La vita in famiglia è bellissima

Frammenti quotidiani di vita familiare

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Quando arriviamo con la Volvo dal campeggio scendiamo e ci comportiamo come se fossimo al primo giorno della nostra vacanza e non l'ultimo. Prendiamo possesso del bungalow, organizziamo il trasporto delle varie borse, ci insediamo con la stessa serietà e determinazione di una famiglia all'aprirsi dell'estate. Primogenito va a esplorare il lago, secondogenito si chiude nella stanza del bungalow, terzogenita prova a fare amicizia con qualsiasi forma di vita che abbia più o meno la sua età. Io e Elettra proviamo a fare un'aperitivo, a festeggiare il fatto di essere ancora lì e non avere ucciso nessuno. Giriamo, andiamo in cerca di una birra ma inutilmente: fuori dal campeggio c'è la natura, la natura norvegese. Niente birra.

Alla sera cammino nel campeggio, guardo le piccole casette, le tende piantate. Vado fino al lago e lo vedo lì, schiacciato dalla grande mano dell'atmosfera, livellato dalla gravità mentre la luce del sole – lentamente – inizia a trasformarsi in quella strana luce bianca che hanno i paesi del nord nelle ore serali. Si sentono i rumori, singolarmente, il suono improvviso di qualcosa che si è mosso nell'acqua, il muoversi della canoa ormeggiata vicino alla spiaggia.

Continuo a camminare e vado nella zona più lontana del campeggio, dove ci sono altri bungalow, ma molto diversi dal nostro, sembrano delle piccole case. Davanti ci sono degli uomini e delle donne, spesso anziani, seduti nelle loro sdraio che parlano o mi guardano. Non so da dove vengano. I bungalow sembrano qua delle vere e proprie case, con un abbozzo di guardino, fiori, piccole costruzioni ornamentali. Le persone che sono lì davanti si comportano come se fosse casa loro, vedo uno che sta riparando qualcosa, mi fissano mentre passo, come se fossi uno straniero che sta camminando nella loro città e non come un turista identico a loro. Finché, a un certo punto lo vedo.

In ogni casetta, infilata dentro, c'è una roulotte o un camper. Un relitto di roulotte che ha fiorito il resto della casa e ora ne è rimasta sommersa e nascosta. Torno indietro e riguardo tutte le casette per capire se ho visto bene e — sì — tutte le casette che vedo sono gemmazioni di un camper o di una roulotte che è incastonata dentro. A volte il corpo spunta dal fondo della casa, a volte ne intuisco la porta e la forma spiando da una delle finestre, altre volte una ruota emerge dal corpo centrale, come un arto di insetto rimasto pietrificato all'interno di un enorme parassita. Rimango a fissare quel processo, mi immagino la legislazione che ha contribuito a quella specie di mutazione planimetrica e ne sono affascinato. Sono case viaggianti che a un certo punto si sono fermate e hanno iniziato a crescere, a mettere radici. I viaggiatori che le guidavano ora tornano tutte le estati a rimetterle in vita, ma non partono più. È un viaggio statico che fanno ormai mentre quelle — di anno in anno — metamorfizzano, crescono, sbocciano nuove stanze, partoriscono altri ingressi.

La mattina dopo ci sparpagliamo per il campeggio, aspettiamo tutti la telefonata del meccanico. Puliamo la casa, rimettiamo tutti i bagagli nella Volvo, ma senza avere il coraggio di partire. Se il pezzo non arrivasse nemmeno oggi, dovremmo fermarci ancora un giorno, o — altra ipotesi — salire tutti sulla Volvo e lentamente immergerci nel lago, come in un film di Wes Anderson andare nelle profondità del lago per scoprire e fare amicizia con mostri e spiriti norreni, incagliarci sul fondo di questi laghi millenari e lì restare a fissare il mondo subacqueo finendo di leggere i romanzi che ci siamo portati in viaggio e ascoltando dall'autoradio la musica degli abissi.

Il meccanico non chiama. Passa l'una e non ha ancora chiamato, e a questo punto diciamo a primogenito di chiamare lui e primogenito prende il telefono come se pesasse tonnellate e si allontana tra gli alberi, noi da distante lo vediamo parlare mentre passeggia per il campeggio, annuisce, dice qualcosa con serietà e poi mette via il cellulare e torna da noi, si siede dice che il tracking dice che il pacco è in arrivo. È lì, è oggettivamente più vicino al meccanico che al resto del mondo, anche se ancora non è arrivato. Ma il meccanico confida che ormai arriverà, che è davvero improbabile che non arrivi, a meno che il corriere non abbia un incidente a sua volta, ma è un ipotesi piuttosto remota, dice, ormai è questione di poco e il pacco con dentro il nostro turbo arriverà. Appena il turbo arriverà, il meccanico ci chiamerà e poi monta il turbo, piuttosto non chiude l'officina, paga una pizza ai ragazzi per restare fino a cena, ma ci monta il turbo.

'Sempre che questa volta gli abbiano mandato il pezzo giusto' penso tra me e me ma decido che questa botta di ottimismo me la tengo per me. Non sia mai che poi succede davvero e mi sento pure in colpa per averlo pensato. Restiamo lì, a muoverci attorno al lago, camminiamo come formiche a cui abbiano tolto la briciola di pane e ora non sappiano bene se restare ad aspettare che ricada o se meglio tornare al formicaio, un antropologo potrebbe scrivere un saggio breve sulla famiglia venerandi in questa giornata, le tensioni, i meccanismi di autodifesa, di controllo dell'ansia, dell'amore. E poi il telefono squilla. Primogenito risponde, annuisce, mette giù. “È arrivato” dice. A queste parole mi commuovo, guardo con gli occhi che sorridono gli altri che sono contenti, cazzo, sono contenti anche loro e cammino un'ultima volta sul bordo del lago e mi sento come Nanni Moretti, mi metterei ad urlare “epidurale per tutti!” solo per il gusto di sentire la mia voce che rimbalza sulla superficie dell'acqua.

Quando, quattro ore dopo, il meccanico ci restituirà la nostra Citroen Nemo, ci confesserà che la notte non aveva dormito. L'ho anche già scritto. “Non ho dormito pensando al turbo” ha detto, “a voi che lo aspettavate”. “Anche noi” gli abbiamo risposto, e abbiamo riso tutti nervosamente.

A questo punto partiamo, siamo tutti e cinque di nuovo nella Nemo, di nuovo in viaggio con due missioni ancora da compiere e senza tempo per portarle a termine. “Andiamo diretti ad Älmhult a chiudere il conto in banca” diciamo ai tre figli nei sedili posteriori. È quasi sera e partiamo. “Dove ci fermiamo a dormire?” chiede primogenito da dietro dopo un po' che stiamo andando. Io e Elettra ci voltiamo a guardarlo. L'auto sbanda per un attimo. “Nessuno ha parlato di fermarci” dice Elettra. Primogenito deglutisce, piano. “Ma da Jorpeland a Älmhult ci sono mille chilometri, saranno almeno dodici ore di viaggio” protesta. Mi schiarisco la voce. “Almeno” dico. “Ma è facile che ci metteremo qualcosa di più. La nostra missione comunque è arrivare ad Älmhult entro mezzogiorno di domani, prima della chiusura delle banche. Non possiamo fermarci a dormire”. Primogenito si butta all'indietro contro il sedile. Forse vuole protestare ma a quel punto parla Elettra. “Non preoccuparti, comunque. Tu ad Älmhult non ci arrivi. Ti molliamo a Goteborg. Stanotte. Hai un treno alle quattro che ti porterà a Stoccolma” e sorride. Abbiamo di nuovo un piano. Sorrido anche io. “Mettiamo un po' di Svevo?” chiedo accendendo l'autoradio. Gli sventurati non rispondono.

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Non so come dirlo al resto della famiglia, mi metto a scrivere diversi messaggi che poi cancello e alla fine vado diretto, condisco tutto con dei “cazzo cazzo” perché sono un grande scrittore e non voglio mancare anche in questo caso di dare – oltre al dato spiccio – anche la mia partecipazione emotiva. Il succo, comunque, è che il meccanico ha ricevuto il pezzo sbagliato. Non è il turbo giusto. Il meccanico me lo ha detto soffrendo, ma il pezzo proprio non era quello giusto, un errore dovuto al fatto che la nostra macchina non era norvegese e quindi, da da da, seguono almeno trenta secondi di spiegazione in inglese tecnico-settoriale che non ho capito ma il succo è che quel pezzo non va bene. C'è un problema di alimentazione, qualcosa del genere.

E il pezzo giusto, il turbo giusto arriverà solo lunedì. Tra cinque giorni. Cinque giorni bloccati in un piccolo paese tra i fiordi norvegesi. Lo scrivo a Elettra che dopo un po' mi risponde anche lei con dei cazzo, e poi decidiamo di andare tutti e cinque dal meccanico. Negazione, rabbia. Il meccanico ci accoglie affranto, spiega a Elettra quello che ha già spiegato a me. Elettra chiede se non possiamo andare a prenderlo noi il pezzo, partiamo in auto e andiamo a prenderlo noi e lo portiamo sicuramente prima di cinque giorni e il meccanico adesso sembra il cuoco pasticcere di quel racconto di Carver, una piccola cosa buona, se potesse ci darebbe dei dolci per farci stare meglio, ma non ha dolci e quindi alla fine ci dice di pensarci, se possiamo aspettare cinque giorni e aspettare il pezzo, lui deve saperlo per farlo arrivare.

Di quello che succede dopo ho dei flash. Giriamo per il paese pensando a soluzioni alternative, prendere un'auto a noleggio per portare primogenito a Stoccolma e andare a chiudere il conto ad Älmhult, tornare tutti in treno e abbandonare l'auto al suo destino, addio piccola Citroen Nemo, smontare l'auto e vendere i pezzi come ricambi, abbandonare tutto e restare in Norvegia, cullati dal suo sistema previdenziale. Facciamo mille ipotesi e le distruggiamo e poi le ricreiamo di nuovo. La nostra vacanza sembra essere diventata una storia a bivi, sono saltati tutti i programmi che avevamo fatto, telefoniamo al campeggio già prenotato di Älmhult per dire che non arriveremo mai più.

So che a un certo punto arriva terzogenita sorridente che dice che la mamma, Elettra, ha trovato la soluzione: ha detto che se la vita ti dà del limone, ovvero qualcosa di acido che ti fa soffrire, bisogna trasformarlo in limonata. “Quindi?” faccio io. Terzogenita alza le spalle e dice, “restiamo cinque giorni in più qua e cerchiamo di godercela”. Appare anche Elettra con primogenito che parlottano, in lontananza con un sorriso un po' triste, un po' no, e mia moglie mi sembra – tra tutti – la persona più matura e che vede più lontano. Non tra i venerandi: in generale. Poi terzogenita dice che se però la limonata riuscissimo anche a venderla ci potremmo pagare il turbo.

Così inizia questa parte della vacanza non programmata, fermarci in Norvegia per cinque giorni, perché non possiamo andarcene, il motore è bruciato. Vado con primogenito a noleggiare un'auto per muoverci in quei cinque giorni e troviamo un tipo, lo descrivo meglio. Mi sono fatto un'idea di lui, ragazzotto bello, giovane, muscoloso, faccia di uno che non gliene frega niente di niente, appassionato di moto, tatuaggi, pulito ben rasato, ogni domanda che gli facciamo lui risponde come se la risposta fosse di una semplicità impressionante, gli chiediamo se possiamo avere un'auto a noleggio, lui dice sì, gli chiediamo per quanto, ci dice il prezzo, noi gli diciamo che allora la prendiamo e lui ci dà le chiavi. Tutto molto semplice. L'auto è fuori, dice. È una Volvo. Una Volvo di età indefinita, probabilmente era la testa di serie di diverse generazioni di auto fa.

Quando entriamo e ci sediamo ci sembra di essere comodi, ma non di una comodità come la pensiamo oggi nel 2023, ma di come si pensava si dovesse essere comodi negli anni settanta. È una specie di macchina del tempo. Raggiungiamo il resto della famiglia, abbiamo l'auto, penso, ora dobbiamo trovare un letto.

[...]

Il giorno che deve arrivare il turbo per la Cirtroen Nemo siamo tutti in attesa, giriamo attorno al meccanico come le mosche attorno a una carogna che però può ancora tornare in vita, come un gesùcristo qualsiasi e invece il pezzo non arriva. Il meccanico ci chiama, risponde primogenito e vedo subito che sta zitto per un tempo preoccupantemente lungo e poi dice tomorrow, altro silenzio, not today dice ancora e poi dopo un po' tomorrow. Non so se lo dica più a noi che a se stesso che al meccanico ma capiamo, il pezzo è ancora in viaggio. “In genere — ci riporta primogenito dopo aver buttato giù — sarebbe dovuto arrivare oggi ma si vede che il corriere è in ritardo”. Non osiamo parlare. Non osiamo pensare, non in maniera lineare. La nostra testa è una ramificazione di ipotesi per uscire da questa situazione e tutte vanno a scontrarsi con il fatto che ci serve il pezzo, a questo punto ci serve il pezzo. Più tardi andremo dal meccanico a fargli capire che questo ritardo per noi è un disastro e se domani il pezzo non arriva è più che un disastro, non so se esiste un termine per definire qualcosa che è più di un disastro ma è quello, più che un disastro.

Il fatto che la Norvegia sia ricca per il suo petrolio fa sì che — a cascata — sia anche economicamente svantaggiosa, se vieni dall'Italia. Il cambio è piuttosto facile: tutto costa più o meno il doppio. Se vuoi comprare qualcosa devi calcolare che spenderai il doppio di quello che avevi pensato. Devi stare attento a cosa pensi. Una volta che hai capito come funziona il cambio diventa semplice vivere in Norvegia, se sei norvegese. In tutti gli altri casi meglio vederne, goderne, e poi spostarsi. Paradossalmente anche la benzina e il diesel sono più cari che nella vecchia e tossica Italia.

Cerchiamo di fare capire al meccanico che dobbiamo tornare in Italia anche perché dobbiamo tornare a lavorare, e lui ci confessa che ci capisce e poi aggiunge, guardandoci negli occhi, che nel fine settimana ha pensato a noi tutto il tempo. É davvero dispiaciuto che non sia arrivato il pezzo, soffre anche questa volta. Ci dice — per consolarci – che se domani il pezzo arriva, in qualunque ora del giorno arrivi, lui non chiuderà l'officina finché il turbo non sarà montato sulla nostra Citroen Nemo e noi partiti per la Svezia. Di più non può fare.

Noi usciamo dall'officina come un onda dopo aver assediato uno scoglio, ma alla fine lo scoglio resta terra e il mare torna a essere liquido e instabile.

Ad un certo punto, mentre Elettra cerca un posto, un ennesimo posto dove dormire ancora una notte, io mi giro verso i miei tre figli che continuano ormai da una settimana a seguirci in questa serie di cambi improvvisi di programma, incertezza, casino, nervosismo, scazzo e gli dico grazie. Mi fermo proprio e dico ragazzi vorrei dire che vi ringrazio, che in questo momento di difficoltà per noi adulti siete sempre stati utili, non avete protestato, avete capito la tensione del momento, vi siete adattati alla situazione incasinata e — niente — non era scontato che lo faceste. Vorrei ringraziarvi, dico. E loro alzano le spalle, mi guardano, guardano Elettra, restano seri mentre parlo e quello che sto dicendo sento che lo capiscono, lo mettono in prospettiva, ognuno a suo modo. Poi vanno avanti, continuano a fare le cose che gli abbiamo chiesto di fare, spostare zaini, prendere le cose per dormire perché nel frattempo Elettra ha trovato un posto, questa notte si dorme in campeggio, un bungalow sulla riva di un lago.

[bada-boom #ff]

Tra la zona del porto dove siamo noi e la parte opposta c'è una specie di enorme palazzo. Un condominio, ci toglie completamente la vista. È una grande nave, una nave da crociera, ormeggiata nel piccolo porto di Stavenger. Io e terzogenita la guardiamo in silenzio, mentre finiamo di riposarci. Osservo le singole parti di cui è composta, sembrano i balconi di centinaia di appartamenti, vedo anche qua e là qualche omino piccolissimo, appoggiato alla balaustra della sua piccolissima abitazione, che ci guarda. È un condominio sull'acqua.

Mi giro verso terzogenita. “È grossa” dico e lei annuisce. Non fa commenti. “Pensa – le dico – quanto deve inquinare”. Terzogenita si volta verso di me. Non so se sto dicendo la cosa giusta. Forse dovrei dirle “guarda come è bella. Come deve essere bello viaggiare su un condominio nel mare”, ma non mi riesce. Più guardo quegli appartamenti più penso ai tubi, alle centinaia di tubi che devono essere lì dentro a raccogliere cose, merda, scarti, spazzatura per poi scaricarli in mare. Visto così, enorme, di fronte a noi, penso che deve essere una quantità impensabile di scorie che in ogni momento quel colosso scarica. “Pensa – dico a mia figlia – quanta energia deve servire per muoverla, per tenere accese tutte le luci, tutto il riscaldamento, l'elettricità per cucinare, un intero palazzo. Quante risorse vengono bruciate per fare in modo che questa cosa funzioni. Perché quelli lì dentro siano felici”. Terzogenita torna a fissare la nave, non dice niente. Annuisce. Poi fa uno scatto e corre via da Elettra.

Forse dovevo dirle “pensa quanto sarà bello quando ci viaggerai per la prima volta”. Ho sbagliato. Parlare è una storia a bivi, devo fare una scelta. Ogni scelta è sbagliata. Guardo terzogenita, si sono mossi tutti, risaliamo verso la parte dei negozi, le nuvole ora sono cariche di pioggia.

È sempre a Stavanger che a un certo punto io e i miei figli ci fermiamo davanti a un negozio, in vetrina c'è un cartello che dice, in sostanza, “di giorno studentessa, di notte nerd”, e il testo accompagna il disegno comic di una ragazza nella mise giornaliera da studentessa e quella notturna da nerd.

Entriamo e ci troviamo in un tripudio di materiale che riconosciamo subito: manga giapponesi, dadi da gioco di ruolo, manuali, giochi in scatola, libri nerd per bambini in età prescolare, tipo “la fisica quantistica spiegata a mio figlio”, modellini di personaggi Marvel e DC, anime, gadget legati al mondo dei videogame, magliette di film di Miyazaki, tazze di Zelda, edizioni giapponesi di merendine europee con gusti coloratissimi, bicchieri con cibo giapponese liofilizzato, fumetti americani, internazionali, spade Jedi di Star Wars, spille ispirate a qualche cose di raro e sconosciuto del mondo nerd che qualcuno, da qualche parte, riconoscerà nella giacca in cui le avrai infilate. Siamo letteralmente a casa e ci muoviamo come in una specie di paradiso e – notiamo dopo un po' che giriamo – non c'è niente scritto in norvegese.

Siamo usciti dalla Norvegia: tutti i testi sono in inglese. Tutti i libri, i fumetti, i manga, sono nell'edizione inglese, chiunque li può comprare. Siamo in una zona franca, siamo in quella zona transnazionale che unisce persone che non si sono mai viste e che – ora – in quel posto trovano una piccola ambasciata del loro stato, rassicurante, con i confini ben precisi, ricco di simboli condivisi.

È lì, mentre cammino per i corridoi, mentre vedo la faccia di Totoro con la sua espressione indecifrabile su una t-shirt, la sagoma di Pac-Man, la skyline di qualche città del Signore degli anelli da ricostruire con i Lego o il volto tormentato del giovane Harry Potter su uno zainetto, è lì che mi rendo conto di come tutto quello che mi circonda sia affascinante e grottesco nello stesso tempo. Mi vedo dall'esterno, un uomo di cinquantaquattro anni che gira con lo sguardo entusiasta nel mezzo di colonne di merchandising identiche a quelle che potrebbe trovare nei negozi nerd di Genova, di New York, di Tokyo.

Quello che ho attorno non è lo stato transnazionale che sognavo, non è una comunità che si ritrova e si riconosce ma sono sempre le stesse scaglie del capitalismo, preparate con cura per colpire proprio me, mettendo assieme i relitti della mia infanzia, i residui della mia nostalgia degli anni ottanta, reloaded, ricaricati e rilucidati per farli sembrare più affascinanti e per colpire anche i miei figli, di rimbalzo.

Quando mi trovo davanti all'enorme pupazzo giallo di Pikachu capisco che è lui che tiene in mano la pallina rossa e bianca e dentro ci siamo noi, siamo lì davanti a lui a combattere per ottenere quello che basta per prendere la dose quotidiana di Pokemon, di volumetti manga, delle action figure di JoJo. Siamo lì a combattere nell'arena per tenere vivo questo regno Pokemon fatto per noi, adolescenti di tutte le età. Mia figlia di dieci anni, mio figlio di diciassette, quello di ventuno, e io, l'adolescente vecchio di cinquantaquattro che continuerebbe a comprare giocattoli come li comprava da piccolo, che vorrebbe continuare a mettere questa roba vicina al modellino di Gundam che si era preso nel 1982, quando aveva dodici anni.

Sono lì, ma potrei essere in qualunque altra parte del mondo. Per questo avevo – a fatica – scritto le mie sei o sette righe di Assembly negli anni ottanta? Per questo, da ragazzo, ero andato a vedere al cinema Akira, il primo cartone animato violento, il primo cartone animato per adulti? Per finire a girare in un supermercato di gadget in Norvegia? Per vedere la ricostruzione in vitro degli anni ottanta di Stranger Things?

Il consumo mi insegue per l'Europa, è un fantasma che si aggira colorato e non c'è niente che possa farlo diventare blu con la faccia terrorizzata se non se stesso. Quello che provo è un sentimento secco di amore e di estraneità per quello che ho attorno. Quelle non sono le mie passioni, sono la parodia delle mie passioni. Quel paradiso nerd è l'opposto del documenta che avevo visitato qualche giorno prima a Kassel. Là c'erano negozi ricostruiti con merci immangiabili e loghi internazionali, cibo trasformato in marmo e bronzo dal capitale. C'era l'artigianato spezzato di cose che non si possono comprare. Qua sono circondato da volti amichevoli, infantili, rassicuranti che vogliono la mia carta di credito, in maniera sfacciata.

Mi sento un traditore, lì in mezzo, a non essere felice. Continuo a girare per i corridoi per cercare lì in mezzo qualcosa di vero, qualcosa che mi faccia sentire che quella massa di materiale ha delle fibre animali, ma non le trovo. Sono sommerse dal resto. Mi sento un traditore perché so che quel mercato finge di essere implacabile ma è fragile. È letale nel suo complesso, ma ogni singola scaglia si potrebbe spezzare in un secondo. È già successo. E se qualcosa – tra le cose esposte sotto i faretti – scomparisse, so che ci soffrirei. Sono un traditore e sorrido lì in mezzo, prendendo le cose in mano, soppesandole e rimettendole a posto.

Quando andiamo verso l'uscita mi aspetto di trovarmi in un punto random dell'occidente nerd. Come se queste ambasciate fossero canali di comunicazione tra territori diversi, uniti e collegati assieme dai loghi degli animaletti antropomorfi visti prima, dai maghi adolescenti, soldati imperiali. E invece ci ritroviamo ancora a Stavanger, battuta finalmente da una pioggia fredda e vera nella quale ci precipitiamo per cercare di raggiungere la Volvo.

[bada-boom #xF]

Mentre sono lì seduto guardo questi studenti di Stavanger che urlano, gridano felici, si sdraiano nel porto a creare una catena umana, dicono cose ai passanti che non capisco, ma capisco perché i loro costumi sono simili ai miei e li sento prossimi, vicini, siamo tutti occidentali, abituati a consumare, a sognare, a chiudere gli occhi dalla gioia per non vedere da dove viene questa gioia, abituati a crollare, negli interstizi sociali, quasi di nascosto perché crollare, in occidente, non si può. Li sento prossimi e mi chiedo quanta parte sia diversa da me, quante sovrastrutture la famiglia, l'ambiente, la scuola, il lavoro abbia creato o creerà dentro di loro distanziandoli da quello che sono io, quello che penso io, quello che pensa la mia famiglia.

E mi volto, guardo i miei figli seduti sulla panchina e mi chiedo quanta di quella differenza tocchi loro che non sono io e che non hanno vissuto quello che ho vissuto io. Posso passare tutto il tempo che voglio a scrivere di Pac-Man, della resistenza, del sessantotto, delle esplosioni in Jugoslavia, di Miyazaki, dei ragazzi bastonati al G8 dalla polizia, posso metterci tutto lo sforzo del mondo ma quelle cose loro non le hanno vissute e molte non le ho vissute nemmeno io. Le trasmetto, provo a trasmetterle, ma quello che gli arriva è tutta letteratura. Il materiale di cui sono composti, il loro continuo mutare, pensare e trasformarsi, è fatto di pezzi di cose che hanno sentito loro, che hanno pensato loro, che hanno usato come moneta di scambio con i loro coetanei in cambio di un posto dove essere abbracciati, dove ferire senza rabbia, dove essere qualcosa di nuovo e inaspettato.

A qualche migliaio di chilometri di distanza, in città non troppo diverse da quella in cui sono ora, ragazzi vengono chiamati dalla nazione per andare ad ammazzare altri ragazzi. Guardo questi studenti per terra che urlano un po' ubriachi e penso a quelli simili a loro che andranno in giro per le campagne in Ucraina a farsi saltare in aria, a perdere arti, a fare saltare pezzi di carne di altri ragazzi. La letteratura non insegna, penso. Il potere scuote dal capitale e muove strumenti più forti della letteratura. Relitti del passato, enormi soldati colosso emergono dalla storia e sono sempre lì, evocati da piccoli uomini a sollevare masse e rivoltarle sotto terra. Sono relitti tossici, fonti fossili che si tirano dietro un vocabolario ancestrale fatto di bellezza e di morte, capace di mostrare il fascino di interrompere, di sfondare, di annientare. Guardo i ragazzi e penso che anche lì – in pieno occidente – in mezzo a loro, c'è chi proverebbe il gusto della guerra, il sovvertimento sociale, l'inquadramento e l'avventura.

Anche lì, nel mezzo dell'occidente, mi sento uno straniero a casa. Non sento come mie le pietre della mia patria, non sento mio il linguaggio che uso, non sento mia la storia e la cultura che mi hanno raccontato i miei nonni. So che mentivano, tutti. Li ho interrogati, mi sono messo di fronte a loro e gli ho fatto delle domande, ho registrato tutto quello che dicevano, l'ho sbobinato tutto e trascritto, l'ho confrontato con quello che diceva la storia. La voce di mia nonna che raccontava la sua infanzia, l'inumana durezza delle famiglie contadine del primo dopoguerra, l'avvento del fascismo, l'arrivo della guerra, il salire degli alleati. Tutti mentivano: mentiva mia nonna, mentiva la storia. Messi uno a fianco dell'altro uscivano incongruenze e mistificazioni, silenzi e menzogne.

La tradizione non esiste, è solo quello che oggi ci fa comodo ricordare del nostro passato. Facciamo selezioni violente di quello che siamo e che siamo stati, rimuoviamo quello che ci imbarazza, togliamo tutto. Se proprio dobbiamo tramandare una letteratura, che sia fiction, seriale, commerciale. Cerchiamo di vendere la nostra storia al meglio, come se fosse un bel romanzo. Così del fascismo mia nonna ricordava cose che non aveva vissuto: ad andare a incalzare ricordava cose che poi ho scoperto aveva visto in televisione decenni dopo. I tedeschi, pazzi, furiosi. Ma alcuni di loro bellissimi, dolci, quasi dei fratelli che dopo la guerra erano tornati nelle Marche, dalla Germania, a cercare le ragazze che avevano abbandonato. E Mussolini, da bastardo, a scavare diventava un poveraccio. Uno che era stato fregato. E gli alleati che arrivavano dal sud, gli americani salvatori, i valorosi inglesi, sulla linea gotica erano tutti alti, con la pelle olivastra e con capelli bellissimi che scendevano lungo la schiena: erano indiani. O piccoli, neri, scuri, africani che chissà da dove venivano. E man mano che salivano saltavano in aria, mia nonna li vedeva passare in barelle improvvisate senza una gamba, urlando in lingue inintelleggibili per lei, marchigiana. E quelli che non saltavano in aria andavano nei casolari a violentare le ragazze. La tradizione, la letteratura.

Ora a Stavanger dov'erano quei racconti? Quanto di quella tradizione sanguinante restava tra i valori fondanti dell'occidente? Cosa poteva davvero arrivare a quei ragazzi che non sembrasse quello che sembrava a me: fiction, materiale per narrazione. Pezzi tagliati male, fatti che non collimavano con altri fatti ma che — comunque — la vita, la società, l'occidente ti chiedeva di fare collimare. La storia, la mia storia, più vado avanti più nella mia testa è un casino in pieno svolgimento e i pezzi del puzzle sono io che poi, a posteriori, li affianco, agganciarli non se ne parla, li affianco in modo che il disegno di insieme non sia troppo vergognoso. Dopo una certa età non pensi alla morte come una liberazione dal dolore, ma dalla vergogna. Dall'inconsistenza della tua interfaccia. Per fortuna, poi, arriva anche il dolore.

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Il meccanico ci dice che il pezzo del turbo non ce l'ha, ma gli arriverà, l'ha ordinato e gli arriverà, domani. O dopodomani, dice. Il meccanico siede davanti a una scrivania con un monitor enorme, semicircolare, che la occupa tutta. Il meccanico è empatico, mentre ci dice le cose soffre, si vede. Gli spiace che il turbo della nostra macchina si sia rotto. Gli spiace che vada cambiato e che costi così tanto. Gli spiace che ci siano da aspettare due giorni e che dobbiamo cercare da dormire. Gli spiace, si vede. Quando gli dico che non abbiamo ancora trovato un posto per la notte, chiama sua moglie, guarda se potrebbe ospitarci a casa sua. Quando gli chiedo se hanno un auto di cortesia mi dice che in quel momento non la hanno, ma gli spiace di non averla, mi offre la sua auto, basta che gliela riporto per tornare a casa, dalla sua famiglia. Nei giorni che verranno confesserà che avrà pensato a noi tutto il fine settimana, che non avrà dormito di notte pensando a noi, al pezzo del nostro turbo.

Quando capiamo che dovremo dormire almeno una notte in più a Jorpeland ci viene questa idea. Mentre passeggiamo nell'isola delle capre vediamo un cartello in cui ci sono scritte le regole per poter stare nell'isola e una delle prime regole dice che il campeggio è permesso, per legge. “Elettra — dico — abbiamo una tenda, abbiamo qualche sacco a pelo, siamo stati tutti scout, perché non dormiamo una notte nell'isola?”. Ci sono le casette per mangiare alla griglia, c'è un bagno, acqua potabile, potemmo passare una notte lì. L'idea piace. Terzogenita è entusiasta e anche gli altri geniti accettano la cosa con una leggerezza inaspettata. Mentre organizziamo e pensiamo quali pezzi dovremmo comprare per la notte, faccio ancora un giro dell'isola per scegliere il posto migliore per mettere la tenda e durante la circumnavigazione terrestre dell'isola mi rendo conto che c'è qualcosa che non va.

Ritorno nel gruppo che – mi fa sempre impressione – per tre quinti è carne uscita da me e Elettra.

“Ragazzi — dico — c'è una cosa che non mi convince”. Elettra si volta verso di me, mi guarda. “Cosa?” chiede. Io alzo le spalle, mi giro e indico l'isola. “Non ci sono tende. In tutta l'isola. Siamo a due passi dal Preikestolen che ieri era pieno di turisti in coda, siamo in un isola da sogno, gli appartamenti sono tutti presi e qua non c'è nemmeno una tenda” spiego. Elettra dopo averci pensato un attimo dice che in effetti è strano. Magari abbiamo tradotto male il cartello con le regole. Torniamo tutti a leggerlo, lo ritraduciamo — cioè — lo ritraduce Google, e continua a venire fuori che per legge è permesso fare camping. Ma nessuno lo sta facendo. “Sarebbe intelligente chiedere conferma all'ufficio turistico” dice Elettra e io dico buona idea e mi volto verso primogenito, anche Elettra si volta verso primogenito, così anche secondogenito e terzogenito.

Primogenito fa come un passo indietro, dice no, io non ci vado. “Sei quello con l'inglese migliore” dico io, per captatio benevolentiae, ma primogenito non ha fatto la Divina Commedia, dice col cavolo. Segue animata discussione che si conclude con primogenito che entra nell'ufficio turistico mentre il resto dei Venerandi aspetta fuori. Dal vetro lo vediamo parlottante, agitare la mano con eleganza, mi immagino il tono che usa quando parla inglese, vedo dei gesti rapidi e netti della donna che sta dall'altra parte del bancone, poi primogenito esce e ci raggiunge. “Allora?” chiede Elettra. Primogenito ha una specie di sorriso strano sulla faccia.

“Allora” inizia, e fa una pausa. “Se vogliamo andare nell'isola e mettere una tenda, possiamo farlo, per legge possiamo farlo”. “Bene” dico io. Primogenito alza una mano come a fermarmi, per farmi capire che non ha finito di parlare. “Possiamo farlo — prosegue — ma lei ce lo sconsiglia, caldamente. Sottolineo il «caldamente»”.

“Ah” faccio io. “E perché?” chiedo.

Primogenito chiude gli occhi, fa di nuovo il sorriso strano e dice che la ragazza gli ha spiegato che se noi mettessimo la tenda nell'isola andremmo contro le regole non scritte della comunità. Che la legge ci permette di mettere la tenda, ma quell'isola è molto amata dagli abitanti di Jorpeland, è qualcosa che fa parte della comunità, della parte sacra che tiene unita una comunità come quella e se noi piantassimo una tenda e dormissimo sull'isola, ecco, gli abitanti di Jorpeland la prenderebbero come un'offesa. La riterrebbero una cosa davvero davvero inappropriata.

Rimaniamo tutti in silenzio. Mentre siamo lì che pensiamo mi vengono in mente, non so perché, diversi film dell'orrore che mi ha fatto vedere negli anni secondogenito nei quali alcuni stranieri arrivano in piccole comunità rurali, e infrangono senza saperlo qualche regola non scritta della comunità e in genere i film finiscono male, di notte, con gli stranieri che vengono chiusi in gabbie antropomorfe e bruciati, divorati da uomini lupo, sacrificati a qualche sconosciuta divinità nordica. E mentre sono lì a ricordare questi lungometraggi horror non posso non immaginarmi i venerandi che piantano la loro tenda, bruciano la loro carne sfrigolante nel barbecue, vanno a dormire e — nel cuore della notte — gli abitanti di Jorpeland aprono gli occhi, li vedete?, si alzano lentamente e vanno nelle loro enormi cucine, prendono dei coltelli da taglio osso e escono di casa, si incontrano tutti per strada, nel silenzio della notte, tutti in pigiama, in accappatoio, in vestaglia, in tuta, tutti con il loro coltello da cucina e tutti diretti verso l'isola delle capre per fare giustizia, per punire chi ha osato piantare una tenda nella loro isola sacra. I venerandi.

Il mio sguardo incrocia quello di Elettra che non so se ha pensato le stesse cose ma dice quello che sto pensando io. “Meglio soprassedere” dice e io annuisco. “Ma gli hai anche chiesto se allora ti dice un posto dove possiamo andare in tenda?” chiedo a primogenito che annuisce. “«Dappertutto» mi ha risposto” spiega primogenito. “Dappertutto” ripeto io. “Dappertutto” conferma lui. “Ma dappertutto non è un posto. È un avverbio” protesto. Primogenito alza le spalle. Tanto lui fa matematica. “Dappertutto nella natura, ha detto” precisa meglio. “Dappertutto nella natura” ripeto io e mi giro verso secondogenito. Secondogenito, sempre molto preciso, dice che quell'informazione è deficitaria di una definizione di “natura”. Cosa è la natura? “Dobbiamo definire cosa è natura e cosa no, per sapere se possiamo piantarci una tenda” dice. Primogenito aggiunge: “dobbiamo definire cosa è natura in Norvegia: non è detto che il concetto sia universale”. Interviene anche terzogenita: “cerchiamo su internet”.

Scopriamo su internet che il concetto di natura e di campeggio in Norvegia è formalizzato da una legge norvegese del 1957: tutti possono avere libero accesso nella natura, anche nella proprietà privata altrui. In una proprietà privata però solo per due giorni. Poi devi chiedere permesso al proprietario. Bisogna anche stare attenti che la tenda sia almeno a 150 metri da una abitazione. Finito di leggere restiamo di nuovo in silenzio e io mi vedo di nuovo a piantare una tenda in proprietà privata per due giorni e poi mani che di notte mi prendono e mi conducono su una grossa pira sacrificale. “Non me la sento” ammetto e sento un sospiro di sollievo da parte un po' di tutti.

Così troviamo un posto per dormire normale, un po' lontano dall'officina. È una specie di tenda piantata in un bosco, solo che dentro la tenda ci sono dei letti, una stufetta, una cassa bluetooth, delle luci di atmosfera. È un posto carino e ci porto la mia famiglia andando con l'auto con il turbo rotto, che – facendo il suo wiiiiii terrificante – riesce a muoversi a trenta chilometri orari, con l'acceleratore a tavoletta. Resto con loro fino a tardi e poi vado a dormire in auto, devo svegliarmi all'alba.

Alla mattina alle sette, infatti, riporto l'auto dal meccanico. Lui mi saluta, prende le chiavi, è dispiaciuto che io abbia dormito così poco ma dice che gli è arrivato il turbo, che ora lo montano, sono tre ore di lavoro, alle dieci – massimo undici – la nostra auto sarà pronta. Potremo ripartire e seguire i piani con due soli giorni di ritardo, lasciare mio figlio a Stoccolma, andare a chiudere il conto bancario in Svezia. La nostra missione è ancora attiva, ha solo avuto un piccolo ritardo.

Mentre aspetto che il meccanico mi chiami per dire che l'auto è pronta vado nell'isola delle capre. Il resto della città ancora dorme, come la mia famiglia che ho lasciato in questo paesino a nord di Jorpeland. Tutti dormono e io vado nell'isola delle capre, mi cerco uno scoglio e cerco di godermi il silenzio del primo mattino, lo sciabordare lento dell'acqua, il rumore dei primi uomini e prime donne che approdano all'isola per fare jogging, gli uccelli che si gettano in acqua e poi escono e si gettano in cielo. E io lì sullo scoglio con il mio ebook reader leggo e mi sembra di essere in un sogno, in una realtà irreale. Sento il tempo che mi passa attorno come una massa d'aria, come una articolazione delle luci e della carne. Mi godo il fatto di esserci, di essere ancora lì vivo, di avere avuto attorno Elettra, i miei figli, in un momento di crisi e di difficoltà, di essere stati un impasto, ancora, una cosa poligenerata. Di avere superato anche quella piccola avversità.

È in quel momento che il cellulare suona, e non sono le dieci, non sono nemmeno le undici, sono le otto e mezza e il cellulare suona, e io guardo il numero ed è il meccanico, riconosco il numero del meccanico e dico cazzo, non ho ancora tirato su e dico cazzo, perché il motore non può essere già pronto, perché se mi chiama ora vuol dire che qualcosa è andato storto e io rispondo e sento una voce in inglese che mi saluta, mi dice che è il meccanico, mi dice che soffre, che gli spiace, dice solo due parole che capisco bene “bad news”, I have bad news dice e io mi siedo e ora non c'è più l'isola non c'è più la massa d'aria, non c'è più il tempo e l'impasto, ci sono solo io e la voce del meccanico che dice bad news e poi aggiunge altre cose e io mi metto una mano fra i capelli.

[bada-boom #90]

Con me ci sono i miei figli, dietro che guardano fuori dal finestrino, abbandonati nei letti, in giro per strada. Si muovono, dicono cose, vedo i loro volti che parlano lontano con Elettra e non sento cosa dicono. Mi abbracciano all'improvviso, mi guardano male, si allontanano da me. Ho paura – a volte – di loro, di infrangere il debole patto per il quale io sono loro padre e loro i miei figli. Non c'è niente nella carne che debba fare funzionare questa cosa, ma è così che ci svegliamo e addormentiamo, vicini o lontani che siamo. Sono loro padre e sono un adolescente come loro, solo che sono stato ferito più volte, ho visto più cose, ho fatto più errori, ho meno roba in circolo nel corpo. Ho visto più cose cambiare, sentito più volte le cose infrangersi. Mi sono sfasciato più volte di loro, per ora.

Delle persone che non sono i miei figli, quelle che incontro per il mondo, anche il meccanico che incontrerò a Jorpeland, il tipo indiano dietro al bancone del Peppes Pizza, la norvegese che ci ospita nel suo appartamento del piano di sopra e che incontro sempre in ciabatte e accappatoio, anche quando è fuori che porta fuori il cane e piove, di tutte queste strane persone io mi faccio una idea. Mentre mi parlano io ascolto, sorrido e piano piano mi faccio una idea. Come una pallina del Pachinko che scende per i passaggi binari e alla fine trova un suo posto, così io ascolto e parola dopo parola faccio scendere la pallina che alla fine si ferma, e quel posto è l'idea che mi sono fatto della persona. Gentile, avido, scassacazzo, geniale, riflessivo, attento, completamente idiota, pericoloso, tossico, a.i.u.t.o., dolorante, energico, tonico, ad ognuno affibbio la mia etichetta, ancora mentre stanno parlando.

Si tratta, è chiaro, di una forma di autodifesa. Quelle persone non sono davvero l'idea che mi sono fatto di loro, ma a me serve quell'idea per poterle gestire. Spesso andando avanti mi rendo conto di dover fare piccole aggiustature o vere e proprie retromarce e a volte mi dispiace. Faccio errori anche grossolani perché mi ero affezionato alla prima idea che mi ero fatto, era più bella la prima persona che avevo inventato dentro di me e ora, di fronte alla persona reale mi rifiuto di adeguarmi. Continuo a fingere di essere con quell'idea prima.

Durante il viaggio mi rendo conto che con i miei figli non ci riesco. Sono lì attorno a me per tutto il tempo della mia giornata, lo sono da anni, li ho visti tutti e tre uscire dalla pancia della loro madre, li ho visti diventare dei mutaforma, perdere denti, capelli, fare sbucare sessi, allungare la spina dorsale, mutare la voce, li ho visti piangere, cercarmi, ridere fino allo sfinimento, dormire con la mia mano tra i loro capelli, ma non mi sono ancora fatto una idea su di loro. Quando gli parlo, la pallina di Pachinko diventa sempre più trasparente man mano che scende, diventa una forma pura e anche il labirinto colorato e luminoso si contorce fino a diventare una stella mutante e un dedalo di cui di tanto in tanto riconosco parti del mio passato comune con loro, altre volte sono uno straniero in viaggio, che passa in paesi di cui non riesce nemmeno a leggere bene il nome del cartello stradale. Dei miei figli non ho una idea.

Mentre scrivo vorrei stereotipizzarli, farli diventare dei personaggi e non ci riesco. Sto scrivendo un libro e tre personaggi principali non vogliono avere né descrizioni dirette né indirette, niente narratore onniscente che ci fa entrare nella loro testa e nei loro pensieri, niente oggetti magici, antagonisti, niente spannung. Questi tre figli sono nelle mie parole, infilati nelle cose che scrivo, ma non sono né protagonisti né comparse. Sono ognuno in un loro romanzo personale, illeggibile, quando fissano il vuoto senza dire niente, quando ridono a qualcuno che non vedo, quando saltano sull'altalena e hanno gli occhi dello stesso colore del cielo norvegese coperto dalle grosse nuvole che arrivano dall'atlantico.

Quando avevo iniziato questo libro avevo pensato che avrei scritto un sacco di dialoghi con loro, le cose folli che fanno, le scene che accadono nella famiglia che a volte sembrano uscire fuori da un televisore. Invece ci siamo trovati così vicini, per così tanto tempo, siamo stati silenziosi, attenti, durante il bàdabùm senza perdere la testa, che alla fine anche noi cinque ci ritroviamo ad essere un impasto, una materia messa assieme che va in giro e di cui non riesci a farti una idea. È l'ultimo momento della nostra vita in cui viaggiamo tutti e cinque assieme, man man che passano i giorni ce ne rendiamo conto. C'è stato un momento magico in cui siamo stati una famiglia di cinque persone, e questo momento sta passando, ora.

Adesso mentre sono in piedi con la pistola in mano a fare l'ennesimo pieno di diesel, provando la sgradevole sensazione che tutti quei litri che sto infilando dentro l'auto bruceranno tutti, li consumeremo per andare avanti, per non smettere di muoversi. Adesso che Elettra apre il finestrino e mi chiede se è il caso di controllare l'olio, che sente odore come di bruciato e io le dico no, ho fatto il cambio tre giorni prima, alla partenza, ne abbiamo sicuramente ancora un sacco.

[bada-boom #ò]

Il meccanico di Jorpeland dice che il rumore che fa la mia auto non è un bel rumore. Non è un bel segno, dice. Dice che deve smontarlo ma è quasi sicuro che si sia rotto il turbo. Dal rumore dice che non ci saranno buone notizie. Dice che possiamo andare, mentre aspettiamo, in un isola che c'è vicino a Jorpeland, ci si può andare a piedi, fare passeggiate, vedere la natura. Lui ci consiglia di andare mentre smonta la macchina così possiamo smettere di pensare all'auto. È meglio che smettiate di pensare all'auto dice, guardare la natura, rilassarvi, dice. È molto meglio.

Noi ci allontaniamo dalla nostra Citroen Nemo come ci si allontana da una tomba di un caro, ci voltiamo a guardarla e non parliamo, non facciamo ancora progetti su come gestire questo casino, aspettiamo che il meccanico ci dica qualcosa e intanto andiamo a cercare l'isola di cui ci ha parlato.

La cosa che mi colpisce di Jorpeland è che queste piccole città norvegesi non hanno un centro, sono così abituato ad avere da qualche parte una chiesa e poi intorno delle case riunite in un incastro scoordinato che poi via via digrada in zone sempre più regolari e infine in asettiche zone residenziali che lì mi sento perso. Non c'è un centro vero e proprio, è come se la città fosse emersa dalla terra il giorno prima, con le sue case residenziali, i centri commerciali, le scuole, ma non troviamo i nodi interni all'albero cittadino, tutto sembra sullo stesso livello, giriamo di strada in strada senza riuscire a percepire la parte vecchia e quella nuova. È come se ci trovassimo in una città ricorsiva dove le case si succedono alle case e poi – all'improvviso – la città finisce. L'uniformità dà un senso di smarrimento, sento proprio la mancanza fisica della storia.

Probabilmente, mi dice Elettra, non esiste una città vecchia. “Qua era tutto di legno” aggiunge. Le chiese erano di legno, le case erano di legno. Questo era un grosso villaggio che si è ritrovato città, all'improvviso, con l'arrivo del mondo contemporaneo. Forse quello che c'era prima è bruciato durante l'occupazione nazista.

Primogenito cerca intanto l'isola con Google Maps, noi lo seguiamo camminando e guardandoci attorno finché non ci ritroviamo all'interno di un cantiere in costruzione. Primogenito continua a camminare convinto tra i calcinacci, io sono affascinato e spaventato di come i miei figli abbiano fiducia negli algoritmi e nella scienza. Primogenito cammina tra i calcinacci e tra i cancelli di metallo del cantiere mentre tutto intorno gli urla che siamo nel posto sbagliato, tranne il suo cellulare. Lo smartphone continua a ricevere dati e a descrivere percorsi che l'algoritmo costruisce cieco attorno a noi. “Siamo nel posto sbagliato” gli dico e lui si volta e mi guarda come se mi vedesse per la prima volta. Fa gli occhi grossi, mi indica le mappe vettoriali di Maps. Proseguiamo con piena fiducia in Google finché la nostra strada non è interrotta da una babele di tondini di metallo arrugginito. Primogenito è là, davanti a tutti, che fissa l'orizzonte oltre i tondini, come il famoso quadro dell'uomo sugli scogli e davanti a lui l'oceano.

Torniamo indietro.

Continuiamo a seguire percorsi, ognuno guarda il suo smartphone e confronta le proprie mappe con quelle degli altri, come se davvero potessero essere diverse, ci ritroviamo di nuovo in una zona che urla “andatevene, folli, non è questo il posto che cercate!”, grossi palazzoni, uffici grigi, desolate zone parcheggio a delimitare ipermercati. “Eppure deve essere qua” dice ancora primogenito, anche Elettra è con lui che discute, girano, camminano e poi – improvvisamente – dietro all'ennesimo palazzone anonimo, c'è un piccolo ponte pedonale colorato di rosso e – attaccato al ponte – un'isola, come se fosse un enorme pesce verdeggiante preso all'amo. È letteralmente un ponte in mezzo al niente, nessun cartello turistico, niente. Si passa da una zona che in Europa del sud avrei definito “periferia suburbana” a questa isola piena di alberi a cui arriviamo dopo aver attraversato il ponte.

L'isola è un posto fuori dal mondo. Appena entriamo siamo circondati da decine e decine di capre che passeggiano libere, mangiano l'erba, cagano i loro piccoli pallini su un percorso che fa l'intera circumnavigazione dell'isola. C'è un parco giochi costruito nel verde, panchine, diverse piccole casette di legno con tutto pronto per farsi il barbecue la sera, un bagno pubblico, un percorso per giocare a golf, ma con il frisbee. Tutto aperto, gratuito. E c'è la gente che passeggia, fa jogging, prepara la brace per cenare assieme con altre famiglie. È un posto che trasuda civiltà e mi fa sentire in imbarazzo. Penso che se ci fosse un isola del genere in Italia nel giro di due giorni le capre sarebbero sparite, i bagni sfondati e lucchettati dall'amministrazione pubblica per dimenticarli, le zone barbecue usate come bagno e vandalizzate, gli attrezzi per il golf con il frisbee divelti e gettati in acqua. Cammino per l'isola e mi sembra di essere in un futuro distopico, in una specie di fiction.

Mi sento anche in colpa di pensare quelle cose, quello che penso dell'Italia è uno stereotipo, ma lo sento terribilmente vero. Qualche settimana dopo sarò tornato a Genova, nella strada che porta a casa mia e vedrò i rifiuti che la gente scarica da anni abusivamente nella strada sopra la mia, spinti dalle piogge fino alla strada sottostante e camminerò tra rottami, sporcizia, relitti. Scarti. Mi ricorderò di quell'isola, di quel modo di vedere il mondo. Chissà mi chiedo quanta energia servirebbe per trasformare anche il posto in cui vivo in un posto che trasuda civiltà. Sospiro. Suona il cellulare.

È il meccanico ma per telefono ho difficoltà a capire. Chiamo primogenito che ha un inglese infinitamente migliore del mio, gli chiedo se può farmi da traduttore. Primogenito non è felice di usare il suo inglese, di cui si compiace tanto, per cose rozze e meschine come parlare di motori di auto. Ma capisce la situazione e inizia a parlare con il meccanico, e di tanto in tanto ci traduce il vaticinio. Primogenito dice che il meccanico dice che aveva ragione. Primogenito dice che il meccanico dice che è il turbo. È certamente il turbo. Primogenito dice che il meccanico dice che non è una bella notizia, ma nemmeno la peggiore. Si può sostituire, è caro, ci dice. Annuisco, guardo Elettra. Primogenito dice che il meccanico dice ora gli dice la cifra. Primogenito ci dice la cifra. Scopriremo poi che per un errore di traduzione primogenito aveva aggiunto uno zero in fondo al preventivo e ci viene un infarto. Elettra chiede quanto costerebbe bruciarla invece o farla brillare. Primogenito evita di tradurre e richiede la cifra per sicurezza e questa volta ci dice l'importo esatto. Sospiriamo, tutti, anche terzogenita. Diciamo a primogenito di dire al meccanico che ci pensiamo un attimo e poi gli ritelefoniamo. Primogenito dice anche un po' di frasi in inglese, per sicurezza, poi butta giù.

Nel 1969, Elizabeth Kübler-Ross ha descritto cinque fasi popolari del dolore, comunemente denominate diniego, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione, pare dopo aver fuso il motore del suo diesel in un piccolo paese del sud della Norvegia.

[bada-boom #$]

Quando viaggiavo da solo con Elettra era tutto molto diverso, arrivavamo in un posto, cercavamo dove dormire, entravamo in questa stanza e mollavamo tutto, ci acciambellavano gli uni negli altri, ogni angolo del nostro corpo era un frammento di mandelbrot espandibile all'infinito di odori, sapori, sogni, la distanza fra di noi era talmente finita che Achille raggiungeva la testuggine e insieme formavano un nuovo superessere, un guerriero amorfo corazzato che dormiva dentro se stesso, io nel se stesso di Elettra, lei nel se stesso di Fabrizio. È qualcosa che siamo stati e siamo fortunati a poterla tenere da qualche parte dentro, come un organo interno aggiuntivo. Organo dei ricamo, dell'affetto, del ricordo.

Con i figli invece, appena arriviamo in un posto, serve una precisa organizzazione, non puoi mollare un secondo altrimenti crolla tutto, chi ha le borse con gli asciugamani? ragazzi, chi ha gli asciugamani, e i lenzuoli? tirate fuori i lenzuoli e fate i letti, chi ha la borsa con il cibo la porti in cucina e metta le cose della borsa frigo in frigo, lavatevi i denti, chi ha la borsa con gli spazzolini e dentifrici? in che senso è rimasta in macchina? andate a prendere la borsa con gli spazzolini e dentifrici, no, non abbiamo ancora un borsa spazzatura, prendete un sacchetto vuoto e usatelo come spazzatura, no, quella non è spazzatura, quella è la borsa bucato da fare, dove sono i sacchi con i libri di scuola? in che senso “che libri di scuola”?

Non puoi mollare un secondo. Ogni volta che entriamo in un appartamento io e Elettra sembriamo due generali a gestire un esercito che sta stanziandsi per un lungo assedio ad una città medievale, con tanto di draghi, principesse e massacri da compiere. Quando l'appartamento sembra avere assunto un ordine minimo di civilizzazione occidentale, ogni membro della famiglia crolla sulla cosa più vicino a lui e alla furia segue una pace irreale, gravida di tempeste. Qualcuno dovrà cucinare, qualcuno dovrà andare a parlare con chi ci ospita, qualcuno dovrà vedere dove è il supermercato più vicino e gli orari di apertura e chiusura. Essere in vacanza è per prima cosa ricostruire il proprio habitat in giro per il mondo, costituire accampamenti, perdersi.

Poniamo allora la base della nostra seconda missione, la camminata al Preikestolen, il masso granitico più famoso di Jorpeland, punto finale della camminata più gettonata del Sognefjord. E partiamo, una volta distribuiti i compiti, dopo aver mangiato e dormito, risaliamo in auto e guidiamo fino alla base del sentiero. Lì ci rendiamo conto di non essere soli. Il parcheggio è pieno e fuori ci sono centinaia di persone, venute lì per lo stesso motivo, tutte pronte per lo stesso assedio, le stesse macchine fotografiche, gli stessi zainetti, le stesse scarpe trekking.

È la sensazione di essersi dati un appuntamento, tutti, sconosciuti da ogni parte del mondo in quel posto, ognuno sceso dall'auto con lo stupore di trovare in quel piccolo piazzale della Norvegia il resto dei convenuti, un flash mob non organizzato e ricorsivo, ogni giorno, ogni ora si ritrovano queste persone che si guardano, fanno gesti simili, si salutano, si mettono in coda davanti al rubinetto dell'acqua potabile per riempire la borraccia, davanti alla macchinetta per pagare il parcheggio ed andarsene. Assomiglia a una casa degli specchi, le stesse immagini sociali ripetite e moltiplicate nello spazio.

È lì, durante la lunga passeggiata nel sentiero di montagna che porta al Preikestolen, quando mi trovo circondato da queste persone in vacanza che parlano polacco, inglese, portoghese, francese, spagnolo, tedesco e riusciamo a capirci, a sorriderci, a metterci d'accordo, è in quel momento che ho chiara l'illuminazione: io e quelle persone abbiamo qualcosa in comune che va oltre l'etnia, la lingua, la religione, la tradizione. Qualcosa di forte che ci unisce in un unico popolo transnazionale.

Siamo tutti consumatori.

Microcapitalisti, dipendenti statali, partite Iva, cococo, stop and go, contratti a tempo determinato, piccoli e medi imprenditori: siamo tutti lì ad aggiungere la nostra scaglia all'animale, a spalmare la crema solare all'ombra delle squame di quell'astrocolosso, il vortice indefinito del consumo. E io e la mia famiglia siamo identici a oro, in fila, con lo stesso atteggiamento, lo stesso modo di vedere il mondo, di fotografarlo, di ricordarlo, di raccontarlo.

Cammino per ore in mezzo al popolo di questa cittadinanza di consumatori e in fondo mi ci trovo bene, so che abbiamo sogni comuni, paure comuni, che tutti veniamo dallo stesso posto e allo stesso posto vogliamo ritornare. E mentre sono lì che cammino, e sudo, e fatico e mi immagino che forse mia figlia terzogenita è precipitata nel vuoto e soffro perché i miei figli non sono felici di quella passeggiata quanto avevo programmato che lo fossero, è lì che mi viene da pensare al consumo. Al lavoro che stiamo facendo, alla fuga che – collettivamente – facciamo dai nostri luoghi di lavoro.

Nelle riviste anni ottanta – penso mentre salgo su queste rocce millenarie – si immaginava che i robot avrebbero sostituito il lavoro umano, permettendo agli esseri umani di divertirsi e riposarsi. Il robot lavora mentre l'uomo si dedica alla caccia, al sesso, a dormire. Non era andata così. I robot avevano sostituito il lavoro umano, vero, ma facendolo con pervasività e ritmi inumani. Non avevano semplicemente sostituito il lavoro umano, ma avevano generato un tipo nuovo di lavoro, inabitabile dall'uomo. Erano diventati insostituibili, l'uomo non sarebbe potuto più tornare indietro. Altri robot erano costruiti sui primi robot e così via. Lo sviluppo era inarrestabile.

E chi traeva beneficio del lavoro dei robot non erano gli uomini, era il capitale. Una piccola porzione dell'umanità, microscopica, godeva effettivamente del lavoro dei robot. Tutti gli altri dovevano scalare, trovare altri lavori che i robot non potevano fare, lavori così miserabili che non valeva la pena impegnare un robot per quello. Lavori in cui il capitale non investiva e che restavano appannaggio di noi umani.

I robot non producevano benessere, ma beni di consumo, continuamente, a prezzi sempre più allettanti, costringendo la parte grossa dell'umanità a lavorare sempre di più, in qualunque modo, disperatamente. Per mantenere la cittadinanza di consumatori. La disperazione non era riconosciuta. Veniva scambiata per ansia, prestazione, progettazione, mantenimento degli obiettivi. Ma era disperazione.

Il turisti che mi circondano – penso mentre arrivo nei pressi del Preikestolen – stanno vivendo l'ora d'aria della loro disperazione. E io con loro. Siamo tutti fuggiti dalla routine del mondo reale e siamo lì a fingere di essere lì a scalare il monte. Non siamo davvero lì, c'è sempre un elastico che ci tiene in tensione, che ci tira verso le ansie che abbiamo lasciato ad aspettarci a casa, a controllare che non vengano i ladri, a rodere le fondamenta delle nostre abitazioni. In realtà chi sta facendo le vacanze è il nostro avatar, un personaggio identico a noi ma senza i nostri problemi, che finge di essere libero, di avere in mano la propria vita.

Vedo i miei figli, sono tutti buttati sulle rocce che guardano il vuoto. “Come vi sembra?” chiedo, e loro alzano le spalle, dicono che non ne valeva la pena, sono stanchi, hanno le vertigini. Chiudo gli occhi, li riapro. Non rispondo nemmeno alle loro critiche, vedo Elettra più lontano, la raggiungo. Anche lei ha appena parlato con i figli e mi propone di gettarli tutti e tre di sotto, abbiamo sottovalutato Sparta, mi dice, Atene è sovrastimata.

Potremmo mettere robot nella parte finale del cammino su cui poggiare i figli e un rapido tapisroulant li potrebbe far precipitare nel vuoto, penso. Svevo era morto. Dopo La coscienza di Zeno era morto, incidente stradale, una delle prime auto in Italia e lui va a fare un incidente stradale. E muore perché i medici lo curano male, il che – se vogliamo – ha della cupa ironia. Comunque, prima di morire aveva iniziato a scrivere il romanzo successivo, ne sono rimasti dei frammenti e in uno dei frammenti Svevo ideava questa cosa. Siccome il suo figlio piccolo piangeva come un ossesso disturbandolo, Svevo pensa di costruire una piccola ferrovia all'interno di casa sua, che immagino dovesse essere abbastanza grande. L'idea è di montare poi dei piccoli vagoncini da tenere a portata di mano. Appena un figlio inizia a rompere i coglioni o piangere o rovinarti la vita, si prende, si mette sul vagoncino e si fa partire la ferrovia, finché l'urlo primordiale della prole non sparisce nei meandri delle meccaniche planimetriche della villa sveviana.

È una grande insegnamento inascoltato del genio dello scrittore triestino e un utilizzo mancato dei robot.

Scendendo poi ripenso alla mia teoria capitalista, al fatto che ora sono in coda con gli stessi turisti che salivano e ora scendono e penso che – sotto sotto – lì ci sono anche io. Non il mio avatar. L'incazzatura con i miei figli, la bellezza dei massi sovrastati dal cielo primitivo, l'immagine lontana di laghi e cascate che sembrano uscire da un libro di Tolkien me le porterò dentro, cambieranno anche l'impiegato statale, l'imprenditore, il cococo e tutti gli altri qua in fila che divorano il tempo con l'esperienza di questa camminata, le pause, l'aiutare il padre anziano che non riesce a scendere, il figlio piccolo che si è addormentato nel marsupio. Abbiamo bisogno di questa distopia perché pensiamo che con questo piccolo grimaldello potremmo vedere poi in maniera diversa il nostro mondo reale, disarcionare il folklore stanco della nostra vita standard. Forse dovrei tenere scritte queste cose, mettere per iscritto tutto per non dimenticarlo.

Arrivati alla base ci fermiamo, compriamo cose per ricordare quello che abbiamo fatto, piccoli simboli calamitati da appendere al frigo pensando che magari – proprio partendo dallo spazio che il frigo occupa con la sua presenza – anche la nostra vita a rimbalzo potrebbe cambiare. Paghiamo il parcheggio, saliamo in auto, partiamo.

Ecco. È in questo momento che succede il badabùm. Che non fa esattamente badabùm, è più un “wiiiiiii”. Il suono di quando Peppa Pig si lancia con la bici giù per qualcosa di ripido. “Wiiiiiii” sento e mi giro e vedo che anche Elettra ha sentito il “wiiiiiii” e il “wiiiiiii” non viene dall'esterno, viene chiaramente dal vano motore della Citroen Nemo. “Wiiiiiii” fa il motore e subito dopo l'auto inizia a rallentare, si ferma. “Wiiiiiii”.

Scendo. Apro il cofano. Guardo i vari componenti con la stessa espressione con cui guarderei la carogna dissezionata di un'aragosta. Tiro fuori l'asta dell'olio, per sicurezza, la controllo. Pulisco, reinfilo dentro, tiro fuori di nuovo. Controllo.

Non c'è un filo d'olio. Abbiamo consumato tutto, abbiamo bruciato tutto l'olio motore mentre attraversavamo l'Europa. Il motore è fuso. Chiudo il cofano, rientro nell'abitacolo. Elettra mi guarda, la guardo. “Abbiamo bruciato il motore” dico. “Era finito l'olio e non me ne sono accorto” dico. Elettra non risponde niente, guarda davanti a sé il panorama ora immobile che si vede oltre il parabrezza. I figli – dietro – sono presi da un laocoontico e provvidenziale silenzio.

Come maschio adulto, mi sento di dover dire qualcosa al resto della famiglia, un piano, una strategia. Dopo qualche secondo “cazzo” dico. “Cazzo, cazzo” ripeto per far capire meglio il concetto. Cazzo.

[bada-boom #Ù]

Quando arriviamo in Scandinavia mi rendo conto che la pandemia non esiste più. Nessuno porta mascherine, nessun disinfettante, addirittura in Norvegia nel supermercati non ci sono i guanti per prendere la frutta e la verdura. La civiltà è un po' come l'idea che ognuno di noi ha dell'igiene. Molto personale. David Foster Wallace aveva usato un paragone del genere, ma sicuramente più geniale. Incidentalmente mentre giriamo per la Norvegia sto leggendo La nube purpurea, un curioso libro di fantascienza degli inizi del '900 in cui si racconta di una intossicazione letale che uccide completamente, o quasi, l'umanità. E mentre sono a Jorpeland il libro racconta di come il protagonista arrivi a Stavenger, la città di fronte a noi, e la trovi piena di cadaveri. Tutto è morto, intossicato.

La nostra pandemia invece è come l'idea di guerra che racconta Celine. Anche se ci sei dentro non ti rendi conto di esserci. Ti sparano in pancia, dice, e tu pensi al fatto che devi cambiarti le scarpe che si sono sporcate. Non dice esattamente questo, ma il concetto è simile. Anche Zeno a un certo punto racconta una cosa del genere, quando parla della guerra. Sa che c'è la guerra, da qualche parte, ma non la vede davvero finché dei soldati non lo fermano per strada e gli fanno capire che quella strada, che lui percorreva per farsi una passeggiata, non è più percorribile. Lui insiste, cerca di far capire che deve raggiungere la famiglia che lo aspetta. E la risposta inizia a essere violenta. La guerra è arrivata davvero, come la pandemia, come la nuvola viola di Shiel. Non si passa più. Tutti i morti sono invisibili finché qualcuno non scoperchia le bare.

La guerra in Ucraina dopo e la pandemia prima hanno mostrato il pantano in cui è finita la rete. Sono stati due avvenimenti che hanno fatto letteralmente implodere i social network, li hanno trasformati in una parodia del digitale. Gli algoritmi che macinavano dati e creavano bolle per indurre a creare contenuti e che irradiavano sollecitazioni continue hanno lentamente ma inesorabilmente prodotto delle polarizzazioni sociali sempre più forti e radicate. Non che prima non ci fossero, ma la pandemia e la vaccinazione sono stati due catalizzatori importanti. La guerra in Ucraina è stato poi un processo che è scivolato su meccanismi ormai consolidati.

Ogni gruppo ha elaborato una strategia per continuare a divertirsi, a sentirsi utile. I thread, le discussioni infinite, i flame infuocati non sono andati avanti perché la gente è ignorante, ma perché è divertente stare in rete a litigare. È appagante, ti dà una ragione per promuovere le tue idee, ti aiuta a capire da che parte stare, ti spinge a cercare più informazioni per sostenere la tua tesi. La post-truth, la malinformazione, il debuking, i trollaggio, sono cose emozionanti. Danno adrenalina, non pensi ad altro, aspetti i commenti degli antagonisti e intanto elabori le possibili risposte che potresti dare. Tutta questa spazzatura con cui popoliamo i database on line è eccitante. Giustifica tutto il tempo che passiamo in rete.

Elettra ha scritto qualche tempo fa un libro sul disordine informativo, un libro molto bello che tutti dovrebbero leggere. Ha avuto questa idea di prendere la comunicazione dei social e andare a vedere quali strumenti retorici e quali fallacie della comunicazione la gente usa in maniera più o meno inconscia mentre discute in rete. Mentre leggevo le bozze, che gentilmente mi dava da controllare, ero impressionato nel ritrovare nelle discussioni che seguivo in rete tutte queste meccaniche che Elettra raccontava e che erano vecchie di secoli.

Dal mondo virtuale al mondo reale, questa polarizzazione è esondata: ogni tanto andando a scuola vedo sui muri simboli e slogan degli antivaccinisti. Una W cerchiata, le stampe delle foto prese in rete di gente morta per il vaccino. Dicono loro. Quello che caratterizza il linguaggio di ogni bolla è l'intransigenza, l'assolutismo, il sarcasmo dei partecipanti nei confronti di chi non la pensi esattamente come loro. Che siano per i vaccini, contro il nucleare, per l'Ucraina o contro le adozioni da parte degli omosessuali, quello che è un dato costante è la violenza verbale, la difesa estrema di una idea fatta, spesso, danneggiando le ragioni di chi la pensa in maniera opposta. Bullizzando, disprezzando.

La seconda cosa è la sfiducia. Le fonti crollano e si trascinano dietro l'autorevolezza. Nessuno è più autorevole. Se credi in qualcosa, da qualche parte troverai un documento, un esperto, un gruppo che sostiene quello che pensi tu. Non sei più solo contro il pensiero dominante. Ogni singolo pensiero è una legione, transnazionale, distribuita, antagonista, ma è una legione. Tutto è possibile, con tanto di pezze giustificative.

Da ragazzino usavo il computer al posto della televisione, pensavo che l'informazione, la cultura, nuovi linguaggi sarebbero passati dai computer soppiantando il messaggio piatto della televisione commerciale. Mi ritrovo invece oggi in un mondo dove la televisione commerciale è entrata nel computer, ha cambiato veste, si è distribuita. Un po' come l'agente Smith quando prende il posto di una persona nella matrice, in Matrix. La televisione ha mutato il suo aspetto, ha cambiato anche il suo linguaggio e si è fatta babele. Lo spirito di quella tv commerciale che era entrata in ballo negli anni ottanta andando a demolire l'autorevolezza delle reti uniche. La sua fame disperata di intrattenimento, di reclame, di consumatori.

Ora che sono a Jorpeland, in Norvegia, mi sorregge questa illusione datami dall'ignoranza. Sono lì seduto in un bar circondato da persone che parlano a bassa voce. Non capisco una parola del loro linguaggio, non so cosa stiano dicendo. E allora inizio a immaginarmelo: dal tono della voce, dalle espressioni del volto. E li faccio tutti più intelligenti. Potendomi inventare i dialoghi, tutti questi norvegesi stanno parlando di cose civili, di amore, di rispetto, di sociale. Tanto non capisco. Mi trovo in una nazione civilissima, perché me la sto inventando. L'ignoranza mi protegge dalle loro vere parole, dalle bolle in cui anche loro sono sicuramente finiti, dalle volgarità da bar, dai razzismi, dalle paure di cui – se le capissi – mi vergognerei uscendo fuori all'aria aperta.

[bada-boom #k]

Tra la Danimarca e la Svezia c'è un ponte che – a un certo punto – si immerge sottoterra e diventa un lungo tunnel subacqueo. Si chiama Øresund e quando arrivi nella parte che si immerge sotto all'acqua fai tutta questa parte con l'ansia che sopra di te c'è una enorme massa d'acqua, invisibile e pesante. È lì che succede. Lo stiamo percorrendo con calma, cerco di tenere il motore a regime senza superare il limite di velocità, nessuno parla e guardiamo fuori dal finestrino la strada che prosegue nella galleria da una parte e dall'altra nella luce innaturale ed elettrica. Ad un certo punto, improvviso un rumore, enorme, secco, atlantico. Mi giro e vedo i ragazzi che si guardano attorno con nervosismo, non capiscono, e poi Elettra che si volta e dice o mio dio e allora vedo, nello specchietto retrovisore, i massi di cemento armato che cedono, che crollano sulla strada e poi le luci che iniziano a lampeggiare e – dietro – l'acqua, feroce, scura, rapidissima, il frastuono dell'acqua che sta prendendo spazio, tutto lo spazio mentre io premo l'acceleratore a tavoletta e non penso a niente.

Succederà la stessa cosa quando saremo sul Preikestolen, questo masso a precipizio sul vuoto. Dopo aver camminato un'ora buona mi fermo un attimo per bere e allora passa secondogenito e io gli chiedo dove è sua sorella, terzogenita. E lui mi risponde che è già andata avanti. “Da sola?” dico io e secondogenito alza le spalle e io riprendo a camminare, la cerco con gli occhi e non la vedo, dovrebbe essere lì davanti a me e invece non c'è, inizio a correre nel pezzo finale, e più mi avvicino al masso che dà nel vuoto più cresce la mia ansia di non vedere mia figlia, finché non arrivo a questo questo crocicchio di turisti sul bordo che urlano, una ragazza piange mentre il fidanzato l'allontana e io chiedo cosa è successo, in inglese, what's happened? e il ragazzo si gira per un attimo e dice che una bambina, avrà avuto dieci anni, si è sporta ed è precipitata di sotto era da sola, si è sbilanciata per vedere di sotto, ha perso l'equilibrio ed è caduta nel vuoto. E io mi avvicino, sono terrorizzato, non so se guardare anche io di sotto e riconoscere il suo vestito cobalto e quando arrivo dove ci sono i turisti tutti si voltano verso di me e dicono, ecco, è arrivato il padre.

Così. Mentre guido, cammino, mentre sono nell'appartamento a cucinare, di tanto in tanto succede. Tutte le cose a cui voglio bene scompaiono. I figli, Elettra. Più entriamo nell'Europa, giriamo per le sue strade, ci allontaniamo dalla routine, più mi rendo conto della fragilità di cui siamo fatti. Delle paure e dei terrori che hanno costruito le impalcature dentro la mia anima, anno dopo anno. È una cosa irrazionale, che non fa suono, che viene – esplode – e poi se ne va lasciando delle finte macerie che però qualche consistenza ce l'hanno. Come quei pesci dell'acquario di Konrad Lorenz che più si allontanano dalla loro tana tanto più perdono coraggio, più entro nell'Europa più mi rendo conto che la mia integrità è una cosa sottilissima. La paura che ho verso i miei figli è una forma tossica del volere bene, che controllo per fortuna, ma che mi resta dentro. Un parassita.

E – chiuso nell'abitacolo dell'auto – ogni tanto ritrovo pezzi di me in quei tre ragazzi nei sedili dietro. Ogni tanto dico qualcosa e un Fabrizio femmina fa la sua battuta sarcastica, un diciassettenne chiosa un ragionamento inatteso, un ventiduenne inizia a fare un discorso con Elettra in cui mi riconosco, non nelle cose che dice, nel tono, negli atteggiamenti, nel disprezzo ingiusto ed assoluto che avevo alla sua stessa età. Costretti nel medesimo spazio questi tre animali mandano il loro odore, si staccano da quello che sono, mostrano la loro autonomia e lo scarto rispetto a quello che sono e quello che sono stato. Ma ogni tanto – come i Visitors – si strappano la pelle dalla faccia e sotto ci vedo un pezzo della mia faccia, qualcosa che gli ho buttato addosso e che gli è rimasto come un segno che faticheranno, lo so, a rimuovere del tutto. Una presenza di me che apparirà chissà quando, magari una sera chiusi in bagno a guardarsi allo specchio, o mentre diranno qualcosa a loro figlio e non sapranno perché lo stanno dicendo. Un relitto che resta dentro.

Dentro di loro, lo so, covano come germi tutti gli errori che ho fatto. Tutte le cose che anche io ho detto perché le avevo sentite quando ero un bambino. Tutte le paure, mie, che ho trasmesso a loro. Tutti i miei meccanismi di difesa da adolescente vecchio. Anche quelli li ho usati contro di loro. Quando nella notte guido e so che sono la dietro che non parlano, che cercano scampo nel silenzio e nell'indifferenza li amo e ho paura per loro.

E li ferisco, ancora, come un tempo. Ho in mente tutti gli errori che gli ho buttato addosso, le cose che ho detto e che ho fatto e mentre le facevo o le dicevo uscivo dal mio corpo, mi vedevo da fuori e pensavo, ma cosa cazzo sto dicendo. Ma cosa cazzo sto facendo. Eppure andavo avanti, fino a fine corsa, preso dalla rabbia, dalla paura, dai pezzi grossi dell'ignoranza. Vedevo i loro occhi spaventati, o non abbastanza spaventati, i loro corpi che subivano o venivano agitati dalle mie parole e poi tornavano dritti. E io mi allontanano in preda ancora della rabbia ma piano piano capivo che ero rabbioso con me, per quello che avevo detto o fatto, per come avevo detto o fatto quelle cose ai miei figli, perché non era quello che volevo. Perché lo vedevo che era un errore, era palese. E alcuni errori emergevano naturalmente nel momento in cui li facevo, altri no, ci voleva del tempo, perché accettassi il fatto di averli fatti, così, come un cretino.

E non puoi tornare indietro, cancellare, fare l'annulla. Le cose che dici e che fai ai tuoi figli ritornano, ti ritrovi anni dopo a vedere tuo figlio morfare lentamente, prendere la tua faccia, la tua voce e fare lo stesso sbaglio, dire la stessa cosa a suo fratello o a un estraneo e tu guardi questo e ti vedi da fuori, ragazzino, e soffri.

Così a Oslo, al parco Vigeland. Non ho mai letto niente di Vigeland su nessun libro di arte. Non so perché, me lo sono sempre chiesto. La prima volta che c'ero stato ero rimasto colpito dalla bellezza di queste statue realistiche ma nello stesso tempo surreali, simboliche. Affascinato dall'opera di un solo uomo, dalla grande quantità di queste opere apparentemente sparse nel parco, ma in realtà in relazione tra di loro, anche a distanza. Coppie che si abbracciano, padri che picchiano i figli, ragazzine colte nel fiore della loro adolescenza, vecchi solitari, madri statuarie che allattano: un intero parco dedicato all'umanità e al tempo, alle connessioni tra le persone, ai nuclei che si creano e si distruggono nel corso degli anni. Forse troppo didascalico, troppo realistico, troppo popolare, di Vigeland non ho mai studiato nulla, è come un posto fuori dal tempo.

Quando ci torniamo con i tre figli io e Elettra giriamo come se questo posto l'avessimo scoperto ieri e ci fossimo tornati subito il giorno dopo, per farlo vedere ai figli, invece sono passati trent'anni. E le sculture sono lì, come ce le ricordavamo. Una copia di quelle opere era rimasta in una parte della nostra memoria, come un calco. Gli originali sono ancora lì, e rimango impressionato, stupidamente, per la persistenza dei materiali.

E io e Elettra siamo entusiasti ancora come la prima volta e vorremmo passare questo entusiasmo ai nostri figli, che invece non si entusiasmano. Non fa parte della loro storia, non adesso. Forse proprio il nostro entusiasmo li rende più apatici, scostanti. Forse sono solo stanchi per il viaggio. Forse – semplicemente – non gli piacciono le statue. Ma più camminiamo nel parco, più l'indolenza e l'insofferenza dei nostri figli ci ferisce. Io e Elettra avevamo immaginato una bella storia che non sta succedendo. Primogenito sparisce, secondogenito gira tra le statue guardando il suo smartphone, terzogenita chiede di andare in un parco giochi lì vicino. Le nostre aspettative vanno in palla.

E un certo punto succede. Chiedo a terzogenita di guardare con me dei bassorilievi e lei gira e ride guardando nel vuoto, sta pensando ai fatti suoi, passa davanti ai bassorilievi senza guardarli e io sbotto, la prendo di petto, le urlo di tornare indietro e guardare i bassorilievi, che abbiamo fatto più di mille chilometri per vedere quel parco e ora lei mi fa il piacere di tornare indietro e guardare i bassorilievi e più parlo, più urlo, più vedo il suo volto terrorizzarsi e piangere, più esco dal mio corpo e mi vedo da fuori e dico che cazzo stai facendo, Venerandi, ma cosa cazzo stai dicendo. E lei torna indietro in lacrime e io resto solo, e poi appare Elettra con la figlia in lacrime e mi dice delle cose. “Bravo” mi dice. E poi mi dice altre cose.

Anche Zeno Cosini in un momento del suo romanzo fa una piccola elissi. Zeno dice tutto, confessa tutto, mente, ma confessa ogni cosa che fa e che dice, non ha nessuna vergogna, mai. Tranne che in un punto, un dialogo con Ada, la donna che lui ama, a modo suo. In quel punto Ada si rivolge a Zeno e gli dice delle cose terribili e Zeno rimane travolto da quelle parole e scrive candidamente : “io feci del mio meglio per dimenticarle e vi riuscii”. E non le scrive, è una cancellazione, un pezzo della memoria di Zeno che non abbiamo, che non è rimasta.

Per sopravvivere mettiamo le parole che fanno più male in una zona della memoria che possa cancellarle, lenirle.

Io lì invece le prendo perché sono giuste. Perché nel momento che ero scattato contro terzogenita sapevo che stavo facendo una violenza, un errore. Elettra è arrivata e lo ha corretto, per tempo. È tornata indietro, è riuscita a ricucire, è entrata nel corpicino di terzogenita, rotto dai singhiozzi e ha ricostruito l'ambiente. Le ha mostrato il nostro e il suo dolore, ha preso le distanze, ha fatto in modo che il parco tornasse a essere un posto in cui stare assieme. Se devo pensare a cosa è una famiglia è questa capacità di vedere la sofferenza di chi ti sta vicino e trovare una strategia per empatizzare, per circoscrivere, per neutralizzare la causa del dolore. Per prenderne consapevolezza, per combatterlo assieme.

Elettra l'ha fatto, lì, circondati dalle statue di padri, madri, figlie e adolescenti siamo anche noi un piccolo gruppo scultoreo che cammina, si abbraccia, ride, fatica. Sa che la linea tra la soddisfazione e il dolore è fragile e umana.