📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

PROEMIO

1Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, 2come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, 3così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

GIOVANNI BATTISTA E GESÙ

Annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni 5Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. 6Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. 7Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni. 8Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, 9gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso. 10Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. 11Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. 12Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. 13Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. 14Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, 15perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. 17Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto». 18Zaccaria disse all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». 19L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. 20Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo». 21Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. 22Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto. 23Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. 24Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: 25«Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini».

Annuncio a Maria della nascita di Gesù 26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». 29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Incontro tra Maria ed Elisabetta 39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Il cantico di Maria 46Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore 47e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, 48perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. 49Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; 50di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. 51Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; 52ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; 53ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. 54Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, 55come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». 56Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

La nascita e la circoncisione del Battista 57Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. 59Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. 60Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». 61Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 62Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. 63Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. 64All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. 65Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. 66Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Il cantico di Zaccaria 67Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo: 68«Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, 69e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, 70come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: 71salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. 72Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, 73del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, 74liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, 75in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni. 76E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, 77per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati. 78Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, 79per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace».

La vita del Battista 80Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

PROEMIO Nel proemio v'è il patto di lettura fra autore e destinatario (che si estende non solo al vangelo ma abbraccia pure il libro degli Atti): l'opera di Luca è destinata a far riconoscere a Teofilo la fondatezza della fede cui è stato iniziato. La narrazione di Luca non si ferma al livello storico: c'è una chiara finalità teologica, tutta tesa a garantire l'affidabilità della sua opera per fortificare la fede dei suoi lettori. Sullo sfondo sta probabilmente la difficile situazione dei cristiani nel tardo periodo apostolico: essi non conoscono più nessuno di coloro che hanno incontrato Gesù; per questo Luca fa riferimento alla tradizione che lo precede. Ma il suo racconto, se è in continuità con quella tradizione (al punto che l'autore tace anche il proprio nome, quasi a sottolineare che si pone all'interno di quel flusso), tuttavia se ne distingue, cosicché da un lato è intrecciato con l'annuncio cristiano fondamentale (il kérygma: Gesù è morto ed è risorto), dall'altro lo configura proprio come narrazione. Luca, uomo di Chiesa, assicurando la trasmissione della tradizione per mezzo di un racconto, compie un duplice cammino: uno all'indietro, per approfondire l'affidabilità di ciò che ha ricevuto; l'altro in avanti, per rifondare la memoria di Gesù, rileggendo la tradizione all'interno della propria contemporaneità. Luca non intende per niente separare la storia e la sua interpretazione, quasi che le due cose siano distinte.

GIOVANNI BATTISTA E GESÙ Con una continua alternanza di spazi e di personaggi, Luca mette in campo Giovanni e Gesù, prima bambini, poi adulti. Il racconto presenta tre paralleli:

  1. l'annuncio della nascita di Giovanni e di Gesù, cui fa seguito l'incontro delle due madri (cfr. l ,5-56);
  2. la narrazione della nascita, della circoncisione e della crescita di Giovanni e di Gesù (cfr. 1,57-2,52);
  3. le attività del Battista ormai adulto cui segue il battesimo, la genealogia e le tentazioni di Gesù adulto (cfr. 3,1-4,13).

Nella narrazione degli inizi Luca differenzia sempre più le due figure, mostrando la superiorità di Gesù su Giovanni Battista: Gesù infatti non è solo il Messia, ma pure il Figlio di Dio; la salvezza che egli porterà raggiungerà non solo i figli d'Israele ma anche tutti i figli di Adamo (la genealogia di Luca risale proprio sino ad Adamo e quindi a Dio).

Annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni La struttura del brano è concentrica: al cuore della narrazione c'è il messaggio dell'angelo, nel quale viene descritta la figura e la missione del Battista. Tutto si svolge nel tempio di Gerusalemme, il simbolo stesso del giudaismo; i protagonisti sono tipici rappresentanti della pietà ebraica. L'intervento di Dio, benché sia conosciuto solo da Zaccaria (che uscendo dal santuario è muto e quindi non può parlare) e dal lettore (messo a parte dal narratore di tutto quanto accade), è pure testimoniato da tutto il popolo, il quale prima sta fuori dal santuario, poi è in attesa ed è meravigliato per l'indugio del sacerdote (v. 21). Zaccaria, pur conoscendo la Scrittura (e sapendo che la promessa di Dio si compie), in realtà non crede all'annuncio dell'angelo. L'angelo Gabriele ricorda a Zaccaria la necessità della fede (quella che Abramo aveva e lui non ha). Il silenzio che colpisce il sacerdote durerà fino al compimento della promessa: a parlare non sarà Zaccaria, saranno i fatti stessi: nel momento in cui esce dal santuario alla presenza della moltitudine, colui che cercava un segno diventa ironicamente egli stesso un segno. La gravidanza di Elisabetta è il secondo segno del compimento della promessa. La donna non commenta il mutismo del marito; interpreta l'attesa di un figlio come un segno dell'intervento di Dio che ha cancellato la sua vergogna. Le sue parole ricordano quelle di un'altra donna sterile, Rachele, che alla nascita di Giuseppe dichiarava: «Dio ha tolto il mio disonore» (Gen 30,23). Pur tuttavia si nasconde per cinque mesi. La cosa è assai singolare, ma ha una funzione narrativa e prepara il seguente episodio: nessuno sa della sua attesa, cosicché all'anziana donna apparirà chiaro (cfr. 1,42-45) che Maria ha appreso della sua gravidanza da una rivelazione celeste.

Annuncio a Maria della nascita di Gesù Prima di presentare i personaggi umani, Luca introduce l'angelo Gabriele, sottolineando il suo ruolo di messaggero divino. L'importanza dell'angelo (già conosciuto dal lettore) è in contrasto con l'insignificanza di Nazaret (cfr. Gv 1,46), villaggio mai citato nell'Antico Testamento, localizzato in Galilea, una regione ai confini, ben differente dal santuario nel cuore del tempio di Gerusalemme. L'angelo non appare a Maria, ma si avvicina a lei: si tratta dunque di un incontro, non di una visione. Non è immediatamente ovvio comprendere che cosa significhi il saluto. L'an-gelo ha fatto riferimento a un'opera divina ma non ha specificato come Dio ha già agito nei confronti della vergine. La reazione di Maria (v. 29) evoca il turbamento di Zaccaria (cfr. v. 12), ma la ragione è differente: il sacerdote era preso dalla paura per l'apparizione angelica, la vergine per le parole di Gabriele. Gabriele la chiama per nome e la invita a superare la paura (cfr. Gen 15,1; Dn 10,12.19); poi dichiara il motivo di tutto ciò: Maria è oggetto di una grazia speciale da parte di Dio. La grazia di cui si parla sta nella maternità, descritta qui con le stesse espressioni dell'angelo ad Agar (cfr. Gen 16,11) e dell'oracolo di Is 7,14: concepire nel grembo, generare, dare il nome. Dio stesso, per mezzo dell'angelo, conferisce un nome che la madre imporrà al bambino. Di fronte a un annuncio cosi pregnante, la domanda di Maria (v. 34) fa emergere la tensione fra quanto ha detto l'angelo e la propria concreta situazione. La sua difficoltà sorge dal fatto che non «conosce» un uomo, cioè non vive ancora con Giuseppe. Maria cioè, in forza dell'efficacia della parola divina, considera quanto annunciato dall'angelo immediatamente realizzabile e per questa ragione pone l'interrogativo riguardante la propria attuale verginità. Se Zaccaria chiedeva un segno concreto in base al quale avrebbe potuto conoscere la verità delle parole dell'angelo (cfr. v. 18), Maria domanda un chiarimento a partire dalla propria concreta situazione che pare essere un ostacolo alla maternità. La risposta dell'angelo (v. 35) riguarda la singolare modalità della generazione e l'identità del nascituro. In forza di un intervento dello Spirito di Dio (cfr. Gen l ,2; 2,7) sarà resa possibile la maternità verginale di Maria. Senza che vi sia una richiesta da parte di Maria, l'angelo le offre un segno. A colei che ha dichiarato all'angelo il limite della propria condizione di verginità, viene dato un segno concreto della potenza divina: la gravidanza dell'anziana e sterile parente Elisabetta. Il carattere straordinario del primo concepimento prepara il secondo, ancor più straordinario (la concezione verginale è del tutto inedita nella tradizione biblica). Maria, definendosi «serva del Signore», afferma la propria sottomissione a Dio e l'accoglienza della sua volontà. L'assenso ha poi un carattere gioioso ed esprime il desiderio di vedere realizzato il disegno divino: Maria collabora attivamente e con tutto il cuore al progetto che si realizzerà proprio per mezzo di lei.

Incontro tra Maria ed Elisabetta In questo racconto si uniscono i motivi conduttori dei due annunci: la fede nella promessa di Dio e l'interpretazione dei segni. La narrazione insiste sul saluto di Maria a Elisabetta, riportato due volte, anzitutto dal narratore, poi da Elisabetta: il primo racconto (vv. 41-42a) sottolinea il sussulto di Giovanni, lo Spirito Santo che ricolma Elisabetta, la proclamazione a voce alta dell'anziana donna; Elisabetta (v. 44), invece, afferma che è stato l'ascolto della voce di Maria a fare sussultare Giovanni e che la danza del figlio nel grembo era un segno di gioia; non si è trattato dunque solo del naturale movimento del bambino nel grembo materno (cfr. Gen 25,22), ma di una vera e propria esultanza, motivata dalla presenza del Messia (cfr. Ml3,20; Sap 19,9).

Il cantico di Maria Il Magnificat (forse un antico inno giudeo-cristiano rielaborato da Luca e inserito nella trama della sua narrazione) è il primo cantico del racconto dell'infanzia. Maria parte dalla sua vita per arrivare all'intera storia della salvezza: non separa se stessa dagli altri perché la grazia proviene da Dio. Ella continua a pensare se stessa in solidarietà coi poveri. Ciò che Dio ha fatto per lei è un segno di ciò che Dio ha fatto e farà per loro. Per la prima volta nel racconto è affermata la logica del capovolgimento, che ritornerà a più riprese: nelle beatitudini e nei guai (cfr. 6,20-26), nelle sentenze a proposito del perdere e salvare la propria vita (cfr. 9,24; 17,33), nell'antitesi fra l'essere esaltato e l'essere umiliato(cfr. 14,11; 18,14), nella parabola del povero Lazzaro e del ricco (cfr. 16,19-31), nella contrapposizione fra l'essere servito e il servire (cfr. 22,24-27). Maria canta l'azione di Dio nella propria vicenda personale dove l'impossibile è divenuto possibile proprio nella generazione di quel figlio che è pure il Figlio dell'Altissimo: «Nulla sarà impossibile a Dio» (1,37). Quanto è avvenuto nel suo grembo è il segno di quel rovesciamento che ella canta: la miseria del mondo è riabilitata dalJa potenza del Dio d'Israele, fedele alla sua promessa.

La nascita e la circoncisione del Battista Mentre la nascita di Giovanni è ridotta a una frase stereotipata (v. 57), la reazione della gente occupa l'intero racconto. Il racconto poi accorda grande importanza non alla circoncisione ma all'imposizione del nome. Il nome esprime la personalità del bambino e indica il disegno di Dio su di lui. L'accento, poi, non va sul significato etimologico del nome (che non viene precisato), ma sul fatto che l'imposizione di un simile nome obbedisce al piano rivelato da Dio a Zaccaria per mezzo dell'angelo.

Il cantico di Zaccaria Il Benedictus canta la fedeltà di Dio che si distende nella storia fino alla venuta del Messia, per mezzo del quale Dio manifesta la sua misericordia e libera il suo popolo dalla schiavitù del peccato. L'inno, dunque, a differenza del Magnificat, è esplicitamente cristologico ed è focalizzato sul Messia più che su Giovanni Battista. Zaccaria ha un duplice ruolo: è il padre del Battista e il rappresentante della speranza escatologica d'Israele. Lo sguardo profetico intreccia i differenti momenti della storia della salvezza: l'opera di Giovanni in riferimento alla promessa di Dio e l'opera di salvezza di Gesù. La novità sostanziale di quanto Zaccaria dice riguarda non tanto la salvezza e la misericordia (temi già annunciati nel Magnificat) quanto la remissione dei peccati (cfr. v. 77), manifestazione della profonda misericordia di Dio (cfr. v. 78). Narrativamente l'inno conduce il lettore alla soglia della nascita del Messia, l'«astro che sorge dall'alto» (v. 78).

La vita del Battista Mentre Zaccaria ed Elisabetta spariscono, il pia- no divino rimane al centro della narrazione. Tuttavia, un tale piano ha un percorso del tutto singolare, ancora fra manifestazione e nascondimento. Come Elisabetta restava nascosta cinque mesi, così Giovanni rimane nel deserto (cfr. v. 80). Ma il narratore mette a parte il lettore della sua futura manifestazione a Israele. Nel capitolo successivo il racconto transita dal Battista a Gesù.


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L’annuncio della risurrezione 1Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. 2Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 3Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». 4Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 5Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. 6Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. 7Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». 8Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

APPENDICE

Le apparizioni del Risorto 9Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. 10Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. 11Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. 12Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. 13Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. 14Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto.

Il mandato missionario e i segni che accompagneranno quelli che credono 15E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Ascensione di Gesù e missione dei discepoli 19Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

L’annuncio della risurrezione La caratterizzazione delle donne è dominata da un vocabolario legato alla morte: le tre discepole comprano olii aromatici per ungere il corpo di Gesù (gesto legato alla sepoltura), i loro discorsi vertono sul «sepolcro» e sulla pietra che ne sigilla l’ingresso. L’immagine tratteggiata nei loro pensieri è quella di un sepolcro sigillato, con all’intemo un cadavere (15,45). Ma la scena che si delinea davanti ai loro occhi è totalmente diversa: la pietra, nonostante le sue dimensioni, è stata rimossa e all’interno del sepolcro non c’è un cadavere ma un giovane; non c’è il corpo senza vita di un uomo disteso e avvolto in una sindone, ma il corpo vivo di un giovane, assiso, avvolto in una veste bianca, che risponde al linguaggio di morte delle donne con un annuncio di risurrezione. Il contrasto è forte. Il giovane consegna alle donne un preciso mandato: esse devono recarsi dai discepoli e annunciare loro che il Ma­ estro li attende in Galilea secondo la promessa di 14,28. A tale mandato le donne rispondono in modo inatteso: invece di recarsi dagli apostoli, escono dal sepolcro dandosi alla foga (immagine che evoca ormai il tipico atteggiamento dei discepoli; cfr. 14,50.52); invece di portare l’annuncio esse si chiudono nel silenzio; invece di essere fortemente confermate nella loro fede, restano scosse da una forte paura. Fuga, silenzio e timore: tre atteggiamenti totalmente inadeguati per chi si propone di essere testimone di una buona notizia. Marco non introduce nella sua narrazione quei fenomeni straordinari destinati a trasformare la scena in una teofania (cfr. il terremoto di Mt 28,2; l’aspetto dell’angelo in Mt 28,3; l’improvvisa apparizione dei due uomini celesti di Lc 24,4). La stessa terminologia esprime più uno stato d’animo negativo di angoscia, che non un timore reverenziale conseguente a una manifestazione divina. Sotto l’ombra della fuga, del silenzio e della paura, le donne – come del resto i discepoli durante la passione – escono di scena come un ulteriore “modello imperfetto” di discepolato da cui il lettore deve guardarsi. Come Pietro in 14,54, anch’esse hanno suscitato un atteggiamento di speranza nel lettore, ma poi lo lasciano deluso. Alla figura della donne si oppone quella del giovane. Marco non porta in scena una figura angelica, ma richiama nella mente del lettore il curioso episodio di 14,51-52. Il nesso è favorito da un gioco di con­trasti: il giovane di 14,51 era avvolto in una sindone, quello di 16,5 è avvolto in una veste bianca; al momento dell’arresto il giovane di 14,51-52 si era dato alla fuga, mentre quello di 16,5 resta assiso all’interno del sepolcro; se la fuga del primo tradiva il timore di essere coinvolto nel destino di passione del Maestro, la posizione, le parole e l’abbigliamento del secondo esprimono il coinvolgimento nella risurrezione; se infine il giovane di 14,51-52 con la sua fuga enfatizzava lo smacco dei discepoli e anticipava quello di Pietro (14,50.54.66-72), l’annuncio di 16,6-7 anticipa la reintegrazione dei discepoli e dello stesso Pietro a cui si rivolge in modo particolare. Dopo la fuga e il silenzio delle donne, il lettore re­ sterà a tu per tu con questo giovane. Egli è l’unica figura che rimane in scena nel momento in cui l’evangelista chiude il suo racconto. Il vangelo di Marco si chiude lasciando sulla scena un solo personaggio: il giovane. L’annuncio che ha affidato alle donne non è stato riferito ma, nonostante ciò, la «buona notizia» ha potuto raggiungere il lettore. Due interrogativi si impongono: come è possibile che, dopo aver insistito tanto sulla fragilità e sul fallimento dei discepoli, Marco concluda il proprio vangelo con un «giovane» che richiama la fuga generale dei discepoli (14,50) e l’immagine della nudità (14,52)? Come ha potuto la buona notizia raggiungere il lettore se le donne, uniche testimoni, l’hanno soffocata sul nascere nel silenzio e nel timore (16,8)? Chiudendo il racconto in questo modo, l’evangelista costringe il lettore a riflet­tere sulle due modalità in cui può sfociare la sequela di Cristo: quella che finisce per soffocare la forza del Vangelo nella paura, nella fuga e nel silenzio o quella di assumere fino in fondo la potenza salvifica del mistero pasquale, varcando lo scandalo della croce e facendo propria la dinamica della risurrezione attestata dal giovane in 16,5-7. Il fatto che l’annuncio del Vangelo abbia raggiunto il lettore attesta che qualcuno alla fine se ne è fatto portavoce riuscendo a compiere tale passaggio, riuscendo, in altri termini, a fare l’esperienza della vera Pasqua.

APPENDICE

La narrazione del Vangelo secondo Marco termina al v. 8. Il vocabolario, lo stile, il contenuto dei vv. dal 9 al 20 rimandano a una mano diversa intervenuta sul racconto probabilmente allo scopo di completare un’opera apparentemente rimasta in sospeso. Nonostante ciò, il testo è riconosciuto come canonico in quanto testimone delle prime generazioni cristiane e spesso ripreso sia nelle citazioni dei Padri sia nella tradizione manoscritta più antica. L’autore di questi versetti pare conoscere molto bene le narrazioni di Lc e Gv, un po’ meno quella di Mt. Rispetto a Mc, egli riprende il tema dell’incredulità e della durezza di cuore dei discepoli ma utilizzando un vocabolario che ha poco a che vedere con la narrazione che precede. Un primo importante tema contenuto in questa “appendice” è quello della proclamazione del Vangelo, che viene presentata non come la trasmissione di un messaggio a cui credere, ma come l’adesione totale di sé a un’esperienza che trasfigura la vita. Non per nulla i segni accompagnano non coloro che «annunciano», ma coloro che «credono»: solo la fede assicura quell’aper­tura che riesce a trasformare il contenuto della predicazione in una esperienza di vita, a cui del resto l’evangelista faceva appello fin dal titolo del suo vangelo (1,1). Un secondo tema è quello dell’universalità dell'annuncio evangelico, nelle cui parole si percepiscono i passi di un Signore, mai stanco di camminare con i suoi sulle strade del mondo. È Lui che agisce in loro, è Lui che consolida la Parola dei discepoli con i segni che la accompagnano, è Lui che continua a fidarsi di uomini increduli e sostanzialmente incapaci consegnando nelle loro mani i tesori del disegno di Dio.


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Il processo davanti a Pilato 1E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. 2Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». 3I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». 5Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. 6A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. 7Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. 8La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 10Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. 12Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». 13Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». 14Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». 15Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Gesù e i soldati 16Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. 17Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. 18Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». 19E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. 20Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. 21Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. 22Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 23e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. 24Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso.

Spogliato fino alla morte 25Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». 27Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. [28] 29Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30salva te stesso scendendo dalla croce!». 31Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 32Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. 33Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 35Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». 37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Il centurione e le donne 38Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». 40Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Giuseppe d’Arimatea e Pilato 42Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, 43Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. 44Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. 45Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe.

Giuseppe d’Arimatea e le donne 46Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. 47Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Il processo davanti a Pilato Il processo davanti a Pilato ha uno svolgimento simile a quello davanti alle autorità religiose: un primo tentativo di individuare un capo di accusa contro Gesù resta infruttuoso e il silenzio di quest’ultimo non fa che complicare le cose. Di fronte alla domanda diretta di Pilato: «Tu sei il re dei Giudei?», la risposta di Gesù è volutamente ambigua e non permette di emettere un decreto di condanna: Gesù non nega, né afferma, lasciando intendere che l’espressione potrebbe avere un suo fondo di verità anche se va correttamente intesa. Sta di fatto che il silenzio di Gesù è molto più eloquente di tante parole, al punto da lasciare Pilato mera­vigliato e il processo sospeso. Pilato non ha altro potere se non quello di sottoscrivere una condanna già decisa; in caso contrario, anche quel poco di potere che ritiene di avere rischia di essere messo a dura prova dalla reazione della folla e delle autorità religiose. Pilato è una figura tragica, proprio come Erode Antipa nel contesto della condanna a morte di Giovanni Battista (6,20.26). Insieme a Gesù, è anche Pilato a essere condannato come schiavo di una serie di giochi di potere che mettono a morte la sua libertà.

Gesù e i soldati Il tema della regalità di Gesù continua a restare al centro dell’attenzione, nel confronto tra Gesù e i soldati. La scena descritta nei vv. 16-20 sembra la farsa di un’incoronazione regale. Un particolare che merita attenzione è il duplice rifiuto, nel racconto della passione, della bevanda da parte di Gesù: al v. 23 viene rifiutato il vino aromatizzato con mirra, destinato ad alleviare le soffe­renze dei condannati, mentre al v. 36 resta inefficace il tentativo di porgergli una spugna imbevuta di aceto. Questo duplice rifiuto rimanda alla promessa fatta in 14,25 dove Gesù aveva assicurato di non bere del frutto della vite fino al giorno in cui lo avrebbe preso nuovo nel regno del Padre. Il rifiuto diventerebbe quindi segno di quel calice che il Padre gli offre e che compirà il disegno della salvezza. La divisione e il sorteggio delle vesti di Gesù da parte dei soldati (v. 24) è un gesto dalla forte portata teologica che riporta in scena il Sal 21 (22). Gesù viene esposto nudo agli occhi del mondo. Nel contesto della condanna a morte, attraverso la spoliazione degli abiti si voleva privare il condannato di tutto ciò che ancora garantiva un suo legame con la comunità dei vivi. Privato del diritto delle vesti, egli era dichiarato pubblicamente estraneo a ogni relazione con la comunità, rigettato da Dio ed espulso dal popolo dell’alleanza. L’individuo sospeso al patibolo era indegno di quella libertà di cui l’abito era testimonianza e garanzia, e veniva esposto, sotto il segno della spoliazione, al regno delle tenebre e della maledizione. Nell’episodio degli oltraggi, Gesù era già stato spogliato e rivestito di porpora, quindi nuova­ mente spogliato e rivestito dei suoi indumenti. La nudità a cui il Maestro viene ora esposto è un modo attraverso il quale viene negata la sua dignità personale e la coscienza della sua identità. Nudo (dopo essere stato vestito degli abiti di un re fantoccio) egli non è più niente, egli non è più nessuno. Sul Golgota si arriva al vertice di questa impresa: gettando la sorte sui suoi vestiti, i soldati registrano non solo la sua morte fisica, ma anche l’annientamento totale della sua persona.

Spogliato fino alla morte I vv. 25-37 sono raccolti in unità dalle tre precisazioni orarie durante le quali Gesù resta esposto, spoglio, sulla croce: l’ora terza (v. 25), l’ora sesta (v. 33) e l’ora nona (v. 34). Questa scansione del tempo è tipicamente marciana: né Matteo né Luca fanno alcun cenno all’ora terza.

L’ora terza è l’ora del fallimento pieno; nessuna figura positiva, nessuna condivisione, nessun chiaro compimento delle Scritture. Diversamente dai brani precedenti, dove, pur nella loro ambiguità, Pietro, Pilato e Simone di Cirene sembravano assicurare almeno un minimo di partecipazione al dramma vissuto da Gesù, i fatti dell’ora terza dichiarano che tutto il mondo umano ha abbandonato e respinto il Maestro.

La menzione delle tre ore di tenebre costituisce un parti­ colare che il secondo vangelo condivide con Matteo e con Luca; tuttavia in Marco le tenebre giocano un ruolo a sé stante, costituendo lo sfondo delle tre ore che precedono la morte di Gesù. La notte esteriore è l’espressione della notte interiore vissuta dal Maestro, durante la quale egli viene privato di ogni anche minima comunione con l’uomo e con la creazione. Colui che nel prologo era stato presentato come il restauratore della pace paradisiaca (1,12-13), viene ora immerso nelle tenebre del caos originario, provando fino in fondo il senso di fallimento di tutto il suo ministero.

L’ora nona rappresenta il vertice di tutta la narrazione della passione. Il grido di Gesù costituisce la prima menzione di Dio in tutto il racconto della passione. Con questo appello egli viene direttamente chiamato in cau­sa. La ripetizione dell’espressione «Dio mio» sottolinea la forte esperienza di abbandono che Gesù ribadisce come propria («mi hai abbandonato») e l’incomprensione con cui essa è vissuta. Il grido obbliga il lettore a fissare la sua attenzione sul Padre: se l’ora terza aveva dato rilievo al totale fallimento di Gesù sul piano umano e se l’ora sesta, sotto il segno delle tenebre, aveva mostrato il ritrarsi della stessa creazione che sembrava ripiombare nel caos originario, l’ora nona chiama in causa tutta la sfera divina, mostrando come Gesù sia stato spogliato anche della comunione con il Padre. Mai Gesù si è rivolto a Dio con il titolo di «Dio». Colui che aveva fatto la sua comparsa sulla scena proclamando la buona notizia della vicinanza di Dio (1,14-15), chiude la sua esistenza con un grido che ne denuncia l’assenza ma, allo stesso tempo, la permanente fiducia di Gesù. Il grido con cui si conclude l'esi­stenza umana di Gesù diventa il grido che apre una nuova realtà: non è certo un caso che a tale grido siano strettamente collegate sia la lacerazione del velo del tempio (v. 38) sia la professione di fede del centurione (v. 39). Marco lo sottolinea rilevando che «vedendo che era spirato in quel modo», il centurione riconosce in Gesù il «Figlio di Dio», il giusto che, esposto alla prova, resta sotto il segno della protezione divina (cfr. Sap 2,16-20; 3,1-4 e Lc 23,47). Il centurione vede un uomo morire in uno stato di desolazione totale e vede che, nonostante questo, quell’uomo continua a gridare a Dio la sua fiducia, fino all’ultimo istante della sua vita. Un simile atteggiamento gli “apre gli occhi”. Il momento più violento della vita di Gesù costituisce così l’atto che dischiude la scena a tutta una serie di eventi positivi: il sollevarsi delle tenebre, lo squarcio del velo del tempio, il ritorno in scena di quei protagonisti che dal centurione si allargano alle donne e a Giuseppe d’Arimatea, assicurando che il dono di Gesù è stato raccolto da qualcuno.

Il centurione e le donne Al Golgota diventa chiaro il modo in cui Gesù «distrugge» e «riedifica»: attraverso la sua morte in croce. Un nuovo spazio sacro si apre nel momento in cui il velo del tempio si squarcia in due – «dall’alto in basso», precisa Marco, quasi a sottolineare l’irrimediabilità del fatto –. Il primo che vi accede è il centurione che, vedendo morire Gesù in quel modo, riconosce in lui il mistero stesso di Dio. la dichiarazione del centurione non va colta come un’affermazione anticipata della divinità di Cristo che richiederà una complessa riflessione delle prima comunità. La sua portata deve piuttosto essere compresa alla luce di Sap 2,12-20, dove la figliolanza è sinonimo di protezione divina: nonostante la sconfitta che l’uomo giusto sembra subire agli occhi del mondo, egli resta sotto le ali di Dio, oggetto della sua azione salvifica. Questa linea di lettura è quella che meglio illumina il v. 39 in cui l’evangelista pone sulle labbra del centurione pagano un’affermazione cristologica che ai destinatari del Vangelo suona come una vera «professione di fede». Se Pietro era stato l’ultimo discepolo a uscire di scena prima della morte di Gesù, le donne sono le prime discepole a entrarvi do­po la sua morte. Le donne, con la loro semplice presenza, sembrano supplire indirettamente al vuoto lasciato dai Dodici e da Pietro.

Giuseppe d’Arimatea e Pilato È evidente che la descrizione peculiare di Giu­ eppe d’Arimatea come un uomo «che attendeva il regno di Dio» favorisce nel lettore l’accostamento tra la sua figura e la predicazione di Gesù, che in Marco si apre proprio con la proclamazione della vicinanza del regno di Dio (cfr. 1,15). Probabilmente è a partire da questo sfondo che il primo e il quarto vangelo sentono di poter descrivere Giuseppe d’Arimatea come un “discepolo” di Gesù (cfr. Mt 27,57; Gv 19,38). Tra l’altro Giuseppe d’Arimatea è descritto come «un» rappresentante di coloro che aspettano il regno di Dio: Marco precisa infatti che «anche lui» aspettava il Regno, lasciando intendere che Giuseppe non è l’unico a coltivare tale attesa. Forse, tra le righe, viene richiamato l’episodio di 12,28-34 dove un’altra autorità religiosa (uno scriba) era emersa dal gruppo come figura positiva, al punto che Gesù stesso lo aveva definito «non lontano dal regno di Dio» (12,34). Ma c’è di più. Come il centurione apre uno spiraglio luminoso all’interno del cinismo dei soldati e come le donne aprono uno spira­glio di fedeltà nella fuga generale dei discepoli, così Giuseppe apre uno spiraglio di luce nella serrata e concorde condanna a morte di tutte le autorità religiose, ribadita in 14,64 e in 15,1. C’è un gioco di colpi di scena che accompagnano tutti gli episodi successivi alla morte di Gesù: la croce, come stiamo notando, emerge come il momento fecondo della nascita di una nuova forma di “discepolato” che già coinvolge tutti i gruppi principali della società (un centurione pagano, le discepole, un’autorità religiosa). Come in 15,1-15, Pilato si trova a dover nuovamente stabilire se «consegnare» o meno Gesù. Se in precedenza tutto era stato deciso grazie all’intermezzo di Barabba (vv. 6-15), ora l’intermezzo chiama in causa il centurione: entrambe le volte la decisione viene sospesa per un attimo e l’intermezzo è sempre preceduto da uno strano «stupore» di Pilato (vv. 5.44).

Giuseppe d’Arimatea e le donne Se la scena descritta nei vv. 42-45 si svolge nella residenza di Pilato, i due ulti­ mi versetti (vv. 46-47) sono collocati su tutt’altro sfondo: il lettore è nuovamente condotto nei pressi del Golgota, dove Gesù viene calato dalla croce, avvolto in una sindone e deposto in un sepolcro. C’è poi un evidente cambio di soggetti: Pilato esce di scena per lasciare il posto a Giuseppe d’Arimatea. Giuseppe d’Arimatea è l’unico vero protagonista di tutto il racconto (egli compra il tessuto, cala Gesù dalla croce, lo depone nel sepolcro e ne sigilla l’ingresso con una pietra): la sua intraprendenza stride con la staticità delle donne che si limitano semplicemente a osservare dove viene deposto il corpo di Gesù (v. 47). Stando al testo, sembra addirittura non esistere alcuna relazione tra queste ultime e Giuseppe d’Arimatea. Gesù viene immerso “tre volte” nell’esperienza della morte: la prima con l’avvolgimento del cadavere nella sindone, la seconda con la deposizione nel sepolcro, la terza con la chiusura della tomba, sigillata dall’esterno con una pietra. Tutto sembra finito, concluso, e la celerità con la quale i gesti vengono compiuti sembra esprimere il desiderio che di tutto quello che è successo non resti traccia nel giorno di sabato che sta per cominciare. Gesù conclude la sua esistenza terrena in una tomba non sua, calato dalla croce da mani estranee.


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L’unzione della donna di Betania due giorni prima della Pasqua 1Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo». 3Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? 5Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. 6Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. 7I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto». 10Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. 11Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

La cena pasquale 12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. 15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. 17Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. 18Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. 21Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». 22E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. 25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». 26Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 27Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. 28Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». 29Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». 30Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». 31Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

La consegna di Gesù 32Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. 36E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». 37Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? 38Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. 40Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. 41Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». 43E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». 45Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. 46Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. 47Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. 48Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. 49Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». 50Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono.

Un misterioso giovane 51Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. 52Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Il processo del Sinedrio 53Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. 55I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. 57Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58«Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». 59Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. 60Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 61Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». 62Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». 63Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. 65Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano. 66Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote 67e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». 68Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. 69E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». 70Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». 71Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». 72E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

L’unzione della donna di Betania due giorni prima della Pasqua L’evangelista col suo racconto è intenzionato ad evidenziare lo spreco, ben enfatizzato dalla reazione di «alcuni» che non si limitano a mormorare tra sé ma affrontano di petto la donna, provocando la reazione del Maestro in difesa di quest’ultima e del suo gesto: il profumo, più che essere un prodotto da vendere o comprare, è il segno di un destino che lo riguarda in prima persona. Versato sul suo capo esso diviene una sola cosa con lui, anticipando quella perdita di sé che, lungi dall’essere uno spreco, è segno di un dono destinato a trasfigurare 1’esistenza di molti (cfr. 8,35). Non è senza significato che tutto questo avvenga in una casa e durante un pasto: in futuro, le generazioni dei credenti troveranno in tale contesto il luogo non solo dell’annuncio del Vangelo ma anche della memoria di quel mistero pasquale che ha il potere di trasfigurare l'esistenza, proprio come il profumo ha il potere di trasfigurare la corporeità umana. La donna ha saputo cogliere il momento e lo spazio adatto per compiere un gesto carico di significato, anche se esposto al frain­tendimento dei presenti.

La cena pasquale Dovendo recarsi a Gerusalemme per «mangiare» la Pasqua, il Maestro, interpellato dai discepoli, chiede a due di loro di precederlo e di preparare ogni cosa. I discepoli non sono incaricati di cercare un agnello e di immolarlo al tempio, secondo il rituale della Pasqua, ma di cercare e predisporre una stanza dove il Maestro possa «mangiare» la Pasqua con loro. La preparazione della Pasqua, pertanto, va intesa in senso ampio: i due discepoli devono predisporre ogni cosa, ma soprattutto se stessi, affinando la propria capacità di cogliere il senso delle cose al di là degli eventi puri e semplici. La Pasqua che essi preparano assumerà per Gesù un significato tutto particolare, reso molto bene dall’evangelista proprio dall’espressione «mangiare la Pasqua» (vv. 12.14), riferita esclusivamente a Gesù.

Nel momento in cui la condivisione della mensa e la memoria della Pasqua uniscono i Dodici al Maestro, Gesù svela il destino che lo attende e parla di un tradimento che si sta consumando proprio all’interno della comunità. Suo obiettivo non è quello di puntare il dito sul traditore (che non viene mai menzionato per nome), ma piuttosto di far presente quanto sta per accadere. Giuda viene definito «uno di voi» (v. 18), «uno che mangia con me» (v. 18), «uno dei Dodici» (v. 20), «uno che intinge con me nel piatto» (v. 20). Affiora la rottura della relazione con Gesù e con i Dodici. La tensione prende dimora nel luogo che dovreb­be esprimere il massimo della condivisione, sgretolando sia il rapporto tra i discepoli e il Maestro sia l'ideale racchiuso in quei «Dodici», depositari di un messaggio di speranza per le dodici tribù di Israele.

Se Giuda crea una rottura in seno alla comunità, separando Gesù dai suoi e consegnandolo a coloro che lo metteranno a morte, Gesù, dopo essersi dichiarato pienamente cosciente di quanto si sta verificando, fa della consegna il segno per eccellenza della Pasqua che sta per vivere: lui stesso si consegna, sotto il segno del pane, nelle mani dei suoi; lui stesso compie il gesto dello «spezzare» che non va colto solo come un’azione necessaria alla condivisione (i discepoli potevano benissimo farsi passare il pane tra loro e prenderne ciascuno un pezzo), ma soprattutto come espressione di una logica che Gesù fa propria e che ritiene atta a esprimere il dono di sé. Giuda “spezza” la comunità con una scelta di tradimento, Gesù “riunisce” la comunità con la scelta di donarsi fino in fondo. Quando al v. 22 il Maestro sottolineerà: «Questo è il mio corpo», il pronome dimostrativo non fa riferimento solo al pane in quanto tale, ma a quello che il pane è diventato grazie alle azioni compiute da Gesù che lo ha preso, benedetto, spezzato, offerto. In altre parole, il punto di unità e di condivisione tra i discepoli e Gesù non è un pane, ma una logica di vita, come abbiamo già avuto modo di vedere in occasione della prima moltiplicazione dei pani in 6,35-44. Se il pane richiama il dono del Maestro che i discepoli sono chiamati a fare proprio, il calice richiama 1’alleanza che verrà stipulata nel momento in cui tale dono raggiungerà la sua manifestazione più radicale: quella dello spargimento di sangue nella passione e morte. Il sangue, più che essere segno di purificazione, è segno di comunione. Questa dimensione è ulteriormente sottolineata dal brano marciano grazie al gesto di bere da un unico calice. Molti vedono nell’ultima cena il momento in cui Gesù pone le basi del nuovo culto destinato a sostituire quello antico: alla liturgia sacrificale del tempio viene sostituito il pasto; al sangue e alla carne degli animali, il pane e il vino trasfigurati nel loro significato dalla logica del mistero pasquale che Gesù sta per vivere; al tempio di Gerusalemme, Gesù stesso e la relazione con lui.

Marco sembra sottolineare con particolare enfasi la prova a cui i Dodici saranno esposti: il tradimento di Giuda prima, il rinnegamento di Pietro ora, lo scandalo e la dispersione generale indicano un’esperienza di spoliazione totale. L’annuncio della dispersione e dello scandalo segue immediatamente l’ultima cena (vv. 26.28). La reazione di Pietro al discorso del Maestro è immediata e, paradossalmente, non fa altro che tradurre in realtà quanto è stato appena annunciato (vv . 29-31): lo scandalo di fronte alle parole dette da Gesù è già vivo al punto tale che l’apostolo dimentica la conclusione del discorso che è stato appena rivolto ai Dodici. Pur di non separarsi da Gesù, Pietro è pronto a lasciare il gruppo dei discepoli, tradendo la logica di comunione e di condivisione vissuta nell’ultima cena.

La consegna di Gesù Il Maestro sembra combattuto: da un lato mostra un bisogno di solitudine e di preghiera, dall’altro un’esigenza forte di condivisione con i suoi. Da un lato lascia gli undici, dall’altro ne porta tre con sé. Non è la prima volta che Gesù vuole vicini a sé Pietro, Giacomo e Giovanni: questi hanno già assistito ad altri momenti significativi, come la risurrezione della figlia di Giàiro (5,21-24.35-43) e la trasfigurazione (9,2-9). Il bisogno di vicinanza traspare anche dalla necessità di aprire il cuore, quasi invitando i di­scepoli ad affacciarsi sul suo mondo interiore: si parla di tristezza e angoscia e tali sentimenti vengono presentati in tutta la loro forza («fino alla morte»). Gesù, pur cercando rifugio nel Padre, non si stacca dai tre. Si spinge avanti solo «un poco», come se in questo momento la distanza anche solo fisica fosse motivo di smarrimento. Il bisogno che abita il Maestro traspare anche da quel viavai dal luogo della preghiera al luogo dove sostano i tre discepoli prediletti. Non cerca gli altri, cerca i tre. E non si limita a cercarli: li sveglia, parla a Pietro, li invita a vegliare. Che la scena si ripeta per tre volte e che per tre volte Gesù svegli i suoi è evidente dal testo: anche nel secondo caso (v. 40) il fatto che i discepoli non sappiano cosa rispondere indica che il Maestro li ha interpellati. Al bisogno di condivisione manifestato verso i discepoli, si aggiunge il bisogno di intimità nei confronti del Padre. Fino a quella notte egli avrebbe vissuto in una comunione pressoché continua con il Padre, anche nelle circostanze più critiche durante le quali si era dovuto confrontare con l’atteggiamento ostile delle autorità religiose o con la minaccia sempre più forte di essere messo a morte. In 14,32-42 tale situazione si capovolge: improvvisa­ mente Gesù è privato di tale comunione. E questo avviene proprio nel momento della consegna, in cui traspare una sorta di lotta interiore tra l’accoglienza del calice che gli viene offerto e il desiderio che esso passi e gli sia risparmiato. La via del dono e dell’abbandono, di cui il luogo del Getsemani (che, alla lettera, indica «il frantoio») è custode, passa attraverso il “frantoio” della prova e della consegna nelle mani dei peccatori... un passo che suscita in Gesù un grande bisogno di intimità con i discepoli e con il Padre. Tale bisogno viene tuttavia deluso dai primi e negato dal secondo. La solitudine del Maestro fa misteriosamente parte del dono a cui si espone. Alla consegna nelle mani del Padre (w . 32-42) segue, nei vv. 43-50, la consegna nelle mani dei peccatori. Possiamo cogliere in questa pagina di Marco la con­clusione di un percorso che porta a compimento diversi temi annunciati lungo la narrazione: l’abbandono generale dei discepoli, la consegna di Gesù nelle mani dei peccatori, il raggiungimento dell’obiettivo delle autorità religiose, il compi­ mento di un percorso di vita... È qui, nel Getsemani, che si attua la svolta dal ministero pubblico al mistero pasquale di passione, morte e risurrezione. Il tempo dell’insegnamento è terminato. Ora saranno la sua vita e il suo comportamento a parlare, percorrendo l’esigente via della spoliazione.

IL MISTERO PASQUALE (14,51-16,8)

Un misterioso giovane Come rappresentante dei discepoli che tentano di seguire Gesù più da vicino, il giovane diventa il segno di quella “nudità necessaria” evocata dallo stesso Maestro più volte nel corso del suo ministero pubblico: in fondo, rinnegare se stessi (8,34), assumere nella propria vita la logica della croce (8,34), essere disponibili a perdere ogni cosa per Cristo (8,35), scegliere gli ultimi posti in un’ottica di totale servizio (9,35; 10,43-44), essere disponibili all’umiliazione e al rifiuto (13,9-13), passare attraverso lo scandalo e la fuga (14,27) sono tutte esigenze che possono essere sintetizzate in un’unica espressione: fare esperienza della propria nudità. La forte immagine che l’evangelista presenta ai suoi lettori, sottolineando per ben due volte (al v. 51 e al v. 52, le uniche occorrenze del termine in tutto il vangelo), che il giovane è «nudo», ne rende chiaramente l’idea. La salvezza si dischiude gratuitamente solo all’interno del profondo abisso che separa l’infedeltà del discepolo dalla fedeltà del Maestro e all’interno del contrasto che oppone la fuga del primo all’obbedienza del secondo, che si spinge fino alla morte e al dono di sé. La nudità del giovane, destinata a catturare l’attenzione del lettore, anticipa in tal senso anche la nudità di Gesù esposto sulla croce, segno di maledizione e di empietà per tutti coloro che lo vedono (15,25-37).

Nei confronti di Gesù, l’evangelista è ancora più esplicito nel dichiarare che tutto ciò costituisce un passaggio obbligato. Se per i discepoli la necessità dello smacco è sottintesa nelle parole del Maestro, per Gesù la passione e la morte costituiscono una direzione obbligatoria, necessaria, palesemente men­zionata all’interno delle Scritture (9,12; 12,10-11 ; 14,27.49) e chiaramente espressa dalla volontà del Padre (14,36). L’«ora» non viene risparmiata (14,35), il «calice» non viene allontanato (14,36) e a tutto Gesù, liberamente, si sottopone (14,36).

Colui che era sfuggito alla morsa degli arrestatori, lasciando nelle loro mani il capo di vestiario che lo ricopriva (14,52), diventa ora colui che annuncia la risurrezione di Gesù: anche questi è sfuggito dalla morsa della morte, lasciando il sepolcro vuoto (16,5-7).

Il processo del Sinedrio La condanna a morte di Gesù affiora sullo sfondo di un processo farsa dove l'unica cosa che interessa è mettere fuori gioco il Maestro di Galilea. Il primo elemento della farsa è quello dei falsi testimoni: non solo è chiaro che questi stanno semplicemente giocando un ruolo, ma nemmeno riescono a essere d’accordo tra loro, finendo per squalificarsi l’un l’altro. Il secondo elemento della farsa è la figura centrale, il sommo sacerdote che, non riuscendo a ottenere nulla con le testimonianze, interpella Gesù direttamente sulla sua identità e dalla risposta che riceve, prima ancora di sentire il parere altrui o di dar nuovamente voce all’accusato, esclude del tutto il bisogno di avere dei testimoni ed emette un atto di condanna a cui tutti si associano. L’iter di un normale processo è, così, stravolto. L’accusato non ha diritto di replica né per chiarire le sue parole, né per difendersi.

Gesù non viene condannato per quanto ha fatto o per quanto ha detto durante il suo ministero pubblico (su questi aspetti non si possono che raccogliere «testimonianze», che non hanno alcun peso e nemmeno trovano accordo), ma per quello che è. Ciò che fa problema è la sua identità, quella stessa identità che fa da filo rosso all’intera narrazione e che solo alla fine troverà uno spazio di accoglienza.

Nel momento in cui l’identità di Gesù affiora con chiarezza e viene respinta dalle autorità religiose, trasformandosi in una condanna a morte per il Maestro, il primo dei discepoli rinnega non solo la sua sequela ma ogni suo legame con Gesù. L’ultima comparsa di Pietro sulla scena del secondo vangelo è quella di un apostolo in lacrime, messo di fronte alla realtà del proprio personale smacco dalla “voce” di un gallo che gli ricorda una parola “altra”. Pietro dovrà ricostruire il suo “essere con”, cuore dell’identità di ogni discepolo. Non più, tuttavia, a partire dalle sole sue forze, ma dalla parola di quel Maestro che lo ha chiamato e scelto.


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La fine dei tempi 1Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». 2Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta». 3Mentre stava sul monte degli Ulivi, seduto di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: 4«Di’ a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?». 5Gesù si mise a dire loro: «Badate che nessuno v’inganni! 6Molti verranno nel mio nome, dicendo: “Sono io”, e trarranno molti in inganno. 7E quando sentirete di guerre e di rumori di guerre, non allarmatevi; deve avvenire, ma non è ancora la fine. 8Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti in diversi luoghi e vi saranno carestie: questo è l’inizio dei dolori. 9Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe e comparirete davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro. 10Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni. 11E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. 12Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 13Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato. 14Quando vedrete l’abominio della devastazione presente là dove non è lecito – chi legge, comprenda –, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano sui monti, 15chi si trova sulla terrazza non scenda e non entri a prendere qualcosa nella sua casa, 16e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. 17In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano! 18Pregate che ciò non accada d’inverno; 19perché quelli saranno giorni di tribolazione, quale non vi è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino ad ora, e mai più vi sarà. 20E se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessuno si salverebbe. Ma, grazie agli eletti che egli si è scelto, ha abbreviato quei giorni. 21Allora, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui; ecco, è là”, voi non credeteci; 22perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per ingannare, se possibile, gli eletti. 23Voi, però, fate attenzione! Io vi ho predetto tutto. 24In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, 25le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. 28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre. 33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La fine dei tempi Questo capitolo rappresenta il più lungo discorso presente nel vangelo di Mar­co.

  • Parte da un’introduzione, dove affiora la domanda dei discepoli in merito agli ultimi tempi (vv. 1-4);
  • segue la risposta di Gesù che mette in discussione, in modo indiretto, la pretesa dei discepoli di conoscere il «quando» e i «segni» della fine (vv. 5-23);
  • al centro viene proposto il grande segno della venuta gloriosa del Figlio dell'uomo (vv. 24-27);
  • mentre la parte conclusiva, attingendo a due immagini simboliche, si traduce in un pressante invito alla vigilanza (vv. 28-37).

L’uscita di Gesù dal tempio è un elemento che va al di là della semplice informazione in merito a uno dei suoi spostamenti: egli, infatti, si allontana definitivamente dal luogo sacro, per non tornarci più. La distanza che si viene a creare tra Gesù e il tempio è ulteriormente enfatizzata dalle parole che seguono, con le quali Gesù annuncia la distruzione totale dell’edificio sacro, centro della storia e dell’identità di Israele.

Quello che più stupisce, tuttavia, è l’esclamazione del v. 1: il discepolo che sosta meravigliato davanti allo splendore delle pietre e degli edifici mostra di non aver capito nulla di quello che si è svolto durante le tre visite di Gesù al tempio narrate nei capitoli precedenti. Come i Dodici faticano a capire gli annunci del mistero pasquale, così questo discepolo non coglie il destino del tempio, nel quale è prefigurato il destino stesso di Gesù.

Il drastico annuncio del Maestro suscita, al contrario, un duplice interrogativo allarmato dei quattro discepoli che lo circondano, i primi a essere stati invitati alla sequela in 1,16-20: «quando accadranno queste cose» e «quale sarà il segno»? Gesù risponde mettendo in guardia i suoi dalla pretesa di possedere una conoscenza chiara del «quando» e dei «segni». Come i dolori del parto sono necessari perché venga alla luce una nuova creatura, così le calamità del mondo sembrano necessarie alla nascita di un ordine nuovo (cfr. Rm 8,22-23). Gli eventi che, normalmente, inducono l’uomo a fuggire devono, pertanto, essere accolti come parte di un progetto di rigenerazione. Il discorso, tuttavia, non termina qui: Gesù passa dalle calamità di carattere sociale (guerre, terremoti e carestie) a ciò che tocca nel vivo l’esperienza personale dei discepoli: la persecuzione «per causa mia» (vv. 9.13; cfr. anche 8,35; 9,41; 10,30), «per render testimonianza» (v. 9; cfr. anche 1,44; 6,11). Non è difficile scorgere nella descrizione le diverse tappe che scandiranno la passione del Maestro. E ciò che attende il Maestro concerne anche i discepoli! Si tratta di vicende che rinviano a un’altra «necessità»: quella dell’annuncio del Vangelo a tutte le nazioni. Questo ci permette già di capire come mai, nel momento in cui Gesù muore sulla croce, il velo del tempio si squarcia dall’alto in basso e proprio uno dei rappresentanti delle «nazioni», il centurione, emette il proprio atto di fede (15,39). Ritroviamo così confermato un principio che abbiamo già avuto modo di evidenziare riflettendo sui tre annunci del mistero pasquale: è nel contesto della persecuzione che passa l’azione dello Spirito, anzi, è lui stesso a farsi annunciatore del Vangelo attraverso la voce e la vita dei discepoli (cfr. anche Mt 5,10-12; Lc 6,22-23; 1Pt 4,14).

Il mistero pasquale si sta compiendo proprio nella stagione in cui i rami del fico mettono foglie: Gesù fa presente che il tempo del compimento è ormai prossimo, per lui e, insieme a lui, per il tempio. E il com­pimento non giunge da segni eclatanti ma dall’umiltà silenziosa di un ramo che si risveglia dopo l’inverno. Il destino di Gesù si consumerà secondo tale logica silenziosa e poco eclatante. Il mistero pasquale, in tal senso, pur nel dolore che lo accompagnerà e nel dramma che si ripercuoterà sui discepoli, si confi­gura come una nascita, anticipatrice di quella diffusione del Vangelo destinato a raggiungere tutte le nazioni.

Nella parabola dei servi che devono vegliare che i servi siano la controfigura dei discepoli è confermato dal fatto che gli stessi, alle porte della passione, si sentiranno rivolgere le medesime parole dal Maestro: «Vegliate!», in una lotta estrema contro la pesantezza del cuore e il rischio di dormire (14,34.38). Che il padrone di casa sia una controfigura del Maestro lo si comprende dal tono testamentario assunto da questo discorso e dai fatti che seguiranno, durante i quali effettivamente egli abbandona la scena conferendo la propria autorità ai discepoli. La casa, per diretta conseguenza, è immagine della comunità. L’invito alla vigilanza, che dai quattro discepoli si estende a «tutti», infonde una certa urgenza alla scena, dando l’impressione che quanto è stato detto troverà presto concretizzazione. Ciò vale per le stesse fasce orarie menzionate al v. 35: sarà «di sera» che si svolgerà l’ultima cena (14,17), sarà «di notte» che Gesù verrà arrestato (14,30), sarà «al canto del gallo» che verrà rinnegato (14,68.72), sarà «all’alba» che sarà consegnato nelle mani di colui che ne decreterà la morte (15,1) e che sarà annunciato come risorto (16,1-8). Non sembrano nessi puramente causali. Così Gesù conclude il grande discorso tenuto di fronte al tempio: ha an­nunciato la sua distruzione, ne ha indicato i segni, individuandoli nel proprio stesso destino, ma soprattutto ha invitato alla vigilanza nell’attesa del Figlio dell’uomo, verso il quale la storia converge e nel quale essa trova pieno significato.


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La parabola dei contadini omicidi 1Si mise a parlare loro con parabole: «Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 2Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. 3Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. 4Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. 5Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero. 6Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. 7Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. 8Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. 9Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. 10Non avete letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; 11questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?». 12E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

Controversia sul tributo imperiale 13Mandarono da lui alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. 14Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». 15Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». 16Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 17Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui.

Controversia sulla risurrezione 18Vennero da lui alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: 19«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 20C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. 21Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, 22e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 23Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 24Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? 25Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? 27Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Controversia sul comandamento più grande 28Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 32Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

L'insegnamento ambiguo degli scribi 35Insegnando nel tempio, Gesù diceva: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? 36Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi. 37Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri. 38Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. 40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».

La testimonianza della povera vedova 41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. 42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. 44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La parabola dei contadini omicidi La parabola mette in evidenza due movimenti opposti tra loro, enfatizzando la drammaticità del racconto: da un lato il proprietario della vigna che manifesta un crescendo di attenzioni nei confronti della proprietà da cui, tuttavia, prende le distanze affidandola a contadini che dovrebbero averne cura; dall'altro i contadini che, pur avendo fatto fruttificare la vigna, manifestano non solo il rifiuto di rendere quanto è dovuto al proprietario ma anche una reazione violenta, del tutto incuranti delle conseguenze a cui ciò può portare. Di fronte alla reazione assurda dei contadini ci si aspetterebbe l’arrivo del padrone in persona e invece, in modo del tutto paradossale, il proprietario compie una scelta inedita: prima fa umiliare tutti i servi a sua disposizione, poi invia «il figlio amato». Il figlio viene a trovarsi tra i due “crescendo”, esprimendo da un lato il massimo delle attenzioni del proprietario nei confronti dei contadini e della vigna e, dall’altro, assumendo la violenza a cui i contadini sono spinti dalla propria cupidigia. Infatti i con­tadini presi dalla cupidigia per i frutti e per l’intera proprietà, vedono nel figlio «l’erede» e all’assurdità dell’atto omicida aggiungono il gesto oltraggioso di gettarne il cadavere fuori dalla vigna, lasciandolo insepolto, gesto che contraddice nel modo più radicale l’attesa di rispetto. Solo a questo punto il proprietario interviene, mettendo fine al suo periodo di assenza e prendendo i dovuti provvedimenti. L’associazione del figlio amato con Gesù e delle autorità religiose con i contadini è alquanto evidente. Se nella parabola della vigna il lettore assiste a un progressivo percorso di umiliazione che termina con la morte e il rigetto del figlio amato, nella ripresa del Sal 118 si assiste al procedimento inverso: la pietra scartata diventa prima «pietra d’angolo» e poi «opera del Signore». Il passaggio da immagini legate alla viticoltura ad altre connesse con l’architettura rende il messaggio ancora più efficace. Il figlio amato viene così identificato con la pietra angolare di un nuovo edificio che sembra anticipare il «nuovo tempio» destinato a sostituire quello di cui «non resterà pietra su pietra» (13,2). Le autorità religiose al posto di aprirsi all’insegnamento indirizzato loro, finiscono per indurire ulteriormente il loro cuore. Tale indurimento si manifesta nel desiderio, per il momento ostacolato dalla folla, di arrestare Gesù. Pur ritirandosi le autorità religiose non si danno per vinte e in tre sequenze successive cercano di intrappolare Gesù sorprendendolo in uno dei suoi insegnamenti.

Controversia sul tributo imperiale Se a Cesare bisogna rendere ciò che reca il suo sigillo e la sua effìge/immagine, a Dio bisogna restituire ciò che porta l’impronta della sua effige. Gesù invita, così, ad andare in profondità, richiamando indirettamente Gen 1,27: «Dio creò l’uomo a sua immagine a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò». Chi è stato creato a immagine di Dio non può appartenere a Cesare: a quest’ultimo appartiene solo la moneta che porta incisa la sua effige, niente di più. Il pagamento del tributo, in tal senso, non va colto come un atto di sottomissione alla persona dell’imperatore, ma come un gesto legato alla temporanea condizione di oppressione in cui vive il popolo, gesto che non ha la forza di strappare la reale identità di chi lo compie. La moneta va quindi restituita al suo proprietario, Cesare, nella ferma convinzione che l’identità profonda della persona resta custodita in Dio, vero garante di ogni cuore, al di là delle maschere e delle effìgi circolanti, comprese quelle dei farisei e degli erodiani. L’abilità di Gesù sta nel portare il livello del discorso da un piano po­litico a un livello, molto più ampio, di natura teologica. Egli rifiuta di rispondere e di mettere a confronto Cesare e Dio, per il semplice fatto che queste due realtà non sono confrontabili; invita, invece, i suoi interlocutori ad andare alla sorgente della questione, distinguendo ciò che viene da Dio da ciò che viene dall’uomo.

Controversia sulla risurrezione Il caso presentato dai sadducei parte dal dovere primordiale di ogni uomo di trasmettere la vita (Gen 1,28): è in vista di tale dovere che i fratelli del marito defunto si uniscono alla cognata. Riprendendo il caso che gli viene proposto, Gesù sottolinea che il valore della vita va ben oltre i limiti spazio-temporali dell’esistenza umana. I sadducei si sono sbagliati su una questione di somma importanza: se Mosè, a cui Dio si è rivelato con una definizione precisa, ha potuto guidare il popolo dalla schiavitù alla libertà è solo perché ha potuto immergersi nell’esperienza viva dei patriarchi e della loro relazione con Dio. Credere in Dio, nell’insegnamento di Gesù, deve andare di pari passo con la fede nella risurrezione. E non a caso Gesù cita i grandi patriarchi: Abramo, Isacco e Giacobbe non senza fatica hanno assolto al dovere di trasmettere la vita ma, fiduciosi nella potenza di Dio, sono alla fine diventati sorgente di una discendenza numerosa in mezzo alla quale restano come una presenza viva, non come una realtà superata o morta. Lo stesso Mosè viene ripreso da Gesù in modo originale: i sadducei ne parlano al passato, fissando lo sguardo sulla Scrittura che Mosè ha lasciato, Gesù ne mostra l’attualità rimandando a una scena (quella del roveto ardente) in cui Dio si rivela come l’eterno presente nella storia dei suoi figli.

Controversia sul comandamento più grande L’interrogativo dello scriba è preceduto da una cer­ ta attrattiva nei confronti di Gesù, scandita da tre participi che mostrano prima 1’avvicinarsi, poi l’ascolto, quindi una positiva presa di coscienza. Il tutto sfocia in una domanda di grande peso: «Qual è il primo comandamento in assoluto?» (v. 28). Gesù propone come essenza della Legge una relazione, quella dell’uomo con Dio e con il prossimo. Il modo stesso in cui vengono ripresi i comandamenti va in tale direzione: Gesù non parla all’infinito, come invece farà lo scriba, ma sottolinea la dimensione dell’ascolto e un «io» che si rivolge a un «tu» riconosciuto nelle fondamentali dimensioni della sua identità (il cuore, l’anima, la mente, le forze), ricondotte all’unità dall’atto di amare Colui che è «l’unico Signore». Lo scriba, in modo inatteso, non solo accoglie la risposta di Gesù, ma la conferma e la fonda, associando ai brani citati (attinti entrambi dalla Torà), secondo lo stile tipico dei maestri della Legge, altri due brani, attinti questa volta dai Profeti: Dt 6,4 viene associato a Is 45,21-22, mentre Lv 19,18, che diventa una sola cosa con Dt 6,5 (mostrando che lo scriba ha colto molto bene il senso della risposta data da Gesù), viene associato a 1Sam 15,22 e a Os 6,6. Se ancora una volta teniamo presente che il contesto in cui si svolge la scena è quello del tempio e che tutta la serie di controversie è nata a partire dai gesti profetici compiuti da Gesù il giorno precedente, la conferma dello scriba conferisce un’autorevolezza unica alle parole di Gesù. Allo stesso tempo, però, lo scriba sembra impoverire quanto Gesù ha detto: abbandonando l’invito all’ascolto e il gioco “io-tu” evocato dal Maestro, lo scriba trasforma il tutto in una sequenza di regole. Perde, in altre parole, la dimensione relazionale, ben evidenziata dal Maestro. Nonostante ciò, coglie che ogni atto cultuale, privato di amore a Dio e al prossimo, è svuotato del suo significato più profondo. Il confronto si chiude con una parola elogiativa nei confronti dell’interlocutore che Gesù definisce «non lontano dal regno di Dio». Viene quindi dichiarata una vicinanza che, tuttavia, resta caratterizzata da un permanente elemento di distanza.

L'insegnamento ambiguo degli scribi L’obiet­tivo di Gesù è quello di dimostrare l’insufficienza della lettura che ne fanno gli scribi. In altre parole, pur legato a Davide, il Messia va ben al di là dell’attesa del «nuovo Davide», destinato a ristabilire l’antico regno davidico-salomonico, a purificare il tempio e a cacciare l’occupante romano. Essendo «suo signore», il regno messianico non può avere come modello David e quanto questi ha fatto, ma va ben oltre. Per il lettore tale precisazione è importante: il lettore sa, infatti, fin dal primo versetto del vangelo (1,1), che Gesù è il Cristo/Messia; l’insegnamento dei vv. 35-37 permette di correggere eventuali errori di prospettiva che alcuni passaggi (cfr. 10,47.48; 11,10) possono aver suscitato e di mettere in luce come l’autorità di Gesù vada molto al di là rispetto a quella del «nuovo Davide». Con un solo versetto Gesù sintetizza la sua esperienza dal momento in cui è giunto a Gerusalemme: seduto su un asino è stato accolto come espressione del «regno del nostro padre Davide» (11,10), ma tale regno si stabilisce all’insegna della resistenza che ha per protagonisti niente meno che i capi religiosi; questi stanno già complottando contro di lui per arrestarlo e metterlo a morte (11,18; 12,12). La presa di posizione nei confronti di una tradizione ben radicata conferma ancora una volta la straordinaria e sovversiva autorità con cui Gesù si presenta ai suoi contemporanei, preparandoli ai tratti inediti che il Messia assumerà nel mistero ormai prossimo della passione, morte e risurrezione. Dal ritratto che Gesù ricostruisce, gli scribi emer­gono come figure di primo piano in ambito sociale («i primi posti nei banchetti»), religioso («i primi seggi nelle sinagoghe»), politico («i saluti nelle piazze»), eco­nomico («divorano le case delle vedove»). Da un lato, amano e desiderano tutto ciò che li mette in evidenza; dall’altro, in maniera nascosta e ambigua, profittano della loro posizione ostentata. Nella figura di alcuni di loro (Gesù non sta parlan­do di «tutti» gli scribi) si profila l’icona dell’antidiscepolo per eccellenza: a chi desidera seguirlo Gesù ha, infatti, proposto gli ultimi posti (9,35; 10,41.44-45) e una logica di totale servizio e dono di sé (10,43-44).

La testimonianza della povera vedova Dopo aver descritto quegli scribi che hanno una particolare tendenza ai primi posti e al protagonismo, portando in sé il divario tra l’apparenza e la realtà, ecco che viene presentata una povera vedova, socialmente collocabile al polo opposto: è una donna, è povera, è vedova, ha bisogno di essere tutelata legalmente, non ha alcun influsso politico e sociale, è lungi da lei l’intenzione di attirare su di sé gli sguardi altrui. Essa compie un gesto destinato a suscitare reazioni opposte: da un lato emerge la sua generosità, in quando consegna tutto ciò che ha; dall’altro si coglie l’assurdità di un gesto che mette in pericolo l’intera esistenza per soste­ nere un tempio di cui «non rimarrà pietra su pietra» (13,2). L’episodio, unitamente a quello della donna di Betania (14,3-9), fa da cornice al grande discorso tenuto da Gesù di fronte al tempio (13,5-37). Gesù trasforma l’ingresso in scena della povera vedova in un importante insegnamento rivolto ai discepoli: dietro la gestualità della donna, si può intravedere il destino di Gesù che presto riporrà l’intera sua vita nelle mani di autorità religiose e politiche che non ne sapranno assolutamente apprezzare il valore (cfr. 10,45; 14,22.24) e che lo metteranno a morte. Con questo piccolo episodio dai molteplici risvolti si chiude l’ultima visita di Gesù al tempio.


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L’ingresso a Gerusalemme e la prima visita al tempio 1Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli 2e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. 3E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”». 4Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. 5Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». 6Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. 7Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. 8Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. 9Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! 10Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!». 11Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.

Il fico e la seconda visita al tempio 12La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. 14Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono. 15Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe 16e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. 17E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». 18Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. 19Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città. 20La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. 21Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». 22Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! 23In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. 24Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 25Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe». [26]

La terza visita al tempio e l'autorità discussa 27Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani 28e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?». 29Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. 30Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». 31Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. 32Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. 33Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

L’ingresso a Gerusalemme e la prima visita al tempio Se i primi dieci capitoli coprono l’insieme del ministero pubblico di Gesù, vale a dire circa due anni, i sei capitoli che seguono, vale a dire un terzo dell’intera narrazione, sono dedicati all’ultima settimana della sua vita. L’episodio si apre con la menzione dei luoghi che caratterizzeranno gli ultimi due atti del ministero pubblico di Gesù: Gerusalemme, scenario che farà da sfondo al resto della narrazione; Bètfage, il cui nome rimanda alla figura del fico, simbolo chiave di questa sezione; Betània, luogo dove Gesù trova accoglienza ma anche spazio dove avviene il gesto simbolico dell’unzione del Maestro (14,3-9); il monte degli Ulivi, cornice privilegiata dell'insegnamento ai discepoli e della consegna nelle mani del Padre. All’interno dell’episodio gioca un ruolo significativo la figura del giovane asino alla ricerca del quale vengono dedicati ben sette versetti (vv. 1-7). È la prima volta che Gesù fa uso di un animale per i suoi spostamenti e il fatto che questo avvenga proprio alle porte di Gerusalemme deve quantomeno far pensare. Gli elementi che caratterizzano la descrizione dell’asino evidenziano in primo luogo un bisogno, poi una novità, quindi una promessa. Il primo tratto (il bisogno) sottolinea una dimensione paradossale del «Signore» di cui i due inviati sono discepoli: che «Signore» può essere colui che non possiede nemmeno una cavalcatura e che ha bisogno di un atto benevolo di aiuto per fare un pezzo di strada o di due intermediari per chiedere il prestito di un animale? Alle porte di Gerusalemme, la signoria di Gesù non si manifesta in modo trionfale ma, al contrario, all’insegna di un bisogno che passa attraverso i discepoli da un lato, il proprietario dell’asino dall’altro e coloro che assistono alla scena, i quali, con le loro domande, potrebbero ostacolare l’azione. Il secondo tratto associa al bisogno l’elemento della novità: l'animale in questione, infatti, è un animale giovane sul quale «nessuno si è ancora seduto» (v. 2). Se è vero che tale espressione può rimandare alle cavalcature riservate a personaggi di rilievo e ai re, è anche vero che esso anticipa quella novità di cui Gesù è voce e carne. Il suo ingresso a Gerusalemme avviene sotto il segno di una novità che giunge senza imporsi, che compie le antiche profezie (cfr. Zc 9,9) senza esigere alcun riconoscimento, che segna una svolta senza proclami politici o sociali. Infine, il terzo tratto evoca la promessa: tutto ciò che Gesù dice ai due discepoli si realizza e si compie in modo enigmatico; i due discepoli trovano l’asinello, come aveva assicurato il Maestro, e la parola loro affidata per i presenti basta a non ostacolare un’azione che comunque poteva destare qualche sospetto. In altre parole, il lettore ha come l’impressione che tutto si svolga sotto l’egida di un “regista” nascosto che guida gli eventi verso un significato “altro” che il lettore è invitato a discernere e a decodificare.

Il fico e la seconda visita al tempio Il fico sembra essere immagine non tanto del popolo, quanto del tempio e di coloro che lo gestiscono. La stessa insistenza sul fogliame va nella medesima direzione: il fogliame colpisce l’occhio, proprio come le pietre del tempio colpiscono lo sguardo del pellegrino (13,1) e come le autorità religiose amano farsi notare (12,38-40), ma l’assenza di frutti indica l’impossibilità da parte del tempio di mantenere la promessa nei confronti di chi vi sale cercando qualcosa. Il gesto di Gesù anticipa profeticamente la distruzione del tempio o sot­tolinea la necessità di una sua radicale riforma? Da un lato in essi emerge chiaro il tema della riforma del tempio e del sistema che lo caratterizza, dall’altro sembra che tutto questo possa realizzarsi solo attraverso la totale purificazione del sistema vigente. Le conseguenze del gesto e delle parole di Gesù sono ben enunciate dai vv. 20-25 dove l'immagine del fico «seccato fin dalle radici» richiama il simbolismo del tempio e del sistema di culto da esso rappresentato, destinati a finire nel nulla.

La terza visita al tempio e l'autorità discussa Al centro dell’intero brano, c’è il tema dell’autorità di Gesù (11,28), esplicitamente messa in dubbio dai capi religiosi e implicitamente ribadita dalle parole e dai gesti di Gesù. Due logiche sembrano confrontarsi in questo episodio: la logica e l’autorità che vengono da Dio (il «cielo»), che passano attraverso il mistero della sofferenza ma che si caratterizzano per la loro libertà; la logica e l’autorità che vengono dagli uomini, che passano attraverso un potere incapace di discernere le cose di Dio e si caratterizzano per la paralisi costante e per i condi­zionamenti legati alle mille implicazioni politiche e diplomatiche.


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Matrimonio e divorzio, l'uomo e la donna 1Partito di là, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare. 2Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. 3Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». 4Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». 5Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. 6Ma dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina; 7per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie 8e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. 9Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 10A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; 12e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

L’accoglienza dei «bambini» 13Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. 14Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. 15In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». 16E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

L'incontro con l’uomo ricco 17Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Il disorientamento dei discepoli 23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

La domanda di Pietro 28Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. 31Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».

Il terzo insegnamento sul mistero pasquale 32Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: 33«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».

La domanda di Giacomo e Giovanni 35Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 39Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Il disorientamento dei discepoli 41Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

L’incontro con l’uomo mendicante 46E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 49Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». 50Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». 52E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Matrimonio e divorzio, l'uomo e la donna Gesù conduce i suoi interlocutori al fonda­mento teologico del matrimonio, sottolineando come, nel piano della creazione, l’uomo e la donna hanno una vocazione all’unità che comprende il movimento del «lasciare» il padre e la madre, per «unirsi» al proprio coniuge in vista della «sola carne». Tale vocazione viene da Dio. Pertanto, ogni atto che porta alla separazione, da qualunque soggetto venga promosso, si pone come un atto contrario alla decisione di Dio e alla vocazione profonda dell’uomo. Da qui l’invito a una seconda presa di coscienza: il matrimonio è una vocazione che si radica nel disegno divino ed è, quindi, indissolubile: «Quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi» (v. 9). Il matrimonio è molto più di un semplice procedimento contrattuale tra due persone che può essere sciolto per un motivo o per l’altro: esso tocca l’identità pro­fonda dei soggetti in causa. Il fatto che l’intera questione si concluda nel momento in cui i discepoli si raccolgono «in casa» non è senza significato: la casa non è solo l’immagine della comunità cristiana ma anche quella della nuova famiglia che sgorga dall’unione matrimoniale. Come nella comunità chi è «primo» è chiamato a farsi «servo» dell’altro, così nel matrimonio la qualità della relazione non si gioca su un piano di priorità o di dominio, ma di servizio e accoglienza.

L’accoglienza dei «bambini» I «bambini» che vengono presentati a Gesù sono i rappresentanti di una categoria più vasta di persone che include certamente «i piccoli» (cf 9,38-50). Ancora una volta i discepoli sono presentati nell’atto di condizionare l’accesso a Gesù ed egli deve nuovamente intervenire, questa volta con un moto di indignazione, per ricordare che essi non si devono atteggiare ad “arbitri” di chi può o meno accostarsi. I discepoli che dovrebbero essere gli eredi privilegiati dei misteri del Regno (4,11), di fatto sono motivo di ostacolo proprio nei confronti di coloro a cui il Regno appartiene e da cui dovrebbero imparare. I Dodici che dovrebbero accogliere i bambini come Gesù stesso li trattano come spiriti immondi, rimproverandoli severamente. L’episodio sottolinea la cosa: non è questione di semplicità, innocenza, spirito di abbandono (atteggiamenti ritenuti tipici dei bambini), ma di accoglienza e di apertura. Questa è la disposizione necessaria per accedere al regno di Dio. Ma quali sono i tratti dell’accoglienza espressa dal Maestro? Il testo menziona due gesti (l’abbraccio e l’imposizione delle mani) e una parola (la benedizione). L’abbraccio richiama un movimento di identificazione e di accoglienza della totalità della persona, con i suoi pregi e limiti; l’imposizione delle mani è sia un gesto di guarigione sia la manifestazione di piena fiducia nella persona (il gesto viene utilizzato spesso per indicare la trasmissione di un incarico); la benedizione suscita l’apertura della persona a una dimensione “altra”, in questo caso al progetto di cui Dio stesso è depositario. Questo è il tipo di accoglienza a cui Gesù invita i suoi discepoli: là dove la gente si aspetta solo un tocco terapeutico, mostrando la fragilità di una fede appoggiata sul prodigio e sui bisogni materiali, l’invito è quello di aprire i cuori a qualcosa di ben più ampio concernente il mistero che viene da Dio.

L'incontro con l’uomo ricco Il protagonista di questa scena è definito come «uno/un tale» (Mt 19,20 vi vede «un giovane», Lc 18,18 evidenzia la sua condizione sociale: «un nobile») che, letteralmente, si precipita e si inginocchia davanti a Gesù, bloccando il suo cammino: la sua corsa, il non voler perdere l’occasione di parlare con Gesù, il gettarsi in ginocchio davanti a lui, l’appellativo «Maestro buono», rivelano un’alta stima nei suoi confronti e nello stesso tempo una sincera ricerca esistenziale e spirituale. Nello sguardo di Gesù che si posa sull’uomo e sul suo personale impegno, c’è un abbraccio totalizzante e gratuito. I due verbi («amare» e «fissare lo sguardo») ci dicono che, in realtà, è Gesù che vuole donare qualcosa al ricco, non viceversa. Ed è proprio qui che si passa da una ricerca personale, isolata, a una voca­zione vera e propria. Nella sequela totale di Cristo, viene sintetizzato il rapporto tra uomo e Dio sancito dai primi tre comandamenti che ribadiscono la suprema signoria di Dio sulla storia. L’autenticità del discepolato si manifesta quando questi primi comandamenti diventano scelta di vita radicale, totalizzante. E per arrivare a questo non bastano le sole forze del discepolo: è necessario percepire quello sguardo d’amore che Gesù dona. Le ricchezze, precisa Gesù, vanno distribuite ai poveri. Anche in questo caso va notato il plurale, che fa pensare a una massa anonima e illimitata. Distribuire ai poveri un patrimonio significa bruciare i ponti dietro di sé, partire senza possibilità di ritorno. Nella frase l’elemento più importante è collocato alla fine: «Seguimi!». Dietro questo imperativo si cela quella comunicazione di vita eterna che il ricco sta cercando. La reazione del protagonista è tutt’altro che entusiasta. Il «tale» si lascia chiudere nella tristezza e si allontana, rimanendo senza nome, senza identità, ma con una qualifica finora ignota al lettore: «Aveva molte proprietà». La tristezza conferma l’attrattiva esercitata da Gesù sul ricco; è segno che l’invito che lo interpella non lo lascia indifferente; se si rattrista, è perché ha compreso e intravisto una possibilità di vita che però non riesce a fare sua. Qualcosa, in questo episodio, anticipa quella che sarà l’esperienza di tutti i discepoli: in fondo, anch’essi vivranno l’esperienza di quest’uomo pieno di entusiasmo; uomini dalle grandi promesse, se ne andranno tutti con la tristezza nel cuore (14,19.50) quando l’ombra della croce entrerà in scena. Solo all’indomani della risurrezione, i Dodici percepiranno la forza di quello sguardo d’amore che li aiuterà a lasciare realmente tutto, spingendoli a quella radicalità che prima sembrava impossibile.

Il disorientamento dei discepoli Nella tradizione anticotestamentaria, la ricchezza viene trattata secondo tre prospettive. La prima, derivata dal concetto di abbondanza e prosperità, fa della ricchezza una benedizione e un dono di Dio; la seconda prospettiva, assai vicina al linguaggio profetico, presenta il ricco come sinonimo di opulenza e insensibilità; la terza prospettiva, infine, tipica del linguaggio sapienziale, si contraddistingue per la messa in guardia verso la ricchezza. Gesù sembra collocarsi all’interno della seconda e terza prospettiva. In questo brano il narratore passa dal concetto di sequela a quello di accesso al Regno e da questo all’idea di salvezza: l’entrare nel regno di Dio del v. 23 viene infatti interpretato dai discepoli come sinonimo di salvezza nel v. 26. E su questo punto che la sproporzione tra ciò che l’uomo può fare e ciò che Dio può concedere è volutamente enfatizzata, mostrando il totale errore di prospettiva della domanda iniziale del ricco che a Gesù si era rivolto puntando sul «fare» («che cosa posso/devo fare?», v. 17).

La domanda di Pietro Pietro, “rompendo il ghiaccio” venutosi a creare tra i discepoli e il Maestro (cfr. 8,29; 9,5-6), si fa portavoce del gruppo e dà voce a una considerazione che concerne quanti stanno seguendo Gesù più da vicino. Il tono dell’intervento di Pietro si muove tra la sfida e la preoccupazione: la sfida, perché pur avendo alcuni beni, essi sono stati in grado di seguire Gesù; la preoccupazione, perché dopo aver fatto il passo della sequela, ora cosa li attende se la via che porta al Regno è tanto stretta? Non c’è sequela che non debba fare i conti con il mistero della sofferenza; ciò vale per Gesù, è stato necessario per Giovanni Battista e lo sarà per tutti coloro che abbracciano la via percorsa dal Maestro. La sofferenza, tuttavia, non rappresenta l’ultima tappa; essa, piuttosto orienta verso la «vita eterna», proprio quello che l’uomo ricco cercava di assicurarsi quando si è presentato a Gesù in 10,17. Ancora una volta essa non è presentata come la conseguenza di un «fare», ma come dono che Dio accorda a coloro che sanno lasciare i beni più preziosi «per causa mia e per causa del Vangelo» (v. 29; cfr. anche 8,35). Torna anche la questione dei primi e degli ultimi che può essere intesa come un avvertimento rivolto a Pietro e ai Dodici. Il primato di cui si parla non è di ordine temporale: non si dice che coloro che sono arrivati per primi saranno ammessi al Regno per ultimi, in ordine di tempo, ma che coloro che si considerano al primo posto nella scala sociale, nei privilegi, saranno collocati all’ultimo posto. Il fatto di aver lasciato tutto e di ricevere il centuplo non significa avere una sorta di “assicurazione” sulla vita futura. L’unica assicurazione deriva dalla capacità di mantenere una posizione di servizio e di accoglienza!

Il terzo insegnamento sul mistero pasquale Per la prima volta, in modo esplicito, Marco dichiara la meta del cammino, annunciata in modo velato in 9,30 e 10,1 : Gerusalemme. Allo stato attuale della narrazione, Gerusalemme è stata menzionata esplicitamente due sole volte: in 1,5 per descrivere una delle regioni dalle quali la gente accorre a Giovanni Battista (indirettamente, si affermava che essa non era in grado di rispondere ai bisogni dei suoi «figli») e in 3,22 quando vengono presentati gli scribi «giunti da Gerusalem­me» con il preciso obiettivo di mettere in difficoltà il Maestro. Si tratta pertanto di una città dal volto ambiguo: custode della Legge e centro spirituale del popolo, essa non riesce a offrire ciò che l’uomo cerca e le autorità che la abitano si pongono in posizione polemica nei confronti di Gesù. In questa cornice sembra che la stessa «salita» acquisti un significato simbolico molto più forte di un semplice movimento fisico. Distinguendo il proprio destino da quello dei discepoli, Gesù svela nei dettagli la sorte che lo attende: la sequenza dei sei verbi che scandiscono la passione e morte è talmente precisa che dietro ogni verbo è possibile rintracciare un quadro di quanto verrà narrato in Mc 14—15. Questo insegnamento viene depositato nel cuore dei Dodici distinti dal resto dei discepoli e destinatari ancora una volta di un insegnamento privilegiato. Ma, come in altri momenti chiave e delicati della narrazione, alcuni di loro sembrano avere la testa altrove...

La domanda di Giacomo e Giovanni Se in 8,31 era stato Pietro a non rivelarsi particolarmente saggio, seguito in 9,31 da tutti i discepoli, ora la cosa si ripropone con Giacomo e Giovanni. In questo modo, proprio i destinatari dei momenti più intimi e riservati rivelano la loro inconsistenza! La loro è una richiesta di potere che li allontana non solo dal Maestro ma anche dagli altri dieci che seguono la scena esterrefatti. Tutto questo, paradossalmente, si verifica proprio nel momento in cui il Maestro illustra nei dettagli il tipo di potere che caratterizza la sua missione.

Il disorientamento dei discepoli Di fronte alla richiesta di Giacomo e Giovanni e allo sdegno che si diffonde tra gli altri apostoli, si rende necessario un nuovo intervento chiarificatore per ricol­locare al centro del discorso quanto già ribadito lungo il cammino: «Se qualcuno vuole essere il primo, sia 1’ultimo di tutti e il servo di tutti» (9,35). L’intervento di Gesù parte da quello che i Dodici possono constatare: l’esperienza dell’abuso di potere e di autorità è all’ordine del giorno. È evidente che un potere come questo non porta da nessuna parte, se non all’autoreferenzialità di chi lo esercita. Gesù non propone ai suoi una via che porta all’annullamento della dignità o della personalità dei discepoli, ma un servizio capace di fare proprio un modo alternativo di esercitare il potere basato sulla dedizione e sulla dipendenza da Dio. Un potere che non schiaccia dall’alto, sottomettendo gli altri, ma che si dona dal basso in loro favore. In questo Gesù si presenta come il “figlio dell'uomo” come il modello che i discepoli devono interiorizzare.

L’incontro con l’uomo mendicante Il cammino verso Gerusalemme si chiude con un altro incontro imprevisto, che richiama quello con l’uomo ricco. La situazione umiliante di Bartimeo è attentamente descritta: là dove tutti sono in cammino, lui è fermo, ai bordi della strada; la sua vita si regge esclusivamente sulla benevolenza degli altri, visto che è costretto a mendicare; il modo in cui viene trattato dalla folla, che lo vuole mettere a tacere, lascia trasparire un poco del disprezzo di cui è oggetto. Bartimeo è una figura ai margini, escluso dalla vita sociale, collocato fuori dalla città stessa. Secondo alcuni studiosi, in quanto cieco, sarebbe pure considerato impuro. Nonostante ciò, Bartimeo si staglia ironicamente con una dignità superiore a quella di coloro che circondano il Maestro: egli ha un nome e un’identità precisa, vede in Gesù il «figlio di David», cosa che non colgono quanti circondano Gesù, per i quali egli è semplicemente «il Nazareno»; la sua professione di fede risuona senza esitazione, la sua fiducia è disarmante. Si ha l’impressione che la risposta del povero Bartimeo riempia il vuoto lasciato dal ricco anonimo. C’è un particolare nell’intera scena che riceve una sot­tolineatura peculiare: il gesto del mendicante che «gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù» (v. 50). Tenendo presente che per un povero il man­tello costituiva non solo un indumento, ma la casa e tutti i suoi averi, il gesto assume un certo rilievo. La Legge stessa interveniva perché il diritto del povero al mantello non fosse leso in alcun modo (cfr. Es 22,25-26; Dt 24,10-13.17). Eppure, nel caso di Bartimeo tale capo di vestiario viene abbandonato, gettato via, lasciato, e il povero si pone, spoglio, alla sequela di Gesù (v. 52): pur avendo poco, anche quel poco potrebbe essere di intralcio e il cieco lo lascia alle spalle. Proprio grazie a tale gesto, il cieco che sedeva ai bordi della strada diventa un uomo capace di seguire Gesù nel suo cammino verso Gerusalemme. L’evangelista descrive tale passaggio come un’esperienza di fede e di salvezza («la tua fede ti ha salvato», v. 52): non si tratta solo di una guarigione fisica, ma di un’esperienza che ha conseguenze di carattere spirituale e sociale. Tutti i discepoli, senza distinzione, sono rimasti disorientati di fronte alle esigenze di una sequela che implica l’assunzione della povertà più radicale. In tal senso, è emerso chiaramente che i discepoli devono ancora compiere un lungo cammino di conformazione al Maestro, passando dall’atteggiamento dell’uomo ricco a quello del povero Bartimeo. In loro c’è una cecità che va sanata, una tristezza che va affrontata, ma soprattutto c’è l’annuncio del mistero pasquale che va vissuto e interiorizzato e tutto questo non potrà avvenire senza il passaggio attraverso la spoliazione e la nudità.


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La presenza del regno di Dio 1Diceva loro: «In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza».

La trasfigurazione 2Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. 5Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 6Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. 7Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». 8E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 9Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. 10Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. 11E lo interrogavano: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 12Egli rispose loro: «Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa; ma, come sta scritto del Figlio dell’uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato. 13Io però vi dico che Elia è già venuto e gli hanno fatto quello che hanno voluto, come sta scritto di lui».

L’esorcismo del ragazzo 14E arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. 15E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». 17E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. 18Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 19Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». 20E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; 22anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». 24Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». 25Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». 27Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi. 28Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 29Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

Secondo insegnamento sul mistero pasquale 30Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

Ultimi per accogliere gli ultimi 33Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Quale comunità, quale accoglienza? 38Giovanni gli disse: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 39Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40chi non è contro di noi è per noi. 41Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. 42Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 43Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. [44] 45E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. [46] 47E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, 48dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. 49Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. 50Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La presenza del regno di Dio Il primo versetto risulta abbastanza enigmatico; sembra indicare il fatto che alcuni dei contemporanei avranno modo di constatare la venuta del Regno “nella sua potenza” e questo sarà motivo di giudizio per alcuni e di conforto per altri. Introduce anche la scena successiva, quella della trasfigurazione, che è una prefigurazione della gloria del Figlio, sperimentata in prima persona da Pietro, Giacomo e Giovanni; ma sarà solo nel momento in cui la morte viene sconfitta che i discepoli avranno modo di constatare la presenza del Regno “nella sua potenza”.

La trasfigurazione La scena presenta, da tre diversi punti di vista, l’identità di Gesù: in un primo momento mostra la sua partecipazione alla sfera divina; in un secondo momento, nel dialogo con Mosè ed Elia, indica la sua posizione in seno alla storia della salvezza e in rapporto alle Scritture ebraiche; infine, viene dichiarato come Figlio di Dio ed è ribadito il destino di sofferenza e rifiuto che lo attende. Pietro sembra intervenire in modo poco opportuno. Pur facendosi interprete degli altri, riporta su un livello “terra-terra” quel­ lo che i tre discepoli stanno vivendo con il Maestro. Alla reazione superficiale di Pietro si aggiunge l’incomprensione dei discepoli nel momento in cui il Maestro li invita a custodire nel silenzio quanto hanno visto fino al giorno in cui il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Ciò che i tre non comprendono non è qualcosa di secondario ma l’elemento chiave dell’annuncio e della fede cristiana: «cosa volesse dire risorgere dai morti» (9,10). Si ha come l’impressione che Gesù porti con sé, in disparte, non coloro che hanno una maggiore capacità di co­gliere il mistero che avvolge la sua persona, ma quelli che fanno più fatica a compren­derlo. Il racconto torna chiaramente sul tema dell’identità di Gesù e, indirettamente, squalifica le tre opinioni che si sono diffuse tra «gli uomini» sul suo conto (8,27). Le diverse proposte vengono riprese, una dopo l’altra, mostrando come il mistero che avvolge Gesù vada ben al di là di cia­scuna di esse. Chi è allora Gesù? La voce celeste lo dichiara, per la seconda volta, come «figlio amato», evocando con questo titolo il mistero del sacrificio che abita la pagina di Gen 22; contemporaneamente la voce infon­de autorevolezza alla sue parole invitando i discepoli ad aprirsi all’ascolto di quanto Gesù ha appena pronunciato in merito al suo destino di passione, morte e risurrezione («Ascoltatelo!»). Tale imperativo ha lo stesso valore dell’invito all’ascolto che caratterizza Es 24: è una condizione necessaria per continuare a camminare secondo il progetto di Dio. L’identità enunciata dalla voce celeste è, poi, accompagnata da una serie di segni visivi di conferma come le vesti bianche (il bianco è nella tradizione biblica ed extrabiblica il segno della divinità) e il dialogo con Mosè ed Elia. Il fatto stesso che i due grandi profeti non parlino con i discepoli, ma solo con Gesù, sembra dire che, d’ora in poi, la Legge e i Profeti vanno accostati passando per la persona del Maestro.

L’esorcismo del ragazzo L’assenza di fede, che concerne i discepoli, il padre e i presenti, tutti inclusi nell’espressione «gene­razione incredula», rende impossibile l’esorcismo. Di fronte all’invocazione del padre, Gesù reagisce precisando che l’efficacia dell’esorcismo non è questione di volontà o di poteri, ma piuttosto di fede (e questa non concerne solo il taumaturgo, ma anche il recettore del miracolo) ed è significativo notare come il padre del fanciullo si senta immediatamente interpellato e colga che la fede non è un atto magico o passivo di adesione a Dio, ma un dono da invocare unitamente a un atto di consegna da compiere («Credo, aiuta la mia incredulità»). I discepoli, in disparte, nella cornice privilegiata di una casa, tornano sui motivi della loro inefficacia e la risposta di Gesù riprende, questa volta indirettamente, la questione della fede: alcuni esorcismi possono essere portati a termine solo attraverso la preghiera. Ma che cos’è la preghiera se non espressione di quell’atto di fede che il padre del fanciullo ha manifestato poco prima, da un lato ribadendo il suo «cre­do!», dall’altro chiedendo l’aiuto di Gesù perché tale adesione di fede crescesse e fosse purificata? I discepoli, che pur in 6,13 erano stati efficaci nel cacciare «molti demoni», devono ancora apprendere quella dimensione di fede che è consegna al Maestro, invocazione e riconoscimento dei propri limiti. Se sul monte l’identità di Gesù era stata rivelata a Pietro, Giacomo e Giovanni, ai piedi del monte i destinatari sono più numerosi: i discepoli, la folla e gli scribi. «Davanti a tutti Gesù pronuncia un «io» enfatico (9,25). Egli mostra di sapersi il rappresentante di Dio da cui attinge la forza della sua immediata autorità. Non è solo un aspetto della sua identità a essere messo in luce, ma tutta la sua persona di Figlio di Dio e di Figlio dell’uomo, di Maestro che ha l’autorità che viene da Dio, che egli rappresenta e di cui stabilisce il Regno. Gesù ha il potere di sconfiggere le potenze del male e con esse il regno della morte (9,27): questo conferma la sua identità di Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Un ruolo non secondario è quello vissuto dal padre del ragazzo indemoniato. Solo nel momento in cui il padre riconosce questo suo punto debole, ammettendo di essere lui stesso nella condizione di aver bisogno di aiuto, gli effetti dell’azione dello spirito muto vengono vinti. In tal senso, la trasformazione del padre è preludio della guarigione del figlio e diventa anche una risposta anticipata alla domanda che i discepoli porranno al v. 28: «Perché noi non siamo riusciti a cacciarlo?». Gesù replica indicando che il punto di svolta sta nella preghiera. Ora, di questa, nei versetti che precedono, si è fatto portavoce proprio il padre del fanciullo. E nel suo grido orante, che si fa professione di fede, invocazione di aiuto e riconoscimento della propria debolezza e dei propri limiti, che è possibile quella trasformazione che diventa terreno della signoria di Cristo e manifestazione della sua identità di Figlio di Dio.

Secondo insegnamento sul mistero pasquale Gesù «sta per essere consegnato nella mani degli uomini». Dietro questo verbo si danno appuntamento tre realtà: l’azione di Dio nel suo misterioso disegno di salvezza, l’azione dell’uomo nei drammatici risvolti del tradimento di Giuda, l’azione di Cristo che liberamente si consegna al Padre e alle mani degli uomini perché il disegno del Padre giunga a compimento. Se il primo annuncio del mistero pasquale aveva suscitato il rifiuto netto di Pietro, il secondo è segnato dall’incapacità dei discepoli di attribuire un senso a quanto ascoltano e dal rifiuto di andare a fondo della cosa. Commentando la scena, l’evangelista ci aiuta a cogliere ciò che fa da sfon­do a tale atteggiamento dei discepoli: una grande paura li abita ed essi non sono capaci di affrontarla. Tale sottolineatura non ha come obiettivo quello di mettere in rilievo la debolezza o l’inconsistenza dei discepoli, ma quello di interpellare il destinatario del vangelo, aiutandolo a prendere coscienza della sua responsabilità nella sequela.

Ultimi per accogliere gli ultimi Il ritorno a Cafarnao, nella casa che ha fatto da sfondo all’ini­zio del ministero pubblico, non è certamente casuale: si tratta di un “secondo inizio”! Gesù ha ricondotto i discepoli in Galilea per ribadire il senso della sequela (9,30-50). L’ironia narrativa gioca sulla “mania di grandezza” dei discepoli. Gesù pone ai discepoli una domanda di fronte alla quale sembrano sentirsi così piccoli da non riuscire neppure a rispondere. Nonostante ciò sono loro i destinatari dell’insegnamento privilegiato di Gesù che, sedutosi, assume la posizione di chi deve comunicare un importante insegnamento e, convocando i Dodici, pone al centro della loro attenzione qualcuno che non appartiene al gruppo, «l'ultimo fra tutti», facendo del proprio rapporto con lui un esplicito modello perché i Dodici imparino a capire cosa veramente significa essere «primi». Parola e gesto si intrecciano in questi versetti per evidenziare un preciso messaggio da parte di Gesù, quello che indica nel servizio e nell’accoglienza le priorità di chi vuole essere discepolo del Regno. Come il Figlio dell’uomo si lascia consegnare nelle mani degli uomini (giudei e pagani), così i Dodici sono chiamati a consegnarsi per essere a servizio degli ultimi. In tal senso, il bambino non rappresenta tanto un modello di semplicità o innocenza a cui conformarsi, quanto piuttosto un soggetto con scarsa rilevanza sociale, che rappresenta gli ultimi da accogliere, a cui fare spazio. Per essere in grado di accogliere gli ultimi occorre saper «farsi ultimi», seguendo la via percorsa dal Maestro fin dall’inizio del suo ministero pubblico. La priorità del servizio e dell’accoglienza è tale che solo accogliendo in questo modo si può accogliere il Cristo e Dio che lo ha inviato. Le categorie sociali sono ribaltate: con un gesto e poche parole Gesù fa capire ai suoi discepoli il tipo di comunità che essi sono chiamati a costruire. In quanto continuatori della sua missione, essi non sono chiamati ad aspettarsi posti privilegiati o ad attendersi una trionfale acco­glienza, ma, al contrario, sono invitati a farsi loro stessi spazio di accoglienza per chi normalmente è considerato senza alcun rilievo sociale. Così si diventa «primi»: nella misura in cui si è conformi al Maestro.

Quale comunità, quale accoglienza? L’invito all’accoglienza e al servizio viene ripreso partendo da una considerazione concreta presentata da Giovanni, uno dei figli di Zebedeo. La posizione di Giovanni è di esclusione: «non ci seguiva», non segue il «noi» dei discepoli, quindi va impedito. Quella di Gesù è di inclusione: «chi non è contro di noi è per noi». La via della sequela, quale la vivono i discepoli, non ha nulla di esclusivo: ci sono altri modi di seguire, altri percorsi per rendere efficace la logica del Regno che vanno dalla capacità di respingere il male nel nome di Gesù a quella di compiere gesti semplici, come offrire un semplice bicchiere d’acqua, per il fatto che i destinatari appartengono a Cristo (v. 41). Alla puntualizzazione del Maestro, fa seguito una serie di avvertimenti che hanno a che vedere con il tema dello scandalo (vv. 42-48). L’interpretazione deve tener conto dei destinatari a cui Gesù si sta rivolgendo (i Dodici) e del tema di fondo che sta affrontando (quello dell’accoglienza e del servizio): in tal senso «i piccoli che credono» non sono i bambini ma piuttosto coloro che si avvicinano alla comunità o manifestano una certa sintonia con essa e che, proprio perché all’inizio del loro personale cammino, hanno ancora una fede debole. Essi si accostano alla comunità con l’attesa di trovare uno spazio di uguaglianza e di accoglienza vicendevole: se tale attesa, per l’ambizione dei Dodici o per le divisioni che si potrebbero creare al loro interno, dovesse andare delusa, le conseguenze potrebbero essere letali per la loro fede. Il problema dello scandalo dei deboli costituiva una questione di rilievo nelle prime generazioni cristiane, i Dodici sono, pertanto, chiamati a prendere sul serio la responsabilità nei con­ fronti di coloro a cui sono inviati: loro compito è quello di sostenere la fede dei piccoli, facendoli sentire parte viva di una comunità che sa fare spazio a tutti. La mano, il piede e l’occhio sono gli organi della comunicazione che hanno accompagnato la missione di Gesù: la mano è stata usata per accogliere, guarire, rialzare giudei e pagani; il piede per percorrere le strade della Galilea, delle regioni di Tiro e Sidone e della Decapoli; l’occhio per provare compassione e cogliere i bisogni delle folle sulle due sponde del lago. Tutto ciò che impedisce alla comunità di vivere una missione che sa farsi spazio di accoglienza per giudei e pagani va sradicato: le drastiche punizioni evocate dicono la serietà di tali avvertimenti che non ammettono alcuna forma di compromesso. Ogni credente è parte viva dell'unico corpo ecclesiale: perderlo equivale a strappare un membro del proprio corpo, con tutte le conseguenze annesse. L’insegnamento si conclude ricorrendo alle immagini del fuoco e del sale. Nel v. 49 le due immagini si intrecciano per sottolineare, da un lato, l’importanza di purificare la logica del proprio agire (il fuoco) e, dall’altro, la necessità di conservare l’eredità tale quale è stata ricevuta da Gesù, costi quel che costi (il sale). Evidentemente, non si tratta di un’eredità facile; essa esporrà a prove e persecuzioni, ma su di essa si gioca il futuro e l’identità della comunità.


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La seconda moltiplicazione dei pani 1In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2«Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. 3Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». 4Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». 5Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette». 6Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. 8Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. 9Erano circa quattromila. E li congedò. 10Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

La terza traversata: dai molti pani all’unico pane 11Vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. 12Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno». 13Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva. 14Avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. 15Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». 16Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane. 17Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? 18Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». 20«E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». 21E disse loro: «Non comprendete ancora?».

Il cieco di Betsaida 22Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. 23Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». 24Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano». 25Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. 26E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».

Il riconoscimento di Pietro 27Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». 28Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». 29Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Le esigenze della sequela 34Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 35Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. 36Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? 37Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? 38Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La seconda moltiplicazione dei pani L’episodio vuole sottolineare l’apertura universale della missione di Gesù ed è volutamente complementare al testo di 6,35-44, dove già era emersa la premura di Gesù nei confronti della folla. La peculiarità del brano non sta tanto nel fatto che Gesù compie un miracolo a parte, in territorio pagano, parallelo alla moltiplicazione dei pani in terra giudaica, quanto piuttosto nel fatto che, simbolicamente, Gesù im­ bandisce una mensa alla quale sono assisi giudei (Gesù e i suoi discepoli) e pagani insieme: è questo che sottolinea l’orizzonte universale della scena. Ed è questo anche il significato del simbolismo numerico utilizzato dall’evangelista: esso non indica solo il mondo pagano, ma l’apertura universale che include giudei e pagani.

La terza traversata: dai molti pani all’unico pane I farisei si rivelano ben consapevoli di come Gesù, con il suo comportamento e insegnamento, stia toccando i principi chiave dell’identità giudaica. La loro richiesta di «un se­gno dal cielo» sembra richiamare due contesti anticotestamentari: quello del faraone d’Egitto prima della liberazione degli Israeliti (cfr. Dt 6,21-22) e quello del popolo ribelle durante il cammino nel deserto (cfr. Dt 1,35; 32,5.29; Sal 95,10). Il problema è che ogni volta che un segno è preteso, la richiesta include già implicitamente una forma di resistenza che prelude al suo successivo rifiuto o comunque all'insufficienza del segno. Dopo aver respinto con fermezza la richiesta dei farisei, Gesù si dirige nuovamente verso l’altra riva con i suoi discepoli. Mentre è sulla barca con loro, riprende la scena appena vissuta e, rivolgendosi ai discepoli, li mette in guardia dal «lievito dei farisei» e «dal lievito di Erode». I discepoli invece si dimostrano preoccupati perché non hanno con sé dei pani, scambiando «il pane vivo disceso dal cielo» di cui parla il Maestro con quello di cui ci si nutre quotidianamente. La presenza di quell’unico pane sembra richiamare il messaggio universale e inclusivo del Maestro che ha imbandito una sola mensa per giudei e pagani (1Cor 10,17), superando la logi­ca dominatrice di Erode e quella esclusivista delle autorità religiose giudaiche. Di fronte a tutto questo, però, i discepoli si rivelano lenti a capire.

Il cieco di Betsaida È significativo che, come nel caso del sordo con difficoltà di parola (7,32), il cieco venga condotto a Gesù da alcuni personaggi anonimi i quali pregano il Maestro per la guarigione del cieco senza che quest’ultimo si esprima in merito. Solo in un secondo momento egli prende la parola, per rendere ragione di un iniziale recupero della vista che rimane tuttavia ancora confusa. Centrale nel brano è quella che potremmo definire una “pedagogia del vedere” che, a tappe diverse, scandisce il progressivo cam­ mino personale che conduce dalla cecità alla visione. Le tappe della pedagogia che il cieco si trova a vivere comprendono: il lasciarsi condurre a Gesù da persone anonime (v. 22), il lasciarsi prendere per mano per essere condotto fuori dal villaggio da Gesù stesso (v. 23), una prima azione terapeutica con l’enunciazione di quanto sperimentato (vv. 23-24), una seconda azione terapeutica necessaria e complementare alla prima (v. 25), rinvio a casa con il preciso comando di non tornare nel villaggio (v. 26).

Il riconoscimento di Pietro Il riconoscimento di Pietro è un punto di arrivo cruciale a livello narrativo. Fino a questo momento nessuno, tra quanti seguono Gesù, è riuscito a esprimere un vero e proprio riconoscimento della sua identità. Il lettore sa chi è Gesù fin dal titolo del vangelo (1,1); egli ha potuto anche sentire la voce con la quale il Padre ha definito il Figlio in occasione del battesimo al Giordano (1,11) raccogliendo in lui l’intero corpo delle Scritture ebraiche; i demoni stessi si sono espressi urlando ai quattro venti la sua identità, anche se sono stati prontamente messi a tacere (1,24; 3,11 ; 5,7). Tra coloro che seguono il Maestro, però, regna la confusione e i pareri sono contrastanti. La differenza tra le designazioni degli «uomini» e quella di Pietro è abissale: l’identificazione comune coglie in Gesù una figura profetica. Pietro invece fa un deciso passo in avanti: «Tu sei il Messia». Dando voce all’intero gruppo dei discepoli, egli riconosce quello che la gente non è ancora riuscita a cogliere. Il significato che egli attribuisce al termine non ci viene illustrato ma da quello che si verifica nei vv. 32-33 si nota che l’accezione messianica di Pietro è molto diversa da quella prospettata da Gesù al v. 31. Proprio per tale motivo l’intervento deciso del Maestro obbliga i discepoli al silenzio assoluto circa la sua identità. Il titolo che Pietro gli ha attribui­to va riletto alla luce del «Figlio dell’uomo» e del destino che lo attende: il Figlio dell’uomo sperimenterà una morte violenta, che non sarà soltanto la conseguenza di una opposizione umana (che andava crescendo e che già si era manifestata in 2,2 e in 3,6) ma anche il compimento di un percorso che viene dal Padre e che si rivela come necessario, perché implicito all’interno delle Scritture (9,12; 14,21.49).

Le esigenze della sequela Dopo aver anticipato ai suoi il destino che lo attende, Gesù convoca la folla per dichiarare, senza mezzi termini, quali sono le esigenze legate alla sequela. Il brano, come il testo precedente, ha l’obiettivo di non creare false illusioni o attese. La sequela richiede due disposizioni di fondo: il rinnegamento di sé e l’assunzione della logica della croce. Se il primo atteggiamento implica la capacità di dire «no» a una prospettiva puramente centrata sull’io e sulla propria grandezza (ben illustrata dalle immagini successive, che evocano la tendenza a salvare se stessi e a puntare sulla conquista del mondo intero), «prendere la propria croce» implica l’accoglienza di tutto ciò che l’immagine scanda­losa della croce richiama: vergogna, rigetto, maledizione, sofferenza. Il brano è percorso da un filo rosso: quello, della vita, intesa come quell’intreccio di relazioni, esperienze, funzioni che plasmano l’individualità di ciascuno. Il termine nei vv. 35.36.37 ricorre ben quattro volte evidenziando due modi diversi di giocarsi l’esistenza: puntando solo su se stessi, con la conseguenza di smarrire il senso della vita, o puntando sulla sequela della persona e della parola di Cristo in vista di qualcosa di molto più grande: la salvezza.


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