Durare non è governare.
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Nota: questo post è una sorta di (polemico) riassunto sull'operato del governo Meloni. Ci sono due date future, al suo interno. Se in una o in entrambe di queste le cose non andassero come scritto, cambierò l'articolo. Grazie.
Il 4 settembre il governo #Meloni è diventato il più longevo della storia repubblicana: millequattrocentotredici giorni a Palazzo Chigi. Il primato è un dato di calendario, non un giudizio di merito, e chi lo esibisce come un titolo nobiliare confonde la durata con la sostanza. Durare è stato agevole: un'opposizione frammentata, una maggioranza tenuta insieme dalla reciproca convenienza, nessuna alternativa già pronta.
Governare è altra faccenda, e il bilancio è magro. La prima vera sconfitta è arrivata a marzo, quando il 53,74 per cento degli elettori ha respinto la riforma della giustizia, la bandiera che avrebbe dovuto suggellare la legislatura. Da allora l'esecutivo non ha cambiato passo: ha cambiato le regole del gioco. Lo “Stabilicum”, approvato dal Senato il 15 settembre con 113 voti, è una legge elettorale tagliata sulle misure della maggioranza, con un premio di settanta deputati e trentacinque senatori per chi supera il 42 per cento. E qui l'ironia si fa involontaria: in un sondaggio di inizio settembre riportato dall' “Espresso” (il quadro demoscopico resta mosso e altre rilevazioni danno il “Campo largo” avanti) la maggioranza in senso stretto si ferma al 38,9, e solo l'ingresso di #Vannacci, che in più sondaggi ha già scavalcato “Forza Italia”, porta il blocco al 46,8.
L'alleato di domani è il concorrente di oggi, e il voto segreto alla Camera, dove i franchi tiratori hanno già affondato l'emendamento sulle preferenze, è una mina che nessun vertice di maggioranza disinnesca. Sul terreno economico, quanto alla legge di bilancio 2027, un esponente dello stesso esecutivo ammette che “...di sicuro dovrà essere una manovra elettorale”. Non serve altro. Il deficit 2025 è stimato al 3,1 per cento e, se la revisione Istat del 22 settembre lo confermerà, la procedura per disavanzo eccessivo resterà aperta.

La flessibilità europea che il governo invoca riguarda energia e difesa, non scuola e sanità. Sul tavolo ci sono incentivi selettivi: la proroga dell'imposta al 5 per cento sugli aumenti contrattuali, annunciata dalla stessa premier, e, stando alle indiscrezioni, l'Iva agevolata per gli affitti degli under 36 , ma soltanto se il locatore è un'impresa di costruzione, oltre al consueto balletto sull'età pensionabile, mentre la rivalutazione straordinaria delle pensioni minime scade a fine anno e le risorse per rinnovarla non sono nemmeno quantificate. Molta aritmetica del consenso, nessuna idea di paese.
Lo stesso #Giorgetti ha ammesso che la manovra dell'anno scorso non avrebbe inciso in modo consistente sulla crescita. Il “salario giusto” rimanda ai contratti nazionali e sotterra, con eleganza burocratica, il minimo legale; la sanità, stando alle indiscrezioni, avrebbe chiesto cinque miliardi e ne otterrebbe, se va bene, due o tre. La scuola è lo specchio più nitido. #Valditara rivendica «tutti i docenti in cattedra» e 37.430 immissioni in ruolo, cifra reale e non trascurabile. Ma la Flc Cgil conta circa duecentomila contratti a termine all'avvio dell'anno e trecentomila nel precedente, con le deroghe sul sostegno salite da 65mila a 145mila: un precariato che smette di essere emergenza e diventa architettura. Restano oltre novemila posti non assegnabili per carenza di aspiranti, retribuzioni che il sindacato colloca tra le più basse d'Europa e venti milioni per il raffrescamento delle aule, cinquantasette euro a classe secondo il conto della Cgil: il prezzo di un ventilatore.
Il futuro, dunque, si legge in filigrana. Si voterà in primavera, se Palazzo Chigi sceglierà l'anticipo, o nell'autunno del 2027, alla scadenza naturale; in entrambi i casi la premier dovrà presentarsi con una riforma-bandiera bocciata dalle urne, una legge elettorale che le opposizioni chiamano “Melonellum” e una manovra confezionata per il consenso, davanti a un elettorato che, nei sondaggi del 4 settembre, per il 59 per cento si dichiara critico o non convinto, pur con una fiducia stabile al 36. Il record resterà agli atti. Il resto dovrà rendere conto.
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