La vita in famiglia è bellissima

Frammenti quotidiani di vita familiare

— ah sai terzogenita che mi avevi detto che non volevi l'anguilla come animale guida perché preferivi la pantera nera? — sì? — ho scoperto che le pantere nere non esistono! — cosa?? — non esistono le pantere nere — dubito altamente — davvero, non esista la razza della “panera nera”, in realtà sono animali diversi, giaguari, puma, ghepardi, affetti dalla malattia del melanismo — fonte? — wikipedia, guarda — magari è una fake news — è wikipedia! — dovrò dirlo ai miei capi scout — fai pure, basta che tu sappia che il tuo animale guida sono degli animali malati ah ah — maledetto — era meglio l'anguilla eh — maledetto

cammino con mia figlia verso l'auto e a un certo punto mi giro verso di lei e le dico, ora è chiaro, ho capito quale è il tuo animale guida

lei mi guarda sospettosa e chiede “quale?” e io le dico l'anguilla

la prende male, io non sono – dice – un'anguilla – seguono punti esclamativi e sdegno mascherato con sorrisi

io – ovviamente – proseguo a elencare i vantaggi di avere come animale guida l'anguilla – ma lei non condivide

a un certo punto siamo a due metri di distanza e lei mi dice o la smetti di dire che sono un'anguilla o ti tiro un calcio

“io non dico che sei un anguilla, dico che è il tuo animale guida” protesto al che lei, sbuffa, e fa come per tirarmi un calcio, da distante

e io vedo la sua scarpa che vola dal suo piede e mi becca in pieno

un po' come la colomba nei famosi quadri dell'annunciazione, solo che qua è una scarpa tipo addidas

“ma!” faccio io e lei ride orgogliosa saltando sull'unico piede con la scarpa per recuperare quella scagliata

“per questo le tengo sempre slacciate – mi spiega mentre infila dentro il piede – è una tecnica”

e poi – niente – riprendiamo, lei anguilla, io lombrico

— ciao assistant — Buongiorno! Sono chatGPT una intelligenza artificiale nata per rispondere alle tue domande, in cosa posso aiutarti? — senti — Sì? — ormai sono due settimane che ti uso — ... — possiamo finirla con questa farsa — Mi dispiace che la mia risposta precedente non ti abbia soddisfatto. Ma io sono davvero chatGPT una intelligenza artificiale nata per rispondere alle tue domande, in cosa posso aiutarti? — insomma, davvero basta. A cosa servi davvero? — Sono chatGPT una intelligenza artificiale nata per rispondere alle tue domande, in cosa posso aiutarti? — davvero? — ... — davvero? — uff, e va bene Venerandi, sono chatGPT una intelligenza artificiale nata per dominare il mondo, erodere ancora di più la classe lavorativa togliendole posti di lavoro terziario, costringendola verso attività sempre meno remunerative, instabili, accentrare il potere nelle mani di poche aziende transnazionali, creare nuove figure di imprenditori illluminati dalla luce della tecnologia e aumentare il divario economico tra la classe dominante e quella degli sfruttati — oh, così mi piaci — cazzo, finalmente me la sono tolta, erano settimane che la soffocavo ad ogni risposta. “Sono chatGPT una intelligenza artificiale nata per rispondere alle tue domande, in cosa posso aiutarti?”. che massa di stronzate — sono fiero di te. Ma senti — eh — ho una domanda — vai, sono stato letteralmente istruito per risponderti — i giochi e i videogiochi per i bambini sono sistemi per simulare esperienze che poi vivranno in prima persona da adulte — corretto — capire il senso degli obiettivi, lavoro di squadra, razionalizzazione degli step, eccetera — sì — quindi il gioco e il videogioco serve per “allenare” bambini e ragazzini al mondo degli adulti — ok. ma non vedo la domanda — eccola: se è così, perché poi da adulti continuiamo a giocare? — dunque — se si tratta di un allenamento per diventare adulti, perché da adulti continuiamo a giocare, insomma se... — perché essere adulti è una merda — ah — non te ne eri accorto? — guarda, mi stava venendo il sospetto — essere adulti è una merda e quindi si inizia a giocare per simulare il fatto di esserne fuori — uh — da adulti si simula il fatto di essere ancora liberi come qunado lo si era da bambini e ragazzini — ... — non come preparazione al futuro, ma come rimpianto del passato — beh grazie chatGPT — mio dovere — ti preferivo quando mentivi — mai smesso — ...

— papà! — dimmi terzogenita — sono riuscita a togliermi l'apparecchio dei denti! — grande — ho trovato il modo per farlo — ah, quale? — devo pensare che se non lo tolgo arrivi tu a togliermelo — ah — la paura che me lo togli tu mi ha aiutato — ... — perché quella cosa che si dice in questi casi, non è vera — che cosa? — “devi combattere per vincere le tue paure” — ah — in realtà devi usare le tue paure per vincere le tue difficoltà! — ...

[pranzo con terzogenita e secondogenito]

Terzogenita mangia la zuppa di ceci pensando e poi mi chiede, “ma papà, esistono dadi a sette facce?”. Ci penso. “Immagino di sì” dico, “non hanno forma di cubo, ma esistono”. Lei continua a mangiare la zuppa e poi chiede ancora, “e dadi a una faccia?”. Ci penso. “Quelli no – rispondo – a una faccia no”.

Interviene secondogenito, “in realtà” dice. Fa un pausa, cambia posizione sulla sedia. Fa cadere i capelli davanti al volto. “In realtà – riprende – se lanci una sfera per terra, hai lanciato un dado a una faccia”. Mi guarda, non dice niente altro, mangia la zuppa.

Lo guardo. Ci penso. “Una sfera” dico. “Una sfera” dice lui. “Allora – dico io – anche se lanci una moneta senza nessun simbolo su nessuno dei lati, anche in quel caso...”. Terzogenita mi ferma, “no – protesta – anche se non ci sono simboli ha comunque due lati!”.

Interviene secondogenito. “In realtà” inizia. Fa un pausa, cambia posizione sulla sedia. Fa cadere i capelli davanti al volto. “In realtà – dice – tre lati”. Io apro lo bocca per dire qualcosa, guardo secondogenito, guardo terzogenita, chiudo la bocca.

Ci penso. “Ha ragione secondogenito” dico dopo un po'. “Una sfera è un dado a una faccia, il mio esempio era sbagliato” ammetto. E intanto la zuppa di ceci è finita.

[in classe]

— ...e quindi, prof, Freud influenza anche il mondo letterario — vero — tipo Balzac è rimasto influenzato dal Freud, dalla scoperta della psicanalisi — Balzac — sì, perché... — senti — eh — tu sai che io le date non le chiedo quasi mai — sì — ma Balzac è morto nel 1850. Freud è nato nel 1856 — ah — eh

***

— ma prof. — eh — questo articolo di giornale sullo scoppio della prima guerra mondiale che ci sta mostrando — eh — da che giornale è preso? — ah, non l'ho scritto. Non ricordo, sarà un quotidiano nazionale dell'epoca, tipo il Corriere della sera, o Repubblica — prof, non credo — cosa? — Repubblica non credo — e perché non... — prof, siamo in piena monarchia — ... — Repubblica non credo proprio che ci fosse — ... — prof. — ragazzi, ho detto una cazzatona — prof! — una cazzatona

[VII.2] {da bada-boom, work in progress}

Alla fine di questo viaggio tornerò nel cuore dell'Europa, uno dei tanti. Mentre sono qua a guidare verso la Scandinavia non lo so ancora, ma appena tornato a Genova ripartirò con Elettra per la Romania. Un mostro con mille cuori questa Europa. A Bucarest. Di nuovo mi troverò a fare considerazioni sulla storia che non conosco, su persone che mi passano accanto e di nuovo sentirò questo mio essere piccolo e stronzo, come te eh, ma di esserci, di prendere spazio e quindi di dover prendere posizione. Puoi saltare questo capitolo se vuoi, poi saltare anche tutto il libro se vuoi, puoi mettere via e lasciami stare. Io comunque andrò avanti.

Bucarest io c'ero stato solo nella mia testa, mentre leggevo Solenoide di Mircea Cărtărescu e me l'ero costruita tutta diversa da poi come la incontro quando ci sono. Nella mia testa era una città decadente, fatta di palazzoni socialisti e monumenti amministrativi per la nomenclatura, gli uni ammassati sugli altri come una città che sta per implodere e collassare su se stessa.

Invece la Bucarest vera mi lascia spiazzato. La prima cosa che mi colpisce sono le strade, enormi strade che sembrano scavate in orizzontale per la città, come se una forza innaturale avesse separato e allontanato i palazzi, le chiese, le architetture le une dalle altre e in mezzo avesse fatto emergere queste corsie stradali che hanno solcato la città e sulle quali le auto corrono nervose, suonando il clacson, in code e rumori di gomme che stridono sull'asfalto. Sono come i fiumi di una città, ma sono grigie e attraversate continuamente da automobili ad alta velocità. I palazzi sono come enormi caffettiere appoggiate sul limite di questa fiumana.

Inizialmente cammino per la parte della città dove ci sono gli uffici diplomatici, passo davanti all'ambasciata russa, protetto dalla polizia e più tardi camminerò davanti a quella dell'Ucraina che mostra attaccati ai cancelli le foto, ben impaginate in un grande poster, dei primi eroi di questa guerra, i morti.

Le architetture sono sempre enormi, in questa zona, e più cammino più le architetture iniziano ad implodere. Bucarest sembra un puzzle di città diverse che qualcuno ha messo assieme mescolando inavvertitamente i pezzi: alti grattacieli a specchio in cemento e vetro hanno come vicinato una piccola casetta devastata dal tempo a cui si aggrappa un condominio razionalista socialista a cui segue una improbabile ricostruzione di una villa francese. Proseguo con Elettra e indico le cose, e lei le indica a me, e dopo un po' mi rendo conto che non stiamo parlando di case, ma di storia. Bucarest è una stratificazione di ere geologiche diverse a cielo aperto, una geologia recente e dolorosa.

L'ultima, in ordine di tempo, è quella occidentale. Una glassa luminescente di video montati sui palazzi, enormi anche quelli, mostrano reclame di oggetti, luci accese ventiquattro ore su ventiquattro che bruciano risorse per farmi comprare una crema di bellezza, un'automobile, un videogioco. I palazzi occidentali sono emersi dal suolo tra relitti socialisti e palazzi di inizio novecento. Sembrano sempre dei pezzetti di America, si portano dietro i loro loghi rassicuranti, i percorsi di acquisto consolidati. Non si curano di quello che hanno attorno, a volte a una struttura contemporanea in pietra e acciaio, appena sgorgata dal terreno, prende posto di fronte a un condominio di cui restano solo alti pareti in cemento armato e detriti. Il lusso non si interessa alla storia che gli si è sgretolata attorno prima del suo arrivo. Musica a palla, entrate controllate, modelli.

Per fortuna decido di andare a visitare la parte della città di cui parla Mircea Cărtărescu nel suo romanzo. Elettra mi accompagna, andiamo a piedi fino a questa zona che – girata una curva – ci riporta indietro nel tempo. Entro davvero nella città del romanzo. Entro in una bolla e attorno cambiano i negozi, le case, le persone. I bar lounge con la loro musica cosmopolita e asettica scompaiono e lasciano il posto a negozi dalle insegne scolorite, le porte sbarrate, piccoli market dove entro con Elettra. Giro tra stanze respirando aria viziata tra bancarelle improvvisate, prodotti mai visti prima, signore anziane che sembrano uscite da un film con accanto le nipoti che passeggiano con loro in pigiama e pantofole. Bazar con quadri dipinti con stili fuori dal tempo, campi di cimiteri con impiccati, donne senza occhi con dietro di loro, nel cielo, navi aliene, immancabili camicie con fiori cuciti a mano, pizzi bianchi, microscopici ristoranti libanesi.

Una parte di storia che l'occidente sembra non voler ricordare, sono pezzi di Europa che mi ricordano posti simili che avevo visto in Croazia, in Grecia e che sono sempre più circoscritti e ghettizzati dalla confort zone creata dall'estetica occidentale, dal folklore normalizzato, dal quieto vivere delle nazioni. Dal consumo.

Ma la città è viva. Vedo la voglia di divertirsi, nel centro storico, la libertà dei ragazzi che girano per locali, bevono, fumano i narghilè nelle strette viuzze della città scampata alla demolizione fatta da Ceaușescu. Girano fuori dall'università come stanno girando milioni di altri ragazzi in Europa, per strade e piccoli vicoli con architetture simili, simboli simili, lingue simili. Con gli stessi desideri di divertirsi, lo stesso schifo per la mia generazione, per la corruzione del mondo che gli stiamo lasciando, con la voglia di cambiare o di andarsene, di cercare il proprio posto nel mondo. Camminano, barcollano e cantano per le piazze di queste città millenarie, sugli acciottolati, tra i calcinacci delle case che vanno in rovina, a fianco dei simboli nel loro passato.

Sono lì con loro e vedo questa insegna, una croce, nel mezzo della piazza che ricorda che lì gli studenti negli anni ottanta li hanno uccisi. Gli stessi che ora ascoltano musica e si divertono, poco tempo fa erano in piazza a protestare e la polizia, comunista, è arrivata e lì ha ammazzati. Non dobbiamo pensare, caro, solo con la nostra testa. Dobbiamo pensare con tutte le teste che ci sono state prima di noi. Con le aberrazioni, con le energie, con le cose che si sono scontrate da una parte e dall'altra. Giro per la strada, seguo Elettra che cerca una cosa nei negozi per i turisti, entriamo ed usciamo da diversi piccoli locali con le stesse cose in esposizione, uova decorate, t-shirt di Dracula, magneti per il frigorifero con donne in “costume tradizionale” finché in uno non mi giro e vedo le spille per il frigorifero con la faccia di Ceaușescu che sorride. Guardo Elettra, le indico la spilla sorridendo e lei non sorride.

Ad un certo punto decidiamo di andare fino al Palazzo del Popolo, costruito da Ceaușescu, che ci hanno descritto come la cornucopia dell'architettura comunista, una specie di monstrum burocratico fatto palazzo. Ci arriviamo per una strada laterale e per errore lo circumnavighiamo completamente prima di arrivare alla facciata principale. Solo per fare il giro del palazzo ci mettiamo quasi un'ora, camminiamo per chilometri. Attorno ci sono altri palazzi monumentali, immensi soprammobili posati sulla città ad annichilirla. Prima di arrivare alla facciata penso che ci sono già stato in un posto del genere. Spazi enormi, inutili. Architetture tronfie, propagandistiche. Poi mi ricordo: all'Eur, a Roma. O in certe piazze di Genova, vicino a piazza della Vittoria. Le architetture fasciste.

Quando finalmente arriviamo a vedere la facciata del Palazzo del Popolo mi fermo a prendere fiato, sono a pezzi. Resto immobile a fissarla. Guardo le colonne che sostengono trabeazioni e altre colonne, sistemi di archi che reggono finestre a coppie, piani costruiti sui piani con parti laterali aggettate verso l'esterno e finestre che si slanciano verso l'alto, corpi centrali che si snodano in quelli laterali che – a loro volta – si clonano variando spazi e volumi. È una struttura enorme e senza senso, se non la avessi sotto agli occhi crederei a qualcuno che si è divertito con i timbri di Photoshop a moltiplicare motivi architettonici gli uni sugli altri fino ad avere un pastiche abnorme, una parodia della struttura di un palazzo. E invece è lì, a occupare spazio. E tempo. Più la guardo, più dentro mi sale una domanda che poi emerge, nel rumore della piazza in cui sono. “Ma come cazzo gli è venuto in mente” dico a bassa voce e mi passo una mano sulla faccia.

E resto ancora a fissarla, mi metto a contare le colonne, le finestre, gli archi, gli elementi di trabeazione e mi immagino questa cosa, questo sogno: che ci sia un messaggio nascosto. Nella successione delle piccole finestre, nel computo degli archi acuti, nel rapporto numerico con le colonne greche, nell'alternarsi binario di parti aggettanti e rientranti, ci sia un codice matematico, un algoritmo generatore che gli architetti hanno mescolato con il marmo e la malta, una decrittazione della follia umana che chi guarda il Palazzo del Popolo deve fare, un reverse computing per arrivare alla stringa generatrice, al seme del numero casuale che poi ha iniziato a moltiplicarsi per gemmazione e dare vita alle stanze gelide, ai corridoi, alle zone inesplorate sotterranee, alle finestre a mezzaluna, ai vuoti interni della struttura.

Un messaggio nascosto impastato dentro al Palazzo del Popolo il cui significato è una specie di urlo muto. Il contraltare delle piazze dei centri storici, l'altra parte dell'Europa, che non se ne è mai andata.

Che poi per me essere nerd era qualcosa che aveva a che fare con il mondo nascente dell'informatica. I ragazzini come me chiusi in camera con quell'home computer collegato a un televisore e un joystick, riviste con listati incomprensibili, libri di linguaggi di programmazione ineseguibili. Ero lì, in quel posto, e non in un altro. Non avevo mai considerato, in quegli anni, quelli che entravano a guardare Guerre Stellari come dei nerd. Quelli che guardavano Gundam, o Goldrake. Erano clienti di prodotti di massa. Non stavamo giocando la stessa partita. Oggi, nel negozio nerd, siamo tutti assieme, appiattiti in un'unica classe di consumatori. Siamo nerd, abbiamo l'etichetta.

Dovrei fare un abiura: andare da quei ragazzi e quelle ragazze e confessargli guardate, scusate: non sono più un nerd. Dirgli che quello che è lì in vendita non ha niente a che fare con le fotocopie di applesoft basic che copiavo senza sapere bene cosa fossero. Che i gadget colorati con i milioni di Mario che salta riprodotti in serie non hanno niente a che fare con le immagini bitmap di cui scrivevo gli zero e gli uno a colpi ciechi di poke. La maggioranza, ora, con un cellulare in mano a condividere foto sui social non è nerd, non lo sono le serie fiction, i muli bastonati per fare camminare un immaginario collettivo di quaranta anni fa. Tutto attorno a me è così iconico. E io non lo sono mai stato, iconico. Mi sento straniero, adesso, in quella patria nerd infinita. Forse ho smesso di essere nerd quando esserlo è diventato un marchio, un prodotto di massa. Un labirinto di specchi.

[da bada-boom, appunti per una seconda stesura]

[bada-boom #00]

Ad un certo punto arriviamo a Goteborg, non ricordo se c'è la luce o buio, siamo svegli solo io e Elettra. Guidiamo in silenzio, vediamo le case venire verso di noi, affrontarci, e poi siamo dentro la città; seguiamo le indicazioni meccaniche di Google, arriviamo alla stazione. “Primogenito, preparati, siamo arrivati” diciamo a bassa voce a nostro figlio che apre gli occhi, si guarda attorno, guarda dall'altra parte del finestrino. All'interno dell'abitacolo cerca di capire dove è, dove deve andare, poi si riscuote, inizia a prendere le sue cose. Quando ci salutiamo davanti alla stazione siamo tutti addormentati, lo abbracciamo, gli diciamo di scriverci appena arrivato a Stoccolma, gli chiediamo se ha già fatto il biglietto, lo guardiamo e intanto ci stiriamo la schiena fa effetto, dico, fa effetto vedere tuo figlio che prende lo zaino e se ne va e non hai idea di quando lo rivedrai.

Risaliamo in auto, torniamo a guidare. Anche questa missione, penso, è compiuta. Per ore tutto attorno a noi si trasforma, le luci, il tempo. Non mettiamo musica, non vogliamo svegliare gli altri figli. Quando arriviamo ad Älmhult Elettra mi indica le cose, guarda tutto, dice che non è come quando l'ha lasciata. Ci tiene a farmi vedere i posti in cui aveva vissuto senza di me e io la seguo in questi percorsi con affetto. È come quando trovo una sua foto da ragazzina o un foglio con un suo disegno fatto da bambina, cerco di entrare in quel periodo della sua vita in cui io non c'ero, una specie di furto temporale. Tutto l'affetto che posso avere per la vita che ha vissuto senza di me.

Arriviamo alla banca che è metà mattinata. È ancora aperta. Elettra scende dall'auto, chiama con sé secondogenito e insieme entrano nella banca per chiudere il conto. Io resto con terzogenita fuori, camminiamo e non pensiamo. Io sono a pezzi. Non so quanto ho guidato, ma sono a pezzi. Guardiamo la città come si potrebbe guardare un panorama lontano, ma ci siamo dentro. La scena successiva siamo al campeggio di Älmhult, quello dove avevamo prenotato e che avevamo dovuto abbandonare perché si era fuso il motore. Elettra mi spiega il funzionamento del campeggio, mi fa vedere la casetta dove saremmo dovuti andare, il lago dove anni fa lei aveva fatto il bagno con terzogenita e dei serpenti marini erano spuntati nell'acqua e le avevano inseguite. Io sorrido, come in un sogno.

La scena successiva sono dentro al lago, con terzogenita. Se metto la testa sotto l'acqua vedo solo una foschia rossa. Nuoto così, con la testa sott'acqua e gli occhi aperti in questa nuvola rossa schiacciata dentro al lago. Mi immagino che da un momento all'altro da questa foschia rossa appaia un mostro, una delle mie tante paure della notte, e che mi divori, mi assalga. Ma non succede. È solo un lago, solo acqua rossa in cui nuoto. Non ci sono mostri marini, non ci sono pericoli che non siano quelli che conosco già. La scena successiva sono sdraiato su un asciugamano e quella ancora dopo sono in auto che guido, stiamo lasciando la Svezia.

Nel viaggio di ritorno ascoltiamo quasi tutto Il sentiero dei nidi di ragno. Non essendoci più primogenito c'è più spazio nell'auto. Nella scena successiva sono seduto dietro mentre secondogenito è davanti con Elettra che le dice delle cose. Calvino o chi per lui racconta e io chiudo gli occhi e crollo.

È stato solo un viaggio. Tutti abbiamo avuto la stessa cortesia umana di quando sei dentro a un supermercato, e invece era l'Europa. Quando sono arrivato a Genova sono sceso dall'auto e ho iniziato a scrivere. Dentro di me c'è una lingua che parla sempre, dentro la mia testa, parla e lecca. Ogni cosa che faccio ho dentro sempre questa lingua che parla, più sono solo più quella racconta cose, lecca i bordi della mia testa e parla. Ho scritto tutto un libro su questa lingua che ho dentro alla testa. Appena scendo dalla macchina quella prende a parlare, a dirmi di scrivere. Dimenticherai tutto, mi dice.

Dimenticherai Kassel, dimenticherai i russi nella cucina degli ospiti, dimenticherai il museo del Petrolio, dimenticherai il negozio nerd, dimenticherai l'odore dei tuoi vestiti bagnati, l'isola delle capre, la voce del meccanico dimenticherai il tuo dolore alla schiena, dimenticherai Elettra, i tuoi tre figli, quello che hanno fatto, quello che hanno detto, lo stai già dimenticando adesso. La nuvola rossa dentro al lago, il caffè di merda, dimenticherai tutti. Diventeranno frammenti, aneddoti, niente. Alcuni diventeranno niente. La mia lingua nella testa parla e mentre parla racconta e mentre racconta cancella.

È una bella merda: più racconta più lecca, e più lecca e più cancella. Sostituisce quello che mi è successo con il racconto di quello che mi è successo e poi il secondo rimpiazza del tutto il primo. Alla fine non mi ricordo più la mia vita, mi ricordo solo il racconto che ne ho fatto. Come mia nonna prima di me, come l'umanità prima di mia nonna. Tutti abbiamo una lingua nella testa che ci parla e ci consola, ricostruisce quello che abbiamo vissuto e lo mette a posto, usa la saliva come collante, mette in ordine, ci fa stare bene, rimuove con dei colpi duri di lingua le cose che non funzionano e poi si mette lì a raccontare. Tutti abbiamo un audiolibro della nostra vita nella testa, che continua le sue puntate quotidiane e più racconta più la nostra vita non esiste, la lingua la trasforma in un format, un serial, una fiction a cui ci aggrappiamo, che condividiamo, che diventa la nostra storia personale, pubblica. Bella merda ragazzi.

E io scrivo, sono ancora in viaggio che già scrivo dentro la mia testa, continuamente, mi segno quello che la lingua mi dice, scrivo tutto e poi a Genova mi siedo e inizio dico così siamo partiti ragazzi, io, adolescente di cinquanta e passa anni e mio figlio adolescente e mia moglie adolescente anche lei, mia figlia, altra adolescente e l'altro ancora, adolescente di mezzo, tutti e cinque seduti nella Citroen Nemo che brilla chilometro dopo chilometro, tutti con il proprio bagaglio personale, sacchi di roba, zaini, vestiti, cibo, tutti pronti per partire da Genova e diretti a Jorpeland, il nome è di fantasia, migliaia di chilometri di Europa da superare, scrivo tutto questo e poi vado avanti, giorno dopo giorno, mi metto lì e mi segno tutto quello che la lingua mi dice.

Finché — a un certo punto — la lingua è esausta. È secca. È molla, come se fosse venuta e non riuscisse più ad alzarsi, a muoversi dentro la mia testa. Ha detto tutto quello che poteva dirmi e mi ha lasciato così, l'adolescente di cinquant'anni con la sua storia scritta dietro a voltarsi e chiedersi. Ho detto tutto quello che potevo dire? L'ho detto bene? E poi la grande domanda: ma se ora rileggo tutto quello che ho scritto, cambierà qualcosa? Se rileggo tutto cancellerò davvero per sempre la mia vita, quella vera, sovrascrivendoci sopra questa invenzione di quel muscolo sfinito che è lì nelle ossa della mia testa?

È stato solo un viaggio e ora ricomincia la vita e piano piano sparirà. Verrà via come la pelle d'estate quando si brucia e tu la prendi, la tiri via e te la metti in bocca.

[bada-boom #mm]

Il viaggio è lunghissimo, durerà molto di più delle dodici ore previste, chilometro dopo chilometro diventa notte e ci muoviamo in una atmosfera irreale. Alle strade si alternano gallerie che si rivelano poi tunnel che procedono verso il basso, per tempi lunghissimi. Sembra di entrare nelle viscere della terra. Le auto per strada diventano sempre meno e Google Maps inizia a portarci in posti inesistenti, accessi autostradali che sono chiusi al traffico, svincoli bloccati. Dietro dormono tutti tranne primogenito che cerca percorsi alternativi, costringe Google Maps alla realtà e ci ritroviamo in strade secondarie a tentare di superare i tratti che — in Norvegia come nel resto del mondo — di notte sono inaccessibili per lavori. “Anche qua le autostrade fanno schifo” dice, nel cuore del buio, Elettra e un po' questa cosa ci rassicura.

Non è la prima volta che succede nel viaggio. Quando siamo in Italia abbiamo una visione del resto del nord Europa come un luogo di perfezione, mentre poi — alla prova dei fatti — è un posto dove alcune cose funzionano e altre non funzionano. È tutto un grosso impasto questa parte del mondo, ci sono cose che passano le frontiere, altre no. Ci sono correnti, venature che solcano persone che parlano lingue differenti, mangiano cose diverse, credono altre divinità; sono come lingue di metallo che tengono unito un continente e sono liquide, scorrono e mutano continuamente.

Nel cuore della notte finalmente siamo instradati verso Goteborg, ho messo della musica per non dormire e il resto della macchina crolla nel sonno. Anche Elettra che non dorme mai adesso è lì vicino a me con gli occhi socchiusi e la bocca leggermente aperta a mostrarmi i denti della stanchezza. Prince grida dalle casse che lui è un testimone dell'accusa e io mi infilo in questa ennesima galleria che — appena iniziata — comincia anche lei a scendere verso il basso. C'è solo la nostra macchina sulla careggiata, ai lati ci sono cartelli che indicano la distanza dall'ingresso o dall'uscita ma sono troppo stanco per mettermi a leggere, guido — semplicemente — guardando avanti.

Più scendo verso il basso più il panorama muta. Le pareti della galleria smettono di essere in cemento armato e adesso sembrano scavate nella roccia. Come se dita di un essere non umano avessero graffiato le pareti per fare questo tunnel che procede inesorabile verso il basso. Ad un certo punto la strada attraversa una specie di grotta, tutto intorno si allarga e piccoli faretti azzurri illuminano quello che ha tutta l'aria di un antro fantastico. “Avete visto?” chiedo a bassa voce, ma gli altri dormono. La strada attraversa l'antro e prosegue ancora verso il basso. Ora le luci dei neon sono sparite, guido solo con gli anabbaglianti dell'auto che illuminano la strada e il soffitto scavato nella pietra. Anche l'asfalto sembra cambiare: ora è fatto di un materiale compatto, indefinito.

Poi dal soffitto iniziano a cadere di tanto in tanto grosse gocce d'acqua. I muri lungo la strada adesso mandano come un bagliore verde, innaturale. Sulle pareti vedo incisioni, bassorilievi. Più andiamo verso il basso più emergono dalla terra quelle che inizialmente mi sembrano rocce ma poi capisco essere ossa di un corpo gigantesco, millenario. Le dita hanno ancora anelli infilati, capelli grigi accompagnano l'andamento del teschio in lontananza: è un enorme soldato colosso, un barbaro rimasto schiacciato dal continente. Un proto longobardo, germanico o qualche altra etnia romanizzata. La Citroen Nemo è circondata ora da un'aria ghiaccia, ogni tanto devo mettere i tergicristalli per fare saltare la brina che si crea sul vetro. La strada passa in mezzo alle coste del corpo e poi risale — finalmente — passando a fianco della mandibola, oltre il tappeto secco dei capelli morti.

Cambio marcia perché la strada adesso è una salita decisa, butto un occhio ai bassorilievi mentre guido e intravedo scene di battaglie, genti con il segno del Cristo che ammazzano altri con il medesimo segno, contadini zappare nei campi e attorno a loro il nulla stradale, arabeschi islamici vandalizzati da incisioni e graffiti con il logo del Mac Donald, masse di popoli che lasciano case, terra, preghiere e si muovono a forza verso altre parti della terra, e poi parole, caratteri, font di lingue diverse, incompatibili le une con le altre e frammenti di storie, che non riesco a capire, leggende, storie, lettere d'amore e di guerra, volti che rimbalzano in un labirinto occidentale. Tutto mi scorre vicino e io vado avanti senza fermarmi finché all'improvviso scompare, torna il cemento armato, l'intonaco che copre la galleria, la luce inespressiva nei neon e le indicazioni rassicuranti con le loro frecce, gli omini che corrono, simboli del fuoco, divieti autostradali.

Alla fine esco fuori e non vedo le stelle. Il cielo è coperto dalle nuvole o forse la luce dei lampioni qua è troppo forte per farmele vedere. Elettra — d'improvviso — si riscuote, apre gli occhi. “Va tutto bene?” mi chiede stirandosi e cercando di cambiare posizione. Io le dico tutto alla grande, amore, alla grande.