Transit

Meloni

(206)

(BOP1)

Il cosiddetto “Board of Peace” di #Trump per #Gaza nasce come organismo internazionale che affianca il cessate il fuoco tra #Israele e #Hamas, con l’obiettivo dichiarato di gestire la fase di ricostruzione e sicurezza nella Striscia.

Fin da subito, però, suscita forti perplessità sul piano politico, giuridico e istituzionale, e l’Italia si è mossa in modo ambiguo, oscillando tra il no formale e l’ipotesi di un rientro dalla finestra con un ruolo di osservatore. Trump ha annunciato il “Board of Peace” come nuova sede decisionale per la gestione del cessate il fuoco a Gaza, rivendicando che potrà fare “ciò che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare” e ponendosi esplicitamente in competizione con l’ #ONU.

Il Board riunisce una ventina di paesi, tra cui attori centrali come Israele, Egitto e Qatar, e si propone di seguire la ricostruzione postbellica e le questioni di sicurezza, con una possibile estensione del mandato ad altri conflitti. In vista della prima riunione, Trump ha sbandierato impegni per oltre 5 miliardi di dollari in aiuti e fondi per la ricostruzione di Gaza, oltre a migliaia di uomini per una forza internazionale di stabilizzazione autorizzata dall’ONU.

Di fatto, però, la sproporzione tra i costi stimati per ricostruire Gaza e le promesse, e l’assenza di un chiaro quadro di responsabilità democratiche, alimentano l’impressione di un’operazione più di immagine che di reale governance multilaterale.

(BOP2)

Diversi paesi europei, tra cui Francia e Germania, hanno assunto una posizione prudente o apertamente negativa, proprio perché il Board sembra costruito come alternativa politica al sistema di sicurezza collettiva dell’ONU.

Sul terreno, intanto, bombardamenti e vittime civili a Gaza continuano, rendendo ancora più stridente la retorica di un “board della pace” che nasce mentre manca una vera garanzia di protezione per i palestinesi.

È legittimo domandarsi se questo organismo non serva più a consolidare l’influenza geopolitica di #Washington e di Trump che a assicurare giustizia, ricostruzione e autodeterminazione ai gazawi. In questo contesto si inserisce anche il rinnovato asse Roma‑Berlino, che il governo italiano cerca di valorizzare come contrappeso alle diffidenze francesi e alle incertezze della stessa Unione Europea.

Berlino mantiene una linea molto prudente sul “Board of Peace”, teme di legittimare una struttura parallela all’ONU e preferisce incardinare ogni iniziativa sul quadro multilaterale esistente; #Roma, invece, tenta di stare a metà strada, rivendicando vicinanza agli Stati Uniti, ma ammiccando alla cautela tedesca.

Il risultato è un asse che sulla carta dovrebbe rafforzare il fronte europeo, ma che nei fatti rischia di produrre solo comunicati congiunti e poca chiarezza politica: si critica l’impianto del Board, ma non si ha il coraggio di dire apertamente che l’Europa dovrebbe rifiutare organismi costruiti su misura per la leadership di Trump.

Il governo italiano, richiamando l’articolo 11 della Costituzione, ha spiegato di non poter aderire al Board perché la sua architettura concentra un potere di vertice nelle mani di Trump, in assenza di condizioni di uguaglianza tra gli Stati membri.

È una motivazione giuridicamente corretta: l’Italia può cedere quote di sovranità solo a organismi effettivamente paritari, non a un consesso dove la lettura dello statuto è nelle mani del “presidente” di turno. Eppure, mentre #Tajani ribadisce il no formale, #Meloni apre alla possibilità di partecipare come osservatore, presentando questa scelta come modo per “non restare fuori dalla stanza” quando si decide il futuro di Gaza.

Il risultato è una linea ondivaga: da un lato si rivendica la fedeltà alla Costituzione, dall’altro si cerca un canale laterale per rientrare in un meccanismo che resta squilibrato e opaco, con il rischio di legittimarlo proprio mentre lo si critica.

In questo quadro, la prudenza italiana appare meno come un atto di autonomia politica e più come il tentativo di tenere insieme fedeltà a Washington, asse con Berlino, timori europei e vincoli costituzionali, senza mai dire chiaramente se il modello del “Board of Peace” sia compatibile con una vera architettura multilaterale. Prendere tempo sulla disgraziata #Gaza. Non di certo un modo degno di parlare di pace.

#Blog #BoardOfPeace #Medioriente #USA #Italia #GovernoMeloni #PoliticaEstera #Opinioni

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(203)

(DS1)

Dopo gli scontri di #Torino di sabato scorso, il governo #Meloni ha colto l’occasione per accelerare su un nuovo decreto sicurezza, trasformando un episodio di violenza circoscritto in pretesto per una stretta repressiva sul dissenso.

Non si tratta di una reazione improvvisata, ma dell’evoluzione di un’idea di “sicurezza” che parte da lontano nella strategia della destra al potere, radicata nei pacchetti sicurezza del passato e in una narrazione binaria tra “buoni cittadini” e “teppisti” da contenere a ogni costo.

Il contenuto del decreto (perquisizioni immediate sul posto, fermi preventivi fino a 12 ore senza vaglio giudiziario, cauzioni obbligatorie per gli organizzatori di cortei e uno “scudo penale” ampliato per le forze dell’ordine) mira a rendere costoso e rischioso l’esercizio del diritto di manifestare, spostando l’equilibrio verso un potere discrezionale della polizia quasi illimitato.

Questa logica trasforma l’ordine pubblico in stato d’eccezione permanente: un corteo violento a Torino diventa grimaldello per limitare proteste pacifiche, centri sociali e sindacati conflittuali, colpendo il cuore dell’uguaglianza democratica e rendendo la piazza un privilegio per chi ha risorse economiche.

(DS2)

Le origini di questa repressione affondano nelle precedenti norme del governo, come il primo decreto sicurezza con oltre sessanta misure su immigrazione, blocchi navali e tutele alle forze dell’ordine, che già riprendevano la retorica securitaria inaugurata anni fa da altre destre.

Culturalmente, è il trionfo di una visione che legge l’insicurezza sociale solo come minaccia da reprimere, ignorando le sue radici in disuguaglianze e mancata redistribuzione, per normalizzare un clima di sospetto verso chiunque dissenta.

Ma i profili costituzionali sono il vero nodo: l’uso del decreto-legge viola l’articolo 77, che richiede reale urgenza e non un pretesto politico per aggirare il Parlamento, come già contestato da costituzionalisti sui provvedimenti passati.

Le restrizioni su riunioni e manifestazioni (artt. 17 e 21 della #Costituzione) appaiono sproporzionate, con fermi e divieti basati su semplici denunce che erodono garanzie fondamentali, mentre lo scudo penale rischia di ledere l’uguaglianza davanti alla legge (art. 3) e i pesi e contrappesi dello Stato di diritto. Organismi internazionali hanno già ammonito l’Italia su queste derive, che comprimono il dissenso pacifico in modo inaccettabile.

In fondo, non è solo un pacchetto norme: è una scelta politica netta, che governa conflitti sociali con polizia e codice penale anziché con dialogo e politiche inclusive. Torino è solo la scintilla; il fuoco è un modello di democrazia sempre più autoritario, dove il garantismo cede il passo a un esecutivo onnipotente. Resta da vedere se il Parlamento e la Consulta porranno rimedio a questa deriva, ma non si può essere troppo ottimisti. Pure la speranza potrebbe essere scambiata per pericolosa provocazione.

#Blog #DecretoSicurezza #GovernoMeloni #Politica #Società #DirittiCivili

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(201)

(GM1)

Facciamo il punto sul lavoro del Governo Meloni. Tanto per essere chiari.

Il governo #Meloni aveva promesso la rivoluzione, si è presentato con lo slogan “Pronti a risollevare l’Italia” e per ora ha risollevato soprattutto le aspettative tradite. In campagna elettorale si parlava di “taglio delle tasse”, “riduzione della pressione fiscale”, flat tax estesa alle partite IVA fino a 100 mila euro e progressiva eliminazione dell’Irap, il tutto condito dal ritornello sulle famiglie schiacciate dal fisco. A distanza di anni, i numeri raccontano una storia lievemente diversa dalle conferenze stampa: la pressione fiscale è cresciuta, toccando il 42,5 per cento nel 2024, e le tanto sbandierate rivoluzioni fiscali sono rimaste un genere letterario.

La leggendaria flat tax “per tutti” non si è vista, se non in forma di annunci evaporati tra un vertice di maggioranza e una nota del #MEF. L’estensione promessa alle partite IVA fino a 100 mila euro è stata rinviata, limata, poi discretamente accantonata nelle ultime manovre, mentre ci si è dedicati a piccoli ritocchi spacciati per “svolta epocale”. Nel frattempo il grande riordino delle detrazioni ha prodotto un aumento di gettito a regime, con tagli che colpiscono anche famiglie e contribuenti medio‑alti: altro che liberazione fiscale, sembra più una stretta travestita da riforma coraggiosa.

Capitolo carburanti, ovvero l’epica saga delle accise. Dall’opposizione Meloni e soci ripetevano che le accise sui carburanti andavano progressivamente abolite, come se bastasse un cambio di governo perché il pieno costasse magicamente la metà. Una volta arrivati a Palazzo Chigi, improvvisamente si è scoperto che il bilancio dello Stato non si regge sugli slogan: il piano strutturale concordato con Bruxelles prevede un graduale aumento delle accise sul gasolio per allinearle alla benzina, mentre si procede a un robusto disboscamento delle detrazioni fiscali per circa 7 miliardi l’anno. Il risultato è che chi faceva il pieno sognando “meno tasse” oggi paga di più e ha pure meno margini di detrazione, ma può sempre consolarsi con un post su X in cui gli spiegano che la colpa è dell’Europa, del passato, del destino cinico e baro, mai delle scelte del governo.

(GM2)

Sul fronte sociale, il racconto era quello della difesa del ceto medio e della “dignità del lavoro”, con promesse di rilancio dello Stato sociale e di un grande investimento nella sanità pubblica. Peccato che, nella realtà, l’Italia nel 2024 destini alla sanità circa il 6,3 per cento del PIL, sotto la media OCSE ed europea, mentre i cittadini fanno la fila mesi per una visita o scivolano nel privato a pagamento. Il governo rivendica “record di risorse” stanziate, ma si dimentica di aggiungere che l’aumento nominale serve in gran parte solo a inseguire l’inflazione, lasciando il servizio sanitario in cronico affanno e sempre più lontano dalla retorica della “sanità per tutti”.

Se si allarga lo sguardo all’insieme del programma del centrodestra, il quadro diventa quasi didattico. Un’analisi su cento impegni chiave mostra che solo poco più di una ventina possono dirsi compiutamente realizzati, mentre il resto è in sospeso, annacquato o francamente tradito.

In teoria doveva essere la stagione della riscossa nazionale; in pratica è diventata la stagione del “non abbiamo potuto”, “ci hanno impedito”, “non è colpa nostra”, mentre le famiglie fanno i conti con tasse non più leggere, servizi non più efficienti e un futuro che assomiglia terribilmente al passato.

Le promesse mancate del governo Meloni non sono incidenti: sono il vero progetto politico, dove la propaganda viene mantenuta con rigore assoluto e la realtà può tranquillamente arrangiarsi.

#Blog #Politica #Economia #Italia #GovernoMeloni #Opinioni

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(200)

(R1)

Il #referendum del 22-23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere in magistratura è l’ultimo atto del progetto costituzionale del governo Meloni per dividere giudici e pm, blindando in #Costituzione un modello che promette “più giustizia”, ma rischia di indebolire l’indipendenza dei magistrati da Palazzo Chigi, proprio come sognavano Gelli con la P2 e Berlusconi con le sue crociate anti-pm.

Dietro lo slogan di maggiore imparzialità si nasconde una riforma che separa carriere, crea organi di autogoverno distinti al posto del #CSM unitario e inventa una Corte disciplinare costituzionale per punire i magistrati “scomodi”, lasciando agli elettori un quesito ampio che decide l’intero assetto della giustizia penale.​

Con il “sì” non cambia solo l’organizzazione interna: chi entra come pm resta pm per sempre, senza più passaggi ai giudici (e viceversa), mentre nomine, promozioni e sanzioni passano in mano a consigli separati, più esposti al controllo politico, in un sistema che avvicina l’accusa all’esecutivo e rende i giudici più isolati e controllabili.

(R2)

Per i cittadini comuni, le ricadute sono concrete: in casi quotidiani come furti in casa, incidenti stradali con assicurazioni ostili o raggiri da parte di professionisti, oggi pm e giudice condividono lo stesso piano professionale, codice etico e CSM per garantire indipendenza. Domani, con carriere separate, i pm potrebbero diventare un “braccio” più allineato al governo di turno, meno aggressivi su scandali che toccano potentati locali (corruzione negli appalti o abusi di politici), mentre i giudici, divisi e sotto una Corte disciplinare sovraordinata, potrebbero assolvere più spesso per timore di ritorsioni, allungando processi già lenti e producendo sentenze più deboli e meno imparziali per chi cerca giustizia vera.​

#Meloni cavalca l’onda del populismo giudiziario, come fece Berlusconi urlando ai “giudici comunisti”, dipingendo i magistrati come un monolite da domare e l’ANM ha buon gioco a chiamare questa riforma “punitiva” verso chi indaga su mala politica.

Non è una “riforma tecnica” per processi più veloci: è un attacco all’autogoverno della magistratura, che con il sì diventa un organo frammentato e più vulnerabile, pronto a piegarsi al vento politico del momento.​

Votare “sì” blinda tutto questo in Costituzione, rendendo eterna la visione Meloni di una giustizia “amichevole”; votare “no” rinvia il tema a un dibattito vero, senza scorciatoie populiste. In palio c’è se la giustizia resta un potere autonomo per difendere i cittadini da furbi e potenti, o se diventa uno strumento addomesticato per chi sta al governo.​

#Blog #Referendum2026 #Giustizia #Italia #GovernoMeloni #Opinioni

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(194)

(R1)

Il prossimo 22 e 23 marzo, saremo chiamati a votare sul referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Attenzione: non si vota “sulla giustizia”, come vorrebbe far credere la propaganda governativa, ma su una riscrittura di equilibri fondamentali nel sistema democratico italiano.

E, come spesso accade, chi spinge per un “sì” vuole farlo nel silenzio generale. Il governo #Meloni ha fissato la data in modo da soffocare ogni discussione pubblica: poche settimane per comprendere, ancora meno per mobilitarsi, e praticamente zero tempo per un vero dibattito politico e culturale.

Non è casualità, ma strategia. La stessa logica autoritaria e paternalista che da tempo accompagna la retorica della “riforma necessaria”: si decide in alto, poi si chiede al popolo di ratificare in fretta, e possibilmente distratto.

(R2)

Dietro la parola d’ordine “modernizzare la giustizia” si nasconde un intento tutt’altro che neutro.  Separare le carriere significa indebolire il pubblico ministero, togliergli indipendenza, e spingerlo verso una subordinazione più diretta al potere politico.

Una magistratura spaccata in due diventa più controllabile, più docile, più allineata ai desideri del governo di turno. È un vecchio sogno che torna ciclicamente: quello di poter “telefonare” ai giudici senza trovare dall’altra parte un muro di autonomia.

Niente campagne istituzionali di approfondimento, niente confronto pluralista. Solo qualche dichiarazione autoreferenziale dei leader di governo e una valanga di slogan.

Il risultato? Gli italiani rischiano di presentarsi alle urne senza capire davvero cosa stiano votando. Ed è proprio così che si mina una democrazia: non cancellandola in un colpo solo, ma svuotandola di pensiero critico e partecipazione consapevole. Non lasciamoci confondere dal lessico tecnico o dalla propaganda “modernizzatrice”.

Questo referendum non migliora la giustizia, ma la imbriglia, la amputa, la rende più vulnerabile al potere. Chi crede ancora in una Repubblica delle garanzie e non delle sudditanze, deve dirlo con forza e chiarezza. Il 22 e 23 marzo votiamo NO, per difendere il diritto di tutti a una giustizia davvero libera, non di governo.

#Blog #ReferendumSeparazioneCarriere #Italia #Giustizia #Opinioni

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Dieci righe 86

(Par Condicio)

#ParCondicio un paio di maroni (sic.) Questa espressione ci martella l'anima da decenni e da anni non ha quasi più senso, soprattutto per quello che riguarda la #RAI. Come abbiamo scritto, storicamente viale Mazzini è serva: possono dire ciò che credono, sulla questione, ma così è, almeno per chi ha un minimo di memoria storica. Definire “scivolone” la porcata di #RaiNews24 sul comizio della #Meloni a Catania (qui) è la solita trita manfrina italica. Indagare è la solita manfrina italica inutile. Ogni #Governo ha sempre tentato di fare della TV un fortino che spara bordate a favore della propria politica. Se c'è un barlume di novità, stavolta, è che davvero non hanno perso tempo. Tronfi e pienamente consapevoli di avere l'appoggio nostalgico e fascistoide di una bella parte di “Itagliani”, si sono messi subito di buzzo buono. E' il paese che lavora. Per il bene del proprio culo. (A&D)

#Blog #DieciRighe #Opinioni #Informazione

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Dieci righe 37

Lungi da me fare paragoni, impropri il più delle volte (capita anche a voi, su). Quindi, tralascio di parlare della #Francia e stiamo a una parte di quello che a detto #Meloni alla #CGIL (qui). Il dialogo è sempre una cosa cui aspirare: meglio, a cui si dovrebbe tendere. Però è anche vero che a raccontare le favole si fa del bene ai sognatori, non nel concreto. A meno che non nascondano un profondo significato morale. Moralmente, come per la #Schlein, nelle parole del #Governo tramite la Signora ogni cosa apparirà bella sotto questo cielo. Ma, allora, com'è che non mi fido? Com'è che la mia (povera) testa non riesce ad associare tutto questo con un futuro benessere di questa Nazione e dei suoi abitanti? Solo ipocrisia dettata dall'appartenenza o sano e dovuto realismo? A noi (sic) la futura sentenza. (D.)

#Italia #Sindacato #Opinioni #Opinions

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Dieci righe 36

Se fosse solo perchè il #PD sta sull'anima a #Calenda, sarei dei loro. Al convegno della #CGIL (domani la #Meloni, il giorno giusto...) la #Schlein (qui) sembra dire tutte cose giuste. Se qualcuno, però, parla di #Sinistra senza il “centro”, non è così. Non si può prescindere dal passato, almeno non sempre. Quello che era ed è il “PD” fa parte di quella politica fluida che ingloba in sè elementi sempre diversi, a seconda della posizione che comoda. Una speciale adattabilità che viene premiata dall'entusiasmo immediato di molti. Nulla di male, ma si ricordi che il fuoco deve ardere molto a lungo, per distruggere ciò che non va. In #Italia, poi, dovrebbe divenire inestinguibile. Gli idranti sono ancora troppi e la memoria troppo corta. (D.)

#Blog #DieciRighe #Opinioni #Opinions #Politica

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Dieci righe 10

La notiziona sarebbe il #Governo che fa un versamento per risarcire un danno ipotetico. La #Meloni fa i conti “della serva” (qui): non è prima e non sarà l'ultima che semplifica fino a queste ridicolaggini gli errori di un #Governo. Magari, per ora, non il suo, ma sempre un esecutivo ha varato questo (benedetto) #BonusEdilizia. Prima tutto e adesso quasi niente. Magari domani cambiano ancora rotta. Non essendo un esperto della cosa posso anche io fare solo una considerazione piuttosto banale. Non c'è cosa, e dico una che sia una, che riusciamo a fare per bene. E non so nemmeno se ci siano 9 miliardi di truffe. Visti i precedenti, in qualsiasi, campo non si può essere ottimisti. Nemmeno un pochino. (D.)

#Blog #Italia #Edilizia #GovernoMeloni #Opinioni #Opinions

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Dieci righe 9

Fare proclami è cosa che la politica ha nel suo porsi come argine ai problemi delle persone. E sono persone anche i #migranti, gli stessi che da una certa parte dell'attuale Governo sono sempre stati additati come causa di quasi tutti i mali di questo paese legati alla delinquenza. Il populismo becero (anche questo è un “patrimonio” che lega tutta la politica, compresa una morbida e accomodante Sinistra solo di nome) non tiene conto delle ultime, scellerate scelte della #Meloni e Co. che costringe persone già distrutte dall'ingiustizia e dall'inumanità a fare centinaia di km, sempre in mare, per sbarcare (qui) Si deve dire che una #Democrazia è tale perchè guarda alle persone, non agli slogan. Perciò mi permetto di affermare che noi, adesso, siamo fuori dalla Democrazia. E siano i fatti a darmi torto, non #Twitter. (D.)

#Blog #Italia #Politica #Migrazioni #Opinioni #Opinions #DirittiCivili #DirittiUmani #ONG

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