GIUDITTA – Capitolo 3

Sottomissione spontanea dei popoli occidentali 1Gli inviarono perciò messaggeri con proposte di pace: 2“Ecco, noi, servi del grande re Nabucodònosor, ci mettiamo davanti a te; fa' di noi quanto ti piacerà. 3Ecco, le nostre case e tutto il nostro territorio e tutti i campi di grano, le greggi e gli armenti e tutto il bestiame delle nostre tende sono a tua disposizione, perché te ne serva come a te piace. 4Anche le nostre città e i loro abitanti sono tuoi servi; vieni e trattale come ti è gradito”. 5Si presentarono dunque a Oloferne quegli uomini e si espressero con lui in questo tono. 6Egli scese allora con il suo esercito lungo la costa e pose presìdi nelle città fortificate, poi prelevò da esse uomini scelti come ausiliari. 7Quelle popolazioni con tutto il paese circostante lo accolsero con corone e danze e suono di tamburelli. 8Ma egli demolì tutti i loro templi e tagliò i boschi sacri, perché aveva ordine di distruggere tutti gli dèi della terra, in modo che tutti i popoli adorassero solo Nabucodònosor e tutte le lingue e le tribù lo invocassero come dio. 9Poi giunse in vista di Èsdrelon, vicino a Dotàim, che è di fronte alle grandi montagne della Giudea. 10Si accamparono fra Gebe e Scitòpoli e Oloferne rimase là un mese intero, per raccogliere tutto il bottino delle sue truppe.

__________________________ Note

3,8 adorassero solo Nabucodònosor: l’invasione militare deve comportare, per i popoli vinti, insieme alla sottomissione politica anche l’abbandono della propria religione. Il massimo dell’arroganza lo si ha qui nella pretesa di Nabucodònosor di essere invocato come dio. Un tempo i vincitori si limitavano a imporre ai vinti il culto dei loro dèi, cui attribuivano la propria vittoria; invece Antioco IV Epìfane (175-163) pretese per sé addirittura onori divini (vedi 2Mac 9,8-12).

3,9 Èsdrelon: la pianura che separa la Galilea dalla Samaria.

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Approfondimenti

2,28-3,4. A titolo di esempio l'autore propone la reazione delle città costiere all'avanzata dell'inesorabile esercito: un terrore incontenibile. Da qui la decisione di arrendersi incondizionatamente, come mostrano le formule usate in 3,1-4 («quanto ti piacerà... quel che tu vuoi... come ti piacerà»). Al vincitore si consegnano la vita (v. 2), le proprietà (v. 3), le città (v. 4). Da come l'autore ci ha presentato finora gli avvenimenti, la scelta delle città costiere risulta essere politicamente saggia e rispondente all'evolversi degli eventi: essa non è perciò soltanto espressione di codardia, ma è realistica accettazione del corso della storia. Anche questa esposizione prepara la reazione opposta dei capi e della popolazione giudaica: il terrore non giustifica la resa, lo strapotere del nemico non è ancora suggello che egli sia il vero arbitro degli eventi umani.

3,5-10. Le città della costa sono riuscite a stornare il pericolo, come mostra la reazione di Oloferne il quale si accontenta di farle presidiare e di arruolare gli uomini validi per aggregarli alle truppe ausiliarie (v. 6). Per questo trattamento di favore e lieti per lo scampato pericolo, i cittadini festeggiano il generale assiro ornandosi secondo uno stile diffusosi in epoca greca (un indizio quindi del periodo di composizione del testo), cioè cingendosi di corone (probabilmente di foglie e fiori, cfr. Sap 2,8) e danzando con accompagnamento musicale (una caratteristica manifestazione di letizia, cfr. Es 15,20; Gdc 11,34; 1Sam 18,6). Ora tuttavia si rende palese l'obiettivo nascosto della campagna militare e ancora l'autore biblico manifesta la sua capacità ironica. Il condottiero assiro elimina templi e «boschi sacri», espressione quest'ultima che traduce il greco alsē, un vocabolo che nella versione dei LXX rende in genere l'ebraico ’ašērâ, cioè un simbolo cultuale e il nome di una divinità (Asera), che rappresenta, secondo la visione profetica e deuteronomistica, una contaminazione del culto del vero Dio, JHWH, e che perciò va estirpata ed eliminata: questo è appunto quanto i re fedeli e retti devono compiere e perciò sono lodati dagli autori che ci hanno lasciato il resoconto delle gesta dei re di Giuda (cfr. 2Re 18,4: Ezechia; 2Re 23,14-15: Giosia). Il nostro autore tuttavia, lungi dal voler presentare un atto encomiabile compiuto dal generale assiro, preannuncia piuttosto ciò che aspetta il popolo giudaico: non è in gioco soltanto la supremazia politica, ma l'affermazione della vera divinità. «Adorare il solo Nabucodonosor» contrasta nettamente con la coscienza di fede che il popolo ebraico ha del suo Dio: soltanto il Dio d'Israele è Dio e nessun altro (cfr. in particolare Dt 6,1-13). Dal punto di vista storico, non abbiamo alcuna attestazione che i sovrani babilonesi e assiri esigessero dai loro sudditi di essere venerati come dei, nonostante che in tali culture fosse assai stretto il legame tra la divinità e il sovrano. Il fenomeno della pretesa di onori divini da parte dei sovrani si affermò in epoca ellenistica (dal III sec. a.C. in poi), con manifestazioni evidenti già a partire da Alessandro Magno e con maggiore incisività dapprima in Egitto (dove la dinastia dei Lagidi si pose in continuità con la tradizione faraonica, che venerava il re come dio) e poi in Siria, con Antioco IV Epitane, contro il quale il popolo giudaico, esasperato dalla politica religiosa del re, ingaggiò un'aspra lotta. Nel v. 8 si afferma che Oloferne «aveva l'ordine di distruggere tutti gli dei della terra»: sulla base di quanto Nabucodonosor aveva ordinato al suo generale (cfr. 2,5-13), questa azione di Oloferne eccede il mandato ricevuto, ma rappresenta comunque la logica conseguenza di un esercizio dispotico del potere, il quale non ammette né oppositori interni (cfr. 2,13), né possibili rivali all'esterno (1,5), né territori o nazioni escluse dal suo dominio. Già questo modo di concepire ed esercitare il potere rappresenta la pretesa umana di contrapporsi all'unico Signore, per questo Dio non può rimanere indifferente. Se finora il racconto è stato completamente determinato dall'estendersi e consolidarsi dell'impero, senza che alcunché potesse frapporsi a creare intralcio o rallentamento, quanto segue mostra appunto che la storia non è il teatro della sopraffazione umana, ma del provvidente intervento divino che salva coloro che si sottomettono a lui e in lui confidano.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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