La vita in famiglia è bellissima

Frammenti quotidiani di vita familiare

Stiamo tornando dalla Francia all'Italia quando facciamo una deviazione, una strada mai presa che si rivela poi uno sterrato che la nostra Nemo affronta con candida incoscienza. Lo sterrato sembra non finire mai, lambisce strapiombi che terrorizzano i figli, con grazia, sale a capofitto fino al cielo e ci troviamo alla fine in questo posto dove posteggiamo l'auto esausta per guardarci attorno.

Ci sono alcune strutture sciistiche chiuse, un albergo abbandonato con le finestre spezzate, un bar con scritto “open”, chiuso. Due o tre case isolate con cani che abbaiano e segni di divieto. Grossi prati di un verde abbagliante, montagne, alberi sempreverdi che emergono qua e là, come residui di una modellazione ambiente. Non c'è praticamente nessuno. L'unica strada che viene e che va, quella sterrata. Ogni tanto, rara, passa lentamente un auto sbalordita come noi, qualche moto ruggente, qualche bicicletta. Camminiamo, valutiamo i sentieri che partono per una passeggiata, ma anche le nuvole gonfie e nere che si raddensano e svaporano sopra di noi.

Alla fine, è ora di pranzo, Elettra propone di mangiare lì le cose che abbiamo in auto prese dalla casa francese che abbiamo abbandonato. Non c'è molto e buona parte delle cose sono immangiabili, wusterl freddi e nuggets di pollo surgelati. C'è una zona, delle panche in legno con al centro quello che sembra uno spazio per fare fuochi, più in basso, che raggiungiamo. “Ci penso io” dice terzogenita e inizia a raccogliere legna e va in auto a prendere un suo sketchbook di disegni.

Poi si mette vicino all'area fuoco, strappa via dallo sketchbook i suoi disegni peggiori, li appallottola e ci mette sopra dei rametti, si fa dare l'accendino da Elettra e inizia a provare ad accendere il fuoco. “L'ho già fatto” dice con sicurezza, ma il fuoco non prende, la legna è umida per le piogge dei giorni precedenti. “È legale accendere un fuoco?” chiede intanto secondogenito più preoccupato degli aspetti legali della cosa rispetto a quelli fisici. “No – dico io – ci arresteranno”.

Elettra si affiancherà a terzogenita per provare lei ad accendere il fuoco, poi secondogenito e poi anche l'io narrante, tutti ad usare la propria tecnica segreta per accendere il fuoco, fallendo, finché, mentre sto provando io, si affianca secondogenita, poi Elettra e – per farla breve – come in un film per famiglie, alla fine, collaborando, lentamente, con incertezza il fuoco effettivamente prende. Ci ritroviamo quindi nel mezzo di queste montagne con il fuoco che guizza, fuma, ci impesta del suo odore infernale e noi restiamo a debita distanza a riscaldarci e vederlo crescere e fiammeggiare.

E – niente – ancora oggi nel 2025 vedere sbucare dal niente un fuoco gestito dall'uomo ha un che di estraneo e magico, pensare che mentre si gira per il mondo si possa accendere un fuoco per farne qualcosa, come se fosse una cosa naturale, mostra tutto il suo essere innaturale, un passaggio determinante che abbiamo fatto chissà quando per diventare quello che siamo, l'essere più innaturale della terra, ed ora è lì in mezzo a noi che saltella e si alza verso il cielo e poi scema e sembra morire, tanto che continuiamo ad alimentarlo, scegliere rami, buttarli dentro, vederli lambiti trasformarsi.

È lì che terzogenita e secondogenito, come se fosse la cosa più naturale del mondo, si cercano due rametti, infilzano i wusterl e i nuggets surgelati, e si mettono attorno al fuoco per scaldarsi il cibo. Scherzano, ridono, rischiano che prenda fuoco anche il rametto che regge la carne, cercano tecniche per fissare i rametti sopra al fuoco, scappano quando il vento li investe con il fumo, morsicano timorosi e felici il risultato della loro caccia. Hanno creato qualcosa che prima non c'era, hanno trasformato un momento standard del nostro viaggio in Europa in qualcosa di memorabile.

Io – vegetariano ai margini – sgranocchio la mia carota e addento la mia mozzarella gusto industriale, e mi godo lo spettacolo, guardo per un attimo Elettra che li sta fissando da ogni parte.

Un tempo non è che le vacanze durassero più a lungo, o anche se lo facevano non era quello il problema, un tempo quando eri in vacanza eri sganciato da tutto. Oggi i social ti braccano, le chat lampeggiano, le mail ti inseguono, per quanto tu possa correre veloce c'è sempre un roaming pronto a tenerti con la testa nei casini del mondo reale, sai tutto quello che accade nel mondo e sai anche cosa la gente ne pensa di quello che succede, in genere cose imbarazzanti, e hai per le mani strumenti che ti permettono di continuare a produrre materiali di consumo per la rete, è dura sganciarsi da tutto, ho questo ricordo di quando ero ragazzino che quando qualcuno riceveva, faccio un passo indietro:

l'ho anche scritto in un libro, quando ero adolescente per molti anni di seguito i miei genitori portavano me e mio fratello in un camping sulla costa ligure, in un bungalow, per circa un mese. Luglio. Un tempo lunghissimo. In quel momento ero sganciato da tutto, tutti erano sganciati da tutti, niente cellulari, niente internet, niente di niente. Anche Paper Soft non arrivava nelle edicole. Solo i cabinati mostravano le loro luci sfavillanti e qualche coraggioso ragazzino milanese che si era portato il Commodore 64 con i joystick. Arrivo al punto: quando qualcuno riceveva una telefonata, si accendevano i microfoni di tutto il camping e la voce della gestrice o del figlio echeggiava per le tende e i bungalow per annunciare a tutti che c'era una telefonata per la famiglia Venerandi, quello era il collegamento con la realtà, altro che WhatsApp, mio padre che correva imbarazzato per andare a rispondere all'unico telefono del campeggio.

Così oggi staccare è il vero miracolo, nella testa, riuscire a sganciarsi dal reale, che poi, il reale non esiste, lo dice anche il libro che sto leggendo, il reale è una specie di impasto di visioni del mondo, interpretazioni, ideologie, tutto mescolato e che un retaggio illuminista ci fa credere che quello che pensiamo essere il mondo, quello sia reale. Da questo punto di vista una cosa che mi rilassa, malata, è pensare di essere all'interno di un ambiente, l'ho già scritto da qualche parte. Essere in un ambiente, tipo realtà virtuale, e pensare che tutto quello che posso fare è comunque confinato a questa realtà che vivo. Che è pochissima cosa se ci fai caso. È tutto confinato a questa piccola realtà che vivo.

Così oggi ero seduto con i figli ed Elettra e mio figlio ordina una crepe. Non ricordo il nome, era il nome di una montagna qua vicino, anzi il nome lo ricordo ma non voglio farvi sapere dove sono, diciamo crepe Monte Bianco. Con prosciutto, formaggi vari, eccetera. Aspettiamo, portano a me una crepe ai quattro formaggi, che avevo ordinato, e a mio figlio, al posto di quella con prosciutto e formaggi, una crepe con panna, cioccolato, e gelato. Attoniti. Siccome ci sono già un po' di cose che mi avevano innervosito, in pratica degli operai, non certo per colpa loro, hanno iniziato a trivellare a fianco del mio tavolino per cercare – immagino – del petrolio visto il rumore e la quantità di polvere sollevata, prima di incazzarmi controllo che non abbiamo sbagliato noi. Prendo il menu.

E scopro che il gestore del ristorante, oltre a sfoggiare un cartello scritto a mano con scritto “no bc!” che significa che si paga solo in contanti, il gestore ha avuto la geniale idea di avere una crepe salata con prosciutto e formaggio chiamata Monte Bianco, e una crepe dolce con cioccolata, panna e gelato chiamata Monte Bianco. Lo stesso identificatore unico, poi uno si chiede perché in HTML se la prendono malissimo se usi due id uguali.

Piccolo inciso. Non così il Lisa, il Lisa era una linea Apple che veniva dopo l'Apple II ma prima del Macintosh. Era un computer amichevole come il Macintosh ma terribilmente più lento e costoso, benché più sofisticato. Io ne ho usato uno una volta, al museo Apple, e – per farla breve – il Lisa potevi creare più file nella stessa cartella con lo stesso nome. Non ricordo come facesse a sapere se volevi poi quella salata o quella dolce, ma così era. Fine inciso.

Comunque qualche giorno fa mi sono messo a camminare per una valle, da solo. Non c'era campo. Ho lasciato tutti e ho iniziato a camminare in avanti in questa valle, e più andavo avanti più la valle sembrava che si terraformasse davanti ai miei occhi, alberi, cascate, prati, gruppi di persone, rami del fiume, arbusti, ponti, più andavo avanti più mi sentivo dentro una sandbox che sarebbe potuta andare avanti all'infinito per mostrarmi sempre nuovi rilievi e microvariazioni della natura. Alte sui lati si alzavano le montagne, come background di un mondo che avevo nella testa e mentre camminavo pensavo, e mescolavo stronzate a immaginazioni, progetti a stronzate di nessun peso e così sono andato avanti per quasi un'ora, al che mi sono reso conto che dovevo anche tornare poi indietro, e che c'era il resto della famiglia che, dopo quasi due ore avrebbe pensato che ero morto – sicuro – ucciso da una delle mucche che pascolavano enormi al margine del fiume.

Quindi torno indietro a passo veloce e quando arrivo trovo Elettra senza scarpe, che ride con i figli mentre fanno una gara di zattere autocostruite nel mezzo del fiume, le stringhe delle scarpe sono servite per legare i tronchetti e i calzini per fare la vela, e stanno sfidandosi mentre le zattere si impigliano per le rocce e le sterpaglie ai lati del fiume e io resto così a fissarli come un miracolo, penso quanta energia e quanta bellezza, mentre reggo con una mano un bicchierino di plastica con dentro un caffè macchiato che mi sta colando su tutta la mano e la carta alluminia che frulla metallica scossa dal vento.

Io e secondogenito siamo seduti a tavola a rinforzare il nostro rapporto familiare, nel senso che lui è al cellulare che chatta e io anche e di tanto in tanto, a intermittenza, sorridiamo per quello che scriviamo e leggiamo con persone che sono così tanto lontane da noi che chissà se esistono davvero.

Comunque, arriva Elettra che si siede al tavolo e dice “ragazzi, ho avuto una idea per fare dei soldi”. Fa il muso furbo. “Però – aggiunge – è un progetto che dobbiamo fare a tre”.

Secondogenito si tira istintivamente indietro con il corpo. “A tre, intendi il formato del foglio?” dice. E poi fa il suo sorriso da gatto, nascosto dietro alle labbra.

Elettra digrigna i denti, ma con affetto. “No – risponde – 'a tre' nel senso che dobbiamo farlo noi tre. Io dirigo e voi lavorate”.

Secondogenito alza le sopracciglia, “dobbiamo – chiede – svaligiare una banca?”. No, no, fa Elettra e spiega il suo piano commerciale, che qua per esigenze legate a un NDA (non disclosure agreement) sconsideratamente firmato anni fa non posso riportare.

Io e secondogenito ascoltiamo tutto con attenzione. Alla fine secondogenito si schiarisce la voce. “Tutto sommato preferisco l'idea della rapina in banca. È più etica”. Elettra digrigna i denti, adesso con meno affetto di prima. “Non mi aiutate quindi?” chiede. Io guardo secondogenito che guarda me.

“Allora, aggiunge Elettra, se non mi aiutate dovete darmi millecinquecento euro a testa” “Uh – faccio allora io – perché?”. Elettra si sporge verso di noi e ci fissa negli occhi. “Per mancato guadagno”. “Ah” faccio io. Secondogenito mi fissa e riappare il suo sorriso da gatto mentre Elettra spiega che lei ha previsto un guadagno iniziale di tremila euro, se non la aiutiamo la stiamo danneggiando e dobbiamo ripagarla per mancato guadagno.

E io resto lì seduto a fissarli tutti e due e a pensare a quanti di questi frammenti, queste schegge di quello che siamo, nascono e vibrano nella nostra vista per poi sparire rapidamente sottopelle, come fragili miracoli della nostra intelligenza e del nostro amore.

vedo mia figlia nel cellulare è una funzione, si muove per le strade che conosco di Genova, vedo i suoi spostamenti lenti mi immagino i passi che sta facendo la sua testa che scorrazza nella sua immaginazione

vedo la mappa che scorre il suo cursore che attraversa il mondo; mia figlia è geolocalizzata

d'improvviso parte lo scatto e vedo che vola per Genova, attraversa furiosamente il lungobisagno e capisco che è salita sull'autobus – me la immagino che si tiene agli appositi sostegni verticali, scatta chilometri di distanza da me che sono qua seduto che guardo lo schermo del mio cellulare e penso a quante cose potrebbero farle del male ora che lei è là nel mondo

e io qua nel cellulare che studio i suoi percorsi

; poi vedo che si ferma in un punto di Genova tra diverse vie e non si muove – tocco, tappo, niente – non si muove, cerco di capire dalla mappa cosa ci sia lì, cosa possa esserle successo, trasporto il mondo materiale che ho nella mia memoria, lo proietto su quella mappa vettoriale per visualizzare quel cursore nella forma di mia figlia in quel posto come un posto che esiste ed è fatto di cose che conosco

e poi realizzo:

lì c'è un'altalena ~

quel cursore immobile nella mappa digitalizzata, quella geolocalizzazione che sembra immobile, in realtà vibra, avanti e indietro, in alto e in basso e mentre vibra (questo la funzione non me lo dice)

quella vibrazione sogna

  • terzogenita, ti sei fatta la doccia?
  • non sapevo che dovessi farla
  • te l'ho detto prima!
  • non me lo hai detto
  • sono venuto da te, ti ho abbracciato e ti ho detto “ricordati che devi fare la doccia”
  • sì, ma io pensavo in generale
  • ...
  • in generale devo farmi la doccia, lo so, non pensavo intendessi oggi!
  • ...

Ogni tanto ho desideri irrefrenabili e di cui non conosco esattamente l'origine, compulsivi, di acquisto di cose. Oggi per esempio camminavo con terzogenita e ho sentito che dovevo andare in edicola, dovevo assolutamente andare in edicola a comprarmi una rivista, non sapevo quale, ma ne avevo bisogno.

Mi era successo lo stesso qualche settimana fa quando ero andato a comprarmi un quotidiano. Erano letteralmente anni che non ne compravo uno. “Domani”. L'ho comprato, sono tornato a casa, ho preso una bilancia e l'ho pesato. Cinquantotto grammi per un euro e ottanta.

L'informazione, ho pensato, ormai costa più della bresaola.

Comunque, questa sera entro nell'edicola con mia figlia e giriamo, lei cerca le sue cose, guardo con preoccupazione le carte Pokemon e Yu Gi Ho, un tempo suo diletto e che io ho sempre giudicato una sfacciata truffa transnazionale, e intanto cerco qualcosa che non so cosa sia e che – per fortuna – non esiste.

Alla fine resto immobile davanti a una rivista della BBC sulla scienza, guardo i razzi spaziali sulla copertina e sospiro. Penso a come la specializzazione sempre più esasperata abbia probabilmente migliorato la mia vita e quella dell'umanità tutta, ma anche come abbia ridotto a farfalle ritagliate la mia naturale propensione alla conoscenza dello scibile umano in tutte le sue forme.

Lascio perdere. Vado da terzogenita e le dico che non ho trovato niente che ne valesse la pena. “Io ho trovato una cosa che vorrei” mi dice. Tremo. I mazzetti di carte Pokemon, ricordo, costano quanto una cena al ristorante, altro che bresaola.

Ma terzogenita non va nel reparto carte, supera anche con eleganza il settore fumetti e mi indica un libro incellofanato nella vetrinetta espositiva.

“Intelligenza emotiva”, secondo volume della collana “Scoprire la psicologia”.

“Quello” dice e io la guardo e penso che – per lei – il discorso di prima non vale. Lei ha davanti ancora tutta la conoscenza dello scibile umano ai suoi piedi.

Nonostante l'odore, voglio dire.

Fine. (titoli di coda che scorrono, la sala si svuota) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Scena nascosta dopo i titoli di coda, come i film Marvel: tornato a casa scrivo tutto a futura memoria mentre secondogenito è qua a fianco a me, seduto sulla sedia come una scimmia su un banano, che mangia un arancio ascoltando dal suo cellulare un qualche youtuber che urla in americano qualcosa che ritiene assolutamente entusiastico.

Lo guardo con fastidio sostenuto finché non se ne accorge e mi fa uno di quei sorrisi sbalorditi e invisibili che amo tanto.

“Ti do fastidio?” mi chiede. “Mi sfugge il termine” gli rispondo. “Come si definisce una persona che disturba fastidiosamente le persone che la circondano?” aggiungo. Lui sorride sornione, rotea gli occhi e poi mi risponde: “Fabrizio Venerandi?”

Con secondogenito in cucina. Si avvicina al bancone, è sovrappensiero. “Che cosa voglio?” si chiede. “Ah, sì, il pane” aggiunge, si avvicina al forno e lo prende. Mi schiarisco la voce: “avevi un obiettivo semplice per la tua vita”. Sorseggio il te.

Secondogenito sorride, guarda il pane che tiene in mano. “Ora che ho ottenuto quello che desideravo – dice – cosa posso volere di più?”. Osserva ancora il pane. Si risponde da solo: “Altro pane. Sempre più pane”.

Cerco di non ridere ma non ci riesco: cerco di mandare giù il te che avevo in bocca, sento che sale su per il naso. Collasso, a modo mio, d'amore.

Sto andando in auto a prendere mia figlia da non ricordo bene dove, comunque abbastanza lontano da Genova da prendere l'autostrada e sono lì che penso e ascolto la musica pensando non devo addormentarmi non devo addormentarmi non devo addormentarmi quando la macchina inizia a fare un po' di fatica in salita e io penso, strano, strano strano e in quel momento vedo un indicatore che in genere è sempre puntato al basso che sta puntando all'alto, verso una zona che è colorata di rosso e l'indicatore ha un simbolo tipo acqua che bolle e io apro la bocca e dico caaaaaaaazzo.

Rallento e l'indicatore scende e poi sale e poi scende e io inizio a sentirmi come coso, quello di Duel, il film di Spielberg basato su una sceneggiatura che non era di Stephen King ma avrebbe benissimo potuto esserla, comunque continuo a guidare e ora ogni secondo dura un'eternità, guardo i cartelli che mi indicano quanto manca alla stazione di servizio più vicina e intanto cerco di ricordare il simbolo con l'acqua che bolle cosa cavolo indica.

Il problema delle auto è che funzionano per il 99% delle volte senza intervento umano ma in realtà dentro sono piene di tubetti, fili, serbatoini che contengono olio, olietti, acqua, refrigeranti, fusibili che tu dovresti sapere dove sono e come controllarli ma siccome fanno tutto da soli io il massimo che so fare è accendere e spegnere l'autoradio e quando succede quell'1% che finisce uno di questi liquidini non è che la macchina manda un messaggio d'errore, per tempo, tipo venerandi guarda che l'olio sta per finire, hai ancora quindici giorni di tempo, no, in genere se si accende una spia, e non è detto che lo faccia, hai giusto il tempo di bestemmiare e il motore si fonde.

Poi uno dice le auto elettriche.

Comunque arrivo rantolando dentro all'autogrill, posteggio e tiro fuori il manuale per vedere cosa vuol dire il simbolino e scopro che è collegato al radiatore. Il radiatore, lo dico per chi avesse questo dubbio, non ha niente a che vedere con l'autoradio. Le mie competenze sono inutili. Il manuale dell'auto non mi spiega cosa serve il radiatore, ma mi dice che se si alza la temperatura devo andare in un centro specializzato.

Lo fa sempre il manuale, per qualsiasi cosa il primo consiglio che ti dà è di andare in un centro specializzato. Si accende la spia dell'olio? Vai in un centro specializzato. Si alza la temperatura? Vai in un centro specializzato. Il tergicristalli pulisce male il vetro? Vai in un centro specializzato.

Chi scrive i manuali non sa cosa succede nei centri specializzati. In genere nei centri specializzati ci sono maschi alfa che aspettano lì per bullizzarti. Stanno lì ad aspettare con le mani sporche d'olio, appoggiati al muro e appena arrivi con la tua auto piena di lucine che lampeggiano iniziano a bullizzarti.

Mai andare nei centri specializzati. Consiglio mio.

Il secondo consiglio è quello di controllare i livelli [vedi capitolo livelli]. Vado al capitolo livelli. Nel capitolo livelli mi dice di controllare il livello dell'olio, e quello lo so fare, e di controllare il livello del liquido refrigerante del radiatore, e quello onestamente non sapevo nemmeno che ci fosse.

Dico, beh, lo faccio, cosa vuoi che ci voglia. Leggo il manuale e mi dice occhio venerandi. Occhio. Per controllare il livello del liquido refrigerante del radiatore deve fermarti, aspettare un'ora, girare due volte il tappo senza aprirlo del tutto, aspettare per vedere se la macchina esplode, se non esplode aprire del tutto il tappo stando attento che il liquido bollente non ti uccida o ustioni la mano. Questo è il succo.

Mi guardo le mani.

Decido di chiedere consiglio al benzinaio. Dopo tre giorni di esami di maturità orali di tipsit dove gli studenti ripetono come un mantra che è importante il lavoro di team, che non puoi fare tutto da solo ma devi sempre lavorare in team per distribuire il carico di lavoro, decido che il benzinaio fa parte del mio team, anche se non lo sa.

Il benzinaio dell'autogrill mi guarda, io gli espongo il problema, lui mi dice solo “è il liquido refrigerante del radiatore”. E poi aggiunge. “Portami qui la macchina”. Indica un punto impreciso tra lui e l'infinito. In quel momento gli voglio bene.

Porto l'auto, gli apro il cofano, lui si avvicina e inizia a svitare un tappo a caso del vano motore. Io guardo la sua mano che svita il tappo con una certa tristezza perché so, me l'ha detto il manuale, che tra poco la colata lavica del serbatoio gli fonderà le dita. Invece non succede niente. Lui gira il tappo, fa la pausa dopo il doppio giro, la macchina non esplode, toglie il tappo, guarda dentro, guarda me e non mi fa il solito sorriso da maschio alfa, ma fa un sorriso complice, doloroso. “Non c'è rimasta una goccia” dice. “Ah cazzo” dico io.

Mentre versa dentro il liquido refrigerante del radiatore mi dice che mi è andata bene che me ne sono accorto. Mi guarda con ammirazione. Lo dice per due volte. “A me è successo uguale” mi confida. “Solo che non me ne ero accorto. Mi si è fuso il motore”. “Cazzo cazzo” dico io.

Alla fine riparto, lo saluto davvero calorosamente, lui mi fa un cenno, come uno sceriffo in un avamposto nel selvaggio West. Dolly: la mia Nemo che si perde nei meandri dell'autostrada mentre il benzinaio mi guarda allontanarmi, si alza con la mano la visiera del cappello da cow boy, smette di masticare e sputa per terra. Cespugli passano tra me e lui, spinti dal vento di ponente.

Sono andato ieri a vedere la recita teatrale di mia figlia e qua devo fare outing, da padre mi è capitato più volte di iscrivere figli e figlie a corsi di tutti i tipi, canto, bocce, calcio, pallavolo, teatro, arti ginniche in genere, arti marziali, batteria, eccetera e quando poi andavo a vedere le solite recite o saggi di fine anno, ecco, non dico che pensavo di avere buttato via i miei soldi, ma vedevo i miei figli in genere felici fare delle cose su un palco o su un campo da gioco, cose che avevano un vago collegamento con l'arte che avrebbe dovuto coordinarli nella riuscita del saggio stesso.

Levato secondogenito che una volta ad atletica ha iniziato a correre, ha fatto tutto il suo percorso e poi ha continuato a correre uscendo fuori dal centro sportivo e non si è più fermato finché i suoi maestri non sono riusciti a raggiungerlo e placcarlo. Ma perché voleva andarsene, ha spiegato poi.

Tutto questo per dire che ieri sera invece per la prima volta ho visto mia figlia su un palco dopo un anno di corso di teatro che recitava ed è stata un'emozione. Cioè, lei e gli altri ragazzi non stavano facendo i cosplayer degli attori su un palco: erano proprio su un palco e recitavano, gestivano i tempi, calcolavano la loro presenza scenica. Mia figlia era lì sopra ma era come trasformata, c'era e non c'era e chi c'era era qualcosa di diverso e inedito.

Erano piccole scene, raccordate, comiche e loro – i ragazzi – si vedevano che si divertivano, ma stavano anche recitando, indubbiamente. “Quindi questa cosa succede davvero” ho pensato.

Poi oggi sono andato a prenderla, dopo la pizzata della scuola, arrivo un po' in anticipo e guardo se è con le altre ragazzine che chiacchiera, o al parco giochi e non la vedo e poi eccola: nel mezzo del campetto da pallone che sta giocando a calcio con gli altri ragazzi e ragazze della classe.

E penso che deve essere una figata essere mia figlia. Con tutti i problemi eh. Vado da lei, la saluto, lei arriva, sudata, mi frega una centrifuga di verdure e frutta che mi ero comprato, beve tre sorsate, mi dice che in effetti è disgustosa, me la restituisce e poi mi dice che finalmente la scuola è finita. Guarda davanti a sé, poi si gira e mi annuncia che da domani inizia a fare i compiti delle vacanze. “Meglio non aspettare” aggiunge.

Terzogenita non è più terzogenita, certe cose con me non le fa più, cresce. La “scuola di pigrizia” ha chiuso. Adesso non mi confida più di essere un ninja. Non mi traduce più quello che gli animali dicono. Quasi più.

Ieri in moto le ho chiesto, ma senti, è meglio ora alle medie che sei piena di cose da fare, responsabilità, compiti o era meglio alle elementari che eri più tranquilla, giocavi molto di più, eri più coccolata? Lei ci ha pensato per un attimo e poi ha risposto seria, preferisco adesso.

“E cosa ti piace di più di adesso rispetto a prima?” le ho chiesto.

E lei, subito: “la libertà”.

Sono in auto con terzogenita, guido e ogni tanto la guardo nei suoi incasinatissimi dodici anni e vedo che il suo volto cambia continuamente, come se dal fondo di un fiume che io non posso vedere emergessero ombre di tronchi dell'immaginazione: e ride allora, al niente; fa gli occhi grossi; diventa attonita e poi le fiorisce sulle labbra un sorrisetto ironico.

Chissà cosa sta pensando, mi chiedo. E poi penso che fino a poco prima anche io ero perso nei miei ragionamenti, nelle mie illusioni e questa – mi dico – è una cosa per la quale io e lei ci somigliamo: siamo due sognatori, di quelli ad occhi aperti.

“Sai cosa abbiamo in comune noi due?” le chiedo allora nel silenzio dell'abitacolo. Lei si volta verso di me, la fantasia del suo volto mutante scompare.

“Le ossa” mi risponde.