📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Ricorso dei cristiani ai tribunali pagani 1Quando uno di voi è in lite con un altro, osa forse appellarsi al giudizio degli ingiusti anziché dei santi? 2Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza? 3Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose di questa vita! 4Se dunque siete in lite per cose di questo mondo, voi prendete a giudici gente che non ha autorità nella Chiesa? 5Lo dico per vostra vergogna! Sicché non vi sarebbe nessuna persona saggia tra voi, che possa fare da arbitro tra fratello e fratello? 6Anzi, un fratello viene chiamato in giudizio dal fratello, e per di più davanti a non credenti!

Incoerenza dei cristiani in lite 7È già per voi una sconfitta avere liti tra voi! Perché non subire piuttosto ingiustizie? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene? 8Siete voi invece che commettete ingiustizie e rubate, e questo con i fratelli! 9Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, 10né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. 11E tali eravate alcuni di voi! Ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio.

Sessualità e immoralità 12«Tutto mi è lecito!». Sì, ma non tutto giova. «Tutto mi è lecito!». Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla. 13«I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!». Dio però distruggerà questo e quelli. Il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. 14Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. 15Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! 16Non sapete che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due – è detto – diventeranno una sola carne. 17Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. 18State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. 19Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. 20Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!

Approfondimenti

(cf PRIMA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Franco Manzi © EDIZIONI SAN PAOLO, 2013)

Ricorso dei cristiani ai tribunali pagani Paolo passa dalla questione spinosa dell'incestuoso a un altro motivo di scandalo, vale a dire la consuetudine dei cristiani di Corinto di ricorrere ai tribunali civili per far dirimere le contese sorte tra di loro (vv. 1-6). L'intento di Paolo, è mettere fine alla consuetudine dei cristiani di Corinto di utilizzare gli organi giudiziari della città, in caso di contrasti interni alla Chiesa. All'apostolo pare per lo meno contraddittorio che i cristiani si sottopongano al giudizio dei non cristiani. Com'è possibile che delle persone «santificate» (6,11; cfr. 1,2) e «giustificate» (ossia perdonate) da Cristo (cfr. 1,30) decidano di farsi giudicare da «ingiusti» (v. 1; cfr. 6,9)? Secondo Paolo non è giusto che ai tribunali civili facciano ricorso delle persone «sante» (vv. 2-3), che, alla fine dei tempi, saranno associate allo stesso Cristo risorto per giudicare tutti gli abitanti della terra (cfr. Mt 19,28; Ap 20,4) e persino gli angeli decaduti (cfr. Gd 5-6; 2Pt 2,4). Come mai, allora, i Corinzi accettano di riconoscere autorità a giudici pagani che, in ambito ecclesiale, non ne hanno affatto (v. 4)? E sì che i Corinzi, ironizza Paolo, pretendono di essere così sapienti (v. 5; cfr. 4,10)! Del resto, anche le comunità giudaiche dell'epoca avevano i propri tribunali, attribuendo loro il compito di dirimere le cause interne e vietando l'appello alla magistratura civile.

Incoerenza dei cristiani in lite L'argomentazione di Paolo si radicalizza, mostrando come tra i credenti in Cristo non dovrebbero nemmeno sorgere dei contrasti tali da spingerli ad appellarsi a tribunali, ecclesiastici o civili che siano. Anzi, Paolo aggiunge che, per evitare questo esito fallimentare della vita comunitaria, sarebbe meglio che i cristiani accettassero di subire ingiustamente la privazione dei propri beni (v. 7). Solo così imiterebbero davvero Cristo, che predicò (cfr. Mt 5,39-42; Lc 6,27-29) e visse la non-violenza, perché «insultato, non restituiva l'insulto, [...] ma si affidava a Colui che giudica con rettamente» (1Pt 2,23). Purtroppo, i cristiani di Corinto non solo non rinunciavano a rivendicare i propri diritti davanti a tribunali pagani, ma addirittura erano loro a commettere ingiustizie a scapito di altri membri della comunità, loro «fratelli» in Cristo (v. 8). Per convincerli a smettere di comportarsi così, Paolo mostra, con un'argomentazione generale su tutti i peccatori renitenti, quale sarà l'esito ultimo della loro caparbia condotta: l'esclusione dal «regno di Dio» (vv. 9-10). Dalla comunione gloriosa con Dio (cfr. 1Cor 15,28) saranno esclusi coloro che in questa vita avranno commesso ingiustizie o altri gravi peccati, che Paolo elenca riecheggiando probabilmente i cosiddetti «cataloghi dei vizi» delle filosofie del tempo, diffusisi a livello popolare (vv. 9c-10a; cfr. 5,10-11). Paolo inizia il suo elenco di vizi associando «fornicatori», «idolatri» e «adulteri» (v. 9). Poi aggiunge all'elenco anche gli «effeminati» e i «sodomiti» (cfr. 1Tm 1,10), designando gli uomini che hanno rapporti omosessuali rispettivamente in senso passivo e attivo. Anche in questa deplorazione dell'omosessualità maschile (per quella femminile cfr. Rm 1,26), Paolo si muove sulla scia della tradizionale polemica del giudaismo contro il paganesimo (cfr. Sap 14,26). Effettivamente, nel mondo pagano di allora, e, tanto più, a Corinto, erano in voga le relazioni omosessuali, spesso sotto forma di pedofilia. A conclusione dell'elenco di vizi, l'apostolo rammenta ai fedeli di Corinto che anch'essi vi erano immersi (v. 11). Non lo dice per umiliarli, quasi rinfacciando loro di essere rimasti peccatori come un tempo. Al contrario, lo fa per aiutarli a giungere a una piena consapevolezza dell'immenso dono ricevuto nel battesimo dal Signore Gesù, diventato per loro «sapienza, giustificazione, santificazione e redenzione» (1,30).

Sessualità e immoralità L'apostolo si è reso conto che alcuni cristiani di Corinto s'illudevano d'essere giunti alla vera sapienza (cfr. 1Cor 1,17-3,4), fraintendendo probabilmente il suo stesso insegnamento sull'essere liberati da Cristo (cfr. Rm 8,2-4; Gal5,1) e illuminati dallo Spirito Santo (cfr. 1Cor 2,13). Costoro finivano probabilmente per abbandonarsi agli sfrenati piaceri sessuali (6,12-13.15-16.18), né più né meno come numerosi loro concittadini pagani o come certi sedicenti filosofi del tempo, che rivendicavano di poter fare ciò che volevano, accampando il pretesto che solo i sapienti saprebbero discernere il bene dal male.

Accortosi della gravità di tale lassismo sessuale, acutizzata dalla sua deviante giustificazione teorica, Paolo reagisce con lucidità e decisione. Il suo intento è dimostrare che la libertà dei figli di Dio non è affatto libertinaggio. Perciò egli mette, in primo luogo, allo scoperto la capacità dei peccati sessuali di frantumare il corpo ecclesiale di Cristo (vv. 12-17) e poi evidenzia gli effetti disastrosi della fornicazione anche sulla persona che la pratica (vv. 18-20).

Anzitutto Paolo, riferendosi al detto sul «ventre», eufemismo per designare l'apparato sessuale, passa ad una concezione più armonica e completa del «corpo» umano e della sua relazione inscindibile con la stessa vita di fede (v. 13c). La sessualità umana non è riducibile a mera istintività o fisicità. Al contrario, essa è una dimensione fondamentale della relazionalità corporea, che rientra a pieno titolo nel rapporto con il Signore. Dopo di che, Paolo si concentra sul rapporto dei cristiani con Cristo. Se la corporeità permette alla persona di entrare in relazione con gli altri, nel caso dei cristiani diventa il modo per mantenersi in rapporto primariamente con il Signore (cfr. 1Cor 3,22-23; Rm 14,8; Gal 2,20).

L'apostolo richiama con forza i Corinzi a rimanere uniti a Cristo, che li ha comprati a caro prezzo, morendo in croce per loro (cfr. 6,20 e 7,23). Ma proprio perché i credenti in Cristo saranno risuscitati come lui, ossia con la loro stessa corporeità, e non solo con la loro anima (cfr. 15,44), essi non devono svilirla in comportamenti viziosi. Al contrario, devono cercare di costruire, per mezzo di essa, relazioni belle, buone e vere, che poi perdureranno, positivamente trasfigurate (cfr. 15,35-57), anche nell'aldilà.

Fin d'ora, grazie al battesimo, essi sono diventati, con i loro stessi corpi, «membra di Cristo» (6,15). In questo modo l'apostolo fonda la trattazione morale della persona – corporeità e sessualità in primis – sull'idea a lui cara di Chiesa come corpo di Cristo (cfr. 12,12-30; anche Rm 12,4-5; Ef 1,22-23; 5,23; Col 1,18-24). Ed è proprio alla luce di questa profonda consapevolezza ecclesiale che Paolo giunge a vietare, senza mezzi termini, che i cristiani abbiano rapporti sessuali con prostitute (vv. 15-16).

La relazione sessuale del cristiano impudico con una prostituta contraddirebbe il suo aver già fatto un tutt'uno con Cristo nel battesimo (cfr. 1Cor 12,12-13.27; Gal 3,27-28). Come potrebbe continuare a rimanere in comunione con Cristo nella celebrazione eucaristica un battezzato che si unisce peccaminosamente con una prostituta? Di certo, l'apostolo distingue l'unione sessuale con la prostituta, cioè il formare «un solo corpo (con lei)» (v. 16), dall'unione spirituale con Cristo (cfr. 2,11), ossia il diventare «un solo spirito (con lui)» (v. 17). Tuttavia, vista l'unitarietà della persona umana, congiungersi sessualmente a una prostituta significa, stando al passo della Genesi citato, diventare «una (sola) carne» (Gen 2,24) con lei. Ma questa unione sessuale illegittima con una donna sarebbe come smembrare il corpo di Cristo (cfr. 1Cor 1, 13), di cui i cristiani sono membra (v. 15).

In quest'ordine d'idee già s'intuisce come un cristiano entri in contraddizione con se stesso: di per sé, in quanto ha ricevuto il battesimo «in Cristo» (Gal 3,27; cfr. Rm 6,3), egli è di Cristo (cfr. 1Cor 3,23). Ma, avendo un rapporto sessuale con una prostituta, egli simultaneamente appartiene anche a lei, che vive in una condizione peccaminosa antitetica a Cristo. Questa specie di schizofrenia nei due rapporti in questione ha ripercussioni nocive non solo sul corpo ecclesiale di Cristo, ma primariamente sulla persona del cristiano peccatore. La profonda intuizione sviluppata qui da Paolo è che un uso distorto della sessualità non costituisca, come avrebbero potuto immaginare i Corinzi nell'orizzonte del dualismo greco-ellenistico, un'attività «al di fuori del suo corpo» (v. 18), bensì un disordine peccaminoso in grado di stravolgere l'intera persona. Perciò chi entra in rapporto sessuale con una prostituta commette un peccato anzitutto contro la propria persona, direttamente e complessivamente coinvolta in quell'atto. Non solo: commette anche un peccato contro lo Spirito Santo che abita in ogni cristiano. Tempio dello Spirito non è soltanto la comunità cristiana (cfr. 3,16-17), ma primariamente ogni cristiano (v. 19) che la costituisce.

Non va dimenticato che, qualche decennio prima dell'evangelizzazione paolina di Corinto, la città era diventata famosa nell'impero per il suo santuario dedicato alla dea Afrodite, nel quale un migliaio di sacerdotesse si dedicavano alla cosiddetta «prostituzione sacra». Unendosi sessualmente con loro, si credeva di entrare in comunione con la divinità dell'amore, dalla quale si riceveva in dono fecondità in famiglia, fertilità dei campi e benessere. Ovviamente, questo risvolto idolatrico rendeva i rapporti sessuali con le prostitute ancora più incompatibili con la fede cristiana.

Nella visione che Paolo ha dell'esistenza cristiana, con il battesimo si verifica come un passaggio di proprietà: i credenti non appartengono più semplicemente a se stessi (v. 19) perché sono stati comprati da Dio (v. 20; cfr. 7,23). Dio ha pagato un prezzo altissimo per riscattare gli uomini dalla loro schiavitù al peccato! (cfr., p. es., Rm 3,9; 6,6.12-14; 7,14). Da qui l'invito rivolto ai Corinzi, quasi fossero liberti del Signore (1Cor 7,22), di glorificare Dio nel loro corpo (v. 20; cfr. l Ts 4,4), evitando soprattutto di scivolare nell'immoralità sessuale, capace di schiavizzarli di nuovo (cfr. 1Cor 6,12).


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Condanna di un incestuoso 1Si sente dovunque parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra i pagani, al punto che uno convive con la moglie di suo padre. 2E voi vi gonfiate di orgoglio, piuttosto che esserne afflitti in modo che venga escluso di mezzo a voi colui che ha compiuto un’azione simile! 3Ebbene, io, assente con il corpo ma presente con lo spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha compiuto tale azione. 4Nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati voi e il mio spirito insieme alla potenza del Signore nostro Gesù, 5questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore. 6Non è bello che voi vi vantiate. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? 7Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! 8Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità. 9Vi ho scritto nella lettera di non mescolarvi con chi vive nell’immoralità. 10Non mi riferivo però agli immorali di questo mondo o agli avari, ai ladri o agli idolatri: altrimenti dovreste uscire dal mondo! 11Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello ed è immorale o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro: con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. 12Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? 13Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi!

Approfondimenti

(cf PRIMA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Franco Manzi © EDIZIONI SAN PAOLO, 2013)

Condanna di un incestuoso Di fronte alla permanente convivenza di un cristiano di Corinto con la moglie di suo padre, cioè con la sua matrigna (v. 1), Paolo interviene sollecitando la comunità cristiana a procedere con una vera e propria espulsione dell'interessato. Paolo procede con severità, biasimando l'incuranza superficiale e presuntuosa della comunità cristiana. Proprio perché essa non si è dispiaciuta affatto del comportamento di quel tale né, tanto meno, lo ha allontanato da sé, l'apostolo si sente in dovere d'intervenire (v. 2). Lo fa in maniera coerente alle norme essenziali stabilite dall'assemblea di Gerusalemme. Stando alla testimonianza degli Atti, gli apostoli (Paolo incluso) vi avevano confermato, anche per i pagani convertitisi alla fede cristiana, la proibizione dell'immoralità. Quindi, in conformità alla Legge mosaica (cfr. At 15,20-21), avevano vietato i rapporti incestuosi. Quando Paolo dettò la Prima lettera ai Corinzi, si trovava a Efeso (cfr. v. 3a) e non aveva la possibilità di recarsi a breve a Corinto (cfr. 16,8-9). Inoltre, la situazione sembrava essersi incancrenita: è verosimile che a quel punto sarebbe stato inutile rimproverare l'incestuoso, esortandolo a lasciare quella donna. Sta di fatto che Paolo non accenna nemmeno a tale possibilità. «Spiritualmente presente» tra i Corinzi (v. 3b), decreta l'espulsione di quel cristiano dalla Chiesa. E chiede che la sua decisione -di certo sofferta- presa «nel nome del Signore [nostro] Gesù» venga ratificata dalla comunità riunita «con la potenza del Signore nostro Gesù» (v. 4): per un atto così grave nei confronti di un credente, tutta la comunità, Paolo incluso, deve agire strettamente unita al Signore.

Lo scopo pedagogico di questa dura sanzione disciplinare è espresso in termini non immediatamente comprensibili: «questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore» (v. 5). Per capire questa espressione si deve tenere conto della visione antropologica dell'apostolo: per lui, la «carne» degli uomini è il terreno in cui Satana (come il «nemico» che ha seminato zizzania, da cui mise in guardia Gesù, Mt 13,24-30) ha sparso il seme del peccato (cfr. Rm 7,14-25), abbondantemente germinato all'interno dell'umanità. Paolo parla di «opere proprie della carne» che «sono manifeste: sono fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, magia, inimicizie, lite, gelosia, ire, ambizione, discordie, divisioni, invidie, ubriachezze, orge e opere simili a queste» (Gal5,19-21; cfr. Rm 13,13-14). Con questo modo d'intendere la «carne», si comprende che a spingere Paolo a sancire l'espulsione di quel peccatore dalla comunità cristiana è un ultimo filo di speranza: che cioè costui, una volta lasciato dalla Chiesa in balìa di Satana (cfr. Gb 2,6), soffra a causa del suo stesso peccato e giunga così a pentirsene. In altri termini, auspica che quel peccatore, accortosi d'essersi posto con il proprio comportamento immorale al di fuori del circuito vitale della comunione ecclesiale con il Signore, abbia il coraggio di sciogliere la sua convivenza incestuosa.

L'esortazione alla purificazione dal peccato rivolta da Paolo alla Chiesa corinzia prende le mosse da un'antica usanza giudaica: in vista delle celebrazioni pasquali, il pane fermentato veniva del tutto eliminato dalle abitazioni. Paolo interpreta il rituale pasquale ebraico alla luce della morte e della risurrezione di Cristo. Per lui l'antico esodo dalla schiavitù egiziana e la novità di un'esistenza liberata dal Signore trovano compimento nella vita dei credenti in Cristo, non più dominata del peccato (cfr. Rm 3,9; 6,6.12.14), ma animata dalla «sincerità» e dalla «verità» (1Cor 5,8). Da qui l'invito rivolto dall'apostolo ai fedeli di Corinto a essere «pasta nuova», grazie alla redenzione operata da Cristo (cfr. 1,30; 15,3), immolato sulla croce come l'antico agnello pasquale{v. 7; cfr. lPt 1,19). In concreto, l'apostolo li incita a disfarsi del «lievito vecchio» delle malvagità e della corruzione (cfr. Mt 16,6 e paralleli), così da essere come «azzimi» puri (vv. 7-8), ossia da vivere un'esistenza «pasquale» con Cristo risorto.

Allargando il discorso, Paolo precisa la questione delle relazioni che i credenti in Cristo non devono più intrattenere con altri cristiani che vivono in una condizione permanente di peccato. In una lettera precedente a questa, l'apostolo aveva già messo in guardia i fedeli di Corinto dal mescolarsi con chi viveva nell'immoralità sessuale (v. 9). Ora egli puntualizza che in quella missiva non intendeva riferirsi ai peccatori che non credono in Cristo, fossero essi fornicatori piuttosto che avari, predoni, idolatri (v. 10), diffamatori o ubriaconi (v. 11). La concezione paolina di Chiesa non è settaria, quasi che i credenti in Cristo dovessero fuggire dal mondo (v. 10) per poter vivere la propria fede al riparo da ogni contaminazione peccaminosa. Una concezione del genere era pur presente in alcune frange del giudaismo dell'epoca, come, per esempio, nei membri della comunità di Qumran o in alcuni gruppi della diaspora. Paolo, invece, precisa che la sua ammonizione anteriore aveva per oggetto i credenti in Cristo, che si dicono «fratelli», ma che in realtà perseverano in una condotta gravemente peccaminosa: con costoro sarebbe imprudente per i cristiani mantenere rapporti, per esempio, condividendone i pasti (v. 11).

In ogni caso, citando la Legge di Mosè che sanciva l'eliminazione degli idolatri dal popolo d'Israele attraverso la lapidazione (cfr. Dt 17,7), Paolo ammonisce la comunità corinzia a essere risoluta nell'allontanare i propri membri che rifiutano di convertirsi da peccati gravi come quelli qui elencati (v. 13). Specialmente in un contesto d'immoralità dilagante come quello di Corinto, consentire ai credenti in Cristo di tornare a comportarsi peccaminosamente come prima della conversione avrebbe significato condannare la Chiesa all'autodistruzione. Resta così giustificata la pena medicinale dell'espulsione dell'incestuoso dalla comunità cristiana, mentre per quanto riguarda i pagani, con cui i cristiani inevitabilmente entravano in contatto, l'apostolo non si pronuncia affatto.


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Rapporti pastorali autentici dei Corinzi con i ministri 1Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 2Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele. 3A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, 4perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! 5Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode. 6Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto, perché impariate dalle nostre persone a stare a ciò che è scritto, e non vi gonfiate d’orgoglio favorendo uno a scapito di un altro. 7Chi dunque ti dà questo privilegio? Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto? 8Voi siete già sazi, siete già diventati ricchi; senza di noi, siete già diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. 9Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo dati in spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. 10Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. 11Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo percossi, andiamo vagando di luogo in luogo, 12ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; 13calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.

Invito all'imitazione di Paolo 14Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. 15Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo. 16Vi prego, dunque: diventate miei imitatori!

Visita di Timoteo a Corinto 17Per questo vi ho mandato Timòteo, che è mio figlio carissimo e fedele nel Signore: egli vi richiamerà alla memoria il mio modo di vivere in Cristo, come insegno dappertutto in ogni Chiesa.

Visita di Paolo a Corinto 18Come se io non dovessi venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d’orgoglio. 19Ma da voi verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto non già delle parole di quelli che sono gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare. 20Il regno di Dio infatti non consiste in parole, ma in potenza. 21Che cosa volete? Debbo venire da voi con il bastone, o con amore e con dolcezza d’animo?

Approfondimenti

(cf PRIMA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Franco Manzi © EDIZIONI SAN PAOLO, 2013)

Rapporti pastorali autentici dei Corinzi con i ministri Da questo passo della lettera affiora la tensione intercorrente tra lui e i destinatari, ma l'apostolo cerca di ristabilire un buon rapporto con la Chiesa corinzia. Paolo precisa il dovere che scaturisce dal ministero, vale a dire l'affidabilità del servo (4,2), che è l'opposto dell'arbitrarietà del padrone. Considerando che egli sta svolgendo una missione ricevuta proprio da Dio, la comunità dovrebbe già sentirsi inadeguata a giudicare lui o qualche altro autentico ministro di Dio. L'unico che può chiedergli conto del suo operato, come di certo farà, alla fine dei tempi, è il Signore (vv. 4-5). Lui sì che metterà allo scoperto ogni atto, anche quello più nascosto, e ogni intenzione (v. 5). Per accentuare quanto gli prema unicamente il giudizio di Dio, Paolo dichiara di non voler nemmeno giudicare se stesso. L'argomentazione sa quasi d'assurdo; tant'è che l'apostolo tiene ad aggiungere che in coscienza sa di non aver commesso «(colpa) alcuna» (v. 4) contro la comunità. Quindi, i Corinzi non possono sentirsi autorizzati a giudicarlo. Paolo, con il suo ragionamento, tenta di aiutare i Corinzi a superare la tentazione di giudicare gli altri, quasi anticipando il giudizio universale di Dio, che comunque spetta soltanto a lui (cfr. v. 5). L'apostolo non cerca d'evitare subdolamente qualsiasi critica o rimprovero che la comunità cristiana potrebbe legittimamente e utilmente fargli. Pare piuttosto che egli voglia insegnare ai Corinzi a non scivolare in un atteggiamento critico nei suoi confronti, dettato dalla sapienza mondana. Le conseguenze sarebbero deleterie non solo per lui, ma soprattutto per loro.

Paolo tiene a esplicitare che osa scrivere loro certe cose (cfr. 3,4-9) per il loro stesso bene (v. 6). Anzi, per superare i rischi di un'ammonizione astratta o moralistica, l'apostolo si propone loro come modello di vita cristiana. Per mezzo di una serie di domande, Paolo mostra come tutto nella vita, personale ed ecclesiale, è grazia. Non c'è nulla di buono, di bello e di vero che non sia frutto dell'amorevole provvidenza di Dio (cfr. Rm 8,28). Ma se così è, non c'è motivo alcuno perché un credente possa vantarsi quasi che una determinata cosa o persona fosse sua. Da qui sgorga il sarcasmo di Paolo sull'orgoglio che rovina i rapporti intraecclesiali a Corinto e, in particolare, le tensioni con cui una parte della comunità si relaziona con lui. Il grave pericolo che stanno correndo alcuni fedeli è di sentirsi nella vita cristiana come degli «arrivati». Come l'apostolo rinfaccia loro con ironia, essi credono di «essere giunti al regno» di Dio; sono «sazi» (v. 8); pensano di avere la coscienza a posto con il Signore, soltanto perché sono entrati a far parte di una delle fazioni della Chiesa corinzia e possono contare orgogliosamente sull'insegnamento del capo carismatico del proprio gruppo, giudicando gli altri leader (cfr. v. 6). Magari, sembra augurarsi Paolo, fossero entrati nel regno di Dio! Anch'egli ne gioirebbe con loro. Ma l'apostolo qui gioca d'ironia. Come avrebbero potuto i Corinzi accedere al regno di Dio senza di lui, che ancora vive tra le mille difficoltà del ministero (v. 8)?

Con tonalità sempre più sarcastica, Paolo mette a confronto l'atteggiamento presuntuoso dei Corinzi con il proprio comportamento, che poi, visto che egli usa la prima persona plurale, coincide con il comportamento dei veri «servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (4,1). Ciò che vuole confessare è anzitutto l'atteggiamento interiore con cui ha affrontato difficoltà e pericoli nel ministero «a causa di Cristo» (v. 10). Coltivando in sé «lo stesso sentire che fu anche in Cristo Gesù» (Fil 2,5), che ha benedetto chiunque lo insultasse; ha perseverato nella fede nelle persecuzioni; ha ricambiato le calunnie con esortazioni positive e consolazioni (vv. 12-13). Questa scelta di mitezza e di non violenza, anzi di vero e proprio sacrificio spirituale (cfr. Rm 12,1; Fil 2,17) «a causa di Cristo» (v. 1O) e per amore dei suoi figli spirituali di Corinto (cfr. 4,6), consente di comprendere la concezione che Paolo ha del ministero ecclesiale e, quindi, anche dei rapporti di una comunità cristiana con i propri ministri: attraverso una vita che partecipa misteriosamente alla stessa passione di Cristo, costoro sono chiamati in primo luogo a rendere percepibile ai fedeli, nel modo più nitido possibile, il «sentire che fu anche in Cristo Gesù» (Fil 2,5), sintetizzabile in un 'unica parola: «carità» (agape; cfr. 1 Cor 13). Nella misura in cui i Corinzi comprenderanno ciò, riusciranno a superare le rivalità interne alla loro comunità.

Invito all'imitazione di Paolo Con la tenerezza ma anche con la preoccupazione di un padre, invita i propri figli spirituali di Corinto a imitare il suo stile di vita evangelico (v. 16). È convinto che, se imiteranno lui, si troveranno a imitare Cristo. Difatti, l'apostolo stesso cerca sempre d'imitare Cristo (11,1; cfr. 1Ts 1,6), sia pure in maniera creativa, ossia attualizzando in modo originale nella propria vita i valori rivelati dal Maestro, come l'obbedienza a Dio Padre (cfr. Gv 15,10), il servizio degli altri (cfr. Mt 20,28 e il parallelo Mc 10,45; Lc 22,26-27; Gv 13,14-15) e, più in genere, l'amore vicendevole (cfr. Gv 13,34; 15,12). Certamente si rende conto di essere stato severo nel suo richiamo, giunto quasi alla derisione dei suoi interlocutori. Ma non lo ha fatto per umiliarli (v. 14), bensì per farli maturare. Del resto, questo è il compito di un padre che ama i suoi figli. E Paolo, pur essendo al corrente che alcuni cristiani di Corinto non possono sopportarlo, si rivolge comunque a tutti chiamandoli «figli miei amati» (v. 14). Dunque, è lui il loro padre nella fede, a differenza dei missionari giunti in città dopo di lui: a rigor di logica, costoro non possono essere considerati loro padri, perché non li hanno generati alla vita cristiana come ha fatto lui. Al massimo, possono essere ritenuti loro «pedagoghi in Cristo» (4,15; cfr. Gal 3,24-25). In quell'epoca, il pedagogo era lo schiavo di fiducia che aveva specialmente il compito di «condurre» il «figlio» del padrone a scuola, sorvegliandolo e, se necessario, anche obbligandolo ad andarvi: mentre ai pedagoghi bisogna obbedire, un padre va amorevolmente imitato.

Visita di Timoteo a Corinto Del resto, Paolo stesso, per aiutarli a perseverare nella vita cristiana, imitando il suo stile, ha mandato a Corinto un suo fedele collaboratore: Timoteo (cfr. At 19,22); tiene a precisare che Timoteo è per lui ben più di un collaboratore: è un figlio carissimo (v. 17a), che essi già conoscono perché egli prese parte alla prima evangelizzazione di Corinto (cfr. At 18,5). Essendo legato a Paolo da affetto filiale, egli potrà ricordare ai «fratelli» di Corinto come il loro comune padre vivesse evangelicamente; più esattamente: come Paolo vivesse in Cristo (v. 17b), perché Cristo stesso viveva «in» lui (Gal 2,20), per cui per l'apostolo «vivere» era «Cristo» (Fil 1,21 ). Timoteo, paradossalmente, non dovrà far altro. Paolo non gli ha dato un compito preciso. Il rimedio pastorale suggerito discretamente da Paolo a missionari come Apollo è di proporsi come modelli di vita da imitare.

Visita di Paolo a Corinto Paolo sente il desiderio di tornare a Corinto (v. 18a). Ma mentre espone questo progetto pastorale, gli tornano di nuovo in mente alcuni di loro, che non vivono all'insegna dell'umile sapienza salvifica di Cristo crocifisso, bensì di atteggiamenti orgogliosi. Questi tali s'illudevano che Paolo, una volta fondata una Chiesa, non tornasse più a farle visita. Paolo mette in guardia i Corinzi, e in specie quelli che si gonfiavano di superbia, che, alla sua venuta, potrebbe usare anche il «bastone» (v. 21), ossia maniere molto severe, per mettere fine a certi comportamenti. Ma il fatto stesso che questo avvertimento sia una domanda retorica lascia intendere ai suoi interlocutori che dipende da loro avere a che fare con il Paolo severo piuttosto che amorevole, come in realtà egli desidererebbe essere.


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Immaturità dei Corinzi 1Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. 2Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perché non ne eravate ancora capaci. E neanche ora lo siete, 3perché siete ancora carnali. Dal momento che vi sono tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana? 4Quando uno dice: «Io sono di Paolo», e un altro: «Io sono di Apollo», non vi dimostrate semplicemente uomini?

Identità e compiti dei veri ministri 5Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. 6Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. 7Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. 8Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. 9Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio. 10Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. 11Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. 12E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, 13l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. 14Se l’opera, che uno costruì sul fondamento, resisterà, costui ne riceverà una ricompensa. 15Ma se l’opera di qualcuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco. 16Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.

La comunità è di Cristo 18Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, 19perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia. 20E ancora: Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani. 21Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: 22Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! 23Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

Approfondimenti

(cf PRIMA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Franco Manzi © EDIZIONI SAN PAOLO, 2013)

Immaturità dei Corinzi Paolo torna a considerare il problema pastorale di partenza, vale a dire le fazioni che rischiavano di disgregare la Chiesa corinzia. Di per sé i cristiani di Corinto non sono «uomini carnali», dato che hanno ricevuto lo Spirito santo nel battesimo. Ciò nonostante si stanno comportando «come» tali, perché resistono all'influsso positivo esercitato in loro dallo Spirito. Per questo finiscono per cedere a comportamenti «carnali», ossia peccaminosi, quali la gelosia e le liti. Al tempo della prima evangelizzazione della città di Corinto l'apostolo aveva dovuto adeguarsi alla loro immaturità, limitandosi a esporre i rudimenti della dottrina cristiana (cfr. Eb 5,11-12; 1Pt 2,2), senza poter approfondire il discorso sul mistero sapiente di Dio manifestatosi in Cristo (cfr. 1Cor 2,1.7). Forse che a neonati, capaci di bere soltanto latte, si può dar da mangiare cibo solido? Tale era la condizione iniziale dei Corinzi (vv. 1-2a)! Lo si poteva comprendere proprio perché si era agli inizi. Purtroppo, però, i Corinzi non sono ancora maturati (v. 2b), tant'è che Paolo si vede costretto a richiamarli per l'atmosfera d'invidia e di contesa che sta soffocando mortalmente la comunità cristiana. Si tratta di un segno inequivocabile di carnalità, ossia di peccaminosità (v. 3).

Identità e compiti dei veri ministri Per far comprendere anche ai fedeli più semplici di Corinto come vanno considerati i ministri e qual è la loro funzione principale, Paolo ricorre a due immagini, una agricola (vv. 5-9) e l'altra edile (vv. 10-17). Per scuotere i suoi ascoltatori da un attaccamento nocivo ad Apollo e anche a lui stesso, Paolo si rivolge loro con due domande provocatorie: «Che cos'è Apollo? E che cos'è Paolo?». La risposta è lapidaria e lascia emergere tutta l'umiltà di Paolo, che sa di essere soltanto un «servo». L'unico orizzonte in cui comprendere le figure dei ministri nella Chiesa è quella del servizio alla fede della gente (v. 5). In una Chiesa autentica dovrebbe essere il contrario: non dovrebbero essere i fedeli a servire i ministri, ma i ministri a servire i fedeli. E costoro non dovrebbero appartenere né a Paolo né ad Apollo (3,4; cfr. 1,12), ma unicamente a Cristo (cfr. 3,23).

Per quanto semplice, l'immagine agricola è in grado di purificare nei ministri qualsiasi tentazione di protagonismo ecclesiastico: i missionari che annunciano il Vangelo e che fondano le comunità cristiane, ma anche i ministri che poi le dirigono, non devono legare a sé i fedeli, ma devono condurli a Cristo.

Rispetto alla similitudine agricola, quella edile si colora di un aspetto ulteriore perché l'«edificio di Dio» (v. 9) è il suo «tempio» (vv. 16-17). Perciò, in primo luogo, Paolo può ribadire, per mezzo di questa similitudine, la centralità di Cristo nella vita ecclesiale: ogni edificio, sacro o profano che sia, ha delle fondamenta; analogamente, la Chiesa ha come suo unico fondamento Cristo (v. 11). Del resto, si potrebbe ampliare a questo livello ecclesiale quanto Gesù spiegava in termini parabolici sulla possibilità di costruire la propria casa sulla sabbia piuttosto che sulla roccia (cfr. Mt 7,24-27; parallelo a Le 6,47-49). Ma all'interno del paragone edile della comunità cristiana come una specie di cantiere sempre aperto in vista della costruzione di un edificio di Dio nella storia, Paolo focalizza l'attenzione sul compito architettonico dei missionari. Sostiene così che ci sono due tipi di costruttori di comunità cristiane. Il primo, che si comporta come un architetto esperto, fonda la vita di una Chiesa su Cristo (v. 10b). Il secondo tipo di ministro tenta di edificare la Chiesa su un fondamento diverso da Cristo o con materiali scadenti come il fieno o la paglia (v. 12), cioè, fuori dall'immagine, pervertendo il Vangelo e finendo per distruggere la stessa comunità cristiana.

Nel giorno del giudizio finale (v. 13; cfr. 4,3), alla prova del fuoco dell'amore divino apparirà inequivocabilmente il valore dell'operato dei ministri della Chiesa: alcuni riceveranno una ricompensa divina per aver fondato la comunità su Cristo e averla fatta maturare mediante una saggia cura pastorale (v. 14). Per altri, invece, sarà come scampare all'incendio di un edificio (v. 15), perché, pur avendo lavorato per Cristo e per la sua Chiesa, non l'hanno costruita in modo giusto, per cui è crollato tutto.

A questo punto, Paolo rammenta ai Corinzi la loro identità profonda di «tempio di Dio» in cui abita lo Spirito Santo (v. 16). Come l'apostolo spiegherà in seguito, i credenti in Cristo possono vivere fin d'ora in un permanente rapporto «spirituale» con lui. Abbeveratisi al suo Spirito nel battesimo (cfr. 12,13), ora possono rimanere in comunione con il suo corpo grazie all' eucaristia (10, 16-17). Giunge così a compimento per loro la promessa della nuova alleanza fatta da Dio attraverso il profeta Ezechiele: «Metterò il mio spirito dentro di voi, farò sì che osserviate i miei decreti e seguiate le mie norme» (36,27; cfr. 11, 19-20). Mediante questo influsso interiore esercitato dallo Spirito Santo sui cristiani, per suscitare in loro la medesima carità di Cristo (cfr. 1Cor 13; 2Cor 5,14; Fil2,5), la Chiesa è assimilata a Cristo stesso, diventandone il corpo visibile nella storia. Ma se per i cristiani il tempio di Dio non è tanto un edificio materiale, quanto piuttosto il corpo di Cristo crocifisso e risorto (cfr. Mc 14,58; 15,29 e paralleli; Gv 2,19- 21 ), allora la Chiesa, fondata su Cristo, diventa nel modo il luogo stabile della sua presenza, ossia il tempio di Dio. Anzi, per Paolo, lo stesso singolo credente è inabitato dallo Spirito Santo (1Cor 6, 19-20). Questa inabitazione dello Spirito Santo nella comunità cristiana implica, da un lato, una sua consacrazione (v. 17b) e, dall'altro, una grave responsabilità per i membri di questo «santo tempio di Dio» e, in particolare, per i suoi ministri: chiunque operasse per la sua distruzione, oltraggerebbe Dio stesso, compirebbe un sacrilegio; per cui andrebbe incontro alle conseguenze deleterie delle proprie colpe (v. 17a).

La comunità è di Cristo Riprendendo il concetto di «sapienza di questo mondo» (v. 19; cfr. 1,20-21; 2,6), Paolo invita i Corinzi a non lasciarsi irretire da essa. Altrimenti, continuerebbero a impostare rapporti inautentici con i ministri della Chiesa. Ciò che conta, allora, non è essere «di Paolo», «di Apollo» o «di Cefa» (cfr. 1,12; 3,4), ma essere esclusivamente «di Cristo» e, quindi, «di Dio» (v. 23). I ministri della Chiesa, come l'intera creazione, sono a servizio dei credenti perché, a loro volta, essi possano servire Cristo e, mediante lui, possano servire Dio stesso, facendo «tutto per la gloria di Dio» (10,31).


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Debolezza dell'apostolo e potenza di Dio 1Anch’io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. 2Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. 3Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. 4La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, 5perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Sapienza dei “perfetti” 6Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. 7Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. 8Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9Ma, come sta scritto: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. 10Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio. 11Chi infatti conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. 12Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. 13Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14Ma l’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui e non è capace di intenderle, perché di esse si può giudicare per mezzo dello Spirito. 15L’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16Infatti chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo consigliare? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.

Approfondimenti

(cf PRIMA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Franco Manzi © EDIZIONI SAN PAOLO, 2013)

Debolezza dell'apostolo e potenza di Dio La consapevolezza che Dio manifesti la sua potenza salvifica attraverso la debolezza degli apostoli che s'affidano a lui (cfr. 2Cor 12,9-10) era progressivamente maturata in Paolo proprio grazie alle difficoltà da lui affrontate prima di giungere a Corinto. In quel lasso di tempo, aveva già affrontato gravi opposizioni a Filippi, a Tessalonica e a Berea (cfr. At 16,11-17,15). Probabilmente non meno traumatico, dal punto di visto psicologico, era stato per lui lo scontro con lo scetticismo degli Ateniesi (At 17,16-34). Anzi, anche a Efeso; da cui invia la Prima lettera ai Corinzi, sta ancora fronteggiando ostacoli e patimenti non indifferenti. Si comprende perché l'apostolo, senza falsi pudori, ricorda ai Corinzi lo stile dimesso con cui aveva iniziato ad annunciare loro il Vangelo (v. 3). Presumibilmente ferito dalla delusione ateniese (cfr. At 17,32), Paolo aveva smesso di cercare di essere umanamente avvincente (cfr. v. 4). Al contrario, l'annuncio paolino del «mistero di Dio» (v. 1) si concentrò su Cristo crocifisso (cfr. 1,18.23). In fondo la sua predicazione prendeva parte alla debolezza estrema del Crocifisso (cfr. 2Cor 13,4). Eppure, paradossalmente, essa mostrò di possedere una «potenza» salvifica divina (1Cor 1,18.24-25; cfr. 1Ts 1,5) capace di far germogliare dal nulla una comunità cristiana. Così, facendo memoria dell'evangelizzazione di Corinto, l'apostolo riesce a vedervi una nitida «conferma dello Spirito e della sua potenza» (v. 4; cfr. At 1,8). L'apostolo riconosce l'influsso positivo esercitato dallo Spirito Santo sia sugli evangelizzatori che sugli evangelizzati: è fermamente convinto che sia stato proprio lo Spirito a spingere misteriosamente gli uditori a convertirsi, rendendo efficace la sua attività missionaria (cfr. 1Cor 14,25; anche Rm 15,19; 1Ts 1,5).

Sapienza dei “perfetti” L'apostolo ammette che per lo meno tra cristiani «perfetti», cioè maturi nella fede (cfr. 14,20c), si possa parlare di «sapienza». Paolo dichiara ripetutamente di essere depositario anch'egli di una sapienza, che però è quella insegnata ai credenti dallo Spirito di Dio (vv. 4.10.13). Questo genere di sapienza, eterna come Dio (v. 7; cfr. Rm 16,25), è rimasta nascosta ai «governanti di questo mondo» perverso (v. 8; cfr. Gal 1,4), accecati dalla potenza demoniaca di questo stesso mondo (cfr. 2Cor 4,4; anche Gv 12,31; 14,30; 16,11). Ma Dio, tramite Cristo (cfr. Rm 16,26-27), l'ha rivelata ai fedeli «che lo amano» (v. 9; cfr. 8,3), per condurli all'esistenza gloriosa con lui (v. 7; cfr. 15,43). In negativo, l'apostolo esclude che possano accedere a questa sapienza divina i potenti della terra e, in particolare, le autorità giudaiche e romane che misero a morte Cristo. Tant'è vero che, se costoro avessero conosciuto la sapienza divina, rivelata definitivamente da Cristo, non l'avrebbero crocifisso (vv. 7-8).

Paolo al v. 9 fa una silloge di passi dell'Antico Testamento (Is 64,3; 65,16; 52,15 e Sir 1,10), citandoli liberamente alla luce di Ba 3,31.37 e anche di Gb 28,21-23 (LXX). Mostra, così, che Dio dona la sua sapienza alle persone che si predispongono ad accoglierla con amorevole riconoscenza. Chi non ha questo affetto credente per il Crocifisso risorto, che ora vive da «Signore della gloria» (v. 8), non è in grado di comprendere la vera sapienza divina. S'intuisce già che, per Paolo, la condizione per accedere alla sapienza divina e diventare cristiani «perfetti» (v. 6) non è la conoscenza (o «gnosi»), ma l'amore (cfr. 13,2; ma anche Mt 19,21).

Paolo tiene a mettersi tra i cristiani che amano Dio (cfr. v. l0: «noi») e che hanno ricevuto in dono dallo Spirito Santo (cfr. 2,4) la rivelazione della sua misteriosa sapienza. Cercando così di spiegare questo ruolo rivelatore dello Spirito Santo e il suo rapporto con Dio, l'apostolo istituisce un paragone audace tra lo Spirito di Dio e lo spirito umano: come lo spirito umano (che potremmo definire in termini attuali come la coscienza di sé) è in grado di comprendere anche gli aspetti più nascosti della persona, così lo Spirito Santo è a conoscenza da sempre dei segreti più reconditi di Dio (v. 11). Perciò è vero che gli uomini, da soli, non ce la farebbero ad accedere alla sapienza del Dio trascendente. Ma è altrettanto vero che riescono a comprenderne gli aspetti essenziali per salvarsi (cfr. 2,7) grazie all'assistenza dello Spirito di Dio (v. 12; cfr. Gv 16,8-15), tramite il quale Dio stesso la manifesta (cfr. Mt 11,25-27; Le 10,21-22).

Coerentemente, Paolo può a questo punto ribadire d'aver comunicato ai fedeli maturi o «spirituali» di Corinto verità «spirituali», cioè «insegnate» anche a lui dallo stesso Spirito di Dio, e non conquistabili con la «sapienza umana» (v. 13). Difatti, l'«uomo naturale» (in greco «animale»), cioè l'essere umano guidato unicamente dall'«anima», non riesce a cogliere verità di fede come quella del valore salvifico della croce di Cristo. Semplicemente la croce gli appare una stupidaggine (v. 14; cfr. 1,18). Al contrario, l'«uomo spirituale» diventa capace di comprendere anche queste verità spirituali, così misteriose, perché ha accolto in sé lo Spirito di Dio (cfr. Gv 3,5-8). Grazie ai suggerimenti dello Spirito, l'«Uomo spirituale» impara a giudicare ogni realtà, senza essere «giudicato da nessuno» (v. 15); il che non significa che l'«uomo spirituale» (o surrettiziamente Paolo stesso!) sia dotato magicamente dell'infallibilità e neppure che possa permettersi di vivere «al di là del bene e del male», senza rendere conto a nessuno (cfr. 14,29; anche 1Ts 5,22). Vuol dire piuttosto che lo Spirito Santo, come un maestro interiore, lo aiuta in ogni situazione della vita a discernere, alla luce del Vangelo, ciò che è bene da ciò che è male (cfr. Rm 12,2). Perciò, come poi Paolo dirà di sé (cfr. 1Cor 4,3-4), per l'uomo spirituale il criterio ultimo di giudizio sulla realtà è quello che gli è donato dal Signore, ossia la perfezione nella carità (cfr. 13,10).

In sostanza, la vera sapienza divina consiste in questa capacità di discernimento spirituale, lo conferma anche la citazione d'Isaia (40,13) in 2,16. Per questo l'apostolo può concludere: avendo anche lui, con gli altri cristiani, la «mentalità del Signore», ossia lo Spirito Santo «proveniente da Dio» (2,12) ed effuso dal «Signore della gloria» (2,8), ha ricevuto in dono la rivelazione della sapienza divina (cfr. Gal1,15-16), così da poterla condividere con i fedeli maturi di Corinto (1Cor 2,l0.13). Così, rifiutando di atteggiarsi da maestro di retorica, Paolo è stato un autentico maestro della sapienza di Dio.


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Indirizzo e saluto 1Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, 2alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: 3grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!

Preghiera di ringraziamento 4Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, 5perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza. 6La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente 7che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. 8Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. 9Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!

Invito all'unità della Chiesa 10Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. 11Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. 12Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». 13È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? 14Ringrazio Dio di non avere battezzato nessuno di voi, eccetto Crispo e Gaio, 15perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. 16Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefanàs, ma degli altri non so se io abbia battezzato qualcuno. 17Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

Stoltezza della croce e sapienza del mondo 18La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. 19Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. 20Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? 21Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, 23noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; 24ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. 25Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

Elezione divina dei cristiani di Corinto 26Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. 27Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; 28quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, 29perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. 30Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, 31perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.

Approfondimenti

(cf PRIMA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Franco Manzi © EDIZIONI SAN PAOLO, 2013)

Indirizzo e saluto Paolo ci tiene a presentarsi come «apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio». A differenza della Prima e della Seconda lettera ai Tessalonicesi (cfr 1Ts 1,1; 2Ts 1,1), in cui i mittenti (Paolo, Silvano e Timoteo) sono messi sullo stesso piano, senza alcun titolo, qui Paolo preferisce sottolineare la propria identità apostolica. È verosimile che lo faccia perché nella comunità cristiana di Corinto, come altrove, alcuni missionari cristiani d'origine giudaica (proprio come lui, cfr. 2Cor 11,22-23), gli si oppongono, misconoscendone l'autorità apostolica, di conseguenza, egli tiene a sottolineare l'origine divina della propria vocazione: pur non avendo vissuto con il Gesù terreno, anch'egli lo ha visto risorto (1Cor 9,1; 15,8) sulla via di Damasco (cfr. At 9,1-19; 22,6-21; 26,12-18); Dio stesso ha rivelato «in» lui (Gal 1,15-16), nel suo cuore (2Cor 4,6), il Figlio Gesù, che lo ha inviato in missione.

Per gli Ebrei, professare Gesù Cristo come «Signore» suonava come una bestemmia scandalosa. Lo scandalo dell'attribuzione all'uomo Gesù di Nazareth del «nome» Kyrios («Signore») sta nel fatto che con questo sostantivo era tradotto in greco il tetragramma sacro ebraico (YHWH), ossia lo stesso nome proprio del Dio d'Israele. Eppure, nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo, evocando forse una formula primitiva di professione di fede cristiana, attesta qui (e soprattutto in 8,6) che i cristiani proclamavano così la propria fede in Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, loro «Signore» e loro Dio (cfr. Gv 20,28).

Preghiera di ringraziamento Paolo eleva a Dio, fin dall'inizio, un rendimento di grazie. Per certi aspetti, ricalca così lo stile dei ringraziamenti protocollari tipici degli scritti epistolari dell'epoca. Ma fin dal semplice cenno che Paolo fa all'intimità della preghiera rivolta al «suo» Dio (v. 4; cfr. anche Rm 1,8; Fil 1,3; Fm 4), questo ringraziamento si distanzia da quelli del tutto convenzionali che erano in uso a quell'epoca. Paolo ringrazia Dio perché la comunità dei Corinzi ha raggiunto una certa stabilità (v. 6), che le consente di attendere il ritorno glorioso di Cristo risorto alla fine dei tempi (vv. 7-8; cfr. Fil 3,20; anche Tt 2,13), vivendo fin d'ora in comunione con lui. Dunque, i rimproveri severi e sarcastici che pure Paolo dovrà fare ai Corinzi per i loro comportamenti scandalosi (cfr. 1Cor 4,8-13.21; 5,3-5) s'inquadrano, a ogni modo, in quest'orizzonte di grazia, che segna il passato, il presente e anche il futuro della loro comunità.

Invito all'unità della Chiesa In questa prima sezione Paolo inizia ad affrontare il problema molto preoccupante dei contrasti interni alla comunità, di cui è venuto a sapere da alcuni cristiani provenienti da Corinto (vv. 10-12). La situazione deleteria dovuta alle contese interne alla comunità (v. 11), Paolo lascia trapelare il proprio disappunto per questo scandalo ecclesiale. Dati alla mano, elenca espressamente i gruppuscoli di Corinto e i leader cui essi si appellavano (v. 12) con entusiasmo infantile (cfr. 3, 1-2). Una prima fazione, verosimilmente progressista, si vantava di far parte del gruppo dello stesso Paolo. Un secondo gruppo, probabilmente d'intellettuali, si rifaceva ad Apollo, colto conoscitore della sacra Scrittura e abile predicatore giudeo-cristiano (cfr. At 18,24-28). A differenza di Paolo (cfr. 2Cor 10,10; 11,6), costui avrà esercitato, proprio per la sua capacità oratoria, un notevole fascino sui Corinzi, che nutrivano una stima particolare per i doni della parola (cfr. 1Cor 1,5; 12,8.28; 14,26). Un'altra tendenza, forse più conservatrice e di matrice giudaica, si atteneva fedelmente agli insegnamenti di Cefa, cioè dell'apostolo Pietro (cfr. 1Cor 3,22; 9,5; 15,5), considerato come una delle tre «colonne» della Chiesa madre di Gerusalemme (Gal 2,9). Infine, Paolo ricorda un'ultima parola d'ordine: «Io [sono] di Cristo!» (1Cor 1,12). Forse, però, in questo caso, egli non menziona un'ultima fazione, ancora più integralista di quella petrina; ma esprime la propria posizione personale, smarcandosi con insofferenza dalle precedenti. Potremmo parafrasare così quest'ultimo slogan: «Voi, Corinzi, vi gloriate di appartenere a un gruppo piuttosto che a un altro. A me, invece, basta essere di Cristo!». In ogni caso, il richiamo paolino è chiaro, anche se espresso con un interrogativo retorico: «Cristo è stato diviso?». La risposta che l'apostolo suggerisce ai faziosi di Corinto è che la persona di Cristo non è stata divisa, per cui nemmeno può esserlo la Chiesa, che (come poi spiegherà l'apostolo) è il corpo di Cristo (cfr. 10,17; 12,12-27). Dunque, non è concepibile che il suo corpo ecclesiale sia spezzato in tanti frammenti quanti sono i gruppuscoli di Corinto.

La severità dell'ammonizione di Paolo è dovuta al fatto che egli si è accorto che il culto della personalità di alcuni leader della comunità (magari contro la loro stessa volontà) si radicava in un fraintendimento del battesimo. I missionari che amministravano il battesimo apparivano, agli occhi di alcuni, più importanti di Cristo stesso. Il battesimo è celebrato in nome di Cristo (vv. 13.15; cfr., p. es., At 2,38; 8,16), e non dei pastori che lo amministrano: Paolo, Apollo, Cefa o chiunque altro. Quindi, se Paolo ha battezzato soltanto pochi dei convertiti di Corinto e, a ogni buon conto, non ha battezzato nessuno «in suo nome», significa che dichiarare di «essere di Paolo» è del tutto indebito. In realtà il battesimo è far memoria della morte e della risurrezione di Cristo. Solo lui è morto in croce a favore degli uomini (v. 13). Di conseguenza, la comunità cristiana ha per unico fondamento Cristo, non i suoi ministri.

Stoltezza della croce e sapienza del mondo L'unico fondamento della Chiesa è l'evento pasquale di Cristo, che, nel suo duplice versante di morte e di risurrezione, appare contraddittorio dal punto di vista puramente razionale: dalla morte non potrebbe sgorgare la vita. Ciò nonostante, la morte e la risurrezione di Cristo costituiscono l'avvenimento attraverso cui Dio Padre si è rivelato in maniera definitiva e insuperabile come amore onnipotente (cfr. 2Cor 13,4), facendo sgorgare dalla morte di suo Figlio Gesù vita eterna per lui e per tutti i credenti in lui (cfr. 1Cor 15,22.45; Rm 5,17.21; 8,11). Di conseguenza le persone che si chiudono nella sapienza orgogliosa di questo mondo non solo non hanno riconosciuto il Dio creatore nelle opere sapienti delle sue mani (v. 21b; cfr. Rm 1,19-20, che cita Sap 13,5), ma ora rifiutano persino di credere alla predicazione apostolica della croce, attraverso la quale Dio intende salvare l'umanità (v. 21b). A costoro sembra stupido credervi, per cui s'incamminano verso la perdizione eterna. Chi, invece, accoglie con fede tale annuncio, sperimenta la potenza salvifica di Dio (v. 18; cfr. 2Cor 2,15-16).

Come risulta anche dalla Lettera ai Galati (cfr. 3,13), Paolo si rende conto, dopo un ventennio di predicazione agli Ebrei, come per gran parte di loro la morte in croce di Gesù non possa essere il vertice della manifestazione di Dio, perché la Legge mosaica, rivelata da Dio stesso, sanciva una terribile maledizione divina su chi fosse condannato a quel supplizio capitale (cfr. Dt 21 ,22-23). Quindi la predicazione di Paolo incentrata su un Messia crocifisso provocava scandalo nella maggioranza degli interlocutori ebrei, ossia costituiva una pietra d'inciampo per la loro fede.

Per Paolo, invece, il rifiuto che molti pagani continuavano a opporre alla sua predicazione incentrata su «Cristo crocifisso» era dovuto al fatto che «i Greci cercano la sapienza» di questo mondo (cfr. 2,6; 3,19). Forse Paolo, dettando la Prima lettera ai Corinzi, ricorda i colti abitanti di Atene, che (tranne rare eccezioni, At 17,34) non avevano dato credito al discorso da lui tenuto nell'areopago della città (At 17,32), immediatamente prima di recarsi a Corinto (At 18,1). Ma è più che verosimile che l'apostolo si riferisca soprattutto ai cristiani di Corinto, cui è indirizzata la lettera.

Eppure Paolo è convinto dell'agire paradossalmente salvifico di Dio. Perciò dichiara, con la fierezza dei cristiani («noi»), di continuare a predicare «Cristo crocifisso» (2,2; cfr. 1,23). Ha, infatti, sperimentato l'efficacia salvifica della morte di Cristo non solo nel proprio ministero apostolico (2,1-5), ma anche nella conersione dei Corinzi (1,26-31), che hanno risposto positivamente alla chiamata divina alla salvezza in Cristo (v. 24; cfr. 1,2; 1,26).

Elezione divina dei cristiani di Corinto Fedele alla rivelazione di Cristo sull'amore incondizionato di Dio (cfr. Rm 5,8; anche 2Cor 5,19), Paolo si è sempre scagliato con irruenza contro l'illusione orgogliosa di conquistare la salvezza eterna con le proprie forze (cfr. 1Cor 1,26-29; 2Cor 1,9; Fil 3,3-4), a prescindere dalla grazia di Dio mediata da Cristo e dal suo Spirito (cfr. Rm 2,17-24). Alimentate com'erano dalla brama di scalare il paradiso attraverso gradi progressivi di conoscenza, tutte queste concezioni erano giudicate dall'apostolo come pretese peccaminose. Paolo era convinto che gli uomini non sono capaci di salvarsi con le proprie forze, fossero pure quelle intellettuali. Perciò, nella Prima lettera ai Corinzi, tiene a mettere allo scoperto come queste concezioni orgogliose fossero messe radicalmente in crisi dalla morte in croce di Cristo. In quell'evento Dio si è comportato in maniera contraria a ciò che per logica (ossia seguendo criteri meramente umani o «secondo la carne», cfr. v. 26) ci si sarebbe attesi da una divinità sommamente potente e sapiente. Difatti, per mezzo di Cristo, «potenza» e «sapienza» divine (v. 24), Dio si è mostrato paradossalmente «più sapiente» e «più forte degli uomini» (v. 25). Sulla croce del Figlio è stata inchiodata per sempre ogni forma di sapienza «mondana»: «Dio si è compiaciuto di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» apostolica della croce (1,21), rivolta primariamente a persone non sapienti né potenti né nobili.

Del resto, nella comunità cristiana di Corinto era avvenuto proprio così: non si erano convertiti solo benestanti come Crispo, capo della sinagoga (cfr. At 18,8), o Erasto, il tesoriere della metropoli (cfr. Rm 16,23), ma si erano fatte battezzare specialmente persone dei ceti medio-bassi, schiavi compresi (cfr. 1Cor 7,21). A differenza della religione giudaica che rifiutava la conversione degli schiavi, il cristianesimo li accoglieva, riuscendo così a diffondersi rapidamente nell'impero romano. Questo perché, come dichiara Paolo, è Dio stesso che predilige gli «ultimi» e tutti quelli che, pur con i loro limiti, si affidano a lui. Perciò al cospetto del Signore non ha alcun senso vantarsi (v. 29; cfr. Rm 3,27) o, peggio, porre il proprio vanto in altri uomini, com'era prassi nei gruppuscoli di Corinto nei confronti dei rispettivi leader (1Cor 3,21; cfr. 1,12). Se dunque c'è da inorgoglirsi, non è per i propri meriti esaltati alla luce di una sapienza mondana, ma è unicamente nel Signore Dio (1,31).


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Raccomandazioni e saluti 1Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è al servizio della Chiesa di Cencre: 2accoglietela nel Signore, come si addice ai santi, e assistetela in qualunque cosa possa avere bisogno di voi; anch’essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso.

3Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. 4Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano. 5Salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa. Salutate il mio amatissimo Epèneto, che è stato il primo a credere in Cristo nella provincia dell’Asia. 6Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. 7Salutate Andrònico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me. 8Salutate Ampliato, che mi è molto caro nel Signore. 9Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio carissimo Stachi. 10Salutate Apelle, che ha dato buona prova in Cristo. Salutate quelli della casa di Aristòbulo. 11Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli della casa di Narciso che credono nel Signore. 12Salutate Trifena e Trifosa, che hanno faticato per il Signore. Salutate la carissima Pèrside, che ha tanto faticato per il Signore. 13Salutate Rufo, prescelto nel Signore, e sua madre, che è una madre anche per me. 14Salutate Asìncrito, Flegonte, Erme, Pàtroba, Erma e i fratelli che sono con loro. 15Salutate Filòlogo e Giulia, Nereo e sua sorella e Olimpas e tutti i santi che sono con loro. 16Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo. Vi salutano tutte le Chiese di Cristo.

17Vi raccomando poi, fratelli, di guardarvi da coloro che provocano divisioni e ostacoli contro l’insegnamento che avete appreso: tenetevi lontani da loro. 18Costoro, infatti, non servono Cristo nostro Signore, ma il proprio ventre e, con belle parole e discorsi affascinanti, ingannano il cuore dei semplici. 19La fama della vostra obbedienza è giunta a tutti: mentre dunque mi rallegro di voi, voglio che siate saggi nel bene e immuni dal male. 20Il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi. La grazia del Signore nostro Gesù sia con voi.

21Vi saluta Timòteo mio collaboratore, e con lui Lucio, Giasone, Sosípatro, miei parenti. 22Anch’io, Terzo, che ho scritto la lettera, vi saluto nel Signore. 23Vi saluta Gaio, che ospita me e tutta la comunità. Vi salutano Erasto, tesoriere della città, e il fratello Quarto. [24]

25A colui che ha il potere di confermarvi nel mio Vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, 26ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, 27a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Raccomandazioni e saluti Paolo inizia la sezione finale della lettera ai Romani raccomandando Febe a quella comunità; di fatto i vv. 1-2 del capitolo 16 appartengono a un genere epistolare ben conosciuto nell'antichità, in cui il mittente introduce una terza persona al destinatario sostenendone la causa; nel nostro caso si tratta di una donna di Cencre (uno dei due porti nelle vicinanze di Corinto) e il fatto che venga nominata per prima nella lunga lista di nomi che sta per fare, fa ritenere che fosse lei l'incaricata di recapitare la lettera stessa. Le credenziali presentate da Paolo contengono tre titoli: «sorella nostra», «ministro» e «protettrice». Riguardo al primo, vi si sottolinea la comune appartenenza alla fede cristiana (al v. 2 si ricorda che fa parte anche lei dei «santi»; cfr. anche Gal 6,10), la quale implicitamente comporta comunione e apertura universalistiche. Il termine greco diàkonos, se genericamente significa «servitore», abbinato però alla specificazione «della Chiesa» (è la prima volta del termine ekklesia in Romani), richiama senza dubbio l'esercizio del ministero apostolico (cfr. 1Cor 3,5; 2Cor 3,1-11; Fil 1,1; in Rm 15,8 Cristo stesso ha questo titolo) e rispecchia un ruolo di responsabilità e autorità nella comunità. Infine, il fatto che Paolo affermi che Febe è stata «protettrice» di molti, e anche di lui stesso, lascia supporre che ella fosse benestante e che avesse dato ospitalità e protezione ai missionari itineranti; ed è questo che Paolo chiede facciano i fratelli di Roma ora nei confronti di lei, una donna di grande prestigio umano e cristiano.

Il brano compreso nei vv. 3-16 rappresenta la più lunga lista di saluti che ci sia pervenuta dall' pistolografia antica: ben sedici volte ricorre l'imperativo «salutate», seguito ogni volta da nomi di persone: sette donne (più due innominate, la madre di Rufo e la sorella di Nereo: cfr. vv. 13.15), e diciassette uomini, rivolto anche a cinque gruppi di persone che si riuniscono in case private.

Il primo saluto, il più esteso (cfr. vv. 3-5a), è dedicato ai coniugi di origine giudaica Prisca e Aquila. Sono amici e collaboratori di Paolo, impegnati con e come l'apostolo nel servizio del Vangelo, da lui incontrati a Corinto verso l'anno 50, dopo che erano stati cacciati da Roma in seguito all'editto di Claudio. Essi facevano lo stesso mestiere di fabbricatori di tende; a Efeso avevano istruito Apollo nella fede cristiana; dopo la morte di Claudio, nel 54, dovevano essere tornati a Roma. Non si sa esattamente come e dove abbiano rischiato la vita per Paolo (si allude alla pena della decapitazione); in più, con la loro attività hanno aiutato molti cristiani: Paolo dice enfaticamente che a loro sono riconoscenti «tutte le Chiese dei gentili» (v. 46). Assieme a loro Paolo saluta la Chiesa domestica che si riunisce nella loro casa (cfr. v. 5a).

Al v. 5b Paolo saluta Epeneto, come «la primizia dell'Asia per Cristo», nel senso cioè che fu il primo a divenire cristiano (e ad essere metaforicamente offerto a Cristo) nella provincia romana dell'Asia che faceva capo a Efeso (frutto o della predicazione di Paolo, cfr. At 18,19-21, oppure del lavoro apostolico della coppia appena menzionata, cfr. At 18,24-26).

Al v. 6 saluta Maria «che ha faticato molto per voi»; il verbo «faticare», «darsi da fare», oltre a riferirsi a un lavoro manuale, è impiegato da Paolo soprattutto per il lavoro apostolico utilizzato altre due volte al v. 12, sempre per delle donne; e poi ancora in 1Cor 15,10; 16,16; Gal 4,11; Fil 2,16; 1Ts 5,17.

Al v. 7 chiede di salutare Andronico e Giunia, quasi sicuramente un'altra coppia di coniugi, di origine giudaica come Paolo (cfr. «congiunti»), compagni di prigionia, «i quali sono insigni tra gli apostoli»: da notare che viene loro riconosciuto – anche alla donna – il titolo di apostolo, e in più si dice che sono eminenti tra essi. Infine, Paolo afferma che Andronico e Giunia sono diventati discepoli di Cristo prima di lui, è ben possibile perciò che siano tra coloro che hanno portato l'annuncio evangelico ai giudei di Roma (e dunque potrebbero essere i cofondatori di quella comunità cristiana).

Ci sono poi i saluti ad Ampliato (v. 8), «diletto nel Signore»; quelli a Urbano, «nostro collaboratore in Cristo», e Stachi, «mio diletto» (v. 9); quelli ad Apelle, di cui viene detto che ha dato prova delle sue qualità cristiane (v. 10a), non sappiamo però in quali circostanze. Poi c'è il saluto a un gruppo identificato come «quelli della casa di Aristobulo» (v. 10b), probabilmente degli schiavi cristiani che per il culto si radunavano nella casa del padrone di alcuni di loro. Dopo il saluto a Erodione, anche lui di etnia giudaica (v. 11: «mio congiunto»), c'è nuovamente un saluto cumulativo, a quelli che si radunano nella casa di Narciso, anche questi doveva essere un padrone che concedeva un ambiente a un gruppo di cristiani (v. 11b: «che sono nel Signore»). Al v. 12 dice di salutare Trifena e Trifosa, due donne, forse sorelle, «che hanno faticato nel Signore», e anche la diletta Perside, «che ha tanto faticato nel Signore» (di nuovo il verbo «faticare», in senso apostolico, come al v. 6). Dicendo di salutare Rufo (cfr. v. 13; non è escluso che possa trattarsi del figlio di Simone di Cirene, citato in Mc 15,21), egli viene definito «eletto nel Signore» (qualifica già usata nella lettera, cfr. 8,23), in più si aggiunge di salutare sua madre, che evidentemente deve aver ospitato o aiutato Paolo in qualche circostanza del passato, dal momento che egli afferma che è stata per lui come una madre. Al v. 14 c'è un nutrito elenco di nomi ai quali l'apostolo rivolge i propri saluti, estendendoli anche ai fratelli che sono con loro. Al v. 15 c'è un'altra lista di nomi di persone da salutare: i primi due (Filologo e Giulia) sono quasi sicuramente un'altra coppia, mentre i «santi» sono semplicemente i fratelli di fede, resi santi dalla chiamata e dal battesimo (come già era emerso dall'uso di tale appellativo nella lettera, cfr., p. es., 1,7; 8,27; 12,13; 15,27).

A parte qualche singolo caso, come quello di Prisca e Aquila, non sappiamo in quale circostanza Paolo abbia conosciuto tutte queste persone; probabilmente anche altri Romani di origine giudaica – come quella coppia – dovettero lasciare Roma per l'editto di Claudio, e Paolo può aver fatto la loro conoscenza in Oriente durante i suoi viaggi missionari. Anche se poco o nulla veniamo a sapere della storia che c'è dietro ciascun nome menzionato, il fatto che donne e uomini siano salutati e onorati personalmente ci ricorda che la Chiesa e la sua storia salvifica è fatta soprattutto di volti concreti, di persone che umilmente e quotidianamente hanno aderito al Vangelo. Nella lunga lista va notata l'abbondanza di riferimenti a donne collaboratrici nell'apostolato, a cui Paolo rivolge lodi e apprezzamenti: sono circa un terzo degli uomini, e tuttavia le cose che si dicono di loro sono talmente rilevanti da far intravedere un loro ruolo di primo piano nelle comunità cristiane. Da questo punto di vista Rm 16,1-16, come è stato affermato, può davvero essere intesa come «la più gloriosa attestazione di onore per l'apostolato della donna nella Chiesa primitiva» (P. Ketter).

A conclusione della richiesta di saluti, Paolo invita a scambiarsi reciprocamente il «bacio santo» (v. 16a): il gesto del bacio è ben conosciuto nell'antichità come espressione di affezione nelle relazioni interpersonali tra parenti, amici, amanti; nel Nuovo Testamento lo si menziona in varie circostanze (cfr. Mc 14,44; Lc 7,38.45; 15,20; At 20,37-38), ma è Paolo a promuoverlo esplicitamente quale forma di saluto e di accoglienza fraterna nelle assemblee liturgiche (cfr. ancora in 1Cor 16,20; 2Cor 13,12; 1Ts 5,26; vedere anche 1Pt 5,14), una prassi che risulta attestata poi nel II e III secolo (come testimoniano gli scritti di Giustino e Origene). Il v. 16b si chiude con un saluto complessivo ai Romani da parte di «tutte le Chiese di Cristo» (espressione che ricorre solo qui in tutto il NT), cioè le comunità che in tutto l'Oriente hanno Paolo come riferimento (cfr. 15,26; 16,4), attestando così la sussistenza di un vincolo di comunione veramente ecumenico.

Nei vv. 17-20a s'interrompono i saluti (che poi riprendono ai vv. 21-24) con un'esortazione piuttosto energica (soprattutto i vv. 17-18; un motivo che spinge alcuni studiosi a ritenerli un'interpolazione), come se gli venisse in mente un inciso che non bisogna trascurare; si tratta di mettere in guardia i Romani da alcuni che provocano divisioni nella comunità. In particolare, l'argomento toccato nel v. 17 può essere stato ispirato, per contrasto, da quanto appena affermato al v. 16 sul piano della comunione ecclesiale, infatti il rischio è che si lasci spazio a chi opera contro di essa. È difficile stabilire con esattezza a chi si riferisce Paolo, forse sono gli stessi che mettono in bocca all'apostolo delle cose che lui non ha detto (cfr. Rm 3,8), e comunque deve trattarsi di qualcuno che propaga dottrine che sono contro «l'insegnamento che avete appreso» (v. 176; cfr. 2Cor 11,4): può trattarsi di punti essenziali della fede cristiana suggellata con il battesimo, oppure riguardare quanto i destinatari hanno appreso dalla lettera stessa. Ebbene, l'indicazione di Paolo è senza mezze misure: occorre stare alla larga da costoro (quasi una scomunica, cfr. 1Cor 16,22). Qualche altro particolare utile alla loro identificazione, anche se ancora generico, può essere ricavato dal v. 18, dove si legge che essi hanno come obiettivo non quello di servire Cristo, ma i propri interessi («il proprio ventre»; cfr. Fil 3,19), e per farlo ingannano i semplici con parole di adulazione.

Con il v. 19 Paolo torna al versante positivo per ciò che riguarda i destinatari, quasi a volerli rassicurare che essi hanno tutte le risorse per opporsi al male e per operare il bene; così torna a fare dei complimenti («la [fama della] vostra obbedienza difatti è giunta a tutti»; cfr. 1,8: «la vostra fede è rinomata nel mondo intero»; dal confronto tra le due affermazioni si deduce quindi che obbedienza e fede non sono cose diverse; cfr. anche 1,5), e a manifestare il proprio rallegramento.

Paolo aggiunge poi una richiesta-augurio: che essi siano saggi, scegliendo il bene e non mescolandosi con il male (cfr. 12,21; Fil 2,15). Che effettivamente l'obiettivo sia quello di volerli rassicurare di fronte alla gravità della sfida è dimostrato dal v. 20a, in cui l'apostolo afferma che Dio sta dalla loro parte nello sconfiggere l'avversario: «il Dio della pace» (una definizione già incontrata in 15,33) «schiaccerà presto il satana sotto i vostri piedi». Con un'immagine utilizzata già in alcuni salmi (cfr. Sal 91,13: «su leoni e aspidi camminerai, calpesterai leoncelli e draghi»; Sal 8,7; 110,1; si veda anche Gen 3,15), si illustra la lotta del credente contro il male e la tentazione (cfr. anche Ef6,11-17) – in questo caso si tratta delle false dottrine insegnate dai perturbatori di cui ha parlato poco prima – una lotta per la quale tuttavia gli viene assicurata una rapida vittoria (cfr. Rm 8,31).

Il v. 20b appare come un saluto-augurio conclusivo – «la grazia del Signore nostro Gesù sia con voi» –, che si ritrova più o meno simile in tutte le finali epistolari paoline (cfr. 1Cor 16,23; 2Cor 13,13; Gal 6, 18; Fil 4,23; 1Ts 5,28; Fm 25). La «grazia», che era stata nominata all'inizio (cfr. 1,5.7) e che poi ha rappresentato uno dei termini chiave di tutta l'argomentazione paolina (ventuno occorrenze da 3,24 in poi), ora viene esplicitamente collegata al «Signore Gesù».

In una specie di post-scriptum trovano spazio i saluti di persone che si trovano a Corinto con Paolo nel momento in cui sta completando di comporre la lettera; anche questo è un bel segno ecclesiale, quasi per dire che la lettera non è espressione di un singolo, seppure di riconosciuta autorità, ma in qualche modo è frutto della comunione vissuta tra i mittenti. Il v. 21 riporta quattro nomi: Timoteo, Lucio, Giasone e Sosipatro. Soltanto il primo è sicuramente identificabile con il personaggio conosciuto anche da altre fonti, in base alle quali si possono tratteggiare alcuni aspetti di questa figura di primo piano nel cristianesimo delle origini (è nominato ben ventitré volte tra Atti ed epistolario paolino).

Timoteo si era aggregato all'équipe apostolica di Paolo nel suo secondo viaggio missionario (cfr. At 16,1-3;20,4), ed era rimasto suo collaboratore stretto (cfr. Fil 2,19-23; 2Tm 3,10); viene nominato come coautore o comunque co-mittente all'inizio di varie lettere, quali la seconda ai Corinzi, quelle ai Filippesi e ai Colossesi, le due ai Tessalonicesi, il biglietto a Filemone, mentre nelle due lettere a Timoteo risulta esser, appunto, il destinatario.

Gli altri tre sono definiti «miei congiunti», cioè probabilmente della stessa stirpe giudaica dell'apostolo. Al v. 22 troviamo l'unica esplicita menzione di un amanuense tra tutte le lettere paoline (mentre altrove si deduce che comunque ce n'era uno dal fatto che Paolo stesso segnala il proprio intervento autografo, cfr. 1Cor 16,21; Gal 6,11; e anche 2Ts 3,17), Terzo è infatti lo scrivano di professione, credente anche lui (cfr. «vi saluto... nel Signore»), che ha steso sotto dettatura dell'apostolo la presente lettera, e che ora interviene in prima persona, segno di grande familiarità e intesa con Paolo.

Al v. 23a Paolo trasmette il saluto di Gaio, che sta ospitando Paolo a Corinto e che mette a disposizione la sua casa alla comunità cristiana («ospita me e tutta la Chiesa», cioè tutti i cristiani dei vari gruppi della città, in occasioni particolari, cfr. 1Cor 14,23). Di Erasto (cfr. v. 23b) si dice che ha una carica pubblica come amministratore della città; per ultimo viene menzionato «il fratello Quarto», un credente probabilmente fratello di Erasto.

Gli ultimi versetti della lettera ai Romani (25-27) appartengono al genere letterario della dossologia, cioè un rendere gloria a Dio per le sue grandezze, presente anche altrove nell'epistolario paolino. Nelle altre lettere di sicura attribuzione paolina le dossologie hanno un'estensione più ridotta (cfr. 2Cor 1,20; Gal 1,5; Fil 4,20; nella stessa Rm 11,36), mentre più simili a questa sono quelle che si trovano nelle lettere deuteropaoline (cfr. Ef3,20-21; 1Tm 6,15-16). Questo argomento, assieme a quelli riguardanti lo stile e il contenuto, va ad aggiungersi alla problematicità testuale di questo brano, fino a farlo ritenere un'appendice redazionale da attribuire a un autore posteriore (il che non tocca naturalmente la sua canonicità e tanto meno la sua rilevanza teologica).

Il discorso che viene indirizzato a Dio nell'incipit del brano (cfr. v. 25a) troverà la sua conclusione nell'ultima frase (cfr. v. 27b); Dio viene definito come colui che ha il potere di rafforzare i Romani secondo il Vangelo di Paolo, cioè l'«annuncio» (kérygma) che ha come oggetto Gesù Cristo, corrispondente al piano salvifico inteso come il «mistero» (mystérion) che si rivela. Proprio questo schema di rivelazione, per il quale ciò che un tempo era taciuto (o nascosto) è ora manifestato in Cristo ai credenti in lui, lo si trova sviluppato come tema teologico in Colossesi ed Efesini (cfr. Col 1,26: «il mistero che, nascosto ai secoli eterni e alle generazioni passate, ora è svelato ai suoi santi»; si veda anche Ef 3,9-10), il disegno divino riguardante essenzialmente la conversione dei gentili (così anche in Rm 16,26b); mentre non corrisponde pienamente al concetto di «mistero» quale è impiegato da Paolo in Rm 11,25 riguardante invece il rapporto tra Israele e le genti. Il v. 26 precisa che esso è stato rivelato «mediante le Scritture profetiche» (potrebbe riallacciarsi a 1,2: «per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture»), per un'insindacabile iniziativa divina («secondo l'ordine dell'eterno Dio»), reso modo a tutte le genti affinché giungano all'«obbedienza della fede» (espressione già incontrata in 1,S; off: 15.18), cosicché tale piano salvifico divino includa tutti i popoli. Il v: 27 presenta la sintesi della dossologia, con la quale in modo solenne, mediante Gesù Cristo, si rende gloria a Dio, definito il «solo sapiente», di fronte al quale cioè si possono e si debbono sciogliere tutte le riflessioni, anche quelle più altamente teologiche toccate in una lettera come questa, per rendere a Dio ciò che gli è dovuto, aprendo l'animo alla contemplazione e all'adorazione: «a lui la gloria nei secoli, amen».


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Servire il fratello 1Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. 2Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo. 3Anche Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso, ma, come sta scritto: Gli insulti di chi ti insulta ricadano su di me. 4Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. 5E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, 6perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. 7Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. 8Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; 9le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome. 10E ancora: Esultate, o nazioni, insieme al suo popolo. 11E di nuovo: Genti tutte, lodate il Signore; i popoli tutti lo esaltino. 12E a sua volta Isaia dice: Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a governare le nazioni: in lui le nazioni spereranno. 13Il Dio della speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo.

EPILOGO

L'impegno apostolico di Paolo 14Fratelli miei, sono anch’io convinto, per quel che vi riguarda, che voi pure siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l’un l’altro. 15Tuttavia, su alcuni punti, vi ho scritto con un po’ di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete, a motivo della grazia che mi è stata data da Dio 16per essere ministro di Cristo Gesù tra le genti, adempiendo il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio perché le genti divengano un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo. 17Questo dunque è il mio vanto in Gesù Cristo nelle cose che riguardano Dio. 18Non oserei infatti dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio per condurre le genti all’obbedienza, con parole e opere, 19con la potenza di segni e di prodigi, con la forza dello Spirito. Così da Gerusalemme e in tutte le direzioni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo. 20Ma mi sono fatto un punto di onore di non annunciare il Vangelo dove era già conosciuto il nome di Cristo, per non costruire su un fondamento altrui, 21ma, come sta scritto: Coloro ai quali non era stato annunciato, lo vedranno, e coloro che non ne avevano udito parlare, comprenderanno.

Progetti di viaggio 22Appunto per questo fui impedito più volte di venire da voi. 23Ora però, non trovando più un campo d’azione in queste regioni e avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi, 24spero di vedervi, di passaggio, quando andrò in Spagna, e di essere da voi aiutato a recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza. 25Per il momento vado a Gerusalemme, a rendere un servizio ai santi di quella comunità; 26la Macedonia e l’Acaia infatti hanno voluto realizzare una forma di comunione con i poveri tra i santi che sono a Gerusalemme. 27L’hanno voluto perché sono ad essi debitori: infatti le genti, avendo partecipato ai loro beni spirituali, sono in debito di rendere loro un servizio sacro anche nelle loro necessità materiali. 28Quando avrò fatto questo e avrò consegnato sotto garanzia quello che è stato raccolto, partirò per la Spagna passando da voi. 29So che, giungendo presso di voi, ci verrò con la pienezza della benedizione di Cristo. 30Perciò, fratelli, per il Signore nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, vi raccomando: lottate con me nelle preghiere che rivolgete a Dio, 31perché io sia liberato dagli infedeli della Giudea e il mio servizio a Gerusalemme sia bene accetto ai santi. 32Così, se Dio lo vuole, verrò da voi pieno di gioia per riposarmi in mezzo a voi. 33Il Dio della pace sia con tutti voi. Amen.

Approfondimenti

Lectio sulla Lettera ai Romani – di don Sergio Carrarini (sacerdote della Diocesi di Verona, parroco a Bosco di Zevio)

Servire il fratello Anche in questa terza parte della sua esortazione circa il problema delle lotte tra forti e deboli nella fede Paolo riprende i punti già enunciati, arricchendoli con degli approfondimenti biblici.

L’invito “non giudicare ma accogliere”, “non scandalizzare ma andare incontro” si arricchisce di un altro passo: prendersi a cuore chi è debole, cioè mettersi a servizio della sua crescita nella fede. Il passaggio è sempre da quella libertà che guarda solo a se stessa, a una libertà che si mette a servizio dell’altro, che si impegna a mettersi al suo passo, a camminare insieme. Da notare che Paolo non invita alla sopportazione (o alla rassegnazione di chi ritiene che le persone non possano cambiare), al conformismo, all’adeguamento al livello più basso; invita a progredire nella fede e nella libertà, ma camminando insieme, senza fughe in avanti o posizioni di resistenza preconcetta e nostalgica. Il cristiano si concentra non su ciò che piace a lui, ma su ciò che è utile per tutti; non sulle idee e i gusti personali, ma su ciò che fa crescere la comunità.

Il secondo aspetto, quello del primato della coscienza, è ripreso con una riflessione sul valore della parola di Dio come guida del credente: la Bibbia è un dono di Dio per formare gli uomini al bene. Questo brano, inserito qui quasi per caso e legato alla necessità di riferirsi alla parola di Dio nelle decisioni da prendere, ha assunto un valore grandissimo nel Concilio Vaticano II per chiarire il senso ed i limiti dell’ispirazione delle Sacre Scritture. La Bibbia non fornisce istruzioni sulla scienza, sulla storia, sulla politica, sulla morale spicciola, sugli usi e i costumi umani e religiosi. La Bibbia è la guida per la formazione della coscienza delle persone e delle comunità, per discernere i valori che fanno crescere nella fede, nella speranza e nell’amore. La Bibbia è sostegno e forza nel cammino della fede e va letta sotto la guida dello Spirito. La Parola ci è stata data per illuminare la coscienza e guidarci verso il bene, non per insegnarci la storia, la geografia, la scienza, l’economia, la politica, gli usi e i costumi che gli uomini devono tenere.

Il terzo aspetto, quello dell’imitazione di Cristo, è qui riaffermato con chiarezza: accoglietevi quindi l’un l’altro, come Cristo ha accolto voi. A più riprese Paolo si riferisce all’esempio di Cristo come fatto normativo per il cristiano. Bisogna farsi servitori dei fratelli come Cristo, cercare, come lui, ciò che è bene per tutti, sia per chi condivide le nostre scelte, sia per chi fa scelte diverse. L’imitazione di Gesù Cristo è il criterio normativo per le scelte del cristiano, prima e oltre le direttive della Chiesa, prima e oltre le leggi e le tradizioni, prima e oltre l’essere tradizionalisti o progressisti, praticanti o “lontani”. Seguire Gesù Cristo camminando insieme nella Chiesa come fratelli, con l’umiltà, la libertà e il coraggio dei figli di Dio.

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

EPILOGO Dopo aver chiuso la lunga esposizione dottrinale-esortativa, ora nella parte conclusiva della cornice epistolare Paolo passa a toni molto più personali, dove i contenuti sono soprattutto di carattere autobiografico, con confidenze, desideri, progetti, timori, richieste di preghiere, raccomandazioni e saluti (da confrontare specialmente con 1,8-15); lo scopo principale è creare e consolidare dei legami che costituiscano la base per un prossimo incontro; da questo punto di vista tale sezione potrebbe rappresentare quasi una lettera a parte, molto preziosa sia per le notizie biografiche di Paolo (cfr. 15,14-33), sia per i particolari riguardanti la composizione della comunità cristiana di Roma (cfr. il cap. 16).

L'impegno apostolico di Paolo Dopo aver ampiamente esposto ai destinatari la sua personale ermeneutica del Vangelo, Paolo cerca di instaurare con loro un contatto più personale e confidenziale; il v. 14 ha di fatto le caratteristiche di una captatio benevolentiae. Paolo è consapevole che quanto ha scritto finora, specialmente in qualche punto delicato nella parte dottrinale o magari per il tono adottato nella parte esortativa, può entrare in tensione con la modalità di concepire e praticare il Vangelo nella comunità romana, per questo presenta quasi delle scuse («vi ho scritto in parte con un po' di audacia», v. 15) e cerca di giustificarsi, dal momento che si sta rivolgendo a chi finora non lo ha mai visto. Così afferma di voler ravvivare il loro ricordo e rammentare loro l'origine del suo ministero, da considerare come una specifica missione ricevuta da Dio stesso («grazia che mi è stata data da Dio»).

Nel v: 16 Paolo illustra tale missione innanzitutto definendosi «ministro di Cristo», cioè un servitore alle sue dipendenze (cfr. 1,1: «schiavo di Cristo»), lasciando intendere che proprio in questo consiste la grazia donatagli da Dio. Poi utilizza in senso metaforico una terminologia prettamente cultuale per dire che la predicazione del Vangelo equivale a una forma di sacerdozio (in questo senso Paolo si sente sacerdote, nell'annunciare il Vangelo) e quindi di culto a Dio, e che l'offerta sacra gradita a Dio, mediante tale sacerdozio, è costituita dall'avergli guadagnato-presentato i gentili. Tale offerta risulta infine «santificata nello Spirito Santo», i gentili cioè, in base all'inserimento in Cristo (come precisa al v. 17) e all'azione unificante dello Spirito, partecipano della stessa santità di Israele, il popolo eletto (cfr. 11,16; 2Cor 13,13). Del fatto che il proprio ministero è a favore dei gentili, Paolo si vanta, si sente fiero (cfr. v. 17): il vanto non poggia su se stesso, ma su ciò che Cristo ha operato in lui e attraverso di lui davanti a Dio (cfr. Gal 6,14: «Quanto a me, invece, non sia mai che mi vanti se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo»). Ed è ciò che viene esplicitato nei vv. 18-19a, nell'escludere qualsiasi altro motivo di vanto personale che non riguardi l'operato di Cristo in lui (cfr. 2Cor 4,5), «per l'obbedienza dei gentili» (cfr. 1,5; 11,13; 15,16), cioè per la loro adesione e sottomissione al Vangelo. Tale scopo è stato raggiunto attraverso «parole e opere», cioè tutto ciò che costituisce l'attività apostolica (cfr. 2Cor 10,11; Col 3,17: «qualunque cosa possiate dire o fare, agite sempre nel nome del Signore Gesù»), e che è stato accompagnato da «segni e prodigi» (v. 19a), manifestazioni della potenza di Cristo risorto (cfr. 2Cor 12.12: «i segni dell'apostolo li avete veduti in opera in mezzo a voi, in una pazienza a tutta prova, con miracoli, prodigi e portenti») e dello Spirito Santo (cfr. 1Cor 2,4).

Subito dopo Paolo tratteggia il raggio d'azione del suo apostolato, davvero immenso, specialmente se rapportato a quei tempi: «da Gerusalemme e in giro fino all'Illiria» (v. 19b); se egli nomina Gerusalemme come punto d'inizio (e non Antiochia, da dove partiva per i suoi viaggi missionari), è perché è dalla Chiesa-madre che riceve l'impulso e l'approvazione per andare verso i gentili (cfr. rispettivamente At 22,17-21 e Gal 2,9); mentre l'Illiria (regione che si affaccia sulla sponda orientale dell'Adriatico), seppure non venga mai menzionata altrove come meta dell'apostolo tuttavia confina con la Macedonia, ricordata nel suo terzo viaggio missionario (cfr. At 20, 1-2: «parti per andare in Macedonia. Percorse quella regione...»). Egli dichiara di aver «portato a compimento il Vangelo di Cristo», cioè di aver realizzato il suo compito di far arrivare il buon annuncio di Cristo crocifisso-risorto in tutta l'area geografica indicata (perciò poco dopo – cfr. vv. 23-24 – parlerà del suo progetto di proseguire oltre in Occidente). Nel v. 20 Paolo rivela il criterio che ha seguito nella sua attività missionaria, quello cioè di dedicarsi soltanto alla prima evangelizzazione, evitando di proseguire il lavoro apostolico iniziato da qualcun altro (che egli comunque riconosce e rispetta, cfr. 2Cor 10,15-16) laddove il nome, cioè la persona di Cristo, sia già conosciuto, per «non costruire su un fondamento altrui» (v. 20b; si ritrova la stessa metafora architettonica in 1Cor 3,9-10, dove poco prima ammetteva, viceversa, che altri proseguissero la sua opera pioneristica; cfr. 1Cor 3,6: «io ho piantato, Apollo ha irrigato»). Una citazione biblica, dal quarto canto del servo del Signore (Is 52, 1b), viene portata a supporto di questo suo criterio missionario, per dire che, attraverso l'apostolo, «lo vedranno» (v. 21), cioè conosceranno Cristo coloro che finora non ne avevano sentito parlare.

Progetti di viaggio A motivo del grande lavoro apostolico svolto da Paolo in Oriente, egli finora a stato impedito dal poter visitare i cristiani di Roma (v. 22), malgrado molte volte ne avesse avuto il desiderio (un'analoga affermazione era già stata fatta io 1,13; cfr. anche 1Ts 2,18); ostacoli concreti possono essere stati di vario genere: questioni aperte nelle comunità da lui fondate, o prove personali, come le carcerazioni, o difficoltà legate al viaggio. Adesso però la situazione sembra propizia, dal momento che egli ritiene esaurito il suo compito nell'Oriente, perciò comunica loro che il grande desiderio di incontrarli, e che aveva spesso dovuto procrastinare, si può ora finalmente realizzare, in concomitanza con il suo progetto di recarsi missionario in Spagna (v. 24a; cfr. poi al v. 28). L'annunciata visita a Roma non è per restarvi (e tanto meno per predicare il Vangelo, visto che la Chiesa era già impiantata da tempo), ma per essere rinfrancato dall'incontro con quei fratelli nella fede ed essere da loro aiutato a proseguire – quasi inviato da loro verso la regione considerata estremità del mondo. Le fonti antiche non ci consentono di affermare che poi effettivamente Paolo abbia realizzato tale ambizioso progetto (tracce se ne trovano soltanto negli apocrifi Atti di Pietro della fine del II sec., oltre alla frase nella lettera di Clemente, secondo cui Paolo sostenne il martirio «dopo essere giunto fino all'estremità dell'Occidente», Ai Corinzi 5,7); in ogni caso esso rivela la grandezza d'animo dell'apostolo.

Egli informa però i suoi interlocutori che, prima di passare da Roma per proseguire oltre, il viaggio più urgente e improcrastinabile che deve compiere è quello a Gerusalemme, «per rendere un servizio ai santi» (v. 25; la stessa espressione in 2Cor 8,4 e 9,1 dove anche si parla della colletta); da notare che ancora una volta i credenti-battezzati sono chiamati «santi» (cfr. 1,7; 8,27; 12,13, poi ancora in 15,26.31; 16,2.15). Al v. 26 chiarisce in cosa consista tale servizio, e cioè una colletta (alla lettera: «fare comunione») a favore dei poveri della Chiesa di Gerusalemme. Già durante il cosiddetto concilio gerosolimitano (intorno al 49 d.C) Paolo aveva preso l'impegno di «ricordarci dei poveri» di quella comunità (Gal 2,10), e si era dato da fare nel sollecitare le altre Chiese a tale scopo; qui nomina soltanto la Macedonia e l'Acaia, che sono quelle più prossime al luogo dal quale probabilmente sta scrivendo, Corinto; tuttavia abbiamo notizia anche di raccolte fatte in Galazia (cfr. 1Cor 16,1-3). L'aiuto materiale che va incontro alle esigenze dei poveri presenti nella comunità di Gerusalemme è segno tangibile che sancisce la comunione tra le Chiese.

Nel v. 27 Paolo chiarisce lo spirito di questo gesto di comunione, che viene compiuto con grande slancio (cfr. 2Cor 8,4: «chiedendoci con insistenza la grazia di prendere parte a questo servizio a favore dei santi»). Sullo sfondo c'è la consapevolezza diffusa in tutte le Chiese che quella di Gerusalemme è la Chiesa madre, dove si sono svolti i fatti della nostra redenzione e da dove è partita la buona notizia (in Romani si parla in particolare della giudaicità di Cristo [cfr. 9,5], del resto fedele [cft. 9,6-291, della radice santa [cfr. 11,13-241): le Chiese dei gentili si sentono giustamente in debito nei suoi riguardi per questi inestimabili beni spirituali; al confronto sarà perciò sempre poca cosa – anche se ciò rappresenta «un sacro servizio» – se esse ricambiano con dei beni materiali (cfr. 1Cor 9,11).

Paolo conta sul fatto che la consegna della colletta sarà una cosa rapida (il v. 28 sintetizza in breve tutto il programma, lasciando trasparire quasi un'impazienza nel volerlo realizzare) e torna a parlare del viaggio in Spagna con la prevista tappa a Roma. E proprio a questa sosta si riferisce il v. 29, quando menziona «la pienezza della benedizione di Cristo» che lo accompagnerà in quell'incontro, cioè l'assistenza di Cristo che guida tutta la sua attività e la connessa autorità apostolica della quale è investito.

Il tono e le parole del v. 30 rivelano qualcosa di ciò che passa in quel momento nel cuore dell'apostolo mentre guarda a Gerusalemme: egli infatti chiede in modo solenne ai Romani di pregare Dio in suo favore (per la seconda volta in questa lettera si trova l'espressione «vi esorto, fratelli», cfr. 12,1), per di più coinvolgendo nella richiesta Gesù Cristo e lo Spirito perché si uniscano alla lotta di tipo spirituale che Paolo sta per combattere (cfr. espressioni analoghe in 2Cor 1, 11; Fil 1,27; Col 4,12).

Il pericolo che Paolo intravede (v. 31) può venire da due versanti, quello giudaico («gli infedeli»), e quello giudeo-cristiano, cioè i credenti facenti capo a Giacomo (fratello del Signore, giudaizzante fortemente conservatore [cfr. Gal 2,11-15], che era diffidente verso Paolo, cfr. At 21,20-24). La preghiera deve servire a far in modo che questi «santi» accolgano benevolmente il segno di comunione rappresentato dalla colletta: evidentemente Paolo aveva il presentimento che tale impresa – anche a causa di pregiudizi nei suoi confronti – poteva non essere coronata da successo (e probabilmente il suo presentimento si rivelerà giusto: a Gerusalemme verrà arrestato e a Roma arriverà, sì, ma da prigioniero in attesa di processo). Il risultato positivo dell'impresa, per cui esorta i Romani a pregare, sarebbe l'arrivare a Roma nella gioia di aver superato quella temibile strettoia, gioia moltiplicata dall'incontrare finalmente quei fratelli e rinfrancarsi con loro, «per volontà di Dio» (v. 32): Paolo esprime questo suo desiderio, però pone tutto nelle mani di Dio, affinché sia Lui a condurre gli eventi (cfr. Rm 1,10; 12,2; 1Cor 1,1; 2Cor 1,1; 8,5; Gal 1,4; 1Ts 4,3).

Il v. 33 contiene una formula conclusiva di augurio -«il Dio della pace sia con tutti voi. Amen»-, che presenta un appellativo analogo a quello di 15,13 (lì c'era il «Dio della speranza»; «Dio della pace» è un titolo preferito da Paolo, ricorre in 16,20, oltre che in 2Cor 13,11; Fil 4,9; 1Ts 5,23), anche qui indicante l'origine, la fonte della pace, che nella concezione biblico-giudaica rappresenta il bene comprensivo di tutti gli altri (shalôm) e che per l'apostolo è frutto della giustificazione per fede (cfr. 5,1). L'«Amen» finale è la tipica conclusione ebraica delle preghiere, entrato anche nell'uso liturgico delle assemblee cristiane.


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Non giudicare il fratello 1Accogliete chi è debole nella fede, senza discuterne le opinioni. 2Uno crede di poter mangiare di tutto; l’altro, che invece è debole, mangia solo legumi. 3Colui che mangia, non disprezzi chi non mangia; colui che non mangia, non giudichi chi mangia: infatti Dio ha accolto anche lui. 4Chi sei tu, che giudichi un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone. Ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di tenerlo in piedi. 5C’è chi distingue giorno da giorno, chi invece li giudica tutti uguali; ciascuno però sia fermo nella propria convinzione. 6Chi si preoccupa dei giorni, lo fa per il Signore; chi mangia di tutto, mangia per il Signore, dal momento che rende grazie a Dio; chi non mangia di tutto, non mangia per il Signore e rende grazie a Dio. 7Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, 8perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. 9Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi. 10Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, 11perché sta scritto: Io vivo, dice il Signore: ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio. 12Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio.

Non essere d’inciampo al fratello 13D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello. 14Io so, e ne sono persuaso nel Signore Gesù, che nulla è impuro in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come impuro, per lui è impuro. 15Ora se per un cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Non mandare in rovina con il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto! 16Non divenga motivo di rimprovero il bene di cui godete! 17Il regno di Dio infatti non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: 18chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini. 19Cerchiamo dunque ciò che porta alla pace e alla edificazione vicendevole. 20Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo! Tutte le cose sono pure; ma è male per un uomo mangiare dando scandalo. 21Perciò è bene non mangiare carne né bere vino né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi. 22La convinzione che tu hai, conservala per te stesso davanti a Dio. Beato chi non condanna se stesso a causa di ciò che approva. 23Ma chi è nel dubbio, mangiando si condanna, perché non agisce secondo coscienza; tutto ciò, infatti, che non viene dalla coscienza è peccato.

Approfondimenti

Lectio sulla Lettera ai Romani – di don Sergio Carrarini (sacerdote della Diocesi di Verona, parroco a Bosco di Zevio)

LA COMUNIONE NELLE DIVERSITÀ Il capitolo 14 e la prima parte del 15 formano un’unità letteraria a se stante perché sono la risposta di Paolo ad un problema presente nella Chiesa di Roma come lo era (anche se con caratteristiche e motivazioni diverse) nelle Chiese di Corinto (1Cor 8), della Galazia (Gal 4,10), di Colosse (Col 2,16-23): la presenza nella comunità di due gruppi contrapposti (che Paolo identifica con i termini di forti e deboli nella fede), in contrasto tra loro per motivi di osservanze religiose sui cibi che si potevano mangiare e sui calendari delle feste. Questo problema sarà ancora presente in alcune Chiese citate nell’Apocalisse (Pergamo, Tiatira).

I termini “forti” e “deboli” nella fede non si riferiscono tanto alla fede esplicita in Gesù Cristo e all’accoglienza della salvezza come dono gratuito di Dio (comune a tutti), quanto piuttosto al modo concreto di vivere questa fede. Il conflitto riguardava le tradizioni religiose da mantenere o togliere. I deboli erano vegetariani rigidi e scrupolosi (per non contaminarsi o per motivi ascetici) e osservavano digiuni e preghiere in giorni particolari della settimana, del mese, dell’anno. I forti non seguivano queste regole di purità rituale o di ascetismo, perché ritenevano che la fede in Cristo aveva liberato i credenti da queste cose esteriori e li impegnava solo all’amore reciproco. Paolo stesso si colloca tra i forti nella fede (15,1; 1Cor 8,1 e 9,22), a differenza di Giovanni che invece li condanna con durezza.

Certamente l’esortazione all’amore vicendevole e verso tutti è il fondamento e lo stile di vita del cristiano (e impegna tutti a viverlo con coerenza e creatività) ma poi come collocarsi rispetto alla religione tradizionale e alle forme che essa ha assunto nei vari popoli e culture? La fede annulla la religione (con i suoi riti, pratiche, credenze, regole di vita) o si incarna in essa, esprimendosi in modi diversi secondo le varie culture e secondo le inclinazioni e i bisogni delle persone?

È sempre lo stesso problema affrontato riguardo alla legge mosaica e alla circoncisione: è il problema del pluralismo nei modi di vivere l’unica fede, senza assolutizzarne nessuno e senza farlo diventare motivo di giudizio verso gli altri credenti. Ci si può accogliere come fratelli pur vivendo con tradizioni religiose e regole di vita differenti? Quali sono le cose irrinunciabili e quelle invece legate alla cultura e alle tradizioni degli uomini? Gesù stesso ha vissuto questo problema nei confronti della sua religione e del modo libero con cui ne interpretava le regole (Mt 9,14-17; 12,1-8; 15,1-20).

Paolo è sempre stato uno strenuo difensore e propugnatore del pluralismo nel vivere la fede in Cristo, rifacendosi spesso all’immagine della Chiesa come corpo o come casa di Dio. Anche in questa Lettera riprende queste immagini invitando a vivere una salda e totalizzante appartenenza a Cristo, nel rispetto delle diversità e nell’accoglienza di tutti come fratelli. Riprende perciò le due linee guida già date (vivere per Cristo e fare ciò che è bene per gli altri) e le applica alla situazione particolare della Chiesa di Roma. Ecco i punti principali che sviluppa.

Non giudicare il fratello Il primo atteggiamento concreto nel quale si traduce il comandamento dell’amore del prossimo è quello di non giudicare. In questi 12 versetti Paolo lo ripete in vari modi molte volte, affermando che l’unico giudice delle persone è Dio. Solo lui può giudicare, mentre noi dobbiamo accoglierci come fratelli. Questo invito è rivolto sia ai forti che ai deboli, perché i giudizi e le durezze sono da entrambe le parti. Non giudicare ma accogliere!

Un secondo aspetto, che Paolo sottolinea come un valore morale generale per orientare le scelte e rispettare le diversità delle persone, è espresso dalla frase: quello che importa è che ognuno agisca con piena convinzione, cioè che ognuno segua la sua coscienza e agisca non per adeguarsi alle mode o per desiderio di anticonformismo, per sete di libertà ad ogni costo o per paura dei castighi, ma per convinzione interiore e per scelta personale. L’ultima istanza morale nell’agire delle persone è la coscienza, costantemente illuminata dalla fede e verificata dal confronto con la comunità. Seguire la propria coscienza!

Pur affermando la necessità di formare la coscienza nell’ascolto della parola di Dio, nel confronto con la comunità e con il magistero della Chiesa, il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che l’ultima istanza resta alla coscienza. Va perciò salvaguardata la libertà religiosa e il rispetto di ogni persona e di ogni scelta. Questo rispetto va vissuto anche all’interno della Chiesa, sia nei confronti delle opinioni espresse (libertà di ricerca), sia riguardo ai comportamenti (libertà di sperimentazione). È ancora lungo però il cammino per far maturare a livello di tutta la comunità cristiana questi orientamenti e tradurli in prassi concreta delle Chiese!

L’atteggiamento fondamentale del cristiano è espresso dalla frase: nessuno di noi vive per se stesso o muore per se stesso, perché se viviamo, viviamo per il Signore... Il cristiano agisce con retta coscienza se non vive per se stesso, per essere felice lui, per soddisfare i suoi desideri, per mettersi in mostra, per avere sempre ragione, per trionfare e imporsi sugli altri... Il cristiano è chiamato a vivere come Cristo è vissuto, a seguire il suo esempio. Imitare Gesù Cristo!

Non essere d’inciampo al fratello In questa seconda parte del capitolo Paolo riprende e approfondisce i tre punti già sviluppati prima.

Il primo invito invito a “non giudicare ma accogliere” ora diventa: non fate nulla che possa essere occasione di caduta o di scandalo per il vostro fratello. La sicurezza personale che porta a fare delle scelte di libertà senza tener conto delle persone e del loro cammino, può diventare motivo di scandalo, di perdita della fede per chi è debole o scrupoloso; così come il moralismo gretto, le tante regole e le condanne possono scandalizzare e allontanare dalla fede chi è tentennante o “sulla soglia”. Paolo invita a non guardare solo a se stessi, ma ad essere attenti anche agli altri; a non vivere una libertà interiore come egoismo, ma a viverla nell’amore e per la crescita delle persone; a non assolutizzare la propria scelta individuale, ma a rispettare le scelte degli altri. È la solidarietà la prima norma nell’agire del cristiano, non la libertà personale!

Il secondo invito a “seguire la propria coscienza” diventa ora: beato colui che non si sente colpevole nelle sue scelte. Paolo ritorna di nuovo sul primato della coscienza nelle decisioni sulle scelte da compiere ed aggiunge un principio morale di grande libertà, riprendendo l’insegnamento di Gesù sul codice di purità: niente è impuro in sé! Le cose, i fatti, i gesti non sono puri o impuri, buoni o cattivi in se stessi, ma sono le persone e le loro intenzioni a renderli tali. Il bene e il male sono nel cuore delle persone, non nelle cose; negatività o positività dipendono non dai fatti in se stessi, ma dal valore che viene dato ad essi da chi li compie. La morale sta nel cuore delle persone e nelle intenzioni con cui fanno le scelte, non negli atti in se stessi. Ognuno deve seguire la propria coscienza e verificare le motivazioni delle sue scelte. La coscienza però va formata e illuminata dalla fede e dall’amore verso gli altri e non deve essere guidata solo dalla convinzione personale. La libertà va sempre coniugata con l’amore e con il cammino della comunità!

Il terzo invito a “imitare Gesù Cristo” ora viene ritradotto nella frase: il regno di Dio non è fatto di questioni che riguardano il mangiare e il bere, ma è giustizia, pace e gioia che vengono dallo Spirito Santo. Ancora una volta Paolo invita i cristiani ad andare all’essenziale, a cogliere ciò che ha veramente importanza. Non ha senso dividersi e lottare su cose esteriori, su usi e costumi particolari, su tradizioni umane e sicurezze passeggere. Ciò che conta, ciò che realizza il regno di Dio tra gli uomini non sono i riti religiosi, le teologie o i precetti morali..., ma la giustizia, la pace, la gioia di vivere, la forza di superare il male, la riconciliazione, il dono della vita per gli altri. Questo è l’impegno fondamentale per tutti i cristiani, lasciando poi e accettando che ognuno viva e si regoli secondo le sue tradizioni e le sue inclinazioni personali.

Questa impostazione di fondo diventa importante oggi sia all’interno della Chiesa (nei rapporti tra istituzioni, movimenti, associazioni, gruppi, parrocchie, singoli credenti); sia nei rapporti tra Chiese cristiane; sia nel dialogo interreligioso e con i noncredenti: tutti impegnati a costruire la giustizia, la pace, il rispetto della vita e dell’ambiente, la salvaguardia dei valori morali. Questo impegno deve unire tutti, nel rispetto delle diversità e nel pluralismo delle scelte e dei modi di vivere.

Paolo alla fine fa un’osservazione: chi serve Cristo in questo modo piace a Dio ed è stimato dagli uomini. Questo è vero oggi, come lo è sempre stato nella storia: le persone rette e che cercano il bene dell’umanità sono gradite a Dio e stimate dagli uomini, a qualsiasi razza, cultura, religione, condizione sociale appartengano. Invece gli integralismi e le durezze ideologiche, il proselitismo e l’imporre le proprie idee con la forza, le scomuniche e i boicottaggi non hanno mai creato il bene e non fanno progredire l’umanità.

Il capitolo si conclude con una massima riassuntiva di tutto il discorso: tutto quello che non viene dalla fede è peccato, che non vuol dire che senza la fede esplicita non si faccia il bene, ma che è male tutto ciò che viene dall’egoismo, dal pensare solo a se stessi, alla propria libertà individuale.


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I doveri civili del cristiano 1Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. 2Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno su di sé la condanna. 3I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver paura dell’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, 4poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora devi temere, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi fa il male. 5Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. 6Per questo infatti voi pagate anche le tasse: quelli che svolgono questo compito sono a servizio di Dio. 7Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto.

L’amore fattivo e vigilante 8Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. 9Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 10La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità. 11E questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. 12La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. 13Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. 14Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne.

Approfondimenti

Lectio sulla Lettera ai Romani – di don Sergio Carrarini (sacerdote della Diocesi di Verona, parroco a Bosco di Zevio)

I doveri civili del cristiano Continuando la riflessione sui rapporti con i noncredenti, Paolo affronta un problema che doveva essere vivo e dibattuto nelle comunità cristiane delle origini: quale rapporto bisogna tenere con l’autorità civile? È giusto collaborare con essa (anche se perseguita la Chiesa e fa scelte contrarie al vangelo) o bisogna opporsi (facendo obiezione di coscienza al suo culto, alle tasse, al servizio militare; dimettendosi dalle cariche pubbliche...)?

Era un problema molto sentito nel mondo ebraico (cfr. l’interrogativo posto a Gesù sulla liceità del pagamento delle tasse all’imperatore romano in Mt 22,15-22), ma anche nelle comunità cristiane. Nel Nuovo Testamento ci sono riportati atteggiamenti e scelte diverse: Pietro e Giovanni fanno obiezione di coscienza all’ordine dell’autorità legittima (At 4,19 e 5,29); Pietro nella sua Prima Lettera invita alla sottomissione (1Pt 2,13-17); Paolo esorta a pregare e a sottomettersi alle autorità costituite (1Tm 2,2; Tt 3,1); Giovanni nell’Apocalisse giudica invece l’impero romano come il regno di satana e invita i cristiani a prendere le distanze da esso: uscite da Babilonia, popolo mio, per non diventare complici dei suoi peccati (Ap 18,4).

In questi versetti Paolo paga un forte tributo alla cultura del suo tempo e alla sua scelta di non dire male del mondo romano, per non frapporre ostacoli alla missione di evangelizzazione. Forse lui stesso, come cittadino romano, condivideva una scelta di tolleranza verso l’impero e di giustificazione delle sue scelte. Anche su questo aspetto la sua posizione è netta e senza riserve: bisogna essere sottomessi, osservare le leggi in vigore, pagare tutte le tasse e compiere i doveri civili richiesti dal proprio stato. Forse l’idea della fine del mondo imminente e l’urgenza della missione gli facevano ritenere queste problematiche poco rilevanti, se non fuorvianti.

Quello che oggi ci fa più problema è la giustificazione di ogni autorità come proveniente da Dio, senza interrogarsi su come ha raggiunto il potere e su come lo esercita. È una concezione sacrale del potere che è rimasta in auge fino al secolo scorso, ma che noi oggi rifiutiamo. In questi versetti comunque possiamo cogliere un invito di Paolo alla lealtà nell’impegno civile, alla responsabilità nel contribuire al bene comune, alla partecipazione attiva nel miglioramento della società, nei modi e con gli strumenti che essa si è data.

L’amore fattivo e vigilante A conclusione di questa parte esortativa sui rapporti fraterni, Paolo ritorna al fondamento di tutto: il comandamento dell’amore come compendio di tutta la Legge e di tutte le leggi. Nell’amore fattivo verso tutti è racchiusa ogni legge e ogni morale: da esso tutte derivano e ad esso tutte tendono.

Paolo rafforza questo invito richiamando la dimensione finale, il ritorno del Signore: per il cristiano questa prospettiva è fonte di atteggiamenti di coerenza:

state svegli, secondo il monito evangelico delle parabole dei servi;

buttate via le opere delle tenebre, cioè tutti quegli atteggiamenti e quelle scelte secondo la mentalità di questo mondo, secondo lo stile di chi pensa solo a se stesso;

prendete le armi della luce, cioè tutte le scelte di vita che sono ispirate alla fede e all’amore, che sono suggerite dallo Spirito Santo e dalla retta coscienza.

Nell’ultimo versetto riassume e conclude l’esortazione riproponendo ancora una volta la scelta di fondo che deve guidare la vita del cristiano: non soddisfare i desideri dell’egoismo, ma vivere uniti a Gesù Cristo. È il motivo di fondo che fa da filo conduttore non solo a questa parte parenetica o alle Lettere di Paolo, ma a tutto il Nuovo Testamento.


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