📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Il dibattito con i farisei e gli scribi 1Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3– i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, 5quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». 6Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. 7Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. 8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 9E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. 10Mosè infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e: Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte. 11Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, 12non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. 13Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte». 14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [16] 17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. 20E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

L'incontro con la donna sirofenicia 24Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. 26Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. 27Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». 29Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». 30Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

L'uomo sordo, impedito nel parlare 31Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. 33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». 35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Il dibattito con i farisei e gli scribi La scena si apre con l’arrivo dei «farisei e alcuni degli scribi giunti da Gerusalemme»: ruoli e provenienza richiamano i custodi della tradizione. Senza mezzi termini, Gesù denuncia che spesso la tradizione degli antichi fa passare per comandamento divino ciò che di fatto è solo un precetto umano. Nella controversia Gesù sembra spostare l’attenzione dalla molteplicità dei precetti alla centralità del decalogo e dall’esteriorità dell’osservanza all’interiorità che trova nel cuore un punto di riferimento chiave. Quando i discepoli, in casa, chiedono al Maestro ulteriori deluci­dazioni in merito, questi vengono ripresi con una formulazione dura («Siete anche voi così ignoranti?», v. 18; cfr. anche 6,52) che richiama la definizione che Gesù aveva dato a quanti, diversamente dai discepoli, rimanevano «fuori» da un discorso di autentica sequela (cfr. 4,11-12). Seguire Gesù significa entrare in una logica totalmente diversa da quella dell’osservanza farisaica e i Dodici ne devono essere ben consapevoli. La base dell’autentica osservanza è il cuore: non ciò che entra nel ventre (i cibi) rende impuro l’uomo, allontanandolo da Dio, ma ciò che esce dal cuore e crea tutta una serie di divisioni tra l’uomo e il suo simile. I discepoli di Gesù devono essere attenti alle norme di purità ma queste non concernono tanto gli alimenti (v. 19) quanto piuttosto i sentimenti che escono dal cuore minacciando le relazioni umane prima ancora che la relazione con Dio.

L'incontro con la donna sirofenicia Ancora una volta, di fronte a ciò che è ritenuto impuro, Gesù non assume un atteggiamento difen­sivo, fuggendo ogni forma di contatto o di relazione ma, al contrario, fa proprio un atteggiamento di ascolto e di accoglienza, capace di lasciarsi mettere in discussione da chi gli viene incontro. Gesù, di fatto, varca una frontiera sociale (si pone in ascolto di una donna, lasciandosi mettere in discussione da quest’ultima), geografica (passa da un territorio ebraico a uno pagano), religiosa (passa da un contesto dominato dalla preoccupazione delle norme di purità a un con­testo impuro). Di fronte alla donna che chiede l’inter­vento di Gesù nei confronti della figlioletta, Gesù risponde ponendo delle priorità: i «figli» sono i primi a cui è destinato il pane; non sarebbe cosa buona gettare il pane ai «cagnolini» prima che i figli ne siano sazi. Gesù non esclude i «cagnolini» ma pone delle priorità e non sembra disposto a esaudire la donna (v. 27). La reazione è però immediata e cambia la lettura dei fatti: la donna chiama «bambini» quelli che per Gesù sono «figli», lasciando intendere che tale categoria va ampliata e non può essere riferita semplicemente a coloro che per discendenza sono tali; ugualmente, là dove Gesù pone un prima e un poi, la donna propone l’idea della contemporaneità, utilizzando la stessa immagine valorizzata da Gesù: mentre i bambini mangiano il pane sulla tavola, i cagnolini sotto di essa potranno saziarsi delle briciole che cadranno. Non c’è bisogno di «gettare» nulla. Le briciole cadranno da sé. I cagnolini non chiedono altro (v. 28): non chie­dono di trasformarsi in «figli» o di essere saziati per primi. La replica della donna convince Gesù a tal punto che il narratore non sente il bisogno di soffermarsi sul racconto dell’esorcismo. La donna sirofenicia è una di quelle figure femminili che giocano un ruolo decisivo nel secondo vangelo, accanto alla suocera di Pietro (1,30- 31) e alla donna affetta da perdite di sangue (5,25-34). Come dopo la guarigione della suocera di Pietro la sua casa si apre all’accoglienza di tutti i malati e gli indemoniati (1,32) e come la donna affetta da perdite di sangue diventa segno per tutti coloro che seguono Gesù (5,31-33), così la donna sirofenicia scandisce uno dei passaggi decisivi del secondo vangelo, già anticipato nelle due traversate del lago (4,35-41; 6,45-52) e confermato dalla seconda moltiplicazione dei pani che si verificherà presto (8,1-9). Essa è una figura simbolo per tutto il mondo pagano, proprio come Giàiro, il capo della sinagoga di 5,21-24.35-43, insieme alla figlioletta di dodici anni era simbolo del popolo di Israele. Tra l’altro la sirofenicia riconosce Gesù come «Signore», titolo che mai altrove, in Marco, è usato da un essere umano nei confronti di Gesù: se sulle labbra della donna tale titolo può indicare una formula di cortesia, non così per il lettore del vangelo che vi riconosce un titolo altamente significativo (cfr. 1,3; 12,29-30.36; 13,20) per la propria esperienza di fede.

L'uomo sordo, impedito nel parlare Uno dei tratti che colpiscono il lettore è il fatto che il sordo impedito nella parola si presenti a Gesù condotto da altri. Siamo in una situazione opposta allo spirito di iniziativa della donna sirofenicia. L’uomo era forse incosciente della sua situazione? O non osava presentarsi a un maestro giudeo, la cui fama era ormai nota (cfr. 5,20; 7,25), in quanto pagano? Anche se pagano, il sordo impedito nel parlare non deve avere timore di presentarsi a Gesù: questi è infatti all’origine della nuova creazione annunciata dai profeti, che coinvolgerà giudei e gentili. Il Maestro riabilita un uomo alla comunicazione, ma chiede, senza successo, che tale comunicazione resti per il momento vincolata. Non siamo di fronte all’unico caso in cui, nel secondo vangelo, viene avanzata una esplicita richiesta di silenzio: essa emerge anche nell’episodio della purificazione del lebbroso (1,44), in quello della restituzione della vita alla figlia di Giàiro (5,43), come pure nella guarigione del cieco di Betsaida (8,26). La richiesta di silenzio è strettamente associata a questi episodi (e non ad altri) perché sono proprio questi episodi che rivelano l’identità messia­nica di Gesù. Particolarmente enfatizzato in questo brano è il vocabolario del “toccare”: se nell’episodio precedente Gesù opera un mira­colo a distanza, in quello attuale la situazione è opposta. Tutto ciò che dice relazione e vicinanza trova particolare spazio: fin dall’inizio chi conduce il malato chiede a Gesù di imporre la mano (v. 32); subito dopo Gesù lo porta in disparte, allontanandolo dalla folla e ponendolo in stretta relazione con sé (v. 33): gli pone le dita negli orecchi mentre la sua saliva entra in contatto con quella del malato (v. 34); il contatto, unito alla forza della parola, opera la guarigione. La presenza o assenza di fede viene trascurata e la guarigione è concepita come un processo di apertura: non solo dell’udito e della parola, ma anche del malato alla persona di Gesù e alla comunicazione interpersonale. In altre parole, l’uomo pagano è ristabilito nella sua capacità e dignità di comunicare con Gesù e con gli altri. È evidente il significato simbolico dell’intero brano: le barriere sono totalmente infrante e là dove le norme di purità richiedevano delle linee di demarcazione precise tra il puro e l’impuro, tali linee sono superate dalla dinamica relazionale che scaturisce dalla persona di Gesù Cristo e che è stata illustrata dai due incontri complementari con la donna sirofenicia e con l’uomo sordo impedito nella parola.


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L’ultima visita alla sinagoga 1Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 2Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 4Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6aE si meravigliava della loro incredulità.

La missione dei Dodici 6bGesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando. 7Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

La morte del Battista 14Il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». 15Altri invece dicevano: «È Elia». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». 16Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». 17Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. 18Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». 19Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, 20perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. 21Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. 22Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». 23E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». **24vElla uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». 25E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». 26Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto. 27E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione 28e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. 29I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Il ritorno dei Dodici dalla missione 30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

La prima moltiplicazione 35Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; 36congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». 37Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». 38Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». 39E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. 40E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. 41Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. 42Tutti mangiarono a sazietà, 43e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. 44Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

La seconda traversata del lago 45E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. 46Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. 47Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. 48Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. 49Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, 50perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». 51E salì sulla barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati, 52perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.

Guarigioni a Gennèsaret 53Compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. 54Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe 55e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. 56E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

L’ultima visita alla sinagoga Il rifiuto affiora con toni decisi proprio nell’ambiente in cui Gesù è nato e cresciuto, con­ testo che viene descritto attraverso tre cerchi concentrici: la patria, la parentela e la casa. Un proverbio assimila tale esperienza di Gesù a quella sperimentata dai profeti, facendo del rifiuto e dello scandalo una parte integrante e necessaria del disegno di Dio (idea che sarà ripresa in 14,27). Per ben tre volte gli interrogativi degli abitanti di Nazaret dimostrano di non riuscire ad associare il frutto («la sapienza... i prodigi... queste cose») con le origini di una persona che altro non è che un carpentiere, nato da donna, con fratelli e sorelle noti a tut­ti (per di più, a loro volta, in difficoltà con Gesù): la tensione tra il Maestro e i suoi è palese ed evidente. Il fatto poi che questo avvenga nella sinagoga, il luogo dov'era stata presa la decisione di mettere a morte Gesù (3,6), getta un’ulteriore ombra inquietante sulla scena. Non per nulla questa sarà l’ultima volta, stando al racconto marciano, che Gesù metterà piede in una sinagoga. Di fronte all’incredulità, sembra che Gesù non possa fare nulla: i suoi interventi sono molto limitati dall’ostacolo del non volergli credere. In modo mol­to provocatorio per il lettore, riaffiora la questione della responsabilità di quanti seguono Gesù, una responsabilità che può avere gravi conseguenze, sia per quanti rimangono fuori, sia per coloro che si limitano a stare fisicamente vicini a Gesù senza assumerne fino in fondo le conseguenze (4,11.40). Su questa immagine che, sotto il segno della mancanza di fede, mina le relazioni più intime di Gesù, i discepoli e, con essi, il lettore, colgono che stare con Gesù ed entrare a far parte della sua famiglia implica l’assunzione di una logica impegnativa, destinata a misurarsi con non poche difficoltà.

La missione dei Dodici Dopo aver chiarito l’identità dei discepoli e la missione che li attende. Il rifiuto sperimentato a Nazaret non ha minimamente influito sulla missione di Gesù e dei suoi, che continua a estendere il suo raggio d’azione. Secondo il tipico stile marciano, la missione dei Dodici viene presen­tata attraverso la strategia narrativa dell’incastro: tra l’invio dei Dodici (vv. 7-13) e il loro ritorno (vv. 30-34), il narratore riporta la fine del Battista e le circostanze che hanno accompagnato la sua messa a morte (vv. 14-29); proprio come la missione di Gesù si era aperta sullo sfondo dell’arresto di Giovanni Battista (1,14-15), ora la missione dei Dodici si apre sullo sfondo del suo martirio, ribadendo indirettamente che il mandato ha tra le sue condizioni una logica di «consegna» radicale, fino al dono estremo di sé. Nella loro missione, i Dodici sono strettamente associati a Gesù: il loro ministero è un prolungamento di quello del Maestro, Gesù li coinvolge a pieno titolo nell’opera che il Padre gli ha affidato. I Dodici poggiano la loro sicurezza solo in colui che li manda e annunciano, non solo a parole, la priorità del Regno su tutto il resto. Il successo della loro prima esperienza di annuncio non si farà attendere: «molti» sono i demoni che riescono a sanare e «molti» i malati che vengono guariti (6,13).

La morte del Battista Al successo della missione dei Dodici fa eco l’estendersi della fama di Gesù che raggiunge anche il palazzo del tetrarca Erode. Proprio a questo punto della narrazione il lettore viene informato della messa a morte di Giovanni Battista che, di per sé, avrebbe dovuto tacere per sempre, mentre invece sembra più “vivo” che mai!

Il ritorno dei Dodici dalla missione Nonostante l’apparente successo dei Dodici, qualcosa lascia intendere che le folle non hanno ancora trovato quello che realmente cercano: il loro movimento resta confuso, caratterizzato da un viavai continuo e la descrizione che Gesù ne fa, cogliendovi un gregge di pecore senza un punto di riferimento, suggerisce che il lavoro da fare è ancora lungo. L’evangelista, identificando la folla come «pecore senza pastore», può pensare non solo alle autorità politiche che, mentre il popolo è smarrito, mettono a morte un uomo giusto e santo, prezioso punto di riferimento per esse (cfr. 1,5), ma anche ai Dodici che alla folla hanno offerto dei miracoli, ma non risposte soddisfacenti. La narrazione sembra andare in tale direzione quando fa notare la differenza tra Gesù e i suoi: Gesù, alla vista della folla, si lascia prendere da un movimento di profonda compassione che mette in secondo piano ogni altro obiettivo e si esprime attraverso la capacità di «vedere» i bisogni della gente, la pazienza di «insegnare», la disponibilità a offrire loro tempo prezioso (v. 34). I discepoli rimangono, al contrario, semplici spettatori.

La prima moltiplicazione L’evangelista sembra sottolineare il contrasto tra l’atteggiamento di Gesù e quello dei discepoli. Alla partecipazione “viscerale” di Gesù fa da contrasto il distacco emotivo dei discepoli. Là dove Gesù si lascia rag­giungere dalla folla, investendo tempo ed energie, i Dodici guardano il sole che va calando... viene spontaneo chiedersi: se questa è la loro reazione, come avranno vissuto l’esperienza missionaria narrata in 6,12-13? Non hanno forse rischiato di rivolgersi alle folle perdendo di vista la necessità di un coinvolgimento empatico con il loro dolore e con quel disorientamento profondo che le caratterizzava? Di fronte al mancato coinvolgimento dei discepoli, Gesù li stimola con un chiaro mandato: «Voi stessi date loro da mangiare!» (v. 37). L’in­ giunzione è un invito ad assumere su di sé il bisogno della folla. Dai discepoli affiorano due soluzioni: la prima era emersa al v. 36, la seconda segue immediatamente l’ingiun­zione del Maestro al v. 37 e si esprime con una domanda carica di stupore: «Vuoi che andiamo noi a comprare duecento denari di pane per dar loro da mangiare?!». Se nella prima soluzione i Dodici delegano il compito di sfamare la folla ad altri (i negozianti o gli abitanti dei villaggi vicini), nella seconda evidenziano quanto assur­do possa essere ogni genere di coinvolgimento da parte loro. Ma è la prospettiva con cui viene affrontato il bisogno a essere sbagliata: gli apostoli osservano la situazione partendo da ciò che essi non hanno. Il Maestro, al contrario, li invita a verificare quello che hanno: «Quanti pani avete? Andate a vedere!» (v. 38). Il calcolo va fatto a partire da quello che si ha, non da quello che si dovrebbe o potrebbe avere per far fronte all’emergenza. L’invito è, pertanto, quello di far leva sui «cinque pani e due pesci» già a disposizione: nessuna delega, nessun acquisto; occorre piuttosto condividere quanto già si possiede. La formazione alla missione autentica viene, a questo punto, scandita dai gesti compiuti sui cinque pani e sui due pesci (v. 41), gesti che illustrano una precisa logica, immergendo i Dodici nella sorgente della missione loro assegnata.

  1. «Presi i cinque pani e i due pesci»: Gesù non si impossessa di qualcosa che non gli è stato precedentemente offerto. Ciò che prende è ciò che gli è stato messo davanti. Il primo gesto che i Dodici sono chiamati a vivere è quello della “consegna”, riponendo i pani e i pesci nelle mani del Maestro, sapendosene distaccare, senza ritrosie o tentennamenti. Si tratta di un gesto in cui Gesù non li può sostituire. E il primo passo, che esige capacità di distacco. Nel momento in cui i discepoli consegnano i pani a Gesù, essi offrono, per la prima volta in questa scena, qualcosa di se stessi.

  2. Il secondo gesto è compiuto solo da Gesù: «Levò gli occhi al cielo, pronunciò la benedizione». Riposti nelle sue mani, quei pani diventano lo spazio sacro in cui la povertà dell’uomo si incontra con gli spazi infiniti del cielo. Dio li rende spazio benedetto, pani dell’offerta. La benedizione accompagnata dall’elevazione dello sguardo equivale a sintonizzare ciò che si ha o si riceve con l’armonia delle origini, imprimendo in esso il sigillo del Padre. Con tale gesto i pani diventano “altro” rispetto a un semplice bene di consumo.

  3. Il terzo gesto è l'atto più doloroso: «spezzò i pani». Qui è racchiuso il cuore dell’esperienza di Gesù e dei discepoli: spezzare significa condividere, donare, offrire, ma anche provare dolore, sperimentare la spoliazione, sacrificare. La benedizione che viene da Dio introduce necessariamente in tali dimensioni.

  4. Nel quarto gesto, infine, tornano in scena i Dodici come protagonisti: «Li dava ai [suoi] discepoli perché li distribuissero». Se le due azioni centrali (la benedizione e la frazione) hanno come protagonista unicamente Gesù, il gesto iniziale e quello conclusivo richiedono il coinvolgimento dei discepoli che prima depongono il pane nelle mani del Maestro e poi accettano di riprenderlo spezzato, con tutto quello che tale gesto evoca. Essi hanno consegnato a Gesù cinque pani e da Gesù ne ricevono altrettanti. Fisicamente non è cambiato nulla, se non il fatto che quei pani sono stati benedetti e spezzati. Sproporzionati erano prima, spro­porzionati sono ora. Eppure, grazie alla logica racchiusa in questi quattro gesti, non solo il cibo sarà sufficiente per l’immensa folla presente, ma per ciascuno degli apostoli viene anche preparata una «cesta piena di avanzi» perché la distri­buzione possa continuare altrove. Da una situazione di distacco assoluto i Dodici si ritrovano a vivere gesti che li mettono in gioco in prima persona; da spettatori passivi si ritrovano protagonisti.

È importante notare che i verbi menzionati in 6,41 («prese..., pronunciò la benedizione..., spezzò..., dava») sono gli stessi che Gesù applicherà a sé nel racconto dell’ultima cena. Nel quadro narrativo del vangelo, ciò che si compie nell’ultima cena si pone in continuità con quanto Gesù ha insegnato ai discepoli nel ministero pubblico e anticipa quanto vivrà in pienezza nel mistero pasquale di passione, morte e risurrezione.

La seconda traversata del lago Dopo aver sfamato la folla, ci si aspetterebbe che Gesù la congedi per restare solo con i Dodici, secondo l’obiettivo di partenza enunciato al v. 31. Invece, come se la giornata non fosse stata sufficientemente faticosa, il Maestro ordina ai suoi di precederlo sull’altra riva. La direzione è ben precisata, «verso Betsaida», e quello del Maestro non è un consiglio ma una costrizione («obbligò»), come se andare all’altra riva costituisse la logica conseguenza di quanto vissuto. I suoi obbediscono, ma la meta resterà loro impossibile da raggiungere: il vento è contrario, il cuore indurito, il mare difficile da solcare. Gli eventi sembrano aver lasciato in Gesù un bi­sogno profondo di distacco rispetto ai discepoli. Questi sono i primi a essere congedati, prima ancora della folla di cui egli torna personalmente a occuparsi. Sul monte, in preghiera, Gesù si ferma a lungo: solo dopo le tre di notte si presenta ai suoi, anche se non li perde mai di vista. Dal monte il suo sguardo si posa su di loro, esausti dal remare contro un vento avverso (v. 48) e li raggiunge. Gesù aveva affidata ai suoi discepoli la missione di raggiungere l’altra riva. Solo raggiungendo l’altra riva, dove la popolazione pagana è maggioritaria, il segno dei pani raggiunge il suo pieno compimento... ma il cuore dei discepoli è troppo indurito per comprendere l’alta missione loro affidata (v. 52). E Gesù sembra rispettare i loro tempi e pur volendo già raggiungere Betsaida («voleva oltrepassarli»), sale sulla barca che tornerà nella direzione di partenza (v. 53): il cuore dei discepoli resta indurito e la missione che il Maestro vuole affidare loro resta offuscata.

Guarigioni a Gennèsaret La barca dei discepoli non raggiunge la meta fissata. Gesù stesso, pur volendo raggiungere l’altra riva del lago, ripiega sulla riva occidentale, dando l’idea che i Dodici non siano pronti per tale passo: il gruppo sbarcherà a Betsaida più avanti (8,22). Dovunque Gesù sbarca la sua persona diventa il centro di un movimento che porta a galla situazioni di malattia, debolezza, dipendenza. Tutte le azioni rappresentate in questi versetti si dirigono verso il corpo di Gesù, nonostante sia continuamente accerchiato e attorniato, egli è un uomo libero e liberante, capace di immergere i più deboli nell’esperienza di fede e di salvezza.

Più si progredisce nella narrazione più è chiaro che non è il contatto fisico con Gesù a essere importante, ma la relazione con la sua persona e l’adesione di fede alle sue pa­role. Solo così è possibile attingere quella forza che produce guarigione e salvezza.


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La liberazione dagli spiriti impuri 1Giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. 2Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. 3Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, 4perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. 5Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 6Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi 7e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». 8Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!». 9E gli domandò: «Qual è il tuo nome?». «Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti». 10E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. 11C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. 12E lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». 13Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. 14I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. 15Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. 16Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. 17Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. 18Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. 19Non glielo permise, ma gli disse: «Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te». 20Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

La liberazione dall'isolamento e dalla morte 21Essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. 22E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi 23e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». 24Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. 25Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni 26e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, 27udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. 28Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». 29E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. 30E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». 31I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». 32Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». 35Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». 37E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. 39Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. 41Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». 42E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La liberazione dagli spiriti impuri L’episodio si svolge in territorio pagano, dove Gesù inaugura il suo ministero esattamente come l’aveva inaugurato nella sinagoga di Cafarnao in 1,21-28. La scena si apre con una descrizione inquietante dell’os­sesso, particolarmente enfatizzata su due aspetti: il suo legame con la morte e con l’impurità, espresso dal fatto che l’uomo ha ormai la sua dimora nei sepolcri (la cosa viene ripetuta ben tre volte), e l’impossibilità di domarlo, anche con ceppi e catene (le catene vengono menzionate ancora tre volte). A questi due aspetti si aggiunge l’elemento disumanizzante del percuotersi e del gridare senza sosta. Non è fuori luogo, in questo contesto, richiamare la parabola narrata in 3,27, alla luce della quale Gesù entra in scena come «il più forte» in grado di legare «il forte» («Legione») e di restituire l’uomo alla sua dignità e libertà. Entrare in con­tatto con Gesù significa fare esperienza di un passaggio, di una trasformazione radicale la cui accoglienza, come dimostra la reazione degli abitanti della città, non è affatto scontata. La grande trasformazione avvenuta nell’ex-indemoniato viene sintetizzata dall’evangelista in tre tratti che ricompongono la sua dignità: «se­duto, vestito e sano di mente» (v. 15). Ma il Vangelo non si limita a rivestire chi prima era nudo: gli affida anche una missione, quella di testimoniare l’esperienza dell’azione di Dio e della sua misericordia. Di fatto Gesù chiede all’uomo di annunciare tutto questo nella sua casa, tra i suoi, luogo da cui era rimasto a lungo alienato, il che si trasforma presto in una vera e propria proclamazione del Vangelo nell’intera Decapoli. Qualcuno osa persino parlare dell’uomo come del «tredicesimo membro del gruppo dei Dodici scelti da Gesù» che trasforma la Decapoli in campo di evangelizzazione riempiendo tutti di meraviglia con la sua proclamazione. Alla fine dell’episodio toma il tema dello «stare con Gesù»: l’ex-indemoniato chiede infatti al Maestro di poter rima­nere con lui. Gesù non gli permette di unirsi al guppo dei Dodici ma, inviandolo, chiarisce indirettamente che «essere con lui» non significa tanto far parte del gruppo dei Dodici quanto piuttosto fare esperienza dell’azione potente di Dio e della sua misericordia, trasformando tutto questo in testimonianza e spazio di condivisione.

La liberazione dall'isolamento e dalla morte Adottando (come già in 3,20-35) il cosiddetto «racconto a incastro», l’evangelista intreccia due episodi lungo i quali vengono presentati altri due atti potenti di Gesù: la guarigione della donna affetta da perdite di sangue (5,25-34) e la risurrezione della figlia di Giàiro (5,21-24.35-43).

L’elemento che trova maggiore risalto nella de­scrizione della donna affetta da mestruazioni irregolari è il suo isolamento. Essa appare completamente sola: è possibile che una malattia del genere avesse spinto il marito a divorziare. La narrazione gioca sul passaggio dal totale isolamento e dalla piena segretezza all’aperta dichiarazione e alla pubblica testimonianza della donna, sollecitata da Gesù. In questo modo essa è liberata non solo dalla piaga che la affliggeva, ma anche da quell’isolamento in cui era confinata da dodici anni. Pubblicamente essa viene riconosciuta come sanata e reintegrata nella sua piena dignità, distinguendosi all’interno della narrazione non solo come modello di fede per i discepoli, ma anche come modello di relazione a Gesù per la folla: tutti, infatti, si spingono per stare attorno a lui, ma solo questa donna sa trasformare il contatto con il Maestro in una esperienza profonda di guarigione e liberazione.

Strettamente legata alla guarigione della donna affetta dalle perdite di sangue è la risurrezione della figlia di Giàiro. Se nella scena precedente la narra­zione passa dalla segretezza all’evidenza pubblica, qui avviene l’esatto contrario: dall’evidenza pubblica si passa a un contesto sempre più riservato (prima viene allontanata la folla, poi la maggioranza dei Dodici, quindi quanti attorno alla fan­ciulla piangono e si lamentano ma trovano anche la forza per deridere il Maestro), fino all’ingiunzione del silenzio a miracolo avvenuto. La ragazzina viene restituita alla pienezza dei suoi dodici anni e l’invito a darle da mangiare assicura non solo che la vita è tornata in lei ma anche che la malattia è totalmente sconfitta.

Il tema portante dei due episodi e ciò che li unisce al punto da illuminare un episodio con l’altro è quello della fede. La fede è talmente determinante che nel brano di 5,25-34 il miracolo si compie quasi senza un preciso atto di volontà di Gesù: se è vero che questi ha messo in moto la ricerca della donna nei suoi confronti, è anche vero che la forza di guarigione esce inaspettatamente da lui senza che sia possibile individuare la persona in oggetto. Il passaggio all’altra riva assume dunque un valore simbolico: indica il cammino umano e interiore che attende quelli che stanno con Gesù e che necessita, come fondamento, una fede piena e decisa (4,40).


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Introduzione al discorso in parabole 1Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. 2Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento:

La parabola della semente 3«Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». 9E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

Domanda dei discepoli sulle parabole 10Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. 11Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, 12affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato».

Gesù illustra la parabola 13E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? 14Il seminatore semina la Parola. 15Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. 16Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, 17ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. 18Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, 19ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. 20Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».

La responsabilità dei discepoli che ascoltano le parabole 21Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? 22Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. 23Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!». 24Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. 25Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

La parabola del seme 26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

La parabola del granello di senape 30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Conclusione del discorso in parabole 33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

La prima traversata da una riva all’altra 35In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». 36E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 37Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. 38Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 39Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. 40Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». 41E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

La parabola della semente Gesù utilizza un’immagine comune (quella di un seminatore che esce a seminare) per illustrare, davanti alla folla e ai discepoli, l’inevitabile destino della semente. Essa resterà, lungo tutto il discorso, un’im­magine polivalente: per certi aspetti colui che semina è facilmente identificabile con Dio, per altri rimanda a Gesù, ma non è da escludere l’identificazione con chiunque porti il messaggio del Vangelo. Per com­prendere la scena occorre tenere presenti la conformazione del terreno di Palestina e l’uso locale di seminare prima di procedere all’aratura: durante la semina il seme può cadere sul sentiero, tra le pietre e sulla terra buona: in tal senso, la parola di Dio incontra spazi che ne ostacolano il cammino e spazi che ne permettono la crescita e la maturazione. È ciò che i discepoli stanno constatando: di fronte a Gesù essi sperimentano da un lato le resistenze delle autorità religiose e dei familiari, dall’altro il crescere della folla, desiderosa di ascoltare. A tre esperienze di insuc­cesso crescente (sul sentiero la semente non ha futuro, sul terreno pietroso spunta ma viene subito riarsa, tra le spine spunta e cresce ma alla fine viene soffocata) seguono tre esperienze di successo progressivo (sul buon terreno la semente rende trenta, sessanta, cento volte tanto). Va rilevato che ciò che ostacola la crescita del seme non sono episodi meteorologici inevitabili, come possono essere la grandine o la siccità, ma la conformazione comune del terreno in cui il seme viene seminato. E questa a essere determinante. Ciò che viene messo a tema non sembra essere una questione di tipo missionario (l’universalità dell’annuncio) né una questione escatologica (il trionfo finale della Parola), ma la concretezza con cui si deve mi­surare chi si fa portavoce del Vangelo. Tutto si gioca nel rapporto tra il seme e la terra in cui questo cade. Destinatari della prima parabola sono i discepoli presenti sulla barca e la folla che ascolta dalla riva.

Domanda dei discepoli sulle parabole Al v. 10 lo scenario cambia bruscamente, Gesù si trova solo con i Dodici e con «quanti gli stavano attorno», riaffiora il contrasto tra quanti stanno «fuori» (3,31.32; 4,11) e quanti sono «attorno» a Gesù (3,32.34; 4,10), già da lui riconosciuti come sua propria famiglia.E su questo aspetto che si gioca la differenza di fronte al «mistero del Regno». Proprio perché stanno con lui, i Dodici e quanti si sono uniti a loro possono accedere al «mistero del Regno», cioè al disegno salvifico di Dio che ora trova il suo fulcro in Cristo. In tal senso esso è già dato, almeno in parte, perché accogliendo il Cristo i discepoli hanno accesso proprio al cuore di tale mi­stero. «Quelli di fuori», al contrario, sono tutt’occhi e tutt’orecchi ma, non volendo mettersi in gioco, optano per non vedere, non comprendere, non convertirsi, con la conseguenza di rimanere esclusi dalla salvezza. Ciò che fa la differenza di fronte al «mistero del Regno» è la volontà o meno di accogliere Gesù e di stare con lui: anche i Dodici non comprendono le parabole del loro Maestro, ma possono chiederne spiegazione e, stando con lui, sono ammessi al loro profondo significato, cosa impossibile per chi volutamente rimane fuori e non si lascia mettere in discussione.

Gesù illustra la parabola Una volta definito ciò che fa la differenza, Gesù illustra la parabola. Siamo al centro dell’intero discorso. Gesù esordisce con un rimprovero che mette in luce, per la prima volta, l’incomprensione dei discepoli e, quindi, il rischio a cui sono esposti, nonostante la loro vicinanza a Gesù. Il rischio su cui vigilare è quello dell’inintelligenza e della cecità: se da «quelli di fuori» Gesù si può aspettare una non comprensione, quando ciò proviene dai suoi diventa motivo di rimprovero. Nel passaggio dalla parabola alla sua spiegazione l’attenzione continua a rimanere sul seme e sulle diverse tipologie di terreno che hanno il potere di favorirne o meno la crescita. Se, però, in 4,3-9 domina il codice comunicativo dello spazio, con l’elenco dei luoghi in cui cade la Parola, si ha l’impressione che in 4,13-20 domini il codice del tempo; l’attenzione si posa, infatti, sulle diverse fasi che la Pa­rola deve attraversare per portare frutto.

La responsabilità dei discepoli che ascoltano le parabole Messo a fuoco il significato della parabola con la sottolineatura della responsabilità di quanti stanno con Gesù, lo sguardo si volge al futuro. Quelli che oggi sono ciechi potranno essere illuminati un giorno (vv. 21-23); e quelli che oggi possiedono il dono di Dio potranno perderlo, se non lo custodiranno attentamente. La prima parte del brano (vv. 21-23) gioca sul contrasto tra manifestazione e nascondimento, attraverso il parallelismo tra la lucerna destinata a essere posta sul lucerniere e il segreto destinato a essere rivelato. Se è vero che ad alcuni il mistero del Regno resta inaccessibile, è altrettanto vero che esso non è destinato a rimanere nascosto. Tutt’altro. La storia della salvezza continua il suo corso e i discepoli devono essere ben consapevoli della responsabilità loro affidata. Nella seconda parte del brano (vv. 24-25) l’ammonimento è rivolto ai discepoli, con una duplice immagine: quella della misura (v. 24) e quella del possesso (v. 25). Più la misura è alta (trenta, sessanta o cento) più il discepolo sarà considerato adatto a ricevere da Dio. Mentre la controparte nega­tiva espressa dal verbo airo («togliere, portare via») indica l’azione di satana consiste proprio nel portare via (il verbo usato è sempre airo) la Parola.

Le altre due parabole e la conclusione del discorso Dopo aver richiamato i discepoli alla responsabilità, il discorso si focalizza nuovamente sulla semente. Gesù propone due nuove parabole, le uniche (nel vangelo di Marco) che pongono a tema il regno di Dio. L’annuncio del Vangelo, grazie al quale il Regno viene comunicato, ha una forza vitale in se stesso, ma essa non può schiudersi da sola. Il seme ha bisogno di qualcuno che lo semina e di una terra che lo accoglie e che permette alla sua forza vitale di esprimersi. Chi semina viene caratterizzato dalla pazienza dell’at­tesa e dalla sapienza di mettere mano alla falce solo quando «il frutto lo permette» (v. 29). Pur apparendo inattivo, egli vigila sulla crescita del seme. L’immagine del granello di senape che diventa un grande albero serve a sostenere la fiducia di quanti (i discepoli, la comunità cristiana) sono coinvolti negli umili inizi del Regno, tenendo vivo il senso di responsabilità verso coloro che sono stati chiamati a trovare dimora e riparo al suo interno. Nell’insegnamento di Gesù le parabole sono il codice comunicativo per eccellenza, a cui tutti possono accedere; ma il vangelo secondo Marco precisa che l’atteggiamento positivo dell’ascolto non basta: esso deve essere seguito dal discepolato; in caso contrario il significato più profondo delle cose resta inaccessibile. Nel discorso in parabole si è ulteriormente scavato il solco che divide «quelli di fuori» da «quanti stanno attorno» al Maestro.

La prima traversata Le traversate del lago costituiscono un espediente narrativo di rilievo nel secon­do vangelo che vi si sofferma tre volte (4,35-41; 6,45-52; 8,14-21). I protagonisti coinvolti sono sempre Gesù e i discepoli e non esiste traversata che non sia caratterizzata da un momento di forte crisi. Due i temi portanti sollevati dalle traversate: l’apertura al mondo pagano con la fatica dei discepoli a capire le esigenze della missione loro indicata e affidata; l’identità di Gesù che resta sospesa tra gli interrogativi carichi di timore e di stupore dei discepoli e l’autorevolezza e signoria del Maestro sugli elementi della natura. La barca, nella trama marciana, è l’elemento che uni­ sce la due rive del lago di Tiberiade, barriera naturale che divide non solo la riva occidentale da quella orientale, ma due mondi sociali e culturali: quello caratterizzato da una forte presenza giudaica e quello pagano. Il racconto è segnato da vari elementi che segnano un “passaggio”: i discepoli si spostano dalla riva occidentale a quella orientale; da una terra popolata soprattutto da giudei a un’altra abitata in maggioranza da pagani; da una folla numerosa, che circonda Gesù, a un solo pagano, che sarà esorcizzato e proclamerà tutto ciò che Gesù ha fatto per lui nella Decapoli; da una visione di Gesù come «Maestro» all’interrogativo sulla sua identità; da una percezione della sequela a un’altra che mette in luce le sue esigenze... È tra i due poli di questi passaggi che si scatena la tempesta che solo il Maestro riesce a placare. In Marco i discepoli sollevano un interrogativo di merito su Gesù, mettendo in dubbio la sua attenzione verso di loro. Nella parabola di 4,26-29 il regno di Dio era stato paragonato a «un uomo che getta il seme nel terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia»... Ora, di fronte al riposo prolungato e profondo di Gesù, colti dal sopraggiungere della notte e dalle forze ostili della natura, i discepoli vedono la loro fiducia spazzata via e il sonno del Maestro viene interpretato come un segno di indifferenza e disinteresse. Di fatto, quello che essi stanno vivendo attesta proprio il contrario: il seme sta crescendo e quello che essi interpretano come disinteresse si tradurrà presto in una manifestazione di grande attenzione non solo per il popolo eletto ma anche per quanti appartengono al mondo pagano. L’intervento di Gesù appare un esor­cismo cosmico, non più diretto a un solo individuo (come in 1,21-28), ma alle forze della natura. Se da un lato la scena richiama l’episodio di Giona (cfr. Gio 1,4-6.10.16 e Sal 107,23-30), dall’altro se ne distacca nettamente, mostrando come Gesù non abbia bisogno di rivolgersi a nessuno per placare il vento e il mare: in lui agisce niente meno che la potenza di Dio. Se era stato, per certi aspetti, semplice accogliere Gesù «così com’era», non è altrettanto semplice accettarlo «così com’è»: essi non accettano che Gesù dorma (v. 38a), fraintendono il suo sonno come disinteresse (v. 38b), sollevano l’interrogativo sul suo conto (v. 41).


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Gesù, l’uomo con la mano rattrappita e i farisei 1Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, 2e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo. 3Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati, vieni qui in mezzo!». 4Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano. 5E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano fu guarita. 6E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Gli orizzonti e l'obiettivo della missione 7Gesù, intanto, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea 8e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui. 9Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. 10Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. 11Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». 12Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

L’istituzione dei Dodici 13Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. 14Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare 15con il potere di scacciare i demòni. 16Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, 17poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; 18e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo 19e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.

Una nuova famiglia 20Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. 21Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé». 22Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». 23Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? 24Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; 25se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. 26Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. 27Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. 28In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; 29ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». 30Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro». 31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. 32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Gesù, l’uomo con la mano rattrappita e i farisei Salvare o uccidere? La provocazione di Gesù. Il fulcro del brano è la domanda stessa di Gesù che viene personificata da quanti sono presenti sulla scena: il male e la volontà di uccidere trovano, infatti, con­cretizzazione negli atteggiamenti e nella decisione conclusiva dei farisei; mentre il bene e la volontà di salvare trovano espressione nella scelta di Gesù di guarire l’uomo nella sinagoga. Guarigione e controversia si intrecciano, ma l’accento è chiaramente posto su quest’ultima. Se finora Gesù si è lasciato interpellare e ha sempre risposto, ora prende lui stesso l’iniziativa. In questo episodio gioca un ruolo importante anche l’incrocio degli sguardi. Sono questi che, sottilmente, definiscono i personaggi presenti sulla scena. Se, nel v. 1, lo sguardo del lettore viene invitato a posarsi, insieme a quello di Gesù, sull’uomo con la mano rattrappita (particolare che dice attenzione alla persona), contemporaneamente esso viene avvertito della presenza avversa, inizialmente non identificabile, di qualcuno che «spia» Gesù, con uno sguardo dichiaratamente negativo e malizioso perché ha come finalità quella di provocare un’accusa (v. 2). A questo sguardo ostile, negativo, il Maestro risponde con uno sguardo interrogativo, capace di abbracciare tutti i presenti e di provocarli non solo con una domanda, ma con un messaggio di collera, desideroso di scalfire quell’indurimento di cuore che genera solo piani di morte (v. 5). La tipologia dello sguardo è strettamente associata ad alcuni atteggiamenti di fondo: volontà di accusa, silenzio, durezza di cuore da parte dei farisei; atten­zione all’uomo, volontà di salvezza, ira e profonda tristezza da parte di Gesù. Gesù si presenta come colui che ha il potere di interpretare la Legge con un’autorità superiore a quella di Davide (2,25-26), evocando la figura misteriosa del Figlio dell’uomo, che richiama da un lato una totale solidarietà con l’umanità e dall’altro una pro­ fonda vicinanza a Dio (2,10.28). La novità irrompe nella storia ma gli otri si presentano fin dalle prime battute come contenitori logori. Il pericolo che si profila all’orizzonte è proprio quello enunciato in 2,22: il vino giovane rischia di far scoppiare gli otri, provocando la drammatica perdita dell’uno e degli altri.

Gli orizzonti e l'obiettivo della missione La menzione della «grande massa di gente» fa da cornice a un elenco di riferimenti geografici che, partendo dalla Galilea, luogo di azione di Gesù, allargano l’orizzonte. L’elenco da un lato sembra seguire l’ordine dei punti cardinali (dopo la Galilea vengono menzionate: a sud la Giudea con Gerusalemme e l’Idumea; a est la Transgiordania o Perea; a nord i territori di Tiro e Sidone), dall’altro sembra procedere dal cuore della religiosità e identità di Israele (la Giudea con Gerusalemme) ai territori pagani per ec­cellenza (Tiro e Sidone). Nell’elenco non sono menzionate la Samaria (mai citata dall’evangelista) né la Decapoli; quest’ultima, però, è forse inclusa tra le regioni «al di là del Giordano». Avendo lasciato il mestiere di pescatori, i discepoli sono stati chiamati ad accogliere quello di «pescatori di uomini» (1,17); abbandonando l’autorità pa­tena di Zebedeo, i suoi figli sono chiamati ad accogliere quella di Gesù; infine, lasciata la barca del padre, i discepoli sono invitati a salire su un’altra barca (3,9), che sembra evocare l’immagine della comunità che va componendosi attorno al Maestro. Grazie ad essa, Gesù può mantenere una sorta di distanza di sicurezza dalle esigenze della folla e assicurare un rapporto di intimità con i discepoli. La barca delimita, in altre parole, uno spazio privilegiato che Gesù condivide solo con i discepoli: per la folla è il luogo da cui Gesù insegna, per i discepoli lo strumento a cui è affidata la sfida di raggiungere l’altra riva del lago. Per ben tre volte Gesù affiderà questo incarico ai Dodici e per tre volte la traversata si rivelerà tutt’altro che tranquilla (4,35-41 ; 6,45-52; 8,13-21). Non è certo un caso che la barca torni in scena ora, nel momento in cui l’evangelista sottolinea l’estensione dell’annuncio di Gesù al di là dei confini d’Israele. Proprio la barca sarà lo strumento necessario per costruire un ponte tra il mondo ebraico e il mondo pagano.

L’istituzione dei Dodici La scelta dei Dodici è un segno che illustra la vi­cinanza del Regno e che va compreso nel clima religioso e culturale del I secolo, quando era attesa la riunificazione delle dodici tribù d’Israele. Dalla comunione tra i Dodici e Gesù dipende l’annuncio e l'af­fermarsi del Regno; i Dodici sono chiamati a essere trasparenza del Maestro, conformandosi ai diversi tratti della sua missione. Il loro «essere con lui» si traduce immediatamente in un essere inviati come lui. Non si può «essere» con Gesù senza «andare» con lui. L’intera scena è caratterizzata dall’iniziativa di Gesù. Egli non solo sceglie quelli che vuole, ma ben nove degli undici verbi principali descrivono azioni di Gesù; la risposta dei Dodici viene scandita da due sole espres­sioni: «essi si recarono da lui», in 3,13 (verbo che evoca un’esperienza positiva) e «quello che lo tradì», in riferimento a Giuda in 3,19 (verbo che evoca un’espe­rienza negativa). Ci troviamo, in altre parole, davanti a una comu­nità che oscilla tra l’adesione e il tradimento.

Una nuova famiglia Nell’ondata di opposizione che investe il Maestro, la reazione che crea maggior imbarazzo ai lettori resta, quella proveniente dai suoi familiari. Nei vv. 20-21 i parenti di Gesù si erano messi in movimento, preoccupati non solo per quello che sarebbe potuto succedere a lui ma anche per l’ombra che questi stava gettando sul clan familiare; nei vv. 31-35 essi raggiungono la loro meta e trovano palese conferma della totale ridefinizione delle categorie sociali che Gesù sta portando avanti. I discepoli sono la nuova “casa” di Gesù, la sua nuova famiglia, a cui è aperta la possi­bilità di una relazione più forte di quella del sangue. I vv. 31-35 giocano sul contrasto tra «l’essere fuori» della madre e dei fratelli e «l’essere attorno» di chi ascolta, ribadendo che per essere discepoli di Gesù occorre “entrare nel cerchio”, coinvolgersi, tratto che viene ben precisato nella risposta che Gesù dà a chi lo avverte della presenza, «fuori», di sua madre, dei suoi fratelli e delle sue sorelle: «Chi è mia madre e (chi sono) i miei fratelli?» (v. 33). Prima di riferire la risposta, Marco descrive lo sguardo di Gesù che abbraccia quanti gli sono seduti attorno e aggiunge: «Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi compie la volontà di Dio, questi è mio fratello, sorella e madre» (3,34-35). Emerge qui uno degli obiettivi principali dell’evangelista: ridefinire la famiglia di Gesù a partire dal vocabolario del discepolato e, al contempo, ridefinire l’identità dei discepoli utilizzando le categorie tipiche dei rapporti familiari. Il brano si chiude all’insegna dell’ironia marciana: coloro che si sono lasciati allarmare dall’accusa rivolta a Gesù di essere «fuori di sé» finiscono per rimanere essi stessi «fuori»: sono «usciti» dai propri ambienti (v. 21), e restano «fuori» dal cerchio degli stessi discepoli di Gesù (v. 32). Va, tuttavia, rilevato che Gesù non esprime un giudizio nei confronti dei suoi parenti: al contrario, essi sono piuttosto invitati a unirsi ai veri discepoli entrando nella nuova famiglia che Gesù ha composto.


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I quattro «perché»

Perché parla così? 1Entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. 3Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. 4Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. 5Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». 6Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: 7«Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». 8E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? 9Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? 10Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, 11dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». 12Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Perché mangia con loro? 13Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. 14Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 15Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. 16Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 17Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Perché non digiunano? 18I discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da lui e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». 19Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. 20Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno. 21Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. 22E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».

Perché non osservano il sabato? 23Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. 24I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». 25Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? 26Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!». 27E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! 28Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Perché parla così? Secondo gli scribi, per Gesù è più facile rimettere i peccati che non guarire il paralitico: se infatti la guarigione necessita di una prova evidente, la remissione dei peccati non può essere provata. Secondo Gesù, le cose stanno diversa- mente: è più semplice compiere il miracolo che non rimettere i peccati. Compiere un miracolo significa suscitare l’entusiasmo della folla e mettere a tacere ogni obiezione. Ma non è sul miracolo che Gesù vuole attirare l’attenzione. Per tale motivo, anche se la cosa è più compromettente, egli si rivolge al paralitico assicurando il perdono dei peccati. Va ricordato che nel contesto del I secolo la malattia era spesso ritenuta una conseguenza del peccato. La parola di Gesù nei confronti del paralitico («Figlio, ti sono perdonati i peccati», v. 5) rompe tale associazione: chiamandolo «figlio», lo strappa a una definizione («paralitico») che assimila l’uomo alla sua malattia; rimettendo i peccati, ribadisce che la sua situazione non è dovuta al peccato (l’uomo resta, infatti, steso sul suo giaciglio, anche dopo la dichiarazione di Gesù). Agendo in questo modo, Gesù sottolinea l’obiettivo della sua missione: indicare la presenza del Regno e invitare a un cambio radicale di mentalità necessario per accoglierlo. Alla fine della narrazione, tutti gli spazi si aprono e tutti i soggetti compiono un movimento, folla compresa, che da massa incolore e confusa si ritrova trasformata in assemblea capace di lodare Dio. Le uniche persone che forse rimangono ferme sono gli scribi, seduti in casa e chiusi nelle loro mormorazioni (2,6).

Perché mangia con loro? La vocazione di Levi riprende la struttura globale di 1,16-20 ed è seguita da un episodio simile: come Gesù, dopo aver chiamato Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni si reca a casa dei primi due, così, dopo la chiamata di Levi, il Maestro fa visita a quest’ultimo. La tipologia di vocazione, però, è diversa: a Levi non è richiesto di lasciare ogni cosa per seguire Gesù, il che spiega anche la sua assenza nell’elenco dei Dodici (3,16-19). La sequela ha diverse espressioni: una è incarnata dai primi quattro discepoli (1,18.20), un’altra da Levi (2,14), un’altra ancora dai molti che insieme a lui seguono Gesù (2,15). Perché mangia con i funzionari delle imposte e con i peccatori? Condividere i pasti, nel I secolo, non equivale semplicemente ad accettare un invito a pranzo. La commensalità è il luogo delle relazioni profonde e dell’accoglienza vicendevole. Sedendo a tavola con i peccatori e i funzionari delle imposte, Gesù li riconosce quali persone degne della sua attenzione e, allo stesso tempo, mette in discussione tutto il sistema di purità sul quale si basa l’identità del popolo e la sua distinzione dal mondo pagano. Gesù non ha solo l’autorità di rimettere i peccati, ma anche quella di stabilire una modalità nuova di relazione, nella quale certi criteri di distinzione religiosa e sociale cadono, e l’acco­glienza e la condivisione precedono ogni appello di conversione.

Perché non digiunano? La domanda mette in evidenza una presa di distanza di Gesù dal contesto religioso che lo circonda: non solo da quello dei farisei (dalle cui pratiche, come abbiamo già avuto modo di vedere, sembra dissociarsi), ma anche da quello di Giovanni Battista che pur ha avuto un ruolo significativo nell’avvio della missione di Gesù. La risposta di Gesù (che, secondo lo stile semitico, ha la forma di una contro-domanda) si configura attorno all’immagine di una festa di nozze, dove Gesù si identifica con lo sposo. L’immagine è però adombrata da un presagio: «verranno giorni nei quali lo sposo sarà loro strappato» (v. 20). Anche se le nozze sono già in corso, esse si dirigono verso una pagina segnata dallo strappo e dall’allontanamento dello sposo (la morte di Gesù), momento che, come avremo modo di notare, diventa il luogo in cui le nozze, invece di venir meno, si compiono e la novità irrompe definitivamente nella storia.

Perché non osservano il sabato? Gesù non ha mai messo in discussione l’importanza del sabato, né l’evangelista si propone di farlo... Le uniche due controversie pre­ senti nel vangelo di Marco sul sabato sono questa e quella che segue (3,1-6); in entrambe, il punto non è l’abrogazione del sabato, ma la sua corretta interpretazione. Si tratta di brani che vanno colti sullo sfondo di un dibattito già esistente ai tempi di Gesù, ma che assunse un particolare vigore con la nascita delle prime comunità cristiane. Se i farisei, nel loro comportamento e nelle loro considerazioni, interpretano la Torà attraverso la tradizione orale, Gesù mostra di avere un’autorità superiore, che nasce da un legame diretto con Dio, evocato dal Figlio dell’uomo. Questa libertà, per i farisei, diventa però una pretesa inaccettabile che condurrà a una decisione drastica (cf 3,1-6).


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PROLOGO (1,1-13)

Titolo 1Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.

L’annuncio del Battista 2Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. 3Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, 4vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 5Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. 7E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Il battesimo di Gesù 9Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. 11E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Una nuova creazione 12E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

IL MINISTERO PUBBLICO (1,14-14,50)

Convertitevi e credete al Vangelo 14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Gesù chiama i primi discepoli 16Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». 18E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 19Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. 20E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Nella sinagoga di Cafarnao – prima guarigione 21Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, 24dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». 25E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». 26E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». 28La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Nella casa di Simone – seconda guarigione 29E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Tutti presso la porta terza guarigione 32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

Oltre Cafarnao 35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

L’uomo affetto da lebbra quarta guarigione 40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO MARCO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Giacomo Perego © Ed. San Paolo, 2011)

Il secondo vangelo si apre con un prologo il cui carattere programmatico emer­ge già a partire dall’intestazione del v. 1. Scandito in tre scene, esso presenta: 1. l’annuncio di Giovanni Battista, a cui risponde la corsa di una folla assetata di salvezza (1,2-8); 2. il battesimo di Gesù nell’assoluto anonimato (1,9-11); 3. il ritorno alle origini con il ristabilimento dell’armonia della creazione (1,12-13).

Le tre scene corrispondono alle grandi tappe della vita di Gesù: 1. il ministero pubblico, grazie al quale il Regno si manifesta presente, offrendo risposte concrete alla sete di salvezza dell’uomo; 2. il battesimo «di sangue», che trova il suo culmine nella passione, morte e sepoltura di Gesù nella nudità più disarmante; 3. la rinascita di ogni cosa in quel «primo giorno dopo il sabato», che vede il nuovo Adamo risplendere nei tratti del «giovane» che annuncia la risurrezione di Gesù alle donne.

Nel prologo, il deserto emerge come il luogo dell’incontro tra Dio e il suo popolo, come lo spazio dell’austero appello che il Signore rivolge a un popolo non sempre disponibile all’ascolto.

«Vangelo» per Marco non è solo la parola di Gesù, ma la sua stessa vita, che sfocia nel mistero della sua passione, morte e risurrezione. L’evangelista viene considerato come “l’inventore” del genere letterario «vangelo» inteso come «racconto» che si propone di rendere viva la parola e la persona di Gesù Cristo.

Fin dall’apertura della narrazione il lettore è invitato ad accostare il Vangelo secondo una prospettiva di fede: Gesù è il Messia atteso, l’unto, riconosciuto dal Padre come «Figlio amato» (1,11). Le due apposi­zioni che specificano l’identità di Gesù sembrano scandire l’intero arco narrativo: se il ministero pubblico in Galilea sarà contrassegnato dal progressivo riconosci­ mento di Gesù come Messia (8,29), il suo ministero a Gerusalemme, comprensivo della pagina relativa alla sua passione e morte, culminerà nel riconoscimento della sua identità quale «Figlio di Dio» da parte del centurione romano ai piedi della croce (15,39). Questo legame tra 1,1 e 15,39 rende plausibile la posizione di chi ritiene che Marco volesse in qualche modo presentare Gesù quale vero antagonista dell’imperatore e delle sue pretese: Gesù è l’unico e vero «Figlio di Dio» che offre al mondo l’unico e vero «Vangelo» che nessun imperatore può offrire.

Il primo atto del ministero pubblico di Gesù ha come sfondo geografico la Galilea e come perno la città di Cafarnao. La narrazione presenta due movimenti. Nel primo (1,16-45), dopo la chiamata dei discepoli (1,16-20), Marco racconta il successo del ministero di Gesù che rag­giunge spazi sempre più estesi e orizzonti sempre più ampi. Quattro interventi di guarigione scandiscono il racconto: la guarigione di un uomo posseduto da uno spirito impuro, nella sinagoga (1,21-28); quella della suocera di Pietro, in casa sua (1,29-31); quella dei malati di Cafarnao, davanti alla porta (1,32-34); quella del lebbroso, in un luogo non ben precisato (1,40-45). Il programma che Gesù annuncia in 1,14-15 prende avvio e il lettore assiste al crescendo della fama pubblica di Gesù e alla presenza concreta del Regno in tutti i luoghi possibili (la sinagoga, la casa, la porta, i luoghi solitari, la strada); il successo esteriore dell’annuncio rischia però di venire compromesso dai bisogni della folla e dei singoli miracolati, i quali sono colpiti dalle guarigioni più che dai segni del Regno. È questo il primo ostacolo che Gesù si trova ad affrontare.

Il ministero di Gesù alla fine del primo capitolo sembra arrivare a un vicolo cieco. Egli da un lato si lascia coinvolgere dalla miseria della gente, può e vuole guarirla; dall’altro capisce che questo rischia di sbilanciare tutto il ministero esclusivamente sulla sua potenza taumaturgica, lasciando in secondo piano l’an­ nuncio del Vangelo e l’appello alla conversione. Tenere insieme le due cose non si rivela facile e l’ostacolo giunge proprio da coloro che sono i beneficiari della sua azione, come il lebbroso. Intanto, l’afflusso della gente continua a crescere! Detto in altre parole, nonostante i buoni propositi, l’obiettivo di partenza sembra compromesso. Tra la folla che applaude entusiasta e sbalordita si mescola, nel frattempo, anche un movimento di opposizione che andrà sempre più crescendo, come dimostreranno le controversie che seguono.


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L'annuncio della risurrezione 1Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. 2Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. 3Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. 4Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. 5L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. 6Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. 7Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». 8Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. 9Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. 10Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

I giudei davanti alla tomba vuota 11Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. 12Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, 13dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. 14E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». 15Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino ad oggi.

La missione dei discepoli 16Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Approfondimenti

(cf Santi Grasso IL VANGELO DI MATTEO © 2014, Città Nuova Editrice)

L'annuncio della risurrezione Il racconto ha inizio con la descrizione di alcune donne che vanno a far visita al sepolcro di Gesù e termina con il quadro del loro incontro con lui vivo. L'an­gelo comunica loro che Gesù non sottostà più ai vincoli della morte, ma è risorto. Esse, dopo averlo incontrato, diventano testimoni autorevoli della risurrezione nei confronti dei discepoli. Questo annuncio è fondamentale per essi che avranno la possibilità nuovamente di incontrare il Risorto in un rapporto nuovo basato sulla relazione di fraternità.

I giudei davanti alla tomba vuota È forse in un contesto di polemica tra la prima Chiesa e il giudaismo che questo racconto diventa molto importante per conferire credibilità all'annuncio del vange­lo il quale ha come garanti non dei ciarlatani, ma dei testimoni autentici dell'incon­tro con il Risorto. Il lettore è così messo al corrente della duplice interpretazione della tomba vuota: per i discepoli è segno della risurrezione fondata sull'intervento divino e sull'incontro con Gesù redivivo, mentre per i capi giudei corrisponde al trafugamento del cadavere, garantito da falsi testimoni comprati con denaro.

La missione dei discepoli Alla conclusione del suo vangelo, Matteo traccia il programma della comunità credente. Questo, che sta sotto l'autorità e la responsabilità del Risorto, consiste nella missione. Il progetto di estensione dell'annuncio a tutte le genti senza esclu­sione di sorta avviene attraverso il battesimo, azione salvifica che inserisce il creden­te in una nuova relazione con Dio Padre, Figlio e Spirito, e nell'insegnamento della parola di Gesù. La comunità dei discepoli è chiamata a ricordare a tutti gli uomini la presenza attiva e costante del Risorto che agisce nella storia.


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Gesù consegnato a Pilato e la morte di Giuda 1Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. 2Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. 3Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, 4dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». 5Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. 6I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». 7Tenuto consiglio, comprarono con esse il «Campo del vasaio» per la sepoltura degli stranieri. 8Perciò quel campo fu chiamato «Campo di sangue» fino al giorno d’oggi. 9Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, 10e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

Gesù davanti a Pilato 11Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». 12E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. 13Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». 14Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. 15A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. 16In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. 17Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». 18Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. 19Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». 20Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. 21Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». 22Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». 23Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». 24Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». 25E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». 26Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Gesù, il re schernito dai soldati 27Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. 28Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, 29intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». 30Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. 31Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

La crocifissione di Gesù 32Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. 33Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 34gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. 35Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 36Poi, seduti, gli facevano la guardia. 37Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». 38Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. 39Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo 40e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». 41Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: 42«Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. 43Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». 44Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

La morte di Gesù 45A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 46Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 47Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». 48E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. 49Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». 50Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. 51Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, 52i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. 53Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. 54Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». 55Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. 56Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.

La sepoltura di Gesù 57Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. 58Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. 59Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito 60e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. 61Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. 62Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, 63dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. 64Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». 65Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». 66Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Approfondimenti

(cf Santi Grasso IL VANGELO DI MATTEO © 2014, Città Nuova Editrice)

Gesù consegnato a Pilato e la morte di Giuda Il primo vangelo riporta la descrizione della morte di Giuda con un'intenzione catechetica. L'episodio ha lo stile del racconto haggadico che, facendo ricorso ad al­lusioni e citazioni scritturistiche e al modello letterario del malvagio colpito dal suo proprio destino, serve a comporre una riflessione-monito alla comunità credente. La morte di Gesù mette a nudo l'infedeltà d'Israele, già denunciata da una schiera innumerevole di profeti. Infatti la sua condanna non è imputabile unicamente alla responsabilità di Giuda, che peraltro si è pentito, ma ai capi del popolo che hanno rifiutato il messia.

Gesù davanti a Pilato La narrazione del processo romano non è né il verbale di un processo, né la sin­tesi di un testimone oculare, ma un testo guidato da preoccupazioni catechistiche e forse anche apologetiche. La condanna di Gesù, decisa dai capi, è richiesta all'u­nanimità e in maniera consapevole anche dal popolo presente che invece avrebbe dovuto essere proprio il primo beneficiario del dono messianico. Al contrario, i pagani rappresentati da Pilato e sua moglie non trovano nelle accuse una vera e propria ragione di condanna. Pertanto la decisione del governatore romano, che permette di crocifiggere Gesù, avviene per motivi non di giustizia, ma di opportuni­tà nei confronti delle pressanti richieste della folla presente al processo, manipolata dai capi giudei.

Gesù, il re schernito dai soldati In nessun'altra scena della passione Gesù viene così schernito e vilipeso. Egli assume i tratti del messia umile e del servo fedele, oltraggiato dagli uomini (Is 50, 6), diventando il modello di tutti coloro che per seguirlo devono mettere in conto il dileggio e l'irrisione da parte di un ambiente ostile e prevenuto.

La crocifissione di Gesù Con la scena della crocifissione la degradazione di Gesù arriva al culmine. La croce, strumento di tortura e di morte, non provoca soltanto un decesso dolorosis­simo ed è causa di una morte socialmente infamante. L'immagine di Gesù, il messia, non è quella di un personaggio vincente nella storia, esentato dal dolore e dalla disperazione, ma di colui che, vivendo fedelmente la sua condizione di impotenza estrema, è vittima dell'ingiustizia e della violenza umana.

La morte di Gesù La descrizione di Gesù che muore in croce, rappresentato attraverso i lineamen­ti del giusto, non toglie alla vicenda tutta la sua tragicità e atrocità, anche se essa deve essere compresa nel suo più profondo significato teologico e spirituale. La croce sembra smentire la pretesa messianica di Gesù che ora appare abbandonato dal Padre. Al contrario è proprio nella croce che si manifesta la presenza di Dio at­traverso quei segni straordinari che conducono i pagani a riconoscere nel crocifisso del Golgota il Figlio di Dio.

La sepoltura di Gesù Con la sepoltura sembra definitivamente concludersi la vicenda di Gesù, il pro­feta di Nazaret che aveva saputo entusiasmare la folla, ma che è stato inchiodato su una croce. Tuttavia essa non è l'ultima parola di Dio alla storia. Il crocifisso, con­trariamente ai progetti degli uomini, supererà la barriera della morte, risuscitando alla vita.


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Introduzione al racconto della passione 1Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: 2«Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso». 3Allora i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, 4e tennero consiglio per catturare Gesù con un inganno e farlo morire. 5Dicevano però: «Non durante la festa, perché non avvenga una rivolta fra il popolo».

L'unzione di Betania 6Mentre Gesù si trovava a Betània, in casa di Simone il lebbroso, 7gli si avvicinò una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre egli stava a tavola. 8I discepoli, vedendo ciò, si sdegnarono e dissero: «Perché questo spreco? 9Si poteva venderlo per molto denaro e darlo ai poveri!». 10Ma Gesù se ne accorse e disse loro: «Perché infastidite questa donna? Ella ha compiuto un’azione buona verso di me. 11I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. 12Versando questo profumo sul mio corpo, lei lo ha fatto in vista della mia sepoltura. 13In verità io vi dico: dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto».

Il tradimento di Giuda e la preparazione della Pasqua 14Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti 15e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. 16Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo. 17Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 18Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». 19I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. 20Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. 21Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». 22Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». 23Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. 24Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». 25Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

L'ultima Cena 26Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». 27Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, 28perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. 29Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». 30Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Annuncio del rinnegamento di Pietro 31Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. 32Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». 33Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». 34Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». 35Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.

Gesù e i discepoli al Getsemani 36Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». 37E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. 38E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». 39Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». 40Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? 41Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 42Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». 43Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. 44Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. 45Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. 46Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

L'arresto di Gesù 47Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». 49Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. 50E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. 51Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. 52Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. 53O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? 54Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». 55In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. 56Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

Gesù davanti al sinedrio 57Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. 59I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; 60ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, 61che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». 62Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 63Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». 64«Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». 65Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; 66che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». 67Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, 68dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».

Il rinnegamento di Pietro 69Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». 70Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». 71Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». 72Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». 73Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». 74Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. 75E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.


Approfondimenti

(cf Santi Grasso IL VANGELO DI MATTEO © 2014, Città Nuova Editrice)

Introduzione al racconto della passione L'annotazione cronologica e circostanziale di Luca e di Marco corrisponde in Matteo ad un'introduzione teologico-spirituale all'intero dramma della passione, in cui si invita la comunità a seguire il messia rifiutato e perseguitato. Gesù non viene colto di sorpresa dalla sua sorte, bensì la prevede e l'annuncia ai suoi discepoli; ciò non esclude la responsabilità dei capi, ma mette in rilievo l'implicazione di altre forze.

L'unzione di Betania L'episodio, che vuole descrivere il gesto di amore e di stima nei confronti di Gesù da parte di un'anonima, si inserisce molto opportunamente nel quadro teolo­gico del primo vangelo, secondo il quale le donne hanno un particolare ministero nei confronti della morte e della vita. Attraverso questo racconto si possono rilevare all'interno del gruppo più vicino a Gesù i contrasti e le incomprensioni che costituiscono un triste bilancio della sua missione. Di fronte al gesto profetico della sua morte i discepoli non solo rimangono estranei, ma addirittura fanno obiezione e protestano. L'unzione di Betania da una parte offre il criterio per valutare l'acco­glienza ai poveri con i quali il messia crocifisso si è reso solidale, dall'altra diventa il momento dell'annuncio profetico della morte di Gesù seguita dalla speranza della risurrezione di cui la comunità evangelizzatrice si fa portavoce.

Il tradimento di Giuda e la preparazione della Pasqua In Matteo si accentuano le tinte negative del ritratto di Giuda per motivi ca­techistici così da mettere in guardia i credenti. Il discepolo che viene meno alla sequela di Gesù, tradendo, rappresenta l'anti-modello del credente. Questa crisi di perseveranza può coinvolgere qualsiasi membro della comunità. D'altro canto Gesù è colui che ha in mano la situazione, egli conosce le intenzioni di Giuda e in maniera autorevole manda i discepoli a preparare la pasqua, celebrazione che nella comunità credente assumerà un nuovo significato perché annuncia il dono della sua vita.

L'ultima Cena Nel brano dell'ultima cena troviamo la chiave interpretativa del racconto della passione. Nel racconto della passione, infatti, veniamo a conoscere che cosa Gesù ha sofferto, ma non perché ha sofferto. Questo ci è detto nel racconto della cena: egli va incontro alla passione per noi «questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati». Pertanto la missione del messia che viene indicata dall'angelo a Giuseppe mediante il conferimento del nome: «lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati», si compie ora (cf. Mt 1, 21). Soltanto nel Vangelo di Mat­teo, il battesimo di Giovanni non è in funzione della loro remissione per evidenzia­re come questa effettivamente si attui nella celebrazione della morte di Gesù con l'eucarestia (cf. Mc 1,4; Lc 3, 3).

Annuncio del rinnegamento di Pietro Lo scandalo che Gesù susciterà nei suoi discepoli è quello della croce che sarà superato soltanto dopo il loro incontro con il Risorto. Dunque la sua cattura por­terà alla loro defezione. Questa crisi non solo è il risultato della loro infedeltà, ma anche della sua morte.

Gesù e i discepoli al Getsemani L'episodio del Getsemani presenta un Gesù scosso e turbato che va incontro agli avvenimenti della passione non come un eroe o senza emozioni. Egli che, come qualsiasi uomo, è preso dall'angoscia e dallo spavento, rivolgendosi in preghiera al Padre, diventa il modello dell'orante nel momento della prova e della sofferenza. In virtù della preghiera, ambito in cui si comprende la volontà di Dio, non viene sopraffatto dal proprio destino, ma va incontro ad esso, invitando anche i discepoli a seguirlo.

L'arresto di Gesù Di fronte agli aggressori condotti da uno dei suoi dodici discepoli, Gesù non reagisce con la violenza, ma in coerenza all'annuncio del suo vangelo, che ha come vertice l'amore dei nemici (Mt 5, 38-48), si rivela il «servo» fedele, annoverato tra i malfattori (Is 53, 12). Egli non si esime da questa vicenda tragica, ma la vive fino in fondo pagando personalmente la sua scelta non-violenta che contrasta il tentativo umano di farsi giustizia da soli.

Gesù davanti al sinedrio Gesù, che per i responsabili giudaici è un bestemmiatore da eliminare e un mes­sia da insultare, è in realtà il Signore e il giudice glorioso che realizza la sua missione messianica in conformità al piano di Dio. La sua condanna è frutto di macchinazio­ni che mettono in rilievo la loro perversità. Il progetto di Dio si sta realizzando in maniera paradossale: richiede a Gesù non solo la fedeltà fino alla morte, ma anche la capacità di sopportare l'insulto e il dileggio.

Il rinnegamento di Pietro Questo episodio, oltre che riportare l'infedeltà di Pietro, ha una chiara funzione parenetica, mettendo in luce come la sequela del messia crocifisso non è facile e non sopporta compromessi. Non si può seguire Gesù e al tempo stesso tutelare se stessi. Si avverte come ogni credente possa trovarsi nella stessa situazione del primo disce­ polo, tuttavia anche dopo il tradimento è sempre aperta la strada del pentimento.


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