CANTICO DEI CANTICI – Capitolo 6

Io sono del mio amato e il mio amato è mio 1Dov'è andato il tuo amato, tu che sei bellissima tra le donne? Dove ha diretto i suoi passi il tuo amato, perché lo cerchiamo con te? 2L'amato mio è sceso nel suo giardino fra le aiuole di balsamo, a pascolare nei giardini e a cogliere gigli. 3Io sono del mio amato e il mio amato è mio; egli pascola tra i gigli.

QUINTO POEMA (6,4-8,4)

Il fascino dell’amata 4Tu sei bella, amica mia, come la città di Tirsa, incantevole come Gerusalemme, terribile come un vessillo di guerra. 5Distogli da me i tuoi occhi, perché mi sconvolgono. Le tue chiome sono come un gregge di capre che scendono dal Gàlaad. 6I tuoi denti come un gregge di pecore che risalgono dal bagno; tutte hanno gemelli, nessuna di loro è senza figli. 7Come spicchio di melagrana è la tua tempia, dietro il tuo velo. 8Siano pure sessanta le mogli del re, ottanta le concubine, innumerevoli le ragazze! 9Ma unica è la mia colomba, il mio tutto, unica per sua madre, la preferita di colei che l'ha generata. La vedono le giovani e la dicono beata. Le regine e le concubine la coprono di lodi: 10“Chi è costei che sorge come l'aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come un vessillo di guerra?“. 11Nel giardino dei noci io sono sceso, per vedere i germogli della valle e osservare se la vite metteva gemme e i melograni erano in fiore. 12Senza che me ne accorgessi, il desiderio mi ha posto sul cocchio del principe del mio popolo.

_________________ Note

6,1-3 Questo canto della reciprocità fa da sfondo a tutto il Cantico. Nella storia dell’interpretazione, è stata colta qui un’eco della formula dell’alleanza biblica (“Il Signore è il nostro Dio e noi siamo il suo popolo”), evidenziando nel poema il legame che unisce Dio e Israele. Vi si è anche visto un rimando allo stupore estatico dell’uomo di fronte alla donna nel giardino di Eden, dove la solitudine di Adamo è vinta da Dio con il dono di Eva, la donna, (Gen 2,18-25).

6,4 Tirsa (“la graziosa”): capitale del regno d’Israele, prima di Samaria.

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Approfondimenti

vv. 2-3. Il giardino, nel quale scende l'innamorato, è il corpo della donna con i suoi colori e i suoi profumi, che egli è venuto a esplorare per cogliervi e gustare i frutti di un amore consumato. È l'amore tra due persone che si esprime attraverso la fisicità di un amore completo, che fa gridare alla donna la mirabile formula di alleanza sponsale, di mutua appartenenza dei due mediata dall'amore: «Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me» (v. 3a). L'alleanza sponsale di lui e di lei è come l'alleanza sponsale tra Dio e Israele (cfr. Dt 26,17-18; 12-13).

vv. 4-12. Secondo il flusso a spirale, tipico della poesia orientale, il Ct torna con questo nuovo e solenne canto al corpo della donna, l'unica per il suo uomo, la sola che sempre gli rapisce il cuore, che lo fa uscire di senno. L'elogio del corpo di lei ricalca il precedente (cfr. 4,1-4), ma con un elemento nuovo che si chiama appunto unicità. La sposa è unica, la sola che colma il cuore dell'amato (vv. 8-9).

vv. 4-10. La bellezza della donna è maestosa come una città; il suo incedere come «vessilli spiegati» incute quasi paura e genera battaglie nel cuore dell'amante, lo rende ardente come fiamma in piena follia. Tirza (v. 4) è la città più bella del Nord, antica capitale di quel regno dopo Geroboamo I (cfr. 1Re 14,17; 15,21-23; 16,8-23); la ben nota Gerusalemme è la più bella città del Sud, capitale di tutto Israele da quando fu espugnata da Davide, e dopo la divisione de due regni, capitale del regno del Sud, centro culturale e spirituale di tutto Israele.

v. 5. Lo sguardo della donna ne fa una terribile incantatrice. I suoi occhi non sono più paragonati a «colombe» (cfr. 4,1), ma comunicano un potere magico che soggioga: il verbo ebraico hirhîbunî del v. 5b (tradotto con «mi turba») contiene la stessa radice del nome Rahab, il mitico mostro degli oceani che incuteva terrore!

vv. 8-9. Questi versetti ci introducono in un immenso harem, storico e immaginario a un tempo (cfr. le «settecento mogli e trecento concubine» del re Salomone in 1Re 11,3), nel quale si contano «sessanta regine» nel rango più alto, «ottanta concubine» al secondo livello e infine una moltitudine innumerevole di «fanciulle» addette ai numerosi servizi del palazzo. Ma ecco l'espressione più importante del brano: la sposa è per il suo sposo l'unica, è una sola (ripetuto due volte nel v. 9a.b). Ciò viene proclamato, non soltanto perché per ogni uomo innamorato la propria donna è la più bella che ci sia, l'unica al mondo; e neppure soltanto perché la sua sposa è davvero bellissima, come dice il coro di tutte le donne dell'harem, che cantano la beatitudine della sposa amata (v. 9c). Essa è l'unica, perché l'amore nella sua forma più forte e più alta è monogamico e totale. È questa la rivoluzionaria predica del Ct per la società ancora poligamica del postesilio israelita!

vv. 10. Come avveniva nel canto precedente (cfr. 6,1), anche qui il poeta, con un finissimo espediente letterario, introduce il coro che celebra con nuove immagini la bellezza della donna e prepara l'incontro d'amore evocato nei vv. 11-12. L'inno del coro, dai contorni cosmici, si affida tutto a immagini di luce: la sposa risplende come aurora che sorge, ha la delicatezza incantevole della luna, sprigiona il fulgore del sole.

v. 11. Il giardino, sempre nel Ct simbolo del corpo della sposa, viene chiamato qui «giardino dei noci» _(ebr. ginnat ’egôz: ’egôz = «noce» è di origine persiana ed è un hapax nella Bibbia): le noci in Siria erano un frutto associato al culto della dea Astarte, al fine di ottenere il dono della fecondità.

v. 12. Si tratta del versetto più oscuro del Ct, forse a causa della corruzione del testo ebraico qui difficilmente ricostruibile; da qui la diversità delle versioni proposte, addirittura la soluzione di chi si rifiuta semplicemente di tradurne il secondo stico. Sulla bocca di lui (ma grammaticalmente è possibile che siano parole di lei), viene evocata l'estasi d'amore, nella quale l'incontro (v. 11) avrebbe trascinato i due amanti: questo sembra essere il senso già del v. 12a lō yāda‘ tî napšî, alla lettera «non conosco la mia anima», cioè «non mi riconosco più, sono fuori di me», leggendo napšî = «la mia anima, il mio io» come complemento oggetto di «non conosco». Come il dolore (cfr. Gb 9,21), il piacere e la gioia dell'amore fanno perdere il controllo di sé. Comunque il senso non cambia molto, anche nel caso che si consideri napšî come soggetto del verbo successivo śāmatnî (v. 12b = «mi ha fatto», oppure «mi ha posto su»). Il diletto si sente come trasformato o rapito in un cocchio stupendo e alato ed esclama: «Non so (come), ma il mio desiderio mi ha rapito sui carri di Ammi-nadib!». Il carro di Ammi-nabid sarebbe l'emblematico carro di un nobile principe (possibile significato di ’ammi-nādib), sul quale si è rapiti o nel quale si è trasformati nella folle corsa dell'amore.

(cf. VALERIO MANNUCCI, Cantico dei Cantici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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