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    <title>psicologia &amp;mdash; μετανοειτε</title>
    <link>https://noblogo.org/metanoeite/tag:psicologia</link>
    <description>Blog di migrazione, dal vecchio blogspot (che abbandono per motivi etici), e che probabilmente diventerà una raccolta dei contenuti che ho sparsi per il web</description>
    <pubDate>Thu, 16 Apr 2026 21:58:22 +0000</pubDate>
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      <title>Filosofia Perenne</title>
      <link>https://noblogo.org/metanoeite/filosofia-perenne</link>
      <description>&lt;![CDATA[di Ken Wilber&#xA;traduzione dallo spagnolo di  @guaspito con il supporto di chatGPT&#xA;download pdf&#xA;&#xA;Dopo aver letto Lo spettro della coscienza di Wilber ho trovato questa illuminante sintesi di alcuni concetti che egli propone, che condivido a beneficio di ogni ricercatore. Il titolo del blog fa riferimento proprio a considerazioni come queste, che indicano la possibilità e la necessità di una nuova prospettiva sulla realtà.&#xA;&#xA;#filosofia #psicologia #mistica #statidicoscienza #religioni #scienza #spiritualità #metanoeite&#xA;&#xA;L&#39;uroboro in forma di simbolo dell&#39;infinito|200&#xA;&#xA;La Filosofia Perenne è quella visione del mondo condivisa dalla maggior parte dei principali maestri spirituali, filosofi, pensatori e perfino scienziati di tutto il mondo. Viene chiamata “perenne” o “universale” perché appare implicitamente in tutte le culture del pianeta e in tutte le epoche. La ritroviamo tanto in India, Messico, Cina, Giappone e Mesopotamia, quanto in Egitto, Tibet, Germania o Grecia. E ovunque essa si manifesti, presenta sempre gli stessi tratti fondamentali: un accordo universale su ciò che è essenziale.&#xA;&#xA;Per noi, uomini contemporanei, che siamo praticamente incapaci di metterci d’accordo su qualsiasi cosa, ciò risulta difficile da credere. Come ha riassunto Alan Watts: “Siamo appena consapevoli dell’eccezionale singolarità della nostra stessa posizione, e perciò ci risulta assai difficile ammettere il fatto evidente che sia esistito un consenso filosofico unico, di ampiezza universale, sostenuto da molti (uomini e donne) che hanno condiviso le stesse esperienze e trasmesso essenzialmente gli stessi insegnamenti, oggi come seimila anni fa, dal Nuovo Messico nel lontano Occidente fino al Giappone nel lontano Oriente.”&#xA;!--more--&#xA;Questo è davvero notevole. Credo che queste verità di natura universale costituiscano fondamentalmente l’eredità dell’esperienza universale dell’intera umanità, che in ogni tempo e luogo è giunta a un accordo su alcune verità profonde riguardanti la condizione umana e su come accedere al Trascendente. Questa è una maniera per descrivere ciò che è la Philosophia perennis.&#xA;&#xA;TKW: Dici che la Filosofia Perenne è essenzialmente la stessa in culture molto diverse. Ma oggi si sostiene che siano il linguaggio e la cultura a modellare tutto il nostro sapere. Se questo fosse vero, e dato che le diverse culture e linguaggi sono molto differenti tra loro, sarebbe possibile che emergesse una qualche verità universale o collettiva sulla condizione umana? Da questo punto di vista non esisterebbe una condizione umana, in quanto tale, ma solo una storia umana; e quella storia sarebbe molto diversa in ogni caso. Cosa pensi di tutta questa nozione di relatività culturale?&#xA;&#xA;KW: C&#39;è molta verità in ciò. Esiste, senza dubbio, una diversità di culture che possiedono un diverso “sapere locale”, e lo studio di queste differenze è un’attività molto interessante. Ma sebbene la relatività culturale sia reale, essa non rappresenta tutta la verità.&#xA;&#xA;Accanto alle evidenti differenze culturali, come possono essere il tipo di alimentazione, le strutture linguistiche o le usanze di accoppiamento, esistono anche molti altri fenomeni dell’esistenza umana che sono, in larga misura, universali o collettivi. Il corpo umano, per esempio, possiede duecento otto ossa, un cuore e due reni, sia che si tratti di un abitante di New York che di uno del Mozambico, e tanto oggi quanto migliaia di anni fa. Queste caratteristiche universali sono ciò che viene chiamato “strutture profonde”, perché sono essenzialmente le stesse ovunque.&#xA;&#xA;Tuttavia, le diverse culture utilizzano queste strutture profonde in modi molto differenti: come i cinesi che fasciavano i piedi delle loro donne, o i popoli Ubangi che allungavano le loro labbra, oppure attraverso l’uso di tatuaggi, di abiti, nei giochi, nel sesso e nel parto, tutte pratiche che variano considerevolmente da una cultura all’altra. Tutte queste variabili vengono chiamate “strutture superficiali”, perché sono locali anziché universali.&#xA;&#xA;Lo stesso avviene anche nell’ambito della mente umana. La mente umana possiede strutture superficiali che variano tra le diverse culture, e strutture profonde che restano essenzialmente identiche indipendentemente dalla cultura considerata. Ovunque la si trovi, la mente umana ha la capacità di formare immagini, simboli, concetti e regole. Le immagini e i simboli particolari possono variare da una cultura all’altra, ma la capacità di creare tali strutture mentali e linguistiche – e le strutture stesse – è sostanzialmente la stessa ovunque. Così come il corpo umano produce capelli, la mente umana produce simboli. Le strutture mentali superficiali variano ampiamente tra loro, ma le strutture mentali profonde sono, al contrario, straordinariamente simili.&#xA;&#xA;Ebbene, allo stesso modo in cui il corpo umano produce universalmente capelli e la mente produce universalmente idee, anche lo spirito umano genera universalmente intuizioni sul Divino. E queste intuizioni e barlumi costituiscono il nucleo delle grandi tradizioni spirituali di tutto il mondo. Ancora una volta, sebbene le strutture superficiali delle grandi tradizioni sapienziali siano, ovviamente, molto diverse tra loro, le loro strutture profonde sono invece molto simili, e talvolta identiche.&#xA;&#xA;La Filosofia Perenne si occupa fondamentalmente delle strutture profonde dell’incontro umano con il Divino. Perché quelle verità sulle quali induisti, cristiani, buddisti, taoisti e sufi si trovano in completo accordo, tendono a riguardare qualcosa di profondamente importante, qualcosa che ci parla di verità universali e di significati ultimi, qualcosa che tocca l’essenza fondamentale della condizione umana.&#xA;&#xA;TKW: A prima vista, è difficile vedere su cosa potrebbero essere d’accordo il buddismo e il cristianesimo. Quali sono, dunque, i principi fondamentali della Filosofia Perenne? Potresti elencare i suoi temi principali? Quante sono queste verità profonde e questi punti fondamentali di accordo?&#xA;&#xA;KW: Sono molti, ma consideriamo i sette che ritengo più importanti:&#xA;&#xA;Lo Spirito esiste.&#xA;    &#xA;Lo Spirito è dentro di noi.&#xA;    &#xA;Nonostante ciò, la maggior parte di noi vive in un mondo di ignoranza, separazione e dualità, in uno stato di caduta illusoria, e non si accorge di quello Spirito interiore.&#xA;    &#xA;Esiste una via d’uscita da questo stato di caduta, di errore o di illusione; esiste un Cammino che conduce alla liberazione.&#xA;    &#xA;Se percorriamo questo Cammino fino in fondo, arriveremo a una Rinascita, a una Liberazione Suprema.&#xA;    &#xA;Questa esperienza segna la fine dell’ignoranza fondamentale e della sofferenza.&#xA;    &#xA;La fine della sofferenza conduce a un’azione sociale amorevole e compassionevole verso tutti gli esseri senzienti.&#xA;    &#xA;&#xA;TKW: Hai detto molte cose! Procediamo passo dopo passo. Dici che lo Spirito esiste.&#xA;&#xA;KW: Lo Spirito esiste, Dio esiste, esiste una Realtà Suprema, sia che la si chiami Brahman, Dharmakaya, Yahweh, Aton, Kether, Tao, Allah, Shiva: “Molti sono i nomi che riceve l’Uno”.&#xA;&#xA;TKW: Ma come fai a sapere che lo Spirito esiste? I mistici dicono che esiste, ma su cosa basano questa affermazione?&#xA;&#xA;KW: Sull’esperienza diretta. Le loro affermazioni non si basano su mere credenze, idee, teorie o dogmi, bensì sull’esperienza diretta, sull’esperienza spirituale reale.  &#xA;Questa è la differenza tra i veri mistici e i religiosi dogmatici.&#xA;&#xA;TKW: Ma cosa dire del fatto che si sostiene che l’esperienza mistica non sia una conoscenza valida perché è ineffabile e dunque incomunicabile?&#xA;&#xA;KW: Certamente, l’esperienza mistica è ineffabile e non può essere tradotta completamente in parole, ma lo stesso vale per qualsiasi altra esperienza, che si tratti di un tramonto, del gusto di una fetta di torta o dell’armonia di una fuga di Bach.  &#xA;In ognuno di questi casi, dobbiamo aver vissuto l’esperienza reale per sapere di cosa si tratta. Ma questo non significa che il tramonto, la torta o la musica non esistano o che siano esperienze non valide. Inoltre, anche se l’esperienza mistica è in gran parte ineffabile, può comunque essere comunicata o trasmessa. Ad esempio, così come la danza può essere insegnata anche se non può essere descritta compiutamente a parole, è possibile anche apprendere una determinata pratica spirituale sotto la guida di un maestro spirituale.&#xA;&#xA;TKW: Ma quell’esperienza mistica che al mistico sembra così vera potrebbe essere semplicemente sbagliata. I mistici possono affermare di fondersi con Dio, ma ciò non garantisce affatto che ciò che affermano sia ciò che accade realmente. Nessuna conoscenza è assolutamente certa.&#xA;&#xA;KW: Sono d’accordo che l’esperienza mistica non sia più certa di qualsiasi altra esperienza diretta. Ma questo argomento, lungi dal minare le affermazioni dei mistici, le eleva in realtà allo stesso livello che io, personalmente, accetto pienamente. In altre parole, lo stesso argomento che si può usare contro la conoscenza mistica può essere applicato a qualsiasi altra forma di conoscenza basata sull’esperienza evidente, inclusa l’esperienza empirica.  &#xA;Credo di stare guardando la luna, ma potrei sbagliarmi; i fisici credono nell’esistenza degli elettroni, ma potrebbero sbagliarsi; i critici ritengono che Amleto sia stato scritto da un personaggio storico di nome Shakespeare, ma potrebbero essere in errore, e così via.  &#xA;Come possiamo essere sicuri della veridicità delle nostre affermazioni?  &#xA;Attraverso ulteriori esperienze.&#xA;&#xA;Ebbene, questo è esattamente ciò che i mistici hanno fatto storicamente nel corso di decenni, secoli e millenni: verificare e affinare le proprie esperienze, un primato di costanza storica che fa impallidire persino la scienza moderna. Il fatto è che questo argomento, invece di screditare le affermazioni dei mistici, conferisce loro — a mio avviso — in modo estremamente adeguato, lo statuto di autentici esperti e conoscitori della loro disciplina, e di conseguenza, gli unici realmente qualificati per formulare affermazioni in materia.&#xA;&#xA;TKW: Molto bene. Ma spesso ho sentito dire che la visione mistica potrebbe in realtà trattarsi di una patologia schizofrenica. Come risponderesti a questa accusa?&#xA;&#xA;KW: Non credo che qualcuno metta in dubbio che certi mistici presentino tratti schizofrenici, o che ci siano schizofrenici che vivono intuizioni mistiche. Ma non conosco alcuna autorità in materia che creda che le esperienze mistiche siano fondamentalmente e primariamente allucinazioni schizofreniche.  &#xA;È chiaro che conosco anche molte persone non qualificate che la pensano in questo modo, e sarebbe difficile convincerle del contrario nello spazio limitato di questa intervista. Dirò soltanto che le pratiche spirituali e contemplative utilizzate dai mistici – come la preghiera contemplativa o la meditazione – possono essere molto potenti, ma non abbastanza da attrarre un gran numero di uomini e donne normali, sani e adulti e, nel giro di pochi anni, trasformarli in schizofrenici deliranti.  &#xA;Il Maestro Zen Hakuin trasmise il suo insegnamento a ottantatré discepoli che si incaricarono di rivitalizzare e organizzare lo Zen giapponese. Ottantatré schizofrenici allucinati non riuscirebbero nemmeno a mettersi d’accordo per andare in bagno... Che ne sarebbe stato dello Zen giapponese se fosse stato così?&#xA;&#xA;TKW: (Risate) Un&#39;ultima obiezione: non è forse possibile che la nozione di &#34;essere uno con lo Spirito&#34; non sia altro che un meccanismo di difesa regressivo per proteggere una persona dal panico davanti alla morte e all’impermanenza?&#xA;&#xA;KW: Se “l’unità con lo Spirito” fosse semplicemente qualcosa in cui si crede, e quindi un’idea o una speranza, allora certamente potrebbe far parte della “proiezione d’immortalità” di una persona, cioè di un sistema di difesa progettato – come ho cercato di spiegare nei miei libri Dopo l’Eden e Un Dio socievole – per proteggersi in modo magico o regressivo dalla morte, sotto la promessa di un prolungamento o una continuazione della vita.  &#xA;Ma l’esperienza di unità atemporale con lo Spirito non è un’idea né un desiderio; è una percezione diretta. E possiamo considerare questa esperienza diretta solo in tre modi diversi:  &#xA;– affermare che si tratti di un’allucinazione, a cui ho appena risposto;  &#xA;– sostenere che sia un errore, cosa che ho pure già confutato;  &#xA;– oppure accettarla per ciò che dice di essere: un’esperienza diretta del nostro Sé Spirituale.&#xA;&#xA;TKW: Da quello che dici, il misticismo genuino, a differenza della religione dogmatica, è scientifico, perché si basa sull’evidenza e sulla verifica sperimentale diretta. È così?&#xA;&#xA;KW: Esattamente. I mistici ti chiedono di non credere in nulla in modo cieco, e ti offrono una serie di esperimenti da verificare nella tua stessa coscienza.  &#xA;Il laboratorio del mistico è la propria mente, e l’esperimento è la meditazione.  &#xA;Tu stesso puoi verificare e confrontare i risultati della tua esperienza con quelli di altri che abbiano svolto lo stesso esperimento.  &#xA;Da questo insieme di conoscenze sperimentali, validate in modo consensuale, si giunge a certe leggi dello spirito, o a certe “verità profonde”, se preferisci chiamarle così.&#xA;&#xA;TKW: E questo ci riporta di nuovo alla filosofia perenne, alla filosofia mistica e ai suoi sette grandi principi. Il secondo principio era: lo spirito è dentro di te.&#xA;&#xA;KW: Lo spirito è dentro di te, c&#39;è un intero universo dentro di te. Il messaggio sorprendente dei mistici è che, al centro stesso del tuo essere, tu vivi la divinità.  &#xA;Strettamente parlando, Dio non è né dentro né fuori – poiché lo Spirito trascende ogni dualità – ma lo si scopre cercando profondamente dentro, fino a quando quel “dentro” finisce per diventare un “al di là”.  &#xA;Il Chandogya Upanishad ci offre la formulazione più nota di questa verità immortale quando dice:&#xA;&#xA;  “Nell’essenza stessa del tuo essere non percepisci la Verità, ma in realtà essa è lì.  &#xA;  In ciò che è l’essenza sottile del tuo essere, tutto ciò che esiste È.  &#xA;  Quell’essenza invisibile è lo Spirito dell’intero universo.  &#xA;  Quella è la Verità, quello è l’Essere. E tu? Tu sei quello.”&#xA;&#xA;Tat Tvam Asi – Tu sei Quello.  &#xA;È superfluo dire che il “tu” che è “Quello”, il tu che è Dio, non è la tua identità individuale e separata, l’ego, questa o quella personalità, il Signor o la Signora Tal dei Tali.  &#xA;Anzi, il sé individuale o ego è precisamente ciò che ci impedisce di prendere coscienza della nostra Identità Suprema.  &#xA;Quel “tu”, al contrario, è la nostra essenza più profonda, o se preferisci, il nostro aspetto più elevato: l’essenza sottile – come la descrive l’Upanishad – che trascende il nostro ego mortale e partecipa direttamente al Divino.  &#xA;Nel giudaismo viene chiamato Ruach, lo spirito divino e la supraindividualità che si trova in ognuno di noi, e che si distingue dal nefesh, l’ego individuale.  &#xA;Nel cristianesimo, invece, è il pneuma, lo spirito che dimora in noi e che è della stessa natura di Dio, e non la psiche o anima individuale che, nel migliore dei casi, può solo adorare Dio.  &#xA;Come ha detto Coomaraswamy, la distinzione tra lo spirito immortale ed eterno di una persona e la sua anima individuale e mortale (cioè l’ego) è un principio fondamentale della filosofia perenne.&#xA;&#xA;TKW: San Paolo disse: “Vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me.” Stai dicendo che San Paolo ha scoperto la sua vera Identità, che era uno con Cristo, e che Cristo ha sostituito il suo vecchio piccolo ego, la sua anima o psiche individuale?&#xA;&#xA;KW: Esattamente. Il tuo Ruach, o fondamento, è la Realtà Suprema, non il tuo nefesh, il tuo ego.  &#xA;Se credi che il tuo ego individuale sia Dio, allora sei chiaramente nei guai. In effetti, soffriresti di una psicosi, una schizofrenia paranoide.  &#xA;Non è certo questo ciò che intendevano i più grandi filosofi e saggi del mondo.&#xA;&#xA;TKW: Ma allora, perché non c’è più gente consapevole di questo? Se lo spirito è davvero dentro di noi, perché non è evidente a tutti?&#xA;&#xA;KW: Ottima domanda. E questo ci porta al terzo punto.  &#xA;Se davvero sono uno con Dio, perché non me ne rendo conto?  &#xA;Qualcosa mi separa dallo Spirito. Perché questa Caduta? Dov’è stato l’errore?&#xA;&#xA;Le diverse tradizioni danno risposte differenti a questa questione, ma tutte fondamentalmente convergono su un punto:&#xA;&#xA;  “Non riesco a percepire la mia Vera Identità, la mia unione con lo Spirito, perché la mia coscienza è ottenebrata e ostruita da una certa attività; anche se riceve nomi diversi, si tratta semplicemente dell’attività di contrarre e concentrare la coscienza sul mio io individuale, sul mio ego personale.  &#xA;  La mia coscienza non è aperta, rilassata e centrata su Dio, ma chiusa, contratta e centrata su me stesso.  &#xA;  Ed è proprio l’identificazione con quella contrazione in me stesso e la conseguente esclusione di tutto il resto che mi impedisce di trovare o scoprire la mia identità originaria, la mia vera identità con il Tutto.”&#xA;&#xA;La mia natura individuale – “l’uomo naturale” – è caduta e vive nell’errore, separata e alienata dallo Spirito e dal resto del mondo.  &#xA;Sono separato e isolato dal mondo “là fuori”, un mondo che percepisco come completamente esterno, estraneo e ostile al mio essere.  &#xA;Quanto al mio essere interiore, di certo non sembra essere uno con il Tutto, con tutto ciò che esiste, uno con lo Spirito Infinito, ma al contrario, resta chiuso e imprigionato tra le mura limitanti di questo corpo mortale.&#xA;&#xA;TKW: Questa situazione viene solitamente chiamata “dualismo”, giusto?&#xA;&#xA;KW: Esattamente. Mi divido in un “soggetto” separato dal mondo degli “oggetti” situati là fuori e, a partire da questo dualismo originario, continuo a dividere il mondo in ogni tipo di opposti in conflitto: piacere e dolore, bene e male, verità e menzogna, ecc.  &#xA;Secondo la filosofia perenne, la coscienza dominata dal dualismo soggetto-oggetto non può percepire la realtà così com’è, la realtà nella sua totalità, la realtà come Identità Suprema.  &#xA;In altre parole: l’errore è la contrazione di sé stessi, la sensazione di un’identità separata, l’ego.  &#xA;L’errore non sta in qualcosa che fa il piccolo io, ma in qualcosa che è.&#xA;&#xA;E c’è di più: quell’essere contratto, quel soggetto isolato “qui dentro”, non riconoscendo la propria vera identità con il Tutto, sperimenta una forte sensazione di mancanza, di privazione, di frammentazione.  &#xA;In altre parole: la sensazione di essere separato, di essere un individuo separato, dà origine alla sofferenza, dà origine alla “Caduta”.  &#xA;La sofferenza non è qualcosa che accade a causa della separazione: è qualcosa di intrinseco a quella condizione.  &#xA;“Peccato”, “sofferenza” e “io” non sono altro che nomi diversi per uno stesso processo, che consiste nella contrazione e frammentazione della coscienza.&#xA;&#xA;Per questo è impossibile salvare l’ego dalla sofferenza.  &#xA;Come disse Gautama il Buddha: per porre fine alla sofferenza, devi abbandonare il piccolo io, l’ego; perché entrambi nascono e muoiono nello stesso momento.&#xA;&#xA;TKW: Quindi questo mondo dualistico è il mondo della Caduta e del peccato originale, è la contrazione dell’essere, l’auto-contrazione presente in ognuno di noi. E stai dicendo che non sono solo i mistici orientali, ma anche quelli occidentali a definire il peccato e l’Inferno come qualcosa di inerente allo stato di identità separata?&#xA;&#xA;KW: Al sé separato e alla sua avidità, al suo desiderio e alla sua fuga priva d’amore.  &#xA;Sì, senza dubbio.  &#xA;È vero che l’Oriente – e in particolare il buddismo e l’induismo – mette molto l’accento sull’identificare l’Inferno (o Samsara) con l’ego separato e individualista.  &#xA;Ma anche negli scritti dei mistici cattolici, dei gnostici, dei quaccheri, dei cabalisti e dei mistici islamici troviamo gli stessi temi.  &#xA;A tal proposito, il mio scritto preferito è di William Law, uno straordinario mistico cristiano inglese del XVIII secolo. Te lo leggo:&#xA;&#xA;  “Ecco la verità riassunta.  &#xA;  Ogni peccato, ogni morte, ogni condanna e ogni inferno non sono altro che il regno del sé, dell’ego.  &#xA;  Le varie attività del narcisismo, dell’amor proprio e dell’egoismo separano l’anima da Dio e la conducono alla morte e all’inferno eterno”.&#xA;&#xA;Oppure le parole del sufi Abi l-Khayr:&#xA;&#xA;  “Non c’è Inferno se non nell’individualità, non c’è Paradiso se non nell’altruismo”.&#xA;&#xA;Troviamo lo stesso tipo di affermazioni anche nei mistici cristiani, come dimostra la dichiarazione della Theologia Germanica secondo cui&#xA;&#xA;  “L’unica cosa che brucia all’Inferno è l’ego”.&#xA;&#xA;TKW: Sì, capisco. Quindi la trascendenza del “piccolo io” porta alla scoperta del “grande Io”.&#xA;&#xA;KW: Proprio così.  &#xA;In sanscrito, questo “piccolo io” o anima individuale si chiama ahamkara, che significa “nodo” o “contrazione”; ed è proprio questo ahamkara, questa contrazione dualistica ed egocentrica della coscienza, a costituire la radice stessa dello stato di Caduta.&#xA;&#xA;Arriviamo così al quarto grande principio della filosofia perenne: esiste un modo per superare la Caduta, un modo per cambiare questo stato di cose, un modo per sciogliere il nodo dell’illusione e dell’errore fondamentale.&#xA;&#xA;TKW: Buttare via l’ego individualista.&#xA;&#xA;KW (ride): Esattamente.  &#xA;Arrendersi o morire a quella sensazione di essere un’identità separata, al piccolo io, alla contrazione su sé stessi.  &#xA;Se vogliamo scoprire la nostra identità con il Tutto, dobbiamo abbandonare l’identificazione errata con l’ego isolato.  &#xA;Ma questa Caduta può essere immediatamente dissolta comprendendo che, in realtà, non è mai avvenuta, perché esiste solo Dio e, di conseguenza, il sé separato non è mai stato altro che un’illusione.&#xA;&#xA;Tuttavia, per la maggior parte di noi, questa condizione deve essere superata gradualmente, passo dopo passo.  &#xA;In altre parole, il quarto principio della filosofia perenne afferma che esiste una Via e che, se la seguiamo fino in fondo, ci condurrà dallo stato di caduta allo stato di illuminazione, dal Samsara al Nirvana, dall’Inferno al Cielo.&#xA;&#xA;TKW: La meditazione è quel Cammino?&#xA;&#xA;KW: Bene. Potremmo dire che esistono diversi “cammini” che costituiscono ciò che io chiamo genericamente “il Cammino”, e ancora una volta si tratta di strutture superficiali differenti che condividono però la stessa struttura profonda.  &#xA;Nell&#39;induismo, ad esempio, si dice che ci sono cinque grandi cammini o yoga. Yoga significa semplicemente “unione”, l’unione dell’anima con la Divinità.  &#xA;La parola inglese yoke, lo spagnolo yugo, l’ittita yugan, il latino jugum, il greco zugon e molte altre derivano dalla stessa radice.&#xA;&#xA;In questo senso, quando Cristo dice: “Il mio giogo è leggero”,  &#xA;sta intendendo dire: “Il mio yoga è facile”.&#xA;&#xA;Ma forse possiamo semplificare tutto dicendo che tutti questi cammini, siano essi induisti o provenienti da qualsiasi altra tradizione di saggezza, si dividono in due grandi vie.&#xA;&#xA;A tal proposito mi viene in mente una citazione per illustrare questo punto. È di Swami Ramdas:&#xA;&#xA;  “Ci sono due cammini: uno consiste nell’espandere il tuo ego fino all’infinito, l’altro nel ridurlo al nulla”;  &#xA;  il primo è una via della conoscenza, mentre il secondo è una via devozionale.&#xA;&#xA;Un Jnani (saggio indù) dice: “Io sono Dio, la Verità universale”.  &#xA;Un Devoto, invece, dice: “Io non sono nulla, oh Dio! Tu sei tutto”.  &#xA;In entrambi i casi scompare la sensazione di identità separata.&#xA;&#xA;La chiave della questione è che, in qualunque dei due casi, l’individuo che percorre il Cammino trascende o muore al piccolo io, e riscopre, o fa risorgere, la propria Identità Suprema con lo Spirito universale.  &#xA;E questo ci porta al quinto grande principio della filosofia perenne: quello della Rinascita, della Resurrezione o dell’Illuminazione.  &#xA;Il piccolo io deve morire affinché, dentro di noi, possa risorgere il grande Io.&#xA;&#xA;Le varie tradizioni descrivono questa morte e rinascita con nomi molto diversi.  &#xA;Così, ad esempio, nel cristianesimo si parla di Adamo – che i mistici chiamano l’“Uomo Vecchio” o “Uomo Esteriore”, colui che ha aperto le porte dell’Inferno – e di Gesù – l’“Uomo Nuovo” o “Uomo Interiore”, colui che apre le porte del Paradiso.  &#xA;Secondo i mistici, la morte e resurrezione di Gesù rappresentano l’archetipo della morte dell’io separato e la rinascita a un destino nuovo ed eterno nel flusso della coscienza, ovvero l’Essere Divino o Crístico e la sua Ascensione.  &#xA;Come disse Sant’Agostino:&#xA;&#xA;  “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse farsi Dio”.&#xA;&#xA;Nel cristianesimo, questo processo di ritorno dalla condizione “umana” alla condizione “Divina”, dalla persona esterna alla persona interna, si chiama Metanoia, una parola che significa sia “pentimento” che “trasformazione”.  &#xA;In questo caso, ci pentiamo del piccolo io (l’ego individualista) e ci trasformiamo nell’Essere (o in Cristo), così che, come affermava San Paolo,&#xA;&#xA;  “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.&#xA;&#xA;Allo stesso modo, l’Islam chiama tawbah (che significa “pentimento”) e anche galb (che significa “trasformazione”) questa morte e resurrezione, che Al-Bistami riassume così:&#xA;&#xA;  “Dimenticare sé stessi è ricordare Dio”.&#xA;&#xA;Sia nell’induismo che nel buddhismo, questa morte e rinascita viene sempre descritta come la morte dell’anima individuale (jivatman) e il risveglio alla vera natura della persona, che gli induisti descrivono metaforicamente come Totalità dell’Essere (Brahman) e i buddhisti come Apertura Pura (Shunyata).  &#xA;Il momento in cui avviene questa rottura o rinascita si chiama illuminazione o liberazione (Moksha o Kaivalya).  &#xA;Il Lankavatara Sutra descrive l’esperienza dell’illuminazione come&#xA;&#xA;  “una trasformazione completa nella stessa essenza della coscienza”.&#xA;&#xA;Questa “trasformazione” consiste semplicemente nel disattivare la tendenza abituale a creare un io separato e sostanziale dove, in realtà, esiste solo una coscienza chiara, aperta e vasta.  &#xA;Il Zen chiama Satori o Kensho questa trasformazione o Metanoia.&#xA;&#xA;“Ken” significa vera natura e “sho” significa “vedere direttamente”.&#xA;&#xA;Vedere direttamente la nostra vera natura è diventare un Essere pienamente autorealizzato.  &#xA;E come disse il Maestro Eckhart:&#xA;&#xA;  “In questa trasformazione ho scoperto che Dio e io siamo la stessa cosa.”&#xA;&#xA;TKW: L&#39;illuminazione si sperimenta realmente come una morte vera o si tratta solo di una metafora?&#xA;&#xA;KW: In realtà, si tratta della morte dell’ego individualista.  &#xA;I racconti di questa esperienza — che possono essere molto drammatici, ma anche estremamente semplici e per nulla spettacolari — affermano chiaramente che, all’improvviso, ti svegli e scopri che, tra le altre cose, e per quanto possa sembrare strano, il tuo vero essere è tutto ciò che hai osservato fino a quel momento, che letteralmente sei uno con tutto ciò che è manifestato, uno con l’universo.  &#xA;E che, in verità, non è che diventi uno con Dio e con il Tutto, ma che prendi coscienza del fatto che da sempre sei stato quella unità, senza essertene mai accorto prima.  &#xA;Ma accanto a questa percezione, insieme alla scoperta dell’Essere che tutto permea, si sperimenta anche una sensazione molto concreta: quella che il tuo piccolo ego è morto. Che è morto veramente.&#xA;&#xA;Il Zen chiama il Satori “la Grande Morte”.  &#xA;Eckhart era altrettanto categorico: “L’anima – diceva – deve donare se stessa”.  &#xA;Coomaraswamy affermava: “Solo quando il nostro ego muore, comprendiamo finalmente che non c’è nulla con cui possiamo identificarci, e solo allora possiamo trasformarci realmente in ciò che già siamo”.&#xA;&#xA;TKW: Trascendendo il piccolo ego, si scopre l’eternità?&#xA;&#xA;KW (Lunga pausa): Sì, a condizione però di non intendere l’eternità come un tempo che non finisce mai, bensì come un momento senza tempo, il presente eterno, l’adesso atemporale.  &#xA;L’ESSERE non risiede per sempre nel tempo, ma nel presente senza tempo, che è anteriore al tempo, alla storia, al cambiamento, alla successione.  &#xA;Lo Spirito, l’Essere, è presente nel senso di Pura Presenza, non nel senso di essere immerso in un “ora” infinito — che è un concetto piuttosto inquietante.&#xA;&#xA;In ogni caso, il sesto grande principio fondamentale della filosofia perenne afferma che l’illuminazione, o liberazione, pone fine alla sofferenza.  &#xA;Ciò che causa la sofferenza è l’attaccamento e il desiderio della nostra identità separata;  &#xA;e ciò che pone fine alla sofferenza è il cammino meditativo che trascende il piccolo io, il desiderio e l’attaccamento.  &#xA;La sofferenza è intrinseca a quel nodo o contrazione chiamato ego, e l’unico modo per superarla è trascendere l’ego.&#xA;&#xA;Non significa che dopo l’illuminazione — o dopo la pratica spirituale in generale — non si provino più dolore, angoscia, paura o ferite.  &#xA;Si provano ancora, sì.  &#xA;Ma ciò che cambia è che queste emozioni non minacciano più la tua esistenza, e quindi smettono di costituire un problema per te.  &#xA;Non ti identifichi più con esse, non le drammatizzi più, non hanno più energia, non ti sembrano più minacciose.  &#xA;Da un lato, non c’è più alcun ego frammentato che possa sentirsi minacciato;  &#xA;dall’altro, nulla può minacciare quel grande Io dell’Essere originario e autentico, poiché, essendo il Tutto, non esiste nulla di esterno che possa fargli del male.&#xA;&#xA;Questa consapevolezza produce un profondo rilassamento e una distensione del cuore.  &#xA;Per quanto dolore possa sperimentare l’individuo, il suo vero Sé non si sente minacciato.  &#xA;La sofferenza può sorgere e può svanire, ma ora la persona è saldamente radicata e sicura nella “pace che supera ogni comprensione”.  &#xA;Il saggio sperimenta la sofferenza, ma questa non lo “ferisce”.  &#xA;E poiché è consapevole della sofferenza, è spinto dalla compassione e dal desiderio di aiutare chi soffre e crede nella realtà della sofferenza.&#xA;&#xA;TKW: Il che ci porta al settimo punto, la motivazione dell’illuminato.&#xA;&#xA;KW: Sì. Si dice che la vera illuminazione sfoci in un’azione sociale ispirata dalla misericordia e dalla compassione, in un tentativo di aiutare tutti gli esseri umani a raggiungere la Liberazione Suprema.  &#xA;L’attività illuminata non è altro che un servizio disinteressato.  &#xA;Poiché siamo tutti uno nello stesso Essere, allora, servendo gli altri, sto servendo il mio stesso Sé.]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>di Ken Wilber</em></strong>
<em>traduzione dallo spagnolo di  @guaspito con il supporto di chatGPT</em>
<a href="https://cloud.3x1t.org/index.php/s/YK9zapBos47HC4c" rel="nofollow">download pdf</a></p>

<p>Dopo aver letto <em>Lo spettro della coscienza</em> di Wilber ho trovato questa illuminante sintesi di alcuni concetti che egli propone, che condivido a beneficio di ogni ricercatore. Il titolo del blog fa riferimento proprio a considerazioni come queste, che indicano la possibilità e la necessità di una nuova prospettiva sulla realtà.</p>

<p><a href="/metanoeite/tag:filosofia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">filosofia</span></a> <a href="/metanoeite/tag:psicologia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">psicologia</span></a> <a href="/metanoeite/tag:mistica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">mistica</span></a> <a href="/metanoeite/tag:statidicoscienza" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">statidicoscienza</span></a> <a href="/metanoeite/tag:religioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">religioni</span></a> <a href="/metanoeite/tag:scienza" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">scienza</span></a> <a href="/metanoeite/tag:spiritualit%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">spiritualità</span></a> <a href="/metanoeite/tag:metanoeite" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">metanoeite</span></a></p>

<p><img src="https://i.postimg.cc/g0LF12BK/uroboro-1.png" alt="L&#39;uroboro in forma di simbolo dell&#39;infinito|200"></p>

<p>La <strong>Filosofia Perenne</strong> è quella visione del mondo condivisa dalla maggior parte dei principali maestri spirituali, filosofi, pensatori e perfino scienziati di tutto il mondo. Viene chiamata “perenne” o “universale” perché appare implicitamente in tutte le culture del pianeta e in tutte le epoche. La ritroviamo tanto in India, Messico, Cina, Giappone e Mesopotamia, quanto in Egitto, Tibet, Germania o Grecia. E ovunque essa si manifesti, presenta sempre gli stessi tratti fondamentali: un accordo universale su ciò che è essenziale.</p>

<p>Per noi, uomini contemporanei, che siamo praticamente incapaci di metterci d’accordo su qualsiasi cosa, ciò risulta difficile da credere. Come ha riassunto Alan Watts: “Siamo appena consapevoli dell’eccezionale singolarità della nostra stessa posizione, e perciò ci risulta assai difficile ammettere il fatto evidente che sia esistito un consenso filosofico unico, di ampiezza universale, sostenuto da molti (uomini e donne) che hanno condiviso le stesse esperienze e trasmesso essenzialmente gli stessi insegnamenti, oggi come seimila anni fa, dal Nuovo Messico nel lontano Occidente fino al Giappone nel lontano Oriente.”

Questo è davvero notevole. Credo che queste verità di natura universale costituiscano fondamentalmente l’eredità dell’esperienza universale dell’intera umanità, che in ogni tempo e luogo è giunta a <strong>un accordo su alcune verità profonde</strong> riguardanti la condizione umana e su come accedere al Trascendente. Questa è una maniera per descrivere ciò che è la <em>Philosophia perennis</em>.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Dici che la Filosofia Perenne è essenzialmente la stessa in culture molto diverse. Ma oggi si sostiene che siano il linguaggio e la cultura a modellare tutto il nostro sapere. Se questo fosse vero, e dato che le diverse culture e linguaggi sono molto differenti tra loro, sarebbe possibile che emergesse una qualche verità universale o collettiva sulla condizione umana? Da questo punto di vista non esisterebbe una condizione umana, in quanto tale, ma solo una storia umana; e quella storia sarebbe molto diversa in ogni caso. Cosa pensi di tutta questa nozione di relatività culturale?</p>

<p><strong>KW</strong>: C&#39;è molta verità in ciò. Esiste, senza dubbio, una diversità di culture che possiedono un diverso “sapere locale”, e lo studio di queste differenze è un’attività molto interessante. Ma sebbene la relatività culturale sia reale, essa non rappresenta tutta la verità.</p>

<p>Accanto alle evidenti differenze culturali, come possono essere il tipo di alimentazione, le strutture linguistiche o le usanze di accoppiamento, esistono anche molti altri fenomeni dell’esistenza umana che sono, in larga misura, universali o collettivi. Il corpo umano, per esempio, possiede duecento otto ossa, un cuore e due reni, sia che si tratti di un abitante di New York che di uno del Mozambico, e tanto oggi quanto migliaia di anni fa. Queste caratteristiche universali sono ciò che viene chiamato “strutture profonde”, perché sono essenzialmente le stesse ovunque.</p>

<p>Tuttavia, le diverse culture utilizzano queste strutture profonde in modi molto differenti: come i cinesi che fasciavano i piedi delle loro donne, o i popoli Ubangi che allungavano le loro labbra, oppure attraverso l’uso di tatuaggi, di abiti, nei giochi, nel sesso e nel parto, tutte pratiche che variano considerevolmente da una cultura all’altra. Tutte queste variabili vengono chiamate “strutture superficiali”, perché sono locali anziché universali.</p>

<p>Lo stesso avviene anche nell’ambito della mente umana. <strong>La mente umana</strong> possiede strutture superficiali che variano tra le diverse culture, e strutture profonde che restano essenzialmente identiche indipendentemente dalla cultura considerata. Ovunque la si trovi, la mente umana ha la capacità di formare immagini, simboli, concetti e regole. Le immagini e i simboli particolari possono variare da una cultura all’altra, ma la capacità di creare tali strutture mentali e linguistiche – e le strutture stesse – è sostanzialmente la stessa ovunque. Così come il corpo umano produce capelli, la mente umana produce simboli. Le strutture mentali superficiali variano ampiamente tra loro, ma le strutture mentali profonde sono, al contrario, straordinariamente simili.</p>

<p>Ebbene, allo stesso modo in cui il corpo umano produce universalmente capelli e la mente produce universalmente idee, anche lo spirito umano genera universalmente intuizioni sul Divino. E queste intuizioni e barlumi costituiscono il nucleo delle grandi tradizioni spirituali di tutto il mondo. Ancora una volta, sebbene le strutture superficiali delle grandi tradizioni sapienziali siano, ovviamente, molto diverse tra loro, le loro strutture profonde sono invece molto simili, e talvolta identiche.</p>

<p>La Filosofia Perenne si occupa fondamentalmente delle strutture profonde dell’incontro umano con il Divino. Perché quelle verità sulle quali induisti, cristiani, buddisti, taoisti e sufi si trovano in completo accordo, tendono a riguardare qualcosa di profondamente importante, qualcosa che ci parla di verità universali e di significati ultimi, qualcosa che tocca l’essenza fondamentale della condizione umana.</p>

<p><strong>TKW</strong>: A prima vista, è difficile vedere su cosa potrebbero essere d’accordo il buddismo e il cristianesimo. Quali sono, dunque, i principi fondamentali della Filosofia Perenne? Potresti elencare i suoi temi principali? Quante sono queste verità profonde e questi punti fondamentali di accordo?</p>

<p><strong>KW</strong>: Sono molti, ma consideriamo i sette che ritengo più importanti:</p>
<ol><li><p>Lo Spirito esiste.</p></li>

<li><p>Lo Spirito è dentro di noi.</p></li>

<li><p>Nonostante ciò, la maggior parte di noi vive in un mondo di ignoranza, separazione e dualità, in uno stato di caduta illusoria, e non si accorge di quello Spirito interiore.</p></li>

<li><p>Esiste una via d’uscita da questo stato di caduta, di errore o di illusione; esiste un Cammino che conduce alla liberazione.</p></li>

<li><p>Se percorriamo questo Cammino fino in fondo, arriveremo a una Rinascita, a una Liberazione Suprema.</p></li>

<li><p>Questa esperienza segna la fine dell’ignoranza fondamentale e della sofferenza.</p></li>

<li><p>La fine della sofferenza conduce a un’azione sociale amorevole e compassionevole verso tutti gli esseri senzienti.</p></li></ol>

<p><strong>TKW</strong>: Hai detto molte cose! Procediamo passo dopo passo. Dici che lo Spirito esiste.</p>

<p><strong>KW</strong>: Lo Spirito esiste, Dio esiste, esiste una Realtà Suprema, sia che la si chiami Brahman, Dharmakaya, Yahweh, Aton, Kether, Tao, Allah, Shiva: “Molti sono i nomi che riceve l’Uno”.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Ma come fai a sapere che lo Spirito esiste? I mistici dicono che esiste, ma su cosa basano questa affermazione?</p>

<p><strong>KW</strong>: Sull’esperienza diretta. Le loro affermazioni non si basano su mere credenze, idee, teorie o dogmi, bensì sull’esperienza diretta, sull’esperienza spirituale reale.<br>
Questa è la differenza tra i veri mistici e i religiosi dogmatici.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Ma cosa dire del fatto che si sostiene che l’esperienza mistica non sia una conoscenza valida perché è ineffabile e dunque incomunicabile?</p>

<p><strong>KW</strong>: Certamente, l’esperienza mistica è ineffabile e non può essere tradotta completamente in parole, ma lo stesso vale per qualsiasi altra esperienza, che si tratti di un tramonto, del gusto di una fetta di torta o dell’armonia di una fuga di Bach.<br>
In ognuno di questi casi, dobbiamo aver vissuto l’esperienza reale per sapere di cosa si tratta. Ma questo non significa che il tramonto, la torta o la musica non esistano o che siano esperienze non valide. Inoltre, anche se l’esperienza mistica è in gran parte ineffabile, può comunque essere comunicata o trasmessa. Ad esempio, così come la danza può essere insegnata anche se non può essere descritta compiutamente a parole, è possibile anche apprendere una determinata pratica spirituale sotto la guida di un maestro spirituale.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Ma quell’esperienza mistica che al mistico sembra così vera potrebbe essere semplicemente sbagliata. I mistici possono affermare di fondersi con Dio, ma ciò non garantisce affatto che ciò che affermano sia ciò che accade realmente. Nessuna conoscenza è assolutamente certa.</p>

<p><strong>KW</strong>: Sono d’accordo che l’esperienza mistica non sia più certa di qualsiasi altra esperienza diretta. Ma questo argomento, lungi dal minare le affermazioni dei mistici, le eleva in realtà allo stesso livello che io, personalmente, accetto pienamente. In altre parole, lo stesso argomento che si può usare contro la conoscenza mistica può essere applicato a qualsiasi altra forma di conoscenza basata sull’esperienza evidente, inclusa l’esperienza empirica.<br>
Credo di stare guardando la luna, ma potrei sbagliarmi; i fisici credono nell’esistenza degli elettroni, ma potrebbero sbagliarsi; i critici ritengono che <em>Amleto</em> sia stato scritto da un personaggio storico di nome Shakespeare, ma potrebbero essere in errore, e così via.<br>
Come possiamo essere sicuri della veridicità delle nostre affermazioni?<br>
Attraverso ulteriori esperienze.</p>

<p>Ebbene, questo è esattamente ciò che i mistici hanno fatto storicamente nel corso di decenni, secoli e millenni: verificare e affinare le proprie esperienze, un primato di costanza storica che fa impallidire persino la scienza moderna. Il fatto è che questo argomento, invece di screditare le affermazioni dei mistici, conferisce loro — a mio avviso — in modo estremamente adeguato, lo statuto di autentici esperti e conoscitori della loro disciplina, e di conseguenza, gli unici realmente qualificati per formulare affermazioni in materia.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Molto bene. Ma spesso ho sentito dire che la visione mistica potrebbe in realtà trattarsi di una patologia schizofrenica. Come risponderesti a questa accusa?</p>

<p><strong>KW</strong>: Non credo che qualcuno metta in dubbio che certi mistici presentino tratti schizofrenici, o che ci siano schizofrenici che vivono intuizioni mistiche. Ma non conosco alcuna autorità in materia che creda che le esperienze mistiche siano fondamentalmente e primariamente allucinazioni schizofreniche.<br>
È chiaro che conosco anche molte persone non qualificate che la pensano in questo modo, e sarebbe difficile convincerle del contrario nello spazio limitato di questa intervista. Dirò soltanto che le pratiche spirituali e contemplative utilizzate dai mistici – come la preghiera contemplativa o la meditazione – possono essere molto potenti, ma non abbastanza da attrarre un gran numero di uomini e donne normali, sani e adulti e, nel giro di pochi anni, trasformarli in schizofrenici deliranti.<br>
Il Maestro Zen Hakuin trasmise il suo insegnamento a ottantatré discepoli che si incaricarono di rivitalizzare e organizzare lo Zen giapponese. Ottantatré schizofrenici allucinati non riuscirebbero nemmeno a mettersi d’accordo per andare in bagno... Che ne sarebbe stato dello Zen giapponese se fosse stato così?</p>

<p><strong>TKW</strong>: (Risate) Un&#39;ultima obiezione: non è forse possibile che la nozione di “essere uno con lo Spirito” non sia altro che un meccanismo di difesa regressivo per proteggere una persona dal panico davanti alla morte e all’impermanenza?</p>

<p><strong>KW</strong>: Se “l’unità con lo Spirito” fosse semplicemente qualcosa in cui si crede, e quindi un’idea o una speranza, allora certamente potrebbe far parte della “proiezione d’immortalità” di una persona, cioè di un sistema di difesa progettato – come ho cercato di spiegare nei miei libri <em>Dopo l’Eden</em> e <em>Un Dio socievole</em> – per proteggersi in modo magico o regressivo dalla morte, sotto la promessa di un prolungamento o una continuazione della vita.<br>
Ma l’esperienza di unità atemporale con lo Spirito non è un’idea né un desiderio; è una percezione diretta. E possiamo considerare questa esperienza diretta solo in tre modi diversi:<br>
– affermare che si tratti di un’allucinazione, a cui ho appena risposto;<br>
– sostenere che sia un errore, cosa che ho pure già confutato;<br>
– oppure accettarla per ciò che dice di essere: un’esperienza diretta del nostro Sé Spirituale.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Da quello che dici, il misticismo genuino, a differenza della religione dogmatica, è scientifico, perché si basa sull’evidenza e sulla verifica sperimentale diretta. È così?</p>

<p><strong>KW</strong>: Esattamente. I mistici ti chiedono di non credere in nulla in modo cieco, e ti offrono una serie di esperimenti da verificare nella tua stessa coscienza.<br>
Il laboratorio del mistico è la propria mente, e l’esperimento è la meditazione.<br>
Tu stesso puoi verificare e confrontare i risultati della tua esperienza con quelli di altri che abbiano svolto lo stesso esperimento.<br>
Da questo insieme di conoscenze sperimentali, validate in modo consensuale, si giunge a certe leggi dello spirito, o a certe “verità profonde”, se preferisci chiamarle così.</p>

<p><strong>TKW</strong>: E questo ci riporta di nuovo alla filosofia perenne, alla filosofia mistica e ai suoi sette grandi principi. Il secondo principio era: lo spirito è dentro di te.</p>

<p><strong>KW</strong>: Lo spirito è dentro di te, c&#39;è un intero universo dentro di te. Il messaggio sorprendente dei mistici è che, al centro stesso del tuo essere, tu vivi la divinità.<br>
Strettamente parlando, Dio non è né dentro né fuori – poiché lo Spirito trascende ogni dualità – ma lo si scopre cercando profondamente dentro, fino a quando quel “dentro” finisce per diventare un “al di là”.<br>
Il <em>Chandogya Upanishad</em> ci offre la formulazione più nota di questa verità immortale quando dice:</p>

<blockquote><p>“Nell’essenza stessa del tuo essere non percepisci la Verità, ma in realtà essa è lì.<br>
In ciò che è l’essenza sottile del tuo essere, tutto ciò che esiste È.<br>
Quell’essenza invisibile è lo Spirito dell’intero universo.<br>
Quella è la Verità, quello è l’Essere. E tu? Tu sei quello.”</p></blockquote>

<p><em>Tat Tvam Asi</em> – Tu sei Quello.<br>
È superfluo dire che il “tu” che è “Quello”, il tu che è Dio, non è la tua identità individuale e separata, l’ego, questa o quella personalità, il Signor o la Signora Tal dei Tali.<br>
Anzi, il sé individuale o ego è precisamente ciò che ci impedisce di prendere coscienza della nostra Identità Suprema.<br>
Quel “tu”, al contrario, è la nostra essenza più profonda, o se preferisci, il nostro aspetto più elevato: l’essenza sottile – come la descrive l’Upanishad – che trascende il nostro ego mortale e partecipa direttamente al Divino.<br>
Nel giudaismo viene chiamato <em>Ruach</em>, lo spirito divino e la supraindividualità che si trova in ognuno di noi, e che si distingue dal <em>nefesh</em>, l’ego individuale.<br>
Nel cristianesimo, invece, è il <em>pneuma</em>, lo spirito che dimora in noi e che è della stessa natura di Dio, e non la <em>psiche</em> o anima individuale che, nel migliore dei casi, può solo adorare Dio.<br>
Come ha detto Coomaraswamy, la distinzione tra lo spirito immortale ed eterno di una persona e la sua anima individuale e mortale (cioè l’ego) è un principio fondamentale della filosofia perenne.</p>

<p><strong>TKW</strong>: San Paolo disse: “Vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me.” Stai dicendo che San Paolo ha scoperto la sua vera Identità, che era uno con Cristo, e che Cristo ha sostituito il suo vecchio piccolo ego, la sua anima o psiche individuale?</p>

<p><strong>KW</strong>: Esattamente. Il tuo <em>Ruach</em>, o fondamento, è la Realtà Suprema, non il tuo <em>nefesh</em>, il tuo ego.<br>
Se credi che il tuo ego individuale sia Dio, allora sei chiaramente nei guai. In effetti, soffriresti di una psicosi, una schizofrenia paranoide.<br>
Non è certo questo ciò che intendevano i più grandi filosofi e saggi del mondo.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Ma allora, perché non c’è più gente consapevole di questo? Se lo spirito è davvero dentro di noi, perché non è evidente a tutti?</p>

<p><strong>KW</strong>: Ottima domanda. E questo ci porta al terzo punto.<br>
Se davvero sono uno con Dio, perché non me ne rendo conto?<br>
Qualcosa mi separa dallo Spirito. Perché questa Caduta? Dov’è stato l’errore?</p>

<p>Le diverse tradizioni danno risposte differenti a questa questione, ma tutte fondamentalmente convergono su un punto:</p>

<blockquote><p>“Non riesco a percepire la mia Vera Identità, la mia unione con lo Spirito, perché la mia coscienza è ottenebrata e ostruita da una certa attività; anche se riceve nomi diversi, si tratta semplicemente dell’attività di contrarre e concentrare la coscienza sul mio io individuale, sul mio ego personale.<br>
La mia coscienza non è aperta, rilassata e centrata su Dio, ma chiusa, contratta e centrata su me stesso.<br>
Ed è proprio l’identificazione con quella contrazione in me stesso e la conseguente esclusione di tutto il resto che mi impedisce di trovare o scoprire la mia identità originaria, la mia vera identità con il Tutto.”</p></blockquote>

<p>La mia natura individuale – “l’uomo naturale” – è caduta e vive nell’errore, separata e alienata dallo Spirito e dal resto del mondo.<br>
Sono separato e isolato dal mondo “là fuori”, un mondo che percepisco come completamente esterno, estraneo e ostile al mio essere.<br>
Quanto al mio essere interiore, di certo non sembra essere uno con il Tutto, con tutto ciò che esiste, uno con lo Spirito Infinito, ma al contrario, resta chiuso e imprigionato tra le mura limitanti di questo corpo mortale.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Questa situazione viene solitamente chiamata “dualismo”, giusto?</p>

<p><strong>KW</strong>: Esattamente. Mi divido in un “soggetto” separato dal mondo degli “oggetti” situati là fuori e, a partire da questo dualismo originario, continuo a dividere il mondo in ogni tipo di opposti in conflitto: piacere e dolore, bene e male, verità e menzogna, ecc.<br>
Secondo la filosofia perenne, la coscienza dominata dal dualismo soggetto-oggetto non può percepire la realtà così com’è, la realtà nella sua totalità, la realtà come Identità Suprema.<br>
In altre parole: l’errore è la contrazione di sé stessi, la sensazione di un’identità separata, l’ego.<br>
L’errore non sta in qualcosa che fa il piccolo io, ma in qualcosa che <em>è</em>.</p>

<p>E c’è di più: quell’essere contratto, quel soggetto isolato “qui dentro”, non riconoscendo la propria vera identità con il Tutto, sperimenta una forte sensazione di mancanza, di privazione, di frammentazione.<br>
In altre parole: la sensazione di essere separato, di essere un individuo separato, dà origine alla sofferenza, dà origine alla “Caduta”.<br>
La sofferenza non è qualcosa che accade <em>a causa</em> della separazione: è qualcosa di <em>intrinseco</em> a quella condizione.<br>
“Peccato”, “sofferenza” e “io” non sono altro che nomi diversi per uno stesso processo, che consiste nella contrazione e frammentazione della coscienza.</p>

<p>Per questo è impossibile salvare l’ego dalla sofferenza.<br>
Come disse Gautama il Buddha: per porre fine alla sofferenza, devi abbandonare il piccolo io, l’ego; perché entrambi nascono e muoiono nello stesso momento.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Quindi questo mondo dualistico è il mondo della Caduta e del peccato originale, è la contrazione dell’essere, l’auto-contrazione presente in ognuno di noi. E stai dicendo che non sono solo i mistici orientali, ma anche quelli occidentali a definire il peccato e l’Inferno come qualcosa di inerente allo stato di identità separata?</p>

<p><strong>KW</strong>: Al sé separato e alla sua avidità, al suo desiderio e alla sua fuga priva d’amore.<br>
Sì, senza dubbio.<br>
È vero che l’Oriente – e in particolare il buddismo e l’induismo – mette molto l’accento sull’identificare l’Inferno (o <em>Samsara</em>) con l’ego separato e individualista.<br>
Ma anche negli scritti dei mistici cattolici, dei gnostici, dei quaccheri, dei cabalisti e dei mistici islamici troviamo gli stessi temi.<br>
A tal proposito, il mio scritto preferito è di William Law, uno straordinario mistico cristiano inglese del XVIII secolo. Te lo leggo:</p>

<blockquote><p>“Ecco la verità riassunta.<br>
Ogni peccato, ogni morte, ogni condanna e ogni inferno non sono altro che il regno del sé, dell’ego.<br>
Le varie attività del narcisismo, dell’amor proprio e dell’egoismo separano l’anima da Dio e la conducono alla morte e all’inferno eterno”.</p></blockquote>

<p>Oppure le parole del sufi Abi l-Khayr:</p>

<blockquote><p>“Non c’è Inferno se non nell’individualità, non c’è Paradiso se non nell’altruismo”.</p></blockquote>

<p>Troviamo lo stesso tipo di affermazioni anche nei mistici cristiani, come dimostra la dichiarazione della <em>Theologia Germanica</em> secondo cui</p>

<blockquote><p>“L’unica cosa che brucia all’Inferno è l’ego”.</p></blockquote>

<p><strong>TKW</strong>: Sì, capisco. Quindi la trascendenza del “piccolo io” porta alla scoperta del “grande Io”.</p>

<p><strong>KW</strong>: Proprio così.<br>
In sanscrito, questo “piccolo io” o anima individuale si chiama <em>ahamkara</em>, che significa “nodo” o “contrazione”; ed è proprio questo <em>ahamkara</em>, questa contrazione dualistica ed egocentrica della coscienza, a costituire la radice stessa dello stato di Caduta.</p>

<p>Arriviamo così al quarto grande principio della filosofia perenne: esiste un modo per superare la Caduta, un modo per cambiare questo stato di cose, un modo per sciogliere il nodo dell’illusione e dell’errore fondamentale.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Buttare via l’ego individualista.</p>

<p><strong>KW</strong> <em>(ride)</em>: Esattamente.<br>
Arrendersi o morire a quella sensazione di essere un’identità separata, al piccolo io, alla contrazione su sé stessi.<br>
Se vogliamo scoprire la nostra identità con il Tutto, dobbiamo abbandonare l’identificazione errata con l’ego isolato.<br>
Ma questa Caduta può essere immediatamente dissolta comprendendo che, in realtà, non è mai avvenuta, perché esiste solo Dio e, di conseguenza, il sé separato non è mai stato altro che un’illusione.</p>

<p>Tuttavia, per la maggior parte di noi, questa condizione deve essere superata gradualmente, passo dopo passo.<br>
In altre parole, il quarto principio della filosofia perenne afferma che esiste una Via e che, se la seguiamo fino in fondo, ci condurrà dallo stato di caduta allo stato di illuminazione, dal <em>Samsara</em> al <em>Nirvana</em>, dall’Inferno al Cielo.</p>

<p><strong>TKW</strong>: La meditazione è quel Cammino?</p>

<p><strong>KW</strong>: Bene. Potremmo dire che esistono diversi “cammini” che costituiscono ciò che io chiamo genericamente “il Cammino”, e ancora una volta si tratta di strutture superficiali differenti che condividono però la stessa struttura profonda.<br>
Nell&#39;induismo, ad esempio, si dice che ci sono cinque grandi cammini o yoga. <em>Yoga</em> significa semplicemente “unione”, l’unione dell’anima con la Divinità.<br>
La parola inglese <em>yoke</em>, lo spagnolo <em>yugo</em>, l’ittita <em>yugan</em>, il latino <em>jugum</em>, il greco <em>zugon</em> e molte altre derivano dalla stessa radice.</p>

<p>In questo senso, quando Cristo dice: “Il mio giogo è leggero”,<br>
sta intendendo dire: “Il mio yoga è facile”.</p>

<p>Ma forse possiamo semplificare tutto dicendo che tutti questi cammini, siano essi induisti o provenienti da qualsiasi altra tradizione di saggezza, si dividono in due grandi vie.</p>

<p>A tal proposito mi viene in mente una citazione per illustrare questo punto. È di Swami Ramdas:</p>

<blockquote><p>“Ci sono due cammini: uno consiste nell’espandere il tuo ego fino all’infinito, l’altro nel ridurlo al nulla”;<br>
il primo è una via della conoscenza, mentre il secondo è una via devozionale.</p></blockquote>

<p>Un <em>Jnani</em> (saggio indù) dice: “Io sono Dio, la Verità universale”.<br>
Un Devoto, invece, dice: “Io non sono nulla, oh Dio! Tu sei tutto”.<br>
In entrambi i casi scompare la sensazione di identità separata.</p>

<p>La chiave della questione è che, in qualunque dei due casi, l’individuo che percorre il Cammino trascende o muore al piccolo io, e riscopre, o fa risorgere, la propria Identità Suprema con lo Spirito universale.<br>
E questo ci porta al quinto grande principio della filosofia perenne: quello della Rinascita, della Resurrezione o dell’Illuminazione.<br>
Il piccolo io deve morire affinché, dentro di noi, possa risorgere il grande Io.</p>

<p>Le varie tradizioni descrivono questa morte e rinascita con nomi molto diversi.<br>
Così, ad esempio, nel cristianesimo si parla di Adamo – che i mistici chiamano l’“Uomo Vecchio” o “Uomo Esteriore”, colui che ha aperto le porte dell’Inferno – e di Gesù – l’“Uomo Nuovo” o “Uomo Interiore”, colui che apre le porte del Paradiso.<br>
Secondo i mistici, la morte e resurrezione di Gesù rappresentano l’archetipo della morte dell’io separato e la rinascita a un destino nuovo ed eterno nel flusso della coscienza, ovvero l’Essere Divino o Crístico e la sua Ascensione.<br>
Come disse Sant’Agostino:</p>

<blockquote><p>“Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse farsi Dio”.</p></blockquote>

<p>Nel cristianesimo, questo processo di ritorno dalla condizione “umana” alla condizione “Divina”, dalla persona esterna alla persona interna, si chiama <em>Metanoia</em>, una parola che significa sia “pentimento” che “trasformazione”.<br>
In questo caso, ci pentiamo del piccolo io (l’ego individualista) e ci trasformiamo nell’Essere (o in Cristo), così che, come affermava San Paolo,</p>

<blockquote><p>“Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.</p></blockquote>

<p>Allo stesso modo, l’Islam chiama <em>tawbah</em> (che significa “pentimento”) e anche <em>galb</em> (che significa “trasformazione”) questa morte e resurrezione, che Al-Bistami riassume così:</p>

<blockquote><p>“Dimenticare sé stessi è ricordare Dio”.</p></blockquote>

<p>Sia nell’induismo che nel buddhismo, questa morte e rinascita viene sempre descritta come la morte dell’anima individuale (<em>jivatman</em>) e il risveglio alla vera natura della persona, che gli induisti descrivono metaforicamente come Totalità dell’Essere (<em>Brahman</em>) e i buddhisti come Apertura Pura (<em>Shunyata</em>).<br>
Il momento in cui avviene questa rottura o rinascita si chiama illuminazione o liberazione (<em>Moksha</em> o <em>Kaivalya</em>).<br>
Il <em>Lankavatara Sutra</em> descrive l’esperienza dell’illuminazione come</p>

<blockquote><p>“una trasformazione completa nella stessa essenza della coscienza”.</p></blockquote>

<p>Questa “trasformazione” consiste semplicemente nel disattivare la tendenza abituale a creare un io separato e sostanziale dove, in realtà, esiste solo una coscienza chiara, aperta e vasta.<br>
Il <em>Zen</em> chiama <em>Satori</em> o <em>Kensho</em> questa trasformazione o <em>Metanoia</em>.</p>

<p>“<em>Ken</em>” significa vera natura e “<em>sho</em>” significa “vedere direttamente”.</p>

<p>Vedere direttamente la nostra vera natura è diventare un Essere pienamente autorealizzato.<br>
E come disse il Maestro Eckhart:</p>

<blockquote><p>“In questa trasformazione ho scoperto che Dio e io siamo la stessa cosa.”</p></blockquote>

<p><strong>TKW</strong>: L&#39;illuminazione si sperimenta realmente come una morte vera o si tratta solo di una metafora?</p>

<p><strong>KW</strong>: In realtà, si tratta della morte dell’ego individualista.<br>
I racconti di questa esperienza — che possono essere molto drammatici, ma anche estremamente semplici e per nulla spettacolari — affermano chiaramente che, all’improvviso, ti svegli e scopri che, tra le altre cose, e per quanto possa sembrare strano, il tuo vero essere è tutto ciò che hai osservato fino a quel momento, che letteralmente <em>sei</em> uno con tutto ciò che è manifestato, uno con l’universo.<br>
E che, in verità, non è che diventi uno con Dio e con il Tutto, ma che prendi coscienza del fatto che <em>da sempre</em> sei stato quella unità, senza essertene mai accorto prima.<br>
Ma accanto a questa percezione, insieme alla scoperta dell’Essere che tutto permea, si sperimenta anche una sensazione molto concreta: quella che il tuo piccolo ego è morto. Che è morto veramente.</p>

<p>Il <em>Zen</em> chiama il <em>Satori</em> “la Grande Morte”.<br>
Eckhart era altrettanto categorico: “L’anima – diceva – deve donare se stessa”.<br>
Coomaraswamy affermava: “Solo quando il nostro ego muore, comprendiamo finalmente che non c’è nulla con cui possiamo identificarci, e solo allora possiamo trasformarci realmente in ciò che già siamo”.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Trascendendo il piccolo ego, si scopre l’eternità?</p>

<p><strong>KW</strong> <em>(Lunga pausa)</em>: Sì, a condizione però di non intendere l’eternità come un tempo che non finisce mai, bensì come un momento <em>senza tempo</em>, il presente eterno, l’adesso atemporale.<br>
L’ESSERE non risiede per sempre <em>nel tempo</em>, ma nel presente <em>senza tempo</em>, che è anteriore al tempo, alla storia, al cambiamento, alla successione.<br>
Lo Spirito, l’Essere, è presente nel senso di <em>Pura Presenza</em>, non nel senso di essere immerso in un “ora” infinito — che è un concetto piuttosto inquietante.</p>

<p>In ogni caso, il sesto grande principio fondamentale della filosofia perenne afferma che l’illuminazione, o liberazione, pone fine alla sofferenza.<br>
Ciò che causa la sofferenza è l’attaccamento e il desiderio della nostra identità separata;<br>
e ciò che pone fine alla sofferenza è il cammino meditativo che trascende il piccolo io, il desiderio e l’attaccamento.<br>
La sofferenza è intrinseca a quel nodo o contrazione chiamato ego, e l’unico modo per superarla è trascendere l’ego.</p>

<p>Non significa che dopo l’illuminazione — o dopo la pratica spirituale in generale — non si provino più dolore, angoscia, paura o ferite.<br>
Si provano ancora, sì.<br>
Ma ciò che cambia è che queste emozioni non minacciano più la tua esistenza, e quindi smettono di costituire un problema per te.<br>
Non ti identifichi più con esse, non le drammatizzi più, non hanno più energia, non ti sembrano più minacciose.<br>
Da un lato, non c’è più alcun ego frammentato che possa sentirsi minacciato;<br>
dall’altro, nulla può minacciare quel grande Io dell’Essere originario e autentico, poiché, essendo il Tutto, non esiste nulla di esterno che possa fargli del male.</p>

<p>Questa consapevolezza produce un profondo rilassamento e una distensione del cuore.<br>
Per quanto dolore possa sperimentare l’individuo, il suo vero Sé non si sente minacciato.<br>
La sofferenza può sorgere e può svanire, ma ora la persona è saldamente radicata e sicura nella “pace che supera ogni comprensione”.<br>
Il saggio sperimenta la sofferenza, ma questa non lo “ferisce”.<br>
E poiché è consapevole della sofferenza, è spinto dalla compassione e dal desiderio di aiutare chi soffre e crede nella realtà della sofferenza.</p>

<p><strong>TKW</strong>: Il che ci porta al settimo punto, la motivazione dell’illuminato.</p>

<p><strong>KW</strong>: Sì. Si dice che la vera illuminazione sfoci in un’azione sociale ispirata dalla misericordia e dalla compassione, in un tentativo di aiutare tutti gli esseri umani a raggiungere la Liberazione Suprema.<br>
L’attività illuminata non è altro che un servizio disinteressato.<br>
Poiché siamo tutti uno nello stesso Essere, allora, servendo gli altri, sto servendo il mio stesso Sé.</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/metanoeite/filosofia-perenne</guid>
      <pubDate>Wed, 06 Aug 2025 18:19:32 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La filosofia del mistero</title>
      <link>https://noblogo.org/metanoeite/la-filosofia-del-mistero</link>
      <description>&lt;![CDATA[rieditato nell&#39;agosto 2025&#xA;&#xA;Durante il periodo della laurea, ragionavo sul modo in cui far costruire ai robot una mappa dell&#39;ambiente, partendo per esempio da immagini tridimensionali (che contengono una informazione sulla profondità) che si possono ricostruire da una semplice coppia di foto binoculari.&#xA;&#xA;3d stereo vision from Mathworks site&#xA;div class=&#34;caption&#34;pCoppia di immagini stereo, una immagine displacement, e la relativa immagine di profondità. In basso una la ricostruzione 3d della parte vista, dalla quale si possono percepire le parti nascoste/p/div&#xA;&#xA;Ogni vista parziale permette di ricostruire una parte &#34;istantanea&#34; del modello dell&#39;ambiente, che poi va aggiunta e contestualizzata in una mappa più ampia, che in qualche maniera definisce il &#34;ricordo&#34; del robot.&#xA;!--more--&#xA;Osservando immagini come queste ci si rende conto in modo oggettivo della parzialità e della limitatezza di quanto in realtà il robot veda in ogni istante, e solo se si inserisce una forma di memoria, il suo modo di percepire l&#39;ambiente è confrontabile con il nostro. La cosa interessante è che anche l&#39;informazione istantanea alla quale ha accesso l&#39;occhio umano risente delle stesse limitazioni, ma la nostra consapevolezza di questa basilare limitazione non è scontata, per rendercene conto dobbiamo porvi attenzione.&#xA;&#xA;In ogni istante non vediamo un sacco di cose. Non vediamo dietro di noi: vediamo sì con la coda dell&#39;occhio un po&#39; lateralmente, ma se uno confronta il nostro campo visivo con quello di altri animali non siamo messi benissimo. Non vediamo dietro e dentro gli oggetti, non vediamo fuori dalla stanza dove siamo. &#xA;Poi... non vediamo le cose piccolissime e vediamo le cose grandissime solo se siamo abbastanza lontani, vediamo a colori, e qui ci va bene rispetto ad altri animali che vedono solo in bianco e nero, ma anche riguardo a questo aspetto, in realtà vediamo solo una piccola parte dello spettro elettromagnetico, sono assenti sono infrarossi ed ultravioletti che vedono le api o gli uccelli.&#xA;&#xA;div class=&#34;caption&#34;Come noi vediamo un uccello e come lo vedono i membri della sua specie/div&#xA;Insomma se uno ci pensa in un certo istante noi abbiamo accesso solo ad una infima parte dell&#39;informazione esistente, che però (e questo è interessante) spesso crediamo di possedere in larga misura! &#xA;&#xA;Questo dev&#39;essere un fenomeno psicologico particolare. Noi pensiamo di conoscere bene il nostro ambiente, man mano che diventiamo adulti abbiamo l&#39;impressione inconscia che esso non abbia segreti per noi. &#xA;Secondo me questo dipende dalla nostra abitudinarietà e dal vivere in un ambiente che abbiamo reso tutto sommato statico e prevedibile. Credo che l&#39;uomo della foresta avesse (o abbia ancora) una maggior percezione della sua ignoranza rispetto all&#39;ambiente in cui vive. Forse questo lo rende più umile, più attento, più saggio.&#xA;&#xA;Come dicevo prima, però anche se siamo in città, abbiamo l&#39;impressione di conoscere, ma in molti casi si tratta di memoria o interpolazione, più che reale conoscenza fattuale. Perdipiù quel che manca è la consapevolezza della mancanza di informazione, ovvero la consapevolezza del mistero.&#xA;&#xA;#mistero #scienza #conoscenza #visione #tecnologia #psicologia]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>rieditato nell&#39;agosto 2025</em></p>

<p>Durante il periodo della laurea, ragionavo sul modo in cui far costruire ai robot una mappa dell&#39;ambiente, partendo per esempio da immagini tridimensionali (che contengono una informazione sulla profondità) che si possono ricostruire da una semplice coppia di foto binoculari.</p>

<p><a href="https://it.mathworks.com/discovery/stereo-vision.html" rel="nofollow"><img src="https://i.postimg.cc/jd0G78cS/depthfromstereo.jpg" alt="3d stereo vision from Mathworks site"></a>
<div class="caption"><p>Coppia di immagini stereo, una immagine <em>displacement</em>, e la relativa immagine di profondità. In basso una la ricostruzione 3d della parte vista, dalla quale si possono percepire le parti nascoste</p></div></p>

<p>Ogni vista parziale permette di ricostruire una parte “istantanea” del modello dell&#39;ambiente, che poi va aggiunta e contestualizzata in una mappa più ampia, che in qualche maniera definisce il “ricordo” del robot.

Osservando immagini come queste ci si rende conto in modo oggettivo della parzialità e della limitatezza di quanto in realtà il robot veda in ogni istante, e solo se si inserisce una forma di memoria, il suo modo di percepire l&#39;ambiente è confrontabile con il nostro. La cosa interessante è che anche l&#39;informazione istantanea alla quale ha accesso l&#39;occhio umano risente delle stesse limitazioni, ma la nostra consapevolezza di questa basilare limitazione non è scontata, per rendercene conto dobbiamo porvi attenzione.</p>

<p>In ogni istante <strong>non vediamo</strong> un sacco di cose. Non vediamo dietro di noi: vediamo sì con la coda dell&#39;occhio un po&#39; lateralmente, ma se uno confronta il nostro campo visivo con quello di altri animali non siamo messi benissimo. Non vediamo dietro e dentro gli oggetti, non vediamo fuori dalla stanza dove siamo.
Poi... non vediamo le cose piccolissime e vediamo le cose grandissime solo se siamo abbastanza lontani, vediamo a colori, e qui ci va bene rispetto ad altri animali che vedono solo in bianco e nero, ma anche riguardo a questo aspetto, in realtà vediamo solo una piccola parte dello spettro elettromagnetico, sono assenti sono infrarossi ed ultravioletti che vedono le api o gli uccelli.</p>

<p><a href="https://www.boredpanda.com/human-vs-bird-vision/" rel="nofollow"><img src="https://i.redd.it/6v9e7o4kppn71.jpg" alt=""></a>
<div class="caption">Come noi vediamo un uccello e come lo vedono i membri della sua specie</div>
Insomma se uno ci pensa in un certo istante noi abbiamo accesso solo ad una infima parte dell&#39;informazione esistente, che però (e questo è interessante) spesso <strong>crediamo di possedere</strong> in larga misura!</p>

<p>Questo dev&#39;essere un fenomeno psicologico particolare. Noi pensiamo di conoscere bene il nostro ambiente, man mano che diventiamo adulti abbiamo l&#39;impressione inconscia che esso non abbia segreti per noi.
Secondo me questo dipende dalla nostra abitudinarietà e dal vivere in un ambiente che abbiamo reso tutto sommato statico e prevedibile. Credo che l&#39;uomo della foresta avesse (o abbia ancora) una maggior percezione della sua ignoranza rispetto all&#39;ambiente in cui vive. Forse questo lo rende più umile, più attento, più saggio.</p>

<p>Come dicevo prima, però anche se siamo in città, abbiamo l&#39;impressione di conoscere, ma in molti casi si tratta di memoria o interpolazione, più che reale conoscenza fattuale. Perdipiù quel che manca è la consapevolezza della mancanza di informazione, ovvero la <strong>consapevolezza del mistero</strong>.</p>

<p><a href="/metanoeite/tag:mistero" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">mistero</span></a> <a href="/metanoeite/tag:scienza" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">scienza</span></a> <a href="/metanoeite/tag:conoscenza" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">conoscenza</span></a> <a href="/metanoeite/tag:visione" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">visione</span></a> <a href="/metanoeite/tag:tecnologia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">tecnologia</span></a> <a href="/metanoeite/tag:psicologia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">psicologia</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/metanoeite/la-filosofia-del-mistero</guid>
      <pubDate>Sat, 16 Jun 2012 23:46:12 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Super-Organismi Verso una Nuova Alleanza</title>
      <link>https://noblogo.org/metanoeite/super-organismi-verso-una-nuova-alleanza</link>
      <description>&lt;![CDATA[Riporto l&#39;#estratto di un libro che mi ha illuminato, e che è possibile scaricare sul sito del prof. Pluchino (vincitore pure di un premio Ingnobel per aver dimostrato che un parlamento scelto a caso è più efficiente nel fare leggi di uno eletto).&#xA;&#xA;formicaio&#xA;&#xA;Nel corso della storia delle civiltà umane, i grandi S.O. sociali hanno utilizzato varie forme di condizionamento per costringere la vita psichica degli individui all’interno di particolari regioni del loro spazio mentale in modo da poterli meglio controllare (e ottenere quella che lo psicologo Charles Tart chiama ‘trance consensuale’ [34] e che F.Varela e H.Maturana – i già citati teorici dell’autopoiesi – chiamano ‘coordinazione comportamentale consensuale’ [35]).&#xA;Il più semplice, ovvio e primitivo meccanismo di controllo sociale è certamente il metodo coercitivo basato sulla forza diretta, il quale fa leva sui bisogni di basso livello dell’essere umano, quali l’istinto di sopravvivenza e la tendenza ad evitare dolore e sofferenza (D.C. filogenetici), attaccando fisicamente quei membri che si comportano in modo deviante, ferendoli, torturandoli o uccidendoli. Questo tipo di controllo fondato su pene e punizioni, se pur probabilmente tra i più usati nel corso dell’intera storia umana (e in gran parte ancora oggi), è tuttavia molto costoso, in quanto richiede che alcuni membri del gruppo sociale dedichino il proprio tempo a vigilare sugli altri e devono essere mantenute a spese della comunità.!--more--&#xA;Le culture più evolute hanno quindi sviluppato dei meccanismi di controllo e condizionamento più raffinati, basati essenzialmente sul naturale bisogno di accettazione degli individui (e quindi sull’attivazione di D.C. di tipo emozionale), riducendo così la richiesta di risorse umane e fisiche (polizie e penitenziari).&#xA;Uno di questi meccanismi è utilizzato nelle cosiddette ‘culture della vergogna’, in cui i bambini vengono educati e condizionati a sentirsi davvero male quando l’armonia del gruppo sociale a cui appartengono viene infranta: se la gente sapesse che avete fatto una cosa proibita, provereste una grande vergogna, gettereste discredito su tutti gli altri (la vostra famiglia, la vostra ditta, etc.) oltre&#xA;che su voi stessi e l’armonia della comunità ne sarebbe distrutta. Non solo una speciale classe di poliziotti, bensì chiunque vi vedesse compiere quell’azione proibita applicherebbe la propria censura: e voi, per paura di essere messi alla gogna evitereste di fare ciò che è proibito.&#xA;Avendo la sicurezza che nessuno verrà a saperlo, tuttavia, la tentazione di fare qualcosa di proibito rimane grande. Quindi, facendo appello all’ulteriore bisogno di autostima dell’individuo, le cosiddette ‘culture della colpa’ sono andate oltre nello sviluppo dei meccanismi di controllo sociale: attraverso l’attivazione di opportuni domini cognitivi, soprattutto di tipo emozionale ma anche logico-simbolico (che giocano il ruolo del ‘Super-Ego’ freudiano), queste culture sono in grado di punirvi anche solo per il fatto che state semplicemente pensando di trasgredire una qualche norma, che state ‘peccando in cuor vostro’, e vi fanno sentire male per aver giusto contemplato l’idea di compiere l’atto in questione: se poi fate davvero qualcosa che è proibito, il super-ego continuerà a punirvi con i sensi di colpa anche se nessuno saprà mai che siete stati voi. In queste culture le Religioni e la Chiese, arruolate dal S.O. sociale, prendono spesso il posto del Legislatore e delle forze di polizia nell’operare il condizionamento e esercitare, attraverso il loro specifico patrimonio memetico, il controllo sulle menti, e quindi sulle azioni, degli individui coinvolti: a quale altro scopo servirebbero memi quali i ‘Comandamenti’ o il ‘Peccato originale’ e strumenti quali la confessione o la scomunica?&#xA;Questi tre tipi di condizionamento si basano evidentemente sulla creazione di un ‘feedback negativo’, nel senso che mirano ad inibire negli individui eventuali tendenze comportamentali devianti o con l’uso della forza e della punizione, o anche seguendo la più ortodossa via dell’educazione (familiare, scolastica, religiosa). Altre forme di condizionamento – come vedremo meglio in seguito – mirano invece ad alimentare l’orgoglio e la sete di fama, ricchezza e potere individuali, realizzando dei ‘feed-back positivi’ mediante un ponderato sistema di premi e ricompense, vincite e lotterie, elogi e promozioni, medaglie e riconoscimenti.&#xA;Insomma, attraverso – sostanzialmente – le due principali forme di condizionamento note agli psicologi, quello ‘operante’ (che induce l’obbedienza infliggendo o minacciando sanzioni, oppure offrendo incentivi e ricompense) e quello ‘classico’ di tipo pavloviano (che si serve dell’educazione e sfrutta i sensi di colpa e di vergogna), i grandi super-organismi sociali hanno progressivamente perfezionato la loro abilità nel tenere gli individui mentalmente confinati all’interno della regione&#xA;mentale circoscritta dalla loro cultura di appartenenza (i cui limiti sono stabiliti dalla condivisione di un vasto patrimonio memetico), mantenendoli quindi in quello stato collettivo di ‘trance consensuale’ necessario per controllarne il comportamento.&#xA;Nel corso del ventesimo secolo, peraltro, con la rapida evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa (i cosiddetti ‘media’: libri, riviste, telefoni, radio, televisione e oggi, soprattutto, computer collegati in reti informatiche globali su scala planetaria), un nuovo, sottile e potente meccanismo di condizionamento è entrato in possesso dei super-organismi: la persuasione occulta. Oggi infatti&#xA;qualsiasi tipo di informazione, cioè qualsiasi meme o gruppo di memi, che sia prodotto dalla mente di un singolo individuo o da un qualsiasi super-organismo, può raggiungere e ‘contagiare’, praticamente in tempo reale, un enorme numero di individui: così, ad esempio, un’intera nazione può essere rapidamente ‘invasa’ dai memi di una nuova moda o di un nuovo spot pubblicitario di tendenza, dal meme rappresentato dal discorso di fine anno del presidente della repubblica, dalle&#xA;parole del Papa all’Angelus, o dall’immagine di un goal decisivo segnato in una finale dei mondiali di calcio, trasmessa in diretta televisiva oppure ‘on line’ su Internet...&#xA;&#xA;Da Super-Organismi - verso una nuova alleanza di A. Pluchino (2012), pagg 43-44 &#xA;http://www.pluchino.it/blablabla.htm&#xA;&#xA;#superorganismi #società #psicologia #memi #complessità #sistemica #lettura]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Riporto l&#39;<a href="/metanoeite/tag:estratto" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">estratto</span></a> di un libro che mi ha illuminato, e che è possibile scaricare sul sito del prof. Pluchino (vincitore pure di un premio Ingnobel per aver dimostrato che un parlamento scelto a caso è più efficiente nel fare leggi di uno eletto).</p>

<p><img src="https://i.postimg.cc/Bb2ZmgT9/antfarm.jpg" alt="formicaio"></p>

<p>Nel corso della storia delle civiltà umane, i grandi S.O. sociali hanno utilizzato varie forme di condizionamento per costringere la vita psichica degli individui all’interno di particolari regioni del loro spazio mentale in modo da poterli meglio controllare (e ottenere quella che lo psicologo Charles Tart chiama ‘trance consensuale’ [34] e che F.Varela e H.Maturana – i già citati teorici dell’autopoiesi – chiamano ‘coordinazione comportamentale consensuale’ [35]).
Il più semplice, ovvio e primitivo meccanismo di controllo sociale è certamente il metodo coercitivo basato sulla forza diretta, il quale fa leva sui bisogni di basso livello dell’essere umano, quali l’istinto di sopravvivenza e la tendenza ad evitare dolore e sofferenza (D.C. filogenetici), attaccando fisicamente quei membri che si comportano in modo deviante, ferendoli, torturandoli o uccidendoli. Questo tipo di controllo fondato su pene e punizioni, se pur probabilmente tra i più usati nel corso dell’intera storia umana (e in gran parte ancora oggi), è tuttavia molto costoso, in quanto richiede che alcuni membri del gruppo sociale dedichino il proprio tempo a vigilare sugli altri e devono essere mantenute a spese della comunità.
Le culture più evolute hanno quindi sviluppato dei meccanismi di controllo e condizionamento più raffinati, basati essenzialmente sul naturale bisogno di accettazione degli individui (e quindi sull’attivazione di D.C. di tipo emozionale), riducendo così la richiesta di risorse umane e fisiche (polizie e penitenziari).
Uno di questi meccanismi è utilizzato nelle cosiddette ‘culture della vergogna’, in cui i bambini vengono educati e condizionati a sentirsi davvero male quando l’armonia del gruppo sociale a cui appartengono viene infranta: se la gente sapesse che avete fatto una cosa proibita, provereste una grande vergogna, gettereste discredito su tutti gli altri (la vostra famiglia, la vostra ditta, etc.) oltre
che su voi stessi e l’armonia della comunità ne sarebbe distrutta. Non solo una speciale classe di poliziotti, bensì chiunque vi vedesse compiere quell’azione proibita applicherebbe la propria censura: e voi, per paura di essere messi alla gogna evitereste di fare ciò che è proibito.
Avendo la sicurezza che nessuno verrà a saperlo, tuttavia, la tentazione di fare qualcosa di proibito rimane grande. Quindi, facendo appello all’ulteriore bisogno di autostima dell’individuo, le cosiddette ‘culture della colpa’ sono andate oltre nello sviluppo dei meccanismi di controllo sociale: attraverso l’attivazione di opportuni domini cognitivi, soprattutto di tipo emozionale ma anche logico-simbolico (che giocano il ruolo del ‘Super-Ego’ freudiano), queste culture sono in grado di punirvi anche solo per il fatto che state semplicemente pensando di trasgredire una qualche norma, che state ‘peccando in cuor vostro’, e vi fanno sentire male per aver giusto contemplato l’idea di compiere l’atto in questione: se poi fate davvero qualcosa che è proibito, il super-ego continuerà a punirvi con i sensi di colpa anche se nessuno saprà mai che siete stati voi. In queste culture le Religioni e la Chiese, arruolate dal S.O. sociale, prendono spesso il posto del Legislatore e delle forze di polizia nell’operare il condizionamento e esercitare, attraverso il loro specifico patrimonio memetico, il controllo sulle menti, e quindi sulle azioni, degli individui coinvolti: a quale altro scopo servirebbero memi quali i ‘Comandamenti’ o il ‘Peccato originale’ e strumenti quali la confessione o la scomunica?
Questi tre tipi di condizionamento si basano evidentemente sulla creazione di un ‘feedback negativo’, nel senso che mirano ad inibire negli individui eventuali tendenze comportamentali devianti o con l’uso della forza e della punizione, o anche seguendo la più ortodossa via dell’educazione (familiare, scolastica, religiosa). Altre forme di condizionamento – come vedremo meglio in seguito – mirano invece ad alimentare l’orgoglio e la sete di fama, ricchezza e potere individuali, realizzando dei ‘feed-back positivi’ mediante un ponderato sistema di premi e ricompense, vincite e lotterie, elogi e promozioni, medaglie e riconoscimenti.
Insomma, attraverso – sostanzialmente – le due principali forme di condizionamento note agli psicologi, quello ‘operante’ (che induce l’obbedienza infliggendo o minacciando sanzioni, oppure offrendo incentivi e ricompense) e quello ‘classico’ di tipo pavloviano (che si serve dell’educazione e sfrutta i sensi di colpa e di vergogna), i grandi super-organismi sociali hanno progressivamente perfezionato la loro abilità nel tenere gli individui mentalmente confinati all’interno della regione
mentale circoscritta dalla loro cultura di appartenenza (i cui limiti sono stabiliti dalla condivisione di un vasto patrimonio memetico), mantenendoli quindi in quello stato collettivo di ‘trance consensuale’ necessario per controllarne il comportamento.
Nel corso del ventesimo secolo, peraltro, con la rapida evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa (i cosiddetti ‘media’: libri, riviste, telefoni, radio, televisione e oggi, soprattutto, computer collegati in reti informatiche globali su scala planetaria), un nuovo, sottile e potente meccanismo di condizionamento è entrato in possesso dei super-organismi: la persuasione occulta. Oggi infatti
qualsiasi tipo di informazione, cioè qualsiasi meme o gruppo di memi, che sia prodotto dalla mente di un singolo individuo o da un qualsiasi super-organismo, può raggiungere e ‘contagiare’, praticamente in tempo reale, un enorme numero di individui: così, ad esempio, un’intera nazione può essere rapidamente ‘invasa’ dai memi di una nuova moda o di un nuovo spot pubblicitario di tendenza, dal meme rappresentato dal discorso di fine anno del presidente della repubblica, dalle
parole del Papa all’Angelus, o dall’immagine di un goal decisivo segnato in una finale dei mondiali di calcio, trasmessa in diretta televisiva oppure ‘on line’ su Internet...</p>

<p>Da <em><a href="http://www.pluchino.it/blablabla/SUPERORGANISMI.pdf" rel="nofollow">Super-Organismi – verso una nuova alleanza</a></em> di A. Pluchino (2012), pagg 43-44
<a href="http://www.pluchino.it/blablabla.htm" rel="nofollow">http://www.pluchino.it/blablabla.htm</a></p>

<p><a href="/metanoeite/tag:superorganismi" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">superorganismi</span></a> <a href="/metanoeite/tag:societ%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">società</span></a> <a href="/metanoeite/tag:psicologia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">psicologia</span></a> <a href="/metanoeite/tag:memi" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">memi</span></a> <a href="/metanoeite/tag:complessit%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">complessità</span></a> <a href="/metanoeite/tag:sistemica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">sistemica</span></a> <a href="/metanoeite/tag:lettura" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">lettura</span></a></p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/metanoeite/super-organismi-verso-una-nuova-alleanza</guid>
      <pubDate>Sat, 18 Jun 2011 14:55:05 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>I Creativi Culturali</title>
      <link>https://noblogo.org/metanoeite/i-creativi-culturali</link>
      <description>&lt;![CDATA[Finalmente ho trovato un gruppo &#34;avanti&#34;, nel senso che contenga una filosofia di vita che parta dal valore della Coscienza in quanto tale, e ne faccia discendere delle azioni pratiche, invece di basarsi su credenze di ordine inferiore... se si è dotati di una buona filosofia è possibile essere efficienti, altrimenti si rischia di perdersi.  &#xA;  &#xA;Dunque, i Creativi Culturali sono un gruppo transnazionale di persone che sono stati identificati da una ricerca svolta in vari paesi. Sono persone che si sono svegliate e che si sono rese conto che per migliorare il mondo è necessario applicare una volontà consapevole partendo da sé stessi, invece di &#34;sperare&#34; che questo miglioramento venga dall&#39;esterno o, ancora peggio, disperare.  &#xA;!--more--&#xA;Questo è il sito del libro dove sono pubblicate le ricerche. C&#39;è pure un bravo questionario per valutare il proprio grado di &#34;creatività culturale&#34;...  &#xA;  &#xA;La ricerca ha origini lontane, nasce dal cosiddetto Club di Budapest, del quale sono membri Gorbachev ed il Dalai Lama.  &#xA;  &#xA;Infine, come si diceva, la filosofia del gruppo è molto ben impostata, fa riferimento al Paradigma Olistico (sistemi autopoietici, unione dei fenomeni mentali e materiali) riguardo al quale riporto un&#39;eccellente scritto di Nitamo Montecucco:  &#xA;  &#xA;&#xA;  Il cambio di paradigma  &#xA;    La separazione tra scienza e coscienza rappresenta il drammatico effetto della separazione interiore dell&#39;uomo moderno tra anima e corpo, e la principale causa della devastante separazione dell&#39;essere umano dalla Terra. Il cambiamento epocale - dalla cultura della frammentazione, che ha diviso nazioni, civiltà e razze, alla cultura globale - richiede il &#34;cambio di paradigma&#34;: da un modello dicotomico (basato appunto sulla divisione tra scienza e coscienza, tra mente e corpo, uomo e natura, nazioni e culture) ad un modello olistico, capace di offrire una comprensione più unitaria e complessa dell&#39;essere umano e del pianeta. &#34;Rivoluzione di paradigma&#34; non è ideologica ma nasce da una &#34;rivoluzione della coscienza&#34; di ogni singolo individuo: trasformazione interiore da una mente frammentata ad una coscienza unitaria. Per questo il modello Olistico si basa su un modello unitario di essere umano che ha come centro la coscienza globale di sé, integrità psicofisica che ci fa sentire &#34;uno&#34;.  &#xA;  da &#34;Il Progetto Globale, introduzione al paradigma olistico&#34; di Nitamo Federico Montecucco. &#xA;  &#xA;Posto qualche link:&#xA; introduzione al paradigma olistico  &#xA;alcuni video interessanti  &#xA;ed infine, la mia pagina social network dei creativi culturali.  &#xA;Ovvio che per iscriversi bisogna aver superato il test di cui sopra :D&#xA;&#xA;iframe src=&#34;https://peertube.uno/videos/embed/3Dz1b3T29Xp8x9qqjcbJkz&#34; width=&#34;640&#34; height=&#34;360&#34; frameborder=&#34;0&#34; allowfullscreen/iframe&#xA;&#xA;#psicologia #antropologia #società #spiritualità #creativiculturali]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente ho trovato un gruppo “avanti”, nel senso che contenga una filosofia di vita che parta dal valore della Coscienza in quanto tale, e ne faccia discendere delle azioni pratiche, invece di basarsi su credenze di ordine inferiore... se si è dotati di una buona filosofia è possibile essere efficienti, altrimenti si rischia di perdersi.</p>

<p>Dunque, i Creativi Culturali sono un gruppo transnazionale di persone che sono stati identificati da una ricerca svolta in vari paesi. Sono persone che si sono svegliate e che si sono rese conto che per migliorare il mondo è necessario applicare una volontà consapevole partendo da sé stessi, invece di “sperare” che questo miglioramento venga dall&#39;esterno o, ancora peggio, disperare.<br>

<a href="https://web.archive.org/web/20150405205942/http://www.creativiculturali.it" rel="nofollow">Questo</a> è il sito del libro dove sono pubblicate le ricerche. C&#39;è pure un bravo questionario per valutare il proprio grado di “creatività culturale”...</p>

<p>La ricerca ha origini lontane, nasce dal cosiddetto <a href="https://web.archive.org/web/20140701183302/http://www.club-of-budapest.it/" rel="nofollow">Club di Budapest,</a> del quale sono membri Gorbachev ed il Dalai Lama.</p>

<p>Infine, come si diceva, la filosofia del gruppo è molto ben impostata, fa riferimento al Paradigma Olistico (sistemi autopoietici, unione dei fenomeni mentali e materiali) riguardo al quale riporto un&#39;eccellente scritto di Nitamo Montecucco:</p>

<blockquote><p><strong>Il cambio di paradigma</strong></p>

<p>La separazione tra scienza e coscienza rappresenta il drammatico effetto della separazione interiore dell&#39;uomo moderno tra anima e corpo, e la principale causa della devastante separazione dell&#39;essere umano dalla Terra. Il cambiamento epocale – dalla cultura della frammentazione, che ha diviso nazioni, civiltà e razze, alla cultura globale – richiede il <strong>“cambio di paradigma”</strong>: da un <strong>modello dicotomico</strong> (basato appunto sulla divisione tra scienza e coscienza, tra mente e corpo, uomo e natura, nazioni e culture) ad un <strong>modello olistico</strong>, capace di offrire una comprensione più unitaria e complessa dell&#39;essere umano e del pianeta. “Rivoluzione di paradigma” non è ideologica ma nasce da una “rivoluzione della coscienza” di ogni singolo individuo: trasformazione interiore da una mente frammentata ad una coscienza unitaria. Per questo il modello Olistico si basa su un modello unitario di essere umano che ha come centro la <strong>coscienza globale</strong> di sé, integrità psicofisica che ci fa sentire “uno”.<br>
<em>da “Il Progetto Globale, introduzione al paradigma olistico” di Nitamo Federico Montecucco.</em></p></blockquote>

<p>Posto qualche link:
 * <a href="http://www.globalvillage-it.com/articoli/paradigmaolistico.htm" rel="nofollow">introduzione al paradigma olistico</a><br>
* <a href="https://web.archive.org/web/20160903060544/http://www.villaggioglobale.eu:80/enciclopediaolistica/enciclopedia/indice.htm#art" rel="nofollow">alcuni video interessanti</a><br>
* ed infine, la <a href="http://creativiculturali.ning.com/profile/guaspito" rel="nofollow">mia pagina</a> social network dei creativi culturali.<br>
Ovvio che per iscriversi bisogna aver superato il test di cui sopra :D</p>

<iframe src="https://peertube.uno/videos/embed/3Dz1b3T29Xp8x9qqjcbJkz" width="640" height="360" frameborder="0" allowfullscreen=""></iframe>

<p><a href="/metanoeite/tag:psicologia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">psicologia</span></a> <a href="/metanoeite/tag:antropologia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">antropologia</span></a> <a href="/metanoeite/tag:societ%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">società</span></a> <a href="/metanoeite/tag:spiritualit%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">spiritualità</span></a> <a href="/metanoeite/tag:creativiculturali" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">creativiculturali</span></a></p>
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      <guid>https://noblogo.org/metanoeite/i-creativi-culturali</guid>
      <pubDate>Thu, 08 Apr 2010 14:59:33 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La rivincita delle orchidee</title>
      <link>https://noblogo.org/metanoeite/la-rivincita-delle-orchidee</link>
      <description>&lt;![CDATA[tratto da Internazionale n° 823&#xA;Puoi leggere/scaricare il PDF di questo articolo su Scribd o su Mediafire&#xA;&#xA;David Dobbs, The Atlantic, Stati Uniti&#xA;&#xA;La maggior parte delle persone ha dei geni che aiutano ad adattarsi a ogni situazione. Altre sono fragili e instabili, ma nell&#39;ambiente giusto riescono meglio di tutti. Lo sostiene una nuova teoria genetica.&#xA;&#xA;orchidee&#xA;&#xA;Nel 2004 Marian Bakermans-Kranenburg, docente di studi sull&#39;infanzia e la famiglia all&#39;università olandese di Leida, ha filmato la vita di un gruppo di famiglie con bambini di età compresa tra uno e tre anni che avevano un comportamento antagonista, aggressivo, non collaborativo e irritante. Un comportamento che gli psicologi chiamano esternalizzazione: i bambini piangono, urlano, picchiano, fanno capricci, lanciano oggetti e respingono ostinatamente qualsiasi richiesta ragionevole. Un atteggiamento abbastanza normale a quell&#39;età. Ma, secondo alcune ricerche, i bambini che lo fanno troppo spesso rischiano in seguito di essere stressati e confusi, di avere difficoltà nell&#39;apprendimento e nei rapporti con i compagni e di diventare adulti asociali e aggressivi.&#xA;!--more--&#xA;Bakermans-Kranenburg e i suoi colleghi avevano selezionato 2.408 bambini, chiedendo ai genitori di compilare un questionario. Poi si erano concentrati sul 25 per cento di bambini che, secondo le risposte date dai genitori nel questionario, si abbandonavano più spesso all&#39;esternalizzazione. La ricercatrice voleva modificare il loro comportamento. Seguendo un protocollo studiato dal suo laboratorio, Bakermans-Kranenburg e i suoi collaboratori dovevano visitare 120 famiglie per sei volte nell&#39;arco di otto mesi. Bisognava filmare la madre e il bambino nelle loro attività quotidiane, alcune delle quali richiedevano obbedienza o collaborazione, e poi scegliere le parti più significative del filmato e mostrarle alle madri. Accanto a questo gruppo, ne avevano formato uno di controllo formato da bambini con caratteristiche simili, ma che non ricevevano le stesse attenzioni.&#xA;Gli interventi hanno funzionato. Vedendo i filmati, le mamme hanno imparato a cogliere degli indizi che fino a quel momento non avevano notato e a reagire in modo diverso a certe situazioni. Molte di loro, per esempio, avevano accettato senza troppa convinzione di leggere un libro illustrato ai loro bambini irrequieti, pensando che non sarebbero mai rimasti buoni ad ascoltare. Ma secondo Bakermans-Kranenburg, quando le madri guardavano il filmato &#34;si accorgevano con sorpresa che quell&#39;attività piaceva molto ai bambini e anche a loro&#34;. Quasi tutte hanno cominciato a leggere libri ai figli regolarmente creando, come ha spiegato Bakermans-Kranenburg, &#34;dei momenti di tranquillità che avevano sempre ritenuto impossibili&#34;. Anche il comportamento dei bambini è cambiato. Dopo un anno le esternalizzazioni erano diminuite del 16 per cento, mentre nel gruppo di controllo L miglioramento era stato solo del 10 per cento. La reazione delle madri, inoltre, era diventata più positiva e costruttiva.&#xA;&#xA;I programmi che riescono a modificare la dinamica genitore-figlio sono molto rari. Ma valutare l&#39;efficacia dell&#39;intervento non era l&#39;unico obiettivo dei ricercatori olandesi. L&#39;equipe voleva soprattutto verificare una nuova ipotesi sul modo in cui i geni influenzano il comportamento, un&#39;ipotesi che potrebbe farci rivedere le teorie non solo sulle malattie mentali e sui disturbi comportamentali, ma anche sull&#39;evoluzione umana.&#xA;Il gruppo era particolarmente interessato a una nuova interpretazione di una delle teorie più importanti della ricerca sui disturbi psichiatrici e della personalità. Secondo questa teoria, certe varianti di alcuni geni comportamentali aumentano la tendenza a soffrire di determinati disturbi psichiatrici, dell&#39;umore o della personalità.&#xA;L&#39;ipotesi, confermata negli ultimi quindici anni da molti studi, è chiamata modello della diatesi dello stress o della vulnerabilità genetica ed è ormai molto diffusa tra gli studiosi di psichiatria e di scienza del comportamento. I ricercatori hanno individuato almeno una decina di varianti che possono aumentare la predisposizione di una persona alla depressione, all&#39;ansia, al disturbo da deficit di attenzione e iperattività, a un&#39;elevata tendenza a correre rischi, a comportamenti asociali, sociopatici o violenti, e ad altri disturbi. Questo succede se, e solo se, la persona portatrice di quella variante vive un&#39;infanzia traumatica o stressante, o esperienze particolarmente dolorose in età adulta.&#xA;L&#39;ipotesi della vulnerabilità ha già modificato la nostra visione di molti disturbi psichiatrici e comportamentali, perché li spiega non come un prodotto della natura o della cultura, ma di una complessa serie di &#34;interazioni tra gene e ambiente&#34;. I geni non ci condannano ad avere questi disturbi, ma se abbiamo la versione &#34;cattiva&#34; di certi geni e la vita ci tratta male, tendiamo a soffrirne.&#xA;Di recente, tuttavia, da questa ipotesi ne è emersa un&#39;altra che quasi la capovolge. Secondo il nuovo modello, è un errore considerare i geni &#34;rischiosi&#34; solo come uno svantaggio. E&#39; vero che in un contesto sfavorevole questi geni possono provocare delle disfunzioni, ma in un contesto favorevole possono anche rivelarsi preziosi. Quindi la sensibilità genetica alle esperienze negative, individuata grazie all&#39;ipotesi della vulnerabilità, è solo il lato negativo di un fenomeno più generale: una maggiore sensibilità genetica a tutte le esperienze.&#xA;Sono sempre di più le prove a favore di questa tesi. Molte sono disponibili da anni, ma la maggior parte dei ricercatori le ha ignorate perché la genetica comportamentale si è concentrata soprattutto sulle disfunzioni. Come spiega Jay Belsky, uno psicologo dello sviluppo dell&#39;università di Londra, &#34;nel campo della genetica comportamentale la maggior parte degli studi è stata condotta da persone che si occupano di malattie mentali e sono interessate soprattutto alla vulnerabilità. Non vedono il lato positivo, perché non lo cercano&#34;.&#xA;Anche se è una novità per la psichiatria biologica moderna, questa ipotesi è confermata dalla saggezza popolare, come hanno sottolineato l&#39;anno scorso sulla rivista Current Directions in Psychological Science lo psicologo dello sviluppo Bruce Ellis, dell&#39;università dell&#39;Arizona, e il pediatra dello sviluppo W. Thomas Boyce, dell&#39;università della Columbia Britannica, in Canada. Gli svedesi, osservano Ellis e Boyce nel loro saggio intitolato Biological sensitivity to contest, parlano da tempo di bambini &#34;soffioni&#34;. I soffioni sono bambini sani e normali, dotati di geni &#34;elastici&#34; che gli permettono di cavarsela bene quasi ovunque, sia che crescano nell&#39;equivalente di una crepa del marciapiede sia in quello di un giardino ben curato. Secondo Ellis e Boyce, ci sono anche bambini &#34;orchidea&#34;, che se sono ignorati o maltrattati appassiscono, ma se vengono coltivati in serra fioriscono in modo spettacolare.&#xA;Questa ipotesi, che chiamerò teoria dell&#39;orchidea, potrebbe sembrare a prima vista un&#39;aggiunta a quella della vulnerabilità. Potrebbe significare semplicemente che l&#39;ambiente e l&#39;esperienza possono spingere una persona in una direzione o nell&#39;altra. Ma in realtà è un modo completamente nuovo di vedere la genetica e il comportamento umano. Il rischio diventa potenzialità, la vulnerabilità diventa plasticità e sensibilità. E&#39; una di quelle idee semplici che possono avere implicazioni enormi. Alcune varianti genetiche di solito considerate sfortunate possono essere interpretate come scommesse evolutive che implicano forti rischi, ma offrono anche la possibilità di grandi successi. E i genitori favoriti dalla selezione saranno quelli che investono sia nei soffioni sia nelle orchidee.&#xA;Secondo questa ipotesi, avere sia figli soffione sia figli orchidea fa aumentare le possibilità di successo di una famiglia (e di una specie) nel corso del tempo e in qualsiasi ambiente. La diversità di comportamenti di questi due caratteri garantisce esattamente quello di cui ha bisogno una specie forte e intelligente se vuole diffondersi e dominare un mondo in evoluzione. I soffioni garantiscono la stabilità di una popolazione. Le orchidee, che sono meno numerose, possono trovarsi in difficoltà in alcuni ambienti, ma eccellere in quelli che gli sono più congeniali. E anche se hanno un&#39;infanzia travagliata, la loro maggiore reattività - la continua ricerca di novità, l&#39;irrequietezza, la difficoltà di concentrazione, la tendenza a correre rischi, l&#39;aggressività - in certe situazioni si rivela utile, come nelle guerre, nei conflitti sociali e nelle migrazioni verso nuovi ambienti. Messi insieme, gli stabili soffioni e le irrequiete orchidee assicurano una flessibilità adattiva che nessuno dei due potrebbe garantire da solo. Insieme ottengono risultati individuali e collettivi altrimenti irraggiungibili.&#xA;Questa teoria fornisce anche la risposta a una domanda evolutiva fondamentale che l&#39;ipotesi della vulnerabilità non può dare. Se le varianti di certi geni generano soprattutto disfunzioni e problemi, come hanno fatto a sopravvivere alla selezione naturale? I geni di questo tipo avrebbero dovuto essere eliminati. Eppure, circa un quarto degli esseri umani è portatore della variante più documentata di gene della depressione, mentre più di un quinto e portatore della variante studiata da Bakermans-Kranenburg, che è associata all&#39;esternalizzazione, all&#39;asocialità, al comportamento violento, al deficit d&#39;attenzione e iperattività e all&#39;ansia. L&#39;ipotesi della vulnerabilità non spiega queste cose, la teoria dell&#39;orchidea sì.&#xA;E&#39; una visione innovativa e perfino sconcertante della forza e della fragilità umana. Da più di dieci anni i sostenitori dell&#39;ipotesi della vulnerabilità dicono che alla base di alcuni dei problemi piu angosciosi dell&#39;umanità - disperazione, alienazione e crudeltà a tutti i livelli - ci sono certe varianti specifiche dei geni. La teoria dell&#39;orchidea accetta questa tesi ma aggiunge, in modo provocatorio, che quegli stessi geni sono anche responsabili dello straordinario successo della nostra specie.&#xA;&#xA;Prove concrete&#xA;La teoria dell&#39;orchidea, detta anche ipotesi della plasticità, della sensibilità o della suscettibilità differenziale, non è stata ancora testata ad ampio raggio, perché è ancora troppo recente. Molti ricercatori, perfino quelli che si occupano di scienza del comportamento, ne sanno poco o niente. Alcuni, soprattutto quelli piu restii a collegare comportamenti specifici con geni specifici, si dicono preoccupati. Ma da quando sono emerse prove sempre più concrete a suo favore, la maggior parte dei medici e dei ricercatori dimostra un grande interesse. Molti psicologi, psichiatri, esperti di sviluppo infantile, genetisti, etologi e altri scienziati cominciano a pensare che, come dice lo psicologo dello sviluppo Karlen Lyons-Ruth, della facoltà di medicina di Harvard, &#34;è ora di prendere sul serio questa teoria&#34;.&#xA;Con i dati raccolti grazie ai suoi interventi filmati, l&#39;equipe di Leida ha cominciato a verificare l&#39;ipotesi per capire se i bambini che soffrono di più nelle situazioni negative traggono anche più profitto da quelle positive. Per scoprirlo, Bakermans-Kranenburg e il suo collega Marinus van Ijzendoorn hanno studiato la struttura genetica dei bambini che partecipavano al loro esperimento. Si sono concentrati su uno specifico &#34;allele di rischio&#34; associato al deficit d&#39;attenzione e iperattività e all&#39;esternalizzazione. Si chiamano allele tutte le varianti di un gene polimorfico, cioè in grado di assumere più di una forma. Un allele di rischio, quindi, è una variante del gene che aumenta le probabilità di avere un certo disturbo.&#xA;Bakermans-Kranenburg e van Ijzendoorn volevano vedere se i bambini con un allele di rischio per l&#39;esternalizzazione e il deficit d&#39;attenzione e iperattività avrebbero reagito nello stesso modo sia in un ambiente positivo sia in uno negativo. Un terzo dei bambini del gruppo era esportatore di questo allele di rischio, gli altri due terzi ne avevano una versione considerata &#34;protettiva&#34;. Anche il gruppo di controllo aveva una distribuzione simile.&#xA;Sia l&#39;ipotesi della vulnerabilità sia quella dell&#39;orchidea prevedevano che i bambini del gruppo di controllo con un allele di rischio se la cavassero peggio di quelli che avevano un allele protettivo. E infatti è stato cosi, ma la differenza era minima. In un anno e mezzo il livello di esternalizzazione dei bambini geneticamente protetti è diminuito dell&#39;11 per cento, mentre in quelli &#34;a rischio&#34; si e ridotto solo del 7 per cento. In entrambi i casi i miglioramenti sono stati modesti, simili a quelli che i ricercatori si aspettavano con l&#39;aumento dell&#39;età. La differenza tra i due gruppi era quasi impercettibile, anche se rilevante dal punto di vista statistico.&#xA;Il vero test, però, era quello all&#39;interno del gruppo sul quale erano stati effettuati gli interventi. Come avrebbero reagito i bambini portatori dell&#39;allele di rischio? Secondo il modello della vulnerabilità, avrebbero dovuto rispondere meno dei loro compagni portatori dell&#39;allele protettivo. II modesto miglioramento prodotto dall&#39;intervento non avrebbe compensato la loro vulnerabilità generale. In realtà i portatori dell&#39;allele di rischio hanno battuto i loro compagni: hanno ridotto il loro punteggio di esternalizzazione di quasi il 27 per cento, mentre nei portatori dell&#39;allele protettivo è diminuito solo del 12 per cento (non molto di più dell&#39;11 per cento del gruppo di controllo con lo stesso allele). L&#39;equipe di Leida ha dedotto che gli alleli di rischio costituiscono non solo un rischio, ma anche una potenzialità.&#xA;Ma com&#39;è possibile che sia così facile trasformare in vantaggio uno svantaggio? Secondo il pediatra W. Thomas Boyce, che in trent&#39;anni di ricerche sullo sviluppo infantile ha lavorato con molti bambini affetti da vari disturbi, la teoria dell&#39;orchidea &#34;ha modificato radicalmente il nostro modo di vedere la fragilità umana&#34;. E aggiunge: &#34;Abbiamo verificato che quando i bambini con questo tipo di vulnerabilità sono inseriti nell&#39;ambiente giusto, non solo se la cavano meglio di prima, ma addirittura meglio dei loro coetanei portatori di alleli protettivi. Forse tutte le fragilità umane hanno questo lato positivo&#34;.&#xA;Mentre facevo le ricerche per questo articolo, mi sono chiesto quale poteva essere il rapporto tra il mio temperamento e il mio corredo genetico. In passato ho sofferto di depressione e spesso ho pensato di chiedere un&#39;analisi dei miei geni, in particolare di quello del trasportatore della serotonina, detto anche Sert o 5-HTTLPR, che influisce sull&#39;umore. Le due varianti più corte e meno efficienti del gene (quella corta/corta e quella corta/lunga) aumentano il rischio di depressione grave in situazioni difficili. La forma lunga/lunga, invece, sembra avere una funzione protettiva.&#xA;Alla fine, però, avevo sempre rinunciato a far analizzare il mio gene Sert. Considerata la mia storia personale e familiare, immaginavo di essere portatore dell&#39;allele corto/ lungo, che mi rende moderatamente incline alla depressione. Se lo facevo analizzare, magari mi sarei rassicurato scoprendo di essere portatore della versione lunga/lunga. Ma avrei potuto anche scoprire la versione corta/corta, che è la più rischiosa. E non ero sicuro di volerlo sapere.&#xA;Quando ho cominciato a occuparmi della teoria delle orchidee, però, ho cambiato idea. Così ho telefonato a un amico ricercatore di New York che studia il rapporto tra depressione e gene trasportatore della serotonina. Il giorno dopo un corriere ha lasciato a casa mia un pacchetto con una provetta. Ci ho sputato dentro, poi l&#39;ho chiusa bene e l&#39;ho infilata di nuovo nel contenitore di protezione. Un&#39;ora dopo il corriere è tornato a prenderla.&#xA;&#xA;Stretta somiglianza&#xA;Tra tutte le prove a sostegno dell&#39;orchidea, forse la più convincente è quella fornita da Stephen Suomi, un ricercatore specializzato nello studio delle scimmie reso. Suomi dirige un ampio complesso di laboratori e habitat per le scimmie nelle campagne del Maryland: il laboratorio di etologia comparata dei National institutes of health. Da quarantun anni, prima all&#39;università del Wisconsin e poi, dal 1983, nel laboratorio del Maryland, Suomi studia le origini del carattere e del comportamento delle scimmie reso, che condividono con noi il 95 per cento del loro dna. Questa stretta somiglianza ci ha aiutato a capire i motivi dei nostri comportamenti e ha contribuito anche alla teoria dell&#39;orchidea.&#xA;Suomi è il diretto successore di Harry Harlow, uno degli scienziati del comportamento più influenti del novecento. Negli anni trenta, quando Harlow cominciò le sue ricerche, lo studio dello sviluppo infantile era dominato da un comportamentismo spietato e meccanicistico. Il movimento era guidato da John Watson, che considerava l&#39;amore materno &#34;uno strumento pericoloso&#34;: consigliava ai genitori di lasciar piangere i bambini, di non prenderli mai in braccio per farli contenti e confortarli, di non baciarli troppo spesso, e di farlo solo sulla fronte. La madre non era importante per l&#39;affetto che dava ma per la sua capacità di condizionare i comportamenti.&#xA;Dopo una serie di esperimenti ingegnosi, ma a volte inquietanti e crudeli, condotti sulle scimmie, Harlow rinunciò al comportamentismo. Il suo esperimento più famoso dimostrava che i piccoli di scimmia reso allevati da soli o in compagnia di coetanei preferivano una finta &#34;madre&#34; di stoffa pelosa che non li nutriva a una di ferro che dispensava cibo a volontà. Harlow dimostrò così che i piccoli avevano un disperato bisogno di affetto e che, privandoli di un rapporto fisico, emotivo e sociale c&#39;era il rischio di provocare alcuni gravi disturbi psichici. Negli anni cinquanta i risultati delle sue ricerche costituirono la base della nuova teoria dell&#39;attaccamento infantile che, con la sua enfasi sul calore del rapporto tra genitori e figli e sull&#39;importanza di un&#39;infanzia felice, domina ancora oggi le teorie sullo sviluppo infantile.&#xA;Dopo aver assunto la direzione del laboratorio di Harlow, all&#39;università del Wisconsin, Suomi ha allargato e approfondito le ricerche avviate dal suo maestro. I nuovi strumenti gli hanno permesso di analizzare non solo il carattere delle scimmie, ma anche le basi psicologiche e genetiche del loro comportamento. Poi, grazie all&#39;ambientazione naturalistica del laboratorio nel Maryland, ha potuto concentrarsi sia sui rapporti tra madre e figlio sia sull&#39;ambiente familiare e sociale che condiziona il comportamento delle scimmie. &#34;In una colonia di scimmie reso la vita è molto complicata&#34;, dice Suomi. Questi animali devono imparare fin da piccoli a muoversi in un sistema sociale gerarchizzato. &#34;Quelli che ci riescono, se la cavano bene&#34;, aggiunge. &#34;Quelli che non ci riescono hanno seri problemi &#34;.&#xA;Le scimmie reso maturano di solito a quattro o cinque anni e vivono fino a venti. Il rapporto tra il loro sviluppo e il nostro è più o meno di uno a quattro: una scimmietta di un anno è come un bambino di quattro anni. Generalmente le femmine partoriscono ogni anno da quando ne compiono quattro. Anche se hanno rapporti sessuali tutto l&#39;anno, il periodo di fertilità dura solo un paio di mesi e coincide per tutte. Di solito, infatti, il branco produce gruppi di piccoli della stessa età.&#xA;Nel corso del primo mese la madre tiene il neonato attaccato a sé. Quando ha circa due settimane, il piccolo comincia a esplorare il mondo, inizialmente solo a pochi metri dalla madre. Nei sei o sette mesi successivi queste incursioni aumentano di frequenza, durata e distanza. Ma la mamma può sempre vedere o sentire i piccoli. Se qualcosa li spaventa, corrono subito da lei. A volte, invece, è lei a chiamarli se percepisce un pericolo.&#xA;Quando la scimmietta ha circa otto mesi, la femmina torna ad accoppiarsi. Prevedendo l&#39;arrivo di un nuovo figlio, la madre permette al piccolo di passare sempre più tempo con i suoi coetanei, con i fratelli maggiori e con qualche visitatore occasionale di un&#39;altra famiglia o di un altro branco. In caso di necessità saranno la famiglia, gli amici e gli alleati a proteggerlo.&#xA;Le femmine restano con il loro gruppo per tutta la vita, mentre i maschi se ne vanno intorno ai quattro o cinque anni, che corrispondono più o meno ai 16-20 anni di un essere umano. Spesso sono allontanati dalle femmine, che diventano sempre più rissose e violente. All&#39;inizio si riuniscono in bande di soli maschi e vivono più o meno separati dalle femmine. Dopo qualche mese o un anno lasciano il gruppo e cercano di introdursi in una nuova famiglia o in un nuovo branco. Se ci riescono, entrano a far parte dei maschi adulti che fungono da partner sessuali, compagni e difensori di diverse femmine. Ma solo metà dei maschi ci riesce. Durante il periodo di transizione, quando non sono protetti dalla banda o dal gruppo, se non giocano bene le loro carte sono soggetti agli attacchi di altri maschi giovani, di bande rivali o di nuovi membri del branco, e molti di loro muoiono.&#xA;All&#39;inizio del suo lavoro Suomi ha individuato due tipi di scimmie che hanno problemi di relazione. Uno di questi, il tipo depresso o nevrotico, costituisce il 20 per cento di ogni generazione. Queste scimmie tardano a lasciare la madre e da adulti sono insicuri, introversi e ansiosi, di conseguenza stringono meno amicizie e alleanze. Un secondo tipo, di solito maschio, e quello che Suomi chiama prepotente, una scimmia insolitamente aggressiva con tutti. Questi animali costituiscono dal 5 al 10 per cento di ogni generazione. &#34;Le scimmie reso sono piuttosto aggressive in generale&#34;, dice Suomi, &#34;anche quando sono giovani, i loro giochi sono violenti. Ma di solito nessuno si fa male, tranne i prepotenti, perché tendono a fare cose stupide: affrontano spesso le scimmie dominanti, si intromettono tra le madri e i loro figli. Non sanno calibrare la loro aggressività e non sanno capire quando bisogna tirarsi indietro. I loro conflitti tendono sempre a intensificarsi&#34;. Questi attaccabrighe raggiungono un punteggio molto basso nei test sull&#39;autocontrollo, per esempio in quello che Suomi ha chiamato &#34;ora dell&#39;aperitivo&#34;, dove le scimmie hanno accesso illimitato per un&#39;ora a una bevanda alcolica insapore: la maggior parte si ferma dopo tre o quattro bevute, i bulli &#34;bevono fino a cadere stecchiti&#34;.&#xA;I nevrotici e i prepotenti vanno incontro a destini molto diversi. I nevrotici maturano tardi, ma se la cavano bene. Le femmine saranno madri un po&#39; nervose, ma la crescita dei loro figli dipenderà dall&#39;ambiente in cui li allevano. Se l&#39;ambiente è sicuro, diventano individui più o meno normali, se è insicuro, anche loro diventano nervosi. I maschi, invece, restano più a lungo del solito nella cerchia familiare della madre, a volte fino a otto anni. Possono farlo perché non creano problemi. E questo soggiorno prolungato gli permette di acquisire una competenza sociale e un rispetto delle gerarchie tali che, quando decidono di andarsene, riescono a inserirsi in un nuovo branco con meno difficoltà di quelli che si allontanano prima. Non sono prolifici come i maschi più sicuri di sé, difficilmente raggiungono un rango elevato nel nuovo branco e, a causa della loro condizione di sudditanza, rischiano di più in caso di conflitto.&#xA;Ma per i prepotenti le cose vanno molto peggio. Stringono poche amicizie anche quando sono piccoli. E a due o tre anni la loro estrema aggressività costringe le femmine del branco a cacciarli via, se è necessario anche con la forza. A quel punto sono le bande di maschi a respingerli, e poi gli altri branchi. Emarginati, nella maggior parte dei casi muoiono prima di raggiungere l&#39;età adulta. Pochi di loro si accoppiano.&#xA;Suomi ha capito subito che questi due tipi di scimmie tendevano a nascere da un particolare tipo di madri. I prepotenti avevano madri dure e severe, che gli impedivano di socializzare. Gli ansiosi nascevano invece da madri ansiose, introverse e confuse. L&#39;ereditarietà era chiara, ma quanta parte di quei tratti della personalità era dovuta ai geni e quanta al modo in cui erano stati allevati?&#xA;Per scoprirlo, Suomi ha preso i neonati di madri introverse che dai test standardizzati risultavano già nervosi, gli ha dato delle &#34;supermamme&#34; molto affettuose e ha visto che crescevano quasi normali. Intanto Dario Maestriperi, dell&#39;università di Chicago, prendeva i neonati tranquilli, figli di femmine sicure e affettuose, e li affidava a madri violente. In quella situazione le scimmiette crescevano tese e nervose. La conclusione sembrava chiara: i geni avevano una parte di responsabilità, ma l&#39;ambiente era altrettanto importante.&#xA;&#xA;Rischio di depressione&#xA;Alla fine degli anni novanta, quando sono stati disponibili gli strumenti per studiare i geni, Suomi ha potuto analizzare direttamente l&#39;apporto dei geni e dell&#39;ambiente nello sviluppo delle scimmie. Ha fatto una scoperta importante grazie a un progetto avviato nel 1997 con Klaus-Peter Lesch, uno psichiatra dell&#39;università di Wurzburg. L&#39;anno precedente Lesch aveva pubblicato alcuni dati da cui emergeva per la prima volta che il gene trasportatore della serotonina aveva tre varianti (un allele corto/corto, uno corto/lungo e uno lungo/lungo) e che le due versioni più corte aumentavano il rischio di depressione, ansia e di altri disturbi psichici. Suomi aveva chiesto a Lesch di verificare il genotipo delle sue scimmie e il ricercatore tedesco aveva scoperto che possedevano le tre varianti, anche se la forma corta/corta era rara.&#xA;Suomi e Lesch, insieme a J. Dee Higley, un collega del National institutes of health, hanno avviato un tipo di studio che ora è considerato un classico sul rapporto tra geni e ambiente. Quando ha visto i risultati, Suomi si è reso conto di avere finalmente la prova di un&#39;interazione tra geni e ambiente molto importante per il comportamento delle sue scimmie. &#34;Ho dato un&#39;occhiata a quel grafico&#34;, racconta, &#34;e ho detto subito: &#39;Stappiamo una bottiglia di champagne&#34;&#39;.&#xA;Suomi e Lesch hanno pubblicato i loro risultati nel 2002 su Molecular Psychiatry, una rivista di genetica comportamentale. Quello stesso anno due psicologi del King&#39;s college di Londra, Avshalom Caspi e Terrie Moffitt, hanno pubblicato i risultati del primo di due grandi studi longitudinali (entrambi basati sulla storia di centinaia di neozelandesi) che si sarebbero rivelati particolarmente influenti. Il primo, pubblicato su Science, dimostrava che l&#39;allele corto di un altro importante gene che sintetizza un neurotrasmettitore (noto come gene Maoa) fa aumentare nettamente le probabilità di comportamenti asociali negli adulti umani maltrattati da bambini . Il secondo, uscito nel 2003 sempre su Science, dimostrava che quando si possiede la versione corta/ corta o corta/lunga, si corre un rischio di depressione superiore alla norma se si è sottoposti a una situazione di stress. Negli ultimi anni decine di questi studi hanno permesso di verificare l&#39;ipotesi della vulnerabilità. Molti contenevano dati a favore della teoria dell&#39;orchidea, anche se all&#39;epoca sono passati inosservati. Molte di queste prove le ha raccolte lo stesso Suomi negli anni successivi al suo studio del 2002. Ha scoperto, per esempio, che le scimmie portatrici della presunta variante rischiosa del trasportatore di serotonina, quando avevano una madre affettuosa e una posizione sociale sicura, svolgevano meglio alcuni compiti importanti (trovare compagni di gioco da giovani, stringere alleanze, reagire in modo sensato nei conflitti e in altre situazioni di pericolo) rispetto alle scimmie altrettanto fortunate ma portatrici del presunto allele protettivo.&#xA;Suomi ha fatto anche un&#39;altra scoperta interessante. Con i suoi colleghi ha analizzato i geni trasportatori di serotonina di sette delle 22 specie di macaco, il genere di primati a cui appartengono le scimmie reso. Nessuna di queste specie mostrava il polimorfismo del gene trasportatore della serotonina, che inizialmente Suomi aveva ritenuto responsabile della flessibilità delle reso. Gli studi condotti su altri importanti geni comportamentali dei primati hanno prodotto risultati simili. Secondo Suomi, dall&#39;analisi del gene trasportatore della serotonina negli altri primati studiati finora, compresi gli scimpanzé, i babbuini e i gorilla, non è emerso &#34;assolutamente niente&#34;. Questa scienza è giovane e non tutti i dati sono stati ancora raccolti. Ma finora, tra tutti i primati, sembra che solo le scimmie reso e gli esseri umani mostrino polimorfismi multipli nei geni associati al comportamento. &#34;Solo noi e loro&#34;, afferma Suomi.&#xA;&#xA;Il motivo del successo&#xA;Questa scoperta lo ha spinto a pensare a un&#39;altra particolarità che condividiamo con le scimmie reso. La maggior parte dei primati vive bene solo nel suo ambiente naturale. Se viene trasferita altrove muore. Ma ci sono due specie, dette &#34;infestanti&#34;, che sono capaci di vivere quasi ovunque e di adattarsi facilmente ad ambienti nuovi, mutevoli o difficili: gli esseri umani e le scimmie reso. Il motivo del nostro successo potrebbe essere proprio questa adattabilità. E la causa della nostra adattabilità potrebbero essere le variazioni dei nostri geni comportamentali.&#xA;A maggio Elizabeth Mallott, una ricercatrice del laboratorio di Suomi, è arrivata al lavoro e ha trovato un gruppo di scimmie nel parcheggio. Si stringevano l&#39;una all&#39;altra, erano nervose e avevano segni di morsi e graffi. Quasi tutte le scimmie che saltano le due reti elettrificate intorno al recinto non vedono l&#39;ora di tornare indietro. Quelle invece non volevano. Dopo aver rinchiuso le scimmie evase in un edificio vicino, la ricercatrice - che nel frattempo era stata raggiunta dal collega Matthew Novak - è entrata nel recinto. La colonia, formata da un centinaio di scimmie, viveva lì da trent&#39;anni. Di solito i cambiamenti all&#39;interno della sua gerarchia avvenivano in modo lento e graduale. Ma quando hanno cominciato a guardarsi intorno, Mallott e Novak si sono accorti che era successo qualcosa di importante. &#34;Gli animali erano in posti diversi dal solito&#34;, mi ha spiegato Novak. &#34;Individui che di solito non stavano insieme, erano seduti uno accanto all&#39;altro. Le norme sociali erano sospese&#34;.&#xA;I ricercatori hanno subito capito che un gruppo chiamato Famiglia 3, da anni sottomesso alla Famiglia 1, aveva fatto un golpe. Da qualche anno la Famiglia 3 era diventata più numerosa della Famiglia 1. Ma la Famiglia 1 era rimasta al potere grazie all&#39;autorità e alle doti diplomatiche del suo capo, la saggia matriarca Cocobean. Una settimana prima del golpe una delle figlie di Cocobean, Pearl, era stata portata via dal recinto e ricoverata in una clinica veterinaria per un problema ai reni. Inoltre, il maschio dominante della Famiglia 1 era ormai vecchio e malato di artrite. Pearl era particolarmente vicina a Cocobean e, essendo l&#39;unica discendente senza figli, era destinata a proteggerla. La sua assenza e la malattia del maschio avevano indebolito la Famiglia 1. &#34;Probabilmente la rivolta era in preparazione da qualche settimana&#34;, dice Novak. &#34;Ma, in base alla nostra ricostruzione, era cominciata solo la sera prima, quando una giovane femmina di nome Fiona, una borderline di tre anni della Famiglia 1 nota per la sua aggressività, aveva cominciato a litigare con qualcuno della Famiglia 3. Il conflitto si era allargato. La Famiglia 3 aveva visto la possibilità di conquistare il potere e aveva cacciato la Famiglia 1. Si capiva da chi era ferito, da chi era seduto nei posti preferiti, da chi era stato allontanato dalla colonia e da chi all&#39;improvviso era diventato ossequioso. Una femmina della Famiglia 1, Quark, era stata uccisa e un&#39;altra, Josie, abbiamo dovuto abbatterla. Avevano attaccato anche tutte le altre figlie di Cocobean. Qualcuno aveva morso il grande maschio della Famiglia con tanta violenza che lui non poteva più muovere un braccio. Anche Fiona era stata maltrattata. Era stato un attacco sistematico. Prima avevano aggredito il capo del gruppo e poi erano scesi lungo la scala gerarchica&#34;.&#xA;Novak mi ha accompagnato a fare un giro intorno al recinto. La Famiglia 3 occupava tranquillamente il nuovo centro di potere, una capanna vicino allo stagno. Si pulivano il mantello a vicenda, sonnecchiavano e ci fissavano quando le guardavamo. Un gruppo più nervoso si era riunito in un&#39;altra capanna più in basso. Quando siamo arrivati a dieci metri di distanza, la scimmia più grande del gruppo è saltata sulle sbarre della gabbia, ha cominciato a urlare contro di me, a scuotere le sbarre e a mostrarmi i denti.&#xA;Dopo quella visita sono andato nello studio di Suomi per chiedergli cosa ne pensava. Suomi ha riflettuto molto sul golpe. La rivolta metteva insieme tutti i fili che aveva intessuto nella sua ricerca: l&#39;importanza delle prime esperienze, l&#39;influenza dell&#39;ambiente, il rapporto genitori-figli e l&#39;eredità genetica, il primato assoluto dei legami familiari e sociali, l&#39;esito di tratti diversi in situazioni diverse. E ora, alla luce della teoria dell&#39;orchidea, stava cominciando a capire che quei fili potevano essere intrecciati in un altro modo.&#xA;&#34;Quindici anni fa&#34;, mi ha detto, &#34;Carol Berman, una ricercatrice che lavorava alla State university of New York di Buffalo, studiò a lungo una grande colonia di scimmie reso che vive su un&#39;isola portoricana. Voleva vedere cosa succedeva quando le dimensioni del gruppo cambiavano. Intorno alle cento unità il gruppo raggiungeva il limite e si divideva in branchi più piccoli&#34;. Questi limiti, che variano in base alle specie, sono chiamati &#34;numeri di Dunbar&#34;, da Robin Dunbar, uno psicologo evoluzionista britannico secondo il quale il limite di gruppo di una specie riflette la quantità di rapporti sociali che i suoi individui riescono a gestire a livello cognitivo. Le osservazioni di Berman facevano pensare che il numero di Dunbar di una specie non riflettesse solo le sue capacità cognitive, ma anche la gamma di temperamenti e di comportamenti dei suoi membri. Berman vide che quando il gruppo era di dimensioni ridotte le madri potevano permettere ai loro piccoli di giocare liberamente, perché gli estranei non si avvicinavano quasi mai. Ma quando il gruppo cresceva, gli estranei si avvicinavano più spesso. Le femmine adulte diventavano più vigili, protettive e aggressive. I piccoli e i maschi adulti seguivano il loro esempio. Quindi un numero sempre maggiore di scimmie riceveva un&#39;educazione che faceva emergere il lato meno socievole delle loro potenzialità comportamentali, i conflitti diventavano più frequenti, le rivalità più forti. Alla fine le cose si mettevano così male che il branco doveva dividersi. &#34;Qui è successa esattamente la stessa cosa&#34;, ha detto Suomi. &#34;Quello che succede a livello diadico, tra madre e figlio, influisce sulla natura e sulla sopravvivenza dell&#39;intero gruppo sociale&#34;.&#xA;Gli studi di Suomi e di altri ricercatori dimostrano che le prime esperienze possono cambiare totalmente il modo di esprimersi dei geni, cioè se, quando e con quale forza i geni si attivano o si disattivano. Suomi sospetta che le prime esperienze possano influire sui successivi schemi di espressione dei geni e anche sul comportamento, compresa la flessibilità e la reattività di un animale, contribuendo a stabilire il livello di sensibilità di alcuni alleli importanti. Un&#39;infanzia carica di tensioni, spiega Suomi, induce un atteggiamento di cauta diffidenza o di vigile aggressività in qualsiasi scimmia (i genitori preparano così i loro figli ad affrontare i momenti difficili), ma questo effetto può essere più pronunciato in quegli animali che hanno alleli dei geni del comportamento particolarmente elastici.&#xA;Suomi pensa che nella fase di preparazione di quella che chiama &#34;la rivolta di palazzo&#34; sia successo proprio questo. L&#39;incauta aggressione di Fiona si è dimostrata disastrosa per lei e per la Famiglia 1. Ma la Famiglia 3, che per anni era stata diplomaticamente deferente nei confronti della prima, con il suo attacco inaspettatamente aggressivo e prolungato aveva cambiato il suo destino. Suomi ipotizza che nelle condizioni di maggiore tensione e affollamento di una grande colonia le interazioni tra geni e ambiente abbiano reso alcune scimmie della Famiglia 3, soprattutto quelle dotate di alleli &#34;orchidea&#34; più reattivi, potenzialmente più aggressive. Durante il periodo in cui non potevano permettersi di mettere in discussione la gerarchia - prima della partenza di Pearl - l&#39;aggressività avrebbe potuto trascinarle in un conflitto invincibile e forse fatale. Ma in assenza di Pearl la situazione era cambiata, e i membri della Famiglia 3 avevano sfruttato l&#39;opportunità per liberare il loro potenziale di aggressività.&#xA;Il golpe aveva fatto emergere anche un’altra cosa: un tratto genetico che è maladattivo in una situazione può dimostrarsi estremamente adattivo in un&#39;altra. Non è difficile accorgersi che questo succede anche negli esseri umani. Per sopravvivere ed evolversi ogni società ha bisogno di alcuni individui che sono più aggressivi, irrequieti, ostinati, docili, socievoli, iperattivi, flessibili, solitari, ansiosi, introspettivi, vigili - ma anche più scontrosi, irritabili o violenti- della norma.&#xA;Tutto questo spiega la permanenza degli alleli di rischio nel corso dell&#39;evoluzione. Siamo sopravvissuti non malgrado quegli alleli, ma proprio grazie a loro. Quegli alleli non sono semplicemente sfuggiti al processo di selezione, sono stati volutamente selezionati. Secondo alcuni studi recenti, molti alleli dei geni orchidea, compresi quelli citati finora, sono emersi negli esseri umani solo negli ultimi cinquantamila anni, e ognuno è nato da una mutazione casuale in una sola o in poche persone e poi si è diffuso rapidamente. Le scimmie reso e gli esseri umani si sono staccati dalla loro stirpe comune 25 o 30 milioni di anni fa, quindi questi polimorfismi devono essersi creati e diffusi separatamente nelle due specie. E si sono rivelati utili per entrambe.&#xA;Come osservano i due antropologi evoluzionisti Gregory Cochran e Henry Harpending, gli ultimi cinquantamila anni sono anche il periodo in cui l&#39;Homo sapiens ha cominciato a diventare un vero essere umano e le popolazioni del continente africano sono aumentate fino a diffondersi su tutto il pianeta. Anche se non includono l&#39;ipotesi del gene orchidea nella loro argomentazione, Cochran e Harpending sostengono che gli esseri umani sono arrivati a dominare il pianeta grazie ad alcune importanti mutazioni che hanno accelerato la loro evoluzione, un processo che l&#39;ipotesi delle orchidee e dei soffioni contribuisce a spiegare.&#xA;Le cose variano in base al contesto. Per esempio, se ci sono troppe persone aggressive, scoppiano continui conflitti, e l&#39;aggressività viene rimossa perché e troppo costosa per la società. Quando si riduce al punto da essere meno rischiosa, l&#39;aggressività diventa un tratto prezioso e si diffonde di nuovo.&#xA;&#xA;Agilità mentale&#xA;Anche i cambiamenti ambientali e culturali possono influire sulla prevalenza di un allele. La variante orchidea del gene DRD4, per esempio, fa aumentare il rischio di deficit d&#39;attenzione e iperattività. Ma l&#39;irrequietezza può rivelarsi utile in ambienti che premiano la sensibilità a nuovi stimoli. E’ probabile che l&#39;attuale tendenza a fare più cose contemporaneamente, per esempio, favorisca la selezione di questo tipo di agilità mentale. Possiamo lamentarci quanto vogliamo che il mondo di oggi è troppo irrequieto, ma a giudicare dalla diffusione dell&#39;allele di rischio DRD4, sembra che sia così da circa cinquantamila anni.&#xA;Anche se accettiamo l&#39;idea che i geni orchidea ci garantiscono la flessibilità necessaria per riuscire nella vita, studiare la loro dinamica da vicino e in modo così personale può essere inquietante. Dopo che il corriere aveva portato via la mia fialetta di saliva, ho cercato di non pensarci più. E con mia grande sorpresa ci sono riuscito. L&#39;email con i risultati è arrivata un venerdì sera, mentre guardavo Monsters&amp;Co. con i miei figli. All&#39;inizio non ho capito bene il messaggio. &#34;David&#34;, diceva, &#34;ho eseguito l&#39;analisi del dna sul tuo campione di saliva. E’ andato tutto bene e il tuo genotipo è corto/corto. Per fortuna né tu né io abbiamo una visione deterministica di queste cose e non pensiamo che abbiano una valenza inequivocabile. Fammi sapere se vuoi parlare del tuo risultato o di altre questioni genetiche&#34;.&#xA;Quando ho finito di leggere, la casa mi è sembrata più silenziosa. Mentre guardavo dalla finestra il nostro albero di pero, ho sentito un brivido freddo lungo la schiena. Non pensavo che gli avrei dato tanto peso. Quel freddo non era un brivido di paura: improvvisamente sapevo per certo qualcosa che sospettavo da tempo, ma sapevo anche che significava qualcosa di diverso da quello che pensavo. Secondo la teoria delle orchidee, questo particolare allele, la variante più rara e pericolosa del gene trasportatore di serotonina, non mi rendeva solo più vulnerabile ma anche più flessibile. E quel nuovo modo di vedere le cose cambiava tutto. Non avevo la sensazione di avere un handicap. Al contrario, sentivo di avere maggiore capacità di azione. Tutto quello che avrei fatto per migliorare il mio ambiente e la mia esperienza di vita, qualsiasi esperimento avessi condotto su me stesso, sarebbe stato potenziato. Ora il mio allele corto/corto non mi sembra una trappola, ma un trampolino, per quanto scivoloso e un po&#39; fragile.&#xA;Non voglio far analizzare nessun altro dei miei geni comportamentali. E neanche quelli dei miei figli. Cosa potrei scoprire? Che plasmo il loro carattere ogni volta che siamo insieme? Questo lo so già. Ma mi piace pensare che quando porto mio figlio a pesca di salmoni o quando ascolto il complicato racconto dei sogni di suo fratello minore o quando canto una canzoncina a mia figlia di cinque anni mentre torniamo in macchina dal lago, faccio scattare tanti piccoli interruttori che li illumineranno. Non so cosa siano quegli interruttori, e non ho bisogno di saperlo. Mi basta sapere che possiamo accenderli insieme.&#xA;&#xA;#psicologia #scienza #spiritualità #società]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>tratto da <a href="http://archivio.internazionale.it/sommario/823/" rel="nofollow">Internazionale n° 823</a></em>
<em>Puoi leggere/scaricare il <strong>PDF</strong> di questo articolo su <a href="http://www.scribd.com/doc/24375617/La-Rivincita-Delle-Orchidee" rel="nofollow">Scribd</a> o su <a href="https://www.mediafire.com/download/j71kl3e2m8db25d/La-Rivincita-Delle-Orchidee.pdf" rel="nofollow">Mediafire</a></em></p>

<p><strong><em>David Dobbs, The Atlantic, Stati Uniti</em></strong></p>

<h4 id="la-maggior-parte-delle-persone-ha-dei-geni-che-aiutano-ad-adattarsi-a-ogni-situazione-altre-sono-fragili-e-instabili-ma-nell-ambiente-giusto-riescono-meglio-di-tutti-lo-sostiene-una-nuova-teoria-genetica">La maggior parte delle persone ha dei geni che aiutano ad adattarsi a ogni situazione. Altre sono fragili e instabili, ma nell&#39;ambiente giusto riescono meglio di tutti. Lo sostiene una nuova teoria genetica.</h4>

<p><img src="https://i.postimg.cc/Pf2b59QK/image.png" alt="orchidee"></p>

<p>Nel 2004 Marian Bakermans-Kranenburg, docente di studi sull&#39;infanzia e la famiglia all&#39;università olandese di Leida, ha filmato la vita di un gruppo di famiglie con bambini di età compresa tra uno e tre anni che avevano un comportamento antagonista, aggressivo, non collaborativo e irritante. Un comportamento che gli psicologi chiamano esternalizzazione: i bambini piangono, urlano, picchiano, fanno capricci, lanciano oggetti e respingono ostinatamente qualsiasi richiesta ragionevole. Un atteggiamento abbastanza normale a quell&#39;età. Ma, secondo alcune ricerche, i bambini che lo fanno troppo spesso rischiano in seguito di essere stressati e confusi, di avere difficoltà nell&#39;apprendimento e nei rapporti con i compagni e di diventare adulti asociali e aggressivi.

Bakermans-Kranenburg e i suoi colleghi avevano selezionato 2.408 bambini, chiedendo ai genitori di compilare un questionario. Poi si erano concentrati sul 25 per cento di bambini che, secondo le risposte date dai genitori nel questionario, si abbandonavano più spesso all&#39;esternalizzazione. La ricercatrice voleva modificare il loro comportamento. Seguendo un protocollo studiato dal suo laboratorio, Bakermans-Kranenburg e i suoi collaboratori dovevano visitare 120 famiglie per sei volte nell&#39;arco di otto mesi. Bisognava filmare la madre e il bambino nelle loro attività quotidiane, alcune delle quali richiedevano obbedienza o collaborazione, e poi scegliere le parti più significative del filmato e mostrarle alle madri. Accanto a questo gruppo, ne avevano formato uno di controllo formato da bambini con caratteristiche simili, ma che non ricevevano le stesse attenzioni.
Gli interventi hanno funzionato. Vedendo i filmati, le mamme hanno imparato a cogliere degli indizi che fino a quel momento non avevano notato e a reagire in modo diverso a certe situazioni. Molte di loro, per esempio, avevano accettato senza troppa convinzione di leggere un libro illustrato ai loro bambini irrequieti, pensando che non sarebbero mai rimasti buoni ad ascoltare. Ma secondo Bakermans-Kranenburg, quando le madri guardavano il filmato “si accorgevano con sorpresa che quell&#39;attività piaceva molto ai bambini e anche a loro”. Quasi tutte hanno cominciato a leggere libri ai figli regolarmente creando, come ha spiegato Bakermans-Kranenburg, “dei momenti di tranquillità che avevano sempre ritenuto impossibili”. Anche il comportamento dei bambini è cambiato. Dopo un anno le esternalizzazioni erano diminuite del 16 per cento, mentre nel gruppo di controllo L miglioramento era stato solo del 10 per cento. La reazione delle madri, inoltre, era diventata più positiva e costruttiva.</p>

<p>I programmi che riescono a modificare la dinamica genitore-figlio sono molto rari. Ma valutare l&#39;efficacia dell&#39;intervento non era l&#39;unico obiettivo dei ricercatori olandesi. L&#39;equipe voleva soprattutto verificare una nuova ipotesi sul modo in cui i geni influenzano il comportamento, un&#39;ipotesi che potrebbe farci rivedere le teorie non solo sulle malattie mentali e sui disturbi comportamentali, ma anche sull&#39;evoluzione umana.
Il gruppo era particolarmente interessato a una nuova interpretazione di una delle teorie più importanti della ricerca sui disturbi psichiatrici e della personalità. Secondo questa teoria, certe varianti di alcuni geni comportamentali aumentano la tendenza a soffrire di determinati disturbi psichiatrici, dell&#39;umore o della personalità.
L&#39;ipotesi, confermata negli ultimi quindici anni da molti studi, è chiamata modello della diatesi dello stress o della vulnerabilità genetica ed è ormai molto diffusa tra gli studiosi di psichiatria e di scienza del comportamento. I ricercatori hanno individuato almeno una decina di varianti che possono aumentare la predisposizione di una persona alla depressione, all&#39;ansia, al disturbo da deficit di attenzione e iperattività, a un&#39;elevata tendenza a correre rischi, a comportamenti asociali, sociopatici o violenti, e ad altri disturbi. Questo succede se, e solo se, la persona portatrice di quella variante vive un&#39;infanzia traumatica o stressante, o esperienze particolarmente dolorose in età adulta.
L&#39;ipotesi della vulnerabilità ha già modificato la nostra visione di molti disturbi psichiatrici e comportamentali, perché li spiega non come un prodotto della natura o della cultura, ma di una complessa serie di “interazioni tra gene e ambiente”. I geni non ci condannano ad avere questi disturbi, ma se abbiamo la versione “cattiva” di certi geni e la vita ci tratta male, tendiamo a soffrirne.
Di recente, tuttavia, da questa ipotesi ne è emersa un&#39;altra che quasi la capovolge. Secondo il nuovo modello, è un errore considerare i geni “rischiosi” solo come uno svantaggio. E&#39; vero che in un contesto sfavorevole questi geni possono provocare delle disfunzioni, ma in un contesto favorevole possono anche rivelarsi preziosi. Quindi la sensibilità genetica alle esperienze negative, individuata grazie all&#39;ipotesi della vulnerabilità, è solo il lato negativo di un fenomeno più generale: una maggiore sensibilità genetica a tutte le esperienze.
Sono sempre di più le prove a favore di questa tesi. Molte sono disponibili da anni, ma la maggior parte dei ricercatori le ha ignorate perché la genetica comportamentale si è concentrata soprattutto sulle disfunzioni. Come spiega Jay Belsky, uno psicologo dello sviluppo dell&#39;università di Londra, “nel campo della genetica comportamentale la maggior parte degli studi è stata condotta da persone che si occupano di malattie mentali e sono interessate soprattutto alla vulnerabilità. Non vedono il lato positivo, perché non lo cercano”.
Anche se è una novità per la psichiatria biologica moderna, questa ipotesi è confermata dalla saggezza popolare, come hanno sottolineato l&#39;anno scorso sulla rivista Current Directions in Psychological Science lo psicologo dello sviluppo Bruce Ellis, dell&#39;università dell&#39;Arizona, e il pediatra dello sviluppo W. Thomas Boyce, dell&#39;università della Columbia Britannica, in Canada. Gli svedesi, osservano Ellis e Boyce nel loro saggio intitolato Biological sensitivity to contest, parlano da tempo di bambini “soffioni”. I soffioni sono bambini sani e normali, dotati di geni “elastici” che gli permettono di cavarsela bene quasi ovunque, sia che crescano nell&#39;equivalente di una crepa del marciapiede sia in quello di un giardino ben curato. Secondo Ellis e Boyce, ci sono anche bambini “orchidea”, che se sono ignorati o maltrattati appassiscono, ma se vengono coltivati in serra fioriscono in modo spettacolare.
Questa ipotesi, che chiamerò teoria dell&#39;orchidea, potrebbe sembrare a prima vista un&#39;aggiunta a quella della vulnerabilità. Potrebbe significare semplicemente che l&#39;ambiente e l&#39;esperienza possono spingere una persona in una direzione o nell&#39;altra. Ma in realtà è un modo completamente nuovo di vedere la genetica e il comportamento umano. Il rischio diventa potenzialità, la vulnerabilità diventa plasticità e sensibilità. E&#39; una di quelle idee semplici che possono avere implicazioni enormi. Alcune varianti genetiche di solito considerate sfortunate possono essere interpretate come scommesse evolutive che implicano forti rischi, ma offrono anche la possibilità di grandi successi. E i genitori favoriti dalla selezione saranno quelli che investono sia nei soffioni sia nelle orchidee.
Secondo questa ipotesi, avere sia figli soffione sia figli orchidea fa aumentare le possibilità di successo di una famiglia (e di una specie) nel corso del tempo e in qualsiasi ambiente. La diversità di comportamenti di questi due caratteri garantisce esattamente quello di cui ha bisogno una specie forte e intelligente se vuole diffondersi e dominare un mondo in evoluzione. I soffioni garantiscono la stabilità di una popolazione. Le orchidee, che sono meno numerose, possono trovarsi in difficoltà in alcuni ambienti, ma eccellere in quelli che gli sono più congeniali. E anche se hanno un&#39;infanzia travagliata, la loro maggiore reattività – la continua ricerca di novità, l&#39;irrequietezza, la difficoltà di concentrazione, la tendenza a correre rischi, l&#39;aggressività – in certe situazioni si rivela utile, come nelle guerre, nei conflitti sociali e nelle migrazioni verso nuovi ambienti. Messi insieme, gli stabili soffioni e le irrequiete orchidee assicurano una flessibilità adattiva che nessuno dei due potrebbe garantire da solo. Insieme ottengono risultati individuali e collettivi altrimenti irraggiungibili.
Questa teoria fornisce anche la risposta a una domanda evolutiva fondamentale che l&#39;ipotesi della vulnerabilità non può dare. Se le varianti di certi geni generano soprattutto disfunzioni e problemi, come hanno fatto a sopravvivere alla selezione naturale? I geni di questo tipo avrebbero dovuto essere eliminati. Eppure, circa un quarto degli esseri umani è portatore della variante più documentata di gene della depressione, mentre più di un quinto e portatore della variante studiata da Bakermans-Kranenburg, che è associata all&#39;esternalizzazione, all&#39;asocialità, al comportamento violento, al deficit d&#39;attenzione e iperattività e all&#39;ansia. L&#39;ipotesi della vulnerabilità non spiega queste cose, la teoria dell&#39;orchidea sì.
E&#39; una visione innovativa e perfino sconcertante della forza e della fragilità umana. Da più di dieci anni i sostenitori dell&#39;ipotesi della vulnerabilità dicono che alla base di alcuni dei problemi piu angosciosi dell&#39;umanità – disperazione, alienazione e crudeltà a tutti i livelli – ci sono certe varianti specifiche dei geni. La teoria dell&#39;orchidea accetta questa tesi ma aggiunge, in modo provocatorio, che quegli stessi geni sono anche responsabili dello straordinario successo della nostra specie.</p>

<h2 id="prove-concrete">Prove concrete</h2>

<p>La teoria dell&#39;orchidea, detta anche ipotesi della plasticità, della sensibilità o della suscettibilità differenziale, non è stata ancora testata ad ampio raggio, perché è ancora troppo recente. Molti ricercatori, perfino quelli che si occupano di scienza del comportamento, ne sanno poco o niente. Alcuni, soprattutto quelli piu restii a collegare comportamenti specifici con geni specifici, si dicono preoccupati. Ma da quando sono emerse prove sempre più concrete a suo favore, la maggior parte dei medici e dei ricercatori dimostra un grande interesse. Molti psicologi, psichiatri, esperti di sviluppo infantile, genetisti, etologi e altri scienziati cominciano a pensare che, come dice lo psicologo dello sviluppo Karlen Lyons-Ruth, della facoltà di medicina di Harvard, “è ora di prendere sul serio questa teoria”.
Con i dati raccolti grazie ai suoi interventi filmati, l&#39;equipe di Leida ha cominciato a verificare l&#39;ipotesi per capire se i bambini che soffrono di più nelle situazioni negative traggono anche più profitto da quelle positive. Per scoprirlo, Bakermans-Kranenburg e il suo collega Marinus van Ijzendoorn hanno studiato la struttura genetica dei bambini che partecipavano al loro esperimento. Si sono concentrati su uno specifico “allele di rischio” associato al deficit d&#39;attenzione e iperattività e all&#39;esternalizzazione. Si chiamano allele tutte le varianti di un gene polimorfico, cioè in grado di assumere più di una forma. Un allele di rischio, quindi, è una variante del gene che aumenta le probabilità di avere un certo disturbo.
Bakermans-Kranenburg e van Ijzendoorn volevano vedere se i bambini con un allele di rischio per l&#39;esternalizzazione e il deficit d&#39;attenzione e iperattività avrebbero reagito nello stesso modo sia in un ambiente positivo sia in uno negativo. Un terzo dei bambini del gruppo era esportatore di questo allele di rischio, gli altri due terzi ne avevano una versione considerata “protettiva”. Anche il gruppo di controllo aveva una distribuzione simile.
Sia l&#39;ipotesi della vulnerabilità sia quella dell&#39;orchidea prevedevano che i bambini del gruppo di controllo con un allele di rischio se la cavassero peggio di quelli che avevano un allele protettivo. E infatti è stato cosi, ma la differenza era minima. In un anno e mezzo il livello di esternalizzazione dei bambini geneticamente protetti è diminuito dell&#39;11 per cento, mentre in quelli “a rischio” si e ridotto solo del 7 per cento. In entrambi i casi i miglioramenti sono stati modesti, simili a quelli che i ricercatori si aspettavano con l&#39;aumento dell&#39;età. La differenza tra i due gruppi era quasi impercettibile, anche se rilevante dal punto di vista statistico.
Il vero test, però, era quello all&#39;interno del gruppo sul quale erano stati effettuati gli interventi. Come avrebbero reagito i bambini portatori dell&#39;allele di rischio? Secondo il modello della vulnerabilità, avrebbero dovuto rispondere meno dei loro compagni portatori dell&#39;allele protettivo. II modesto miglioramento prodotto dall&#39;intervento non avrebbe compensato la loro vulnerabilità generale. In realtà i portatori dell&#39;allele di rischio hanno battuto i loro compagni: hanno ridotto il loro punteggio di esternalizzazione di quasi il 27 per cento, mentre nei portatori dell&#39;allele protettivo è diminuito solo del 12 per cento (non molto di più dell&#39;11 per cento del gruppo di controllo con lo stesso allele). L&#39;equipe di Leida ha dedotto che gli alleli di rischio costituiscono non solo un rischio, ma anche una potenzialità.
Ma com&#39;è possibile che sia così facile trasformare in vantaggio uno svantaggio? Secondo il pediatra W. Thomas Boyce, che in trent&#39;anni di ricerche sullo sviluppo infantile ha lavorato con molti bambini affetti da vari disturbi, la teoria dell&#39;orchidea “ha modificato radicalmente il nostro modo di vedere la fragilità umana”. E aggiunge: “Abbiamo verificato che quando i bambini con questo tipo di vulnerabilità sono inseriti nell&#39;ambiente giusto, non solo se la cavano meglio di prima, ma addirittura meglio dei loro coetanei portatori di alleli protettivi. Forse tutte le fragilità umane hanno questo lato positivo”.
Mentre facevo le ricerche per questo articolo, mi sono chiesto quale poteva essere il rapporto tra il mio temperamento e il mio corredo genetico. In passato ho sofferto di depressione e spesso ho pensato di chiedere un&#39;analisi dei miei geni, in particolare di quello del trasportatore della serotonina, detto anche Sert o 5-HTTLPR, che influisce sull&#39;umore. Le due varianti più corte e meno efficienti del gene (quella corta/corta e quella corta/lunga) aumentano il rischio di depressione grave in situazioni difficili. La forma lunga/lunga, invece, sembra avere una funzione protettiva.
Alla fine, però, avevo sempre rinunciato a far analizzare il mio gene Sert. Considerata la mia storia personale e familiare, immaginavo di essere portatore dell&#39;allele corto/ lungo, che mi rende moderatamente incline alla depressione. Se lo facevo analizzare, magari mi sarei rassicurato scoprendo di essere portatore della versione lunga/lunga. Ma avrei potuto anche scoprire la versione corta/corta, che è la più rischiosa. E non ero sicuro di volerlo sapere.
Quando ho cominciato a occuparmi della teoria delle orchidee, però, ho cambiato idea. Così ho telefonato a un amico ricercatore di New York che studia il rapporto tra depressione e gene trasportatore della serotonina. Il giorno dopo un corriere ha lasciato a casa mia un pacchetto con una provetta. Ci ho sputato dentro, poi l&#39;ho chiusa bene e l&#39;ho infilata di nuovo nel contenitore di protezione. Un&#39;ora dopo il corriere è tornato a prenderla.</p>

<h2 id="stretta-somiglianza">Stretta somiglianza</h2>

<p>Tra tutte le prove a sostegno dell&#39;orchidea, forse la più convincente è quella fornita da Stephen Suomi, un ricercatore specializzato nello studio delle scimmie reso. Suomi dirige un ampio complesso di laboratori e habitat per le scimmie nelle campagne del Maryland: il laboratorio di etologia comparata dei National institutes of health. Da quarantun anni, prima all&#39;università del Wisconsin e poi, dal 1983, nel laboratorio del Maryland, Suomi studia le origini del carattere e del comportamento delle scimmie reso, che condividono con noi il 95 per cento del loro dna. Questa stretta somiglianza ci ha aiutato a capire i motivi dei nostri comportamenti e ha contribuito anche alla teoria dell&#39;orchidea.
Suomi è il diretto successore di Harry Harlow, uno degli scienziati del comportamento più influenti del novecento. Negli anni trenta, quando Harlow cominciò le sue ricerche, lo studio dello sviluppo infantile era dominato da un comportamentismo spietato e meccanicistico. Il movimento era guidato da John Watson, che considerava l&#39;amore materno “uno strumento pericoloso”: consigliava ai genitori di lasciar piangere i bambini, di non prenderli mai in braccio per farli contenti e confortarli, di non baciarli troppo spesso, e di farlo solo sulla fronte. La madre non era importante per l&#39;affetto che dava ma per la sua capacità di condizionare i comportamenti.
Dopo una serie di esperimenti ingegnosi, ma a volte inquietanti e crudeli, condotti sulle scimmie, Harlow rinunciò al comportamentismo. Il suo esperimento più famoso dimostrava che i piccoli di scimmia reso allevati da soli o in compagnia di coetanei preferivano una finta “madre” di stoffa pelosa che non li nutriva a una di ferro che dispensava cibo a volontà. Harlow dimostrò così che i piccoli avevano un disperato bisogno di affetto e che, privandoli di un rapporto fisico, emotivo e sociale c&#39;era il rischio di provocare alcuni gravi disturbi psichici. Negli anni cinquanta i risultati delle sue ricerche costituirono la base della nuova teoria dell&#39;attaccamento infantile che, con la sua enfasi sul calore del rapporto tra genitori e figli e sull&#39;importanza di un&#39;infanzia felice, domina ancora oggi le teorie sullo sviluppo infantile.
Dopo aver assunto la direzione del laboratorio di Harlow, all&#39;università del Wisconsin, Suomi ha allargato e approfondito le ricerche avviate dal suo maestro. I nuovi strumenti gli hanno permesso di analizzare non solo il carattere delle scimmie, ma anche le basi psicologiche e genetiche del loro comportamento. Poi, grazie all&#39;ambientazione naturalistica del laboratorio nel Maryland, ha potuto concentrarsi sia sui rapporti tra madre e figlio sia sull&#39;ambiente familiare e sociale che condiziona il comportamento delle scimmie. “In una colonia di scimmie reso la vita è molto complicata”, dice Suomi. Questi animali devono imparare fin da piccoli a muoversi in un sistema sociale gerarchizzato. “Quelli che ci riescono, se la cavano bene”, aggiunge. “Quelli che non ci riescono hanno seri problemi “.
Le scimmie reso maturano di solito a quattro o cinque anni e vivono fino a venti. Il rapporto tra il loro sviluppo e il nostro è più o meno di uno a quattro: una scimmietta di un anno è come un bambino di quattro anni. Generalmente le femmine partoriscono ogni anno da quando ne compiono quattro. Anche se hanno rapporti sessuali tutto l&#39;anno, il periodo di fertilità dura solo un paio di mesi e coincide per tutte. Di solito, infatti, il branco produce gruppi di piccoli della stessa età.
Nel corso del primo mese la madre tiene il neonato attaccato a sé. Quando ha circa due settimane, il piccolo comincia a esplorare il mondo, inizialmente solo a pochi metri dalla madre. Nei sei o sette mesi successivi queste incursioni aumentano di frequenza, durata e distanza. Ma la mamma può sempre vedere o sentire i piccoli. Se qualcosa li spaventa, corrono subito da lei. A volte, invece, è lei a chiamarli se percepisce un pericolo.
Quando la scimmietta ha circa otto mesi, la femmina torna ad accoppiarsi. Prevedendo l&#39;arrivo di un nuovo figlio, la madre permette al piccolo di passare sempre più tempo con i suoi coetanei, con i fratelli maggiori e con qualche visitatore occasionale di un&#39;altra famiglia o di un altro branco. In caso di necessità saranno la famiglia, gli amici e gli alleati a proteggerlo.
Le femmine restano con il loro gruppo per tutta la vita, mentre i maschi se ne vanno intorno ai quattro o cinque anni, che corrispondono più o meno ai 16-20 anni di un essere umano. Spesso sono allontanati dalle femmine, che diventano sempre più rissose e violente. All&#39;inizio si riuniscono in bande di soli maschi e vivono più o meno separati dalle femmine. Dopo qualche mese o un anno lasciano il gruppo e cercano di introdursi in una nuova famiglia o in un nuovo branco. Se ci riescono, entrano a far parte dei maschi adulti che fungono da partner sessuali, compagni e difensori di diverse femmine. Ma solo metà dei maschi ci riesce. Durante il periodo di transizione, quando non sono protetti dalla banda o dal gruppo, se non giocano bene le loro carte sono soggetti agli attacchi di altri maschi giovani, di bande rivali o di nuovi membri del branco, e molti di loro muoiono.
All&#39;inizio del suo lavoro Suomi ha individuato due tipi di scimmie che hanno problemi di relazione. Uno di questi, il tipo depresso o nevrotico, costituisce il 20 per cento di ogni generazione. Queste scimmie tardano a lasciare la madre e da adulti sono insicuri, introversi e ansiosi, di conseguenza stringono meno amicizie e alleanze. Un secondo tipo, di solito maschio, e quello che Suomi chiama prepotente, una scimmia insolitamente aggressiva con tutti. Questi animali costituiscono dal 5 al 10 per cento di ogni generazione. “Le scimmie reso sono piuttosto aggressive in generale”, dice Suomi, “anche quando sono giovani, i loro giochi sono violenti. Ma di solito nessuno si fa male, tranne i prepotenti, perché tendono a fare cose stupide: affrontano spesso le scimmie dominanti, si intromettono tra le madri e i loro figli. Non sanno calibrare la loro aggressività e non sanno capire quando bisogna tirarsi indietro. I loro conflitti tendono sempre a intensificarsi”. Questi attaccabrighe raggiungono un punteggio molto basso nei test sull&#39;autocontrollo, per esempio in quello che Suomi ha chiamato “ora dell&#39;aperitivo”, dove le scimmie hanno accesso illimitato per un&#39;ora a una bevanda alcolica insapore: la maggior parte si ferma dopo tre o quattro bevute, i bulli “bevono fino a cadere stecchiti”.
I nevrotici e i prepotenti vanno incontro a destini molto diversi. I nevrotici maturano tardi, ma se la cavano bene. Le femmine saranno madri un po&#39; nervose, ma la crescita dei loro figli dipenderà dall&#39;ambiente in cui li allevano. Se l&#39;ambiente è sicuro, diventano individui più o meno normali, se è insicuro, anche loro diventano nervosi. I maschi, invece, restano più a lungo del solito nella cerchia familiare della madre, a volte fino a otto anni. Possono farlo perché non creano problemi. E questo soggiorno prolungato gli permette di acquisire una competenza sociale e un rispetto delle gerarchie tali che, quando decidono di andarsene, riescono a inserirsi in un nuovo branco con meno difficoltà di quelli che si allontanano prima. Non sono prolifici come i maschi più sicuri di sé, difficilmente raggiungono un rango elevato nel nuovo branco e, a causa della loro condizione di sudditanza, rischiano di più in caso di conflitto.
Ma per i prepotenti le cose vanno molto peggio. Stringono poche amicizie anche quando sono piccoli. E a due o tre anni la loro estrema aggressività costringe le femmine del branco a cacciarli via, se è necessario anche con la forza. A quel punto sono le bande di maschi a respingerli, e poi gli altri branchi. Emarginati, nella maggior parte dei casi muoiono prima di raggiungere l&#39;età adulta. Pochi di loro si accoppiano.
Suomi ha capito subito che questi due tipi di scimmie tendevano a nascere da un particolare tipo di madri. I prepotenti avevano madri dure e severe, che gli impedivano di socializzare. Gli ansiosi nascevano invece da madri ansiose, introverse e confuse. L&#39;ereditarietà era chiara, ma quanta parte di quei tratti della personalità era dovuta ai geni e quanta al modo in cui erano stati allevati?
Per scoprirlo, Suomi ha preso i neonati di madri introverse che dai test standardizzati risultavano già nervosi, gli ha dato delle “supermamme” molto affettuose e ha visto che crescevano quasi normali. Intanto Dario Maestriperi, dell&#39;università di Chicago, prendeva i neonati tranquilli, figli di femmine sicure e affettuose, e li affidava a madri violente. In quella situazione le scimmiette crescevano tese e nervose. La conclusione sembrava chiara: i geni avevano una parte di responsabilità, ma l&#39;ambiente era altrettanto importante.</p>

<h2 id="rischio-di-depressione">Rischio di depressione</h2>

<p>Alla fine degli anni novanta, quando sono stati disponibili gli strumenti per studiare i geni, Suomi ha potuto analizzare direttamente l&#39;apporto dei geni e dell&#39;ambiente nello sviluppo delle scimmie. Ha fatto una scoperta importante grazie a un progetto avviato nel 1997 con Klaus-Peter Lesch, uno psichiatra dell&#39;università di Wurzburg. L&#39;anno precedente Lesch aveva pubblicato alcuni dati da cui emergeva per la prima volta che il gene trasportatore della serotonina aveva tre varianti (un allele corto/corto, uno corto/lungo e uno lungo/lungo) e che le due versioni più corte aumentavano il rischio di depressione, ansia e di altri disturbi psichici. Suomi aveva chiesto a Lesch di verificare il genotipo delle sue scimmie e il ricercatore tedesco aveva scoperto che possedevano le tre varianti, anche se la forma corta/corta era rara.
Suomi e Lesch, insieme a J. Dee Higley, un collega del National institutes of health, hanno avviato un tipo di studio che ora è considerato un classico sul rapporto tra geni e ambiente. Quando ha visto i risultati, Suomi si è reso conto di avere finalmente la prova di un&#39;interazione tra geni e ambiente molto importante per il comportamento delle sue scimmie. “Ho dato un&#39;occhiata a quel grafico”, racconta, “e ho detto subito: &#39;Stappiamo una bottiglia di champagne”&#39;.
Suomi e Lesch hanno pubblicato i loro risultati nel 2002 su Molecular Psychiatry, una rivista di genetica comportamentale. Quello stesso anno due psicologi del King&#39;s college di Londra, Avshalom Caspi e Terrie Moffitt, hanno pubblicato i risultati del primo di due grandi studi longitudinali (entrambi basati sulla storia di centinaia di neozelandesi) che si sarebbero rivelati particolarmente influenti. Il primo, pubblicato su Science, dimostrava che l&#39;allele corto di un altro importante gene che sintetizza un neurotrasmettitore (noto come gene Maoa) fa aumentare nettamente le probabilità di comportamenti asociali negli adulti umani maltrattati da bambini . Il secondo, uscito nel 2003 sempre su Science, dimostrava che quando si possiede la versione corta/ corta o corta/lunga, si corre un rischio di depressione superiore alla norma se si è sottoposti a una situazione di stress. Negli ultimi anni decine di questi studi hanno permesso di verificare l&#39;ipotesi della vulnerabilità. Molti contenevano dati a favore della teoria dell&#39;orchidea, anche se all&#39;epoca sono passati inosservati. Molte di queste prove le ha raccolte lo stesso Suomi negli anni successivi al suo studio del 2002. Ha scoperto, per esempio, che le scimmie portatrici della presunta variante rischiosa del trasportatore di serotonina, quando avevano una madre affettuosa e una posizione sociale sicura, svolgevano meglio alcuni compiti importanti (trovare compagni di gioco da giovani, stringere alleanze, reagire in modo sensato nei conflitti e in altre situazioni di pericolo) rispetto alle scimmie altrettanto fortunate ma portatrici del presunto allele protettivo.
Suomi ha fatto anche un&#39;altra scoperta interessante. Con i suoi colleghi ha analizzato i geni trasportatori di serotonina di sette delle 22 specie di macaco, il genere di primati a cui appartengono le scimmie reso. Nessuna di queste specie mostrava il polimorfismo del gene trasportatore della serotonina, che inizialmente Suomi aveva ritenuto responsabile della flessibilità delle reso. Gli studi condotti su altri importanti geni comportamentali dei primati hanno prodotto risultati simili. Secondo Suomi, dall&#39;analisi del gene trasportatore della serotonina negli altri primati studiati finora, compresi gli scimpanzé, i babbuini e i gorilla, non è emerso “assolutamente niente”. Questa scienza è giovane e non tutti i dati sono stati ancora raccolti. Ma finora, tra tutti i primati, sembra che solo le scimmie reso e gli esseri umani mostrino polimorfismi multipli nei geni associati al comportamento. “Solo noi e loro”, afferma Suomi.</p>

<h2 id="il-motivo-del-successo">Il motivo del successo</h2>

<p>Questa scoperta lo ha spinto a pensare a un&#39;altra particolarità che condividiamo con le scimmie reso. La maggior parte dei primati vive bene solo nel suo ambiente naturale. Se viene trasferita altrove muore. Ma ci sono due specie, dette “infestanti”, che sono capaci di vivere quasi ovunque e di adattarsi facilmente ad ambienti nuovi, mutevoli o difficili: gli esseri umani e le scimmie reso. Il motivo del nostro successo potrebbe essere proprio questa adattabilità. E la causa della nostra adattabilità potrebbero essere le variazioni dei nostri geni comportamentali.
A maggio Elizabeth Mallott, una ricercatrice del laboratorio di Suomi, è arrivata al lavoro e ha trovato un gruppo di scimmie nel parcheggio. Si stringevano l&#39;una all&#39;altra, erano nervose e avevano segni di morsi e graffi. Quasi tutte le scimmie che saltano le due reti elettrificate intorno al recinto non vedono l&#39;ora di tornare indietro. Quelle invece non volevano. Dopo aver rinchiuso le scimmie evase in un edificio vicino, la ricercatrice – che nel frattempo era stata raggiunta dal collega Matthew Novak – è entrata nel recinto. La colonia, formata da un centinaio di scimmie, viveva lì da trent&#39;anni. Di solito i cambiamenti all&#39;interno della sua gerarchia avvenivano in modo lento e graduale. Ma quando hanno cominciato a guardarsi intorno, Mallott e Novak si sono accorti che era successo qualcosa di importante. “Gli animali erano in posti diversi dal solito”, mi ha spiegato Novak. “Individui che di solito non stavano insieme, erano seduti uno accanto all&#39;altro. Le norme sociali erano sospese”.
I ricercatori hanno subito capito che un gruppo chiamato Famiglia 3, da anni sottomesso alla Famiglia 1, aveva fatto un golpe. Da qualche anno la Famiglia 3 era diventata più numerosa della Famiglia 1. Ma la Famiglia 1 era rimasta al potere grazie all&#39;autorità e alle doti diplomatiche del suo capo, la saggia matriarca Cocobean. Una settimana prima del golpe una delle figlie di Cocobean, Pearl, era stata portata via dal recinto e ricoverata in una clinica veterinaria per un problema ai reni. Inoltre, il maschio dominante della Famiglia 1 era ormai vecchio e malato di artrite. Pearl era particolarmente vicina a Cocobean e, essendo l&#39;unica discendente senza figli, era destinata a proteggerla. La sua assenza e la malattia del maschio avevano indebolito la Famiglia 1. “Probabilmente la rivolta era in preparazione da qualche settimana”, dice Novak. “Ma, in base alla nostra ricostruzione, era cominciata solo la sera prima, quando una giovane femmina di nome Fiona, una borderline di tre anni della Famiglia 1 nota per la sua aggressività, aveva cominciato a litigare con qualcuno della Famiglia 3. Il conflitto si era allargato. La Famiglia 3 aveva visto la possibilità di conquistare il potere e aveva cacciato la Famiglia 1. Si capiva da chi era ferito, da chi era seduto nei posti preferiti, da chi era stato allontanato dalla colonia e da chi all&#39;improvviso era diventato ossequioso. Una femmina della Famiglia 1, Quark, era stata uccisa e un&#39;altra, Josie, abbiamo dovuto abbatterla. Avevano attaccato anche tutte le altre figlie di Cocobean. Qualcuno aveva morso il grande maschio della Famiglia con tanta violenza che lui non poteva più muovere un braccio. Anche Fiona era stata maltrattata. Era stato un attacco sistematico. Prima avevano aggredito il capo del gruppo e poi erano scesi lungo la scala gerarchica”.
Novak mi ha accompagnato a fare un giro intorno al recinto. La Famiglia 3 occupava tranquillamente il nuovo centro di potere, una capanna vicino allo stagno. Si pulivano il mantello a vicenda, sonnecchiavano e ci fissavano quando le guardavamo. Un gruppo più nervoso si era riunito in un&#39;altra capanna più in basso. Quando siamo arrivati a dieci metri di distanza, la scimmia più grande del gruppo è saltata sulle sbarre della gabbia, ha cominciato a urlare contro di me, a scuotere le sbarre e a mostrarmi i denti.
Dopo quella visita sono andato nello studio di Suomi per chiedergli cosa ne pensava. Suomi ha riflettuto molto sul golpe. La rivolta metteva insieme tutti i fili che aveva intessuto nella sua ricerca: l&#39;importanza delle prime esperienze, l&#39;influenza dell&#39;ambiente, il rapporto genitori-figli e l&#39;eredità genetica, il primato assoluto dei legami familiari e sociali, l&#39;esito di tratti diversi in situazioni diverse. E ora, alla luce della teoria dell&#39;orchidea, stava cominciando a capire che quei fili potevano essere intrecciati in un altro modo.
“Quindici anni fa”, mi ha detto, “Carol Berman, una ricercatrice che lavorava alla State university of New York di Buffalo, studiò a lungo una grande colonia di scimmie reso che vive su un&#39;isola portoricana. Voleva vedere cosa succedeva quando le dimensioni del gruppo cambiavano. Intorno alle cento unità il gruppo raggiungeva il limite e si divideva in branchi più piccoli”. Questi limiti, che variano in base alle specie, sono chiamati “numeri di Dunbar”, da Robin Dunbar, uno psicologo evoluzionista britannico secondo il quale il limite di gruppo di una specie riflette la quantità di rapporti sociali che i suoi individui riescono a gestire a livello cognitivo. Le osservazioni di Berman facevano pensare che il numero di Dunbar di una specie non riflettesse solo le sue capacità cognitive, ma anche la gamma di temperamenti e di comportamenti dei suoi membri. Berman vide che quando il gruppo era di dimensioni ridotte le madri potevano permettere ai loro piccoli di giocare liberamente, perché gli estranei non si avvicinavano quasi mai. Ma quando il gruppo cresceva, gli estranei si avvicinavano più spesso. Le femmine adulte diventavano più vigili, protettive e aggressive. I piccoli e i maschi adulti seguivano il loro esempio. Quindi un numero sempre maggiore di scimmie riceveva un&#39;educazione che faceva emergere il lato meno socievole delle loro potenzialità comportamentali, i conflitti diventavano più frequenti, le rivalità più forti. Alla fine le cose si mettevano così male che il branco doveva dividersi. “Qui è successa esattamente la stessa cosa”, ha detto Suomi. “Quello che succede a livello diadico, tra madre e figlio, influisce sulla natura e sulla sopravvivenza dell&#39;intero gruppo sociale”.
Gli studi di Suomi e di altri ricercatori dimostrano che le prime esperienze possono cambiare totalmente il modo di esprimersi dei geni, cioè se, quando e con quale forza i geni si attivano o si disattivano. Suomi sospetta che le prime esperienze possano influire sui successivi schemi di espressione dei geni e anche sul comportamento, compresa la flessibilità e la reattività di un animale, contribuendo a stabilire il livello di sensibilità di alcuni alleli importanti. Un&#39;infanzia carica di tensioni, spiega Suomi, induce un atteggiamento di cauta diffidenza o di vigile aggressività in qualsiasi scimmia (i genitori preparano così i loro figli ad affrontare i momenti difficili), ma questo effetto può essere più pronunciato in quegli animali che hanno alleli dei geni del comportamento particolarmente elastici.
Suomi pensa che nella fase di preparazione di quella che chiama “la rivolta di palazzo” sia successo proprio questo. L&#39;incauta aggressione di Fiona si è dimostrata disastrosa per lei e per la Famiglia 1. Ma la Famiglia 3, che per anni era stata diplomaticamente deferente nei confronti della prima, con il suo attacco inaspettatamente aggressivo e prolungato aveva cambiato il suo destino. Suomi ipotizza che nelle condizioni di maggiore tensione e affollamento di una grande colonia le interazioni tra geni e ambiente abbiano reso alcune scimmie della Famiglia 3, soprattutto quelle dotate di alleli “orchidea” più reattivi, potenzialmente più aggressive. Durante il periodo in cui non potevano permettersi di mettere in discussione la gerarchia – prima della partenza di Pearl – l&#39;aggressività avrebbe potuto trascinarle in un conflitto invincibile e forse fatale. Ma in assenza di Pearl la situazione era cambiata, e i membri della Famiglia 3 avevano sfruttato l&#39;opportunità per liberare il loro potenziale di aggressività.
Il golpe aveva fatto emergere anche un’altra cosa: un tratto genetico che è maladattivo in una situazione può dimostrarsi estremamente adattivo in un&#39;altra. Non è difficile accorgersi che questo succede anche negli esseri umani. Per sopravvivere ed evolversi ogni società ha bisogno di alcuni individui che sono più aggressivi, irrequieti, ostinati, docili, socievoli, iperattivi, flessibili, solitari, ansiosi, introspettivi, vigili – ma anche più scontrosi, irritabili o violenti- della norma.
Tutto questo spiega la permanenza degli alleli di rischio nel corso dell&#39;evoluzione. Siamo sopravvissuti non malgrado quegli alleli, ma proprio grazie a loro. Quegli alleli non sono semplicemente sfuggiti al processo di selezione, sono stati volutamente selezionati. Secondo alcuni studi recenti, molti alleli dei geni orchidea, compresi quelli citati finora, sono emersi negli esseri umani solo negli ultimi cinquantamila anni, e ognuno è nato da una mutazione casuale in una sola o in poche persone e poi si è diffuso rapidamente. Le scimmie reso e gli esseri umani si sono staccati dalla loro stirpe comune 25 o 30 milioni di anni fa, quindi questi polimorfismi devono essersi creati e diffusi separatamente nelle due specie. E si sono rivelati utili per entrambe.
Come osservano i due antropologi evoluzionisti Gregory Cochran e Henry Harpending, gli ultimi cinquantamila anni sono anche il periodo in cui l&#39;Homo sapiens ha cominciato a diventare un vero essere umano e le popolazioni del continente africano sono aumentate fino a diffondersi su tutto il pianeta. Anche se non includono l&#39;ipotesi del gene orchidea nella loro argomentazione, Cochran e Harpending sostengono che gli esseri umani sono arrivati a dominare il pianeta grazie ad alcune importanti mutazioni che hanno accelerato la loro evoluzione, un processo che l&#39;ipotesi delle orchidee e dei soffioni contribuisce a spiegare.
Le cose variano in base al contesto. Per esempio, se ci sono troppe persone aggressive, scoppiano continui conflitti, e l&#39;aggressività viene rimossa perché e troppo costosa per la società. Quando si riduce al punto da essere meno rischiosa, l&#39;aggressività diventa un tratto prezioso e si diffonde di nuovo.</p>

<h2 id="agilità-mentale">Agilità mentale</h2>

<p>Anche i cambiamenti ambientali e culturali possono influire sulla prevalenza di un allele. La variante orchidea del gene DRD4, per esempio, fa aumentare il rischio di deficit d&#39;attenzione e iperattività. Ma l&#39;irrequietezza può rivelarsi utile in ambienti che premiano la sensibilità a nuovi stimoli. E’ probabile che l&#39;attuale tendenza a fare più cose contemporaneamente, per esempio, favorisca la selezione di questo tipo di agilità mentale. Possiamo lamentarci quanto vogliamo che il mondo di oggi è troppo irrequieto, ma a giudicare dalla diffusione dell&#39;allele di rischio DRD4, sembra che sia così da circa cinquantamila anni.
Anche se accettiamo l&#39;idea che i geni orchidea ci garantiscono la flessibilità necessaria per riuscire nella vita, studiare la loro dinamica da vicino e in modo così personale può essere inquietante. Dopo che il corriere aveva portato via la mia fialetta di saliva, ho cercato di non pensarci più. E con mia grande sorpresa ci sono riuscito. L&#39;email con i risultati è arrivata un venerdì sera, mentre guardavo Monsters&amp;Co. con i miei figli. All&#39;inizio non ho capito bene il messaggio. “David”, diceva, “ho eseguito l&#39;analisi del dna sul tuo campione di saliva. E’ andato tutto bene e il tuo genotipo è corto/corto. Per fortuna né tu né io abbiamo una visione deterministica di queste cose e non pensiamo che abbiano una valenza inequivocabile. Fammi sapere se vuoi parlare del tuo risultato o di altre questioni genetiche”.
Quando ho finito di leggere, la casa mi è sembrata più silenziosa. Mentre guardavo dalla finestra il nostro albero di pero, ho sentito un brivido freddo lungo la schiena. Non pensavo che gli avrei dato tanto peso. Quel freddo non era un brivido di paura: improvvisamente sapevo per certo qualcosa che sospettavo da tempo, ma sapevo anche che significava qualcosa di diverso da quello che pensavo. Secondo la teoria delle orchidee, questo particolare allele, la variante più rara e pericolosa del gene trasportatore di serotonina, non mi rendeva solo più vulnerabile ma anche più flessibile. E quel nuovo modo di vedere le cose cambiava tutto. Non avevo la sensazione di avere un handicap. Al contrario, sentivo di avere maggiore capacità di azione. Tutto quello che avrei fatto per migliorare il mio ambiente e la mia esperienza di vita, qualsiasi esperimento avessi condotto su me stesso, sarebbe stato potenziato. Ora il mio allele corto/corto non mi sembra una trappola, ma un trampolino, per quanto scivoloso e un po&#39; fragile.
Non voglio far analizzare nessun altro dei miei geni comportamentali. E neanche quelli dei miei figli. Cosa potrei scoprire? Che plasmo il loro carattere ogni volta che siamo insieme? Questo lo so già. Ma mi piace pensare che quando porto mio figlio a pesca di salmoni o quando ascolto il complicato racconto dei sogni di suo fratello minore o quando canto una canzoncina a mia figlia di cinque anni mentre torniamo in macchina dal lago, faccio scattare tanti piccoli interruttori che li illumineranno. Non so cosa siano quegli interruttori, e non ho bisogno di saperlo. Mi basta sapere che possiamo accenderli insieme.</p>

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      <pubDate>Mon, 21 Dec 2009 17:29:24 +0000</pubDate>
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