📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Impegno scritto della comunità 1Tuttavia noi vogliamo sancire un patto e lo mettiamo per iscritto. Sul documento sigillato figurino i nostri capi, i nostri leviti e i nostri sacerdoti”. 2Sui documenti sigillati figuravano Neemia, il governatore, figlio di Acalia, e Sedecìa, 3Seraià, Azaria, Geremia, 4Pascur, Amaria, Malchia, 5Cattus, Sebania, Malluc, 6Carim, Meremòt, Abdia, 7Daniele, Ghinnetòn, Baruc, 8Mesullàm, Abia, Miamìn, 9Maazia, Bilgài, Semaià; questi erano i sacerdoti. 10Leviti: Giosuè, figlio di Azania, Binnùi dei figli di Chenadàd, Kadmièl 11e i loro fratelli Sebania, Odia, Kelità, Pelaià, Canan, 12Mica, Recob, Casabia, 13Zaccur, Serebia, Sebania, 14Odia, Banì, Beninu. 15Capi del popolo: Paros, Pacat-Moab, Elam, Zattu, Banì, 16Bunnì, Azgad, Bebài, 17Adonia, Bigvài, Adin, 18Ater, Ezechia, Azzur, 19Odia, Casum, Besài, 20Carif, Anatòt, Nebài, 21Magpiàs, Mesullàm, Chezir, 22Mesezabèl, Sadoc, Iaddua, 23Pelatia, Canan, Anaià, 24Osea, Anania, Cassub, 25Allochès, Pilca, Sobek, 26Recum, Casabna, Maasia, 27Achia, Canan, Anan, 28Malluc, Carim, Baanà. 29Il resto del popolo, i sacerdoti, i leviti, i portieri, i cantori, gli oblati e quanti si erano separati dai popoli di terre straniere per aderire alla legge di Dio, le loro mogli, i loro figli e le loro figlie, quanti potevano intendere, 30si unirono ai loro fratelli più ragguardevoli e fecero un patto e un giuramento di camminare nella legge di Dio, data per mezzo di Mosè, servo di Dio, promettendo di osservare e mettere in pratica tutti i comandi del Signore, il Signore nostro, le sue norme e le sue leggi. 31E così non daremo le nostre figlie ai popoli della regione e non prenderemo le loro figlie per i nostri figli. 32Dai popoli della regione, che portano le mercanzie e ogni genere di grano in giorno di sabato per venderli, non faremo acquisti di sabato o in un giorno santo. Lasceremo in riposo la terra ogni settimo anno e condoneremo ogni debito. 33Ci siamo imposti per legge di dare ogni anno il terzo di un siclo per il servizio del tempio del nostro Dio: 34per i pani dell'offerta, per l'oblazione perenne, per l'olocausto perenne, nei sabati, nei noviluni, nelle feste, per le cose sacre, per i sacrifici per il peccato in vista dell'espiazione in favore d'Israele, e per ogni attività del tempio del nostro Dio. 35Sacerdoti, leviti e popolo, abbiamo tirato a sorte per l'offerta della legna da portare al tempio del nostro Dio, secondo i nostri casati, a tempi fissi, anno per anno, per bruciarla sull'altare del Signore, nostro Dio, come sta scritto nella legge, 36e per portare ogni anno al tempio del Signore le primizie del nostro suolo e le primizie di ogni frutto di qualunque pianta, 37come anche i primogeniti dei nostri figli e del nostro bestiame, secondo quanto sta scritto nella legge, e i primi parti del nostro bestiame grosso e minuto, per portarli al tempio del nostro Dio e ai sacerdoti che prestano servizio nel tempio del nostro Dio. 38Porteremo ai sacerdoti nelle stanze del tempio del nostro Dio le primizie della nostra farina, le nostre offerte, i frutti di qualunque albero, il vino e l'olio, e porteremo la decima del nostro suolo ai leviti. I leviti stessi preleveranno le decime in tutte le città del nostro lavoro. 39Un sacerdote, figlio di Aronne, sarà con i leviti quando i leviti preleveranno le decime e i leviti porteranno la decima della decima al tempio del nostro Dio nelle stanze del tesoro, 40perché in quelle stanze i figli d'Israele e i figli di Levi devono portare l'offerta prelevata sul frumento, sul vino e sull'olio; in quel luogo stanno gli utensili del santuario, i sacerdoti che prestano il servizio, i portieri e i cantori. Non trascureremo il tempio del nostro Dio.

__________________________ Note

10,32 non faremo acquisti di sabato: la legge del sabato ha subìto un’evoluzione: dapprima riguardava le attività agricole, poi quelle commerciali (Es 23,12; 20,8-11; Am 8,5); ora diventa più rigida: si proibisce anche la compravendita e la si applica a tutti i giorni festivi.

10,33 ogni anno il terzo di un siclo: prima era una tassa eccezionale di mezzo siclo (Es 30,11-16; 38,25-26). Il siclo era peso (11 gr) e anche moneta.

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Approfondimenti

Un atto penitenziale autentico non può non terminare con un proposito di mutare vita e di conformarla per il futuro al volere di Dio. Il cammino di fede e di conversione percorso dal popolo (cc. 8-9), culmina dunque nell'impegno solenne di osservare la legge di Dio data per mezzo di Mosè suo servo, in particolare i precetti che erano stati fino allora violati (vv. 31-38).

1-30. Dopo aver celebrato la fedeltà e la giustizia di Dio e sciorinato le infedeltà e l'ottusità dei suoi devoti, i leviti trovano logico (v. 1: «A causa di tutto questo») proporre al popolo compunto di obbligarsi mediante un impegno scritto, firmato da tutti i capi e rappresentanti d'Israele, a mutare la loro vita e a seguire in tutto il volere di Dio. L'adesione a questo patto di fedeltà fu unanime. Il documento tu steso, autenticato e firmato dal governatore Neemia e dai capi dei sacerdoti, dei leviti e dei laici (vv. 2-28). Tutti gli altri membri della comunità, compresi i proseliti, le donne e chiunque fosse in grado di intendere e volere (v. 29), condivisero con i loro fratelli più ragguardevoli la decisione e si obbligarono con giuramento a mantenersi fedeli ad essa, pena la maledizione divina (v. 30).

31-32. Il patto, pur riaffermando l'impegno a mettere in pratica tutti i comandi divini, s'incentrava sui problemi e sulle necessità che interessavano la comunità. Ci si obbligò così a non contrarre matrimoni misti, a non commerciare con gli stranieri nel giorno di sabato o in altro giorno sacro, a osservare l'anno sabbatico facendo riposare la terra e non esigendo alcun debito (cfr. Es 23,10-11; Lv 1-7; Dt 1-2), a contribuire alle necessità del tempio con un obolo annuale in denaro e con l'offerta delle primizie, la fornitura della legna e la corresponsione delle decime. Istruzioni dettagliate sulle modalità di esazione, trasporto e conservazione delle offerte accompagnano l'elenco degli impegni e delle risoluzioni (vv. 33-40).

33-34. Il Signore aveva ordinato a Mosè di imporre a ogni maschio, dai vent'anni in su, un contributo di mezzo siclo per i bisogni del culto e del santuario (cfr. Es 30,13-16; 2Cr 24,4-6); qui si parla di un terzo di siclo, che equivaleva in moneta persiana al mezzo siclo mosaico.

36-37. Insieme con le primizie (bikkûrîm) dei prodotti della terra, ci si impegna a portare nel tempio i propri primogeniti (Es 13,13; Nm 3,47-48) e i primogeniti degli animali grossi e minuti; questi venivano sacrificati e la loro carne mangiata dai sacerdoti (Nm 18,8-19).

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Preghiera 1Il ventiquattro dello stesso mese, gli Israeliti si radunarono per un digiuno, vestiti di sacchi e coperti di polvere. 2I discendenti d'Israele si separarono da tutti gli stranieri e in piedi confessarono i loro peccati e le colpe dei loro padri. 3Si alzarono in piedi e lessero il libro della legge del Signore, loro Dio, per un quarto della giornata; per un altro quarto essi confessarono i peccati e si prostrarono davanti al Signore, loro Dio. 4Giosuè, Banì, Kadmièl, Sebania, Bunnì, Serebia, Banì e Chenanì salirono sulla pedana dei leviti e invocarono a gran voce il Signore, loro Dio. 5I leviti Giosuè, Kadmièl, Banì, Casabnia, Serebia, Odia, Sebania e Petachia dissero: “Alzatevi e benedite il Signore, vostro Dio, da sempre e per sempre! Benedicano il tuo nome glorioso, esaltato al di sopra di ogni benedizione e di ogni lode! 6Tu, tu solo sei il Signore, tu hai fatto i cieli, i cieli dei cieli e tutto il loro esercito, la terra e quanto sta su di essa, i mari e quanto è in essi; tu fai vivere tutte queste cose e l'esercito dei cieli ti adora. 7Tu sei il Signore Dio, che hai scelto Abram, lo hai fatto uscire da Ur dei Caldei e lo hai chiamato Abramo. 8Tu hai trovato il suo cuore fedele davanti a te e hai stabilito con lui un'alleanza, promettendo di dare la terra dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorrei, dei Perizziti, dei Gebusei e dei Gergesei, di darla a lui e alla sua discendenza; hai mantenuto la tua parola, perché sei giusto. 9Tu hai visto l'afflizione dei nostri padri in Egitto e hai ascoltato il loro grido presso il Mar Rosso; 10hai operato segni e prodigi contro il faraone, contro tutti i suoi servi, contro tutto il popolo della sua terra, perché sapevi che li avevano trattati con durezza, e ti sei fatto un nome che dura ancora oggi. 11Hai aperto il mare davanti a loro ed essi sono passati in mezzo al mare sull'asciutto; quelli che li inseguivano hai precipitato nell'abisso, come una pietra in acque impetuose. 12Li hai guidati di giorno con una colonna di nube e di notte con una colonna di fuoco, per rischiarare loro la strada su cui camminare. 13Sei sceso sul monte Sinai e hai parlato con loro dal cielo, e hai dato loro norme giuste e leggi sicure, statuti e comandi buoni; 14hai fatto loro conoscere il tuo santo sabato e hai dato loro comandi, statuti e una legge per mezzo di Mosè, tuo servo. 15Hai dato loro pane del cielo per la loro fame e hai fatto scaturire acqua dalla rupe per la loro sete, e hai detto loro di andare a prendere in possesso la terra che avevi giurato di dare loro. 16Ma essi, i nostri padri, si sono comportati con superbia, hanno indurito la loro cervice e non hanno obbedito ai tuoi comandi. 17Si sono rifiutati di obbedire e non si sono ricordati dei tuoi prodigi, che tu avevi operato in loro favore; hanno indurito la loro cervice e nella loro ribellione si sono dati un capo per tornare alla loro schiavitù. Ma tu sei un Dio pronto a perdonare, misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e non li hai abbandonati. 18Anche quando si sono fatti un vitello di metallo fuso e hanno detto: “Ecco il tuo Dio che ti ha fatto uscire dall'Egitto!“, e ti hanno insultato gravemente, 19tu nella tua grande misericordia, non li hai abbandonati nel deserto, non hai ritirato da loro la colonna di nube di giorno, per guidarli nel cammino, né la colonna di fuoco di notte, per rischiarare loro la strada su cui camminare. 20Hai concesso loro il tuo spirito buono per istruirli e non hai rifiutato la tua manna alle loro bocche e hai dato loro l'acqua per la loro sete. 21Per quarant'anni li hai nutriti nel deserto e non è mancato loro nulla; le loro vesti non si sono logorate e i loro piedi non si sono gonfiati. 22Poi hai dato loro regni e popoli e li hai divisi definendone i confini; essi hanno posseduto la terra di Sicon e la terra del re di Chesbon e la terra di Og, re di Basan. 23Hai moltiplicato i loro figli come le stelle del cielo e li hai introdotti nella terra nella quale avevi comandato ai loro padri di entrare per prenderne possesso. 24I figli sono entrati e hanno preso in possesso la terra; tu hai umiliato dinanzi a loro gli abitanti della terra, i Cananei, e li hai messi nelle loro mani con i loro re e con i popoli della terra, perché ne disponessero a loro piacere. 25Essi si sono impadroniti di città fortificate e di una terra grassa e hanno posseduto case piene di ogni bene, cisterne scavate, vigne, oliveti, alberi da frutto in abbondanza; hanno mangiato e si sono saziati e si sono ingrassati e sono vissuti nelle delizie per la tua grande bontà. 26Ma poi hanno disobbedito, si sono ribellati contro di te, si sono gettati la tua legge dietro le spalle, hanno ucciso i tuoi profeti, che li ammonivano per farli tornare a te, e ti hanno insultato gravemente. 27Perciò tu li hai messi nelle mani dei loro nemici, che li hanno oppressi. Ma nel tempo della loro angoscia essi hanno gridato a te e tu hai ascoltato dal cielo e, nella tua grande misericordia, tu hai dato loro salvatori, che li hanno salvati dalle mani dei loro nemici. 28Ma quando avevano pace, ritornavano a fare il male dinanzi a te, perciò tu li abbandonavi nelle mani dei loro nemici, che li opprimevano; poi quando ricominciavano a gridare a te, tu ascoltavi dal cielo. Così nella tua misericordia più volte li hai liberati. 29Tu li ammonivi per farli tornare alla tua legge, ma essi si mostravano superbi e non obbedivano ai tuoi comandi; peccavano contro i tuoi decreti, che fanno vivere chi li mette in pratica, offrivano spalle ribelli, indurivano la loro cervice e non obbedivano. 30Hai pazientato con loro molti anni e li hai ammoniti con il tuo spirito per mezzo dei tuoi profeti; ma essi non hanno voluto prestare orecchio. Allora li hai messi nelle mani dei popoli di terre straniere. 31Però, nella tua grande compassione, tu non li hai sterminati del tutto e non li hai abbandonati, perché sei un Dio misericordioso e pietoso. 32Ora, o nostro Dio, Dio grande, potente e tremendo, che mantieni l'alleanza e la benevolenza, non sembri poca cosa ai tuoi occhi tutta la sventura che è piombata su di noi, sui nostri re, sui nostri capi, sui nostri sacerdoti, sui nostri profeti, sui nostri padri, su tutto il tuo popolo, dal tempo dei re d'Assiria fino ad oggi. 33Tu sei giusto per tutto quello che ci è accaduto, poiché tu hai agito fedelmente, mentre noi ci siamo comportati da malvagi. 34I nostri re, i nostri capi, i nostri sacerdoti, i nostri padri non hanno messo in pratica la tua legge e non hanno obbedito né ai comandi né agli ammonimenti con i quali tu li ammonivi. 35Essi, mentre godevano del loro regno, del grande benessere che tu largivi loro e della terra vasta e fertile che tu avevi messo a loro disposizione, non ti hanno servito e non hanno abbandonato le loro azioni malvagie. 36Oggi, eccoci schiavi; e quanto alla terra che tu hai concesso ai nostri padri, perché ne mangiassero i frutti e i beni, ecco, in essa siamo schiavi. 37I suoi prodotti abbondanti sono per i re, che hai posto su di noi a causa dei nostri peccati e dispongono dei nostri corpi e del nostro bestiame a loro piacimento, e noi siamo in grande angoscia.

__________________________ Note

9,7 È l’unica volta in cui si ricorda la provenienza di Abramo da Ur, al di fuori di Genesi (Gen 11,31). Le carovane dei rimpatriati hanno ripercorso il suo stesso itinerario.

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Approfondimenti

Neemia non aveva voluto che il pianto e la tristezza, anche se motivate dal confronto perdente della propria vita con la legge, sciupassero la gioia della festa del Signore (8,9-10). La gioia perdurò per tutta l'ottava della festa delle Capanne, ma l'indomani, il 24 dello stesso mese di Tishri, i figli di Israele si radunarono vestiti di sacco e coperti di polvere per celebrare una giornata di penitenza. Questa volta dovevano concentrarsi interamente sull'esame della propria vita, sul riconoscimento delle proprie colpe, sull'implorazione di perdono da elevare a Dio. Le modalità con cui fu vissuta la giornata penitenziale richiamano quelle del giorno dell'Espiazione (Yom Kippur), che cade il 10 del mese di Tishri, ossia cinque giorni prima della festa delle Capanne (Lv 16,1-34; 23,26-32; Nm 29,7-11). È probabile che in questa occasione essa sia stata rimandata a dopo tale festa, in modo da potersi preparare meglio con la diuturna lettura e meditazione della legge alla confessione dei propri peccati e all'impegno di mutar vita.

1-3. I figli d'Israele esclusero dal loro raduno penitenziale i pagani. Essi erano il popolo che aveva accettato l'elezione divina e si era accollato il giogo della legge nel patto del Sinai e quindi da essi Dio richiedeva una dedizione particolare (cfr. Lc 12,48). Procedettero quindi alla confessione dei peccati, elemento essenziale del pentimento, insieme con il rimorso e la risoluzione di non più peccare. L'esame di coscienza e la confessione delle colpe furono fatte alla luce della parola di Dio contenuta nel libro della legge (v. 3).

4-36. Dopo aver invitato gli astanti a benedire il Signore, un gruppo di leviti innalzò una fervida preghiera in cui si proclamava la gloria e la bontà fedele di Dio e l'ingratitudine dell'uomo. Sullo sfondo grandioso della creazione (v. 6), prese quindi a snodarsi la storia di Israele, incominciando dalla vocazione di Abramo e proseguendo per l'esodo, il dono della legge sul Sinai, l'immissione nel possesso della terra promessa, il ricordo di tutti gli interventi di Dio per ricondurre a sé il suo popolo quando errava; a questa serie di gesti di misericordia, si contrappone la catena di infedeltà commesse con pervicacia dai padri, sino all'ultima, compiuta da essi stessi, che pure avevano esperimentato la misericordia divina che non aveva permesso che fossero sterminati, come invece avrebbero meritato. La preghiera, simile a quella di Esd 9,6-15, ma di più ampi orizzonti, è una vivace sintesi di tutta la storia sacra sino a Esdra, composta con citazioni e reminiscenze bibliche.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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LETTURA DELLA LEGGE E ORGANIZZAZIONE DELLA COMUNITÀ (8,1-13,31)

Lettura della legge 1Allora tutto il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza davanti alla porta delle Acque e disse allo scriba Esdra di portare il libro della legge di Mosè, che il Signore aveva dato a Israele. 2Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all'assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. 3Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d'intendere; tutto il popolo tendeva l'orecchio al libro della legge. 4Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l'occorrenza, e accanto a lui stavano a destra Mattitia, Sema, Anaià, Uria, Chelkia e Maasia, e a sinistra Pedaià, Misaele, Malchia, Casum, Casbaddana, Zaccaria e Mesullàm. 5Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. 6Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: “Amen, amen”, alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. 7Giosuè, Banì, Serebia, Iamin, Akkub, Sabbetài, Odia, Maasia, Kelità, Azaria, Iozabàd, Canan, Pelaià e i leviti spiegavano la legge al popolo e il popolo stava in piedi. 8Essi leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. 9Neemia, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: “Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!”. Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. 10Poi Neemia disse loro: “Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”. 11I leviti calmavano tutto il popolo dicendo: “Tacete, perché questo giorno è santo; non vi rattristate!”. 12Tutto il popolo andò a mangiare, a bere, a mandare porzioni e a esultare con grande gioia, perché avevano compreso le parole che erano state loro proclamate.

Festa delle Capanne 13Il secondo giorno i capi di casato di tutto il popolo, i sacerdoti e i leviti si radunarono presso lo scriba Esdra per esaminare le parole della legge. 14Trovarono scritto nella legge data dal Signore per mezzo di Mosè che gli Israeliti dovevano dimorare in capanne durante la festa del settimo mese 15e dovevano proclamare e far passare questa voce in tutte le loro città e a Gerusalemme: “Uscite verso la montagna e portate rami di ulivo, rami di olivastro, rami di mirto, rami di palme e rami di alberi ombrosi, per fare capanne, come sta scritto”. 16Allora il popolo uscì, portò l'occorrente e si fecero capanne, ciascuno sul tetto della propria casa, nei loro cortili, nei cortili di Dio, sulla piazza della porta delle Acque e sulla piazza della porta di Èfraim. 17Così tutta la comunità di coloro che erano tornati dalla deportazione si fece capanne e dimorò nelle capanne. Dal tempo di Giosuè, figlio di Nun, gli Israeliti non avevano fatto così fino a quel giorno. Vi fu gioia molto grande. 18Si lesse il libro della legge di Dio ogni giorno, dal primo giorno fino all'ultimo giorno. Fecero festa per sette giorni e all'ottavo giorno si tenne una solenne assemblea, com'è prescritto.

__________________________ Note

_8,1 La lettura pubblica del libro della legge vede la ricomparsa di Esdra, che aveva appunto il compito di far conoscere la legge. Ora al centro della comunità sta un libro. Non sappiamo se la legge in mano a Esdra sia qualche raccolta legislativa contenuta nelle tradizioni conservate dalla scuola sacerdotale o deuteronomistica, oppure, come ritengono alcuni, se si tratti già del Pentateuco attuale.

8,2 Il settimo mese aveva un importante significato religioso (Lv 23,24; Nm 29,1).

8,14 La festa delle Capanne è descritta in Lv 23,33-43 e Dt 16,13-15.

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Approfondimenti

Questo capitolo e il seguente provengono dalle Memorie di Esdra e si ricollegano a Esd 8,36. Essi appartengono a un'epoca posteriore a quella di Neemia e non è perciò possibile che i due grandi riformatori siano stati insieme nella piazza davanti alla porta delle Acque (8,9-10) o durante la cerimonia della dedicazione delle mura (12,36.38). Ma l'integrazione della narrazione di Neemia con quella di Esdra ha un senso religioso che trascende quello della successione cronologica. Essa, cioè, vuole mostrare la struttura ideale del governo del popolo di Dio, con i due poteri – quello laico rappresentato da Neemia e quello sacro rappresentato dal sacerdote e maestro Esdra – che operano concordemente alla luce della parola di Dio, che spetta comunque agli esperti, che qui sono i leviti, spiegare. Guardando più da vicino la struttura delle Memorie di Neemia, che hanno come oggetto la ricostruzione delle mura di Gerusalemme in vista della sua rinascita spirituale, i nostri tre capitoli insegnano che non c'è vera rinascita se non con l'ascolto della torah, la presa di coscienza della propria situazione spirituale, il pentimento sincero, il rinnovamento dell'alleanza con Dio su aspetti ben definiti in cui i singoli e la comunità sentono di essere stati fino a quel momento infedeli. Da notare come l'incontro della comunità con la parola di Dio descritto nel c. 8 sia modellato sul rituale e le modalità della lettura sinagogale della torah. La tradizione giudaica, anzi, ha visto proprio in questa assemblea l'epifania di Israele come popolo che ha ormai il suo punto di riferimento nel Libro, venerato, proclamato e spiegato nella liturgia sinagogale, che sarebbe nata nella stessa occasione. Come appare dall'esortazione finale aggiunta dagli scribi al libro di Malachia (3,22): «Tenete a mente le legge del mio servo Mosè, al quale ordinai sull'Oreb statuti e norme per tutto Israele», la lettura sinagogale della torah divenne «memoria» (zikkārôn), ossia riattualizzazione liturgica della rivelazione del Sinai. La comunità si pone alla presenza di Dio (cfr. 8,5-6) e accoglie come rivolti a sé i precetti dell'alleanza, confrontando con essi la propria vita. L'assemblea presieduta da Esdra rappresenterebbe anche gli inizi della “Grande Sinagoga” (secc. V-III a.C.)) cui fu attribuita, tra l'altro, l'organizzazione della liturgia sinagogale, la fissazione delle benedizioni e delle preghiere, l'istituzione della festa di Purim e l'inserimento di Ezechiele, Daniele, Ester e dei Dodici Profeti minori nel Canone.

1-8. Il primo giorno del settimo mese, ossia di Tishri (settembre-ottobre), festa dell'Anno Nuovo civile (cfr. Lv 23,24-25; Nm 29,1-6), «tutto il popolo si radunò come un solo uomo davanti alla piazza sulla porta delle Acque» e chiese a Esdra, che Artaserse II aveva inviato in Giudea per insegnare la legge del suo Dio (Esd 7,14.25-26), di conoscere quella legge, scritta nel libro di Mosè (v. 1). Questo libro coincide sostanzialmente con il Pentateuco, ormai definito nelle scuole di Babilonia e che da Giuda passerà anche ai Samaritani, i quali si separarono definitivamente dai Giudei nel IV secolo a. C. Esdra non lesse in quell'occasione tutto il Pentateuco, come si può dedurre dal testo che dice che egli lesse «in esso» (bô) e che la lettura durò dal mattino sino a mezzogiorno, un tempo non sufficiente per leggere l'intera raccolta (v. 3). Tanto più che la lettura fu fatta «a brani distinti», che venivano man mano tradotti e spiegati al popolo dai leviti (vv. 7-8). Esdra scelse certamente dei brani adatti alla festività che stavano celebrando e a quella prossima delle Capanne, oppure pertinenti ai problemi che agitavano in quel momento la comunità. Tra gli uditori c'erano tutti: uomini, donne e fanciulli in età di comprendere (v. 2). La legge infatti voleva che l'Ebreo fin dall'infanzia conoscesse non soltanto le parole di Dio (cfr. 2Tm 3,14-15), ma anche i riti e i loro significati (Es 12,26-27; 13,1-8.13-14; Dt 4,6; 31,12-13): la mancanza di conoscenza, aveva proclamato Osea, era stato l'inizio della distruzione di Israele (Os 4,6).

9-12. Il popolo si sentì confuso e scoppiò in pianto nel constatare quanto si era allontanato da ciò che Dio aveva prescritto nella sua legge, ma le feste devono essere vissute con gioia, perché si è davanti al Signore, suoi ospiti (cfr. Dt 12,7.12.18; 14,26; 16,11.14). E questa gioia deve esprimersi anche con un buon pranzo di carni gustose innaffiate di vino dolce, come suggerì Neemia alla folla, mentre i leviti non sapevano dire altro se non di non piangere per non sciupare la santità della festa. Con l'abituale nobiltà del suo cuore (cfr. 5,14-19) il governatore invitò anche a mandare delle porzioni a quelli che non avevano potuto preparare nulla di speciale per la festa, affinché anch'essi partecipassero alla gioia del giorno. Questa gioia, egli aggiunse, prorompente dal profondo al ricordo degli interventi salvifici del Signore, avrebbe fortificato gli animi contro scoraggiamenti e paure (v. 10): Dio era stato ed era con il suo popolo.

13. A studiare la legge si ritrovarono l'indomani intorno a Esdra non solo i sacerdoti e i leviti, ma anche i capi-famiglia, ai quali spettava diffondere all'interno dei loro clan e delle loro famiglie la conoscenza dei precetti del Signore (Dt 6,6-7).

14-16. Si era nel mese di Tishri, in cui cade, tra il 15 e il 22, la festa delle Capanne dedicata tradizionalmente al ringraziamento per i raccolti d'autunno (Dt 16,13-15). Ma esaminando il libro della legge, che Esdra opportunamente aprì alle pagine relative all'imminente festa (cfr. Es 23,16; Lv 23,33-36.39-43), l'esegeta spiegò che essa era anche commemorativa del tempo trascorso da Israele nel deserto quando uscì dall'Egitto, e che in ricordo di ciò si doveva abitare per sette giorni in capanne costruite a cielo aperto con rami di ulivo, di mirto, di palma e di altri alberi folti (Lv 23,41-43).

17-18. La festa fu celebrata secondo le modalità e lo spirito prescritti dalla legge, in una Gerusalemme restaurata in cui Dio aveva rialzato la capanna (ossia il tempio) di Davide (Am 9,11), ed ebbe una riuscita eccezionale, sintetizzata nell'espressione iperbolica: dai tempi di Giosuè non si era mai visto niente di simile! Esdra approfittò dei giorni di festa per continuare la lettura della legge, come era prescritto in Dt 31,10-13 per la festa delle Capanne che cade in un anno sabbatico. E il seme della parola cadde in un terreno ormai ben preparato a riceverlo, farlo attecchire, germogliare, portare frutto.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Quando le mura furono riedificate e io ebbi messo a posto le porte, e i portieri, i cantori e i leviti furono stabiliti nei loro uffici, 2affidai il governo di Gerusalemme a Anàni, mio fratello, e ad Anania, comandante della cittadella, perché era un uomo fedele e temeva Dio più di tanti altri. 3Ordinai loro: “Le porte di Gerusalemme non si aprano finché il sole non cominci a scaldare e si chiudano e si sbarrino i battenti mentre gli abitanti sono ancora in piedi; si stabiliscano delle guardie prese fra gli abitanti di Gerusalemme, ognuno al suo turno e ognuno davanti alla propria casa”.

Lista di ricapitolazione 4La città era spaziosa e grande; ma dentro vi era poca gente e non c'erano case costruite. 5Il mio Dio mi ispirò di radunare i notabili, i magistrati e il popolo, per farne il censimento. Trovai il registro genealogico di quelli che erano tornati dall'esilio la prima volta e vi trovai scritto: 6Questi sono gli abitanti della provincia che ritornarono dall'esilio, quelli che Nabucodònosor, re di Babilonia, aveva deportato e che tornarono a Gerusalemme e in Giudea, ognuno nella sua città; 7essi vennero con Zorobabele, Giosuè, Neemia, Azaria, Raamia, Nacamanì, Mardocheo, Bilsan, Mispèret, Bigvài, Necum e Baanà. Questa è la lista degli uomini del popolo d'Israele. 8Figli di Paros: duemilacentosettantadue. 9Figli di Sefatia: trecentosettantadue. 10Figli di Arach: seicentocinquantadue. 11Figli di Pacat-Moab, cioè figli di Giosuè e di Ioab: duemilaottocentodiciotto. 12Figli di Elam: milleduecentocinquantaquattro. 13Figli di Zattu: ottocentoquarantacinque. 14Figli di Zaccài: settecentosessanta. 15Figli di Binnùi: seicentoquarantotto. 16Figli di Bebài: seicentoventotto. 17Figli di Azgad: duemilatrecentoventidue. 18Figli di Adonikàm: seicentosessantasette. 19Figli di Bigvài: duemilasessantasette. 20Figli di Adin: seicentocinquantacinque. 21Figli di Ater, cioè di Ezechia: novantotto. 22Figli di Casum: trecentoventotto. 23Figli di Besài: trecentoventiquattro. 24Figli di Carif: centododici. 25Figli di Gàbaon: novantacinque. 26Uomini di Betlemme e di Netofà: centoottantotto. 27Uomini di Anatòt: centoventotto. 28Uomini di Bet-Azmàvet: quarantadue. 29Uomini di Kiriat-Iearìm, di Chefirà e di Beeròt: settecentoquarantatré. 30Uomini di Rama e di Gheba: seicentoventuno. 31Uomini di Micmas: centoventidue. 32Uomini di Betel e di Ai: centoventitré. 33Uomini di un altro Nebo: cinquantadue. 34Figli di un altro Elam: milleduecentocinquantaquattro. 35Figli di Carim: trecentoventi. 36Figli di Gerico: trecentoquarantacinque. 37Figli di Lod, di Adid e di Ono: settecentoventuno. 38Figli di Senaà: tremilanovecentotrenta. 39Sacerdoti: figli di Iedaià della casa di Giosuè: novecentosettantatré. 40Figli di Immer: millecinquantadue. 41Figli di Pascur: milleduecentoquarantasette. 42Figli di Carim: millediciassette. 43Leviti: figli di Giosuè, cioè di Kadmièl, figli di Odva: settantaquattro. 44Cantori: figli di Asaf: centoquarantotto. 45Portieri: figli di Sallum, figli di Ater, figli di Talmon, figli di Akkub, figli di Catità, figli di Sobài: centotrentotto. 46Oblati: figli di Sica, figli di Casufà, figli di Tabbaòt, 47figli di Keros, figli di Sià, figli di Padon, 48figli di Lebanà, figli di Agabà, figli di Salmài, 49figli di Canan, figli di Ghiddel, figli di Gacar, 50figli di Reaià, figli di Resin, figli di Nekodà, 51figli di Gazzam, figli di Uzzà, figli di Pasèach, 52figli di Besài, figli dei Meuniti, figli dei Nefisesiti, 53figli di Bakbuk, figli di Akufà, figli di Carcur, 54figli di Baslìt, figli di Mechidà, figli di Carsa, 55figli di Barkos, figli di Sìsara, figli di Temach, 56figli di Nesìach, figli di Catifà. 57Figli degli schiavi di Salomone: figli di Sotài, figli di Sofèret, figli di Peridà, 58figli di Iala, figli di Darkon, figli di Ghiddel, 59figli di Sefatia, figli di Cattil, figli di Pocheret-Assebàim, figli di Amon. 60Totale degli oblati e dei figli degli schiavi di Salomone: trecentonovantadue. 61Questi sono coloro che ritornarono da Tel-Melach, Tel-Carsa, Cherub-Addon e Immer, ma non avevano potuto dichiarare se il loro casato e la loro discendenza fossero d'Israele: 62i figli di Delaià, i figli di Tobia, i figli di Nekodà: seicentoquarantadue; 63tra i sacerdoti: i figli di Cobaià, i figli di Akkos, i figli di Barzillài, il quale aveva preso in moglie una delle figlie di Barzillài, il Galaadita, e veniva chiamato con il loro nome. 64Costoro cercarono il loro registro genealogico, ma non lo trovarono e furono quindi esclusi dal sacerdozio. 65Il governatore disse loro che non potevano mangiare le cose santissime, finché non si presentasse un sacerdote con urìm e tummìm. 66Tutta la comunità nel suo insieme era di quarantaduemilatrecentosessanta persone, 67oltre i loro schiavi e le loro schiave in numero di settemilatrecentotrentasette; avevano anche duecentoquarantacinque cantori e cantatrici. 68Avevano quattrocentotrentacinque cammelli, seimilasettecentoventi asini. 69Alcuni capi di casato fecero offerta alla fabbrica. Il governatore diede al tesoro mille dracme d'oro, cinquanta vasi per l'aspersione, cinquecentotrenta tuniche sacerdotali. 70Alcuni capi di casato diedero al tesoro della fabbrica ventimila dracme d'oro e duemiladuecento mine d'argento. 71Ciò che il resto del popolo diede era ventimila dracme d'oro, duemila mine d'argento e sessantasette tuniche sacerdotali. 72Poi i sacerdoti, i leviti, i portieri, i cantori, alcuni del popolo, gli oblati e tutti gli Israeliti si stabilirono nelle loro città. Giunse il settimo mese e gli Israeliti stavano nelle loro città.

__________________________ Note

7,5 il registro genealogico: la lista fino al v. 72 è pressoché identica a Esd 2,1-70.

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Approfondimenti

Le mura non bastavano da sole a garantire la sicurezza della città, era necessario porre delle sentinelle su di esse, ma soprattutto vigilare alle porte, visto anche il via vai di lettere e di messaggi tra Tobia di Ammon e i suoi parenti e amici di Gerusalemme. Neemia dispose quindi dei custodi alle porte e ordinò di non aprirle prima che il sole cominciasse a scaldare e di chiuderle quando era ancora alto; stabilì anche pattuglie che vigilassero all'interno della città, composte di persone che abitavano in case che confinavano tra loro, in modo da renderli più interessati e attenti, dovendo essi fare la guardia intorno alle proprie abitazioni. Per garantirsi da possibili tradimenti, affidò il governo della città a Canani (cfr. 1,2) e ad Anania, comandante della cittadella, che si distingueva per la sua fedeltà a Neemia e per la sua religiosità. La città comunque era troppo grande e la popolazione poca, con ampi spazi vuoti di case, che bisognava riempire non solo per difendersi meglio ma anche per realizzare il progetto di rilancio di Gerusalemme quale centro e cuore del giudaismo. Il Signore mise in animo a Neemia (v. 5) di censire gli abitanti della città e di esaminare i registri dei reduci del primo rientro (vv. 6-73a), forse proprio per invitare quelli che si erano stabiliti altrove a raccogliersi in Gerusalemme. L'elenco è lo stesso di Esd 2,1-70, con alcune varianti sia nei nomi che nelle cifre, segno che né in un caso né nell'altro la sua fonte è stata riprodotta integralmente.

1. Insieme con i guardiani delle porte, che sembra fossero leviti (cfr. 13,22), Neemia stabilì nei loro uffici cultuali i cantori e i leviti, le cui preghiere e il cui servizio nel tempio non erano meno necessari (cfr. Sal 127,1).

73. Con questo versetto s'interrompono le Memorie di Neemia, che riprenderanno al c. 12,27, e incomincia la sezione dedicata alla riforma religiosa operata in Gerusalemme da Esdra.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Conclusione dei lavori 1Quando Sanballàt, Tobia e Ghesem, l'Arabo, e gli altri nostri nemici sentirono che io avevo edificato le mura e che non vi era più rimasta alcuna breccia, sebbene a quel momento ancora non avessi messo i battenti alle porte, 2Sanballàt e Ghesem mi mandarono a dire: “Vieni, incontriamoci a Chefirìm, nella valle di Ono”. Essi pensavano di farmi del male. 3Ma io inviai loro messaggeri a dire: “Sto facendo un gran lavoro e non posso scendere: perché dovrebbe interrompersi il lavoro, mentre io lo lascio per scendere da voi?“. 4Essi mandarono quattro volte a dirmi la stessa cosa e io risposi nello stesso modo. 5Allora Sanballàt, per la quinta volta, mi mandò a dire la stessa cosa per mezzo del suo servo, che aveva in mano una lettera aperta, 6nella quale stava scritto: “Si sente dire fra queste nazioni, e Gasmu lo afferma, che tu e i Giudei meditate di ribellarvi e perciò tu costruisci le mura e, secondo queste voci, tu diventeresti loro re 7e avresti inoltre stabilito profeti, perché proclamino di te a Gerusalemme: “Vi è un re in Giuda!”. Ora questi discorsi saranno riferiti al re. Vieni dunque e consultiamoci insieme”. 8Ma io gli feci rispondere: “Non è come tu dici. Tu inventi!”. 9Tutta quella gente infatti ci voleva impaurire e diceva: “Le loro mani desisteranno e il lavoro non si farà”. Io invece irrobustii le mie mani! 10Io andai a casa di Semaià, figlio di Delaià, figlio di Meetabèl, perché era impedito; egli disse: “Troviamoci insieme nel tempio, dentro il santuario, e chiudiamo le porte del santuario, perché verranno ad ucciderti; di notte verranno ad ucciderti”. 11Ma io risposi: “Un uomo come me può darsi alla fuga? E chi nella mia condizione entrerebbe nel santuario per salvare la vita? No, non entrerò”. 12Compresi che non era mandato da Dio, ma aveva pronunciato quella profezia a mio danno, perché Tobia e Sanballàt l'avevano pagato. 13Era stato pagato per impaurirmi e indurmi ad agire in quel modo e a peccare, così avrebbero avuto un capo di accusa per screditarmi. 14Mio Dio, ricòrdati di Tobia e di Sanballàt, per queste loro opere, e anche della profetessa Noadia e degli altri profeti che cercavano di spaventarmi! 15Le mura furono condotte a termine il venticinquesimo giorno di Elul, in cinquantadue giorni. 16Quando lo seppero, tutti i nostri nemici ebbero paura, tutte le nazioni che stavano intorno a noi si sentirono molto umiliate e dovettero riconoscere che quest'opera si era compiuta per l'intervento del nostro Dio. 17In quei giorni i notabili di Giuda mandavano frequenti lettere a Tobia e da Tobia ne ricevevano; 18infatti molti in Giuda erano suoi alleati, perché egli era genero di Secania, figlio di Arach, e suo figlio Giovanni aveva sposato la figlia di Mesullàm, figlio di Berechia. 19Anche in mia presenza parlavano bene di lui e gli riferivano le mie parole, mentre Tobia mandava lettere per intimorirmi.

__________________________ Note

6,11 nella mia condizione: al laico Neemia non è concesso di entrare nella parte più sacra del tempio.

6,15 Elul: il sesto mese, corrisponde ad agosto-settembre.

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Approfondimenti

Svanite, a motivo della diuturna vigilanza armata, le possibilità di attacchi di sorpresa ai cantieri, i nemici di Neemia ripiegano sulla tattica del tradimento e della congiura. Agitando lo spauracchio di una possibile denuncia di Neemia presso la corte per voci assai diffuse che lo volevano ormai aspirante a re di Giuda, essi invitarono per ben cinque volte Neemia a degli incontri per discutere e consultarsi insieme su tali dicerie (6,4-5). Neemia sapeva che in realtà tanta premura era solo un tranello per assassinarlo e declinò sempre gli inviti, adducendo i suoi impegni urgenti. Visto che non si era capaci di trar fuori Neemia dalla città, Sanballat e i suoi alleati tentarono il tradimento, ricorrendo ad amici di Gerusalemme che non condividevano per motivi vari la politica sociale e religiosa di Neemia. Un profeta, Semaia, fu prezzolato per consigliare Neemia di rifugiarsi nel santuario, dove lui, laico, non poteva entrare, per screditarlo agli occhi del popolo e, chissà, procurargli un linciaggio. Neemia e la sua gente resistettero impavidi a tutte le intimidazioni e nello spazio di 52 giorni la ricostruzione delle mura fu portata a termine e furono messi i battenti alle porte.

5-8. Il quinto tentativo fatto da Sanballat per attirare Neemia fuori di Gerusalemme fu affidato a una lettera aperta in cui lo avvisava della diceria che circolava tra le nazioni confinanti, secondo la quale egli ricostruiva le mura per farsi proclamare re, e che aveva perciò preparato dei profeti che avrebbero simulato che la sua elezione era voluta da Dio (cfr. 1Sam 9,15-17; 10,1; 16,1-13; 2Re 9,1-13). Notiamo che i profeti Aggeo e Zaccaria avevano vagheggiato la regalità per Zorobabele (Ag 1,1; 2,20-24; Zc 6,12-13), che il Talmud identifica proprio con Neemia (b Sanhedrin 38a). Neemia non si lascia intimorire dalla lettera sibillina inviata tanto platealmente da Sanballat e risponde che è tutto sua invenzione.

10-13. Una trama ancora più subdola fu quella intessuta dal sacerdote e profeta Semaia, il quale fece andare Neemia a casa sua perché doveva comunicargli di aver saputo per ispirazione di un complotto in città per assassinarlo. Neemia comprese subito che l'oracolo poteva sì essergli venuto dal cielo: «verranno ad ucciderti, di notte verranno ad ucciderti», ma non certo il consiglio che Semaia gli dava di rifugiarsi e rinchiudersi insieme con lui nella parte più intima del tempio, quella riservata ai sacerdoti. Anche Baalam aveva ricevuto oracoli autentici da parte di Dio (Nm 22-24), ma poi aveva dato suggerimenti suoi personali per aggirare le benedizioni divine e far perdere Israele (Nm 31,16). Neppure l'ufficio profetico, insomma, preserva di per sé dal compiere il male. Neemia fiutò subito nella proposta di Semaia il tranello mortale e respinse quindi il suggerimento fraudolento, appellandosi all'obbligo che aveva, nella sua condizione di capo, di non mostrarsi vigliacco, e richiamando la sua condizione di laico, e forse anche di eunuco, che gli interdiceva di entrare nel santuario (Nm 18,7.22; 2Cr 26,16-21; Dt 23,2).

14. Forze esterne e forze interne, tra cui diversi profeti, si coalizzarono per perdere Neemia, e su tutti egli invoca il giudizio di Dio. Da notare che, mentre degli avversari egli menziona esplicitamente Tobia e Sanballat, non ricorda Semaia, bensì una profetessa, Noadia. Questo fa pensare che la donna sia stata la vera autrice dell'insidia tramata. Ma anche le profetesse, come i loro colleghi maschi, potevano abusare del loro ruolo. Si veda la profetessa Miriam, che mormorò contro il fratello Mosè (Es 15,20-21; Nm 12) e le protetesse che al tempo di Ezechiele adattavano gli oracoli o inventavano visioni secondo i desideri del committente o del miglior offerente (Ez 13,15-23).

15-19. Contemporaneamente al crescere delle mura, s'infittiva e diventava più vischiosa la rete di intrighi che gli avversari tessevano intorno a Neemia per eliminarlo o renderlo innocuo. A capo dell'opposizione e dei maneggi c'era il Giudeo Tobia di Ammon, il quale era collegato, anche per motivi di parentela, con molti degli appartenenti alle classi alte di Gerusalemme; questi provvedevano a informarlo sia di quanto accadeva in città, sia delle reazioni di Neemia alle lodi di lui che essi intessevano provocatoriamente alla presenza del governatore. Tobia, poi, servendosi di certo di tali informazioni, cercava di terrorizzare Neemia con lettere minatorie.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Ostacoli nella comunità 1Si alzò un gran lamento da parte della gente del popolo e delle loro mogli contro i loro fratelli Giudei. 2Alcuni dicevano: “I nostri figli e le nostre figlie sono numerosi; prendiamoci del grano per mangiare e vivere!”. 3Altri dicevano: “Dobbiamo impegnare i nostri campi, le nostre vigne e le nostre case per assicurarci il grano durante la carestia!”. 4Altri ancora dicevano: “Abbiamo preso denaro a prestito sui nostri campi e sulle nostre vigne per pagare il tributo del re. 5La nostra carne è come la carne dei nostri fratelli, i nostri figli sono come i loro figli; ecco, dobbiamo sottoporre i nostri figli e le nostre figlie alla schiavitù, e alcune delle nostre figlie sono già state ridotte schiave, e non possiamo fare nulla, perché i nostri campi e le nostre vigne sono in mano d'altri”. 6Quando udii i loro lamenti e queste parole, ne fui molto indignato. 7Dopo aver riflettuto dentro di me, accusai i notabili e i magistrati e dissi loro: “Voi esigete dunque un interesse tra fratelli?”. Convocai contro di loro una grande assemblea 8e dissi loro: “Noi, secondo la nostra possibilità, abbiamo riscattato i nostri fratelli Giudei che si erano venduti agli stranieri, e ora proprio voi vendete i vostri fratelli perché siano rivenduti a noi?”. Allora quelli tacquero e non seppero che cosa rispondere. 9Io dissi: “Quello che voi fate non va bene. Non dovreste voi camminare nel timore del nostro Dio per non essere scherniti dagli stranieri, nostri nemici? 10Ma anch'io, i miei fratelli e i miei servi abbiamo dato loro in prestito denaro e grano. Condoniamo questo debito! 11Rendete loro oggi stesso i loro campi, le loro vigne, i loro oliveti e le loro case e l'interesse del denaro del grano, del vino e dell'olio, che voi esigete da loro”. 12Quelli risposero: “Restituiremo e non esigeremo più nulla da loro; faremo come tu dici”. Allora chiamai i sacerdoti e li feci giurare di attenersi a questa parola. 13Poi scossi la piega anteriore del mio mantello e dissi: “Così Dio scuota dalla sua casa e dai suoi beni chiunque non manterrà questa parola e così sia egli scosso e svuotato di tutto!”. Tutta l'assemblea disse: “Amen” e lodarono il Signore. Il popolo si attenne a questa parola. 14Inoltre, da quando il re mi aveva stabilito loro governatore nel paese di Giuda, dal ventesimo anno fino al trentaduesimo anno del re Artaserse, durante dodici anni, né io né i miei fratelli mangiammo la provvista assegnata al governatore. 15I governatori che mi avevano preceduto avevano gravato il popolo, ricevendone pane e vino, oltre a quaranta sicli d'argento; perfino i loro servi angariavano il popolo, ma io non ho fatto così, per timore di Dio. 16Anzi ho messo mano ai lavori di restauro di queste mura e non abbiamo comprato alcun podere. Tutti i miei giovani erano raccolti là a lavorare. 17Avevo alla mia tavola centocinquanta uomini, Giudei e magistrati, oltre a quelli che venivano a noi dalle nazioni vicine. 18Quello che si preparava ogni giorno, un bue, sei capi scelti di bestiame minuto e uccelli, veniva preparato a mie spese. Ogni dieci giorni vino per tutti in abbondanza. Tuttavia non ho mai chiesto la provvista assegnata al governatore, perché il popolo era già gravato abbastanza a causa dei lavori. 19Mio Dio, ricòrdati in mio favore di quanto ho fatto a questo popolo.

__________________________ Note

5,5 La nostra carne è come la carne dei nostri fratelli: il prestito di denaro e la schiavitù non erano illegali (Es 21,2-11; 22,24-26; Lv 25; Dt 15,1-18; 24,10-13); qui il testo mette l’accento sulla solidarietà tra fratelli.

5,14 L’affermazione che Neemia fu governatore non ha necessariamente un valore politico; inoltre non implica che fosse stato lui il primo a portare questo titolo in Giudea.

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Approfondimenti

L'abiezione di Gerusalemme descritta da Canani a Neemia (1,2-3) non era dovuta soltanto allo spadroneggiare in essa di elementi estranei, ma anche alla mancanza di solidarietà tra i diversi strati della sua popolazione, per cui i ricchi diventavano sempre più ricchi e i poveri sempre più miseri. La mobilitazione generale nel lavoro e nelle armi per la ricostruzione e la difesa della patria comune provocò l'esplosione della protesta dei poveri contro i loro fratelli Giudei: non si poteva chiedere ai proletari di lavorare alle mura dall'alba all'apparire delle stelle (4,15) se a essi e ai loro figli non si dava del pane. Demotivati, anche per l'incalzare delle scadenze e il moltiplicarsi degli interessi, erano anche molti piccoli possidenti che si erano spogliati dei loro beni, giungendo persino a vendere come schiave le proprie figlie, per acquistare cibo o per pagare le tasse. Neemia prestò ascolto al lamento e riprese aspramente i responsabili del degrado sociale, cioè i notabili e i magistrati; appellandosi alla fraternità che legava i Giudei tra loro (v. 7) e al rispetto verso Dio, di cui agli occhi dei pagani apparivano devoti risibili (v. 9), riuscì a imporre in una grande assemblea la restituzione dei campi e delle case prese in pegno e la remissione degli interessi maturati.

1-5. Alla richiesta di pane e alla protesta contro l'iniquità sociale ed economica presero parte anche le donne e questo indica la gravità della situazione, la cui denuncia ha riscontro anche nel profeta Malachia (2,9-10; 3,5-15).

6-13. La legge permetteva il prestito su pegno (Es 22,25-26; Dt 24,10-13) e persino la vendita di se stessi o di un membro della propria famiglia a compratori o creditori Ebrei, col riacquisto però della libertà dopo sette anni (Es 21,2-6; Dt 15,12-18). Si ritiene che il prestito a interesse fra Israeliti fosse vietato (Es 22,24), ma forse la proibizione si riferiva all'interesse elevato, quello che noi chiamiamo usura. Lo stesso Neemia, infatti, e gli uomini venuti con lui prestavano denaro e grano a interesse (5,10). Ciò che era delittuoso nella pratica dei ricchi creditori gerosolimitani era forse il tasso elevato, ma ancor più la spietatezza nell'appropriarsi dei beni – cose o persone – ricevuti in pegno. Gli schiavi Ebrei venivano di solito rivenduti ai pagani, dai quali venivano poi riscattati dai Giudei della diaspora (v. 8), portando in tasche private denaro che doveva essere invece speso per la causa comune. La proposta di Neemia di restituire i pegni e di condonare gli interessi fu accolta dai creditori nel corso di una grande assemblea popolare e l'assenso reso sacro mediante giuramento alla presenza dei sacerdoti e di tutto il popolo (vv. 12-13). La concordia raggiunta, ma soprattutto il favore popolare che si riversò su Neemia, divennero il vero fondamento per la costruzione della nuova Gerusalemme.

14-19. Neemia ricorda il comportamento esemplare che egli tenne nel corso del suo governatorato durato dodici anni (445-433 a.C.). Egli non riscosse dalla popolazione l'imposta per il suo mantenimento e non angariò nessuno; lavorò insieme con i suoi servi alla ricostruzione delle mura; nutrì alla sua mensa a proprie spese i magistrati, la gente semplice e i forestieri che vi facevano capo, non acquistò alcun podere. Tutta la sua impresa era stata pura dedizione di amore, per Dio e per i fratelli. L'unica ricompensa che egli chiedeva era la compiacenza divina per quanto aveva fatto per il suo popolo (v. 19). Da notare che questa richiesta, dall'aspetto tanto innocente ed edificante, rivelerebbe, secondo alcuni antichi maestri Ebrei, la presunzione in Neemia d'aver acquisito meriti davanti a Dio per quanto aveva fatto e di cui chiese il riconoscimento. Ma nessuna azione dell'uomo, essi dicono, per quanto buona, è degna in se stessa di merito se non la si accompagna con l'invocazione della misericordia divina. Per questo Neemia fu punito con la cancellazione del suo nome come autore del libro che narra le sue gesta (6 Sanhedrin 93b). Tanto rigore sembra ingeneroso – né d'altronde era condiviso da tutti i maestri – nei confronti di chi aveva sempre invocato Dio come principio, sostegno e fine di ogni sua azione, ma almeno conferma che anche nel giudaismo ogni merito è pura grazia.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Ma quando Sanballàt, Tobia, gli Arabi, gli Ammoniti e gli Asdoditi sentirono che il restauro delle mura di Gerusalemme progrediva e che le brecce cominciavano a venir chiuse, si adirarono molto 2e tutti insieme congiurarono di venire ad attaccare Gerusalemme e crearvi confusione. 3Allora noi pregammo il nostro Dio e contro di loro mettemmo sentinelle di giorno e di notte per difenderci da loro. 4Quelli di Giuda dicevano: “Le forze dei portatori vengono meno e le macerie sono molte; noi non potremo ricostruire le mura!”. 5I nostri avversari dicevano: “Senza che s'accorgano di nulla, noi piomberemo in mezzo a loro, li uccideremo e faremo cessare i lavori”. 6Poiché i Giudei che dimoravano vicino a loro vennero a riferirci dieci volte: “Da tutti i luoghi dove vi volgete saranno contro di noi”, 7io, in luoghi bassi oltre le mura, nei punti scoperti, disposi il popolo per famiglie, con le loro spade, le loro lance, i loro archi. 8Dopo aver considerato la cosa, mi alzai e dissi ai notabili, ai magistrati e al resto del popolo: “Non li temete! Ricordatevi del Signore grande e tremendo; combattete per i vostri fratelli, per i vostri figli e le vostre figlie, per le vostre mogli e per le vostre case!”. 9Quando i nostri nemici sentirono che eravamo informati della cosa, Dio fece fallire il loro disegno e noi tutti tornammo alle mura, ognuno al suo lavoro. 10Da quel giorno la metà dei miei giovani lavorava e l'altra metà stava armata di lance, di scudi, di archi, di corazze; i preposti stavano dietro a tutta la casa di Giuda. 11Quelli che ricostruivano le mura e quelli che portavano o caricavano i pesi con una mano lavoravano e con l'altra tenevano la loro arma; 12tutti i costruttori, lavorando, portavano ciascuno la spada cinta ai fianchi. Il suonatore di corno stava accanto a me. 13Dissi allora ai notabili, ai magistrati e al resto del popolo: “L'opera è grande ed estesa e noi siamo sparsi sulle mura e distanti l'uno dall'altro. 14Dovunque udrete il suono del corno, raccoglietevi presso di noi; il nostro Dio combatterà per noi”. 15Così continuavamo i lavori, mentre la metà di loro teneva impugnata la lancia, dal sorgere dell'alba allo spuntare delle stelle. 16Anche in quell'occasione dissi al popolo: “Ognuno con il suo aiutante passi la notte dentro Gerusalemme, così saranno per noi una guardia di notte e mano d'opera di giorno”. 17Io, poi, i miei fratelli, i miei servi e gli uomini di guardia che mi seguivano non ci togliemmo mai le vesti; ognuno teneva l'arma a portata di mano.

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Approfondimenti

Poiché l'offensiva degli scherni e delle provocazioni non aveva sortito effetto e la riparazione delle mura progrediva, i nemici di Giuda decisero di ricorrere alla violenza e progettarono di assalire di sorpresa i cantieri e demolire quanto era stato costruito, in modo da riportare Gerusalemme alla precedente condizione di vulnerabilità. Ai nemici già noti si aggiunsero ora anche gli abitanti della città filistea di Asdod (v. 1), completando così l'accerchiamento politico e psicologico di Gerusalemme. Ma al centro dell'assedio, a fianco del suo popolo, c'era Dio, ricordò Neemia ai suoi (v. 14). E coniugando fede e prudenza umana, egli organizzò e armò gli operai in modo da non essere colti di sorpresa da eventuali assalti.

4-17. Le mura erano giunte a metà altezza, ma il lavoro da fare era ancora tanto, e sotto la minaccia dei nemici esso prese a pesare doppiamente, al punto che una qînâ (lamento) risuonò sulle bocche degli operai: «Le forze dei portatori vengono meno e le macerie sono molte; noi non potremo costruire le mura». Neemia reagì a questo senso d'impotenza, eccitando gli animi con preparativi di battaglia e infiammandoli a combattere a difesa dei propri cari e dei propri beni; accompagnando questi preparativi con parole di fede, esortandoli a non temere i nemici, perché Iddio grande e tremendo avrebbe combattuto insieme con loro (vv. 3.8.14). Pur ricorrendo alle risorse umane, Neemia era sempre lì a ricordare che «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode» (Sal 127,1).

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Eliasìb, sommo sacerdote, con i suoi fratelli sacerdoti si misero a costruire la porta delle Pecore. La consacrarono e vi misero i battenti; la consacrarono fino alla torre dei Cento e fino alla torre di Cananèl. 2Accanto a lui costruirono gli uomini di Gerico e accanto a lui costruì Zaccur, figlio di Imrì. 3I figli di Senaà costruirono la porta dei Pesci, la munirono di travi e vi posero i battenti, le serrature e le sbarre. 4Accanto a loro lavorò al restauro Meremòt, figlio di Uria, figlio di Akkos; accanto a loro lavorò al restauro Mesullàm, figlio di Berechia, figlio di Mesezabèl; accanto a loro lavorò al restauro Sadoc, figlio di Baanà. 5Accanto a loro lavorarono al restauro quelli di Tekòa, ma i loro notabili non piegarono il collo a lavorare all'opera del loro Signore. 6Ioiadà, figlio di Pasèach, e Mesullàm, figlio di Besodia, restaurarono la porta Vecchia, la munirono di travi e vi posero i battenti, le serrature e le sbarre. 7Accanto a loro lavorarono al restauro Melatia di Gàbaon, Iadon di Meronòt e gli uomini di Gàbaon e di Mispa, alle dipendenze della sede del governatore dell'Oltrefiume. 8Accanto a loro lavorò al restauro Uzzièl, figlio di Caraià, uno degli orefici, e accanto a lui lavorò al restauro Anania, uno dei profumieri. Essi ricostruirono Gerusalemme fino al muro largo. 9Accanto a loro lavorò al restauro Refaià, figlio di Cur, capo della metà del distretto di Gerusalemme. 10Accanto a loro lavorò al restauro, di fronte alla sua casa, Iedaià, figlio di Carumàf, e accanto a lui lavorò al restauro Cattus, figlio di Casabnia. 11Malchia, figlio di Carim, e Cassub, figlio di Pacat-Moab, restaurarono la parte seguente e la torre dei Forni. 12Accanto a loro lavorò al restauro, insieme con le figlie, Sallum, figlio di Allochès, capo della metà del distretto di Gerusalemme. 13Canun e gli abitanti di Zanòach restaurarono la porta della Valle; la costruirono, vi posero i battenti, le serrature e le sbarre. Fecero inoltre mille cubiti di muro fino alla porta del Letame. 14Malchia, figlio di Recab, capo del distretto di Bet-Cherem, restaurò la porta del Letame; la costruì, vi pose i battenti, le serrature e le sbarre. 15Sallum, figlio di Col-Cozè, preposto del distretto di Mispa, restaurò la porta della Fonte; la ricostruì, la munì di tetto, vi pose i battenti, le serrature e le sbarre. Fece inoltre il muro della piscina di Sìloe, presso il giardino del re, fino alla scalinata per cui si scende dalla Città di Davide. 16Dopo di lui Neemia, figlio di Azbuk, preposto della metà del distretto di Bet-Sur, lavorò al restauro fin davanti alle tombe di Davide, fino alla piscina artificiale e fino alla casa dei prodi. 17Dopo di lui lavorarono al restauro i leviti, con Recum, figlio di Banì, e accanto a lui lavorò al restauro, per il suo distretto, Casabia, preposto della metà del distretto di Keila. 18Dopo di lui lavorarono al restauro i loro fratelli, Binnùi, figlio di Chenadàd, preposto dell'altra metà del distretto di Keila. 19Accanto a lui Ezer, figlio di Giosuè, preposto di Mispa, restaurò un'altra parte, di fronte alla salita dell'arsenale, sul Cantone. 20Dopo di lui Baruc, figlio di Zabbài, restaurò con impegno un'altra parte, dal Cantone fino alla porta della casa di Eliasìb, sommo sacerdote. 21Dopo di lui Meremòt, figlio di Uria, figlio di Akkos, restaurò un'altra parte, dalla porta della casa di Eliasìb fino all'estremità della casa di Eliasìb. 22Dopo di lui lavorarono al restauro i sacerdoti che abitavano la periferia. 23Dopo di loro Beniamino e Cassub lavorarono al restauro di fronte alla loro casa. Dopo di loro Azaria, figlio di Maasia, figlio di Anania, lavorò al restauro presso la sua casa. 24Dopo di lui Binnùi, figlio di Chenadàd, restaurò un'altra parte delle mura, dalla casa di Azaria fino al Cantone e fino all'angolo. 25Palal, figlio di Uzài, lavorò al restauro di fronte al Cantone e alla torre sporgente dalla parte superiore della reggia, che dà sul cortile della prigione. Dopo di lui Pedaià, figlio di Paros, 26e gli oblati che abitavano sull'Ofel lavorarono al restauro fin davanti alla porta delle Acque, verso oriente, e alla torre sporgente. 27Dopo di loro quelli di Tekòa restaurarono un'altra parte, di fronte alla grande torre sporgente e fino al muro dell'Ofel. 28I sacerdoti lavorarono al restauro sopra la porta dei Cavalli, ciascuno di fronte alla propria casa. 29Dopo di loro lavorò al restauro Sadoc, figlio di Immer, di fronte alla sua casa, e dopo di lui Semaià, figlio di Secania, custode della porta Orientale. 30Dopo di lui Anania, figlio di Selemia, e Canun, sesto figlio di Salaf, restaurarono un'altra parte. Dopo di loro Mesullàm, figlio di Berechia, lavorò al restauro di fronte alla propria stanza. 31Dopo di lui Malchia, uno degli orefici, lavorò al restauro fino alla casa degli oblati e dei mercanti, di fronte alla porta della Rassegna e fino al vano superiore dell'angolo. 32Gli orefici e i mercanti lavorarono al restauro fra il vano superiore dell'angolo e la porta delle Pecore.

Ostacoli da parte dei nemici 33Sanballàt, quando sentì che noi riedificavamo le mura, si adirò, si indignò molto, si fece beffe dei Giudei 34e disse in presenza dei suoi fratelli e dei soldati di Samaria: “Che vogliono fare questi miserabili Giudei? Dobbiamo lasciarli fare? Offriranno sacrifici? Finiranno in un sol giorno? Vogliono far rivivere da mucchi di polvere delle pietre già consumate dal fuoco?”. 35Tobia l'Ammonita, che gli stava accanto, disse: “Edifichino pure! Se una volpe vi salta sopra, farà crollare il loro muro di pietra!”. 36Ascolta, o nostro Dio, come siamo disprezzati! Fa' ricadere sul loro capo l'insulto e abbandonali al saccheggio in un paese di schiavitù! 37Non coprire la loro colpa e non sia cancellato dalla tua vista il loro peccato, perché hanno offeso i costruttori. 38Noi dunque ricostruimmo le mura, che furono ben consolidate fino a metà altezza, e al popolo stava a cuore il lavoro.

__________________________ Note

3,1 la porta delle Pecore: in questo capitolo si trova la più completa descrizione topografica della Gerusalemme dell’AT, ma l’identificazione di molti nomi è ipotetica.

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Approfondimenti

Sull'onda dell'entusiasmo suscitato dalle parole di Neemia, si diede subito inizio ai lavori. Il circuito delle mura fu diviso in 42 lotti, ognuno dei quali fu affidato un gruppo di costruttori, che poteva essere costituito da una classe omogenea (cfr. i sacerdoti, i leviti e gli oblati dei vv. 1.17.22.26.28), dagli abitanti di un medesimo luogo, da un clan, da una corporazione (gli orefici, i profumieri e i mercanti dei vv. 8.32); tra i gruppi familiari, risalta quello di Sallum, che ebbe accanto a sé nel cantiere le sue figlie (v. 12). Alcuni si riservarono la ricostruzione della sezione di mura prospiciente la loro casa (vv. 10,23,28-30). Qualcuno, come Baruch figlio di Zaccai, si segnalò per l'ardore straordinario che mise nel lavoro (v. 20), tutti comunque – capi, personale cultuale, semplici cittadini – appaiono profondamente partecipi e impegnati nell'opera esaltante di restituire alla vita e alla libertà la loro città, che era anche la madre della nazione. Qualche località invero, come Betlem, non è menzionata tra i ricostruttori, forse perché sotto influenza samaritana; quanto agli abitanti di Tekoa, solo i poveri parteciparono all'opera di ricostruzione, addossandosi la riparazione di una doppia sezione di mura, mentre gli aristocratici rifiutarono di piegare il collo al lavoro (v. 5).

33-38. La notizia che i Giudei si erano messi sul serio al lavoro e che le mura cominciavano a riprendere rapidamente forma bruciò a Sanballat, che si recò a Gerusalemme circondato di amici e di un buon nerbo di armati di Samaria. Celando l'ira che lo agitava, preferì per questa volta dare un tacito avvertimento di quello che sarebbe potuto accadere se si fosse perseverato nel ricostruire le fortificazioni. Intanto abbondò negli insulti, ironizzando sui tempi brevi impostisi dai Giudei per completare i lavori e chiedendo se davvero essi, imbelli com'erano, pensassero di far risorgere una città sepolta sotto mucchi di cenere e arrivare a offrire sacrifici per celebrare il completamento dell'opera. La celerità con cui le mura crescevano era il segno della loro debolezza e quindi dell'inutilità degli sforzi. Sarebbe bastato che una volpe vi saltasse sopra, ironizzò Tobia l'Ammonita, perché esse si sgretolassero. A questi insulti Neemia non reagì, ma rivolse al Signore l'antica invocazione (Ger 18,23; Sal 69,25-28; 109,15-18) di prender nota degli scherni di cui erano fatti oggetto e di far ricadere sul capo degli oltraggiatori i tracotanti sarcasmi con cui avevano umiliato la sua gente. La quale uscì dalla prova più compatta e decisa che mai e continuò con passione il lavoro, portando in breve il muro a metà altezza.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Nel mese di Nisan dell'anno ventesimo del re Artaserse, appena il vino fu pronto davanti al re, io presi il vino e glielo diedi. Non ero mai stato triste davanti a lui. 2Ma il re mi disse: “Perché hai l'aspetto triste? Eppure non sei malato; non può essere altro che un'afflizione del cuore”. Allora io ebbi grande timore 3e dissi al re: “Viva il re per sempre! Come potrebbe il mio aspetto non essere triste, quando la città dove sono i sepolcri dei miei padri è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco?”. 4Il re mi disse: “Che cosa domandi?”. Allora io pregai il Dio del cielo 5e poi risposi al re: “Se piace al re e se il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi, mandami in Giudea, nella città dove sono i sepolcri dei miei padri, perché io possa ricostruirla”. 6Il re, che aveva la regina seduta al suo fianco, mi disse: “Quanto durerà il tuo viaggio? Quando ritornerai?”. Dunque la cosa non spiaceva al re, che mi lasciava andare, e io gli indicai la data. 7Poi dissi al re: “Se piace al re, mi si diano le lettere per i governatori dell'Oltrefiume, perché mi lascino passare fino ad arrivare in Giudea, 8e una lettera per Asaf, guardiano del parco del re, perché mi dia il legname per munire di travi le porte della cittadella del tempio, per le mura della città e la casa dove andrò ad abitare”. Il re mi diede le lettere, perché la mano benefica del mio Dio era su di me.

Ricostruzione delle mura 9Giunsi presso i governatori dell'Oltrefiume e diedi loro le lettere del re. Il re aveva mandato con me una scorta di capi dell'esercito e di cavalieri. 10Ma lo vennero a sapere Sanballàt, il Coronita, e Tobia, lo schiavo ammonita, e furono molto contrariati per il fatto che fosse venuto un uomo a procurare il bene degli Israeliti. 11Giunto a Gerusalemme, vi rimasi tre giorni. 12Poi mi alzai di notte, io e pochi uomini che erano con me, senza parlare a nessuno di quello che Dio mi aveva messo in cuore di fare per Gerusalemme e non avendo altro giumento oltre quello che io cavalcavo. 13Uscii di notte per la porta della Valle e andai verso la fonte del Drago e alla porta del Letame, osservando le mura di Gerusalemme, che erano diroccate, mentre le sue porte erano consumate dal fuoco. 14Mi spinsi verso la porta della Fonte e la piscina del Re, ma non vi era posto per cui potesse passare il giumento che cavalcavo. 15Allora risalii di notte lungo il torrente, sempre osservando le mura; poi, rientrato per la porta della Valle, me ne ritornai. 16I magistrati non sapevano né dove io fossi andato né che cosa facessi. Fino a quel momento non avevo detto nulla, né ai Giudei né ai sacerdoti né ai notabili né ai magistrati né agli altri che si dovevano occupare del lavoro. 17Allora io dissi loro: “Voi vedete la miseria nella quale ci troviamo, poiché Gerusalemme è in rovina e le sue porte sono consumate dal fuoco. Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme e non saremo più insultati!”. 18Narrai loro della mano del mio Dio, che era benefica su di me, e riferii anche le parole che il re mi aveva riferite. Quelli dissero: “Su, costruiamo!”. E misero mano vigorosamente alla buona impresa. 19Ma quando Sanballàt, il Coronita, e Tobia, lo schiavo ammonita, e Ghesem, l'Arabo, seppero la cosa, ci schernirono e ci derisero dicendo: “Che state facendo? Volete forse ribellarvi al re?”. 20Allora io risposi loro: “Il Dio del cielo ci darà successo. Noi, suoi servi, ci metteremo a costruire. Ma voi non avrete né parte né diritto né ricordo in Gerusalemme”. __________________________ Note

2,1 Nisan: è il primo mese e corrisponde a marzo-aprile. Per Artaserse vedi nota a Esd 4,7.

2,10 Sanballàt: vi fu un governatore di Samaria di nome Sanballàt. Tobia è il capostipite di una potente casata, attestata fino alla successiva epoca tolemaica.

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Approfondimenti

L'occasione propizia per avviare il suo progetto di risistemazione di Gerusalemme si presentò a Neemia circa quattro mesi dopo il suo incontro con i viaggiatori di ritorno dalla Giudea, quando giunse il suo turno di servire il vino al re. La sofferenza per Gerusalemme e l'emozione che l'agitava per la richiesta che stava per presentare al re diedero al suo viso un'espressione inabituale di tensione che incuriosì il sovrano, il quale gli chiese quale fosse la pena che lo affliggeva. Forse la stessa regina, che sedeva anch'essa a mensa a fianco del re, aveva predisposto quel momento (cfr. Est 5), per cui fu più facile per Neemia aprire il suo cuore e chiedere al sovrano l'autorizzazione ad andare a Gerusalemme per ricostruirla. L'intimità della mensa, la giocondità del vino, il favore della regina furono fattori che concorsero tutti perché la richiesta fosse prontamente accolta, ma chi realmente apri il cuore e la bocca del re all'assenso fu Dio, invocato da Neemia con un grido dell'anima nell'attimo che intercorse tra la domanda del re e la sua risposta (2,4-6).

1. La concessione dell'autorizzazione avvenne nel mese di Nisan (marzo-aprile). Si era nel ventesimo anno del regno di Artaserse I, cioè nel 445. Poiché presso i Persiani Nisan è il primo mese dell'anno e in 1,1 si dice che l'incontro di Neemia con i reduci dalla Giudea avvenne nel mese di Casleu, che era il nono mese, del medesimo ventesimo anno, sorge qui il problema dell'attendibilità storica della sequenza dei fatti e quindi del testo. La soluzione preferita dagli esegeti è quella che considera la menzione dell'anno in 1,1, priva del riferimento al sovrano, una interpolazione mal riuscita. È però possibile che ci sia stato un volontario scambio dei nomi dei mesi, per far cadere l'avvio del programma salvifico di Neemia nello stesso mese che secoli prima aveva visto la liberazione delle tribù d'Israele dalla servitù egiziana e dare così all'impresa di Neemia lo stesso significato redentivo.

2-5. Artaserse si accorge che la depressione di cui è preda Neemia non dipende da un male fisico, ma da una afflizione del cuore, e gliene domanda la causa. Il re si è dimostrato già abbastanza benevolo con il suo coppiere, perché era vietato a chi lo serviva mostrarsi tristi o di malumore. Neemia sente allora che è giunto il suo grande momento e confessa che la causa della sua sofferenza è la triste condizione di Gerusalemme. Egli ha però l'accortezza di presentare la cosa innanzitutto come una ferita personale e non come un fatto politico: la causa della sua pena è l'abbandono in cui versano le tombe dei suoi padri in una città in rovina e con le porte consumate dal fuoco (v. 3). Artaserse forse ha capito che l'interesse del suo coppiere va al di là della questione sentimentale delle tombe dei padri e gli domanda cosa in realtà egli desideri. E Neemia, invocato con ardore Dio nel suo cuore, gli chiede di poter andare a Gerusalemme per ricostruire la città.

6-8. Pur presentata con tanta umiltà e facendo appello a sentimenti di affetto che legavano il re al suo coppiere, la richiesta era audace, perché lo stesso Artaserse alcuni anni prima aveva espressamente ordinato, su sollecitazione dei popoli nemici di Giuda, di interrompere i lavori di ricostruzione delle mura di Gerusalemme, una città già dominatrice della contrada e dalla fama di ribelle (cfr. Esd 4). Ma ora, capriccio di autocrate in vena di generosità, anche per i begli occhi della regina che gli era accanto, o calcolo politico sui vantaggi della ricostruzione di una città munita ai confini con l'Egitto e della cui lealtà avrebbe garantito il suo fedele funzionario, l'assenso venne immediato. L'impresa era ormai avviata. Neemia ottenne dal re lettere commendatizie per i governatori delle province della satrapia di Oltrefiume e l'autorizzazione a rifornirsi di legname nelle foreste del re per le porte della fortezza del tempio, per le mura della città e per la dimora che egli, nominato governatore di Giuda (cfr. 5,14), si sarebbe costruito in Gerusalemme. E Neemia riconobbe che tutto era stato opera della mano benevola di Dio che era su di lui.

9-10. L'arrivo di Neemia nella satrapia d'Oltrefiume, scortato dagli ufficiali e dai cavalieri datigli da Artaserse, non fu ben visto da Sanballat, governatore di Samaria, e dal giudeo Tobia, chiamato schiavo per dispregio, che governava Ammon agli ordini di Sanballat, perché compresero che esso significava il rilancio del progetto sionista vagheggiato dai devoti cultori dell'alleanza e la liberazione degli Israeliti dall'invadente presenza straniera. Sanballat e Tobia erano persone di grande potenza e influenza, come dimostrano i legami che avevano con la famiglia del sommo sacerdote (13,4-9.28) e come attesta, per Sanballat, un papiro rinvenuto a Elefantina e datato al 407 a.C. Tobia era con ogni probabilità il capostipite di quella famiglia dei Tobiadi che vari documenti mostrano fiorente nella regione di Ammon per ricchezze e potenza nel sec. III a.C. Dopo un breve riposo di tre giorni, Neemia programmò senza perder tempo l'avvio dei lavori di ricostruzione della città, incominciando dal restauro delle mura e delle porte. Egli volle assicurare l'incolumità degli abitanti, ma anche erigere un baluardo che esprimesse la compattezza interiore della comunità e separasse quasi visivamente la città santa dalle pretese e dalle influenze degli avversari (cfr. 13,19-22; Sal 122). Primo suo atto fu un'ispezione notturna, in compagnia di pochi uomini, del settore meridionale della cinta muraria, per rendersi personalmente conto dello stato effettivo delle mura e dell'entità dei lavori da farsi. Convocò quindi i maggiorenti e il popolo e rivelò loro quello che Dio gli aveva messo nel cuore per sollevare Gerusalemme dall'umiliazione (vv. 12. 17) e l'assenso del re alla sua iniziativa, ispirato anch'esso da Dio. Gli astanti accolsero con grida di entusiasmo le parole di Neemia, proponendo di incominciare immediatamente l'opera di ricostruzione.

19-20. La prima reazione degli avversari di Neemia alla decisione di ricostruire le mura fu di sarcasmo. Essi domandarono anche se ciò non esprimesse la velleità di ribellarsi al re, insinuando così, con il dileggio, la minaccia di denunce presso il sovrano. Neemia avrebbe potuto ricordare loro l'autorizzazione ricevuta da Artaserse, ma preferì esprimere la sua fiducia nel Dio del cielo, di cui egli e la sua gente erano servi. Dalla Gerusalemme che stava rinascendo, comunque, Sanballat e i suoi soci dovevano considerarsi totalmente estranei ed esclusi, sia per quanto concerneva il passato che per il presente e il futuro, e quindi non se ne immischiassero. Giuda cominciò tuttavia a sentirsi stretto d'assedio. A Sanballat di Samaria e a Tobia di Ammon, infatti, si aggiunse ora Ghesem, o Gasmù (6,6) l'Arabo. Era questi, come sappiamo da altre fonti, re di Qedar; insieme con il figlio era a capo di una lega di tribù arabe che avevano il controllo di Moab, di Edom e di una parte dell'Arabia.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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RITORNO DI NEEMIA (1,1-7,72)

Presentazione di Neemia 1Parole di Neemia, figlio di Acalia. Nel mese di Chisleu dell'anno ventesimo, mentre ero nella cittadella di Susa, 2Anàni, uno dei miei fratelli, e alcuni altri uomini arrivarono dalla Giudea. Li interrogai riguardo ai Giudei, i superstiti che erano scampati alla deportazione, e riguardo a Gerusalemme. 3Essi mi dissero: “I superstiti che sono scampati alla deportazione sono là, nella provincia, in grande miseria e desolazione; le mura di Gerusalemme sono devastate e le sue porte consumate dal fuoco”. 4Udite queste parole, mi sedetti e piansi; feci lutto per parecchi giorni, digiunando e pregando davanti al Dio del cielo. 5E dissi: “O Signore, Dio del cielo, Dio grande e tremendo, che mantieni l'alleanza e la fedeltà con quelli che ti amano e osservano i tuoi comandi, 6sia il tuo orecchio attento, i tuoi occhi aperti per ascoltare la preghiera del tuo servo; io prego ora davanti a te giorno e notte per gli Israeliti, tuoi servi, confessando i peccati che noi Israeliti abbiamo commesso contro di te; anch'io e la casa di mio padre abbiamo peccato. 7Abbiamo gravemente peccato contro di te e non abbiamo osservato i comandi, le leggi e le norme che tu hai dato a Mosè, tuo servo. 8Ricòrdati della parola che hai affidato a Mosè, tuo servo: “Se sarete infedeli, io vi disperderò fra i popoli; 9ma se tornerete a me e osserverete i miei comandi e li eseguirete, anche se i vostri esiliati si trovassero all'estremità dell'orizzonte, io di là li raccoglierò e li ricondurrò al luogo che ho scelto per farvi dimorare il mio nome”. 10Ora questi sono tuoi servi e tuo popolo, che hai redento con la tua grande forza e con la tua mano potente. 11O Signore, sia il tuo orecchio attento alla preghiera del tuo servo e alla preghiera dei tuoi servi, che desiderano temere il tuo nome; concedi oggi buon successo al tuo servo e fa' che trovi compassione presso quest'uomo”.

Autorizzazione da parte del re Io allora ero coppiere del re.

__________________________ Note

1,1 Chisleu: è il nono mese e corrisponde a novembre-dicembre. L’anno ventesimo dovrebbe riferirsi al regno di Artaserse (2,1). Secondo Erodoto, Susa era la capitale primaverile dei re persiani. Neemia viene ricordato anche in 2Mac 1,18-2,15 e Sir 49,13.

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Approfondimenti

Cattive nuove sulle condizioni di Gerusalemme portate da alcuni uomini giunti dalla Giudea gettarono Neemia in grande costernazione. Ed egli pianse, digiunò e pregò sulla desolazione materiale e spirituale in cui la figlia di Sion stava di nuovo naufragando, riconoscendo ancora una volta che alla radice di tutto c'era l'oblio dell'alleanza e la violazione dei suoi precetti. Come al tempo in cui la città, non più santa per l'impurità delle sue colpe, era divenuta preda della spada e del fuoco di Nabucodonosor, che erano state in realtà la spada e il fuoco del castigo divino (cfr. Lam 1-2). Tutti i sentimenti del suo animo e le preghiere scaturite dal suo cuore nel corso di parecchi giorni trascorsi in penitenza sono riassunti in una preghiera che riconosce la giustizia del comportamento divino, ma che ta anche appello alla promessa di redenzione per quelli che si fossero pentiti e fossero tornati all'osservanza dei comandamenti. La preghiera riflette la teologia del Deuteronomio e ne utilizza alcune espressioni caratteristiche.

1. Il libro di Neemia è costituito sostanzialmente dalle sue Memorie (cc. 1-7; 12, 27-43; 13), in cui furono interpolati uno squarcio delle Memorie di Esdra e brani provenienti da altre fonti che completavano la descrizione della rinascita spirituale e demografica di Gerusalemme e del nuovo Israele (cc. 8-12, 1-26). L'anno ventesimo si riferisce al regno di Artaserse I Longimano (cfr. 2,1) e corrisponde al 445 a. C. Il «mese di Casleu» è il nono dell'anno religioso e comprende il periodo di tempo che corre tra la metà di novembre e la metà di dicembre. Prima dell'esilio babilonese i mesi venivano indicati con numeri ordinali, talvolta con i loro nomi cananei (cfr. 1Re 6,1; 8,2). Con il ritorno, furono importati nella terra d'Israele e incorporati nella Scrittura i nomi babilonesi dei mesi. Essi divennero così memoriale della cattività e del nuovo esodo.

2-3. Neemia ha il pensiero sempre rivolto a Gerusalemme e di essa chiede informazioni al fratello Canani e ad altri uomini che erano arrivati dalla Giudea. La risposta fu sconsolante: i reduci vivevano in grande miseria e obbrobrio, mentre le mura della città erano in brecce e le sue porte arse dal fuoco. Abbattute da Nabucodonosor nel 586, le mura della città avevano visto un tentativo di ricostruzione da parte dei rimpatriati, soffocato però con la forza delle armi dalle autorità persiane sobillate dai Samaritani e da altre popolazioni che confinavano con Giuda (cfr. Esd 4,7-23).

4-10. La preghiera ha il tono e lo stile di una confessione penitenziale, in cui l'orante, facendo propri i peccati del suo popolo (cfr. Esd 9,6-15), riconosce di aver meritato il castigo e implora l'attenzione divina all'umile confessione della colpa. Israele aveva tradito il Signore Dio del cielo ed era stato perciò disperso tra i popoli, ma il Signore aveva anche promesso a Mosè che sarebbe stato ricco di misericordia verso coloro che fossero ritornati a lui e avessero osservato il suoi comandi (cfr. Lv 26,33-45; Dt 4,25-31; 7,9-12). Anche se proiettati all'estremità dell'orizzonte, egli li avrebbe raccolti e ricondotti nel luogo che si era scelto per farvi dimorare il suo nome (Dt 30,1-4). Ora era giunto il momento di mantenere questa promessa, perché c'erano uomini pentiti, che riconoscevano di essere suol servi e suo popolo. A nome di questi uomini timorati di Dio e insieme con loro, Neemia chiede a Dio, con le stesse parole con cui Mosè intercedette per il suo popolo dopo la ribellione di Kades-Barnea, di portare a compimento la sua opera di redenzione (Dt 9,29).

11. È vero che è Dio che salva, ma egli si serve per le sue imprese salvifiche di strumenti umani. Neemia sente di essere lo strumento eletto per portare a compimento la redenzione d'Israele, e ha già un piano in mente, ma la realizzazione di tale piano necessita dell'assenso e del sostegno del re pagano al cui servizio egli si trova (2,5). La risposta di Dio alla sua preghiera-confessione consisterà quindi nel fargli trovare favore e compassione presso il suo potente e temibile sovrano, alla cui mensa egli serviva come coppiere e il cui nome non osa neppure menzionare. L'ufficio di coppiere, uno dei più elevati fra gli uffici di corte, consisteva nello scegliere e assaggiare il vino, per sventare un eventuale tentativo di avvelenamento, e nell'offrire quindi la coppa al re. In ragione della sua funzione, il coppiere veniva a trovarsi assai vicino al suo signore e godeva spesso dei suoi favori.

(cf. CESARE COLAFEMMINA, Esdra – Neemia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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