📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

La pesca miracolosa e la chiamata dei primi discepoli 1Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. 4Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». 5Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Guarigione di un lebbroso 12Mentre Gesù si trovava in una città, ecco, un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò dinanzi, pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». 13Gesù tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato!». E immediatamente la lebbra scomparve da lui. 14Gli ordinò di non dirlo a nessuno: «Va’ invece a mostrarti al sacerdote e fa’ l’offerta per la tua purificazione, come Mosè ha prescritto, a testimonianza per loro». 15Di lui si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie. 16Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare.

Perdono dei peccati e guarigione di un paralitico 17Un giorno stava insegnando. Sedevano là anche dei farisei e maestri della Legge, venuti da ogni villaggio della Galilea e della Giudea, e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni. 18Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. 19Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. 20Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». 21Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere, dicendo: «Chi è costui che dice bestemmie? Chi può perdonare i peccati, se non Dio soltanto?». 22Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Perché pensate così nel vostro cuore? 23Che cosa è più facile: dire “Ti sono perdonati i tuoi peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? 24Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». 25Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. 26Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose».

Incontro con Levi, banchetto coi peccatori e discussione sul digiuno 27Dopo questo egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». 28Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. 29Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e di altra gente, che erano con loro a tavola. 30I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 31Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; 32io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano». 33Allora gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». 34Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? 35Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno». 36Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. 37E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. 38Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. 39Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

La pesca miracolosa e la chiamata dei primi discepoli I discepoli sono pescatori di professione, la parola di Gesù muta radicalmente il loro ruolo, ed essi abbandonano ogni cosa per seguire colui che li ha chiamati. Tuttavia, nella narrazione di Luca l'episodio della vocazione è intrecciato con la pesca miracolosa, che simboleggia la missione alla quale sono chiamati i discepoli. Gesù mostra di possedere una grande autorità: la sua parola, che annunciava «il regno di Dio» (4,43), realizza quanto dice. Il racconto è una storia di pronunciamento, nella quale l'elemento culminante è la parola conclusiva di Gesù (v. 10). L'efficacia della parola di Gesù supera qualsiasi attesa e previsione, il risultato è un miracolo eccezionale, impressionante. Alla vista di una pesca miracolosa e inattesa, Simone (cui l'evangelista accosta il secondo nome, Pietro cfr. 6,14) reagisce con un gesto religioso: “si gettò alle ginocchia di Gesù”. Un'efficacia così prodigiosa, al di là dei calcoli umani, non può che provenire da Dio. La dichiarazione di Pietro è molto singolare: egli non dice: «ho peccato», ma «sono un uomo peccatore» (v. 8); essa si pone non a livello morale (quasi che Pietro intenda riconoscere i peccati della vita passata) ma teologico. Tale dichiarazione mette in luce l'indegnità dell'uomo di fronte alla manifestazione del mistero di Dio. Non a caso in questo episodio, per la prima volta, un uomo chiama Gesù «Signore», titolo che nell'Antico Testamento si applica a Dio, ma che nel racconto dell'infanzia era unito a «Cristo» (2,11). La chiamata di Pietro è giocata sul simbolo della pesca: il pescatore diventerà un «pescatore di uomini» (v. 10). La cattura cambierà oggetto: l'apostolo dovrà catturare l'uomo vivo. La missione cristiana è quindi definita come un portare gli uomini alla vita. Come sempre nei racconti di vocazione dei discepoli (cfr. 5,28; 9,57-62; 12,33; 14,26-33), anche qui Simon Pietro e i suoi soci abbandonano tutto per seguire Gesù. Il grande miracolo ha un effetto che supera il miracolo stesso, mutando la vita di Pietro e dei suoi compagni. L'urgenza della proclamazione del Regno non ammette dilazioni.

Guarigione di un lebbroso Il lebbroso, secondo la legislazione levitica (cfr. Lv 13,45-46), è un escluso, ritualmente è impuro, non può partecipare alla vita sociale, è considerato quasi un morto per la comunità. L'incontro fra un uomo coperto di lebbra e Gesù è contrassegnato da un atto da parte del malato: egli si prostra davanti a lui e lo supplica, indirizzandogli una preghiera. La sua dichiarazione, insistendo sul potere che Gesù ha di guarire e interpellando il suo volere, manifesta la sua fede nella potenza salvifica di colui che chiama «Signore» (v. 12). Contro ogni convenzione religiosa e sociale, che proibiva il contatto fisico coi lebbrosi (cfr. Lv 13,45), Gesù lo tocca, quasi contraendo la sua impurità, ma confennando il suo volere di purificarlo (v. 13). La guarigione istantanea prova la potenza della sua parola e della sua azione sanatrice. Il miracolo che pareva impossibile si realizza. Secondo il rituale previsto dalla Legge, il lebbroso non è riconosciuto guarito prima che il sacerdote lo dichiari tale (cfr. Lv 14,1-32). Gesù, cosi, rifugge da qualsiasi concezione magica che identifichi in lui il semplice taumaturgo. L'uomo che era lebbroso sparisce dal racconto, senza che il lettore sappia come la vicenda si è conclusa. Tuttavia, la notizia della guarigione si diffonde, e Gesù attira folle numerose (come già in 4,42-44). Ancora una volta (cfr. 4,42) Gesù si ritira in luoghi deserti per sottrarsi alla pressione delle folle. Luca chiude la narrazione rivelando il privilegiato rapporto di Gesù con Dio, che si concretizza nella preghiera: nel deserto, luogo dell'intimità con Dio già per il popolo d'Israele (cfr. Os 2,16), dove Gesù ha superato la tentazione del demonio (cfr. 4,1).

Perdono dei peccati e guarigione di un paralitico L'incontro fra Gesù e l'uomo paralizzato non è immediato ma si realizza grazie all'ingegno di coloro che lo accompagnano: l'ostacolo della folla è superato calando il malato dal tetto. Di fronte alla fede di questi uomini Gesù reagisce dichiarando il perdono dei peccati (v. 20). Non è chiaro di quale peccato si tratti, ma il passivo indica che è Dio l'autore di questo atto di misericordia. La tradizione ebraica imponeva un rituale per ottenere il perdono: fare penitenza e sacrificare al tempio. Gesù, invece, «pretende» che Dio agisca attraverso di lui. Il miracolo, percepibile e visibile, concretizza una realtà più profonda e incontrollabile, come il perdono dei peccati. Non va dimenticato che nel contesto culturale e religioso dell'epoca, la malattia era spesso considerata una conseguenza del peccato (cfr. Sal 38,2-6; Gv 5,14; 9,2). Gesù spezza questa associazione: perdonando i peccati del paralitico, ribadisce che la sua situazione non è dovuta, a una colpa; l'uomo, infatti, resta immobile sul suo letto dopo la solenne dichiarazione di Gesù. Tuttavia, il «Figlio dell'uomo» (v. 24; è la prima volta che nel vangelo Gesù si autodesigna così) manifesta la sua potenza: egli, cioè, è mediatore del perdono che Dio accorda in cielo. Gesù non si arroga nessun potere divino: la sua parola, invece, è specchio della potenza divina. Se lo stupore è la reazione emozionale dei presenti di fronte a una guarigione spettacolare, solo Gesù riconosce la fede nella ricerca di un contatto con lui. Lo stupore è la reazione del mondo umano per la manifestazione del mondo di Dio. La fede, invece, conduce al di là dell'umano: l'«altrove» è qui, fra gli uomini, è presente.

Incontro con Levi, banchetto coi peccatori e discussione sul digiuno Che Gesù chiami qualcuno a seguirlo non è un fatto eccezionale (cfr. 5,10-11; 9,59-62; 12,33; 14,26-33). La sorpresa qui è legata alla professione del chiamato, un esattore. Ancora una volta a essere sottolineata è l'efficacia della parola di Gesù: in un racconto molto stilizzato v'è piena corrispondenza fra chiamata e risposta. Farisei e scribi criticano Gesù a motivo delle sue frequentazioni di esattori e peccatori, coi quali Gesù condivide la mensa, cioè entra in comunione, contraddicendo le usanze di ogni buon ebreo dell'epoca (cfr. Sal 1,1-3). Gesù non nega il fatto ma cambia interamente il punto di vista, invitando a condividere il suo: non si pone nella veste del giudice ma in quella del medico, che si avvicina ai malati per curarli e guarirli. La prospettiva dei farisei e degli scribi invece è un'altra: stante la tradizione che collega digiuno e preghiera per l'espiazione dei peccati (cfr. Dn 9,3), perché i discepoli banchettano invece di digiunare, visto che Gesù chiama i peccatori? Gesù difende il comportamento dei discepoli, definendo la presente situazione come una festa nuziale dove nessuno può digiunare. L'immagine si trasforma in allegoria: lo sposo diventa metafora di Cristo stesso (v. 34), sicché finché Gesù è coi discepoli non ha senso che digiunino. La sua presenza è davvero discriminante: i discepoli non si attengono a regole che altri gruppi religiosi seguivano. La parabola finale (vv. 36-39) chiarisce ancor meglio: essa mette a tema l'incompatibilità fra vecchio e nuovo giungendo alla conclusione che il nuovo deve essere preservato dal compromesso col vecchio. Il proverbio conclusivo ricorda una realtà ben nota: la bontà del vino vecchio rispetto al nuovo! Lo stile di Gesù è incompatibile con il modo di vivere dei farisei, ma si differenzia pure da Giovanni il Battista: la novità iniziata con Gesù non è facile da accettare, ma è incompatibile con tutte le altre modalità.


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Le tentazioni di Gesù 1Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, 2per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. 3Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». 5Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra 6e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. 7Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». 8Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». 9Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; 10sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; 11e anche: Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra». 12Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo». 13Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

IL MINISTERO DI GESÙ IN GALILEA

14Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.

Gesù a Nazaret 16Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: 18Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19a proclamare l’anno di grazia del Signore. 20Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». 22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». 23Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». 24Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». 28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Gesù a Cafarnao 31Poi scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. 32Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità. 33Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: 34«Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». 35Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male. 36Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». 37E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante. 38Uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. 39Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva. 40Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. 41Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo. 42Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. 43Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». 44E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Le tentazioni di Gesù L'episodio delle tentazioni è aperto da una duplice menzione dello Spirito Santo: Gesù è ricolmato dello Spirito (cfr. 3,22) ed è condotto dallo stesso Spirito nel deserto (v. l). La prova cui Gesù è sottomesso è dunque voluta da Dio e da lui stesso sostenuta. Il tema di una grande prova che precede la vita pubblica di famosi personaggi è un motivo ricorrente della letteratura antica. L'esperienza di Gesù si svolge nel deserto, luogo di solitudine e di tentazione, luogo dove Israele ha vissuto l'esperienza fondante dell'esodo. Tale prova dura quaranta giorni (v. 2); nella Bibbia questo tempo rappresenta un periodo decisivo vissuto con Dio: il diluvio (cfr. Gen 7,12), Mosè sul monte Sinai (cfr. Es 24,18; 34,28), Elia nel deserto (cfr. 1Re 19,8). Il diavolo personifica la radicalità del male. Le tentazioni sono uno scontro di due punti di vista: quello del diavolo e quello di Gesù. Gesù non oppone al diavolo la propria parola, ma la volontà divina, che la precede e ne fonda l'esistenza. A chi lo spinge a considerare la sua condizione di Figlio come un potere, Gesù oppone la propria fedeltà alla volontà di Dio. Il Figlio non esonera se stesso dall'obbedienza all'unico Dio richiesta a tutto Israele; al contrario, adempie la propria missione perché sa che Dio solo deve essere adorato. Rispetto al racconto di Matteo, Luca inverte la seconda e la terza tentazione: il culmine è a Gerusalemme. Ciò è coerente con la struttura geografica e teologica del terzo vangelo (il racconto è un cammino verso la città santa e Gerusalemme è il luogo dell'esodo/innalzamento cfr. 9,31.51) ma, insieme, preannuncia l'ultima tentazione, quella della croce (cfr. v. 13). Il racconto, al termine, fa riferimento al «tempo fissato» (v. 13), nel quale riapparirà il tentatore: è un rimando alla passione (cfr. 22,3.31.35), dove per tre volte sarà detto al Crocifisso di interpretare la sua messianicità in modo differente, salvando se stesso e scendendo dalla croce (cfr. 23,35-39).

IL MINISTERO DI GESÙ IN GALILEA Con la sola eccezione di un approdo nel territorio dei Geraseni (cfr. 8,26), il resto dell'attività di Gesù nel vangelo di Luca è geograficamente localizzata in Galilea, a differenza di Marco e Matteo, che ricordano alcuni sconfinamenti. La chiave di lettura dell'intera sezione è l'episodio di Nazaret (4,16-30), nel quale Gesù rivela di essere l'unto di Dio inviato dall'alto, ma insieme porta alla luce le caratteristiche sorprendenti della sua messianicità. Anticipando al principio del ministero quello che Marco nana solo in un secondo momento (cfr. Mc 6,1-6). Gesù, dunque, compie le opere del Messia e al contempo sorprende, in quanto vi sono azioni che non sono messianiche ma, più propriamente, possono essere definite divine (perdonare i peccati [5,17-26] e dominare la natura [8,22-25]). A questa dinamica se ne aggiunge un'altra, sempre duplice: a Nazaret Gesù è accolto e rifiutato, in perfetta linea con il destino dei profeti.

Gesù a Nazaret Gesù commenta il passo profetico, dichiarando il compimento di quella Scrittura (v. 21 ). Egli non rinvia esplicitamente alla propria persona, ma rende i suoi ascoltatori attenti ai segni che si possono percepire e che annunciano la novità ormai presente. Il lettore è in posizione di superiorità rispetto ai personaggi: sa che Gesù ha ricevuto l'unzione dello Spirito (cfr. 3,22) e che è guidato dallo Spirito (cfr. 4,14). I prodigi proclamati dal profeta si concretizzeranno nelle guarigioni e negli esorcismi che Luca poi descriverà nel seguito della narrazione (cfr. 4,31-5,26). Nella proclamazione del compimento del passo profetico Gesù offre una chiave di lettura importante: il Messia non sarà un guerriero o un essere celeste, ma colui che libera dalla schiavitù, recando una notizia di gioia e di grazia. La reazione dei Nazaretani è duplice: da una parte c'è il riconoscimento della messianicità, dall'altra viene evidenziata l'appartenenza di Gesù alla loro comunità (si potrebbe parafrasare: «È il Messia ed è uno dei nostri!»). Gesù stesso interpreta la loro affermazione per mezzo di un proverbio («Medico, guarisci te stesso!», v. 23): esso rappresenta la mentalità corrente, secondo cui un cittadino ricco o dotato o famoso che non riversi sulla sua città natale i benefici di cui gode è come un medico che non cura se stesso. Se Gesù è il Messia, allora elargirà i beni messianici ai suoi compaesani! Gesù non ha timore di deludere le attese dei compaesani: oltre agli esempi profetici Gesù cita un altro proverbio («Nessun profeta è gradito nella sua patria», v. 24), che precisa la modalità di essere il Messia. Tale presa di posizione provoca un netto rifiuto da parte di tutti i Nazaretani, che si separano anche fisicamente da Gesù. Egli delude le loro attese, ma insieme le supera, chiedendo di liberarsi dai propri pregiudizi. Allo stupore segue la collera. L'evocazione dei benefici accordati a dei non-ebrei suscita l'ira degli astanti (v. 28), che scacciano Gesù con una chiara intenzione omicida. Ma il tempo della passione non è ancora arrivato: Gesù se ne va (v. 30). Dietro questa reazione enigmatica si può forse intravedere un'allusione alla vittoria pasquale sulla morte.

Gesù a Cafarnao Se nel racconto precedente (cfr. 4,16-30) dominava la proclamazione, qui si passa all'azione, alla pratica della guarigione. Nazaret e Cafarnao sono in netto contrasto: nella sua patria Gesù è rifiutato (cfr. v. 29), a Cafarnao invece tutti sono presi da stupore e vorrebbero trattenerlo (cfr. v. 42). Ma in un luogo come nell'altro Gesù si sottrae al tentativo di appropriarsi della sua persona, ribadendo che è stato mandato da Dio (cfr. vv. 18.43) a proclamare (cfr. vv. 18.44) e ad annunciare la buona notizia (cfr. vv. 18.43). A Cafarnao Gesù compie quei miracoli che i Nazaretani reclamavano (cfr. v. 23) e insegna(vv. 31-32), anche se Luca non precisa il contenuto dell'insegnamento. Gesù rimanda al senso della propria missione per spiegare che non può restringersi in un solo luogo. Appare qui per la prima volta il contenuto di quell'«annuncio della buona notizia» (4,18), cioè il «regno di Dio», la manifestazione escatologica della signoria potente di Dio, che porta giustizia e salvezza agli uomini. Le guarigioni sono il segno di quella signoria potente (cfr. 10,9; 11,20).


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L'attività di Giovanni Battista 1Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilene, 2sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! 5Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. 6Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! 7Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: «Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? 8Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 9Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». 10Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». 11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». 13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». 15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». 18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo. 19Ma il tetrarca Erode, rimproverato da lui a causa di Erodìade, moglie di suo fratello, e per tutte le malvagità che aveva commesso, 20aggiunse alle altre anche questa: fece rinchiudere Giovanni in prigione.

Battesimo di Gesù 21Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Genealogia di Gesù 23Gesù, quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni ed era figlio, come si riteneva, di Giuseppe, figlio di Eli, 24figlio di Mattat, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innai, figlio di Giuseppe, 25figlio di Mattatia, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggai, 26figlio di Maat, figlio di Mattatia, figlio di Semein, figlio di Iosec, figlio di Ioda, 27figlio di Ioanàn, figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Salatièl, figlio di Neri, 28figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadàm, figlio di Er, 29figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim, figlio di Mattat, figlio di Levi, 30figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Ionam, figlio di Eliachìm, 31figlio di Melea, figlio di Menna, figlio di Mattatà, figlio di Natam, figlio di Davide, 32figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naassòn, 33figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda, 34figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nacor, 35figlio di Seruc, figlio di Ragàu, figlio di Falek, figlio di Eber, figlio di Sala, 36figlio di Cainam, figlio di Arfacsàd, figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamec, 37figlio di Matusalemme, figlio di Enoc, figlio di Iaret, figlio di Maleleèl, figlio di Cainam, 38figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

L'attività di Giovanni Battista Luca, seguendo le convenzioni classiche, ricorda una serie di personaggi politici, stabilendo una sincronia fra l'epoca imperiale romana e quella palestinese, al fine di fissare l'inizio del ministero del Battista. Poi racconta la chiamata di Giovanni, come una vocazione profetica (cfr. Ger 1,1-5; Is 6,1; Ez 1,1-3; Os 1,1): presenta Giovanni come un profeta, il cui ministero è profondamente unito con quello di Gesù. La predicazione del Battista include l'appello al battesimo. I bagni rituali erano conosciuti nel sistema religioso ebraico, ma qui Luca connette il battesimo di Giovanni con il perdono dei peccati: si tratta di una notevole novità, in quanto nel quadro della religione ebraica la remissione delle colpe avviene solo per mezzo di un complesso sistema sacrificale, praticato nel tempio di Gerusalemme. L'annuncio di Giovanni si concentra sulla «conversione», termine dalle molte risonanze bibliche (cfr. Is 6, 10; Ez 3, 19), che indica anzitutto il ritorno a Dio e di conseguenza l'allontanamento dagli idoli e dai peccati. Il battesimo ha dunque il senso di una purificazione in vista del perdono dei peccati realizzato da Dio. La citazione di Is 40,3-5 pinge in una direzione fortemente cristologica, evocando le precedenti parole di Simeone, dove Gesù era visto come «salvezza» per «tutti i popoli» (cfr. 2,30-32), Israele e le genti. La citazione della Scrittura dà alla predicazione di Giovanni un tono speciale: essa comincia com'è scritto nel profeta Isaia, sotto il cui patronato è posta l'attività del Battista. L'annuncio di Giovanni si inserisce dentro una Parola che lo precede e che nessuno può dominare, una Parola che echeggia il cammino dell'esodo guidato da Dio. Inoltre la citazione anticipa alcuni temi di At (dove «la via» designa l'intero movimento cristiano cfr. At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22). Mentre in Matteo il Battista si rivolge ai farisei e ai sadducei, qui invece alle folle. Il tono è quello della minaccia: Giovanni con forti invettive predice la prossimità dell'ira di Dio (v. 7); in questo senso il Battista s'inscrive nella tradizione dei profeti d'Israele (Amos, Osea, Geremia), che parlano del «giorno del Signore» come manifestazione dell'ira divina contro gli empi. Giovanni propone un battesimo di conversione in quanto l'appartenenza al popolo eletto, non pone al riparo dal castigo; si tratta di convertirsi e di «portare frutti», cioè comportarsi compiendo la volontà di Dio. L'immagine dell'albero che non dà frutto (v. 9) indica che il giorno imminente è considerato da Giovanni sotto l'aspetto del castigo più che della misericordia; la scure drammatizza l'imminenza dell'avvenimento, ponendo l'accento sull'urgenza a fronte dell'ira di Dio. Quindi Lc continua la narrazione indicando i frutti richiesti. Alla triplice domanda che gli è posta dalle folle (v. 10), dagli esattori (v. 12) e dai soldati (v. 14) Giovanni risponde. La presenza di categorie sociali cosi disparate testimonia la considerazione di cui godeva il profeta e la risonanza profonda della sua predicazione. Infine, per mezzo della domanda del popolo, Lc mostra la vivida attesa del Messia in un'epoca segnata dali'oppressione dei Romani. Giovanni oppone i l proprio battesimo con l'acqua al battesimo «in Spirito Santo e fuoco» (v. 16). Il fuoco è un'immagine ambigua: è metafora del giudizio di Dio, ma pure segno della forza dello Spirito a Pentecoste (cfr. At 2,1-4). La dichiarazione dell'indegnità a sciogliere il laccio può essere intesa come professione di umiltà da parte del Battista, ma può essere pure ricondotta al rito giuridico dello scalzamento, nel quadro della legge del levirato (cfr. Dt 25,5-10; Rt 4,7-8). Cosi Giovanni riconosce di non essere il Messia, nel senso di non poter vantare alcun diritto di acquisizione «sponsale» nei confronti del popolo, nonostante il proprio carisma profetico universalmente riconosciuto. È sorprendente che il racconto dell'arresto di Giovanni.sia posto qui, prima del battesimo di Gesù. Luca conclude il suo racconto sul ministero di Giovanni per poi riprendere la sua narrazione su Gesù. A differenza di Marco, Luca non racconta il martirio del Battista.

Battesimo di Gesù Il battesimo di Gesù è riportato da un'unica lunga proposizione. A differenza di Marco (cfr. Mc 1,9-11), Luca non precisa che Gesù fu immerso nel Giordano da Giovanni, né introduce (come fa Mt 3, 13-17) un dialogo fra i due. Il precursore è già stato arrestato (cfr. Le 3,20) e, benché Luca menzioni «tutto il popolo» (v. 21 ), la scena riguarda solo Dio e Gesù: la voce dal cielo si rivolge unicamente a quest'ultimo, senza che gli astanti la intendano. Luca sottolinea quanto avviene dopo il battesimo: Gesù è in preghiera, tratto che spesso lo caratterizza nel terzo vangelo (cfr. 5,16; 6,12; 9,18.28-29; 11,1; 22,41.44.45; 23,34.46), e proprio in quel momento lo Spirito discende e la voce parla. L'apertura del cielo mette in comunicazione il mondo divino e quello degli uomini. Lo Spirito Santo scende su Gesù: si tratta di un dono che permane (a differenza degli altri personaggi presentati in precedenza: Elisabetta, Zaccaria e Simeone). Benché Gesù sia stato concepito per opera dello Spirito Santo e sia nato «santo» (1,35), questo speciale dono è necessario perché inizi il suo ministero (cfr. 4,1.14.18; At 10,38). Da parte di Dio v'è l'affermazione di una singolarissima relazione con Gesù: questi è il Figlio; con l'identità di Gesù il lettore intende pure l'identità di Dio, il Padre di Gesù. Luca pone in parallelo il battesimo di Gesù e la Pentecoste cristiana: Gesù è il solo ad avere ricevuto il dono permanente dello Spirito ma, dopo la sua morte ed esaltazione in cielo, è in grado di donare ai credenti lo Spirito (cfr. At 2,33) che sarà effuso nel giorno di Pentecoste. L'evento ecclesiologico ha il suo modello e fondamento in quello cristologico.

Genealogia di Gesù La genealogia non intende ricostruire con esattezza la filiera storica, ma dimostrare l'appartenenza di Gesù al popolo eletto. Luca poi dà forma a una genealogia del tutto originale: se, infatti, esse (anche quella di Mt 1,1-11) sono sempre discendenti (secondo lo schema X generò Y), la sua è ascendente (Y figlio di X): al terzo evangelista interessa più lo statuto del figlio che non quello del padre, per ribadire cosi la doppia origine, umana e divina, di Gesù. Luca enumera settantasette generazioni, trentasei delle quali sono assenti nell' Antico Testamento e, a differenza di Matteo, non nomina nessuna donna (nemmeno Maria). Egli risale sino ad Adamo, «il padre del mondo» (Sap 10,1) e poi, sorprendentemente, sino a Dio. Ne consegue che Luca inserisce l'origine di Gesù all' interno della creazione: Dio è il creatore di Adamo e di ogni uomo (cfr. At 17,29); Gesù dunque è «vero uomo», appartenente all'umanità. Su questo sfondo, in cui la relazione fra Dio e Adamo è esplicitamente evocata, è da comprendere la speciale relazione di figliolanza divina di Gesù, di cui hanno già detto sia Gabriele (cfr. 1,35), sia la voce dall'alto (cfr. 3,22).


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Nascita di Gesù e visita dei pastori 1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. 8C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 13E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: 14«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». 15Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. 17E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. 19Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. 20I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

La circoncisione di Gesù 21Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Presentazione al tempio 22Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – 23come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. 25Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: 29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, 30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, 31preparata da te davanti a tutti i popoli: 32luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». 33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35– e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». 36C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. 39Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. 40Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Gesù dodicenne al tempio 41I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. 43Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. 47E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. 51Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. 52E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Nascita di Gesù e visita dei pastori Luca, inquadrando gli avvenimenti dentro la più ampia vicenda storica, stabilisce un nesso e fornisce una chiave interpretativa. L'imperatore, ordinando il censimento, è posto dall'evangelista al servizio del piano di Dio: proprio allora nasce il Messia. Ma v'è pure una nota sottilmente ironica: Luca mostra che il salvatore non è l'imperatore romano (che proprio cosi era acclamato) e la pace sulla terra (cfr. 2,14) è legata non alla sua persona, ma a colui che è apparso nel mondo, ovverosia Gesù. Per mezzo poi del viaggio a Betlemme, Luca offre la ragione per la quale Gesù è nato nella patria del re David e non a Nazaret, luogo dove poi crescerà (cfr. 2,51; 4,16). Ai pastori sono offerte notizie già conosciute dal lettore: il che cosa («è nato»), il quando («oggi»), il chi («salvatore, Cristo [cioè Messia], Signore»), il dove («nella città di David»). Il termine «oggi» oltrepassa i l valore cronologico: il tempo sembra quasi fermarsi e fa entrare nella storia il mondo escatologico di Dio. I titoli, poi, definiscono il ruolo di Gesù: egli è colui che porta la salvezza («salvatore» era stato chiamato Dio in 1,47). Se un simile titolo evoca l'idea del liberatore tipica dell'Antico Testamento (cfr. Gdc 3,9.15), v'è pure la traccia di una sottile polemica contro l'ideologia imperiale. Gesù è anche definito «Messia Signore» (caso unico nel NT). Se il titolo «Cristo» è legato alla messianicità ed è in consonanza con la città di David e la promessa fatta da Dio al re d'Israele, il titolo «Signore» ha un forte senso trascendente che supera la dimensione messianica per raggiungere quella divina. Luca, tuttavia, unisce entrambi i titoli, cosicché l'uno determina l'altro: «Cristo» suggerisce quale e che tipo di «Signore» Gesù sia; «Signore», invece, rivela la profondità della sua identità messianica. Si avverte un'anticipazione e una prefigurazione della fede pasquale della Chiesa in colui che è stato risuscitato dai morti. Il fatto che il bambino sia avvolto in fasce ricorda un'usanza normale e pone l'accento sull'attenta cura per il neonato (la loro mancanza indica trascuratezza; cfr. Ez 16,4). Non è però da escludere un'allusione a Salomone che fu «allevato in fasce e circondato di cure» (Sap 7,4), con una sfumatura simbolica regale. Della mangiatoia, invece, parla Isaia in una requisitoria contro Israele: «Un bue riconosce il proprietario e un asino la mangiatoia del suo signore, ma Israele non mi conosce, il mio popolo non mi comprende» (Is 1,3 LXX): alla cura di Dio per il suo popolo, cura che dovrebbe suscitare una risposta d'amore e di fiducia, corrispondono la ribellione e il peccato. La mangiatoia diviene cosi il simbolo dell'azione provvidente di Dio che, invece di una risposta positiva, suscita una forte opposizione, addirittura un rifiuto.

La circoncisione di Gesù In obbedienza alla Legge (cfr. Lv 12,3), Gesù è circonciso l'ottavo giorno (cfr. Gen 17,11-12), entrando cosi a fare parte del popolo dell'alleanza. Grande enfasi è data all'imposizione del nome: Luca ricorda al lettore un dato che egli già conosce, cioè il nome proprio del bambino, Gesù (lo stesso nome di Giosuè, che ha il significato di «Dio aiuta» oppure «Dio è salvezza») imposto non da Giuseppe ma dall'angelo. Il futuro ruolo del bambino è quello di essere il «salvatore» di tutte le genti.

Presentazione al tempio L'evangelista ama rappresentare dei dittici che affianchino un uomo e una donna (cfr. Zaccaria ed Elisabetta in 1,5-25, Giuseppe e Maria in 1,26-38, Naaman e la vedova di Sarepta in 4,25-27, il centurione e la vedova in 7,1-10.11-17, il pastore e la donna in 15,4-7.8-10). Simeone e Anna sono caratterizzati in modo differente: del primo si dà una descrizione interiore (giusto, pio, mosso dallo Spirito che è su di lui, destinatario del dono di una rivelazione) mostrando quello che fa e che dice; della profetessa, invece, viene offerta una descrizione puramente esteriore (gli anni, la tribù d'appartenenza, la sua permanenza nel tempio) spiegando e definendo. Simeone pronuncia due benedizioni: una indirizzata a Dio, l'altra ai genitori di Gesù; le sue parole riguardano gli effetti della venuta del Messia a proposito di se stesso, di tutti i popoli, d'Israele e di Maria. Il discorso di Anna, invece, non è riportato, ma v'è un riferimento pregnante alla liberazione di Gerusalemme. Entrambi sono pii israeliti, attendono il compimento della promessa divina (cfr. vv. 25.3 8), parlano ispirati, benedicono il Signore, sono condotti a riconoscere nel segno del bambino Gesù la visita di Dio. Se Elisabetta e Zaccaria profetavano nella loro casa, qui tutto avviene nel tempio di Gerusalemme, cuore religioso d'Israele. Tuttavia, la profezia di Anna rimane opaca: infatti, non è chiaro il senso delle sue parole e nemmeno la modalità della loro realizzazione né per il lettore né per i personaggi (cfr. v. 33); solo lo sviluppo successivo lo mostrerà. Il cantico di Simeone (vv. 29-32) rappresenta una sintesi lirico-orante della teologia di Luca e anticipa temi che troveranno sviluppo nel vangelo e negli Atti. Il libro degli Atti si chiude con un discorso di Paolo ai giudei di Roma (cfr. At 28,28): le sue parole sono un'eco di quanto aveva detto Simeone (Le 2,29-32). La salvezza di Cristo ha raggiunto tutte le genti: nel momento in cui Paolo è giunto a Roma, nel cuore dell'impero, il vangelo può diffondersi in tutta la terra. L'immagine della spada è da collegare con il «segno di contraddizione» (v. 34): si tratta dell'opposizione del rifiuto cui andranno incontro Gesù e l'annuncio del Vangelo (negli Atti). Anche Maria non è esente dalla sfida della retta interpretazione del segno di suo figlio. L'accento cade sulla difficoltà a obbedire alla parola di Dio.

Gesù dodicenne al tempio L'episodio è narrativamente il culmine dei racconti dell'infanzia: Gesù, infatti, per la prima volta si presenta come l'interprete di se stesso. L'evangelista evoca la festa di Pasqua e il costume del pellegrinaggio, così che l'inizio della narrazione sembra introdurre dentro una serie di usanze consolidate e cicliche. Ma il comportamento di Gesù fa saltare le convenzioni: rimanendo a Gerusalemme, viene a crearsi una forte suspense che dà avvio alla ricerca dei genitori. Al ritrovamento di Gesù nel tempio Maria esplicita l'interrogativo circa il perché del comportamento di Gesù, oltre a rivelare i sentimenti suoi e di Giuseppe («tuo padre»), colmi di sgomento e angoscia (v. 48). La risposta di Gesù (la sua prima parola nel vangelo) è una vera e propria sorpresa, in forma di duplice domanda. In primo luogo, con quel «perché» (v. 49) Gesù punta a svuotare la necessità della ricerca dei suoi genitori: pare quasi che contesti la loro ignoranza a proposito della sua situazione. Poi, in seconda battuta, avanza la motivazione che verte sulla relazione che lo lega al Padre celeste. Infine, richiamandosi alla “necessità” inizia a togliere il velo sulla modalità della rivelazione messianica. In altre parole, il problema non è tanto chi è Gesù (cosa ben conosciuta sia da Maria come dal lettore), ma come si manifesta. Ironicamente, però, quella parola-avvenimento resta incompresa ai genitori (come nel corpo del vangelo resterà incompreso l'annuncio della necessità della passione). Alla finale narrativa (riguardante il ritorno a Nazaret e la sottomissione del dodicenne ai genitori) segue una nota sull'interiorità di Maria, il cui atteggiamento, custodendo quelle parole e quegli avvenimenti nel cuore (pur ribadendo la sostanziale incomprensione di quanto è accaduto) appare del tutto adeguato e invita anche il lettore a una più profonda intelligenza di quel mistero che le parole di Gesù hanno appena fatto intravedere. Sarà l'intero racconto del vangelo ad esplicitare il senso di quanto qui è preannunciato. D'ora in poi si deve ascoltare Gesù!


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PROEMIO

1Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, 2come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, 3così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

GIOVANNI BATTISTA E GESÙ

Annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni 5Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. 6Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. 7Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. 8Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, 9gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso. 10Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. 11Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. 12Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. 13Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. 14Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, 15perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. 17Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto». 18Zaccaria disse all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». 19L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. 20Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo». 21Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. 22Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto. 23Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. 24Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: 25«Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini».

Annuncio a Maria della nascita di Gesù 26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». 29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Incontro tra Maria ed Elisabetta 39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Il cantico di Maria 46Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore 47e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, 48perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. 49Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; 50di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. 51Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; 52ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; 53ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. 54Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, 55come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». 56Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

La nascita e la circoncisione del Battista 57Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. 59Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. 60Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». 61Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 62Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 63Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. 64All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. 65Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. 66Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Il cantico di Zaccaria 67Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo: 68«Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, 69e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, 70come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: 71salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. 72Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, 73del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, 74liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, 75in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni. 76E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, 77per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati. 78Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, 79per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

La vita del Battista 80Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

PROEMIO Nel proemio v'è il patto di lettura fra autore e destinatario (che si estende non solo al vangelo ma abbraccia pure il libro degli Atti): l'opera di Luca è destinata a far riconoscere a Teofilo la fondatezza della fede cui è stato iniziato. La narrazione di Luca non si ferma al livello storico: c'è una chiara finalità teologica, tutta tesa a garantire l'affidabilità della sua opera per fortificare la fede dei suoi lettori. Sullo sfondo sta probabilmente la difficile situazione dei cristiani nel tardo periodo apostolico: essi non conoscono più nessuno di coloro che hanno incontrato Gesù; per questo Luca fa riferimento alla tradizione che lo precede. Ma il suo racconto, se è in continuità con quella tradizione (al punto che l'autore tace anche il proprio nome, quasi a sottolineare che si pone all'interno di quel flusso), tuttavia se ne distingue, cosicché da un lato è intrecciato con l'annuncio cristiano fondamentale (il kérygma: Gesù è morto ed è risorto), dall'altro lo configura proprio come narrazione. Luca, uomo di Chiesa, assicurando la trasmissione della tradizione per mezzo di un racconto, compie un duplice cammino: uno all'indietro, per approfondire l'affidabilità di ciò che ha ricevuto; l'altro in avanti, per rifondare la memoria di Gesù, rileggendo la tradizione all'interno della propria contemporaneità. Luca non intende per niente separare la storia e la sua interpretazione, quasi che le due cose siano distinte.

GIOVANNI BATTISTA E GESÙ Con una continua alternanza di spazi e di personaggi, Luca mette in campo Giovanni e Gesù, prima bambini, poi adulti. Il racconto presenta tre paralleli:

  1. l'annuncio della nascita di Giovanni e di Gesù, cui fa seguito l'incontro delle due madri (cfr. l ,5-56);
  2. la narrazione della nascita, della circoncisione e della crescita di Giovanni e di Gesù (cfr. 1,57-2,52);
  3. le attività del Battista ormai adulto cui segue il battesimo, la genealogia e le tentazioni di Gesù adulto (cfr. 3,1-4,13).

Nella narrazione degli inizi Luca differenzia sempre più le due figure, mostrando la superiorità di Gesù su Giovanni Battista: Gesù infatti non è solo il Messia, ma pure il Figlio di Dio; la salvezza che egli porterà raggiungerà non solo i figli d'Israele ma anche tutti i figli di Adamo (la genealogia di Luca risale proprio sino ad Adamo e quindi a Dio).

Annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni La struttura del brano è concentrica: al cuore della narrazione c'è il messaggio dell'angelo, nel quale viene descritta la figura e la missione del Battista. Tutto si svolge nel tempio di Gerusalemme, il simbolo stesso del giudaismo; i protagonisti sono tipici rappresentanti della pietà ebraica. L'intervento di Dio, benché sia conosciuto solo da Zaccaria (che uscendo dal santuario è muto e quindi non può parlare) e dal lettore (messo a parte dal narratore di tutto quanto accade), è pure testimoniato da tutto il popolo, il quale prima sta fuori dal santuario, poi è in attesa ed è meravigliato per l'indugio del sacerdote (v. 21). Zaccaria, pur conoscendo la Scrittura (e sapendo che la promessa di Dio si compie), in realtà non crede all'annuncio dell'angelo. L'angelo Gabriele ricorda a Zaccaria la necessità della fede (quella che Abramo aveva e lui non ha). Il silenzio che colpisce il sacerdote durerà fino al compimento della promessa: a parlare non sarà Zaccaria, saranno i fatti stessi: nel momento in cui esce dal santuario alla presenza della moltitudine, colui che cercava un segno diventa ironicamente egli stesso un segno. La gravidanza di Elisabetta è il secondo segno del compimento della promessa. La donna non commenta il mutismo del marito; interpreta l'attesa di un figlio come un segno dell'intervento di Dio che ha cancellato la sua vergogna. Le sue parole ricordano quelle di un'altra donna sterile, Rachele, che alla nascita di Giuseppe dichiarava: «Dio ha tolto il mio disonore» (Gen 30,23). Pur tuttavia si nasconde per cinque mesi. La cosa è assai singolare, ma ha una funzione narrativa e prepara il seguente episodio: nessuno sa della sua attesa, cosicché all'anziana donna apparirà chiaro (cfr. 1,42-45) che Maria ha appreso della sua gravidanza da una rivelazione celeste.

Annuncio a Maria della nascita di Gesù Prima di presentare i personaggi umani, Luca introduce l'angelo Gabriele, sottolineando il suo ruolo di messaggero divino. L'importanza dell'angelo (già conosciuto dal lettore) è in contrasto con l'insignificanza di Nazaret (cfr. Gv 1,46), villaggio mai citato nell'Antico Testamento, localizzato in Galilea, una regione ai confini, ben differente dal santuario nel cuore del tempio di Gerusalemme. L'angelo non appare a Maria, ma si avvicina a lei: si tratta dunque di un incontro, non di una visione. Non è immediatamente ovvio comprendere che cosa significhi il saluto. L'an-gelo ha fatto riferimento a un'opera divina ma non ha specificato come Dio ha già agito nei confronti della vergine. La reazione di Maria (v. 29) evoca il turbamento di Zaccaria (cfr. v. 12), ma la ragione è differente: il sacerdote era preso dalla paura per l'apparizione angelica, la vergine per le parole di Gabriele. Gabriele la chiama per nome e la invita a superare la paura (cfr. Gen 15,1; Dn 10,12.19); poi dichiara il motivo di tutto ciò: Maria è oggetto di una grazia speciale da parte di Dio. La grazia di cui si parla sta nella maternità, descritta qui con le stesse espressioni dell'angelo ad Agar (cfr. Gen 16,11) e dell'oracolo di Is 7,14: concepire nel grembo, generare, dare il nome. Dio stesso, per mezzo dell'angelo, conferisce un nome che la madre imporrà al bambino. Di fronte a un annuncio cosi pregnante, la domanda di Maria (v. 34) fa emergere la tensione fra quanto ha detto l'angelo e la propria concreta situazione. La sua difficoltà sorge dal fatto che non «conosce» un uomo, cioè non vive ancora con Giuseppe. Maria cioè, in forza dell'efficacia della parola divina, considera quanto annunciato dall'angelo immediatamente realizzabile e per questa ragione pone l'interrogativo riguardante la propria attuale verginità. Se Zaccaria chiedeva un segno concreto in base al quale avrebbe potuto conoscere la verità delle parole dell'angelo (cfr. v. 18), Maria domanda un chiarimento a partire dalla propria concreta situazione che pare essere un ostacolo alla maternità. La risposta dell'angelo (v. 35) riguarda la singolare modalità della generazione e l'identità del nascituro. In forza di un intervento dello Spirito di Dio (cfr. Gen l ,2; 2,7) sarà resa possibile la maternità verginale di Maria. Senza che vi sia una richiesta da parte di Maria, l'angelo le offre un segno. A colei che ha dichiarato all'angelo il limite della propria condizione di verginità, viene dato un segno concreto della potenza divina: la gravidanza dell'anziana e sterile parente Elisabetta. Il carattere straordinario del primo concepimento prepara il secondo, ancor più straordinario (la concezione verginale è del tutto inedita nella tradizione biblica). Maria, definendosi «serva del Signore», afferma la propria sottomissione a Dio e l'accoglienza della sua volontà. L'assenso ha poi un carattere gioioso ed esprime il desiderio di vedere realizzato il disegno divino: Maria collabora attivamente e con tutto il cuore al progetto che si realizzerà proprio per mezzo di lei.

Incontro tra Maria ed Elisabetta In questo racconto si uniscono i motivi conduttori dei due annunci: la fede nella promessa di Dio e l'interpretazione dei segni. La narrazione insiste sul saluto di Maria a Elisabetta, riportato due volte, anzitutto dal narratore, poi da Elisabetta: il primo racconto (vv. 41-42a) sottolinea il sussulto di Giovanni, lo Spirito Santo che ricolma Elisabetta, la proclamazione a voce alta dell'anziana donna; Elisabetta (v. 44), invece, afferma che è stato l'ascolto della voce di Maria a fare sussultare Giovanni e che la danza del figlio nel grembo era un segno di gioia; non si è trattato dunque solo del naturale movimento del bambino nel grembo materno (cfr. Gen 25,22), ma di una vera e propria esultanza, motivata dalla presenza del Messia (cfr. Ml3,20; Sap 19,9).

Il cantico di Maria Il Magnificat (forse un antico inno giudeo-cristiano rielaborato da Luca e inserito nella trama della sua narrazione) è il primo cantico del racconto dell'infanzia. Maria parte dalla sua vita per arrivare all'intera storia della salvezza: non separa se stessa dagli altri perché la grazia proviene da Dio. Ella continua a pensare se stessa in solidarietà coi poveri. Ciò che Dio ha fatto per lei è un segno di ciò che Dio ha fatto e farà per loro. Per la prima volta nel racconto è affermata la logica del capovolgimento, che ritornerà a più riprese: nelle beatitudini e nei guai (cfr. 6,20-26), nelle sentenze a proposito del perdere e salvare la propria vita (cfr. 9,24; 17,33), nell'antitesi fra l'essere esaltato e l'essere umiliato(cfr. 14,11; 18,14), nella parabola del povero Lazzaro e del ricco (cfr. 16,19-31), nella contrapposizione fra l'essere servito e il servire (cfr. 22,24-27). Maria canta l'azione di Dio nella propria vicenda personale dove l'impossibile è divenuto possibile proprio nella generazione di quel figlio che è pure il Figlio dell'Altissimo: «Nulla sarà impossibile a Dio» (1,37). Quanto è avvenuto nel suo grembo è il segno di quel rovesciamento che ella canta: la miseria del mondo è riabilitata dalJa potenza del Dio d'Israele, fedele alla sua promessa.

La nascita e la circoncisione del Battista Mentre la nascita di Giovanni è ridotta a una frase stereotipata (v. 57), la reazione della gente occupa l'intero racconto. Il racconto poi accorda grande importanza non alla circoncisione ma all'imposizione del nome. Il nome esprime la personalità del bambino e indica il disegno di Dio su di lui. L'accento, poi, non va sul significato etimologico del nome (che non viene precisato), ma sul fatto che l'imposizione di un simile nome obbedisce al piano rivelato da Dio a Zaccaria per mezzo dell'angelo.

Il cantico di Zaccaria Il Benedictus canta la fedeltà di Dio che si distende nella storia fino alla venuta del Messia, per mezzo del quale Dio manifesta la sua misericordia e libera il suo popolo dalla schiavitù del peccato. L'inno, dunque, a differenza del Magnificat, è esplicitamente cristologico ed è focalizzato sul Messia più che su Giovanni Battista. Zaccaria ha un duplice ruolo: è il padre del Battista e il rappresentante della speranza escatologica d'Israele. Lo sguardo profetico intreccia i differenti momenti della storia della salvezza: l'opera di Giovanni in riferimento alla promessa di Dio e l'opera di salvezza di Gesù. La novità sostanziale di quanto Zaccaria dice riguarda non tanto la salvezza e la misericordia (temi già annunciati nel Magnificat) quanto la remissione dei peccati (cfr. v. 77), manifestazione della profonda misericordia di Dio (cfr. v. 78). Narrativamente l'inno conduce il lettore alla soglia della nascita del Messia, l'«astro che sorge dall'alto» (v. 78).

La vita del Battista Mentre Zaccaria ed Elisabetta spariscono, il pia- no divino rimane al centro della narrazione. Tuttavia, un tale piano ha un percorso del tutto singolare, ancora fra manifestazione e nascondimento. Come Elisabetta restava nascosta cinque mesi, così Giovanni rimane nel deserto (cfr. v. 80). Ma il narratore mette a parte il lettore della sua futura manifestazione a Israele. Nel capitolo successivo il racconto transita dal Battista a Gesù.


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L’annuncio della risurrezione 1Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. 2Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 3Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». 4Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 5Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. 7Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

APPENDICE

Le apparizioni del Risorto 9Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. 10Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. 11Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. 12Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. 13Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. 14Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto.

Il mandato missionario e i segni che accompagneranno quelli che credono 15E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Ascensione di Gesù e missione dei discepoli 19Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

L’annuncio della risurrezione La caratterizzazione delle donne è dominata da un vocabolario legato alla morte: le tre discepole comprano olii aromatici per ungere il corpo di Gesù (gesto legato alla sepoltura), i loro discorsi vertono sul «sepolcro» e sulla pietra che ne sigilla l’ingresso. L’immagine tratteggiata nei loro pensieri è quella di un sepolcro sigillato, con all’intemo un cadavere (15,45). Ma la scena che si delinea davanti ai loro occhi è totalmente diversa: la pietra, nonostante le sue dimensioni, è stata rimossa e all’interno del sepolcro non c’è un cadavere ma un giovane; non c’è il corpo senza vita di un uomo disteso e avvolto in una sindone, ma il corpo vivo di un giovane, assiso, avvolto in una veste bianca, che risponde al linguaggio di morte delle donne con un annuncio di risurrezione. Il contrasto è forte. Il giovane consegna alle donne un preciso mandato: esse devono recarsi dai discepoli e annunciare loro che il Ma­ estro li attende in Galilea secondo la promessa di 14,28. A tale mandato le donne rispondono in modo inatteso: invece di recarsi dagli apostoli, escono dal sepolcro dandosi alla foga (immagine che evoca ormai il tipico atteggiamento dei discepoli; cfr. 14,50.52); invece di portare l’annuncio esse si chiudono nel silenzio; invece di essere fortemente confermate nella loro fede, restano scosse da una forte paura. Fuga, silenzio e timore: tre atteggiamenti totalmente inadeguati per chi si propone di essere testimone di una buona notizia. Marco non introduce nella sua narrazione quei fenomeni straordinari destinati a trasformare la scena in una teofania (cfr. il terremoto di Mt 28,2; l’aspetto dell’angelo in Mt 28,3; l’improvvisa apparizione dei due uomini celesti di Lc 24,4). La stessa terminologia esprime più uno stato d’animo negativo di angoscia, che non un timore reverenziale conseguente a una manifestazione divina. Sotto l’ombra della fuga, del silenzio e della paura, le donne – come del resto i discepoli durante la passione – escono di scena come un ulteriore “modello imperfetto” di discepolato da cui il lettore deve guardarsi. Come Pietro in 14,54, anch’esse hanno suscitato un atteggiamento di speranza nel lettore, ma poi lo lasciano deluso. Alla figura della donne si oppone quella del giovane. Marco non porta in scena una figura angelica, ma richiama nella mente del lettore il curioso episodio di 14,51-52. Il nesso è favorito da un gioco di con­trasti: il giovane di 14,51 era avvolto in una sindone, quello di 16,5 è avvolto in una veste bianca; al momento dell’arresto il giovane di 14,51-52 si era dato alla fuga, mentre quello di 16,5 resta assiso all’interno del sepolcro; se la fuga del primo tradiva il timore di essere coinvolto nel destino di passione del Maestro, la posizione, le parole e l’abbigliamento del secondo esprimono il coinvolgimento nella risurrezione; se infine il giovane di 14,51-52 con la sua fuga enfatizzava lo smacco dei discepoli e anticipava quello di Pietro (14,50.54.66-72), l’annuncio di 16,6-7 anticipa la reintegrazione dei discepoli e dello stesso Pietro a cui si rivolge in modo particolare. Dopo la fuga e il silenzio delle donne, il lettore re­ sterà a tu per tu con questo giovane. Egli è l’unica figura che rimane in scena nel momento in cui l’evangelista chiude il suo racconto. Il vangelo di Marco si chiude lasciando sulla scena un solo personaggio: il giovane. L’annuncio che ha affidato alle donne non è stato riferito ma, nonostante ciò, la «buona notizia» ha potuto raggiungere il lettore. Due interrogativi si impongono: come è possibile che, dopo aver insistito tanto sulla fragilità e sul fallimento dei discepoli, Marco concluda il proprio vangelo con un «giovane» che richiama la fuga generale dei discepoli (14,50) e l’immagine della nudità (14,52)? Come ha potuto la buona notizia raggiungere il lettore se le donne, uniche testimoni, l’hanno soffocata sul nascere nel silenzio e nel timore (16,8)? Chiudendo il racconto in questo modo, l’evangelista costringe il lettore a riflet­tere sulle due modalità in cui può sfociare la sequela di Cristo: quella che finisce per soffocare la forza del Vangelo nella paura, nella fuga e nel silenzio o quella di assumere fino in fondo la potenza salvifica del mistero pasquale, varcando lo scandalo della croce e facendo propria la dinamica della risurrezione attestata dal giovane in 16,5-7. Il fatto che l’annuncio del Vangelo abbia raggiunto il lettore attesta che qualcuno alla fine se ne è fatto portavoce riuscendo a compiere tale passaggio, riuscendo, in altri termini, a fare l’esperienza della vera Pasqua.

APPENDICE

La narrazione del Vangelo secondo Marco termina al v. 8. Il vocabolario, lo stile, il contenuto dei vv. dal 9 al 20 rimandano a una mano diversa intervenuta sul racconto probabilmente allo scopo di completare un’opera apparentemente rimasta in sospeso. Nonostante ciò, il testo è riconosciuto come canonico in quanto testimone delle prime generazioni cristiane e spesso ripreso sia nelle citazioni dei Padri sia nella tradizione manoscritta più antica. L’autore di questi versetti pare conoscere molto bene le narrazioni di Lc e Gv, un po’ meno quella di Mt. Rispetto a Mc, egli riprende il tema dell’incredulità e della durezza di cuore dei discepoli ma utilizzando un vocabolario che ha poco a che vedere con la narrazione che precede. Un primo importante tema contenuto in questa “appendice” è quello della proclamazione del Vangelo, che viene presentata non come la trasmissione di un messaggio a cui credere, ma come l’adesione totale di sé a un’esperienza che trasfigura la vita. Non per nulla i segni accompagnano non coloro che «annunciano», ma coloro che «credono»: solo la fede assicura quell’aper­tura che riesce a trasformare il contenuto della predicazione in una esperienza di vita, a cui del resto l’evangelista faceva appello fin dal titolo del suo vangelo (1,1). Un secondo tema è quello dell’universalità dell'annuncio evangelico, nelle cui parole si percepiscono i passi di un Signore, mai stanco di camminare con i suoi sulle strade del mondo. È Lui che agisce in loro, è Lui che consolida la Parola dei discepoli con i segni che la accompagnano, è Lui che continua a fidarsi di uomini increduli e sostanzialmente incapaci consegnando nelle loro mani i tesori del disegno di Dio.


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Il processo davanti a Pilato 1E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. 2Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». 3I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». 5Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. 6A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. 7Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. 8La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 10Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. 12Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». 13Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». 14Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». 15Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Gesù e i soldati 16Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. 17Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. 18Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». 19E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. 20Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. 21Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. 22Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 23e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. 24Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso.

Spogliato fino alla morte 25Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». 27Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. [28] 29Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30salva te stesso scendendo dalla croce!». 31Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 32Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. 33Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 35Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». 37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Il centurione e le donne 38Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». 40Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Giuseppe d’Arimatea e Pilato 42Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, 43Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. 44Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. 45Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe.

Giuseppe d’Arimatea e le donne 46Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. 47Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Il processo davanti a Pilato Il processo davanti a Pilato ha uno svolgimento simile a quello davanti alle autorità religiose: un primo tentativo di individuare un capo di accusa contro Gesù resta infruttuoso e il silenzio di quest’ultimo non fa che complicare le cose. Di fronte alla domanda diretta di Pilato: «Tu sei il re dei Giudei?», la risposta di Gesù è volutamente ambigua e non permette di emettere un decreto di condanna: Gesù non nega, né afferma, lasciando intendere che l’espressione potrebbe avere un suo fondo di verità anche se va correttamente intesa. Sta di fatto che il silenzio di Gesù è molto più eloquente di tante parole, al punto da lasciare Pilato mera­vigliato e il processo sospeso. Pilato non ha altro potere se non quello di sottoscrivere una condanna già decisa; in caso contrario, anche quel poco di potere che ritiene di avere rischia di essere messo a dura prova dalla reazione della folla e delle autorità religiose. Pilato è una figura tragica, proprio come Erode Antipa nel contesto della condanna a morte di Giovanni Battista (6,20.26). Insieme a Gesù, è anche Pilato a essere condannato come schiavo di una serie di giochi di potere che mettono a morte la sua libertà.

Gesù e i soldati Il tema della regalità di Gesù continua a restare al centro dell’attenzione, nel confronto tra Gesù e i soldati. La scena descritta nei vv. 16-20 sembra la farsa di un’incoronazione regale. Un particolare che merita attenzione è il duplice rifiuto, nel racconto della passione, della bevanda da parte di Gesù: al v. 23 viene rifiutato il vino aromatizzato con mirra, destinato ad alleviare le soffe­renze dei condannati, mentre al v. 36 resta inefficace il tentativo di porgergli una spugna imbevuta di aceto. Questo duplice rifiuto rimanda alla promessa fatta in 14,25 dove Gesù aveva assicurato di non bere del frutto della vite fino al giorno in cui lo avrebbe preso nuovo nel regno del Padre. Il rifiuto diventerebbe quindi segno di quel calice che il Padre gli offre e che compirà il disegno della salvezza. La divisione e il sorteggio delle vesti di Gesù da parte dei soldati (v. 24) è un gesto dalla forte portata teologica che riporta in scena il Sal 21 (22). Gesù viene esposto nudo agli occhi del mondo. Nel contesto della condanna a morte, attraverso la spoliazione degli abiti si voleva privare il condannato di tutto ciò che ancora garantiva un suo legame con la comunità dei vivi. Privato del diritto delle vesti, egli era dichiarato pubblicamente estraneo a ogni relazione con la comunità, rigettato da Dio ed espulso dal popolo dell’alleanza. L’individuo sospeso al patibolo era indegno di quella libertà di cui l’abito era testimonianza e garanzia, e veniva esposto, sotto il segno della spoliazione, al regno delle tenebre e della maledizione. Nell’episodio degli oltraggi, Gesù era già stato spogliato e rivestito di porpora, quindi nuova­ mente spogliato e rivestito dei suoi indumenti. La nudità a cui il Maestro viene ora esposto è un modo attraverso il quale viene negata la sua dignità personale e la coscienza della sua identità. Nudo (dopo essere stato vestito degli abiti di un re fantoccio) egli non è più niente, egli non è più nessuno. Sul Golgota si arriva al vertice di questa impresa: gettando la sorte sui suoi vestiti, i soldati registrano non solo la sua morte fisica, ma anche l’annientamento totale della sua persona.

Spogliato fino alla morte I vv. 25-37 sono raccolti in unità dalle tre precisazioni orarie durante le quali Gesù resta esposto, spoglio, sulla croce: l’ora terza (v. 25), l’ora sesta (v. 33) e l’ora nona (v. 34). Questa scansione del tempo è tipicamente marciana: né Matteo né Luca fanno alcun cenno all’ora terza.

L’ora terza è l’ora del fallimento pieno; nessuna figura positiva, nessuna condivisione, nessun chiaro compimento delle Scritture. Diversamente dai brani precedenti, dove, pur nella loro ambiguità, Pietro, Pilato e Simone di Cirene sembravano assicurare almeno un minimo di partecipazione al dramma vissuto da Gesù, i fatti dell’ora terza dichiarano che tutto il mondo umano ha abbandonato e respinto il Maestro.

La menzione delle tre ore di tenebre costituisce un parti­ colare che il secondo vangelo condivide con Matteo e con Luca; tuttavia in Marco le tenebre giocano un ruolo a sé stante, costituendo lo sfondo delle tre ore che precedono la morte di Gesù. La notte esteriore è l’espressione della notte interiore vissuta dal Maestro, durante la quale egli viene privato di ogni anche minima comunione con l’uomo e con la creazione. Colui che nel prologo era stato presentato come il restauratore della pace paradisiaca (1,12-13), viene ora immerso nelle tenebre del caos originario, provando fino in fondo il senso di fallimento di tutto il suo ministero.

L’ora nona rappresenta il vertice di tutta la narrazione della passione. Il grido di Gesù costituisce la prima menzione di Dio in tutto il racconto della passione. Con questo appello egli viene direttamente chiamato in cau­sa. La ripetizione dell’espressione «Dio mio» sottolinea la forte esperienza di abbandono che Gesù ribadisce come propria («mi hai abbandonato») e l’incomprensione con cui essa è vissuta. Il grido obbliga il lettore a fissare la sua attenzione sul Padre: se l’ora terza aveva dato rilievo al totale fallimento di Gesù sul piano umano e se l’ora sesta, sotto il segno delle tenebre, aveva mostrato il ritrarsi della stessa creazione che sembrava ripiombare nel caos originario, l’ora nona chiama in causa tutta la sfera divina, mostrando come Gesù sia stato spogliato anche della comunione con il Padre. Mai Gesù si è rivolto a Dio con il titolo di «Dio». Colui che aveva fatto la sua comparsa sulla scena proclamando la buona notizia della vicinanza di Dio (1,14-15), chiude la sua esistenza con un grido che ne denuncia l’assenza ma, allo stesso tempo, la permanente fiducia di Gesù. Il grido con cui si conclude l'esi­stenza umana di Gesù diventa il grido che apre una nuova realtà: non è certo un caso che a tale grido siano strettamente collegate sia la lacerazione del velo del tempio (v. 38) sia la professione di fede del centurione (v. 39). Marco lo sottolinea rilevando che «vedendo che era spirato in quel modo», il centurione riconosce in Gesù il «Figlio di Dio», il giusto che, esposto alla prova, resta sotto il segno della protezione divina (cfr. Sap 2,16-20; 3,1-4 e Lc 23,47). Il centurione vede un uomo morire in uno stato di desolazione totale e vede che, nonostante questo, quell’uomo continua a gridare a Dio la sua fiducia, fino all’ultimo istante della sua vita. Un simile atteggiamento gli “apre gli occhi”. Il momento più violento della vita di Gesù costituisce così l’atto che dischiude la scena a tutta una serie di eventi positivi: il sollevarsi delle tenebre, lo squarcio del velo del tempio, il ritorno in scena di quei protagonisti che dal centurione si allargano alle donne e a Giuseppe d’Arimatea, assicurando che il dono di Gesù è stato raccolto da qualcuno.

Il centurione e le donne Al Golgota diventa chiaro il modo in cui Gesù «distrugge» e «riedifica»: attraverso la sua morte in croce. Un nuovo spazio sacro si apre nel momento in cui il velo del tempio si squarcia in due – «dall’alto in basso», precisa Marco, quasi a sottolineare l’irrimediabilità del fatto –. Il primo che vi accede è il centurione che, vedendo morire Gesù in quel modo, riconosce in lui il mistero stesso di Dio. la dichiarazione del centurione non va colta come un’affermazione anticipata della divinità di Cristo che richiederà una complessa riflessione delle prima comunità. La sua portata deve piuttosto essere compresa alla luce di Sap 2,12-20, dove la figliolanza è sinonimo di protezione divina: nonostante la sconfitta che l’uomo giusto sembra subire agli occhi del mondo, egli resta sotto le ali di Dio, oggetto della sua azione salvifica. Questa linea di lettura è quella che meglio illumina il v. 39 in cui l’evangelista pone sulle labbra del centurione pagano un’affermazione cristologica che ai destinatari del Vangelo suona come una vera «professione di fede». Se Pietro era stato l’ultimo discepolo a uscire di scena prima della morte di Gesù, le donne sono le prime discepole a entrarvi do­po la sua morte. Le donne, con la loro semplice presenza, sembrano supplire indirettamente al vuoto lasciato dai Dodici e da Pietro.

Giuseppe d’Arimatea e Pilato È evidente che la descrizione peculiare di Giu­ eppe d’Arimatea come un uomo «che attendeva il regno di Dio» favorisce nel lettore l’accostamento tra la sua figura e la predicazione di Gesù, che in Marco si apre proprio con la proclamazione della vicinanza del regno di Dio (cfr. 1,15). Probabilmente è a partire da questo sfondo che il primo e il quarto vangelo sentono di poter descrivere Giuseppe d’Arimatea come un “discepolo” di Gesù (cfr. Mt 27,57; Gv 19,38). Tra l’altro Giuseppe d’Arimatea è descritto come «un» rappresentante di coloro che aspettano il regno di Dio: Marco precisa infatti che «anche lui» aspettava il Regno, lasciando intendere che Giuseppe non è l’unico a coltivare tale attesa. Forse, tra le righe, viene richiamato l’episodio di 12,28-34 dove un’altra autorità religiosa (uno scriba) era emersa dal gruppo come figura positiva, al punto che Gesù stesso lo aveva definito «non lontano dal regno di Dio» (12,34). Ma c’è di più. Come il centurione apre uno spiraglio luminoso all’interno del cinismo dei soldati e come le donne aprono uno spira­glio di fedeltà nella fuga generale dei discepoli, così Giuseppe apre uno spiraglio di luce nella serrata e concorde condanna a morte di tutte le autorità religiose, ribadita in 14,64 e in 15,1. C’è un gioco di colpi di scena che accompagnano tutti gli episodi successivi alla morte di Gesù: la croce, come stiamo notando, emerge come il momento fecondo della nascita di una nuova forma di “discepolato” che già coinvolge tutti i gruppi principali della società (un centurione pagano, le discepole, un’autorità religiosa). Come in 15,1-15, Pilato si trova a dover nuovamente stabilire se «consegnare» o meno Gesù. Se in precedenza tutto era stato deciso grazie all’intermezzo di Barabba (vv. 6-15), ora l’intermezzo chiama in causa il centurione: entrambe le volte la decisione viene sospesa per un attimo e l’intermezzo è sempre preceduto da uno strano «stupore» di Pilato (vv. 5.44).

Giuseppe d’Arimatea e le donne Se la scena descritta nei vv. 42-45 si svolge nella residenza di Pilato, i due ulti­ mi versetti (vv. 46-47) sono collocati su tutt’altro sfondo: il lettore è nuovamente condotto nei pressi del Golgota, dove Gesù viene calato dalla croce, avvolto in una sindone e deposto in un sepolcro. C’è poi un evidente cambio di soggetti: Pilato esce di scena per lasciare il posto a Giuseppe d’Arimatea. Giuseppe d’Arimatea è l’unico vero protagonista di tutto il racconto (egli compra il tessuto, cala Gesù dalla croce, lo depone nel sepolcro e ne sigilla l’ingresso con una pietra): la sua intraprendenza stride con la staticità delle donne che si limitano semplicemente a osservare dove viene deposto il corpo di Gesù (v. 47). Stando al testo, sembra addirittura non esistere alcuna relazione tra queste ultime e Giuseppe d’Arimatea. Gesù viene immerso “tre volte” nell’esperienza della morte: la prima con l’avvolgimento del cadavere nella sindone, la seconda con la deposizione nel sepolcro, la terza con la chiusura della tomba, sigillata dall’esterno con una pietra. Tutto sembra finito, concluso, e la celerità con la quale i gesti vengono compiuti sembra esprimere il desiderio che di tutto quello che è successo non resti traccia nel giorno di sabato che sta per cominciare. Gesù conclude la sua esistenza terrena in una tomba non sua, calato dalla croce da mani estranee.


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L’unzione della donna di Betania due giorni prima della Pasqua 1Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo». 3Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? 5Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. 6Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. 7I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto». 10Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. 11Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

La cena pasquale 12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. 17Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. 18Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. 21Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». 22E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. 25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». 26Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 27Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. 28Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». 29Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». 30Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». 31Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

La consegna di Gesù 32Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. 36E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». 37Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? 38Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. 40Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. 41Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». 43E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». 45Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. 46Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. 47Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. 48Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. 49Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». 50Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono.

Un misterioso giovane 51Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. 52Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Il processo del Sinedrio 53Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. 55I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. 57Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58«Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». 59Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. 60Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 61Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». 62Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». 63Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. 65Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano. 66Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote 67e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». 68Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. 69E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». 70Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». 71Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». 72E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

L’unzione della donna di Betania due giorni prima della Pasqua L’evangelista col suo racconto è intenzionato ad evidenziare lo spreco, ben enfatizzato dalla reazione di «alcuni» che non si limitano a mormorare tra sé ma affrontano di petto la donna, provocando la reazione del Maestro in difesa di quest’ultima e del suo gesto: il profumo, più che essere un prodotto da vendere o comprare, è il segno di un destino che lo riguarda in prima persona. Versato sul suo capo esso diviene una sola cosa con lui, anticipando quella perdita di sé che, lungi dall’essere uno spreco, è segno di un dono destinato a trasfigurare 1’esistenza di molti (cfr. 8,35). Non è senza significato che tutto questo avvenga in una casa e durante un pasto: in futuro, le generazioni dei credenti troveranno in tale contesto il luogo non solo dell’annuncio del Vangelo ma anche della memoria di quel mistero pasquale che ha il potere di trasfigurare l'esistenza, proprio come il profumo ha il potere di trasfigurare la corporeità umana. La donna ha saputo cogliere il momento e lo spazio adatto per compiere un gesto carico di significato, anche se esposto al frain­tendimento dei presenti.

La cena pasquale Dovendo recarsi a Gerusalemme per «mangiare» la Pasqua, il Maestro, interpellato dai discepoli, chiede a due di loro di precederlo e di preparare ogni cosa. I discepoli non sono incaricati di cercare un agnello e di immolarlo al tempio, secondo il rituale della Pasqua, ma di cercare e predisporre una stanza dove il Maestro possa «mangiare» la Pasqua con loro. La preparazione della Pasqua, pertanto, va intesa in senso ampio: i due discepoli devono predisporre ogni cosa, ma soprattutto se stessi, affinando la propria capacità di cogliere il senso delle cose al di là degli eventi puri e semplici. La Pasqua che essi preparano assumerà per Gesù un significato tutto particolare, reso molto bene dall’evangelista proprio dall’espressione «mangiare la Pasqua» (vv. 12.14), riferita esclusivamente a Gesù.

Nel momento in cui la condivisione della mensa e la memoria della Pasqua uniscono i Dodici al Maestro, Gesù svela il destino che lo attende e parla di un tradimento che si sta consumando proprio all’interno della comunità. Suo obiettivo non è quello di puntare il dito sul traditore (che non viene mai menzionato per nome), ma piuttosto di far presente quanto sta per accadere. Giuda viene definito «uno di voi» (v. 18), «uno che mangia con me» (v. 18), «uno dei Dodici» (v. 20), «uno che intinge con me nel piatto» (v. 20). Affiora la rottura della relazione con Gesù e con i Dodici. La tensione prende dimora nel luogo che dovreb­be esprimere il massimo della condivisione, sgretolando sia il rapporto tra i discepoli e il Maestro sia l'ideale racchiuso in quei «Dodici», depositari di un messaggio di speranza per le dodici tribù di Israele.

Se Giuda crea una rottura in seno alla comunità, separando Gesù dai suoi e consegnandolo a coloro che lo metteranno a morte, Gesù, dopo essersi dichiarato pienamente cosciente di quanto si sta verificando, fa della consegna il segno per eccellenza della Pasqua che sta per vivere: lui stesso si consegna, sotto il segno del pane, nelle mani dei suoi; lui stesso compie il gesto dello «spezzare» che non va colto solo come un’azione necessaria alla condivisione (i discepoli potevano benissimo farsi passare il pane tra loro e prenderne ciascuno un pezzo), ma soprattutto come espressione di una logica che Gesù fa propria e che ritiene atta a esprimere il dono di sé. Giuda “spezza” la comunità con una scelta di tradimento, Gesù “riunisce” la comunità con la scelta di donarsi fino in fondo. Quando al v. 22 il Maestro sottolineerà: «Questo è il mio corpo», il pronome dimostrativo non fa riferimento solo al pane in quanto tale, ma a quello che il pane è diventato grazie alle azioni compiute da Gesù che lo ha preso, benedetto, spezzato, offerto. In altre parole, il punto di unità e di condivisione tra i discepoli e Gesù non è un pane, ma una logica di vita, come abbiamo già avuto modo di vedere in occasione della prima moltiplicazione dei pani in 6,35-44. Se il pane richiama il dono del Maestro che i discepoli sono chiamati a fare proprio, il calice richiama 1’alleanza che verrà stipulata nel momento in cui tale dono raggiungerà la sua manifestazione più radicale: quella dello spargimento di sangue nella passione e morte. Il sangue, più che essere segno di purificazione, è segno di comunione. Questa dimensione è ulteriormente sottolineata dal brano marciano grazie al gesto di bere da un unico calice. Molti vedono nell’ultima cena il momento in cui Gesù pone le basi del nuovo culto destinato a sostituire quello antico: alla liturgia sacrificale del tempio viene sostituito il pasto; al sangue e alla carne degli animali, il pane e il vino trasfigurati nel loro significato dalla logica del mistero pasquale che Gesù sta per vivere; al tempio di Gerusalemme, Gesù stesso e la relazione con lui.

Marco sembra sottolineare con particolare enfasi la prova a cui i Dodici saranno esposti: il tradimento di Giuda prima, il rinnegamento di Pietro ora, lo scandalo e la dispersione generale indicano un’esperienza di spoliazione totale. L’annuncio della dispersione e dello scandalo segue immediatamente l’ultima cena (vv. 26.28). La reazione di Pietro al discorso del Maestro è immediata e, paradossalmente, non fa altro che tradurre in realtà quanto è stato appena annunciato (vv . 29-31): lo scandalo di fronte alle parole dette da Gesù è già vivo al punto tale che l’apostolo dimentica la conclusione del discorso che è stato appena rivolto ai Dodici. Pur di non separarsi da Gesù, Pietro è pronto a lasciare il gruppo dei discepoli, tradendo la logica di comunione e di condivisione vissuta nell’ultima cena.

La consegna di Gesù Il Maestro sembra combattuto: da un lato mostra un bisogno di solitudine e di preghiera, dall’altro un’esigenza forte di condivisione con i suoi. Da un lato lascia gli undici, dall’altro ne porta tre con sé. Non è la prima volta che Gesù vuole vicini a sé Pietro, Giacomo e Giovanni: questi hanno già assistito ad altri momenti significativi, come la risurrezione della figlia di Giàiro (5,21-24.35-43) e la trasfigurazione (9,2-9). Il bisogno di vicinanza traspare anche dalla necessità di aprire il cuore, quasi invitando i di­scepoli ad affacciarsi sul suo mondo interiore: si parla di tristezza e angoscia e tali sentimenti vengono presentati in tutta la loro forza («fino alla morte»). Gesù, pur cercando rifugio nel Padre, non si stacca dai tre. Si spinge avanti solo «un poco», come se in questo momento la distanza anche solo fisica fosse motivo di smarrimento. Il bisogno che abita il Maestro traspare anche da quel viavai dal luogo della preghiera al luogo dove sostano i tre discepoli prediletti. Non cerca gli altri, cerca i tre. E non si limita a cercarli: li sveglia, parla a Pietro, li invita a vegliare. Che la scena si ripeta per tre volte e che per tre volte Gesù svegli i suoi è evidente dal testo: anche nel secondo caso (v. 40) il fatto che i discepoli non sappiano cosa rispondere indica che il Maestro li ha interpellati. Al bisogno di condivisione manifestato verso i discepoli, si aggiunge il bisogno di intimità nei confronti del Padre. Fino a quella notte egli avrebbe vissuto in una comunione pressoché continua con il Padre, anche nelle circostanze più critiche durante le quali si era dovuto confrontare con l’atteggiamento ostile delle autorità religiose o con la minaccia sempre più forte di essere messo a morte. In 14,32-42 tale situazione si capovolge: improvvisa­ mente Gesù è privato di tale comunione. E questo avviene proprio nel momento della consegna, in cui traspare una sorta di lotta interiore tra l’accoglienza del calice che gli viene offerto e il desiderio che esso passi e gli sia risparmiato. La via del dono e dell’abbandono, di cui il luogo del Getsemani (che, alla lettera, indica «il frantoio») è custode, passa attraverso il “frantoio” della prova e della consegna nelle mani dei peccatori... un passo che suscita in Gesù un grande bisogno di intimità con i discepoli e con il Padre. Tale bisogno viene tuttavia deluso dai primi e negato dal secondo. La solitudine del Maestro fa misteriosamente parte del dono a cui si espone. Alla consegna nelle mani del Padre (w . 32-42) segue, nei vv. 43-50, la consegna nelle mani dei peccatori. Possiamo cogliere in questa pagina di Marco la con­clusione di un percorso che porta a compimento diversi temi annunciati lungo la narrazione: l’abbandono generale dei discepoli, la consegna di Gesù nelle mani dei peccatori, il raggiungimento dell’obiettivo delle autorità religiose, il compi­ mento di un percorso di vita... È qui, nel Getsemani, che si attua la svolta dal ministero pubblico al mistero pasquale di passione, morte e risurrezione. Il tempo dell’insegnamento è terminato. Ora saranno la sua vita e il suo comportamento a parlare, percorrendo l’esigente via della spoliazione.

IL MISTERO PASQUALE (14,51-16,8)

Un misterioso giovane Come rappresentante dei discepoli che tentano di seguire Gesù più da vicino, il giovane diventa il segno di quella “nudità necessaria” evocata dallo stesso Maestro più volte nel corso del suo ministero pubblico: in fondo, rinnegare se stessi (8,34), assumere nella propria vita la logica della croce (8,34), essere disponibili a perdere ogni cosa per Cristo (8,35), scegliere gli ultimi posti in un’ottica di totale servizio (9,35; 10,43-44), essere disponibili all’umiliazione e al rifiuto (13,9-13), passare attraverso lo scandalo e la fuga (14,27) sono tutte esigenze che possono essere sintetizzate in un’unica espressione: fare esperienza della propria nudità. La forte immagine che l’evangelista presenta ai suoi lettori, sottolineando per ben due volte (al v. 51 e al v. 52, le uniche occorrenze del termine in tutto il vangelo), che il giovane è «nudo», ne rende chiaramente l’idea. La salvezza si dischiude gratuitamente solo all’interno del profondo abisso che separa l’infedeltà del discepolo dalla fedeltà del Maestro e all’interno del contrasto che oppone la fuga del primo all’obbedienza del secondo, che si spinge fino alla morte e al dono di sé. La nudità del giovane, destinata a catturare l’attenzione del lettore, anticipa in tal senso anche la nudità di Gesù esposto sulla croce, segno di maledizione e di empietà per tutti coloro che lo vedono (15,25-37).

Nei confronti di Gesù, l’evangelista è ancora più esplicito nel dichiarare che tutto ciò costituisce un passaggio obbligato. Se per i discepoli la necessità dello smacco è sottintesa nelle parole del Maestro, per Gesù la passione e la morte costituiscono una direzione obbligatoria, necessaria, palesemente men­zionata all’interno delle Scritture (9,12; 12,10-11 ; 14,27.49) e chiaramente espressa dalla volontà del Padre (14,36). L’«ora» non viene risparmiata (14,35), il «calice» non viene allontanato (14,36) e a tutto Gesù, liberamente, si sottopone (14,36).

Colui che era sfuggito alla morsa degli arrestatori, lasciando nelle loro mani il capo di vestiario che lo ricopriva (14,52), diventa ora colui che annuncia la risurrezione di Gesù: anche questi è sfuggito dalla morsa della morte, lasciando il sepolcro vuoto (16,5-7).

Il processo del Sinedrio La condanna a morte di Gesù affiora sullo sfondo di un processo farsa dove l'unica cosa che interessa è mettere fuori gioco il Maestro di Galilea. Il primo elemento della farsa è quello dei falsi testimoni: non solo è chiaro che questi stanno semplicemente giocando un ruolo, ma nemmeno riescono a essere d’accordo tra loro, finendo per squalificarsi l’un l’altro. Il secondo elemento della farsa è la figura centrale, il sommo sacerdote che, non riuscendo a ottenere nulla con le testimonianze, interpella Gesù direttamente sulla sua identità e dalla risposta che riceve, prima ancora di sentire il parere altrui o di dar nuovamente voce all’accusato, esclude del tutto il bisogno di avere dei testimoni ed emette un atto di condanna a cui tutti si associano. L’iter di un normale processo è, così, stravolto. L’accusato non ha diritto di replica né per chiarire le sue parole, né per difendersi.

Gesù non viene condannato per quanto ha fatto o per quanto ha detto durante il suo ministero pubblico (su questi aspetti non si possono che raccogliere «testimonianze», che non hanno alcun peso e nemmeno trovano accordo), ma per quello che è. Ciò che fa problema è la sua identità, quella stessa identità che fa da filo rosso all’intera narrazione e che solo alla fine troverà uno spazio di accoglienza.

Nel momento in cui l’identità di Gesù affiora con chiarezza e viene respinta dalle autorità religiose, trasformandosi in una condanna a morte per il Maestro, il primo dei discepoli rinnega non solo la sua sequela ma ogni suo legame con Gesù. L’ultima comparsa di Pietro sulla scena del secondo vangelo è quella di un apostolo in lacrime, messo di fronte alla realtà del proprio personale smacco dalla “voce” di un gallo che gli ricorda una parola “altra”. Pietro dovrà ricostruire il suo “essere con”, cuore dell’identità di ogni discepolo. Non più, tuttavia, a partire dalle sole sue forze, ma dalla parola di quel Maestro che lo ha chiamato e scelto.


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La fine dei tempi 1Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». 2Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta». 3Mentre stava sul monte degli Ulivi, seduto di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: 4«Di’ a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?». 5Gesù si mise a dire loro: «Badate che nessuno v’inganni! 6Molti verranno nel mio nome, dicendo: “Sono io”, e trarranno molti in inganno. 7E quando sentirete di guerre e di rumori di guerre, non allarmatevi; deve avvenire, ma non è ancora la fine. 8Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti in diversi luoghi e vi saranno carestie: questo è l’inizio dei dolori. 9Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe e comparirete davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro. 10Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni. 11E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. 12Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 13Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. 14Quando vedrete l’abominio della devastazione presente là dove non è lecito – chi legge, comprenda –, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano sui monti, 15chi si trova sulla terrazza non scenda e non entri a prendere qualcosa nella sua casa, 16e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. 17In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano! 18Pregate che ciò non accada d’inverno; 19perché quelli saranno giorni di tribolazione, quale non vi è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino ad ora, e mai più vi sarà. 20E se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessuno si salverebbe. Ma, grazie agli eletti che egli si è scelto, ha abbreviato quei giorni. 21Allora, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui; ecco, è là”, voi non credeteci; 22perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per ingannare, se possibile, gli eletti. 23Voi, però, fate attenzione! Io vi ho predetto tutto. 24In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, 25le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. 28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre. 33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La fine dei tempi Questo capitolo rappresenta il più lungo discorso presente nel vangelo di Mar­co.

  • Parte da un’introduzione, dove affiora la domanda dei discepoli in merito agli ultimi tempi (vv. 1-4);
  • segue la risposta di Gesù che mette in discussione, in modo indiretto, la pretesa dei discepoli di conoscere il «quando» e i «segni» della fine (vv. 5-23);
  • al centro viene proposto il grande segno della venuta gloriosa del Figlio dell'uomo (vv. 24-27);
  • mentre la parte conclusiva, attingendo a due immagini simboliche, si traduce in un pressante invito alla vigilanza (vv. 28-37).

L’uscita di Gesù dal tempio è un elemento che va al di là della semplice informazione in merito a uno dei suoi spostamenti: egli, infatti, si allontana definitivamente dal luogo sacro, per non tornarci più. La distanza che si viene a creare tra Gesù e il tempio è ulteriormente enfatizzata dalle parole che seguono, con le quali Gesù annuncia la distruzione totale dell’edificio sacro, centro della storia e dell’identità di Israele.

Quello che più stupisce, tuttavia, è l’esclamazione del v. 1: il discepolo che sosta meravigliato davanti allo splendore delle pietre e degli edifici mostra di non aver capito nulla di quello che si è svolto durante le tre visite di Gesù al tempio narrate nei capitoli precedenti. Come i Dodici faticano a capire gli annunci del mistero pasquale, così questo discepolo non coglie il destino del tempio, nel quale è prefigurato il destino stesso di Gesù.

Il drastico annuncio del Maestro suscita, al contrario, un duplice interrogativo allarmato dei quattro discepoli che lo circondano, i primi a essere stati invitati alla sequela in 1,16-20: «quando accadranno queste cose» e «quale sarà il segno»? Gesù risponde mettendo in guardia i suoi dalla pretesa di possedere una conoscenza chiara del «quando» e dei «segni». Come i dolori del parto sono necessari perché venga alla luce una nuova creatura, così le calamità del mondo sembrano necessarie alla nascita di un ordine nuovo (cfr. Rm 8,22-23). Gli eventi che, normalmente, inducono l’uomo a fuggire devono, pertanto, essere accolti come parte di un progetto di rigenerazione. Il discorso, tuttavia, non termina qui: Gesù passa dalle calamità di carattere sociale (guerre, terremoti e carestie) a ciò che tocca nel vivo l’esperienza personale dei discepoli: la persecuzione «per causa mia» (vv. 9.13; cfr. anche 8,35; 9,41; 10,30), «per render testimonianza» (v. 9; cfr. anche 1,44; 6,11). Non è difficile scorgere nella descrizione le diverse tappe che scandiranno la passione del Maestro. E ciò che attende il Maestro concerne anche i discepoli! Si tratta di vicende che rinviano a un’altra «necessità»: quella dell’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni. Questo ci permette già di capire come mai, nel momento in cui Gesù muore sulla croce, il velo del tempio si squarcia dall’alto in basso e proprio uno dei rappresentanti delle «nazioni», il centurione, emette il proprio atto di fede (15,39). Ritroviamo così confermato un principio che abbiamo già avuto modo di evidenziare riflettendo sui tre annunci del mistero pasquale: è nel contesto della persecuzione che passa l’azione dello Spirito, anzi, è lui stesso a farsi annunciatore del Vangelo attraverso la voce e la vita dei discepoli (cfr. anche Mt 5,10-12; Lc 6,22-23; 1Pt 4,14).

Il mistero pasquale si sta compiendo proprio nella stagione in cui i rami del fico mettono foglie: Gesù fa presente che il tempo del compimento è ormai prossimo, per lui e, insieme a lui, per il tempio. E il com­pimento non giunge da segni eclatanti ma dall’umiltà silenziosa di un ramo che si risveglia dopo l’inverno. Il destino di Gesù si consumerà secondo tale logica silenziosa e poco eclatante. Il mistero pasquale, in tal senso, pur nel dolore che lo accompagnerà e nel dramma che si ripercuoterà sui discepoli, si confi­gura come una nascita, anticipatrice di quella diffusione del Vangelo destinato a raggiungere tutte le nazioni.

Nella parabola dei servi che devono vegliare che i servi siano la controfigura dei discepoli è confermato dal fatto che gli stessi, alle porte della passione, si sentiranno rivolgere le medesime parole dal Maestro: «Vegliate!», in una lotta estrema contro la pesantezza del cuore e il rischio di dormire (14,34.38). Che il padrone di casa sia una controfigura del Maestro lo si comprende dal tono testamentario assunto da questo discorso e dai fatti che seguiranno, durante i quali effettivamente egli abbandona la scena conferendo la propria autorità ai discepoli. La casa, per diretta conseguenza, è immagine della comunità. L’invito alla vigilanza, che dai quattro discepoli si estende a «tutti», infonde una certa urgenza alla scena, dando l’impressione che quanto è stato detto troverà presto concretizzazione. Ciò vale per le stesse fasce orarie menzionate al v. 35: sarà «di sera» che si svolgerà l’ultima cena (14,17), sarà «di notte» che Gesù verrà arrestato (14,30), sarà «al canto del gallo» che verrà rinnegato (14,68.72), sarà «all’alba» che sarà consegnato nelle mani di colui che ne decreterà la morte (15,1) e che sarà annunciato come risorto (16,1-8). Non sembrano nessi puramente causali. Così Gesù conclude il grande discorso tenuto di fronte al tempio: ha an­nunciato la sua distruzione, ne ha indicato i segni, individuandoli nel proprio stesso destino, ma soprattutto ha invitato alla vigilanza nell’attesa del Figlio dell’uomo, verso il quale la storia converge e nel quale essa trova pieno significato.


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La parabola dei contadini omicidi 1Si mise a parlare loro con parabole: «Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 2Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. 3Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. 4Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. 5Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero. 6Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. 7Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. 8Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. 9Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. 10Non avete letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; 11questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?». 12E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

Controversia sul tributo imperiale 13Mandarono da lui alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. 14Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». 15Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». 16Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 17Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui.

Controversia sulla risurrezione 18Vennero da lui alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: 19«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 20C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. 21Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, 22e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 23Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 24Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? 25Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? 27Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Controversia sul comandamento più grande 28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 32Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

L'insegnamento ambiguo degli scribi 35Insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? 36Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi. 37Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri. 38Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

La testimonianza della povera vedova 41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La parabola dei contadini omicidi La parabola mette in evidenza due movimenti opposti tra loro, enfatizzando la drammaticità del racconto: da un lato il proprietario della vigna che manifesta un crescendo di attenzioni nei confronti della proprietà da cui, tuttavia, prende le distanze affidandola a contadini che dovrebbero averne cura; dall'altro i contadini che, pur avendo fatto fruttificare la vigna, manifestano non solo il rifiuto di rendere quanto è dovuto al proprietario ma anche una reazione violenta, del tutto incuranti delle conseguenze a cui ciò può portare. Di fronte alla reazione assurda dei contadini ci si aspetterebbe l’arrivo del padrone in persona e invece, in modo del tutto paradossale, il proprietario compie una scelta inedita: prima fa umiliare tutti i servi a sua disposizione, poi invia «il figlio amato». Il figlio viene a trovarsi tra i due “crescendo”, esprimendo da un lato il massimo delle attenzioni del proprietario nei confronti dei contadini e della vigna e, dall’altro, assumendo la violenza a cui i contadini sono spinti dalla propria cupidigia. Infatti i con­tadini presi dalla cupidigia per i frutti e per l’intera proprietà, vedono nel figlio «l’erede» e all’assurdità dell’atto omicida aggiungono il gesto oltraggioso di gettarne il cadavere fuori dalla vigna, lasciandolo insepolto, gesto che contraddice nel modo più radicale l’attesa di rispetto. Solo a questo punto il proprietario interviene, mettendo fine al suo periodo di assenza e prendendo i dovuti provvedimenti. L’associazione del figlio amato con Gesù e delle autorità religiose con i contadini è alquanto evidente. Se nella parabola della vigna il lettore assiste a un progressivo percorso di umiliazione che termina con la morte e il rigetto del figlio amato, nella ripresa del Sal 118 si assiste al procedimento inverso: la pietra scartata diventa prima «pietra d’angolo» e poi «opera del Signore». Il passaggio da immagini legate alla viticoltura ad altre connesse con l’architettura rende il messaggio ancora più efficace. Il figlio amato viene così identificato con la pietra angolare di un nuovo edificio che sembra anticipare il «nuovo tempio» destinato a sostituire quello di cui «non resterà pietra su pietra» (13,2). Le autorità religiose al posto di aprirsi all’insegnamento indirizzato loro, finiscono per indurire ulteriormente il loro cuore. Tale indurimento si manifesta nel desiderio, per il momento ostacolato dalla folla, di arrestare Gesù. Pur ritirandosi le autorità religiose non si danno per vinte e in tre sequenze successive cercano di intrappolare Gesù sorprendendolo in uno dei suoi insegnamenti.

Controversia sul tributo imperiale Se a Cesare bisogna rendere ciò che reca il suo sigillo e la sua effìge/immagine, a Dio bisogna restituire ciò che porta l’impronta della sua effige. Gesù invita, così, ad andare in profondità, richiamando indirettamente Gen 1,27: «Dio creò l’uomo a sua immagine a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò». Chi è stato creato a immagine di Dio non può appartenere a Cesare: a quest’ultimo appartiene solo la moneta che porta incisa la sua effige, niente di più. Il pagamento del tributo, in tal senso, non va colto come un atto di sottomissione alla persona dell’imperatore, ma come un gesto legato alla temporanea condizione di oppressione in cui vive il popolo, gesto che non ha la forza di strappare la reale identità di chi lo compie. La moneta va quindi restituita al suo proprietario, Cesare, nella ferma convinzione che l’identità profonda della persona resta custodita in Dio, vero garante di ogni cuore, al di là delle maschere e delle effìgi circolanti, comprese quelle dei farisei e degli erodiani. L’abilità di Gesù sta nel portare il livello del discorso da un piano po­litico a un livello, molto più ampio, di natura teologica. Egli rifiuta di rispondere e di mettere a confronto Cesare e Dio, per il semplice fatto che queste due realtà non sono confrontabili; invita, invece, i suoi interlocutori ad andare alla sorgente della questione, distinguendo ciò che viene da Dio da ciò che viene dall’uomo.

Controversia sulla risurrezione Il caso presentato dai sadducei parte dal dovere primordiale di ogni uomo di trasmettere la vita (Gen 1,28): è in vista di tale dovere che i fratelli del marito defunto si uniscono alla cognata. Riprendendo il caso che gli viene proposto, Gesù sottolinea che il valore della vita va ben oltre i limiti spazio-temporali dell’esistenza umana. I sadducei si sono sbagliati su una questione di somma importanza: se Mosè, a cui Dio si è rivelato con una definizione precisa, ha potuto guidare il popolo dalla schiavitù alla libertà è solo perché ha potuto immergersi nell’esperienza viva dei patriarchi e della loro relazione con Dio. Credere in Dio, nell’insegnamento di Gesù, deve andare di pari passo con la fede nella risurrezione. E non a caso Gesù cita i grandi patriarchi: Abramo, Isacco e Giacobbe non senza fatica hanno assolto al dovere di trasmettere la vita ma, fiduciosi nella potenza di Dio, sono alla fine diventati sorgente di una discendenza numerosa in mezzo alla quale restano come una presenza viva, non come una realtà superata o morta. Lo stesso Mosè viene ripreso da Gesù in modo originale: i sadducei ne parlano al passato, fissando lo sguardo sulla Scrittura che Mosè ha lasciato, Gesù ne mostra l’attualità rimandando a una scena (quella del roveto ardente) in cui Dio si rivela come l’eterno presente nella storia dei suoi figli.

Controversia sul comandamento più grande L’interrogativo dello scriba è preceduto da una cer­ ta attrattiva nei confronti di Gesù, scandita da tre participi che mostrano prima 1’avvicinarsi, poi l’ascolto, quindi una positiva presa di coscienza. Il tutto sfocia in una domanda di grande peso: «Qual è il primo comandamento in assoluto?» (v. 28). Gesù propone come essenza della Legge una relazione, quella dell’uomo con Dio e con il prossimo. Il modo stesso in cui vengono ripresi i comandamenti va in tale direzione: Gesù non parla all’infinito, come invece farà lo scriba, ma sottolinea la dimensione dell’ascolto e un «io» che si rivolge a un «tu» riconosciuto nelle fondamentali dimensioni della sua identità (il cuore, l’anima, la mente, le forze), ricondotte all’unità dall’atto di amare Colui che è «l’unico Signore». Lo scriba, in modo inatteso, non solo accoglie la risposta di Gesù, ma la conferma e la fonda, associando ai brani citati (attinti entrambi dalla Torà), secondo lo stile tipico dei maestri della Legge, altri due brani, attinti questa volta dai Profeti: Dt 6,4 viene associato a Is 45,21-22, mentre Lv 19,18, che diventa una sola cosa con Dt 6,5 (mostrando che lo scriba ha colto molto bene il senso della risposta data da Gesù), viene associato a 1Sam 15,22 e a Os 6,6. Se ancora una volta teniamo presente che il contesto in cui si svolge la scena è quello del tempio e che tutta la serie di controversie è nata a partire dai gesti profetici compiuti da Gesù il giorno precedente, la conferma dello scriba conferisce un’autorevolezza unica alle parole di Gesù. Allo stesso tempo, però, lo scriba sembra impoverire quanto Gesù ha detto: abbandonando l’invito all’ascolto e il gioco “io-tu” evocato dal Maestro, lo scriba trasforma il tutto in una sequenza di regole. Perde, in altre parole, la dimensione relazionale, ben evidenziata dal Maestro. Nonostante ciò, coglie che ogni atto cultuale, privato di amore a Dio e al prossimo, è svuotato del suo significato più profondo. Il confronto si chiude con una parola elogiativa nei confronti dell’interlocutore che Gesù definisce «non lontano dal regno di Dio». Viene quindi dichiarata una vicinanza che, tuttavia, resta caratterizzata da un permanente elemento di distanza.

L'insegnamento ambiguo degli scribi L’obiet­tivo di Gesù è quello di dimostrare l’insufficienza della lettura che ne fanno gli scribi. In altre parole, pur legato a Davide, il Messia va ben al di là dell’attesa del «nuovo Davide», destinato a ristabilire l’antico regno davidico-salomonico, a purificare il tempio e a cacciare l’occupante romano. Essendo «suo signore», il regno messianico non può avere come modello David e quanto questi ha fatto, ma va ben oltre. Per il lettore tale precisazione è importante: il lettore sa, infatti, fin dal primo versetto del vangelo (1,1), che Gesù è il Cristo/Messia; l’insegnamento dei vv. 35-37 permette di correggere eventuali errori di prospettiva che alcuni passaggi (cfr. 10,47.48; 11,10) possono aver suscitato e di mettere in luce come l’autorità di Gesù vada molto al di là rispetto a quella del «nuovo Davide». Con un solo versetto Gesù sintetizza la sua esperienza dal momento in cui è giunto a Gerusalemme: seduto su un asino è stato accolto come espressione del «regno del nostro padre Davide» (11,10), ma tale regno si stabilisce all’insegna della resistenza che ha per protagonisti niente meno che i capi religiosi; questi stanno già complottando contro di lui per arrestarlo e metterlo a morte (11,18; 12,12). La presa di posizione nei confronti di una tradizione ben radicata conferma ancora una volta la straordinaria e sovversiva autorità con cui Gesù si presenta ai suoi contemporanei, preparandoli ai tratti inediti che il Messia assumerà nel mistero ormai prossimo della passione, morte e risurrezione. Dal ritratto che Gesù ricostruisce, gli scribi emer­gono come figure di primo piano in ambito sociale («i primi posti nei banchetti»), religioso («i primi seggi nelle sinagoghe»), politico («i saluti nelle piazze»), eco­nomico («divorano le case delle vedove»). Da un lato, amano e desiderano tutto ciò che li mette in evidenza; dall’altro, in maniera nascosta e ambigua, profittano della loro posizione ostentata. Nella figura di alcuni di loro (Gesù non sta parlan­do di «tutti» gli scribi) si profila l’icona dell’antidiscepolo per eccellenza: a chi desidera seguirlo Gesù ha, infatti, proposto gli ultimi posti (9,35; 10,41.44-45) e una logica di totale servizio e dono di sé (10,43-44).

La testimonianza della povera vedova Dopo aver descritto quegli scribi che hanno una particolare tendenza ai primi posti e al protagonismo, portando in sé il divario tra l’apparenza e la realtà, ecco che viene presentata una povera vedova, socialmente collocabile al polo opposto: è una donna, è povera, è vedova, ha bisogno di essere tutelata legalmente, non ha alcun influsso politico e sociale, è lungi da lei l’intenzione di attirare su di sé gli sguardi altrui. Essa compie un gesto destinato a suscitare reazioni opposte: da un lato emerge la sua generosità, in quando consegna tutto ciò che ha; dall’altro si coglie l’assurdità di un gesto che mette in pericolo l’intera esistenza per soste­ nere un tempio di cui «non rimarrà pietra su pietra» (13,2). L’episodio, unitamente a quello della donna di Betania (14,3-9), fa da cornice al grande discorso tenuto da Gesù di fronte al tempio (13,5-37). Gesù trasforma l’ingresso in scena della povera vedova in un importante insegnamento rivolto ai discepoli: dietro la gestualità della donna, si può intravedere il destino di Gesù che presto riporrà l’intera sua vita nelle mani di autorità religiose e politiche che non ne sapranno assolutamente apprezzare il valore (cfr. 10,45; 14,22.24) e che lo metteranno a morte. Con questo piccolo episodio dai molteplici risvolti si chiude l’ultima visita di Gesù al tempio.


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