GIUDITTA – Capitolo 4
L’ASSEDIO DI BETÙLIA E LA SFIDA ALLA POTENZA DI DIO (4,1-8,36)
Resistenza e preghiere in Giudea 1Quando gli Israeliti che abitavano in tutta la Giudea appresero quello che Oloferne, il comandante supremo di Nabucodònosor, aveva fatto agli altri popoli e come aveva messo a sacco tutti i loro templi e li aveva votati allo sterminio, 2furono presi da indicibile terrore di fronte a lui e trepidarono per Gerusalemme e per il tempio del Signore, loro Dio. 3Essi erano tornati da poco dall'esilio e di recente tutto il popolo si era radunato in Giudea; gli arredi sacri e l'altare e il tempio erano stati consacrati dopo la profanazione. 4Perciò mandarono messaggeri in tutto il territorio della Samaria, a Cona, a Bet-Oron, a Belmàin, a Gerico, a Coba, ad Aisorà e nella valle di Salem, 5e disposero di occupare in anticipo tutte le cime dei monti più alti, di circondare di mura i villaggi di quelle zone e di raccogliere vettovaglie in preparazione alla guerra, poiché nelle loro campagne era appena terminata la mietitura. 6Inoltre Ioakìm, sommo sacerdote a Gerusalemme in quel tempo, scrisse agli abitanti di Betùlia e di Betomestàim, situata di fronte a Èsdrelon, all'imbocco della pianura che si estende vicino a Dotàim, 7ordinando loro di occupare i valichi dei monti, perché di là si apriva la via d'ingresso alla Giudea e sarebbe stato facile arrestarli al valico, dove per la strettezza del passaggio tutti erano obbligati a procedere a due a due. 8Gli Israeliti fecero come avevano loro ordinato il sommo sacerdote Ioakìm e il consiglio degli anziani di tutto il popolo d'Israele, che si trovava a Gerusalemme. 9E ogni Israelita levò il suo grido a Dio con fervida insistenza e tutti si umiliarono con grande zelo. 10Essi con le mogli e i bambini, i loro armenti e ogni forestiero e mercenario e i loro schiavi si cinsero di sacco i fianchi. 11Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano a Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore. 12Ricoprirono di sacco anche l'altare e alzarono il loro grido al Dio d'Israele, tutti insieme senza interruzione, supplicando che i loro figli non fossero destinati al bottino, le loro mogli alla schiavitù, le città di loro eredità alla distruzione, il santuario alla profanazione e al ludibrio in mano alle genti. 13Il Signore ascoltò il loro grido e volse lo sguardo alla loro tribolazione, mentre il popolo digiunava da molti giorni in tutta la Giudea e a Gerusalemme, davanti al santuario del Signore onnipotente. 14Il sommo sacerdote Ioakìm e tutti gli altri sacerdoti che stavano davanti al Signore e tutti i ministri del culto divino, con i fianchi cinti di sacco, offrivano l'olocausto perenne, i sacrifici votivi e le offerte spontanee del popolo. 15Avevano cosparso di cenere i loro turbanti e invocavano intensamente il Signore, perché provvedesse benignamente a tutta la casa d'Israele.
__________________________ Note
4,3 dopo la profanazione: al ritorno in patria dall’esilio babilonese, a partire dal 538, si ricostruì il tempio, che venne dedicato sotto Zorobabele nel 515. Qui si allude piuttosto alla dedicazione seguita alla profanazione ordinata da Antioco IV nel 167 (1Mac 4,36-61; 2Mac 10,1-8).
4,6 Ioakìm, sommo sacerdote: la figura del sommo sacerdote, dotato di poteri politici e militari, è recente, ed è tipica del post-esilio; sembra che il nome Ioakìm possa qui intendersi nel senso simbolico suggerito dall’etimologia (“YHWH fortifica”).
=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=
Approfondimenti
4,1-3. La descrizione precedente ci ha mostrato come l'esercito assiro non abbia incontrato alcun tipo di resistenza. Ora il narratore concentra la sua attenzione sui protagonisti del suo racconto: anch'essi, come già vedemmo per le popolazioni costiere (cfr. 2,28) sono presi da terrore, ma qui egli aggiunge un fatto particolare che suscita sgomento nella popolazione: «aveva saccheggiato e distrutto tutti i loro templi» (così è da tradurre il v. 1). La preoccupazione degli Israeliti non è rivolta anzitutto al pericolo che le loro vite stanno per correre: essi potrebbero infatti, come le popolazioni costiere, arrendersi al conquistatore e consegnarsi a lui. Ma come appunto sopra ci è stato mostrato (cfr. 3,8), Oloferne non si accontenta di assoggettare e depredare i popoli: egli intende affermare anche la supremazia di una divinità, eliminando qualsiasi opposizione religiosa a colui che egli ritiene l'unico dio, Nabucodonosor. Questo spiega perché il popolo non tema della sua vita, ma «a causa di Gerusalemme e del tempio del Signore» (v. 2). Rispetto a 2,1 il v. 3 suscita notevoli problemi di cronologia: l'accenno al fatto che i Giudei sono da poco tornati dall'esilio babilonese ci rimanda agli anni seguenti il 538 a.C. (quando ormai Nabucodonosor era morto da tempo) e la sottolineatura che il tempio è ormai in funzione richiama il periodo seguente il 515 a.C. – senza dimenticare però il riferimento intenzionale alla purificazione del tempio avvenuta dopo la profanazione dello stesso da parte di Antioco IV (164 a.C.; cfr. 1Mac 4,36-61; 2Mac 10,3-5). Il v. 3 intende senza dubbio mostrare il sentimento particolare che lega in questo frangente il popolo al tempio, quale simbolo della ricostruzione avvenuta e dell'avvio di una vita nuova nella terra donata da Dio: tuttavia esso presenta tutte le caratteristiche di una glossa, come conferma la versione latina – che si basa su un testo aramaico – in cui il versetto è assente.
4,4-8. Proprio la preoccupazione per il tempio spinge i Giudei a organizzare la resistenza all'invasore ormai alle porte. Anzitutto si inviano emissari nelle zone di frontiera, situate nella regione della Samaria, ai cui confini il generale assiro era accampato (cfr. 3, 9-10), e nella valle del Giordano. Delle città elencate nel v. 4 soltanto tre si possono localizzare con esattezza. La menzione della Samaria come facente parte del territorio giudaico ci rimanda al periodo incluso tra il 107 a.C. e il 63 a.C., quando tale regione fu per breve tempo in mano ai Giudei, essendo stata conquistata da Giovanni Ircano. I preparativi del v. 5 mostrano che i Giudei non intendono affrontare in campo aperto il nemico, ma cercheranno invece di attuare una resistenza entro le città fortificate. Dopo queste disposizioni interviene lo stesso sommo sacerdote Ioakim, il cui nome è attestato anche altrove tra i sacerdoti del periodo seguente l'esilio (cfr. Ne 12,10.26): le disposizioni militari qui prescritte erano un attività inusitata per il sommo sacerdote nel primo periodo successivo all'esilio; anche in questo caso siamo rinviati a un'epoca più recente, cioè a quella maccabaica, in cui Gionata accorpò in sé l'autorità militare e quella religiosa (cfr. 1Mac 10,18-21). La città di Betulia ci è nota soltanto da Gdt, e persino la pronuncia esatta del nome è incerta: certuni le hanno attribuito un valore simbolico, sulla base del nome ebraico bêt’el/ôâ «casa di Dio». Il sito comunque è in una posizione strategica, dato che controlla i valichi che dalla pianura di Esdrelon permettono l'ingresso in Giudea (v. 7). Altrettanto si deve dire di Betomestaim (cfr. 15,4: Betomastaim), menzionata soltanto in Gdt e non identificata. Secondo alcuni sarebbe un epiteto spregiativo per Samaria (bêt maśṭēmâ «casa di persecuzione», oppure «casa del diavolo»), ma non è certo. L'ordine impartito dal sommo sacerdote (v. 7) richiama un famoso episodio avvenuto presso le Termopili, nel sec. V a.C. in occasione del tentativo di invasione persiana della Grecia da parte di Serse e forse il testo di Gdt è stato influenzato direttamente o indirettamente dalla descrizione che ne fa Erodoto, Storie VII, 201-239. Come mostra il seguito – così anche il racconto di Erodoto – neppure questo espediente riuscirà a fermare Oloferne: soltanto potrà ritardarne l'avanzata. Né il terreno impervio, né le gesta eroiche possono arrestare il nemico: soltanto la fede di una donna e la sua mano riusciranno in tale impresa. Nel v. 8 si cita il «consiglio degli anziani di tutto il popolo d'Israele», un organismo (in greco gerousia) che è documentato soltanto verso l'epoca maccabaica (prima metà del sec. II a.C.), cfr. 2Mac 11,27.
4,9-15. Tutta la società partecipa della situazione di desolazione, che si esprime in atteggiamenti ormai ritualizzati, sebbene qui portati all'eccesso, dato che si includono donne, bambini, armenti e tutto ciò che è di proprietà degli Israeliti (cfr. Gio 3,8). Tre sono i riti che esprimono la grande desolazione del popolo: digiuno (v. 9; v. 13), cospargersi il capo di cenere (vv. 11.15) e vestirsi di sacco (vv. 10.11.14). Soprattutto il digiuno pubblico, a partire dal postesilio, ha luogo in occasione di calamità, o di gravi lutti e può esprimere sia il pentimento per il comportamento empio che ha generato la calamità, sia un'invocazione di misericordia rivolta a Dio (cfr. Gl 1,14; 2,12.15). Incastonata fra la descrizione del comportamento del popolo (vv. 8-12) e di quello dei sacerdoti (vv. 14-15), troviamo nel v. 13 la reazione divina a tale disposizione d'animo manifestata dal popolo. La versione latina presenta un testo assai diverso e pone in bocca al sommo sacerdote un'esortazione a perseverare, sul modello di Mosè, nel digiuno e nella preghiera, certi dell'esaudimento divino. Il testo greco invece ci mostra un intervento diretto del narratore che già anticipa al suo lettore che Dio non rimarrà inerte di fronte a tali espressioni di fede della popolazione giudaica. Queste affermazioni ci riportano alla situazione precedente l'esilio babilonese, quando, nonostante le esortazioni del profeta Geremia, il popolo non volle prendere sul serio la minaccia incombente su di lui e perseverò nel compiere il male: ora Giuda ha appreso la lezione ed è ormai consapevole che soltanto stringendosi attorno al suo Dio può sperare di trovare scampo di fronte a coloro che attentano alla sua sicurezza e stabilità.
(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)