Transit

ZohranMamdani

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(N1)

Nota: chi ha avuto la pazienza di seguirmi su questo Blog, sa come la penso. Se questo post scontenta qualcuno me ne dispiaccio, ma non posso scrivere diversamente. Non sarei coerente e di gente che non lo è ce n'è troppa.

Ieri all’Assemblea generale delle #NazioniUnite Benjamin #Netanyahu ha trasformato un’aula diplomatica in un palco da campagna elettorale, usando un linguaggio che non nasconde disprezzo per chi lo critica e una rimozione totale del diritto dei palestinesi ad avere una terra e una libertà, anche in #Cisgiordania.

Ha iniziato con una provocazione diretta a chi aveva già abbandonato l’aula in segno di protesta: “Se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato questa sala, lo facciano ora”, detto a decine di delegazioni che non volevano ascoltare un discorso già scritto altrove. Non è un dettaglio di forma: è il tono con cui un capo di governo si rivolge alla comunità internazionale quando sa di essere isolato, e risponde alzando la voce invece di rispondere nel merito.

Sul cuore della questione #Gaza e le accuse di genocidio, Netanyahu ha usato una formula che cancella il diritto internazionale e le migliaia di morti civili: “Accusare Israele di genocidio è la più grande bugia del secolo”, aggiungendo che “Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha prevenuto un genocidio.” Questa non è una difesa, è un ribaltamento della realtà: trasformare chi denuncia distruzioni di massa, fame imposta, ospedali e scuole colpiti in complici di un presunto genocidio “preventivo” è un argomento che non regge fuori dalla propaganda. E quando parla della Cisgiordania occupata, il tono non cambia: i coloni che aggrediscono villaggi palestinesi, bruciano uliveti e costringono famiglie a fuggire diventano per lui sono “...un manipolo di giovani delinquenti minorenni”, come se la violenza sistematica degli insediamenti fosse un teppismo da cortile e non una politica di espansione sostenuta dallo Stato israeliano.

(N2)

È lo stesso linguaggio con cui ha liquidato il sindaco di New York, #ZohranMamdani, accusandolo di “...diffondere queste bugie sul mio paese o sui miei coraggiosi soldati” e dipingendolo come alleato di #Hamas, Ed è anche il modo con cui ha chiamato “tiranni” leader europei e turchi che hanno criticato la guerra a Gaza, incluso #Erdoğan.

Il risultato è un discorso che offende, minaccia e nega, ma non riconosce alcun diritto ai palestinesi se non quello di essere “protetti” mentre vivono sotto occupazione. Quando, poi, si sposta sulla storia e sui confini, Netanyahu non usa il diritto internazionale ma la Bibbia: al presidente siriano al-Sharaa ha detto “Signor al-Sharaa, dovrebbe sapere che gli ebrei sono sulle alture del #Golan dai tempi di Mosè. Può leggerlo nella Bibbia”, trasformando un’occupazione militare in un titolo di proprietà divino. È lo stesso spirito con cui tratta la Cisgiordania, che per lui resta parte di un diritto storico ebraico, non un territorio occupato dove milioni di palestinesi vivono senza Stato, senza confini certi, senza libertà di movimento. Su Hamas non fa sconti, come è normale che sia. E qui va detto con chiarezza: i crimini del 7 ottobre, gli ostaggi, gli attacchi contro civili israeliani sono condannabili senza ambiguità, e nessun discorso sui diritti palestinesi può giustificarli. Ma Netanyahu tutto questo come scudo per coprire tutto il resto: la distruzione di Gaza, l’assedio, le migliaia di bambini uccisi, la pulizia etnica strisciante in Cisgiordania. Dice che “Hamas ha usato i civili palestinesi come scudi umani”, e lo ripete come mantra per rendere invisibile il fatto che un popolo intero non può essere ridotto a ostaggio di una organizzazione militante e contemporaneamente privato di ogni diritto nazionale.

La parte più pericolosa del discorso, però, è quella sulla guerra all’ #Iran, presentata come atto di sopravvivenza quasi eroico: “Devastare le strutture nucleari dell’Iran è stato difficile. È stato molto difficile farlo. Ma per me è stata una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere come primo ministro, perché se non l’avessimo fatto, saremmo tutti morti”. **Qui Netanyahu non parla di diplomazia, di controlli, di accordi: parla di un attacco preventivo come unica soluzioneéé, e ringrazia #Trump per la «leadership audace», normalizzando l’idea che si possa colpire un paese sovrano in nome di una minaccia futura. È la stessa logica che applica a Gaza e in Cisgiordania: la sicurezza di Israele come valore assoluto, tutto il resto come rumore di fondo.

Alla fine, la frase che riassume il suo messaggio è “Continueremo a vincere perché non abbiamo altra scelta.” Ma chi decide cosa significa “vincere”? Per i palestinesi, “vincere” significa restare senza Stato, senza confini riconosciuti, senza libertà, mentre lui parla di “prevenire genocidi” e di “delinquenti minorenni” quando si tratta delle loro terre.

Un discorso così non costruisce pace, non costruisce sicurezza. Costruisce solo un’idea di Israele che può esistere esclusivamente negando l’esistenza politica degli altri Stati.

#Blog #ONU #World #Politics #Gaza #Iran #Cisgiordania #Opinions

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(Mam)

Nota: non voglio, e non ne ho facoltà, minimizzare la vittoria di Mamdani, nè pormi in contrasto con chi ne gioisce. Diciamo che non amo molto che le vittorie della sinistra all'estero siano prese come esempio in questo paese, che deve, comunque, fare i conti con la sua, di politica.

#ZohranMamdani, eletto sindaco di New York a soli 34 anni, rappresenta una svolta storica per la politica americana. Primo sindaco musulmano della città, Mamdani ha sconfitto l’ex governatore Andrew Cuomo con il 50,4% dei voti, conquistando consenso soprattutto tra giovani, immigrati e lavoratori grazie a una piattaforma basata su trasporti pubblici gratuiti, edilizia popolare e giustizia sociale.

Già nel suo discorso di vittoria, Mamdani ha lanciato una sfida diretta a #DonaldTrump, definendolo un “despota” e affermando che “...la città che lo ha creato può anche sconfiggerlo”.​ Da parte sua, Trump ha risposto con sarcasmo, minimizzando la sconfitta: «Io non ero sulla scheda elettorale» e accusando le tensioni a Washington di aver danneggiato il movimento repubblicano. A Mamdani ha rivolto l’epiteto di “Comunista” e ha minacciato tagli ai fondi federali: “Se vince un comunista, pronti a tagliare miliardi a New York”. Questa contrapposizione incarna uno scontro tra due visioni opposte, ma con un comune uso di retorica fortemente polarizzante.​

Le vittorie parallele di Abigail Spanberger in Virginia e Mikie Sherrill nel New Jersey consolidano il successo dei democratici in territori chiave, ponendo un ulteriore freno alla spinta trumpiana e segnando un chiaro avvertimento verso la leadership repubblicana.​

(Mam2)

In Italia, il successo di Mamdani è stato accolto con entusiasmo da settori della sinistra, ma la realtà politica appare ben diversa rispetto a quella statunitense. Qui la sinistra è dilaniata da una cronica divisione tra anime moderata e radicale, che impedisce la costruzione di un progetto unitario e coerente. L’assenza di una leadership convincente che sappia parlare ai bisogni concreti della società limita molto la capacità di mobilitazione e di creare un’alternativa credibile al governo Meloni.

L’opposizione italiana tende spesso a rifugiarsi in tentativi di emulazione di modelli esteri senza riuscire a tradurli nel contesto nazionale, rimanendo così frammentata e marginale. Manca, inoltre, un dialogo autentico con le nuove generazioni e con i settori più vulnerabili, fattori che in America invece hanno fatto la differenza per Mamdani.

Solo un’analisi critica e profonda di queste difficoltà interne potrà avviare un processo di rinnovamento e rilancio della sinistra in Italia, partendo dalla concretezza e non dall’astrazione.​

Mamdani e i successi democratici statunitensi mostrano dunque un modello efficace di politica progressista da cui trarre ispirazione, ma la sinistra italiana deve affrontare le proprie contraddizioni interne per poter davvero sognare una rinascita simile.

#Blog #USA #Mamdani #Trump #Politica #Italia #Sinistra #Opinioni

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