1RE – Capitolo 8

Trasferimento dell’arca dell’alleanza 1Salomone allora convocò presso di sé in assemblea a Gerusalemme gli anziani d'Israele, tutti i capitribù, i prìncipi dei casati degli Israeliti, per fare salire l'arca dell'alleanza del Signore dalla Città di Davide, cioè da Sion. 2Si radunarono presso il re Salomone tutti gli Israeliti nel mese di Etanìm, cioè il settimo mese, durante la festa. 3Quando furono giunti tutti gli anziani d'Israele, i sacerdoti sollevarono l'arca 4e fecero salire l'arca del Signore, con la tenda del convegno e con tutti gli oggetti sacri che erano nella tenda; li facevano salire i sacerdoti e i leviti. 5Il re Salomone e tutta la comunità d'Israele, convenuta presso di lui, immolavano davanti all'arca pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità. 6I sacerdoti introdussero l'arca dell'alleanza del Signore al suo posto nel sacrario del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini. 7Difatti i cherubini stendevano le ali sul luogo dell'arca; i cherubini, cioè, proteggevano l'arca e le sue stanghe dall'alto. 8Le stanghe sporgevano e le punte delle stanghe si vedevano dal Santo di fronte al sacrario, ma non si vedevano di fuori. Vi sono ancora oggi. 9Nell'arca non c'era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull'Oreb, dove il Signore aveva concluso l'alleanza con gli Israeliti quando uscirono dalla terra d'Egitto. 10Appena i sacerdoti furono usciti dal santuario, la nube riempì il tempio del Signore, 11e i sacerdoti non poterono rimanervi per compiere il servizio a causa della nube, perché la gloria del Signore riempiva il tempio del Signore. 12Allora Salomone disse: “Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura. 13Ho voluto costruirti una casa eccelsa, un luogo per la tua dimora in eterno”.

Discorso di Salomone al popolo 14Il re si voltò e benedisse tutta l'assemblea d'Israele, mentre tutta l'assemblea d'Israele stava in piedi, 15e disse: “Benedetto il Signore, Dio d'Israele, che ha adempiuto con le sue mani quanto con la bocca ha detto a Davide, mio padre: 16“Da quando ho fatto uscire Israele, mio popolo, dall'Egitto, io non ho scelto una città fra tutte le tribù d'Israele per costruire una casa, perché vi dimorasse il mio nome, ma ho scelto Davide perché governi il mio popolo Israele”. 17Davide, mio padre, aveva deciso di costruire una casa al nome del Signore, Dio d'Israele, 18ma il Signore disse a Davide, mio padre: “Poiché hai deciso di costruire una casa al mio nome, hai fatto bene a deciderlo; 19solo che non costruirai tu la casa, ma tuo figlio, che uscirà dai tuoi fianchi, lui costruirà una casa al mio nome”. 20Il Signore ha attuato la parola che aveva pronunciato: sono succeduto infatti a Davide, mio padre, e siedo sul trono d'Israele, come aveva preannunciato il Signore, e ho costruito la casa al nome del Signore, Dio d'Israele. 21Vi ho fissato un posto per l'arca, dove c'è l'alleanza che il Signore aveva concluso con i nostri padri quando li fece uscire dalla terra d'Egitto”.

Preghiera di Salomone per la famiglia 22Poi Salomone si pose davanti all'altare del Signore, di fronte a tutta l'assemblea d'Israele e, stese le mani verso il cielo, 23disse: “Signore, Dio d'Israele, non c'è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l'alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore. 24Tu hai mantenuto nei riguardi del tuo servo Davide, mio padre, quanto gli avevi promesso; quanto avevi detto con la bocca l'hai adempiuto con la tua mano, come appare oggi. 25Ora, Signore, Dio d'Israele, mantieni nei riguardi del tuo servo Davide, mio padre, quanto gli hai promesso dicendo: “Non ti mancherà mai un discendente che stia davanti a me e sieda sul trono d'Israele, purché i tuoi figli veglino sulla loro condotta, camminando davanti a me come hai camminato tu davanti a me”. 26Ora, Signore, Dio d'Israele, si adempia la tua parola, che hai rivolto al tuo servo Davide, mio padre! 27Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! 28Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! 29Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo.

Preghiera per il popolo 30Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona! 31Se uno pecca contro il suo prossimo e, perché gli è imposto un giuramento imprecatorio, viene a giurare davanti al tuo altare in questo tempio, 32tu ascoltalo nel cielo, intervieni e fa' giustizia con i tuoi servi; condanna il malvagio, facendogli ricadere sul capo la sua condotta, e dichiara giusto l'innocente, rendendogli quanto merita la sua giustizia. 33Quando il tuo popolo Israele sarà sconfitto di fronte al nemico perché ha peccato contro di te, ma si converte a te, loda il tuo nome, ti prega e ti supplica in questo tempio, 34tu ascolta nel cielo, perdona il peccato del tuo popolo Israele e fallo tornare sul suolo che hai dato ai loro padri. 35Quando si chiuderà il cielo e non ci sarà pioggia perché hanno peccato contro di te, ma ti pregano in questo luogo, lodano il tuo nome e si convertono dal loro peccato perché tu li hai umiliati, 36tu ascolta nel cielo, perdona il peccato dei tuoi servi e del tuo popolo Israele, ai quali indicherai la strada buona su cui camminare, e concedi la pioggia alla terra che hai dato in eredità al tuo popolo. 37Quando sulla terra ci sarà fame o peste, carbonchio o ruggine, invasione di locuste o di bruchi, quando il suo nemico lo assedierà nel territorio delle sue città o quando vi sarà piaga o infermità d'ogni genere, 38ogni preghiera e ogni supplica di un solo individuo o di tutto il tuo popolo Israele, di chiunque abbia patito una piaga nel cuore e stenda le mani verso questo tempio, 39tu ascoltala nel cielo, luogo della tua dimora, perdona, agisci e da' a ciascuno secondo la sua condotta, tu che conosci il suo cuore, poiché solo tu conosci il cuore di tutti gli uomini, 40perché ti temano tutti i giorni della loro vita sul suolo che hai dato ai nostri padri. 41Anche lo straniero, che non è del tuo popolo Israele, se viene da una terra lontana a causa del tuo nome, 42perché si sentirà parlare del tuo grande nome, della tua mano potente e del tuo braccio teso, se egli viene a pregare in questo tempio, 43tu ascolta nel cielo, luogo della tua dimora, e fa' tutto quello per cui ti avrà invocato lo straniero, perché tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome, ti temano come il tuo popolo Israele e sappiano che il tuo nome è stato invocato su questo tempio che io ho costruito. 44Quando il tuo popolo uscirà in guerra contro i suoi nemici, seguendo la via sulla quale l'avrai mandato, e pregheranno il Signore rivolti verso la città che tu hai scelto e verso il tempio che io ho costruito al tuo nome, 45ascolta nel cielo la loro preghiera e la loro supplica e rendi loro giustizia. 46Quando peccheranno contro di te, poiché non c'è nessuno che non pecchi, e tu, adirato contro di loro, li consegnerai a un nemico e i loro conquistatori li deporteranno in una terra ostile, lontana o vicina, 47se nella terra in cui saranno deportati, rientrando in se stessi, torneranno a te supplicandoti nella terra della loro prigionia, dicendo: “Abbiamo peccato, siamo colpevoli, siamo stati malvagi”, 48se torneranno a te con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima nella terra dei nemici che li avranno deportati, e ti supplicheranno rivolti verso la loro terra che tu hai dato ai loro padri, verso la città che tu hai scelto e verso il tempio che io ho costruito al tuo nome, 49tu ascolta nel cielo, luogo della tua dimora, la loro preghiera e la loro supplica e rendi loro giustizia. 50Perdona al tuo popolo, che ha peccato contro di te, tutte le loro ribellioni con cui si sono ribellati contro di te, e rendili oggetto di compassione davanti ai loro deportatori, affinché abbiano di loro misericordia, 51perché si tratta del tuo popolo e della tua eredità, di coloro che hai fatto uscire dall'Egitto, da una fornace per fondere il ferro. 52Siano aperti i tuoi occhi alla preghiera del tuo servo e del tuo popolo Israele e ascoltali in tutto quello che ti chiedono, 53perché te li sei separati da tutti i popoli della terra come tua proprietà, secondo quanto avevi dichiarato per mezzo di Mosè tuo servo, mentre facevi uscire i nostri padri dall'Egitto, o Signore Dio”.

Salomone benedice il popolo 54Quando Salomone ebbe finito di rivolgere al Signore questa preghiera e questa supplica, si alzò davanti all'altare del Signore, dove era inginocchiato con le palme tese verso il cielo, 55si mise in piedi e benedisse tutta l'assemblea d'Israele, a voce alta: 56“Benedetto il Signore, che ha concesso tranquillità a Israele suo popolo, secondo la sua parola. Non è venuta meno neppure una delle parole buone che aveva pronunciato per mezzo di Mosè, suo servo. 57Il Signore, nostro Dio, sia con noi come è stato con i nostri padri; non ci abbandoni e non ci respinga, 58ma volga piuttosto i nostri cuori verso di lui, perché seguiamo tutte le sue vie e osserviamo i comandi, le leggi e le norme che ha ordinato ai nostri padri. 59Queste mie parole, usate da me per supplicare il Signore, siano presenti davanti al Signore, nostro Dio, giorno e notte, perché renda giustizia al suo servo e a Israele, suo popolo, secondo le necessità di ogni giorno, 60affinché sappiano tutti i popoli della terra che il Signore è Dio e che non ce n'è altri. 61Il vostro cuore sarà tutto dedito al Signore, nostro Dio, perché cammini secondo le sue leggi e osservi i suoi comandi, come avviene oggi”.

I sacrifici della festa di dedicazione 62Il re e tutto Israele con lui offrirono un sacrificio davanti al Signore. 63Salomone immolò al Signore, in sacrificio di comunione, ventiduemila giovenchi e centoventimila pecore; così il re e tutti gli Israeliti dedicarono il tempio del Signore. 64In quel giorno il re consacrò il centro del cortile che era di fronte al tempio del Signore; infatti lì offrì l'olocausto, l'offerta e il grasso dei sacrifici di comunione, perché l'altare di bronzo, che era davanti al Signore, era troppo piccolo per contenere l'olocausto, l'offerta e il grasso dei sacrifici di comunione. 65In quel tempo Salomone celebrò la festa davanti al Signore, nostro Dio, per sette giorni: tutto Israele, dall'ingresso di Camat al torrente d'Egitto, un'assemblea molto grande, era con lui. 66Nell'ottavo giorno congedò il popolo. I convenuti, benedetto il re, andarono alle loro tende, contenti e con la gioia nel cuore per tutto il bene concesso dal Signore a Davide, suo servo, e a Israele, suo popolo.

__________________________ Note

8,2 Il mese di Etanìm corrisponde a settembre-ottobre.

8,10-11 La nube indica la presenza di Dio, che aveva accompagnato il popolo nel deserto (Es 13,21-22; 40,38) e che ora viene ad abitare nel tempio.

8,16 vi dimorasse il mio nome: il nome rappresenta la persona. Dio ha scelto un luogo dove è particolarmente presente, ma egli non può essere limitato da nessun luogo: la sua dimora è nel cielo (vv. 27-30).

8,41 Anche lo straniero: anche i non Ebrei possono partecipare al culto nel tempio di Gerusalemme. Questo universalismo si manifesta in particolare dopo l’esilio, sia nel Terzo-Isaia (Is 56,6-7), sia nei libri di Giona e di Rut.

8,44 L’uso di pregare rivolti verso Gerusalemme e il tempio (vedi anche v. 48) è attestato nel dopo-esilio (ad es. in Dn 6,11).

8,65 La festa della dedicazione del tempio corrisponde alla festa d’autunno, cioè la festa delle Capanne, che durava sette giorni (Dt 16,13-15).

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Approfondimenti

1-13. Il racconto del trasporto dell'arca ha il suo parallelo in 2Cr 5,2-6,2.

1. L'avverbio ’āz, «A questo punto», con cui si apre il capitolo è un'indicazione di tempo assai vaga. In effetti non ci si spiega come mai l'autore che ha riportato con precisione la data d'inizio e di conclusione (6,38) dei lavori sia reticente sulla data della dedicazione vagamente presentata al v. 2 e che doveva comunque costituire un avvenimento di eccezionale importanza nella mentalità della tradizione deuteronomista così attenta al tempio. Nonostante l'istituzione dei prefetti, rimanevano in vigore le tradizionali strutture amministrative: gli anziani che costituivano un senato popolare e che si organizzavano anche in consigli locali; i capi delle organizzazioni popolari assai consolidate: tribù e famiglie. Tutti sono convocati in assemblea a Gerusalemme, la nuova capitale politica e religiosa, fulcro della piena unità nazionale. II TM contiene l'espressione lᵉha‘alôt, «per far salire», che esprime plasticamente il dislivello tra la cittadella di Davide più bassa rispetto all'altura del tempio. Sion si estenderà poi come nome anche al luogo del tempio (Am 1,2; Is 8,18; Mic 4,2).

2. La dedicazione si colloca in una «festa» molto distinta dato che il TM la presenta qualificata dall'articolo. Il mese di Etanim, che cade in autunno, ci aiuta a identificarla con la festa delle Capanne destinata a commemorare il cammino nel deserto dopo l'uscita dall'Egitto (Lv 23,39-43). Questa festa si collocava tra il raccolto e la nuova semina e precedeva le piogge autunnali. A livello popolare era assai sentita e costituiva pertanto un'occasione preziosa per dedicare il tempio a Dio. Il problema della data va ora ripreso. La dedicazione avviene nel settimo mese, mentre la conclusione dei lavori cade nell'ottavo (6,38). Può darsi così che la dedicazione sia avvenuta mentre erano ancora in corso i lavori di rifinitura nell'undicesimo anno di Salomone o può darsi che dopo il compimento dei lavori siano passati undici mesi, andando così all'anno dodicesimo del regno di Salomone. Può darsi che questo rinvio, visto come un'ombra nella devozione di Salomone, abbia portato a registrare la data in maniera assai sfumata.

3. La distinzione tra sacerdoti e leviti è impropria. Pur essendo sostenuta da Nm 4 è dovuta alla riorganizzazione sacerdotale postesilica.

4. Ben difficilmente si può identificare la tenda del convegno di cui si parla qui con quella dei tempi di Mosè alla quale il nome conviene in senso proprio e che godeva di venerazione in quanto visitata da Dio. Forse era solo il padiglione preparato da Davide per il ricovero dell'arca.

5-8. I passi della processione erano scanditi da riti sacrificali. L'immagine è assai bella anche se non esente da enfasi. Giunti nel tempio, l'arca viene collocata nella cella senza che vengano tolte le stanghe in conformità alla prescrizione di Es 25,15. Se le stanghe sono visibili dagli spiragli del velo vuol dire che era stata posta all'ingresso della cella.

9. Una leggera polemica è qui presente nei confronti di tradizioni popolari che fantasticavano sul contenuto dell'arca. Eb 9,4 è l'esempio più famoso di quanto si ritenesse fosse contenuto nell'arca: un'urna con la manna, sulla scorta di Es 16,33, e la verga di Aronne in base a Nm 17,25. Qui sembra riproposta la grande sobrietà di Es 25,16-21: l'unico contenuto dell'arca sono le tavole della legge.

10-11. Viene ripreso qui l'episodio di Es 40,34.35. La nube riempie ora il tempio come riempì allora la tenda del convegno. Essa contiene la «gloria» cioè la misteriosa presenza della divinità.

12-13. Il componimento poetico qui riportato è contenuto per intero nei LXX dove viene collocato al v. 53 e dove si trova la citazione della fonte: il Libro del Canto. Per completarlo si deve aggiungere al primo stico questo verso: «JHWH ha posto il sole nei cieli». Viene così a crearsi un significativo contrasto in colui che illumina il mondo creato e sceglie di abitare nell'oscurità, di velarsi nel mistero.

14-61. La preghiera di dedicazione ha il suo parallelo in 2Cr 6,3-41.

14-21. Questa preghiera attribuita a Salomone è una delle più belle pagine di oratoria sacra dell'opera deuteronomista. Nella prima parte, come nei discorsi delle grandi occasioni, vi è un ricordo degli avvenimenti storici compiuti da Dio in favore del popolo (cfr. Dt 1,29-31; Gs 24,2-13).

14. Nella solenne liturgia di dedicazione il re è l'unico officiante: prega, esorta, benedice. Non è l'unico caso nella Bibbia: sı veda 2Sam 6; 1Re 12,33; 2Re 19,14; 22,3. Più ancora che influssi stranieri del re-sacerdote si può scorgere qui un grande sviluppo del sacerdozio naturale del padre di famiglia che rappresenta quest'ultima davanti alla divinità.

15. Si tratta di una benedizione, cioè di una preghiera di ringraziamento per i benefici ricevuti, in questo caso il mantenimento delle promesse fatte a Davide e di cui Salomone è beneficiario. La potenza divina che compie la parola è il tema della preghiera qui annunciata e sviluppata nei versetti successivi.

16-21. Il ricordo dell'esodo quale più chiara manifestazione della potenza divina avvolge il discorso che viene posto direttamente sulla bocca di Dio (vv. 16 e 21). All'interno di questa inclusione scorre su due binari il motivo della lode riprendendo 2Sam 7,12s. Le promesse a Davide sono compiute: egli ha un erede, Salomone, e questi ha edificato il tempio. Ma è evidente l'insistenza su quest'ultimo motivo: per ben 7 volte ricorre la radice bnh, «edificare». Il v. 16 vede inserita la scelta di Gerusalemme che non compare nel TM ed è ripresa dalle Cronache e dai LXX.

22-53. Siamo ormai al cuore della dedicazione, un cuore articolato in due parti: vv. 22-30 la duplice richiesta a Dio che continui ad essere fedele alle promesse davidiche e che vegli sul tempio accogliendo la preghiera; vv. 31-53 una preghiera litanica sviluppata in 7 casi di necessità.

22*. La posizione assunta ora da Salomone è quella tipica degli oranti presentataci dall'antica iconografia orientale. Colui che domanda sta in piedi davanti alla divinità con i palmi rivolti verso l'alto. Salomone si appresta a chiedere e a ricevere.

23. Questo versetto è stato interpretato come una professione di monoteismo, ma si deve notare che la preoccupazione quantitativa è assente. Viene qui proclamata l'unicità di Dio in merito alla sua qualità, vale a dire in merito alla sua ḥesed, «benevolenza (BC: misericordia)», che lo porta ad allearsi con gli uomini. Questo atteggiamento proveniente da Dio nel singolare binomio bᵉrit, «alleanza», e ḥesed, «misericordia», lo contraddistingue in maniera unica.

24. La memoria dei benefici ricevuti precede come sempre nella preghiera biblica la richiesta di nuovi favori. Il presente versetto è assai somigliante al v. 15. In entrambi si deve notare l'associazione di peh, «bocca», e yād, «mano», tradotta da BC con «potenza», sconvolgendo l'armonia dell'immagine originale. Dalla stessa persona viene il parlare, «bocca», e l'agire, «mano». Questo schema primitivo e semplice subirà in futuro una notevole evoluzione teologica sull'efficacia della parola divina.

25-26. Due richieste introdotte con molta chiarezza dalla espressione wᵉ‘attāh, «Ora», con un unico contenuto: che Dio assicuri a Davide una discendenza secondo la sua promessa.

27. Da qui fino al v. 30 ci troviamo nell'autentico centro della preghiera: la richiesta a Dio che i suoi occhi e i suoi orecchi siano costantemente attenti a quel luogo e ancor più a chi prega in quel luogo. La domanda e l'affermazione di questo versetto si possono leggere con un duplice registro. Il primo è la perplessità di chi è assolutamente convinto della trascendenza divina per cui l'abitare di Dio nella casa costruita da mani di uomo può sembrare imbarazzante se non assurdo. Il secondo è lo stupore di chi vede il Dio assolutamente incontenibile condiscendente fino al punto da accettare una dimora in mezzo agli uomini. La dialettica tra questi due sentimenti, perplessità e stupore, esprime assai bene quella ancor più determinante dell'insuperabile trascendenza e mirabile condiscendenza di Dio.

28-30. Si può dire che l'ossatura di questi versetti sia costituita dall'imperativo «ascolta» che ricorre ben 5 volte. L'attenzione di Dio è domandata con molta insistenza sia attraverso l'udito sia attraverso la vista (v. 29) ed ha un duplice oggetto: la preghiera, cioè l'intercessione a favore di altri, e la supplica personale per avere il perdono. Tutto si conclude con un richiamo alla vera dimora di Dio, il cielo, ribadendo che nonostante il tempio Dio resta sempre l'inafferrabile. Non sfugga la visione spiritualizzata del tempio visto non tanto come luogo per i sacrifici quanto piuttosto come il luogo della preghiera. Non si può inoltre non osservare che la presente invocazione “accolta dal cielo” costituirà il perno di ogni caso nella preghiera litanica (cfr. 32.34.36.39.43.45.49) e che in quattro casi comparirà, come qui, associata alla richiesta di perdono (cfr. 34.36.39.50).

31-32. Il primo caso della preghiera litanica, pronunciata in ginocchio, stando al v. 54, riguarda la difficoltà nel rendere giustizia, per cui l'altare del Signore diventa il definitivo tribunale. Un accusatore senza prove pronuncia davanti all'altare una formula imprecatoria contro di sé, uso già presente in Es 22,7-12 e Nm 5,21-28. L'accusato si deve associare a questa autoimprecazione. Starà a Dio attuarla per chi la merita, pronunciando così il suo giudizio e indicando il colpevole.

33-34. È il primo dei tre casi posti uno dopo l'altro in cui si parla delle calamità nazionali nella storia e nella natura. La teologia deuteronomista di peccato e retribuzione è lo stondo naturale di questi tre casi. La sconfitta di fronte al nemico è la manifestazione del peccato punito in conformità a Dt 28,25. Si noti la postilla esilica che invoca il ritorno alla terra dei padri.

35-36. Il ritardo delle piogge autunnali poteva essere fatale all'agricoltura impedendo la germinazione delle sementi, ma altrettanto fatale poteva essere l'irregolarità e la scarsità di precipitazioni fino ad aprile. Il fenomeno era letto come castigo divino per il peccato secondo Dt 11,17; 28,23-24. Per la prima volta compare la conversione come condizione per l'esaudimento della preghiera.

37-40. Vengono ora a braccetto in un minaccioso corteo diverse calamità naturali e l'assedio, frutti del peccato previsti in Dt 28,21.38.42.51. Si noti l'intreccio tra preghiera personale e collettiva, esaudimento del singolo e del popolo e la presenza del tema della conoscenza del cuore da parte di Dio frequente nella Scrittura (1Sam 16,7; Is 55,8; Ger 11,20; At 1,24). La giustizia distributiva di Dio – dare a ciascuno secondo la sua condotta – ha uno scopo salutare: condurre al timore di Dio, cioè a evitare il peccato.

41-43. Dall'ambiente nazionale dei casi precedenti si passa ora a un orizzonte universale. Lo straniero di cui si parla qui non è il forestiero permanentemente residente in Israele; il termine nokrî indica chi viene da un paese straniero apposta per il culto a JHWH. L'uso è attestato già ma soprattutto dopo (Is 56,7). Il «grande nome» del Signore si può riferire sia alla sua presenza (v. 29) sia alla sua fama (cfr. 2Sam 8,13): entrambe si legano al fatto dell'esodo in cui la mano e il braccio di Dio agiscono in mezzo alle nazioni (cfr. Dt 4,34). Da qui il desiderio di venire a Gerusalemme per la preghiera e per la conoscenza di Dio. Il timore di cui qui si parla rimanda all'espressione con cui venivano chiamati gli stranieri che si accostavano a JHWH: “timorati di Dio”.

44-45. Di nuovo si parla qui della guerra, ma in maniera diversa che non nei vv. 33-34. Là Dio era colui che castigava, attraverso la sconfitta, Israele. Qui Dio spinge alla guerra, quasi come una guerra santa per fare giustizia al suo popolo e proprio per questo si prega. Il buon esito della guerra manifesterà il giudizio di Dio contro i nemici di Israele.

46-51. L'ultimo dei casi è tale anche in senso cronologico. Si rifà alla situazione di deportazione. Il v. 48 propone un progressivo orientamento a cerchi concentrici verso la terra, la città, il tempio che pertanto dovrebbe ancora essere intatto. In questo caso si pregherebbe durante la deportazione degli abitanti del Nord dopo il 721. Ma ciò non impedisce di pensare che anche dopo la caduta di Gerusalemme del 587 il tempio rimanga ancora l'orientamento spirituale e il fulcro della speranza senza aver perso il suo ascendente spirituale, nonostante che sia in rovina. La radice šwb che appare tre volte nei vv. 47-48 indica la prima fase del ritorno: quella interiore. Nel pentimento e nella confessione delle colpe Israele compie il ritorno a Dio presupposto del ritorno in patria. Si noti che quest'ultima non è oggetto di preghiera; si chiede invece buona accoglienza e trattamento umano presso i deportatori. Il ricordo dell'uscita dall'Egitto impegna Dio a essere fedele a se stesso e a non dimenticare il popolo che gli appartiene.

52-53. La litania si chiude riprendendo l'inizio della preghiera al v. 29. Però mentre là si chiedeva che gli occhi di Dio vegliassero il tempio, qui si domanda che lo sguardo divino si posi sulla preghiera stessa. In entrambi i casi tuttavia il risultato è il medesimo: l'ascolto da parte di Dio e l'esaudimento. Il motivo di quest'ultimo è ancora una volta la scelta d'Israele, attraverso la liberazione dalla schiavitù d'Egitto.

54-61. L'ultima parte della preghiera in cui compare il tono parenetico. I vv. 14-21 avevano espresso gratitudine per il mantenimento delle promesse fatte a Davide; ora si risale fino a Mosè dilatando più che l'orizzonte storico la riconoscenza per la sempre più vasta bontà di Dio. A fondamento della fedeltà si pone l'azione stessa di Dio che trae a sé i cuori: v. 58. Nella lealtà incondizionata d'Israele al suo Dio, in quanto unico, e nella protezione divina quotidianamente accordata al popolo brillerà l'unicità di Dio d'Israele e sarà riconosciuta tra le nazioni. Rovesciando l'immagine di Dt 6,6, il cuore del popolo dev'essere completamente immerso nei comandi divini per camminare in una riuscita fedeltà. Quest'esortazione spinge alla vera sorgente di benedizione in conformità a Dt 28,1-2.

62-66. Si ritorna alla sezione narrativa che chiude il capitolo. Per quella occasione molti furono i sacrifici di comunione attraverso i quali si stabiliva l'unione con Dio. Molti furono senz'altro anche i partecipanti venuti in gran numero dal confine settentrionale «ingresso di Camat», fino al confine meridionale «torrente d'Egitto». Ciò però non giustifica i numeri riportati, ancora una volta gonfiati dal tono celebrativo. Rimane però probabile che l'altare degli olocausti non sia bastato per quella festa tanto affollata e che si siano improvvisati altri altari nel cortile superiore che risultò così consacrato. La durata della festa fu di sette giorni, quella prevista per le Capanne e per tutte le grandi occasioni. Il gioioso ritorno dei pellegrini ben sottolineato (v. 66) costituisce il congedo loro e del lettore da quella indimenticabile festa.

(cf. GIANLUIGI CORTI, 1Re – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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