📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Indirizzo e saluto 1Giuda, servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo, a coloro che sono prediletti, amati in Dio Padre e custoditi da Gesù Cristo, 2a voi siano date in abbondanza misericordia, pace e carità.

Intenzione dell'autore e occasione dello scritto 3Carissimi, avendo un gran desiderio di scrivervi riguardo alla nostra comune salvezza, sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, che fu trasmessa ai santi una volta per sempre. 4Si sono infiltrati infatti in mezzo a voi alcuni individui, per i quali già da tempo sta scritta questa condanna, perché empi, che stravolgono la grazia del nostro Dio in dissolutezze e rinnegano il nostro unico padrone e signore Gesù Cristo.

Gli impostori: i loro peccati e la loro condanna 5A voi, che conoscete tutte queste cose, voglio ricordare che il Signore, dopo aver liberato il popolo dalla terra d’Egitto, fece poi morire quelli che non vollero credere 6e tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del grande giorno, gli angeli che non conservarono il loro grado ma abbandonarono la propria dimora. 7Così Sòdoma e Gomorra e le città vicine, che alla stessa maniera si abbandonarono all’immoralità e seguirono vizi contro natura, stanno subendo esemplarmente le pene di un fuoco eterno. 8Ugualmente anche costoro, indotti dai loro sogni, contaminano il proprio corpo, disprezzano il Signore e insultano gli angeli. 9Quando l’arcangelo Michele, in contrasto con il diavolo, discuteva per avere il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore! 10Costoro invece, mentre insultano tutto ciò che ignorano, si corrompono poi in quelle cose che, come animali irragionevoli, conoscono per mezzo dei sensi. 11Guai a loro! Perché si sono messi sulla strada di Caino e, per guadagno, si sono lasciati andare alle seduzioni di Balaam e si sono perduti nella ribellione di Core. 12Essi sono la vergogna dei vostri banchetti, perché mangiano con voi senza ritegno, pensando solo a nutrire se stessi. Sono nuvole senza pioggia, portate via dai venti, o alberi di fine stagione senza frutto, morti due volte, sradicati; 13sono onde selvagge del mare, che schiumano la loro sporcizia; sono astri erranti, ai quali è riservata l’oscurità delle tenebre eterne. 14Profetò anche per loro Enoc, settimo dopo Adamo, dicendo: «Ecco, il Signore è venuto con migliaia e migliaia dei suoi angeli 15per sottoporre tutti a giudizio, e per dimostrare la colpa di tutti riguardo a tutte le opere malvagie che hanno commesso e a tutti gli insulti che, da empi peccatori, hanno lanciato contro di lui». 16Sono sobillatori pieni di acredine, che agiscono secondo le loro passioni; la loro bocca proferisce parole orgogliose e, per interesse, circondano le persone di adulazione.

Esortazione ai fedeli 17Ma voi, o carissimi, ricordatevi delle cose che furono predette dagli apostoli del Signore nostro Gesù Cristo. 18Essi vi dicevano: «Alla fine dei tempi vi saranno impostori, che si comporteranno secondo le loro empie passioni». 19Tali sono quelli che provocano divisioni, gente che vive di istinti, ma non ha lo Spirito. 20Voi invece, carissimi, costruite voi stessi sopra la vostra santissima fede, pregate nello Spirito Santo, 21conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna. 22Siate misericordiosi verso quelli che sono indecisi 23e salvateli strappandoli dal fuoco; di altri infine abbiate compassione con timore, stando lontani perfino dai vestiti, contaminati dal loro corpo.

Dossologia conclusiva 24A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e colmi di gioia, 25all’unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e per sempre. Amen.

Approfondimenti

(cf LETTERA DI GIUDA – introduzione, traduzione e commento di MATTEO FOSSATI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Indirizzo e saluto Per quanto riguarda la presentazione dell'autore, i due titoli riportati «servo di Gesù Cristo» e «fratello di Giacomo» sono molto significativi. Chi scrive afferma anzitutto il proprio legame con Cristo, la propria fedeltà a Lui; di più: la propria completa sottomissione. Come gli altri «fratelli» di Gesù, Giuda non fece parte del collegio apostolico (cfr. At 1,14) né usò per sé il titolo di «apostolo» (cfr. anche Gc 1,1), ma la designazione «servo di Gesù Cristo», che anche Paolo attribuiva a se stesso (Rm 1,1; Fil 1,1) insieme a quella più ufficiale di «apostolo» (1Cor 1,1; 2Cor 1,1; Gal 1,1; Ef 1,1), esprime di fatto la dimensione interiore che ogni mandato ecclesiale, compreso quello apostolico, presuppone, ossia l'adesione perfetta al Cristo. Da tale legame diretto con il Signore scaturisce l'autorità che questi uomini avevano nella Chiesa del I secolo, sottolineata in Gd 1 dall'affermazione della vicinanza e consanguineità dell'autore con una delle figure di maggiore spicco nella comunità cristiana di Gerusalemme di quel tempo: Giacomo, il fratello del Signore (At 12,17; 15,13; 21,18; Gal 2,9).

L'indirizzo rende evidente la dimensione teologica della vita cristiana: i credenti sono anzitutto degli «eletti», ossia persone scelte gratuitamente e immeritatamente da parte di Dio; questa loro elezione si concretizza nell'essere «amati» da parte sua e nell'essere «custoditi» dal Cristo. Con il procedere della lettera si comprenderà l'importanza di questo richiamo alla radice divina della vocazione cristiana: l'autore sta cercando di richiamare i suoi destinatari all'enorme responsabilità individuale che ogni credente ha di fronte alla fede consegnatagli da Dio. La salvezza è un dono che Dio elargisce universalmente a tutti gli uomini; la risposta però è nelle mani di ciascuno: alcuni colgono tale opportunità, altri la sottovalutano, altri ancora la rifiutano (cfr. Gd 4). L'autore esorterà quindi i suoi fedeli ascoltatori a «lottare in difesa della fede» (Gd 3) e a gettare su di essa le «fondamenta» della loro vita (Gd 20), conservandosi in quell'«amore di Dio» (Gd 21) che, in quanto «eletti», è già in loro possesso.

Intenzione dell'autore e occasione dello scritto L'autore inizia a manifestare le proprie intenzioni in un modo insolito, riferendo cioè un suo precedente desiderio che viene poi corretto. Ciò rende consapevoli i destinatari del fatto che chi scrive aveva già deciso di inviare loro una lettera contenente esortazioni generiche sulla vita cristiana e considerazioni riguardanti la comune salvezza dei credenti in Cristo, ma si vide poi costretto a correggere il tiro della missiva a causa di un avvenimento improvviso e grave esposto nel v. 4: l'arrivo nelle comunità da lui seguite di «alcuni individui» (espressione volutamente sprezzante), «gente empia» che dal punto di vista morale rovinava i doni di grazia ricevuti da Dio sprecandoli con una condotta scostumata, e da quello dottrinale rinnegava la fede cristiana nell'«unico padrone e signore Gesù Cristo». È interessante osservare anzitutto la presenza del tema della vita credente come «lotta», che in un senso puramente laico era già noto alla produzione filosofica greca, soprattutto stoica, la quale parlava del combattimento che l'uomo nobile deve ingaggiare per raggiungere la virtù. Lo stesso tema fu assai sfruttato anche dall'antica letteratura cristiana, vuoi in senso puramente morale (Lc 13,24), vuoi secondo metafore militari (Gv 18,36; 1Ts 5,8; 2Tm 4,7) o sportive (1Cor 9,24-27; Fil 3,12-14). La particolarità della lettera di Giuda è quella di non utilizzare il verbo «lottare» in senso polemico: chi scrive non esorta i suoi fedeli a combattere “contro qualcuno”, bensì a combattere “per qualcosa”. E questo qualcosa è la fede, intesa qui come deposito: l'insieme delle verità rivelate una volta per tutte da Dio all'umanità in Cristo, tramandate fedelmente nella predicazione apostolica e conservate gelosamente dalla Chiesa.

Gli impostori: i loro peccati e la loro condanna L'autore compone una sorta di midrash rabbinico, cioè un commento attualizzante della Scrittura, che da un lato evidenzia la gravità e la pericolosità del comportamento di tali falsi maestri, nonché la somiglianza tra le loro azioni e quelle di alcuni personaggi della Scrittura già incorsi in terribili punizioni divine, dall'altro rivolge contro di essi pesanti parole profetiche di giudizio.

Il compito del ricordo è fondamentale per la trasmissione e la conservazione della fede della Chiesa. È infatti azione teologica che suscita la fede nel cuore dei cristiani, poiché permette loro di rileggere alla luce della Pasqua la missione terrena del Cristo (cfr. Lc 24,6; Gv 2,22; 12,16) e di ricordare e trasmettere quanto ricevuto da principio (cfr. 1Cor 11,2; 2Tm 2,8.14; 2Pt 3,2).

L'autore cita brevemente tre casi tratti dalla tradizione di Israele in cui altrettanti comportamenti empi furono prontamente ed esemplarmente puniti da Dio: gli increduli dell'Esodo, gli angeli ribelli, Sodoma e Gomorra. Il secondo episodio citato fa riferimento a Gen 6,1-4, che racconta come ancor prima del diluvio, agli albori della storia umana, degli angeli, «figli di Dio», si invaghirono di alcune donne, «figlie degli uomini», e si unirono a esse. Frutto di tale unione furono i giganti, «i famosi eroi dell'antichità» (Gen 6,4). Questo mito viene trattato diffusamente in alcuni testi giudaici apocrifi (il Libro di Enok, il Libro dei Giubilei, l'Apocalisse di Baruc siriaca) secondo i quali, in seguito a tale azione, gli angeli vennero banditi dalle loro precedenti sedi celesti e cacciati nelle profondità della terra, dove ardono le fiamme di un fuoco eterno. La causa di questa punizione risiede nel fatto che con la loro azione gli angeli si erano ribellati all'ordine celeste posto da Dio, avevano disprezzato la posizione di sovranità loro concessa dal Creatore e, infine, si erano abbandonati a un uso innaturale della sessualità. Questo mito, che ebbe grande risonanza nella letteratura giudaica poiché vi si attingeva per spiegare la nascita del maligno e dell'inferno, nel Nuovo Testamento è poco utilizzato: se ne trovano solo vaghi accenni (cfr. 1Pt 3,19-20; 2Pt 2,4; 1Cor 11,10). Questi tre esempi di peccato sono prontamente applicati ai falsi maestri nel v. 8, che punta il dito contro tre loro comportamenti empi. Va subito detto che non è possibile trovare una corrispondenza precisa fra i tre peccati degli impostori e i tre esempi della storia di Israele, nonostante l'autore introduca il versetto con la formula «allo stesso modo anche costoro...». Il parallelismo va cercato andando al di là dei singoli peccati e scoprendo che la loro radice comune risiede in un arrogante atteggiamento oppositivo dell'uomo nei confronti di Dio e dell'ordine naturale posto da Lui a custodia della creazione.

Il secondo brano del midrash, più breve del precedente, contrappone al comportamento arrogante e blasfemo dei falsi maestri (v. 1O) l'esempio positivo dell'arcangelo Michele (v. 9). Se neppure l'arcangelo Michele, che è la prima e più perfetta creatura di Dio (cfr. Dn 12,1), osò accusare con parole blasfeme Satana, che è il primo dei dannati, tanto meno questi individui boriosi dovrebbero permettersi di mancare di rispetto a creature angeliche ancora in possesso della propria autorità nelle sfere celesti! In questo passo sembra emergere anche una possibile motivazione di tale comportamento empio e blasfemo: la totale mancanza di consapevolezza della dignità assegnata da Dio a quelle creature, che però è imputabile non tanto a una naturale ignoranza, quanto a un colpevole rifiuto. Questi soggetti, privi di conoscenza intellettuale («non conoscono»), da un lato non comprendono le realtà spirituali e finiscono per disprezzarle con ignorante tracotanza; dall'altro si avviano alla propria rovina materiale e spirituale, rimanendo invischiati in insane passioni animalesche – in particolare quelle relative all'esercizio sregolato della sessualità, come suggerito dal contesto – che sono esperienze sensoriali («imparano per istinto») e quindi unico mezzo di conoscenza rimasto alla loro portata. Per inquadrare l'evento della tradizione giudaica cui accenna qui l'autore, vale a dire il contenzioso tra l'arcangelo Michele e Satana in merito al corpo di Mosè, l'unico appiglio biblico è la breve narrazione consegnata da Dt 34,6 a proposito della sepoltura del grande personaggio. La tradizione religiosa di Israele tramanda in proposito racconti leggendari che ebbero grande risonanza nel tardo giudaismo e nel primo cristianesimo. La versione più diffusa è proprio quella della lotta tra l'arcangelo Michele e Satana per il possesso del corpo di Mosè, a cui fa qui riferimento la lettera di Giuda. Secondo tale versione Satana, usando parole sprezzanti nei riguardi sia dell'angelo che di Mosè, avanzava delle pretese su quest'ultimo, sostenendo che gli appartenesse perché aveva commesso un omicidio in gioventù (cfr. Es 2,11-15). A quest'assurda richiesta l'angelo avrebbe risposto senza parole offensive, bensì affidando Satana al giudizio divino: «Ti condanni il Signore» (Gd 9; cfr. Zc 3,2).

Il terzo brano del midrash inizia con un vero e proprio oracolo di sventura nei confronti dei falsi maestri («Guai a loro! Perché...» [v. 11]) e il quarto riporta una profezia di giudizio di Enok (vv. 14-15). L'oracolo di sventura di Gd 11 è completo, poiché consta di una parola di maledizione rivolta direttamente ai falsi maestri («Guai a loro!») seguita da tre frasi causali che danno la motivazione del giudizio di condanna, paragonando l'operato di questi individui a quello di tre peccatori assai noti della storia d'Israele: Caino, Balaam e Kore. La seconda parte del brano, quella che applica direttamente agli avversari il giudizio di condanna implicito nei tre esempi anticotestamentari, è il momento letterariamente più alto dell'epistola, caratterizzato da una vigorosa carica immaginifica. L'autore prende spunto dalla natura per tracciare con tinte forti un ritratto dell'immoralità e della pericolosità dei falsi maestri capace di rimanere indelebilmente impresso nella mente dei suoi destinatari.

Essendo il midrash costruito secondo un climax ascendente, i vv. 14-16 rappresentano il culmine della sezione dedicata dall'autore ai falsi maestri, ai quali in effetti applica il terribile giudizio di condanna che la tradizione giudaica attribuisce a Enok, uno dei progenitori dell'umanità, settimo tra i discendenti di Adamo. Enok, figura molto venerata nell'antichità, viene descritto dal libro della Genesi come un uomo integro, che camminò con Dio ricevendone in cambio un premio eccezionale: essere risparmiato dalla morte e venire rapito vivo nei cieli (cfr. Gen 5,21-24). Questa testimonianza biblica favorì il sorgere di favolose leggende sulla sua persona e la diffusione di vari scritti a suo nome, il più importante dei quali è sicuramente il cosiddetto Primo libro di Enok. Come spesso accadde in ambiente cristiano, la profezia di Enok, originariamente riferita a una teofania escatologica di Dio Padre – che nella versione enochica funge, infatti, da soggetto della frase, identificato con gli appellativi «Santo e Grande... Dominatore del mondo» (1Enok 1,3) –,viene applicata alla parusia di Gesù Cristo con la semplice introduzione del soggetto «il Signore», riferito proprio al Figlio (cfr., p. es., testi come Is 63,1-6 in Ap 19,13.15; Is 66,15 in 2Ts 1,7-8; Zc 14,5 in 1Ts 3,13). Entrando nel merito della profezia, essa presenta come certo il ritorno definitivo del Signore Gesù, il quale, accompagnato da innumerevoli schiere di angeli, sottoporrà al giudizio divino tutti i viventi, dimostrando in modo inconfutabile la colpevolezza degli empi riguardo a tutte le azioni malvagie commesse e a tutte le parole blasfeme pronunciate contro Dio Altissimo. È interessante anche notare come chi scrive ritorni qui sui peccati che i suoi avversari hanno commesso con la parola: pretendendo di essere maestri, sarà inevitabile per loro venire giudicati pure per tutto quanto avranno fatto uscire dalla loro bocca! A questo punto l'autore, per non lasciare adito a dubbi, passa all'accusa diretta dei falsi maestri (v. 16). Egli li definisce anzitutto «lamentosi mormoratori», usando due termini che richiamano, in modo assai preciso, quello che può essere considerato il peccato originale degli Israeliti nel deserto: la mormorazione contro Dio, ossia il pensare di essere in grado di gestire la propria vita meglio di quanto stesse facendo il loro liberatore. Tale mormorazione contro Dio, per di più, non rimane un puro affronto verbale: indica una totale perdita di fiducia nei suoi confronti, che si concretizza in primo luogo in un categorico rifiuto della sua parola e dei suoi comandamenti, istantaneamente sostituiti da parole e desideri umani. In tal modo la superbia e la caparbietà dell'uomo finiscono per farlo cadere nella schiavitù dei propri istinti (cfr. Ger 18,12). Ecco fin dove si sono spinti tali impostori: tranciato ogni legame con Dio, proferiscono contro di Lui bestialità di ogni sorta, accusandolo di ogni loro insoddisfazione, mentre blandiscono con parole suadenti i potenti del mondo, di cui sono pronti a coprire ogni colpa e ad assecondare ogni turpe disegno pur di ricavarne potere, ricchezza e fama.

Esortazione ai fedeli A conclusione del corpo della lettera, l'autore pone due brani di carattere esortativo (vv. 17-19.20-23). L'autore, è preoccupato di mantenere una netta separazione tra i suoi discepoli amati e gli empi impostori. Dopo aver dedicato quattro brani a descrivere il carattere, le empietà e il severo giudizio divino che aspetta i falsi maestri, ora l'autore desidera indicare ai suoi destinatari una rotta sicura, che possa condurre la loro nave fuori dalle secche rese insidiose dagli infidi scogli degli avversari (v. 12). Il fatto che dalle fila dei primi cristiani fossero usciti dei ribelli e stessero nascendo dei movimenti ereticali non doveva scandalizzare i credenti e nemmeno farli dubitare sulla realtà della Chiesa. Gli stessi apostoli avevano infatti predetto che tra i credenti sarebbero sorti degli impostori che avrebbero messo alla prova i fratelli e, schiavi dei propri istinti carnali, avrebbero tentato di sedurre chi invece viveva nella luce dello Spirito.

Gli avversari dei cristiani vengono definiti anzitutto «dileggiatori», termine che indica l'atteggiamento supponente di chi si fa beffe delle realtà più sacre con superba arroganza (cfr. vv. 8.10). La seconda caratteristica negativa di tali individui è il loro agire in balìa dei più «empi istinti»; il significato di questo aggettivo è chiarito dall'aggiunta «non ha lo Spirito» (v. 19): questi individui vivono a un livello puramente animale, preoccupati di saziare i loro più bassi appetiti.

In tal modo l'autore vibra un colpo mortale alla pretesa degli avversari di essere carismatici e di avere un rapporto speciale e diretto con Dio: il loro agire empio è una prova inconfutabile dell'infondatezza di tale presunzione. Un'ultima parola è dedicata al risultato inevitabile di tale comportamento libertino, arrogante ed elitario: la divisione introdotta da tali individui in seno alla Chiesa. Realtà dolorosa, ancor prima che scandalosa, va accettata come prova, secondo le parole del Cristo stesso (cfr. Mt 10,34; Lc 12,51): l'unità dei cristiani tra loro e con Dio sarà la meta agognata di un cammino lungo e faticoso, che i credenti potranno sperimentare solo come dono amorevole del Padre (cfr. Gv 17,11.20-23).

Dopo aver rassicurato i destinatari sull'affidabilità della fede testimoniata dalla Chiesa (vv. 17-19), l'autore fa una serie di esortazioni che rappresenta il culmine del messaggio che egli intende trasmettere ai propri discepoli: sono diversi i fattori che suggeriscono di prendere questa quadruplice esortazione come un compendio della fede e della vita cristiane secondo l'autore della Lettera di Giuda.

Chi si è separato definitivamente dalla comunità cristiana, avendo deciso di seguire la predicazione e l'indegna condotta morale dei maestri dell'errore viene trattato con una durezza che evidenzia quanto gli apostoli prendessero sul serio la realtà del peccato e quanto timore avessero le guide delle comunità che persone empie riuscissero a contagiare con i propri errori i fratelli più deboli. Questo fa capire quanto delicata sia la questione del rapporto tra i credenti e i peccatori: bisogna evitare che gli errori di questi ultimi possano contagiare la comunità cristiana, eppure, come fratelli caduti nell'errore, essi vanno trattati con pietà cristiana e affidati alla misericordia di Dio tramite una preghiera di intercessione.

Dossologia conclusiva L'autore conclude la propria lettera con una solenne dossologia (vv. 24-25), che si direbbe forse più adatta a un'omelia o a un'azione liturgica. In realtà non era inusuale in ambiente cristiano terminare uno scritto con formule liturgiche di lode a Dio. L'indirizzo della dossologia, è amplificato notevolmente e gli viene assegnata una doppia funzione: quella, diretta, di esprimere una personale professione di fede nel Padre celeste, che viene lodato a partire da quattro suoi attributi; secondariamente quella, implicita, di esortare i destinatari dello scritto ad affidarsi a Lui, che solo li può salvare. A quest'unico Dio, che solo può difendere il cammino degli uomini dagli attacchi del Maligno, che solo li può rendere degni di presentarsi senza macchia al suo cospetto, che solo li salva grazie al sacrificio del suo unico Figlio Gesù Cristo, la Lettera di Giuda proclama solennemente che appartengono «gloria, maestà, forza e potenza dall'eternità, ora e per tutti i secoli». Anche in questo caso l'autore sfrutta al massimo le possibilità della dossologia, inserendo addirittura quattro termini di lode e amplificando in modo personalissimo anche il tempo, del quale specifica tutte e tre le dimensioni: passato, presente e futuro. Concludendo la formula dossologica con l'acclamazione finale «Amen», che nel caso di una lettura pubblica del messaggio sarebbe stata pronunciata in forma assembleare, l'autore invita i propri destinatari a unirsi a lui in questa proclamazione di lode e ad affidare personalmente la propria vita al Dio di Gesù Cristo, unico vero Salvatore dell'uomo.


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Indirizzo e saluto 1Io, il Presbìtero, al carissimo Gaio, che amo nella verità. 2Carissimo, mi auguro che in tutto tu stia bene e sia in buona salute, come sta bene la tua anima.

Testimonianze di vita cristiana 3Mi sono molto rallegrato, infatti, quando sono giunti alcuni fratelli e hanno testimoniato che tu, dal modo in cui cammini nella verità, sei veritiero. 4Non ho gioia più grande di questa: sapere che i miei figli camminano nella verità. 5Carissimo, tu ti comporti fedelmente in tutto ciò che fai in favore dei fratelli, benché stranieri. 6Essi hanno dato testimonianza della tua carità davanti alla Chiesa; tu farai bene a provvedere loro il necessario per il viaggio in modo degno di Dio. 7Per il suo nome, infatti, essi sono partiti senza accettare nulla dai pagani. 8Noi perciò dobbiamo accogliere tali persone per diventare collaboratori della verità. 9Ho scritto qualche parola alla Chiesa, ma Diòtrefe, che ambisce il primo posto tra loro, non ci vuole accogliere. 10Per questo, se verrò, gli rinfaccerò le cose che va facendo, sparlando di noi con discorsi maligni. Non contento di questo, non riceve i fratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa. 11Carissimo, non imitare il male, ma il bene. Chi fa il bene è da Dio; chi fa il male non ha veduto Dio. 12A Demetrio tutti danno testimonianza, anche la stessa verità; anche noi gli diamo testimonianza e tu sai che la nostra testimonianza è veritiera.

Conclusione e saluti finali 13Molte cose avrei da scriverti, ma non voglio farlo con inchiostro e penna. 14Spero però di vederti presto e parleremo a viva voce. 15La pace sia con te. Gli amici ti salutano. Saluta gli amici a uno a uno.

Approfondimenti

(cf LETTERE DI GIOVANNI – introduzione, traduzione e commento di MATTEO FOSSATI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Indirizzo e saluto Quest'apertura appare molto simile a quella incontrata in 2Giovanni, anche se eccezionalmente stringata: l'autore si limita infatti a indicare la propria persona con il titolo di «presbitero» e il destinatario con il nome proprio «Gaio». La concisione è comunque uno dei tratti caratteristici di questo scritto, che risulta il più breve di tutto il Nuovo Testamento! L'«amore nella verità» dell'autore per il destinatario, non è da intendersi come una semplice dichiarazione di autentico affetto, quanto piuttosto come un riferimento alla profonda comunione esistente tra coloro che credono nel Cristo, resi da questa fede fratelli perché figli dell'unico Padre celeste. La 3Giovanni ha tutte le caratteristiche di una missiva privata del presbitero a Gaio e assomiglia, in questo, al biglietto di Paolo a Filemone, che, rispetto ai più ufficiali scritti a Timoteo e a Tito, conserva un carattere spiccatamente personale. Ma 1 Gv presenta anche forti tratti teologici giovannei, oltre ad aprirci insoliti scorci sulla vita e sulle problematiche delle prime Chiese cristiane, soprattutto in merito al rapporto talora conflittuale tra le guide delle singole comunità e l'autorità apostolica.

Testimonianze di vita cristiana Il corpo della Terza lettera di Giovanni può essere diviso in tre paragrafi: vv. 3-8; vv. 9-10; vv. 11-12. Quello centrale è ben delimitato dall'inclusione ottenuta grazie alla ripetizione del termine «Chiesa» e del verbo «accogliere»: sono i vv. 9-10, che si differenziano dal resto anche per il contenuto, in quanto dedicati a Diotrefe e alla sua riprovevole condotta, ostile nei confronti del presbitero.

Come già in 2 Giovanni, l'autore si serve di una frase di rallegramento per passare dal prescritto al corpo della lettera. In questo caso il motivo della gioia del presbitero risiede nell'aver ascoltato la testimonianza di alcuni cristiani in favore della buona condotta di Gaio: questo è il significato che deve essere dato all'espressione «camminare nella verità». «Camminare nella verità» equivale dunque a camminare «come camminò Lui» (1Gv 2,6).

I vv. 5-8, introdotti dall'allocuzione «carissimo», esplicitano finalmente l'argomento della lettera e il contenuto concreto del «camminare nella verità» di Gaio: si tratta di una questione di ospitalità. Egli ha dimostrato la propria lealtà a Dio, alla Chiesa e al presbitero stesso offrendo ospitalità ai fratelli di altre comunità giovannee («stranieri», v. 5), inviati in missione tra i pagani «per amore del Nome» di Gesù (v. 7). L'autore vuole chiaramente rinforzare Gaio nella decisione di ospitare gli inviati della propria Chiesa ora che a essi è precluso il soggiorno nella Chiesa di Diotrefe (3Gv 10), l'aiuto di Gaio si rivela quanto mai prezioso e vitale. Mettendo insieme i dati fomiti dall'epistolario giovanneo nel suo complesso, è possibile concludere che la richiesta fatta a Gaio è quella di collaborare alla diffusione del Vangelo secondo la vera tradizione del Discepolo amato: in un momento in cui c'è estremo bisogno di combattere le false dottrine dei secessionisti (1Gv 2,18-19.22; 3,7; 4,1; 2Gv 7), il presbitero si serve di collaboratori che devono essere sostenuti dai suoi figli fedeli. Per questo l'aiuto di Gaio non investe solamente il campo della carità cristiana (3Gv 6), ma anche quello della verità (3Gv 8): ospitare i missionari inviati dal presbitero equivale a contribuire alla diffusione della vera dottrina cristiana ricevuta «da principio» (1Gv 1,1; 2,7.24; 3,11; 2Gv 5-6).

Con i vv. 9-10 si entra nella sezione polemica dello scritto. Qui l'autore, abbandonati i toni cordiali usati per complimentarsi con Gaio nel paragrafo precedente, affronta in modo diretto e senza mezzi termini una questione spinosa, che lo vede amareggiato e in forte disappunto: il comportamento ostile di Diotrefe. La brevità dello scritto non fornisce notizie sufficienti per ricostruire in modo dettagliato né l'oggetto del diverbio tra il presbitero e Diotrefe, né il ruolo preciso ricoperto dai due uomini all'interno della nascente Chiesa. Il fatto che 3Giovanni non accenni alle controversie dottrinali tanto centrali in 1 e 2Giovanni suggerisce però che Diotrefe non appartenga direttamente al gruppo dei secessionisti – gli «anticristi», «bugiardi», «ingannatori» e «falsi profeti» di 1Gv 2,4.18.22.26; 3,7; 4,1.3; 2Gv 7 – che stavano minando alla base l'integrità della predicazione giovannea. Sembra che la tensione tra queste due figure non dipenda tanto da posizioni teologiche differenti, quanto piuttosto da una questione di autorità. Nei fatti, però, il comportamento di Diotrefe ostacola l'opera di diffusione della vera dottrina cristiana messa in atto dal presbitero, con la conseguenza di lasciare libero il campo all'azione degli anticristi. La questione è seria, perché, da ciò che si legge in 3Giovanni, sembra di intendere che Diotrefe non solo «aspira a primeggiare», ma effettivamente esercita autorità nella propria Chiesa, al punto da ignorare le parole del presbitero e da allontanare dalla comunione ecclesiale chi non segue le proprie direttive. Nelle comunità giovannee l'autorità veniva concepita in modo molto arcaico come derivante dal contatto diretto con il «principio» e appartenente, non a caso, ad «anziani». Nella Terza lettera di Giovanni sembra dunque affiorare un conflitto tra il presbitero, il quale incarna l'autorità spirituale e carismatica della scuola del Discepolo amato, e Diotrefe, ricco e influente cristiano di una comunità giovannea, che si oppone a quest'antica concezione autoritativa, aspirando a un incarico ministeriale di guida nella Chiesa, simile, forse, a quello delle altre comunità apostoliche e paoline.

Al v. 11 l'autore torna a rivolgersi direttamente a Gaio con una semplice quanto incisiva esortazione: «non imitare il male, ma il bene». Tutto si divide in luce e tenebre, verità e menzogna, bene e male. Non si dà una terza via: Il credente è quindi chiamato a scegliere costantemente per il bene, per la verità, per la luce. In una parola: per Dio. Il presbitero vuole mettere in guardia Gaio dall'imitare la condotta riprovevole di Diotrefe. Il tema dell'ospitalità permette di comprendere anche il v. 12, dedicato a un tale Demetrio, che altrimenti rimarrebbe un po' slegato dal contesto: l'insistenza sulla buona testimonianza portata da tutti nei confronti di questo cristiano, testimonianza confermata dalla verità stessa, nonché dalla parola del presbitero (si raggiunge in questo modo il numero di tre testimoni, richiesto dalla Legge per la validità di un processo: cfr. Dt 19,15), sembra finalizzata a convincere Gaio ad accogliere in casa propria Demetrio, sfidando le restrizioni imposte da Diotrefe alla sua comunità e mostrando la propria fedeltà al presbitero e alle guide della Chiesa giovannea.

Conclusione e saluti finali Il paragrafo finale di 3 Giovanni rappresenta la perfetta conclusione di una lettera personale della classicità: la chiusura del corpo avviene tramite l'affermazione un po' stereotipata dell'esistenza di molte altre cose che avrebbero potuto trovare posto in quella comunicazione scritta, che invece deve interrompersi per ragioni di spazio – la lettera occupa un foglio di papiro. L'autore aggiunge poi il desiderio di incontrare personalmente Gaio con un'espressione che lascia intuire quanto egli sembri maggiormente incline a compiere questo viaggio piuttosto che quello nella comunità di Diotrefe, ipotizzato solo come eventuale nel v. 1O. La lettera si conclude infine con un augurio di pace che riecheggia il saluto del Risorto ai suoi discepoli (Gv 20,19.21.26). Il cristiano deve mettere in conto la fatica nel proprio cammino e deve essere disposto ad assumere posizioni impopolari pur di rimanere fedele al comandamento dell'amore affidatogli da Gesù: è la via della croce, che sola porta verso la vera vita e la vera pace. È l'amore che conduce Gesù al dono della propria vita sul Golgota; deve essere l'amore a guidare i discepoli verso scelte di vita eroiche. Nel caso di Gaio, questo amore prende la forma concreta della scelta per l'ospitalità. E il guadagno (cfr. 2Gv 8) sarà appunto la pace che viene dal Cristo.

Come Gesù, dopo aver affidato ai suoi discepoli il nuovo comando dell'amore, li insignisce dell'affettuoso titolo di «amici» – «Non vi chiamo più servi... Vi ho chiamati amici» (Gv 15,15) – , così il presbitero perpetua nella Chiesa la tradizione di rivolgersi ai fratelli nella fede con lo stesso appellativo, che eleva l'umanissimo sentimento dell'amicizia al livello del divino legame che spinse il Signore a portare a compimento la sua missione di amore nell'estremo dono di sé per «i suoi che erano nel mondo» (Gv 13,1).


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Indirizzo e saluto 1Io, il Presbìtero, alla Signora eletta da Dio e ai suoi figli, che amo nella verità, e non io soltanto, ma tutti quelli che hanno conosciuto la verità, 2a causa della verità che rimane in noi e sarà con noi in eterno: 3grazia, misericordia e pace saranno con noi da parte di Dio Padre e da parte di Gesù Cristo, Figlio del Padre, nella verità e nell’amore.

Camminare nella verità dell'amore 4Mi sono molto rallegrato di aver trovato alcuni tuoi figli che camminano nella verità, secondo il comandamento che abbiamo ricevuto dal Padre. 5E ora prego te, o Signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. 6Questo è l’amore: camminare secondo i suoi comandamenti. Il comandamento che avete appreso da principio è questo: camminate nell’amore.

Dimorare nell'insegnamento di Cristo 7Sono apparsi infatti nel mondo molti seduttori, che non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo! 8Fate attenzione a voi stessi per non rovinare quello che abbiamo costruito e per ricevere una ricompensa piena. 9Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio. 10Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, 11perché chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie.

Conclusione e saluti finali 12Molte cose avrei da scrivervi, ma non ho voluto farlo con carta e inchiostro; spero tuttavia di venire da voi e di poter parlare a viva voce, perché la nostra gioia sia piena. 13Ti salutano i figli della tua sorella, l’eletta.

Approfondimenti

(cf LETTERE DI GIOVANNI – introduzione, traduzione e commento di MATTEO FOSSATI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Indirizzo e saluto All'inizio di questo scritto si trovano termini e motivi caratteristici della produzione giovannea: l'amore, la verità, la conoscenza, la grazia, il dimorare, nonché i chiari riferimenti a Dio come Padre e a Gesù Cristo come Figlio del Padre. Non deve nemmeno sfuggire l'abile arte dell'autore, che incornicia questa formula d'apertura con una ripetizione chiastica di due concetti fondamentali per il successivo sviluppo della lettera, l'amore e la verità: «amo nella verità» (v. 1), «nella verità e nell'amore» (v. 3). Per quanto concerne il mittente, la Seconda e la Terza lettera di Giovanni riportano solo un titolo «il presbitero», senza alcun nome, mantenendo così attorno alla figura dello scrivente i l medesimo alone di mistero creato nel vangelo mediante l'uso della locuzione «il discepolo amato» (cfr. Gv 13,23; 19,26; 20,2; 21,20). Il mittente delle tre lettere di Giovanni era una delle voci di spicco della comunità giovannea, una delle guide che si ponevano come garanti della custodia e della trasmissione del dato fondante conservato nella predicazione del Discepolo amato. Egli entra a pieno titolo nel gruppo del «noi» che troviamo alla base della scrittura delle opere giovannee (Gv 21,24; 1Gv 1,1-4; 5,18-20). Spostando l'attenzione sul destinatario della lettera, dobbiamo ugualmente arrenderci all'impossibilità di giungere a un'identificazione certa, poiché nel testo non viene specificata la località geografica in cui si trova la comunità alla quale è rivolto il messaggio, c'è solo un allusione a una chiesa particolare che dobbiamo ipotizzare distinta da quella a cui era indirizzata 1Giovanni, comunità in cui invece il presbitero svolgeva il proprio ministero (cfr. 2Gv 13). Quanto alla formula usata per il saluto si può notare come alla più tradizionale coppia di termini «grazia» e «pace» l'autore aggiunga il sostantivo «misericordia»: l'autore non sta augurando ai suoi lettori di sperimentare grazia, misericordia e pace; li sta piuttosto confermando nella certezza che tali doni riempiranno la loro vita. I cristiani possono godere i doni di Dio solo finché rimangono nella vera fede e nel vero amore cristiani. Chi scrive sta affermando che quanti dimorano in Cristo godranno di quella grazia, di quella misericordia e di quella pace che caratterizzano il tempo messianico della salvezza, già descritto dal salmista come occasione unica di incontro tra «misericordia e verità» (Sal 84,11).

*Camminare nella verità dell'amore Il corpo della lettera è chiaramente diviso in due brani (vv. 4-6; 7-11), dedicati rispet- tivamente ai temi dell'amore e della fede. Il sintagma «camminare nella verità», che si incontra anche in 3Gv 3, è di sapore semitico (cfr. Sal 86,11) e comunque molto caratteristico, poiché obbliga il lettore contemporaneo a staccarsi dalla concezione formale di verità, comune nel pensiero occidentale, per entrare in quella semitica, che considera la verità una realtà viva, che invade la sfera dell'agire concreto: un qualcosa da «fare» (Gv 3,21; 1Gv 1,6), insomma, e non semplicemente da «dire», tanto più che nell'opera giovannea, come già evidenziato, la verità ultima alla quale ogni cristiano si deve conformare è il Cristo stesso (Gv 14,6). Un'ulteriore specificazione: in che senso «camminare nella verità» è il comandamento affidato dal Padre ai cristiani? Nel senso evidenziato da 1Gv 3,23: ciò che Dio chiede agli uomini è di credere in Gesù Cristo e di amarsi come Egli li ha amati; camminare nella verità significa quindi seguire la retta fede che porta a vivere il vero amore. Le guide delle comunità giovannee si trovarono a dover difendere l'autenticità dell'insegnamento tradizionale – risalente in prima battuta al Cristo e riportato poi fedelmente dal Discepolo amato – dagli attacchi delle nuove dottrine senza fondamento diffuse dai falsi maestri, i quali, allontanatisi dalla parola ricevuta «da principio» (1Gv 2,24), sostenevano di non avere peccato (1Gv 1,8), si rifiutavano di confessare che Gesù è il Cristo (1Gv 2,22; 4,3), non credevano nella realtà dell'incarnazione (1Gv 4,2-3) né alle parole di Dio Padre (1Gv 5,10). Questi errori dottrinali avevano conseguenze disastrose in ambito morale, poiché questi secessionisti – «anticristi» (1Gv 2,18; cfr. 4,3; 2Gv 7) e «falsi profeti» (1Gv 4,1) – erano accusati dalle guide della comunità giovannea di camminare «nella tenebra» (1Gv 1,6; 2,11), di ignorare i comandamenti (1Gv 2,4), di peccare (1Gv 3,6.8), di non vivere la dimensione dell'amore vicendevole (1Gv 4,8), anzi, di essere ingiusti (1Gv 3,10) e ciechi nei confronti dei fratelli (1Gv 3,17), nonché di odiarli (1Gv 2,9; 3,14-15; 4,20). È quindi significativo trovare anche in 2Giovanni un legame forte tra il richiamo all'insegnamento ricevuto originariamente da Gesù (e dal Discepolo amato) e l'imperativo dell'amore vicendevole. In questo brano l'autore vuole dunque riaffermare con forza che per un cristiano è assolutamente necessario eliminare dalla propria vita qualsiasi contraddizione tra ciò che professa e ciò che opera. L'amore di Gesù che dona la vita per salvare i propri amici è la verità fondamentale del cristianesimo, la sorgente di ogni scelta di vita profondamente cristiana e lo specchio in cui esaminare la coerenza del proprio agire. Un cristiano non può amare solo a parole: lo deve fare con la vita (cfr. 1Gv 3, 18). E questo è possibile solo se dimora nella verità, ossia in Cristo.

Dimorare nell'insegnamento di Cristo Se il brano precedente partiva dalla constatazione positiva della buona condotta di alcuni cristiani della comunità a cui è rivolta la lettera, il presente prende l'avvio da una constatazione negativa: la presenza nel mondo di molti ingannatori che non professano la fede nell'incarnazione del Cristo. Il termine «ingannatori» richiama il vocabolario usato dalla 1Giovanni per indicare l'opera dei secessionisti, usciti dalle fila della comunità giovannea e ormai avversari della tradizione apostolica del Discepolo amato (cfr. 1Gv 2,19.26; 3,7; 4,6). Siccome il loro inganno riguarda la persona stessa di Gesù Cristo, del quale negano la realtà dell'incarnazione, essi vengono associati alla più ampia azione mistificatrice dell'anticristo. L'esortazione prende così la forma di una messa in guardia dal pericolo di farsi traviare da tali falsi maestri, eventualità che porterebbe i cristiani a vanificare il frutto del lavoro apostolico del presbitero e delle guide delle comunità giovannee, che li avevano condotti alla fede e alla salvezza (v. 8). Nella chiusura del corpo della lettera l'autore passa a usare un linguaggio netto e duro: preoccupato per la fede dei fratelli più deboli, egli vieta ai cristiani di accogliere nelle loro case quanti dovessero presentarsi con dottrine nuove e fallaci. Questi ingannatori e anticristi devono essere tenuti a distanza, per evitare che facciano cadere nell'errore altri fratelli. Dal confronto tra questa lettera e l Giovanni si può dedurre che il presbitero, dopo aver visto i falsi maestri all'opera nella principale comunità giovannea (quella in cui egli stesso risiede), voglia preparare i fedeli di una comunità più giovane all'imminente arrivo di tali predicatori avversari, che potrebbero gettare anche quella Chiesa locale nello scompiglio. Da qui la necessità di non accoglierli in casa e di non rivolgere loro il saluto cristiano, il quale, spesso accompagnato dal «bacio santo» (1Cor 16,20; 2Cor 13,12; 1Ts 5,26), era un'antica forma di benedizione (cfr. Fil 4,21-23; Tt 3,15; Eb 13,24-25) che voleva significare vera fratellanza e profonda comunione. E qualsiasi forma di comunanza tra i cristiani e gli operatori di iniquità o di malvagità è fuori discussione!

Conclusione e saluti finali Dopo aver terminato le raccomandazioni più urgenti – mettere in pratica il comandamento dell'amore vicendevole (v. 5), non lasciarsi traviare dalle idee progressiste dei secessionisti (vv. 7-8) e non accoglierli per nessuna ragione nelle proprie case (vv. 10-11) –,il presbitero si accinge a concludere la sua lettera con una formula piuttosto tradizionale, che, nella candida ammissione dell'inadeguatezza o, quanto meno, dell'insufficienza del mezzo cartaceo per trasmettere la sovrabbondante grazia comunicata da Gesù ai suoi, ricorda sia la prima, sia la seconda conclusione del quarto vangelo: «Gesù in presenza dei discepoli fece ancora molti altri segni, che non sono stati scritti in questo libro» (Gv 20,30); «Ci sono anche molte altre cose che Gesù fece: se si scrivessero a una a una, penso che non basterebbe il mondo intero a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25). Con il saluto finale, che non è personale da parte dello scrivente ma collettivo, proveniente dalla comunità cristiana nella quale il presbitero risiede e opera, l'autore incornicia tutta la lettera in una bella inclusione, attribuendo alla propria Chiesa il medesimo appellativo, «eletta», riservato in apertura alla «signora» cui è destinato lo scritto: «all'eletta signora e ai suoi figli» (v. 1); «i figli della tua sorella, l'eletta» (v. 13). Le due Chiese sono tra l'altro definite sorelle, elemento che ribadisce il profondo legame esistente tra le diverse comunità giovannee: alla più comune definizione dei cristiani come fratelli dobbiamo quindi aggiungere questa, che ci insegna a considerare le varie comunità locali come sorelle e a valorizzare l'aspetto della comunionalità nella nostra ecclesiologia.


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segue: LA VERA FEDE E IL VERO AMORE La fede e l'amore dei figli di Dio vincono il mondo 1Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. 2In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. 3In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. 4Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

LA VERA TESTIMONIANZA 5E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? 6Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. 7Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: 8lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. 9Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio. 10Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Chi non crede a Dio, fa di lui un bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha dato riguardo al proprio Figlio. 11E la testimonianza è questa: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. 12Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita. 13Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio. 14E questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. 15E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo chiesto. 16Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita: a coloro, cioè, il cui peccato non conduce alla morte. C’è infatti un peccato che conduce alla morte; non dico di pregare riguardo a questo peccato. 17Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte.

Epilogo: il vero Dio 18Sappiamo che chiunque è stato generato da Dio non pecca: chi è stato generato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca. 19Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo sta in potere del Maligno. 20Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. 21Figlioli, guardatevi dai falsi dèi!

Approfondimenti

(cf LETTERE DI GIOVANNI – introduzione, traduzione e commento di MATTEO FOSSATI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

La fede e l'amore dei figli di Dio vincono il mondo Questo brano, dalla costruzione complessa, fonde insieme i due temi della fede e dell'amore, ricapitolando alcuni motivi sopra trattati: la fede in Gesù come segno dell'essere generati da Dio (5,1; 4,2), l'inscindibilità dell'amore per Dio e per i fratelli (5,1-2; 4,20-21), la necessità di osservare i comandamenti (5,2-3; 3,24) e la vittoria dei figli di Dio sul mondo (5,4; 4,4). L'unità del brano è sottolineata dall'inclusione formata da «chiunque crede» (v. 1) e «la fede» (v. 4), nonché dalla ripetizione di termini significativi: «generare», «amare» e «amore», «vincere» e «vittoria», «comandamenti». Nel v. 1 l'autore affianca il motivo della fede a quello dell'amore: se è vero che chi crede in Cristo è stato generato da Dio (4,2; 5,1), allora questi («chi è stato... generato») ha il diritto di venire amato da tutti coloro che amano Dio («il generante»). In questo modo vengono fusi insieme sia fede e amore, sia amore per Dio e amore per i fratelli. Il v. 2 approfondisce il tema dell'amore appena enunciato e propone una verifica dell'amore fraterno. Inaspettatamente l'autore ribalta qui le affermazioni di 4,20, che suggerivano di considerare l'amore per i fratelli come prova concreta del più aleatorio amore per Dio, e individua nell'amore per Dio la prova della verità dell'amore per i fratelli. Come è possibile? Le due affermazioni non si contraddicono a vicenda? Non formano un imbarazzante circolo vizioso? In realtà, no! Infatti, come prova dell'amore per il fratello, l'autore affianca all'amore per Dio anche l'osservanza dei comandamenti (v. 2) e, nella frase seguente, usa la stessa osservanza dei comandamenti come definizione dell'amore di Dio (v. 3): se l'amore per il Dio invisibile non è misurabile, tanto da richiedere la conferma dell'amore per i fratelli (4,20), l'osservanza dei suoi comandi è invece misurabilissima e diventa la forma concreta dell'amore per Dio, che può dare a un cristiano la conferma definitiva che l'amore per i fratelli preso in esame sia vero e in linea con il disegno divino. Il brano si chiude infine con una rassicurazione per i destinatari dello scritto, ai quali viene ricordato che non è poi così difficile seguire i comandamenti di Dio: infatti chi è stato generato da Lui ha in sé la sua stessa forza, che, come affermato in 4,4, è «più grande» di quella del mondo e lo aiuterà a uscire vittorioso dallo scontro con le forze del male. A questa forza vittoriosa è infine attribuito il nome di fede, affermazione che darà il via alla pericope successiva.

LA VERA TESTIMONIANZA L'ultima pericope della nostra lettera tratta della fede cristiana nel Figlio di Dio. Questo tema è sviluppato in modo originale, poiché l'accento è posto in primo luogo sulla verità di ciò che si accoglie per fede, verità testimoniata da alcune figure d'eccezione, e in secondo luogo sull'esito finale verso cui la fede conduce gli uomini. I testimoni presi in considerazione sono anzitutto Gesù Cristo nella sua missione terrena, riassunta nel binomio simbolico dell'acqua e del sangue (v. 6a), poi lo Spirito di verità (v. 6b) e infine Dio Padre (vv. 9-10). L'esito finale della fede è invece individuato nella «vita (eterna)» (vv. 11.12.13.16). L'annuncio del tema prende nella nostra pericope l'inusuale forma di una domanda retorica – «E chi è che vince il mondo?» – che contiene la risposta dello stesso scrivente:«chi crede che Gesù è il Figlio di Dio». In questo modo l'autore si aggancia alla pericope precedente, che si chiudeva con l'accenno alla vittoria sul mondo operata dalla fede dei cristiani, specificandone meglio il senso: passa dal concetto astratto di «fede» al più concreto «credere», e ne esplicita anche il contenuto, ossia «che Gesù è il Figlio di Dio». Il fondamento di quest'affermazione è da rintracciare nelle parole affidate da Gesù ai propri discepoli e conservate in una pagina del quarto vangelo: «Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). Non è la fede in sé che permette al cristiano di vincere il mondo: essa si prospetta piuttosto come la via maestra per partecipare all'unica vera e definitiva vittoria sul mondo, ossia quella del Cristo che sconfigge la morte. La formulazione di 1Gv 5,5 è comunque chiaramente ispirata al passo del discorso di addio pronunciato dal Gesù giovanneo (Gv 16,25-33). Anche in questo caso nella nostra pericope è presente il ricordo di un insegnamento risalente al Maestro e conservato nella predicazione del Discepolo amato, che viene qui ripreso ed elaborato.

Il riferimento all'acqua e al sangue dev'essere ben compreso: cosa intende l'autore con questo binomio? Siccome il contesto è quello della missione terrena di Gesù («Egli è colui che è venuto»), l'acqua e il sangue vanno intesi anzitutto in senso storico reale. L'«acqua soltanto» può quindi indicare il battesimo di Gesù al fiume Giordano, che, come evidenzia la testimonianza di Giovanni Battista, è il momento della sua prima manifestazione al mondo in qualità di «Figlio di Dio» (Gv 1,29-34). II binomio «nell'acqua e nel sangue» aggiunge al ricordo del battesimo nel Giordano anche quello della morte in croce di Gesù, culmine della sua missione (Gv 19,28.30). Con questi due termini l'autore intende quindi abbracciare la totalità della missione terrena di Gesù, dalla prima manifestazione al Giordano al suo pieno compimento sul Golgota.

L'autore poi approfondisce il tema della professione di fede in Gesù, Figlio di Dio venuto nella storia, introducendo, a conferma della fondatezza di tale confessione, la voce di tre testimoni: lo Spirito, l'acqua e il sangue. I due vocaboli «acqua» e «sangue» sono utilizzati ora in un'accezione simbolica, come “soggetto” dell'azione di testimonianza insieme allo Spirito. In che senso, quindi, lo Spirito, l'acqua e il sangue sono testimoni della divinità di Gesù? Non è sicuramente un caso se l'unico altro luogo neotestamentario in cui questo trinomio si riunisce è il racconto giovanneo della morte di Gesù: in quell'occasione il quarto evangelista precisa che Gesù, dopo aver constatato di aver portato a compimento la missione affidatagli dal Padre, chinò il capo e «rese lo spirito» (19,30); a quel punto un soldato con una lancia «gli trafisse il fianco e ne uscì subito sangue e acqua» (19,34). Anche nel racconto dell'apparizione del Risorto agli Undici possiamo ritrovare un velato accenno ai nostri testimoni: chi scrive attesta il dono dello Spirito (Gv 20,22) preceduto dall'ostensione delle mani e del «fianco» del Signore (Gv 20,20), quello stesso fianco da cui erano scaturiti sangue e acqua! Spirito, acqua e sangue sono quindi i doni del Signore crocifisso e risorto e simboleggiano la salvezza donata al mondo grazie al suo sacrificio. Chi scrive vuole quindi suggerire l'idea che il sacrificio in croce di Gesù, con gli eccezionali doni di salvezza da esso derivanti, è la prima testimonianza della sua divinità.

Si può notare un crescendo nella presentazione dei testimoni: prima viene la testimonianza delle opere di Gesù (5,6a), poi quella dello Spirito (5,6b-8) e infine quella del Padre (5,9-10). Si può trovare una progressione simile nelle parole di Gesù ai Giudei riportate da Gv 5,36-38.

I vv. 11-12 rappresentano la vetta del discorso sulla testimonianza, poiché ne mostrano il traguardo finale, ossia la vita eterna donata da Dio agli uomini: «possedere il Figlio» è uno dei numerosi sintagmi utilizzati nella 1Giovanni per indicare la comunione del credente con il Signore e diventa qui la condizione necessaria per possedere la vita eterna. L'uso del verbo «possedere» è caratteristico della presente pericope e serve all'autore per operare una sintesi perfetta del suo messaggio: con questa formula egli esprime infatti la presenza nel credente del testimoniante (Dio, del quale il credente «possiede in sé la testimonianza»: v. 10), del testimoniato (v. 12: «possiede il Figlio») e del loro dono (v. 12: «possiede la vita»).

Con il v. 13, ancora una volta, l'autore ribadisce la modalità scrittoria della propria comunicazione (cfr. 1,4; 2,1.7.8.12-14.21.26) e rivela il proprio intento rassicurante nei confronti dei propri destinatari: vuole consolidare in loro la consapevolezza («perché sappiate») che credere in Cristo li rende partecipi della vita eterna donata dal Padre a tutti coloro che aderiscono alla sua testimonianza intorno al Figlio.

I vv. 13-14 si concentrano su un aspetto particolare della fede: la sicurezza (parrhésia, v. 14) che il credente ha di fronte a Dio, poiché sa che Egli esaudisce le sue preghiere. Questa “sicurezza” porta a definire con maggiore chiarezza il significato del chiedere «secondo la sua volontà». Esso è da affiancare all'invito a chiedere «nel nome» di Gesù, che si trova nella maggiore delle opere giovannee (Gv 14,13; 15,16; 16,23): rivolgere al Padre preghiere «secondo la sua volontà» significa pregare «nel nome» di Gesù, e questo è possibile solo a chi crede veramente in Cristo, ossia a chi mette in pratica le sue parole e lo imita nelle proprie scelte quotidiane (cfr. 1Gv 2,6; 3,23-24; Gv 15,7).

È necessario soffermarsi sulla distinzione tra peccato «che non conduce alla morte» (5,16.17) e peccato «che conduce alla morte» (5,16). Partendo dal riferimento al peccato non mortale, che incornicia i l nostro brano (vv. 16.17: «un peccato che non conduce alla morte»), il testo afferma che, pur essendo quello meno grave, poiché per definizione non porta direttamente alla morte, chi se ne macchia subisce comunque una almeno iniziale perdita di vita, che può essere riacquistata grazie all'intercessione dei fratelli. Questo è proprio il caso per cui l'autore invita i propri destinatari a pregare. L'altro caso, più grave, è invece quello del peccato «che conduce alla morte»: l'apostolo non chiede ai propri figlioli di intercedere per chi si macchia di questo peccato, anche se, in verità (è bene specificarlo), non vieta loro di farlo. Per comprendere quale sia questo peccato che conduce alla morte, dobbiamo affidarci al contesto prossimo: se in 5,12 si legge che «chi possiede il Figlio possiede la vita» e in 5,13 che chi crede «nel nome del Figlio di Dio» possiede la vita, questo ci suggerisce che chi non ha la vita e dimora nella morte è colui che non è in comunione con Cristo e non crede in Lui. L'autore quindi sta mettendo in guardia i propri figli dall'abbandonare la retta fede nel Figlio di Dio: se è vero che «ogni iniquità è peccato», e come tale va fuggita (cfr. 1,8-2,2), è vero anche che esiste un peccato particolarmente grave, che conduce chi lo commette alla morte sicura. Questo peccato è la decisione di voltare le spalle a Gesù.

Epilogo: il vero Dio L'epilogo della 1Giovanni brilla anzitutto per brevità e solennità. Va evidenziata la presenza dei motivi della conoscenza e della verità, grazie alla triplice ripetizione del verbo «sappiamo» e dell'aggettivo «vero», nonché dell'unica occorrenza giovannea del vocabolo «intelligenza». Come si è cercato di evidenziare in ogni pagina del commento, questo sembra essere il filo rosso sotteso all'intera opera, che mostra la preoccupazione dell'autore di guidare i suoi amati figli nel difficile compito di discernere la verità in mezzo alle mistificazioni operate nel mondo dai falsi profeti, gli anticristi, i quali, al soldo del «principe di questo mondo» (Gv 12,31), tentano di ingannare i credenti con dottrine menzognere e senza fondamento (cfr. 2,4.18-19.22-23.26; 3,7-8; 4,1.6.20).

L'esortazione finale invita i «figlioli» a stare in guardia dagli «idoli»: il contesto suggerisce di intendere questo termine in senso metaforico. Visto che il v. 20 ha tanto insistito sul tema della conoscenza di ciò che è vero e ha chiamato Gesù il «vero Dio», sembra logico intendere questi «idoli» nel senso di «falsi dèi» e «falsi maestri», tanto più che ci troviamo alla battuta conclusiva di uno scritto che molto spazio ha dedicato allo smascheramento degli «anticristi» (cfr. 2, 18.22; 4,3), «falsi profeti» (4,1) che divulgano false dottrine. Questa esortazione può essere considerata come il compendio di tutte le altre sezioni parenetiche della lettera, intesa a mettere definitivamente in guardia i credenti meno esperti dalle falsità che iniziavano a circolare nelle varie comunità giovannee. La preoccupazione principale di chi scrive sembra quella di insegnare e tramandare la difficile arte del discernimento tra ciò che è vero e ciò che è falso. Di fronte a una congiuntura storica sfavorevole, che vede gli appartenenti alla comunità giovannea insidiati da pericolose dottrine provenienti da avversari un tempo fratelli, ma ormai lontani dalla comunione ecclesiale, la voce delle guide si eleva forte e chiara per smascherare il loro inganno e per difendere la retta fede che sola conduce gli uomini a scelte di vita luminose.

È significativo che l'autore abbia voluto usare proprio il nome del «Figlio suo Gesù Cristo» per racchiudere tutto il suo scritto in un'ampia inclusione (1,3; 5,20): è Lui l'unico vero uomo (4,2) da prendere come modello (2,6; 3,16), è Lui l'unico vero Dio (5,20) in cui credere (2,23; 4,2; 5,1.13), è Lui l'unico vero salvatore (4,14), vita eterna dell'umanità (1,2; 5,20).


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segue: LA VERA FEDE E IL VERO AMORE

La vera fede confessa Gesù Cristo 1Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo. 2In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio; 3ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo. 4Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto costoro, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. 5Essi sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta. 6Noi siamo da Dio: chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da questo noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.

Il vero amore proviene da Dio 7Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. 8Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. 10In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

L'amore vicendevole è comunione con Dio 11Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. 12Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. 13In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito. 14E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. 15Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. 16E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. 17In questo l’amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione: che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. 18Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. 19Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. 20Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Il duplice comandamento dell'amore per Dio e per il fratello 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.

Approfondimenti

(cf LETTERE DI GIOVANNI – introduzione, traduzione e commento di MATTEO FOSSATI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

La vera fede confessa Gesù Cristo L'autore, parlando di discernimento degli spiriti, delinea il ritratto dei veri credenti e dei falsi profeti, al fine di guidare i destinatari dello scritto alla vera fede. L'autore è preoccupato per la fede dei propri amati figli: essi non devono ritenere che tutti coloro che si spacciano per profeti vengano da Dio, né che tutti gli insegnamenti propinati sulle piazze o nelle comunità siano degni di fede. Ogni predicatore e ogni dottrina vanno vagliati con cura, secondo le modalità che l'autore si appresta a delineare nei due brani successivi. Nei vv. 2-3 enuncia il criterio che i destinatari devono seguire per riconoscere la provenienza di uno spirito, e cioè prestare attenzione alla sua professione dì fede: «ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio». Il parallelismo antitetico di queste due frasi è un chiaro esempio del pensiero dualista giovanneo: o si crede nel Cristo o non si crede, non si dà una terza via. Negare la divinità di Gesù e non ammettere la realtà dell'incarnazione sono i primi segni di eresia che devono mettere in allarme i cristiani nei confronti di qualsiasi sedicente profeta o semplice fratello. Nel v. 4 chi scrive vuole confortare i propri «figlioli» confermandone la provenienza divina (cfr. 3,1-2) e affermandone la vittoria contro i figli del mondo. Tale vittoria è motivata con la presenza nei fedeli di Dio stesso, che li sostiene nella lotta e che ovviamente è «più grande» dello spirito dell'anticristo che domina il mondo. Questo motivo della vittoria non è isolato nella 1Giovanni: in 2,13-14 si legge infatti che i giovani hanno vinto «il Maligno» e in 5,4 che i figli di Dio vincono «il mondo». Il v. 5 è dedicato agli avversari, che vengono detti provenire «dal mondo>: qui il termine «mondo» è chiaramente usato in un'accezione negativa per indicare tutto ciò che si contrappone a Dio (cfr. Gv 7,7; 15,18; 17,14; 1Gv 2,15-17). In questo versetto l'autore, ragionando a partire dal concetto di connaturalità (il simile ascolta il simile), sembra voler anticipare una possibile obiezione dei suoi ascoltatori: siccome il mondo ascolta gli avversari e non chi sta dalla parte di Dio, è proprio vero che Dio è più grande del «principe di questo mondo» (cfr. Gv 12,31; 14,30; 16,11)? La risposta è una secca accusa dei secessionisti: questi sono ascoltati dal mondo poiché appartengono al mondo e usano il suo linguaggio! L'autore sigilla questa prima sezione della pericope con un'affermazione sul discernimento degli spiriti («Da questo noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore») che richiama quella iniziale di 4,2, con la quale forma un'inclusione. Tale richiamo, però, non è una semplice ripetizione, in quanto fino a questo momento il contrasto è stato giocato sugli antonimi Dio/mondo, mentre nell'ultima frase l'autore introduce una seconda coppia di termini antitetici- «verità»/«inganno» – mediante la quale riprende il filo del discorso di tutta l'epistola e ricorda ai lettori che tutto quanto esposto fin qui rappresenta un ulteriore criterio per riconoscere la provenienza degli spiriti. Lo Spirito che viene da Dio è lo Spirito della verità: esso è accolto e ascoltato da coloro che appartengono a Dio e ignorato da chi non lo conosce. Lo spirito che viene dal mondo è invece lo spirito dell'inganno: esso incanta quanti appartengono al mondo, i quali lo ascoltano voltando le spalle a Dio.

Il vero amore proviene da Dio In questa seconda sezione dell'elaborazione l'autore passa allo sviluppo tematico del comandamento dell'amore, ricordato nell'annuncio del tema iniziale insieme a quello della fede (3,23). L'autore sviluppa qui il legame tra la realtà dell'amore e Dio: dopo aver esortato i destinatari ad amarsi vicendevolmente, poiché l'amore discende da Dio, l'autore sviluppa quest'ultima affermazione in due brani complementari. Il primo (4,7b-8) risale dall'uomo che «ama» a Dio che è «amore». Il secondo (4,9-10) discende dal Dio che è amore alla sua manifestazione nella missione del Figlio. L'amore di Dio trova la sua più alta dimostrazione nella missione del Figlio unigenito nel mondo, missione intesa come incarnazione che porta la vita (v. 9) e come sacrificio che toglie i peccati (v. 10): l'incarnazione del Figlio unigenito manifesta al mondO l'essenza stessa di Dio, ossia il suo amore, e comunica a tutti gli uomini la vera vita. È Dio la fonte dell'amore (4,7), è Dio il primo ad amare (4, 10.19), è Dio l'amore (4,8): non esiste amore lontano da Dio e che chiunque pretende di amare rinnegando Dio è un bugiardo. Descrivendo Gesù, il Figlio di Dio, «come vittima di espiazione per i nostri peccati» l'autore fa un sottile riferimento al sacrificio di Gesù, che segna la vittoria definitiva di Dio sul peccato, sulla tenebra e sulla morte che tengono in ostaggio l'umanità.

L'amore vicendevole è comunione con Dio Nel v. 4, 11 avviene il passaggio dalla sezione precedente, dedicata alla presentazione dell'amore come essenza stessa di Dio manifestata all'uomo grazie all'invio del Figlio unigenito, alla terza (4, 11-20), dedicata all'amore vicendevole dei cristiani. Qui inizia l'esortazione basata sulla necessità dell'amore fraterno («amiamoci gli uni gli altri») sulla grandezza dell'amore di Dio, appena mostrata («se Dio ci ha amati così»). L'autore, con uno schema di pensiero caratteristico di tutta la letteratura giovannea, propone come esempio dell'agire umnano l'agire stesso di Dio: si tratta del momento culminante di questo insegnamento, che altrove aveva preso come termine di paragone Gesù (Gv 13,14; 1Gv 2,6; 3,16), modello sempre inarrivabile, ma quanto meno raffigurabile nella mente del discepolo. I vv. 12-13 si aprono con un'affermazione sulla “invisibilità” di Dio («Nessuno mai ha visto Dio») che sarà ripresa anche alla fine della sezione, formando una bella inclusione («Dio che non vede», v. 20) che dà unità a questa porzione di testo. Il filo del ragionamento è chiaro: anche se nessuno mai ha visto Dio, ciò non significa che sia inconoscibile. Essendo amore (4,8), Egli si rende presente nell'uomo ogniqualvolta questi vive amando. L'autore aggiunge poi un'ulteriore riflessione: l'amore vicendevole dei cristiani non solo permette a Dio di diventare in qualche modo visibile, ma rende anche perfetto il suo amore, che può dirsi completo solo quando spinge l'uomo a farlo proprio e a viverlo a sua volta. Il tema della perfezione dell'amore, caratteristico dell'opera giovannea, era già stato affrontato in 1Gv 2,5, dove si legge che l'amore di Dio è perfetto in quanti osservano la sua Parola. Nel nostro caso il messaggio si presenta come una specificazione di quello, in quanto l'amore vicendevole di cui qui si parla è il contenuto fondamentale della rivelazione cristiana, il messaggio udito da principio (3,11), il principale comandamento di Dio (3,23) e quindi la sua Parola per eccellenza (2,7-8). Il periodo con cui si chiude il brano riprende, infine, quanto espresso in 3,24: il dono dello Spirito concesso da Dio ai credenti è il segno visibile della loro comunione con Lui, espressa mediante una formula di immanenza reciproca (rimane in Dio e Dio rimane in lui»: cfr. 3,24; 4,15.16). L'autore indica ai suoi destinatari due prove visibili della realtà invisibile della comunione dei fedeli con Dio: queste sono il loro amore vicendevole e la partecipazione al dono dello Spirito. In 4,14 l'autore prende in considerazione la funzione sorgiva degli apostoli, ossia quella di testimoni oculari che contemplano in prima persona la missione del Figlio di Dio per poi trasmetterla ai credenti di ogni epoca. Quest'affermazione richiama il prologo della nostra lettera, dove quanto udito, visto, contemplato e toccato dagli apostoli (1Gv 1,1) diventa l'oggetto della loro predicazione, fissata poi nella scrittura: alla base della fede della Chiesa sta l'evento storico della missione di Gesù, prima vissuto e poi testimoniato dai discepoli. È proprio questa testimonianza a condurre i cristiani a credere in Lui. In 4,1-6 tale comunione era espressa in termini di discendenza da Dio; qui ci si riferisce a essa in termini di reciproco dimorare di Dio nel credente e del credente in Dio. Anche in 4,16 l'autore parte da un'affermazione sul valore della testimonianza apostolica in cui inserisce il proprio scritto: se però in 4,14 concentrava la sua attenzione sul momento sorgivo del vedere e raccontare quanto visto, qui i verbi usati («abbiamo conosciuto e creduto») indicano uno stadio successivo dell'esperienza degli apostoli, ossia quello della sedimentazione progressiva di quanto sperimentato, quello della riflessione e della rielaborazione che conducono alla piena comprensione e alla fede. Mettendo insieme il messaggio dei vv. 14-16 si ha un'esposizione perfetta del pensiero contenuto in questa sesta pericope della 1Giovanni: la comunione intima dell'uomo con Dio è il frutto della fede in Gesù come Figlio e Rivelatore del Dio dell'amore, nonché dell'impegno concreto a vivere in quell'amore scoperto come essenza stessa di Dio. Il brano si conclude con il tema della perfezione dell'amore. Se in 4,12 l'autore aveva affermato che l'amore di Dio raggiunge il suo compimento quando gli uomini lo fanno proprio vivendo in amore fraterno, qui mostra la conseguenza ultima di quel primo effetto, ossia il fatto che il cristiano che nell'oggi vive amando nel giorno del giudizio non avrà nulla da temere e potrà starsene «a testa alta» di fronte a Dio, poiché con la sua condotta già in questa vita ha dimostrato di essere simile a Lui («come è lui, così siamo anche noi»). In altre parole, la 1Giovanni sta affermando che lo scopo ultimo dell'universale disegno d'amore del Padre è quello di portare gli uomini alla salvezza, ossia di permettere loro di affrontare con fiducia il giudizio finale. Il cristiano deve pensare al giudizio finale con serenità e fiducia, poiché potrà stare a testa alta dinnanzi a Dio confidando, oltre che nella sua misericordia, anche nell'unzione ricevuta da Dio stesso (2,27-28), nella propria condotta conforme ai comandamenti (3,21-22) e nell'amore vicendevole vissuto con i fratelli a imitazione di Dio Padre e di Gesù (4,17). Se la conseguenza dell'amore perfetto è la fiducia «nel giorno del giudizio» (v. 17), quella della sua assenza è proprio la paura del castigo finale, quel timore che per ben tre volte viene presentato come realtà incompatibile con il vero amore: «non v'è timore nell'amore», «l'amore perfetto caccia via il timore», «chi teme non è perfetto nell'amore». Mediante questo argomento a contrario, l'autore vuole ribadire il messaggio positivo della prima parte del brano: l'amore vero ci rende simili a Dio e ci dà la serenità necessaria per affrontare il giorno del giudizio con fiducia. Il v. 19, di composizione essenziale, afferma che il nostro amore dipende dall'amore di Dio: se i cristiani possono amare Dio è solo grazie al fatto che Egli si è rivelato loro, amandoli per primo. Il v. 20 afferma che colui che non è capace di amare chi gli sta attorno, di sicuro non potrà riuscire ad amare Dio; se sostiene il contrario, è un bugiardo e un impostore. Ancora una volta chi scrive mette in guardia i suoi amati figli dall'inganno di chi pretende di amare Dio e invece disprezza i fratelli. Ancora una volta egli dimostra di avere i piedi ben saldi a terra, spiegando come le più elevate riflessioni teologiche abbiano sviluppi molto pratici e concreti. E proprio a questi ultimi affida il compito di provare la verità delle prime.

Il duplice comandamento dell'amore per Dio e per il fratello Il capitolo si conclude con un richiamo dell'iniziale annuncio del tema (4,21). L'autore riprende il motivo del comandamento, con cui la pericope si era aperta (3,23) e si chiuderà (5,2-3), e riassume in un solenne tono conclusivo la riflessione sull'amore. La specificità di questo versetto è comunque quella di fondare il legame tra l'amore di Dio e l'amore del fratello su un comandamento divino: nel brano precedente, infatti, la dimensione verticale e quella orizzontale dell'amore erano tenute insieme in base a semplici ragionamenti sillogistici (4,20); qui invece si afferma che la loro osservanza è richiesta ai cristiani dall'autorità stessa di Dio, che ha comandato agli uomini di amare Lui (Dt 6,5) e il prossimo (Lv 19,18). Non si può non vedere in questa formulazione un ricordo della predicazione di Gesù, che riassunse tutta la Legge e i Profeti proprio nel duplice comandamento dell'amore per Dio e per il prossimo (Mt 22,34-40).


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segue: I VERI FIGLI DI DIO

I figli di Dio compiono la giustizia, non il peccato 1Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. 3Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. 4Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. 5Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. 6Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto. 7Figlioli, nessuno v’inganni. Chi pratica la giustizia è giusto come egli è giusto. 8Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché da principio il diavolo è peccatore. Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo. 9Chiunque è stato generato da Dio non commette peccato, perché un germe divino rimane in lui, e non può peccare perché è stato generato da Dio. 10In questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, e neppure lo è chi non ama il suo fratello.

IL VERO DIMORARE NELLA VITA 11Poiché questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. 12Non come Caino, che era dal Maligno e uccise suo fratello. E per quale motivo l’uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste. 13Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia. 14Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. 15Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lui. 16In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. 17Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? 18Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. 19In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, 20qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. 21Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, 22e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.

LA VERA FEDE E IL VERO AMORE 23Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. 24Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

Approfondimenti

(cf LETTERE DI GIOVANNI – introduzione, traduzione e commento di MATTEO FOSSATI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

I figli di Dio compiono la giustizia, non il peccato L'autore vuole dimostrare un forte legame tra l'agire concreto dell'uomo – che può essere improntato o alla giustizia o al peccato – e la sua provenienza divina o diabolica. L'argomentazione appare accurata e completa, creando precise connessioni tra il comportamento degli uomini, le sue cause e i suoi effetti: la pericope dimostra, infatti, che ogni uomo manifesta di chi è figlio e dove sta andando proprio nelle sue scelte quotidiane, a cui si fa riferimento con i due sintagmi antitetici «compiere la giustizia» (2,29; 3,7b) e «compiere il peccato»/«peccare)) (3,4.6.8), affiancati dai due complementari di forma negativa «non compiere peccato»/«non peccare» (3,6.9) e «non compiere la giustizia» (3,10).

Ci si può chiedere: tra Dio e noi può esistere un grado di somiglianza più elevato che l'essere suoi figli? Sul piano dell'essere la risposta è di certo negativa, come sosteneva già sant'Agostino: «Che altro saremo, infatti, se non figli di Dio?» (Commento alla Prima lettera di Giovanni 4,5). È sul piano della conoscenza che ci sarà un cambiamento: ora sappiamo di essere figli di Dio, ma ci manca il termine di paragone, quindi non possiamo apprezzare la nostra somiglianza con Lui; quando invece potremo vedere Dio faccia a faccia, questa visione ci permetterà di scoprire come e quanto siamo simili. È per questo motivo che si può rendere molto liberamente «saremo simili a lui» con «ci scopriremo simili a lui»: scoprire significa diventare finalmente consapevoli di una realtà – un «essere» – già presente. L'autore sta dicendo che noi siamo figli di Dio fin da ora, ma che solo quando lo vedremo con i nostri occhi ci accorgeremo di quale somiglianza ci leghi a Lui!

Nel brano c'è una frase enigmatica: «Chiunque compie il peccato vive nell'anomia, poiché il peccato è l'anomia». Per comprenderne il senso è utile partire dal confronto con la sua corrispondente nel brano parallelo: «chi compie il peccato proviene dal diavolo, poiché il diavolo pecca da principio» (v. 8). Notiamo una forte correlazione tra il diavolo e l'anomia, che appaiono come il punto di partenza e il punto di arrivo del peccato. Quest'anomia, intesa come punto di arrivo del peccato e tradotta col termine «iniquità», non è altro che la tragica e radicale opposizione dell'uomo a Dio e al suo Messia, opposizione che lo renderà eternamente incapace di comunione con Lui.

Dio viene presentato come il Giusto per eccellenza e il principio della giustizia – come si era già affermato all'inizio della pericope (2,29) –, mentre il diavolo, che pecca da principio, è principio del peccato. Il caso positivo è fondato una volta sulla purezza di Dio (v. 3: «come egli è puro»), l'altra sulla sua giustizia (v. 7b: «come egli è giusto»). Il caso negativo, introdotto in entrambe le occorrenze dalla medesima protasi «chi(unque) compie il peccato» (vv. 4.8), parla una volta dell'empietà come sbocco del peccato, l'altra del diavolo come sua origine. L'uomo, nella sua libertà sceglie la giustizia o il peccato, e da queste due scelte si risale alla loro origine, divina o diabolica. Quando l'uomo invece è soggetto passivo dell'azione generatrice di Dio, dal quale non può discendere il peccato, l'eventualità di una scelta contraria non è presa in considerazione. L'autore sta dicendo che se dal punto di vista dell'uomo l'eventualità del peccato è possibile, poiché egli può cadere nell'inganno del diavolo, dal punto di vista di Dio tale eventualità è esclusa, poiché in Lui non c'è traccia di peccato e nessun peccato da Lui può venire. In una prospettiva che discende dalla generazione di Dio alle azioni degli uomini il peccato non va quindi contemplato neppure come possibilità! L'autore può dunque affermare che chi discende da Dio e continua a dimorare in Lui non porta in sé alcun germe di male e non può peccare.

IL VERO DIMORARE NELLA VITA Questa quinta pericope, come annunciato nell'unità precedente, è dedicata al tema dell'amore, quell'amore fattivo tra fratelli che solo può essere il segno esteriore di un vero dimorare nella vita: «*Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (3,14). L'autore continua a ribadire l'idea che l'albero buono si riconosce dai suoi frutti, e che chi produce frutti buoni, come l'amore (2,10; 3,14.18-19), la giustizia (2,29; 3,7) o la purezza (3,3), mostra apertamente di dimorare nella vita e di essere in comunione con Dio. La pericope appare chiaramente divisa in due sezioni -la prima incentrata sul tema dell'odio (3,12-15), la seconda su quello dell'amore (3,16-22) – che si corrispondono secondo le regole di un parallelismo antitetico. Ciascuna delle due sezioni tratta infatti il proprio tema in un dittico, le cui tavole ruotano attorno a un cardine centrale rappresentato da un'esortazione, che nel primo caso mette in guardia dall'odio del mondo (3,13: «Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia»), nel secondo invita all'amore concreto (3,18: «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità»). Attraverso una strutturazione chiara e accurata chi scrive riesce a far trasparire un pensiero teologico ben definito: l'odio per i fratelli, nella sostanza, è un omicidio (3,12; / 3,15), quindi viene dalla morte (3,12) e produce morte (3,14-15); l'amore per i fratelli, nei fatti, è un dono di vita (3,16), viene dalla vita (... di Gesù 3,16 e cfr. anche 3,19, che pone alla radice dell'amore un'altra realtà totalizzante per 1Giovanni, ossia la verità) e produce vita (... eterna: 3,21).

LA VERA FEDE E IL VERO AMORE L'annuncio del tema rappresenta un legame con uno, anzi con due temi centrali nella predicazione giovannea originaria: credere nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio, e amarsi vicendevolmente. Il tema dell'amore era già stato oggetto dell'annuncio sia della seconda (2,7) sia della quinta (3,11) pericope, che lo presentavano rispettivamente come «comandamento» antico e insieme nuovo (usando quindi il medesimo termine che ritroviamo nella presente pericope) e come «annuncio» udito da principio. Il comandamento dell'amore è uno dei temi principali della predicazione di Gesù secondo la testimonianza del quarto vangelo (cfr. Gv 13,34; 15,12.17; 1Gv 3,11.23; 4,7.11). La nostra pericope lo abbina però a un secondo comandamento: quello del credere in Cristo. Ebbene, anche il tema della fede è centrale nel maggiore degli scritti giovannei, che lo indica addirittura come primo scopo della stesura del vangelo stesso (Gv 20,31). L'attenzione dell'opera giovannea per il motivo del credere è testimoniata dai molti passi che ricordano l'invito che Gesù stesso rivolge ai Giudei e ai suoi discepoli di credere in lui (cfr. Gv 9,35-38; 12,36; 13,19; 14,11) al fine di avere la vita (Gv 5,36-47; 11,25-27) e vedere la gloria di Dio (Gv 11,40). Non sembra quindi fuori luogo affermare che il versetto 3,23 della nostra lettera conduca direttamente al cuore del messaggio cristiano giuntoci attraverso la predicazione del Discepolo amato. E anche all'interno della 1Giovanni tale versetto e la pericope da esso introdotta andranno considerati come centrali: ne è una controprova il fatto che spesso nella storia dell'esegesi il comandamento di 1Gv 3,23, che unisce insieme fede e amore, è stato visto come la sintesi del messaggio dell'intera epistola.


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segue: LA VERA COMUNIONE CON DIO

Non peccate! 1Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. 2È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. 3Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. 4Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. 5Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. 6Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato.

IL VERO DIMORARE NELLA LUCE Il comandamento insieme antico e nuovo 7Carissimi, non vi scrivo un nuovo comandamento, ma un comandamento antico, che avete ricevuto da principio. Il comandamento antico è la Parola che avete udito. 8Eppure vi scrivo un comandamento nuovo, e ciò è vero in lui e in voi, perché le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera.

Il vero essere nella luce si prova amando i fratelli 9Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre. 10Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo. 11Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi.

Non amate il mondo! 12Scrivo a voi, figlioli, perché vi sono stati perdonati i peccati in virtù del suo nome. 13Scrivo a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è da principio. Scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il Maligno. 14Ho scritto a voi, figlioli, perché avete conosciuto il Padre. Ho scritto a voi, padri, perché avete conosciuto colui che è da principio. Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio rimane in voi e avete vinto il Maligno. 15Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; 16perché tutto quello che è nel mondo – la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita – non viene dal Padre, ma viene dal mondo. 17E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!

I VERI POSSESSORI DEL PADRE

L'ora finale manifesta gli anticristi e i veri possessori del Padre 18Figlioli, è giunta l’ultima ora. Come avete sentito dire che l’anticristo deve venire, di fatto molti anticristi sono già venuti. Da questo conosciamo che è l’ultima ora. 19Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; sono usciti perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri. 20Ora voi avete ricevuto l’unzione dal Santo, e tutti avete la conoscenza. 21Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità. 22Chi è il bugiardo se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. 23Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre; chi professa la sua fede nel Figlio possiede anche il Padre. 24Quanto a voi, quello che avete udito da principio rimanga in voi. Se rimane in voi quello che avete udito da principio, anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre. 25E questa è la promessa che egli ci ha fatto: la vita eterna. 26Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano di ingannarvi. 27E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca. Ma, come la sua unzione vi insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così voi rimanete in lui come essa vi ha istruito. 28E ora, figlioli, rimanete in lui, perché possiamo avere fiducia quando egli si manifesterà e non veniamo da lui svergognati alla sua venuta.

I VERI FIGLI DI DIO

Chi pratica la giustizia è stato generato da Dio 29Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è stato generato da lui.

Approfondimenti

(cf LETTERE DI GIOVANNI – introduzione, traduzione e commento di MATTEO FOSSATI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

LA VERA COMUNIONE CON DIO L'autore abbandona il tono argomentativo per quello parenetico, e questo ci pone di fronte alla prima breve esortazione della lettera: dopo aver riconosciuto l'inevitabilità del peccato, si affretta a mettere in guardia da esso i suoi figlioli, incoraggiandoli a fuggirlo: il fatto che Dio possa perdonare ogni peccato non è un buon motivo per abbandonarsi al lassismo morale. Ogni cristiano deve continuamente sforzarsi di camminare nella luce; solo così egli si accorge che, per quanto alto possa essere il suo impegno di fuggire le tenebre, esso è destinato al fallimento se non è supportato dalla grazia comunicatagli dal sangue di Cristo. In questo modo si scioglie quella che, a prima vista, poteva apparire come una contraddizione: l'inevitabilità del peccato non deve scoraggiare l'impegno morale del cristiano, così come l'eccezionale disponibilità di Dio a perdonare non deve incoraggiarlo al lassismo. L'amore misericordioso di Dio è la luce che mette il credente di fronte alle proprie tenebre (cfr. Gv 15,22.24), ma è anche la forza che lo spinge a fuggirle.

L'autore afferma anzitutto l'azione di intercessione del Risorto presso il Padre in difesa dei peccatori: i credenti non devono temere il giudizio di Dio, poiché sarà il Signore Gesù stesso a prendere le loro difese.

La relazione tra conoscere Dio e osservare i suoi comandamenti, su cui è basato questo brano, è un tema chiave dell'Antico Testamento, che afferma chiaramente che non c'è altro modo di conoscere Dio se non quello di camminare per le sue vie e seguire i suoi comandi (cfr. Es 33,13). La 1Giovanni ci ricorda dunque che, per entrare in relazione con Dio, al cristiano è chiesto di obbedire ai suoi comandi, sull'esempio di Gesù che obbedì a ciò che il Padre gli chiese (Gv 10,18; 12,49-50; 14,31). Ricordando che i comandamenti di Dio, nella letteratura giovannea, sono spesso ricondotti all'unico comandamento dell'amore lasciato da Gesù ai suoi (Gv 13,34; 15,12), allora si vede come tutto il discorso tenda all'unità: obbedienza, conoscenza e amore sono sfaccettature diverse dell'unica realtà della comunione del credente con Dio (cfr. Gv 14,15-24).

IL VERO DIMORARE NELLA LUCE Il kerygma della prima pericope è stato presentato come un «annuncio» (1,5), quello della seconda come un «comandamento», termine che ritorna ben quattro volte in poco più di un versetto. L'autore non esplicita quale sia il suo contenuto; vi allude solo in modo enigmatico, dicendo che esso è «non... nuovo, ma... antico»; «antico (eppure) nuovo». Questa sorta di “indovinello” è un genere letterario, usato nell'antichità, per trasmettere insegnamenti di personaggi illustri. Il credente può sciogliere l'enigma in due passi successivi. La sua antichità è spiegata apertamente affermando che tale comando è posseduto «da principio» e già udito dai lettori: tali espressioni si riferiscono al tempo passato in cui il comandamento fu anzitutto proclamato da Gesù e poi ripetuto dalla comunità al momento dell'iniziazione cristiana dei destinatari. La sua novità deriva invece dal fatto che esso fu chiamato «nuovo» da Gesù stesso, oltre che dall'occasione immediata creata dalla lettera, che lo propone ai suoi lettori «di nuovo» (questo è infatti uno dei significati dell'avverbio che si trova nel v. 8). L'autore richiama ai suoi interlocutori la necessità di mettere in pratica il comandamento dell'amore, che viene riproposto in due diverse contestualizzazioni: amare i fratelli (2,10) e non amare il mondo né le cose del mondo (2,15a), poiché tale amore è incompatibile con l'amore per Dio (2,15b).

È possibile individuare i gruppi di persone ai quali l'autore vuole rivolgersi? «Figlioli» e «fanciulli» sono due sinonimi e vengono usati con questa accezione generica anche in altri luoghi della lettera. «Padri» e «giovani» individuerebbero invece una ripartizione, già usata nell'Antico Testamento in riferimento al popolo dell'alleanza (cfr. Es 10,9; Is 20,4; Ger 31,34). Si può presumere che con «padri» l'autore si riferisca a cristiani di lunga data, visto che per due volte ribadisce che essi conoscono il Cristo (2,13.14), mentre con «giovani» intenda i nuovi entrati nella famiglia cristiana, più facili prede degli attacchi dei falsi maestri e degli anticristi, e quindi elogiati dall'autore per aver vinto il Maligno.

Questa sezione non si limita a spingere i credenti ad amare i fratelli o a scoraggiarli a odiare, ma li mette in guardia dalla possibilità di un amore sbagliato: quello per il «mondo» o le «cose del mondo». Chi si è visto perdonare i peccati, chi ha conosciuto il Signore, chi ha sconfitto il Maligno non deve farsi sedurre da falsi amori: quella dell'amore, sembra dirci la 1Giovanni, è una realtà complessa, che va sempre vagliata alla luce vera di Cristo. Amare il mondo equivale a odiare Dio (cfr. Gv 3,19). Attenzione: con questa esortazione l'autore non vuole certo negare l'amore di Dio per il mondo intero (Gv 3,16); piuttosto usa la categoria “mondana” come esemplificazione estrema del rifiuto di certi uomini di credere in Gesù, e la introduce nella seconda parte della pericope come sostituto di quella delle tenebre, che aveva fin qui rappresentato il polo negativo del discorso. Sarà proprio l'espressione «amare il mondo», infatti, a funzionare da collegamento tra questo brano e il successivo.

I VERI POSSESSORI DEL PADRE Il retroscena dell'epistola è quello di una vera e propria secessione: «sono usciti da noi», «nessuno di loro è dei nostri» (2, 19). La comunità giovannea soffrì profondamente per questa divisione – il dolore per il tradimento fu infatti accompagnato dalla preoccupazione per i fratelli più deboli, possibili prede dell'inganno dei secessionisti – e dovette impegnare tutte le proprie forze per far fronte all'attacco. L'autore quindi, con tono risoluto, presenta in uno scenario escatologico i personaggi del dramma: il «noi» delle guide della comunità giovannea, il «voi» dei figlioli da rincuorare e rinsaldare nella fede, il «loro» dei traditori ormai lontani da Cristo e dalla comunione con i fratelli. Egli inoltre ordisce un complesso intreccio di relazioni fra i tre suddetti gruppi e fa chiarezza sul destino di ciascuno: chi si allontanò dalla comunità e rinnegò Cristo non possiede il Padre (2,19.22-23); chi invece rimane fedele alla parola ricevuta da principio godrà della vita eterna (2,24-26) e starà a testa alta di fronte al Signore (2,28).

L'autore della 1Giovanni non sembra dipendere direttamente dalla forma scritta del quarto vangelo, bensì dalla tradizione giovannea precedente, a cui anche il vangelo attinge. Gli annunci escatologici del quarto vangelo sono inseriti nel grande discorso di addio pronunciato da Gesù durante l'ultima cena e testimoniano quindi un tono diverso da quello sinottico, tono che può essere meglio compreso se inserito in una prospettiva post-pasquale, quasi stesse parlando un Cristo già risorto e glorificato (Gv 15,26; 16,5-15.20-23). Comunque anche in quel testo vi è un chiaro accenno alla predizione di tribolazioni per i seguaci di Gesù (Gv 16,1-4), argomento centrale in tutta la predicazione neotestamentaria (Mt 24,21; 2Ts 2,1-12; Ap 13,1-8), che si rifà a testi apocalittici anticotestamentari (Dn 7,1-8; 12,1-13).

L'autore parte con un'affermazione che lascia poco spazio alla discussione: «sono usciti da noi». In essa è racchiuso tutto il dramma vissuto: un gruppo di persone, che erano considerate come fratelli e che vivevano all'interno della comunità, a un certo punto se ne andò. Come fu possibile una rottura tanto profonda? La 1Giovanni suggerisce che il gesto plateale dell'allontanamento non fu che l'ultimo passo di un tradimento che veniva da lontano: il cuore di tali individui era già nella tenebra, essi «non erano dei nostri». Questa spiegazione viene ripresa alla fine del versetto, dove l'autore esplicita la riflessione sulla possibilità di uno scollamento tra ciò che appare esteriormente e la realtà: la fuga dei secessionisti ha reso manifesta la loro condizione interiore di persone lontane da Dio e dalla comunità.

Dal punto di vista interpretativo è fondamentale comprendere a che cosa si riferisse l'autore utilizzando il rarissimo termine chrîsma «unzione» (v. 27). Il “crisma” sarebbe la parola di Cristo accolta dal credente e vissuta nella fede grazie all'azione dello Spirito Santo. Concretamente, l'autore avrebbe potuto avere in mente il rito con cui i credenti venivano ammessi nella comunità giovannea, oppure il gesto sacramentale del battesimo, che già nei primi secoli veniva accompagnato da un'unzione.

Se la menzogna per eccellenza è negare la messianicità di Gesù, ne consegue che la somma verità alla quale aggrapparsi per non venire ingannati dall'anticristo è l'affermazione che Gesù è il Cristo. Credere che Gesù è il Cristo implica la fede nella sua figliolanza divina, il che coinvolge anche il Padre, con cui chi nega il Figlio non può pretendere di avere alcun legame. L'autore sta affermando in modo chiaro che qualsiasi rapporto cristiano tra uomo e Dio deve passare tramite Gesù: la fede nel Figlio è condizione necessaria per entrare in comunione con Dio o, detto in altri termini, per possedere il Padre.

I VERI FIGLI DI DIO A dispetto di quanto si possa pensare, non è così facile trovare nel Nuovo Testamento testi che chiamino Dio «giusto». Molto più frequente è l'attribuzione di questo aggettivo a Gesù, sia nei Sinottici (Mt 27,19; Le 23,47), sia negli Atti (At 3,14; 22,14), sia nella letteratura epistolare (2Tm 4,8; 1Pt 3,18; cfr. anche 1Gv 2,1). Pur esistendo diversi riferimenti neotestamentari alla «giustizia di Dio» (Rm 1,17; 3,5.21.26; 2Cor 5,21; Gc 1,20; 2Pt 1,1), le uniche proclamazioni di Dio come «giusto» si trovano nella letteratura giovannea (Gv 17,25; l Gv l ,9; 2,29; 3,7; Ap 16,5). Illuminante per noi è quanto si legge nel grande discorso di addio di Gesù riportato nel quarto vangelo: «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, io invece ti ho conosciuto e costoro hanno riconosciuto che tu mi hai mandato. Io ho fatto loro conoscere il tuo nome e continuerò a farlo conoscere...» (Gv 17,25-26). Il testo (che è semanticamente molto vicino alla nostra pericope, con la quale ha in comune i termini «Padre», «giusto», «conoscere», «mondo») testimonia che, per la tradizione giovannea, fu Gesù stesso a insegnare ai suoi discepoli il nome di Dio, che nel contesto prossimo è chiamato «Padre giusto». La nostra lettera è poi la prova che nella comunità del Discepolo amato questo insegnamento fu conservato e tramandato, tanto che chi scrive può basare tutta la sua argomentazione sul fatto che i suoi figlioli «sanno» che «Dio è giusto». Anche la presente pericope appare quindi come l'elaborazione di un dato presente nella predicazione giovannea originaria: quello della giustizia di Dio, che permette all'autore di dimostrare la figliolanza divina di tutti coloro che praticano la giustizia.


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Prologo: il fondamento della verità 1Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – 2la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, 3quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

LA VERA COMUNIONE CON DIO

Annuncio del tema: Dio è luce 5Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna.

La vera comunione con Dio si prova camminando nella luce 6Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. 7Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.

I cristiani e il peccato 8Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. 9Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 10Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.

Approfondimenti

(cf LETTERE DI GIOVANNI – introduzione, traduzione e commento di MATTEO FOSSATI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Prologo: il fondamento della verità Questo esordio è obiettivamente insolito per una lettera: non vi è infatti alcuna traccia dell'indirizzo e saluto, la classica apertura dell'epistola greco-romana. Qui si è invece di fronte a quello che viene unanimemente riconosciuto dalla critica come il «prologo» della 1Giovanni, e l'uso di questo termine non è casuale, in quanto intende sottolineare una vicinanza con l'apertura del maggiore tra gli scritti giovannei: il quarto vangelo. L'autore è abile nel creare in chi legge un forte senso di attesa mediante cinque frasi iniziali che rimangono sospese fino alla fine del primo versetto, quando specifica: «il Verbo della vita». Con queste parole, che s'inseriscono in modo anomalo nella sintassi del brano, egli chiarisce l'argomento dello scritto: ciò che era da principio e che è stato udito, visto, contemplato e toccato dagli apostoli, altri non è che il Verbo della vita. È la teologia giovannea nel suo complesso che permette di leggere l'espressione in modo cristologicamente alto: non si riferisce semplicemente al messaggio di vita contenuto nella rivelazione, bensì alla persona stessa del Figlio di Dio che la letteratura giovannea chiama il «Verbo» (Gv 1,1.14), il «Verbo di Dio» (Ap 19,13), la «Vita» (Gv 11,25; 14,6), la «Vita eterna» (1Gv 5,20). Dopo aver comunicato l'argomento dello scritto, l'autore ne specifica anche lo scopo, e lo fa mediante una subordinata finale posta esattamente al centro del v. 3: «perché anche voi siate in comunione con noi». L'intento della lettera è dunque quello di offrire ai destinatari la medesima comunione che il gruppo dei testimoni gode «con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo». Da un punto di vista teologico e interpretativo, anche se nel prologo non troviamo il vocabolario della verità/falsità – che è invece una presenza costante in tutto il resto dello scritto, finalizzato a fornire ai destinatari gli strumenti per discernere tra veri e falsi maestri, tra veri e falsi insegnamenti e, in definitiva, tra il vero Dio e i falsi dèi –,l'interesse per tale tema non deve sfuggire al lettore. Tutta l'insistenza sul contatto fisico tra i testimoni e il Verbo della vita indica che l'autore intende rivelare qui il solido fondamento di quella verità su cui verterà l'insegnamento di tutta la lettera: essa si poggia sull'eccezionale testimonianza di chi ha avuto la fortuna di udire, vedere, contemplare e toccare il Verbo della vita, esperienza storica fondante il cristianesimo e capace di infondere in chi scrive la responsabilità e il coraggio dell'annuncio, annuncio che può realizzarsi solo nella comunione con il Verbo e con il Padre e al fine di offrire a tutti i veri credenti la stessa gioiosa intimità.

Annuncio del tema: Dio è luce L'annuncio con il quale si apre ogni pericope della 1Giovanni rappresenta sempre il ricordo di un insegnamento di Gesù – è infatti a Lui che si riferisce il pronome di terza persona singolare. Nell'introduzione si è precisato che gli insegnamenti dell'epistola non dipendono direttamente dalla forma scritta del quarto vangelo, ma dal kerygma giovanneo originario. Ciò significa che le parole e le azioni del Gesù storico, elaborate nella riflessione e nella predicazione del Discepolo amato, hanno trovato una duplice espressione scritta: quella evangelica e quella epistolare. Questo fatto ci deve scoraggiare dal pretendere di trovare una corrispondenza letterale tra le due formulazioni. Quanto a perentorietà, l'affermazione «Dio è luce», rafforzata dalla coordinata antitetica «e di tenebra in lui non ve n'è alcuna», è una novità nel panorama biblico. Dal punto di vista letterario questo versetto iniziale lega saldamente al prologo della 1Giovanni tutta la pericope, grazie alla ripresa del tema del suo verbo principale (1,2.3:«annunciamo») mediante il sostantivo «annuncio», e il verbo «proclamare». La dinamica della trasmissione di fede che emerge da questo testo è quella binaria tipicamente giovannea: a differenza di quella evidenziata in passi come 1Cor 15,3 o Le 1,2 (in cui i momenti presupposti sono tre, ovvero la rivelazione di Gesù, la tradizione degli apostoli e la scrittura), qui viene saltata la fase intermedia, ossia la mediazione della comunità, poiché il «noi» scrivente coincide con quello dei testimoni oculari. Il tema annunciato in 1,5 viene elaborato mediante quattro brani argomentativi che si richiamano a due a due secondo lo schema A B B' A' (A:1,6- 7; B:1,8-10; B':2,1b-2; A':2,3-6) intorno al centro della pericope, rappresentato dalla breve esortazione di 2,1a. Questa elaborazione punta a tirare le conseguenze pratiche dell'affermazione iniziale «Dio è luce» per la vita dei cristiani e ruota attorno all'idea della comunione con Dio e alle sue esigenze, facendo riflettere i destinatari dello scritto sulla necessità di coerenza tra parola e vita, requisito essenziale dei veri maestri e dei veri cristiani.

La vera comunione con Dio si prova camminando nella luce Con i vv. 6-7 si entra appieno in quella che sarà la principale modalità argomentativa di tutto lo scritto: l'autore, mediante ragionamenti di tipo sillogistico, vuole istruire i destinatari a riconoscere i falsi maestri, smascherando le loro menzogne mediante semplici prove riguardanti la vita concreta. Infatti ogni pretesa qualità spirituale interiore deve essere provata mediante atteggiamenti esteriori oggettivamente verificabili. Le parole da sole non bastano: ci vogliono i fatti. Si deve quindi prestare la massima attenzione alle relazioni tra la realtà interiore (ciò che è) e quella esteriore (ciò che appare): se tra le due c'è corrispondenza, si è nel campo della verità; se tale corrispondenza manca, si è in quello della falsità. Per l'autore della 1Giovanni è inoltre determinante smascherare quanti con la menzogna vogliono apparire quello che in realtà non sono: è il caso dei falsi maestri, apostrofati come «anticristi» e «figli del diavolo» (cfr. 2,18.22.26; 3,7-8.10; 4,1). Dai pochi dati fornitici dalla lettera non si riesce a ricostruire con certezza né l'identità né l'insegnamento di questi avversari contro i quali l'autore si scaglia con forza e determinazione. Eppure, anche se appare riduttivo interpretare la nostra lettera come uno scritto polemico, è innegabile in essa un intento di difesa della vera tradizione giovannea contro deviazioni concrete reputate pericolose. Il primo insegnamento del nostro scritto può essere così sintetizzato: non chiunque dice di essere in comunione con Dio lo è veramente; la verità della comunione con Dio va provata a partire dall'agire quotidiano, che si deve qualificare come un camminare nella luce. Un maestro non deve quindi essere giudicato solo dal suo insegnamento, dalle sue parole suadenti, bensì a partire dall'intima corrispondenza tra ciò che dice e ciò che fa. Questa coerenza radicale tra parola e vita impone all'uomo non solo di «fare» ciò che dice, ma anche di «essere» ciò che fa: non c'è spazio per menzogna, inganno o falsità. Il credente deve vivere sempre nella luce, senza mai rifugiarsi in zone d'ombra. In tal modo la vita concreta diventa la prova più evidente dell'appartenenza di un uomo al regno della luce o a quello delle tenebre.

I cristiani e il peccato Dopo aver chiarito la necessità per i cristiani di camminare nella luce, l'autore della lettera non teme di ammettere che su questo cammino si possono incontrare degli ostacoli capaci di far cadere chiunque: è il caso del peccato, dal quale nessun uomo e nessuna donna può dichiararsi immune se non cadendo sotto il dominio dell'inganno e della falsità, arrivando praticamente ad accusare di menzogna Dio stesso. Dietro l'argomentazione di questo brano si può leggere, in filigrana, una polemica contro gli avversari della comunità giovannea, che presumibilmente sostenevano la propria impeccabilità in quanto figli di Dio e credenti in Cristo; si sentivano forse una cosa sola con Gesù, che aveva detto: «Chi di voi può dimostrare che io abbia peccato?» (Gv 8,46). Secondo l'autore della lettera, un atteggiamento del genere è pericoloso e nasconde l'inganno dell'anticristo: causa infatti una relativizzazione di quell'impegno morale che invece è la prova oggettiva della fede. Chi cadesse nella rete di queste idee perverse si ritroverebbe nella stessa condizione di quanti si rifiutarono di credere in Cristo, condannandosi in quel modo a morire nei propri peccati (Gv 8,24).


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Le obiezioni degli avversari 1Questa, o carissimi, è già la seconda lettera che vi scrivo, e in tutte e due con i miei avvertimenti cerco di ridestare in voi il giusto modo di pensare, 2perché vi ricordiate delle parole già dette dai santi profeti e del precetto del Signore e salvatore, che gli apostoli vi hanno trasmesso. 3Questo anzitutto dovete sapere: negli ultimi giorni si farà avanti gente che si inganna e inganna gli altri e che si lascia dominare dalle proprie passioni. 4Diranno: «Dov’è la sua venuta, che egli ha promesso? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi, tutto rimane come al principio della creazione». 5Ma costoro volontariamente dimenticano che i cieli esistevano già da lungo tempo e che la terra, uscita dall’acqua e in mezzo all’acqua, ricevette la sua forma grazie alla parola di Dio, 6e che per le stesse ragioni il mondo di allora, sommerso dall’acqua, andò in rovina. 7Ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima Parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina dei malvagi.

Il tempo nell'ottica di Dio 8Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. 9Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. 10Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta.

Epilogo 11Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, 12mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! 13Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia. 14Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia. 15La magnanimità del Signore nostro consideratela come salvezza: così vi ha scritto anche il nostro carissimo fratello Paolo, secondo la sapienza che gli è stata data, 16come in tutte le lettere, nelle quali egli parla di queste cose. In esse vi sono alcuni punti difficili da comprendere, che gli ignoranti e gli incerti travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina.

Esortazioni conclusive e dossologia 17Voi dunque, carissimi, siete stati avvertiti: state bene attenti a non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore dei malvagi. 18Crescete invece nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la gloria, ora e nel giorno dell’eternità. Amen.

Approfondimenti

(cf SECONDA LETTERA DI PIETRO – introduzione, traduzione e commento di MARIDA NICOLACI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2018 – SECONDA LETTERA DI PIETRO a cura di ROSARIO CHIARAZZO in LA BIBBIA PIEMME © EDIZIONI PIEMME, 1995)

Le obiezioni degli avversari L'autore ribadisce l'importanza del “ricordare” (cfr. 1, 12-15)ciò che è stato annunciato nelle profezie (1, 16-20; 1Pt 1,10-12) e quanto è stato tramandato dagli apostoli riguardo le parole del Signore sulla sua seconda venuta (Mc 13,33-37; Lc 12,35-40). È posta in evidenza la collegialità apostolica su ciò che è stato tramandato. Il collegarsi idealmente a 1Pt sottolinea l'armonia di quanto viene trasmesso e chiarisce come le istruzioni sulla parusia di 2Pt siano in linea con il tema della speranza escatologica espressa in 1Pt (cfr. 1Pt 3,13-17). I primi cristiani avevano vissuto nella speranza di un imminente ritorno di Cristo; fu necessaria una lunga riflessione per comprendere e maturare una coscienza diversa sulla seconda venuta di Cristo e che si inquadrasse nell'ottica di Dio, piuttosto che in una attesa cronologica a scadenza fissa. Tuttavia se ciò nei primi cristiani poté suscitare delusione e talvolta sconforto (1Ts 4,13), a maggior ragione essi erano facile bersaglio di ironie, beffe e derisioni da parte di denigratori perché tra coloro che attendevano la venuta di Cristo alcuni erano già morti e tutto era rimasto inalterato nel cosmo. Di fronte a ciò l'autore di 2Pt per confutare gli eretici attinge al racconto della Genesi e ricorda che la creazione è dovuta ad un intervento sovrano della parola di Dio (cfr. Gn 1,1ss.); inoltre lo stesso diluvio illustra la fragilità del mondo e preannuncia contemporaneamente il giudizio ultimo: solo Dio con la sua parola dà origine, dirige e prepara il rinnovamento radicale di tutta la creazione.

Il tempo nell'ottica di Dio Con la citazione di Sal 90,4, secondo l'interpretazione giudaica tradizionale, si ribadisce che il tempo, nell'ottica di Dio, ha una dimensione cronologica differente rispetto a quella degli uomini. L'apparente ritardo della parusia deve essere considerato come un tempo di grazia: se Dio interviene nella storia è per dispiegare la sua misericordia ed il suo amore (Sir 18, 8-11). Il tempo attuale è un tempo propizio per beneficiare della sua misericordia attraverso la conversione del cuore. L'imprevedibilità del ritorno del Signore è richiamata con l'immagine del ladro nella notte (cfr. Mt 24, 43-47 e parr.; 1Ts 5,2; Ap 3,3; 16,15) per sottolineare l'importanza della vigilanza e dell'essere pronti. L'evento finale del giorno del Signore, tipica espressione dell'AT per indicare l'intervento di Dio nella storia (Am 5,18; Is 2,2-22; Ger 30,5; Sof 1,14-18; Gl 4,1), è descritto utilizzando le concezioni cosmologiche del tempo in base alle quali il mondo doveva dissolversi secondo una specie di conflagrazione universale. Tali immagini, utilizzate dalla tradizione apocalittica giudaica e poi da quella cristiana, non sono da prendere alla lettera in quanto simboleggiano la presenza dinamica di Dio che opera una nuova creazione. Tuttavia, pur riprendendo le concezioni cosmologiche, l'autore in sintonia con la concezione biblica, sottolinea il carattere di definitività insito nel giorno del giudizio, a differenza della mentalità stoica che proponeva il mito dell'eterno ritorno.

Epilogo L'annuncio della fine di ogni realtà mondana comporta un cammino di santità di vita (cfr. 1Pt 1,13-21) e di pietà, ossia un giusto rapporto con Dio che coinvolge tutta l'esistenza, in contrapposizione a quello degli eretici che scadevano nel disordine morale. Tale impegno comporta come conseguenza una compartecipazione dei giusti all'affrettarsi del pieno compimento della salvezza che culminerà nella parusia. La realizzazione della salvezza comporterà un rinnovamento totale e radicale, ossia una nuova creazione (Is 65,17ss.; 66,22) in cui ci sarà una perfetta armonia e la giustizia sarà il contrassegno della realizzazione piena dei tempi messianici (At 17,31; Ap 19,11): ciò che si trova al di là del limite escatologico è tutt'altra cosa rispetto ad ogni realtà esistente e pensabile. Un'ulteriore esortazione pone in risalto che tutta la vita del credente deve trasformarsi in un sacrificio gradito a Dio (cfr. 1Pt 1,19) e ciò è espresso dai termini cultuali «senza colpa e senza macchia». Il rapporto tra presente e parusia come possibilità di salvezza offre la possibilità di richiamare gli insegnamenti dell'apostolo Paolo (cfr. Rm 13,11-14; 1Cor 7,29.32; 2Cor 5,6-10: Ef 4,30; Fil 2,15, Col 3,4; 1Ts 3,4-1; 2Tm 3,1.5; Tt 2,12-14). Si pone in risalto l'unità tra Pietro e Paolo così come precedentemente era stata messa in evidenza la collegialità apostolica (cfr. 2Pt 3,1-2), soprattutto per quanto riguarda gli insegnamenti sulla venuta del Signore. La tensione tra i due principi degli apostoli di cui si parla nella lettera ai Galati (cfr. Gal 2,11-17) è ormai acqua passata. Il richiamo agli scritti paolini è probabilmente introdotto poiché molti, rifacendosi all'autorità dell'Apostolo, erroneamente interpretavano la libertà cristiana in termini di libertinismo (cfr. Gal 5,13-6,10; 1Cor 10,23-33; Rm 8). Il v. 16 è particolarmente importante per la storia della formazione del canone del NT, in quanto nel periodo in cui veniva composta 2Pt, si era già formato un gruppo di scritti che nutrivano la vita della Chiesa (liturgia, catechesi, predicazione, ecc.) ed erano considerati al pari delle altre Scritture, cioè dell'AT.

Esortazioni conclusive e dossologia Un ultimo indirizzo affettuoso, «carissimi», conclude la lettera e sintetizza quanto è stato espresso nel corso dello scritto: essere vigili (cfr. 1Pt 4,12-5,11) per non lasciarsi trascinare negli errori dei falsi maestri poiché la fedeltà agli insegnamenti degli apostoli è fondamentale per vivere in sintonia con il vangelo. La comunità cristiana è invitata a guardarsi da possibili deviazioni dottrinali e ad impegnarsi in un sempre maggiore approfondimento del dono della benevolenza divina (charis, cfr. 1Pt 1,10-11.13; 2,19-20; 3,7; 4,10-11; 5,5.10) realizzatasi nell'evento di Gesù Cristo (cfr. 1,2.5) e che continuamente deve essere radicata nell'esistenza di ogni credente e di tutta la Chiesa. La solenne dossologia conclusiva proclama la divinità di Cristo salvatore, come era stato fatto all'inizio dello scritto (cfr. 1,1), nucleo fondamentale della fede tramandata dagli apostoli e nel quale è fondata saldamente la speranza escatologica: la garanzia dell'escatologia cristiana è data dal Cristo glorificato da Dio il quale verrà con gloria e potenza (1Pt 4,11).


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Annuncio dell'arrivo dei falsi maestri 1Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri, i quali introdurranno fazioni che portano alla rovina, rinnegando il Signore che li ha riscattati. Attirando su se stessi una rapida rovina, 2molti seguiranno la loro condotta immorale e per colpa loro la via della verità sarà coperta di disprezzo. 3Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma per loro la condanna è in atto ormai da tempo e la loro rovina non si fa attendere.

Esempi di castigo tratti dalla Scrittura 4Dio infatti non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò in abissi tenebrosi, tenendoli prigionieri per il giudizio. 5Ugualmente non risparmiò il mondo antico, ma con altre sette persone salvò Noè, messaggero di giustizia, inondando con il diluvio un mondo di malvagi. 6Così pure condannò alla distruzione le città di Sòdoma e Gomorra, riducendole in cenere, lasciando un segno ammonitore a quelli che sarebbero vissuti senza Dio. 7Liberò invece Lot, uomo giusto, che era angustiato per la condotta immorale di uomini senza legge. 8Quel giusto infatti, per quello che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, giorno dopo giorno si tormentava a motivo delle opere malvagie. 9Il Signore dunque sa liberare dalla prova chi gli è devoto, mentre riserva, per il castigo nel giorno del giudizio, gli iniqui, 10soprattutto coloro che vanno dietro alla carne con empie passioni e disprezzano il Signore.

La rovina dei falsi maestri Temerari, arroganti, non temono d’insultare gli esseri gloriosi decaduti, 11mentre gli angeli, a loro superiori per forza e potenza, non portano davanti al Signore alcun giudizio offensivo contro di loro. 12Ma costoro, irragionevoli e istintivi, nati per essere presi e uccisi, bestemmiando quello che ignorano, andranno in perdizione per la loro condotta immorale, 13subendo il castigo della loro iniquità. Essi stimano felicità darsi ai bagordi in pieno giorno; scandalosi e vergognosi, godono dei loro inganni mentre fanno festa con voi, 14hanno gli occhi pieni di desideri disonesti e, insaziabili nel peccato, adescano le persone instabili, hanno il cuore assuefatto alla cupidigia, figli di maledizione! 15Abbandonata la retta via, si sono smarriti seguendo la via di Balaam figlio di Bosor, al quale piacevano ingiusti guadagni, 16ma per la sua malvagità fu punito: un’asina, sebbene muta, parlando con voce umana si oppose alla follia del profeta. 17Costoro sono come sorgenti senz’acqua e come nuvole agitate dalla tempesta, e a loro è riservata l’oscurità delle tenebre. 18Con discorsi arroganti e vuoti e mediante sfrenate passioni carnali adescano quelli che da poco si sono allontanati da chi vive nell’errore. 19Promettono loro libertà, mentre sono essi stessi schiavi della corruzione. L’uomo infatti è schiavo di ciò che lo domina. 20Se infatti, dopo essere sfuggiti alle corruzioni del mondo per mezzo della conoscenza del nostro Signore e salvatore Gesù Cristo, rimangono di nuovo in esse invischiati e vinti, la loro ultima condizione è divenuta peggiore della prima. 21Meglio sarebbe stato per loro non aver mai conosciuto la via della giustizia, piuttosto che, dopo averla conosciuta, voltare le spalle al santo comandamento che era stato loro trasmesso. 22Si è verificato per loro il proverbio: «Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango».

Approfondimenti

(cf SECONDA LETTERA DI PIETRO – introduzione, traduzione e commento di MARIDA NICOLACI © EDIZIONI SAN PAOLO, 2018 – SECONDA LETTERA DI PIETRO a cura di ROSARIO CHIARAZZO in LA BIBBIA PIEMME © EDIZIONI PIEMME, 1995)

Annuncio dell'arrivo dei falsi maestri La caratteristica del genere letterario dei testamenti o dei discorsi di addio è quella di presentare gli ultimi tempi come un periodo di grandi calamità (At 20,29; 1Tm 4,1-5; 2Tm 3,1; Mt 24,11; Ap 16,13) con la presenza di dottrine false e fuorvianti. La comparsa dei falsi maestri era già stata sperimentata nel corso della storia della salvezza. La constatazione che anche nell'AT, accanto ai veri profeti vi erano gli pseudoprofeti che annunciavano false profezie (Ger 28) per il proprio tornaconto, è di monito per la situazione che i cristiani stavano vivendo. Infatti falsi maestri propagandavano insegnamenti errati riguardo la venuta del Signore (cfr. 1,6; 3,4); con la loro vita dissoluta si ponevano in contrasto con la «verità» (= «il vangelo») e rinnegavano di fatto il vero Maestro. La tecnica di persuasione, di propaganda e di penetrazione con cui tali disturbatori facevano adepti è quella di inserirsi all'interno della comunità cristiana in maniera subdola per «introdurvi» (lett. «portare dentro di nascosto») false dottrine. Gli insegnamenti dei falsi dottori sono definiti come «eresie», un termine che nell'antichità indicava l'indirizzo di pensiero o di una particolare scelta di vita di una determinata scuola. Qui il termine è utilizzato in senso dispregiativo ed equivale a deviazione dottrinale. L'annuncio di fede cristiano è descritto come una via da percorrere, come un cammino da seguire che viene ostacolato, oltraggiato e pertanto bestemmiato. Il movente di tutto ciò è l'avidità, la brama di potere e di dominio, ma per queste loro opere i responsabili saranno affidati al giudizio di Dio (cfr. 1 Pt 1, 17).

Esempi di castigo tratti dalla Scrittura La prova della certezza del giudizio di Dio nei confronti dei falsi maestri è tratta da alcuni esempi di castigo dell'AT. Il procedimento è simile nella lettera di Giuda (cfr. Gd 5-7), ma nella prospettiva dell'autore di 2Pt gli esempi di castigo sono utilizzati per illustrare che Dio salva coloro che gli sono fedeli. Un primo esempio fa riferimento a Gn 6,1-4, un brano alquanto oscuro per quanto riguarda i personaggi presentati, ma che l'autore interpreta sulla base di particolari credenze giudaiche secondo cui il castigo inflitto ai «figli di Dio» di Gn 6,4 (che nel codice Alessandrino dei LXX sono detti «angeli», sarebbero cioè quegli angeli ribelli che furono responsabili del diluvio) che furono precipitati negli abissi tenebrosi degli inferi, lett. «tartaro», luogo dei morti condannati. In opposizione alla generazione peccatrice è presentato Noè, esempio di colui che ha un comportamento retto davanti a Dio, che secondo la tradizione giudaica aveva esortato i suoi contemporanei a convertirsi finché le acque non fossero sopraggiunte sulla terra, ma ne aveva ricevuto solo derisione. Il riferimento al diluvio richiama 1Pt 3,20. Nella storia della distruzione di Sodoma si pone soprattutto l'accento su Lot, esempio di colui che, pur trovandosi a vivere in una generazione perversa, non vi si adeguò, ma ne soffrì e pertanto fu risparmiato dal giudizio. Il riferimento a Lot richiama l'immoralità dei falsi maestri circa la loro dissolutezza sessuale. Il termine «carne» (v. 10a) è pertanto preso nella accezione negativa di istinto sessuale perverso, una realtà che contraddice lo statuto di rigenerati, mostrando un evidente disprezzo per l'opera salvifica compiuta dal Signore, il cui ritorno non è ammesso. Nella vicenda di Noè e di Lot si evidenzia che Dio agisce nel mondo con giustizia e potenza e che nel suo intervento nella storia si propone di salvare dalla rovina un piccolo resto fedele che sarà all'origine di un popolo rinnovato (cfr. Sir 44,17; Is 10,20-33; Rm 9,27).

La rovina dei falsi maestri La denuncia della perversa condotta degli eretici è ripresa e portata avanti con acceso sarcasmo. Essi sono accusati di bestemmiare gli esseri gloriosi decaduti, ma non è esplicitato in che cosa consista tale bestemmia (cfr. Gd 8.9). Si può supporre che gli eretici non ritengano la propria condotta essere dissoluta perché si autostimano esseri superiori, al punto da essere dotati di un potere tale che non li condurrà alla stessa sorte degli angeli decaduti. Una realtà quest'ultima che è invece ben considerata da parte delle altre potenze angeliche, le quali, proprio per tale motivo, non stimano accentuare davanti a Dio il loro essere in una condizione di privilegio. Emerge qui la speculazione angelologica di stampo giudaico sugli esseri intermedi tra il mondo degli uomini e Dio. I falsi maestri, ignari di ciò che bestemmiano, saranno colti da rovina improvvisa, così come le bestie che vivono allo stato brado sono soggette ad essere catturate dai cacciatori. L'autore della lettera si premura di descrivere ogni sorta di turpitudini; tra le altre cose probabilmente approfittano dei pasti in comune nei quali si faceva memoria della morte e risurrezione del Signore per adescare i loro adepti. La loro cupidigia e l'abbandono della giusta condotta è posta in evidenza dal richiamo della vicenda di Balaam (Nm 22-23), un racconto interpretato in chiave didattica e narrato aumentandone il senso dispregiativo rispetto al contesto originario del libro dei Numeri, per indicare che persino un asino era stato capace di scorgere la dissolutezza delle azioni di Balaam suo padrone. Le promesse dei falsi maestri sono illusioni e come tali paragonate alle nubi che promettono pioggia, ma che poi, trasportate dal vento, vanno a bagnare altri luoghi. Le loro speranze ed i loro desideri sono vuoti, ingannevoli, e soprattutto ciò che vorrebbe essere espressione di libertà maestri è in realtà libertinismo, il che si trasforma, per essi stessi e per coloro che adescano, in forme di schiavitù, una condizione questa ben peggiore di quella schiavitù precedente alla salvezza portata da Gesù Cristo, poiché di quest'ultima i falsi maestri hanno piena consapevolezza. In definitiva anche la mancanza di una ortoprassi denuncia un rinnegamento consapevole e voluto della vera fede. Il paragone degli “eretici” con gli animali più disprezzati, perché considerati impuri nella cultura giudaica antica, tratto dalla tradizione sapienziale (Pr 26,11; Sir 34,25), cerca di rendere evidente come sia la condizione di colui che ritorna alla schiavitù del peccato: come il cane rimangia ciò che ha vomitato cosi gli “eretici”' riprendono i peccati deposti, e come la scrofa che, essendo stata ripulita, ritorna a guazzare nel fango, così i falsi maestri che avevano ricevuto il bagno della purificazione, il Battesimo, ritornano sotto il dominio del peccato. Si sottolinea così l'esigenza etica della fede cristiana in risposta al libertinismo ostentato dai falsi dottori.


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