La vita in famiglia è bellissima

Frammenti quotidiani di vita familiare

[secondogenito con terzogenita]

— terzogenita — eh — come si chiama più chi lavora nella carneficina? — killer — ... — ma se intendevi macelleria, macellaio — ... — ... — intendevo dire macelleria — allora macellaio

Una cosa che mi ha molto aiutato a essere lo scrittore che sono, nel bene e nel male, tra le tante cose che sono sono anche uno scrittore, ci devo convivere, e uno scrittore anche che vive alla marginalità della scrittura convenzionale e rassicurante, uno scrittore che scrive male, quando può, e che scrive da dio, quando riesce, comunque, una cosa che mi ha molto aiutato a essere quello che sono quando scrivo sono due.

La prima l'ho già raccontata, è successo quando ho iniziato a scrivere in maniera costante, fine scuole elementari inizio scuola media e ho trovato questa docente delle medie che pensava che io avessi talento nella scrittura, come nei film americani non so se avete presente, però a Manesseno, una frazione che alita provincia su Bolzaneto, fate conto una strada costruita a fianco di un torrente perennemente o in piena o in secca, un po' di case, capannoni industriali, boschi.

Lì, in questa scuola marginale questa docente leggeva i miei racconti e le mie poesie e diceva che avevo talento, mi faceva sedere in cattedra e leggere i miei racconti umoristici ai miei compagni di classe, io proto-balbuziente, mi sedevo e leggevo, nella pausa che c'era tra la partenza di questa docente dalla sede centrale all'arrivo nella succursale dove stavamo noi, in pratica facevo sia letteratura che sorveglianza.

Quando decisi di fare il classico lei mi regalò un foglio con l'alfabeto greco e una sua dedica, lo tenni per decenni con me, ora non so dove sia, forse l'ho buttato in uno dei tanti cambi di casa o di personalità. Mi chiede di dedicarle il mio primo libro perché lei era sicura che io sarei diventato uno scrittore, e io effettivamente glielo dedicai, diciassette anni dopo, più o meno.

La seconda cosa che mi ha molto aiutato è stato il fatto di avere attorno amici che sono l'esatto opposto degli yes man. Le persone che conosco da più tempo, con cui parlo delle cose che scrivo, a cui di tanto in tanto provo a fare leggere le cose che faccio mentre le faccio, quando faccio queste cose, alzano gli occhi al cielo. Non rispondono ai messaggi. Dicono “bella merda” e mi restituiscono tutto.

Decenni che mi sono vicine e quando parlo di scrittura mi annegherebbero in una pentola di acqua bollente, alzano il sopracciglio, dicono vabbè Venerandi vaffanculo e cambiano discorso, per ogni cosa che faccio vanno a vedere il punto debole e lì picchiano, saggiano il vaso con l'unghia per vedere il momento della rottura. Sono perfetti no-man, da sempre. E sono poi sostanzialmente le uniche persone che frequenti.

Quindi quando scrivo qualcosa, in genere, lo faccio assolutamente senza rete. Tanto so che è inutile. Levati i bib(h)icanti che sono invece meravigliosi, ma malati. I bib(h)icanti sono malati di vita. Siamo intellettuali ingabbiati nella vita e quindi ci raccontiamo cose incredibili, avanti dieci, venti anni rispetto a tutto il resto che abbiamo attorno. Tanto sappiamo che non le realizzeremo mai. Abbiamo idee folgoranti, come nei film americani, ma senza i fondi. Ce le raccontiamo, le progettiamo, facciamo schemi.

Poi – come spettri – svaniamo nella vita. Facciamo le nostre professioni, lavoriamo, campiamo figli, case, mutui, ravvedimenti operosi. Affetti e dolori. Poi all'improvviso, in genere è sempre così, uno dice che c'è una perfomance da fare, un incontro su un tema assurdo, chessò, la rivolta iconoclasta nella canzone pop slovacca, e dobbiamo scrivere un testo, cazzo, dobbiamo assolutamente andare e noi – ogni volta – in due o tre settimane buttiamo giù tutta la performance, le voci, i tempi, le note di scena, tutto come se fosse la cosa più naturale del mondo.

E di colpo ci vediamo, erano sei mesi, un anno che non ci vedevamo, ci vediamo, ci sorridiamo, siamo tutti invecchiati, e saliamo sul palco, se c'è un palco, su un prato, nel mezzo di una chiesa sconsacrata, per strada, dentro un pub, dipende, e ci mettiamo a leggere le nostre cose, facciamo i cori, facciamo la nostra cosa così, all'improvviso e finita la cosa ci ritiriamo, commentiamo quello che abbiamo fatto, abbiamo dei bicchieri in mano, ci sentiamo degli dei scesi in terra per mezz'ora e poi torniamo a essere spettri.

Così, in genere, le cose di scrittura le faccio con persone che non conosco. Che non ho mai visto. Lavoro per mesi all'editing dei miei romanzi con persone che non ho mai incontrato, progetto installazioni di poesie elettronica, faccio corsi di letteratronica, storie a bivi per la scolastica senza mai vedere una faccia. Documenti condivisi. Mail che iniziano con R: o RE: e vanno avanti per anni, a volte.

È una corrente che mi attraversa, sterile, non avete idea di quanto sia sterile mettersi lì e scrivere, quanto tempo rubi alla vita immaginarsi delle cose in maniera costante e programmatica, che senso di vuoto e di colpa nasca dopo una serrata sessione di scrittura. Ma è una corrente, come una bolla, avete presente le bolle sottopelle, quelle che diventano poi bianche e piene di pus.

Non si assorbe nella vita la scrittura, non puoi metterci sopra della crema. Tutto quel materiale, che tu voglia o no, si accumula. Non ha suono prima che tu lo scriva. È un pus incolore e indolore che cresce e che non sai cosa sia finché alla fine – sfinito – non ti metti lì davanti allo specchio e premi, parola dopo parola, lemma dopo lemma, e vedi cosa esce fuori, te lo trovi davanti a te che si contorce e dice, sono vivo, sono qua, sono fuori, finalmente.

[diario dal letto]

Sto leggendo questo libro che ho preso quasi per caso, avevo letto alcune righe qua sul profilo di qualcuna e poi – in chat con i poeti – Paola Malaspina me lo ha consigliato, e ieri sera ero nel letto con tutto il resto della camera spento, anche Elettra dormiva e io tenevo in mano le pagine luminose di questo ebook e mi sono trovato nel felice momento del tunnel, quando sei dentro al romanzo e tutto il resto del mondo resta fuori.

E questo mi piace del romanzi, di alcuni romanzi, di essere in fondo una specie di terapia a basso costo, vedi cosa è successo a personaggi più o meno immaginari e poi pensi alla tua vita, alle tue sfighe, alle tue – ecco – alle tue mitologie e vedi di rinforzarle, di rinfrancarle: c'è bisogno di una piccola costante dose di immaginario a pioggia nella vita di tutti i giorni per far emergere la volontà fantastica che abbiamo, altrimenti.

Altrimenti, beh, qualcuno mi ha scritto che non devo usare espressioni come ehi ragazzi, che fa molto finto film americano, ma – ehi ragazzi – se togliete questa piccola dose di immaginazione sparsa come parmigiano sulle cose della vita, rischia che altre narrazioni si facciano strada, narrazioni tossiche, piccole, pelose, narrazioni che fingono di essere la vita vera, la realtà e che non sono la realtà, sono il mondo reale raccontato male.

Non è facile raccontare il mondo e lo facciamo continuamente, anche i non scrittori, anche chi scrive post di due o tre righe o condivide foto e meme che chissà chi li ha fatti; siamo tutti lì a raccontare il mondo, tutti i santi giorni, e non è facile raccontare il mondo, anzi, diciamolo, la maggior parte delle persone racconta il mondo di merda, altro che spruzzata di immaginazione, piccoli, costanti, micro, racconti, tossici, di, merda. Continui.

Mi destreggio tra una devastazione narrativa di merda, altro che. Non si tratta qua di saper scrivere bene o male, c'è un sacco di gente che scrive da dio, si tratta di saper raccontare il mondo. Non è nemmeno la stessa partita. Si tratta di saper scrivere da dio e usare questo super-potere, costantemente, diffusamente, come certe cucce per i cani.

Quindi – niente – sono le sette e quarantasei, mi sono svegliato alle cinque e mi sono visto dall'esterno, ho pensato alle foto di me stesso viste dall'esterno e ho pensato come penso di volerci riuscire dentro, e ho pensato a momenti in cui le cose non vanno, in cui la testa va a rotoli, in cui hai dolori dentro e fuori dal corpo e ho pensato anche che quei momenti sono di preparazione all'emersione.

Non so se si vede dal bordo della nave, ecco, là, dove sto indicando con il dito, vedete le bollicine, ecco che ora si vede l'ombra e ecco che emerge davvero, eccolo, godetevi tutta la massa che esce dall'acqua, caaazzo, è davvero un grande grosso pezzo di carne che esce, fa la sua torsione del corpo, spruzza la sua parte di lessico e immaginazione, e poi ricade a peso sulla superficie dell'acqua, sulla routine standard, la sfonda una seconda volta, nel verso contrario, e poi sparisce sotto.

Basta, finito, spero lo spettacolo sia stato di vostro gradimento, a me non è dispiaciuto, sono sempre qua immobile sul letto ma ora faccio i miei sforzi, cerco le mie stampelle, cerco la ciabatta del piede buono, mi metto in posizione semiverticale, sento tutti i dolori che arrivano alle varie parti del corpo, mi aggrappo, mi rimetto in piedi e vado a mettere su un po' di tea, a farmi dei selfie, a postare e condividere, a fare lo splendido tra i fornelli e il bidoncino della differenziata.

Aggiungo, come postilla aggiunta dopo: la felicità è sempre irragionevole.

[dialoghi con i figli: neologismi]

— papà — dimmi terzogenita — ho trovato il lavoro che voglio fare se non riuscissi a fare la cantante — ah, quale? — la casalinga — uh — però non ho capito bene come vengono pagate — allora, in realtà la casalinga non viene pagata — ah — cioè, non direttamente, ci vuole qualcuno che vive con te che venga pagato dall'esterno e lui paga te — mh, allora mi dovrò trovare un marito barra a — “marito barra a”? — marito o marita — ok — si può dire “marita”? — no, ma ho afferrato il concetto

***

— secondogenito — eh — è mica passata la mamma? — non lo so — ho sentito la sua voce — non stavo pagando attenzione — ...

[diario dal divano]

Comunque ieri mi sono seduto sul divano per fare compagnia a terzogenita che – aspirante al mondo dello spettacolo – guarda con piacere il Festival, lo aspetta proprio. Serpi in seno come se piovesse. Dopo un figlio che ama la matematica pura, una figlia che vuole cantare. Comunque, tavolino di vetro, cuscino, piede sul cuscino, il festival.

È anche la prima volta che guardo la televisione da un bel po' di tempo e quindi è stato peggio. Prima del festival c'era un qualche programma che parlava del festival, una specie di propaganda che propaganda se stessa, una reclame nella reclame e – a un certo punto – intervistano qualcuno che poi avrebbe fatto qualcosa nel festival, e lo intervistano nel camerino mentre una donna le fa il phon.

E inquadrano, in primissimo piano, il phon, cioè la marca del phon. È chiaramente uno sponsor, infatti poi il marchio ritornerà nella pubblicità in maniera esplicita qualche minuto dopo, ma in quel momento era pubblcità occulta e sono rimasto sbalordito, ho guardato terzogenita che fissava lo schermo senza dire niente, aveva messo la testa sul mio petto, aveva undici anni, era felice.

Poco dopo una ragazza era su un poggiolo con la scritta enorme Generali e anche questo era uno sponsor. Tutta questa prima parte di preparazione era una specie di coro greco che commentava, ma non tra atto e atto, ancora prima dell'inizio, ma questo coro greco serviva a incassare soldi dagli sponsor.

Mi sono sentito così dentro gli anni ottanta, altro che Stranger Things.

Poi è iniziato il festival vero e proprio. La retorica, il linguaggio usato dalle persone che presentavano, era triste. Era tutto vecchio. Le facce dei presentatori sembrava che avessero le rughe già trattate con Photoshop, sulla pelle. C'era questa idea – morta – di gioventù in corso. Di disfacimento.

Ad un certo punto, uno dei presentatori ha detto la frase, parlando del palco che era stato ripulito. “Sono passate le donne delle pulizie a pulire”. E ho pensato ma che cazzo. Le donne delle pulizie. I presentatori sono maschi, le presentatrici appaiono, come spettri, bonus level di tanto in tanto. Le donne presentatrici sembrano più degli ospiti a cui i maschi concedono di fare qualcosa.

Io, giuro, non ho detto niente. Dopo un minuto terzogenita mi dice, sento la sua voce che mi esce dal petto. “Ma solo le donne puliscono? Voglio dire, solo le donne fanno i lavori di pulizia?”. E io ho detto di no, che effettivamente è un lavoro che spesso viene fatto dalle donne, ma che esistono anche uomini che puliscono. Li ho visti. Terzogenita ha detto ok.

Poi sono apparsi tre cantanti che – quando io ero un bambino e mia madre guardava il festival – erano vecchi. Qui erano più che vecchi, erano tre pezzi della televisione, intendo il tubo catodico, tre pezzi di un puzzle che a nessuno oggi passerebbe per l'anticamera del cervello di mettere insieme. E per tre quarti d'ora buoni sono rimasto a vedere questa cosa surreale, queste tre persone che impattavano.

Inconsciamente mi sono chiesto perché. Questo bisogno di avere un passato. Sarà un preludio a un qualche tipo di fascismo, mi sono chiesto, non avere più nessuna fiducia nel contemporaneo. Terzogenita era affranta. “Ma non la piantano più!” si lamentava. Lei voleva vedere i cantanti giovani. Le era piaciuto uno, poco prima, il solito dipendente dell'autotune. “Sembra un egittista” aveva detto. “Uh?”. “Uno nato in Egitto” ha spiegato. “Egittista”.

Ho tre figli che sanno l'inglese meglio dell'italiano ed è un fiorire di neologismi ogni momento. Comunque.

Ho anche cercato di difenderli i tre vecchi, ho detto a terzogenita, però senti che voce che hanno ancora, “tu che ami il canto dovresti apprezzare”. Anche se usavano tutti i trucchi che potevano per reggere, la voce c'era ancora, avevano più voce loro che i rapper ventenni di prima o i cinquantenni che sarebbero arrivati di lì a poco.

La voce sopravviveva a tutto il resto, al corpo. Si sentiva il suono della loro voce sforzata e irreale all'interno della microfonia che la amplificava mentre il corpo si disfaceva, tenuto insieme dall'esercizio e dal benessere. Erano i guerrieri invincibili richiamati alla fine di Nausicaa, che mandavano il loro raggio distruttore e poi sarebbero crollati, sotto al peso del tempo.

Poi, la finta emozione dei ragazzini, il finto rispetto verso di loro, i loro vent'anni e rotti, quel posto così piccolo, in un piccolo punto della Liguria. È normale dei baracconi essere finti, è la loro natura. Meno, la loro moltiplicazione. La diffusione massiva del loro linguaggio.

Alla fine, dopo il ritorno di due rapper normalizzati, dopo così tante canne adesso sul palco a cantare il valore del mettere la testa a posto per il mantenimento della famiglia, altri morti sul palco, ho detto a terzogenita basta, che c'era a scuola il giorno dopo. Lei ha protestato, ma pochissimo. Abbiamo spento tutto.

[Diario dal letto #2]

Ieri sera ho visto le mie dita spuntare dal gesso e ho visto che si erano macchiate di blu, ho cercato di pulirle e ho scoperto che non erano sporche, era il sangue. Si deve essere fermato in alcuni punti del piede che si sono scuriti. L'ho presa con calma, ho pensato che stavo per perdere il piede e ho cercato su internet. Pare che sopravviverò. Ho chiamato il mio medico per sicurezza.

Il mio medico l'ho soprannominato, mr. saponetta. Ogni cosa che gli chiedo la fa scivolare rapidissimamente da sé, delega, a cascata. Mi ha detto di telefonare all'ortopedico che mi ha fatto il gesso. L'ho fatto. Mi ha risposto un'infermiera. La sua voce rimbombava nel vuoto. Mi ha dato l'idea di una persona sola, in un mondo troppo grande. Un enorme ospedale e lei, in un atrio, vicino a un telefono. Le sue risposte erano afferenti all'ineluttabile. “Eh” diceva. “Guardi” diceva. “Aspetti” diceva. E poi l'eterno nulla. Ho messo giù.

Per dimenticare ho letto le prime settanta pagine di un ebook che si chiama “Matematica senza numeri”. È pieno di disegnini. Per ora è piuttosto affascinante. Parla dell'infinito, della somma di infiniti e poi di questa cosa fichissima che si chiama “continuo”. Il continuo è una specie di inchiostro denso sulla realtà, sulla materia. Così denso che puoi spalmarlo sull'infinito e quello ci resta dentro, come una iper-nutella. Questo non è esattamente quello che dice il libro, ma l'autore non mi può sentire mentre leggo. Grande consolazione dei libri. L'autore non vede cosa ci entra nella testa e come.

Arrivato invece a pagina 241 di “Storia universale delle lingue” sto continuando solo come esercizio di puro masochismo. Ogni tanto procedo di due o tre pagine, disperatamente, sottolineando, consolato solo dal fatto che le pagine, loro, non sono un continuo e non sono nemmeno infinite; prima o poi, due pagine per due pagine, una per una, prima o poi arriverò alla fine e potrò rimanere così, di fronte al finito. È una delle più grandi rotture di coglioni che mi siano finite sotto gli occhi e la voglio finire proprio come monito. Potevi finire così. Potevi diventare un linguista.

Mentre soffrivo ho guardato tutto Cunk on Earth su Netflix. Bello, ma non ci vivrei. Lei è deliziosa. Alcuni momenti comunque splendidi. Però non ci vivrei. Ci vuole troppo tempo per ridere. Ho fatto vedere una puntata a Elettra e lei mi ha detto: – venerandi – dimmi amore – sai che ci sono cose venerandi e ci sono cose Elettra – sì – Cunk on Earth è una cosa venerandi – non Elettra – decisamente non Elettra – ok

BTW mi era venuta voglia di vedermi i film che non avevo ancora visto di Greenaway, per tirarmela e ricordare gli anni di quando ero ancora un giovane ragazzo universitario e soprattutto per parlarne male, ma ho scoperto che su Primevideo sono diventati tutti a pagamento. In pratica il grosso del catalogo è diventato a pagamento tranne la merda o le serie prodotte da loro. Possono sprofondare nell'inferno del digitale, ho pensato, piuttosto torno alle VHS.

Ho ripreso invece un gioco. Ho deciso di finire Grim Fandango. L'avevo mollato perché gli enigmi, in alcuni punti erano invecchiati male male. In più ero rimasto per due o tre volte bloccato per dei bachi, oggetti che sparivano, va bene, non mi dilungo. Mi sono messo in ottica storica. Se resto bloccato in un punto per più di mezz'ora, cerco in rete degli indizi per andare avanti. È contro la mia etica. Non lo faccio mai, ma, sto invecchiando. Ho pensato che poi cricco. Preferisco morire o restare senza un piede dopo aver finito Grim Fandango. Con questo pezzo Lucasarts dentro al corpo.

Ho anche comprato The Gardens Between che era nella mia lista preferiti ed era finito in offerta. Una di quelle cose prese per intuito, leggendo la trama e guardando le immagini. Un errore. Talvolta accade. Bello, interessante, ma fuori dalle mie corde. La storia è troppo sottomessa al puzzle. Non amo i giochi in cui mi trovo davanti a un puzzle logico da risolvere e lo devo risolvere perché sì. Voglio tutta la bambagia narrativa. Il cotone rosa profumato zucchero appiccicoso della narrativa.

Ogni sera mi devo fare un'iniezione di eparina. Mi metto lì, mi stringo un pezzo di carne, infilo l'ago, schiaccio. Tolgo tutto. “Infilo l'ago” è improprio. Lo appoggio. Poi faccio una leggera pressione, poi un po' più forte, poi un po' più forte, poi ancora un po' finché non sento un piccolo dolore e sento che l'ago entra e scivola dentro, lentamente. In pratica mi faccio la puntura con la stessa tecnica con cui sto leggendo Storia universale delle lingue. Per osmosi. Fingendo di non farlo.

[Diario dal letto]

Rompersi un piede è una rottura di coglioni. Non grave, non irrimediabile se non esageri nel numero di ossa rotte, ma ti rendi conto in maniera più esplicita che sei un essere vivente sottoposto alla gravità. Non poter appoggiare un piede per terra, vuol dire che puoi spostarti saltellando sull'altro che non è abituato. Tutto il corpo si adatta per cercare di farti fare gli spostamenti minimi, e manda poi dolori peggiori di quelli del piede da proteggere.

Fa male la schiena perché sei stato ore a letto, fa male il polpaccio del piede che usi per saltellare con le stampelle, fanno male i pettorali che devono fare forza sulle stampelle, fa male un cazzo di non so quale muscolo che deve tenere sollevata la gamba mentre saltelli sull'altra, fanno male gli addominali non so perché, immagino per empatia con il resto del corpo. Andare in bagno e tornare a letto mi sembra di essere andato fino alle termopili, avere sconfitto gli spartafasci a colpi di stampelle e poi essere tornato sanguinante in Persia a riposarmi sotto le coperte.

La colpa è mia, ho trascurato il mio corpo per troppo tempo, poca attività fisica, poca ginnastica e soprattutto ho avuto la bella idea di invecchiare, superare i cinquanta, cosa cazzo avevo in testa, non potevo restare per sempre nei trenta a cazzeggiare, fare errori madornali aspettando un futuro che non sarebbe mai arrivato? Un sacco di gente lo fa. E invece no, tac, diventiamo cinquantenni, bella cazzata. Vabbè, ormai fatta.

In più uno pensa, beh sei a letto, il piede non ti fa tanto male, no? se stai immobile no, ti rilassi leggendo romanzi, stando al computer no? Cazzeggi in rete, giochi ai videogiochi, scrivi, no?

No. Vorrei sfatare questo mito. Il letto è comodo, è il metodo più economico per sentirsi benestanti, ma ecco, dopo una, due ore inizi a girarti, spostare cuscini, sentire il tuo corpo che brucia, fare errori, innervosirti, avere fastidio, prurito, sentirti sporco, avere dolori a questa o quella parte del corpo, troppo caldo, troppo freddo, col cazzo che mi rilasso nel letto.

La vescica. Parliamo della vescica. La pipì. Sei nel letto e senti che sarebbe meglio che facessi pipì. Ma tu sai che per fare la pipì devi attraversare tutto il peloponneso, fare un ponte di navi in prossimità dello stretto del Bosforo, chiamare Mardonio che ti aiuti ad aprire la porta del bagno e poi sconfiggere gli spartafasci, arrivare ad Atene, pisciarci sopra e poi tornare indietro, dolorante, nella tua amata Persia. Una impresa solo a pensarlo.

Infine internet. Internet è piccolo. Te ne rendi conto quando sei lì nel letto. Perché in realtà mentre sei lì, solo a casa, per ore e ore, tu non vuoi girare su internet, tu vuoi feedback. Notifiche. Gratificazioni. Vuoi comunicare, ah dannata abitudine umana. Comunicare. Ma non troppo, la gamma della comunicazione che non include gente che inizia a romperti i coglioni su qualcosa. Comunicazione gratificante. Creativa. Superficiale.

E quindi resti sempre sui cinque/sei siti che ti garantiscono ritorno, cuoricini, segnini rossi di spunta, notifiche. E lo fai per ore. Alla sera, dopo una giornata così social, aspetti solo di scomparire nel nulla, tu e l'umanità tutta.

Un'ultima nota: no. Non faccio parte delle persone che apprezzano se gli telefonate quando stanno male. Soprattutto se sono bloccate a letto, magari dormono distrutte e il cellulare è in un'altra stanza e quindi fanno disastrose alzate, afferramento di trampoli o come si chiamano, corse per raggiungere un cellulare da cui poi si sente una voce che dice “ah volevo solo sapere come stavi”.

Prima bene. Prima che mi telefonassi bene. Se volevi sapere come stavo usavi Facebook, l'hanno fatto apposta, non mi telefoni. Mamma.

Anche perché, se decido di sfidare la sorte e mi alzo con le stampelle, credo canadesi ho due possibilità, come nelle storie a bivi: o uso le stampelle o porto oggetti. Non posso muovermi portando con me il cellulare, o il portatile, se non facendo gravi acrobazie che nemmeno al circo Togni.

Comunque, questo per dire che per ora va tutto alla grandissima, che sto bene, non mi lamento, sono sociale, ho un carattere meraviglioso e non vedo l'ora di tornare a lavorare, grazie, altrettanto spero di voi, grazie per il vostro costante feedback, spero di morire.

Rompersi un piede è una rottura di coglioni. Non grave, non irrimediabile se non esageri nel numero di ossa rotte, ma ti rendi conto in maniera più esplicita che sei un essere vivente sottoposto alla gravità. Non poter appoggiare un piede per terra, vuol dire che puoi spostarti saltellando sull'altro che non è abituato. Tutto il corpo si adatta per cercare di farti fare gli spostamenti minimi, e manda poi dolori peggiori di quelli del piede da proteggere.

Fa male la schiena perché sei stato ore a letto, fa male il polpaccio del piede che usi per saltellare con le stampelle, fanno male i pettorali che devono fare forza sulle stampelle, fa male un cazzo di non so quale muscolo che deve tenere sollevata la gamba mentre saltelli sull'altra, fanno male gli addominali non so perché, immagino per empatia con il resto del corpo.

Andare in bagno e tornare a letto mi sembra di essere andato fino alle termopili, avere sconfitto gli spartafasci a colpi di stampelle e poi essere tornato sanguinante in Persia a riposarmi sotto le coperte.

La colpa è mia, ho trascurato il mio corpo per troppo tempo, poca attività fisica, poca ginnastica e soprattutto ho avuto la bella idea di invecchiare, superare i cinquanta, cosa cazzo avevo in testa, non potevo restare per sempre nei trenta a cazzeggiare, fare errori madornali aspettando un futuro che non sarebbe mai arrivato? Un sacco di gente lo fa. E invece no, tac, diventiamo cinquantenni, bella cazzata. Vabbè, ormai fatta.

In più uno pensa, beh sei a letto, il piede non ti fa tanto male, no? se stai immobile no, ti rilassi leggendo romanzi, stando al computer no? Cazzeggi in rete, giochi ai videogiochi, scrivi, no?

No. Vorrei sfatare questo mito. Il letto è comodo, è il metodo più economico per sentirsi benestanti, ma ecco, dopo una, due ore inizi a girarti, spostare cuscini, sentire il tuo corpo che brucia, fare errori, innervosirti, avere fastidio, prurito, sentirti sporco, avere dolori a questa o quella parte del corpo, troppo caldo, troppo freddo, col cazzo che mi rilasso nel letto.

La vescica. Parliamo della vescica. La pipì. Sei nel letto e senti che sarebbe meglio che facessi pipì. Ma tu sai che per fare la pipì devi attraversare tutto il peloponneso, fare un ponte di navi in prossimità dello stretto del Bosforo, chiamare Mardonio che ti aiuti ad aprire la porta del bagno e poi sconfiggere gli spartafasci, arrivare ad Atene, pisciarci sopra e poi tornare indietro, dolorante, nella tua amata Persia. Una impresa solo a pensarlo.

Infine internet. Internet è piccolo. Te ne rendi conto quando sei lì nel letto. Perché in realtà mentre sei lì, solo a casa, per ore e ore, tu non vuoi girare su internet, tu vuoi feedback. Notifiche. Gratificazioni. Vuoi comunicare, ah dannata abitudine umana. Comunicare. Ma non troppo, la gamma della comunicazione che non include gente che inizia a romperti i coglioni su qualcosa. Comunicazione gratificante. Creativa. Superficiale.

E quindi resti sempre sui cinque/sei siti che ti garantiscono ritorno, cuoricini, segnini rossi di spunta, notifiche. E lo fai per ore.

Alla sera, dopo una giornata così social, aspetti solo di scomparire nel nulla, tu e l'umanità tutta.

Un'ultima nota: no. Non faccio parte delle persone che apprezzano se gli telefonate quando stanno male. Soprattutto se sono bloccate a letto, magari dormono distrutte e il cellulare è in un'altra stanza e quindi fanno disastrose alzate, afferramento di trampoli o come si chiamano, corse per raggiungere un cellulare da cui poi si sente una voce che dice “ah volevo solo sapere come stavi”.

Prima bene. Prima che mi telefonassi bene. Se volevi sapere come stavo usavi Facebook, l'hanno fatto apposta, non mi telefoni. Mamma.

Anche perché, se decido di sfidare la sorte e mi alzo con le stampelle, credo canadesi ho due possibilità, come nelle storie a bivi: o uso le stampelle o porto oggetti. Non posso muovermi portando con me il cellulare, o il portatile, se non facendo gravi acrobazie che nemmeno al circo Togni.

Comunque, questo per dire che per ora va tutto alla grandissima, che sto bene, non mi lamento, sono sociale, ho un carattere meraviglioso e non vedo l'ora di tornare a lavorare, grazie, altrettanto spero di voi, grazie per il vostro costante feedback, spero di morire.

In pratica correvo per prendere mia figlia terzogenita, avete presente, da calcio per portarla dall'ortodontista e ho messo male il piede, si è storto, ma storto storto che ho pensato cazzo così tanto storto non è bene, e ci sono caduto sopra, e ho sentito male come se fossi caduto con la moto ma senza moto.

Sono rovinato a terra come Harrier Du Bois, riuscendomi a sbucciarmi le ginocchia pur cadendo con tutto il peso sullo zainetto che avevo sulle spalle dove c'era l'ebook reader, ero sparso sul marciapiede come una vecchia giacca.

Mi sono alzato e ho iniziato a zoppicare come se mi avessero sparato a una gamba e sono andato a prendere ma figlia così, scusandomi, rantolando e ho preso mia figlia, l'ho caricata in moto e sono partito per andare dall'ortodontista.

Solo quando sono sceso dalla moto ho capito che mi stava facendo troppo male per essere una semplice botta. Non riuscivo più a camminare e mia figlia, per attraversare, mi ha dato la mano. Per aiutarmi. “Grazie” le ho detto.

Nella sala d'aspetto dall'ortodontista ho avvertito Elettra. “Guarda, amore sono caduto, non con la moto, non preoccuparti, non con la moto, non so se andare al pronto soccorso”. Elettra, che è esperta, mi ha detto vai in bagno, togliti la scarpa, guarda se il piede è gonfio.

Mi sono trascinato in bagno, ho tolto la scarpa, ho tolto il calzino, e avevo un uovo, in più rispetto al piede standard, un uovo di pelle rosa che ero sempre io, il mio piede. “Cazzo cazzo” ho pensato.

Ho scritto a Elettra, le ho detto temo si sia rotto qualcosa. Elettra ha mollato tutto, ha preso l'altro figlio, è venuta a salvarmi.

Andiamo all'ospedale. C'è appena stato un incidente. Gente sporca di sangue. Mi danno una sedia a rotelle, Elettra mi spinge cercando di capire dove. Mi sento tanto James Stewart. Quando arrivo dalla dottoressa mi guarda e mi dice, senta, per onestà devo dirle che noi non abbiamo l'ortopedico. “Ah” faccio io. La dottoressa continua e mi dice che in pratica avrei fatto i raggi fra diverse ore e sarei dovuto tornare la mattina dopo, con le lastre, per l'ortopedico.

Un tempo avrei detto ok. Avrei detto sfiga, ok. Me ne sarei stato. Invece ho guardato la dottoressa e le ho chiesto, ci sono altre opzioni? E lei mi ha detto, può provare ad andare a un altro ospedale, ma non le garantisco che troverà l'ortopedico. Ho guardato Elettra, siamo andati a un altro ospedale.

Ho dei flash. Io che entro, mi mettono sulla sedia a rotelle, e mi portano in una stanza buia dove una apparecchiatura che sembra uscita da Wall-e fa ampissimi movimenti circolari e si muove verso di me e io penso ora mi uccide, sono finito in un film di fantascienza distopico. È chatGPT che si vendica. Invece si addomestica, si fa più piccola e fa uscire un piano altezza del mio piede. Bellissimo.

La scena dopo sono in un corridoio che aspetto. Ci sono letti dappertutto. Anziani, tanti anziani. Soli. Gente rabbiosa, vecchia, collerica, folle. E più sono rabbiosi più mi fanno tenerezza. Una chiede dove sia suo nipote. Che lo aspetta. Perché non viene suo nipote? Un altro, più lontano, urla che non devono legarlo. Che lo hanno sequestrato. Da quattro ore mi avete sequestrato, urla. Chiamate la polizia, urla. A questo punto dall'altra parte del corridoio urla la donna, e chiede, chi è che dice di chiamare la polizia? È mio nipote? È lui che ha bisogno della polizia?

In mezzo le infermiere cambiano pannoloni nel mezzo del corridoio, mettono flebo, fanno prelievi, sembra di essere in un ospedale da campo.

Nella scena dopo sono in boxer davanti a tre infermiere e ho una gamba normale e una ingessata e le infermiere hanno i miei pantaloni in mano e si chiedono, e ora come facciamo? Come glieli mettiamo? Una delle infermiere mi chiede se può tagliare i pantaloni, togliere le cuciture, in modo da potermeli mettere con il gesso e io dico, no la prego no, non sono miei.

L'infermiera è stupita. “Non sono suoi?”. “No – dico io – sono di mia moglie. Me li ha prestati”. L'infermiera mi guarda con uno sguardo indecifrabile, e poi dice, ok ci penso io. Alla fine Elettra mi viene a prendere con due stampelle e mi lascia al parcheggio. Dal parcheggio a casa mia c'è mezzo chilometro. Dopo venti metri capisco che le stampelle sono una tecnologia ampiamente migliorabile. Dopo cento non mi sento più le braccia. Dopo trecento metri sono fermo e spero che la rotazione terrestre autonomamente mi porti fino a casa.

Mentre arranco gli ultimi cento metri penso ai docenti che non hanno concesso la dad agli studenti malati perché – insomma – se ti rompi una gamba puoi tranquillamente venire a scuola, che c'è di difficile? No?

E penso che la sofferenza è quello che ci rende umani, alla fine, con tutti i suoi difetti.

Sono con terzogenita che guardo un documentario che ho trovato in rete sulle anguille. L'ho scelto a caso su internet ed è un canale di un nonno boomer che fa questi video in casa in cui spiega le cose della natura. Peraltro manco fatti male, si capisce che il nonno non ha mai visto un anguilla dal vivo, ma per il resto ok. Il ritmo non è proprio vivace, procede con la stessa velocità con cui mio padre posteggia in salita. Più simile agli scacchi che a OutRun II.

Comunque: le sto facendo vedere questo documentario perché penso sia giusto che piano piano conosca al meglio il suo futuro animale guida e viene fuori che le anguille fanno le uova nel mar dei Sargassi. Milioni di uova che vengono poi trascinate dalle correnti sulle coste europee e nel mar mediterraneo dove le uova si trasformano in esserini di pochi centimetri con un aspetto dolce come all'Alien di Giger.

Terzogenita è schifata.

Queste proto anguille crescono un po', diventano simili a vermicelli neri, non hanno sesso e risalgono i fiumi di acqua dolce, non si capisce bene perché. Non lo sanno nemmeno loro. Restano lì per un po' di anni, ingrassano finché all'improvviso partono e si fanno cinquemila chilometri per tornare nel mar dei Sargassi. Nel percorso l'intestino si atrofizza.

Terzogenita è schifata.

Arrivati nel mar dei Sargassi scendono a un chilometro di profondità e a questo punto gli spunta il sesso. Maschile o femminile. Allora le anguille fanno la panmixia, ovvero inziano a avilupparsi le une nelle altre, come un pettine pieno di capelli ma invece dei capelli sono anguille che si mescolano copulano continuamente e a caso, si ingravidano in un avviluppo che terzogenita, con uno sguardo schifato, apertamente condanna.

Il vecchio nonno boomer invece alla descrizione della panmixia sembra particolarmente arzillo. Riprende colore.

Dopo la Panmixia le anguille espellono le migliaia di uova e sprofondano negli abissi. Tutte. E muoiono.

Terzogenita è atterrita.

A questo punto il nonno boomer inizia a spiegare come cucinare le anguille e io chiudo il portatile e dico, non è meravigliosa la natura, amore?

Terzogenita chiude gli occhi. Li riapre.