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from las causas de la triztesa

La poesía habita el mundo. Los versos, el poema. Versos que también son mundo.

La poesía puede flectar la dureza de las palabras. Y sin embargo, en el exceso retórico de la representación, las palabras son arrojadas al precipicio de los significados, y cualquier cosa puede significar cualquier cosa.

Creo que la poesía es la extensión de algo más, algo inconfesable, pero que sin embargo está ahí, imbricado en sus metáforas. El misterio, pues, no reside en el poema. Habita en la luz, en la gota de agua, en la estrella peregrina. Nosotros somos meros instrumentos de la poesía. Y el poema es su herramienta. Un medio para habitarla y comprenderla.

A veces, la inextricable madeja de símbolos nos impide acceder a la verdad. Pero, ¿cuál es esa verdad? Cambia cada vez que se pronuncia, cada vez que cuestiona el mundo, cada vez que lo conjura. No sé para qué escribo esto. A nadie le importa dónde se encuentra la magia, o si esta magia existe, porque la evidencia de su influjo es escasa. Lo único, lo cuantificable, se resuelve sin misterios. El conocimiento ha sido decodificado en un sistema que resuelve los problemas con un solo clic. ¿Para qué necesitaríamos invocar los versos, escuchar sus viejas historias? La pantalla es el nuevo placebo de los tontos, esa droga que nos aleja del peligro, y nos evita el sufrimiento. Si la poesía desaparece de este mundo, una vez liberados del cuerpo físico, el poema se volverá transparente; otro artículo fabricado por el algoritmo universal. Ya no quedará espacio para lo incognoscible, nuestro mayor misterio. Entonces, la poesía habrá muerto con nosotros, y con ella, la alquimia de transmutar el universo de lo cotidiano a objetos poéticos, arrebatándonos los sentimientos que nos hicieron animales humanos, alguna vez.

Imagino que este texto también desaparecerá. O tal vez, se hallará perdido como una botella en el océano, esperando en vano su destinatario, en un mundo extinto, que nosotros habremos clausurado.

 
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from badcrip

Sospesa nell'incertezza. Ogni tot capita. Potessi leggere il futuro...ma forse mi acconterei di fare un salto nel passato. Per modificarlo e risparmiarci tutta questa sofferenza.

 
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from badcrip

Mi hai riconosciuta tu. È stato bello reincontrarti. Mi ricordo quando ti ho invitato a cena, in un'altra vita. Avevo scelto un bel ristorante suggestivo e tu mi hai detto qualcosa come: “Questo posto...e tu...con questo vestito azzurro...”, con aria trasognata. L'avevo preso come un complimento, interpretando parole e sguardi. Hai più anni di quanti ricordassi, sei invecchiato ma nel tuo viso rimane qualcosa che mi colpisce. “Sei ancora un bambino”, ti ho detto. Pensavo al paragone con me. “Eh, dai, non c'è tutta questa differenza d'età tra noi”, hai risposto. L'ho preso come un messaggio ammiccante. Ah, il pericolo della sovrascrittura! Mi hai parlato dell'Africa e dei suoi figli reietti, della tua decisione di uscire da santa madre chiesa (l'avevo predetto, o me Cassandra!) e di lei. Sei ancora intriso di dottrina come un tozzo di pane imbevuto nel caffelatte, ma non sei bigotto e se vorrai potrai liberarti. Ci siamo scambiati il numero e ti confesso che in questi giorni ho fantasticato sull'ipotesi che mi contattassi. Ma tutto questo non parla del mio desiderio di te, bensì del mio desiderio di desiderare ed essere desiderata. Mi hai scritto subito dopo il nostro incontro, era un augurio. Poi, il silenzio. Buona vita, G., hai mantenuto il tuo fascino, anche se non ho ancora capito cosa di te mi attrae!

 
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from oKolobos

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Questa frase de La luna e i falò di Cesare Pavese mi ha sempre affascinato e a lungo immalinconito: ne percepivo e ne percepisco tutta la densa umanità, ma la sentivo come una verità che non mi apparteneva né poteva appartenermi, essendo nato e cresciuto in città. I miei genitori venivano sì entrambi da un paese del lago di Como e nel secondo dopoguerra, all'indomani delle nozze, si erano spostati a Milano per lavoro, ma io non riuscivo a sentire che il loro paese mi appartenesse e che io gli appartenessi. Ogni anno trascorrevo sulle rive del lago le vacanze scolastiche (a dir la verità il grosso delle ore le passavo in acqua o in bicicletta), tutti i parenti più stretti abitavano là, quando ci andavo ero riconosciuto come “il figlio del B. e dell’A.” (come ancora si usa nei paesi del Medio Oriente), ne parlavo il dialetto (rigorosamente solo quando eravamo sul posto oppure quando, a Milano, parlavamo di persone o eventi del paese), eppure quel paese non poteva per me essere il luogo capace di darmi “il gusto di andarmene via”.

Poi, prima dei vent'anni, me ne andai via da Milano per un altro paese, che però non avrebbe mai potuto diventare il mio, perché non mi aveva visto da piccolo e io non lo avevo contemplato con occhi di bambino. Fu proprio lì che conobbi meglio gli scritti di Pavese e che mi resi conto poco alla volta che avevo avuto la fortuna di vivere il paese in città: come un vero paese, Milano mi aveva dato il gusto di andarmene via, mi aveva fatto sentire di non essere solo, sapevo che nella gente, nelle strade e nei cortili c’era qualcosa di mio che restava lì ad aspettarmi anche quando non c’ero. Non so se sia un privilegio raro, ma io non ho mai sentito la città come “anonima”: per me aveva il volto e il nome di persone e luoghi precisi, concentrati ma non racchiusi nel perimetro di un quartiere. L’aver trascorso gli anni prescolari in un vecchio stabile del centro città sul cui cortile interno si affacciavano tutti i retrobottega dell’isolato mi ha permesso di fare acquisti anche da solo, senza uscire sul marciapiede, in quello che per quel bambino di cinque anni che ero si rivelava come un immenso centro commerciale ante litteram. A qualcosa ha giovato l’aver sempre potuto andare a scuola a piedi, come a piedi andavo con gli amici allo stadio, mentre per i tragitti più lunghi verso i campi di calcio in periferia la bicicletta funzionava benissimo. L’aver avuto compagni di scuola con i genitori che lavoravano in portinerie, o nella bottega del calzolaio o dell’ombrellaio, o come barbiere, aveva fatto sì che nessun condominio mi intimidisse. Anche l’aver giocato in una squadra di calcio in cui i compagni erano per metà amici dell’oratorio e per l’altra metà compagni di scuola mi ha consentito di coltivare una certa familiarità paesana al cuore di una metropoli. Di tutto questo – e di tanto altro di cui non ho ancora preso piena consapevolezza oltre cinquant'anni dopo “essermene andato” – sono debitore soprattutto ai tanti amici che a Milano sono rimasti o che a Milano ritornano non appena l’amicizia ci richiama per condividere una gioia o un dolore. E' questo il dono raro di aver vissuto il paese in città.

 
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