📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Rivincita degli assediati 1Giuditta rispose loro: “Ascoltatemi, fratelli: prendete questa testa e appendetela sugli spalti delle vostre mura. 2Quando apparirà la luce del mattino e il sole sorgerà sulla terra, prenderete ciascuno le vostre armature da guerra e ogni uomo valido uscirà dalla città. Quindi date inizio all'azione contro di loro come se voleste scendere in pianura contro le prime difese degli Assiri, ma non scenderete. 3Quelli prenderanno le loro armi e correranno nel loro accampamento a svegliare i capi dell'esercito assiro. Poi si raduneranno insieme davanti alla tenda di Oloferne, ma non lo troveranno e così si lasceranno prendere dal terrore e fuggiranno davanti a voi. 4Allora inseguiteli voi e quanti abitano l'intero territorio d'Israele e abbatteteli nella loro fuga. 5Ma, prima di far questo, chiamatemi Achiòr l'Ammonita, perché venga a vedere e riconoscere colui che ha disprezzato la casa d'Israele e che lo ha inviato qui tra noi come per destinarlo alla morte”. 6Chiamarono subito Achiòr dalla casa di Ozia ed egli, appena giunse e vide la testa di Oloferne in mano ad un uomo in mezzo al popolo radunato, cadde a terra e rimase senza respiro. 7Quando l'ebbero sollevato, si gettò ai piedi di Giuditta pieno di riverenza per la sua persona e disse: “Benedetta sei tu in ogni tenda di Giuda e tra tutti i popoli: quanti udranno il tuo nome saranno presi da terrore. 8Ed ora raccontami tutto quello che hai fatto in questi giorni”. E Giuditta in mezzo al popolo gli narrò quanto aveva compiuto dal giorno in cui era partita fino al momento in cui parlava loro. 9Quando finì di parlare, il popolo scoppiò in alte grida di giubilo e riempì la città di voci festose. 10Allora Achiòr, vedendo quello che il Dio d'Israele aveva fatto, credette fermamente in Dio, si fece circoncidere e fu accolto nella casa d'Israele fino ad oggi. 11Quando spuntò il mattino, appesero la testa di Oloferne alle mura; poi ogni uomo prese le sue armi e scesero lungo i sentieri del monte, divisi in manipoli. 12Appena li videro, gli Assiri mandarono a informare i loro capi e questi corsero dagli strateghi, dai chiliarchi e da tutti i loro comandanti. 13Poi si radunarono davanti alla tenda di Oloferne e dissero al suo attendente: “Sveglia il nostro signore, perché quegli schiavi hanno osato scendere per darci battaglia e così distruggerci completamente”. 14Bagoa entrò e bussò alla parete della tenda, poiché pensava che egli dormisse con Giuditta. 15Ma siccome nessuno rispondeva, aprì ed entrò nella camera da letto e lo trovò morto, steso a terra vicino all'ingresso, con la testa tagliata via dal tronco. 16Allora diede in alte grida di dolore e di lamento, urlando con tutte le forze e stracciandosi le vesti. 17Poi si precipitò nella tenda dove era alloggiata Giuditta e non la trovò. Allora corse fuori davanti al popolo e gridò: 18“Gli schiavi ci hanno traditi! Una sola donna ebrea ha gettato la vergogna sulla casa del re Nabucodònosor! Oloferne eccolo a terra, ed è privo della testa”. 19I comandanti dell'esercito assiro, appena udirono questo annuncio, si stracciarono i mantelli e rimasero terribilmente sconvolti nel loro animo; entro l'accampamento si elevarono altissime le loro grida e le urla di dolore.

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Approfondimenti

1-4. Ora l'eroina prende in pugno definitivamente la situazione: la sua impresa ha mostrato la sua determinazione, la sua sagacia e soprattutto che Dio è con lei, perciò ella può assumere il comando anche delle operazioni militari, perché, se la decapitazione del generale nemico rappresenta l'assicurazione dell'assistenza divina e perciò della vittoria ormai a disposizione (ecco perché la testa del nemico va collocata sugli spalti delle mura, v. 1), ora si tratta di sfruttare abilmente tale vantaggio al fine di sbaragliare definitivamente il nemico. Anche in tal caso Giuditta utilizza la tecnica dell'inganno: non la forza, ma l'astuzia e la genialità di questa donna hanno la meglio sull'esercito assiro. Se la gloria del combattimento è lasciata ai maschi, dato che l'eroina non prende parte alla battaglia (cfr. Debora e Barak, Gdc 4,4-16), è lei tuttavia a dirigere le operazioni dell'esercito ebraico; notiamo anche in questo caso l'abilità del narratore che contrappone la diversa situazione dei due eserciti, da una parte un esercito potente che tuttavia non ha più alcun capo, dall'altra un piccolo esercito urbano comandato da una donna.

5-10. Dal punto di vista dello sviluppo narrativo la collocazione dei versetti nella versione latina appare più logica, ma anche in questa sede svolgono un'importante funzione, fornendo un ulteriore segno della vittoria attuata da Giuditta e perciò uno stimolo per il popolo a seguirne le direttive. Achior infatti non serve soltanto a identificare la testa che la donna porta nella borsa: ma anche qui, come nell'accampamento assiro, egli rappresenta il giusto pagano che sa comprendere appieno l'agire di Dio e si lascia da esso guidare. Il suo incontro con Giuditta, dopo che ella ha dato le disposizioni per le manovre che l'esercito deve compiere, conferma altresì la saggezza degli ordini da lei impartiti. La conversione di Achior e la conseguente circoncisione che sigla il suo ingresso nella comunità giudaica contrastano apertamente con la disposizione legale contenuta in Dt 23,4-5 che esclude dalla comunità di JHWH l'Ammonita e il Moabita (ma il contrasto è pure con le disposizioni legali rabbiniche che richiedono, oltre alla circoncisione, anche il battesimo per essere ammessi alla comunità giudaica; un motivo che può spiegare la non accoglienza del libro nel canone ebraico). Si può intravedere in tale evento il segno di una nuova prassi che si affaccia nel giudaismo, sviluppando concezioni già elaborate nei libri di Rut e Giona: il giusto pagano va accolto con disponibilità. Non è possibile affermare con certezza che lo scopo dell'autore del libro con tale scena sia di incoraggiare il proselitismo. Sicuramente la scena intende proclamare la potenza di Dio: si passa dal terrore dell'Ammonita (v. 6), alla lode rivolta alla donna (v. 7), al riconoscimento dell'agire di Dio (v. 10).

La potenza di Dio si manifesta in un essere debole, Giuditta, ma ella è qui pure il simbolo della pochezza dei Giudei entro la compagine cosmopolita del mondo ellenistico: anche quel piccolo popolo, come questa sua eroina, è chiamato nel mondo a proclamare con la sua testimonianza, con la sua fedeltà alla legge di Dio la potenza del Signore della storia che «stronca le guerre» (9,7; 16,2).

14,11-15,7. Con una elaborata tecnica espositiva il narratore ci fa cogliere lo sconcerto causato nell'esercito assiro dall'impresa attuata da Giuditta. Lo stesso sviluppo narrativo mostra che il merito del successo è da far risalire all'opera della donna, così che al centro della pericope sta l'espressione di Bagoa in 14,18. Il testo si presenta così suddiviso:

  • 14,11-13: reazione alla discesa degli abitanti di Betulia;
  • 14,14-18: la scoperta del cadavere di Oloferne;
  • 14,19-15,3a: sconcerto degli Assiri;
  • 15,3b-7: i Giudei assalgono gli Assiri e ne fanno strage.

14,11-13. Sul far del giorno siamo riportati al lato opposto del teatro delle operazioni di guerra da dove si nota un fatto imprevisto: gli assediati fuoriescono baldanzosi dalla città. Se entro la città si sono alzate grida di esultanza per l'opera compiuta da Dio per mano di Giuditta, nel campo assiro la tracotanza regna ancora: nessuno ha finora scoperto il misfatto. Tuttavia nessuno può decidere il da farsi: occorre un capo che dia disposizioni e permetta così di fronteggiare l'atteggiamento sconsiderato (cfr. v. 13) degli assediati. Il racconto è tutto centrato sul punto di vista degli Assiri e perciò straordinariamente ironico: le informazioni di cui il lettore dispone gli permettono di seguire con grande interesse lo sviluppo della scena per gustare la sorpresa che coglierà gli Assiri impreparati.

14,14-18. La scena presenta evidenti analogie con Gdc 3,24-25. Il servo fedele non si è finora permesso di accedere all'interno della tenda del suo padrone, pensando che tutto si fosse svolto secondo i preparativi e che perciò Oloferne avesse goduto di una notte d'amore. Ciò che invece resta del suo padrone è un corpo senza testa, proprio come l'esercito assiro che ora non ha più comandante. Anche Bagoa definisce gli Ebrei «schiavi» (v. 18; cfr. v. 13), un appellativo che forse vuole richiamare alla mente le analogie tra quanto avviene ora agli Assiri e quanto un tempo accadde agli Egiziani, ma il significato di tale appellativo va colto anche a partire dalla coscienza che gli Assiri hanno di sé: essi sono la “razza padrona” in un mondo costituito da «schiavi», perciò chiunque può e deve essere loro assoggettato. L'ideologia del potere che qui è veicolata sembra tuttavia scardinata nei suoi fondamenti: ora una razza di «schiavi» li ha «beffati» (così è preferibile rendere «traditi» del v. 18), ora «una sola donna ebrea» ha mostrato l'inconsistenza del potere di Nabucodonosor (la «vergogna» diventa qui il simbolo della sconfitta).

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Giuditta uccide Oloferne 1Quando si fece buio, i suoi servi si affrettarono a ritirarsi. Bagoa chiuse la tenda dall'esterno e allontanò le guardie dalla vista del suo signore e ognuno andò a dormire; in realtà erano tutti estenuati, perché avevano bevuto troppo. 2Giuditta fu lasciata nella tenda e Oloferne era sprofondato sul suo letto, ubriaco fradicio. 3Allora Giuditta ordinò all'ancella di stare fuori della camera da letto e di aspettare che uscisse, come aveva fatto ogni giorno; aveva detto infatti che sarebbe uscita per la sua preghiera, e anche con Bagoa aveva parlato in questi termini. 4Si erano allontanati tutti dalla loro presenza e nessuno, dal più piccolo al più grande, era rimasto nella camera da letto. Giuditta, fermatasi presso il letto di lui, disse in cuor suo: “Signore, Dio d'ogni potenza, guarda propizio in quest'ora all'opera delle mie mani per l'esaltazione di Gerusalemme. 5È venuto il momento di pensare alla tua eredità e di far riuscire il mio progetto per la rovina dei nemici che sono insorti contro di noi”. 6Avvicinatasi alla sponda del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, staccò la scimitarra di lui; 7poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: “Dammi forza, Signore, Dio d'Israele, in questo giorno”. 8E con tutta la sua forza lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa. 9Indi fece rotolare il corpo giù dal giaciglio e strappò via la cortina dai sostegni. Poco dopo uscì e consegnò la testa di Oloferne alla sua ancella, 10la quale la mise nella bisaccia dei viveri e uscirono tutt'e due, secondo il loro uso, per la preghiera. Attraversato l'accampamento, fecero il giro della valle, salirono il monte di Betùlia e arrivarono alle sue porte.

Giuditta porta a Betùlia la testa di Oloferne 11Giuditta gridò da lontano al corpo di guardia delle porte: “Aprite, aprite subito la porta: è con noi Dio, il nostro Dio, per esercitare ancora la sua forza in Israele e la sua potenza contro i nemici, come ha fatto oggi”. 12Appena gli uomini della sua città sentirono la sua voce, corsero giù in fretta alla porta della città e chiamarono gli anziani. 13Corsero tutti, dal più piccolo al più grande, perché non si aspettavano il suo arrivo; aprirono dunque la porta, le accolsero dentro e, acceso il fuoco per fare luce, si strinsero attorno a loro. 14Giuditta disse loro a gran voce: “Lodate Dio, lodatelo; lodate Dio, perché non ha allontanato la sua misericordia dalla casa d'Israele, ma in questa notte per mano mia ha colpito i nostri nemici”. 15Allora tirò fuori la testa dalla bisaccia e la mise in mostra dicendo loro: “Ecco la testa di Oloferne, comandante supremo dell'esercito assiro, ed ecco la cortina sotto la quale giaceva ubriaco; il Signore l'ha colpito per mano di una donna. 16Viva dunque il Signore, che mi ha protetto nella mia impresa, perché costui si è lasciato ingannare dal mio volto a sua rovina, ma non ha commesso peccato con me, a mia contaminazione e vergogna”. 17Tutto il popolo si stupì profondamente e tutti si chinarono ad adorare Dio, esclamando in coro: “Benedetto sei tu, nostro Dio, che hai annientato in questo giorno i nemici del tuo popolo”. 18Ozia a sua volta le disse: “Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra, e benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidato a troncare la testa del capo dei nostri nemici. 19Davvero il coraggio che ti ha sostenuto non sarà dimenticato dagli uomini, che ricorderanno per sempre la potenza di Dio. 20Dio compia per te queste cose a tua perenne esaltazione, ricolmandoti di beni, in riconoscimento della prontezza con cui hai esposto la vita di fronte all'umiliazione della nostra stirpe, e ti sei opposta alla nostra rovina, comportandoti rettamente davanti al nostro Dio”. E tutto il popolo esclamò: “Amen! Amen!”.

__________________________ Note

13,11 è con noi Dio, il nostro Dio: in questo grido di fede e di vittoria si sintetizza il senso di tutto il racconto.

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Approfondimenti

1-4a. Bagoa conosce l'intenzione del suo padrone (12,12) e si affretta a predisporre tutto perché possa cogliere il frutto sperato, senza che alcuno possa disturbare (v. 1). Per la prima volta i due antagonisti sono soli l'uno di fronte all'altra: quale migliore occasione per entrambi? In parallelo a Bagoa che ha eseguito a puntino gli ordini del suo padrone troviamo l'ancella di Giuditta: per ordine della padrona soltanto lei è in attesa fuori dalla tenda (le guardie sono state allontanate) e per eludere ogni sospetto Giuditta ha informato Bagoa di voler rispettare il suo abituale rito notturno (v. 3).

4b-5. Il nemico giace ubriaco fradicio. La donna è sola accanto al suo divano. La sua preghiera in questo momento decisivo (kairos) innalza ancor più la sua sincera religiosità; ella sa che quanto sta per compiere significa salvezza per il suo popolo ed esaltazione di Gerusalemme. Questa donna debole è come Davide di fronte a Golia (cfr. 1Sam 17,48-54) e come lui confida non nelle proprie ca-pacità, ma nell'assistenza divina.

6-10. Nel silenzio della notte e nella solitudine si compie il gesto risolutore del dramma. L'invocazione che Giuditta rivolge a Dio nel momento cruciale risuona come una risposta alla domanda rivolta da Oloferne al suo consiglio di guerra in 5,3 («dove risiede la forza degli Israeliti») e risolve il conflitto insorto a partire dalla sua tracotante reazione al discorso di Achior (6,2: «che altro dio c'è se non Nabucodonosor? Questi invierà la sua forza»). In una donna Dio manifesta il suo potere su ogni creatura. La scena è descritta con lentezza e il narratore si sofferma sui particolari. Giuditta non si accontenta di prendere con sé la testa del nemico, ma toglie anche le «cor-tine», sia per addurre un'ulteriore prova dell'identità del morto (cfr. 13, 15), sia come trofeo (cfr. 16,19). La «bisaccia» che era servita a portare gli alimenti che rappresentavano il simbolo della fedeltà di Giuditta alla legge del suo Dio, ora reca dentro di sé il simbolo della fedeltà di Dio al suo popolo: la testa del nemico sconfitto. Con tocco ironico, il narratore annota che le donne «uscirono per la preghiera» (v. 10): in questo caso egli si pone dal punto di vista degli Assiri, i quali infatti leggono l'uscita delle due donne dal campo secondo la consuetudine di Giuditta. Ma il lettore sa che la preghiera è già stata effettuata e prontamente esaudita.

13,11-14,10. La scena si sposta ora entro le mura della città: la trepidante attesa è finalmente appagata. La pericope si suddivide in quattro quadri caratterizzati da dialoghi o discorsi:

  • 13,11-16: ingresso in città e proclamazione al popolo dell'esito positivo dell'impresa;
  • 13,17-20: Giuditta lodata da Ozia;
  • 14,1-4: la strategia militare di Giuditta;
  • 14,5-10: Achior si fa circoncidere e diventa Giudeo.

13,11-16. La scena si apre con un'espressione di trionfo che rievoca testi liturgici (cfr. Sal 24,7; 118,19-20) e che mette in movimento gli abitanti della città: la donna uscita inerme per entrare nel campo assiro ora ritorna e si presenta lodando il Dio d'Israele e la sua potenza. Il frettoloso accorrere di tutta la popolazione («piccoli e grandi») è presentato dal narratore con una nota carica d'ironia: la venuta di Giuditta è paradoxon, «inattesa» (v. 13). Quando le due donne uscirono dalla città fu loro rivolto l'augurio per la riuscita nell'impresa (cfr. 10,8), ma il narratore non ci ha rivelato l'opinione degli abitanti sul tentativo intrapreso da Giuditta e non possiamo perciò escludere che tra gli abitanti molti dubitassero che due donne potessero trovare una soluzione alla sventura. Né va dimenticato che ormai da tre giorni l'eroina era nel campo assiro: forse era già morta o forse il comandante assiro colpito dalla sua bellezza l'aveva risparmiata e lei si era ormai dimenticata dei suoi concittadini che soffrivano entro le mura. Alla popolazione accorsa Giuditta rivolge l'invito a lodare Dio: quello che prima era presentato come esercizio della forza di Dio (v. 11) ora diventa manifestazione della «misericordia» di Dio, che si è realizzata per «mano» di Giuditta (v. 14), la mano di una «femmina» (BC ha «donna», v. 15). Si tratta di una prima risposta ai dubbi degli abitanti di Betulia: Dio ha agito per mano di una donna, come aveva fatto nei tempi antichi (cfr. Gdc 4,17-22; 5,24-27). Il bottino di guerra che la donna porta è la testa di Oloferne (cfr. 1Sam 17,54; 1Mac 7,47). L'inganno è riuscito (v. 16) e la donna è tornata alla sua città incontaminata: una ulteriore risposta ai dubbi dei Giudei, giacché Giuditta non ha sfruttato la sua bellezza soltanto per preservare la sua vita, ma per compiere un'impresa memorabile a beneficio del suo popolo.

13,17-20. Alla proclamazione di Giuditta risponde l'atto di adorazione del popolo, che prorompe in una benedizione (v. 17). Anche Ozia pronuncia una duplice benedizione che nel tenore è simile a quella pronunciata da Melchisedek nel testo greco di Gn 14,19-20 e riprende anche un'espressione di Gdc 5,24, riferita a Giaele: «benedetta tu più di tutte le donne», un versetto che l'evangelista Luca applicherà alla Vergine Maria (Lc 1,42).

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Giuditta si sistema nel campo nemico 1Poi Oloferne ordinò che la conducessero dove erano riposte le sue argenterie e prescrisse pure che le dessero da mangiare dei suoi cibi e le dessero da bere del suo vino. 2Ma disse Giuditta: “Io non toccherò questi cibi, perché non me ne derivi un'occasione di caduta, ma mi saranno serviti quelli che ho portato con me”. 3Oloferne le disse: “Quando verrà a mancare quello che hai con te, dove ci riforniremo di cibi simili per darteli? In mezzo a noi non c'è nessuno della tua gente”. 4Giuditta gli rispose: “Per la tua vita, mio signore, ti assicuro che io, tua serva, non finirò le riserve che ho con me, prima che il Signore abbia compiuto per mano mia quello che ha stabilito”. 5Poi gli ufficiali di Oloferne la condussero alla tenda ed ella dormì fino a mezzanotte; poi si alzò all'alba, al cambio della guardia del mattino. 6Mandò a dire a Oloferne: “Comandi il mio signore che lascino uscire la tua serva per la preghiera”. 7Oloferne ordinò alle guardie del corpo di non impedirla. Rimase così al campo tre giorni: usciva di notte nella valle di Betùlia e si lavava nella zona dell'accampamento alla sorgente d'acqua. 8Quando risaliva, pregava il Signore, Dio d'Israele, di dirigere la sua impresa per rialzare le sorti dei figli del suo popolo. 9Rientrando purificata, rimaneva nella sua tenda, finché verso sera non le si portava il cibo.

Il banchetto di Oloferne in onore di Giuditta 10Ed ecco, al quarto giorno, Oloferne fece preparare un banchetto riservato ai suoi servi, senza invitare nessuno dei suoi funzionari. 11Disse a Bagoa, l'eunuco sovrintendente a tutti i suoi affari: “Va' e persuadi la donna ebrea che è presso di te a venire con noi, per mangiare e bere con noi. 12Sarebbe disonorevole per la nostra reputazione trascurare una donna simile senza godere della sua compagnia; perché se non la corteggiamo, si farà beffe di noi”. 13Bagoa, uscito dalla presenza di Oloferne, andò da lei e disse: “Non esiti questa bella fanciulla a venire dal mio signore, per essere onorata alla sua presenza e bere con noi il vino in allegria e diventare oggi come una delle donne assire, che stanno nel palazzo di Nabucodònosor”. 14Giuditta gli rispose: “Chi sono io per contraddire il mio signore? Quanto sarà gradito ai suoi occhi, mi affretterò a compierlo e sarà per me motivo di gioia fino al giorno della mia morte”. 15Subito si alzò e si adornò delle vesti e d'ogni altro ornamento femminile; la sua ancella l'aveva preceduta e aveva steso a terra per lei davanti ad Oloferne le pellicce che aveva avuto da Bagoa per suo uso quotidiano, per adagiarvisi sopra e prendere cibo. 16Giuditta entrò e si distese. Il cuore di Oloferne ne rimase incantato, si turbò il suo spirito e molto intenso era il suo desiderio di unirsi a lei: dal giorno in cui l'aveva vista, cercava l'occasione di sedurla. 17Le disse pertanto Oloferne: “Bevi e divertiti con noi”. 18Giuditta rispose: “Sì, signore, berrò perché sento che la mia vita è oggi onorata come non mai dal giorno della mia nascita”. 19Incominciò quindi a mangiare e a bere davanti a lui ciò che le aveva preparato l'ancella. 20Oloferne si deliziò della presenza di lei e bevve abbondantemente tanto vino quanto non ne aveva mai bevuto in un solo giorno da quando era al mondo.

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Approfondimenti

1-9. Due fatti sono posti in risalto in questa breve descrizione del comportamento di Giuditta nell'accampamento assiro: la sua dieta (vv. 1-4) e la sua devozione (vv. 5-9). In entrambi i casi l'intento primario è mostrare al nemico che ella è davvero «religiosa» (11,17). Il brano rappresenta però un voluto ritardo imposto dal narratore allo svolgimento dei fatti (cfr. al v. 7) e illustra ulteriormente come l'inganno di Giuditta cominci a trovare attuazione.

Anzitutto, relativamente ai cibi, osservando scrupolosamente la dieta giudaica la donna dimostra a Oloferne quale grande valore ella attribuisca a tale pratica, confermando che le sue parole precedenti erano sincere (cfr. 11,11-14) e così il comandante assiro può credere che ella sarà davvero disponibile a tradire il suo popolo nel caso che questo venisse meno alle prescrizioni alimentari. La rassicurazione data a Oloferne nel v. 4 è un ulteriore rimando all'opera che la donna sta per compiere: ancora una volta si ricorda che Dio sta per operare «per mano» di Giuditta, il lettore stia perciò preparato!

Per tre notti la donna si reca fuori dal campo a pregare. Il testo non spiega il motivo delle abluzioni fatte prima della preghiera. Un midrash medievale vede in questo gesto la purificazione a seguito delle mestruazioni (cfr. Lv 15,19-30). Nel testo tuttavia si tratta chiaramente di abluzioni fatte in vista della preghiera, secondo una prassi diffusa nel giudaismo. L'accenno ai tre giorni (v. 7) però rimette in gioco un personaggio ormai fuori campo: gli assediati di Betulia. Se Giuditta è partita il primo giorno dell'ultimatum imposto dai capi, ora siamo alla vigilia dello scadere dello stesso. Per il lettore che cerca di collocarsi dentro le mura, se davvero spera che Giuditta possa fare qualcosa, tale dilazione diventa sempre più penosa. Lo stile narrativo è perciò di tipo cinematografico: il narratore ci fa vedere soltanto la situazione entro il campo assiro, ma la vera attesa sta altrove e il richiamo ai giorni di permanenza non è una pura nota cronologica, ma un tocco generatore di ulteriore suspense. Bisogna attendere ancora, ma avverrà qualcosa prima del quinto giorno?

12,10-13,10. Siamo giunti al momento culminante del testo che possiamo seguire alla luce dei vari personaggi che dominano le scene.

12,10-12. Il giorno decisivo è giunto («quarto giorno») e finalmente qualcosa si muove nel campo assiro. Bagoa – un nome assai diffuso tra gli eunuchi della corte persiana – è mandato a porgere l'invito alla donna: come emerge dalle parole del generale, nonostante gli eufemismi usati («godere della sua compagnia», cfr. Dn 13,54-58 «conquistarla»), lo scopo di Oloferne è evidentemente di far sua una simile preda. Il comandante è stato dunque catturato, ma non ha affatto deposto le sue armi: inizia perciò una scena di seduzione (cfr. v. 16).

13-14. L'invito di Bagoa non nasconde una sottile ambiguità. Già l'appellativo scelto per Giuditta (paidiske, «ragazza») è ambiguo: esso significa sia ragazza che serva, ma si applica anche a una prostituta. Soprattutto l'accostamento con «le donne assire che stanno nel palazzo di Nabucodonosor», cioè le sue concubine, mostra che la richiesta di Bagoa non è soltanto l'invito a un banchetto, ma a servire Oloferne come quelle donne servono il re Nabucodonosor. La risposta di Giuditta è altrettanto sottile e ambigua: nessuna resistenza, anzi una pronta disponibilità a obbedire al «suo Signore». Anche qui l'eroina confonde il suo interlocutore, giacché mentre egli ritiene che lei accondiscenda alle brame del suo padrone, la donna si dichiara invece disponibile a fare ciò che «è gradito» agli occhi di Dio: l'espressione greca usata da Giuditta (areston en tois ophtalmois) richiama Gn 3,6, cioè il desiderio che irrompe e determina l'agire umano. Giuditta è oggetto del desiderio di Oloferne, ma non si sottomette al suo desiderio, bensì a quello del «suo Signore».

15-16. La seduzione determina ora ogni azione dei due personaggi. La donna si adorna splendidamente, addirittura si fa precedere dall'ancella a disporre il giaciglio su cui mangiare, ma Oloferne spera non solo per questo! E l'uomo non ne può più: all'agire lento e compassato della donna egli oppone la sua passione. Il narratore ci informa che fin dal primo momento in cui l'ha incontrata Oloferne ha cercato «l'occasione per sedurla». Il verbo della seduzione (apatao) deriva dalla stessa radice del vocabolo usato da Giuditta per esprimere lo strumento della sua vittoria sul nemico, l'inganno (apate). Il condottiero è già stato sedotto (finora l'inganno messo in atto da Giuditta ha funzionato), riuscirà a sua volta a debellare i piani della donna seducendola? Entrambi sono in attesa di un'occasione (kairos, v. 16; cfr. 13,5) per sconfiggere l'altro. Ma se per Oloterne la vittoria consiste nel possedere questa donna, come potrà invece Giuditta impossessarsi di quest'uomo?

17-20. La scena è contrassegnata dal «bere» («bevi... berrò... bere... bevve») e dal fatto che entrambi vivono un'esperienza mai vissuta prima d'allora (v. 18: «più di tutti i giorni che ho vissuto»; v. 20: «da quando era al mondo»). L'apparente arrendevolezza di Giuditta (v. 18) induce Oloferne ad arrendersi a sua volta: nessun freno alla passione e al desiderio. Ma il narratore mostra subito chi ha in pugno la situazione: nulla di quanto ha preparato Oloferne è assunto da Giuditta (v. 19), neppure il suo sfarzo è riuscito ad affascinarla (cfr. 10,21-22) dato che lei stessa ha disposto il suo giaciglio (v. 15).

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Allora Oloferne le disse: “Sta' tranquilla, o donna, non temere in cuor tuo, perché io non ho mai fatto male a nessuno che abbia accettato di servire Nabucodònosor, re di tutta la terra. 2Quanto al tuo popolo che abita su questi monti, se non mi avesse disprezzato, non avrei levato la lancia contro di loro; ma da se stessi si sono procurati tutto questo. 3E ora dimmi per quale motivo sei fuggita da loro e sei venuta da noi. Certamente sei venuta per trovare salvezza. Fatti animo: resterai viva questa notte e in avvenire. 4Nessuno ti farà torto, ma sarai trattata bene, come si fa con i servi del mio signore, il re Nabucodònosor”. 5Giuditta gli rispose: “Accogli le parole della tua serva e possa la tua ancella parlare alla tua presenza. Io non dirò il falso al mio signore in questa notte. 6Certo, se vorrai seguire le parole della tua ancella, Dio condurrà a buon fine la tua impresa, e il mio signore non fallirà nei suoi progetti. 7Viva Nabucodònosor, re di tutta la terra, e viva la potenza di colui che ti ha inviato a rimettere sul giusto cammino ogni essere vivente; per mezzo tuo infatti non solo gli uomini lo servono, ma in grazia della tua forza anche le bestie selvatiche, gli armenti e gli uccelli del cielo vivranno per Nabucodònosor e tutta la sua casa. 8Abbiamo già conosciuto per fama la tua saggezza e l'abilità del tuo genio, ed è risaputo in tutta la terra che tu sei il migliore in tutto il regno, eccellente nel sapere e meraviglioso nelle imprese militari. 9Circa il discorso tenuto da Achiòr nel tuo consiglio, noi ne abbiamo udito il contenuto, perché gli uomini di Betùlia l'hanno risparmiato ed egli ha rivelato loro quanto aveva detto davanti a te. 10Perciò, signore sovrano, non trascurare le sue parole, ma conservale nel tuo cuore perché sono vere: realmente il nostro popolo non è punito e la spada non prevale contro di esso se non quando ha peccato contro il suo Dio. 11Ora, perché il mio signore non venga sconfitto senza poter fare nulla, la morte si avventerà contro di loro: infatti si è impossessato di loro il peccato, con il quale provocano l'ira del loro Dio ogni volta che compiono ciò che non è lecito fare. 12Siccome sono venuti a mancare loro i viveri e tutta l'acqua è stata consumata, hanno deciso di mettere le mani sul loro bestiame e hanno deliberato di cibarsi di quello che Dio con le sue leggi ha vietato loro di mangiare. 13Hanno perfino decretato di dare fondo alle primizie del frumento e alle decime del vino e dell'olio, che conservavano come diritto sacro dei sacerdoti che stanno a Gerusalemme e prestano servizio alla presenza del nostro Dio: tutte cose che a nessuno del popolo era permesso neppure toccare con la mano. 14Perciò hanno mandato a Gerusalemme, dove anche quelli che vi risiedono hanno fatto altrettanto, dei messaggeri incaricati di portare loro il permesso da parte del consiglio degli anziani. 15Ma, quando riceveranno la risposta e la eseguiranno, in quel giorno saranno consegnati in tuo potere per l'estrema rovina. 16Per questo io, tua serva, consapevole di tutte queste cose, sono fuggita da loro e Dio mi ha mandato a compiere con te un'impresa che farà stupire tutta la terra, quanti ne sentiranno parlare. 17La tua serva teme Dio e serve notte e giorno il Dio del cielo. Ora io rimarrò presso di te, mio signore, ma di notte la tua serva uscirà nella valle; io pregherò il mio Dio ed egli mi rivelerà quando essi avranno commesso i loro peccati. 18Allora verrò a riferirti e tu uscirai con tutto l'esercito e nessuno di loro potrà opporti resistenza. 19Io ti guiderò attraverso la Giudea, finché giungerò davanti a Gerusalemme e in mezzo vi porrò il tuo seggio. Tu li condurrai via come pecore senza pastore e nemmeno un cane abbaierà davanti a te. Queste cose mi sono state dette secondo la mia preveggenza, mi sono state annunciate e ho ricevuto l'incarico di comunicarle a te”. 20Le parole di lei piacquero a Oloferne e ai suoi ufficiali, i quali tutti ammirarono la sua sapienza e dissero: 21“Da un capo all'altro della terra non esiste donna simile, per la bellezza dell'aspetto e la saggezza delle parole”. 22E Oloferne le disse: “Bene ha fatto Dio a mandarti avanti al tuo popolo, perché la forza resti nelle nostre mani e coloro che hanno disprezzato il mio signore vadano in rovina. 23Tu sei graziosa d'aspetto e abile nelle tue parole; se farai come hai detto, il tuo Dio sarà il mio Dio e tu dimorerai nel palazzo del re Nabucodònosor e sarai famosa in tutto il mondo”. __________________________ Note

11,7 anche le bestie selvatiche… vivranno per Nabucodònosor: un concetto simile si trova in Ger 27,6 (vedi pure Bar 3,16; Dn 2,38).

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Approfondimenti

Il dialogo tra Giuditta e Oloferne si divide in tre momenti:

  • l'accoglienza calorosa che il comandante riserva alla donna (vv. 1-4);
  • la replica saggia e propositiva di Giuditta (vv. 5-19);
  • la reazione dei ministri e del comandante (vv. 20-23).

Nella tecnica narrativa risalta soprattutto la possibilità di leggere il brano sotto due prospettive diverse, che dipendono dal punto d'osservazione in cui si pone il lettore. Se si sta dietro Oloferne, ci si pone dal punto di vista del forte, di colui che apparentemente ha in pugno la situazione, che crede di aver di fronte – nonostante sia bella – un essere debole e certamente in cerca di protezione.

A questo punto di vista Giuditta si sottomette fin dalle prime battute, cercando addirittura di innalzarne la tracotanza: Oloferne sta per compiere un'impresa (v. 6), e come già si è dimostrato astuto (v. 8) nell'attuare l'ordine del suo re così egli saprà far tesoro delle parole di Giuditta (vv. 11-15) e della sua collaborazione (vv. 18-19).

Ma il lettore è avvertito che Giuditta ha fatto colpo sui ministri e sul comandante assiro (10,23), perciò è attento ora a scrutare come ella, partendo da tale posizione vantaggiosa, saprà sfoggiare la sua saggezza per trarli nell'inganno per il quale ha invocato l'aiuto di Dio. La saggezza di Giuditta non è perciò soltanto una qualità intellettuale, ma si deve manifestare in questo caso come astuzia nel vincere il nemico, che dispone di una forza che si è dimostrata finora invincibile.

1-4. Oloferne rassicura Giuditta: la sua venuta non è stata inutile, anzi rappresenta per lei la salvezza (v. 3). Interpretando secondo la sua prospettiva la venuta di Giuditta, il condottiero sottolinea le condizioni che determinano la salvezza accordata alla donna: il servizio a Nabucodonosor (vv. 1.4: notare l'inclusione tra i due versetti). Proprio il rifiuto di questo aveva determinato la resistenza opposta dai Giudei, da qui la gioia per la scelta di campo di questa donna affascinante.

5-19. L'assicurazione iniziale di Giuditta («non dirò il falso al mio signore»), alla luce di quanto segue, sembra una deliberata menzogna. Ma anche in questo caso si devono osservare accuratamente le espressioni usate da Giuditta: nel v. 5 ella appella il condottiero direttamente (seconda persona) e poi passa a un'espressione alla terza persona; lo stesso avviene nel v. 6. Alla luce della conclusione del v. 6 («il mio signore non fallirà nei suoi progetti») si comprende la doppia interpretazione possibile delle parole di Giuditta, che mostra che l'inganno comincia a essere attuato. In effetti, mentre Oloferne crede che l'appellativo «signore» sia riferito a lui, Giuditta, da Ebrea devota, riserva tale titolo al suo Dio e sarà lui quindi, non Oloferne, il destinatario delle parole vere di Giuditta e colui che non fallirà nei suoi progetti.

A questo la donna fa seguire una encomiastica captatio benevolentiae (vv. 7-8), che riprende un motivo letterario relativo alla potenza attribuita a Nabucodonosor (per il v. 7 cfr. Ger 27,6; Bar 3,16-17; Dn 2,38) e si diffonde in una lode delle qualità del condottiero assiro (v. 8). Ciò sembra apparentemente contrastare con la ripresa del discorso di Achior (v. 9-10): se l'Ammonita era nel giusto, allora Oloferne ha giudicato male? Niente affatto, perché lungi dall'accusare Oloferne di errata valutazione, Giuditta conferma addirittura la sua preveggenza: la tesi di Achior è vera, ma questo non significa che per i Giudei assediati vi sia via di scampo. Giuditta conferma da un lato le parole dell'Ammonita, ma diversamente da lui è in grado di confermare la parte negativa delle stesse (cfr. 5,20), quindi di assicurare a Oloferne una sicura vittoria. Non è facile cogliere in tutta la sua portata il contenuto effettivo del peccato che Giuditta attribuisce agli assediati: la decisione di «mettere le mani sul loro bestiame» potrebbe indicare che si intendeva mangiare la carne senza l'uccisione rituale (cioè senza sgozzare l'animale al fine di far fuoriuscire il sangue) e senza mettere da parte il grasso riservato a Dio (su queste proibizioni, cfr. Lv 3,16-17; 17,10-14); invece per quanto riguarda le decime (cfr. Nm 18) Giuditta sembra di fatto esagerare la portata del precetto biblico, visto che neppure nella legislazione rabbinica posteriore si trovano tracce di tale divieto. Anche la scelta deliberata da parte della donna di riferirsi a trasgressioni certamente incomprensibili per uno straniero come Oloferne fa parte della strategia messa in atto da lei: egli non è in grado di capire, tuttavia sa che la donna crede a questo, perciò è disposta a collaborare con lui. Ma ciò che il generale vede come una rivelazione, appare al lettore uno stratagemma per dilazionare un probabile imminente attacco assiro: il peccato non è ancora stato commesso e soltanto Giuditta sarà in grado, per rivelazione divina, di conoscerne l'attuazione. Nel v. 16 troviamo un altro caso di possibile duplice interpretazione delle parole di Giuditta: Dio l'ha inviata a «compiere con Oloferne un'impresa». Agli occhi del nemico si presenta come una collaborazionista, ma, come mostrerà il seguito, l'impresa che si accinge a compiere avrà come vittima proprio lui: non la cattura di Betulia, come pensa Oloferne, ma l'uccisione del generale da parte di una donna. Proponendosi in tal modo, Giuditta intende ottenere la libertà di muoversi entro il campo assiro (v. 17), fatto che le garantirà la possibilità di fuggire dallo stesso allorché la sua impresa sarà attuata (cfr. 13,10).

20-23. Diversamente dalla reazione che si ebbe in occasione del discorso di Achior (cfr. 5,22-6,9) in cui i consiglieri e il generale reagirono con sdegno e avversione, ora sia i ministri (v. 21) che Oloferne (v. 23) accolgono le sue parole. Non soltanto la bellezza di questa donna li ha colpiti, ma anche la sua saggezza; e proprio tale saggezza si rivelerà per loro funesta. La frase conclusiva della pericope è estremamente importante sempre alla luce delle parole che Oloferne aveva rivolto ad Achior in 6,2: «che altro dio c'è se non Nabucodonosor?». Il generale non ha ancora cambiato la sua opinione sulla divinità, come mostra il v. 22, ma le sue parole dimostrano quanto il fascino di Giuditta stia ormai per renderlo prigioniero: come i suoi uomini (cfr. 10,15), anch'egli ritiene di avere Giuditta in pugno, ma il carceriere è ormai incarcerato, al punto di mettere alla prova la validità della sua fede e di essere disposto a rimangiarsi le parole pronunciate davanti ad Achior.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Giuditta si reca nel campo nemico 1Quando Giuditta ebbe cessato di supplicare il Dio d'Israele ed ebbe terminato di pronunciare tutte queste parole, 2si alzò da terra, chiamò la sua ancella e scese nella casa dove usava passare i giorni dei sabati e le feste. 3Qui si tolse il cilicio di cui era rivestita, depose le vesti della sua vedovanza, si lavò il corpo con acqua e lo unse con profumo denso; spartì i capelli del capo e vi impose il diadema. Poi indossò gli abiti da festa, che aveva usato quando era vivo suo marito Manasse. 4Si mise i sandali ai piedi, cinse le collane e infilò i braccialetti, gli anelli e gli orecchini e ogni altro ornamento che aveva e si rese molto bella, tanto da sedurre qualunque uomo l'avesse vista. 5Poi affidò alla sua ancella un otre di vino e un'ampolla d'olio; riempì anche una bisaccia di farina tostata, di fichi secchi e di pani puri e, fatto un involto di tutte queste provviste, glielo mise sulle spalle. 6Allora uscirono verso la porta della città di Betùlia e trovarono lì presenti Ozia e gli anziani della città, Cabrì e Carmì. 7Costoro, quando la videro trasformata nell'aspetto e con gli abiti mutati, rimasero molto ammirati della sua bellezza e le dissero: 8“Il Dio dei padri nostri ti conceda di trovar favore e di portare a termine quello che hai stabilito di fare, a gloria degli Israeliti e ad esaltazione di Gerusalemme”. 9Essa si chinò ad adorare Dio e rispose loro: “Fatemi aprire la porta della città e io uscirò per dare compimento alle parole che mi avete rivolto”. Quelli diedero ordine ai giovani di guardia di aprirle come aveva chiesto. 10Così fecero e Giuditta uscì: lei sola e l'ancella che aveva con sé. Dalla città gli uomini la seguirono con gli sguardi mentre scendeva dal monte, finché attraversò la vallata e non poterono più scorgerla.

Giuditta è accettata nel campo nemico 11Esse andavano avanti diritte per la valle, quando si fecero loro incontro le sentinelle assire. 12La fermarono e la interrogarono: “Di quale popolo sei, da dove vieni e dove vai?”. Rispose: “Sono figlia degli Ebrei e fuggo da loro, perché stanno per esservi consegnati per essere divorati. 13Io quindi vengo alla presenza di Oloferne, comandante supremo dei vostri eserciti, per dargli delle informazioni sicure e mettergli sotto gli occhi la strada per cui potrà passare e impadronirsi di tutti questi monti senza che perisca uno solo dei suoi uomini”. 14Quegli uomini, quando sentirono queste parole e considerarono l'aspetto di lei, che appariva loro come un miracolo di bellezza, le dissero: 15“Hai messo in salvo la tua vita, affrettandoti a scendere alla presenza del nostro signore. Vieni dunque alla tenda di lui; alcuni di noi ti accompagneranno, finché non ti abbiano affidato alle sue mani. 16Quando poi sarai alla sua presenza, non temere in cuor tuo, ma riferisci a lui quanto ci hai detto ed egli ti tratterà bene”. 17Scelsero pertanto cento uomini tra loro, i quali si affiancarono a lei e alla sua ancella e le condussero alla tenda di Oloferne. 18In tutto il campo ci fu un grande accorrere, essendosi sparsa la voce del suo arrivo tra gli attendamenti. Una volta sopraggiunti, la circondarono in massa mentre era fuori della tenda di Oloferne, in attesa di essere annunciata a lui. 19Erano ammirati della sua bellezza e ammirati degli Israeliti a causa di lei e si dicevano l'un l'altro: “Chi disprezzerà un popolo che possiede tali donne? Sarà bene non lasciarne sopravvivere neppure uno, perché se fossero risparmiati sarebbero capaci di ingannare tutto il mondo”. 20Vennero fuori le guardie del corpo di Oloferne e tutti gli ufficiali e la introdussero nella sua tenda. 21Oloferne era adagiato sul suo letto, che era posto dentro una cortina intessuta di porpora ricamata d'oro, di smeraldo e di pietre preziose. 22Gli annunciarono la presenza di lei ed egli uscì sull'ingresso della tenda, preceduto da fiaccole d'argento. 23Quando Giuditta avanzò alla presenza di lui e dei suoi ufficiali, tutti stupirono per la bellezza del suo aspetto. Ella si prostrò con la faccia a terra per riverirlo, ma i servi la fecero rialzare.

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Approfondimenti

1-5. In mezzo a una situazione disperata, con il tempo che sempre più stringe, dato il limite fissato dagli anziani della città, il narratore ci presenta una donna che con cura si adorna per rendersi «affascinante agli occhi di qualunque uomo che l'avesse vista». Per comprendere l'importanza strategica di tale scena si deve ricordare la descrizione dei preparativi fatti da Oloferne in vista della spedizione contro l'Occidente (2,14-18): il generale assiro ha preparato la sua macchina bellica, l'eroina prepara l'arma che userà per sconfiggere il nemico. La descrizione della bellezza di Giuditta (che qui è presentata soltanto come un dato oggettivo, ma che determina tutto lo sviluppo del c.10, centrato appunto sulla reazione dei maschi alla straordinaria bellezza di questa donna) fa appunto da pendant alla descrizione dell'esercito assiro che si avvia a punire i ribelli (cfr. c. 2), così come la reazione dei maschi a tale bellezza corrisponde alla capitolazione di tutti i popoli di fronte all'avanzata dell'esercito capeggiato da Oloferne. Sempre allo scopo di predisporsi alla tenzone, Giuditta appronta anche cibi e bevande certamente per non contaminarsi con il cibo degli stranieri, mostrando in tal modo una scrupolosità che troverà la sua realizzazione storica nel movimento farisaico. La bisaccia per i cibi tuttavia servirà a ben altra provvista per il ritorno (cfr. 13,10)! Le due armi di Giuditta sono quindi approntate: una bellezza straordinaria e una religiosità senza ombre. La lotta può cominciare.

6-23. Alla luce dei personaggi che man mano si avvicendano e delle loro reazioni all'apparizione di Giuditta, possiamo dividere il brano in quattro scene:

  • vv. 6-10: Giuditta e gli anziani della città. La bellezza comincia a colpire (v. 7: ethaumasan «furono presi d'ammirazione»);
  • vv. 11-17: le sentinelle assire: parole e bellezza (v. 14: thaumasion «una bellezza ammirevole»);
  • vv. 18-19: l'accampamento assiro: tutti a vedere lo spettacolo (v. 19: ethaumazon «erano presi d'ammirazione»);
  • vv. 20-23: nella reggia del nemico: i ministri conquistati (v. 23: ethaumasan pantes «tutti furono presi d'ammirazione»).

Deposti gli abiti della vedovanza, ora Giuditta appare in tutto il suo splendore e il brano è costruito in modo da mostrare che l'affermazione del narratore del v. 4 («si rese molto affascinante agli sguardi di qualunque uomo») trovi la sua realizzazione negli eventi successivi. In effetti tutti i maschi che la incontrano sono colpiti dalla sua bellezza: sia i vecchi (v. 7), sia le sentinelle assire (v. 14; ma anche quelle ebree che non distolgono lo sguardo dalle due donne fino alla loro scomparsa, v. 10), sia l'accampamento nemico, che addirittura si mette in subbuglio alla notizia dell'arrivo di lei (v. 18), ma soprattutto i ministri e Oloferne stesso. Il coraggio di Giuditta risalta decisamente: non teme di uscire dalla città, portando con sé come difesa soltanto la sua bellezza e, come mostrerà il seguito, la sua saggezza. In effetti il v. 14 prepara nel lettore la vera aspettativa che chiude il brano: le sentinelle sono state conquistate dalle sue parole e dalla sua bellezza, quindi si dimostra vero quanto avevano affermato di lei gli anziani in 8,29 («non da oggi è manifesta la tua saggezza»); il brano termina con la vittoria della bellezza, ma anche di fronte a Oloferne saprà essere così convincente come lo è stata con le sue sentinelle? Giuditta afferma di voler rivolgere al comandante assiro «parole di verità» (v. 13): come realizzerà dunque l'inganno per cui ha elevato la sua preghiera a Dio nel capitolo precedente? Per ora l'eroina è in salvo (v. 15), ma sta per essere affidata alle «mani» di Oloferne. Si era rivolta al Signore per chiedere di «mettere nella sua mano di vedova la forza di fare quanto ho deciso» (9,9): il lettore sa che ella non è uscita per salvare se stessa, ma il suo popolo. Le mani di Oloferne possono salvare lei, ma solo quando lui sarà nella sua mano (cfr. 13,6-10) il popolo potrà dirsi salvo e allora sarà compiuta la sua missione.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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L’IMPRESA DI GIUDITTA (9,1-16,25)

Preghiera di Giuditta 1Allora Giuditta cadde con la faccia a terra, sparse cenere sul capo, mise allo scoperto il cilicio di cui era rivestita e, nell'ora in cui nel tempio di Dio a Gerusalemme veniva offerto l'incenso della sera, supplicò a gran voce il Signore: 2“Signore, Dio del padre mio Simeone, tu hai messo nella sua mano una spada per fare vendetta degli stranieri, che avevano sciolto la cintura d'una vergine per contaminarla, ne avevano denudato i fianchi a sua vergogna e ne avevano contaminato il grembo per disonorarla. Tu avevi detto: “Questo non si deve fare!”. Ma essi l'hanno fatto. 3Per questo hai consegnato alla morte i loro capi e quel giaciglio, usato con l'inganno, con l'inganno fu bagnato del loro sangue; hai abbattuto gli schiavi insieme ai loro capi e i capi sui loro troni. 4Hai destinato le loro mogli alla preda, le loro figlie alla schiavitù, tutte le loro spoglie alla divisione tra i figli da te prediletti, perché costoro, accesi del tuo zelo, erano rimasti inorriditi della profanazione del loro sangue e ti avevano chiamato in aiuto. O Dio, mio Dio, ascolta anche me che sono vedova. 5Tu hai fatto ciò che precedette quelle vicende, le vicende stesse e ciò che seguì. Tu hai stabilito le cose presenti e le future e quello che tu hai progettato si è compiuto. 6Le cose da te deliberate si sono presentate e hanno detto: “Eccoci!”. Perché tutte le tue vie sono preparate in anticipo e i tuoi giudizi sono preordinati. 7Ecco, infatti, gli Assiri si sono esaltati nella loro potenza, vanno in superbia per i loro cavalli e i cavalieri, si vantano della forza dei loro fanti, poggiano la loro speranza sugli scudi e sulle lance, sugli archi e sulle fionde, e non sanno che tu sei il Signore, che stronchi le guerre. 8Signore è il tuo nome. Abbatti la loro forza con la tua potenza e rovescia la loro violenza con la tua ira: hanno deciso di profanare il tuo santuario, di contaminare la Dimora dove riposa il tuo nome glorioso, di abbattere con il ferro i corni del tuo altare. 9Guarda la loro superbia, fa' scendere la tua ira sulle loro teste, metti nella mia mano di vedova la forza di fare quello che ho pensato. 10Con la lusinga delle mie labbra abbatti lo schiavo con il suo padrone e il padrone con il suo servo; spezza la loro alterigia per mezzo di una donna. 11La tua forza, infatti, non sta nel numero, né sui forti si regge il tuo regno: tu sei invece il Dio degli umili, sei il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati. 12Sì, sì, Dio di mio padre, Dio dell'eredità d'Israele, Signore dei cieli e della terra, creatore delle acque, re di tutte le tue creature, ascolta la mia preghiera! 13Fa' che la mia parola lusinghiera diventi piaga e flagello di costoro, che fanno progetti crudeli contro la tua alleanza e il tuo tempio consacrato, contro la vetta di Sion e la sede dei tuoi figli. 14Da' a tutto il tuo popolo e a ogni tribù la prova che sei tu il Signore, il Dio di ogni potere e di ogni forza, e non c'è altri, all'infuori di te, che possa proteggere la stirpe d'Israele”.

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Approfondimenti

Prima di accingersi a compiere l'impresa straordinaria che ha precedentemente annunciato, Giuditta si rivolge al Signore. A lui intatti spetta dar forza alla sua mano, rendere saldo il suo cuore, infonderle il coraggio necessario per impresa. La preghiera si svolge nel momento in cui nel tempio si offriva « incenso della sera», secondo il rito quotidiano del tempio di Gerusalemme che prevedeva due offerte giornaliere dell'incenso – al mattino e alla sera – che veniva bruciato sull'altare dei profumi, all'interno del santuario di fronte al velo che chiudeva il Santo dei Santi (cfr. Es 30,7-8).

Possiamo evincere la struttura letteraria della preghiera di Giuditta dai seguenti indizi formali:

  • ricorrenza di vocaboli: cheir (mano) vv. 2.9.10; miasma (contaminazione) e sinonimi vv. 2.4.8; apatē (inganno) vv. 3.10.13; chēra (vedova) vv. 4.9; dynamis (potenza) vv. 7.8.14; kratos (forza) vv. 8.9.11.14;
  • Dio appellato direttamente: v. 2 «Signore, Dio del padre mio»; v. 4b «Dio, Dio mio, ascolta»; v. 12 «Dio del padre mio... ascolta»; vv. 5.8: «Tu» (nel testo greco);
  • si possono cogliere anzitutto due divisioni principali: vv. 2-10.11-14. Nei vv. 2-10 si noti l'inclusione su cheir (vv. 2.9.10: da quella di Simeone a quella di Giuditta) che ricorre soltanto in questa parte e la presenza del vocabolario della contaminazione (dapprima riferito all'azione dei Sichemiti di Gn 34, poi all'intento degli Assıri invasori). Entro i vv. 2-10 si può inoltre notare la divisione tra i vv. 2-4 e 5-10: l'invocazione, che conclude la riflessione sul gesto punitivo di Simeone, motivato dalla profanazione attuata dai Sichemiti (v. 4b), parallela a quella del v. 9 che segue alla descrizione dell'intento assiro di profanare il santuario (si noti nelle due invocazioni la ricorrenza del vocabolo «vedova»); all'inganno perpetrato nei confronti degli abitanti di Sichem (v. 3) corrisponde l'inganno che si accinge a realizzare Giuditta. Si osservi inoltre l'esatto parallelo tra i vv. 3 e 8 sia per il tema dell'inganno, sia per la ricorrenza dei vocaboli archontas-doulous (al v. 10 è presente anche un chiasmo relativamente ai vocaboli in questione), sia per l'accenno nel v. 3 al «giaciglio», che prefigura già la strategia scelta da Giuditta per sopraffare l'avversario;
  • tra le due divisioni principali (vv. 2-10.11-14) notiamo le parole-aggancio: «inganno» (v. 3.10.13), «potenza» (v. 7.8.14), «forza» (vv. 8.9.11.14). Nell'ultima parte c'è l'inclusione su kratos (vv. 11.14) che è qui riferito soltanto a Dio (mentre nel v. 8 è la forza assira e nel v. 9 è quella invocata da Giuditta).

La preghiera presenta perciò la seguente divisione:

  • vv. 2-4: la giustizia divina manifestatasi per mano dei padri;
  • vv. 5-10: la tragica situazione suscita la preghiera di Giuditta perché Dio per mano di lei manifesti la sua potenza;
  • vv. 11-14: professione di fede e richiesta di aiuto.

Al centro dell'argomentazione di Giuditta troviamo i v. 5-6: ciò che è avvenuto, ciò che ora avviene e ciò che accadrà scaturisce dal disegno di Dio, perciò la situazione presente non è frutto di noncuranza divina nei confronti del suo popolo. Qual è tuttavia la posta in gioco che Giuditta intravede? Ella non sottolinea tanto il pericolo mortale che corre il suo popolo, come mostra l'esempio tratto da Gn 34, relativamente alla vendetta compiuta con l'inganno da Simeone e Levi nei confronti dei Sichemiti che avevano violentato Dina, figlia di Giacobbe, contaminandola (Gn 34,5 LXX usa il verbo miainō per descrivere il gesto di Sichem), ma ha di mira soprattutto il fatto che con la loro impresa gli Assiri si accingono a contaminare il tempio (cfr. il parallelismo tra le due azioni sottolineato sopra). In questo caso l'autore sembra evocare l'immagine di Gerusalemme come vergine data in sposa a Dio (cfr. Is 62,1-12), ma che tuttavia sta per correre il rischio di essere contaminata (cfr. Ger 3,1-2; Ez 16.23; Os 2,12). Nello stesso tempo si può qui vedere un'allusione anche all'impresa che Giuditta sta per compiere: anch'essa sta per esporsi al tipo di contaminazione di cui è stata vittima Dina, per questo è necessario che Dio mostri la sua potenza, affinché tale eventualità non abbia a succederle. Accanto a questo riferimento, si intravede sullo sfondo una ripresa del libro dell'Esodo: tramite Simeone Dio ha abbattuto «i servi con i loro capi e i capi sui loro troni» (v. 3; cfr. v. 10) come in terra d'Egitto quando morì ogni primogenito, «dal primogenito del faraone che siede sul trono fino al primogenito della schiava che sta dietro la mola» (Es 11,5; cfr. 12,29); il Dio a cui Giuditta si rivolge è il Dio che «stronca le guerre» (v. 7), un titolo che troviamo nella versione greca di Es 15,3, entro il cantico che celebra appunto la disfatta del faraone e del suo esercito. Significativa è inoltre la ripresa del motivo della mano (cfr. 8,33) che troviamo nel v. 2.9.10, che altresì si ricollega a un motivo dell'Esodo: in Es 15,6 si parla della «destra» di Dio che ha annientato il nemico, ma ancor più esplicitamente in 15,9 Dio stesso afferma «sfodererò la spada, li conquisterà la mia mano!». Come la mano di Dio ha sconfitto gli Egiziani, così Giuditta prega che la sua mano ora debelli gli Assiri: prega quindi Dio affinché per mezzo di lei rinnovi i prodigi dell'Esodo. Osserviamo infine l'insistenza sull'inganno (vv. 3.10.13): Giuditta è stata presentata come donna saggia (cfr. 8,29) e ora lascia intendere che quanto sta per compiere scaturirà appunto dalla sua abilità di superare la forza bellica del nemico con un'arma diversa. L'agire di Giuditta corrisponde alla definizione di Dio che ella espone nella sua orazione (v. 11): a differenza di Nabucodonosor che schiera il suo esercito (cfr. il v. 7 in cui il testo si attarda a descrivere la macchina bellica assira, proprio come fa Es 14,6-9 con l'esercito egiziano), Dio ha un'attenzione preferenziale agli umili, ai derelitti, ai deboli. Mentre nella descrizione dell'Esodo, contrapposta allo strapotere del faraone, sta la parola di Mosè che invita a mantenere la fiducia in Dio (Es 14,13), ora di fronte all'esercito assiro stanno la parola di una donna e il suo inganno: la debolezza della parola, la seduzione femminile (cfr. il v. 10) diventano la dimostrazione del potere universale del Dio d'Israele che «rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili» (Lc 1,52).

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Iniziativa di Giuditta 1In quei giorni Giuditta venne a conoscenza di questi fatti. Era figlia di Merarì, figlio di Os, figlio di Giuseppe, figlio di Ozièl, figlio di Chelkia, figlio di Anania, figlio di Gedeone, figlio di Rafaìn, figlio di Achitòb, figlio di Elia, figlio di Chelkia, figlio di Eliàb, figlio di Natanaèl, figlio di Salamièl, figlio di Sarasadài, figlio di Israele. 2Suo marito era stato Manasse, della stessa tribù e famiglia di lei; egli era morto al tempo della mietitura dell'orzo. 3Mentre stava sorvegliando quelli che legavano i covoni nella campagna, fu colpito da insolazione. Dovette mettersi a letto e morì a Betùlia, sua città, e lo seppellirono insieme ai suoi padri nel campo che sta tra Dotàim e Balamòn. 4Giuditta era rimasta nella sua casa in stato di vedovanza ed erano passati già tre anni e quattro mesi. 5Si era fatta preparare una tenda sul terrazzo della sua casa, si era cinta i fianchi di sacco e portava le vesti della sua vedovanza. 6Da quando era vedova digiunava tutti i giorni, eccetto le vigilie dei sabati e i sabati, le vigilie dei noviluni e i noviluni, le feste e i giorni di gioia per Israele. 7Era bella d'aspetto e molto avvenente nella persona; inoltre suo marito Manasse le aveva lasciato oro e argento, schiavi e schiave, armenti e terreni che ora continuava ad amministrare. 8Né alcuno poteva dire una parola maligna a suo riguardo, perché aveva grande timore di Dio. 9Venne dunque a conoscenza delle parole esasperate che il popolo aveva rivolto al capo della città, perché erano demoralizzati a causa della mancanza d'acqua, e Giuditta seppe anche di tutte le risposte che aveva dato loro Ozia e come avesse giurato loro di consegnare la città agli Assiri dopo cinque giorni. 10Subito mandò la sua ancella che aveva in cura tutte le sue sostanze a chiamare Cabrì e Carmì, che erano gli anziani della sua città. 11Vennero da lei ed ella disse loro: “Ascoltatemi, capi dei cittadini di Betùlia. Non è un discorso giusto quello che oggi avete tenuto al popolo, e quel giuramento che avete pronunciato e interposto tra voi e Dio, di mettere la città in mano ai nostri nemici, se nel frattempo il Signore non verrà in vostro aiuto. 12Chi siete voi dunque che avete tentato Dio in questo giorno e vi siete posti al di sopra di lui in mezzo ai figli degli uomini? 13Certo, voi volete mettere alla prova il Signore onnipotente, ma non comprenderete niente, né ora né mai. 14Se non siete capaci di scrutare il profondo del cuore dell'uomo né di afferrare i pensieri della sua mente, come potrete scrutare il Signore, che ha fatto tutte queste cose, e conoscere i suoi pensieri e comprendere i suoi disegni? No, fratelli, non provocate l'ira del Signore, nostro Dio. 15Se non vorrà aiutarci in questi cinque giorni, egli ha pieno potere di difenderci nei giorni che vuole o anche di farci distruggere dai nostri nemici. 16E voi non pretendete di ipotecare i piani del Signore, nostro Dio, perché Dio non è come un uomo a cui si possano fare minacce, né un figlio d'uomo su cui si possano esercitare pressioni. 17Perciò attendiamo fiduciosi la salvezza che viene da lui, supplichiamolo che venga in nostro aiuto e ascolterà il nostro grido, se a lui piacerà. 18In realtà in questa nostra generazione non c'è mai stata né esiste oggi una tribù o famiglia o popolo o città tra noi, che adori gli dèi fatti da mano d'uomo, come è avvenuto nei tempi passati, 19ed è per questo che i nostri padri furono abbandonati alla spada e alla devastazione e caddero rovinosamente davanti ai loro nemici. 20Noi invece non riconosciamo altro Dio fuori di lui, e per questo speriamo che egli non trascurerà noi e neppure la nostra nazione. 21Perché se noi saremo presi, resterà presa anche tutta la Giudea e saranno saccheggiate le nostre cose sante e Dio ci chiederà conto col nostro sangue di quella profanazione. 22L'uccisione dei nostri fratelli, l'asservimento della patria, la devastazione della nostra eredità Dio le farà ricadere sul nostro capo in mezzo ai popoli tra i quali saremo schiavi, e saremo così motivo di scandalo e di disprezzo di fronte ai nostri padroni. 23La nostra schiavitù non ci procurerà alcun favore; il Signore, nostro Dio, la volgerà a nostro disonore. 24Dunque, fratelli, dimostriamo ai nostri fratelli che la loro vita dipende da noi, che le nostre cose sante, il tempio e l'altare, poggiano su di noi. 25Per tutti questi motivi ringraziamo il Signore, nostro Dio, che ci mette alla prova, come ha già fatto con i nostri padri. 26Ricordatevi quanto ha fatto con Abramo, quali prove ha fatto passare a Isacco e quanto è avvenuto a Giacobbe in Mesopotamia di Siria, quando pascolava le greggi di Làbano, suo zio materno. 27Certo, come ha passato al crogiuolo costoro con il solo scopo di saggiare il loro cuore, così ora non vuol fare vendetta di noi, ma è a scopo di correzione che il Signore castiga quelli che gli stanno vicino”. 28Allora Ozia le rispose: “Quello che hai detto, l'hai proferito con cuore retto e nessuno può contraddire alle tue parole. 29Non da oggi infatti è manifesta la tua saggezza, ma dall'inizio dei tuoi giorni tutto il popolo conosce la tua prudenza, come pure l'ottima indole del tuo cuore. 30Però il popolo sta soffrendo duramente la sete e ci ha costretti a comportarci come avevamo detto loro e a impegnarci in un giuramento che non potremo trasgredire. 31Piuttosto prega per noi, tu che sei donna pia, e il Signore invierà la pioggia a riempire le nostre cisterne e così non moriremo di sete”. 32Giuditta rispose loro: “Ascoltatemi! Voglio compiere un'impresa che verrà ricordata di generazione in generazione ai figli del nostro popolo. 33Voi starete di guardia alla porta della città questa notte; io uscirò con la mia ancella ed entro quei giorni, dopo i quali avete deciso di consegnare la città ai nostri nemici, il Signore per mano mia salverà Israele. 34Voi però non fate domande sul mio progetto: non vi dirò nulla finché non sarà compiuto ciò che sto per fare”. 35Le risposero Ozia e i capi: “Va' in pace e il Signore Dio sia con te per far vendetta dei nostri nemici”. 36Se ne andarono quindi dalla sua tenda e si recarono ai loro posti.

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Approfondimenti

Seguendo lo stile dei racconti che trattano di eminenti personaggi, l'autore introduce la protagonista di questa seconda parte del libro presentando la sua genealogia, che è la più lunga riservata nella Bibbia a una donna (v. 1), cui fa seguire il racconto delle circostanze che l'hanno resa vedova (v. 2-3) e lo stile di vita che ha caratterizzato la sua vedovanza (vv. 4-6), per culminare nella sottolineatura della sue doti fisiche (v. 7) e spirituali (v. 8). A questa presentazione segue poi l'incontro con gli anziani della città (vv. 9-36).

1-8. L'autore elenca sedici ascendenti di Giuditta (compreso Israele), non tutti noti da altre fonti e in molti casi la tradizione testuale non è concorde nel presentarli. Alcuni manoscritti inseriscono prima di Israele il nome di Simeone che nel testo sarebbe richiesto sia dal v. 2 (il marito era «della stessa tribù») sia da 9,2. Il nome Giuditta (ebr. yᵉhûdît «giudea») è noto da fonti sia bibliche che di epoca persiana, ed è stato oggetto di diverse spiegazioni allegoriche. Vi è chi vede in lei la personificazione del popolo giudaico, ma anche il pendant femminile di Giuda Maccabeo. La lunga genealogia ha come funzione primaria di mostrare il genuino lignaggio israelitico dell'eroina. Giuditta non è presentata però come donna priva di esperienza: ella è stata moglie e ora è una vedova ammirata e rispettata. Il racconto della morte del marito mostra che la vita l'ha già messa alla prova ed è risultata fedele: ha vissuto con rispetto e devozione lo stato di vita occorsole, senza mai fornire occasione di scandalo, addirittura ritirandosi in una parte solitaria della casa per attendere alle proprie preghiere. Lo stato di vita di Giuditta è però un elemento essenziale per la comprensione dello sviluppo della vicenda: nella mentalità giudaica la donna rappresenta la parte debole della coppia umana, una debolezza che dev'essere sostenuta dalla parte maschile. L'unica forza attribuita alla donna è il potere della seduzione, che tuttavia l'uomo può vincere se sta in guardia. La debolezza femminile si accentua ulteriormente nel caso della vedova, perché ella non gode più di alcuna protezione, al punto che Dio stesso deve farsi garante di lei (cfr. Sal 68,6; Sir 35,14). La presentazione di Giuditta la colloca dunque entro questo universo mentale, né la sua pietà è in grado di mutarne sostanzialmente le coordinate. Accanto a ciò, si sottolineano due aspetti esteriori: Giuditta è bella e ricca, due elementi che non sempre contribuiscono a rendere libera una persona e soprattutto a preservarla dalle malelingue; nonostante questo ella non aveva mai dato a nessuno pretesti per insinuazioni o sospetti. Una donna di grande pietà e devozione, una donna molto bella: le due armi di Giuditta sono esposte in tal modo dal narratore. Il seguito ci dirà quale uso sapiente ella ne saprà fare.

9-36. Questa sezione rappresenta il centro teologico del libro e il narratore è assai abile nel far parlare i vari personaggi al fine di proporre il più oggettivamente possibile sia il loro pensiero, sia il contributo che essi intendono offrire allo sviluppo della vicenda. Giuditta è informata degli eventi (v. 9), ma non per questo lascia il luogo in cui vive ritirata: saranno i capi ad andare da lei (v. 11). Già in questo abbiamo un indizio della grande stima che essa riscuote entro la sua città, fatto ancor più accentuato dal tono con cui ella arringa gli anziani.

Il lungo discorso di Giuditta (v. 11-27) si divide dal punto di vista formale e contenutistico in tre parti:

  • vv. 11-14: un'accusa sviluppata e rafforzata da domande retoriche, allo scopo di inchiodare il colpevole di fronte alle sue responsabilità;
  • vv. 15-17: dall'accusa si passa alla riflessione (che nei vv. 16-17 culmina in un tono esortativo). Dio non è vincolato dai progetti umani;
  • vv. 18-27: la spiegazione della situazione attuale alla luce della passata esperienza del popolo. Dio sta mettendo alla prova i suoi eletti.

L'accusa rivolta da Giuditta ai capi della città è veemente e decisa: essi non hanno vincolato soltanto se stessi, ma Dio, quindi per Giuditta essi si sono «posti al di sopra di lui» (v. 12), perché dubitando della sua volontà salvifica lo hanno messo alla prova («tentato»). In tal senso Giuditta ricollega il gesto dei capi ad avvenimenti ben noti della storia del popolo, in cui si cercò di mettere alla prova Dio (cfr. Es 17,1-7), e fonda la sua accusa su un dettato esplicito della legge (cfr. Dt 6,16). Accanto a ciò, riprendendo un topos sapienziale (cfr. Gb 11,7; Sir 18,5-7; Sal 139,17-18), Giuditta mostra l'insondabilità dei progetti divini che trovano la mente umana inadeguata a coglierne orientamento e finalità (cfr. soprattutto Gb 38,2; Qo 8,17).

Il giuramento pronunciato dal capi non mette in questione soltanto la fedeltà di Dio al suo popolo, ma pure l'immagine esatta che di tale Dio si deve avere: Dio si manifesta Signore del mondo e della storia nella misura in cui corrisponde ai desideri dell'uomo e ai suoi bisogni o non è piuttosto la sua somma libertà che lo rende il Signore? I capi non hanno vincolato Dio soltanto nel tempo (i cinque giorni), ma anche nella modalità della salvezza (la pioggia, cfr. v. 31). Giuditta, da vera credente, lascia interamente la decisione sul tempo e sulle modalità a Dio; soltanto a lui spetta decidere se e quando salvare il popolo, giacché la salvezza è puro dono, non merce di scambio.

La parte dell'uomo è l'attesa, è l'invocazione e il popolo, come Giuditta, sa che Dio ha sempre ascoltato la voce del suoi servi oppressi, e l'eroina, richiamando il passato, aiuta a prendere coscienza del significato profondo della presente situazione. Il popolo ora può invocare Dio con fiducia perché, a differenza delle generazioni vissute durante la monarchia (v. 19), non è idolatra (v. 18) e riconosce un unico Dio (v. 20); questo rinvia il lettore al discorso pronunciato da Achior di fronte a Oloferne (cfr. c. 5): Giuditta condivide la prospettiva teologica di Achior e nello stesso tempo, attraverso le sue parole, il narratore suscita nel lettore una nuova attesa, dato che alla fedeltà esplicitamente dichiarata del popolo (Achior ne aveva parlato come eventualità, cfr. 5,20-21) non può non corrispondere altrettanta fedeltà da parte di Dio. La polemica contro gli idoli «fatti da mano d'uomo» ci porta in un'epoca recente della storia d'Israele, quando la sfrontatezza dell'iconografia greca suscitò indignazione e ribellione tra i Giudei (cfr. Sap 13-15), ma l'interpretazione delle sciagure passate del popolo va nel senso della predicazione profetica che annunciava la caduta di Gerusalemme e l'esilio come conseguenza dell'infedeltà a Dio (cfr. Ger 5,1-19; 7,16-20).

Dopo aver sottolineato le conseguenze nefaste della resa (il tempio saccheggiato e profanato, l'esilio e la conseguente schiavitù agli stranieri), Giuditta offre la sua interpretazione teologica della vicenda: l'assedio di Betulia non è né espressione dell'impotenza di Dio nei confronti di Nabucodonosor, né castigo divino in conseguenza di qualche colpa commessa dal popolo, né una cieca necessità prodotta dall'irrazionale evolversi degli eventi. Già la negazione di tali punti di vista è essenziale per comprendere lo sfondo ideologico soggiacente al libro: all'epoca di composizione del libro di Giuditta la visione di Dio in Israele aveva ormai assunto una prospettiva universale, quindi, anche se la titolatura divina continuava sotto forme tradizionali (Dio definito «Dio d'Israele» vv. 14-16.23.25), egli era tuttavia ormai compreso come il Signore di tutta la terra, cui tutto era sottomesso e al quale nessun potere era in grado di opporre resistenza. Nello stesso tempo lo schema deuteronomista di spiegazione degli eventi (legame colpa-castigo) aveva ormai subito radicali critiche (cfr. Gb e Qo) e soprattutto si rivelava inappropriato a spiegare gli eventi (nel nostro caso la crisi scoppiata sotto Antioco IV), dato che a subire il castigo non era un popolo empio, ma gente che cercava con ogni mezzo di attestare la sua fedeltà alla legge divina. La stessa visione greca degli eventi (il destino che determina ogni situazione) stava facendo capolino, ma nella prospettiva religiosa ebraica essa rappresentava puramente un non-senso. Giuditta tuttavia trova nella storia del suo popolo una spiegazione alternativa: i patriarchi (i «padri» del popolo), pur essendo giusti, furono «messi alla prova», sia Abramo (cfr. Gn 22), sia Isacco (benché non sia chiaro a quale prova l'autore faccia riferimento), sia Giacobbe (Gn 29-31). Come un tempo i patriarchi dovettero soffrire, cioè furono messi alla prova da Dio «per saggiare il loro cuore» (cfr. su questo principio: Gn 22,1; Sap 3,5; Sir 2,1; Gc 1,2-12), ora il popolo fedele è invitato a leggere nella situazione disperata la correzione che il Signore sta apportando a coloro che godono della sua alleanza, ai quali è stata affidata la sua legge e che possono invocarlo con fiducia (cfr. Dt 4,7).

A confronto con le ferme e solenni espressioni di Giuditta, la reazione di Ozia nei vv. 28-31 mostra la pusillanimità dei capi della città. Al centro della risposta sta l'autogiustificazione del v. 30: anche questi capi sulla scia di Aronne e Saul (cfr. Es 32,22; 1Sam 15,20-24) non hanno saputo guidare il popolo verso il Signore, piuttosto gli umori del popolo hanno determinato le loro scelte. Quindi la scusa accampata da Ozia non è che una prova della sua colpevolezza: come Aronne, come Saul anch'egli è ora delegittimato nel compito che gli era stato affidato. Egli tuttavia riconosce la «saggezza» di Giuditta (v. 29), benché non sappia derivare alcunché da questo fatto: allorché prospetta una soluzione alla donna, rimane infatti chiuso nella grettezza della prospettiva precedente (v. 31). Proprio l'accenno alla saggezza della donna invece è per il lettore un implicito messaggio: Giuditta è saggia e accorta, a differenza dei capi che non sanno escogitare nulla per superare il momento difficile. Come si esprimerà tale saggezza femminile? Per ora il narratore lascia aperta l'attesa: di fronte all'inazione dei capi, Giuditta sta per agire (v. 32). La «sua mano» (v. 33; cfr. 9,10; 12,4; 13,14.15; 16,6), come quella di Mosè (cfr. Sap 11,1) sarà lo strumento attraverso il quale il Signore provvederà al suo popolo. E i capi non possono che acconsentire (v. 35): forse perché sgravati da un peso (colei che li ha messi di fronte alle proprie responsabilità se ne va) o forse perché davvero confidano nell'abilità della donna.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Blocco delle fonti idriche di Betùlia 1Il giorno dopo, Oloferne diede ordine a tutto il suo esercito e a tutta la moltitudine di coloro che erano venuti come suoi alleati di mettersi in marcia contro Betùlia, di occupare le vie d'accesso alla montagna e di attaccare battaglia contro gli Israeliti. 2In quel giorno ogni uomo valido fra loro si mise in marcia. Il loro esercito si componeva di centosettantamila fanti e dodicimila cavalieri, senza contare gli addetti ai servizi e gli altri che erano a piedi con loro, una moltitudine immensa. 3Essi si accamparono nella valle vicino a Betùlia, oltre la sorgente, allargandosi dalla zona sopra Dotàim fino a Belbàim ed estendendosi da Betùlia fino a Kiamòn, che è di fronte a Èsdrelon. 4Gli Israeliti, quando videro la loro moltitudine, rimasero molto costernati e si dicevano l'un l'altro: “Ora costoro inghiottiranno la faccia di tutta la terra e neppure i monti più alti né le valli né i colli potranno resistere al loro urto”. 5Ognuno prese la sua armatura e, dopo aver acceso fuochi sulle torri, stettero in guardia tutta quella notte. 6Il giorno seguente Oloferne fece uscire tutta la cavalleria contro il fronte degli Israeliti che erano a Betùlia, 7controllò le vie di accesso alla loro città, ispezionò le sorgenti d'acqua e le occupò e, dopo avervi posto attorno guarnigioni di uomini armati, fece ritorno tra i suoi. 8Allora gli si avvicinarono tutti i capi dei figli di Esaù e tutti i capi del popolo di Moab e gli strateghi della costa e gli dissero: 9“Il nostro signore voglia ascoltare una parola, per evitare che il tuo esercito vada in rotta. 10Questo popolo degli Israeliti non si affida alle sue lance, ma all'altezza dei monti sui quali essi vivono, e certo non è facile arrivare alle cime dei loro monti. 11Quindi, signore, non attaccare costoro come si usa nella battaglia campale e così non cadrà un solo uomo del tuo esercito. 12Rimani fermo nel tuo accampamento, avendo buona cura di ogni uomo del tuo esercito; invece i tuoi gregari vadano a occupare la sorgente dell'acqua che sgorga alla radice del monte, 13perché di là attingono tutti gli abitanti di Betùlia. La sete li farà morire e consegneranno la loro città. Noi e la nostra gente saliremo sulle vicine alture dei monti e ci apposteremo su di esse per sorvegliare che nessuno possa uscire dalla città. 14Così cadranno sfiniti dalla fame essi, le loro donne, i loro figli e, prima che la spada arrivi su di loro, saranno stesi sulle piazze fra le loro case. 15Avrai così reso loro un terribile contraccambio, perché si sono ribellati e non hanno voluto venire incontro a te con intenzioni pacifiche”. 16Piacque questo discorso a Oloferne e a tutti i suoi ministri e diede ordine che si facesse come avevano proposto. 17Si mosse quindi un distaccamento di Ammoniti e con essi cinquemila Assiri si accamparono nella vallata e occuparono gli acquedotti e le sorgenti d'acqua degli Israeliti. 18A loro volta i figli di Esaù e gli Ammoniti salirono e si appostarono sulla montagna di fronte a Dotàim. Spinsero altri loro uomini a meridione e a oriente di fronte a Egrebèl, che si trova vicino a Cus, nei pressi del torrente Mocmur. Il resto dell'esercito degli Assiri si accampò nella pianura, ricoprendo tutta l'estensione del terreno. Le tende e gli equipaggiamenti costituivano una massa imponente, perché in realtà essi erano una turba immensa. 19Allora gli Israeliti alzarono suppliche al Signore, loro Dio, con l'animo in preda all'abbattimento, perché da ogni parte i nemici li avevano circondati e non c'era via di scampo. 20Il campo degli Assiri al completo, fanti, carri e cavalieri, rimase fermo tutt'intorno per trentaquattro giorni e venne a mancare a tutti gli abitanti di Betùlia ogni riserva d'acqua. 21Anche le cisterne erano vuote e non potevano più bere a sazietà neppure per un giorno, perché davano da bere in quantità razionata. 22Incominciarono a cadere sfiniti i loro bambini; le donne e i giovani venivano meno per la sete e cadevano nelle piazze della città e nei passaggi delle porte, e ormai non rimaneva più in loro alcuna energia. 23Allora tutto il popolo si radunò intorno a Ozia e ai capi della città, con giovani, donne e fanciulli, e alzando grida dissero davanti a tutti gli anziani: 24“Sia giudice il Signore tra voi e noi, perché voi ci avete recato un grave danno rifiutando di proporre la pace agli Assiri. 25Ora non c'è più nessuno che ci possa aiutare, perché Dio ci ha venduti nelle loro mani per essere abbattuti davanti a loro dalla sete e da terribili mali. 26Ormai chiamateli e consegnate l'intera città al popolo di Oloferne e a tutto il suo esercito perché la saccheggino. 27È meglio per noi essere loro preda; diventeremo certo loro schiavi, ma almeno avremo salva la vita e non vedremo con i nostri occhi la morte dei nostri bambini, né le donne e i nostri figli esalare l'ultimo respiro. 28Chiamiamo a testimone contro di voi il cielo e la terra e il nostro Dio, il Signore dei nostri padri, che ci punisce per la nostra iniquità e per le colpe dei nostri padri, perché non ci lasci più in una situazione come quella in cui siamo oggi”. 29Vi fu allora un pianto generale in mezzo all'assemblea e a gran voce gridarono suppliche al Signore Dio. 30Ozia rispose loro: “Coraggio, fratelli, resistiamo ancora cinque giorni e in questo tempo il Signore, nostro Dio, rivolgerà di nuovo la sua misericordia su di noi; non è possibile che egli ci abbandoni fino all'ultimo. 31Ma se proprio passeranno questi giorni e non ci arriverà alcun aiuto, farò come avete detto voi”. 32Così rimandò il popolo, ciascuno al proprio posto di difesa, ed essi tornarono sulle mura e sulle torri della città e rimandarono le donne e i figli alle loro case; ma tutti nella città erano in grande costernazione.

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Approfondimenti

Il capitolo si suddivide in tre parti principali, in cui si espone l'escalation della situazione di pericolo, illustrando anzitutto le operazioni militari poste in atto dall'esercito assiro a cui segue la descrizione dello stato d'animo e della reazione dei Giudei assediati: vv. 1-5; 6-18; 19-32.

1-5. In questa prima parte vediamo l'esercito assiro attuare una manovra a tenaglia per tagliare ogni possibilità di collegamento tra la città e la regione circostante (vv. 1-3) e ciò crea costernazione entro la città e impone una vigilanza continua (vv. 4-5): il popolo teme dunque l'assalto. Il narratore ci mostra l'imponenza dell'esercito assiro (v. 2): certamente si tratta di cifre esagerate, se non altro per l'esiguità dell'operazione che si sta mettendo in atto. Ma questa osservazione sull'esercito è per rendere il lettore partecipe del punto di vista degli Israeliti, che troviamo espresso al v. 4 («videro»): con l'Ebreo il lettore è invitato a vedere, con lui è anche portato ad affermare che «nulla potrà resistere» a una forza così imponente. L'annotazione del v. 5 ci mostra tuttavia che i Giudei non rifiutano il combattimento («Ognuno prese la sua armatura»): la sproporzione numerica non fa deflettere ancora il coraggio finora dimostrato da questo popolo.

6-18. L'approvvigionamento idrico è uno dei fattori determinanti il sorgere e il deperire di un insediamento, particolarmente in una regione come quella palestinese in cui si dipende totalmente da sorgenti perenni o dalla possibilità di conservazione dell'acqua piovana. Generalmente le città erano costruite su alture e in prossimità di fonti. L'archeologia ha mostrato come, proprio in vista degli assedi, si realizzava in genere entro le mura una rampa di accesso alla fonte (che era situata ai piedi dell'altura su cui la città era costruita) che rimaneva nascosta all'avversario. Questo tuttavia non è il caso di Betulia – come mostra la tecnica adottata nel consiglio di guerra di Oloferne – dove per accedere alla fonte i cittadini dovevano scendere alla radice del monte uscendo dalle mura della città. Chi si aspettava una soluzione breve della crisi, come finora abbiamo visto è stato il caso per la campagna dell'esercito assiro, rimane deluso: la decisione è di costringere l'avversario a cedere. Il consiglio dato a Oloferne riflette sia un'accorta conoscenza della strategia militare sia l'intento di umiliare questa gente arrogante. Infatti il territorio giudaico si presta a fatica a una battaglia campale e si correrebbe il rischio, per un esercito abituato a muoversi in ampi spazi, di dover subire notevoli perdite in una guerra di scorrerie e imboscate. La scelta dell'assedio vuole però privare il popolo della possibilità di dimostrare il suo valore e il suo eroismo: sarà la fame a sfinirli, non la spada (v. 14). Questa è perciò la prova che attende il popolo, non il violento assalto del nemico. Diversamente da come aveva reagito al discorso di Achior, ora Oloferne accoglie il consiglio datogli dai popoli confinanti con la Giudea: essi infatti non contrappongono potere a potere, ma tecniche di combattimento. Tutto è perciò ricondotto entro il limite delle possibilità e delle opportunità concrete e oggettive e nessuno spazio è lasciato all'intervento divino. Questo modo di vedere apparentemente è quello che determina gli eventi. L'autore di Giuditta infatti ci mostra, attraverso un accorto procedimento narrativo, che proprio così vanno le cose in questo mondo: al resoconto del consiglio di guerra (vv. 9-15), corrisponde l'esecuzione (vv. 17-18) per indicare che nulla impedisce di attuare tale proposta, e come mostra il seguito essa sortisce appunto gli effetti voluti.

19-32. Siamo ora riportati entro le mura della città e il punto di vista narrativo muta: non osserviamo più dall'esterno, con gli assalitori, ma siamo resi partecipi dello stato d'animo degli assediati. Essi sono stretti «da ogni parte»: nessuna possibilità di fuga. Sono ormai trascorsi 34 giorni e le riserve d'acqua estinte. Ancora una volta l'autore divide la sua esposizione secondo la tecnica narrativa sopra accennata (cfr. vv. 9-18): alla descrizione della situazione creatasi col protrarsi dell'assedio (vv. 19-22), fa seguire un dibattito concitato e teso (vv. 24-31). Indugiando sulla descrizione delle conseguenze dell'assedio (cisterne vuote, acqua razionata, bambini, donne, ragazzi sfiniti), l'autore sembra voler portare il suo lettore a condividere la reazione del popolo a tale situazione disperata: perché resistere fino alla morte? Se non c'è via di scampo, perché non arrendersi? Dio da che parte sta?

Il popolo contesta anzitutto la politica adottata finora dai suoi capi e invoca il giudizio divino con una formula solenne (cfr. Gn 16,5; 31,53; 1Sam 24,13.16) che è pronunciata da colui il cui diritto è stato leso e che perciò si appella a Dio (quasi come nel giuramento) per rivendicare giustizia. L'osservazione degli eventi porta questa gente alla disperazione, ma non a rinnegare il proprio Dio, perché se in effetti il v. 25 potrebbe apparire un atto d'accusa nei confronti di Dio, il v. 28 fornisce la chiave di lettura di tale affermazione: Dio non ha abbandonato il popolo né per debolezza, né per arbitrarietà, ma «per la nostra iniquità e per le colpe dei nostri padri». Come nel discorso di Achior, ancora una volta emerge una visione dei destini umani che riflette la teologia deuteronomista. Proprio questa visione degli eventi differenzia la protesta degli abitanti di Betulia dalle lamentele sollevate contro Mosè nel deserto da parte del popolo ridotto alla sete e alla fame (cfr. Es 16,2-3; Nm 20,2-5): il popolo non nega la potenza divina, ma ritiene che essa si sia ritorta contro di lui. Il v. 27 fornisce tuttavia il centro tematico della protesta dei Giudei: la scelta è tra morte e schiavitù, la stessa che troviamo in Es 14,11-12, quando il popolo, alla vista dell'imponente esercito egiziano, rinfaccia a Mosè di averlo fatto uscire dall'Egitto per farlo morire nel deserto. Visto che Dio vuole farci morire, mettiamoci nelle mani dell'oppressore. Si sceglie una vita da schiavi, pur di vivere: ma una vita da schiavi è autentica vita? La paura porta a rifiutare il rapporto che lega il popolo al Signore a cui in questa protesta si appella: pur sapendo che egli solo è il Signore, essi sono disposti a sottomettersi a un altro e non solo dal punto di vista politico, ma anche religioso, perché anche al loro tempio sarà riservata la sorte degli altri templi (cfr. 3,8) e anch'essi dunque dovranno adorare il dio di cui Oloferne si fa propugnatore.

La risposta di Ozia (vv. 30-31) va letta sotto una duplice prospettiva: apparentemente (v. 30) essa è un atto di fede, anzi un invito a credere e si inserisce così nella linea della risposta che Mosè diede al popolo in Es 14,13-14. Ma proprio la definizione di un limite cronologico toglie all'apparente espressione di fiducia il proprio valore: quest'uomo sta mettendo alla prova Dio, perché se davvero è Dio non può rimanere inerte, altrimenti tanto vale cadere nelle mani dell'oppressore come vuole il popolo. La risposta che Dio deve dare, come risulta dal contesto e dal seguito (8,31), è il dono della pioggia affinché le cisterne siano riempite e il popolo possa sostenere l'assedio; tale dono sarebbe un evento miracoloso, dato che si è in estate (sulla base della cronologia data finora, in luglio/agosto) e in quella regione non piove affatto in questo periodo. Da notare infine la funzione narrativa dei cinque giorni concessi a Dio: come si vedrà dal seguito essi consentiranno a Giuditta il tempo per attuare il suo piano.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Achiòr è fatto precipitare fino a Betùlia 1Cessata l'agitazione della gente radunata attorno al consiglio militare, parlò Oloferne, comandante supremo dell'esercito di Assur, rivolgendosi ad Achiòr, alla presenza di tutta quella folla di stranieri, e a tutti i Moabiti: 2“Chi sei tu, o Achiòr, e voi, mercenari di Èfraim, per profetare in mezzo a noi come hai fatto oggi e suggerire di non combattere il popolo d'Israele, perché il loro Dio li proteggerà dall'alto? E chi è dio se non Nabucodònosor? Questi manderà il suo esercito e li sterminerà dalla faccia della terra, né il loro Dio potrà liberarli. 3Saremo noi suoi servi a spazzarli via come un sol uomo, perché non potranno sostenere l'impeto dei nostri cavalli. 4Li bruceremo in casa loro, i loro monti si inebrieranno del loro sangue, i loro campi si colmeranno dei loro cadaveri, né potrà resistere la pianta dei loro piedi davanti a noi, ma saranno completamente distrutti. Questo dice Nabucodònosor, il signore di tutta la terra: così ha parlato e le sue parole non potranno essere smentite. 5Quanto a te, Achiòr, mercenario di Ammon, che hai pronunciato queste parole nel giorno della tua sventura, non vedrai più la mia faccia, da oggi fino a quando farò vendetta di questa razza che viene dall'Egitto. 6Allora il ferro dei miei soldati e la numerosa schiera dei miei ministri trapasserà i tuoi fianchi, e tu cadrai fra i loro cadaveri quando io tornerò a vederti. 7I miei servi ora ti esporranno sulla montagna e ti lasceranno in una delle città delle alture; 8non morirai finché non sarai sterminato con quella gente. 9Ma se in cuor tuo speri davvero che costoro non saranno catturati, non c'è bisogno che il tuo aspetto sia così depresso. Ho parlato: nessuna mia parola andrà a vuoto”. 10Allora Oloferne diede ordine ai suoi servi, che erano di turno nella sua tenda, di prendere Achiòr, di condurlo vicino a Betùlia e di abbandonarlo nelle mani degli Israeliti. 11I suoi servi lo presero e lo condussero fuori dell'accampamento verso la pianura, poi dalla pianura lo spinsero verso la montagna e arrivarono alle fonti che erano sotto Betùlia. 12Quando gli uomini della città li scorsero sulla cresta del monte, presero le armi e uscirono dalla città dirigendosi verso la cima del monte. Tutti i frombolieri occuparono la via di accesso e si misero a lanciare pietre su di loro. 13Ridiscesi al riparo del monte, legarono Achiòr e lo abbandonarono, gettandolo a terra alle falde del monte; quindi fecero ritorno dal loro signore. 14Scesi dalla loro città, gli Israeliti si avvicinarono a lui, lo slegarono, lo condussero a Betùlia e lo presentarono ai capi della loro città, 15che in quel tempo erano Ozia, figlio di Mica, della tribù di Simeone, Cabrì, figlio di Gotonièl, e Carmì, figlio di Melchièl. 16Radunarono subito tutti gli anziani della città, e tutti i giovani e le donne accorsero al luogo del raduno. Posero Achiòr in mezzo a tutto il popolo e Ozia lo interrogò sull'accaduto. 17In risposta riferì loro le parole del consiglio militare di Oloferne, tutto il discorso che Oloferne aveva pronunciato in mezzo ai capi degli Assiri e quello che con arroganza aveva detto contro la casa d'Israele. 18Allora tutto il popolo si prostrò ad adorare Dio e alzò questa supplica: 19“Signore, Dio del cielo, guarda la loro superbia, abbi pietà dell'umiliazione della nostra stirpe e guarda benigno in questo giorno il volto di coloro che sono consacrati a te”. 20Poi confortarono Achiòr e gli rivolsero parole di grande lode. 21Ozia, da parte sua, dopo il raduno lo accolse nella sua casa e offrì un banchetto a tutti gli anziani, e per tutta quella notte invocarono l'aiuto del Dio d'Israele.

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Approfondimenti

1-9. Contrapponendosi decisamente all'intervento di Achior, il discorso di Oloferne è, per così dire, l'esplicitazione della lotta che ormai sta per essere ingaggiata. Il discorso di Achior è definito «profetico» dal generale assiro: il profeta è sempre un portatore di parola, un portavoce, ma di chi è portavoce Achior, se esiste un solo dio, un solo sovrano? Alla profezia di Achior, Oloferne oppone la sua: egli, in quanto inviato del «signore di tutta la terra» (v. 4), parla a suo nome e porterà a compimento le parole che ora pronuncia (vv. 3-4). A imitazione degli oracoli profetici, Oloferne illustra quanto sta per fare al popolo giudaico, per ordine di Nabucodonosor. Siamo perciò in un momento in cui la tensione narrativa raggiunge un livello assai elevato e nel lettore sorge la domanda: chi è il più forte? Nabucodonosor o il Dio dei Giudei? Ma non soltanto questo: le armi di Nabucodonosor sono già note, come pure la sua strategia e l'esito delle sue operazioni militari, con quali armi invece combatterà Dio? quali forze utilizzerà?

Il discorso di Achior ha decretato la sua condanna (vv. 5-9), ma il condottiero assiro non intende punirlo subito: prima deve vedere con i suoi occhi l'insensatezza delle sue parole, perché anch'egli riconosca che da un popolo originato da una tribù di schiavi (v. 5: «razza che viene dall'Egitto») non può venire alcuna opportunità di salvezza e soprattutto che solo colui che ha inviato Oloferne è il vero signore.

10-21. Il giusto straniero trova accoglienza presso il popolo del vero Dio. Con compiacimento il narratore indugia sulla descrizione dell'abbandono dell'Ammonita nelle mani dei Giudei: il tragitto seguito è esposto minuziosamente (v. 11), ma veniamo pure a sapere che gli abitanti di Betulia stanno all'erta e sono pronti a intervenire a qualsiasi cenno dell'avversario (v. 12). L'abbandono di un prigioniero non è un fatto insolito, benché in situazioni di guerra potrebbe far insorgere seri dubbi, soprattutto tenendo presente che il rilasciato in questo caso è un Ammonita, appartenente quindi a un popolo in perenne conflitto con Giuda (cfr. Nm 22-25; Dt 23,3; 1Sam 11,1s.; Ger 49) e che potrebbe essere una spia del nemico.

In contrasto con l'aspro trattamento riservato dagli Assiri ad Achior troviamo qui l'accoglienza calorosa da parte dei Giudei di Betulia. Attorno ad Achior vediamo i tre capi della città, il consiglio degli anziani, il popolo: viene dal campo nemico, perciò è in grado di ragguagliare su quanto sta avvenendo e sui pericoli incombenti. Alle parole dell'Ammonita non segue una reazione disperata: se il comandante assiro poteva appellarsi al «signore di tutta la terra» (v. 4), il popolo giudaico confida nel «Dio del cielo» (v. 19). Alla superbia umana sta di fronte l'umiliazione dei consacrati a Dio, cioè di coloro che Dio ha legato a sé con l'alleanza sinaitica: una situazione intollerabile, di fronte alla quale Dio non rimarrà certo inerte ed è appunto questa la fiducia che la preghiera esprime. Tale confidenza è illustrata a questo punto anche da altri tre fatti:

  • essi «confortano» Achior,
  • per lui si fa addirittura un banchetto,
  • la preghiera a Dio sale durante tutta la notte.

Fino a che punto però il popolo manterrà tale fiducia nell'assistenza divina? La scena del rilascio di Achior ci ha mostrato l'efficienza del sistema difensivo di Betulia; abbiamo visto gli Assiri nascondersi e non reagire, addirittura un mercenario degli invasori passare dalla parte degli assediati. Il popolo confida davvero in Dio, oppure la prova non si è ancora fatta sentire in tutta la sua radicalità? A queste domande risponde appunto il c. 7.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Oloferne interroga Achiòr 1Frattanto a Oloferne, comandante supremo dell'esercito di Assur, fu riferito che gli Israeliti si preparavano alla guerra e avevano bloccato i valichi montani, avevano costruito fortificazioni sulle cime dei monti e avevano posto ostacoli nelle pianure. 2Egli andò su tutte le furie e convocò tutti i capi di Moab e gli strateghi di Ammon e tutti i satrapi delle regioni marittime, 3e disse loro: “Spiegatemi un po', voi figli di Canaan, che popolo è questo che dimora sui monti e come sono le città che abita, quanti sono gli effettivi del suo esercito, dove risiede la loro forza e il loro vigore, chi si è messo alla loro testa come re e condottiero del loro esercito 4e perché hanno rifiutato di venire incontro a me, a differenza di tutte le popolazioni dell'occidente”. 5Gli rispose Achiòr, condottiero di tutti gli Ammoniti: “Ascolti bene il mio signore la risposta dalle labbra del tuo servo: io dirò la verità sul conto di questo popolo, che sta su queste montagne, vicino al luogo ove tu risiedi, né uscirà menzogna dalla bocca del tuo servo. 6Questo è un popolo che discende dai Caldei. 7Essi dapprima soggiornarono nella Mesopotamia, perché non vollero seguire gli dèi dei loro padri che si trovavano nel paese dei Caldei. 8Abbandonata la via dei loro antenati, adorarono il Dio del cielo, quel Dio che essi avevano riconosciuto; perciò quelli li scacciarono dalla presenza dei loro dèi ed essi fuggirono in Mesopotamia e là soggiornarono per molto tempo. 9Ma il loro Dio comandò loro di uscire dal paese che li ospitava e di andare nel paese di Canaan. Qui infatti si stabilirono e si arricchirono di oro e di argento e di molto bestiame. 10Poi scesero in Egitto, perché la fame aveva invaso tutto il paese di Canaan, e vi soggiornarono finché trovarono da vivere. Là divennero anche una grande moltitudine, tanto che non si poteva contare la loro discendenza. 11Ma contro di loro si levò il re d'Egitto, che con astuzia li costrinse a fabbricare mattoni. Li umiliarono e li trattarono come schiavi. 12Essi alzarono suppliche al loro Dio ed egli percosse tutto il paese d'Egitto con piaghe per le quali non c'era rimedio. Perciò gli Egiziani li cacciarono via dal loro cospetto. 13Dio prosciugò il Mar Rosso davanti a loro 14e li condusse sulla via del Sinai e di Kades Barne. Essi sgominarono tutti quelli che risiedevano nel deserto, 15dimorarono nel paese degli Amorrei e con la loro potenza sterminarono tutti gli abitanti di Chesbon; quindi, attraversato il Giordano, si impadronirono di tutta la regione montuosa. 16Cacciarono lontano da sé il Cananeo, il Perizzita, il Gebuseo, Sichem e tutti i Gergesei, e abitarono nel loro territorio per molti anni. 17Finché non peccarono contro il loro Dio erano nella prosperità, perché un Dio che odia il male è in mezzo a loro. 18Quando invece si allontanarono dalla via che egli aveva disposto per loro, furono terribilmente sconfitti in molte guerre e condotti prigionieri in paese straniero; il tempio del loro Dio fu raso al suolo e le loro città furono conquistate dai loro nemici. 19Ma ora, convertìti al loro Dio, hanno fatto ritorno dai luoghi dove erano stati dispersi, hanno ripreso possesso di Gerusalemme, dove è il loro santuario, e si sono stabiliti sulle montagne, che prima erano deserte. 20Ora, mio sovrano e signore, se vi è qualche colpa in questo popolo perché hanno peccato contro il loro Dio, se cioè ci accorgiamo che c'è in loro questo impedimento, avanziamo e diamo loro battaglia. 21Se invece non c'è alcuna iniquità nella loro gente, il mio signore passi oltre, perché il loro Signore e il loro Dio non si faccia scudo per loro e noi diveniamo oggetto di scherno davanti a tutta la terra”. 22Quando Achiòr cessò di pronunciare queste parole, tutta la folla che circondava la tenda e stazionava intorno alzò un mormorio, mentre gli ufficiali di Oloferne e tutti gli abitanti della costa e i Moabiti proponevano di ucciderlo. 23“Non avremo certo paura degli Israeliti – dicevano – perché è un popolo che non possiede né esercito né forze per un valido schieramento. 24Dunque avanziamo, ed essi diventeranno un pasto per tutto il tuo esercito, o sovrano Oloferne”. __________________________ Note

5,5 Ascolti bene il mio signore: il discorso contiene l’esposizione teologica meglio elaborata di tutto il libro. Vi si esprime la coscienza che si ha di essere il popolo del Signore, invincibile quando è fedele al suo Dio. Questo straniero che difende Israele ricorda Balaam (Nm 22-24), Racab (Gs 2) e soprattutto Achikàr (Tb 1,21).

5,8 Dio del cielo: epiteto divino di derivazione persiana, che viene adottato nella letteratura biblica recente (Esd 1,2; Ne 1,4s; 2,4.20; Dn 2,18s); vedi nota a Tb 7,13.

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Approfondimenti

5,1-6,21. Questa sezione del libro è caratterizzata da due discorsi che si oppongono reciprocamente (5,5-24; 6,2-9) e determinano due punti di vista essenziali per comprendere lo sviluppo tematico e narrativo successivo. La vicenda è arrestata per far penetrare il lettore entro il campo dell'esercito invasore e ancor meglio illustrare la personalità di Oloferne, il quale non ammette parola diversa da quella di Nabucodonosor o potere che possa contrapporsi a quello del suo signore (cfr. 6,4). La pericope si segmenta così:

  • 5,1-4: la resistenza giudaica spinge Oloferne a informarsi sulle caratteristiche e sulle potenzialità militari dei Giudei;
  • 5,5-21: l'Ammonita Achior presenta il popolo giudaico;
  • 5,22-24: reazione degli astanti al discorso dell'Ammonita;
  • 6,1-9: reazione di Oloferne alle parole di Achior;
  • 6,10-21: Achior espulso dall'accampamento assiro.

5,1-4. La diversa reazione dei Giudei rispetto alle popolazioni costiere all'appressarsi dell'esercito assiro è sorprendente e suscita l'ira del condottiero Oloferne il quale convoca tutti i capi dei popoli limitrofi, che l'autore appella con tre termini diversi: «capi», «strateghi», «satrapi» (quest'ultimo è un vocabolo preso dal persiano, e significa «governatore»); i diversi appellativi sono scelti probabilmente per amore di variazione, più che per distinguere i capi tra di loro. Le domande che rivolge Oloferne, benché possano sembrare sprezzanti e puramente retoriche (un piccolo popolo che abita sulle colline quali possibilità avrà mai di resistere?), entrano tuttavia nel vivo della questione. Egli unisce a domande attinenti alla strategia militare da seguire (le città, l'esercito, il condottiero) altre che riguardano invece il carattere del popolo giudaico (dove risiede la loro forza, perché non si sono arresi). Proprio questo secondo tipo di domande mostra l'ironia che l'autore introduce in tale consulto: il generale vuole sapere se i Giudei dispongono di una forza militare adeguata per opporsi a lui, ma egli conosce un solo tipo di forza (quella militare) e un solo detentore di essa (Nabucodonosor).

Il discorso che segue intende illuminare il condottiero, ma anche il lettore: questa forza esiste e anche colui che la detiene, ma Oloferne non è in grado di riconoscerla, proprio come il faraone con Mosè (cfr. Es 5,1-2).

5,5-21. Il nome del capo degli Ammoniti (abitanti della regione circostante l'attuale Amman in Giordania) potrebbe risalire all'ebraico ’aḥîy’ôr, che significa «mio fratello è luce», quasi perciò un'illustrazione del ruolo che egli deve svolgere nei confronti di Oloferne. Nel racconto egli, che è straniero e pagano rispetto ai Giudei, è tratteggiato secondo una tradizione letteraria ormai consolidata: è infatti il tipo del buon pagano, che prende posizione a favore di Israele e soprattutto sa riconoscere ciò che determina la storia dello stesso (cfr. Balaam in Nm 22-24; Raab in Gs 2). Il suo discorso presenta questa divisione:

  • v. 5: attestazione di veridicità;
  • vv. 6-16: la storia del popolo, suddivisa in tre tappe: Mesopotamia e migrazione in Canaan (vv. 6-9), Egitto ed esodo (vv. 10-14), conquista e installazione in Canaan (vv. 15-16);
  • vv. 17-18: interpretazione teologica delle vicende del popolo;
  • v. 19: la situazione attuale;
  • v. 20-21: consiglio al condottiero.

La presa di parola del capo ammonita avviene tramite un' assicurazione che il proprio dire non sarà viziato da alcunché, un'affermazione che fa risaltare ulteriormente l'effetto negativo che susciterà il suo intervento: la verità di fronte alla cecità della volontà di dominio non trova alcun varco nella coscienza dell'uomo. La ricostruzione che egli fa della vicenda del popolo di Dio è tale che per il lettore giudeo corrisponde effettivamente alla pretesa avanzata nell'affermazione iniziale. In effetti, benché tale esposizione non combaci in tutti i dettagli con i racconti biblici contenuti nei testi canonici (per esempio l' “espulsione” dal paese dei Caldei, v. 8), sappiamo da altre tradizioni giudaiche che tali divergenze nell'esposizione erano assai diffuse. Il tragitto seguito dai patriarchi li porta dalla regione meridionale dell'Iraq (in cui si trovava Ur) a quella dell'alta Siria (la regione che Gdt chiama Mesopotamia, e che in Gn 12,4 è identificata con quella di Carran) e infine in Palestina. Achior si concentra poi sulle vicende dell'esodo.

Due sono i temi teologici fondamentali impliciti in questa breve ricostruzione storica: il popolo che Oloferne ha di fronte adora un solo Dio (il «Dio del cielo»: espressione che ritroviamo sovente in testi di epoca persiana, cfr. 2Cr 36,23; Esd 1,2; 5,11-12; 6,9-10; Dn 2,37; Tb 10,11.12 e anche nei papiri ritrovati a Elefantina in Egitto, che risalgono al V sec. a.C.) e questo Dio ha già manifestato la sua potenza, sia nei confronti dell'Egitto, sia delle popolazioni autoctone di Canaan. Si fa perciò evidente nel discorso dell'Ammonita qual è la reale posta in gioco: dietro la resistenza ebraica non sta soltanto la cocciutaggine di un popolo, ma un Dio potente, come mostra appunto la vicenda qui esposta. Achior però non si accontenta di presentare al generale assiro il lato positivo della vicenda storica: quella dei Giudei è una storia contrassegnata anche dal fallimento, ma questo, lungi dal dimostrare l'impotenza del Dio che essi venerano, mostra ancor più quanto egli sia potente. In linea con la teologia deuterono-mista (cfr. Gdc 2,11-19), Achior presenta infatti i fallimenti d'Israele come conseguenza della ribellione o della dimenticanza di Dio: il negativo e il positivo della storia dipendono esclusivamente dalla relazione con Dio (vv. 17-18). La presentazione che egli fa della situazione attuale (v. 19) e l'avvertimento rivolto a Oloferne (vv. 20-21) non sono che il riflesso di tale visione teologica: proprio la riconciliazione con Dio ha permesso il ritorno dalla umiliazione dell'esilio e ora il generale deve saper discernere se dovrà combattere soltanto contro un piccolo popolo, nel caso egli sia stato ribelle al suo Dio, o se invece la sua lotta sarà contro questo Dio così potente, nel caso che il popolo sia rimasto fedele; il lettore di Gdt sa (cfr. c. 4) che quest'ultima è appunto la situazione che determina la reazione del popolo, perciò attende che ancora Dio manifesti la sua potenza e la sua fedeltà al popolo che si è scelto.

Risulta impossibile integrare i vv. 18-19 – che suppongono già avvenuta la distruzione del tempio e superato l'esilio – nella cronologia che l'autore propone all'inizio del libro: addirittura tali eventi sono riferiti al generale del re che fu responsabile di tali tragedie! Tale contraddizione potrebbe essere motivata dal fatto che il racconto di Giuditta sarebbe sorto agli inizi dell'epoca persiana, per subire una rielaborazione ellenistica che non si è preoccupata di eliminare eventuali contraddizioni causate dall'aver trasformato Nabucodonosor in re di Assiria.

La funzione di Achior nell'economia del racconto va colta anche alla luce dei riflessi del suo intervento sulla vicenda successiva: il suo discorso infatti prepara le affermazioni di Giuditta a Oloferne (cfr. 11,9-19), la quale confermerà appunto la tesi teologica di Achior, ma focalizzando il lato negativo che ne consegue, dato che il popolo – a dire di Giuditta – non intende mantenersi fedele al suo Dio.

Il discorso si chiude con l'insistenza sul vocabolo greco kyrios («signore»). Oloferne è despotës kyrios «sovrano e signore» (v. 20: l'aggettivo possessivo «mio» è assente nel testo greco; la BC lo aggiunge con le versioni) e kyrios mou «mio signore» (v. 21), una titolatura che esprime una comprensione del potere militare e politico che non ammette oppositori; ma di fronte a lui ora si trova il «Signore dei Giudei», anch'egli un signore che non ammette che alcuno gli si possa paragonare o opporre, come ben sapeva il fedele giudeo cui era destinato il libro di Gdt.

5,22-24. La reazione degli astanti non è affatto sorprendente: la logica militare e imperialista non accetta che argomenti ad essa corrispondenti. Achior non ha illustrato le forze militari dei Giudei, benché si sia sforzato di mettere in luce le reali forze che sono adesso in campo: un grande esercito e l'unico Dio che fa da scudo a un popolo apparentemente indifeso. Il consiglio di guerra reputa sciocco «aver paura» dei Giudei: in effetti Achior non intendeva suscitare il timore nei confronti dei Giudei, ma appunto nei confronti del vero Dio. La sua parola tuttavia si manifesta incapace di convincere i permalosi militi e ancor più lo sarà nei confronti di Oloferne.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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