mia presenza, tu prenderai con te uomini di indiscusso valore: centoventimila fanti e un contingente di dodicimila cavalli con i loro cavalieri; 6quindi marcerai contro tutti i paesi di occidente, perché quelle regioni hanno disobbedito al mio comando. 7A costoro comanderai di preparare terra e acqua, perché con collera io piomberò su di loro e coprirò tutta la faccia della terra con i piedi del mio esercito e li darò in suo potere per il saccheggio. 8Quelli di loro che cadranno colpiti riempiranno le loro valli, e ogni torrente e fiume sarà pieno dei loro cadaveri fino a straripare; 9i loro prigionieri li condurrò fino agli estremi confini della terra. 10Tu dunque va' e occupa per me tutto il loro paese e, quando si saranno arresi a te, li terrai a mia disposizione fino al giorno del loro castigo. 11Quanto ai ribelli, il tuo occhio non li risparmierà dalla morte e dalla devastazione in tutto il territorio. 12Come è vero che vivo io e vive la potenza del mio regno, questo ho detto e questo farò di mia mano. 13E tu non trasgredire parola alcuna del tuo signore, ma porta a compimento con ogni cura ciò che ti ho comandato e non indugiare a eseguire queste cose”“. 14Partito dalla presenza del suo signore, Oloferne convocò tutti i comandanti, gli strateghi e gli ufficiali dell'esercito assiro; 15quindi, come gli aveva ordinato il suo signore, contò gli uomini che aveva scelto per la spedizione in numero di centoventimila, più dodicimila arcieri a cavallo, 16e li dispose come si usa schierare la truppa per la guerra. 17Prese poi cammelli e asini e muli in dotazione alle truppe, in numero grandissimo, e ancora pecore e buoi e capre, in quantità innumerevole per il loro vettovagliamento. 18Provvide ancora razioni in abbondanza per ciascun uomo e gran rifornimento d'oro e d'argento dal tesoro del re. 19Poi lui e tutte le sue truppe si misero in marcia, per precedere il re Nabucodònosor e coprire tutta la faccia della terra di occidente con i loro carri, i cavalieri e la fanteria scelta. 20Con loro si mise in cammino una moltitudine varia, numerosa come le cavallette e come la polvere del suolo, che non si poteva contare per la grande quantità. 21Partirono da Ninive camminando tre giorni in direzione della pianura di Bectilèt, e da Bectilèt andarono ad accamparsi vicino al monte che sta sulla sinistra della Cilicia superiore. 22Di là, con tutto il suo esercito, fanti e cavalli e carri, Oloferne si diresse verso la montagna. 23Devastò Fud e Lud, e depredò tutti i figli di Rassìs e gli Ismaeliti, che abitavano di fronte al deserto, a sud di Cheleòn. 24Passò l'Eufrate, attraversò la Mesopotamia e demolì tutte le città che s'innalzavano sul torrente Abronà, giungendo fino al mare. 25Invase i paesi della Cilicia, sterminò quanti gli si opponevano e arrivò ai confini meridionali di Iafet, di fronte all'Arabia. 26Accerchiò anche tutti i Madianiti, appiccò il fuoco alle loro tende e depredò il loro bestiame. 27Scese verso la pianura di Damasco nei giorni della mietitura del grano, diede fuoco a tutti i loro campi e votò allo sterminio le loro greggi e gli armenti, saccheggiò le loro città, devastò le loro campagne e passò a fil di spada tutti i loro giovani. 28Allora la paura e il terrore di lui si diffusero fra tutti gli abitanti della costa, quelli che si trovavano a Sidone e a Tiro, gli abitanti di Sur e di Okinà e tutti quelli di Iàmnia; anche gli abitanti di Azoto e di Àscalon furono presi da grande terrore.

__________________________ Note

2,1 Nell’anno diciottesimo: secondo Ger 52,29 è l’anno della seconda deportazione di Ebrei in Babilonia; l’anno seguente è l’anno della distruzione di Gerusalemme (Ger 52,12).

2,7 preparare terra e acqua: espressione tecnica persiana, con la quale si invitavano i popoli a sottomettersi agli invasori, offrendo la terra per porvi l’accampamento e l’acqua che si doveva trovare sul posto.

2,21-28 Bectilèt… Fud e Lud…: luoghi noti, come Ninive, Cilicia, Damasco, Sidone, Tiro, Azoto e Àscalon, vengono posti assieme a nomi di luoghi a noi totalmente sconosciuti, per evocare la vasta regione che si estende da Ninive, la capitale storica degli Assiri nella Mesopotamia settentrionale, fino alla costa del Mediterraneo (da Sidone ad Àscalon).

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Approfondimenti

2,1-20. Questo paragrafo si può segmentare in tre parti facilmente discernibili sia dal punto di vista contenutistico, che formale:

  • vv. 1-3: il proposito di vendetta del re è svelato ai suoi dignitari, i quali lo approvano e lo sostengono;
  • vv. 4-13: il compito di dirigere le operazioni belliche è affidato al secondo dignitario del regno, Oloferne, con una disposizione dettagliata sui criteri che devono presiedere alla campagna militare;
  • vv. 14-20: il generale assiro predispone l'esercito per la partenza, secondo gli ordini impartiti da Nabucodonosor.

2,1-3. Ora si passa all'argomento principale del racconto, ma prima penetriamo nella corte, per conoscere, anticipatamente rispetto ai protagonisti/vittime, il proposito del gran re. Ciò che prima era soltanto una minaccia (1, 12), che tra l'altro sembra non fosse nota alla sua corte, ora diviene palese e trova l'appoggio dei maggiorenti dell'impero.

2,4-13. L'entrata in scena di Oloferne è molto importante e va compresa alla luce degli ordini a lui impartiti, ma altresì dalla forma espositiva che il narratore attribuisce al re assiro. Oloferne è un nome persiano (orophernes nella lingua originaria), e siamo informati da fonti greche (Diodoro Siculo, XXXI, 19.2-3) che anche uno dei generali di Artaserse III Oco, allorché costui invase l'Asia Minore, portava un tale nome. Questo generale possiede già un potere grandissimo (occupa il «secondo posto» dopo il re), ma ora egli diventa la «mano» (v. 12) del gran re nell'esecuzione della sua vendetta. Guiderà un esercito imponente, che dovrà costringere alla sottomissione i popoli ribelli (v. 7: «preparare terra e acqua» è appunto una formula di origine persiana che indica l'atto di sottomissione, o la volontà di chiedere un trattato che garantisca l'inviolabilità) e sarà autorizzato al saccheggio, allo sterminio e alla deportazione (vv. 7-9) di coloro che si sono ribellati. L'ordine impartito dal re termina con una formula di giuramento (v. 12) e con una ingiunzione (v. 13): il comando di Nabucodonosor è perentorio; benché non contenga alcuna minaccia esplicita è evidente dal contesto il carattere intimidatorio della frase: anche Oloferne subirà una sorte terribile, se, come le nazioni occidentali, rifiuterà di eseguire l'ordine del re. Nonostante il posto elevato che occupa nella gerarchia dell'impero, nulla lo garantisce di fronte all'arbitrarietà di un potere assoluto, se non la sottomissione cieca al potere stesso, che è qui esaltato nelle sue conseguenze nefaste per i popoli che non lo riconoscono. Questo discorso ci pone infine di fronte a una prima attuazione del giuramento pronunciato dal re in 1,12: non era soltanto una esplosione momentanea di rabbia, ma un proposito deliberato.

2,14-20. All'ordine impartito dal re corrisponde un'esecuzione puntuale da parte del generale: fin dalle prime battute il lettore è perciò avvertito che Oloferne non lascerà nulla di intentato per attuare il desiderio espresso da Nabucodonosor. L'autore indugia sulla descrizione dell'esercito, perché vuole impressionare il suo lettore e nello stesso tempo far comprendere quale sensazione di terrore abbia suscitato nei paesi occidentali la notizia dell'approntamento di tale macchina bellica.

2,21-3,10. La descrizione della campagna si suddivide in tre parti:

  • 2,21-27: l'itinerario seguito dalla spedizione;
  • 2,28-3,4: il terrore induce le popolazioni della costa palestinese a capitolare;
  • 3,5-10: il comportamento di Oloferne manifesta il vero intento che presiede alla spedizione militare, il riconoscimento del carattere divino del re assiro.

2,21-27. L'itinerario descritto è alquanto inusitato e improbabile. L'esercito infatti, partendo da Ninive, per raggiungere l'Occidente procede con un movimento a zigzag che inoltre non può essere effettuato nel breve arco di tempo a lui accordato dall'autore del libro (cfr. per i dati cronologici 2,1.27; 3,10; 4,5). Si può certamente supporre, con molti esegeti, che il testo sia in disordine, oppure che l'autore non conoscesse affatto la geografia mediorientale. Non si deve tuttavia escludere un'esigenza di completezza e la volontà deliberata di impressionare ulteriormente il lettore: attorno a Giuda si fa piazza pulita, a nord, a sud, a est e a ovest. Nulla resiste all'impeto dell'armata assira. L'avanzata dell'esercito, infine, non trova alcuna resistenza: chiunque cede di fronte al suo strapotere, e tutto è distrutto dalla sua violenza incontenibile. Una tale descrizione va compresa da un punto di vista ironico: come si vedrà in seguito, l'esercito che fa piazza pulita di tutto è costretto ad arrestarsi di fronte a una piccola città dell'entroterra palestinese (ma come può opporsi a tale impeto bellicoso?); l'armata che ha terrorizzato una regione intera, senza incontrare resistenza, si trova confrontata con un minuscolo popolo che si appresta a opporre resistenza (che il lettore informato da questi primi resoconti non può che ritenere insensata e vana).

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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L’ARROGANZA DI NABUCODÒNOSOR (1,1-3,10)

Guerra di Nabucodònosor contro Arfacsàd 1Nell'anno dodicesimo del regno di Nabucodònosor, che era il re degli Assiri nella grande città di Ninive, Arfacsàd regnava sui Medi a Ecbàtana. 2Questi edificò intorno a Ecbàtana mura con pietre tagliate della misura di tre cubiti di larghezza e sei cubiti di lunghezza, portando l'altezza del muro a settanta cubiti e la larghezza a cinquanta cubiti. 3Alle porte della città costruì le torri murali alte cento cubiti e larghe alla base sessanta cubiti; 4costruì le porte portandole fino all'altezza di settanta cubiti: la larghezza di ciascuna era di quaranta cubiti, per il passaggio del suo esercito e l'uscita in parata dei suoi fanti. 5In quel tempo il re Nabucodònosor mosse guerra al re Arfacsàd nella grande pianura, cioè nella piana che si trova nel territorio di Ragàu. 6A fianco di costui si schierarono tutti gli abitanti delle montagne e quelli della zona dell'Eufrate, del Tigri e dell'Idaspe e gli abitanti della pianura soggetta ad Ariòc, re degli Elamiti. Così molte genti si trovarono adunate in aiuto dei figli di Cheleùd. 7Allora Nabucodònosor, re degli Assiri, spedì messaggeri a tutti gli abitanti della Persia e a tutti gli abitanti delle regioni occidentali: a quelli della Cilicia e di Damasco, del Libano e dell'Antilibano, a tutti gli abitanti della fascia litoranea 8e a quelli che appartenevano alle popolazioni del Carmelo e di Gàlaad, della Galilea superiore e della grande pianura di Èsdrelon, 9a tutti gli abitanti della Samaria e delle sue città, a quelli che stavano oltre il Giordano fino a Gerusalemme, Batane, Chelus, Kades e al torrente d'Egitto, nonché a Tafni, a Ramesse e a tutto il paese di Gessen, 10sino alla regione al di sopra di Tanis e Menfi, e a tutti gli abitanti dell'Egitto sino ai confini dell'Etiopia. 11Ma gli abitanti di tutte queste regioni disprezzarono l'invito di Nabucodònosor, re degli Assiri, e non volevano seguirlo nella guerra, perché non avevano alcun timore di lui, che agli occhi loro era come un uomo qualunque. Essi rimandarono i suoi messaggeri a mani vuote e con disonore. 12Allora Nabucodònosor si accese di sdegno terribile contro tutte queste regioni e giurò per il suo trono e per il suo regno che si sarebbe vendicato, devastando con la spada i paesi della Cilicia, di Damasco e della Siria, tutte le popolazioni della terra di Moab, gli Ammoniti, tutta la Giudea e tutti gli abitanti dell'Egitto fino al limite dei due mari. 13Quindi marciò con l'esercito contro il re Arfacsàd nel diciassettesimo anno, e prevalse su di lui in battaglia, travolgendo l'esercito di Arfacsàd con tutta la sua cavalleria e tutti i suoi carri. 14S'impadronì delle sue città, giunse fino a Ecbàtana e ne espugnò le torri, ne saccheggiò le piazze e ridusse il suo splendore in ludibrio. 15Poi sorprese Arfacsàd sui monti di Ragàu, lo trafisse con le sue lance e lo tolse di mezzo per sempre. 16Fece quindi ritorno a Ninive con tutto l'insieme delle sue truppe, che era una moltitudine infinita di guerrieri, e si fermò là, egli e il suo esercito, oziando e banchettando per centoventi giorni.

__________________________ Note

1,1 Nabucodònosor: noto ai lettori della Bibbia in quanto re dei Babilonesi (605-562), artefice della distruzione di Gerusalemme e della deportazione degli Ebrei in Babilonia, diventa qui figura emblematica del monarca potente e arrogante, contro cui deve battersi il popolo di Dio. Viene presentato come re dell’impero degli Assiri – la cui capitale era appunto Ninive, distrutta proprio dai Babilonesi, alleati con i Medi, nel 612 –, forse perché gli Assiri erano conosciuti per la loro ferocia. Come antagonista di Nabucodònosor si mette in scena Arfacsàd, che potrebbe forse ricalcare la figura di Fraorte (675-653), fondatore del regno di Media, con capitale Ecbàtana.

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Approfondimenti

Il capitolo 1 si articola in questo modo:

  • vv. 1-4: Arfacsad: un potere che contrasta quello di Nabucodonosor;
  • vv. 5-6: Nabucodonosor decide di combattere. I vassalli orientali si schierano con lui;
  • vv. 7-10: Nabucodonosor alla ricerca di alleati: ambasciate alle regioni occidentali;
  • v. 11: reazione negativa degli occidentali: il potere di Nabucodonosor non incute timore;
  • v. 12: Nabucodonosor giura vendetta.

La trama del racconto si delinea;

  • vv. 13-15: il potere di Nabucodonosor, messo alla prova, risulta formidabile;
  • v. 16: interludio: si festeggia la vittoria.

1,1-6. La scena con cui si apre il libro di Giuditta è estremamente elaborata e funge da contrasto a quanto segue nel racconto: Nabucodonosor, un nome temuto da qualsiasi lettore giudeo, è il re di Babilonia (604-562 a.C.) che nel 587/6 distrusse Gerusalemme e ne deportò la classe dirigente e parte della popolazione. Egli non fu mai definito “re degli Assiri”, né la sua capitale fu Ninive. Questo era certamente noto ai lettori originari del testo. Tale confusione, invece che denotare carenza di senso storico da parte dell'autore del libro, potrebbe voler indicare già fin dall'inizio che questo re è da intendere come il tipo, il modello di ogni potere che si erge con tracotanza contro il volere divino. La menzione dell'Assiria non è tuttavia da ritenere puramente fortuita: l'accenno ad essa rimanda a una gestione del potere attraverso il terrore, sia attuando delle deportazioni di massa, «che essi [...] praticarono con tale sistematicità e brutalità da diventare per il mondo posteriore i veri artefici di questa pratica», sia nell'accanimento sistematico verso i vinti, tramite torture di vario genere, di cui è rimasta memoria nei rilievi parietali e nelle iscrizioni assire, quasi che essi volessero «essere ricordati come uomini crudeli, essere visti come brutali; [...] il sovrano assiro poi è il realizzatore in prima persona delle distruzioni e degli stermini: non si qualifica come “pastore del popolo”, ma come “vendicatore del dio Assur”, come furia devastatrice, come ferreo padrone e signore delle genti» (G. Pettinato).

Prima ancora di definire il carattere di Nabucodonosor, il narratore costringe tuttavia il lettore a soffermarsi su un potere che lo contrasta: Arfacsad. Il nome ricorre tra i discendenti di Sem in Gn 10,22.24; 11,10.11.12.13; 1Cr 1,17.18.24. Non si conosce alcun re medo o persiano che portasse tale nome e ogni tentativo di identificazione non è stato finora supportato. Per mostrare il suo potere si descrive la sua capitale, Ecbatana (attuale Hamadan), che assurse a grande importanza come residenza estiva dei re dell'impero achemenide e più tardi dei Parti. Di questa città si descrivono soprattutto le imponenti fortificazioni. Una città maestosa, espugnata senza fatica: così inizia il libro di Giuditta, con un'ironia decisiva, giacché lo stesso re che saprà compiere un'impresa di tale clamore, non riuscirà poi nell'intento di espugnare un'oscura borgata di Palestina.

5-6. La decisione presa da Nabucodonosor di combattere contro Arfacsad non è motivata e già questo chiarisce l'attitudine del personaggio: una volontà di dominio, di pretese egemoniche, che non sopportano nulla che possa limitare il proprio impero. Il luogo dello scontro è indicato con “la pianura di Ragau”, una località sita a ca. 160 km da Ecbatana, identificata con la moderna città di Rai (frequentemente menzionata nel libro di Tobia con il nome di Rage, cfr. Tb 1,14; 4,1; 5,6). A fianco di Nabucodonosor si schierano numerose popolazioni (v. 6), provenienti dagli altipiani dell'Iran occidentale (Zagros), dalla Mesopotamia, dalle regioni attorno a Susa (identificando l'Idaspe con il Choaspe, un fiume che scorreva a ovest di Susa) e dalle province orientali.

1,7-11. La battaglia tuttavia non ha ancora inizio: ancora una volta, senza fornire motivazioni, il narratore ci informa di una nuova iniziativa di Nabucodonosor. Egli invia messaggeri a tutte le nazioni poste a occidente del suo stato, perché concorrano alla sua impresa contro Arfacsad. La richiesta non è dovuta al timore di essere sopraffatto dall'esercito nemico, giacché con le sole forze orientali egli sarà in grado di debellarlo; ci troviamo invece di fronte a una evidente prova di lealtà: il gran re mette alla prova i suoi vassalli (o tributari) per verificarne l'affidabilità e soprattutto la considerazione che di lui hanno.

11. Ora si evidenzia chiaramente qual è la posta in gioco: «non avevano alcun timore di lui». A questo punto del racconto nulla di per sé fa temere Nabucodonosor, se non i suoi propositi: il narratore non ci ha ancora fornito alcun segno della sua potenza (piuttosto ha decantato quella del suo avversario), inoltre proprio nel momento cruciale abbiamo visto questo re cercare alleati: che non si senta più sicuro di riuscire? Secondo la traduzione BC i vassalli vedrebbero in Nabucodonosor «un uomo qualunque»; ma possiamo prendere alla lettera il testo greco «un uomo solo», cioè un uomo privo di appoggi, quindi isolato e senza alcuna possibilità di nuocere. Questo spiega ancor meglio perché essi non si lascino intimorire dalle sue ambasciate.

1,12-16. Al v. 12 riemerge l'attitudine di Nabucodonosor: i suoi propositi di dominio ora si mutano in impegno solenne a vendicare l'offesa subita. In questo versetto è annunciata la susseguente campagna militare del re, esposta a partire dal c. 2.

13-15. Quello che finora era rimasto solo una incombente minaccia, si rivela in tutta la sua crudezza: la bramosia di potere ha come supporto uno strumento bellico formidabile. L'esercito dell'oppositore è travolto, la sua capitale distrutta, Arfacsad tolto di mezzo. Siamo nel «diciassettesimo anno» del regno di Nabucodonosor, che secondo la cronologia a noi nota del re babilonese corrisponde all'anno precedente la distruzione di Gerusalemme (588 a.C.). Come risulta da 2,1 vi è una intenzionale armonizzazione tra i fatti di Giuditta e la campagna occidentale di Nabucodonosor: l'autore sembra voler contrapporre al ricordo della disfatta di Giuda il racconto della vittoria conseguita da Giuditta.

16. La vicenda si arresta nuovamente: il re rientra con le truppe nella sua capitale e festeggia la vittoria. Ora che si è dimostrato il valore del condottiero assiro, ci viene descritto anche il suo esercito: «una moltitudine infinita». Per quattro mesi durano i festeggiamenti: la notizia della caduta di Ecbatana può giungere a quegli stati vassalli che non hanno tenuto conto della potenza di Nabucodonosor. Quale sarà la loro reazione alla notizia? E inoltre: il giuramento pronunciato nel v. 12 sarà mantenuto?

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Le ultime volontà di Tobi 1 Così Tobi terminò il suo canto di ringraziamento. 2Tobi morì in pace all'età di centododici anni e fu sepolto con onore a Ninive. Egli aveva sessantadue anni quando divenne cieco; dopo la sua guarigione visse nella prosperità, praticò l'elemosina e continuò sempre a benedire Dio e a celebrare la sua grandezza. 3Quando stava per morire, chiamò il figlio Tobia e gli diede queste istruzioni: 4”Figlio, porta via i tuoi figli e rifùgiati in Media, perché io credo alla parola di Dio che Naum ha pronunciato su Ninive. Tutto dovrà accadere, tutto si realizzerà sull'Assiria e su Ninive, come hanno predetto i profeti d'Israele, inviati da Dio; non una delle loro parole andrà a vuoto. Ogni cosa si realizzerà a suo tempo. Vi sarà maggior sicurezza in Media che in Assiria o in Babilonia. Perché io so e credo che quanto Dio ha detto si compirà e avverrà, e non andrà a vuoto alcuna delle sue parole. I nostri fratelli che abitano il paese d'Israele saranno tutti dispersi e deportati lontano dalla loro amata terra e tutto il paese d'Israele sarà ridotto a un deserto. Anche Samaria e Gerusalemme diventeranno un deserto e il tempio di Dio sarà nell'afflizione e resterà bruciato fino a un certo tempo. 5Poi di nuovo Dio avrà pietà di loro e li ricondurrà nella terra d'Israele. Essi ricostruiranno il tempio, ma non uguale al primo, fino al momento in cui si compirà il tempo stabilito. Dopo, torneranno tutti dall'esilio e ricostruiranno Gerusalemme nella sua magnificenza, e il tempio di Dio sarà ricostruito, come hanno preannunciato i profeti d'Israele. 6Tutte le nazioni che si trovano su tutta la terra si convertiranno e temeranno Dio nella verità. Tutti abbandoneranno i loro idoli, che li hanno fatti errare nella menzogna, e benediranno il Dio dei secoli nella giustizia. 7Tutti gli Israeliti che saranno scampati in quei giorni e si ricorderanno di Dio con sincerità, si raduneranno e verranno a Gerusalemme, e per sempre abiteranno tranquilli la terra di Abramo, che sarà data loro in possesso. Coloro che amano Dio nella verità gioiranno; coloro invece che commettono il peccato e l'ingiustizia spariranno da tutta la terra. 8Ora, figli, vi raccomando: servite Dio nella verità e fate ciò che a lui piace. Anche ai vostri figli insegnate a fare la giustizia e l'elemosina, a ricordarsi di Dio, a benedire il suo nome in ogni tempo, nella verità e con tutte le forze. 9Tu dunque, figlio, parti da Ninive, non restare più qui. Dopo aver sepolto tua madre vicino a me, quel giorno stesso non devi più restare entro i confini di Ninive. Vedo infatti trionfare in essa molta ingiustizia e grande perfidia, e nessuno se ne vergogna. 10Vedi, figlio, quanto ha fatto Nadab al padre adottivo Achikàr. Non è stato egli costretto a scendere ancora vivo sotto terra? Ma Dio ha rigettato l'infamia in faccia al colpevole: Achikàr ritornò alla luce, mentre Nadab entrò nelle tenebre eterne, perché aveva cercato di uccidere Achikàr. Per aver praticato l'elemosina, Achikàr sfuggì al laccio mortale che gli aveva teso Nadab; Nadab invece cadde in quel laccio, che lo fece perire. 11Così, figli miei, vedete dove conduce l'elemosina e dove conduce l'iniquità: essa conduce alla morte. Ma ecco, mi manca il respiro!“. Essi lo distesero sul letto; morì e fu sepolto con onore. 12Quando morì la madre, Tobia la seppellì vicino al padre, poi partì per la Media con la moglie e i figli. Abitò a Ecbàtana, presso Raguele suo suocero. 13Curò con onore i suoceri nella loro vecchiaia e li seppellì a Ecbàtana in Media. Tobia ereditò il patrimonio di Raguele e quello del padre Tobi. 14Morì all'età di centodiciassette anni onorato da tutti. 15Prima di morire sentì parlare della rovina di Ninive e vide i prigionieri che venivano deportati in Media per opera di Achikàr, re della Media. Allora benedisse Dio per quanto aveva fatto nei confronti degli abitanti di Ninive e dell'Assiria. Prima di morire poté dunque gioire della sorte di Ninive e benedisse il Signore Dio nei secoli dei secoli.

__________________________ Note

14,1 Il testamento morale di Tobi al figlio comprende, secondo uno schema tradizionale (Gen 47,29; 49; Dt 33; 1Re 2,1-9), predizioni (vv. 4-7) e raccomandazioni (vv. 8-11).

14,4 parola di Dio che Naum ha pronunciato su Ninive: tutto il libretto di Naum (metà del sec. VII) era rivolto contro Ninive, annunziandone la caduta nel momento del suo apogeo. La città venne distrutta dai Medi alleati con i Babilonesi nel 612.

14,5 ricostruiranno il tempio: la distruzione del tempio era avvenuta nel 587; la sua ricostruzione si compì dopo l’esilio negli anni 520-515.

14,10 quanto ha fatto Nadab: si riprende il romanzo di Achikàr (vedi nota a 1,21). Egli aveva aiutato e protetto il nipote Nadab, il quale però, mosso dall’ambizione di prenderne il posto, l’aveva calunniato, ottenendone così la condanna. Ma una volta che si venne a scoprire la verità, l’uno fu premiato e l’altro condannato.

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Approfondimenti

Il c. 14 è l'epilogo, con l'elogio del protagonista proposto come modello di vero Israelita. La biografia è ridotta al minimo; prevale il discorso e la riflessione. Il v. 1 costituisce una perfetta inclusione con 13,1 per delimitare il cantico di Tobi.

La prima parte (vv. 1-11) riguarda Tobi ed è incorniciata dall'inclusione «fu sepolto con onore» (vv. 2.11): è il testamento spirituale di Tobi.

La seconda parte (vv. 12-14) riguarda Tobia che emigra nella Media e muore a 117 anni. Tobi muore all'età di 112 anni. La sua vita fu quella di un vero Israelita: riconobbe e lodò il Signore, praticò la solidarietà fraterna, visse nella felicità. «Praticare l'elemosina», da noi reso con “praticare la solidarietà fraterna”, è formula che ricorre non solo qui (v. 2) ma spesso nel libro (1,16; 4,7.8.11.16; 12,8.9; 14,10.11) per indicare la solidarietà con i fratelli ebrei. Prima di morire, Tobi dà al figlio «istruzioni» (v. 3) in forma di profezia e di raccomandazioni. Il figlio deve emigrare in Media (v. 4) perché si adempirà la profezia di Nahum (1-3) sulla caduta di Ninive. Il popolo d'Israele andrà in esilio e il paese sarà devastato (cfr. le profezie di Is e Ger; Dt 11,17; 28,63-64), ma gli Ebrei ritorneranno in patria, ricostruiranno Gerusalemme e il tempio (v. 5), secondo le parole dei profeti. Ci sarà anche un “ritorno” interiore, cioè la conversione dall'idolatria al Dio vero (v. 6). Sarà allora un futuro di tranquillità e di gioia (v. 7); gli empi e gli iniqui «spariranno da tutta la terra» (v. 7).

Non solo al figlio Tobia, ma ai «figli» (v. 8) del popolo di Dio, Tobi indica sinteticamente le regole di una vita retta: fare la volontà di Dio sinceramente, fare la giustizia e l'elemosina, «ricordarsi di Dio» pregandolo e lodandolo (v. 8).

Ripetuto l'invito a lasciare Ninive, Tobi raccomanda al figlio di seppellire la madre presso di lui (v. 9).

Il v. 10 è costruito sull'opposizione Nadab-Achikar, nominati entrambi 4 volte secondo lo schema Nadab-Achikar / Achikar-Nadab / Achikar-Achikar / Nadab-Nadab. La sorte dei due è esattamente opposta: Achikar ritornò alla luce, sfuggì al laccio mortale; Nadab entrò nelle tenebre, cadde nel laccio che lo fece morire. La salvezza di Achikar è spiegata: per aver «praticato l'elemosina». L'esempio di Achikar prova la buona scelta esistenziale di Tobi e ne prefigura la ricompensa: ecco, infatti, dove conducono l'elemosina e l'iniquità (v. 11). In un libro, di cui conosciamo frammenti del sec. V a.C. scoperti a Elefantina e scritti in aramaico, si racconta la storia di Achikar, sapiente primo ministro del re assiro Sennacherib. Rimasto senza figli, egli decise di avere per suo erede il nipote Nadab, che adottò come figlio. Una raccolta di massime sapienziali interrompe a questo punto il racconto, che riprende poi narrando come Nadab abbia accusato lo zio presso il re, che condannò a morte Achikar. Questi però riuscì a mettersi in salvo, grazie a un amico, nascondendosi in un sotterraneo. Intanto in Assiria scoppiò una crisi politica nei rapporti con l'Egitto e Sennacherib, venuto a sapere che Achikar era ancora vivo, lo richiamò ad assumere la sua carica. Achikar sistemò le faccende politiche in favore dell'Assiria, ma poi chiese a Sennacherib l'autorizzazione per punire il suo perfido nipote, al quale è rivolta la seconda raccolta di massime sapienziali, con cui si chiude il libro.

14,12-15. In Tobia continua la vita del padre. Tobia è presentato come modello di pietà filiale, sia nell'obbedienza al comando paterno di trasferirsi in Media sia nell'onorifica sepoltura data ai genitori e ai suoceri (si noti la ripetizione ai vv. 11.13 dell'espressione «con onore»). L'eredità avuta dal padre e dal suocero, l'età di 117 anni e la stima di tutti sono segno della benedizione divina. A ciò si deve aggiungere la gioia per la caduta di Ninive, sebbene ciò contrasti con la “profezia” paterna sulla conversione dei pagani (solo al v. 6 in tutto l'AT: cfr. Gn 35,4). Questa è l'unica notizia nell'AT dell'avvenuta distruzione di Ninive più volte preannunciata (cfr. per es. Na 3,7; Sof 2,13-15). Il libro iniziava con la notizia della deportazione di Tobi in Assiria (1,2), ora termina con la deportazione dei Niniviti. Ninive fu distrutta da Ciassare, re dei Medi, insieme a Nabucodonosor, re di Babilonia, nel 612 a.C.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Il futuro di Gerusalemme 1Allora Tobi disse: 2“Benedetto Dio che vive in eterno, benedetto il suo regno; egli castiga e ha compassione, fa scendere agli inferi, nelle profondità della terra, e fa risalire dalla grande perdizione: nessuno sfugge alla sua mano. 3Lodatelo, figli d'Israele, davanti alle nazioni, perché in mezzo ad esse egli vi ha disperso 4e qui vi ha fatto vedere la sua grandezza; date gloria a lui davanti a ogni vivente, poiché è lui il nostro Signore, il nostro Dio, lui il nostro Padre, Dio per tutti i secoli. 5Vi castiga per le vostre iniquità, ma avrà compassione di tutti voi e vi radunerà da tutte le nazioni, fra le quali siete stati dispersi. 6Quando vi sarete convertiti a lui con tutto il cuore e con tutta l'anima per fare ciò che è giusto davanti a lui, allora egli ritornerà a voi e non vi nasconderà più il suo volto. 7Ora guardate quello che ha fatto per voi e ringraziatelo con tutta la voce; benedite il Signore che è giusto e date gloria al re dei secoli. 8Io gli do lode nel paese del mio esilio e manifesto la sua forza e la sua grandezza a un popolo di peccatori. Convertitevi, o peccatori, e fate ciò che è giusto davanti a lui; chissà che non torni ad amarvi e ad avere compassione di voi. 9Io esalto il mio Dio, l'anima mia celebra il re del cielo ed esulta per la sua grandezza. 10 ⌈ Tutti ne parlino e diano lode a lui in Gerusalemme.⌉ Gerusalemme, città santa, egli ti castiga per le opere dei tuoi figli, ma avrà ancora pietà per i figli dei giusti. 11Da' lode degnamente al Signore e benedici il re dei secoli; egli ricostruirà in te il suo tempio con gioia, 12per allietare in te tutti i deportati e per amare in te tutti gli sventurati, per tutte le generazioni future. 13Una luce splendida brillerà sino ai confini della terra: nazioni numerose verranno a te da lontano, gli abitanti di tutti i confini della terra verranno verso la dimora del tuo santo nome, portando in mano i doni per il re del cielo. Generazioni e generazioni esprimeranno in te l'esultanza e il nome della città eletta durerà per le generazioni future. 14Maledetti tutti quelli che ti insultano! Maledetti tutti quelli che ti distruggono, che demoliscono le tue mura, rovinano le tue torri e incendiano le tue abitazioni! Ma benedetti per sempre tutti quelli che ti temono. 15Sorgi ed esulta per i figli dei giusti, tutti presso di te si raduneranno e benediranno il Signore dei secoli. Beati coloro che ti amano, beati coloro che esulteranno per la tua pace. 16Beati coloro che avranno pianto per le tue sventure: gioiranno per te e vedranno tutta la tua gioia per sempre. Anima mia, benedici il Signore, il grande re, 17perché Gerusalemme sarà ricostruita come città della sua dimora per sempre. Beato sarò io, se rimarrà un resto della mia discendenza per vedere la tua gloria e dare lode al re del cielo. Le porte di Gerusalemme saranno ricostruite con zaffìro e con smeraldo e tutte le sue mura con pietre preziose. Le torri di Gerusalemme saranno ricostruite con oro e i loro baluardi con oro purissimo. Le strade di Gerusalemme saranno lastricate con turchese e pietra di Ofir. 18Le porte di Gerusalemme risuoneranno di canti di esultanza, e in tutte le sue case canteranno: “Alleluia! Benedetto il Dio d'Israele e benedetti coloro che benedicono il suo santo nome nei secoli e per sempre!“”.

__________________________ Note

13,1 Allora Tobi disse: l’inno è messo in bocca a Tobi: il padre di Tobia, in quanto uomo giusto, è considerato il protagonista del racconto. L’inno richiama diversi altri testi biblici, ad es. Es 15; Gdt 16; Is 60; 62.

13,10ab NVg (13,8) invece: Benedite il Signore, tutti voi eletti, / e voi tutti lodate la sua maestà. / Trascorrete giorni di gioia e date gloria a lui.

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Approfondimenti

Di squisita fattura letteraria, questo salmo di ringraziamento si divide in due parti:

  • a) vv. 1-9;
  • b) vv. 11-18.

Il v. 10 fa da congiunzione tra le due parti; proclama un concetto-chiave: la forza e la grandezza di Dio verso i peccatori che Dio castiga e ai quali usa misericordia. Il codice S omette i vv. 8-11, presenti in tutti gli altri manoscritti e anche in un frammento aramaico di Qumran.

Nella prima parte (vv. 1-9), Dio è lodato perché ha guidato Tobi e il suo popolo anche durante l'esilio; nella seconda parte (vv. 11-18) la lode di Dio risuona nella nuova Gerusalemme. Il cantico lascia trasparire segni di una composizione cui hanno collaborato più mani: si passa infatti, per es., dall'«io» al «tu» e al «voi» e all'impersonale. La vicenda di Tobi è solo vagamente e allusivamente ricordata (v. 8), mentre l'interesse è puntato tutto sulla condizione dell'intero popolo in esilio. Dalla lode si passa spontaneamente alla parenesi.

Il cantico riprende la teologia di Dt che interpreta i disastri e le sventure della nazione come conseguenza dell'infedeltà alla legge di JHWH e la applica all'individuo (vv. 5-6; cfr. Dt 30,1-3; 4,40; 5,29, ecc.). L'esilio è un castigo, ma non definitivo; ha una funzione salutare, cioè di indurre il popolo di Israele a convertirsi al suo Dio. In altre parole, Dio vuole un bene (la conversione) e in vista di esso interviene a impedire un male (l'esilio). Anche il linguaggio risente dello stile deuteronomistico, per es. in 13,6: «con tutto il cuore e con tutta l'anima».

Dio è «il Signore, il nostro Dio, il nostro Padre, il Dio per tutti i secoli» (v. 4); è «il Signore della giustizia» e «il re dei secoli» (v. 7); è «il re del cielo» (v. 9) e «il Signore dei secoli» (v. 15), «il Dio d'Israele» (v. 18). Si congiungono titoli che mettono in luce il legame di Dio con Israele ad altri che lo presentano come creatore. Il titolo «nostro Padre» (v. 4) è abbastanza raro nell'AT (cfr. Dt 32,6; Is 63,16; Ger 3,4). La salvezza è già presente: «Ora contemplate ciò che ha operato con voi» (v. 7); la storia di Tobia resta sullo sfondo come evento tipico della salvezza già data. Ma l'attuazione della salvezza è legata alla libertà umana; di qui l'espressione «chi sa» (v. 8) riferita a Dio ma in relazione alla possibile conversione del popolo.

I v. 11-18 si ispirano liberamente soprattutto a testi del libro di Isaia: per la gioia del v. 12 cfr. Is 65,19; 66,14; per il pellegrinaggio dei popoli al v. 13 cfr. Is 2,1-5 e Is 60; per il v. 14 cfr. Is 54,15-17 e Sal 137; per il v. 16 cfr. Is 66,10. La ricostruzione di Gerusalemme (v. 17) evoca Sal 51,20; Is 49,17; 61,4. Per il v. 18 cfr. Is 60,18. La rinnovazione del popolo è legata alla ricostruzione del «tempio» (vv. 11.13.17). La gioia del ritorno fa parte del tempo della salvezza (cfr. Is 60,4.9).

Nei v. 17-18 è tracciata un immagine ideale della nuova, ricostruita Gerusalemme (nominata 5 volte), con le torri d'oro, i baluardi di oro finissimo, le strade lastricate con turchese e pietra di Ofir presso le coste d'Etiopia, le porte di zaffiro e di smeraldo. È una città piena di canti d'esultanza e in ogni casa si cantano le lodi del Signore.

Al centro di ambedue le parti dell'inno (vv. 5.15) sta il ritorno dall'esilio e la riunione dei veri Israeliti nella loro patria e a Gerusalemme. La «città eletta» (v. 13; cfr. Is 62,4.12), Gerusalemme, diventa il centro del popolo di Dio e del mondo intero; essa sarà la «città santa» (v. 10). Là dimora «il santo nome» di Dio (v. 13). La conversione è la condizione richiesta perché il futuro splendido sognato si realizzi. Coerentemente con tutto il libro, la conversione è «operare la giustizia» (vv. 6.8), cioè la prassi di solidarietà e amore del prossimo quali segni caratteristici del vero Israelita, qual è Tobi.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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L’angelo Raffaele si fa riconoscere 1Terminate le feste nuziali, Tobi chiamò suo figlio Tobia e gli disse: “Figlio mio, pensa a dare la ricompensa dovuta a colui che ti ha accompagnato e ad aggiungere qualcos'altro alla somma pattuita”. 2Gli disse Tobia: “Padre, quanto dovrò dargli come compenso? Anche se gli dessi la metà dei beni che egli ha portato con me, non ci perderei nulla. 3Egli mi ha condotto sano e salvo, ha guarito mia moglie, ha portato con me il denaro, infine ha guarito anche te! Quanto ancora posso dargli come compenso?“. 4Tobi rispose: “Figlio, è giusto che egli riceva la metà di tutti i beni che ha riportato”. 5Fece dunque venire l'angelo e gli disse: “Prendi come tuo compenso la metà di tutti i beni che hai riportato e va' in pace”. 6Allora Raffaele li chiamò tutti e due in disparte e disse loro: “Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome. Fate conoscere a tutti gli uomini le opere di Dio, come è giusto, e non esitate a ringraziarlo. 7È bene tenere nascosto il segreto del re, ma è motivo di onore manifestare e lodare le opere di Dio. Fate ciò che è bene e non vi colpirà alcun male. 8È meglio la preghiera con il digiuno e l'elemosina con la giustizia, che la ricchezza con l'ingiustizia. Meglio praticare l'elemosina che accumulare oro. 9L'elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno l'elemosina godranno lunga vita. 10Coloro che commettono il peccato e l'ingiustizia sono nemici di se stessi. 11Voglio dirvi tutta la verità, senza nulla nascondervi: vi ho già insegnato che è bene nascondere il segreto del re, mentre è motivo d'onore manifestare le opere di Dio. 12Ebbene, quando tu e Sara eravate in preghiera, io presentavo l'attestato della vostra preghiera davanti alla gloria del Signore. Così anche quando tu seppellivi i morti. 13Quando poi tu non hai esitato ad alzarti e ad abbandonare il tuo pranzo e sei andato a seppellire quel morto, allora io sono stato inviato per metterti alla prova. 14Ma, al tempo stesso, Dio mi ha inviato per guarire te e Sara, tua nuora. 15Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti a entrare alla presenza della gloria del Signore”. 16Allora furono presi da grande timore tutti e due; si prostrarono con la faccia a terra ed ebbero una grande paura. 17Ma l'angelo disse loro: “Non temete: la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli. 18Quando ero con voi, io stavo con voi non per bontà mia, ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. 19Quando voi mi vedevate mangiare, io non mangiavo affatto: ciò che vedevate era solo apparenza. 20Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Ecco, io ritorno a colui che mi ha mandato. Scrivete tutte queste cose che vi sono accadute”. E salì in alto. 21Essi si rialzarono, ma non poterono più vederlo. 22Allora andavano benedicendo e celebrando Dio e lo ringraziavano per queste grandi opere, perché era loro apparso l'angelo di Dio.

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Approfondimenti

Il c. 12 è un'unità in sé conclusa e il punto culminante della narrazione del viaggio iniziata in 4,1. Lo stile antologico del capitolo attinge soprattutto a Gn 17 e Gdc 13. Dare come ricompensa a Raffaele la metà dei propri beni è segno, secondo i costumi testimoniati nella Bibbia, di grande generosità (cfr. Est 5,3.6; 7,2; Mc 6,23). I quattro motivi addotti (v. 3) giustificano una tale ricompensa. Al v. 5 Raffaele è chiamato proletticamente «angelo», anche se non si è ancora svelato come tale. Dal v. 6 inizia il discorso di Raffaele, riservato solo a Tobi e al figlio: è la sua autorivelazione. L'angelo invita a riconoscere ed annunciare pubblicamente le opere di Dio; si comporta come un maestro di sapienza e cita Prv 25,2.

Nel v. 7 si suppone che all'azione segua la sua conseguenza; perciò se si agisce bene, non verrà alcuna disgrazia, mentre il peccato e l'ingiustizia producono morte (v. 10) (cfr. Prv 29,24). È la cosiddetta teoria sapienziale della “azione-conseguenza”

Il v. 8 contiene altri tre proverbi che, in certo modo, “spiegano” che cosa è il “bene” da fare. Fondamento del bene è la preghiera, accompagnata da digiuno, elemosina, giustizia; è chiara l'allusione alla condotta di Tobi. Il secondo proverbio mette in luce il lato oscuro e malvagio della ricchezza, cioè l'uso ingiusto. Il terzo sottolinea il valore della solidarietà; il denaro è pericoloso nella misura in cui ignora la solidarietà.

I vv. 9-10, in tre sentenze proverbiali, sviluppano il tema dell'efficacia dell'elemosina e del suo contrario, cioè il «peccato», identificabile qui come «ingiustizia» e mancanza di solidarietà, egoismo. L'elemosina libera dal peccato (tema ricorrente anche in Dn 4,24; Sir 3,29-30) in quanto dispone alla generosa condivisione, alla dedizione. Di conseguenza essa incrementa una vita buona e lunga.

Nei vv. 11-19 Raffaele manifesta apertamente di essere un angelo e spiega la sua funzione, mentre Tobi e Tobia sono presi da terrore e da grande paura (v. 16). L'angelo si è già rivelato come maestro di sapienza, ed ora illustra il suo ruolo di mediatore tra Dio e gli uomini: egli presenta a Dio le preghiere degli uomini e lo informa delle opere buone da essi compiute (v. 12); è un inviato di Dio (vv. 13.14.20) per mettere alla prova e per guarire; è ammesso alla presenza di Dio (v. 15); invita alla lode di Dio (vv. 17.20); è un essere con un nome personale: «lo sono Raffaele» (v. 15); appare in forma umana (v. 19); è uno dei 7 angeli (cfr. Ap 1,4; 3,1; forse si fa riferimento ai 7 occhi di JHwH di Zc 4,10; augura la pace (v. 17), cioè il benessere corporale e spirituale (cfr. Gdc 6,23; Mt 10,11-13; Lc 2,14). L'angelo scompare; padre e figlio diventano testimoni delle «grandi opere» (v. 22) di Dio.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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L’arrivo di Tobia dal padre 1Quando furono nei pressi di Kaserìn, di fronte a Ninive, Raffaele disse: 2“Tu sai in quale condizione abbiamo lasciato tuo padre. 3Corriamo avanti, prima di tua moglie, e prepariamo la casa, mentre gli altri vengono”. 4E s'incamminarono tutti e due insieme. Poi Raffaele gli disse: “Prendi in mano il fiele”. Il cane, che aveva accompagnato lui e Tobia, li seguiva. 5Anna intanto sedeva scrutando la strada per la quale era partito il figlio. 6Quando si accorse che stava arrivando, disse al padre di lui: “Ecco, sta tornando tuo figlio con l'uomo che l'accompagnava”. 7Raffaele disse a Tobia, prima che si avvicinasse al padre: “Io so che i suoi occhi si apriranno. 8Spalma il fiele del pesce sui suoi occhi; il farmaco intaccherà e asporterà come scaglie le macchie bianche dai suoi occhi. Così tuo padre riavrà la vista e vedrà la luce”. 9Anna corse avanti e si gettò al collo di suo figlio dicendogli: “Ti rivedo, o figlio. Ora posso morire!”. E si mise a piangere. 10Tobi si alzò e, incespicando, uscì dalla porta del cortile. 11Tobia gli andò incontro, tenendo in mano il fiele del pesce. Soffiò sui suoi occhi e lo trasse vicino, dicendo: “Coraggio, padre!”. Gli applicò il farmaco e lo lasciò agire, 12poi distaccò con le mani le scaglie bianche dai margini degli occhi. 13Tobi gli si buttò al collo e pianse, dicendo: “Ti vedo, figlio, luce dei miei occhi!”. 14E aggiunse: “Benedetto Dio! Benedetto il suo grande nome! Benedetti tutti i suoi angeli santi! Sia il suo santo nome su di noi e siano benedetti i suoi angeli per tutti i secoli. Perché egli mi ha colpito, ma ora io contemplo mio figlio Tobia”. 15Tobia entrò in casa lieto, benedicendo Dio con tutta la voce che aveva. Poi Tobia informò suo padre del viaggio che aveva compiuto felicemente, del denaro che aveva riportato, di Sara, figlia di Raguele, che aveva preso in moglie e che stava venendo e si trovava ormai vicina alla porta di Ninive. 16Allora Tobi uscì verso la porta di Ninive incontro alla sposa di lui, lieto e benedicendo Dio. La gente di Ninive, vedendolo passare e camminare con tutto il vigore di un tempo, senza che alcuno lo conducesse per mano, fu presa da meraviglia. Tobi proclamava davanti a loro che Dio aveva avuto pietà di lui e che gli aveva aperto gli occhi. 17Tobi si avvicinò poi a Sara, la sposa di suo figlio Tobia, e la benedisse dicendole: “Sii la benvenuta, figlia! Benedetto sia il tuo Dio, che ti ha condotto da noi, figlia! Benedetto sia tuo padre, benedetto mio figlio Tobia e benedetta tu, o figlia! Entra nella casa, che è tua, sana e salva, nella benedizione e nella gioia; entra, o figlia!”. 18Quel giorno fu grande festa per tutti i Giudei di Ninive. 19Anche Achikàr e Nadab, suoi cugini, vennero a congratularsi con Tobi.

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Approfondimenti

11,1-15. Raffaele prende l'iniziativa e, attraverso di lui, è Dio che agisce. Ma l'angelo (quindi: Dio) non agisce da solo. Come in 5,17, i due, Tobia e Raffaele, viaggiano insieme; l'accenno al cane che li seguiva (v. 4) ha la funzione di rimarcare questa unità dei due. Per un momento, la scena cambia prospettiva, Anna scrutava la strada e le parve, a un certo punto, di «vedere» (v. 6) il figlio ritornare. Anna vede suo figlio, parla al padre di lui, al quale annuncia il ritorno di suo figlio. La madre è quasi guarita dalla cecità dell'assenza del figlio; ora tocca a Raffaele intervenire presso Tobia: è Dio dunque che guarisce.

Di nuovo la scena cambia. La madre abbraccia il figlio esclamando: «ti rivedo, o figlio» (v. 9). Essa non è più “cieca”. Ma Tobi ha bisogno invece del «soffio» e del farmaco miracoloso del figlio; anch'egli allora grida: «Ti vedo, figlio, luce dei miei occhi» (v. 13). I genitori “vedono” perché il figlio è presente, con loro. Tobi benedice Dio e «i suoi angeli santi» (v. 14), senza sapere che Raffaele è un angelo. Pure Tobia esultante loda il Signore e dà le informazioni sul viaggio.

Si noti il montaggio della narrazione, con continui mutamenti di prospettiva o punti di vista: Raffaele (vv. 1-4), Anna (vv. 5-6), Raffaele (vv. 7-8), Anna (v. 9), Tobi (v. 10), Tobia (vv. 11-15). Ogni volta, il narratore si mette nell'angolo visuale di ciascuno di questi personaggi. Il recupero del denaro sembrava la causa dominante del viaggio; ora non è il motivo principale. La guarigione è attribuita alla misericordia divina (v. 14: «ha avuto pietà»). «Contemplare» il figlio (v. 14) è il segno della guarigione. Così finisce il viaggio, perché Tobia «entrò in casa lieto» (v. 15).

11,16-20. Lode e ringraziamento di Tobi sono rivolti a Dio che gli ha ridato la vista. Ma egli benedice Dio anche per Sara, che Dio ha condotto nella sua casa senza che egli abbia fatto qualcosa. Ambedue sono doni gratuiti. Tobi diventa, per la gente di Ninive, un evangelizzatore della misericordia di Dio. La festa di nozze, per tutti i Giudei di Ninive, dura 7 giorni secondo il costume biblico (cfr. Gn 29,27; Gdc 14,12.17). La cerimonia comprende l'accoglienza della sposa nella casa di Tobi, che benedice Sara. Singolare e artificiosa è la presenza di Achikar e Nadab, suo nipote (cfr. 1,21ss.; 2,10b): la loro presenza prepara quanto si dirà in 14,10. Fu una «grande festa», celebrata con gioia.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Ansia di Tobi e di Anna 1Frattanto ogni giorno Tobi contava le giornate, quante erano necessarie all'andata e quante al ritorno. Quando poi i giorni furono al termine e il figlio non era ancora tornato, 2pensò: “Che sia stato trattenuto là? O che sia morto Gabaèl e non c'è nessuno che gli dia il denaro?”. 3E cominciò a rattristarsi. 4Sua moglie Anna diceva: “Mio figlio è morto e non è più tra i vivi”. E cominciò a piangere e a lamentarsi sul proprio figlio, dicendo: 5“Ahimè, figlio, ti ho lasciato partire, tu che eri la luce dei miei occhi!”. 6Le rispondeva Tobi: “Taci, non stare in pensiero, sorella; egli sta bene. Certo li trattiene là qualche fatto imprevisto. Del resto l'uomo che lo accompagnava è sicuro ed è uno dei nostri fratelli. Non affliggerti per lui, sorella; tra poco sarà qui”. 7Ma lei replicava: “Lasciami stare e non ingannarmi! Mio figlio è morto”. E subito usciva e osservava la strada per la quale era partito suo figlio; così faceva ogni giorno e non si fidava di nessuno. Quando il sole era tramontato, rientrava a piangere e a lamentarsi per tutta la notte e non prendeva sonno.

Il ritorno di Tobia 8Compiuti i quattordici giorni delle feste nuziali, quelli che Raguele con giuramento aveva stabilito di organizzare per la propria figlia, Tobia andò da lui e gli disse: “Lasciami partire. Sono certo che mio padre e mia madre non hanno più speranza di rivedermi. Ti prego dunque, o padre, di volermi congedare, perché possa tornare da mio padre. Già ti ho spiegato in quale condizione l'ho lasciato”. 9Rispose Raguele a Tobia: “Resta, figlio, resta con me. Manderò messaggeri a tuo padre Tobi, perché gli portino tue notizie”. Ma egli disse: “No, ti prego di lasciarmi andare da mio padre”. 10Allora Raguele, alzatosi, consegnò a Tobia la sposa Sara con metà dei suoi beni, servi e serve, buoi e pecore, asini e cammelli, vesti, denaro e suppellettili. 11Li congedò in buona salute. A lui poi rivolse questo saluto: “Sta' sano, figlio, e fa' buon viaggio! Il Signore del cielo vi assista, te e tua moglie Sara, e possa io vedere i vostri figli prima di morire”. 12Poi disse a Sara sua figlia: “Va' dai tuoi suoceri, poiché da questo momento essi sono i tuoi genitori, come coloro che ti hanno dato la vita. Va' in pace, figlia, e possa sentire buone notizie a tuo riguardo, finché sarò in vita”. Dopo averli salutati, li congedò. 13Edna disse a Tobia: “Figlio e fratello carissimo, il Signore ti riconduca a casa e possa io vedere i figli tuoi e di Sara, mia figlia, prima di morire. Davanti al Signore ti affido mia figlia in custodia. Non farla soffrire in nessun giorno della tua vita. Figlio, va' in pace. D'ora in avanti io sono tua madre e Sara è tua sorella. Possiamo tutti insieme avere buona fortuna per tutti i giorni della nostra vita”. Li baciò tutti e due e li congedò sani e salvi. 14Allora Tobia partì da Raguele in buona salute e lieto, benedicendo il Signore del cielo e della terra, il re dell'universo, perché aveva dato buon esito al suo viaggio. Raguele gli disse: “Possa tu avere la fortuna di onorare i tuoi genitori tutti i giorni della loro vita”.

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Approfondimenti

10,1-12,22. Cambia il punto di vista narrativo: Tobia e Sara sono a Ecbatana e ora il narratore guarda a Tobia dalla prospettiva di Tobi e Anna. Il narratore “neutrale” lascia la parola ai suoi personaggi, ottenendo anche un ritratto psicologico interessante e una drammatizzazione della scena. Il lettore è così invitato a guardare con gli occhi di Tobi e Anna. Il padre fa ipotesi tranquillizzanti: si è trattenuto là o è morto Gabael. La madre si preoccupa immaginando che Tobia sia morto, fino a fare quasi un lamento funebre. Così il narratore cerca di tratteggiare due psicologie differenti. La madre è soffocata dalla paura, grida: «Mio figlio è perito»; di giorno scruta la strada, di notte piange e si lamenta. Anch'essa è diventata psicologicamente cieca, perché non ha più il figlio, «luce dei miei occhi» (v. 5). Il ritorno del figlio guarirà la cecità di ambedue i genitori.

10,1-14. Dal v. 8 la scena cambia, parallelamente: il figlio Tobia si preoccupa dei genitori. Dalle parole di saluto di Raguele e di Edna traspare quali fossero i rapporti familiari e l'autorità dei genitori. Raguele pensa al viaggio, all'eredità da affidare a Tobia e ai figli; Edna si augura una numerosa prole (cfr. Sal 128,6) e si interessa soprattutto che sua figlia non soffra. Ambedue consegnano (v. 10) o affidano (v. 13) la figlia a Tobia. Il padre raccomanda alla figlia di onorare i suoceri (v. 12); Edna invita Tobia a vedere in lei sua madre. Tobia parte benedicendo Dio creatore, ma anche invocando la benedizione divina su Raguele e Edna (v. 14): anche qui la preghiera accompagna una svolta degli eventi. L'addio non suscita particolari emozioni; le parole dei protagonisti sono tutte improntate a ottimismo e speranza. Un abbraccio e un bacio; ma il narratore non accenna ai sentimenti dei personaggi. Soltanto i ripetuti auguri tradiscono una certa trepidazione.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Ritiro del denaro da Gabaèl 1Allora Tobia chiamò Raffaele e gli disse: 2“Fratello Azaria, prendi con te quattro servi e due cammelli e mettiti in viaggio per Rage. 3Va' da Gabaèl, consegnagli il documento, riporta il denaro e conducilo con te alle feste nuziali. 4Tu sai infatti che mio padre starà a contare i giorni e, se tarderò anche di un solo giorno, lo farò soffrire troppo. Vedi bene che cosa ha giurato Raguele e io non posso trasgredire il suo giuramento”. 5Partì dunque Raffaele con quattro servi e due cammelli per Rage di Media, dove presero alloggio da Gabaèl. Raffaele gli presentò il documento e nello stesso tempo lo informò che Tobia, figlio di Tobi, aveva preso moglie e lo invitava alle nozze. Gabaèl andò subito a prendere i sacchetti, ancora sigillati, e li contò in sua presenza; poi li caricarono. 6Partirono insieme di buon mattino per andare alle nozze. Giunti da Raguele, trovarono Tobia adagiato a tavola. Egli si alzò in piedi a salutarlo e Gabaèl pianse e lo benedisse dicendogli: “Figlio ottimo di ottimo padre, giusto e generoso in elemosine, conceda il Signore la benedizione del cielo a te, a tua moglie, al padre e alla madre di tua moglie. Benedetto Dio, poiché ho visto mio cugino Tobi, vedendo te che tanto gli somigli!”.

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Approfondimenti

9,1-6. Tobia non dimentica il motivo del viaggio, ma ora che ha trovato una sposa, il recupero del denaro è affidato all’angelo Raffaele. Il c. 9 appare come un intermezzo che interrompe la narrazione. L’effetto è di dare l’impressione che la festa delle nozze si prolunghi più a lungo e si ritardi il ritorno di Tobia a Ninive. Evidentemente i “tempi reali” sono trascurati: da Ecbatana a Rage (360 km) erano probabilmente necessari più di 20 giorni! Ma, nel racconto, le distanze e i tempi sono al servizio delle esigenze narrative e teologiche. La presenza continua della lode a Dio, anche in bocca a Gabael (9,6), sottolinea la convinzione della protezione e della benedizione divina.

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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La notte nuziale 1Quando ebbero finito di mangiare e di bere, decisero di andare a dormire. Accompagnarono il giovane e lo introdussero nella camera da letto. 2Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell'incenso. 3L'odore del pesce respinse il demonio, che fuggì verso le regioni dell'alto Egitto. Raffaele vi si recò all'istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. 4Gli altri intanto erano usciti e avevano chiuso la porta della camera. Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: “Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza”. 5Lei si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: “Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! 6Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: “Non è cosa buona che l'uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui”. 7Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con animo retto. Dégnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia”. 8E dissero insieme: “Amen, amen!”. 9Poi dormirono per tutta la notte. 10Ma Raguele si alzò; chiamò i suoi servi e andarono a scavare una fossa. Diceva infatti: “Se mai morisse, non diventeremo così motivo di scherno e di vergogna”. 11Quando ebbero terminato di scavare la fossa, Raguele tornò in casa; chiamò sua moglie 12e le disse: “Manda una delle serve a vedere se è vivo; così, se è morto, lo seppelliremo senza che nessuno lo sappia”. 13Mandarono quella serva, accesero la lampada e aprirono la porta; quella entrò e trovò che dormivano insieme, immersi nel sonno. 14La serva uscì e riferì loro che era vivo e che non era successo nulla di male. 15Resero lode al Dio del cielo e dissero: “Tu sei benedetto, o Dio, degno di ogni benedizione perfetta. ⊥Ti benedicano per tutti i secoli! 16Tu sei benedetto, perché mi hai ricolmato di gioia e non è avvenuto ciò che temevo, ma ci hai trattato secondo la tua grande misericordia. 17Tu sei benedetto, perché hai avuto compassione dei due figli unici. Concedi loro, Signore, grazia e salvezza e falli giungere fino al termine della loro vita in mezzo alla gioia e alla grazia”. 18Allora ordinò ai servi di riempire la fossa prima che si facesse giorno.

La festa nuziale 19Raguele ordinò alla moglie di fare pane in abbondanza; andò a prendere dalla mandria due vitelli e quattro montoni, li fece macellare e cominciarono così a preparare il banchetto. 20Poi chiamò Tobia e gli disse: “Per quattordici giorni non te ne andrai di qui, ma ti fermerai da me a mangiare e a bere e così allieterai l'anima già tanto afflitta di mia figlia. 21Di quanto possiedo prenditi la metà e torna sano e salvo da tuo padre. Quando io e mia moglie saremo morti, anche l'altra metà sarà vostra. Coraggio, figlio! Io sono tuo padre ed Edna è tua madre; noi apparteniamo a te come a questa tua sorella, da ora per sempre. Coraggio, figlio!“.

__________________________ Note

8,3 L’alto Egitto viene considerato, in quanto lontano deserto, come luogo di abitazione dei demoni (Is 13,21; 34,14; Mt 4,1; 12,43).

8,6 Adamo… Eva: questo è l’unico passo dell’AT in cui il matrimonio è collegato a Gen 2,18. Nel NT, Mc 10,6-8 si riferisce invece a Gen 1,27; 2,24.

8,20 quattordici giorni: il doppio della durata ordinaria di una festa di matrimonio (Gdc 14,12).

8,21 Questa volta non è lo sposo che paga, come di solito, un prezzo al padre della ragazza (Gen 34,12; 1Sam 18,25), ma è costui che dà la dote alla figlia.

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Approfondimenti

8,1-9. La scena è priva di tensione drammatica, perché il lettore sa già – come lo sa Tobia – che l’odore del pesce caccia il demonio. Non lo sanno né i genitori di Sara né la loro figlia, ma l’autore non sfrutta questa ignoranza per dare al racconto una dimensione drammatica. Tobia esegue gli ordini di Raffaele (6,4) e il demonio è costretto a fuggire nel deserto dell’alto Egitto; il deserto era immaginato come il luogo di abitazione dei demoni. Là Raffaele lotta con il demonio, vince e lo incatena. La scena è divertente, fa sorridere dei tabù sessuali, delle paure che si costruiscono i propri mostri. Ma sono mostri che si possono cacciare semplicemente con un po’ di fumo! Sono demoni dell’immaginario, creazioni delle paure irrazionali. L’alto Egitto era il luogo più lontano che si potesse immaginare.

La preghiera degli sposi novelli ha la struttura di un salmo di lode, che inizia con una triplice benedizione. Essi pregano il «Dio dei nostri padri», ma in quanto creatore di tutte le cose e di «Adamo», cioè ogni uomo, e di «Eva», ossia ogni donna. Nel nostro libro, le preghiere segnano una svolta positiva (cfr. 3,1-6.11-15). Qui la preghiera si conclude con un duplice «amen», un sì dei due sposi alla benevolenza divina.

Il richiamo a Gn 2,18 serve a fondare il matrimonio nella volontà creatrice di Dio e non nella «lussuria» o sregolata passione umana (v. 6). Il matrimonio è voluto da Dio, è dunque buono; i demoni della sessualità sono difficoltà superabili.

La «rettitudine d'intenzione» (v. 7) di Tobia si riferisce alla legge dell’endogamia, per cui sposa una sua parente; il suo matrimonio è legittimo. Di conseguenza, Tobia e Sara possono confidare nella benevolenza divina contro il pericolo del demonio e giungere insieme alla vecchiaia.

«Dormirono» (v. 9): il verbo ha per soggetto tutti e due gli sposi uniti insieme; non si esclude una connotazione sessuale.

8,10-21. Come ha notato L. Alonso Schökel, questa è la scena più originale del libro, qualcosa di unico nell’AT. È una sequenza di humour macabro, che piacerebbe a un regista come Hitchcock. L’ironia del racconto nasce dalla contrapposizione dei personaggi che “sanno” ciò che avviene (Tobia, Sara, Raffaele) e quelli che “non sanno” (Raguele e Edna). Raguele si mette a scavare la fossa per evitare lo scherno e il disprezzo (v. 10); di fatto diventa ridicolo agli occhi del lettore. Si noti che la scoperta che Tobia è sano e salvo viene fatta dopo aver terminato di scavare la fossa (v. 11). La reazione di Raguele (vv. 15-17) è la lode a Dio, con una quadruplice «benedizione», cui seguono due invocazioni (concedi salvezza, falli giungere al termine con gioia). La preghiera di lode è anche proclamazione della avvenuta salvezza di Tobia e Sara. L’espressione «pura benedizione» (v. 15) è insolita; la lode è l’offerta cultuale autentica quando nasce dal «cuore puro» (cfr. Prv 22,11): è «l’oblazione pura» di cui parla Ml 1,11. La salvezza è frutto e dono della «grande misericordia» di Dio (v. 16).

La festa di nozze si protrae per 14 giorni, il doppio del tempo usuale. È anche questo un segno della straordinarietà dell’evento e della gioia. Tobia diventa membro della famiglia di Raguele ed Edna (v. 21); per questo ha diritto all’eredità (cfr. Nm 27,1-11; 36).

(cf. ANTONIO BONORA, Tobia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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