📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Il culto spirituale 1Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Il discernimento in ambito comunitario sui carismi e ministeri 3Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. 4Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, 5così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri. 6Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; 7chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; 8chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia.

L'amore di carità nelle relazioni interpersonali interne alla comunità cristiana 9La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; 10amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. 11Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. 12Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. 13Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. 14Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. 15Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. 16Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi.

I rapporti con il mondo 17Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. 18Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. 19Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. 20Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. 21Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Approfondimenti

Lectio sulla Lettera ai Romani – di don Sergio Carrarini (sacerdote della Diocesi di Verona, parroco a Bosco di Zevio)

Il culto spirituale In questi due primi versetti Paolo inizia la parte parenetica (vi esorto, dunque, fratelli) come conseguenza delle riflessioni precedenti. Il primo aspetto che sottolinea è il rapporto con Dio: qual è la risposta del cristiano al dono di Dio, quale rapporto stabilire con lui?

Paolo parla di un culto spirituale, di una nuova forma di liturgia da offrire come lode a Dio. Questo culto in spirito e verità non è fatto di riti sacri, di offerte di animali, di preghiere e penitenze, di lunghe meditazioni e di esercizi ascetici, di elemosine e opere pie. Il culto nuovo del credente in Cristo è quello che viene dalla vita quotidiana, da tutte le azioni compiute dal cristiano. Culto gradito a Dio è l’offerta della sua vita, del suo corpo, del suo lavoro, dei suoi rapporti con gli altri, delle sue lotte per il bene, della sua vita di famiglia, delle sue sofferenze e malattie, delle sue gioie e del suo tempo libero, della cultura e dell’arte. Tutta la vita del cristiano, animata dallo Spirito e vissuta nell’amore, è culto a Dio, lode alla sua grandezza, celebrazione della sua misericordia.

Ma come si celebra questa “liturgia della vita”, questo culto quotidiano? Paolo chiede una scelta di fondo: non adattatevi alla mentalità di questo mondo. Il cristiano è per sua natura un “anticonformista”, uno che non segue la mentalità del mondo, della maggioranza; è uno che non fa quello che fanno tutti. Chi vuol vivere secondo lo Spirito deve prendere le distanze da questa mentalità, essere critico verso di essa.

Sorge però spontanea una domanda: si può cambiare questo mondo? Sperarlo è un’utopia? E se non si può cambiarlo, bisogna isolarsi in piccoli gruppi elitari di puri o ritirarsi in qualche convento? Paolo non parla di “cambiare questo mondo”: esso resterà sempre segnato dal peccato e dalle sue schiavitù. Non propone neppure di “fuggire” da questo mondo, come facevano i monaci Esseni o i seguaci di vari movimenti filosofici greci. Invita a cambiare se stessi: lasciatevi trasformare da Dio con un completo mutamento della vostra mente; invita a un radicale cambiamento di mentalità, di modo di pensare e di ragionare, sostituendo alla logica del mondo la logica di Cristo, all’interesse la gratuità, al potere il servizio, al piacere la gioia (cfr. 2Cor 3,18; Col 3,3; Gal 2,20 e 6,14; Fil 1,21).

Questo cambiamento di mentalità ha come conseguenza la capacità di “discernimento”, cioè essere svegli, essere vigilanti, secondo l’invito di Gesù ai discepoli. È la capacità di capire la volontà di Dio nei fatti della vita e avere la forza di fare delle scelte coerenti. Allora il cristiano darà lode a Dio con tutta la sua vita e diventerà, in “questo mondo”, un segno del regno dei cieli offerto a tutti gli uomini e già presente in chi vive secondo lo Spirito.

Oltre a Gv 4,24 (adoreranno Dio in spirito e verità), anche 1Pt 2,5-11 parla di questo culto spirituale offerto a Dio da tutti i credenti, considerati dei sacerdoti che consacrano a Dio la loro vita in forza del loro battesimo. Come Paolo, anche Pietro lega questo culto spirituale alla scelta di prendere le distanze dai desideri (cioè le aspettative, le brame) di questo mondo (visto come tenebre) per vivere in esso come stranieri ed esuli, perché cittadini di un altro regno, il regno della verità, come dirà Gesù a Pilato, legale rappresentante del più potente regno di questo mondo. Questo impegno a “non conformarsi”, ma a “trasformarsi” non è realizzato una volta per sempre con il battesimo: è il cammino di tutta la vita del cristiano e della stessa Chiesa.

Il discernimento in ambito comunitario sui carismi e ministeri Il secondo aspetto che Paolo prende in considerazione sono i rapporti dei cristiani all’interno della comunità. In particolare affronta un aspetto che creava difficoltà in molte Chiese: i carismi, cioè quei doni particolari che lo Spirito Santo elargiva ai credenti per aiutare la diffusione del vangelo. Alcuni cristiani ne facevano motivo di vanto, di autoesaltazione e di giudizio sugli altri (cfr. 1Cor 12-14). Noi oggi viviamo un problema simile in rapporto ai gruppi, ai movimenti ecclesiali, alle associazioni di rinnovamento della fede...). La riflessione di Paolo si articola attorno a questi punti.

v.3: Dico a ciascuno di non sopravvalutarsi, ma di valutarsi secondo la misura della fede che Dio gli ha dato. La prima raccomandazione è quella di restare con i piedi per terra, senza esaltazioni. La cosa fondamentale del cristiano è la fede in Cristo, il rapporto con lui, non i doni particolari. Il primo impegno è quello di crescere fino alla statura adulta di Cristo in noi (Ef 4,11-16).

vv.4-5: Siamo tutti uniti a Cristo e siamo uniti agli altri come parti di un solo corpo. Riprendendo l’immagine del corpo umano, Paolo richiama al valore fondamentale della comunità cristiana: l’unità nella fede in Cristo e nella comunione tra tutti i suoi membri. L’unità profonda della Chiesa è l’amore a Cristo e tra le persone. Questo è l’essenziale della comunione.

vv.6-8: Secondo la capacità che Dio ci ha dato noi abbiamo compiti diversi. L’unità profonda nella fede e nell’amore non vuol dire, però, uniformità delle scelte o sottomissione ad un unico capo. L’unità e la comunione nella Chiesa è vissuta nella pluralità dei doni, delle scelte, dei modi di incarnare la fede e di vivere la missione. Unica fede e missione; pluralità di doni, di ruoli, di ministeri, di modi di viverla e annunciarla. Dando per scontato questo “pluralismo” (oggi non ancora ben digerito nella Chiesa) Paolo fa un’ulteriore osservazione: ognuno resti nel suo ambito, secondo il suo carisma, senza voler prevaricare sugli altri o giudicarli. Ognuno cerchi di fare bene il suo servizio per la crescita di tutta la comunità. Allora i carismi saranno una ricchezza e non un motivo di divisione nella Chiesa.

Dopo aver sottolineato il rapporto con Dio e i rapporti all’interno della comunità, Paolo propone quella che è la scelta di fondo (oggi noi la chiamiamo: l’opzione fondamentale) del cristiano: l’amore fraterno e verso tutti. Ripropone così un aspetto centrale dell’annuncio di Cristo sull’unico comandamento e sul modo concreto di viverlo (cfr. Mt 12,28-34; Lc 10,25-37; Gv 13,31-35).

L'amore di carità nelle relazioni interpersonali interne alla comunità cristiana

v.9: Il vostro amore sia sincero. Il termine usato da Paolo indica “senza ipocrisia”, senza doppi fini o interessi personali. Anche l’amore fra le persone va sempre verificato nelle sue motivazioni, nelle scelte concrete che ispira, negli atteggiamenti che assume. L’invito è ad amare in modo semplice, schietto, disinteressato. Questo non è (e non sarà mai) né facile né scontato.

v.10: Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno. La reciprocità e la fraternità sono i segni dell’amore cristiano. Questo vuol dire prima di tutto l’eguaglianza fra tutti, senza “padri” o “madri”, capi o padroni, maestri o dottori, perché voi siete tutti fratelli (Mt 23,8-10). Vuol dire, poi, la stima degli uni verso gli altri, nella varietà dei doni ricevuti e del proprio ruolo nella comunità, senza false umiltà o sottili ricatti, senza passività o ruoli privilegiati, senza svalutazioni o titoli onorifici. L’amore porta gioia, responsabilità, libertà.

vv.11-12: Siate impegnati, non pigri. L’amore non tollera la pigrizia, il dilazionare, lo scaricabarile, la musoneria. L’amore è servizio sollecito e attento, fatto con costanza, con tenacia, con gioia. La vita del cristiano è vissuta nella serenità, non nell’esaltazione; nella fortezza, non nell’autoritarismo; nella pazienza, non nella rassegnazione; nella fiducia gioiosa in Dio, non nel calcolo interessato.

v.13: Siate pronti ad aiutare chi è nel bisogno. È il tema della solidarietà tra credenti e tra Chiese, vista e vissuta come segno di comunione (cfr. la colletta per i poveri di Gerusalemme). L’aiuto nel bisogno (e non solo materiale!) è un’espressione concreta dell’amore fraterno. Un’altra espressione di esso è l’ospitalità verso i credenti o i missionari itineranti che facevano visita alle comunità o, più in generale, l’apertura del proprio cuore e delle proprie case ai bisognosi, a chi chiede un aiuto.

v.14: Chiedete a Dio di benedire quelli che vi perseguitano. Ora Paolo allarga il suo sguardo a tutti gli uomini, ad ogni persona che il cristiano incontra nella sua vita quotidiana. Per i rapporti con i persecutori si rifà ad un detto e alla prassi di Gesù riportata nei Vangeli (vedi Mt 5,44; Lc 23,34), anticipando un messaggio che riprenderà varie volte: rispondere al male con il bene, all’offesa con il perdono, all’ingiustizia con un atteggiamento e delle scelte positive, costruttive. Da notare che Paolo non dice: benedite quelli che..., ma dice di chiedere a Dio la forza di farlo, ben sapendo la difficoltà dell’uomo ad assumere questi atteggiamenti. Solo la forza della preghiera e la contemplazione dell’esempio di Cristo possono aprire il cristiano alla gratuità del perdono e della nonviolenza insegnata e vissuta da Gesù di Nazaret.

vv.15-16: Siate felici con chi è nella gioia, piangete con chi piange. È il tema della condivisione della vita delle persone: l’amore fraterno si spinge fino alla condivisione di tutti i momenti di vita dei fratelli. Ma perché ci sia vera solidarietà bisogna togliere ogni arrivismo: l’arroganza e l’orgoglio sono la morte della fraternità e portano allo sfruttamento, non alla condivisione. Lo stesso vale anche nell’impegno verso i poveri e nelle scelte a servizio del bene comune della società.

I rapporti con il mondo vv.17-21: Vivete in pace con tutti. Ritorna il tema della nonviolenza attiva. Lo stile del cristiano supera la vendetta, l’istinto di ricambiare il male ricevuto; persegue invece la pace, anche nelle situazioni più difficili, anche di fronte alla violenza fanatica e gratuita. Pur volendo difendere il bene comune e le persone innocenti; pur dovendo a volte constatare l’impossibilità del dialogo e della riconciliazione per l’ostinato rifiuto dell’altro, il cristiano cercherà sempre di non lasciarsi vincere dal male, ma di vincere il male con il bene. A volte il perdono gratuito sarà l’unica scelta possibile, sarà la testimonianza da lasciare impressa nella mente e nel cuore delle persone, affidando a Dio l’efficacia di essa.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Dio rimane fedele a Israele malgrado le sue infedeltà 1Io domando dunque: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch’io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino. 2Dio non ha ripudiato il suo popolo, che egli ha scelto fin da principio. Non sapete ciò che dice la Scrittura, nel passo in cui Elia ricorre a Dio contro Israele? 3Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno rovesciato i tuoi altari, sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita. 4Che cosa gli risponde però la voce divina? Mi sono riservato settemila uomini, che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal. 5Così anche nel tempo presente vi è un resto, secondo una scelta fatta per grazia. 6E se lo è per grazia, non lo è per le opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia. 7Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti. Gli altri invece sono stati resi ostinati, 8come sta scritto: Dio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchi per non sentire, fino al giorno d’oggi. 9E Davide dice: Diventi la loro mensa un laccio, un tranello, un inciampo e un giusto castigo! 10Siano accecati i loro occhi in modo che non vedano e fa’ loro curvare la schiena per sempre!

I gentili sono entrati accanto a Israele nel piano salvifico 11Ora io dico: forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta alle genti, per suscitare la loro gelosia. 12Se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza per le genti, quanto più la loro totalità! 13A voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, 14nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. 15Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti? 16Se le primizie sono sante, lo sarà anche l’impasto; se è santa la radice, lo saranno anche i rami. 17Se però alcuni rami sono stati tagliati e tu, che sei un olivo selvatico, sei stato innestato fra loro, diventando così partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18non vantarti contro i rami! Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. 19Dirai certamente: i rami sono stati tagliati perché io vi fossi innestato! 20Bene; essi però sono stati tagliati per mancanza di fede, mentre tu rimani innestato grazie alla fede. Tu non insuperbirti, ma abbi timore! 21Se infatti Dio non ha risparmiato quelli che erano rami naturali, tanto meno risparmierà te! 22Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; verso di te invece la bontà di Dio, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai tagliato via. 23Anch’essi, se non persevereranno nell’incredulità, saranno innestati; Dio infatti ha il potere di innestarli di nuovo! 24Se tu infatti, dall’olivo selvatico, che eri secondo la tua natura, sei stato tagliato via e, contro natura, sei stato innestato su un olivo buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire di nuovo innestati sul proprio olivo!

La predilezione di Dio conduce Israele verso un esito positivo 25Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. 26Allora tutto Israele sarà salvato, come sta scritto: Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà l’empietà da Giacobbe. 27Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati. 28Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla scelta di Dio, essi sono amati, a causa dei padri, 29infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! 30Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, 31così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia. 32Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!

Dossologia 33O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! 34Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? 35O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? 36Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

Approfondimenti

cf LETTERA AI ROMANI

Israele ha udito e compreso e una parte di esso ha creduto. Questa parte costituisce “un resto” come al tempo di Elia. L'altra parte è caduta nell'ostinazione perché ha rifiutato ciò che ha udito e visto. L'azione di Cristo ha svelato molti cuori in Israele, che sono finiti, per il loro rifiuto, nell'ostinazione (Lc 2,34).

Ma se sono caduti nell'ostinazione questo è per sempre? Paolo perentoriamente dice di no.

L'apostolo passa ad affermare che la caduta di Israele ha favorito l'ingresso dei pagani alla fede, poiché il Cristo non è apparso ai pagani legato ad una nazione, che poteva creare ostacolo, ma è apparso a loro nella sua entità universale. L'accoglienza di Cristo da parte dei pagani ha a sua volta suscitato la gelosia dei Giudei. Israele dunque è stato involontariamente ricchezza per le genti, e lo sarà ancora di più quando entrerà nella salvezza nella sua totalità.

“Se le primizie sono sante, lo sarà anche l'impasto; se è santa la radice, lo saranno anche i rami”. Infatti le primizie sono i patriarchi. Ora la primizia santa (Cf. Nm 15,19-21) è ancora capace di portare Israele ad accogliere Cristo. La radice santa, sono ancora i patriarchi, non potrà che avere rami santi. Una parte di quei rami ha accolto Cristo, un'altra parte è stata tagliata perché ha rifiutato Cristo. Al posto dei rami tagliati sono stati innestati i rami dell'olivo selvatico, cioè i pagani, che sono diventati per la fede in Cristo partecipi della radice santa. Ma i rami innestati nell'olivo buono non devono inorgoglirsi di fronte ai rami tagliati perché Dio ha il potere di reinnestarli “sul proprio olivo”.

Il rifiuto di Cristo di una parte di Israele ha facilitato l'ingresso dei pagani alla fede (“Ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza”), ma nello stesso tempo Israele si è chiuso nella disobbedienza rifiutando di ascoltare la gelosia che nasceva spontanea nel suo cuore. Così Israele chiuso nella disobbedienza conoscerà la misericordia di Dio, quando tutte le nazioni saranno entrate a far parte della Chiesa, allora la gelosia opererà il suo positivo effetto sbloccando Israele.

“O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie”. Paolo ha spinto la sua speculazione agli estremi delle sue possibilità sulla base dell'esperienza della gelosia provata dai Giudei, ma deve fermarsi riconoscendo che i giudizi di Dio e le sue vie sono inaccessibili alla mente umana.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Amore di Paolo per Israele 1Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera salgono a Dio per la loro salvezza. 2Infatti rendo loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza. 3Perché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. 4Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede.

La salvezza è per tutti 5Mosè descrive così la giustizia che viene dalla Legge: L’uomo che la mette in pratica, per mezzo di essa vivrà. 6Invece, la giustizia che viene dalla fede parla così: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà al cielo? – per farne cioè discendere Cristo –; 7oppure: Chi scenderà nell’abisso? – per fare cioè risalire Cristo dai morti. 8Che cosa dice dunque? _Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore, cioè la parola della fede che noi predichiamo. 9Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. 10Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. 11Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. 12Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato.

La fede viene dall'annuncio del Vangelo 14Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? 15E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene! 16Ma non tutti hanno obbedito al Vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato? 17Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo. 18Ora io dico: forse non hanno udito? Tutt’altro: Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino agli estremi confini del mondo le loro parole. 19E dico ancora: forse Israele non ha compreso? Per primo Mosè dice: Io vi renderò gelosi di una nazione che nazione non è; susciterò il vostro sdegno contro una nazione senza intelligenza. 20Isaia poi arriva fino a dire: Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me, 21mentre d’Israele dice: Tutto il giorno ho steso le mani verso un popolo disobbediente e ribelle!

Approfondimenti

cf LETTERA AI ROMANI

Amore di Paolo per Israele L'amore di Paolo per gli israeliti è grande: egli prega continuamente per la loro salvezza, cioè per la loro apertura a Cristo. Paolo riconosce che essi hanno zelo per Dio, ma questo non è compiuto con retta coscienza. Tuttavia, rimane il caso di ignoranza invincibile per i condizionamenti avuti dal Sinedrio e dai padri che formularono la pretesa di giungere alla giustizia davanti a Dio con le opere della Legge e non con la fede in Dio che salva a partire dalla gratuità del suo amore.

La salvezza è per tutti La fede esclude il dubbio: essa crede all'annuncio della Chiesa (testimone di Cristo e inviata da Cristo) che Cristo è venuto nella carne, è morto ed è disceso agli inferi e il terzo giorno è risuscitato dai morti. La non fede vuole scartare l'annuncio della Chiesa, e si esprime nell'oscuro pensiero che ci dovrebbe essere qualcuno che andasse a verificare se Gesù è risorto ed è in cielo quindi lo faccia discendere perché se ne ascolti da lui stesso la parola. Oppure se Cristo non è risorto ed è negli inferi ci debba essere qualcuno che ci vada e lo accerti e faccia salire Cristo per avere da lui direttamente la parola. Ma Cristo ha già donato la sua parola ed essa è continuamente annunciata. Già nel Primo Testamento qualcuno aveva cercato di mettere in dubbio la parola di Dio avuta nella teofania del Sinai, dove Dio aveva dato su tavole di pietra le sue dieci parole e le disposizioni per il culto, pensando che fosse necessario che qualcuno salisse in cielo o nel profondo del mare per averla e per crederla divina, ma la parola era già scesa dal cielo sul Sinai ed era “sulla tua bocca e nel tuo cuore”.

La fede viene dall'annuncio del Vangelo La predicazione del Vangelo è di necessità assoluta poiché “la fede viene dall'ascolto e l'ascolto riguarda la parola di Cristo“. Israele ha udito l'annuncio poiché “Per tutta la terra è corsa la loro voce” e, riguardo a Israele, “Tutto il giorno ho steso le mani verso un popolo disobbediente e ribelle!”. Paolo ha compreso perché Israele è diventato geloso: si diventa gelosi di un valore! Ma Israele nello stesso tempo si è sdegnato illudendosi di credersi nel giusto rifiutando il Vangelo: “Io vi renderò gelosi di una nazione che nazione non è; susciterò il vostro sdegno contro una nazione senza intelligenza”.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Il destino d'Israele e la pena di Paolo 1Dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: 2ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. 3Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. 4Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; 5a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Dio e la sua parola non sono venuti meno 6Tuttavia la parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele, 7né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza; 8cioè: non i figli della carne sono figli di Dio, ma i figli della promessa sono considerati come discendenza. 9Questa infatti è la parola della promessa: Io verrò in questo tempo e Sara avrà un figlio. 10E non è tutto: anche Rebecca ebbe figli da un solo uomo, Isacco nostro padre; 11quando essi non erano ancora nati e nulla avevano fatto di bene o di male – perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione, non in base alle opere, ma alla volontà di colui che chiama –, 12le fu dichiarato: Il maggiore sarà sottomesso al minore, 13come sta scritto: Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù. 14Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No, certamente! 15Egli infatti dice a Mosè: Avrò misericordia per chi vorrò averla, e farò grazia a chi vorrò farla. 16Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che ha misericordia. 17Dice infatti la Scrittura al faraone: Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra. 18Dio quindi ha misericordia verso chi vuole e rende ostinato chi vuole. 19Mi potrai però dire: «Ma allora perché ancora rimprovera? Chi infatti può resistere al suo volere?». 20O uomo, chi sei tu, per contestare Dio? Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: «Perché mi hai fatto così?». 21Forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare? 22Anche Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande magnanimità gente meritevole di collera, pronta per la perdizione. 23E questo, per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso gente meritevole di misericordia, da lui predisposta alla gloria, 24cioè verso di noi, che egli ha chiamato non solo tra i Giudei ma anche tra i pagani. 25Esattamente come dice Osea: Chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo e mia amata quella che non era l’amata. 26E avverrà che, nel luogo stesso dove fu detto loro: «Voi non siete mio popolo», là saranno chiamati figli del Dio vivente. 27E quanto a Israele, Isaia esclama: Se anche il numero dei figli d’Israele fosse come la sabbia del mare, solo il resto sarà salvato; 28perché con pienezza e rapidità il Signore compirà la sua parola sulla terra. 29E come predisse Isaia: Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato una discendenza, saremmo divenuti come Sòdoma e resi simili a Gomorra.

La giustizia di Dio è basata sulla fede 30Che diremo dunque? Che i pagani, i quali non cercavano la giustizia, hanno raggiunto la giustizia, la giustizia però che deriva dalla fede; 31mentre Israele, il quale cercava una Legge che gli desse la giustizia, non raggiunse lo scopo della Legge. 32E perché mai? Perché agiva non mediante la fede, ma mediante le opere. Hanno urtato contro la pietra d’inciampo, 33come sta scritto: Ecco, io pongo in Sion una pietra d’inciampo e un sasso che fa cadere; ma chi crede in lui non sarà deluso.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Il brusco passaggio di registro da ciò che precede, in particolare dal tono esaltante del canto di lode con cui si conclude il capitolo 8, alle espressioni di dolore e lacerazioni interiori dei primi versetti del capitolo 9, ha fatto pensare che i capitoli 9-11 siano una specie di excursus o addirittura un'inserzione posteriore (d'altronde il passaggio diretto da 8,39 a 12,1 risulterebbe più armonico); in realtà in Rm 9-11 Paolo riprende una questione che aveva lasciato emergere in 3,1-4: quali sono le prerogative d'Israele in quanto popolo eletto? E soprattutto: come si spiega nel piano di Dio il fatto che Israele non ha accolto Gesù come messia? Bisogna dire che la trattazione di tali temi, specialmente del secondo, fanno di questi capitoli un unicum nel panorama del cristianesimo delle origini, e continuano a stimolare la riflessione fino ai nostri giorni.

Il destino d'Israele e la pena di Paolo I primi versetti hanno la funzione di introdurre la questione del destino di Israele, facendo emergere la sua componente drammatica attraverso l'esternazione personale-emotiva di Paolo. Con Il v. 1 egli intende conferire, a quanto sta per dire un alto livello di veridicità e solennità («dico la verità... non mento »), coinvolgendo tuttto se stesso («la mia coscienza me ne da testimonianza») e indicando il suggello divino («in Cristo... nello Spirito Santo»), in una formulazione che è molto vicina a quella di un giuramento. Subito dopo Paolo rivela i suoi sentimenti di profonda afflizione (cfr. v. 2) di fronte a qualcosa di opprimente che sta davanti a lui e lo assilla nel suo intimo; prima di lasciar emergere la motivazione di tanta amarezza, Paolo esprime con termini molto forti, volutamente esagerati, ciò che è disposto a mettere in gioco pur di ottenere quanto gli sta a cuore: «vorrei... essere io stesso anatema (separato) da Cristo»! (v. 3a). Qui sembra di fatto contraddire totalmente quanto ha appena proclamato riguardo all'impossibilità di separare il cristiano dall'amore di Cristo (cfr. 8,35.39), e quanto ha affermato anche altrove sull'unione intima con lui (cfr. Gal 2,20; Fil 1,21); in realtà si tratta di un paradosso – non raro negli scritti paolini –, ossia di un modo estremo per dare risalto a qualche aspetto tipico del Vangelo. Finalmente fa capire il motivo della sua amarezza e insieme la finalità che vorrebbe raggiungere attraverso tale autocondanna: «in favore dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne» (v. 3b; cfr. 10,1: «Fratelli, il desiderio del mio cuore e la [mia] preghiera a Dio [sono] per loro in vista della salvezza»); ciò che lo affligge è dunque che essi non hanno aderito a Cristo. Velatamente lascia intendere una specie di scambio dei ruoli: poiché si sente strettamente legato ad essi (cfr. i termini: «fratelli.... consanguinei»), Paolo, che è unito a Cristo, se potesse, vorrebbe essere separato da lui affinché essi, che invece ne sono separati, ne risultino uniti (si può intravedere qualche analogia con Mosè, che chiede di essere cancellato dal libro della vita, a favore del popolo che ha peccato; cfr. Es 32,32). Il dispiacere di Paolo è reso acuto dal fatto che egli si sente tuttora un giudeo (cfr. 2Cor 11,22; Gal 2,15; Fil 3,4-6), appartenente sia in senso etico sia ideale al popolo che era il primo destinatario del Vangelo. Nei v. 4-5 si elencano le prerogative concesse con tale elezione divina: si tratta di ben nove titoli di vanto! La conclusione di questo elenco presenta Gesù, che è stato pienamente uomo proprio nascendo ebreo da ebrei, e per i cristiani di tutti i tempi ciò comporta il perenne debito nei confronti d'Israele, che ha tramandato la speranza messianica e ha donato al mondo il messia nella persona di Gesù Nazareno (cfr. Mt 1-2; Lc 1-2; Gv 4,22b). Conclude il versetto una dossologia che, in forma di benedizione, loda Dio che è «sopra ogni cosa» (v. 5b), cioè sovrano universale: di tutto e di tutti (giudei e gentili).

Dio e la sua parola non sono venuti meno Dopo questa introduzione, Paolo enuncia la tesi principale che intende sviluppare fino al v. 29: la parola di Dio non è venuta meno (cfr. v. 6a). L'argomentazione può essere poi suddivisa in due parti, una prima in cui si sottolinea l'elezione di Israele (9,6b-13), e una seconda in cui, in base alla sua insondabile libertà, Dio elegge sia un resto in Israele sia i gentili (9,14-29).

La parola di Dio non è venuta meno (9,6a) Il salto concettuale da ciò che precede è piuttosto ampio per risultare immediatamente comprensibile; egli infatti omette, dandolo per scontato, il passaggio finale del ragionamento: pur con tutte quelle prerogative (cfr. vv. 4-5), la maggior parte di Israele non ha creduto in Cristo, e quindi sembrerebbe essere escluso dall'antica elezione divina (da notare che l'elezione non viene menzionata tra quelle prerogative); è proprio così? E non andrebbe ciò contro la disposizione di Dio e quindi contro la sua onnipotenza? Ecco allora la tesi del v. 6a, che replica brevemente a tali domande sottintese (la situazione di Israele non è dovuta all'insufficienza della parola divina) e innesca l'argomentazione seguente, che è prettamente teologica. In particolare, il sintagma «parola di Dio» (solo qui in Romani, cinque volte in tutto nelle lettere di sicura attribuzione paolina) preannuncia le abbondanti citazioni bibliche contenute in questa sezione, proprio a dimostrazione che essa non è venuta meno, ma anzi resta perennemente valida (cfr. Gs 21,45; Is 40,8).

Dio ha eletto Israele (9,6b-13) La prima parte dell'argomentazione è annunciata dalla frase «non tutti quelli che sono (discendenti) da Israele sono (davvero) Israele» (v. 6b), con la quale Paolo compie una distinzione tra il livello etnico e quello spirituale (già implicita in 2,28-29), secondo il concetto biblico di «resto» (2Re 19,30; Is 11,11; Ger 23,3), che egli impiegherà poi in 9,27 per i giudei divenuti credenti in Gesù (come Paolo). A riprova di ciò riporta i caso dei patriarchi, ricordando che non è sufficiente la discendenza fisica da Abramo per essere figli suoi (cfr. v. 7; citazione di Gen 21,12) ed essere inclusi nella promessa (cfr. 4,13): l'elezione a «figlio di Dio» vale solo per Isacco, figlio della promessa, e non per il figlio della carne, cioè Ismaele (cfr. v. 8; ma anche Gal 4,31), come era stato predetto a Sara (cfr. v. 9, che cita Gen 18,10.14). La stessa cosa vale per Esaù e Giacobbe, figli gemelli nati da Rebecca e Isacco «nostro Padre» (cfr. v. 10; si riferisce a Gen 25,21-26). Qui Paolo, prendendo spunto da Gen 25,23 (che citerà subito dopo al v. 12b), inserisce un commento che costituisce un principio basilare del suo pensiero teologico: il disegno di Dio è basato sulla sua insindacabile chiamata, per cui egli sceglie liberamente e gratuitamente, senza badare alle opere (né quelle buone, né quelle cattive), o eventuali diritti naturali acquisiti (cfr. vv. 11-12a); infatti Dio sceglie tra i due fratelli quando non erano ancora nati, perciò indipendentemente dai loro meriti o demeriti. A conferma di quanto appena detto, i vv. 12b-13 riportano due citazioni bibliche; oltre al già menzionato Gen 25,23, anche Ml 1,2-3: «lo ho amato Giacobbe e odiato Esaù», dove non va rinvenuta una concezione da doppia predestinazione (alla salvezza o alla perdizione), ma si intende sottolineare unicamente la preferenza elettiva da parte di Dio per Israale (i verbi «amare» e «odiare» qui non vanno presi alla lettera, dal momento che in linguaggio semitico esprimono piuttosto il preferire una cosa all'altra; cfr. Mt 5,43; 6,24; Gv 12,25).

Nella sua libertà Dio elegge sia un resto in Israele sia i gentili (9,14-29) “Nella seconda parte dell'argomentazione, Paolo vuole dimostrare che le scelte di Dio, compiute nella sua insondabile libertà, non sono ingiuste (cfr. vv. 14-23), né nel chiamare i gentili che vengono associati al popolo di Dio (cfr. vv. 24-26), né verso Israele, da cui trae un resto (cfr. vv. 27-29).

In particolare, il v. 14, esplicita la domanda che poteva provenire da quanto appena detto, e insieme introduce la risposta che lo occuperà fino al v. 29: «C'è forse ingiustizia presso Dio?». In altri termini: non fa egli forse parzialità o favoritismi agendo in questo modo? (in 3,5 era stata presentata un'obiezione simile, però li era in gioco l'ingiustizia dell'uomo). Paolo subito rigetta tale possibilità; essa va esclusa poiché l'agire di Dio e la sua scelta non si basano sul principio della retribuzione (come aveva già accennato al v. 11 e chiarità meglio poi al v. 16). Intanto al v. 15 cita Es 33,19, che mette in luce come le disposizioni di Dio hanno la loro ragione in Dio stesso, nella sua volontà, e che comunque esse sono orientate alla misericordia e alla compassione verso l'uomo (non all'esclusione o alla punizione), come è poi spiegato al v. 16: l'elezione e la salvezza dipendono da Dio che usa misericordia, non dalla volontà o dagli sforzi dell'uomo (cfr. l'immagine della corsa, usata anche altrove da Paolo: 1Cor 9,24-27; Gal 2,2; 5,7; Fil 2,16; 3,12-14).

Nei vv. 17-18, per rafforzare la sua argomentazione, Paolo ricorre al libro dell'Esodo, e in particolare al caso del Faraone e del suo indurimento: malgrado la sua opposizione ostinata al piano di Dio per liberare Israele, il Faraone diviene comunque uno strumento per la manifestazione della potenza divina. In definitiva è sempre Dio a guidare gli avvenimenti della storia, anche quando l'uomo vi si oppone.

Nei vv. 19-23 Paolo insiste decisamente sulla assoluta libertà e sovranità di Dio, partendo dall'obiezione ragionevole e intrigante insieme: «perché, dunque, ancora rimprovera?»; in effetti, se tutto dipende da Dio, così che nessuno può resistergli (cfr. v. 19b), perché rimprovera l'uomo come se nella sua libertà potesse fare qualcosa contro di lui? La risposta inizia al v. 20a (solo abbozzata, attraverso l'interrogativo) con una specie di ammonizione a non arrogarsi la parità con Dio (cfr. Sap 12,12; Qo 5,1; Gb 16,8), e prosegue con la forma interrogativa fino al v. 23 (si contano altri tre interrogativi), riprendendo un'immagine biblica ben conosciuta, quella del vasaio che plasma i suoi artefatti, per applicarla alla nuova situazione di Israele confrontato con il Vangelo; come il vasaio con la creta, così Dio può disporre pienamente dell'uomo e dei popoli, sempre in vista del suo progetto salvifico (e non in vista della perdizione). L'immagine del vasaio viene applicata a Dio nei v. 22-23, per cui egli risalta come soggetto – unico – sommamente sovrano dell'azione; il senso complessivo risulta abbastanza chiaro (anche alla luce del successivo v. 24): nella sua sovranità Dio ha davanti a sé due gruppi di persone, i vasi d'ira sono coloro che non ha scelto o ha indurito (nel passato erano Ismaele, Esaù, il Faraone), attualmente rappresentano quei giudei che non hanno accolto il Vangelo (anche se Paolo significativamente non li identifica), mentre i vasi di misericordia sono il gruppo formato sia da giudei sia da gentili che lo hanno accolto. Va notato che verso i primi non viene espressa condanna, dal momento che, pur essendo stati oggetto d'ira, «pronti per la perdizione», Dio li ha sopportati «con grande magnanimità» (v. 22), lasciando anzi intravedere che egli si è servito di loro come strumenti per «far conoscere la ricchezza della sua gloria verso vasi di misericordia che lui aveva predisposto per la gloria» (v. 23), per cui anche l'ira, in definitiva, è funzionale alla misericordia (che rivela la sua vera potenza, cfr. v. 22a).

I vv. 27-29 parlano dei chiamati tra i giudei (cfr. v. 24) che, attraverso altre citazioni bibliche (Is 10,22-23, combinato con Os 2,1), vengono identificati come il «resto», cioè quella (piccola) parte di giudei che ha accolto il Vangelo; e ciò sta a testimoniare che la parola di Dio non è venuta meno (cfr, v. 28: «la (sua) parola infatti il Signore la compita pienamente»; cfr. v. 6a), e che c'è una parte di Israele che non è (vero) Israele (Cfr v. 6b). L'elezione non fa parte dei privilegi permanenti dei giudei (cfr. 9,4-5; come detto per i casi sopra menzionati di Ismaele, Esaù, il Faraone), ma dipende in modo incondizionato da Dio soltanto. In ogni caso bisogna notare che non c'è alcun accenno a punizione o altra azione negativa da parte di Dio verso chi è escluso dal resto; anzi, come sarà spiegato successivamente (cfr. 11,11-32), nel piano di Dio questa situazione è temporanea e funzionale all'ingresso dei gentili. Chiude la sezione, al v. 29, un'altra citazione biblica, da Is 1,9, che richiama la sorte di distruzione (il richiamo è alla fine di Sodoma e Gomorra), che sarebbe stata riservata a Israele infedele se Dio non avesse mantenuto la sua misericordia verso Sion lasciando sussistere un resto (ora applicato a quei giudei che hanno aderito al Vangelo), qui espresso attraverso la categoria sinonimica di discendenza (alla lettera: «seme», che esprime l'idea di qualcosa di piccolo ma ricco di potenzialità in vista del futuro).

La giustizia di Dio è basata sulla fede Dopo aver affermato che Dio chiama (molti tra) i gentili e soltanto un resto tra i giudei, Paolo chiarisce come ciò possa essere avvenuto. Paolo spiega come mai i gentili hanno avuto accesso alla giustizia mentre i giudei ne sono rimasti fuori. Il v. 30 presenta l'ormai tipico interrogativo «Che diremo, dunque?», poi, con un linguaggio tipico dell'ambito agonistico della corsa evoca la condizione in cui si trovavano i gentili in rapporto alla giustizia (si intende quella salutifera proveniente da Dio), la quale si ottiene mediante la fede (sola, cfr. 3,28): essi non la perseguivano, anzi, prima di aver ricevuto il Vangelo nemmeno sapevano che esistesse; credendo (in Cristo) essi l'hanno ottenuta. A differenza di Israele (ora considerato qui come giudaismo nel suo complesso, senza la distinzione fatta al v. 6b), che cercava la giustizia attraverso la Legge (cfr. v. 31a), cioè la giustificazione da conseguire mediante l'osservanza delle opere richieste dalla Torà (cfr. 2, 13), ma non raggiunse ciò che la Legge positivamente intendeva favorire (cfr. v. 31b). Le ragioni di questo fallimento sono già state esposte da Paolo in 7,7-25; qui, invece, l'apostolo indica un altro elemento: la giustizia ricercata «non (si basava) sulla fede, ma come (se venisse) dalle opere» (v. 32a; cfr. 3,28; la contrapposizione tra fede e opere è rimarcata specialmente in Gal 2,16; 3,2.5); la fede di cui parla, come si chiarisce meglio dopo, è quella caratterizzata cristologicamente (cfr. 10,4 e i versetti seguenti; anche perché i giudei non vengono accusati di mancare di fede in Dio, cfr: 10,2), mentre le opere sono essenzialmente quelle della Legge (ma non solo; cfr. 2,7; 12,8). In questo modo «inciamparono nella pietra d'inciampo» (v. 32b); il passo biblico proposto da Paolo, che è una combinazione di Is 8,14 e 28,16, intende indicare l'oggetto mancato della fede d'Israele: l'immagine della pietra evoca soprattutto l'idea di fondamento solido e rassicurante (implicitamente si vuole dire che così sarebbe stato per Israele se avesse aderito a Cristo), dal momento che però (purtroppo) i giudei non hanno aderito ad essa, la stessa pietra è diventata inciampo per la caduta (rileggendo al negativo la citazione del v. 33b: chi non crede in essa sarà svergognato). Che con «pietra» si voglia intendere Cristo lo si deduce dal contesto, specialmente da 10,4-17; inoltre il termine skándalon (qui tradotto con «inciampo», nell'espressione pétran skandálou, «una pietra d'inciampo») altrove in Paolo è riferito esplicitamente al Cristo crocifisso (cfr. 1Cor 1,23: «scandalo per i giudei»; Gal 5,11: «scandalo della croce»).


🔝C A L E N D A R I OHomepage

La vita secondo la Spirito: la libertà dei figli di Dio 1Ora, dunque, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. 2Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 3Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, 4perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito. 5Quelli infatti che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. 6Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. 7Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. 8Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. 9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. 11E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. 12Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, 13perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. 14Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. 15E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». 16Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. 17E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria. 18Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. 19L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. 20La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza 21che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. 23Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? 25Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. 26Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio. 28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati. 31Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? 33Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! 34Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! 35Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 36Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. 37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, 39né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Approfondimenti

Lectio sulla Lettera ai Romani – di don Sergio Carrarini (sacerdote della Diocesi di Verona parroco a Bosco di Zevio)

LA VITA SECONDO LO SPIRITO Il capitolo 8 è il vertice, il punto di arrivo di tutto il discorso di Paolo sulla giustificazione per grazia, perché sottolinea e approfondisce l’aspetto positivo della salvezza portata da Cristo: la vita nuova secondo lo Spirito e la promessa della vita eterna che attende l’umanità e l’intero universo. La luce e la speranza che riempiono questo capitolo risaltano ancor di più sullo sfondo buio dei capitoli precedenti e sottolineano con forza che il vangelo è proprio un “buona notizia” per l’uomo.

Centro focale del capitolo è lo Spirito Santo (citato 34 volte nella Lettera, 20 in questo capitolo), lo Spirito di Dio o Spirito di Cristo. Lo Spirito (alito, soffio, vento) indica la presenza vivificante di Dio nel credente, la forza che lo libera dalla schiavitù del male, la guida sulla via del bene, la primizia della nuova vita e la caparra della piena liberazione. Lo Spirito Santo è la forza di rinnovamento della storia umana e il fondamento della speranza.

L’azione dello Spirito ha una dimensione legata al presente, alla vita concreta del credente e della Chiesa (senza fughe dal mondo o derive spiritualistiche) e una dimensione futura, di speranza nella piena liberazione che Dio realizzerà alla fine dei tempi. Le due dimensioni sono sempre legate tra loro in un rapporto dinamico.

La persona guidata dallo Spirito (8,1-13) Questa prima parte del capitolo è centrata sul confronto fra carne e spirito, tra l’uomo carnale e l’uomo spirituale, tra una vita secondo la carne e una vita secondo lo spirito, tra l’essere schiavi della carne e l’essere servi dello spirito. Paolo usa tante espressioni diverse per indicare che i termini “carne” e “spirito” non vogliono indicare (come nella filosofia greca) “corpo” e “anima”, ma due modi di vivere, di pensare e di agire dell’uomo. Sono due concezioni contrapposte di vita.

Vivere secondo la carne vuol dire essere persone che guardano solo a se stesse, che cercano solo il proprio comodo, il proprio interesse, il proprio piacere personale, il successo, le cose materiali… Paolo e Giovanni (ed anche noi oggi) per indicare questa mentalità usano il termine egoismo. Vivere secondo lo spirito vuol dire vivere nell’obbedienza a Dio e nell’amore verso il prossimo, nell’attenzione alle persone e nel rispetto della vita, nella gioia di fare il bene e di costruire la pace. Sono due modi contrapposti di pensare e di vivere che coinvolgono tutti gli ambiti dell’esistenza umana, tutte le dimensioni della persona e della vita sociale. Qui Paolo ne cita alcune.

vv.1-4: Non viviamo più nella nostra debolezza, ma siamo fortificati dallo Spirito. Ricollegandosi con la conclusione del capitolo 7, Paolo usa il termine carne come sinonimo di debolezza, fragilità, incapacità di fare delle scelte positive (suggerite dalla coscienza e dall’educazione ricevuta). È il desiderio di trasgredire le regole per affermare se stessi, l’istinto di violenza per sopraffare gli altri, l’incapacità di resistere alle seduzioni delle mode, alle lusinghe della società del benessere.

L’uomo carnale è la persona senza forza di reagire, di essere critica, di fare scelte controcorrente; è la persona che fa quello che fanno tutti, che si crede libera ma in realtà è schiavizzata dalle mode e dalla propaganda, che ragiona ed agisce secondo i luoghi comuni dettati dal piacere e dall’interesse. L’uomo spirituale è quello che chiede a Dio la forza di reagire, perché ha coscienza della propria debolezza; quello che si apre allo Spirito per resistere e vincere le tentazioni della vita; quello che guarda e segue l’esempio di Gesù Cristo.

vv.5-8: Seguire l’egoismo conduce alla morte, seguire lo Spirito conduce alla vita e alla pace. Ora Paolo guarda alle persone che fanno scelte di egoismo non per debolezza, ma per convinzione, secondo una logica umana centrata sulla soddisfazione dei propri desideri e sull’assecondare le passioni che covano nel cuore dell’uomo. È un modello di vita propagandato dalla cultura del potere (oggi dai mezzi di comunicazione di massa) e tenacemente perseguito da molte persone.

Vivere secondo la carne diventa allora rifiuto cosciente della legge di Dio per seguire quella del proprio tornaconto personale, della sete di potere o di piacere, del desiderio di primeggiare e di comandare. I segni (o le conseguenze) di questa scelta di fondo sono vizi, immoralità, disonestà, cattiverie, violenze… di cui Paolo parla in 1,29-32 e nella Lettera ai Galati 5,19-24. Questa scelta di vita dettata dall’egoismo conduce alla morte, alla lontananza da Dio, al fallimento dell’esistenza. Vivere secondo lo Spirito invece vuol dire seguire il comandamento dell’amore e i dettami della coscienza, l’esempio di Cristo e delle persone che fanno il bene. Questo porta vita, gioia, pace, serenità, mitezza, armonia interiore e con tutti, rispetto della natura e speranza nel futuro.

vv.9-13: Se qualcuno non ha lo spirito di Cristo, non gli appartiene. Il terzo aspetto che viene ripreso da Paolo è quello legato alla religiosità umana, al modo di vivere il rapporto con il Signore. Vivere secondo la carne vuol dire vivere una religiosità esteriore, fatta di pratiche, di riti, di opere per sentirsi buoni, di osservanze per paura del castigo, di elemosine per farsi vedere dalla gente… Vivere secondo lo spirito vuol dire vivere un rapporto di amore verso Dio, di comunione con lui e con Gesù Cristo; vuol dire dare valore all’interiore più che all’esteriore, alla fede più che alle opere. È un rapporto da figli e non da servi, ispirato dalla fiducia e non dalla paura. Si può essere battezzati e cresimati, pregare quando si ha bisogno e fare delle elemosine, lavorare tutto il giorno e curare la propria famiglia… ma se non si è guidati dallo spirito di Cristo non si è veri cristiani.

Siamo figli ed eredi di Dio (8,14-30) La seconda parte del capitolo è imperniata sull’essere figli di Dio come dono portato da Cristo e realizzato dallo Spirito. Anche qui c’è una dimensione presente (già ora) di questo dono e c’è una dimensione futura (non ancora): la piena realizzazione sarà finale, nel momento dell’incontro definitivo con Dio, quando la salvezza raggiungerà tutti gli uomini e tutte le cose.

Questa grande visione di fede non è però statica, quasi un dono che scende dal cielo già bello e confezionato, da ammirare e custodire gelosamente (visione spiritualista), ma è dinamica, in continua evoluzione: siamo figli di Dio per dono, ma dobbiamo diventarlo per scelta; siamo figli di Dio per fede, ma un giorno lo vedremo faccia a faccia; siamo figli di Dio fragili e crocifissi, ma un giorno saremo gloriosi; amiamo il Padre in modo confuso e tentennante, ma un giorno saremo trasformati dal suo amore. Paolo esprime questa visione dinamica della figliolanza divina attraverso alcuni passaggi.

vv.14-16: Quelli che si lasciano guidare dallo spirito di Dio sono figli di Dio. Paolo sottolinea le due dimensioni dell’essere figli di Dio: avete ricevuto = il dono gratuito portato da Cristo attraverso lo Spirito; lasciarsi guidare = l’accettazione della persona che rende attivo il dono. Essere figli di Dio è dono e insieme impegno; è rivelazione e insieme ricerca; è grazia e insieme responsabilità. Paolo aggiunge poi un altro aspetto: essere figli è un passaggio, una conversione, un cambiamento di mentalità: è passare dalla paura di Dio alla confidenza, dall’atteggiamento dei servi alla tenerezza umile e fiduciosa dei figli. La paura di Dio è frutto del peccato; frutto dello Spirito è la fiducia.

v.17: Saremo eredi insieme con Cristo. Vivere come figli di Dio comporta però passare per la via della croce, come Gesù di Nazaret. Paolo non prospetta per i figli di Dio una vita tutta rose e fiori, tutta dolcezze e sentimentalismi, tutta miracoli e successi. Essere figli nel Figlio vuol dire seguire la sua strada, continuare nella nostra carne ciò che manca alla sua passione (Gal 2,19 e 6,17; Col 1,24) per la salvezza del mondo. Ma condividere la passione di Cristo vuol dire condividere un giorno anche la sua risurrezione, vuol dire diventare eredi con lui della gloria, della piena liberazione. Il dono dello Spirito e la fedeltà dell’uomo diventano garanzia, caparra, pegno, rinnovo delle promesse fatte da Dio agli antichi profeti e confermate in Cristo a tutti i credenti.

vv.18-27: Le sofferenze del tempo presente non sono assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà. Alla luce di questa promessa Paolo allarga il suo sguardo verso il futuro, verso la grandezza della potenza di Dio e sottolinea la sproporzione esistente tra l’oggi dell’uomo e il futuro di Dio. L’uomo rischia di restare prigioniero dei suoi limiti, di guardare solo all’oggi, non cogliendo il progetto di Dio sulla storia. Bisogna allargare lo sguardo al futuro promesso, per avere la forza di essere fedeli nel presente, per resistere nelle prove, per superare le tentazioni disseminate lungo il cammino di ogni credente e di ogni Chiesa.

Paolo sottolinea questa dimensione di speranza incarnata nelle contraddizioni e nell’opacità della storia umana con dei termini che ritornano parecchie volte: gemiti, sospiri, attesa impaziente:

  • dell’universo, prigioniero di un non senso, di una situazione di violenza e di degrado che non trova una spiegazione logica;
  • del cristiano, che è ancora in un cammino di fede tortuoso e incerto, segnato da rischi e paure, dubbi e insicurezze, sbagli e tradimenti;
  • dello Spirito, impegnato a guidare con fatica i credenti sulla via della fede, a trasformare in figli di Dio delle persone deboli, fragili, incostanti, inesperte, riottose.

Ma il contrasto tra i limiti della realtà umana e la grandezza della promessa di Dio dà un senso nuovo alle cose, le illumina con la luce della fede. Allora il male e la violenza presenti nella storia dell’umanità si trasformano nelle doglie del parto di un mondo nuovo; le persecuzioni del cristiano diventano il prezzo della liberazione; le debolezze umane diventano occasione per fare spazio alla forza dello Spirito; i dubbi diventano invito a fidarsi di Dio e ad affidarsi nelle sue mani.

vv.28-30: Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano. La conclusione di Paolo è un invito alla fiducia; è una visione assolutamente ottimistica della realtà fondata non sulle capacità dell’uomo, ma sulla potenza di Dio che sa trarre il bene anche dal male e che sta conducendo la storia verso la salvezza. Dio ha un progetto sull’umanità, con le sue tappe e i suoi passaggi: nessuna forza umana, nessun peccato, nessuna violenza possono impedire a Dio di realizzarlo. Il dono dello Spirito, la sua instancabile e sofferta azione nel cuore delle persone sono la garanzia che, nonostante le fragilità delle persone e le resistenze della natura umana segnata dal male, il progetto di Dio si realizzerà e la storia raggiungerà il traguardo fissato. Questa fede e questa speranza incrollabili fanno sgorgare dal cuore di Paolo un inno di lode all’amore fedele e inesauribile di Dio.

Canto all’amore fedele di Dio (8,31-39) Il capitolo si conclude con un inno di vittoria, quasi un canto di trionfo dei credenti vittoriosi sulle forze del male e della morte. Ma bisogna subito notare che questo canto di vittoria è messo in bocca a persone che stanno subendo la persecuzione, a gente che si avvia incatenata verso il Calvario. Anche se crocifissi e perseguitati, i cristiani sono nella gioia e si sentono vincitori, perché Dio è con loro e un giorno cambierà la loro situazione, la rovescerà. Questo inno di fede e di speranza non è un canto di trionfalismo umano o di esaltazione della croce, ma è un inno all’amore fedele di Dio che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili (Lc 1,52). Il canto ruota attorno a due serie di domande che hanno già trovato risposta nei capitoli precedenti.

vv.31-34: Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? La prima serie di domande è legata all’immagine del processo, con accusa e difesa dell’imputato (come avveniva ai cristiani chiamati a difendersi nei tribunali romani). Qui il riferimento, però, è al giudizio ultimo di Dio sulle persone e sulla storia. In questa accusa e difesa si sente ancora presente la paura di Dio, il richiamo alla legge e alla sua osservanza, alle opere buone e ai meriti da presentare come credenziali per ottenere l’assoluzione.

Paolo introduce allora l’immagine di Cristo come intercessore presso il Padre e quella dello Spirito come avvocato difensore (immagini riprese poi ampiamente dal Vangelo di Giovanni). Se il Padre ci ha mandato il Figlio come go’el e lo Spirito come avvocato difensore chi potrà opporsi a loro e fare da accusatore? Potrà mai lo Spirito del male essere più forte dello Spirito di Dio? Dio vuole salvare gli uomini, non condannarli (Gv 3,17)! Questa è la sua volontà e il suo progetto di salvezza rivelati da Gesù Cristo.

vv.35-39: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La seconda serie di domande si rifà all’immagine della persona sottoposta a prove per saggiare la sua fedeltà. Paolo elenca sette situazioni (come le sette fatiche di Ercole, ma senza nulla di eroico e di glorioso): quali fatti della vita potranno giustificare la rottura del rapporto di amore con Dio? Quali violenze degli uomini o sofferenze interiori potranno indurre al tradimento della fede? La vittoria di Cristo sulle forze del male, la sua fedeltà nella passione sono garanzia di vittoria per il cristiano, per chi vive e muore unito a lui.

Ma non ci sono solo le sofferenze a livello personale; ci sono anche delle forze più grandi: le ideologie e gli imperi, gli angeli e i demoni, le religioni e le superstizioni, i pesi del passato e gli incubi per il futuro, i disastri naturali e le catastrofi cosmiche…; c’è tutto un mondo in evoluzione che sembra andare verso la catastrofe finale (nucleare, ecologica, demografica, astrale?). Chi potrà superare queste prove? Chi potrà resistere fino alla fine?

La conclusione di Paolo è piena di fiducia e di speranza: niente e nessuno potrà impedire a Dio di amarci e a noi di restare uniti a lui, perché Dio è più forte dell’uomo e della sua cattiveria, Dio è più forte del male e degli imperi che esso crea, Dio è più grande del drago che regna nell’inferno, del mostro che sguazza nel mare della violenza, della bestia che domina il libero mercato, del falso profeta che ha il controllo dell’informazione. L’ultima parola sarà di Dio e non dell’uomo e sarà una parola di amore e di perdono. La garanzia è lo Spirito donato ai credenti!


🔝C A L E N D A R I OHomepage

La liberazione dalla Legge 1O forse ignorate, fratelli – parlo a gente che conosce la legge – che la legge ha potere sull’uomo solo per il tempo in cui egli vive? 2La donna sposata, infatti, per legge è legata al marito finché egli vive; ma se il marito muore, è liberata dalla legge che la lega al marito. 3Ella sarà dunque considerata adultera se passa a un altro uomo mentre il marito vive; ma se il marito muore ella è libera dalla legge, tanto che non è più adultera se passa a un altro uomo. 4Alla stessa maniera, fratelli miei, anche voi, mediante il corpo di Cristo, siete stati messi a morte quanto alla Legge per appartenere a un altro, cioè a colui che fu risuscitato dai morti, affinché noi portiamo frutti per Dio. 5Quando infatti eravamo nella debolezza della carne, le passioni peccaminose, stimolate dalla Legge, si scatenavano nelle nostre membra al fine di portare frutti per la morte. 6Ora invece, morti a ciò che ci teneva prigionieri, siamo stati liberati dalla Legge per servire secondo lo Spirito, che è nuovo, e non secondo la lettera, che è antiquata.

Il rapporto drammatico tra il peccato e la Legge 7Che diremo dunque? Che la Legge è peccato? No, certamente! Però io non ho conosciuto il peccato se non mediante la Legge. Infatti non avrei conosciuto la concupiscenza, se la Legge non avesse detto: Non desiderare. 8Ma, presa l’occasione, il peccato scatenò in me, mediante il comandamento, ogni sorta di desideri. Senza la Legge infatti il peccato è morto. 9E un tempo io vivevo senza la Legge ma, sopraggiunto il precetto, il peccato ha ripreso vita 10e io sono morto. Il comandamento, che doveva servire per la vita, è divenuto per me motivo di morte. 11Il peccato infatti, presa l’occasione, mediante il comandamento mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte. 12Così la Legge è santa, e santo, giusto e buono è il comandamento. 13Ciò che è bene allora è diventato morte per me? No davvero! Ma il peccato, per rivelarsi peccato, mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene, perché il peccato risultasse oltre misura peccaminoso per mezzo del comandamento.

L'inefficacia della Legge nell'esperienza del peccato personale 14Sappiamo infatti che la Legge è spirituale, mentre io sono carnale, venduto come schiavo del peccato. 15Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. 16Ora, se faccio quello che non voglio, riconosco che la Legge è buona; 17quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 18Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; 19infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. 20Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 21Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. 22Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, 23ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra.

Dio libera l'uomo mediante Gesù Cristo 24Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? 25Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mia ragione, servo la legge di Dio, con la mia carne invece la legge del peccato.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La liberazione dalla Legge All'inizio del capitolo 7 viene ripreso il tema della Legge per spiegare che il cristiano è stato liberato anche da essa. La Legge è in vigore solo fin tanto che l'uomo è vivo, ad esempio, la donna maritata diventa libera dal vincolo coniugale nel momento in cui muore il marito e l'accusa di adulterio viene a cadere automaticamente se la donna diventa di un altro uomo dopo la morte del marito; in quel caso infatti è libera di appartenere a un altro. Così la Legge non è più vincolante per chi diventa cristiano, perché questi – partecipando alla morte di Cristo (questo è il senso dell'espressione «mediante il corpo di Cristo») – ormai appartiene esclusivamente a lui, come fosse un nuovo partner coniugale (cfr. 1Cor 7,4; 2Cor 5,15; 11,2), a colui che è sempre vivo in quanto «è stato risuscitato dai morti».

I vv. 5-6 continuano l'applicazione ai cristiani, esplicitando questo ultimo concetto del portare frutto, riferito rispettivamente ai due momenti della vita, quello del passato contrassegnato dalle passioni peccaminose (cfr. v. 5), e quello della condizione presente di cristiani liberati (cfr. v. 6). In particolare al v. 5 fa la sua comparsa per la prima volta il concetto tipicamente paolino di «carne» nella sua valenza negativa (nelle occorrenze precedenti indicava piuttosto la fisicità o la genericità dell'essere umano).

Il «ma ora» (v. 6) indica la svolta decisiva che ha inaugurato l'attuale condizione del cristiano (il riferimento è all'adesione a Cristo avvenuta con la fede e il Battesimo), sciolto dai legami della Legge, morto a ciò che lo tratteneva, come detenuto, per «servire nella novità dello Spirito». Cosi Paolo definisce qui la vita cristiana, che comporta il paradosso di essere liberati per essere servitori, però secondo l'ordine nuovo e ringiovanente dello Spirito, e non più secondo l'ordine vecchio e opprimente della lettera, cioè della prescrizione esteriore della Legge. I cristiani dunque, partecipando alla morte di Cristo, hanno sperimentato la liberazione dal peccato e dalla Legge, e le esigenze della vita nuova derivano proprio dalla piena appartenenza a lui (sulla concretezza di tali esigenze sul piano etico Paolo si soffermerà poi a partire dal c. 12).

Il rapporto drammatico tra il peccato e la Legge Avendo affermato che il cristiano è morto non solo al peccato ma anche alla Legge, in qualche modo si dava per scontata una stretta affinità tra peccato e Legge, fino a far pensare a una loro identificazione: «la Legge è peccato?» (7,7a). La negazione dell'equivalenza è altrettanto netta (con l'ormai consueta formula «Non sia mai!»), ma evidentemente sarebbe insufficiente senza l'ampio sviluppo che appunto segue subito dopo, una delle pagine più celebri dell'epistolario paolino.

Paolo riprende quanto già affermato in 3,20 (la conoscenza del peccato attraverso la Legge), in più aggiunge ora l'elemento del desiderio connesso con la Legge: quel tipo di desiderio che ha come oggetto ciò che è proibito dalla Legge, proprio per questo viene da essa fomentato nel momento in cui lo fa conoscere all'uomo. Il peccato – qui nel senso paolino di potenza personificata, preesistente alla Legge – sfrutta il comandamento come un pretesto per entrare in azione e provocare così ogni sorta di desideri negativi.

Il v. 12, per il suo tono altamente positivo sulla Legge, a prima vista risulta una conclusione inaspettata dopo quanto è stato appena detto (cioè che la Legge favorisce il peccato); a ben vedere però si intuisce l'intento di Paolo, che così vuole far cadere l'accusa che sia la Legge all'origine del peccato o addirittura a causare la morte (sarebbe agli antipodi della concezione giudaica!), e fornire una prima risposta alla domanda iniziale (cfr. 7,7a). Paolo cerca di andare incontro al suo interlocutore giudeo-cristiano, concedendogli il suo punto di vista, e cioè che sì la Legge in sé è buona e santa, e tuttavia si rivela del tutto impotente riguardo alla giustificazione e alla salvezza, anzi, finisce per favorire il peccato con le sue conseguenze mortifere.

Il v. 13, attraverso la domanda iniziale (che sostanzialmente è una riformulazione di quella in 7,7a), riprende quanto appena detto (cfr. vv. 7b-12) e fa compiere il passaggio verso ciò che segue (cfr. vv. 14-23); ancora una volta all'interrogativo segue subito la negazione e poi il ridimensionamento di quest'ultima attraverso un avversativa («non sia mai! invece»), per dire che è il peccato (e non ciò che di per sé è buono, cioè la Legge e il comandamento) a causare la morte, e tuttavia la Legge (e il comandamento, che in qualche modo la rappresenta) detiene un ruolo strumentale perché il peccato si manifesti in tutta la sua portata negativa.

L'inefficacia della Legge nell'esperienza del peccato personale Qui emerge in tutta la sua drammaticità la lacerazione dell'uomo che vorrebbe seguire la Legge, ma è dominato dal peccato, contro il quale essa si dimostra del tutto inefficace (cfr. 7,14-25).

Il v. 14 ribadisce la bontà della Legge – «è spirituale» (cioè di origine divina) – la quale però si scontra con la situazione «carnale» dell'uomo (cfr. 7,5), posto sotto la sfera del peccato che spadroneggia su di lui.

Il v. 15 descrive il modo in cui il peccato esercita il suo dominio sull'uomo: questi, pur sapendo come si dovrebbe agire (cfr. «ciò che voglio») non riesce a capire come mai agisce in un altro modo (cfr. «ciò che detesto»); qui Paolo dà spazio a un'esperienza comune e universale. La bontà della Legge divina è confermata dal fatto che nella sua coscienza l'uomo riconosce la giustezza di ciò che essa richiede, e che egli vorrebbe eseguire (cfr. v. 16); ma qui entra in gioco una potenza estranea che abita in lui e prende il sopravvento, cosicché non è l'uomo ad agire, ma è il peccato in lui (cfr. v. 17 e anche il v. 8). Proprio quest'ultima affermazione porta a escludere che questo «io» possa essere un cristiano, dal momento che, essendo tale, in lui abita lo Spirito Santo (cfr. 8,9.11).

I vv. 18-20 ripetono sostanzialmente quanto già detto nei vv. 14-17, con l'effetto di sottolineare al massimo la lacerazione interiore sofferta dall'uomo. In particolare il v. 18 riprende il tema dell'inabitazione, per confermare il versetto precedente attraverso la negazione del contrario: «in me, cioè nella mia carne, non abita il bene» (la carne ancora una volta indica la creaturalità corrotta dal peccato); così il v. 19 riformula con poche variazioni il v. 15, e il v. 20 riprende il v. 17.

I vv. 21-23 rimettono la «Legge» al centro della trattazione; ma non si tratta in modo univoco della Legge mosaica, bensì di varie «leggi»: la «legge» come un principio impositivo di funzionamento, quasi un meccanismo (v. 21); la «legge di Dio» (v. 22); «un'altra legge nelle mie membra» (v. 23a), contro «la legge della mia mente» (23b); «la legge del peccato» (v. 23c). La stessa parola, con un senso diverso, viene usata più volte a brevissima distanza l'una dall'altra; il senso di disagio che deriva da tale molteplicità e complessità è finalizzato a sconfessare chi – come il giudeo – ritiene vi sia un'unica legge la cui osservanza risolve ogni problema. L'io si rende conto che in lui infuria una battaglia tra titani: «un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi imprigiona nella legge del peccato».

Tutto il brano di 7,7-23 ovviamente sembra prestarsi bene a una lettura a livello psicologico, perfino chiamando in causa il subconscio, tuttavia, a causa dei soggetti in gioco (l'io, il peccato e la Legge) il livello da preferire è quello teologico: la radicale incapacità dell'uomo di affrancarsi dal male con le proprie forze, senza la grazia di Dio. D'altra parte, se sembra prevalere un cupo pessimismo morale da parte dell'autore, in realtà tutto il quadro tenebroso ha soprattutto la funzione di preparare il versante in luce che splenderà in tutta la sua forza nel capitolo 8 analogamente a come 1, 18-3,20 era stato funzionale a 3,21-5,21), e che è preparato dalla conclusione dell'intera sezione 7,7-25.

Dio libera l'uomo mediante Gesù Cristo Al termine di tale drammatica descrizione della condizione dell'uomo sotto il peccato e sotto la Legge, compare una sconsolata constatazione personale, che esprimerebbe soltanto disperazione (cfr. v. 24a: «Uomo infelice che sono!»), se l'interrogativo subito annesso non lasciasse emergere l'anelito verso un evento liberatorio (cfr. v. 24b; «Chi mi libererà da questo corpo di morte?», cioè dalla condizione di chi è sottoposto al peccato e ai suoi effetti mortiferi). La risposta, difatti, arriva puntuale e pienamente risolutiva, e viene da chi ha già sperimentato di essere stato liberato da quel «corpo di morte»; infatti si rende grazie a Dio che libera l'uomo mediante Gesù Cristo (cfr. v. 25a), cioè mediante la redenzione, la giustificazione e la riconciliazione avvenute attraverso la morte e risurrezione di Cristo. Tale ringraziamento concluderebbe molto bene tutto il brano e si collegherebbe perfettamente a 8,1; la seconda parte del v. 25, invece, fa problema perché inaspettatamente costringe a tornare indietro con lo sguardo, interrompendo la svolta positiva; diversi motivi inducono a considerarla una glossa, come fanno numerosi commentatori.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

I battezzati in Cristo sono sottratti alla potenza del peccato 1Che diremo dunque? Rimaniamo nel peccato perché abbondi la grazia? 2È assurdo! Noi, che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere in esso? 3O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? 4Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. 5Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. 6Lo sappiamo: l’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché fosse reso inefficace questo corpo di peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. 7Infatti chi è morto, è liberato dal peccato. 8Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10Infatti egli morì, e morì per il peccato una volta per tutte; ora invece vive, e vive per Dio. 11Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. 12Il peccato dunque non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri. 13Non offrite al peccato le vostre membra come strumenti di ingiustizia, ma offrite voi stessi a Dio come viventi, ritornati dai morti, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia. 14Il peccato infatti non dominerà su di voi, perché non siete sotto la Legge, ma sotto la grazia.

I cristiani sono a servizio di Dio che salva 15Che dunque? Ci metteremo a peccare perché non siamo sotto la Legge, ma sotto la grazia? È assurdo! 16Non sapete che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale obbedite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell’obbedienza che conduce alla giustizia? 17Rendiamo grazie a Dio, perché eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quella forma di insegnamento alla quale siete stati affidati. 18Così, liberati dal peccato, siete stati resi schiavi della giustizia. 19Parlo un linguaggio umano a causa della vostra debolezza. Come infatti avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità, per l’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia, per la santificazione. 20Quando infatti eravate schiavi del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia. 21Ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Il loro traguardo infatti è la morte. 22Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, raccogliete il frutto per la vostra santificazione e come traguardo avete la vita eterna. 23Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

I battezzati in Cristo sono sottratti alla potenza del peccato La questione era rimasta in sospeso (cfr. 3,8) e la conclusione del capitolo precedente l'ha fatta riemergere (cfr. 5,20-21); ora Paolo pone apertamente la questione: «Ci metteremo a peccare perché non siamo sotto la Legge, ma sotto la grazia?». Da una parte viene presentata la grazia come il favore divino dischiuso dalla morte di Cristo che rappresenta il nuovo ambito vitale del cristiano (cfr. 5,2.15-21); dall'altra c'è il peccato, quasi potenza personificata in cui l'uomo è invischiato a partire da Adamo, che favorisce il moltiplicarsi di azioni malvagie (cfr. 5,12-21). Si parla del peccato per rimarcare la sua incompatibilità con il nuovo status del cristiano, escludendo categoricamente (cfr. 6,2a: «non sia mai!») che per favorire la grazia – visto che essa ha sovrabbondato verso i peccatori – si debba in qualche modo rimanere in esso (cfr. v. 1). Attraverso una domanda retorica (che implica cioè una risposta ovvia) Paolo oppone un rifiuto netto: chi come noi (cioè mittente e destinatari) è morto al peccato non può più vivere in esso (cfr. v. 2b). L'affermazione «siamo morti al peccato» è perentoria, non è un' esortazione a non peccare, bensì una constatazione di qualcosa che è già avvenuto nel passato, e tuttavia la densità dell'assunto implica una serie di cose che certamente necessitano di ulteriore precisazione: che cosa vuol dire «morire al peccato»? Come e quando è avvenuta tale morte?

Il chiarimento viene offerto nei versetti che seguono (cfr. 6,3-11), a cominciare da una nuova domanda retorica (cfr. v. 3a: «non sapete che...»), che lascia subito intendere il «quando» ciò è avvenuto. Certamente i destinatari della lettera avevano sperimentato il battesimo e conoscevano il senso di un'espressione come «essere battezzati nel nome di Cristo» (cfr. At 2,38; 19,5; Mt 28,19), Paolo tuttavia sottolinea ciò che per lui è l'aspetto fondamentale del battesimo cristiano: non tanto quello della remissione dei peccati (cfr. At 2,38), ma quello dell'essere battezzati (alla lettera, «immersi») in Cristo che significa essere inseriti in questo nuovo ambito vitale, che sostituisce quello vecchio, ad esso opposto, del peccato (cfr. vv. 1-2).

Se il cristiano, partecipando alla morte di Cristo, è sottratto già ora alla potenza del peccato, tuttavia non partecipa ancora alla sua risurrezione corporea. Di una cosa, però, dovrebbe essere consapevole: «l'uomo vecchio», l'uomo cioè ancora fuori e prima di Cristo, dominato dal potere del peccato che lo schiavizza, «è stato con-crocifisso» (v. 6; cfr. Gal 2,19; 5,24); tale con-crocifissione esprime soprattutto la partecipazione del cristiano ai benefici salvifici connessi con la morte di Cristo (e ciò avviene – come ha spiegato in 3,21-26 – mediante la fede, che precede lo stesso battesimo). La finalità è quella di rendere impotente il «corpo del peccato» (che non è la parte carnale-peccaminosa dell'uomo, ma semplicemente un sinonimo di “uomo vecchio”) e di mettere fine allo stato di schiavitù; tale è l'inizio del nuovo status di vita del credente, che si apre ora alla prospettiva della liberazione dal potere del peccato (e al passaggio a un'altra signoria, di cui Paolo parla poi più avanti, cfr. vv. 15-23).

Tale ultima finalità – e insieme effetto positivo – della nostra partecipazione alla morte di Cristo è confermata dalla frase-sentenza successiva: «chi è morto, è giustificato dal peccato» (v. 7). Probabilmente Paolo lascia riecheggiare un principio generale conosciuto nel mondo giudaico-rabbinico, per cui chi è morto è considerato ormai libero dall'osservanza dei comandamenti, e quindi dai peccati; là esso però era applicato alla morte fisica, qui invece si tratta in definitiva di un uso metaforico del verbo «morire», dal momento che si riferisce alla morte di chi partecipa misticamente alla morte di Cristo. In altre parole: unendosi alla morte di Cristo, i credenti condividono il suo stato di separazione dal peccato, per cui vengono giustificati-liberati dal peccato e sottratti alla sua tirannia.

Con i vv. 8-11 Paolo passa dal tema del «morire al peccato» (inteso complessivamente come separazione da esso) a ciò che ne rappresenta la finalità, cioè il «vivere per Dio» (cfr. vv. 8.11). Con altre parole il v. 8 ripete sostanzialmente quanto già affermato al v. 5, e che riecheggia di fatto il kerygma pasquale contenuto nelle prime confessioni di fede (cfr. 1Cor 15,3-5), qui ripreso però in termini che lasciano emergere maggiormente la prospettiva partecipativa-comunitaria.

Nei vv. 12-14 il discorso, da affermativo, diviene chiaramente esortativo: con una serie di imperativi, Paolo invita i cristiani a far si che il loro essere «morti al peccato» in base all'inserimento nella morte di Cristo, si traduca sul piano dell'etica in un impegno esigente nel non lasciar più margini di manovra al peccato detronizzato. Così già dal v. 12 si deduce che malgrado esso sia ormai stato vinto da Cristo, evidentemente è ancora in grado di esprimere il suo influsso malefico nei peccati dei cristiani, per questo Paolo li mette in guardia perché non si lascino insidiare nel loro «corpo mortale», sottostando alle passioni da esso fomentate. Il v. 13 propone una specificazione dell'ammonizione precedente (le membra ora sono al posto del corpo) per dire essenzialmente di non favorire il peccato, lasciando che qualcosa di noi si metta a suo servizio (come «strumento di ingiustizia»), bensì tutta la persona sia a servizio di Dio, come si addice a chi ha sperimentato il passaggio dalla morte alla vita (cfr. vv. 9.11), ponendo così tutto se stessi a servizio della giustizia (cioè di un vissuto etico corrispondente; cfr. 12,1 con lo stesso verbo «offrire»).

Il v. 14 chiude questo primo momento con un'affermazione di serena certezza che, malgrado il perdurare dell'insidia e della peccabilità, la vittoria è già ottenuta, l'uomo vecchio ormai è stato crocifisso con Cristo: «il peccato... non dominerà su di voi», perché i credenti ormai si trovano «sotto la grazia»; il passaggio di signoria avvenuto con l'inserimento in Cristo (battesimo) impedisce che il cristiano sia soggetto a qualsiasi altra potenza, sia essa il peccato (e questo risponde alla domanda del v. 1: la grazia non può coabitare con il peccato) oppure la Legge. Quest'ultimo riferimento potrebbe sorprendere, dal momento che non si parlava più della Legge da 5,20; effettivamente però la questione del rapporto tra la Legge e il peccato, lì menzionati come fossero alleati contrapposti alla grazia, era rimasta aperta; ora tale conclusione funge da gancio per collegare l'esposizione successiva dedicata a precisare che il cristiano non è più sotto il peccato né sotto la Legge.

I cristiani sono a servizio di Dio che salva Il v. 15 indica che ora il tema sta per spostarsi da quello del peccato a quello della Legge. In particolare l'ultima conclusione poteva suscitare ancora l'accusa di favorire il libertinismo: se non si è sotto la Legge, allora si può peccare liberamente (cfr. v. 15: «dovremmo peccare»), visto che i (singoli) peccati non possono essere imputati senza di essa (cfr. 5,13). Paolo è consapevole che un interlocutore cavilloso avrebbe potuto sollevare l'obiezione, perciò formula lui stesso la domanda; la prima risposta, immediata, ancora una volta è nettamente negativa; poi nei versetti successivi essa viene ampiamente sviluppata. La Legge non verrà nominata di nuovo, se non all'inizio del capitolo 7, ma tale assenza è intenzionale, proprio rispetto a chi si aspettava che venisse invocata come principale baluardo contro l'agire peccaminoso, e ciò doveva risultare sorprendente: Paolo non fonda la sua parenesi in opposizione al peccato richiamandosi alla Legge e ai suoi comandamenti (come avrebbe fatto il giudaismo ufficiale); anzi, egli da parte sua ha già lasciato intendere (cfr. 3,20; 5,13.20) – e tra poco lo spiegherà – che proprio il precetto diventa stimolo per peccare (cfr. 7,8).

Di fatti Paolo, invece di appellarsi alla normatività della Legge, parte (cfr. v. 16) dai dati dell'esperienza comune riguardo all'essere servo-schiavo di qualcuno o qualcosa (e anche nella storia politico-religiosa israelitica non mancavano esempi). Chi è schiavo è obbligato all' obbedienza, è a totale disposizione di chi si è scelto come padrone: o del peccato per la morte, o dell'obbedienza (potrebbe intendersi la fede) per la giustizia (cfr. l'ammonimento evangelico di Mt 6,24: «nessuno può servire a due padroni»). In realtà il cristiano ha già scelto, la schiavitù del peccato è alle sue spalle, il passaggio di signoria è già avvenuto, egli ha già intrapreso la via dell'obbedienza all'insegnamento tipico (cfr. v. 17) cristiano che è stato trasmesso; di questo Paolo rende grazie a Dio, perché tale passaggio, già avvenuto nei suoi destinatari, è opera della sua grazia.

Che si tratta di un cambiamento di signoria, con corrispettivo asservimento, lo si dice chiaramente al v. 18: «resi liberi dal(la schiavitù del) peccato, siete stati resi schiavi della giustizia»; fa qui la prima comparsa la terminologia della libertà (cfr. poi 6,22; 8,2.21), ma in nessun modo per favorire il libertinismo (la liberazione è infatti dal peccato e dalla sua oppressione, non libertà di peccare), bensì per porsi a servizio esclusivo della giustizia (cioè del giusto comportamento, cfr. 6,13). Paolo si rende conto che questo modo di esprimersi è paradossale (la libertà come schiavitù, anche se della giustizia), per questo con la frase iniziale del v. 19 («Parlo alla maniera umana») vuole palesare la sua difficoltà nello spiegare adeguatamente la realtà del nuovo status del cristiano, e giustificare così il ricorso a esempi tratti dall'esperienza (cfr. Gal 3,15: «parlo secondo un punto di vista umano»; in Romani l'esempio viene poi in 7,2-3; l'esperienza che sta dietro queste righe però è soprattutto quella vissuta da Paolo stesso con l'evento di Damasco!) che possano rendere meno ardua la comprensione da parte dei destinatari («a causa della debolezza della vostra carne»). Così egli riprende negli stessi termini le situazioni esistenziali opposte già presentate al v. 13, aggiungendovi ulteriori elementi sia da un lato che dall'altro: il passato status di asservimento al peccato è declinato nei termini di «impurità» e «iniquità»; mentre dall'altro lato, alla giustizia si aggiunge la «santificazione» (v. 22), termine altrettanto complessivo per esprimere una vita pienamente orientata a Dio e irreprensibile sul piano morale.

I vv. 20-21 riprendono il tema della vita passata contrassegnata dal peccato e dalla morte conseguente, e si contrappongono alla situazione presente del cristiano descritta al v. 22; in particolare il v. 20 riformula in modo opposto le frasi del v. 18, presentando così una libertà di segno negativo, come affrancamento dagli obblighi di giustizia (in fondo si tratta della falsa libertà del libertinismo); ma l'esito di quella passata condizione di schiavitù al peccato, nella quale si commettevano cose vergognose (disonorevoli e peccaminose), era la morte (cfr. v. 21); ora, invece, il cristiano è libero dal peccato, ma è schiavo di Dio (al v. 18 aveva detto «schiavi della giustizia»): ancora una volta compare il concetto paradossale della nuova schiavitù (cfr. 1,1: «schiavo di Cristo»), ora però ha come esito la santificazione e come fine la vita eterna (cfr. v. 22).

La sezione si conclude con l'ultima contrapposizione tra il peccato e la grazia di Dio: il compenso, obbligato, di chi si pone a servizio del primo è la morte; ciò che si riceve da Dio, come dono gratuito, per chi passa sotto la sua signoria, è la vita eterna. Una dossologia simile a quella di 5,21, ma con la preposizione «in», esprime infine sia la mediazione che la partecipazione cristologica. La sezione 6,15-23, apertasi con la domanda connessa con la Legge, finora non ha toccato quel tema; Paolo non ha chiamato in causa la Legge come riferimento morale contro il peccato, perché secondo lui non lo è: nella vita nuova il cristiano è chiamato a confrontarsi essenzialmente con la grazia, con il dono di Dio che genera frutti di giustizia e santificazione.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

I frutti della giustificazione

La pace con Dio 1Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. 2Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. 3E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, 4la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. 5La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. 6Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. 7Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. 8Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 9A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. 10Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 11Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

Il confronto Adamo-Cristo e la liberazione dal peccato 12Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato... 13Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, 14la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. 15Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti. 16E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. 17Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. 18Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. 19Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. 20La Legge poi sopravvenne perché abbondasse la caduta; ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. 21Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

I frutti della giustificazione

La pace con Dio I primi due versetti presentano in modo essenziale (e con un certo tono di gioiosa fierezza) le conseguenze per il credente della confessione di fede espressa a conclusione del capitolo precedente, consistenti nel valore ed effetto positivo per il credente della mediazione di Cristo (5,1c), realizzata con la sua morte e risurrezione: a partire dal passato della giustificazione, esse si estendono al presente della pace con Dio e riguardano anche il futuro, avvolto nella speranza della sua gloria.

Punto di partenza è l'essere stati resi giusti in base all'atto di fede (cfr. ancora la tesi-propositio di 1,17); il risultato della ottenuta giustificazione è la pace (cfr. Is 32,17: «effetto della giustizia sarà la pace»), un concetto molto ricco dal punto di vista biblico (cfr. lo salôm, già in 1,7; «il Dio della pace» in 15,33 e 16,20; «egli [Cristo] infatti è la nostra pace» in Ef2,14) e che in ambito ellenistico richiama i rapporti interpersonali vissuti in armonia e amicizia. In questo senso, per la componente di reciprocità e comunione anche interumana, il dono della pace supera quello espresso attraverso le categorie forensi della giustificazione, che erano più a senso unico, di una giustizia cioè proveniente dall'alto, da Dio verso l'uomo.

Il tema della mediazione di Cristo prosegue anche nel v. 2: essa rende possibile l'accesso, mediante la fede, alla grazia, cioè al favore, alla benevolenza divina: da notare che tale immissione nella comunione e nella benevolenza divine non avviene in base alla Legge e alle opere, ma – ancora una volta – in base alla fede, all'adesione personale a Cristo. Di questo il cristiano può vantarsi, di poter partecipare cioè alla grazia di Dio e di essere orientato alla «speranza della gloria di Dio» (v. 2), cioè all'acquisizione dei beni escatologici. La speranza – di cui Paolo aveva già parlato nel midrash su Abramo (cfr. 4,18) – ora inizia ad assumere la connotazione tipicamente cristiana: la fiduciosa attesa della partecipazione alla gloria divina in Gesù Cristo. La certezza di tali eccelse prerogative, non solo non viene contraddetta dalle tribolazioni, ma al contrario in Cristo paradossalmente esse diventano occasione di vanto (cfr. Rm 5,3; e perfino di gioia, cfr. 2Cor 7,4: «sono ricolmo di consolazione, pervaso di gioia, nonostante ogni nostra tribolazione»).

Con l'artificio della progressione tra gli elementi elencati, Paolo mette la speranza al culmine di una serie di situazioni-atteggiamenti in cui il precedente “produce” il successivo (cfr. vv. 3b-4): in un'ottica di fede, tutto ciò che potrebbe scoraggiare il cristiano, al contrario lo rafforza nel suo orientamento al Signore. Il motivo più profondo del vanto cristiano è svelato nel v. 5, quando Paolo spiega che la speranza cristiana non può deludere, in quanto ha un fondamento incrollabile su cui poggiarsi, che è l'amore stesso con cui Dio ci ama; questo amore di Dio è stato «riversato nei nostri cuori» con la mediazione dello Spirito Santo, dono anch'esso fatto da Dio al cristiano (e perciò è più di un semplice strumento di mediazione), cosicché emerge una strettissima connessione, quasi un'identificazione, tra l'amore di Dio e lo Spirito Santo, realtà eminentemente relazionale. L'espressione «nei nostri cuori», tipica di Paolo (in connessione con lo Spirito, cfr. 2Cor 1,22; Gal 4,6), esprime un'acquisizione stabile nella realtà intima dell'uomo, nella profondità del suo essere (cfr. Rm 8,9; 1Cor 3,16).

La speranza non delude – continua a spiegare Paolo – fornendo ora il radicamento storico-oggettivo di questo amore di Dio, perché «Cristo morì per gli empi» (v. 6): ora si chiarisce maggiormente ciò che intendeva Paolo con «espiazione nel suo sangue», fondamento della giustificazione del peccatore (cfr. 3,24-26; 4,5: Dio «giustifica l'empio»); e ciò avvenne «quando ancora eravamo deboli», in una situazione cioè di incapacità spirituale e morale; «al tempo stabilito» la valenza salvifica della morte di Cristo incontra l'uomo nella sua impotenza ed empietà per ribaltarne la sorte, altrimenti già segnata.

I v. 7-8 vanno letti insieme, dal momento che rappresentano le due parti di un ragionamento a fortiori basato sulle relazioni umane: anche se è difficile, tuttavia può verificarsi che qualcuno sia disposto a morire per una persona retta e buona (e l'antichità classica conosceva questi casi del dare la vita per un amico o per una buona causa); ebbene, la prova suprema dell'incomparabile eccesso dell'amore di Dio per noi è che esso ha come oggetto non i giusti, i buoni o gli amici, ma i peccatori, gli empi, i nemici (cfr. vv. 6.8.10; cfr. 1Gv 4,10), perciò il caso di Cristo che muore per essi («mentre eravamo ancora peccatori», empi, quindi nemici nei confronti di Dio: inclusi sono sia Paolo che i suoi destinatari) è davvero unico (se c'è chi dà la vita per un amico, certamente nessuno la darebbe per dei nemici). Al «per noi» dell'amore di Dio è associato inscindibilmente il «per noi» della morte di Cristo (cfr. Gv 3,16): nell'amore di Dio è implicato l'atto del supremo dono di sé fatto dal Cristo, un amore che a sua volta viene dimostrato soprattutto con quella morte (in Gal 2,20 si parla esplicitamente dell'amore di Cristo per l'uomo-Paolo peccatore).

I vv. 9-10, con altre due argomentazioni a fortiori proseguono sul piano prettamente cristologico, evidenziando le feconde ricadute della redenzione sul piano antropologico; esse infatti riguardano ora due momenti distinti della vita del cristiano: quello presente, che beneficia già dei determinanti effetti positivi che derivano dalla morte di Cristo avvenuta nel passato (giustificazione-riconciliazione), e quello futuro che – basato sulla stessa realtà della manifestazione nel presente dell'amore-giustizia di Dio – tanto più si apre alla prospettiva della salvezza escatologica. Il v. 9 evidentemente si riallaccia a 5,1 («giustificati»), mentre le formule dei vv. 9 e 10 (rispettivamente: «con il suo sangue» [si allude alla morte violenta sulla croce, cfr. 3,25] e «per mezzo della morte del Figlio suo»), parallele e praticamente sinonimiche, non sono che un'espansione ed esplicitazione di quella più tipica del v. 8 («mori per noi»). Il momento del resoconto finale è esposto all'ira (cfr. 1,18-32; 2,5), ma la mediazione di Cristo assicura al giustificato che in quel momento sarà salvato-preservato da essa: il futuro del verbo «saremo salvati» colloca la salvezza al momento escatologico, comprendendo la totalità, anche corporea, dell'uomo redento; mentre la forma passiva del verbo rimanda a Dio come agente, sgombrando così il campo da ogni possibilità di autoredenzione. Al v. 10 (e poi ribadito al v. 11) si incontra il tema, esclusivamente paolino nel Nuovo Testamento, della riconciliazione, connesso e complementare a quello della giustificazione; la menzione della «sua vita» (di Cristo) alla fine del versetto è un allusione alla risurrezione di Gesù, il secondo momento dell'evento pasquale (cfr. Rm 4,25; 6,10; 14,9; 2Cor 13,4).

Nel greco classico si parla di riconciliazione per esprimere il passaggio da uno stato di ostilità, di guerra tra due persone, a uno di amicizia, di pace. La riconciliazione implica sempre l'idea che sia l'offensore/debitore a riconciliarsi, oppure l'offeso/creditore ad essere riconciliato («risarcito», «placato»). Paolo riprende questo concetto, però in senso religioso, introducendovi una correzione decisiva e in certo senso rivoluzionaria: non è Dio che ha bisogno di essere riconciliato («placato») con gli uomini attraverso una qualche loro azione riparatoria. È Dio soggetto dell'azione: è lui che con la sua grazia prende l'iniziativa e riconcilia gli uomini a sé.

Il v. 11 chiude questa prima parte del capitolo 5 riprendendo i principali temi in esso sviluppati, quello del vanto, quello della mediazione di Cristo e, infine, quello della riconciliazione.

2. Il confronto Adamo-Cristo e la liberazione dal peccato Questa seconda parte del capitolo 5 conclude la prima grande sezione della lettera (1,18-5,21) e insieme prepara la seguente (cc. 6-8), dedicata alla status positivo del battezzato, dove a prevalere saranno i termini che indicano la partecipazione del credente al dono ottenuto da Cristo. Con il passaggio dalla prima persona plurale alla terza singolare o plurale, lo sguardo si fa più ampio, il discorso diventa più simile a quello di una trattazione teologica, in cui Paolo intende rispondere soprattutto alla domanda che emergeva dopo i vv. 1-11: in che rapporto stanno la grazia (e con essa la giustificazione, la vita) con il peccato (e con esso la condanna e la morte) e, in genere, con la situazione negativa di cui aveva parlato in 1,18-3,20 (specialmente in 3,9-20)?

Per farlo egli adotta l'espediente retorico del «confronto» tre due persone o due realtà per far risaltare la superiorità di una delle due; in più egli ricorre alla figura della prosopopea (personificazione di realtà astratte, come il peccato, la morte ecc.) e all'argomento a fortiori (già incontrato in 5,7-10). Attraverso il confronto fondamentale tra due uomini, Adamo e Cristo, a cui rispettivamente si rapporta l'umanità peccatrice e redenta, è come se Paolo riassumesse tutta la storia umana dalla creazione fino al compimento; in realtà, se Adamo è il punto di partenza letterario, il punto di partenza logico sottinteso è la sovreminente figura di Cristo.

Il v. 12 termina con un anacoluto (segnalato dai punti di sospensione); proprio su ciò che ora viene lasciato in sospeso cadrà l'accento principale dell'argomentazione, a partire dal v. 15. La prima frase, senza citarlo, allude al testo di Gen 2-3 (si punta il dito su un solo uomo», ma il nome di Adamo sarà citato al v. 14; l'uso di questa espressione, ripetuta ben nove volte nel brano, ha la funzione di mettere a confronto l'uomo Adamo con l'uomo Gesù, primogenito di una nuova umanità) e inizia a presentare il pensiero paolino sul peccato come origine del male e della morte: a differenza di concezioni giudaiche precedenti, Paolo attribuisce le universali conseguenze negative alla trasgressione del primo uomo (mentre altre tradizioni le attribuivano al peccato degli angeli). Per Paolo il peccato è tuttavia considerato più di una trasgressione, esso viene personificato (cfr. v. 12: «entrò nel mondo» e, in qualche modo, già in 3,9) e considerato come una realtà universale (cfr. 3,23: «tutti hanno peccato»), una potenza ostile a Dio, che di fatto causa la morte (da intendersi sia come morte fisica che spirituale) a partire dal primo uomo (quindi l'uomo è sia autore di peccati, ma anche sottoposto all'effetto negativo di un peccato originario che lo opprime).

I v. 13-14 rappresentano una specie di parentesi, esternano un collegamento di idee sorto nel pensiero di Paolo tra peccato e Legge (già avvenuto in 3,20 e 4,15), a cui sente di dover dare spazio prima di riprendere il punto lasciato in sospeso: che dire della presenza del peccato e della conseguente morte prima che ci fosse la Legge («fino a Mosè») e quindi prima della possibilità di trasgredirla? Paolo conferma il suo concetto di peccato, non legato alla trasgressione di un comandamento, ma come uno status universale in cui l'uomo viene a trovarsi indipendentemente dal periodo storico, in base al suo vincolo o affinità con Adamo. Come aveva già mostrato in 1,18-32 e in 2,12-16, l'assenza della Legge mosaica non elimina la presenza di una legge morale nell'uomo; allo stesso tempo, implicitamente, egli lascia desumere che la Legge non solo non ha eliminato il peccato e tanto meno la morte, ma – come dirà dopo – addirittura è stato fattore del loro accrescimento (cfr. v. 20). In tutto questo Adamo è «figura di colui che doveva venire» (v. 14): Adamo rimanda a Cristo, non nel senso che il peccato del primo sia paragonato alla grazia del secondo, ma che ad accomunare entrambi è il fatto di essere capostipiti dell'umanità.

I vv. 15-17 arrivano finalmente a stabilire il confronto – che si era cominciato ad approntare al v. 12 –, anzi a sostenere la paradossale incomparabilità tra Adamo, con le universali conseguenze nefaste della sua caduta, e il nuovo capostipite, Cristo, la cui grazia (congiunta significativamente a quella di Dio) risana i danni precedenti, riversandosi in abbondanza su tutti. Il vocabolario del v. 15 insiste notevolmente sui concetti di grazia, dono, abbondanza, per esprimere la grande benignità – che supera incomparabilmente in intensità la caduta – nei riguardi di coloro che erano segnati dal peccato e dalla morte. Il v. 16 continua con il confronto, invertendo però i termini del versetto precedente, e facendo emergere ancor di più la sproporzione tra le due realtà: mentre a una caduta singola corrisponde la condanna, a una molteplicità di cadute, invece di corrispondere altrettante condanne, corrisponde un sorprendente giudizio di grazia, un intervento opposto di assoluzione e giustificazione. Così Paolo lascia emergere il significato del dono di grazia, come esso sia sostanzialmente iniziativa e atto gratuito esteso a tutti indistintamente. Il v. 17 prosegue il confronto precedente, però con altri termini contrapposti, il primo, quello della morte, come tema era già comparso prima (cfr. vv. 12.14.15), mentre è nuovo il secondo, quello della vita.

Nei v. 18-19 sembra che l'intento sia quello di riassumere e chiarificare con altre implicazioni quanto detto finora. Il v. 19 presenta dei termini nuovi (disobbedienza/obbedienza), ma i concetti sono analoghi a quelli già presentati; «la disobbedienza di un solo uomo» si riferisce senz'altro al peccato di Adamo, quello di non aver dato ascolto al comando di Dio (cfr. Gen 2,16-17; 3,17); «l'obbedienza di uno solo» non si riferisce alla virtù praticata da Gesù durante la sua vita terrena, ma essenzialmente all'accettazione del destino di morte violenta (cfr. Fil 2,8: «si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce»): l'atto di giustizia e di obbedienza di Cristo consiste di fatto nella donazione di sé avvenuta con la morte di croce, ed è questo che cancella le disobbedienze degli uomini. I rispettivi effetti della disobbedienza/obbedienza «di uno solo» sono il diventare peccatore e il diventare giusto; ciò lascia intendere che la giustificazione elimina il peccato, e anche che sono proprio quei molti peccatori a essere resi giusti (anche qui, come al v. 15, «i molti» equivale a «tutti gli uomini», cfr. 11,32); non che questo avvenga indipendentemente dall'opzione personale dell'uomo, soltanto che qui non si ribadisce – in quanto si reputa scontato, dopo tutto il ragionamento precedente sulla fede – che all'uomo sta di accogliere tale dono, e tale accoglienza è costituita dal credere.

I vv. 20-21 costituiscono la conclusione e insieme il culmine della trattazione teologica che ha avuto sempre al centro la mediazione di Cristo. Il fatto che inizi richiamando un'altra volta in causa la Legge significa che Paolo ritiene di dover aggiungere qualcosa a quanto detto riguardo ad essa ai vv. 13-14, sul suo sopraggiungere e sul suo ruolo in rapporto al peccato: la Legge (si intende quella mosaica) è intervenuta «perché abbondasse la caduta» (5,20a; cfr. 4,15). L'affermazione va oltre quanto ha lasciato intendere prima, sul fatto che essa non ha cambiato la situazione di peccato in cui tutti si trovano (e quindi non elimina il peccato); ora infatti afferma che il suo scopo è quello di far proliferare il peccato, come se Legge e peccato lavorino insieme per lo stesso scopo. Certamente nessun giudeo sottoscriverebbe! La convinzione del giudeo era invece che la Legge fosse stata data da Dio perché Israele conoscesse il suo volere e lo mettesse in pratica; Paolo, consapevole del rischio di essere frainteso, riprenderà più ampiamente il delicato argomento Legge-peccato in 7,7-25.

La seconda parte del v. 20, comunque, offre già gli indizi per comprendere anche lo scopo della Legge: «ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia»; l'indicazione è a guardare oltre, a un superiore disegno divino che non solo non si ferma dove incontra il proliferare del peccato (e della Legge che lo trasforma in trasgressione e conseguentemente in situazione di condanna), ma proprio lì, nella situazione più compromessa e disperata (cfr. 5,6.8.10: quando gli uomini erano ancora «deboli», «peccatori», «nemici») dispiega la sua grazia salvifica sovrabbondante (cfr. Gal 3,22).

Il v. 21 si lega all'ultima solenne affermazione con una proposizione finale, costruita su un'ultima comparazione, con i principali vocaboli già utilizzati; sono messe insieme le due componenti più negative, il peccato e la morte, relegate però nel passato («come regnò il peccato nella morte»), ma al centro del versetto c'è il presente contrassegnato dal primato della grazia («così regni anche la grazia»), a cui si abbina esplicitamente quello della giustizia, come se fosse un suo sinonimo (erano abbinate già nei vv. 16.17), per l'unico scopo che è la vita eterna.

In definitiva tutto il brano non è che una esaltazione del primato della grazia, ottenuta con l'opera di mediazione di Gesù Cristo (cfr. l'ultima frase del capitolo, «per mezzo di Gesù Cristo il Signore nostro» che riprende il v. 1).


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Abramo, giustificato in base alla fede 1Che diremo dunque di Abramo, nostro progenitore secondo la carne? Che cosa ha ottenuto? 2Se infatti Abramo è stato giustificato per le opere, ha di che gloriarsi, ma non davanti a Dio. 3Ora, che cosa dice la Scrittura? Abramo credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia. 4A chi lavora, il salario non viene calcolato come dono, ma come debito; 5a chi invece non lavora, ma crede in Colui che giustifica l’empio, la sua fede gli viene accreditata come giustizia. 6Così anche Davide proclama beato l’uomo a cui Dio accredita la giustizia indipendentemente dalle opere: 7Beati quelli le cui iniquità sono state perdonate e i peccati sono stati ricoperti; 8beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato! 9Ora, questa beatitudine riguarda chi è circonciso o anche chi non è circonciso? Noi diciamo infatti che la fede fu accreditata ad Abramo come giustizia. 10Come dunque gli fu accreditata? Quando era circonciso o quando non lo era? Non dopo la circoncisione, ma prima. 11Infatti egli ricevette il segno della circoncisione come sigillo della giustizia, derivante dalla fede, già ottenuta quando non era ancora circonciso. In tal modo egli divenne padre di tutti i non circoncisi che credono, cosicché anche a loro venisse accreditata la giustizia 12ed egli fosse padre anche dei circoncisi, di quelli che non solo provengono dalla circoncisione ma camminano anche sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione.

La promessa e l'eredità, ora destinate anche ai gentili 13Infatti non in virtù della Legge fu data ad Abramo, o alla sua discendenza, la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede. 14Se dunque diventassero eredi coloro che provengono dalla Legge, sarebbe resa vana la fede e inefficace la promessa. 15La Legge infatti provoca l’ira; al contrario, dove non c’è Legge, non c’è nemmeno trasgressione. 16Eredi dunque si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi – 17come sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli – davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono. 18Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza. 19Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. 20Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, 21pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. 22Ecco perché gli fu accreditato come giustizia.

Ciò che è valso per Abramo nel passato, vale per i cristiani nel presente 23E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, 24ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, 25il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Abramo, giustificato in base alla fede Paolo ricorre adesso alla figura di Abramo perché finora ha sostenuto la tesi sulla giustificazione per fede senza le opere (cfr. 3,21-22) facendo riferimento all'evento redentivo cristiano ma non ancora alla prova suprema, quella costituita dalla Scrittura. Ecco dunque in 4,3 (che riprende chiaramente 3,21b) la sua domanda esplicita: «che dice, infatti, la Scrittura?»; il testo che si presta molto bene allo scopo è Gen 15,6 (già usato in Gal 3,6), dove si afferma che ad Abramo la giustizia viene computata da Dio in base alla fede; sappiamo che il giudaismo tradizionale riguardo al grande patriarca tendeva a mettere in evidenza proprio le sue opere meritorie (ed è quanto Paolo menziona in 4,2a per poi smentirlo subito in 4,2b), in cima a tutte la prontezza a sacrificare Isacco.

Paolo per dimostrare che con la giustificazione per fede (senza le opere) egli non si è inventato nulla, anzi, che era già stata vissuta dal grande patriarca, ricorre sapientemente all'esegesi rabbinica delle Scritture: in questo senso Rm 4 si configura come una sorta di midrash . Così a Gen 15,6 abbina la citazione del Salmo 32,1-2 attribuito a Davide. A fare da collegamento tra le due citazioni, e insieme a fornire la prospettiva dalla quale ognuna chiarisce l'altra, è il v. 6. Ciò che accomuna i due passi biblici è il non avere meriti da far valere o diritti da accampare davanti a Dio: non li aveva Abramo per ottenere la giustizia, non li aveva Davide per ottenere il perdono, entrambi dipendono dall'agire gratuito di Dio nei loro confronti. In questo modo Paolo mostra la corrispondenza tra la giustificazione e la remissione dei peccati (già presente in 3,23-24.25-26), come atti di grazia da parte di Dio, e implicitamente indica la fede che cancella i peccati.

Tra le due citazioni scritturistiche in questione (4,3.7-8), i vv. 4-5 presentano l'esempio del compenso dovuto a chi lavora, cioè a chi compie le opere, contrapposto a chi non compie le opere. Paolo illustra così ciò che comporta l'atto di fede: mentre al compiere le opere corrisponde la ricompensa, al credere – cioè al non compiere le opere – corrisponde il dono gratuito della giustizia; in pratica mostra qui la differenza tra la comune concezione della giustizia retributiva e quella giustizia assolutamente sorprendente, perché computata per grazia, in base alla fede. Il v. 5 afferma anticipatamente quanto Paolo sta per dimostrare nel resto del capitolo, e fa vedere che sullo sfondo di tutto questo ragionamento c'è la questione prettamente teologica della definizione di Dio, della sua intima essenza, deducibile in base al suo agire nei confronti dell'uomo, il suo procedere, da sempre connotato dalla grazia: Dio è «colui che giustifica l'empio»! Per cui, colui che crede e l'empio vengono a coincidere.

Nei v. 9-12 Paolo applica quanto detto finora al rapporto tra giudei e gentili, iniziando a far emergere la seconda finalità di questa lettura midrashica delle Scritture, connessa alla prima: non soltanto che si diventa giusti davanti a Dio per la sola fede, ma che proprio per questo anche i gentili (non circoncisi) sono ammessi nella figliolanza di Abramo, cioè alla stessa comunione con Dio che hanno i giudei. Qui (cfr. v. 10b) Paolo ha buon gioco nel ricordare che Dio ha giustificato Abramo (cfr. Gen 15,6) prima che egli fosse circonciso (cfr. Gen 17,9-27) e che perciò in tale processo giustificante la circoncisione – che poteva essere considerata l'opera della Legge per eccellenza, dal momento che segnava l'ingresso nell'alleanza – non gioca alcun ruolo. Se, infatti, Abramo è stato giustificato quando era ancora incirconciso, in uno status equiparabile a quello dei pagani peccatori senza la Legge e le sue opere, allora la circoncisione non è condizione alla giustificazione, ma soltanto un sigillo, dunque un segno successivo (cfr. 4,11a), che attesta una giustizia già ricevuta gratuitamente senza circoncisione (della cui insufficienza aveva già parlato in 2,25-29). Perciò tale giustizia si applica sia a tutti gli incirconcisi che credono e che diventano al contempo figli di Abramo (cfr. 4,11b), sia ai circoncisi «che camminano sulle orme della fede del nostro padre Abramo» (4,12); quindi giustizia e figliolanza abramitica, per tutti, in base alla fede.

La promessa e l'eredità, ora destinate anche ai gentili Nei vv. 13-22 Paolo prosegue su questo tema originale dell'ammissione dei gentili nella famiglia di Abramo, ora però sul binario di due concetti nuovi e correlati tra loro: quello della promessa e quello dell'eredità. Essi sono significativamente introdotti dalla frase negativa con la quale intende subito sgombrare il campo da ogni deduzione diversa, segnando così il tenore di questo brano: «non in virtù della Legge» (v. 13a); la promessa ad Abramo e alla sua discendenza (riguardante l'eredità del «mondo», e non soltanto la «terra» d'Israele) non ha niente a che fare con la Legge, ma – di nuovo – con la giustizia derivante dalla fede. Inoltre, per Paolo la promessa non riguarda tanto la nascita di Isacco o il dono della terra (che invece prevalgono nel racconto della Genesi), ma la grande discendenza, e in essa specialmente l'inclusione dei gentili (e questa si è già realizzata nelle comunità cristiane).

Subito dopo, il caso di Abramo viene generalizzato e applicato ad altri, eredi come lui (cfr. v. 14), non soltanto giudei (sempre v. 14: «coloro che si basano sulla Legge»), altrimenti la fede e la relativa promessa, se dovesse subentrare la Legge, risulterebbero annullate. Il motivo per cui non può essere la Legge a garantire l'eredità viene fornito dal v. 15, dove troviamo il giudizio più negativo sulla Legge tra tutte le lettere paoline: «la Legge, infatti, produce ira». La frase risulta davvero perentoria e per certi versi paradossale; essa va intesa nel senso che, essendoci la Legge, inevitabilmente c'è anche la trasgressione che a sua volta attira l'ira di Dio; tale convinzione paolina – che va oltre quanto aveva detto in 3,20 (dalla Legge viene solo la conoscenza del peccato) – doveva risultare particolarmente scandalosa, dal momento che andava a cozzare con quella opposta biblica-giudaica per cui la Legge è stata data per la vita (cfr. Lv 18,5; Sir 17,11), ma Paolo riprenderà l'argomento più ampiamente al capitolo 7.

Il v. 16 prosegue il pensiero iniziato al v. 14, per dire che eredi si diventa per fede, e ciò affinché sia chiaro che si tratta di un dono gratuito da parte di Dio, e proprio per questo la promessa è assicurata (contrariamente a quanto avverrebbe se essa fossa fondata sull'osservanza della Legge, cfr. v. 14), non soltanto per i giudei o i giudeo-cristiani, ma per tutti: l'accento cade sull'inclusione dei pagano-cristiani, che nel senso indicato prima da Paolo sono paradossalmente i più vicini al caso di Abramo, giustificato senza la Legge e le sue opere. A conferma dell'ultima affermazione del v. 16 («è padre di tutti noi»), nel v. 17a Paolo ricorre di nuovo alla Genesi, citando la promessa della grande discendenza, che ormai vede la sua realizzazione: «lo ti renderò padre di una moltitudine di nazioni» (Gen 17,5); la paternità di Abramo è legata alla sua fede, alla sua incrollabile fiducia in Colui che doppiamente è autore della vita, sia al momento della creazione che nel riportare alla vita i morti (v. 17b).

Chiunque crede diventa dunque figlio di Abramo, e come lui viene giustificato per grazia (l'identità di figlio, uno non se la può dare da solo, né può far nulla per ottenerla, la può soltanto ricevere, e questo coincide con il credere); allo stesso tempo Abramo riceve tale paternità dalla parola divina accolta nella fede e continua a riceverla anche attraverso tutti coloro che da ogni dove e in ogni epoca crederanno come lui (cfr. Gen 15,5: «Guarda in cielo e conta le stelle, se le puoi contare... tale sarà la tua discendenza»): ecco che cosa ha ottenuto Abramo (cfr. 4,1) una discendenza davvero straordinaria! Proprio questa immensa discendenza (correlata alla citazione di Gen 15,5) è vista al v. 18 come risultato della fede incrollabile del grande patriarca, il quale «credette, sperando contro ogni speranza», cioè si fidò pieno di speranza – malgrado tutti i presupposti negativi, e al di là di ogni migliore aspettativa umana – della promessa divina: il riferimento (come poi risulta chiaro dai vv. 19-21) è al racconto della promessa della nascita di Isacco (cfr. Gen 18), da lui centenario e dalla ormai vecchia e finora sterile Sara. Abramo non soltanto non esitò, ma sopratutto non venne meno, cioè rimase saldo contro ogni evidenza o ragionevolezza (cfr. v. 19; «morto il propio corpo e morto il seno di Sara»). Tale saldezza viene riconfermata dall'esclusione di ogni dubbio incredulo di fronte alla promessa di Dio, tanto che Abramo ne esce rafforzato nella fede; questo rende gloria a Dio (cfr. v. 20), perché Abramo riconosce e attesta che Lui è capace di portare a compimento ogni sua promessa, anche la più inaudita (cf. v. 21). La terza ripetizione di Gen 15,6 (già in 4,3 e poi in 4,9) conclude midrash costruito su di essa: ecco perché ad Abramo «fu computato a giustizia»; la sua fede-fiducia incrollabile, quale abbandono incondizionato alla sua parola, ha permesso a Dio di manifestare nel patriarca la sua gratuita giustizia giustificante (cfr. v. 22).

Ciò che è valso per Abramo nel passato, vale per i cristiani nel presente Questi ultimi versetti mostrano che era proprio questo ciò a cui si puntava con tutto l'argomentare precedente: ciò che è valso per Abramo nel passato, vale per i cristiani nel presente (in particolare quelli di Roma, provenienti sia dal giudaismo che dal gentilesimo): «non... soltanto per lui.. bensì anche per noi». Ci si potrebbe chiedere tuttavia come mai finora si sia dato così poco spazio all'argomento cristologico – che certamente è alla base del pensiero teologico dell'apostolo e anche di questi suoi sviluppi – e alla fede orientata cristologicamente (finora soltanto in 3,21-26): l'assenza in realtà è strategica, perché al centro ci doveva essere la prova in base alla massima autorità, la sacra Scrittura, da cui anche l'evento Cristo riceve conferma; d'altra parte ciò che si voleva mettere in evidenza qui era soprattutto la fede in sé come alternativa al regime delle opere in ordine all'ottenimento della giustizia.

Perfino negli ultimi versetti, dove finalmente si ha l'applicazione del caso di Abramo ai cristiani basata proprio sulla componente cristologica della fede, si evidenzia che, come quella di Abramo, la fede dei credenti dopo di lui è un credere «in Colui che risuscitò dai morti Gesù» (v. 24b), cosicché l'atto di fede-fiducia da parte degli uomini non subisce una deviazione, ma una conferma e un rafforzamento: in definitiva è a Dio che Cristo rimanda.

Nel v. 25 abbiamo una incisiva confessione di fede cristologica-pasquale, che presenta sia elementi arcaici-tradizionali, come la formulazione bipartita (cfr. 1Cor 15,3-5; 1Ts 4,14; Rm 8,34; 14,9; 1Pt 3,18), sia elementi tipici paolini, come il riferimento alla giustificazione. Il linguaggio usato in questo versetto, in particolare «fu consegnato per le nostre colpe», riecheggia molto da vicino quello di Is 53,5.6. 11-12 (il quarto canto del Servo di YHWH), implicando forti somiglianze con il pensiero lì espresso riguardo al valore espiatorio della morte (cfr. anche Rm 3,25). Da notare inoltre i due passivi («fu consegnato», «fu risuscitato»), che suppongono Dio come agente e introducono due frasi che vanno intese in senso finale: «per le nostre colpe», cioè per la loro eliminazione, quindi in senso espiatorio; e «per la nostra giustificazione», cioè per ottenere ai credenti il nuovo status di giustificati.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Tanti interrogativi per due grandi questioni 1Che cosa dunque ha in più il Giudeo? E qual è l’utilità della circoncisione? 2Grande, sotto ogni aspetto. Anzitutto perché a loro sono state affidate le parole di Dio. 3Che dunque? Se alcuni furono infedeli, la loro infedeltà annullerà forse la fedeltà di Dio? 4Impossibile! Sia chiaro invece che Dio è veritiero, mentre ogni uomo è mentitore, come sta scritto: Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e vinca quando sei giudicato. 5Se però la nostra ingiustizia mette in risalto la giustizia di Dio, che diremo? Dio è forse ingiusto quando riversa su di noi la sua ira? Sto parlando alla maniera umana. 6Impossibile! Altrimenti, come potrà Dio giudicare il mondo? 7Ma se la verità di Dio abbondò nella mia menzogna, risplende di più per la sua gloria, perché anch’io sono giudicato ancora come peccatore? 8E non è come alcuni ci fanno dire: «Facciamo il male perché ne venga il bene»; essi ci calunniano ed è giusto che siano condannati.

Tutti sono colpevoli 9Che dunque? Siamo forse noi superiori? No! Infatti abbiamo già formulato l’accusa che, Giudei e Greci, tutti sono sotto il dominio del peccato, 10come sta scritto: Non c’è nessun giusto, nemmeno uno, 11non c’è chi comprenda, non c’è nessuno che cerchi Dio! 12Tutti hanno smarrito la via, insieme si sono corrotti; non c’è chi compia il bene, non ce n’è neppure uno. 13La loro gola è un sepolcro spalancato, tramavano inganni con la loro lingua, veleno di serpenti è sotto le loro labbra, 14la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza. 15I loro piedi corrono a versare sangue; 16rovina e sciagura è sul loro cammino 17e la via della pace non l’hanno conosciuta. 18Non c’è timore di Dio davanti ai loro occhi. 19Ora, noi sappiamo che quanto la Legge dice, lo dice per quelli che sono sotto la Legge, di modo che ogni bocca sia chiusa e il mondo intero sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. 20Infatti in base alle opere della Legge nessun vivente sarà giustificato davanti a Dio, perché per mezzo della Legge si ha conoscenza del peccato.

Dio imparziale nel giustificare chi crede, in virtù del sangue di Cristo 21Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: 22giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, 23perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. 25È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati 26mediante la clemenza di Dio, al fine di manifestare la sua giustizia nel tempo presente, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù. 27Dove dunque sta il vanto? È stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. 28Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. 29Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo, anche delle genti! 30Poiché unico è il Dio che giustificherà i circoncisi in virtù della fede e gli incirconcisi per mezzo della fede. 31Togliamo dunque ogni valore alla Legge mediante la fede? Nient’affatto, anzi confermiamo la Legge.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Tanti interrogativi per due grandi questioni Avendo fin qui affermato che non c'è differenza tra giudeo e gentile di fronte alla giustizia retributiva di Dio e che non ci sono titoli o garanzie di superiorità del giudeo, sembrerebbe esclusa definitivamente qualsiasi particolarità ebraica. In 3,1-4 Paolo invece affermando che c'è un «di più» del giudeo che è «grande, sotto ogni aspetto»: se ci sono degli ebrei che, peccando, si ritrovano soggetti all'ira allo stesso modo dei gentili, questo non elimina la peculiarità storico-salvifica dei giudei nel loro complesso; essi sono infatti depositari e mediatori della rivelazione divina. La fedeltà salvifica di Dio nei riguardi d'Israele, suo popolo, non è messa in questione dall'infedeltà di alcuni (cfr. v. 3 e 2Tm 2,13), dal momento che Dio, a differenza dell'uomo menzognero, è veritiero (cfr. v. 4) e quindi rimane fedele alle sue promesse (cfr. 11,29). È proprio qui il nuovo snodo dell'argomentazione: ad essere prese di mira non sono più le azioni (cattive o buone) di alcuni (giudei o greci), ma ormai si punta a tutti gli uomini indistintamente, considerati nella loro inevitabile condizione di peccatori. Allo stesso tempo comincia a far capolino la base favorevole su cui l'uomo infedele/peccatore può poggiarsi, ossia la fedeltà incondizionata di Dio. Dunque l'imparzialità di Dio non annulla la posizione speciale di Israele.

La seconda questione, derivante dalla precedente, ma distinta da essa, è presentata ai v. 5-8: se, come ha appena finito di dire, l'infedeltà del giudeo non annulla la fedeltà di Dio (e ciò deve valere per tutti gli uomini), anzi tale ingiustizia dell'uomo fa venire alla luce la giustizia di Dio, cosicché la verità di Dio abbonda nella menzogna dell'uomo (cfr. 5,20b)... perché non si dovrebbe fare il male affinché ne venga un bene, peccare affinché si affermi la giustizia-verità-fedeltà di Dio? Paolo qui oppone una ferma negazione a tale errata conclusione, limitandosi però a rapide spiegazioni: da un lato ricorda quella che è considerata la componente punitiva della giustizia, cioè la sua ira nel giudizio finale (cfr. vv. 5-6), mentre dall'altro stigmatizza come calunnia e da condannare la tesi a lui attribuita (cfr v. 8). Dunque sebbene il peccato in qualche modo faccia risplendere la giustizia salvifica di Dio, non bisogna certo fare il male perché ne venga un bene. La trattazione della questione sarà affrontata ampiamente nei successivi capitoli 6-8.

Da notare che al v. 5 ricompare nell'epistola il sintagma «giustizia di Dio», già presente nella tesi-propositio (1,17); come là, e come poi emergerà soprattutto in 3,21-26 (connessa con la morte redentiva di Cristo), per Paolo ha sempre una portata positiva e, in specie, salvifica; qui d'altronde è posto in contrapposizione con ingiustizia-infedeltà-menzogna dell'uomo (cfr. vv. 3.5.7), e in chiaro parallelismo sinonimico con fedelta-verità di Dio (cfr. vv. 3.7). Tale apparentamento concettuale dei termini è riscontrabile in vari testi biblici, come per esempio nel Sal 40,11: «la tua giustizia non nascondo...; la tua fedeltà e la tua salvezza proclamo». Il v. 7 riprende la domanda del v. 5a, aggiungendo l'obiezione sulla qualifica di «peccatore»: perché dovrei essere giudicato come tale (cioè uno che si contrappone a Dio), se la mia menzogna permette a Dio di far abbondare la sua verità-fedeltà-giustizia (a sua gloria)? Il v. 8 riporta una sorta di slogan che doveva circolare nella comunità dei destinatari (o comunque da loro conosciuto) e che veniva attribuito a Paolo: «Facciamo il male perché ne venga il bene»; l'apostolo ripartirà esattamente da questo punto in 6,1 per offrire una risposta ben più articolata, mentre qui si limita a negare che tale sentenza faccia parte del suo insegnamento e dichiara giusta la condanna di chi gliela attribuisce.

Tutti sono colpevoli Ciò che risalta maggiormente e che caratterizza questo brano è la presenza sovrabbondante di varie citazioni scritturistiche, concatenate insieme come fossero una sola, sotto il comune denominatore del peccato e della malvagità umana:

  • vv. 10-12 = Sal 14,1-3 (universalità del male: nessun giusto, tutti hanno deviato);
  • v. 13a = Sal 5,10 (gola e lingua, organi della parola volta al male);
  • v. 13b = Sal 140,4 (labbra);
  • v. 14 = Sal 10,7 (bocca);
  • vv. 15-17 = Is 59,7-8 (i piedi, la via: dalle parole ai misfatti);
  • v. 18 (non c'è timore di Dio, ripresa dei vv. 10-12) = Sal 36, 1-2.

Tale massiccio ricorso alla Scrittura (il più esteso in tutto l'episolario paolino) è dovuto al fatto che ciò che Paolo vuole dimostrare non può basarsi solato sul ragionamento o sull'esperienza diretta, ma necessita appunto della prova suprema, inappellabile, costituita dall'autorità divina rivelata.

La prima tesi da dimostrare è quella dell'universalità del peccato: v. 9b «tutti... sono sotto il peccato» (e poi v. 19b «il mondo intero [è] colpevole di fronte a Dio»); l'altra, correlata alla prima e più ardita, è che le opere richieste dalla Legge non ottengono la giustificazione di nessuno, e che anzi la Legge favorisce solo la conoscenza del peccato (cfr. v. 20).

Se si confronta con quanto è stato detto in tutta la sezione da 1,18 fin qui, si nota che in questo brano conclusivo la situazione dell'umanità peccatrice appare più cupa e grave che mai: mentre infatti fino a 3,8 si ammetteva la possibilità per l'uomo, sia gentile che giudeo, di compiere il bene (cfr. 2,7.10.13-15.25), e si riconosceva la peculiarità del giudeo in quanto primo destinatario della rivelazione divina (cfr. 3,1-4), ora invece non si ammette nessuna eccezione o distinzione (non a caso al v. 9b non compare più il consueto «prima» del giudeo); ma lo scopo di Paolo non era tanto quello di presentare genericamente lo stato di abbrutimento morale di tutta l'umanità, magari per far risaltare maggiormente l'azione redentiva di Dio, quanto piuttosto di preparare – attraverso la presentazione del principio dell'imparzialità di Dio applicato all'ira che incombe su ogni empietà umana senza eccezioni (cfr. 1,18) – l'annuncio sorprendente della giustizia salvifica di Dio che, in base allo stesso principio, si applica gratuitamente a tutti gli uomini, senza distinzioni tra chi è giudeo e chi non lo è, per tutti unicamente mediante la fede, senza le opere della Legge (cfr. 3,21-26). Dunque la piena equiparazione tra giudei e greci avviene sotto il dominio del «peccato» (v. 9b), termine che si incontra qui per la prima volta in Romani («peccatore» in 3,7 e il verbo «peccare» già in 2,12); Paolo, da parte sua, preferisce parlare di «peccato» al singolare, piuttosto che al plurale, visto il più delle volte come una sorta di potenza negativa personificata che assoggetta l'uomo, e da cui egli viene liberato grazie alla redenzione realizzata da Cristo. L'apostolo qui afferma di aver già formulato l'accusa che «tutti... sono sotto il peccato»: andando a ritroso però ci si accorge che in termini così assoluti non l'aveva ancora espressa, e tuttavia aveva usato un'espressione potenzialmente analoga in 3,4 («ogni uomo è menzognero»).

Il v. 19b esprime la finalità della lunga citazione biblica, stabilire cioè che non c'è nessuno che possa obiettare la propria innocenza davanti a Dio, e così spazzare il campo da ogni possibile presunzione di sé. Ma è il v. 20, pur collegato al precedente, a rappresentare l'obiettivo più importante nell'argomentazione condotta fin qui: se non c'è nessuno che compie soltanto il bene, se tutti sono colpevoli e sotto il dominio del peccato, allora vuol dire che la Legge con i suoi precetti non è in grado di rendere giusto nessuno davanti a Dio (v. 20a; cosa che un giudeo – la cui posizione è espressa in 2,13 – difficilmente avrebbe sottoscritto). La Legge si rivela impotente in ordine alla giustificazione dell'uomo, non tanto perché essa viene immancabilmente trasgredita, ma perché non offre aiuto al trasgressore, anzi, non fa altro che accusarlo (v. 20b). In realtà nel pensiero di Paolo l'obiezione principale nei confronti della Legge che non può giustificare, e che già influenza questi ragionamenti, è costituita essenzialmente dall'annuncio che sta per fare a partire da 3,21. È importante segnalare qui l'utilizzo di una frase del Sal 143,2 («nessun vivente sarà trovato giusto al tuo cospetto»), che Paolo riprende premettendole la frase «in base alle opere della Legge»; tale salmo infatti contiene uno dei parallelismi più pregnanti tra «giustizia» e «misericordia» (143,11), che costituiscono proprio lo sfondo più adatto per la comprensione del sintagma «giustizia di Dio» in 3,21 e in tutta la lettera.

Dio imparziale nel giustificare chi crede, in virtù del sangue di Cristo A questo punto, quando ormai il quadro fosco sembra completo, nel momento in cui il lettore-destinatario della lettera ai Romani si attenderebbe l'annuncio dell'inevitabile intervento punitivo della giustizia irata di Dio, in 3,21 Paolo provoca un indovinato effetto-sorpresa: è la giustizia salvifica di Dio che viene manifestata e non quella retributiva, a cui è connessa la collera. E questo indipendentemente dalla Legge. In realtà la sorpresa non è totale, dal momento che il concetto positivo di giustizia di Dio, come abbiamo visto, era stato già presentato – senza però essere spiegato – nella tesi-propositio di 1,16-17, dove si trovava in connessione con il Vangelo (la «giustizia di Dio» si rivela in esso, ciò nel Vangelo-lieto annunzio). Ora i vv. 21-22 riprendono e iniziano a sviluppare in tutte le sue potenzialità quanto là era stato annunciato, e a loro volta indicano che l'argomentazione seguente riguarderà il rapporto fede (in Cristo)-Legge; l'esclusione della Legge dall'evento della giustificazione viene affermata a più riprese fino al v. 31, mentre la menzione del fatto che essa è attestata delle Scritture («testimoniata dalla Legge e dai Profeti») troverà ampio sviluppo nel capitolo 4.

La giustizia di Dio viene menzionata ben quattro volte in 3,21-26 (già in 1,17; 3,5; e più sotto altre due volte in 10,3; fuori di Romani soltanto ancora in 2Cor 5,21 e Fil 3,9), quindi questo è il brano che vede la sua più alta concentrazione: senza dubbio, anche per il tono di proclama solenne, è il testo chiave per comprendere il messaggio paolino della giustificazione. La scelta del termine «giustizia» per esprimere la modalità benefica dell'essere e dell'agire di Dio, consente a Paolo di inserirsi nella viva tradizione biblico-giudaica che aspettava la manifestazione potente della giustizia imparziale e salvifica di Dio, per affermare che ora essa «è stata manifestata» (v. 21) da Dio stesso in Cristo, nell'evento salvifico-escatologico della sua morte (e risurrezione, cfr. Rm 4,25). Dunque, non soltanto Dio non punisce (come ci si poteva aspettare), ma offre gratuitamente (cfr. v. 24) e a tutti indistintamente (cfr. v. 22) la giustificazione (cioè l'essere resi giusti), in virtù della redenzione realizzata attraverso la morte espiatrice di Cristo (cfr. v. 25: «con il suo sangue»); essendo un dono, la giustificazione non va meritata, ma chiede solamente di essere accolta, e questa accoglienza è costituita dalla fede (in Cristo). Dopo aver escluso perentoriamente l'altra, cioè la Legge con le sue pratiche, viene indicata l'unica modalità per ricevere il dono: «per mezzo della fede» (vv. 22a.25; cfr. 22b e 26c).

I vv. 24-26 trasmettono un pensiero portante di stampo giudeo-cristiano: Dio dimostra la sua giustizia nella morte di Gesù, che assume una funzione espiatrice per la remissione dei peccati passati. Il v. 25 fa ricorso al linguaggio cultuale, familiare ai suoi destinatari («espiazione [cioè la cancellazione dei peccati, ossia il perdono]... con il suo sangue») per illustrare la redenzione che si realizza in Cristo Gesù e ottiene per tutti (che hanno peccato, cfr. v. 23a) la giustificazione per grazia. Paolo riprende questo pensiero tradizionale, conferendogli però un chiaro tenore di universalità sia riguardo al tempo, sia riguardo ai destinatari (cfr. v. 26: «nel momento presente.../ [chiunque] si basa sulla fede in Gesù»), e soprattutto inserendo l'elemento chiave della fede.

Nei restanti vv. 27-31, dove troviamo una serie di domande incalzanti, l'elemento della fede viene ancora più enfatizzato (la si nomina ben cinque volte), e soprattutto posto al centro di quello che si può definire uno dei principi primi del pensiero paolino: «l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Logge» (v. 28), e se nella frase non compare l'avverbio «soltanto» («per la fede», cfr. il sola fide luterano), tuttavia il senso più genuino: proprio quello (così si deduce, p. es, dal parallelo di Gal 2,16, e così interpretata anche Tommaso d'Aquino); l'esclusione delle opere ha come effetto implicito quello di esaltare al massimo la gratuità della giustificazione (cfr. 3,24): al sola fide corrisponde il sola gratia.

L'altro elemento che si ritrova, connesso al precedente, è quello della portata universale della giustificazione (cfr. vv. 29-30: Dio è per tutti, giudei e non, e tutti sono giustificati mediante la fede, per questo non c'è possibilità di vanto da parte del giudeo né per le sue opere né per altri particolarismi connessi alla Legge; cfr. v. 27).

A questo punto Paolo lascia emergere l'obiezione prevedibile del suo interlocutore, reazione spontanea a quanto ha appena affermato: se è (soltanto) mediante la fede che si viene giustificati, la Legge è dunque abrogata, perdendo ogni funzione? (cfr. v. 31). Rigettando categoricamente tale possibile deduzione, Paolo introduce la dimostrazione scritturistica: «confermiamo la Legge» (v. 31); se la Legge non va ritenuta come mediazione salvifica, mantiene però tutto il suo valore in quanto disposizione divina contenuta nelle Scritture, anche riguardo alla giustificazione per fede (cfr. 3,21b: «testimoniata dalla Legge e dai Profeti»), ed è quanto sta per dimostrare con l'esempio di Abramo (cfr. c. 4).


🔝C A L E N D A R I OHomepage