📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

L'intervento di Dio 1E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco. 2Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Avendo posto il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, 3gridò a gran voce come leone che ruggisce. E quando ebbe gridato, i sette tuoni fecero udire la loro voce. 4Dopo che i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere, quando udii una voce dal cielo che diceva: «Metti sotto sigillo quello che hanno detto i sette tuoni e non scriverlo». 5Allora l’angelo, che avevo visto con un piede sul mare e un piede sulla terra, alzò la destra verso il cielo 6e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli, che ha creato cielo, terra, mare e quanto è in essi: «Non vi sarà più tempo! 7Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio, come egli aveva annunciato ai suoi servi, i profeti». 8Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra». 9Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». 10Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza. 11Allora mi fu detto: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

L'intervento di Dio In questa parte si può riconoscere come tema la proposta di un rimedio divino, realizzatosi nell'economia anticotestamentaria. Lo sviluppo segue un movimento tripartito:

  1. innanzitutto un angelo offre un piccolo libro che deve essere mangiato (10,1-11);
  2. viene poi evocata la misurazione del santuario (11,1-3);
  3. infine il grande quadro dei due testimoni (11,4-14) si conclude con il terremoto cosmico che determina una reazione umana positiva.

  4. L'angelo e il libretto (10,1-11). In una nuova visione viene presentato un angelo diverso dai precedenti, inserito in una grandiosa scena marina dopo un temporale: le nubi si squarciano e il sole lancia attraverso di esse due potenti raggi, mentre si intravedono i colori dell'arcobaleno. Questa nuova figura che proviene dal cielo è mostrata mentre «discende» sulla terra; alle precedenti cadute angeliche (8,10; 9,1), con conseguenze nefaste, si contrappone questa discesa benefica. L'angelo compare dotato di forza e caratterizzato da simboli tipici delle teofanie (cfr. Es 13,21); nella sua mano sta un piccolo libro, intorno al quale si concentra tutta la visione. Improvvisamente si aggiunge la voce di sette tuoni, che un comando preciso ordina di non mettere per iscritto, conservandone il segreto: probabilmente Giovanni riprende qui un motivo letterario, tipico di alcuni circoli giudaici e misterici, che parlava di una rivelazione affidata come segreto soltanto ad alcuni. Dopo la parentesi dei tuoni, ritorna protagonista l'angelo iniziale che, prima di consegnare il piccolo libro, annuncia il compimento del mistero di Dio, oggetto della buona notizia proclamata dai profeti. Questo evento è riservato alla settima tromba. Non viene, però, spiegato in che cosa consista tale «mistero»: il chiarimento verrà in seguito. Per il momento all'autore interessa creare tensione verso il compimento e ripetere che la rivelazione angelica è provvisoria e incompleta. Un nuovo ordine impartito dalla voce celeste ripropone lo stesso gesto narrato da Ezechiele, al momento della sua vocazione (cfr. Ez. 2.8-3,3): mangiare il rotolo scritto significa, da parte del profeta, assimilare il messaggio divino ed essere in grado di trasmetterlo ad altri. Sembra dunque che il libretto contenga la rivelazione affidata ai profeti. Ma tra il modello e la versione apocalittica c'è un 'importante differenza: mentre Ezechiele menzionava soltanto la dolcezza del libro, Giovanni presenta una contrapposizione, aggiungendo l'impressione di amarezza. Il contrasto di sapori avviene tra la bocca e il ventre, in una successione cronologica: prima sembra dolce, per rivelarsi successivamente amaro. Vi si può forse riconoscere un altro indizio che connota il cammino verso la pienezza della rivelazione. Al veggente, infine, che personifica la missione profetica, viene affidato l'incarico di comunicare il messaggio assimilato. Importante è la necessità imprescindibile («bisogna») di continuare la missione profetica, indirizzandola a quattro destinatari, cioè al mondo intero. La formula quadripartita, tipica del libro (cfr. 5.9; 7.9; 11,9), subisce, in questo caso, una modificazione nell'ultimo elemento; la presenza dei re sembra, infatti, sottolineare un incontro-scontro con l'autorità politica, ovvero con l'idolatrico potere di questo mondo.


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La quinta tromba 1Il quinto angelo suonò la tromba: vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; 2egli aprì il pozzo dell’Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, e oscurò il sole e l’atmosfera. 3Dal fumo uscirono cavallette, che si sparsero sulla terra, e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. 4E fu detto loro di non danneggiare l’erba della terra, né gli arbusti né gli alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. 5E fu concesso loro non di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il loro tormento è come il tormento provocato dallo scorpione quando punge un uomo. 6In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro. 7Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini. 8Avevano capelli come capelli di donne e i loro denti erano come quelli dei leoni. 9Avevano il torace simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali era come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto. 10Avevano code come gli scorpioni e aculei. Nelle loro code c’era il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi. 11Il loro re era l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Abaddon, in greco Sterminatore. 12Il primo «guai» è passato. Dopo queste cose, ecco, vengono ancora due «guai».

La sesta tromba La cavalleria infernale 13Il sesto angelo suonò la tromba: udii una voce dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio. 14Diceva al sesto angelo, che aveva la tromba: «Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eufrate». 15Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno, al fine di sterminare un terzo dell’umanità. 16Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. 17E così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo. 18Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che uscivano dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. 19La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code, perché le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse fanno del male. 20Il resto dell’umanità, che non fu uccisa a causa di questi flagelli, non si convertì dalle opere delle sue mani; non cessò di prestare culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; 21e non si convertì dagli omicidi, né dalle stregonerie, né dalla prostituzione, né dalle ruberie.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

**La quinta tromba La conseguenza più grave arrecata al cosmo dalla caduta degli angeli ribelli è la rivolta degli uomini e la loro rovina; questa grande scena simbolica riprende le quattro precedenti e allarga la prospettiva al rapporto del demoniaco con l'umanità. Il quadro è dominato dal simbolo delle cavallette, presentate nella loro azione e nella loro figura: l'ottava piaga d'Egitto consisteva proprio in questo flagello (cfr. Es 10,12-15). L'angelo dell'abisso (9,11) ha un potere di accesso («la chiave») tale da influenzare il cosmo intero; ma questo gli è stato concesso e quindi tutto resta sotto il controllo di Dio. Il contatto del demoniaco con il cosmo e con l'uomo è evocato dal fumo tossico che oscura il sole e danneggia l'aria (cfr. 8.12) e dalle strane cavallette che possono inoculare veleno molto doloroso come gli scorpioni. È chiaro che si tratta di cavallette del tutto particolari: non danneggiano la vegetazione, ma quella parte di umanità che non aderisce con fedeltà a Dio (cfr.7,3); esse non hanno il potere di uccidere, bensì di tormentare e far soffrire. Il veleno della disubbidienza, infatti, viene messo negli uomini e ne deriva un'angoscia esistenziale profonda. Colpiti dal potere demoniaco, gli uomini ritengono la morte migliore della vita e tale angoscia è evocata con formule bibliche (cfr. Ger 8,3; Gb 3,21). Questo tormento, tuttavia, è limitato: l'indicazione temporale («cinque mesi»), infatti, sembra indizio di breve durata (9,5.10). La descrizione accumula molti particolari simbolici, in parte derivati da Gioele (cfr. Gl 1,6; 2,4.5), in parte originali. Caratteristica è l'insistenza sulla somiglianza senza identificazione e la contraddittorietà di alcuni elementi: corone simili all'oro e corazze di ferro vero: volto di uomo, capelli di donna e denti di leone. L'insieme rievoca un esercito di cavalleria pronto per la guerra. I particolari non mirano a delineare una figura fantastica, ma tendono a offrire l'idea di un volgare ibrido, evocando le disarmonie e le contraddizioni che turbano la storia umana. Queste mostruose cavallette sono i segni dell'influsso maligno sugli uomini, che porta all'idolatria. Proprio nell'idolatria Giovanni denuncia un pericoloso stravolgimento dei valori e mette in guardia dall'accettazione di pseudo-valori che provoca distruzione per l'umanità.

Il capo dell'esercito di cavallette è la figura demoniaca, definita con due nomi in lingue diverse. Il primo «Abaddon» ricalca il termine ebraico che viene usato nell'AT come sinonimo di «abisso», «inferi», «sheol» (cfr. Sal 88,12; Gb 26,2; 28.22; 31.12; Pr 15,11). Il secondo nome «Sterminatore» in greco è il participio presente attivo del verbo «sterminare» e allude, con probabilità, in modo polemico, alla divinità greca Apollo. L'angelo dell'abisso è presentato come colui che fa morire l'umanità, senza poter togliere la vita fisica (cfr. Sap 2,24).

Un versetto di cesura e transizione (9,12) chiude la scena della quinta tromba identificata con il primo «guai» e attira l'attenzione sui due ultimi elementi del settenario che sono, come sempre, quelli decisivi.

La sesta tromba Il sesto elemento è decisamente più sviluppato degli altri: non si tratta di semplice continuazione, bensì di ripresa dei temi per raggiungere la conclusione che è fondamentale. Muovendo dalla constatazione dei gravi danni provocati dall'influsso demoniaco, si tratta diffusamente dell'intervento liberatore di Dio fino al vertice del grande terremoto e all'inizio della lode. Questa grande unità si divide in due parti maggiori: la prima (9,13-21) termina con una reazione negativa degli uomini che rifiutano di convertirsi; la seconda (10,1-11,13), dopo aver presentato vari simboli dell'intervento salvifico divino, si conclude con la reazione positiva di coloro che danno gloria a Dio. La sesta tromba è, in qualche modo, parallela al sesto sigillo: entrambi parlano dell'intervento finale definitivo di Dio e hanno in comune il riferimento al grande terremoto. Ma, mentre nel sesto sigillo il terremoto è il primo elemento della scena (6,12), nella sesta tromba il terremoto è l'ultimo (11,13); se nel sesto sigillo l'attenzione era posta sulle conseguenze del sisma (la salvezza), nella sesta tromba si insiste invece su ciò che lo precede. Si tratta, quindi, dell'intervento divino nell'antica alleanza, mediato dagli angeli e culminato con il mistero pasquale del Cristo morto e risorto. Infatti, la sesta tromba è essenzialmente protesa alla settima, annunciata in 10,7 come il compimento del «mistero di Dio»: tale esplicita tensione indica una fase di preparazione.

La cavalleria infernale L'immagine della voce che parte dall'altare (cfr. 8,3) determina la scena seguente e si anticipa, così, l'affermazione che tutto resta sotto il controllo di Dio. Viene ripresa la tematica del demoniaco che rovina il mondo; tuttavia, nel ripetersi di immagini affini c'è uno sviluppo costante. In questo caso, si aggiunge che l'azione demoniaca porta anche alla morte fisica e all'autentica distruzione degli uomini. I quattro angeli si trasformano in un esercito sterminato, una cavalleria infernale lanciata all'attacco dell'umanità: la sua descrizione è conclusa da un intervento interpretativo (9,19) che aiuta a comprenderne il valore, dicendo che il potere di questi simbolici cavalli sta nella bocca e nella coda (cfr. 9,3.10). La bocca è l'organo della parola; ma dalle bocche di queste figure esce un fumo asfissiante, terribile metafora di un discorso che uccide. La coda non è particolarmente significativa, ma qui assume la forma di serpente: così è chiaro il velenoso e assassino simbolo diabolico (cfr. 12,9; 20,2). La cavalleria infernale assume i connotati del flagello della guerra; Giovanni vi vede un segno eloquente dell'orgoglio e della violenza demoniaca che rovinano l'umanità. La reazione degli uomini (9,20-21) di fronte a queste piaghe è simile a quella degli Egiziani secondo il racconto dell'Esodo: ostinazione e rifiuto. Il culto riservato agli idoli è indicato come l'effetto della corruzione portata dai demoni: essi traviano l'umanità e si fanno adorare come divinità. L'idolatria viene evocata con il linguaggio polemico tipico di tanta letteratura biblica (cfr. Sal 115,4-7; 135,15-17; Dn 5.23). Strettamente legata all'idolatria è l'immoralità: il mondo umano è profondamente corrotto; il sistema terrestre pervertito dalle forze del male è chiuso a Dio e diviene quindi fonte e strumento di morte. Nonostante la lezione delle piaghe, l'umanità non riesce da sola a liberarsi e a cambiare modo di pensare. Per porre rimedio a questa situazione corrotta è assolutamente necessario che Dio intervenga!


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Il settimo sigillo 1Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora.

IL SETTENARIO DELLE TROMBE (8,2-11,19)

Visione introduttiva 2E vidi i sette angeli che stanno davanti a Dio, e a loro furono date sette trombe. 3Poi venne un altro angelo e si fermò presso l’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi, perché li offrisse, insieme alle preghiere di tutti i santi, sull’altare d’oro, posto davanti al trono. 4E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme alle preghiere dei santi. 5Poi l’angelo prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso dall’altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono tuoni, voci, fulmini e scosse di terremoto. 6I sette angeli, che avevano le sette trombe, si accinsero a suonarle.

Le prime quattro trombe 7Il primo suonò la tromba: grandine e fuoco, mescolati a sangue, scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra andò bruciato, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde andò bruciata. 8Il secondo angelo suonò la tromba: qualcosa come una grande montagna, tutta infuocata, fu scagliato nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, 9un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto. 10Il terzo angelo suonò la tromba: cadde dal cielo una grande stella, ardente come una fiaccola, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. 11La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono a causa di quelle acque, che erano divenute amare. 12Il quarto angelo suonò la tromba: un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e così si oscurò un terzo degli astri; il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente. 13E vidi e udii un’aquila, che volava nell’alto del cielo e che gridava a gran voce: «Guai, guai, guai agli abitanti della terra, al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Il settimo sigillo La redenzione cristiana è stata celebrata nel sesto sigillo; il settimo corrisponde al compimento della storia. Rimosso l'ultimo sigillo, il libro misterioso del progetto divino può finalmente essere letto. La scena che segue, tuttavia, è brevissima e caratterizzata dal silenzio che sembra evocare la grande attesa e lo sbigottimento universale davanti alla manifestazione del Signore. In questo modo il settenario dei sigilli non pone fine alla rivelazione, ma dopo una breve pausa di contemplazione dà inizio a una nuova serie, riprendendo da capo la presentazione dell'opera di salvezza realizzata in Gesù Cristo.

IL SETTENARIO DELLE TROMBE Sette angeli, presentati in un contesto liturgico, suonano le loro trombe e a ogni squillo corrisponde una diversa scena simbolica. Seguendo una struttura circolare ascendente, l'Apocalisse ritorna sulle medesime tematiche della storia salvifica e adopera altre immagini per sviluppare la stessa riflessione secondo una diversa prospettiva. Come avviene per i sigilli, anche questo settenario riceve la propria connotazione dalla visione che lo introduce e dal simbolo che lo caratterizza. Nella tradizione biblica il suono della tromba sottolinea i grandi momenti della storia di Israele: chiama al combattimento, fa parte del culto e accompagna le feste e il canto; soprattutto risuona nelle teofanie (cfr. Es 19,16.19), insieme ai tuoni e ai fulmini evoca la voce potente di Dio: nel linguaggio apocalittico, infine, diviene lo strumento che annuncia il giorno del compimento della storia (cfr. Gl 2,1; Sof 1,16). Tipico di questo settenario è, inoltre, lo stretto rapporto tra il cielo e la terra, sottolineato dai movimenti opposti di «cadere» e di «salire». La dinamica delle vicende è caratterizzata da angeli buoni e cattivi: da una parte sono importanti in queste scene le figure di angeli fedeli a Dio, che svolgono simboliche funzioni di mediatori della rivelazione; dall'altra parte si insiste sulla caduta degli angeli ribelli e sulla conseguente rovina del mondo da loro causata. Nel settenario dunque possiamo riconoscere il tema dell'intervento salvifico di Dio nell'antica alleanza.

Visione introduttiva Protagonisti di questa visione iniziale sono gli angeli, presentati in tre scene diverse: i vv. 2 e 6 costituiscono la cornice che offre l'intelaiatura dell'intero settenario, mentre la scena centrale (vv. 3-5), simbolicamente più rilevante, descrive una celebrazione liturgica strettamente affine al rito dell'offerta dell'incenso che avveniva nel tempio di Gerusalemme sull'altare dei profumi, di fronte al Santo dei Santi (cfr. Es 30,1-3). Questa scena sembra indicare il corrispondente celeste del culto giudaico (cfr. Lv 16,12) e sottolineare la mediazione angelica, dove al movimento ascendente verso Dio si contrappone un movimento discendente verso la terra. Si noti che al v. 5 la risposta alla preghiera viene dalle mani dello stesso angelo che ha fatto salire l'incenso presso Dio. L'immagine è quella del fuoco dal cielo (cfr. il riferimento alle braci) che è capace di esprimerei due aspetti dell'intervento divino: giudizio e punizione, ma anche salvezza e dono dello Spirito.

Le prime quattro trombe Nel giudaismo precristiano era diffusa una dottrina teologica che spiegava la corruzione del mondo con la ribellione iniziale di alcuni angeli, la loro caduta e la conseguente azione negativa contro gli uomini; a questa universale situazione di male poteva rimediare solo un intervento potente di Dio (cfr. I Enok). L'apocalittico Giovanni si colloca in questa ottica, ma vi aggiunge il dato fondamentale del rimedio potente operato da Gesù Cristo. Perciò in questo settenario, occupa un ruolo importante il demoniaco: nella prima parte, contrassegnata dal movimento di caduta, sono presentati i danni recati al cosmo. Ognuna delle prime quattro trombe descrive i guasti apportati a una zona cosmica: l'ordine della creazione è stato sconvolto dalla caduta degli angeli, ma con effetti limitati. Inoltre, nel substrato simbolico del settenario, si intravede lo schema delle piaghe d'Egitto secondo il racconto dell'Esodo: Dio interviene per liberare il suo popolo e colpisce gli avversari oppressori, dando loro severe lezioni.

La scena della prima tromba (v. 7) evoca una terribile tempesta che distrugge la terra e la sua vegetazione; ricorda, anche nei particolari, la settima piaga costituita da grandine e fulmini (cfr. Es 9,23-25).

Con la seconda tromba (vv. 8-9), si descrive il danno recato al mare, le cui acque diventano sangue, facendo riferimento alla prima piaga (cfr. Es 7,20-21). La causa è costituita da un'enorme montagna infuocata che è stata gettata nelle acque; l'oscura allusione viene chiarita dalla scena seguente.

Al suono della terza tromba (vv. 10-11) sono i fiumi e le sorgenti la zona cosmica rovinata da un'altra caduta: qui si tratta di una stella, descritta con tratti molto simili a quelli della precedente montagna; di essa però si dice che «cadde», causando la morte di una parte dell'umanità. Secondo il simbolismo giudaico, è probabile che in queste scene Giovanni evochi la caduta degli angeli ribelli. Non c'è riferimento diretto a una piaga d'Egitto; piuttosto si evoca l'episodio delle acque amare, in cui il Signore prometteva di risparmiare al popolo fedele le piaghe inflitte agli Egiziani (cfr. Es 15,23.26).

Alla quarta tromba(v. 12) il danno prodotto agli astri riduce parzialmente la luce sulla terra e ,allo stesso modo, la nona piaga comportava le tenebre per gli Egiziani (cfr. Es 10,21-23).

Un versetto di transizione (8,13) presenta al figura simbolica di un'aquila per attirare l'attenzione sugli ultimi tre elementi del settenario. L'immagine può alludere all'intervento benevolo di Dio a favore del suo popolo nel momento della liberazione dalla schiavitù (cfr. Es 19,4; Dt 32,11). Inoltre, li termine «guai», qui ripetuto tre volte, sembra imitare il verso stesso dell'aquila. L'annuncio dei tre «guai»,cioè della difficile situazione di questo mondo, non è disgiunto dalla fiducia nell'intervento di Dio.


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CONTINUA: Il sesto sigillo I centoquarantaquattromila segnati di Israele 1Dopo questo vidi quattro angeli, che stavano ai quattro angoli della terra e trattenevano i quattro venti, perché non soffiasse vento sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta. 2E vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: 3«Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». 4E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele: 5dalla tribù di Giuda, dodicimila segnati con il sigillo; dalla tribù di Ruben, dodicimila; dalla tribù di Gad, dodicimila; 6dalla tribù di Aser, dodicimila; dalla tribù di Nèftali, dodicimila; dalla tribù di Manasse, dodicimila; 7dalla tribù di Simeone, dodicimila; dalla tribù di Levi, dodicimila; dalla tribù di Ìssacar, dodicimila; 8dalla tribù di Zàbulon, dodicimila; dalla tribù di Giuseppe, dodicimila; dalla tribù di Beniamino, dodicimila segnati con il sigillo.

La folla che nessuno poteva contare 9Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. 10E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». 11E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: 12«Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». 13Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». 14Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. 15Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. 16Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, 17perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

I centoquarantaquattromila segnati di Israele Introdotta da una formula di passaggio, la nuova scena è articolata in due parti: la presentazione dell'angelo col sigillo (vv. 1-3) e l'elenco dei «segnati» (vv. 4-8). La scena è presa da un modello anticotestamentario presente nella grandiosa visione di Ezechiele sulla gloria divina che abbandona il tempio di Gerusalemme (cfr. Ez 8-10). Dio annuncia la punizione del popolo di Israele peccatore, ma risparmia gli innocenti: quelli che non sono stati idolatri vengono segnati sulla fronte con un “tau” (Ez 9,4), l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico che, nella grafia più antica (caduta in disuso a partire dal V sec. a.C.), aveva la forma di una croce. Chi ha il segno è il resto fedele di Israele; chi non ha il segno sarà distrutto. Ai quattro angeli cosmici se ne aggiunge un altro, descritto con connotazione positiva e messianica (il sorgere del sole), mentre invita a dilazionare l'intervento di giustizia punitiva perché prima bisogna segnare con il sigillo i servi di Dio. Con insistente ritmo da catalogo vengono ripetuti il numero e la provenienza dei segnati. L'elenco delle tribù di Israele segue un ordine peculiare e non riproduce nessun elenco biblico; esso parte da Giuda, perché è la tribù di David e quindi del Messia; omette Dan e inserisce, stranamente, Manasse oltre a Giuseppe, ma non Efraim. L'assenza di Dan si spiega in genere con una leggenda giudaica che ipotizzava la provenienza dell'anticristo da quella tribù; le altre scelte non trovano spiegazioni plausibili. Giovanni, rielaborando la scena di Ezechiele, la utilizza come simbolo dell'intervento di Dio nella storia di Israele caratterizzato da giudizio e da salvezza. Ai particolari tratti dal profeta, viene aggiunto il numero, per distinguere chiaramente questo gruppo dalla moltitudine innumerevole di cui si parla in 7,9. Sembra quindi che si tratti del resto di Israele, cioè dei salvati dell'antico popolo eletto.

La folla che nessuno poteva contare Una formula analoga a 7,1 introduce la terza scena, visione vertice di tutto il settenario. La struttura del brano è tripartita: presentazione e descrizione della folla (vv. 9-10), interludio liturgico-celebrativo (vv. 11-12), intervento ermeneutico e chiarificatore. La folla e gli eletti di Israele sono presentati per contrasto: da una parte, un gruppo numerabile e chiaramente distinto dalla provenienza; dall'altra, una moltitudine incalcolabile radunata dalla totalità cosmica. La descrizione è ricca di particolari simbolici: sono viventi («stanno in piedi») come l'Agnello (cfr. 5,6); sono in relazione personale («davanti») con Dio e l'Agnello; vivono questa relazione in modo definitivo («avvolti»), poiché sono partecipi della risurrezione di Gesù Cristo («vesti bianche»): con lui condividono la vittoria sul male e la pienezza della vita («i rami di palma»). La descrizione dei salvati sfocia in un canto liturgico (vv. 11-12), che riprende la celebrazione iniziale (cfr 5,11-14): in tal modo le due scene risultano strettamente parallele. Nell'acclamazione liturgica si ribadisce che l'opera salvifica «appartiene» all'operazione congiunta di Dio e dell'Agnello: soltanto loro possono salvare. Al grido dei redenti si unisce poi un canto cosmico che attribuisce a Dio sette elementi: tre rappresentano il movimento discendente dell'azione divina (sapienza, potenza e forza) e quattro il movimento ascendente della risposta umana (lode, gloria, ringraziamento e onore). Con un espediente letterario, tipico del genere apocalittico, si chiarisce il significato dei simboli (vv. 13-17). Sottolineata l'incapacità del veggente, la risposta autorevole viene da uno degli anziani che partecipano al potere di Dio. La sua presentazione si sofferma dapprima sulla provenienza dei salvati: sono coloro che traggono origine (nel presente e nel futuro) dalla «grande tribolazione», con la morte redentrice di Gesù Cristo. Ne completa, poi, la descrizione con riferimenti cristologici: la morte di Cristo («sangue») ha permesso e comunicato la risurrezione («vesti bianche») e nel lavacro battesimale si realizza tale partecipazione alla vita eterna del Risorto (cfr. 22,14). L'anziano che funge da interprete prosegue descrivendo le conseguenze della redenzione come una serie di azioni dei salvati, dell'Agnello e di Dio; esse sono tutte caratterizzate dalla novità e i verbi al futuro indicano che tale situazione durerà nei secoli. Il cambiamento riguarda, innanzitutto, il culto: l'incontro è personale e diretto («stanno davanti al trono di Dio»); l'adorazione è ininterrotta perché la comunità stessa diviene «tenda» della presenza di Dio (cfr. 21,3). Poi c'è la vita nuova, giacché Dio ha consolato il suo popolo sconfiggendo la morte (cfr. 21,4) e ha compiuto il vero esodo, realizzando i desideri umani (cfr. 21,6). L'autore descrive la nuova e felice situazione del popolo messianico con due citazioni tratte dal rotolo di Isaia (Is 25,8;49,10). Importante è notare come il ruolo decisivo di Dio-Pastore (cfr. Ez 34,11.15.23) è ora svolto in modo paradossale dall'Agnello: egli è il centro del progetto divino, perché simbolicamente «sta in mezzo al trono». Al vertice è così posta la novità del pastore: guida del popolo è ora Gesù Cristo, unica causa e modello di salvezza.


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IL SETTENARIO DEI SIGILLI

I quattro cavalli

Primo sigillo: un cavallo bianco 1E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: «Vieni». 2E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora.

Secondo sigillo: un cavallo rosso 3Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che diceva: «Vieni». 4Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada.

Terzo sigillo: un cavallo nero 5Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che diceva: «Vieni». E vidi: ecco, un cavallo nero. Colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. 6E udii come una voce in mezzo ai quattro esseri viventi, che diceva: «Una misura di grano per un denaro, e tre misure d’orzo per un denaro! Olio e vino non siano toccati».

Ouarto sigillo: un cavallo verde 7Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». 8E vidi: ecco, un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.

Quinto sigillo: le anime degli uccisi sotto l'altare 9Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso. 10E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue contro gli abitanti della terra?». 11Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Il sesto sigillo L'intervento escatologico di Dio 12E vidi, quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue, 13le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi. 14Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. 15Allora i re della terra e i grandi, i comandanti, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; 16e dicevano ai monti e alle rupi: «Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, 17perché è venuto il grande giorno della loro ira, e chi può resistervi?».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

IL SETTENARIO DEI SIGILLI L'Agnello procede ad aprire i sette sigilli, esprimendo il simbolo del Cristo risorto, l'unico capace di rivelare pienamente il progetto salvifico di Dio. All'apertura di ogni sigillo corrisponde una diversa scena simbolica. Lo schema riflette la divisione religiosa del tempo in periodi di sette giorni e diviene, nell'apocalittica, un simbolo teologico per inquadrare tutta la storia. Seguendo il modello del poema che apre il racconto biblico (Gen 1,1-2,4a), dove il sesto è il giorno della creazione dell'uomo, anche nei settenari dell'Apocalisse assume un ruolo importantissimo il sesto elemento; è sempre a questo punto che Giovanni colloca l'intervento decisivo di Dio nella storia, che consiste nel mistero pasquale di Cristo, creazione dell'uomo nuovo, condizione indispensabile per il compimento perfetto evocato nel settimo elemento. La lineare struttura dell'insieme subisce, dunque, un evidente ampliamento nel sesto elemento (6,12-7,17), per chiudersi, poi, con una nota brevissima (8,1).

I quattro cavalli I primi quattro sigilli costituiscono un blocco omogeneo con schema fisso: lo sviluppo è lineare e progressivo, proponendo un medesimo simbolismo di animali e colori. Lo spunto simbolico perla scena dei quattro cavalli colorati deriva dal profeta Zaccaria (cfr. Zc 1,8-11;6,1-6), ma l'autore ha elaborato qui una presentazione originale, apportando tante correzioni da rendere il suo quadro molto diverso dalla fonte. In questa descrizione apocalittica i cavalli evocano le grandi forze che dominano la storia, cioè le dinamiche che più profondamente segnano la vicenda umana. Ognuno di essi è chiamato da uno dei quattro esseri viventi, evidenziando così come tali forze restino sotto la giurisdizione del trono divino; non si tratta, cioè, di eventi casuali e incontrollati.

  1. Il primo cavallo è descritto in modo ambiguo; alcuni tratti lo distinguono dagli altri tre, eppure lo schema descrittivo è pressoché lo stesso. Nella storia dell'esegesi questo simbolo è stato interpretato in modi diametralmente opposti: a )come segno negativo, potrebbe evocare la guerra e la violenza, l'esercito dei Parti o addirittura l'anticristo; b) come segno positivo, è stato inteso quale simbolo della parola di Dio, del Vangelo o di Cristo stesso. I particolari che lo caratterizzano, interpretati nell'ottica di tutta l'Apocalisse, fanno propendere per un valore positivo: il colore bianco è simbolo di vita e risurrezione; l'arco evoca il giudizio divino; la corona è riconoscimento di vittoria e le due indicazioni finali sottolineano la natura di vincitore nel presente e nel futuro. Il confronto con la scena di 19,11-16 induce definitivamente a ritenere il cavallo bianco un simbolo cristologico. Nel quadro delle dinamiche storiche, si può riconoscere nel primo cavallo un'allusione al progetto originale, secondo cui l'umanità è destinata, nonostante tutto, alla vittoria finale e definitiva.
  2. Il secondo cavallo è caratterizzato dal colore rosso, che richiama sangue e fuoco, e il suo cavaliere reca una grande spada con cui elimina la pace e spinge gli uomini alla lotta tra di loro. Costituisce, perciò, un simbolo di guerra e di violenza; tuttavia il suo potere resta sotto il controllo di Dio.
  3. Il colore del terzo cavallo lo connette alle tenebre e alla morte, mentre il suo cavaliere tiene in mano una bilancia, segno di misurazione. Una voce ne precisa il significato dicendo che i cibi sono razionati, i prezzi salgono vertiginosamente, i beni essenziali vanno usati con parsimonia. La scena rappresenta la carestia e la fame, cioè una grave piaga da sempre, per tutta l'umanità.
  4. Il quarto cavallo è connotato da un colore irreale e provocatorio. Può evocare l'erba che appassisce e non dura oppure il colorito livido e verdastro di un cadavere. Il suo cavaliere è definito: la morte in persona, seguita dalla figura simbolica del mondo sotterraneo. In questo quarto cavallo Giovanni ha sintetizzato le disparate potenze di morte (cfr. Ez 14.21) che dominano e affliggono l'umanità. Si ribadisce, però, che il loro potere è sottomesso a Dio: che solo un quarto della terra sia colpito ne dice simbolicamente la limitazione.

Quinto sigillo: le anime degli uccisi sotto l'altare Con il quinto sigillo cambia lo schema e muta il tema; eppure si nota continuità e progressione. Viene presentata un'altra forza determinante nella storia, costituita dalle anime vicine a Dio, cioè persone violentemente uccise per motivi religiosi. La loro azione consiste in un grido potente: la preghiera delle vittime urla il desiderio ardente dell'intervento di Dio come giudice escatologico. Al desiderio dell'intervento escatologico che metta ordine nel mondo dominato dal male, Dio risponde con il dono della veste bianca, simbolo della partecipazione personale alla risurrezione, e con l'invito alla paziente attesa perché il momento decisivo non è ancora giunto, ma sta per arrivare. Proprio tale sfumatura induce a riconoscere in questi versetti una scena simbolica dell'ardente aspettativa del giudaismo precristiano, con l'insegnamento che la preghiera delle vittime costituisce una grande forza nel progresso della storia.

Il sesto sigillo L'intervento salvifico di Dio è presentato in tre quadri giustapposti, tre visioni che si succedono per presentare vari aspetti di un unico mistero.

L'intervento escatologico di Dio Le immagini di sconvolgimenti cosmici appartengono al genere letterario apocalittico ed evocano il cambiamento radicale operato dall'intervento divino nella storia. La catastrofe è, infatti, un capovolgimento che produce una novità assoluta: il libro non minaccia né prevede per il futuro terribili calamità naturali, ma utilizza un linguaggio tradizionale per presentare la decisiva azione di salvezza. Il giorno di YHWH, quello risolutivo e definitivo, annunciato e atteso da tutti i profeti, secondo Giovanni è giunto con l'evento determinante della morte e risurrezione di Cristo. La citazione di Os 10,8 (presente anche in Lc 23,30) avvicina questa scena al contesto della passione di Cristo e conferisce all'insieme un tono drammatico: come in tempo di invasione o di assedio, gli abitanti di una città fuggono sui monti e si nascondono nelle caverne per sfuggire ai nemici. Qui, però, il pericolo è rappresentato da Dio stesso: il suo intervento in Cristo getta nel panico gli avversari, fa crollare il sistema terrestre e mette l'uomo definitivamente allo scoperto ponendolo di fronte al suo peccato, ma anche alla possibilità di salvezza. Perciò tale giorno «grande» è caratterizzato dall'ira di Dio e dell'Agnello. L'espressione, provocatoria nella sua ironia, allude alla forza messianica di distruzione del male attraverso il proprio sacrificio: anche se nella letteratura apocalittica si trova qualche accenno a un agnello combattente, il richiamo simbolico è paradossale proprio per il riferimento al fatto di essere piccolo e debole. Infatti, il mondo terreno costruito come un assoluto è solo una potente struttura di male che viene sconvolta dall'intervento divino: riconoscendo la presenza di Dio nell'Agnello immolato, l'uomo prepotente scopre il proprio fallimento e se ne vergogna, tenta di nascondersi o di scomparire (cfr. Os 10,8; Is 2,10.19.21). A sette sconvolgimenti cosmici, infatti, reagiscono con la fuga altrettanti tipi di persone di cui cinque sono categorie di uomini potenti. Il quadro termina con una domanda («Chi può restare in piedi?»), che ha la forza retorica dell'ammissione: nessuno ha la forza di conservare l'esistenza indipendentemente da Dio. La drammatica questione ha anche una funzione strutturante, introducendo le due scene seguenti in cui si propone la risposta: la possibilità è offerta sia al popolo di Israele sia a tutte le altre genti.


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Il libro 1E vidi, nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. 2Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». 3Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra, era in grado di aprire il libro e di guardarlo. 4Io piangevo molto, perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo. 5Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».

Seconda tavola: la redenzione 6Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. 8E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, 9e cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, 10e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra». 11E vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12e dicevano a gran voce: «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione». 13Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli». 14E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Il libro Un libro in forma di rotolo, secondo l'uso dell'antichità, crea il collegamento tra le tavole del dittico. Esso è legato al governo del mondo, svolgendo quasi la funzione dello scettro, e ha un valore positivo (sta nella mano destra); è scritto in modo completo e non c'è lo spazio per aggiunte; inoltre vi sono apposti i sigilli che lo qualificano come appartenente a Dio in modo perfetto. L'interpretazione migliore del libro sembra quella di chi vi ha visto il simbolo della Bibbia, che conserva all'immagine un profondo significato simbolico: il libro segreto contiene il piano di Dio, è il suo progetto sulla storia dell'uomo, è la risposta ai grandi “perché” dell'umanità. Nessuno, né angeli, né uomini, né morti, può penetrare il mistero di Dio. Le creature non hanno la capacità di risolvere le gravi questioni dell'esistenza. La reazione di Giovanni riassume lo stato dell'umanità di fronte al mistero: il grande pianto è simbolo dell'angoscia e della sofferenza di ogni persona che non sa spiegarsi il senso della vita. Finalmente uno degli anziani proclama, con un solenne annuncio pasquale, che il Messia ha vinto. Egli ha ottenuto la vittoria ed è l'unico in grado di rivelare il piano di Dio: può, così, colmare il desiderio dell'uomo e calmare il suo pianto angosciato. In che cosa consista questa vittoria non è detto. Con fine abilità l'autore prepara un grande colpo di scena.

Seconda tavola: la redenzione È stato annunciato un leone e compare un agnello è stata evocata la figura di un predatore che vince sbranando e viene, invece, descritta una preda sbranata. Più che all'immagine dell'anello guerriero e vincitore, presente nell'apocalittica giudaica, il riferimento è al simbolo biblico della vittima, in opposizione a ideologie messianiche violente. L'Agnello si trova «in mezzo al trono»: chiaro particolare simbolico, non descrittivo. Al centro di tutto il potere divino, nel cuore dell'azione di Dio, c'è l'Agnello. La sua identità non è svelata, ma la comunità cristiana, già formata a comprendere i riferimenti all'Antico Testamento, riconosce facilmente il simbolo di Gesù Cristo, in forza di una tradizione neotestamentaria (cfr. 1Cor 5.7; 1Pt 1.18-19; Gv 1,29.36; 19,36). Il significato globale della scena non è né quello di una intronizzazione né di un semplice affidamento d'incarico; il quadro teologico è connotato come l'investitura dell'Agnello, in quanto contiene il riconoscimento solenne e cosmico di un ruolo decisivo già svolto. La morte sacrificale del Cristo fonda tale investitura.

La descrizione avviene mediante un simbolismo discontinuo: non si tratta, infatti, di disegnare la figura (sarebbe mostruosa!), ma di comprendere il senso. L'Agnello è il vivente proprio perché è stato ucciso, ha ottenuto il potere universale ed è il datore dello Spirito divino nella sua pienezza. Mentre celebra la domenica, la comunità liturgica contempla al centro della signoria di Dio il Cristo risorto, colui che ha vinto morendo e rivela e comunica a «tutta la terra» la vita di Dio, cioè il suo Spirito.

Nel momento in cui l'Agnello prende il libro, scoppiano l'adorazione e il canto. L'evento della redenzione è il vertice del piano di Dio, perciò la natura e la storia si prostrano davanti al Cristo risorto con i simboli della preghiera e intonano un canto nuovo. Di fronte all'umanità incapace e impotente si presenta il Cristo glorioso, l'unico che può aprire il libro del mistero perché ha accolto perfettamente il piano di Dio, fino a essere ucciso. La sua capacità di unire l'umanità a Dio riguarda tutti senza distinzione, in modo da abilitarli a collaborare per l'instaurazione del Regno con una mediazione tipicamente sacerdotale (cfr. 1.6; 20,6).

Il canto liturgico che celebra al redenzione, partito da coloro che stanno intorno al trono, si espande per tutto l'universo: dopo aver raggiunto le profondità della terra e del mare, il canto ritorna al cielo e si conclude con il solenne «Amen» degli esseri viventi e con l'adorazione degli anziani. La lode sfocia nella contemplazione con cui si chiude la grande sinfonia di apertura: in modoa nalogo terminerà anche il settenario dei sigilli (8,1) che questa visione introduce.


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SECONDA PARTE: I TRE SETTENARI (4,1-22,5)

LA VISIONE INTRODUTTIVA (4,1-5,14) AL SETTENARIO DEI SIGILLI (6,1-8,1)

Prima tavola: la creazione 1Poi vidi: ecco, una porta era aperta nel cielo. La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: «Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito». 2Subito fui preso dallo Spirito. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. 3Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono. 4Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. 5Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; ardevano davanti al trono sette fiaccole accese, che sono i sette spiriti di Dio. 6Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi davanti e dietro. 7Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola. 8I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: «Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!». 9E ogni volta che questi esseri viventi rendono gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, 10i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo: 11«Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, per la tua volontà esistevano e furono create».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

I TRE SETTENARI Dopo l'introduzione e le sette lettere, inizia al capitolo 4 la parte centrale dell'Apocalisse che si estende fino a 22,5. Troviamo in questa sezione i tre grandi settenari, ognuno dei quali è introdotto da una visione inaugurale che ne anticipa il tema e la portata simbolica. Ai capitoli 4-5 è affidato sia il compito di introduzione generale sia il ruolo di apertura per il settenario dei sigilli (6,1-8,1).

LA VISIONE INTRODUTTIVA (4,1-5,14) AL SETTENARIO DEI SIGILLI (6,1-8,1) I due capitoli introduttivi costituiscono un'unità letteraria omogenea e ben costruita, un'autentica ouverture che annuncia e prepara i temi principali. I motivi annunciati si presentano sotto forma di simboli; tre sono quelli fondamentali:un trono, un libro e un agnello.

L'immagine generale richiama una scena della corte celeste, in cui il veggente viene prodigiosamente accolto, per essere spettatore di un fatto straordinario che dovrà comunicare ai suoi destinatari, secondo uno schema narrativo comune ai profeti e agli apocalittici.

La descrizione dei diversi elementi e lo svolgimento dell'azione determinano chiaramente due scene distinte e collegate: una specie di dittico dominato, da una parte, dal trono (4,2-11) e, dall'altra, dall'Agnello. Al centro di questi due quadri principali compare, come fondamentale motivo di raccordo, il libro (5,1-5).

L'unica azione, infatti, consiste nella consegna di questo libro da Colui che siede sul trono all'Agnello.

Attraverso gli elementi simbolici, la prima tavola del dittico presenta come motivo teologico la creazione e la regalità di Dio su essa; il canto di lode (4,11) che conclude la presentazione lo rende esplicito.

La seconda, invece, caratterizzata dalla presenza dell'Agnello, celebra l'evento decisivo della redenzione; anche in questo caso è il canto di lode, strutturalmente simile al precedente, che chiarifica il motivo dominante (5,9).

Il libro con i sette sigilli unisce i due quadri: inserito tra creazione e redenzione, il grande simbolo compendia in modo mirabile tutto il piano divino della salvezza.

Prima tavola: la creazione L'intera pericope si articola in tre momenti. Dapprima un'introduzione narrativa (v. 1) presenta il movimento del veggente che – invitato a salire in cielo attraverso una porta aperta – è accolto nella corte celeste. La parte centrale (vv. 2-8) descrive minuziosamente la sala del trono e i personaggi che vi sono presenti. L'ultima (vv. 9-11) comprende un quadro liturgico di lode e adorazione.

Introduzione nella corte celeste Il v. 1 ha la funzione di cerniera tra la prima e la seconda parte dell'Apocalisse; introduce la nuova scena ed è solenne e ridondante. Da notare l'inclusione della formula «dopo queste cose», espressione tecnica del linguaggio apocalittico per indicare un cambiamento di argomento senza valore cronologico. Essa, infatti, non indica il passaggio dal presente alla previsione del futuro, ma è l'indizio narrativo di un cambiamento di sezione; la stessa funzione è svolta dalla presenza del verbo «guardai» e dell'avverbio «ecco». Nel cielo – il mondo di Dio – Giovanni vede una porta aperta: l'accesso, dunque, è possibile. Anzi, la stessa voce del Cristo risorto (cfr. 1,10) lo invita a salire, a entrare in contatto personale con Dio, cosi da poter ricevere la rivelazione: l'allusione alla tromba e l'invito a salire ricordano il prototipo della rivelazione biblica, cioè la teofania del Sinai (Es 19,19-20). Come Mosè, anche Giovanni ha la possibilità di incontrare Dio nella sua gloria; ma, grazie all'intervento di Gesù Cristo, il profeta cristiano ha la possibilità di comprendere molto di più.

Descrizione della sala del trono Per esprimere la dimensione spirituale della propria esperienza e sottolineare un collegamento con la visione iniziale, Giovanni ripete una sua formula originale («Mi ritrovai nello Spirito»; cfr. 1,10): attraverso il profeta è la stessa comunità liturgica che vive la presenza dello Spirito e, immersa nella sua luce, può comprendere la propria storia. Il «trono» appartiene al simbolismo antropologico e indica il potere e l'esercizio di governo: strettamente connesso con Dio, ne evoca il ruolo di Signore dell'universo, creatore e governatore di tutte le cose. Il trono è presentato come un dato acquisito («c'era»), non come risultato di un'azione (cfr. Dn 7,9); non è vacante, ma c'è chi governa. Tuttavia, il personaggio seduto non è rappresentato. La scena, infatti, pur essendo costruita su alcuni modelli dell'Antico Testamento(cfr. Is 6 e Ez 1), è molto più sobria. Viene solo evocata un'impressione luminosa: l'aspetto di Colui che siede sul trono non è descritto, bensì paragonato alla meraviglia di luce prodotta dai riflessi di diverse pietre preziose: il rosso della cornalina, il verde dello smeraldo e i mille riflessi colorati del diaspro. Il seguito della presentazione si sofferma sugli elementi che fanno corona al trono e contribuiscono a chiarirne il valore simbolico e, in modo particolare, sui ventiquattro anziani (4,4) e sui quattro esseri viventi (4,6b-8a), separati da tre brevi annotazioni simboliche (4,5a.Sb.6a).

I ventiquattro anziani sono vistosamente associati a Colui che siede sul trono. Il vestito è sempre simbolo di relazione e il colore bianco è legato al mistero della risurrezione di Cristo; inoltre, la corona dice riconoscimento per un'impresa compiuta e l'oro è il classico metallo legato alla divinità. Si tratta, quindi, di personaggi autorevoli e storici, accomunati a Dio nel governo del mondo e partecipi della sua vita. Tuttavia una loro esplicita identificazione non è facile; le moltissime interpretazioni proposte si possono ridurre a tre modelli:

a) esseri celesti: angeli o stelle; b) uomini glorificati: ventiquattro personaggi dell'Antico Testamento o del Nuovo Testamento; oppure dodici patriarchi e profeti dell'Antico Testamento e dodici apostoli del Nuovo Testamento; c)autentici simboli, ovvero schemi da interpretare e colmare con la propria esperienza.

Quest'ultima modalità interpretativa è preferibile; i ventiquattro anziani, infatti, non sembrano rinviare a persone precise, ma piuttosto evocare coloro che collaborano al piano di Dio e hanno un ruolo attivo nella storia della salvezza. In base all'insistenza sul numero ventiquattro vi si può riconoscere un'allusione alla tradizione giudaica dei libri ispirati o alle classi sacerdotali: sono coloro che hanno «fatto la storia» e, con un concetto moderno, potremmo dire che sono il simbolo stesso della storia.

Tre note simboliche presentano la figura di Dio come colui che entra in relazione con il mondo.

  1. Il primo elemento è costituito da un tipico simbolismo della rivelazione e dell'intervento storico dell'Onnipotente: l'uscita dal trono di lampi, voci e tuoni (cfr. 8,5; 11,19; 16,18) ha un significato teofanico con rimando all'alleanza sinaitica (cfr. Es 19,16) e indica che il trono non è isolato in sé, ma che Dio entra in contatto con il mondo.
  2. Il secondo elemento è quello centrale e riprende un'immagine dell'introduzione (1,4): l'autore stesso offre la spiegazione del simbolo delle sette fiaccole. Più che di angeli, sembra che si parli dello Spirito Santo nella sua pienezza sotto la figura del fuoco che scalda, illumina, purifica e consuma. Il contatto di Dio con il mondo è operato dal suo Spirito.
  3. Infine il terzo elemento è costituito da un mare di cristallo che evoca il mostro caotico primitivo: il simbolo del male, dell'inconsistenza e della negazione di vita è dominato da Dio e perciò è descritto come solido e trasformato in supporto del trono. Attraverso il riferimento a un particolare della teofania descritta da Ezechiele (cfr. Ez 1,22), la base del trono divino richiama il «firmamento» di cui si parla nel poema della creazione (Gen 1,6): in tal modo questo piccolo frammento unisce l'evento creatore alla definitiva sconfitta del «mare» simbolo del male (Ap 21,1).

I quattro esseri viventi. L'altro gruppo che circonda il trono è ripreso da descrizioni di Ezechiele e Isaia. L'autore, proponendo diversi particolari, non vuole farne una descrizione complessiva, ma elabora una sottile evocazione concettuale: il modello ispiratore di tali figure si trova nella visione di Ez 1,5-10; tuttavia Giovanni ha rielaborato liberamente le immagini, creando una descrizione simbolica complessa e discontinua. Il lettore, perciò, deve decodificare ogni simbolo prima di procedere con quello successivo. I sei tratti rappresentativi sono posti in modo concentrico, così che questi quattro esseri viventi risultino al centro dell'azione di Dio; essi riconoscono la sua trascendenza («santo») insieme al suo intervento storico («colui che viene»); sono totalmente segnati dallo Spirito di Dio, simboleggiato dagli occhi (cfr. 5,6), come già Ezechiele sottolineava il rapporto tra Spirito ed esseri viventi (cfr. Ez 1,20-21); hanno le forme tipiche del mondo umano (cfr. Ez 1,10), ma sono anche dotati di ali (cfr. Is 6,2) che caratterizzano invece il cielo, il mondo di Dio. Come per gli anziani, la loro identificazione non è facile. Le diverse opinioni si possono così riassumere:

a) esseri angelici: i cherubini di Ezechiele o i serafini di Isaia: b) i simboli degli evangelisti (secondo l'opinione di Ireneo); c) autentici simboli o schemi da riempire.

Seguiamo la terza proposta ipotizzando che questi personaggi rappresentino la creazione, il dinamismo cosmico, l'universo creato e conservato da Dio nella sua molteplice varietà. Sempre utilizzando un altro concetto moderno potremmo dire che essi sono simbolo della natura.

Liturgia di adorazione La prima scena termina senza azione; si conclude con un'anticipazione di ciò che verrà descritto alla fine della seconda tavola (cfr. 5,8-14). La costruzione grammaticale non è consueta; sembra che con i quattro verbi al futuro l'autore intenda non tanto descrivere quello che la corte celeste fa abitualmente, quanto preparare la grandiosa scena seguente. Tale sfumatura narrativa è importante perché vuole esprimere la tensione della creazione verso l'evento decisivo della redenzione. L'espediente letterario mira anche a creare tensione e attesa: la seconda parte del dittico, con al centro l'Agnello, sarà quella decisiva. Al v. 1 il canto, anticipando la formula di 5,9, esplicita il contenuto di tutta questa pagina: «Tu hai creato tutte le cose». L'opera del Dio Creatore tende, però, alla salvezza e desidera l'intervento del Dio Salvatore. Sarà il tema dei versetti seguenti.


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I MESSAGGI ALLE SETTE CHIESE 2/2

Alla Chiesa che è a Sardi 1All’angelo della Chiesa che è a Sardi scrivi: “Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle. Conosco le tue opere; ti si crede vivo, e sei morto. 2Sii vigilante, rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato perfette le tue opere davanti al mio Dio. 3Ricorda dunque come hai ricevuto e ascoltato la Parola, custodiscila e convèrtiti perché, se non sarai vigilante, verrò come un ladro, senza che tu sappia a che ora io verrò da te. 4Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi cammineranno con me in vesti bianche, perché ne sono degni. 5Il vincitore sarà vestito di bianche vesti; non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. 6Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

Alla Chiesa che è a Filadèlfia 7All’angelo della Chiesa che è a Filadèlfia scrivi: “Così parla il Santo, il Veritiero, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre. 8Conosco le tue opere. Ecco, ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, hai però custodito la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. 9Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di Satana, che dicono di essere Giudei, ma mentiscono, perché non lo sono: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. 10Poiché hai custodito il mio invito alla perseveranza, anch’io ti custodirò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. 11Vengo presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. 12Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, dal mio Dio, insieme al mio nome nuovo. 13Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

Alla Chiesa che è a Laodicèa 14All’angelo della Chiesa che è a Laodicèa scrivi: “Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio. 15Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! 16Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. 17Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. 18Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. 19Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. 20Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. 21Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono. 22Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Alla Chiesa che è a Sardi Il giudizio sulla Chiesa (vv. 1c e 4) è particolarmente severo poiché a un'apparenza di vita si contrappone una realtà di morte. Nella comunità è presente. tuttavia, un resto che non è ancora «morto» perché non si è contaminato con l'idolatria. L'esortazione (vv. 2-3) insiste sulla vigilanza, invitando la comunità a risvegliarsi dal torpore del conformismo idolatrico che la uccide e a prendere coscienza della vitale tradizione apostolica. La promessa al vincitore (v. 5) richiama l'immagine delle vesti (v. 4): coloro che non si sono abbandonati all'idolatria si rivelano strettamente uniti alla vita del Cristo risorto e il dono iniziale ricevuto è da conservare fino allo splendore finale nella gloria. Allo stesso modo la loro coerente adesione al Signore li conserva nel numero degli eletti e li farà riconoscere ufficialmente come tali nella manifestazione ultima. In questo messaggio si insiste sul termine «nome», che ricorre in 3.1 col senso di «fama» e ancora in 3,5 nella promessa di conservarlo nel «libro della vita»: questa immagine riprende un tema classico del giudaismo apocalittico (cfr. Ml 3,16; Dn 12,1), secondo cui esiste una specie di registro divino nel quale sono segnati i nomi degli eletti. Ritornerà più volte nel seguito dell'opera (13,8; 17,8; 20.12.15: 21,27). Il nome indica la persona in una dimensione di conoscenza: al «nome» – intende dire Giovanni – deve corrispondere una sostanza.

Alla Chiesa che è a Filadèlfia Il Cristo si presenta in modo nuovo rispetto alle formule dell'introduzione, utilizzando cioè titoli non ancora adoperati per ribadire il proprio ruolo messianico, potente e universale, che lo avvicina a Dio stesso. Il giudizio sulla Chiesa (vv. 8-10) è totalmente positivo. Punto di partenza è l'immensa possibilità che il Cristo le ha donato e l'irrilevanza sociale della comunità è tutt'altro che contraria a questa potenzialità: la sua forza sta, infatti, nel rapporto costante con la Parola e la persona del Cristo. Ciò che gli antichi profeti dicevano dei popoli pagani nei confronti di Gerusalemme (cfr. Is 45,14; 49,23; e soprattutto Is 60,14), ora viene applicato a sedicenti Giudei che «vengono e si prostrano» nella comunità cristiana. Tale cambiamento di prospettiva è molto significativo; la situazione della Chiesa è descritta con le caratteristiche della comunità di Israele nell'ottimistica fase della ricostruzione post-esilica e l'ingresso di alcuni Giudei nella comunità cristiana diventa segno escatologico di un progetto finalmente realizzato. L'esortazione (v. 11) è brevissima e corrisponde a un cordiale invito a perseverare nel bene. La promessa al vincitore (v. 12) rievoca l'immagine della costruzione di Gerusalemme e del tempio, ma il tutto è trasfigurato secondo la rilettura cristiana: Gesù Cristo è il tempio di Dio e il cristiano è strettamente unito a lui in una relazione definitiva con il Padre, in un rapporto personale assolutamente nuovo e donato. Va notata, infatti, la particolare insistenza sull'aggettivo «nuovo», che indica la novità qualitativa: è «nuova» Gerusalemme ed è «nuovo» il nome del Cristo. Tale novità viene scritta sul vincitore stesso che diventa una colonna nel nuovo tempio, ricevendo la possibilità di una nuova relazione con Dio.

Alla Chiesa che è a Laodicèa Il giudizio (vv. 15-17) sulla Chiesa è molto duro: in realtà è l'unico esclusivamente negativo. Il problema di Laodicèa è rappresentato dalla mediocrità, dall'incoerenza e dall'indecisione: un'orgogliosa ed erronea coscienza di sé non le permette di comprendere la sua reale miseria. L'esortazione (vv. 18-20) è, di conseguenza, molto articolata e incisiva. L'autosufficienza della Chiesa può essere superata solo con il riconoscimento della dipendenza da Cristo e con l'accoglienza dei suoi doni, simbolicamente espressi: l'autentica relazione con Dio («l'oro purificato»), la partecipazione al mistero della risurrezione («le vesti bianche»), l'intelligenza spirituale (l'unzione col «collirio»). Proprio perché le vuole bene, il Cristo si impegna a correggere la sua comunità e a educarla; da parte sua i fedeli devono accogliere questo intervento con entusiasmo e disponibilità. Se nella sesta lettera era comparsa la formula «vengo presto» (v. 11), ora viene aggiunta e sottolineata un'affermazione di presenza del Cristo, che con un tono di vivace provocazione tende all'incontro conviviale e alla comunione personale. L'evoluzione delle immagini anticotestamentarie sottese alle sette lettere e l'esplicito finale sulla comunione con il Cristo risorto fanno pensare a un riferimento alla condizione della comunità contemporanea dell'autore, orgogliosa e mediocre, chiusa all'autentica accoglienza del Messia e perciò destinata, in breve, a essere «vomitata dalla bocca» di Dio (v. 16). Partecipe di altre vicende della storia di Israele, la comunità cristiana è esposta al reale pericolo derivante dal tiepido rifiuto operato da una parte del giudaismo. La promessa al vincitore (v. 21)è di carattere cristologico ed espande l'immagine di comunione annunciando la partecipazione del cristiano alla vittoria stessa del Messia. Il discorso che il Cristo rivolge a Giovanni arriva al suo culmine con questa proclamazione di vittoria e di intronizzazione. Secondo l'uso della predicazione apostolica (Mc 16,19; Ef 1,20), è adoperata l'immagine di Sal 110,1 applicata al re Messia, risorto e asceso al trono. È importante notare l'annuncio della partecipazione del fedele alla stessa glorificazione del Cristo («come anch'io»), sullo stesso trono che è quello del Padre.

Termina qui il discorso diretto iniziato in 1,17. L'evocazione finale del trono e della intronizzazione di Cristo prepara in modo adeguato il passaggio alla seconda parte dell'opera, tutta centrata su quest'ultimo motivo.


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I MESSAGGI ALLE SETTE CHIESE ½

Alla Chiesa che è a Efeso 1All’angelo della Chiesa che è a Èfeso scrivi: “Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro. 2Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi. 3Sei perseverante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. 4Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore. 5Ricorda dunque da dove sei caduto, convèrtiti e compi le opere di prima. Se invece non ti convertirai, verrò da te e toglierò il tuo candelabro dal suo posto. 6Tuttavia hai questo di buono: tu detesti le opere dei nicolaìti, che anch’io detesto. 7Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio”.

Alla Chiesa che è a Smirne 8All’angelo della Chiesa che è a Smirne scrivi: “Così parla il Primo e l’Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita. 9Conosco la tua tribolazione, la tua povertà – eppure sei ricco – e la bestemmia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma sono sinagoga di Satana. 10Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita. 11Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte”.

Alla Chiesa che è a Pèrgamo 12All’angelo della Chiesa che è a Pèrgamo scrivi: “Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli. 13So che abiti dove Satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di Satana. 14Ma ho da rimproverarti alcune cose: presso di te hai seguaci della dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli d’Israele, spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla prostituzione. 15Così pure, tu hai di quelli che seguono la dottrina dei nicolaìti. 16Convèrtiti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca. 17Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve”.

Alla Chiesa che è a Tiàtira 18All’angelo della Chiesa che è a Tiàtira scrivi: “Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente. 19Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio e la costanza e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime. 20Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Gezabele, la donna che si dichiara profetessa e seduce i miei servi, insegnando a darsi alla prostituzione e a mangiare carni immolate agli idoli. 21Io le ho dato tempo per convertirsi, ma lei non vuole convertirsi dalla sua prostituzione. 22Ebbene, io getterò lei in un letto di dolore e coloro che commettono adulterio con lei in una grande tribolazione, se non si convertiranno dalle opere che ha loro insegnato. 23Colpirò a morte i suoi figli e tutte le Chiese sapranno che io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le sue opere. 24A quegli altri poi di Tiàtira che non seguono questa dottrina e che non hanno conosciuto le profondità di Satana – come le chiamano –, a voi io dico: non vi imporrò un altro peso, 25ma quello che possedete tenetelo saldo fino a quando verrò. 26Al vincitore che custodisce sino alla fine le mie opere darò autorità sopra le nazioni: 27le governerà con scettro di ferro, come vasi di argilla si frantumeranno, 28con la stessa autorità che ho ricevuto dal Padre mio; e a lui darò la stella del mattino. 29Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

I MESSAGGI ALLE SETTE CHIESE Senza soluzione di continuità, il discorso del Cristo risorto prosegue con la dettatura delle sette lettere annunciate (1,4. 11.19). Una questione letteraria molto dibattuta e non risolta riguarda l'ordine di successione delle epistole, perché risulta difficile stabilire se davvero esista un'intenzionale e significativa articolazione di questi sette testi: l'unico elemento sicuro è la centralità del Cristo e la sua parola rivolta, a raggiera, a tutte le comunità. I sette messaggi si susseguono in modo incalzante e sono distinti dai nomi dei destinatari che coincidono con sette comunità cristiane che abitano in città della provincia romana d'Asia; la serie parte dalla capitale Efeso e segue, poi, le strade principali cosicché, all'arrivo della settima Chiesa si è completato un cerchio. Tuttavia, esse non sono autentiche missive, raccolte successivamente come in un'antologia; si tratta, invece, di testi nati come insieme unitario, strettamente connessi tra loro e in profondo rapporto con ciò che precede e ciò che segue. Con questi messaggi, dettati dal Cristo risorto – ispirati dal suo mistero e dalla sua presenza nella Chiesa – l'autore si rivolge alle comunità cristiane legate a lui per un fine pastorale e formativo; tali istruzioni riflettono, pertanto, la situazione storica e religiosa delle Chiese d'Asia verso la fine del I secolo d.C. Il problema fondamentale che emerge è la presenza dell'errore all'interno delle comunità cristiane: si accenna, talvolta, ai Nicolaiti e in genere a persone che insegnano e compiono il male. Si può pensare a una diffusa mentalità sincretista, che fonde e confonde tradizioni giudaiche, credenze cristiane e usanze pagane: vi si può riconoscere come determinante un modo di pensare per cui gli elementi materiali sono insignificanti e di conseguenza è considerato normale e giusto l'adattamento a tutti gli aspetti della vita pagana. Giovanni, invece, combatte decisamente a nome di Cristo tale impostazione ibrida; rimprovera le comunità tiepide e arrendevoli, elogia quelle fedeli e decise; le esorta tutte alla costanza e a una coraggiosa coerenza. L'insieme delle lettere esprime un'esperienza ecclesiale del Cristo risorto e del suo Spirito: riunita per la celebrazione liturgica, la Chiesa vive la presenza attiva del Signore, si lascia interpellare e trasformare dalle sue esigenze, ne ottiene una purificazione che conforta e migliora. I vari elementi simbolici e allusivi dell'Antico Testamento sembrano delineare una continuità tra l'antica storia della salvezza e l'esperienza presente della Chiesa. Le lettere, dunque, svolgono, nell'insieme dell'opera, la funzione di rito penitenziale in grado di rendere la comunità cristiana capace di ascoltare e comprendere il grande messaggio sulla storia.

Alla Chiesa che è a Efeso La frase di giudizio (vv. 2-4) comprende un aspetto positivo e uno negativo: con fatica e costanza la comunità ha smascherato alcuni falsi apostoli e ha conservato integra la dottrina; tuttavia, le viene rimproverata – secondo un formulario caro ai profeti – una perdita di slancio e di entusiasmo amoroso. L'esortazione (vv. 5-6) evoca una caduta e potrebbe alludere, nell'ottica apocalittica, alla prima tappa della storia umana: la perdita dell'amore originale e la colpa dell'umanità. I fedeli devono cambiare visione, se non vogliono mettere a rischio la loro stessa esistenza cristiana, e l'opposizione alla mentalità pratica dei Nicolaiti è un buon punto di partenza. Il ritornello dell'ascolto (v. 7a) sottolinea che, attraverso i messaggi del Cristo, è lo Spirito stesso a interpellare e muovere le varie comunità; nell'ottica della teologia giovannea si riconosce il suo ruolo come continuatore dell'opera di Cristo. Infine, la promessa al vincitore (v. 7b) riprende un'immagine affine a quella della caduta e prospetta il libero accesso all'albero della vita, interdetto all'uomo dopo il peccato (cfr. Gen 3,22-24): colui che accoglie la vittoria di Cristo sul peccato e collabora attualmente alla sua opera può entrare nell'amicizia piena con Dio, simboleggiata dal giardino divino (cfr. Ap 22,2).

Alla Chiesa che è a Smirne La situazione della Chiesa (vv. 9-10a) è di povertà e sofferenza, ma questo stato di indigenza materiale nasconde una preziosa ricchezza spirituale. Sembra che il gruppo cristiano si sia scontrato con la forte comunità giudaica e ne stia sopportando gravi conseguenze: Giovanni approva e incoraggia questa decisa opposizione ai falsi Giudei; d'altra parte, la persecuzione contro la Chiesa avrà una durata limitata. Se la tradizione giudaica ricordava con insistenza i tempi dell'oppressione egiziana, adesso è la Chiesa di Cristo che vive una nuova esperienza dell'esodo, essendo oppressa da alcuni esponenti del giudaismo, che hanno preso il posto dell'Egitto (cfr. 11,8).L'esortazione (v. 10b) applica ai cristiani in difficoltà il mistero profondo della redenzione operata dal Cristo: la vita è dono divino attraverso la morte, l'esodo decisivo della pasqua cristiana. La promessa al vincitore (v. 11) rafforza, per contrasto, l'immagine della corona di vita (cfr. 1Cor 9,25; Gc 1,12; 1Pt 5,4) con l'esclusione della «morte seconda», che verrà precisata nel finale dell'opera (cfr. Ap 20,14; 21,8).

Alla Chiesa che è a Pèrgamo Il Cristo si presenta (v. 12b) riprendendo il simbolo della spada (1,16b) per evocare un'immagine di forza e di combattimento. Il giudizio sulla Chiesa (vv. 13-15) riguarda proprio il rapporto con la città, sede di un potere ritenuto satanico: senza espliciti riferimenti si afferma una prepotenza della cultura pagana ostile alla comunità cristiana. In questo difficile contesto viene elogiata la costanza della comunità che mantiene una vitale accoglienza («fede») della persona («nome») del Cristo. Esempio luminoso di fedeltà è stato Antipa, di cui non si conosce altro; nel VI secolo Andrea di Cesarea riporta nel suo commentario la notizia che Antipa era vescovo di Pergamo e fu immolato su un rogo acceso su un altare di bronzo a forma di toro durante il regno di Domiziano. I pericoli, però, sono anche all'interno della comunità: come il popolo d'Israele ha commesso il grave peccato di sincretismo religioso, qualificato dai profeti come «prostituzione», così anche i cristiani, per una volontà di conformismo, corrono il rischio di perdere i propri valori fondamentali. L'esortazione (v. 16) è un accorato invito al cambiamento di mentalità: la parola di Dio, simile a una spada affilata, è lo strumento decisivo per il discernimento spirituale e morale. Infine, la promessa al vincitore (v. 17) fa riferimento a doni simbolici: la manna, segno del nutrimento messianico (senso nascosto nell'antico pane del cammino; cfr. Gv 6,31.49), e un sassolino, simbolo della nuova relazione personale e amorosa con il Cristo risorto, possibile solo per chi lo accoglie.

Alla Chiesa che è a Tiàtira Il Cristo si presenta, unica volta nell'Apocalisse, con il titolo «Figlio di Dio»; le caratteristiche simboliche (riprese da 1,14b-15a) evocano profonda capacità di discernimento e sicura stabilità. Il giudizio sulla comunità (vv. 19-23) elogia il progresso nelle virtù, ma denuncia il consueto problema dell'eresia interna. Come la regina Gezabele aveva contribuito a rendere l'epoca dei re esempio negativo di infedeltà, così la mentalità sincretista – sostenuta da una parte di cristiani che, illudendosi, si ritengono profeti – rischia di compromettere la fedeltà della Chiesa. Il discernimento non è facile: ma il Signore conosce in profondità le intenzioni e i pensieri di ciascuno; perciò minaccia duramente tali deviazioni, in quanto molto pericolose per la stessa vita cristiana. L'esortazione (vv. 24-25) è rivolta al gruppo di fedeli non contaminati dall'idolatria che rifiutano le pretese rivelazioni degli eretici, considerando le demoniache e non divine: a costoro è chiesto solo di perseverare in tale retto comportamento. A partire da questa lettera, il ritornello dello Spirito è spostato alla fine del discorso (v. 29) e, di conseguenza, viene anticipata la promessa al vincitore (vv. 26-28). Dopo aver evocato l'antica monarchia come segno negativo, viene ora ripresa una terminologia regale positiva. Il fedele, unito a Cristo nella lotta e nella passione, gli è strettamente associato anche nella dignità regale e nell'esercizio della sua autorità universale: partecipa della sua risurrezione (simboleggiata dalla stella mattutina) e condivide con lui il compito di «pascolare le nazioni».


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PROLOGO LITURGICO

Titolo descrittivo 1Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, 2il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto.

Beatitudine 3Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino.

Dialogo liturgico introduttivo 4Giovanni, alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, e dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, 5e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra. A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, 6che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen. 7Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen! 8Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

PRIMA PARTE: I MESSAGGI DEL CRISTO RISORTO

La visione fondativa del Cristo risorto 9Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. 10Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: 11«Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Èfeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa». 12Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro 13e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. 14I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco. 15I piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente, purificato nel crogiuolo. La sua voce era simile al fragore di grandi acque. 16Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza. 17Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, 18e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. 19Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito. 20Il senso nascosto delle sette stelle, che hai visto nella mia destra, e dei sette candelabri d’oro è questo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese, e i sette candelabri sono le sette Chiese.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Titolo descrittivo L'intera composizione è intitolata «rivelazione»: essa riguarda la figura di Gesù il Messia ed è, allo stesso tempo, opera sua. Tale comunicazione è qualificata, inoltre, come concessa in dono da Dio cosicché i suoi fedeli possano comprendere il senso degli eventi storici. Tutta la rivelazione infatti ha il Cristo («parola di Dio») come autore e si compendia nella sua persona e nella sua opera messianica; l'Apocalisse, infatti, parla del suo intervento storico e del mistero della sua Pasqua che hanno rivelato il progetto di Dio, cambiando radicalmente la storia dell'uomo. Tale dono si è realizzato con un intenso processo di trasmissione che coinvolge tutte le persone partecipi della storia di salvezza: Dio (la fonte primaria), Gesù Cristo (soggetto e oggetto principale della rivelazione), il suo angelo (l'interprete delle figure simboliche), il suo servo Giovanni (testimone della parola divina garantita da Gesù), i suoi servi (l'intera comunità dei cristiani). Questa rivelazione, inoltre, è stata donata per mezzo di segni e simboli: fin dall'inizio l'autore precisa cosi il proprio linguaggio e invita gli ascoltatori a impegnarsi nell'interpretazione.

Beatitudine Tra il titolo e l'inizio epistolare è inserita la prima delle sette beatitudini che compaiono nell'opera (14,13; 16,15; 19,9: 20,6; 22,7.14): di carattere tipicamente liturgico, questa prima formula richiama il tema della «profezia» e celebra la felicità che nasce dalla proclamazione comunitaria e dalla perseverante custodia del suo messaggio. Proprio questo annuncio di Gesù Cristo costituisce il momento buono, l'occasione decisiva che è a portata di mano.

Dialogo liturgico introduttivo Il lettore dà inizio al dialogo proclamando la formula introduttiva di saluto. L'intera opera si presenta come un'epistola indirizzata alla comunità cristiana; il mittente è Giovanni e destinatarie sono «le sette comunità (della provincia) d'Asia». Il numero sette, simbolo di pienezza, e l'uso dell'articolo determinativo stanno a indicare la totalità delle Chiese, ovvero ogni comunità cristiana di qualunque tempo e in qualsiasi luogo: le concrete e storiche comunità elencate più avanti (1,11) sono solo il punto di partenza del grande simbolo ecclesiale.

«Gesù Cristo» viene presentato con tre titoli derivati da Sal 88,28.38 LXX (TM 89,28.38) che ne evidenziano il ruolo salvifico decisivo. Attraverso la meditazione di questo salmo, Giovanni ha riconosciuto nel Cristo risorto l'adempimento delle antiche promesse fatte a Davide, individuando tre formule capaci di condensare in poche espressioni molti filoni tematici e teologici.

  1. Il Risorto è considerato «testimone degno di fede», cioè il mediatore accreditato presso Dio della nuova ed eterna alleanza, costituito stabilmente nella sua risurrezione, punto di riferimento oggettivo per tutti coloro che credono in lui e fonte dei beni definitivi che Dio intende concedere.
  2. È degno di fede proprio perché figlio, «primogerito dei morti» (1Cor 15,20; cfr. Col 1,18), generato nella risurrezione come primo tra molti fratelli, primizia di vittoria per tutti coloro che aderiscono a lui.
  3. Inoltre, in quanto intronizzato alla destra di Dio, è «principe dei re della terra»: ha assunto il potere universale ed è colui che regge le sorti del cosmo, nonostante le prepotenze di molti sovrani terreni.

Rivolgendosi a una comunità in crisi, l'autore scrive proprio per aiutare le persone che condividono la sua fede cristiana a rimanere fondate in Gesù Cristo, alzando lo sguardo verso di lui che ora regna glorioso e detiene il potere. L'assemblea risponde con una dossologia in onore del Cristo.

Interviene di nuovo il lettore confermando il ruolo del Cristo con un solenne oracolo che fonde, secondo un tipico procedimento giudaico, due testi anticotestamentari molto importanti nella rilettura cristiana: la visione del «Figlio dell'uomo» in Dn 7 e la misteriosa figura del «trafitto» in Zc 12. Tale formula ha il compito profetico di attirare l'attenzione sul Cristo glorioso e sulla sua presenza nella comunità, nel mondo e nella storia; l'elemento simbolico della trascendenza («le nubi») si unisce all'immediatezza dell'evento («viene») e la comunità è invitata a «vedere», cioè ad accorgersi di questa venuta gloriosa del Signore. Non si tratta tanto di un proclama sugli ultimi tempi, ma di una riflessione sapienziale sul senso del Cristo crocifisso e di proclamazione della sua gloria in quanto Risorto. L'oracolo costituisce un annuncio di salvezza e di conversione universale a Dio, piuttosto che una minaccia di punizione alla fine dei tempi: anche coloro che hanno disprezzato ed eliminato Gesù, lo potranno riconoscere con l'amara constatazione di essersi gravemente sbagliati, ma con la speranza di essere salvati. La comunità che ascolta risponde, esprimendo il proprio assenso e il proprio desiderio con una tipica formula liturgica.

Al termine del dialogo, interviene Dio stesso per la mediazione di un profeta che parla in suo nome: introdotta da un solenne «Io sono», la formula propone una definizione di Dio stesso per mezzo di tre espressioni parallele. La seconda fa inclusione con la formula iniziale di 1,4; le altre due, invece, sono originali e presentano il Signore Dio come colui che determina l'inizio, lo sviluppo e la conclusione di ogni storia, avendo in suo potere l'universo intero.

La visione fondativa del Cristo risorto Concluso il dialogo liturgico introduttivo, inizia la narrazione in prosa. Giovanni, in prima persona, racconta alla comunità una forte esperienza che egli ha vissuto e che ha determinato la composizione del libro stesso. Questa prima visione ha, pertanto, il ruolo fondante per tutta l'opera; l'incontro di Giovanni con il Cristo risorto, infatti, è l'elemento decisivo che permette all'autore e alla sua comunità di comprendere in profondità il senso del mistero pasquale e della signoria universale che l'Agnello ha ottenuto. Lo schema letterario di questo brano trae origine dai racconti di vocazione dei profeti ed è stato rivestito dal linguaggio tipico della letteratura apocalittica. Qui, però, non viene raccontata la chiamata dell'autore, bensì l'incarico che gli è stato affidato: trasmettere per iscritto la sua esperienza eccezionale. Questo evento introduce direttamente i sette messaggi che seguono, ma anche l'intera opera. L'intento di questa prima pagina è, soprattutto, quello di offrire una «divina legittimazione» al contenuto del libro: l'autore vuole rimarcare con decisione il proprio ruolo di profeta portavoce, che parla e scrive in quanto ha ricevuto da Gesù Cristo stesso questo preciso compito. Nel raccontare la propria esperienza, Giovanni utilizza immagini ed espressioni tratte prevalentemente da testi anticotestamentari e crea con intenzione un nuovo mosaico, utilizzando insiemi di tasselli preesistenti, cosicché da un linguaggio comune risulta, tuttavia, un messaggio decisamente nuovo. L'analisi attenta del sostrato tradizionale consente, quindi, di evidenziare la grande novità.

Giovanni si presenta alle Chiese, sottolineando l'aspetto di fratellanza e la condivisione comunitaria che unisce l'apostolo e i suoi fedeli. Così viene messo in evidenza il valore della solidarietà: in quanto uniti a Gesù i credenti si trovano tutti sottoposti a una pressione esterna, ma condividono anche un'importante responsabilità regale e, soprattutto, hanno la capacità di sostenere la prova. Proprio questa introduzione fa pensare che il soggiorno di Giovanni a Patmos non sia volontario, ma obbligato da un'autorità contraria. È evidente il riferimento alla difficile situazione, esterna e interna, vissuta dalle comunità giovannee in Asia Minore alla fine del I secolo.

All'indicazione spaziale (nell'isola di Patmos) vengono aggiunte altre due indicazioni, una mistica («nello Spirito»), l'altra temporale («nel giorno del Signore»). La situazione a cui Giovanni allude può essere designata come una particolare esperienza spirituale, cioè un incontro del profeta con lo Spirito Santo simile a un'immersione. Tale comunione, inoltre, si inserisce «nel giorno del Signore». Il riferimento alla «domenica» (termine che diventerà comune presso i Padri Apostolici e Giustino) è molto importante nella storia della liturgia: questo primo accenno denota il superamento dell'osservanza giudaica del sabato da parte della comunità cristiana che, invece «vive secondo la domenica» (Ignazio d'Antiochia, Lettera a i cristiani di Magnesia 9) e si riunisce in assemblea ogni primo giorno della settimana, moltiplicando nel tempo la dimensione festiva della pasqua, per celebrare il Cristo risorto e proclamarlo «Signore» nell'attesa del compimento definitivo.

L'esperienza di Giovanni è presentata in due fasi ben distinte, che corrispondono a due situazioni profetiche diverse e sono caratterizzate da due modalità di relazione: udire di spalle e vedere di fronte. La prima esperienza è l'ascolto di una voce potente che ordina di mettere per iscritto l'esperienza del veggente («Quello che vedi») e di comunicarlo alle sette comunità, già menzionate in 1,4 e ora nominate dettagliatamente. Il paragone con il suono di tromba, l'esperienza di spalle e l'ordine di scrivere evoca al manifestazione di Dio al Sinai (cfr. Es 19,16; 33,23; 34.27).

Perché abbia luogo la seconda esperienza – la visione del Figlio dell'uomo – è necessario un cambiamento di posizione da parte del soggetto. Nel v.12 ricorre due volte il verbo «voltarsi», termine che indica un cambiamento di posizione e talvolta richiama una conversione, soprattutto un ritorno a Dio. Lo stesso verbo è adoperato da Paolo in 2Cor 3,16 per indicare il movimento spirituale che permette di togliere il velo steso sul cuore dei Giudei e così contemplare la pienezza della rivelazione. Analogo è il racconto della Maddalena al sepolcro (Gv 20,14.16). Nel contesto simbolico dell'Apocalisse il gesto del «voltarsi» assume quindi una sfumatura significativa, indicando un processo di maggiore comprensione da parte di Giovanni, il quale attraverso un cambiamento ora riesce a vedere. Così, all'origine stessa dell'opera, l'autore vuole presentare la propria maturazione spirituale, soprattutto a proposito dell'interpretazione scritturistica: il velo è stato rimosso dal suo cuore e tale rivelazione gli consente di comprendere in senso nuovo e pieno le Scritture.

Il primo oggetto della visione è un simbolo liturgico, ma l'unico candelabro del tempio si è trasformato in sette lucernieri, che – come verrà spiegato (1,20b) – corrispondono alle sette Chiese: il nuovo ambiente liturgico, dunque, è l'insieme delle comunità cristiane.

Al centro delle comunità appare li personaggio decisivo che, senza dubbio, fa riferimento alla figura misteriosa della visione di Dn 7,13-14, e che è identificato con Gesù Cristo dalla teologia cristiana. Mediante le immagini tratte da vari testi anticotestamentari, l'Apocalisse descrive, in questa visione iniziale che dà il tono e il senso dell'opera, il Risorto presente nella sua Chiesa. La scena, come molte altre, non è raffigurabile visivamente: Giovanni propone un modo di vedere il mondo e la storia mediante un simbolismo discontinuo, in cui ogni particolare deve essere compreso, decodificato e superato. Grazie a questo quadro, simile a un intarsio di citazioni, l'autore intende presentare colui che è il grande rivelatore: è vestito come un personaggio potente, ha sguardo penetrante, capace di amore e di giudizio, è connotato da particolare forza e stabilità, mentre la sua presenza ha la forza illuminante e vittoriosa del sole che sorge. Inoltre, con un importante passaggio degli attributi da Dio al Figlio dell'uomo, la teologia simbolica dell'autore sembra alludere a una significativa equivalenza tra i due. Chi sia il personaggio non è detto chiaramente: potrebbe essere un angelo, il Cristo oppure Dio stesso. L'incertezza provoca interesse e tensione.

La reazione di Giovanni e il gesto incoraggiante del personaggio glorioso sono descritti con un formulario convenzionale (cfr. Ez 1,28-2,2: Dn 8,18; 10,9-10). Dopo l'invito a non aver paura – classico nelle scene di apparizione – il personaggio misterioso finalmente si presenta.

Il «dunque» (1,19) crea un legame di causalità tra la descrizione del Cristo risorto al centro delle comunità cristiane e il comando di scrivere a loro: Giovanni deve comunicare il mistero decisivo della risurrezione di Gesù Cristo e trasmettere quello che egli ha sperimentato, la realtà in sé e tutte le implicazioni e le conseguenze che si riflettono sulla storia dell'uomo.

Il v. 20 è indipendente da ciò che precede e ha l'aspetto di una parentesi a scopo di delucidazione. Due precedenti simboli non erano chiari e l'autore provvede a chiarirne il senso: lucernieri e stelle rinviano alla totalità della Chiesa, realtà storica della salvezza operata da Dio, strettamente connessa con l'autorità del Cristo risorto.

Il riferimento agli angeli delle sette comunità non è affatto chiaro: non si comprende facilmente chi siano o che cosa rappresentino. Ognuna delle seguenti lettere sarà indirizzata proprio a un angelo della Chiesa; l'espressione è tipica dell'Apocalisse e, proprio perché oscura, ne sono state proposte diverse spiegazioni, riconducibili sostanzialmente a tre:

a)l'angelo della comunità rappresenta un individuoceleste, autentico angelo custode o protettore della Chiesa, secondo un comune modo di pensare giudaico; b) è un individuo terrestre, ovvero un capo della comunità, probabilmente il vescovo che presiede alla vita cristiana; c) evoca la collettività stessa (l'angelo “che è” la Chiesa), chiamata così per sottolineare l'aspetto trascendente della sua natura ed evocare la sua missione di annuncio («angelo» significa «messaggero») e di illuminazione («stella/lucerniere»).

Anche se le prime due interpretazioni presentano degli aspetti da valorizzare, è preferibile la terza spiegazione che vede secondo una complessa idea teologica ogni Chiesa in forma angelica, cioè con una controparte celeste, per cui alla luce stellare in cielo corrisponde un luceriere in terra.


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