📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

L’ingresso a Gerusalemme e la prima visita al tempio 1Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli 2e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. 3E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”». 4Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. 5Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». 6Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. 7Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. 8Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. 9Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 10Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!». 11Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.

Il fico e la seconda visita al tempio 12La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. 14Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono. 15Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 16e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. 17E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». 18Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. 19Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città. 20La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. 21Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». 22Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! 23In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. 24Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 25Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe». [26]

La terza visita al tempio e l'autorità discussa 27Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani 28e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?». 29Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. 30Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». 31Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. 32Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. 33Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

L’ingresso a Gerusalemme e la prima visita al tempio Se i primi dieci capitoli coprono l’insieme del ministero pubblico di Gesù, vale a dire circa due anni, i sei capitoli che seguono, vale a dire un terzo dell’intera narrazione, sono dedicati all’ultima settimana della sua vita. L’episodio si apre con la menzione dei luoghi che caratterizzeranno gli ultimi due atti del ministero pubblico di Gesù: Gerusalemme, scenario che farà da sfondo al resto della narrazione; Bètfage, il cui nome rimanda alla figura del fico, simbolo chiave di questa sezione; Betània, luogo dove Gesù trova accoglienza ma anche spazio dove avviene il gesto simbolico dell’unzione del Maestro (14,3-9); il monte degli Ulivi, cornice privilegiata dell'insegnamento ai discepoli e della consegna nelle mani del Padre. All’interno dell’episodio gioca un ruolo significativo la figura del giovane asino alla ricerca del quale vengono dedicati ben sette versetti (vv. 1-7). È la prima volta che Gesù fa uso di un animale per i suoi spostamenti e il fatto che questo avvenga proprio alle porte di Gerusalemme deve quantomeno far pensare. Gli elementi che caratterizzano la descrizione dell’asino evidenziano in primo luogo un bisogno, poi una novità, quindi una promessa. Il primo tratto (il bisogno) sottolinea una dimensione paradossale del «Signore» di cui i due inviati sono discepoli: che «Signore» può essere colui che non possiede nemmeno una cavalcatura e che ha bisogno di un atto benevolo di aiuto per fare un pezzo di strada o di due intermediari per chiedere il prestito di un animale? Alle porte di Gerusalemme, la signoria di Gesù non si manifesta in modo trionfale ma, al contrario, all’insegna di un bisogno che passa attraverso i discepoli da un lato, il proprietario dell’asino dall’altro e coloro che assistono alla scena, i quali, con le loro domande, potrebbero ostacolare l’azione. Il secondo tratto associa al bisogno l’elemento della novità: l'animale in questione, infatti, è un animale giovane sul quale «nessuno si è ancora seduto» (v. 2). Se è vero che tale espressione può rimandare alle cavalcature riservate a personaggi di rilievo e ai re, è anche vero che esso anticipa quella novità di cui Gesù è voce e carne. Il suo ingresso a Gerusalemme avviene sotto il segno di una novità che giunge senza imporsi, che compie le antiche profezie (cfr. Zc 9,9) senza esigere alcun riconoscimento, che segna una svolta senza proclami politici o sociali. Infine, il terzo tratto evoca la promessa: tutto ciò che Gesù dice ai due discepoli si realizza e si compie in modo enigmatico; i due discepoli trovano l’asinello, come aveva assicurato il Maestro, e la parola loro affidata per i presenti basta a non ostacolare un’azione che comunque poteva destare qualche sospetto. In altre parole, il lettore ha come l’impressione che tutto si svolga sotto l’egida di un “regista” nascosto che guida gli eventi verso un significato “altro” che il lettore è invitato a discernere e a decodificare.

Il fico e la seconda visita al tempio Il fico sembra essere immagine non tanto del popolo, quanto del tempio e di coloro che lo gestiscono. La stessa insistenza sul fogliame va nella medesima direzione: il fogliame colpisce l’occhio, proprio come le pietre del tempio colpiscono lo sguardo del pellegrino (13,1) e come le autorità religiose amano farsi notare (12,38-40), ma l’assenza di frutti indica l’impossibilità da parte del tempio di mantenere la promessa nei confronti di chi vi sale cercando qualcosa. Il gesto di Gesù anticipa profeticamente la distruzione del tempio o sot­tolinea la necessità di una sua radicale riforma? Da un lato in essi emerge chiaro il tema della riforma del tempio e del sistema che lo caratterizza, dall’altro sembra che tutto questo possa realizzarsi solo attraverso la totale purificazione del sistema vigente. Le conseguenze del gesto e delle parole di Gesù sono ben enunciate dai vv. 20-25 dove l'immagine del fico «seccato fin dalle radici» richiama il simbolismo del tempio e del sistema di culto da esso rappresentato, destinati a finire nel nulla.

La terza visita al tempio e l'autorità discussa Al centro dell’intero brano, c’è il tema dell’autorità di Gesù (11,28), esplicitamente messa in dubbio dai capi religiosi e implicitamente ribadita dalle parole e dai gesti di Gesù. Due logiche sembrano confrontarsi in questo episodio: la logica e l’autorità che vengono da Dio (il «cielo»), che passano attraverso il mistero della sofferenza ma che si caratterizzano per la loro libertà; la logica e l’autorità che vengono dagli uomini, che passano attraverso un potere incapace di discernere le cose di Dio e si caratterizzano per la paralisi costante e per i condi­zionamenti legati alle mille implicazioni politiche e diplomatiche.


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Matrimonio e divorzio, l'uomo e la donna 1Partito di là, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare. 2Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. 3Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». 4Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». 5Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; 7per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie 8e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. 9Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 10A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; 12e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

L’accoglienza dei «bambini» 13Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». 16E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

L'incontro con l’uomo ricco 17Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Il disorientamento dei discepoli 23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

La domanda di Pietro 28Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. 31Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».

Il terzo insegnamento sul mistero pasquale 32Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: 33«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».

La domanda di Giacomo e Giovanni 35Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 39Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Il disorientamento dei discepoli 41Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

L’incontro con l’uomo mendicante 46E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 49Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». 50Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». 52E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Matrimonio e divorzio, l'uomo e la donna Gesù conduce i suoi interlocutori al fonda­mento teologico del matrimonio, sottolineando come, nel piano della creazione, l’uomo e la donna hanno una vocazione all’unità che comprende il movimento del «lasciare» il padre e la madre, per «unirsi» al proprio coniuge in vista della «sola carne». Tale vocazione viene da Dio. Pertanto, ogni atto che porta alla separazione, da qualunque soggetto venga promosso, si pone come un atto contrario alla decisione di Dio e alla vocazione profonda dell’uomo. Da qui l’invito a una seconda presa di coscienza: il matrimonio è una vocazione che si radica nel disegno divino ed è, quindi, indissolubile: «Quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi» (v. 9). Il matrimonio è molto più di un semplice procedimento contrattuale tra due persone che può essere sciolto per un motivo o per l’altro: esso tocca l’identità pro­fonda dei soggetti in causa. Il fatto che l’intera questione si concluda nel momento in cui i discepoli si raccolgono «in casa» non è senza significato: la casa non è solo l’immagine della comunità cristiana ma anche quella della nuova famiglia che sgorga dall’unione matrimoniale. Come nella comunità chi è «primo» è chiamato a farsi «servo» dell’altro, così nel matrimonio la qualità della relazione non si gioca su un piano di priorità o di dominio, ma di servizio e accoglienza.

L’accoglienza dei «bambini» I «bambini» che vengono presentati a Gesù sono i rappresentanti di una categoria più vasta di persone che include certamente «i piccoli» (cf 9,38-50). Ancora una volta i discepoli sono presentati nell’atto di condizionare l’accesso a Gesù ed egli deve nuovamente intervenire, questa volta con un moto di indignazione, per ricordare che essi non si devono atteggiare ad “arbitri” di chi può o meno accostarsi. I discepoli che dovrebbero essere gli eredi privilegiati dei misteri del Regno (4,11), di fatto sono motivo di ostacolo proprio nei confronti di coloro a cui il Regno appartiene e da cui dovrebbero imparare. I Dodici che dovrebbero accogliere i bambini come Gesù stesso li trattano come spiriti immondi, rimproverandoli severamente. L’episodio sottolinea la cosa: non è questione di semplicità, innocenza, spirito di abbandono (atteggiamenti ritenuti tipici dei bambini), ma di accoglienza e di apertura. Questa è la disposizione necessaria per accedere al regno di Dio. Ma quali sono i tratti dell’accoglienza espressa dal Maestro? Il testo menziona due gesti (l’abbraccio e l’imposizione delle mani) e una parola (la benedizione). L’abbraccio richiama un movimento di identificazione e di accoglienza della totalità della persona, con i suoi pregi e limiti; l’imposizione delle mani è sia un gesto di guarigione sia la manifestazione di piena fiducia nella persona (il gesto viene utilizzato spesso per indicare la trasmissione di un incarico); la benedizione suscita l’apertura della persona a una dimensione “altra”, in questo caso al progetto di cui Dio stesso è depositario. Questo è il tipo di accoglienza a cui Gesù invita i suoi discepoli: là dove la gente si aspetta solo un tocco terapeutico, mostrando la fragilità di una fede appoggiata sul prodigio e sui bisogni materiali, l’invito è quello di aprire i cuori a qualcosa di ben più ampio concernente il mistero che viene da Dio.

L'incontro con l’uomo ricco Il protagonista di questa scena è definito come «uno/un tale» (Mt 19,20 vi vede «un giovane», Lc 18,18 evidenzia la sua condizione sociale: «un nobile») che, letteralmente, si precipita e si inginocchia davanti a Gesù, bloccando il suo cammino: la sua corsa, il non voler perdere l’occasione di parlare con Gesù, il gettarsi in ginocchio davanti a lui, l’appellativo «Maestro buono», rivelano un’alta stima nei suoi confronti e nello stesso tempo una sincera ricerca esistenziale e spirituale. Nello sguardo di Gesù che si posa sull’uomo e sul suo personale impegno, c’è un abbraccio totalizzante e gratuito. I due verbi («amare» e «fissare lo sguardo») ci dicono che, in realtà, è Gesù che vuole donare qualcosa al ricco, non viceversa. Ed è proprio qui che si passa da una ricerca personale, isolata, a una voca­zione vera e propria. Nella sequela totale di Cristo, viene sintetizzato il rapporto tra uomo e Dio sancito dai primi tre comandamenti che ribadiscono la suprema signoria di Dio sulla storia. L’autenticità del discepolato si manifesta quando questi primi comandamenti diventano scelta di vita radicale, totalizzante. E per arrivare a questo non bastano le sole forze del discepolo: è necessario percepire quello sguardo d’amore che Gesù dona. Le ricchezze, precisa Gesù, vanno distribuite ai poveri. Anche in questo caso va notato il plurale, che fa pensare a una massa anonima e illimitata. Distribuire ai poveri un patrimonio significa bruciare i ponti dietro di sé, partire senza possibilità di ritorno. Nella frase l’elemento più importante è collocato alla fine: «Seguimi!». Dietro questo imperativo si cela quella comunicazione di vita eterna che il ricco sta cercando. La reazione del protagonista è tutt’altro che entusiasta. Il «tale» si lascia chiudere nella tristezza e si allontana, rimanendo senza nome, senza identità, ma con una qualifica finora ignota al lettore: «Aveva molte proprietà». La tristezza conferma l’attrattiva esercitata da Gesù sul ricco; è segno che l’invito che lo interpella non lo lascia indifferente; se si rattrista, è perché ha compreso e intravisto una possibilità di vita che però non riesce a fare sua. Qualcosa, in questo episodio, anticipa quella che sarà l’esperienza di tutti i discepoli: in fondo, anch’essi vivranno l’esperienza di quest’uomo pieno di entusiasmo; uomini dalle grandi promesse, se ne andranno tutti con la tristezza nel cuore (14,19.50) quando l’ombra della croce entrerà in scena. Solo all’indomani della risurrezione, i Dodici percepiranno la forza di quello sguardo d’amore che li aiuterà a lasciare realmente tutto, spingendoli a quella radicalità che prima sembrava impossibile.

Il disorientamento dei discepoli Nella tradizione anticotestamentaria, la ricchezza viene trattata secondo tre prospettive. La prima, derivata dal concetto di abbondanza e prosperità, fa della ricchezza una benedizione e un dono di Dio; la seconda prospettiva, assai vicina al linguaggio profetico, presenta il ricco come sinonimo di opulenza e insensibilità; la terza prospettiva, infine, tipica del linguaggio sapienziale, si contraddistingue per la messa in guardia verso la ricchezza. Gesù sembra collocarsi all’interno della seconda e terza prospettiva. In questo brano il narratore passa dal concetto di sequela a quello di accesso al Regno e da questo all’idea di salvezza: l’entrare nel regno di Dio del v. 23 viene infatti interpretato dai discepoli come sinonimo di salvezza nel v. 26. E su questo punto che la sproporzione tra ciò che l’uomo può fare e ciò che Dio può concedere è volutamente enfatizzata, mostrando il totale errore di prospettiva della domanda iniziale del ricco che a Gesù si era rivolto puntando sul «fare» («che cosa posso/devo fare?», v. 17).

La domanda di Pietro Pietro, “rompendo il ghiaccio” venutosi a creare tra i discepoli e il Maestro (cfr. 8,29; 9,5-6), si fa portavoce del gruppo e dà voce a una considerazione che concerne quanti stanno seguendo Gesù più da vicino. Il tono dell’intervento di Pietro si muove tra la sfida e la preoccupazione: la sfida, perché pur avendo alcuni beni, essi sono stati in grado di seguire Gesù; la preoccupazione, perché dopo aver fatto il passo della sequela, ora cosa li attende se la via che porta al Regno è tanto stretta? Non c’è sequela che non debba fare i conti con il mistero della sofferenza; ciò vale per Gesù, è stato necessario per Giovanni Battista e lo sarà per tutti coloro che abbracciano la via percorsa dal Maestro. La sofferenza, tuttavia, non rappresenta l’ultima tappa; essa, piuttosto orienta verso la «vita eterna», proprio quello che l’uomo ricco cercava di assicurarsi quando si è presentato a Gesù in 10,17. Ancora una volta essa non è presentata come la conseguenza di un «fare», ma come dono che Dio accorda a coloro che sanno lasciare i beni più preziosi «per causa mia e per causa del Vangelo» (v. 29; cfr. anche 8,35). Torna anche la questione dei primi e degli ultimi che può essere intesa come un avvertimento rivolto a Pietro e ai Dodici. Il primato di cui si parla non è di ordine temporale: non si dice che coloro che sono arrivati per primi saranno ammessi al Regno per ultimi, in ordine di tempo, ma che coloro che si considerano al primo posto nella scala sociale, nei privilegi, saranno collocati all’ultimo posto. Il fatto di aver lasciato tutto e di ricevere il centuplo non significa avere una sorta di “assicurazione” sulla vita futura. L’unica assicurazione deriva dalla capacità di mantenere una posizione di servizio e di accoglienza!

Il terzo insegnamento sul mistero pasquale Per la prima volta, in modo esplicito, Marco dichiara la meta del cammino, annunciata in modo velato in 9,30 e 10,1 : Gerusalemme. Allo stato attuale della narrazione, Gerusalemme è stata menzionata esplicitamente due sole volte: in 1,5 per descrivere una delle regioni dalle quali la gente accorre a Giovanni Battista (indirettamente, si affermava che essa non era in grado di rispondere ai bisogni dei suoi «figli») e in 3,22 quando vengono presentati gli scribi «giunti da Gerusalem­me» con il preciso obiettivo di mettere in difficoltà il Maestro. Si tratta pertanto di una città dal volto ambiguo: custode della Legge e centro spirituale del popolo, essa non riesce a offrire ciò che l’uomo cerca e le autorità che la abitano si pongono in posizione polemica nei confronti di Gesù. In questa cornice sembra che la stessa «salita» acquisti un significato simbolico molto più forte di un semplice movimento fisico. Distinguendo il proprio destino da quello dei discepoli, Gesù svela nei dettagli la sorte che lo attende: la sequenza dei sei verbi che scandiscono la passione e morte è talmente precisa che dietro ogni verbo è possibile rintracciare un quadro di quanto verrà narrato in Mc 14—15. Questo insegnamento viene depositato nel cuore dei Dodici distinti dal resto dei discepoli e destinatari ancora una volta di un insegnamento privilegiato. Ma, come in altri momenti chiave e delicati della narrazione, alcuni di loro sembrano avere la testa altrove...

La domanda di Giacomo e Giovanni Se in 8,31 era stato Pietro a non rivelarsi particolarmente saggio, seguito in 9,31 da tutti i discepoli, ora la cosa si ripropone con Giacomo e Giovanni. In questo modo, proprio i destinatari dei momenti più intimi e riservati rivelano la loro inconsistenza! La loro è una richiesta di potere che li allontana non solo dal Maestro ma anche dagli altri dieci che seguono la scena esterrefatti. Tutto questo, paradossalmente, si verifica proprio nel momento in cui il Maestro illustra nei dettagli il tipo di potere che caratterizza la sua missione.

Il disorientamento dei discepoli Di fronte alla richiesta di Giacomo e Giovanni e allo sdegno che si diffonde tra gli altri apostoli, si rende necessario un nuovo intervento chiarificatore per ricol­locare al centro del discorso quanto già ribadito lungo il cammino: «Se qualcuno vuole essere il primo, sia 1’ultimo di tutti e il servo di tutti» (9,35). L’intervento di Gesù parte da quello che i Dodici possono constatare: l’esperienza dell’abuso di potere e di autorità è all’ordine del giorno. È evidente che un potere come questo non porta da nessuna parte, se non all’autoreferenzialità di chi lo esercita. Gesù non propone ai suoi una via che porta all’annullamento della dignità o della personalità dei discepoli, ma un servizio capace di fare proprio un modo alternativo di esercitare il potere basato sulla dedizione e sulla dipendenza da Dio. Un potere che non schiaccia dall’alto, sottomettendo gli altri, ma che si dona dal basso in loro favore. In questo Gesù si presenta come il “figlio dell'uomo” come il modello che i discepoli devono interiorizzare.

L’incontro con l’uomo mendicante Il cammino verso Gerusalemme si chiude con un altro incontro imprevisto, che richiama quello con l’uomo ricco. La situazione umiliante di Bartimeo è attentamente descritta: là dove tutti sono in cammino, lui è fermo, ai bordi della strada; la sua vita si regge esclusivamente sulla benevolenza degli altri, visto che è costretto a mendicare; il modo in cui viene trattato dalla folla, che lo vuole mettere a tacere, lascia trasparire un poco del disprezzo di cui è oggetto. Bartimeo è una figura ai margini, escluso dalla vita sociale, collocato fuori dalla città stessa. Secondo alcuni studiosi, in quanto cieco, sarebbe pure considerato impuro. Nonostante ciò, Bartimeo si staglia ironicamente con una dignità superiore a quella di coloro che circondano il Maestro: egli ha un nome e un’identità precisa, vede in Gesù il «figlio di David», cosa che non colgono quanti circondano Gesù, per i quali egli è semplicemente «il Nazareno»; la sua professione di fede risuona senza esitazione, la sua fiducia è disarmante. Si ha l’impressione che la risposta del povero Bartimeo riempia il vuoto lasciato dal ricco anonimo. C’è un particolare nell’intera scena che riceve una sot­tolineatura peculiare: il gesto del mendicante che «gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù» (v. 50). Tenendo presente che per un povero il man­tello costituiva non solo un indumento, ma la casa e tutti i suoi averi, il gesto assume un certo rilievo. La Legge stessa interveniva perché il diritto del povero al mantello non fosse leso in alcun modo (cfr. Es 22,25-26; Dt 24,10-13.17). Eppure, nel caso di Bartimeo tale capo di vestiario viene abbandonato, gettato via, lasciato, e il povero si pone, spoglio, alla sequela di Gesù (v. 52): pur avendo poco, anche quel poco potrebbe essere di intralcio e il cieco lo lascia alle spalle. Proprio grazie a tale gesto, il cieco che sedeva ai bordi della strada diventa un uomo capace di seguire Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme. L’evangelista descrive tale passaggio come un’esperienza di fede e di salvezza («la tua fede ti ha salvato», v. 52): non si tratta solo di una guarigione fisica, ma di un’esperienza che ha conseguenze di carattere spirituale e sociale. Tutti i discepoli, senza distinzione, sono rimasti disorientati di fronte alle esigenze di una sequela che implica l’assunzione della povertà più radicale. In tal senso, è emerso chiaramente che i discepoli devono ancora compiere un lungo cammino di conformazione al Maestro, passando dall’atteggiamento dell’uomo ricco a quello del povero Bartimeo. In loro c’è una cecità che va sanata, una tristezza che va affrontata, ma soprattutto c’è l’annuncio del mistero pasquale che va vissuto e interiorizzato e tutto questo non potrà avvenire senza il passaggio attraverso la spoliazione e la nudità.


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La presenza del regno di Dio 1Diceva loro: «In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza».

La trasfigurazione 2Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. 5Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 6Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. 7Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». 8E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 9Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. 10Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. 11E lo interrogavano: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 12Egli rispose loro: «Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa; ma, come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato. 13Io però vi dico che Elia è già venuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto di lui».

L’esorcismo del ragazzo 14E arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. 15E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». 17E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. 18Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 19Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». 20E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; 22anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». 24Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». 25Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». 27Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi. 28Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 29Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

Secondo insegnamento sul mistero pasquale 30Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

Ultimi per accogliere gli ultimi 33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Quale comunità, quale accoglienza? 38Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 39Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40chi non è contro di noi è per noi. 41Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. 42Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 43Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. [44] 45E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. [46] 47E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, 48dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. 49Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. 50Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La presenza del regno di Dio Il primo versetto risulta abbastanza enigmatico; sembra indicare il fatto che alcuni dei contemporanei avranno modo di constatare la venuta del Regno “nella sua potenza” e questo sarà motivo di giudizio per alcuni e di conforto per altri. Introduce anche la scena successiva, quella della trasfigurazione, che è una prefigurazione della gloria del Figlio, sperimentata in prima persona da Pietro, Giacomo e Giovanni; ma sarà solo nel momento in cui la morte viene sconfitta che i discepoli avranno modo di constatare la presenza del Regno “nella sua potenza”.

La trasfigurazione La scena presenta, da tre diversi punti di vista, l’identità di Gesù: in un primo momento mostra la sua partecipazione alla sfera divina; in un secondo momento, nel dialogo con Mosè ed Elia, indica la sua posizione in seno alla storia della salvezza e in rapporto alle Scritture ebraiche; infine, viene dichiarato come Figlio di Dio ed è ribadito il destino di sofferenza e rifiuto che lo attende. Pietro sembra intervenire in modo poco opportuno. Pur facendosi interprete degli altri, riporta su un livello “terra-terra” quel­ lo che i tre discepoli stanno vivendo con il Maestro. Alla reazione superficiale di Pietro si aggiunge l’incomprensione dei discepoli nel momento in cui il Maestro li invita a custodire nel silenzio quanto hanno visto fino al giorno in cui il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Ciò che i tre non comprendono non è qualcosa di secondario ma l’elemento chiave dell’annuncio e della fede cristiana: «cosa volesse dire risorgere dai morti» (9,10). Si ha come l’impressione che Gesù porti con sé, in disparte, non coloro che hanno una maggiore capacità di co­gliere il mistero che avvolge la sua persona, ma quelli che fanno più fatica a compren­derlo. Il racconto torna chiaramente sul tema dell’identità di Gesù e, indirettamente, squalifica le tre opinioni che si sono diffuse tra «gli uomini» sul suo conto (8,27). Le diverse proposte vengono riprese, una dopo l’altra, mostrando come il mistero che avvolge Gesù vada ben al di là di cia­scuna di esse. Chi è allora Gesù? La voce celeste lo dichiara, per la seconda volta, come «figlio amato», evocando con questo titolo il mistero del sacrificio che abita la pagina di Gen 22; contemporaneamente la voce infon­de autorevolezza alla sue parole invitando i discepoli ad aprirsi all’ascolto di quanto Gesù ha appena pronunciato in merito al suo destino di passione, morte e risurrezione («Ascoltatelo!»). Tale imperativo ha lo stesso valore dell’invito all’ascolto che caratterizza Es 24: è una condizione necessaria per continuare a camminare secondo il progetto di Dio. L’identità enunciata dalla voce celeste è, poi, accompagnata da una serie di segni visivi di conferma come le vesti bianche (il bianco è nella tradizione biblica ed extrabiblica il segno della divinità) e il dialogo con Mosè ed Elia. Il fatto stesso che i due grandi profeti non parlino con i discepoli, ma solo con Gesù, sembra dire che, d’ora in poi, la Legge e i Profeti vanno accostati passando per la persona del Maestro.

L’esorcismo del ragazzo L’assenza di fede, che concerne i discepoli, il padre e i presenti, tutti inclusi nell’espressione «gene­razione incredula», rende impossibile l’esorcismo. Di fronte all’invocazione del padre, Gesù reagisce precisando che l’efficacia dell’esorcismo non è questione di volontà o di poteri, ma piuttosto di fede (e questa non concerne solo il taumaturgo, ma anche il recettore del miracolo) ed è significativo notare come il padre del fanciullo si senta immediatamente interpellato e colga che la fede non è un atto magico o passivo di adesione a Dio, ma un dono da invocare unitamente a un atto di consegna da compiere («Credo, aiuta la mia incredulità»). I discepoli, in disparte, nella cornice privilegiata di una casa, tornano sui motivi della loro inefficacia e la risposta di Gesù riprende, questa volta indirettamente, la questione della fede: alcuni esorcismi possono essere portati a termine solo attraverso la preghiera. Ma che cos’è la preghiera se non espressione di quell’atto di fede che il padre del fanciullo ha manifestato poco prima, da un lato ribadendo il suo «cre­do!», dall’altro chiedendo l’aiuto di Gesù perché tale adesione di fede crescesse e fosse purificata? I discepoli, che pur in 6,13 erano stati efficaci nel cacciare «molti demoni», devono ancora apprendere quella dimensione di fede che è consegna al Maestro, invocazione e riconoscimento dei propri limiti. Se sul monte l’identità di Gesù era stata rivelata a Pietro, Giacomo e Giovanni, ai piedi del monte i destinatari sono più numerosi: i discepoli, la folla e gli scribi. «Davanti a tutti Gesù pronuncia un «io» enfatico (9,25). Egli mostra di sapersi il rappresentante di Dio da cui attinge la forza della sua immediata autorità. Non è solo un aspetto della sua identità a essere messo in luce, ma tutta la sua persona di Figlio di Dio e di Figlio dell’uomo, di Maestro che ha l’autorità che viene da Dio, che egli rappresenta e di cui stabilisce il Regno. Gesù ha il potere di sconfiggere le potenze del male e con esse il regno della morte (9,27): questo conferma la sua identità di Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Un ruolo non secondario è quello vissuto dal padre del ragazzo indemoniato. Solo nel momento in cui il padre riconosce questo suo punto debole, ammettendo di essere lui stesso nella condizione di aver bisogno di aiuto, gli effetti dell’azione dello spirito muto vengono vinti. In tal senso, la trasformazione del padre è preludio della guarigione del figlio e diventa anche una risposta anticipata alla domanda che i discepoli porranno al v. 28: «Perché noi non siamo riusciti a cacciarlo?». Gesù replica indicando che il punto di svolta sta nella preghiera. Ora, di questa, nei versetti che precedono, si è fatto portavoce proprio il padre del fanciullo. E nel suo grido orante, che si fa professione di fede, invocazione di aiuto e riconoscimento della propria debolezza e dei propri limiti, che è possibile quella trasformazione che diventa terreno della signoria di Cristo e manifestazione della sua identità di Figlio di Dio.

Secondo insegnamento sul mistero pasquale Gesù «sta per essere consegnato nella mani degli uomini». Dietro questo verbo si danno appuntamento tre realtà: l’azione di Dio nel suo misterioso disegno di salvezza, l’azione dell’uomo nei drammatici risvolti del tradimento di Giuda, l’azione di Cristo che liberamente si consegna al Padre e alle mani degli uomini perché il disegno del Padre giunga a compimento. Se il primo annuncio del mistero pasquale aveva suscitato il rifiuto netto di Pietro, il secondo è segnato dall’incapacità dei discepoli di attribuire un senso a quanto ascoltano e dal rifiuto di andare a fondo della cosa. Commentando la scena, l’evangelista ci aiuta a cogliere ciò che fa da sfon­do a tale atteggiamento dei discepoli: una grande paura li abita ed essi non sono capaci di affrontarla. Tale sottolineatura non ha come obiettivo quello di mettere in rilievo la debolezza o l’inconsistenza dei discepoli, ma quello di interpellare il destinatario del vangelo, aiutandolo a prendere coscienza della sua responsabilità nella sequela.

Ultimi per accogliere gli ultimi Il ritorno a Cafarnao, nella casa che ha fatto da sfondo all’ini­zio del ministero pubblico, non è certamente casuale: si tratta di un “secondo inizio”! Gesù ha ricondotto i discepoli in Galilea per ribadire il senso della sequela (9,30-50). L’ironia narrativa gioca sulla “mania di grandezza” dei discepoli. Gesù pone ai discepoli una domanda di fronte alla quale sembrano sentirsi così piccoli da non riuscire neppure a rispondere. Nonostante ciò sono loro i destinatari dell’insegnamento privilegiato di Gesù che, sedutosi, assume la posizione di chi deve comunicare un importante insegnamento e, convocando i Dodici, pone al centro della loro attenzione qualcuno che non appartiene al gruppo, «l'ultimo fra tutti», facendo del proprio rapporto con lui un esplicito modello perché i Dodici imparino a capire cosa veramente significa essere «primi». Parola e gesto si intrecciano in questi versetti per evidenziare un preciso messaggio da parte di Gesù, quello che indica nel servizio e nell’accoglienza le priorità di chi vuole essere discepolo del Regno. Come il Figlio dell’uomo si lascia consegnare nelle mani degli uomini (giudei e pagani), così i Dodici sono chiamati a consegnarsi per essere a servizio degli ultimi. In tal senso, il bambino non rappresenta tanto un modello di semplicità o innocenza a cui conformarsi, quanto piuttosto un soggetto con scarsa rilevanza sociale, che rappresenta gli ultimi da accogliere, a cui fare spazio. Per essere in grado di accogliere gli ultimi occorre saper «farsi ultimi», seguendo la via percorsa dal Maestro fin dall’inizio del suo ministero pubblico. La priorità del servizio e dell’accoglienza è tale che solo accogliendo in questo modo si può accogliere il Cristo e Dio che lo ha inviato. Le categorie sociali sono ribaltate: con un gesto e poche parole Gesù fa capire ai suoi discepoli il tipo di comunità che essi sono chiamati a costruire. In quanto continuatori della sua missione, essi non sono chiamati ad aspettarsi posti privilegiati o ad attendersi una trionfale acco­glienza, ma, al contrario, sono invitati a farsi loro stessi spazio di accoglienza per chi normalmente è considerato senza alcun rilievo sociale. Così si diventa «primi»: nella misura in cui si è conformi al Maestro.

Quale comunità, quale accoglienza? L’invito all’accoglienza e al servizio viene ripreso partendo da una considerazione concreta presentata da Giovanni, uno dei figli di Zebedeo. La posizione di Giovanni è di esclusione: «non ci seguiva», non segue il «noi» dei discepoli, quindi va impedito. Quella di Gesù è di inclusione: «chi non è contro di noi è per noi». La via della sequela, quale la vivono i discepoli, non ha nulla di esclusivo: ci sono altri modi di seguire, altri percorsi per rendere efficace la logica del Regno che vanno dalla capacità di respingere il male nel nome di Gesù a quella di compiere gesti semplici, come offrire un semplice bicchiere d’acqua, per il fatto che i destinatari appartengono a Cristo (v. 41). Alla puntualizzazione del Maestro, fa seguito una serie di avvertimenti che hanno a che vedere con il tema dello scandalo (vv. 42-48). L’interpretazione deve tener conto dei destinatari a cui Gesù si sta rivolgendo (i Dodici) e del tema di fondo che sta affrontando (quello dell’accoglienza e del servizio): in tal senso «i piccoli che credono» non sono i bambini ma piuttosto coloro che si avvicinano alla comunità o manifestano una certa sintonia con essa e che, proprio perché all’inizio del loro personale cammino, hanno ancora una fede debole. Essi si accostano alla comunità con l’attesa di trovare uno spazio di uguaglianza e di accoglienza vicendevole: se tale attesa, per l’ambizione dei Dodici o per le divisioni che si potrebbero creare al loro interno, dovesse andare delusa, le conseguenze potrebbero essere letali per la loro fede. Il problema dello scandalo dei deboli costituiva una questione di rilievo nelle prime generazioni cristiane, i Dodici sono, pertanto, chiamati a prendere sul serio la responsabilità nei con­ fronti di coloro a cui sono inviati: loro compito è quello di sostenere la fede dei piccoli, facendoli sentire parte viva di una comunità che sa fare spazio a tutti. La mano, il piede e l’occhio sono gli organi della comunicazione che hanno accompagnato la missione di Gesù: la mano è stata usata per accogliere, guarire, rialzare giudei e pagani; il piede per percorrere le strade della Galilea, delle regioni di Tiro e Sidone e della Decapoli; l’occhio per provare compassione e cogliere i bisogni delle folle sulle due sponde del lago. Tutto ciò che impedisce alla comunità di vivere una missione che sa farsi spazio di accoglienza per giudei e pagani va sradicato: le drastiche punizioni evocate dicono la serietà di tali avvertimenti che non ammettono alcuna forma di compromesso. Ogni credente è parte viva dell'unico corpo ecclesiale: perderlo equivale a strappare un membro del proprio corpo, con tutte le conseguenze annesse. L’insegnamento si conclude ricorrendo alle immagini del fuoco e del sale. Nel v. 49 le due immagini si intrecciano per sottolineare, da un lato, l’importanza di purificare la logica del proprio agire (il fuoco) e, dall’altro, la necessità di conservare l’eredità tale quale è stata ricevuta da Gesù, costi quel che costi (il sale). Evidentemente, non si tratta di un’eredità facile; essa esporrà a prove e persecuzioni, ma su di essa si gioca il futuro e l’identità della comunità.


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La seconda moltiplicazione dei pani 1In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2«Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. 3Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». 4Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». 5Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette». 6Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. 8Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. 9Erano circa quattromila. E li congedò. 10Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

La terza traversata: dai molti pani all’unico pane 11Vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. 12Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno». 13Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva. 14Avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. 15Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». 16Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane. 17Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? 18Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». 20«E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». 21E disse loro: «Non comprendete ancora?».

Il cieco di Betsaida 22Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. 23Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». 24Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano». 25Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. 26E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».

Il riconoscimento di Pietro 27Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». 28Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». 29Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Le esigenze della sequela 34Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. 36Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? 37Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? 38Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La seconda moltiplicazione dei pani L’episodio vuole sottolineare l’apertura universale della missione di Gesù ed è volutamente complementare al testo di 6,35-44, dove già era emersa la premura di Gesù nei confronti della folla. La peculiarità del brano non sta tanto nel fatto che Gesù compie un miracolo a parte, in territorio pagano, parallelo alla moltiplicazione dei pani in terra giudaica, quanto piuttosto nel fatto che, simbolicamente, Gesù im­ bandisce una mensa alla quale sono assisi giudei (Gesù e i suoi discepoli) e pagani insieme: è questo che sottolinea l’orizzonte universale della scena. Ed è questo anche il significato del simbolismo numerico utilizzato dall’evangelista: esso non indica solo il mondo pagano, ma l’apertura universale che include giudei e pagani.

La terza traversata: dai molti pani all’unico pane I farisei si rivelano ben consapevoli di come Gesù, con il suo comportamento e insegnamento, stia toccando i principi chiave dell’identità giudaica. La loro richiesta di «un se­gno dal cielo» sembra richiamare due contesti anticotestamentari: quello del faraone d’Egitto prima della liberazione degli Israeliti (cfr. Dt 6,21-22) e quello del popolo ribelle durante il cammino nel deserto (cfr. Dt 1,35; 32,5.29; Sal 95,10). Il problema è che ogni volta che un segno è preteso, la richiesta include già implicitamente una forma di resistenza che prelude al suo successivo rifiuto o comunque all'insufficienza del segno. Dopo aver respinto con fermezza la richiesta dei farisei, Gesù si dirige nuovamente verso l’altra riva con i suoi discepoli. Mentre è sulla barca con loro, riprende la scena appena vissuta e, rivolgendosi ai discepoli, li mette in guardia dal «lievito dei farisei» e «dal lievito di Erode». I discepoli invece si dimostrano preoccupati perché non hanno con sé dei pani, scambiando «il pane vivo disceso dal cielo» di cui parla il Maestro con quello di cui ci si nutre quotidianamente. La presenza di quell’unico pane sembra richiamare il messaggio universale e inclusivo del Maestro che ha imbandito una sola mensa per giudei e pagani (1Cor 10,17), superando la logi­ca dominatrice di Erode e quella esclusivista delle autorità religiose giudaiche. Di fronte a tutto questo, però, i discepoli si rivelano lenti a capire.

Il cieco di Betsaida È significativo che, come nel caso del sordo con difficoltà di parola (7,32), il cieco venga condotto a Gesù da alcuni personaggi anonimi i quali pregano il Maestro per la guarigione del cieco senza che quest’ultimo si esprima in merito. Solo in un secondo momento egli prende la parola, per rendere ragione di un iniziale recupero della vista che rimane tuttavia ancora confusa. Centrale nel brano è quella che potremmo definire una “pedagogia del vedere” che, a tappe diverse, scandisce il progressivo cam­ mino personale che conduce dalla cecità alla visione. Le tappe della pedagogia che il cieco si trova a vivere comprendono: il lasciarsi condurre a Gesù da persone anonime (v. 22), il lasciarsi prendere per mano per essere condotto fuori dal villaggio da Gesù stesso (v. 23), una prima azione terapeutica con l’enunciazione di quanto sperimentato (vv. 23-24), una seconda azione terapeutica necessaria e complementare alla prima (v. 25), rinvio a casa con il preciso comando di non tornare nel villaggio (v. 26).

Il riconoscimento di Pietro Il riconoscimento di Pietro è un punto di arrivo cruciale a livello narrativo. Fino a questo momento nessuno, tra quanti seguono Gesù, è riuscito a esprimere un vero e proprio riconoscimento della sua identità. Il lettore sa chi è Gesù fin dal titolo del vangelo (1,1); egli ha potuto anche sentire la voce con la quale il Padre ha definito il Figlio in occasione del battesimo al Giordano (1,11) raccogliendo in lui l’intero corpo delle Scritture ebraiche; i demoni stessi si sono espressi urlando ai quattro venti la sua identità, anche se sono stati prontamente messi a tacere (1,24; 3,11 ; 5,7). Tra coloro che seguono il Maestro, però, regna la confusione e i pareri sono contrastanti. La differenza tra le designazioni degli «uomini» e quella di Pietro è abissale: l’identificazione comune coglie in Gesù una figura profetica. Pietro invece fa un deciso passo in avanti: «Tu sei il Messia». Dando voce all’intero gruppo dei discepoli, egli riconosce quello che la gente non è ancora riuscita a cogliere. Il significato che egli attribuisce al termine non ci viene illustrato ma da quello che si verifica nei vv. 32-33 si nota che l’accezione messianica di Pietro è molto diversa da quella prospettata da Gesù al v. 31. Proprio per tale motivo l’intervento deciso del Maestro obbliga i discepoli al silenzio assoluto circa la sua identità. Il titolo che Pietro gli ha attribui­to va riletto alla luce del «Figlio dell’uomo» e del destino che lo attende: il Figlio dell’uomo sperimenterà una morte violenta, che non sarà soltanto la conseguenza di una opposizione umana (che andava crescendo e che già si era manifestata in 2,2 e in 3,6) ma anche il compimento di un percorso che viene dal Padre e che si rivela come necessario, perché implicito all’interno delle Scritture (9,12; 14,21.49).

Le esigenze della sequela Dopo aver anticipato ai suoi il destino che lo attende, Gesù convoca la folla per dichiarare, senza mezzi termini, quali sono le esigenze legate alla sequela. Il brano, come il testo precedente, ha l’obiettivo di non creare false illusioni o attese. La sequela richiede due disposizioni di fondo: il rinnegamento di sé e l’assunzione della logica della croce. Se il primo atteggiamento implica la capacità di dire «no» a una prospettiva puramente centrata sull’io e sulla propria grandezza (ben illustrata dalle immagini successive, che evocano la tendenza a salvare se stessi e a puntare sulla conquista del mondo intero), «prendere la propria croce» implica l’accoglienza di tutto ciò che l’immagine scanda­losa della croce richiama: vergogna, rigetto, maledizione, sofferenza. Il brano è percorso da un filo rosso: quello, della vita, intesa come quell’intreccio di relazioni, esperienze, funzioni che plasmano l’individualità di ciascuno. Il termine nei vv. 35.36.37 ricorre ben quattro volte evidenziando due modi diversi di giocarsi l’esistenza: puntando solo su se stessi, con la conseguenza di smarrire il senso della vita, o puntando sulla sequela della persona e della parola di Cristo in vista di qualcosa di molto più grande: la salvezza.


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Il dibattito con i farisei e gli scribi 1Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3– i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, 5quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». 6Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. 7Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. 8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 9E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. 10Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e: Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte. 11Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, 12non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. 13Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte». 14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [16] 17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. 20E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

L'incontro con la donna sirofenicia 24Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. 26Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. 27Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». 29Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». 30Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

L'uomo sordo, impedito nel parlare 31Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Il dibattito con i farisei e gli scribi La scena si apre con l’arrivo dei «farisei e alcuni degli scribi giunti da Gerusalemme»: ruoli e provenienza richiamano i custodi della tradizione. Senza mezzi termini, Gesù denuncia che spesso la tradizione degli antichi fa passare per comandamento divino ciò che di fatto è solo un precetto umano. Nella controversia Gesù sembra spostare l’attenzione dalla molteplicità dei precetti alla centralità del decalogo e dall’esteriorità dell’osservanza all’interiorità che trova nel cuore un punto di riferimento chiave. Quando i discepoli, in casa, chiedono al Maestro ulteriori deluci­dazioni in merito, questi vengono ripresi con una formulazione dura («Siete anche voi così ignoranti?», v. 18; cfr. anche 6,52) che richiama la definizione che Gesù aveva dato a quanti, diversamente dai discepoli, rimanevano «fuori» da un discorso di autentica sequela (cfr. 4,11-12). Seguire Gesù significa entrare in una logica totalmente diversa da quella dell’osservanza farisaica e i Dodici ne devono essere ben consapevoli. La base dell’autentica osservanza è il cuore: non ciò che entra nel ventre (i cibi) rende impuro l’uomo, allontanandolo da Dio, ma ciò che esce dal cuore e crea tutta una serie di divisioni tra l’uomo e il suo simile. I discepoli di Gesù devono essere attenti alle norme di purità ma queste non concernono tanto gli alimenti (v. 19) quanto piuttosto i sentimenti che escono dal cuore minacciando le relazioni umane prima ancora che la relazione con Dio.

L'incontro con la donna sirofenicia Ancora una volta, di fronte a ciò che è ritenuto impuro, Gesù non assume un atteggiamento difen­sivo, fuggendo ogni forma di contatto o di relazione ma, al contrario, fa proprio un atteggiamento di ascolto e di accoglienza, capace di lasciarsi mettere in discussione da chi gli viene incontro. Gesù, di fatto, varca una frontiera sociale (si pone in ascolto di una donna, lasciandosi mettere in discussione da quest’ultima), geografica (passa da un territorio ebraico a uno pagano), religiosa (passa da un contesto dominato dalla preoccupazione delle norme di purità a un con­testo impuro). Di fronte alla donna che chiede l’inter­vento di Gesù nei confronti della figlioletta, Gesù risponde ponendo delle priorità: i «figli» sono i primi a cui è destinato il pane; non sarebbe cosa buona gettare il pane ai «cagnolini» prima che i figli ne siano sazi. Gesù non esclude i «cagnolini» ma pone delle priorità e non sembra disposto a esaudire la donna (v. 27). La reazione è però immediata e cambia la lettura dei fatti: la donna chiama «bambini» quelli che per Gesù sono «figli», lasciando intendere che tale categoria va ampliata e non può essere riferita semplicemente a coloro che per discendenza sono tali; ugualmente, là dove Gesù pone un prima e un poi, la donna propone l’idea della contemporaneità, utilizzando la stessa immagine valorizzata da Gesù: mentre i bambini mangiano il pane sulla tavola, i cagnolini sotto di essa potranno saziarsi delle briciole che cadranno. Non c’è bisogno di «gettare» nulla. Le briciole cadranno da sé. I cagnolini non chiedono altro (v. 28): non chie­dono di trasformarsi in «figli» o di essere saziati per primi. La replica della donna convince Gesù a tal punto che il narratore non sente il bisogno di soffermarsi sul racconto dell’esorcismo. La donna sirofenicia è una di quelle figure femminili che giocano un ruolo decisivo nel secondo vangelo, accanto alla suocera di Pietro (1,30- 31) e alla donna affetta da perdite di sangue (5,25-34). Come dopo la guarigione della suocera di Pietro la sua casa si apre all’accoglienza di tutti i malati e gli indemoniati (1,32) e come la donna affetta da perdite di sangue diventa segno per tutti coloro che seguono Gesù (5,31-33), così la donna sirofenicia scandisce uno dei passaggi decisivi del secondo vangelo, già anticipato nelle due traversate del lago (4,35-41; 6,45-52) e confermato dalla seconda moltiplicazione dei pani che si verificherà presto (8,1-9). Essa è una figura simbolo per tutto il mondo pagano, proprio come Giàiro, il capo della sinagoga di 5,21-24.35-43, insieme alla figlioletta di dodici anni era simbolo del popolo di Israele. Tra l’altro la sirofenicia riconosce Gesù come «Signore», titolo che mai altrove, in Marco, è usato da un essere umano nei confronti di Gesù: se sulle labbra della donna tale titolo può indicare una formula di cortesia, non così per il lettore del vangelo che vi riconosce un titolo altamente significativo (cfr. 1,3; 12,29-30.36; 13,20) per la propria esperienza di fede.

L'uomo sordo, impedito nel parlare Uno dei tratti che colpiscono il lettore è il fatto che il sordo impedito nella parola si presenti a Gesù condotto da altri. Siamo in una situazione opposta allo spirito di iniziativa della donna sirofenicia. L’uomo era forse incosciente della sua situazione? O non osava presentarsi a un maestro giudeo, la cui fama era ormai nota (cfr. 5,20; 7,25), in quanto pagano? Anche se pagano, il sordo impedito nel parlare non deve avere timore di presentarsi a Gesù: questi è infatti all’origine della nuova creazione annunciata dai profeti, che coinvolgerà giudei e gentili. Il Maestro riabilita un uomo alla comunicazione, ma chiede, senza successo, che tale comunicazione resti per il momento vincolata. Non siamo di fronte all’unico caso in cui, nel secondo vangelo, viene avanzata una esplicita richiesta di silenzio: essa emerge anche nell’episodio della purificazione del lebbroso (1,44), in quello della restituzione della vita alla figlia di Giàiro (5,43), come pure nella guarigione del cieco di Betsaida (8,26). La richiesta di silenzio è strettamente associata a questi episodi (e non ad altri) perché sono proprio questi episodi che rivelano l’identità messia­nica di Gesù. Particolarmente enfatizzato in questo brano è il vocabolario del “toccare”: se nell’episodio precedente Gesù opera un mira­colo a distanza, in quello attuale la situazione è opposta. Tutto ciò che dice relazione e vicinanza trova particolare spazio: fin dall’inizio chi conduce il malato chiede a Gesù di imporre la mano (v. 32); subito dopo Gesù lo porta in disparte, allontanandolo dalla folla e ponendolo in stretta relazione con sé (v. 33): gli pone le dita negli orecchi mentre la sua saliva entra in contatto con quella del malato (v. 34); il contatto, unito alla forza della parola, opera la guarigione. La presenza o assenza di fede viene trascurata e la guarigione è concepita come un processo di apertura: non solo dell’udito e della parola, ma anche del malato alla persona di Gesù e alla comunicazione interpersonale. In altre parole, l’uomo pagano è ristabilito nella sua capacità e dignità di comunicare con Gesù e con gli altri. È evidente il significato simbolico dell’intero brano: le barriere sono totalmente infrante e là dove le norme di purità richiedevano delle linee di demarcazione precise tra il puro e l’impuro, tali linee sono superate dalla dinamica relazionale che scaturisce dalla persona di Gesù Cristo e che è stata illustrata dai due incontri complementari con la donna sirofenicia e con l’uomo sordo impedito nella parola.


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L’ultima visita alla sinagoga 1Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità.

La missione dei Dodici 6bGesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando. 7Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

La morte del Battista 14Il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». 15Altri invece dicevano: «È Elia». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». 16Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». 17Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. 18Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». 19Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, 20perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. 21Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. 22Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». 23E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». **24vElla uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». 25E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». 26Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. 27E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione 28e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. 29I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Il ritorno dei Dodici dalla missione 30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

La prima moltiplicazione 35Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; 36congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». 37Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». 38Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». 39E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. 40E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. 41Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. 42Tutti mangiarono a sazietà, 43e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. 44Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

La seconda traversata del lago 45E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. 46Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. 47Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. 48Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. 49Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, 50perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». 51E salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati, 52perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.

Guarigioni a Gennèsaret 53Compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. 54Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe 55e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. 56E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

L’ultima visita alla sinagoga Il rifiuto affiora con toni decisi proprio nell’ambiente in cui Gesù è nato e cresciuto, con­ testo che viene descritto attraverso tre cerchi concentrici: la patria, la parentela e la casa. Un proverbio assimila tale esperienza di Gesù a quella sperimentata dai profeti, facendo del rifiuto e dello scandalo una parte integrante e necessaria del disegno di Dio (idea che sarà ripresa in 14,27). Per ben tre volte gli interrogativi degli abitanti di Nazaret dimostrano di non riuscire ad associare il frutto («la sapienza... i prodigi... queste cose») con le origini di una persona che altro non è che un carpentiere, nato da donna, con fratelli e sorelle noti a tut­ti (per di più, a loro volta, in difficoltà con Gesù): la tensione tra il Maestro e i suoi è palese ed evidente. Il fatto poi che questo avvenga nella sinagoga, il luogo dov'era stata presa la decisione di mettere a morte Gesù (3,6), getta un’ulteriore ombra inquietante sulla scena. Non per nulla questa sarà l’ultima volta, stando al racconto marciano, che Gesù metterà piede in una sinagoga. Di fronte all’incredulità, sembra che Gesù non possa fare nulla: i suoi interventi sono molto limitati dall’ostacolo del non volergli credere. In modo mol­to provocatorio per il lettore, riaffiora la questione della responsabilità di quanti seguono Gesù, una responsabilità che può avere gravi conseguenze, sia per quanti rimangono fuori, sia per coloro che si limitano a stare fisicamente vicini a Gesù senza assumerne fino in fondo le conseguenze (4,11.40). Su questa immagine che, sotto il segno della mancanza di fede, mina le relazioni più intime di Gesù, i discepoli e, con essi, il lettore, colgono che stare con Gesù ed entrare a far parte della sua famiglia implica l’assunzione di una logica impegnativa, destinata a misurarsi con non poche difficoltà.

La missione dei Dodici Dopo aver chiarito l’identità dei discepoli e la missione che li attende. Il rifiuto sperimentato a Nazaret non ha minimamente influito sulla missione di Gesù e dei suoi, che continua a estendere il suo raggio d’azione. Secondo il tipico stile marciano, la missione dei Dodici viene presen­tata attraverso la strategia narrativa dell’incastro: tra l’invio dei Dodici (vv. 7-13) e il loro ritorno (vv. 30-34), il narratore riporta la fine del Battista e le circostanze che hanno accompagnato la sua messa a morte (vv. 14-29); proprio come la missione di Gesù si era aperta sullo sfondo dell’arresto di Giovanni Battista (1,14-15), ora la missione dei Dodici si apre sullo sfondo del suo martirio, ribadendo indirettamente che il mandato ha tra le sue condizioni una logica di «consegna» radicale, fino al dono estremo di sé. Nella loro missione, i Dodici sono strettamente associati a Gesù: il loro ministero è un prolungamento di quello del Maestro, Gesù li coinvolge a pieno titolo nell’opera che il Padre gli ha affidato. I Dodici poggiano la loro sicurezza solo in colui che li manda e annunciano, non solo a parole, la priorità del Regno su tutto il resto. Il successo della loro prima esperienza di annuncio non si farà attendere: «molti» sono i demoni che riescono a sanare e «molti» i malati che vengono guariti (6,13).

La morte del Battista Al successo della missione dei Dodici fa eco l’estendersi della fama di Gesù che raggiunge anche il palazzo del tetrarca Erode. Proprio a questo punto della narrazione il lettore viene informato della messa a morte di Giovanni Battista che, di per sé, avrebbe dovuto tacere per sempre, mentre invece sembra più “vivo” che mai!

Il ritorno dei Dodici dalla missione Nonostante l’apparente successo dei Dodici, qualcosa lascia intendere che le folle non hanno ancora trovato quello che realmente cercano: il loro movimento resta confuso, caratterizzato da un viavai continuo e la descrizione che Gesù ne fa, cogliendovi un gregge di pecore senza un punto di riferimento, suggerisce che il lavoro da fare è ancora lungo. L’evangelista, identificando la folla come «pecore senza pastore», può pensare non solo alle autorità politiche che, mentre il popolo è smarrito, mettono a morte un uomo giusto e santo, prezioso punto di riferimento per esse (cfr. 1,5), ma anche ai Dodici che alla folla hanno offerto dei miracoli, ma non risposte soddisfacenti. La narrazione sembra andare in tale direzione quando fa notare la differenza tra Gesù e i suoi: Gesù, alla vista della folla, si lascia prendere da un movimento di profonda compassione che mette in secondo piano ogni altro obiettivo e si esprime attraverso la capacità di «vedere» i bisogni della gente, la pazienza di «insegnare», la disponibilità a offrire loro tempo prezioso (v. 34). I discepoli rimangono, al contrario, semplici spettatori.

La prima moltiplicazione L’evangelista sembra sottolineare il contrasto tra l’atteggiamento di Gesù e quello dei discepoli. Alla partecipazione “viscerale” di Gesù fa da contrasto il distacco emotivo dei discepoli. Là dove Gesù si lascia rag­giungere dalla folla, investendo tempo ed energie, i Dodici guardano il sole che va calando... viene spontaneo chiedersi: se questa è la loro reazione, come avranno vissuto l’esperienza missionaria narrata in 6,12-13? Non hanno forse rischiato di rivolgersi alle folle perdendo di vista la necessità di un coinvolgimento empatico con il loro dolore e con quel disorientamento profondo che le caratterizzava? Di fronte al mancato coinvolgimento dei discepoli, Gesù li stimola con un chiaro mandato: «Voi stessi date loro da mangiare!» (v. 37). L’in­ giunzione è un invito ad assumere su di sé il bisogno della folla. Dai discepoli affiorano due soluzioni: la prima era emersa al v. 36, la seconda segue immediatamente l’ingiun­zione del Maestro al v. 37 e si esprime con una domanda carica di stupore: «Vuoi che andiamo noi a comprare duecento denari di pane per dar loro da mangiare?!». Se nella prima soluzione i Dodici delegano il compito di sfamare la folla ad altri (i negozianti o gli abitanti dei villaggi vicini), nella seconda evidenziano quanto assur­do possa essere ogni genere di coinvolgimento da parte loro. Ma è la prospettiva con cui viene affrontato il bisogno a essere sbagliata: gli apostoli osservano la situazione partendo da ciò che essi non hanno. Il Maestro, al contrario, li invita a verificare quello che hanno: «Quanti pani avete? Andate a vedere!» (v. 38). Il calcolo va fatto a partire da quello che si ha, non da quello che si dovrebbe o potrebbe avere per far fronte all’emergenza. L’invito è, pertanto, quello di far leva sui «cinque pani e due pesci» già a disposizione: nessuna delega, nessun acquisto; occorre piuttosto condividere quanto già si possiede. La formazione alla missione autentica viene, a questo punto, scandita dai gesti compiuti sui cinque pani e sui due pesci (v. 41), gesti che illustrano una precisa logica, immergendo i Dodici nella sorgente della missione loro assegnata.

  1. «Presi i cinque pani e i due pesci»: Gesù non si impossessa di qualcosa che non gli è stato precedentemente offerto. Ciò che prende è ciò che gli è stato messo davanti. Il primo gesto che i Dodici sono chiamati a vivere è quello della “consegna”, riponendo i pani e i pesci nelle mani del Maestro, sapendosene distaccare, senza ritrosie o tentennamenti. Si tratta di un gesto in cui Gesù non li può sostituire. E il primo passo, che esige capacità di distacco. Nel momento in cui i discepoli consegnano i pani a Gesù, essi offrono, per la prima volta in questa scena, qualcosa di se stessi.

  2. Il secondo gesto è compiuto solo da Gesù: «Levò gli occhi al cielo, pronunciò la benedizione». Riposti nelle sue mani, quei pani diventano lo spazio sacro in cui la povertà dell’uomo si incontra con gli spazi infiniti del cielo. Dio li rende spazio benedetto, pani dell’offerta. La benedizione accompagnata dall’elevazione dello sguardo equivale a sintonizzare ciò che si ha o si riceve con l’armonia delle origini, imprimendo in esso il sigillo del Padre. Con tale gesto i pani diventano “altro” rispetto a un semplice bene di consumo.

  3. Il terzo gesto è l'atto più doloroso: «spezzò i pani». Qui è racchiuso il cuore dell’esperienza di Gesù e dei discepoli: spezzare significa condividere, donare, offrire, ma anche provare dolore, sperimentare la spoliazione, sacrificare. La benedizione che viene da Dio introduce necessariamente in tali dimensioni.

  4. Nel quarto gesto, infine, tornano in scena i Dodici come protagonisti: «Li dava ai [suoi] discepoli perché li distribuissero». Se le due azioni centrali (la benedizione e la frazione) hanno come protagonista unicamente Gesù, il gesto iniziale e quello conclusivo richiedono il coinvolgimento dei discepoli che prima depongono il pane nelle mani del Maestro e poi accettano di riprenderlo spezzato, con tutto quello che tale gesto evoca. Essi hanno consegnato a Gesù cinque pani e da Gesù ne ricevono altrettanti. Fisicamente non è cambiato nulla, se non il fatto che quei pani sono stati benedetti e spezzati. Sproporzionati erano prima, spro­porzionati sono ora. Eppure, grazie alla logica racchiusa in questi quattro gesti, non solo il cibo sarà sufficiente per l’immensa folla presente, ma per ciascuno degli apostoli viene anche preparata una «cesta piena di avanzi» perché la distri­buzione possa continuare altrove. Da una situazione di distacco assoluto i Dodici si ritrovano a vivere gesti che li mettono in gioco in prima persona; da spettatori passivi si ritrovano protagonisti.

È importante notare che i verbi menzionati in 6,41 («prese..., pronunciò la benedizione..., spezzò..., dava») sono gli stessi che Gesù applicherà a sé nel racconto dell’ultima cena. Nel quadro narrativo del vangelo, ciò che si compie nell’ultima cena si pone in continuità con quanto Gesù ha insegnato ai discepoli nel ministero pubblico e anticipa quanto vivrà in pienezza nel mistero pasquale di passione, morte e risurrezione.

La seconda traversata del lago Dopo aver sfamato la folla, ci si aspetterebbe che Gesù la congedi per restare solo con i Dodici, secondo l’obiettivo di partenza enunciato al v. 31. Invece, come se la giornata non fosse stata sufficientemente faticosa, il Maestro ordina ai suoi di precederlo sull’altra riva. La direzione è ben precisata, «verso Betsaida», e quello del Maestro non è un consiglio ma una costrizione («obbligò»), come se andare all’altra riva costituisse la logica conseguenza di quanto vissuto. I suoi obbediscono, ma la meta resterà loro impossibile da raggiungere: il vento è contrario, il cuore indurito, il mare difficile da solcare. Gli eventi sembrano aver lasciato in Gesù un bi­sogno profondo di distacco rispetto ai discepoli. Questi sono i primi a essere congedati, prima ancora della folla di cui egli torna personalmente a occuparsi. Sul monte, in preghiera, Gesù si ferma a lungo: solo dopo le tre di notte si presenta ai suoi, anche se non li perde mai di vista. Dal monte il suo sguardo si posa su di loro, esausti dal remare contro un vento avverso (v. 48) e li raggiunge. Gesù aveva affidata ai suoi discepoli la missione di raggiungere l’altra riva. Solo raggiungendo l’altra riva, dove la popolazione pagana è maggioritaria, il segno dei pani raggiunge il suo pieno compimento... ma il cuore dei discepoli è troppo indurito per comprendere l’alta missione loro affidata (v. 52). E Gesù sembra rispettare i loro tempi e pur volendo già raggiungere Betsaida («voleva oltrepassarli»), sale sulla barca che tornerà nella direzione di partenza (v. 53): il cuore dei discepoli resta indurito e la missione che il Maestro vuole affidare loro resta offuscata.

Guarigioni a Gennèsaret La barca dei discepoli non raggiunge la meta fissata. Gesù stesso, pur volendo raggiungere l’altra riva del lago, ripiega sulla riva occidentale, dando l’idea che i Dodici non siano pronti per tale passo: il gruppo sbarcherà a Betsaida più avanti (8,22). Dovunque Gesù sbarca la sua persona diventa il centro di un movimento che porta a galla situazioni di malattia, debolezza, dipendenza. Tutte le azioni rappresentate in questi versetti si dirigono verso il corpo di Gesù, nonostante sia continuamente accerchiato e attorniato, egli è un uomo libero e liberante, capace di immergere i più deboli nell’esperienza di fede e di salvezza.

Più si progredisce nella narrazione più è chiaro che non è il contatto fisico con Gesù a essere importante, ma la relazione con la sua persona e l’adesione di fede alle sue pa­role. Solo così è possibile attingere quella forza che produce guarigione e salvezza.


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La liberazione dagli spiriti impuri 1Giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. 2Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. 3Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, 4perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. 5Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 6Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi 7e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». 8Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». 9E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». 10E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. 11C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. 12E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». 13Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. 14I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. 15Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. 16Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. 17Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. 18Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. 19Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». 20Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

La liberazione dall'isolamento e dalla morte 21Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. 22E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi 23e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. 25Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. 28Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». 29E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. 30E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». 31I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». 32Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». 35Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». 37E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». 42E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La liberazione dagli spiriti impuri L’episodio si svolge in territorio pagano, dove Gesù inaugura il suo ministero esattamente come l’aveva inaugurato nella sinagoga di Cafarnao in 1,21-28. La scena si apre con una descrizione inquietante dell’os­sesso, particolarmente enfatizzata su due aspetti: il suo legame con la morte e con l’impurità, espresso dal fatto che l’uomo ha ormai la sua dimora nei sepolcri (la cosa viene ripetuta ben tre volte), e l’impossibilità di domarlo, anche con ceppi e catene (le catene vengono menzionate ancora tre volte). A questi due aspetti si aggiunge l’elemento disumanizzante del percuotersi e del gridare senza sosta. Non è fuori luogo, in questo contesto, richiamare la parabola narrata in 3,27, alla luce della quale Gesù entra in scena come «il più forte» in grado di legare «il forte» («Legione») e di restituire l’uomo alla sua dignità e libertà. Entrare in con­tatto con Gesù significa fare esperienza di un passaggio, di una trasformazione radicale la cui accoglienza, come dimostra la reazione degli abitanti della città, non è affatto scontata. La grande trasformazione avvenuta nell’ex-indemoniato viene sintetizzata dall’evangelista in tre tratti che ricompongono la sua dignità: «se­duto, vestito e sano di mente» (v. 15). Ma il Vangelo non si limita a rivestire chi prima era nudo: gli affida anche una missione, quella di testimoniare l’esperienza dell’azione di Dio e della sua misericordia. Di fatto Gesù chiede all’uomo di annunciare tutto questo nella sua casa, tra i suoi, luogo da cui era rimasto a lungo alienato, il che si trasforma presto in una vera e propria proclamazione del Vangelo nell’intera Decapoli. Qualcuno osa persino parlare dell’uomo come del «tredicesimo membro del gruppo dei Dodici scelti da Gesù» che trasforma la Decapoli in campo di evangelizzazione riempiendo tutti di meraviglia con la sua proclamazione. Alla fine dell’episodio toma il tema dello «stare con Gesù»: l’ex-indemoniato chiede infatti al Maestro di poter rima­nere con lui. Gesù non gli permette di unirsi al guppo dei Dodici ma, inviandolo, chiarisce indirettamente che «essere con lui» non significa tanto far parte del gruppo dei Dodici quanto piuttosto fare esperienza dell’azione potente di Dio e della sua misericordia, trasformando tutto questo in testimonianza e spazio di condivisione.

La liberazione dall'isolamento e dalla morte Adottando (come già in 3,20-35) il cosiddetto «racconto a incastro», l’evangelista intreccia due episodi lungo i quali vengono presentati altri due atti potenti di Gesù: la guarigione della donna affetta da perdite di sangue (5,25-34) e la risurrezione della figlia di Giàiro (5,21-24.35-43).

L’elemento che trova maggiore risalto nella de­scrizione della donna affetta da mestruazioni irregolari è il suo isolamento. Essa appare completamente sola: è possibile che una malattia del genere avesse spinto il marito a divorziare. La narrazione gioca sul passaggio dal totale isolamento e dalla piena segretezza all’aperta dichiarazione e alla pubblica testimonianza della donna, sollecitata da Gesù. In questo modo essa è liberata non solo dalla piaga che la affliggeva, ma anche da quell’isolamento in cui era confinata da dodici anni. Pubblicamente essa viene riconosciuta come sanata e reintegrata nella sua piena dignità, distinguendosi all’interno della narrazione non solo come modello di fede per i discepoli, ma anche come modello di relazione a Gesù per la folla: tutti, infatti, si spingono per stare attorno a lui, ma solo questa donna sa trasformare il contatto con il Maestro in una esperienza profonda di guarigione e liberazione.

Strettamente legata alla guarigione della donna affetta dalle perdite di sangue è la risurrezione della figlia di Giàiro. Se nella scena precedente la narra­zione passa dalla segretezza all’evidenza pubblica, qui avviene l’esatto contrario: dall’evidenza pubblica si passa a un contesto sempre più riservato (prima viene allontanata la folla, poi la maggioranza dei Dodici, quindi quanti attorno alla fan­ciulla piangono e si lamentano ma trovano anche la forza per deridere il Maestro), fino all’ingiunzione del silenzio a miracolo avvenuto. La ragazzina viene restituita alla pienezza dei suoi dodici anni e l’invito a darle da mangiare assicura non solo che la vita è tornata in lei ma anche che la malattia è totalmente sconfitta.

Il tema portante dei due episodi e ciò che li unisce al punto da illuminare un episodio con l’altro è quello della fede. La fede è talmente determinante che nel brano di 5,25-34 il miracolo si compie quasi senza un preciso atto di volontà di Gesù: se è vero che questi ha messo in moto la ricerca della donna nei suoi confronti, è anche vero che la forza di guarigione esce inaspettatamente da lui senza che sia possibile individuare la persona in oggetto. Il passaggio all’altra riva assume dunque un valore simbolico: indica il cammino umano e interiore che attende quelli che stanno con Gesù e che necessita, come fondamento, una fede piena e decisa (4,40).


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Introduzione al discorso in parabole 1Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. 2Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento:

La parabola della semente 3«Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». 9E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

Domanda dei discepoli sulle parabole 10Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. 11Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, 12affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato».

Gesù illustra la parabola 13E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? 14Il seminatore semina la Parola. 15Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. 16Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, 17ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. 18Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, 19ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. 20Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».

La responsabilità dei discepoli che ascoltano le parabole 21Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? 22Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. 23Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!». 24Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. 25Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

La parabola del seme 26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

La parabola del granello di senape 30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Conclusione del discorso in parabole 33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

La prima traversata da una riva all’altra 35In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». 41E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La parabola della semente Gesù utilizza un’immagine comune (quella di un seminatore che esce a seminare) per illustrare, davanti alla folla e ai discepoli, l’inevitabile destino della semente. Essa resterà, lungo tutto il discorso, un’im­magine polivalente: per certi aspetti colui che semina è facilmente identificabile con Dio, per altri rimanda a Gesù, ma non è da escludere l’identificazione con chiunque porti il messaggio del Vangelo. Per com­prendere la scena occorre tenere presenti la conformazione del terreno di Palestina e l’uso locale di seminare prima di procedere all’aratura: durante la semina il seme può cadere sul sentiero, tra le pietre e sulla terra buona: in tal senso, la parola di Dio incontra spazi che ne ostacolano il cammino e spazi che ne permettono la crescita e la maturazione. È ciò che i discepoli stanno constatando: di fronte a Gesù essi sperimentano da un lato le resistenze delle autorità religiose e dei familiari, dall’altro il crescere della folla, desiderosa di ascoltare. A tre esperienze di insuc­cesso crescente (sul sentiero la semente non ha futuro, sul terreno pietroso spunta ma viene subito riarsa, tra le spine spunta e cresce ma alla fine viene soffocata) seguono tre esperienze di successo progressivo (sul buon terreno la semente rende trenta, sessanta, cento volte tanto). Va rilevato che ciò che ostacola la crescita del seme non sono episodi meteorologici inevitabili, come possono essere la grandine o la siccità, ma la conformazione comune del terreno in cui il seme viene seminato. E questa a essere determinante. Ciò che viene messo a tema non sembra essere una questione di tipo missionario (l’universalità dell’annuncio) né una questione escatologica (il trionfo finale della Parola), ma la concretezza con cui si deve mi­surare chi si fa portavoce del Vangelo. Tutto si gioca nel rapporto tra il seme e la terra in cui questo cade. Destinatari della prima parabola sono i discepoli presenti sulla barca e la folla che ascolta dalla riva.

Domanda dei discepoli sulle parabole Al v. 10 lo scenario cambia bruscamente, Gesù si trova solo con i Dodici e con «quanti gli stavano attorno», riaffiora il contrasto tra quanti stanno «fuori» (3,31.32; 4,11) e quanti sono «attorno» a Gesù (3,32.34; 4,10), già da lui riconosciuti come sua propria famiglia.E su questo aspetto che si gioca la differenza di fronte al «mistero del Regno». Proprio perché stanno con lui, i Dodici e quanti si sono uniti a loro possono accedere al «mistero del Regno», cioè al disegno salvifico di Dio che ora trova il suo fulcro in Cristo. In tal senso esso è già dato, almeno in parte, perché accogliendo il Cristo i discepoli hanno accesso proprio al cuore di tale mi­stero. «Quelli di fuori», al contrario, sono tutt’occhi e tutt’orecchi ma, non volendo mettersi in gioco, optano per non vedere, non comprendere, non convertirsi, con la conseguenza di rimanere esclusi dalla salvezza. Ciò che fa la differenza di fronte al «mistero del Regno» è la volontà o meno di accogliere Gesù e di stare con lui: anche i Dodici non comprendono le parabole del loro Maestro, ma possono chiederne spiegazione e, stando con lui, sono ammessi al loro profondo significato, cosa impossibile per chi volutamente rimane fuori e non si lascia mettere in discussione.

Gesù illustra la parabola Una volta definito ciò che fa la differenza, Gesù illustra la parabola. Siamo al centro dell’intero discorso. Gesù esordisce con un rimprovero che mette in luce, per la prima volta, l’incomprensione dei discepoli e, quindi, il rischio a cui sono esposti, nonostante la loro vicinanza a Gesù. Il rischio su cui vigilare è quello dell’inintelligenza e della cecità: se da «quelli di fuori» Gesù si può aspettare una non comprensione, quando ciò proviene dai suoi diventa motivo di rimprovero. Nel passaggio dalla parabola alla sua spiegazione l’attenzione continua a rimanere sul seme e sulle diverse tipologie di terreno che hanno il potere di favorirne o meno la crescita. Se, però, in 4,3-9 domina il codice comunicativo dello spazio, con l’elenco dei luoghi in cui cade la Parola, si ha l’impressione che in 4,13-20 domini il codice del tempo; l’attenzione si posa, infatti, sulle diverse fasi che la Pa­rola deve attraversare per portare frutto.

La responsabilità dei discepoli che ascoltano le parabole Messo a fuoco il significato della parabola con la sottolineatura della responsabilità di quanti stanno con Gesù, lo sguardo si volge al futuro. Quelli che oggi sono ciechi potranno essere illuminati un giorno (vv. 21-23); e quelli che oggi possiedono il dono di Dio potranno perderlo, se non lo custodiranno attentamente. La prima parte del brano (vv. 21-23) gioca sul contrasto tra manifestazione e nascondimento, attraverso il parallelismo tra la lucerna destinata a essere posta sul lucerniere e il segreto destinato a essere rivelato. Se è vero che ad alcuni il mistero del Regno resta inaccessibile, è altrettanto vero che esso non è destinato a rimanere nascosto. Tutt’altro. La storia della salvezza continua il suo corso e i discepoli devono essere ben consapevoli della responsabilità loro affidata. Nella seconda parte del brano (vv. 24-25) l’ammonimento è rivolto ai discepoli, con una duplice immagine: quella della misura (v. 24) e quella del possesso (v. 25). Più la misura è alta (trenta, sessanta o cento) più il discepolo sarà considerato adatto a ricevere da Dio. Mentre la controparte nega­tiva espressa dal verbo airo («togliere, portare via») indica l’azione di satana consiste proprio nel portare via (il verbo usato è sempre airo) la Parola.

Le altre due parabole e la conclusione del discorso Dopo aver richiamato i discepoli alla responsabilità, il discorso si focalizza nuovamente sulla semente. Gesù propone due nuove parabole, le uniche (nel vangelo di Marco) che pongono a tema il regno di Dio. L’annuncio del Vangelo, grazie al quale il Regno viene comunicato, ha una forza vitale in se stesso, ma essa non può schiudersi da sola. Il seme ha bisogno di qualcuno che lo semina e di una terra che lo accoglie e che permette alla sua forza vitale di esprimersi. Chi semina viene caratterizzato dalla pazienza dell’at­tesa e dalla sapienza di mettere mano alla falce solo quando «il frutto lo permette» (v. 29). Pur apparendo inattivo, egli vigila sulla crescita del seme. L’immagine del granello di senape che diventa un grande albero serve a sostenere la fiducia di quanti (i discepoli, la comunità cristiana) sono coinvolti negli umili inizi del Regno, tenendo vivo il senso di responsabilità verso coloro che sono stati chiamati a trovare dimora e riparo al suo interno. Nell’insegnamento di Gesù le parabole sono il codice comunicativo per eccellenza, a cui tutti possono accedere; ma il vangelo secondo Marco precisa che l’atteggiamento positivo dell’ascolto non basta: esso deve essere seguito dal discepolato; in caso contrario il significato più profondo delle cose resta inaccessibile. Nel discorso in parabole si è ulteriormente scavato il solco che divide «quelli di fuori» da «quanti stanno attorno» al Maestro.

La prima traversata Le traversate del lago costituiscono un espediente narrativo di rilievo nel secon­do vangelo che vi si sofferma tre volte (4,35-41; 6,45-52; 8,14-21). I protagonisti coinvolti sono sempre Gesù e i discepoli e non esiste traversata che non sia caratterizzata da un momento di forte crisi. Due i temi portanti sollevati dalle traversate: l’apertura al mondo pagano con la fatica dei discepoli a capire le esigenze della missione loro indicata e affidata; l’identità di Gesù che resta sospesa tra gli interrogativi carichi di timore e di stupore dei discepoli e l’autorevolezza e signoria del Maestro sugli elementi della natura. La barca, nella trama marciana, è l’elemento che uni­ sce la due rive del lago di Tiberiade, barriera naturale che divide non solo la riva occidentale da quella orientale, ma due mondi sociali e culturali: quello caratterizzato da una forte presenza giudaica e quello pagano. Il racconto è segnato da vari elementi che segnano un “passaggio”: i discepoli si spostano dalla riva occidentale a quella orientale; da una terra popolata soprattutto da giudei a un’altra abitata in maggioranza da pagani; da una folla numerosa, che circonda Gesù, a un solo pagano, che sarà esorcizzato e proclamerà tutto ciò che Gesù ha fatto per lui nella Decapoli; da una visione di Gesù come «Maestro» all’interrogativo sulla sua identità; da una percezione della sequela a un’altra che mette in luce le sue esigenze... È tra i due poli di questi passaggi che si scatena la tempesta che solo il Maestro riesce a placare. In Marco i discepoli sollevano un interrogativo di merito su Gesù, mettendo in dubbio la sua attenzione verso di loro. Nella parabola di 4,26-29 il regno di Dio era stato paragonato a «un uomo che getta il seme nel terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia»... Ora, di fronte al riposo prolungato e profondo di Gesù, colti dal sopraggiungere della notte e dalle forze ostili della natura, i discepoli vedono la loro fiducia spazzata via e il sonno del Maestro viene interpretato come un segno di indifferenza e disinteresse. Di fatto, quello che essi stanno vivendo attesta proprio il contrario: il seme sta crescendo e quello che essi interpretano come disinteresse si tradurrà presto in una manifestazione di grande attenzione non solo per il popolo eletto ma anche per quanti appartengono al mondo pagano. L’intervento di Gesù appare un esor­cismo cosmico, non più diretto a un solo individuo (come in 1,21-28), ma alle forze della natura. Se da un lato la scena richiama l’episodio di Giona (cfr. Gio 1,4-6.10.16 e Sal 107,23-30), dall’altro se ne distacca nettamente, mostrando come Gesù non abbia bisogno di rivolgersi a nessuno per placare il vento e il mare: in lui agisce niente meno che la potenza di Dio. Se era stato, per certi aspetti, semplice accogliere Gesù «così com’era», non è altrettanto semplice accettarlo «così com’è»: essi non accettano che Gesù dorma (v. 38a), fraintendono il suo sonno come disinteresse (v. 38b), sollevano l’interrogativo sul suo conto (v. 41).


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Gesù, l’uomo con la mano rattrappita e i farisei 1Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, 2e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo. 3Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». 4Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. 5E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. 6E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Gli orizzonti e l'obiettivo della missione 7Gesù, intanto, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea 8e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui. 9Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. 10Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. 11Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». 12Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

L’istituzione dei Dodici 13Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. 14Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare 15con il potere di scacciare i demòni. 16Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, 17poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; 18e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo 19e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.

Una nuova famiglia 20Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. 21Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé». 22Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». 23Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? 24Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; 25se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. 26Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. 27Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. 28In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; 29ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». 30Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro». 31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. 32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Gesù, l’uomo con la mano rattrappita e i farisei Salvare o uccidere? La provocazione di Gesù. Il fulcro del brano è la domanda stessa di Gesù che viene personificata da quanti sono presenti sulla scena: il male e la volontà di uccidere trovano, infatti, con­cretizzazione negli atteggiamenti e nella decisione conclusiva dei farisei; mentre il bene e la volontà di salvare trovano espressione nella scelta di Gesù di guarire l’uomo nella sinagoga. Guarigione e controversia si intrecciano, ma l’accento è chiaramente posto su quest’ultima. Se finora Gesù si è lasciato interpellare e ha sempre risposto, ora prende lui stesso l’iniziativa. In questo episodio gioca un ruolo importante anche l’incrocio degli sguardi. Sono questi che, sottilmente, definiscono i personaggi presenti sulla scena. Se, nel v. 1, lo sguardo del lettore viene invitato a posarsi, insieme a quello di Gesù, sull’uomo con la mano rattrappita (particolare che dice attenzione alla persona), contemporaneamente esso viene avvertito della presenza avversa, inizialmente non identificabile, di qualcuno che «spia» Gesù, con uno sguardo dichiaratamente negativo e malizioso perché ha come finalità quella di provocare un’accusa (v. 2). A questo sguardo ostile, negativo, il Maestro risponde con uno sguardo interrogativo, capace di abbracciare tutti i presenti e di provocarli non solo con una domanda, ma con un messaggio di collera, desideroso di scalfire quell’indurimento di cuore che genera solo piani di morte (v. 5). La tipologia dello sguardo è strettamente associata ad alcuni atteggiamenti di fondo: volontà di accusa, silenzio, durezza di cuore da parte dei farisei; atten­zione all’uomo, volontà di salvezza, ira e profonda tristezza da parte di Gesù. Gesù si presenta come colui che ha il potere di interpretare la Legge con un’autorità superiore a quella di Davide (2,25-26), evocando la figura misteriosa del Figlio dell’uomo, che richiama da un lato una totale solidarietà con l’umanità e dall’altro una pro­ fonda vicinanza a Dio (2,10.28). La novità irrompe nella storia ma gli otri si presentano fin dalle prime battute come contenitori logori. Il pericolo che si profila all’orizzonte è proprio quello enunciato in 2,22: il vino giovane rischia di far scoppiare gli otri, provocando la drammatica perdita dell’uno e degli altri.

Gli orizzonti e l'obiettivo della missione La menzione della «grande massa di gente» fa da cornice a un elenco di riferimenti geografici che, partendo dalla Galilea, luogo di azione di Gesù, allargano l’orizzonte. L’elenco da un lato sembra seguire l’ordine dei punti cardinali (dopo la Galilea vengono menzionate: a sud la Giudea con Gerusalemme e l’Idumea; a est la Transgiordania o Perea; a nord i territori di Tiro e Sidone), dall’altro sembra procedere dal cuore della religiosità e identità di Israele (la Giudea con Gerusalemme) ai territori pagani per ec­cellenza (Tiro e Sidone). Nell’elenco non sono menzionate la Samaria (mai citata dall’evangelista) né la Decapoli; quest’ultima, però, è forse inclusa tra le regioni «al di là del Giordano». Avendo lasciato il mestiere di pescatori, i discepoli sono stati chiamati ad accogliere quello di «pescatori di uomini» (1,17); abbandonando l’autorità pa­tena di Zebedeo, i suoi figli sono chiamati ad accogliere quella di Gesù; infine, lasciata la barca del padre, i discepoli sono invitati a salire su un’altra barca (3,9), che sembra evocare l’immagine della comunità che va componendosi attorno al Maestro. Grazie ad essa, Gesù può mantenere una sorta di distanza di sicurezza dalle esigenze della folla e assicurare un rapporto di intimità con i discepoli. La barca delimita, in altre parole, uno spazio privilegiato che Gesù condivide solo con i discepoli: per la folla è il luogo da cui Gesù insegna, per i discepoli lo strumento a cui è affidata la sfida di raggiungere l’altra riva del lago. Per ben tre volte Gesù affiderà questo incarico ai Dodici e per tre volte la traversata si rivelerà tutt’altro che tranquilla (4,35-41 ; 6,45-52; 8,13-21). Non è certo un caso che la barca torni in scena ora, nel momento in cui l’evangelista sottolinea l’estensione dell’annuncio di Gesù al di là dei confini d’Israele. Proprio la barca sarà lo strumento necessario per costruire un ponte tra il mondo ebraico e il mondo pagano.

L’istituzione dei Dodici La scelta dei Dodici è un segno che illustra la vi­cinanza del Regno e che va compreso nel clima religioso e culturale del I secolo, quando era attesa la riunificazione delle dodici tribù d’Israele. Dalla comunione tra i Dodici e Gesù dipende l’annuncio e l'af­fermarsi del Regno; i Dodici sono chiamati a essere trasparenza del Maestro, conformandosi ai diversi tratti della sua missione. Il loro «essere con lui» si traduce immediatamente in un essere inviati come lui. Non si può «essere» con Gesù senza «andare» con lui. L’intera scena è caratterizzata dall’iniziativa di Gesù. Egli non solo sceglie quelli che vuole, ma ben nove degli undici verbi principali descrivono azioni di Gesù; la risposta dei Dodici viene scandita da due sole espres­sioni: «essi si recarono da lui», in 3,13 (verbo che evoca un’esperienza positiva) e «quello che lo tradì», in riferimento a Giuda in 3,19 (verbo che evoca un’espe­rienza negativa). Ci troviamo, in altre parole, davanti a una comu­nità che oscilla tra l’adesione e il tradimento.

Una nuova famiglia Nell’ondata di opposizione che investe il Maestro, la reazione che crea maggior imbarazzo ai lettori resta, quella proveniente dai suoi familiari. Nei vv. 20-21 i parenti di Gesù si erano messi in movimento, preoccupati non solo per quello che sarebbe potuto succedere a lui ma anche per l’ombra che questi stava gettando sul clan familiare; nei vv. 31-35 essi raggiungono la loro meta e trovano palese conferma della totale ridefinizione delle categorie sociali che Gesù sta portando avanti. I discepoli sono la nuova “casa” di Gesù, la sua nuova famiglia, a cui è aperta la possi­bilità di una relazione più forte di quella del sangue. I vv. 31-35 giocano sul contrasto tra «l’essere fuori» della madre e dei fratelli e «l’essere attorno» di chi ascolta, ribadendo che per essere discepoli di Gesù occorre “entrare nel cerchio”, coinvolgersi, tratto che viene ben precisato nella risposta che Gesù dà a chi lo avverte della presenza, «fuori», di sua madre, dei suoi fratelli e delle sue sorelle: «Chi è mia madre e (chi sono) i miei fratelli?» (v. 33). Prima di riferire la risposta, Marco descrive lo sguardo di Gesù che abbraccia quanti gli sono seduti attorno e aggiunge: «Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi compie la volontà di Dio, questi è mio fratello, sorella e madre» (3,34-35). Emerge qui uno degli obiettivi principali dell’evangelista: ridefinire la famiglia di Gesù a partire dal vocabolario del discepolato e, al contempo, ridefinire l’identità dei discepoli utilizzando le categorie tipiche dei rapporti familiari. Il brano si chiude all’insegna dell’ironia marciana: coloro che si sono lasciati allarmare dall’accusa rivolta a Gesù di essere «fuori di sé» finiscono per rimanere essi stessi «fuori»: sono «usciti» dai propri ambienti (v. 21), e restano «fuori» dal cerchio degli stessi discepoli di Gesù (v. 32). Va, tuttavia, rilevato che Gesù non esprime un giudizio nei confronti dei suoi parenti: al contrario, essi sono piuttosto invitati a unirsi ai veri discepoli entrando nella nuova famiglia che Gesù ha composto.


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I quattro «perché»

Perché parla così? 1Entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. 3Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. 4Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. 5Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». 6Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: 7«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». 8E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? 9Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? 10Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, 11dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». 12Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Perché mangia con loro? 13Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. 14Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 15Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. 16Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 17Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Perché non digiunano? 18I discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da lui e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». 19Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. 20Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno. 21Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. 22E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».

Perché non osservano il sabato? 23Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. 24I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». 25Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? 26Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!». 27E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! 28Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Perché parla così? Secondo gli scribi, per Gesù è più facile rimettere i peccati che non guarire il paralitico: se infatti la guarigione necessita di una prova evidente, la remissione dei peccati non può essere provata. Secondo Gesù, le cose stanno diversa- mente: è più semplice compiere il miracolo che non rimettere i peccati. Compiere un miracolo significa suscitare l’entusiasmo della folla e mettere a tacere ogni obiezione. Ma non è sul miracolo che Gesù vuole attirare l’attenzione. Per tale motivo, anche se la cosa è più compromettente, egli si rivolge al paralitico assicurando il perdono dei peccati. Va ricordato che nel contesto del I secolo la malattia era spesso ritenuta una conseguenza del peccato. La parola di Gesù nei confronti del paralitico («Figlio, ti sono perdonati i peccati», v. 5) rompe tale associazione: chiamandolo «figlio», lo strappa a una definizione («paralitico») che assimila l’uomo alla sua malattia; rimettendo i peccati, ribadisce che la sua situazione non è dovuta al peccato (l’uomo resta, infatti, steso sul suo giaciglio, anche dopo la dichiarazione di Gesù). Agendo in questo modo, Gesù sottolinea l’obiettivo della sua missione: indicare la presenza del Regno e invitare a un cambio radicale di mentalità necessario per accoglierlo. Alla fine della narrazione, tutti gli spazi si aprono e tutti i soggetti compiono un movimento, folla compresa, che da massa incolore e confusa si ritrova trasformata in assemblea capace di lodare Dio. Le uniche persone che forse rimangono ferme sono gli scribi, seduti in casa e chiusi nelle loro mormorazioni (2,6).

Perché mangia con loro? La vocazione di Levi riprende la struttura globale di 1,16-20 ed è seguita da un episodio simile: come Gesù, dopo aver chiamato Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni si reca a casa dei primi due, così, dopo la chiamata di Levi, il Maestro fa visita a quest’ultimo. La tipologia di vocazione, però, è diversa: a Levi non è richiesto di lasciare ogni cosa per seguire Gesù, il che spiega anche la sua assenza nell’elenco dei Dodici (3,16-19). La sequela ha diverse espressioni: una è incarnata dai primi quattro discepoli (1,18.20), un’altra da Levi (2,14), un’altra ancora dai molti che insieme a lui seguono Gesù (2,15). Perché mangia con i funzionari delle imposte e con i peccatori? Condividere i pasti, nel I secolo, non equivale semplicemente ad accettare un invito a pranzo. La commensalità è il luogo delle relazioni profonde e dell’accoglienza vicendevole. Sedendo a tavola con i peccatori e i funzionari delle imposte, Gesù li riconosce quali persone degne della sua attenzione e, allo stesso tempo, mette in discussione tutto il sistema di purità sul quale si basa l’identità del popolo e la sua distinzione dal mondo pagano. Gesù non ha solo l’autorità di rimettere i peccati, ma anche quella di stabilire una modalità nuova di relazione, nella quale certi criteri di distinzione religiosa e sociale cadono, e l’acco­glienza e la condivisione precedono ogni appello di conversione.

Perché non digiunano? La domanda mette in evidenza una presa di distanza di Gesù dal contesto religioso che lo circonda: non solo da quello dei farisei (dalle cui pratiche, come abbiamo già avuto modo di vedere, sembra dissociarsi), ma anche da quello di Giovanni Battista che pur ha avuto un ruolo significativo nell’avvio della missione di Gesù. La risposta di Gesù (che, secondo lo stile semitico, ha la forma di una contro-domanda) si configura attorno all’immagine di una festa di nozze, dove Gesù si identifica con lo sposo. L’immagine è però adombrata da un presagio: «verranno giorni nei quali lo sposo sarà loro strappato» (v. 20). Anche se le nozze sono già in corso, esse si dirigono verso una pagina segnata dallo strappo e dall’allontanamento dello sposo (la morte di Gesù), momento che, come avremo modo di notare, diventa il luogo in cui le nozze, invece di venir meno, si compiono e la novità irrompe definitivamente nella storia.

Perché non osservano il sabato? Gesù non ha mai messo in discussione l’importanza del sabato, né l’evangelista si propone di farlo... Le uniche due controversie pre­ senti nel vangelo di Marco sul sabato sono questa e quella che segue (3,1-6); in entrambe, il punto non è l’abrogazione del sabato, ma la sua corretta interpretazione. Si tratta di brani che vanno colti sullo sfondo di un dibattito già esistente ai tempi di Gesù, ma che assunse un particolare vigore con la nascita delle prime comunità cristiane. Se i farisei, nel loro comportamento e nelle loro considerazioni, interpretano la Torà attraverso la tradizione orale, Gesù mostra di avere un’autorità superiore, che nasce da un legame diretto con Dio, evocato dal Figlio dell’uomo. Questa libertà, per i farisei, diventa però una pretesa inaccettabile che condurrà a una decisione drastica (cf 3,1-6).


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