1RE – Capitolo 12

SCISMA POLITICO E RELIGIOSO (12,1-13,34)

L’assemblea di Sichem 1Roboamo andò a Sichem, perché tutto Israele era convenuto a Sichem per proclamarlo re. 2Quando lo seppe, Geroboamo, figlio di Nebat, che era ancora in Egitto, dove era fuggito per paura del re Salomone, tornò dall'Egitto. 3Lo mandarono a chiamare e Geroboamo venne con tutta l'assemblea d'Israele e parlarono a Roboamo dicendo: 4“Tuo padre ha reso duro il nostro giogo; ora tu alleggerisci la dura servitù di tuo padre e il giogo pesante che egli ci ha imposto, e noi ti serviremo”. 5Rispose loro: “Andate, e tornate da me fra tre giorni”. Il popolo se ne andò. 6Il re Roboamo si consigliò con gli anziani che erano stati al servizio di Salomone, suo padre, durante la sua vita, domandando: “Che cosa mi consigliate di rispondere a questo popolo?”. 7Gli dissero: “Se oggi ti farai servo sottomettendoti a questo popolo, se li ascolterai e se dirai loro parole buone, essi ti saranno servi per sempre”. 8Ma egli trascurò il consiglio che gli anziani gli avevano dato e si consultò con i giovani che erano cresciuti con lui ed erano al suo servizio. 9Domandò loro: “Voi che cosa mi consigliate di rispondere a questo popolo, che mi ha chiesto di alleggerire il giogo imposto loro da mio padre?”. 10I giovani che erano cresciuti con lui gli dissero: “Per rispondere al popolo che si è rivolto a te dicendo: “Tuo padre ha reso pesante il nostro giogo, tu alleggeriscilo!”, di' loro così: “Il mio mignolo è più grosso dei fianchi di mio padre. 11Ora, mio padre vi caricò di un giogo pesante, io renderò ancora più grave il vostro giogo; mio padre vi castigò con fruste, io vi castigherò con flagelli”“. 12Geroboamo e tutto il popolo si presentarono a Roboamo il terzo giorno, come il re aveva ordinato dicendo: “Tornate da me il terzo giorno”. 13Il re rispose duramente al popolo, respingendo il consiglio che gli anziani gli avevano dato; 14egli disse loro, secondo il consiglio dei giovani: “Mio padre ha reso pesante il vostro giogo, io renderò ancora più grave il vostro giogo; mio padre vi castigò con fruste, io vi castigherò con flagelli”. 15Il re non ascoltò il popolo, poiché era disposizione del Signore che si attuasse la parola che il Signore aveva rivolta a Geroboamo, figlio di Nebat, per mezzo di Achia di Silo. 16Tutto Israele, visto che il re non li ascoltava, diede al re questa risposta: “Che parte abbiamo con Davide? Noi non abbiamo eredità con il figlio di Iesse! Alle tue tende, Israele! Ora pensa alla tua casa, Davide!“. Israele se ne andò alle sue tende. 17Sugli Israeliti che abitavano nelle città di Giuda regnò Roboamo. 18Il re Roboamo mandò Adoràm, che era sovrintendente al lavoro coatto, ma tutti gli Israeliti lo lapidarono ed egli morì. Allora il re Roboamo salì in fretta sul carro per fuggire a Gerusalemme. 19Israele si ribellò alla casa di Davide fino ad oggi.

Scisma politico e religioso 20Quando tutto Israele seppe che era tornato Geroboamo, lo mandò a chiamare perché partecipasse all'assemblea; lo proclamarono re di tutto Israele. Nessuno seguì la casa di Davide, se non la tribù di Giuda. 21Roboamo, giunto a Gerusalemme, convocò tutta la casa di Giuda e la tribù di Beniamino, centoottantamila guerrieri scelti, per combattere contro la casa d'Israele e per restituire il regno a Roboamo, figlio di Salomone. 22La parola di Dio fu rivolta a Semaià, uomo di Dio: 23“Riferisci a Roboamo, figlio di Salomone, re di Giuda, a tutta la casa di Giuda e di Beniamino e al resto del popolo: 24Così dice il Signore: “Non salite a combattere contro i vostri fratelli israeliti; ognuno torni a casa, perché questo fatto è dipeso da me”“. Ascoltarono la parola del Signore e tornarono indietro, come il Signore aveva ordinato. 25Geroboamo fortificò Sichem sulle montagne di Èfraim e vi pose la sua residenza. Uscito di lì, fortificò Penuèl. 26Geroboamo pensò: “In questa situazione il regno potrà tornare alla casa di Davide. 27Se questo popolo continuerà a salire a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio del Signore, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il suo signore, verso Roboamo, re di Giuda; mi uccideranno e ritorneranno da Roboamo, re di Giuda”. 28Consigliatosi, il re preparò due vitelli d'oro e disse al popolo: “Siete già saliti troppe volte a Gerusalemme! Ecco, Israele, i tuoi dèi che ti hanno fatto salire dalla terra d'Egitto”. 29Ne collocò uno a Betel e l'altro lo mise a Dan. 30Questo fatto portò al peccato; il popolo, infatti, andava sino a Dan per prostrarsi davanti a uno di quelli. 31Egli edificò templi sulle alture e costituì sacerdoti, presi da tutto il popolo, i quali non erano discendenti di Levi. 32Geroboamo istituì una festa nell'ottavo mese, il quindici del mese, simile alla festa che si celebrava in Giuda. Egli stesso salì all'altare; così fece a Betel per sacrificare ai vitelli che aveva eretto, e a Betel stabilì sacerdoti dei templi da lui eretti sulle alture. 33Il giorno quindici del mese ottavo, il mese che aveva scelto di sua iniziativa, salì all'altare che aveva eretto a Betel; istituì una festa per gli Israeliti e salì all'altare per offrire incenso.

__________________________ Note

12,1 Sichem: era il luogo della grande riunione religiosa delle dodici tribù (Gs 24) e continua ad avere la sua importanza religiosa e politica.

12,16 Alle tue tende, Israele!: è un grido di rivolta contro Roboamo, non un grido di guerra.

12,28 due vitelli d’oro: probabilmente, nel pensiero di Geroboamo, non erano idoli, ma sgabello del trono del Signore, come i cherubini posti sull’arca. Per questo significato originario, né Elia, né Eliseo, né Amos li condannano; tuttavia il vitello era simbolo del dio cananeo Baal e l’innovazione di Geroboamo rischiava di condurre il popolo alla idolatria, come avvenne. Il Deuteronomista considera i due vitelli, fin dall’inizio, oggetti idolatrici (v. 30), come idolatrici sono i templi sulle alture che Geroboamo edifica (v. 31) e illegittimi i sacerdoti di quei templi.

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Approfondimenti

Il presente capitolo ha il suo parallelo in 2Cr 10. Percorrendo la storia della monarchia si giunge a questo punto a un bivio. La casa regnante in Giuda deve scegliere tra una politica pericolosamente conservatrice dei propri interessi e un atteggiamento coraggiosamente rispettoso dei diritti popolari. Da questa decisione dipende la salvaguardia della già precaria unità. Roboamo cresciuto nel lusso salomonico non fu in grado di avvertire il forte disagio che già minacciava l'unità nazionale e scelse una politica di mantenimento dei vantaggi davidici che vide però sfumare insieme alla coesione della tribù. Nel presente capitolo la stentata convivenza di tutte le tribù inciampa e si frantuma nello scandalo dell'intransigenza fiscale, occasione per far tornare a galla gli antichi dissapori. Brevemente si possono presentare in tre punti le difficoltà mai risolte nei rapporti Nord-Sud.

L'arroganza di Roboamo diviene così l'occasione per liquidare l'unione strettamente calzata dalla maggior parte delle tribù che coltivavano nostalgia per l'antica autonomia. La vicenda viene presentata attraverso la rilettura deuteronomista che considera lo scisma politicamente un errore, religiosamente un peccato.

1-5. L'adunanza a Sichem dimostra che l'antica città cananea, luogo di peregrinazioni patriarcali (Gn 12,6; 33,18) e delle grandi e decisive adunanze della lega tribale (Gs 24), ha mantenuto il suo ascendente per cui può proporsi come rinnovata occasione di unità. Gerusalemme, capitale lussuosa, ma ancora senza tradizione, e soprattutto di parte, non può essere il luogo dell'acclamazione popolare del nuovo re. Dal punto di vista tradizionale e simbolico è ancora superata da Sichem, anche geograficamente vero cuore della Palestina. Il ruolo di Geroboamo nelle trattative con Roboamo non è chiaro. I LXX, forse con maggior realismo, lo preferiscono ritirato nella sua città natale anziché presente a Sichem dopo il ritorno dall'Egitto. Una simile versione dei fatti è anche più coerente al contenuto del v. 20. Il punto principale nell'ordine del giorno dell'assemblea era il problema fiscale. Le pretese della corte che dovevano essere soddisfatte tramite i prefetti erano ormai insopportabili. L'insofferenza per quel sistema traspare dall'insistenza nell'uso del termine ‘ol, «giogo», ripetuto per ben 8 volte nei versetti da 4 a 14 (4.9.10.11.14) e accompagnato da verbi e aggettivi che ne accentuano la fastidiosità. L'alleggerimento concesso dal re sarà compensato con la lealtà dei sudditi. Roboamo preferisce non essere precipitoso e consultare i consiglieri, e per questo prende tempo.

6-11. Le consultazioni di Roboamo oscillano tra gli anziani simbolo di saggezza, ma specialmente dell'esperienza acquisita a fianco di Salomone, e i giovani. Questi vengono chiamati dal TM yᵉlādîm, cioè «adolescenti» ancora in fase di educazione. Essi sono associati a Roboamo e come lui sono privi di esperienza politica. La linea proposta dagli anziani è quella di far scorrere il governo sull'equilibrio e sulla benevolenza. All'opposto i giovani propongono come base del potere la forza e l'imposizione. La costruzione metrica di 10b e del v. 11 fa supporre che siano stati inseriti nel racconto proverbi di uso popolare.

12-15. L'arroganza e l'ostinazione di Roboamo sono la risposta che il popolo incontra nel secondo appuntamento con il re. Egli ha optato per il consiglio dei giovani e ripete alla gente la sgarbata filastrocca insegnatagli dai compagni. La sordità del re trova qui una lettura teologica. Nella durezza del re si manifesta la severità del giudizio di Dio sulla discendenza di Salomone pronunciata dal profeta Achia.

16-19. La consumazione di un evento fondamentale nella storia d'Israele viene liquidata con questi pochi versetti che costituiscono il cuore di questo capitolo in cui il gusto per la narrazione prevale sull'interesse per i fatti e le cause. La risposta del popolo, anche se non eguaglia la maleducazione di Geroboamo, è secca e sprezzante. Dichiarare di non avere eredità con Davide significa rinnegare i legami di fraternità e di parentela. «Il figlio di Iesse» era l'appellativo spregevole con cui Saul chiamava Davide nei momenti di irritazione (cfr. 2Sam 20,30). L'assemblea viene sciolta con l'invito realizzato di tornare alle proprie tende. Queste ricordano l'epoca nomadica in cui non esisteva un governo centrale e l'indipendenza delle tribù era pienamente vigente. Sembra che la storia faccia un passo indietro. È significativo tuttavia che i secessionisti e i sudditi di Roboamo siano ancora accomunati dal nome Israele in uso assoluto per il Nord al termine del v. 16, nella catena costrutta “figli d'Israele” per il Sud all'inizio del v. 17. Anche nel tentativo di far rientrare la ribellione, Roboamo dimostra un'assoluta mancanza di tatto. Coerente al suo principio di governare con la forza, incarica Adoram, forma abbreviata di Adoniram, già incontrato in 4,6; 5,28, responsabile dei lavori forzati, di ristabilire l'ordine. L'esito della missione è tragico. Adoram è lapidato e il re deve darsi precipitosamente alla fuga e porsi in salvo nella sua capitale.

20. L'assemblea convocata per Roboamo sceglie ora un nuovo sovrano. Il candidato migliore viene colto in Geroboamo, tenace difensore dei diritti del Nord fino a rischiare la vita e pagare con l'esilio (11,40). Questa fu l'impresa che testimoniò la sua idoneità al trono.

21-24. La contemporaneità agli eventi narrati e la successiva riflessione si intersecano in questo racconto dell'organizzazione di una spedizione militare contro Israele. Può darsi che effettivamente Roboamo volesse a tutti i costi riavere il regno nella sua totalità, volontà che lo ha portato fino all'orlo di una guerra civile. D'altro canto un interrogativo profondo sul tipo di rapporti da tenere con il Nord deve senz'altro essere affiorato. Per l'autore deuteronomista, che scrive a lunga distanza cronologica, il dato di fatto della separazione si deve leggere come accettato da Dio e pertanto dev'essere accettato anche dagli uomini. Ma, come Dio riconosce la fratellanza di tutti i membri del suo popolo, altrettanto gli israeliti si devono riconoscere fratelli al di là delle barriere costruite dalla storia.

25. Anche Geroboamo mise in atto un'attività edilizia che fornisce al regno una capitale più adatta e maggior sicurezza. Così vengono fortificate Sichem, residenza del re, e Penuel. Questa si trovava nella Transgiordania ed è conosciuta per i ricordi di Giacobbe (Gn 32) e Gedeone (Gdc 20-21). Era particolarmente adatta a mantenere il vassallaggio di Moab e a premunirsi contro i sempre più forti Aramei.

26-30. La religione ha un potere unificante decisamente forte nella vita di un popolo. L'avveduto Geroboamo se ne rende ben conto e ritiene necessario sganciare i suoi sudditi dal tempio di Gerusalemme per assicurarsi il regno e la vita. Ma si deve proporre un'alternativa. Questa viene cercata in una duplice sede, la tradizione iconografica cananaica, e gli antichi luoghi di culto. Il vitello d'oro si ricollegava al culto di Baal-Adad del quale esprimeva la forza e la fecondità. Anche per JHWH questa immagine poteva diventare simbolo della sua potenza o semplicemente poteva fungere da supporto all'invisibile divinità, quasi in analogia alla lastra d'oro retta dai cherubini sull'arca. Il peccato stava nella violazione di Es 20,4; Dt 4,15; 5,8-9, divieti di rappresentare la divinità con immagini di creature. La formula con cui Geroboamo presenta i simulacri è un calco di quanto si legge in Es 32,4. Attraverso di essa il re fa intendere di non voler introdurre altre divinità, ma di restare fedele al Signore che libera dalla schiavitù. La rappresentazione di JHWH in questa forma popolare poteva controbilanciare bene il culto senza immagini del tempio di Gerusalemme. I luoghi scelti sono strategici. Dan favorirà le popolazioni più settentrionali. Betel con la sua fortissima tradizione cultuale (Gn 12,8; 13,3; 28,11-12; 31,13; Gdc 20,18-20; 21,3; 1Sam 10,3) costituiva un argine resistente lungo la frontiera meridionale per impedire di proseguire fino a Gerusalemme.

31-33. Per diffondere capillarmente l'autonomia religiosa si riprendono le alture (cfr. 3,4) come luoghi di culto e i sacerdoti vengono presi dal popolo non tanto per dispetto alle antiche disposizioni, ma perché attraverso i legami familiari l'autonomia religiosa potesse penetrare in profondità. Il re che si è arrogato poteri sacerdotali ha pure istituito una grande festa da celebrarsi in autunno, un mese dopo quella delle Capanne, dopo la fine della vendemmia. Attraverso santuari, sacerdoti e feste, l'impalcatura dell'indipendenza religiosa è completata, ma incombe su di essa il giudizio profetico.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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