📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Indirizzo e saluto: autore e destinatari 1Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono nella diaspora, salute.

Esortazione alla gioia nelle prove 2Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, 3sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. 4E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla. 5Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data. 6La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare, mossa e agitata dal vento. 7Un uomo così non pensi di ricevere qualcosa dal Signore: 8è un indeciso, instabile in tutte le sue azioni. 9Il fratello di umili condizioni sia fiero di essere innalzato, 10il ricco, invece, di essere abbassato, perché come fiore d’erba passerà. 11Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco nelle sue imprese appassirà. 12Beato l’uomo che resiste alla tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.

La tentazione e la sua origine 13Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. 14Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; 15poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte. 16Non ingannatevi, fratelli miei carissimi; 17ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. 18Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature.

Non solo ascoltare, ma mettere in pratica la Parola 19Lo sapete, fratelli miei carissimi: ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira. 20Infatti l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio. 21Perciò liberatevi da ogni impurità e da ogni eccesso di malizia, accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. 22Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi; 23perché, se uno ascolta la Parola e non la mette in pratica, costui somiglia a un uomo che guarda il proprio volto allo specchio: 24appena si è guardato, se ne va, e subito dimentica come era. 25Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla. 26Se qualcuno ritiene di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana. 27Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.

Approfondimenti

(cf LETTERA DI GIACOMO – nuova versione, introduzione e commento di GIOVANNI CLAUDIO BOTTINI © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

Indirizzo e saluto: autore e destinatari Nella tradizione ha avuto molto seguito l'opinione che identifica l'autore del­la lettera con Giacomo il minore, figlio di Alfeo e apostolo (cfr. Mt 10,3; At 1,13). Questi è stato identificato con Giacomo «fratello del Signore» (cf. Gal 1,18-19; 2,9; At 12,17; 15,13-21) e primo vescovo di Gerusalemme. È l'identificazione raccolta dalla tradizione liturgica della Chiesa. A lui è attribuita la lettera che porta l'intestazione «di Giacomo». Tuttavia l'opinione abbastanza diffusa fra i moderni è che «Giacomo» sia uno pseudonimo. Il vero autore si serve di questo nome autorevole per facilitare l'accoglienza al suo messaggio. Questo modo di procedere era normale nell'an­tichità. Non tocca affatto la «canonicità» dello scritto che i Padri e i dottori del­ la Chiesa hanno accolto e venerato. L'argomento più convincente per la pseudonimia è che non vi è concordan­za tra ciò che sappiamo di Giacomo dalle tradizioni fuori dalla lettera e ciò che l'autore di questa dice presentandosi come Giacomo. Tale discordanza riguarda infatti un punto nodale dello scritto. La discussione tra Paolo e la tradizione giu­daica rappresentata da Giacomo aveva per oggetto il rapporto tra fede e osservan­za delle norme rituali della legge di Mosè. L'autore della lettera invece sembra ignorare questa controversia e in Gc 2,14-26 dibatte il problema della fede e del­le opere e il loro rapporto con la salvezza; ma per «opere» intende le opere di ca­rità verso il prossimo come risulta da Gc 2,14-17. Chi ha scritto la lettera conosceva forse la Lettera ai Romani, perché il tenore dell'affermazione di Gc 2,24 (letteralmente: «Vedete che l'uomo è giustificato da opere e non soltanto da fede») sembra contrapporsi a Rm 3,28, dove Paolo dice: «Noi riteniamo infatti che l'uomo è giustificato per la fede senza opere di legge». Questo elemento è importante per la datazione della Lettera di Giacomo, perché in­dica che essa non può essere anteriore alla stesura della Lettera ai Romani, posta intorno al 58. Di chi è allora la lettera? Dallo scritto in sé si ricava poco. Probabilmente, era un uomo do­tato della «grazia spirituale» del maestro, senza tuttavia averne la funzione. Dallo scritto risulta anche che era un uomo preoccupato delle tensioni esistenti tra i fede­li di diverse condizioni sociali e all'interno della comunità per motivi di fede.

I destinatari dello scritto sono: tutti i credenti in Cristo, senza distinzioni, tutta la Chiesa e non solo una parte. L'aspetto più rimarcato della situazione in cui si tro­vano i destinatari è quello delle tensioni all'interno della comunità, e alcune giun­gono fino a lotte drammatiche per motivi economici. Risalta anche che all'interno della comunità c'è conflitto, forse per discussioni dottrina­li, a causa di presunti maestri (Gc 3); costoro in realtà sono solo persone che abu­sano della lingua per creare disordine e sconvolgere la vita della comunità.

Esortazione alla gioia nelle prove L'invito alla gioia piena qui rivolto corrisponde a un diffuso sentimento dell'esperienza cristiana delle origini (At 13,52; Rm 14,17; 15,13; 2Cor 1,15; 2,3; Gal 5,22; Fil 1,4; Col 1,1; 1Pt 1,8; 1Gv 1,4; 2Gv 12). Una gioia spesso compati­bile con le tribolazioni e la sofferenza (Gv 16,20-22; 2Cor 7,4; 1Ts 1,6; Eb 10,34). L'espressione «miei fratelli» mostra che l'autore si colloca allo stesso livello dei suoi ascoltatori o lettori, è in continuità con la terminologia religiosa giudaica che il cristianesimo ha fatto propria. Si tratta del senso me­taforico di «fratello» inteso come correligionario, vale a dire fratello di fede in Dio e in Cristo (cfr. Gc 1,1; 2,1). Giacomo usa il termine anche come semplice equivalente di «prossimo».

La perfezione è un'idea che sta particolarmente a cuore alla Lettera di Giacomo. L'uomo perfetto (3,2c) è colui che sa controllare la sua lingua e tutta la sua persona (3,2b.d), il quale è il sapiente che può mostrare con una buona con­ dotta (3,13ab) che la sua sapienza è dall'alto (3,17a); 1,4 va interpretato in questa luce. L'idea immediata è che se la co­stanza «conduce a perfezione» la sua opera, coloro che la possiedono saranno «perfetti», cioè raggiungono il fine, e sono «integri», cioè han­no tutto ciò che costituisce la perfezione. Il terzo attributo «senza mancare di nul­la» ripete il concetto in forma negativa.

Il tema della sapienza è un'idea di fondo di tutta la lettera che in 3,13-18 ne fa una singolare descrizione. Giacomo, che in questo brano la mette in relazio­ne con la perfezione, dice esplicitamente che la sapienza è dono di Dio e in 3,17-18 la chiama «dono dall'alto» e ne descrive i frutti (analoghi a quelli dello Spirito, cfr. Gal 5,22). Quindi non si tratta certamente di abilità umana né di sapienza intellettuale, frutti dell'esperienza, della ragione e dello sforzo umano, ma di una grazia divina, secondo la nostra terminologia teologica. La sapienza è qualificata come dono divino e la si vede in stretta relazione con il comportamento dell'uomo.

Non basta chiedere, ma bisogna chiedere con fede. Anche in 5,15 la fede sarà associata alla preghiera sul malato. Qui il sen­so è spiegato dalla negazione successiva «senza dubitare». Si tratta quindi di una fede fiduciale senza esitazioni. L'uomo diviso interiormente, che esita e dubita, crede di poter ricevere da Dio ciò che gli chiede, ma il suo animo è esitante, il suo spirito è diviso perché dubita della utilità della sua stessa richiesta. Vengono così delineate due personalità in contrapposizione: l'uomo credente che prega Dio per ottenere la sapienza con tutto il suo spi­rito senza le esitazioni e colui che è debole di fede, i cui dubbi compromettono la qualità della sua preghiera. Il dubbioso o l'indeciso che oscilla tra fiducia e sfiducia, tra mondo e Dio (cfr. Gc 4,4.8) ha due anime! Ha il cuore doppio, il contrario dell'ideale religioso anticotestamentario e tardogiu­daico che vuole integrità e totalità nella dedizione a Dio (cfr. Sal 101,2; Sir 1,25). L'uomo che esita si comporta nella vita come nella fede: la sua anima divisa tra sentimenti contrastanti è sballottata dagli avvenimenti della sua esistenza come l'onda del mare portata dal vento che «mai non [si] arresta».

A restare nella gioia non è invitato solo il fratello povero elevato, ma anche il fratello «ricco» quando viene a trovarsi «nella sua umiliazione». Gia­como proclama senza equivoci la predilezione divina per i poveri (cfr. 2,5), ma risulta anche che fra i suoi lettori/ascoltatori si trovavano ricchi e benestanti (cfr. 2,2-4 e soprattutto 4,13-17). Coerentemente con il significato di elevazione sociale/ma­teriale del povero, anche qui l'umiliazione nella quale il ricco deve rallegrarsi, va intesa nello stesso senso: è la prova nella quale viene a trovarsi, la perdita della ricchezza o della posizione. Non vi sono indizi nella lettera per determinare le cause di tale abbassamento/umiliazione. Il ricco «umiliato» non so­lo non deve ramamricarsi, ma addirittura esultare. Il fratello ricco, che viene a trovarsi nella prova dell'umiliazione, deve esultare anzitutto perché le prove, sopportate con pazienza, rendono «perfetti e integri» (1,4) e poi perché il ricco «passerà come fiore d'er­ba» (1,10b). Il senso della frase, rafforzato da quelle successive, sta nell'afferma­re che la sorte del ricco, di ogni ricco, è segnata dalla sicura perdita delle ricchez­ze per la transitorietà dell'umana condizione.

Al v. 12 il termine “uomo” va inteso come “persona umana” in senso inclusivo (uomo/donna). Si può intendere «beato» anche nel significato di «benedetto» in quanto si trova nella giusta relazione con Dio. L'affermazione «sopporta la tentazione» può essere spiegata nel senso di «essere paziente sotto qualcosa» o «resistere / tenere duro di fronte a qualcuno o qualcosa» e anche «attendere con pazienza». Dal confronto dei testi della Lettera di Giacomo, della 1Pietro e della Lettera ai Romani, letti in sinossi, si ricava che il senso delle prove è quasi identico per i tre autori; ma la funzione a loro attribuita è diversa: Giacomo resta nella tradi­zione sapienziale, che era giunta a comprendere le prove come espressione della «pedagogia divina». La parenesi di 1Pietro non specifica la funzione delle pro­ve, ma fa rilevare che è grazia soffrire per la fede (1Pt 2,20; 3,17; 5,12). Paolo in­ vece, che sostituisce inserisce il tema nella sua teologia: la grazia divina fa crescere la fede e la speranza sotto la pressione delle prove, e il tutto è visto nella prospettiva tipicamente paolina della teologia della croce.

La tentazione e la sua origine In Gc 1,13-15 si ha un quadro simbolico sull'origine della tentazione con termini figurati molto espres­sivi, in antitesi alla parenesi di 1,2-4.12. Gli effetti nefasti della tentazione (pecca­to e morte), causata dalla concupiscenza che seduce e assoggetta l'uomo, fanno da contrasto con gli effetti positivi delle tentazioni o prove superate con l'aiuto della sapienza invocata con fede (perfezione morale, vita eterna). Questo messaggio teo­logico-parenetico di Giacomo si inscrive nella tradizione sapienziale, dove si ripe­te chiaramente che il peccato conduce alla rovina e alla morte (Sal 1; Pro 19,5-9; Sap 1,11) e la pratica della virtù porta alla vita (Sap 5,15-16). Il brano di Gc 1,16-18 si apre con uno stile solenne, quasi lirico, che nella sua prima parte (v. 17) espone la visione positiva che bisogna avere di Dio e nella seconda (v. 18) parla del processo vitale nel quale i cristiani sono stati generati da lui me­diante la parola di verità. Al pericolo di vedere in Dio l'origine della tentazione Giacomo contrappone questo rimedio: ricordare che Dio, il Padre della luce, non tenta nessuno al male, perché ci ha creato (o generato) con una parola di verità per primeggiare nel bene. Coerente con la sua esortazione a correggere il fratello che si allontana dal­ la verità (cfr. 5,19-20), Giacomo rettifica l'eventuale errore di attribuire a Dio l'origine della tentazione al male e sottolinea fortemente la natura essenzialmen­te buona di Dio. Facendo questo e coinvolgendosi nel «noi» dei destinatari pro­clama che Dio ha generato i credenti a una forma di vita che li costituisce «pri­mizia» e anticipo di un piano di salvezza che coinvolgerà tutta la creazione.

Non solo ascoltare, ma mettere in pratica la Parola Il discorso sulla generazione da Dio con «la parola di verità», che sembra­va concludere il monito sulla tentazione, ricordando che siamo stati creati da Dio per il bene, in realtà era solo la premessa teologica per l'esortazione pressante che segue. Nei vv. 19-25 Giacomo invita i destinatari ad accogliere e a eseguire quella stessa parola per conseguire la beatitudine riservata a chi si attiene con fedeltà alle nor­me delle legge che essa proclama. Questa è detta «perfetta», perché è da Dio ed è definita «della libertà», perché non riduce in schiavitù l'uomo, ma lo eleva alla perfezione se si attiene ad essa in modo fedele. Non basta ascoltare, né ci si può fermare all'accoglienza, bisogna diventare «esecutore della parola». Questo in sintesi il senso dell'esortazione che Giacomo enuncia prima in forma di­retta e che poi sviluppa attraverso la similitudine dell'uomo che si guarda allo specchio. Ciò che nella metafora è lo specchio, nell'applicazione alla vita morale è la «legge perfetta della libertà», una delle espressioni più celebri dello scritto di Giacomo. La legge è perfetta, in quanto è la piena e definitiva espressione della vo­lontà di Dio, la cui attuazione conduce alla meta salvifica, al “fine”, in forza anche della sua efficacia connessa con la promessa di Dio. Si tratta infatti di quella leg­ge che è una «parola impiantata» per la salvezza dell'anima dei credenti (1,21), e per mezzo della quale, come «parola di verità», è avvenuta la rigenerazione gra­zie all'iniziativa del Padre (1,18).

Il v. 26, parlando della presunzione di chi si crede religioso senza frenare la lingua, richiama l'illusione di co­lui che ascolta senza attuare la parola (vv. 19.22). Giacomo inizia col prospettare il caso di una presunta religiosità, smentita dal fatto che chi presume di averla, in realtà non frena la propria lingua. Il tema del freno della lingua era corrente sia nella tradizione sapienziale biblico-giudaica sia in quella filosofica ellenistica, e a Giacomo sta particolarmente a cuore.

L'autore in 1,19-27 presenta un messaggio essenzialmente pratico. Egli invita i fratelli a essere pronti ad ascoltare la parola di Dio e lenti a prendere la pa­rola; di essere lenti all'ira, cioè di frenarla, perché tale sentimento impedisce di compiere ciò che è giusto davanti a Dio. Poi trae la conseguenza da queste racco­mandazioni esortando a liberarsi da ogni impurità e malizia e ad accogliere con do­cilità la parola capace di salvare la loro anima.


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Orientamenti concreti per la vita cristiana 1L’amore fraterno resti saldo. 2Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. 3Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo. 4Il matrimonio sia rispettato da tutti e il letto nuziale sia senza macchia. I fornicatori e gli adùlteri saranno giudicati da Dio. 5La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò. 6Così possiamo dire con fiducia: Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura. Che cosa può farmi l’uomo?

Indicazioni per un'autentica comunità cristiana fedele e obbediente 7Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito finale della loro vita, imitatene la fede. 8Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre! 9Non lasciatevi sviare da dottrine varie ed estranee, perché è bene che il cuore venga sostenuto dalla grazia e non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne fanno uso. 10Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel tempio. 11Infatti i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, vengono bruciati fuori dell’accampamento. 12Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, subì la passione fuori della porta della città. 13Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, portando il suo disonore: 14non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura. 15Per mezzo di lui dunque offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome. 16Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni, perché di tali sacrifici il Signore si compiace. 17Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinché lo facciano con gioia e non lamentandosi. Ciò non sarebbe di vantaggio per voi. 18Pregate per noi; crediamo infatti di avere una buona coscienza, desiderando di comportarci bene in tutto. 19Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché io vi sia restituito al più presto.

Augurio finale e inno di lode 20Il Dio della pace, che ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù, 21vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito per mezzo di Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Biglietto di accompagnamento 22Vi esorto, fratelli, accogliete questa parola di esortazione; proprio per questo vi ho scritto brevemente. 23Sappiate che il nostro fratello Timòteo è stato rilasciato; se arriva abbastanza presto, vi vedrò insieme a lui. 24Salutate tutti i vostri capi e tutti i santi. Vi salutano quelli dell’Italia. 25La grazia sia con tutti voi.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Orientamenti concreti per la vita cristiana Il culto cristiano non è autentico ed effettivo senza un agire cristiano nella carità. Ciò verrà affermato esplicitamente più avanti al v. 16. Il primo invito del predicatore ai membri della comunità è quello di rimanere saldi nell'amore fraterno (cf. Rm 12,10; 1Ts4,9; 1Pt 1,22; 2,17). In questo modo essi potranno dare prova di amare Dio (cf. 1Gv 4,20) e di rendergli un vero culto (cf. Eb 13,16). I credenti sono chiamati ad amare anche ad extra, ad accogliere chi viene da fuori, sviluppando sempre più la potenza dell'amore e la comunione della fratellanza (cf. Rm 12,13). Considerando l'esempio di Cristo, i cristiani si faranno solidali con i carcerati, «co- me» se condividessero la loro stessa condizione, e si ricorderanno di coloro che sono maltrattati per esercitare la compassione e immaginare nel proprio corpo quello che essi soffrono, così da essere con loro in empatia. La seconda indicazione del predicatore riguarda la fedeltà matrimoniale e la castità. Le successive due raccomandazioni fanno riferimento alla «condotta» dei cristiani. Il predicatore mette in guardia dalla bramosia di denaro dapprima in negativo, invitando a non essere avidi di denaro, e poi in positivo, esortando ad accontentarsi di ciò che si ha. Le raccomandazioni sono fondate sulla promessa più volte ricorrente nell'Antico Testamento (cf. Gen 28,15; Dt 4,31; 31,6.8; Gs 1,5) – che Dio non abbandonerà mai l'uomo che spera in lui.

Indicazioni per un'autentica comunità cristiana fedele e obbediente Il predicatore, preoccupandosi di tenere uniti i suoi uditori nella fede e nella disciplina, li invita (v. 7) a ricordarsi di coloro che, mediante l'annuncio della parola di Dio, fondarono le loro comunità e le guidarono con l'autorevolezza della loro vita di fede. I cristiani di Ebrei, sull'esempio dei loro capi e degli antichi padri (cf. Eb 11), vengono quindi esortati a mantenere ferma la loro confessione di fede in Dio (cf. 4,14), saldi in Cristo, il quale rimane immutabile per sempre (v. 8). Avendo quindi in lui il fondamento sicuro e definitivo della loro fede, non devono farsi portare fuori strada da dottrine varie e stravaganti basate su prescrizioni alimentari (v. 9) di cibi e bevande varie appartenenti al vecchio regime della Legge (cf. 9,10). L'autore, stabilendo un'antitesi tra i sostantivi «grazia» e «cibi», fa comprendere che le osservanze alimentari del culto antico non giovano alla vita spirituale, per la quale, invece, è efficace l'azione della grazia di Dio comunicata da Cristo che fortifica il cuore del credente. Continuando a usare il linguaggio del culto e argomentando per analogia, il predicatore afferma che la morte di Cristo è il vero sacrificio espiatorio che libera gli uomini dal peccato e dona loro la salvezza eterna (cf. Eb 5,9). Gesù ha preceduto i credenti come «precursore» (6,20) sulla «via nuova e vivente» da lui inaugurata (10,20); omessi, per amore del nome di Cristo, devono andare «verso di lui, fuori dell'accampamento» (v. 13), non restando chiusi nel mondo giudaico o pagano, ma liberandosi dalle prescrizioni della legge mosaica e dalle sicurezze delle loro posizioni sociali, affrontando tutto il disprezzo e le persecuzioni della società in cui vivono. I cristiani sono chiamati a offrire, per la mediazione di Gesù (v. 15), un sacrificio di lode a Dio e di servizio ai fratelli. È il sacrificio di lode e ringraziamento che offrono in comunione tra loro (cf. «offriamo», al plurale) a Dio nei fratelli e nei fratelli a Dio, per mezzo dell'unica mediazione di Cristo sommo sacerdote (cf. 2, 17). È un sacrificio di lode «frutto di labbra che confessano il suo nome» (cf. Os 14,3) che si eleva a Dio continuamente e in ogni circostanza (cf. Ef 5,20; 1Ts 5,18), cioè nel contesto della celebrazione eucaristica, ma anche della vita quotidiana con la beneficenza e la condivisione di beni verso i più bisognosi. In questi «sacrifici» (v. 16) di amore a Dio e ai fratelli consiste il vero culto cristiano nel quale il Signore «si compiace» (cf. Sir 35,2). Concludendo la sua esortazione, il predicatore si rivolge ai membri della comunità e con due imperativi (v. 17) chiede loro l'obbedienza e la docilità ai capi attuali. Essi sono affidabili, in quanto fedeli agli insegnamenti ricevuti dai responsabili che li hanno preceduti (cf. v. 7). Osservando la loro parola la comunità sarà stabile e perseverante nella professione di fede e nell'amore fraterno. Le guide nel loro ministero vegliano sulle persone loro affidate, privandosi anche del sonno per il bene delle loro anime. Di questa responsabilità pastorale così grave i capi dovranno rendere conto a Dio (cf. Le 16,2) al momento del giudizio finale. Rivolgendosi ai suoi uditori con un ultimo imperativo, il predicatore chiede di pregare (v. 18; cf. Rm 15,30-32; Ef 6,18-20) per sé e per gli altri predicatori che passavano tra le varie comunità al fine di rafforzarne la fede.

Augurio finale e inno di lode Con una formula liturgica di lode a Gesù Cristo, il predicatore riassume l'intera dottrina del suo discorso e ne ricorda le esortazioni, per poi terminare con una dossologia. L'alleanza che era stata promessa (Ger 38,31- 34 LXX [TM 31 ,31-34]; Ez 37,26) ora è divenuta realtà salvifica piena e definitiva in virtù del sangue di Cristo, che per sempre ha aperto la via verso Dio e ha stabilito la vera comunione con lui entrando nel «santuario» (9,12) vero nei cieli, per mezzo della «tenda più grande e più perfetta» (9,11) del suo corpo risorto e glorificato. La morte sacrificale, con cui Cristo ha inaugurato la nuova ed eterna alleanza annunziata dai profeti, è la causa per la quale Dio lo ha fatto risalire dai morti e lo ha reso mediatore di una comunione perfetta con lui e tra gli uomini. Dopo aver ricordato l'opera salvifica, il predicatore augura a sé e ai suoi uditori che Dio li renda adatti a ogni bene, perché possano compiere la sua volontà. Il predicatore conclude l'augurio con un'acclamazione: la formula dossologica, «al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen», può essere riferita sia a Cristo, il nome più vicino, sia a Dio, come sembra più esatto grammaticalmente, riprendendo attraverso il relativo il soggetto principale. Qui, come nel prologo (1,1-4), si rivela la prospettiva teologale dell'intero discorso, che vede Dio all'origine della storia della salvezza e Gesù come l'unico mediatore.

Biglietto di accompagnamento L'autore di questo biglietto fa un appello accorato e fraterno ai «fratelli», perché diano una buona accoglienza allo scritto e si dispongano con pazienza a un ascolto attento: perché gli argomenti contenuti sono molti e le dottrine esposte necessitano di un sforzo di comprensione (cf. 5,11). Si tratta, infatti, di esortazioni che invitano i credenti a rimanere saldi negli insegnamenti ricevuti sulla loro confessione di fede (cf. 4, 14) e professione della speranza (cf. 10, 23). Tuttavia, con una formula retorica («in fondo, vi ho scritto poche cose», v. 22) cerca di giustificare l'imbarazzo di fronte alla lunghezza di uno scritto, nel quale non ha poi potuto dire tutto (cf. 9,5 e 11,32), e li invita ad accoglierlo, rassicurandoli che ha fatto di tutto per essere breve.

Il saluto-finale è rivolto all'intera la comunità, costituita sia dai «capi» (cf. 13,7.17) sia da tutti gli altri cristiani, comunemente chiamati «i santi».L'autore del biglietto augura che «la grazia» di Dio sia con tutti i cristiani destinatari dello scritto. È l'augurio che Dio, magnanimo e benevolo, resti sempre in loro e con loro, per proteggerli e assisterli.


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Perseverare nella fede imitando la pazienza di Gesù 1Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, 2tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. 3Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

La sofferenza come «correzione» divina per partecipare della santità di Dio 4Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato 5e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; 6perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. 7È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? 8Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! 9Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? 10Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. 11Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. 12Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche 13e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

Perseguire la santificazione 14Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore; 15vigilate perché nessuno si privi della grazia di Dio. Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati. 16Non vi sia nessun fornicatore, o profanatore, come Esaù che, in cambio di una sola pietanza, vendette la sua primogenitura. 17E voi ben sapete che in seguito, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto: non trovò, infatti, spazio per un cambiamento, sebbene glielo richiedesse con lacrime. 18Voi infatti non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, 19né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. 20Non potevano infatti sopportare quest’ordine: Se anche una bestia toccherà il monte, sarà lapidata. 21Lo spettacolo, in realtà, era così terrificante che Mosè disse: Ho paura e tremo. 22Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa 23e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, 24a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele. 25Perciò guardatevi bene dal rifiutare Colui che parla, perché, se quelli non trovarono scampo per aver rifiutato colui che proferiva oracoli sulla terra, a maggior ragione non troveremo scampo noi, se volteremo le spalle a Colui che parla dai cieli. 26La sua voce un giorno scosse la terra; adesso invece ha fatto questa promessa: Ancora una volta io scuoterò non solo la terra, ma anche il cielo. 27Quando dice ancora una volta, vuole indicare che le cose scosse, in quanto create, sono destinate a passare, mentre rimarranno intatte quelle che non subiscono scosse. 28Perciò noi, che possediamo un regno incrollabile, conserviamo questa grazia, mediante la quale rendiamo culto in maniera gradita a Dio con riverenza e timore; 29perché il nostro Dio è un fuoco divorante.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Perseverare nella fede imitando la pazienza di Gesù Il predicatore, dopo aver celebrato la memoria dei giusti dell'antichità, esorta i suoi uditori (si noti l'enfasi data dall'iniziale «anche noi», in contrasto con «eppure, tutti costoro» di 11,39) a correre con perseveranza nella vita cristiana, offrendo come esempio da imitare Gesù, il quale si è assiso alla destra di Dio dopo aver sopportato la croce. Egli insiste sulla necessità della pazienza al fine di non scoraggiarsi. I cristiani sono esortati a contemplare Gesù, «l'autore e perfezionatore della fede», nel senso che egli è colui che dà origine alla loro fede e la porta a compimento. Gesù non è un semplice credente, venuto a prendere posto nella lunga fila degli eroi della fede dell'Antico Testamento: egli è stato l'iniziatore della fede, perché la comunicò con la sua parola, la suscitò e la impresse nei cuori dei credenti, comunicando la capacità d'imitare la sua sopportazione. L'uso del nome umano di Gesù rivolge l'attenzione degli uditori alla sua persona storica di carne e sangue (non a un eroe mitico) che ha sostenuto l'evento doloroso, umiliante e vergognoso della croce. In Gesù, quindi, non ci fu l'esercizio della fede, di cui invece egli è l'autore e il perfezionatore nei credenti. Gesù ha rinunziato alla gioia e si è sottoposto alla croce, rimanendo in perfetta comunione con il Padre (cf. 5,8), i cristiani sono chiamati ad accogliere la via della sofferenza, per acquistare per mezzo di essa la vera gioia, essere uniti a Dio e partecipare alla sua santità.

La sofferenza come «correzione» divina per partecipare della santità di Dio Quello dei cristiani è un combattimento spirituale contro il peccato e deve arrivare fino al dono della vita («fino al sangue»: v. 4), come già è avvenuto per Gesù (cf. 12,2). Provati nella sofferenza e bisognosi di consolazione, essi sono tentati di distogliere la loro attenzione da tutto ciò che può confortarli, e di rinchiudersi nella loro pena, proclamando con amarezza l'assurdità della sofferenza e non dando accoglienza alla speranza. Esiste una consolazione (v. 5) che non devono dimenticare. Invece, i membri della comunità sembrano aver dimenticato – e continuano a non curarsi- della parola di consolazione di Dio a causa della prova e dello scoraggiamento. La parola di Dio non ravviva la sofferenza, ma le dà un senso e la rende meno pesante da portare. Con la sofferenza l'uomo acquista la maturità e al tempo stesso è posto in relazione con Dio per una fedele e obbediente figliolanza. Si tratta di non disprezzare la disciplina del Signore e non rigettarla, diventando duri e cinici; si deve, invece, essere aperti all'azione divina per riconoscere dietro le prove e le tribolazioni Dio che fa crescere il credente e ne purifica le fede. Dinanzi all'oppressione della sofferenza, una tristezza deprimente invade l'anima e la paralizza; il pensiero della sofferenza ingiusta provoca lo scoraggiamento prima ancora della rivolta. Per questo il predicatore aggiunge: «non ti scoraggiare quando sei ripreso da Lui» (v. 5). Dinanzi alla sofferenza i cristiani di Ebrei dovranno piuttosto riconoscere nella prova una correzione salutare e un interesse affettuoso di Dio in vista della maturità dei suoi figli. Stabilendo una relazione tra il tema della correzione e quello della sopportazione delle prove già precedentemente incontrato (vv. 1-3), il predicatore spiega che le prove che essi stanno sostenendo sono ordinate alla loro formazione morale e spirituale secondo il progetto educativo di Dio. La ragion d'essere della formazione dolorosa da parte di Dio sta nel fatto che il cristiano è figlio di Dio; Dio si comporta con il credente come un Padre; per questo la disciplina si rivela come un distintivo di appartenenza. Quindi, invece di provocare inquietudine e scoraggiamento, la prova deve ravvivare la coscienza della relazione filiale con Dio e della sua patema premura: è il segno della chiamata a essere suoi figli e il mezzo mediante il quale Dio forma e conserva – fino alla perfezione – i cristiani a una fedele e obbediente figliolanza, proprio come Gesù che, Figlio e non bisognoso di correzione, divenne perfetto scegliendo comunque di imparare l'obbedienza dalla sofferenza. Gesù soffrì per solidarietà con gli uomini e non per necessità personale; invece, i cristiani non possono essere figli senza passare per le prove (cf. Rm 8,17; 2Cor 4,1O; Fil 3,10; 1Pt 4,13). Devono crescere nella confidenza e fierezza d'essere cristiani, dal momento che attraverso le prove e le tribolazioni Dio attesta loro che sono figli. Il predicatore stabilisce la necessaria connessione tra figliolanza e correzione e che la ragione della correzione è conveniente, cioè conforme alla formazione impartita dai genitori verso i figli: «Qual è infatti il figlio che il padre non corregge?». La risposta sottintesa è che nessun figlio è esente dalla correzione. La correzione è quindi attestazione di figliolanza e la novità sta nel fatto che viene da Dio, che è Padre. L'educazione divina non avviene secondo l'opinione umana, ma sulla reale utilità dei credenti, perché Dio legge nel cuore degli uomini e conosce infallibilmente ciò che è più utile e vantaggioso, affinché siano partecipi della sua santità. A conclusione di Eb 12,4-11 sul valore educativo della sofferenza nei cristiani, i l predicatore riprende liberamente Is 35,3 per riaffermare il tema della forza d'animo nelle tribolazioni e della fermezza nella sopportazione delle prove: «Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia vacillanti» (v. 12).

Perseguire la santificazione La santificazione non riguarda le separazioni rituali dell'Antico Testamento, ma consiste nell'accogliere l'opera di Cristo, che mediante il suo sacrificio (cf. 9,14), ha santificato i credenti e li ha introdotti nella via nuova e vivente che li conduce nel santuario dei cieli (cf. 9,24). Il predicatore, affinché i suoi uditori conseguano la santificazione, li mette in guardia contro tre pericoli, riguardanti tutti l'infedeltà o apostasia. Innanzitutto, è necessario che vigilino (v. 15), affinché nessuno venga meno nella grazia di Dio e di conseguenza venga escluso (cf. 4,1) dal dono della salvezza ricevuto grazie al sacrificio di Gesù (cf. 4,16; 10,29). Perdere quel dono significa commettere una colpa grave, che mette in una situazione di perdizione. Poi, a proposito di coloro che allontanando i loro cuori dal Signore si asservirono a pratiche idolatriche, esorta a stare attenti a ciò che potrebbe causare la separazione da Dio; è necessario che non nasca all'interno della comunità alcuna «radice amara», cioè di apostasia (cf. 10,29). Il terzo invito alla vigilanza è che non ci sia tra i credenti alcun «impudico» (v. 16), come coloro che – secondo il linguaggio dei profeti – si prostituivano agli idoli (cf. Ger 2,20; Ez 16,15-19; Os 1,2): è una messa in guardia contro l'infedeltà. Mediante l'adesione a Cristo nella fede e in virtù del battesimo, i credenti sono entrati in relazione con la Gerusalemme celeste, città dove Dio è la fonte della vita. In questa città celeste essi partecipano all'intensa vita spirituale delle migliaia di angeli in adunanza festosa (cf. Is 35,10) e, grazie alla loro nascita nel battesimo e alloro essere partecipi di Cristo stesso (cf.3,14), condividono gli stessi privilegi della sua primogenitura.

La grazia di Dio ricevuta mediante l'effusione del sangue di Cristo è eccezionale e un dono così grande richiede una responsabilità altrettanto straordinaria (cf. 1Pt 1,18-19). In questo modo l'autore prepara l'esortazione successiva.

Dinanzi a un regno incrollabile, che già ora ricevono nella fede, i cristiani sono esortati al dovere della gratitudine (v. 28; cf. 1Tm 1,12; 2Tm 1,3) mediante la quale possono rendere un culto davvero gradito a Dio. Infine, nella tensione escatologica della loro vita, i cristiani dovranno rapportarsi a Dio con profondo rispetto e timore (cf. Eb 5,7). Dio, infatti, è un fuoco che divora e che giudicherà severamente i ribelli, che peccano volontariamente dopo aver conosciuto la verità (cf. 10,26-27).


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Definizione di fede e gli esempi di Abele, Enoc e Noè 1La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. 2Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. 3Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile. 4Per fede, Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, avendo Dio attestato di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora. 5Per fede, Enoc fu portato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Infatti, prima di essere portato altrove, egli fu dichiarato persona gradita a Dio. 6Senza la fede è impossibile essergli graditi; chi infatti si avvicina a Dio, deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano. 7Per fede, Noè, avvertito di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un’arca per la salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e ricevette in eredità la giustizia secondo la fede.

La fede di Abramo e dei patriarchi 8Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. 9Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. 11Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. 12Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. 13Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. 14Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. 15Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; 16ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città. 17Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, 18del quale era stato detto: Mediante Isacco avrai una tua discendenza. 19Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo. 20Per fede, Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche in vista di beni futuri. 21Per fede, Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi sull’estremità del bastone. 22Per fede, Giuseppe, alla fine della vita, si ricordò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.

La fede di Mosè 23Per fede, Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re. 24Per fede, Mosè, divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, 25preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere momentaneamente del peccato. 26Egli stimava ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto l’essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso sulla ricompensa. 27Per fede, egli lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; infatti rimase saldo, come se vedesse l’invisibile. 28Per fede, egli celebrò la Pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché colui che sterminava i primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti. 29Per fede, essi passarono il Mar Rosso come fosse terra asciutta. Quando gli Egiziani tentarono di farlo, vi furono inghiottiti. 30Per fede, caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni. 31Per fede, Raab, la prostituta, non perì con gli increduli, perché aveva accolto con benevolenza gli esploratori.

Le vittorie e le prove di una fede perseverante 32E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti; 33per fede, essi conquistarono regni, esercitarono la giustizia, ottennero ciò che era stato promesso, chiusero le fauci dei leoni, 34spensero la violenza del fuoco, sfuggirono alla lama della spada, trassero vigore dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. 35Alcune donne riebbero, per risurrezione, i loro morti. Altri, poi, furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. 36Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. 37Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati – 38di loro il mondo non era degno! –, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra. 39Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: 40Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La parola «fede» caratterizza tutta la sezione (ventiquattro occorrenze sulle trentadue totali della lettera), delimitata da un'inclusione tra le parole «fede» (v. 1 e v. 39) e «ricevere testimonianza» (v. 2 e v. 39). A partire da Abele fino al tempo dei Maccabei, attraverso i patriarchi, i giudici e i profeti, il predicatore narra, con tono entusiasta, il valore grande della loro fede provata in svariati modi. Sulla scia di Sir 44-50, che tesse la lode di uomini famosi, o di Sap 1O, che celebra la Sapienza, in questa sezione Eb 11,1-40 ricorre al genere letterario dell'encomio. Offrendo uno splendido affresco di ciò che la fede aveva realizzato in quei credenti, l'autore di Ebrei dà un'immagine positiva dell'Antico Testamento. La parola «Cristo» (11,26) è posta al centro del discorso e costituisce il fondamento del cammino di fede dei credenti, dai patriarchi ai cristiani in crisi a cui si rivolge l'autore. Gesù con la sua morte e risurrezione realizza la parabola profetica di Isacco (v. 19), offre la garanzia di una «migliore risurrezione)) (v. 35) e compie l'attesa dei padri (v. 40).

Definizione di fede e gli esempi di Abele, Enoc e Noè Per esortare i suoi uditori a una fede perseverante e coraggiosa in mezzo alle prime prove e tribolazioni del loro essere cristiani, il predicatore presenta degli esempi di fede eroica di antichi personaggi biblici. Innanzitutto, dà una definizione programmatica di fede, in termini non astratti. Per attestare la necessità della fede – al fine di essere graditi da Dio e ricevere in ultimo la sua ricompensa (cf. v. 6) – il predicatore offre tre esempi di questa virtù in Abele, Enoc e Noè. I tre esempi sono letti alla luce delle tre fasi della mediazione sacerdotale di Cristo: quella ascendente (8,1-9,28), quella centrale (7,1-28) e, infine, quella discendente (10,1-18). Il sacrificio di Abele corrisponde alla fase ascendente, la traslazione di Enoc in cielo alla fase centrale e la vicenda di Noè a quella discendente di conseguimento delle grazie per la salvezza della sua famiglia.

La fede di Abramo e dei patriarchi Abramo è il padre della fede, perché «credette al Signore, che glielo accreditò a giustizia» (Gen 15,6; cf. Rm 4 e Gal 3,6-18). La sua storia si articola in tre momenti: la partenza (vv. 8-10), l'attesa (vv. 11-12) e la prova (vv. 17-19). Coeredi della promessa di Abramo (cf. v. 9) sono anche Isacco e Giacobbe che per fede estesero nei figli la benedizione ricevuta da Dio. Isacco benedisse sia Giacobbe (cf. Gen 27,27-29) che Esaù (Gen 27,39-40) sulle cose sperate e invisibili (cf. 11,1) che avrebbero riguardato il loro futuro posto tutto nelle mani di Dio, causa e origine della salvezza. Per fede Giacobbe, mentre stava morendo, benedisse Efraim e Manasse, i figli di Giuseppe (cf. Gen 48,8-20), affinché ereditassero le promesse e, appoggiandosi sull'estremità del suo bastone, si prostrò dinanzi a Dio e lo adorò. Infine, Giuseppe si ricordò che Dio avrebbe guidato il suo popolo fuori dall'Egitto e diede disposizione sulla sepoltura delle proprie ossa, affinché, arrivati nella terra promessa, trasferissero lì le sue spoglie. Come Abramo, Isacco e Giacobbe, anche Giuseppe vide quindi da lontano i beni promessi (v. 13) e morì con il desiderio di entrare nel riposo definitivo di Dio (cf. 4,1).

La fede di Mosè Mediante la figura di Mosè il predicatore mostra in filigrana il mistero di Cristo, il cui nome viene posto al centro in questo capitolo 11. Tutta la vita di Mosè è presentata come permeata dalla fede. Parlando di Mosè, l'autore presenta una persona che intuisce la modalità della salvezza del popolo di Dio che sarebbe stata realizzata dal Messia mediante la condivisione – anche umiliante – della condizione umana. Per leggere la vicenda di Mosè in parallelo con quella di Cristo, l'autore si discosta dal testo dell'Esodo. La scelta di Mosè di fondare la sua vita nella fede, guardando ai beni salvifici definitivi e facendo esperienza di Dio che non è visibile, riprende le affermazioni di 11,1 sulla fede come fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Il predicatore presenta poi l'episodio della caduta di Gerico e della salvezza di Raab, la prostituta, e della sua famiglia. Per fede Giosuè obbedì al comando di Dio di accerchiare le mura di Gerico e marciare intorno a esse per sette giorni. Così «caddero su se stesse le mura della città» (Gs 6,20) e «gli increduli» (v. 31) furono votati allo sterminio (cf. Gs 6,21). Invece, Raab, per la sua fede, fu salva e non morì. Ella aveva creduto in Dio, che aveva fatto uscire Israele dall'Egitto per introdurlo nella terra di Canaan (cf. Gs 2,9-11) e in base a questa fede accolse e nascose gli esploratori che Giosuè aveva inviato per perlustrare Gerico (cf. Gs 6,17.25).

Le vittorie e le prove di una fede perseverante Nella sezione finale del suo discorso il predicatore conclude con la presentazione delle figure dei giudici, dei re, dei profeti e, infine, dei martiri maccabei che soffrirono ogni tipo di tribolazione. La rassegna dei personaggi biblici è rapida e sintetica e procede con un ritmo incalzante, che diventa concitato nella presentazione delle molteplici situazioni drammatiche. Dapprima presenta un quadro di personaggi che nella loro fede furono trionfanti (cf. vv. 32-35a); poi offre una rassegna di credenti che sopportarono sofferenze di vario genere fino al martirio, ma che sono tutti accomunati dalla perseveranza nella professione di fede nell'unico Dio di Israele (cf. vv. 35b-38). Dovendo pervenire alla conclusione, il predicatore, richiama l'attenzione dei suoi uditori (v. 32): ha già fatto una lunga rassegna di credenti – da Abele fino a Mosè – e si è reso conto che non gli basterebbe il tempo per continuare dettagliatamente la presentazione di altri eroi della fede. Nell'entusiasmo nomina – secondo tre coppie di nomi – sei personaggi biblici, non però in ordine cronologico, ma di importanza: Gedeone (Gdc 5-6) e Barak: (Gdc 4-5), Sansone (Gdc 13-16) e Iefte (Gdc 11-12) e, infine, David (1Sam 16,11-1Re 2,10) e Samuele (1Sam 1-16). L'effetto che ne consegue è quello di compendio e accumulo, che giustifica l'impossibilità di continuare ad andare avanti, ma al tempo stesso quello di impressionare l'uditorio. A questo elenco di nomi aggiunge la menzione dei profeti, comprendente i cosiddetti profeti anteriori e posteriori, dal periodo dei Giudici a quello di Daniele. Di tutti questi eroi della fede il mondo – nella sua dimensione di peccato – non era degno. Tuttavia nessuno fra questi testimoni, che sopportarono con coraggio prove e tribolazioni di ogni genere, ottenne la realizzazione della promessa di entrare nel riposo di Dio. Dovevano infatti attendere che Cristo, come «precursore» (Eb 6,20), tracciasse attraverso il suo mistero pasquale il cammino per l'ingresso nella gloria di Dio. Con l'umanità resa perfetta dal suo sacrificio, Cristo è divenuto la «via nuova e vivente» (10,20), che ha dato anche ai credenti dell'Antico Testamento «qualcosa di meglio» (v. 40), cioè la piena libertà di entrare nel «santuario» (10,19) dei cieli. Dio, infatti, aveva predisposto nel suo progetto di salvezza che essi giungessero a tale perfezione «in questi tempi che sono gli ultimi» (1,2), insieme ai cristiani che erano già divenuti partecipi di Cristo (cf. 3, 14) e delle realtà del mondo futuro (cf. 6,5).


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L'inefficacia dei sacrifici antichi 1La Legge infatti, poiché possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici – sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno – coloro che si accostano a Dio. 2Altrimenti, non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che gli offerenti, purificati una volta per tutte, non avrebbero più alcuna coscienza dei peccati? 3Invece in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati.

L'offerta del corpo di Cristo per la santificazione dei credenti 4È impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. 5Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. 6 Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. 7Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà». 8Dopo aver detto: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la Legge, 9soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. 10Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

I sacrifici ripetitivi dei sommi sacerdoti e l'unico sacrificio di Cristo 11Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. 12Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, 13aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. 14Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati.

La nuova alleanza e la fine dei sacrifici antichi 15A noi lo testimonia anche lo Spirito Santo. Infatti, dopo aver detto: 16Questa è l’alleanza che io stipulerò con loro dopo quei giorni, dice il Signore: io porrò le mie leggi nei loro cuori e le imprimerò nella loro mente, dice: 17e non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità. 18Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più offerta per il peccato.

Appello a un generoso impegno di vita di fede, speranza e carità 19Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, 20via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, 21e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, 22accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. 23Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso. 24Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. 25Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore.

Ammonimento a non peccare contro il rischio dell'apostasia 26Infatti, se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, 27ma soltanto una terribile attesa del giudizio e la vampa di un fuoco che dovrà divorare i ribelli. 28Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. 29Di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? 30Conosciamo infatti colui che ha detto: A me la vendetta! Io darò la retribuzione! E ancora: Il Signore giudicherà il suo popolo. 31È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!

Ricordo della fortezza nei patimenti e invito alla fiducia nella ricompensa 32Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, 33ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. 34Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. 35Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa.

Esortazione alla pazienza e alla costanza nella fede 36Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso. 37Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà. 38Il mio giusto per fede vivrà; ma se cede, non porrò in lui il mio amore. 39Noi però non siamo di quelli che cedono, per la propria rovina, ma uomini di fede per la salvezza della nostra anima.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

L'inefficacia dei sacrifici antichi Il predicatore riprende le critiche nei confronti del culto antico che era risultato inefficace per la purificazione delle coscienze dai peccati (cf. 9, 14). Se per Eb 7,19 la Legge non aveva condotto a perfezione il sacerdozio – incapace di mediazione salvifica a favore dei credenti- qui, invece, risulta inefficace in relazione ai sacrifici, cioè ai mezzi usati per rendere perfetto l'uomo e farlo giungere a Dio. La Legge e le sue prescrizioni liturgiche erano impotenti a stabilire una mediazione, perché non trasformavano la coscienza dell'uomo (cf. 9,9) liberandolo dai peccati per sempre. Ora, invece, in virtù dell'efficacia del sacrificio di Cristo, il credente può vivere nella grazia e, non più dominato dal peccato (cf. Rm 6,14), è libero da esso grazie alla legge dello Spirito (cf. Rm 8,2).

L'offerta del corpo di Cristo per la santificazione dei credenti L'inefficacia della mediazione antica viene stigmatizzata dal predicatore con una frase vigorosa e audace: «È impossibile, in effetti, che il sangue di tori e di capri tolga i peccati» (v. 4). Non poteva essere più chiaro e definitivo. Ponendosi nell'alveo della critica rivolta da diverse tradizioni anticotestamentarie a un culto formale e sterile, il predicatore esprime il disgusto di Dio per i sacrifici animali. Tra i testi più significativi sceglie il Sal 39,7-9 LXX (TM 40,7-9), dove vengono elencati quattro tipi di offerte sacrificati e per ben due volte viene espresso il non gradimento di Dio. È l'unica volta che tale salmo viene applicato a Cristo nel Nuovo Testamento. Non si tratta, tuttavia, di un salmo messianico, perché nel v. 13 si fa allusione a colpe commesse dall'orante. Contro un culto incapace di mediazione il salmo propone l'offerta personale da parte dell'orante, che si dispone con tutto se stesso a compiere la volontà di Dio. In questo tipo di offerta l'autore di Ebrei riconosce la disposizione di Gesù al suo ingresso nel mondo (cf. v. 5) e vi prefigura profeticamente il sacrificio della sua passione e morte. Solo la mediazione efficace del sacrificio del corpo di Gesù Cristo, offerto «una volta per sempre» sul calvario, ha superato il vecchio sistema cultuale antico e ha trasformato l'uomo, santificandolo (v. 1O) dal di dentro. Divenuto perfetto (cf. 5,9), Cristo ha comunicato agli uomini la santificazione e, mentre ne ha eliminato i peccati, li ha trasformati interiormente. Si noti come l'autore parli qui di «Gesù Cristo», considerando insieme l'umanità di Gesù e la sua messianicità, secondo una formula che ricorre nella lettera solo altre due volte: 13,8.21.

I sacrifici ripetitivi dei sommi sacerdoti e l'unico sacrificio di Cristo Continuando a trattare il tema dell'efficacia del sacrificio di Cristo, il predicatore non si riferisce più alla liturgia del Kippur officiata dal sommo sacerdote, ma a quella dei sacrifici quotidiani celebrati da «ogni sacerdote» (v. 11). Dal confronto tra il ministero dei sacerdoti, con i loro molteplici e ripetuti sacrifici, e l'unica offerta del sacrificio di Cristo, egli fa emergere un contrasto molto eloquente. Da una parte ci sono i sacerdoti che stanno in piedi per il servizio liturgico quotidiano con i loro sacrifici inefficaci perché incapaci di rimettere i peccati; dall'altra c'è Cristo che, dopo l'unico e definitivo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, «aspettando d'ora in avanti che i suoi nemici siano posti a sgabello dei suoi piedi» (v. 13; cf. 1,13 e Sal 109,1 [TM 11O,1]). Il suo sacrificio di mediazione è stato efficace sia sul versante umano, per aver tolto i peccati degli uomini, sia su quello teologico, perché grazie alla sua obbedienza ha avuto accesso all'intimità di Dio (cf. Eb 4, 10).

La nuova alleanza e la fine dei sacrifici antichi Con la conclusione della nuova alleanza, in virtù del sacrificio di Cristo avvenuto una volta per sempre, non c'è più offerta per il peccato e quindi viene dichiarata la fine dei sacrifici antichi. Guidato dallo Spirito Santo (cf. 9,14), in obbedienza filiale al Padre e in una carità misericordiosa verso gli uomini, Gesù affrontò la sofferenza e la morte con amore; appresa l'obbedienza dalle cose che patì (cf. 5,8), fu reso perfetto e divenne causa di salvezza per tutti gli uomini (cf. 5,9), inaugurando la nuova alleanza con il suo sangue versato sulla croce (cf. 9,12). Per mezzo delle sofferenze (cf. 2,10) Dio lo ha perfezionato e ha inscritto in modo nuovo le sue leggi nel suo cuore. La profonda trasformazione in Gesù della natura umana ha reso l'uomo capace di vivere la propria esistenza in atteggiamento di ascolto e obbedienza della parola di Dio.

Appello a un generoso impegno di vita di fede, speranza e carità Per descrivere la situazione privilegiata in cui si trovano i cristiani dopo la nuova alleanza, il predicatore ritorna all'immagine già incontrata (cf 9,7.11-12.25) della liturgia del Kippur, quando il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, e la applica a Cristo, affermando che egli ha inaugurato la via nuova e vivente attraverso il cielo (v. 20). Grazie alla sua mediazione i cristiani si trovano in una situazione privilegiata di accesso al santuario vero dei cieli, cioè a Dio, attraverso una via per accedervi e un sacerdote per guidarli. L'incontro con Dio richiede però una condizione: avere «i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura» (v. 22). Il riferimento qui è al battesimo già ricevuto, il cui effetto è duplice: interiore, per la purificazione del cuore da ogni cattiva coscienza, ed esteriore, mediante il lavacro del corpo con l'acqua. Il battesimo cristiano è presentato come il mezzo per entrare nella nuova alleanza. Continuando nella sua esortazione i l predicatore le dà poi un taglio teologale. La relazione con Dio e con i fratelli è possibile, ma comporta un impegno di vita di fede, speranza e carità. L'esortazione su queste tre virtù riprende quanto già detto nel corso della lettera a proposito dell'avvertimento contro la mancanza di fede (cf. 3,7-4, 14), dell'invito alla fiducia (cf. 4,14-16) e alla speranza (cf. 6,11), del ricordo dell'amore a Dio e al prossimo mediante il servizio (cf. 6,10). Al tempo stesso, annuncia quanto verrà esposto nel resto della lettera a proposito dell'elogio della fede degli antenati (cf. 11,1-40), dell'esortazione alla perseveranza e resistenza nelle prove (cf. 12,1- 13), dell'incoraggiamento a vivere in pace con tutti (cf. 12,14) nell'amore fraterno (cf. 13,1) e nell'unione con Dio mediante la santificazione (cf. 12,14). La constatazione dell'avvicinarsi del giorno è motivo di incoraggiamento e speranza, come pure di monito, per i credenti che attendono la salvezza.

Ammonimento a non peccare contro il rischio dell'apostasia Il predicatore, con grande abilità retorica, parla alla prima persona plurale e coinvolge se stesso nel discorso al fine di addolcirne la portata; procedendo su un piano ipotetico («Se pecchiamo...», v. 26), e senza riferirsi a qualche particolare peccato grave, ma potendoli includere tutti, dissuade i suoi uditori da eventuali defezioni dalla fede e dagli impegni della vita cristiana (cf. 10,39). Infatti, dopo aver ricevuto la piena «conoscenza» della verità, il consapevole indietreggiare nella fede con il peccato dell'apostasia, significa che coloro che peccano si mettono nell'impossibilità di essere perdonati, perché rifiutano il sangue del sacrificio di Cristo. Per la loro ostinazione non c'è più alcun sacrificio di espiazione per i peccati e, quindi, solo l'attesa di un terribile giudizio a causa del loro rifiuto (cf. v. 27).

Ricordo della fortezza nei patimenti e invito alla fiducia nella ricompensa Dopo l'ammonimento contro il peccato viene ora l'esortazione alla generosità. Nonostante le angustie delle afflizioni sopportate, i destinatari della lettera diedero esempio di profonda coesione, essendo «solidali» con coloro che soffrivano allo stesso modo. Per i cristiani la solidarietà con Cristo «pietra vivente scartata dagli uomini ma scelta da Dio e di valore» (lPt 2,4) provoca disprezzo e umiliazioni: c'è il rischio di vergognarsi di lui (cf. Mc 8,38; Le 9,26), di non mantenere salda la professione di fede e di non permanere nella solidarietà con i fratelli nella fede. Per questo è necessario che non abbandonino la loro fiducia, ma che la mantengano salda, perché procura già ora una grande ricompensa: il riposo di Dio (cf. 4,3), il dono celeste della vocazione cristiana (cf. 3,1) e della salvezza, la partecipazione dello Spirito Santo, la bellezza e l'efficacia salvifica della parola di Dio e dei miracoli (cf. 6,4-5).

Esortazione alla pazienza e alla costanza nella fede L'appello qui è a sostenere con pazienza e fortezza le sofferenze del momento presente, rispetto, invece, a quelle del passato di cui si è parlato in 10,32- 34. Al tempo stesso è l'annuncio dei temi della fede e della perseveranza che saranno sviluppati nella quarta parte della lettera (11,1-12,13). Il predicatore, per passare dal tema della perseveranza a quello della fede, ricorre al testo di Ab 2,3-4 sul giusto che attende con fede costante la venuta del Salvatore. Il messaggio che vuole comunicare è che, nonostante le prove e le sofferenze, il cristiano è chiamato a compiere la volontà di Dio rimanendo saldo nella fede in attesa del Cristo glorioso che deve presto venire (v. 37). Vivere in questo modo significa camminare rettamente e nella fede (v. 38) davanti a Dio per la salvezza dell'anima. Diversamente si indietreggia, si viene meno nella fede (v. 39) e Dio non si compiace di un cammino a ritroso di questo tipo. Infine, con un «noi» enfatico, posto a conclusione della sua esortazione, il predicatore riprende il tono di fiducia con cui si era rivolto ai «fratelli» (cf. 10,19) e, includendosi tra loro, rivolge, con una negazione che rafforza la successiva affermazione, decise parole di fedeltà e di sprone per una vita di fede che non deve andare verso la perdizione, ma verso la salvezza dell'anima, perché solo «chi avrà perseverato sino alla fine, questi si salverà» (Mt 10,22).


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I riti inefficaci del culto antico nel santuario terreno 1Certo, anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno. 2Fu costruita infatti una tenda, la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i pani dell’offerta; essa veniva chiamata il Santo. 3Dietro il secondo velo, poi, c’era la tenda chiamata Santo dei Santi, con 4l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne, che era fiorita, e le tavole dell’alleanza. 5E sopra l’arca stavano i cherubini della gloria, che stendevano la loro ombra sul propiziatorio. Di queste cose non è necessario ora parlare nei particolari. 6Disposte in tal modo le cose, nella prima tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrare il culto; 7nella seconda invece entra solamente il sommo sacerdote, una volta all’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per quanto commesso dal popolo per ignoranza. 8Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era stata ancora manifestata la via del santuario, finché restava la prima tenda. 9Essa infatti è figura del tempo presente e secondo essa vengono offerti doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, colui che offre: 10si tratta soltanto di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni carnali, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate.

Il sacrificio di Cristo, oblazione efficace e perfetta 11Cristo, invece, è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. 12Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. 13Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, 14quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?

La nuova alleanza fondata sul sangue di Cristo 15Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa. 16Ora, dove c’è un testamento, è necessario che la morte del testatore sia dichiarata, 17perché un testamento ha valore solo dopo la morte e rimane senza effetto finché il testatore vive. 18Per questo neanche la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. 19Infatti, dopo che tutti i comandamenti furono promulgati a tutto il popolo da Mosè, secondo la Legge, questi, preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issòpo, asperse il libro stesso e tutto il popolo, 20dicendo: Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi. 21Alla stessa maniera con il sangue asperse anche la tenda e tutti gli arredi del culto. 22Secondo la Legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non esiste perdono. 23Era dunque necessario che le cose raffiguranti le realtà celesti fossero purificate con tali mezzi; ma le stesse realtà celesti, poi, dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi.

Il livello celeste del culto di Cristo 24Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. 25E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: 26in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. 27E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, 28così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

I riti inefficaci del culto antico nel santuario terreno La «prima» alleanza (cf. 8,7-13), poiché non era capace di perfezionare nella coscienza colui che offriva il sacrificio, si era rivelata imperfetta e bisognosa di essere sostituita. Da un punto di vista funzionale essa aveva tutto ciò che era necessario per essere attuata, e cioè norme di culto e un luogo santo che dovevano permettere l'incontro con Dio. Tuttavia, il culto e il santuario erano confinati a livello solo terreno (v. 1; cf. 8,3-5), livello non certo adeguato per quello che doveva essere il luogo dell'incontro con il Signore delle altezze e in contrasto con la dimensione spirituale e celeste del sacrificio di Cristo. Una volta presentati gli arredi del Santuario, il predicatore inizia a descrivere i riti che avvenivano nella prima tenda e poi nella seconda. Egli insiste quindi sul carattere di separazione tra le due parti del santuario. Concisamente dice che nella prima parte della tenda erano molti i sacerdoti che officiavano; essi entravano continuamente nel tempio e compievano una varietà di riti (alimentare le lampade, offrire l'incenso, rinnovare i pani ecc.). Invece, per il Santo dei Santi, ciò che afferma con precisione è l'unicità del luogo, del celebrante, del tempo liturgico e del rito: l'accesso era riservato solo al sommo sacerdote (cf. Lv 16,17), una sola volta all'anno, nel giorno dell'Espiazione, aspergendo il sangue delle vittime animali sul propiziatorio veniva ristabilita la comunione di vita tra Dio e l'uomo interrotta a causa del peccato. Questo era il rito culmine di tutte le celebrazioni dell'apparato liturgico e sacrificale dell'Antico Testamento. Ma proprio su questo atto di culto il giudizio è negativo. Il predicatore contesta dapprima il valore del santuario (cf. v. 8) e poi quello dei riti (cf. vv. 9-10). La «prima tenda», cioè là prima parte del santuario, doveva essere via per l'incontro con Dio, ma di fatto non conduceva a lui, perché costituiva solo una realtà terrena e immanente che non portava all'«Altissimo» (7,1) che abita nei cieli (cf. 1,3), ma in un altro luogo (il «Santo dei Santi») costruito anch'esso dalle mani dell'uomo (cf. At 7,48). Perciò nella liturgia annuale della purificazione il sommo sacerdote, e quindi anche il popolo, non si avvicinava realmente a Dio, la mediazione non si stabiliva, il sistema di separazioni si rivelava inefficace e si giungeva solo a un vicolo cieco. Questa situazione non doveva durare per sempre: sussistendo le restrizioni del culto antico, lo Spirito Santo non aveva ancora manifestato «la via» (v. 8) per accedere definitivamente a Dio (cf. Ef 3,5). In seguito la via sarebbe stata completamente svelata in Cristo, che entrato come precursore per i credenti al di là del velo (cf. Eb 6, 19-20) lo avrebbe squarciato da cima a fondo (cf. Mt 27,51; Mc 15,38; Lc 23,45). Cristo, dunque, trasformato dal suo sacrificio, è divenuto «la via» per i credenti per arrivare a Dio. Dopo la critica al valore del santuario, il predicatore passa a contestare la complessa articolazione dei riti mosaici (cf vv. 9-10): essi erano solo una «figura» rappresentativa «per il tempo presente», cioè per quel tempo in cui i credenti, non conoscendo Cristo, vivevano ancora secondo quelle prescrizioni umane (cf 7,16; 9,1). Il culto antico era quindi provvisorio. Cristo risorto, invece, «ministro del santuario e della vera tenda» (cf 8,2), inaugurando il mondo futuro (cf 2,5; 6,5; 9,11; 10,1), ha sostituito la «figura» con la realtà della sua opera di salvezza (cf 5,9; 10,1). L'incontro con Dio, a cui l'uomo era chiamato (cf. v. 8), doveva dunque cominciare da una trasformazione interiore (cf. v. 9). Perciò era necessario cambiare i riti antichi e passare da una osservanza di norme esteriore a una religione del cuore tanto invocata dai profeti. Evocando così un tempo di cambiamento, il predicatore prepara i suoi uditori a contemplare l'opera di Cristo, la sua oblazione sacerdotale e la nuova alleanza fondata nel suo sangue (cf. 9,11-28).

Il sacrificio di Cristo, oblazione efficace e perfetta La pericope è composta da due frasi che costituiscono il centro di tutta la lettera agli Ebrei:

  1. la prima (vv. 11-12) sintetizza magnificamente tutto il mistero pasquale di Cristo secondo le tre fasi dell'atto di mediazione sacerdotale: quella ascendente, con gli strumenti della «tenda» e del «sangue» per entrare nel santuario, quella centrale con l'entrata nel santuario dell'intimità di Dio e quella discendente con la redenzione eterna ottenuta per i credenti;
  2. la seconda (vv. 13-14) comincia con allusioni al culto dell'Antico Testamento e procede con un ragionamento in riferimento a quanto detto in 9,9-1O sui cibi, sulle bevande e sulle abluzioni varie incapaci di perfezionare la coscienza, specificando che l'offerta di Cristo non è stata una serie di «prescrizioni carnali», ma un atto compiuto sotto l'impulso dello «Spirito eterno» ed efficace a livello della coscienza, così da rendere a Dio un vero culto.

Da quanto detto si comprende come il mistero pasquale di Cristo è presentato secondo un linguaggio cultuale. Cristo ha fondato la nuova alleanza, ha aperto la via verso Dio e ha stabilito la vera comunione con lui entrando nel «santuario» (v. 12) vero nei cieli, per mezzo della «tenda più grande e più perfetta» (v. 11) del suo corpo risorto e glorificato. Questa tenda sostituisce la prima, quella costruita da Mosè, fatta da mani d'uomo e che introduceva nel santuario terreno, anch'esso creazione umana. Questa nuova tenda non è opera di mani d'uomo, né è di questa creazione, ma opera di Dio, realizzata nella passione, morte e risurrezione di Gesù. È la «Vera tenda» (8,2) che ha introdotto i credenti nel santuario della santità di Dio, la «Via» (9,8) che fino al mistero pasquale non era ancora stata manifestata, il nuovo tempio «non fatto da mani d'uomo» (Mc 14,58), dove finalmente Dio e gli uomini si incontrano (cf. Gv 2,21), la nuova creazione nella quale tutti i credenti sono chiamati a inserirsi per essere anch'essi «nuova creazione» (Mt 19,28). L'accoglienza di tutti (e non solo dei sacerdoti e del sommo sacerdote) rende questa tenda «più grande» (v. 11): tutti formano la «sua casa» (3,6) e tutti, in qualità di popolo sacerdotale (cf. 2Pt 2,9), sono introdotti nell'intimità di Dio (cf. Eb 4,3; 7,19.25). La trasformazione poi di Cristo «reso perfetto» (5,9) nella docilità filiale al Padre, nella preghiera e nella sofferenza (cf. 5,7-9), qualifica la tenda del suo corpo glorioso come «più perfetta».

L'altro mezzo usato da Cristo per entrare nel santuario divino è stato il sangue. Come il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, dapprima con il sangue del giovenco per espiare le colpe dei sacerdoti (cf. Lv 16,11) e, in un secondo momento, con il sangue del capro per espiare le colpe del popolo (cf. Lv 16,15), così Gesù, per mezzo del proprio sangue, non mediante il sangue di capri e vitelli, è entrato una volta per sempre nel santuario dei cieli là dove risiede Dio (cf. v. 12), procurando così una redenzione eterna all'uomo. Nella liturgia del giorno dell'espiazione, lo Yom Kippur, il sangue delle vittime immolate veniva asperso sul propiziatorio e davanti ad esso (cf. Lv 16,11-16) dal sommo sacerdote. Gesù sostituisce questo rito con una nuova liturgia (cf. Eb 8,6), quella del dono della propria vita sulla croce. Mediante l'obbedienza perfetta a Dio e la misericordia solidale con gli uomini, ha trasformato la sua morte in sacrificio e ha ottenuto una redenzione che ha introdotto l'uomo nell'eternità. In questo nuovo genere di sacrificio, nel quale il sacerdote e la vittima sacrificate sono coincisi, Gesù ha effuso il proprio sangue sulla croce, espiando i peccati del popolo (cf. 2, 17) e riconciliando l'umanità con Dio. Il corpo di Cristo, sul quale è stato asperso il sangue, è il nuovo propiziatorio (cf. Rm 3,25), dove è presente Dio e al tempo stesso l'umanità da riconciliare. Gesù subì una morte ingiusta e violenta, ma la trasformò con il suo amore in offerta, facendone un sacrificio, cioè un'opera sacra impregnata della santità di Dio; non offrì qualcosa di esterno a sé, ma la sua vita stessa, in atteggiamento di perfetta obbedienza al Padre e di misericordia solidale con gli uomini. Nell'offerta di sé, novità questa inaudita per il culto israelitico, Gesù si presentò quale vittima perfetta, immacolata, senza alcuna colpa morale o complicità con il male (cf. 4, 15; 7,26; ma anche 1Pt 1,19; 2,22). L'espressione «con Spirito eterno offri se stesso» è unica in tutta la Bibbia. Lo «Spirito eterno» non è una disposizione interiore di Gesù né la sua natura divina, ma lo Spirito Santo, qualificato qui come «eterno» in stretto parallelismo con l'altra realtà definita come «eterna»: la redenzione ottenuta da Gesù (cf. 9,12). Ciò che l'autore dice è che Gesù affrontò la passione nella potenza dello Spirito Santo; questo dato è assente sia nei vangeli che in Paolo, i quali parlano dell'azione dello Spirito Santo rispettivamente solo in riferimento al ministero di Gesù e alla sua risurrezione. Lo Spirito diede a Gesù la forza necessaria per elevarsi fino a Dio e fu la causa efficiente (cf. l'uso di «per mezzo», greco dia al v. 12) per cui effuse il suo sangue. Lo «Spirito eterno» prese il posto che nei sacrifici dell'Antico Testamento aveva il «fuoco di YHWH», il «fuoco venuto dal cielo» che esprimeva l'intervento di Dio che bruciava sull'altare gli olocausti e li elevava fino a sé (cf. Lv 9,24; 1Re 18,38; 2Cr 7,1; 2Mac 2,10); aveva la caratteristica di essere un «fuoco continuo» (1Esdra 6,23) che bruciava sull'altare del tempio di Gerusalemme e che mai doveva essere spento. Per l'evento della passione e morte di Gesù il fuoco di Dio non fu un fulmine, ma lo Spirito Santo, vero fuoco eterno che trasformò la sua offerta esistenziale in sacrificio. Aperto e animato dall'azione interiore dello Spirito Santo, Gesù offrì la sua vita (cf. Eb 5,7-8) secondo le due dimensioni dell'amore (quello a Dio e quello al prossimo) nella totale obbedienza al Padre e nella completa solidarietà con gli uomini, trasformando la propria morte di condannato in offerta a Dio per la salvezza di tutti gli uomini. A differenza dei sacrifici antichi, «prescrizioni carnali» (9, 10), quella di Gesù fu un'offerta non esteriore, ma personale e spirituale, cioè compiuta nello Spirito Santo. Questa dimensione spirituale della sua oblazione ha assicurato al sangue di Cristo l'efficacia di agire sulle coscienze dei credenti, purificandole dai peccati e stabilendo una comunicazione autentica di adorazione e servizio (v. 14) al Dio vivente. Tutta l'opera salvifica di Gesù di trasformazione delle coscienze e purificazione dai peccati ha quindi la finalità di condurre il credente alla conoscenza e all'amore a Dio. Si compie così la profezia di Geremia che annunciava un cambiamento interiore dell'uomo per la nuova e definitiva alleanza con Dio.

La nuova alleanza fondata sul sangue di Cristo Con la sua offerta sacrificate Gesù ha compiuto la purificazione dei peccati (cf. 1,3) e ha anche inaugurato la nuova alleanza: ogni «alleanza» (v. 15), infatti, richiede una morte espiatrice, perché nessun «testamento» (v. 16) è effettivo finché il testatore non muore. Il sacrificio redentore di Cristo ha un effetto retroattivo sui credenti dell'antica alleanza.

Il livello celeste del culto di Cristo Nel compimento dei tempi Cristo si è manifestato nel mondo e si è offerto per prendere su di sé e togliere i peccati di molti (cf. v. 28 e Gv 1,29), mediante il sacrificio di se stesso, evento questo irripetibile, come irripetibile è la morte di ogni uomo, dopo la quale viene il giudizio. Cristo è ora il Risorto dai morti che non muore più (cf. Rm 6,9) e, alla fine dei secoli, apparirà una seconda volta nel mondo senza alcuna relazione con il peccato, cioè con un'umanità glorificata e non più rivestita della debolezza di chi si era fatto carico delle conseguenze disastrose dei peccati degli uomini; non deve più vivere e morire per espiare, ma può rendere partecipi della sua gloria coloro che nella speranza lo attendono per la salvezza (cf. v. 28).


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Introduzione 1Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della Maestà nei cieli, 2ministro del santuario e della vera tenda, che il Signore, e non un uomo, ha costruito.

Il livello terreno del culto antico 3Ogni sommo sacerdote, infatti, viene costituito per offrire doni e sacrifici: di qui la necessità che anche Gesù abbia qualcosa da offrire. 4Se egli fosse sulla terra, non sarebbe neppure sacerdote, poiché vi sono quelli che offrono i doni secondo la Legge. 5Questi offrono un culto che è immagine e ombra delle realtà celesti, secondo quanto fu dichiarato da Dio a Mosè, quando stava per costruire la tenda: «Guarda – disse – di fare ogni cosa secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte. 6Ora invece egli ha avuto un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l’alleanza di cui è mediatore, perché è fondata su migliori promesse.

L'antica alleanza prossima alla sparizione 7Se la prima alleanza infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra. 8Dio infatti, biasimando il suo popolo, dice: Ecco: vengono giorni, dice il Signore, quando io concluderò un’alleanza nuova con la casa d’Israele e con la casa di Giuda. 9Non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri, nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto; poiché essi non rimasero fedeli alla mia alleanza, anch’io non ebbi più cura di loro, dice il Signore. 10E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. 11Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino, né alcuno il proprio fratello, dicendo: «Conosci il Signore!». Tutti infatti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro. 12Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati. 13Dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima: ma, ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a scomparire.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Questa è la seconda sezione dell'esposizione centrale (5,11-10,39) sui tratti specifici di Cristo, perfetto sommo sacerdote, e riguardante la fase ascendente della sua mediazione.

Dopo i primi due versetti introduttivi – che definiscono Cristo sommo sacerdote e contengono a mo' di annuncio quanto verrà spiegato in termini cultuali sull'accesso di Cristo alla perfezione – la sezione si distingue in due paragrafi (8,3-9,10 e 9,11-28), nei quali rispettivamente sono analizzati:

  1. il culto antico del santuario terreno (imperfetto, inefficace e provvisorio, costituito dai sacrifici di animali);
  2. il culto di Cristo nel santuario celeste (definitivo, efficace e perfetto, fondato sulla sua passione e morte, vera oblazione sacerdotale).

Al centro di ciascuno dei due paragrafi è sviluppato il tema dell'alleanza:

  1. l'alleanza antica (8,7-13) prossima alla sparizione;
  2. la nuova alleanza (9,15-23) definitiva e basata sul sangue di Cristo.

Introduzione Il predicatore richiama l'attenzione sul «punto capitale» e riassuntivo delle cose che si stanno dicendo: il sommo sacerdote del quale avevano bisogno (cf. 7,26) adesso c'è ed è Gesù; la natura del suo sommo sacerdozio è tale che «è andato a sedersi alla destra del trono della Maestà nei cieli» (cf. Sal 109,1 LXX [TM 11O,1] ed Eb 1,13). A questa posizione gloriosa Cristo è giunto attraverso un cammino di perfezionamento (cf. 2,1O; 5,9), nella sofferenza, che lo ha reso sommo sacerdote in grado di salvare per sempre quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio (cf. 7,25). Per questa sua oblazione sacerdotale Gesù è chiamato «ministro»: Cristo ha compiuto una vera azione liturgica, non legata al santuario e alla tenda terreni, che è consistita nell'oblazione sacerdotale di sé (cf. 7,27), come è confermato dalla frase di Eb 8,3, e che l'ha fatto passare dalla terra al cielo. Dunque, Cristo qui non è designato come «ministro» di una liturgia celeste celebrata incessantemente in cielo dopo la sua ascensione, ma «ministro» di un'azione liturgica (il mistero pasquale) che lo ha fatto passare dai «giorni della sua carne» (5,7) alla destra di Dio.

Il livello terreno del culto antico Il sommo sacerdozio di Crisrto non si situa a livello terreno, come quello dei sacerdoti leviti, ma celeste, perché la sua offerta esistenziale iniziata sulla terra si è compiuta in cielo, quando, risorto e glorificato, si è assiso alla destra della Maestà, in un altro livello d'esistenza. Infatti, se Gesù fosse sulla terra, non essendo levita (cf. 7,13), non sarebbe neppure sacerdote, poiché ci sono già i sommi sacerdoti giudaici che offrono i doni secondo la Legge, anche se la loro offerta è solo figurativa, terrena e inefficace. I sacerdoti leviti, infatti, «offrono un culto che è figura e abbozzo» (v. 5) delle realtà celesti, come a una figura rudimentale delle vere realtà divine, in conformità al comando ricevuto da Mosè (cf. Es 25,40) di costruire la tenda nel deserto «secondo il modello» che gli era stato rivelato sul monte Sinai. Quel modello costruito da Mosè fu solo imitazione della realtà e prefigurò profeticamente, a mo' di abbozzo, la realizzazione del disegno definitivo di Dio, cioè, «la tenda», quella «vera», eretta dal Signore e della quale Gesù divenne liturgo (cf. 8,2). Dunque, il sacerdozio giudaico era solo terreno, limitato e non efficace, tanto che bisognava ripetere le offerte; la vittima era esterna all'offerente e il culto spesso si riduceva a una celebrazione solo esteriore, tanto biasimata dai profeti (cf. Is 1,11; Ger 6,20; Os 6,6; Am 5,22; Sal 40,7-9). Questo genere di sacerdozio era incapace di realizzare una vera mediazione tra Dio e gli uomini. Nel compimento del sacrificio pasquale, Gesù ha esercitato un «ministero» (leitourgías: v. 6) migliore rispetto a quello anticotestamentario (cf. Es 24, 1-8), quanto lo è l'alleanza di cui è mediatore: nella passione e morte la mediazione cultuale di Gesù tra i contraenti l'alleanza, cioè Dio e gli uomini, è superiore rispetto a quella dell'Antico Testamento, perché è fondata non sulla Legge, ma su promesse di conoscenza e reciproca appartenenza tra Dio e l'uomo (cf. 8,10-12); è differente, perché realizzata non con vittime animali, ma con la propria vita; è efficace, perché salvifica.

L'antica alleanza prossima alla sparizione Se la «prima alleanza» fosse stata perfetta (v. 7) sotto ogni aspetto, non sarebbe stato il caso di sostituirla con un'altra. Ma l'alleanza sinaitica (cf. Es 24,1-8) non fu esente da difetti! In primo luogo, fu imperfetta in se stessa, perché fu stabilita sulla Legge che non aveva condotto nulla a perfezione (cf. Eb 7,19); inoltre, non trasformava l'uomo dal di dentro: stabiliva dei comandi, senza comunicare l'aiuto e la forza per metterli in pratica e, di conseguenza, l'uomo, rimanendo nella sua incapacità di osservare la parola di Dio, non giungeva alla salvezza. In secondo luogo, l'alleanza sinaitica non fu immune da difetti perché, tra i due contraenti, solo Dio rimase fedele, mentre il popolo ebreo venne meno ai suoi comandi (cf 8,9 ed Es 24,3). Per questa ragione, nell'annunzio dell'«alleanza nuova» contenuto nell'oracolo di Geremia (cf Ger 38,31-34 [TM 31,31-34]), è presente anche un rimprovero di Dio verso le case di Israele e di Giuda (cf v. 8).

Il testo dell'oracolo di Geremia rivolto a Israele dopo l'esilio babilonese riguarda la restaurazione messianica del popolo di Dio, che si compirà definitivamente con l'opera salvifìca di Cristo. Con la nuova alleanza, Dio donerà le sue leggi nelle loro menti e le scriverà nei loro cuori e non più su tavole di pietra (cf. v. 10 e 2Cor 3,3). Il binomio «mente» e «cuore» (cf. Mt 22,37; Mc 12,33; Lc 10,27), esprime l'interiorità della persona umana nella sua dimensione intellettiva, mnemonica, affettiva e volitiva. La relazione tra Dio e il suo popolo sarà di vera appartenenza reciproca (cf. Ez 36,28) e l'effetto dell'interiorizzazione della Legge sarà l'assenza di istruzione reciproca dall'esterno; tutti, dal più piccolo al più grande, avranno esperienza intima di Dio (v. 11). Questa trasformazione dell'essere umano si attuerà grazie alla misericordia di Dio. È questa la novità profonda della nuova alleanza: Dio non solo perdonerà i peccati, vero ostacolo all'origine della rottura dell'alleanza, ma anche non si ricorderà più di essi (cf. v. 12 ed Ez 36,25). Il perdono sarà pieno e senza riserve. Dio stesso – nella profezia riportata da Geremia – nel dire «nuova» (v. 13) la «seconda» (v. 7) alleanza, «ha dichiarato antica» «la prima». Sulla base di queste parole provenienti da Dio, il predicatore riprende la prospettiva di critica dell'alleanza sinaitica e deduce il giudizio di provvisorietà riguardo a essa: l'antica alleanza, divenuta obsoleta, è stata superata; divenuta cioè vecchia, si è conclusa inesorabilmente con la sua sparizione, perché è subentrata la nuova ed eterna alleanza stabilita sul sacrificio di Cristo.


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Presentazione di Melchisedek 1Questo Melchìsedek infatti, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, andò incontro ad Abramo mentre ritornava dall’avere sconfitto i re e lo benedisse; 2a lui Abramo diede la decima di ogni cosa. Anzitutto il suo nome significa «re di giustizia»; poi è anche re di Salem, cioè «re di pace». 3Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre.

Differenze tra il sacerdozio di Melchisedek e quello levitico 4Considerate dunque quanto sia grande costui, al quale Abramo, il patriarca, diede la decima del suo bottino. 5In verità anche quelli tra i figli di Levi che assumono il sacerdozio hanno il mandato di riscuotere, secondo la Legge, la decima dal popolo, cioè dai loro fratelli, essi pure discendenti da Abramo. 6Egli invece, che non era della loro stirpe, prese la decima da Abramo e benedisse colui che era depositario delle promesse. 7Ora, senza alcun dubbio, è l’inferiore che è benedetto dal superiore. 8Inoltre, qui riscuotono le decime uomini mortali; là invece, uno di cui si attesta che vive. 9Anzi, si può dire che lo stesso Levi, il quale riceve le decime, in Abramo abbia versato la sua decima: 10egli infatti, quando gli venne incontro Melchìsedek, si trovava ancora nei lombi del suo antenato.

Differenze tra il sacerdozio dei leviti e quello di Cristo 11Ora, se si fosse realizzata la perfezione per mezzo del sacerdozio levitico – sotto di esso il popolo ha ricevuto la Legge –, che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek, e non invece secondo l’ordine di Aronne? 12Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della Legge. 13Colui del quale si dice questo, appartiene a un’altra tribù, della quale nessuno mai fu addetto all’altare. 14È noto infatti che il Signore nostro è germogliato dalla tribù di Giuda, e di essa Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio. 15Ciò risulta ancora più evidente dal momento che sorge, a somiglianza di Melchìsedek, un sacerdote differente, 16il quale non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile. 17Gli è resa infatti questa testimonianza: Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek. 18Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità – 19la Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione – e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale noi ci avviciniamo a Dio.

Superiorità e unicità del sacerdozio nuovo di Cristo 20Inoltre ciò non avvenne senza giuramento. Quelli infatti diventavano sacerdoti senza giuramento; 21costui al contrario con il giuramento di colui che gli dice: Il Signore ha giurato e non si pentirà: tu sei sacerdote per sempre. 22Per questo Gesù è diventato garante di un’alleanza migliore. 23Inoltre, quelli sono diventati sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare a lungo. 24Egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. 25Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore. 26Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. 27Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. 28La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Il capitolo 7 è un'esposizione di Sal 109,4 LXX (TM 110,4), riletto alla luce della corrispondenza con Gen 14,18-20: i due passi si illuminano a vicenda. L'autore di Ebrei, partendo da Gesù messia e sacerdote, scopre nella tradizione biblica la figura di Melchisedek re e sacerdote. In questo modo considera il testo ispirato come fonte di rivelazione in ogni sua parte, ma aggiunge a ciò il criterio ermeneutico che riferisce tutta la Scrittura a Cristo. Tale criterio è la fede in Gesù glorificato.

Presentazione di Melchisedek La congiunzione «infatti» mette in rapporto la frase conclusiva di 6,20, su Gesù «sommo sacerdote per l'eternità, secondo l'ordine di Melchisedek», con i vv. 1-3, che formano una sola lunga proposizione, il cui soggetto è all'inizio, mentre il verbo alla fine: «Infatti, questo Melchisedek. .. resta sacerdote per sempre». Come primo passo viene dunque tracciato un ritratto di Melchisedek, al fine di stabilire un rapporto di somiglianza tra il personaggio anticotestamentario e il Cristo glorificato; la presentazione di Melchisedek viene svolta in relazione all'incontro con Abramo narrato in Gen 14,17-20 e se ne evidenzia subito il titolo regale e la funzione sacerdotale (7,1). Poi, viene ricordato come andò incontro ad Abramo (il testo di Genesi è citato da Ebrei in modo libero, perché nel racconto originario chi va incontro ad Abramo è il re di Sodoma e non Melchisedek), lo benedisse e, infine, ricevette la decima di ogni cosa. I titoli «re di giustizia» e «re di pace» attribuiti a Melchisedek sono importanti per il nostro autore perché mettono questo personaggio in rapporto con il Messia che stabilirà la giustizia (cf. Sal 44,8; Eb 1,9) e la pace (cf. Is 9,5-6; Mi 5,1-4; Sal 72,7). Melchisedek è presentato quindi come prefigurazione di Cristo re di giustizia e di pace.

Nell'interpretare il testo della Genesi il predicatore non commenta l'offerta di pane e vino che Melchisedek fece in qualità di sacerdote (cf. Gen 14,18), ma prendendo spunto dal silenzio della Sacra Scrittura, aggiunge che egli è «senza padre, senza madre, senza genealogia» (v. 3), dati essenziali che Gen 14,17-20 invece omette. In questo modo Melchisedek viene presentato come un essere misterioso, la cui vita deriva direttamente da Dio. Nonostante l'assenza degli elementi che avrebbero dovuto attestare l'appartenenza a una famiglia sacerdotale (cf. Esd 2,61- 62), Melchisedek viene presentato come sacerdote. Inoltre, egli «non ha né inizio di giorni né fine di vita» quasi fosse eterno, così come eterno è, invece, Gesù nella convinzione del predicatore. La rilettura del misterioso personaggio anticotestamentario viene fatta a partire dalla contemplazione di Cristo glorificato (cf. 2,9; 3,1) e ha lo scopo di dimostrare l'eternità e, quindi, la superiorità del sacerdozio di Gesù. Melchisedek è quindi prefigurazione della condizione di Gesù risorto, sacerdote eterno, così come viene proclamato dal Sal 109,4 LXX (TM 110,4): «Tu sei sacerdote per l'eternità, secondo l'ordine di Melchisedek». Tra Melchisedek e Cristo ci sono, comunque, delle differenze: Melchisedek è fatto simile al Figlio di Dio, mentre Gesù lo è (cf. 1,5); il sacerdozio del primo «resta... per sempre», cioè è senza interruzione, mentre quello di Cristo è «per l'eternità» (6,20); Gesù, alla destra della Maestà nell'alto dei cieli (cf. 1,3), partecipando con la sua umanità glorificata all'eternità di Dio, possiede un sacerdozio la cui mediazione ha un'estensione eterna, mentre Melchisedek ha un sacerdozio perpetuo, ma pur sempre temporale.

Differenze tra il sacerdozio di Melchisedek e quello levitico Di Melchisedek il predicatore dice subito che è «grande» (v. 4) perché lo stesso patriarca Abramo versò a lui la decima del suo bottino (Gen 14,20). Anche i sacerdoti leviti erano deputati dalla Legge alla riscossione delle decime (cf. Nm 18,21-32) che dovevano percepire da parte dei loro fratelli – discendenti anch'essi da Abramo –, ma nel caso di Melchisedek il versamento della decima non fu condizionato dall'appartenenza alla genealogia sacerdotale. Un'ulteriore relazione di superiorità è data dalla benedizione che Melchisedek conferì adAbraam (cf. Gen 14,19). Benedicendo Abraam, Melchisedek si rivela superiore al patriarca (v. 7), depositario della promessa di salvezza per tutti i popoli. I leviti sono soggetti alla morte, invece Dio attesta che Melchisedek vive per sempre (cf. 7,3). Infatti, Gen 14,17-20 non dice nulla sulla morte di Melchisedek e questo silenzio è sufficiente all'autore per affermare, alla luce della situazione attuale di Cristo glorificato, che egli continua a vivere, mentre la Sacra Scrittura attesta la morte di Aronne (cf. Nm 20,24-29) e dei sommi sacerdoti (cf. Nm 35,25.28.32). Infine, per dissipare ogni equivoco sulla superiorità del sacerdozio di Melchisedek rispetto a quello dei sacerdoti ebrei, afferma che anche Levi, il titolare delle decime, fu sottoposto a questo tributo; egli, infatti, poiché era ancora «nell'antenato», pagò la decima nella persona di Abraam, quando questi la versò a Melchisedek.

Differenze tra il sacerdozio dei leviti e quello di Cristo L'autore parte da due espressioni del Sal 109,4 LXX (TM 110,4): «secondo l'ordine di Melchisedek e «per l'eternità». Prima di analizzare le due espressioni, il predicatore, con tono polemico, mette in dubbio che la «perfezione» (v. 11) si sia compiuta mediante il sacerdozio levitico. Quel sacerdozio non poteva realizzare la perfezione nei rapporti con Dio e gli uomini, perché non trasformava interiormente il sacerdote, il quale offriva solo «doni e sacrifici» (5,1) per i peccati, realtà esterne a se stesso, che simboleggiano una trasformazione, ma che non la effettuavano; invece, Gesù, attraverso un cammino doloroso di apprendimento dell'obbedienza (cf. 5,8) e di solidarietà fraterna con gli uomini, ha offerto tutto se stesso e, reso perfetto sacerdote, è divenuto causa di salvezza eterna per coloro che gli obbediscono (cf. 5,9). In questo modo, mediante l'offerta esistenziale della propria vita, Cristo ha introdotto perfettamente l'uomo alla presenza di Dio (cf 1O,19) e ha portato a perfezione la sua solidarietà salvifica con gli uomini davanti a Dio. A causa dell'inefficacia del sacerdozio aronnitico, Dio aveva annunciato, attraverso l'oracolo del Sal 109,4 LXX (TM 110,4), che sarebbe sorto un sacerdote«secondo l'ordine di Melchisedek», «diverso» rispetto a quello designato «secondo l'ordine di Aronne». Le differenze tra il sacerdozio di Cristo e quello levitico sono fondamentalmente due: la prima viene individuata nel fatto che il sacerdozio di Gesù, proprio perché è secondo la classificazione di Melchisedek, non poggia su alcun criterio umano di appartenenza genealogica. Gesù non è divenuto sacerdote perché discendente di Aronne; apparteneva. infatti, a una tribù notoriamente non sacerdotale come quella di Giuda (cf v. 13). Una seconda differenza, che segna decisamente la superiorità rispetto ai leviti, sta nel fatto che Gesù, «a somiglianza di Melchisedek» (v. 15), è «sacerdote per l'eternità» (v. 17). L'espressione «a somiglianza» precisa il fondamento e la natura del sacerdozio di Cristo: Gesù assomiglia – ma in meglio – a Melchisedek, perché se quest'ultimo era sacerdote per sempre, in perpetuo (cf. 7,3), Gesù è sacerdote «per l'eternità» (v. 17), grazie alla «potenza di una vita indistruttibile» (v. 16), che ha vinto sulla morte e si è rivelata nella risurrezione e glorificazione. Il sacerdozio di Cristo rimane per l'eternità e la sua mediazione perfetta e definitiva sostituisce la precedente che fu imperfetta e temporanea. Con Cristo sacerdote assiso alla destra del Padre, che, contrariamente alla Legge, realizza la mediazione perfetta tra Dio e gli uomini, avviene non solo un mutamento della Legge, ma il suo definitivo compimento e perfezionamento (cf. Mt 5, 17). I credenti ora nutrono una speranza migliore: grazie a Cristo, che è entrato all'interno del velo alla presenza di Dio (cf. 6,20) e in virtù della sua mediazione – non solo diversa, ma più grande di quella dei leviti –, possono realmente avvicinarsi a Dio (v. 19). Ciò che era un privilegio di pochi, adesso è una possibilità per tutti i membri della comunità.

Superiorità e unicità del sacerdozio nuovo di Cristo Proseguendo nelle sue argomentazioni sulla superiorità del sacerdozio di Cristo rispetto a quello aronnitico, il predicatore offre altri due motivi: il giuramento che Dio stesso pronuncia nel Sal 109,4 LXX (TM 110,4) sul nuovo sacerdozio (vv. 20-22) e l'eternità che lo specifica (vv. 23-25).

Dio stesso mediante un giuramento irrevocabile, fonda il sacerdozio di Cristo e nello stesso tempo lo distingue da quello dei leviti. Il giuramento divino è particolarmente solenne grazie alla sua formulazione prima positiva e poi negativa: «ha giurato e non si pentirà». La solennità del giuramento è comprovata dal fatto che altrove nella Bibbia Dio si era pentito di alcune decisioni precedentemente prese, come per il caso di Saul che non regnò più su Israele (cf. 1Sam 15,35; 1Cr 21,15).

Ulteriore attestazione di superiorità del sacerdozio di Cristo rispetto a quello dei leviti è la sua eternità. Questa volta l'eternità del suo sacerdozio non è determinata dalla «potenza di una vita indistruttibile» (7,16), ma da un sacerdozio unico, perché non finisce mai (v. 24), contrariamente a quello dei leviti, che avevano un sacerdozio che finiva a causa della morte (cf. v. 23), ragion per cui erano anche numerosi.

Proprio perché il sacerdozio di Cristo non finisce mai e non viene interrotto dalla morte, esso può salvare perfettamente e in modo definitivo e completo quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio. Cristo, infatti, non esce dal santuario per portare le grazie ottenute ai credenti (fase discendente del sommo sacerdote), ma, una volta assiso «alla destra della Maestà nelle altezze» (1,3; fase centrale), apre l'accesso dei credenti a Dio (cf. Gv 10,9; Ap 4,1), affinché ricevano misericordia, trovino aiuto (cf. Eb 4,16; Ef2,13) e siano salvati. Inoltre, poiché è il Risorto che vive per sempre, può intercedere a loro favore (cf. anche Rm 8,34). Egli non deve più offrire preghiere e suppliche come «nei giorni della sua carne» (Eb 5,7), ma dalla sua posizione elevata alla destra di Dio e, grazie al suo ministero di mediazione, interviene a favore dei credenti che così ora possono avvicinarsi a Dio ed essere realmente salvati.

Gesù, per l'autentica carità e misericordia che comportò in lui l'assunzione di tutte le conseguenze dei peccati degli uomini, è stato esaltato alla destra della maestà di Dio Padre (cf. 1,3) al di sopra dei cieli (cf. 4,14; 7,26). Da questa posizione elevata Cristo è il «sommo sacerdote misericordioso» (2,17; cf. 4,14-15) che non ha più bisogno di offrire sacrifici come i sommi sacerdoti che continuamente li offrivano prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo (cf. v. 27). Nel sistema sacerdotale anticotestamentario la molteplicità e ripetizione delle offerte era dovuta alla loro inefficacia salvifica. Invece, il sacrificio di Cristo – mediante l'offerta personale che fece di sé – è stato perfettamente efficace ed è avvenuto una volta per tutte (v. 27), ottenendo la remissione dei peccati.

Il v. 28 richiama i temi sviluppati lungo il capitolo 7 e li racchiude letterariamente a modo di inclusione: il tema della «Legge» e della «perfezione» riprende i vv. 11-28; quello del «giuramento» di Dio i vv. 20-28 e, infine, la ripetizione del titolo «sommi sacerdoti») delimita la suddivisione conclusiva dei vv. 26-28. Il tema del «perfezionamento» verrà ampiamente sviluppato in Eb 8.


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Discorso impegnativo per ascoltatori distratti 1Perciò, lasciando da parte il discorso iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è completo, senza gettare di nuovo le fondamenta: la rinuncia alle opere morte e la fede in Dio, 2la dottrina dei battesimi, l’imposizione delle mani, la risurrezione dei morti e il giudizio eterno. 3Questo noi lo faremo, se Dio lo permette.

Parole di ammonimento ed esortazione alla speranza 4Quelli, infatti, che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo 5e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro. 6Tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli un’altra volta portandoli alla conversione, dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia. 7Infatti, una terra imbevuta della pioggia che spesso cade su di essa, se produce erbe utili a quanti la coltivano, riceve benedizione da Dio; 8ma se produce spine e rovi, non vale nulla ed è vicina alla maledizione: finirà bruciata! 9Anche se a vostro riguardo, carissimi, parliamo così, abbiamo fiducia che vi siano in voi cose migliori, che portano alla salvezza. 10Dio infatti non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e che tuttora rendete ai santi. 11Desideriamo soltanto che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine, 12perché non diventiate pigri, ma piuttosto imitatori di coloro che, con la fede e la costanza, divengono eredi delle promesse.

La speranza cristiana fondata sulla promessa di Dio 13Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso 14dicendo: Ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza. 15Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso. 16Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro, e per loro il giuramento è una garanzia che pone fine a ogni controversia. 17Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento, 18affinché, grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. 19In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, 20dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Discorso impegnativo per ascoltatori distratti Esortati a comportarsi da persone mature, vengono incoraggiati a progredire teologicamente e spiritualmente, lasciando da parte gli insegnamenti fondamentali del cristianesimo, per avanzare verso la perfezione (6,1) della conoscenza del mistero salvifico di Cristo. Egli non invita a trascurare o abbandonare «il discorso iniziale su Cristo», ma a considerarlo come il fondamento dell'insegnamento che seguirà in 7,1-10,18. Chiamati alla maturità della fede, non è opportuno che gettino di nuovo le fondamenta del cristianesimo, già poste al momento della conversione con una istruzione catechetica di base (cf. 6,12), che era articolata in sei punti: pentimento dei peccati e fede in Dio, rituali del battesimo e imposizione delle mani – che confermava il dono dello Spirito Santo ricevuto con il battesimo (cf. At 8,14-17.19; 9,17; 19,1-7) –, risurrezione dei morti e giudizio eterno. I sei punti sono distinti in tre coppie di termini secondo tre aree tematiche: fede, ecclesiologia ed escatologia. Il cammino verso la maturità dipende dalla volontà di Dio (6,3) e, con il suo aiuto, sarà certamente coronato di successo. Convinto di ciò il predicatore coinvolge in questa sua certezza la comunità, bisognosa di incoraggiamento.

Parole di ammonimento ed esortazione alla speranza Il rischio di coloro che rifiutano il cammino verso la maturità è quello di perdere la speranza e di allontanarsi da Dio. Per questa ragione il predicatore intensifica e rafforza l'ammonimento verso i suoi uditori, affinché prendano consapevolezza delle conseguenze gravi di un loro ritorno a una condotta di vita incredula e indurita dal peccato (cf. 3, 13-19). La preclusione alla conversione non dipende dalla mancanza di misericordia da parte di Dio, come se l'autore della lettera agli Ebrei ponesse limiti ingiustificati all'amore divino, ma dalla posizione ostinata di chi rifiuta tale misericordia (cf. 2,17-18; 4,14-16) e si pone nell'impossibilità morale e soggettiva di ricevere il perdono. Inoltre, con l'affermazione dell'impossibilità di riportare di nuovo al pentimento, il predicatore riafferma l'unicità e definitività, mediante il battesimo, dell'esperienza dell'evento salvifico di Cristo nella vita del credente, che non poteva essere confusa con i riti giudaici di purificazione che si ripetevano ogni anno (cf. 10,26-29).

Il predicatore con tono amabile e affettuoso desidera ardentemente (v. 11) che ciascun membro della comunità dimostri il medesimo zelo – avuto per il servizio della carità – anche nei confronti della speranza. Pertanto, li esorta a impegnarsi affinché la speranza, rimanendo salda e sicura (cf. 3,6), giunga alla sua piena realizzazione, cioè al conseguimento dei beni definitivi delle promesse. In questo modo, impegnati nella carità e tesi fervorosamente verso la pienezza della speranza, non daranno spazio alla pigrizia (cf. 5, Il), ma al contrario, grazie al vigore che li animerà, saranno imitatori di quei credenti che mediante la fede e la perseveranza hanno ottenuto quanto era stato promesso da Dio. I credenti – a cominciare da Abramo di cui si fa riferimento nel successivo v. 13 – sono i patriarchi dei quali si parla in Eb 11 come modelli di fede eroica e perseverante. Il sostantivo «promesse», posto alla fine del v. 12, si aggancia al verbo «fece la promessa» del v. 13, di cui il soggetto è Dio, e prepara la pericope seguente (6, 13-20). È interessante notare come con la menzione del concetto di «fede», dopo quello di «amore» (6,10) e «speranza» (6,11), si completa il quadro delle cosiddette virtù teologali; a queste virtù gli uditori di Ebrei sono chiamati a informare tutta la loro vita di credenti.

La speranza cristiana fondata sulla promessa di Dio Dopo aver esortato i suoi uditori al compimento della speranza, il predicatore propone Abramo come modello «di coloro che mediante la fede e la perseveranza ereditano le promesse». Infatti, ad Abramo, che messo alla prova nella fede non rifiutò di sacrificare il figlio Isacco (Gen 22,1-14), Dio fece la promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che è sulla riva del mare (cf. Gen 22,15-18) e confermò con un giuramento (cf. Gen 22,16: «Giuro per me stesso...») quanto aveva precedentemente promesso al patriarca in Gen 15,5 («Guarda in cielo e conta le stelle, se le puoi contare... Tale sarà la tua discendenza»). In questo modo Dio, poggiandosi sulla credibilità della propria persona e non avendo nessun altro superiore a lui per cui giurare, si fece garante delle promesse e disse: «Certamente ti benedirò con ogni benedizione e ti moltiplicherò grandemente» (v. 14; cf. Gen 22,17). Abramo, poi, «avendo perseverato» (v. 15; cf. anche 6,12) nella fede – durante la prova suprema del sacrificio di Isacco –, conseguì «la promessa», comprendente i doni dell'eredità della terra straniera (cf. Eb 11,8-9) e in primo luogo del figlio Isacco.

Dio, attraverso il suo giuramento, volle confermare più chiaramente agli eredi della promessa l'irrevocabilità del suo progetto, affinché, mediante i «due atti irrevocabili» (v. 18) dell'immutabilità della parola e del giuramento ad Abramo (cf. Gen 22,16-17), i credenti potessero essere sicuri. Ma i destinatari di Ebrei devono cogliere in queste parole un chiaro riferimento all'oracolo e al giuramento di Dio contenuti nel Sal 109,4 LXX (TM 110,4: «Il Signore ha giurato e non si pente: “Tu sei sacerdote per sempre, secondo l'ordine di Melchisedek”») che proclamano Cristo sommo sacerdote, fondamento della speranza cristiana (cf. v. 20). Nella certezza della promessa e del giuramento, nei quali è impossibile che Dio inganni (cf. Nm 23,19), i cristiani vengono esortati e fortemente incoraggiati ad afferrarsi saldamente alla speranza che sta loro dinanzi, come dei naufraghi che, sopravvissuti al mare in tempesta, si aggrappano a qualcosa di sicuro e stabile, per non affondare e giungere poi a riva. Questo punto fermo assoluto è Cristo risorto e glorificato. I cristiani tengono questa speranza come un'ancora dell'anima, sicura e stabile, che è penetrata «al di là del velo» (v. 19), cioè nel cielo. Nel tempio di Gerusalemme il «velo» separava la sala interna dal Santo dei Santi e veniva attraversato dal sommo sacerdote per il rituale del giorno dell'espiazione (cf. Lv 16,2.12.15). In questo passo della lettera agli Ebrei il velo è concepito come ciò oltre il quale c'è la presenza di Dio. Gesù, infatti, è entrato nel santuario celeste alla presenza di Dio, «come precursore» (v. 20), davanti agli uomini e a loro favore. Come il sommo sacerdote oltrepassava il velo per entrare nel Santo dei Santi, cosi Gesù, «sommo sacerdote... ha attraversato i cieli» (4,14) grazie alla sua morte e risurrezione e si è assiso alla destra di Dio (cf. 1,3), per compiere la mediazione sacerdotale a favore degli uomini (cf. 5,1), al fine di condurli alla gloria (cf. 2,10), attraverso una via di salvezza nuova e vivente (cf. 10,20).

La pericope si conclude con la citazione del Sal 109,4 LXX (TM 110,4), mediante la quale l'autore di Ebrei riprende il tema proposto in 5,11 e che sviluppa lungo il capitolo 7. La citazione del Salmo presenta nel testo greco la specificazione «per l'eternità» in posizione enfatica rispetto a 5,6 dove la stessa specificazione si trova all'interno della frase dopo il sostantivo «sacerdote».


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La natura del sacerdozio 1Ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. 2Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. 3A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. 4Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.

L'attuazione in Cristo del sacerdozio 5Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato, gliela conferì 6come è detto in un altro passo: Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek. 7Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 8Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

Discorso impegnativo per ascoltatori distratti 11Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti a capire. 12Infatti voi, che a motivo del tempo trascorso dovreste essere maestri, avete ancora bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi delle parole di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. 13Ora, chi si nutre ancora di latte non ha l’esperienza della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. 14Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La natura del sacerdozio Nella sua frase iniziale: «Ogni sommo sacerdote», Eb 5,1-4 sembrerebbe una pericope programmatica e completa sul sacerdozio, ma in realtà presenta solo alcuni degli elementi del sacerdozio, quelli cioè che saranno perfezionati e portati a compimento da Cristo:

  • la duplice relazione del sommo sacerdote con gli uomini e con Dio (v. 1),
  • la funzione dell'espiazione (vv. 2-3),
  • la precisazione sulla relazione con Dio (v. 4).

Ciò che subito viene messo in rilievo dal predicatore, quindi, è il duplice legame di ogni sacerdote alla famiglia umana sia riguardo all'origine – egli è «preso fra gli uomini» – sia in riferimento alla destinazione – è «costituito» in loro «favore» (v. 1). Con queste due espressioni piuttosto generiche viene allargata all'infinito la solidarietà sacerdotale del sommo sacerdote con tutti gli uomini. I verbi sono usati al passivo, per suggerire come ci sia Dio all'origine della vocazione del sacerdozio.

Il sommo sacerdote può avere comprensione per i peccatori perché anche lui è soggetto a debolezza e a causa di questa «deve» (v. 3) offrire sacrifici «per i peccati» suoi e del popolo. Egli deve prima di tutto attendere alla propria santificazione per poi essere degno di espiare i peccati del popolo e di intercedere per sé. C'è quindi, nell'Antico Testamento, un aspetto di somiglianza tra il sommo sacerdote e il popolo in riferimento alla necessità dell'espiazione (cf. Lv 4,3; 9,8; 16,6-11).

Il sommo sacerdote, segnato anche lui da un'umanità debole e peccatrice come gli altri uomini, riconosce umilmente che l'onore (v. 4) del sacerdozio non può venire da lui, ma da Dio che lo ha nominato. Non è l'uomo che prende da sé il compito del sacerdozio, ma è Dio che nella sua iniziativa di misericordia lo dona. L'autore non nega l'aspetto glorioso del sacerdozio, ma sottolinea l'umiltà necessaria al sacerdote per essere mediatore di altri uomini presso Dio.

Quelli che vengono delineati in questi versetti sono i tratti fondamentali del sacerdozio antico, visti però sotto la prospettiva della passione di Cristo, per cui il sacerdote è presentato come «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), mite verso i suoi fratelli miserabili (cf. Eb 5,2-3), umile con loro davanti a Dio (cf. v. 4).

L'attuazione in Cristo del sacerdozio Il rapporto di somiglianza tra il sacerdozio antico e la posizione di Cristo è attuato mediante un parallelismo simmetrico tra l'ultimo stico della descrizione precedente («come Aronne», v. 4), e il primo stico dell'applicazione che si riferisce a Cristo («così anche il Cristo», v. 5); in entrambi i casi è Dio che nomina il sacerdote e l'accento è posto sull'umiltà di colui che è scelto, rivestito tuttavia di onore e gloria propri della dignità del sacerdozio nell'Antico Testamento (cf. Es 28,2.40). Il predicatore ravvisa, così, un rapporto di somiglianza tra il sacerdozio antico e la posizione di Cristo, e dà un messaggio molto importante ai suoi uditori: essi possono riconoscere in Cristo il loro sommo sacerdote, il cui sacerdozio è in continuità con quello di Aronne. Il Cristo nella gloria dopo la sua morte faceva parte del patrimonio di fede dei cristiani, ma il Cristo sommo sacerdote ancora no. L'autore della lettera agli Ebrei ora vuole che il Cristo glorificato da Dio dopo la sua morte sia riconosciuto come il loro sommo sacerdote. Gesù è stato Figlio da sempre e mai lo dovette diventare; diventò invece sommo sacerdote. Dunque, la citazione del Sal 2,7 in 5,5 non ha lo scopo di fondare scritturisticamente il sacerdozio di Cristo, poiché si riferisce all'intronizzazione regale del Messia; questo è anche il significato che l'autore di Ebrei dà al Sal2,7, in riferimento a Gesù, che presenta come glorificato e assiso alla destra del trono di Dio. Non c'è posizione migliore di quella del Figlio per espletare efficacemente il compito di mediatore presso Dio a favore degli uomini. E Gesù, proprio perché è Figlio, comunica questa filiazione a tutti gli uomini verso i quali rivolge la sua mediazione sacerdotale. Dovrebbe così risultare chiaro che la citazione del Sal 109,4 LXX (TM 110,4) costituisce l'argomento scritturistico sul sacerdozio di Cristo glorificato, prefigurato dal personaggio di Melchisedek, re e sacerdote, il cui ruolo nel piano divino è determinato da Cristo stesso.

Nei vv. 7-8 l'evento drammatico della passione e morte è descritto secondo la duplice prospettiva dell'offerta che Gesù fece di sé attraverso preghiere e suppliche poi esaudite e dell'educazione dolorosa, attraverso le quali compì la piena comunione e la totale condivisione della natura umana (cf. 2,14). Come il sommo sacerdote dell'Antico Testamento poteva comprendere gli uomini peccatori, perché anche lui era «circondato di debolezza» (5,2), così Gesù, per farsi solidale con gli uomini in tutto – «escluso il peccato» (4,15) –, si pose alloro livello di creature fragili e votate alla morte, condividendo le tristi condizioni della vita umana. Questa solidarietà si è attuata attraverso l'esperienza di una sofferenza che ha visto Gesù pregare e supplicare con intenso ardore Dio, che solo poteva salvarlo dalla morte. La domanda di Gesù durante la preghiera, e attraverso la preghiera, si modificò e da richiesta di allontanare il calice della passione si trasformò, poi, nel profondo desiderio di conformità alla volontà di Colui che avrebbe deciso la migliore modalità di salvezza (cf. Mt 26,39); infine diventò adesione perfetta alla volontà del Padre (cf. Mt 26,42). Dunque, la preghiera di Gesù non consistette solo in una supplica per la salvezza degli uomini, né nella richiesta di preservazione dalla morte o di risurrezione, ma nel desiderio anzitutto di compiere la volontà di Dio di rimanere in comunione con lui e di salvare gli uomini. Una preghiera così docile e aperta alla volontà di colui che tutto avrebbe po- tuto, non poteva non essere ascoltata e, difatti, il predicatore afferma che Gesù «fu esaudito per la sua pietà». Ciò che a Gesù più premeva, mentre pregava e chiedeva aiuto e salvezza, era di conservare la relazione di perfetta comunione con Dio e di salvare gli uomini. Quindi, in atteggiamento di apertura e disponibilità, di abbandono e profondo rispetto nei confronti di Dio, si dispose con umile sottomissione e amore generoso a compiere la volontà salvifica del Padre, anche se attraverso la sofferenza e la morte (cf. Fil 2,8). Dunque, l'esaudimento di Gesù, senza alcun salvacondotto, consistette nel compimento della volontà del Padre di completa vittoria sopra la morte attraverso la stessa morte (cf. Eb 2,14), secondo un processo doloroso di apprendimento dell'obbedienza attraverso la sofferenza. Nell'obbedienza a Dio e nella completa solidarietà verso i fratelli, si congiungono in Cristo le due dimensioni relazionali dell'amore, l'amore a Dio e l'amore al prossimo: mediante l'obbedienza Gesù si è unito perfettamente alla volontà del Padre, manifestando il suo amore filiale ben diverso dalla filantropia, e nello stesso tempo si è unito più perfettamente agli uomini, perché ha preso su di sé la loro sorte, non elevandosi sopra di essi, ma percorrendo la strada dell'umiliazione per salvarli. In Gesù, grazie alla sua sofferenza trasformata dalla preghiera, è stato creato un uomo nuovo, rispondente all'intenzione divina perché stabilito nell'obbedienza più completa. Dunque, Cristo, attraverso la sua obbedienza, ha rimesso di nuovo l'uomo in comunione con Dio, dopo averne espiato i peccati (cf. Eb 2,17; 9,26). Inoltre, attraverso la sua misericordia sacerdotale Gesù ha dato al credente la capacità di trasformare le sofferenze in offerta gradita a Dio, per mezzo della preghiere e della docilità filiale.

Nei vv. 9-10 il predicatore, ricollegandosi all'evento della passione e morte, espone le conseguenze soteriologiche per gli uomini dell'educazione dolorosa di Gesù, a cominciare dalla trasformazione per cui è «reso perfetto». L'offerta che Cristo fa della sua stessa vita è un sacrificio personale, esistenziale, fatto nell'assoluto rispetto della volontà divina (cf. 5,7) ed esente da ogni complicità con il peccato: per questo è perfetta. Essa è oblazione perfetta – cioè compiuta – anche perché è stata accolta da Dio: Cristo ha offerto ed è stato esaudito. Dunque, il perfezionamento, invocato da Gesù nella preghiera e accolto con docilità, viene operato da Dio attraverso la sofferenza e la morte e consacra Gesù sommo sacerdote perfetto: una vera consacrazione sacerdotale doveva consistere in una trasformazione esistenziale, non rituale ma reale, non materiale ma spirituale, non esterna ma intima e profonda, secondo un processo di radicale maturazione attraverso la sofferenza, così da essere degno di entrare in rapporto con Dio. Grazie alla «perfezione» raggiunta, per l'obbedienza filiale al Padre (dimensione verticale del sacerdozio) e per la solidarietà radicale con l'umanità (dimensione orizzontale), Gesù può esplicare le sue funzioni sacerdotali verso «tutti quelli che gli obbediscono» (chiara allusione a «obbedienza» del v. 8). Gesù, per la sua obbedienza appresa nella sofferenza, è diventato la condizione di possibilità perché gli uomini, obbedendo a lui e per mezzo di lui (cf. 13,21 ), accedano alla salvezza divina. In ordine alla sua azione sacerdotale – e per la comunicazione che fa agli uomini di questa trasformazione – Cristo è causa e mezzo «di salvezza eterna» sia perché il suo sacrificio è eternamente efficace, sia perché è la salvezza che alla fine darà a coloro che lo accolgono al suo ritorno (cf. 9,28), dopo aver perseverato fino all'ultimo nella fede e nella speranza (cf. 3,6.14).

Le tre affermazioni presenti in Eb 5,9-10, su Gesù «reso perfetto», «causa di salvezza eterna» e «proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedek», costituiscono la conclusione della seconda parte della lettera agli Ebrei e, nello stesso tempo, l'annuncio degli argomenti che saranno sviluppati nella terza parte.

Discorso impegnativo per ascoltatori distratti La terza parte della lettera inizia con il richiamo piuttosto energico del predicatore affinché gli uditori stiano più attenti a ciò che verrà loro detto. La sfida dell'oratore è quella di invitare la comunità ad affrontare con rinnovato impegno ciò in cui crede e a progredire verso una fede autenticamente matura. La provocazione continua mediante il ricorso alla metafora familiare del latte, che è il nutrimento dei bambini, e del cibo solido, che è delle persone mature. La metafora del latte e del cibo solido viene usata anche da Paolo in 1Cor 3,1-2 con intento polemico verso quei Corinzi neofìti, spiritualmente ancora bambini perché carnali (divisi tra invidie e dissensi) e quindi incapaci di cibo solido. A causa del tempo trascorso i destinatari dell'esortazione di Ebrei dovrebbero essere già «maestri» (v. 12) e, invece, hanno ancora bisogno che qualcuno li istruisca sui primi elementi della fede cristiana; avrebbero, cioè, ancora bisogno di un'istruzione catechetica iniziale sulla conoscenza delle verità rivelate.


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