📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Discorso impegnativo per ascoltatori distratti 1Perciò, lasciando da parte il discorso iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è completo, senza gettare di nuovo le fondamenta: la rinuncia alle opere morte e la fede in Dio, 2la dottrina dei battesimi, l’imposizione delle mani, la risurrezione dei morti e il giudizio eterno. 3Questo noi lo faremo, se Dio lo permette.

Parole di ammonimento ed esortazione alla speranza 4Quelli, infatti, che sono stati una volta illuminati e hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo 5e hanno gustato la buona parola di Dio e i prodigi del mondo futuro. 6Tuttavia, se sono caduti, è impossibile rinnovarli un’altra volta portandoli alla conversione, dal momento che, per quanto sta in loro, essi crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia. 7Infatti, una terra imbevuta della pioggia che spesso cade su di essa, se produce erbe utili a quanti la coltivano, riceve benedizione da Dio; 8ma se produce spine e rovi, non vale nulla ed è vicina alla maledizione: finirà bruciata! 9Anche se a vostro riguardo, carissimi, parliamo così, abbiamo fiducia che vi siano in voi cose migliori, che portano alla salvezza. 10Dio infatti non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e che tuttora rendete ai santi. 11Desideriamo soltanto che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine, 12perché non diventiate pigri, ma piuttosto imitatori di coloro che, con la fede e la costanza, divengono eredi delle promesse.

La speranza cristiana fondata sulla promessa di Dio 13Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso 14dicendo: Ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza. 15Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso. 16Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro, e per loro il giuramento è una garanzia che pone fine a ogni controversia. 17Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento, 18affinché, grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. 19In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, 20dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Discorso impegnativo per ascoltatori distratti Esortati a comportarsi da persone mature, vengono incoraggiati a progredire teologicamente e spiritualmente, lasciando da parte gli insegnamenti fondamentali del cristianesimo, per avanzare verso la perfezione (6,1) della conoscenza del mistero salvifico di Cristo. Egli non invita a trascurare o abbandonare «il discorso iniziale su Cristo», ma a considerarlo come il fondamento dell'insegnamento che seguirà in 7,1-10,18. Chiamati alla maturità della fede, non è opportuno che gettino di nuovo le fondamenta del cristianesimo, già poste al momento della conversione con una istruzione catechetica di base (cf. 6,12), che era articolata in sei punti: pentimento dei peccati e fede in Dio, rituali del battesimo e imposizione delle mani – che confermava il dono dello Spirito Santo ricevuto con il battesimo (cf. At 8,14-17.19; 9,17; 19,1-7) –, risurrezione dei morti e giudizio eterno. I sei punti sono distinti in tre coppie di termini secondo tre aree tematiche: fede, ecclesiologia ed escatologia. Il cammino verso la maturità dipende dalla volontà di Dio (6,3) e, con il suo aiuto, sarà certamente coronato di successo. Convinto di ciò il predicatore coinvolge in questa sua certezza la comunità, bisognosa di incoraggiamento.

Parole di ammonimento ed esortazione alla speranza Il rischio di coloro che rifiutano il cammino verso la maturità è quello di perdere la speranza e di allontanarsi da Dio. Per questa ragione il predicatore intensifica e rafforza l'ammonimento verso i suoi uditori, affinché prendano consapevolezza delle conseguenze gravi di un loro ritorno a una condotta di vita incredula e indurita dal peccato (cf. 3, 13-19). La preclusione alla conversione non dipende dalla mancanza di misericordia da parte di Dio, come se l'autore della lettera agli Ebrei ponesse limiti ingiustificati all'amore divino, ma dalla posizione ostinata di chi rifiuta tale misericordia (cf. 2,17-18; 4,14-16) e si pone nell'impossibilità morale e soggettiva di ricevere il perdono. Inoltre, con l'affermazione dell'impossibilità di riportare di nuovo al pentimento, il predicatore riafferma l'unicità e definitività, mediante il battesimo, dell'esperienza dell'evento salvifico di Cristo nella vita del credente, che non poteva essere confusa con i riti giudaici di purificazione che si ripetevano ogni anno (cf. 10,26-29).

Il predicatore con tono amabile e affettuoso desidera ardentemente (v. 11) che ciascun membro della comunità dimostri il medesimo zelo – avuto per il servizio della carità – anche nei confronti della speranza. Pertanto, li esorta a impegnarsi affinché la speranza, rimanendo salda e sicura (cf. 3,6), giunga alla sua piena realizzazione, cioè al conseguimento dei beni definitivi delle promesse. In questo modo, impegnati nella carità e tesi fervorosamente verso la pienezza della speranza, non daranno spazio alla pigrizia (cf. 5, Il), ma al contrario, grazie al vigore che li animerà, saranno imitatori di quei credenti che mediante la fede e la perseveranza hanno ottenuto quanto era stato promesso da Dio. I credenti – a cominciare da Abramo di cui si fa riferimento nel successivo v. 13 – sono i patriarchi dei quali si parla in Eb 11 come modelli di fede eroica e perseverante. Il sostantivo «promesse», posto alla fine del v. 12, si aggancia al verbo «fece la promessa» del v. 13, di cui il soggetto è Dio, e prepara la pericope seguente (6, 13-20). È interessante notare come con la menzione del concetto di «fede», dopo quello di «amore» (6,10) e «speranza» (6,11), si completa il quadro delle cosiddette virtù teologali; a queste virtù gli uditori di Ebrei sono chiamati a informare tutta la loro vita di credenti.

La speranza cristiana fondata sulla promessa di Dio Dopo aver esortato i suoi uditori al compimento della speranza, il predicatore propone Abramo come modello «di coloro che mediante la fede e la perseveranza ereditano le promesse». Infatti, ad Abramo, che messo alla prova nella fede non rifiutò di sacrificare il figlio Isacco (Gen 22,1-14), Dio fece la promessa di una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che è sulla riva del mare (cf. Gen 22,15-18) e confermò con un giuramento (cf. Gen 22,16: «Giuro per me stesso...») quanto aveva precedentemente promesso al patriarca in Gen 15,5 («Guarda in cielo e conta le stelle, se le puoi contare... Tale sarà la tua discendenza»). In questo modo Dio, poggiandosi sulla credibilità della propria persona e non avendo nessun altro superiore a lui per cui giurare, si fece garante delle promesse e disse: «Certamente ti benedirò con ogni benedizione e ti moltiplicherò grandemente» (v. 14; cf. Gen 22,17). Abramo, poi, «avendo perseverato» (v. 15; cf. anche 6,12) nella fede – durante la prova suprema del sacrificio di Isacco –, conseguì «la promessa», comprendente i doni dell'eredità della terra straniera (cf. Eb 11,8-9) e in primo luogo del figlio Isacco.

Dio, attraverso il suo giuramento, volle confermare più chiaramente agli eredi della promessa l'irrevocabilità del suo progetto, affinché, mediante i «due atti irrevocabili» (v. 18) dell'immutabilità della parola e del giuramento ad Abramo (cf. Gen 22,16-17), i credenti potessero essere sicuri. Ma i destinatari di Ebrei devono cogliere in queste parole un chiaro riferimento all'oracolo e al giuramento di Dio contenuti nel Sal 109,4 LXX (TM 110,4: «Il Signore ha giurato e non si pente: “Tu sei sacerdote per sempre, secondo l'ordine di Melchisedek”») che proclamano Cristo sommo sacerdote, fondamento della speranza cristiana (cf. v. 20). Nella certezza della promessa e del giuramento, nei quali è impossibile che Dio inganni (cf. Nm 23,19), i cristiani vengono esortati e fortemente incoraggiati ad afferrarsi saldamente alla speranza che sta loro dinanzi, come dei naufraghi che, sopravvissuti al mare in tempesta, si aggrappano a qualcosa di sicuro e stabile, per non affondare e giungere poi a riva. Questo punto fermo assoluto è Cristo risorto e glorificato. I cristiani tengono questa speranza come un'ancora dell'anima, sicura e stabile, che è penetrata «al di là del velo» (v. 19), cioè nel cielo. Nel tempio di Gerusalemme il «velo» separava la sala interna dal Santo dei Santi e veniva attraversato dal sommo sacerdote per il rituale del giorno dell'espiazione (cf. Lv 16,2.12.15). In questo passo della lettera agli Ebrei il velo è concepito come ciò oltre il quale c'è la presenza di Dio. Gesù, infatti, è entrato nel santuario celeste alla presenza di Dio, «come precursore» (v. 20), davanti agli uomini e a loro favore. Come il sommo sacerdote oltrepassava il velo per entrare nel Santo dei Santi, cosi Gesù, «sommo sacerdote... ha attraversato i cieli» (4,14) grazie alla sua morte e risurrezione e si è assiso alla destra di Dio (cf. 1,3), per compiere la mediazione sacerdotale a favore degli uomini (cf. 5,1), al fine di condurli alla gloria (cf. 2,10), attraverso una via di salvezza nuova e vivente (cf. 10,20).

La pericope si conclude con la citazione del Sal 109,4 LXX (TM 110,4), mediante la quale l'autore di Ebrei riprende il tema proposto in 5,11 e che sviluppa lungo il capitolo 7. La citazione del Salmo presenta nel testo greco la specificazione «per l'eternità» in posizione enfatica rispetto a 5,6 dove la stessa specificazione si trova all'interno della frase dopo il sostantivo «sacerdote».


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La natura del sacerdozio 1Ogni sommo sacerdote, infatti, è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. 2Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. 3A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. 4Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne.

L'attuazione in Cristo del sacerdozio 5Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato, gliela conferì 6come è detto in un altro passo: Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek. 7Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. 8Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

Discorso impegnativo per ascoltatori distratti 11Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti a capire. 12Infatti voi, che a motivo del tempo trascorso dovreste essere maestri, avete ancora bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi delle parole di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. 13Ora, chi si nutre ancora di latte non ha l’esperienza della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. 14Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l’esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La natura del sacerdozio Nella sua frase iniziale: «Ogni sommo sacerdote», Eb 5,1-4 sembrerebbe una pericope programmatica e completa sul sacerdozio, ma in realtà presenta solo alcuni degli elementi del sacerdozio, quelli cioè che saranno perfezionati e portati a compimento da Cristo:

  • la duplice relazione del sommo sacerdote con gli uomini e con Dio (v. 1),
  • la funzione dell'espiazione (vv. 2-3),
  • la precisazione sulla relazione con Dio (v. 4).

Ciò che subito viene messo in rilievo dal predicatore, quindi, è il duplice legame di ogni sacerdote alla famiglia umana sia riguardo all'origine – egli è «preso fra gli uomini» – sia in riferimento alla destinazione – è «costituito» in loro «favore» (v. 1). Con queste due espressioni piuttosto generiche viene allargata all'infinito la solidarietà sacerdotale del sommo sacerdote con tutti gli uomini. I verbi sono usati al passivo, per suggerire come ci sia Dio all'origine della vocazione del sacerdozio.

Il sommo sacerdote può avere comprensione per i peccatori perché anche lui è soggetto a debolezza e a causa di questa «deve» (v. 3) offrire sacrifici «per i peccati» suoi e del popolo. Egli deve prima di tutto attendere alla propria santificazione per poi essere degno di espiare i peccati del popolo e di intercedere per sé. C'è quindi, nell'Antico Testamento, un aspetto di somiglianza tra il sommo sacerdote e il popolo in riferimento alla necessità dell'espiazione (cf. Lv 4,3; 9,8; 16,6-11).

Il sommo sacerdote, segnato anche lui da un'umanità debole e peccatrice come gli altri uomini, riconosce umilmente che l'onore (v. 4) del sacerdozio non può venire da lui, ma da Dio che lo ha nominato. Non è l'uomo che prende da sé il compito del sacerdozio, ma è Dio che nella sua iniziativa di misericordia lo dona. L'autore non nega l'aspetto glorioso del sacerdozio, ma sottolinea l'umiltà necessaria al sacerdote per essere mediatore di altri uomini presso Dio.

Quelli che vengono delineati in questi versetti sono i tratti fondamentali del sacerdozio antico, visti però sotto la prospettiva della passione di Cristo, per cui il sacerdote è presentato come «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), mite verso i suoi fratelli miserabili (cf. Eb 5,2-3), umile con loro davanti a Dio (cf. v. 4).

L'attuazione in Cristo del sacerdozio Il rapporto di somiglianza tra il sacerdozio antico e la posizione di Cristo è attuato mediante un parallelismo simmetrico tra l'ultimo stico della descrizione precedente («come Aronne», v. 4), e il primo stico dell'applicazione che si riferisce a Cristo («così anche il Cristo», v. 5); in entrambi i casi è Dio che nomina il sacerdote e l'accento è posto sull'umiltà di colui che è scelto, rivestito tuttavia di onore e gloria propri della dignità del sacerdozio nell'Antico Testamento (cf. Es 28,2.40). Il predicatore ravvisa, così, un rapporto di somiglianza tra il sacerdozio antico e la posizione di Cristo, e dà un messaggio molto importante ai suoi uditori: essi possono riconoscere in Cristo il loro sommo sacerdote, il cui sacerdozio è in continuità con quello di Aronne. Il Cristo nella gloria dopo la sua morte faceva parte del patrimonio di fede dei cristiani, ma il Cristo sommo sacerdote ancora no. L'autore della lettera agli Ebrei ora vuole che il Cristo glorificato da Dio dopo la sua morte sia riconosciuto come il loro sommo sacerdote. Gesù è stato Figlio da sempre e mai lo dovette diventare; diventò invece sommo sacerdote. Dunque, la citazione del Sal 2,7 in 5,5 non ha lo scopo di fondare scritturisticamente il sacerdozio di Cristo, poiché si riferisce all'intronizzazione regale del Messia; questo è anche il significato che l'autore di Ebrei dà al Sal2,7, in riferimento a Gesù, che presenta come glorificato e assiso alla destra del trono di Dio. Non c'è posizione migliore di quella del Figlio per espletare efficacemente il compito di mediatore presso Dio a favore degli uomini. E Gesù, proprio perché è Figlio, comunica questa filiazione a tutti gli uomini verso i quali rivolge la sua mediazione sacerdotale. Dovrebbe così risultare chiaro che la citazione del Sal 109,4 LXX (TM 110,4) costituisce l'argomento scritturistico sul sacerdozio di Cristo glorificato, prefigurato dal personaggio di Melchisedek, re e sacerdote, il cui ruolo nel piano divino è determinato da Cristo stesso.

Nei vv. 7-8 l'evento drammatico della passione e morte è descritto secondo la duplice prospettiva dell'offerta che Gesù fece di sé attraverso preghiere e suppliche poi esaudite e dell'educazione dolorosa, attraverso le quali compì la piena comunione e la totale condivisione della natura umana (cf. 2,14). Come il sommo sacerdote dell'Antico Testamento poteva comprendere gli uomini peccatori, perché anche lui era «circondato di debolezza» (5,2), così Gesù, per farsi solidale con gli uomini in tutto – «escluso il peccato» (4,15) –, si pose alloro livello di creature fragili e votate alla morte, condividendo le tristi condizioni della vita umana. Questa solidarietà si è attuata attraverso l'esperienza di una sofferenza che ha visto Gesù pregare e supplicare con intenso ardore Dio, che solo poteva salvarlo dalla morte. La domanda di Gesù durante la preghiera, e attraverso la preghiera, si modificò e da richiesta di allontanare il calice della passione si trasformò, poi, nel profondo desiderio di conformità alla volontà di Colui che avrebbe deciso la migliore modalità di salvezza (cf. Mt 26,39); infine diventò adesione perfetta alla volontà del Padre (cf. Mt 26,42). Dunque, la preghiera di Gesù non consistette solo in una supplica per la salvezza degli uomini, né nella richiesta di preservazione dalla morte o di risurrezione, ma nel desiderio anzitutto di compiere la volontà di Dio di rimanere in comunione con lui e di salvare gli uomini. Una preghiera così docile e aperta alla volontà di colui che tutto avrebbe po- tuto, non poteva non essere ascoltata e, difatti, il predicatore afferma che Gesù «fu esaudito per la sua pietà». Ciò che a Gesù più premeva, mentre pregava e chiedeva aiuto e salvezza, era di conservare la relazione di perfetta comunione con Dio e di salvare gli uomini. Quindi, in atteggiamento di apertura e disponibilità, di abbandono e profondo rispetto nei confronti di Dio, si dispose con umile sottomissione e amore generoso a compiere la volontà salvifica del Padre, anche se attraverso la sofferenza e la morte (cf. Fil 2,8). Dunque, l'esaudimento di Gesù, senza alcun salvacondotto, consistette nel compimento della volontà del Padre di completa vittoria sopra la morte attraverso la stessa morte (cf. Eb 2,14), secondo un processo doloroso di apprendimento dell'obbedienza attraverso la sofferenza. Nell'obbedienza a Dio e nella completa solidarietà verso i fratelli, si congiungono in Cristo le due dimensioni relazionali dell'amore, l'amore a Dio e l'amore al prossimo: mediante l'obbedienza Gesù si è unito perfettamente alla volontà del Padre, manifestando il suo amore filiale ben diverso dalla filantropia, e nello stesso tempo si è unito più perfettamente agli uomini, perché ha preso su di sé la loro sorte, non elevandosi sopra di essi, ma percorrendo la strada dell'umiliazione per salvarli. In Gesù, grazie alla sua sofferenza trasformata dalla preghiera, è stato creato un uomo nuovo, rispondente all'intenzione divina perché stabilito nell'obbedienza più completa. Dunque, Cristo, attraverso la sua obbedienza, ha rimesso di nuovo l'uomo in comunione con Dio, dopo averne espiato i peccati (cf. Eb 2,17; 9,26). Inoltre, attraverso la sua misericordia sacerdotale Gesù ha dato al credente la capacità di trasformare le sofferenze in offerta gradita a Dio, per mezzo della preghiere e della docilità filiale.

Nei vv. 9-10 il predicatore, ricollegandosi all'evento della passione e morte, espone le conseguenze soteriologiche per gli uomini dell'educazione dolorosa di Gesù, a cominciare dalla trasformazione per cui è «reso perfetto». L'offerta che Cristo fa della sua stessa vita è un sacrificio personale, esistenziale, fatto nell'assoluto rispetto della volontà divina (cf. 5,7) ed esente da ogni complicità con il peccato: per questo è perfetta. Essa è oblazione perfetta – cioè compiuta – anche perché è stata accolta da Dio: Cristo ha offerto ed è stato esaudito. Dunque, il perfezionamento, invocato da Gesù nella preghiera e accolto con docilità, viene operato da Dio attraverso la sofferenza e la morte e consacra Gesù sommo sacerdote perfetto: una vera consacrazione sacerdotale doveva consistere in una trasformazione esistenziale, non rituale ma reale, non materiale ma spirituale, non esterna ma intima e profonda, secondo un processo di radicale maturazione attraverso la sofferenza, così da essere degno di entrare in rapporto con Dio. Grazie alla «perfezione» raggiunta, per l'obbedienza filiale al Padre (dimensione verticale del sacerdozio) e per la solidarietà radicale con l'umanità (dimensione orizzontale), Gesù può esplicare le sue funzioni sacerdotali verso «tutti quelli che gli obbediscono» (chiara allusione a «obbedienza» del v. 8). Gesù, per la sua obbedienza appresa nella sofferenza, è diventato la condizione di possibilità perché gli uomini, obbedendo a lui e per mezzo di lui (cf. 13,21 ), accedano alla salvezza divina. In ordine alla sua azione sacerdotale – e per la comunicazione che fa agli uomini di questa trasformazione – Cristo è causa e mezzo «di salvezza eterna» sia perché il suo sacrificio è eternamente efficace, sia perché è la salvezza che alla fine darà a coloro che lo accolgono al suo ritorno (cf. 9,28), dopo aver perseverato fino all'ultimo nella fede e nella speranza (cf. 3,6.14).

Le tre affermazioni presenti in Eb 5,9-10, su Gesù «reso perfetto», «causa di salvezza eterna» e «proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedek», costituiscono la conclusione della seconda parte della lettera agli Ebrei e, nello stesso tempo, l'annuncio degli argomenti che saranno sviluppati nella terza parte.

Discorso impegnativo per ascoltatori distratti La terza parte della lettera inizia con il richiamo piuttosto energico del predicatore affinché gli uditori stiano più attenti a ciò che verrà loro detto. La sfida dell'oratore è quella di invitare la comunità ad affrontare con rinnovato impegno ciò in cui crede e a progredire verso una fede autenticamente matura. La provocazione continua mediante il ricorso alla metafora familiare del latte, che è il nutrimento dei bambini, e del cibo solido, che è delle persone mature. La metafora del latte e del cibo solido viene usata anche da Paolo in 1Cor 3,1-2 con intento polemico verso quei Corinzi neofìti, spiritualmente ancora bambini perché carnali (divisi tra invidie e dissensi) e quindi incapaci di cibo solido. A causa del tempo trascorso i destinatari dell'esortazione di Ebrei dovrebbero essere già «maestri» (v. 12) e, invece, hanno ancora bisogno che qualcuno li istruisca sui primi elementi della fede cristiana; avrebbero, cioè, ancora bisogno di un'istruzione catechetica iniziale sulla conoscenza delle verità rivelate.


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Esortazione a entrare nel riposo di Dio mediante la fede 1Dovremmo dunque avere il timore che, mentre rimane ancora in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso. 2Poiché anche noi, come quelli, abbiamo ricevuto il Vangelo: ma a loro la parola udita non giovò affatto, perché non sono rimasti uniti a quelli che avevano ascoltato con fede. 3Infatti noi, che abbiamo creduto, entriamo in quel riposo, come egli ha detto: Così ho giurato nella mia ira: non entreranno nel mio riposo! Questo, benché le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo. 4Si dice infatti in un passo della Scrittura a proposito del settimo giorno: E nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere. 5E ancora in questo passo: Non entreranno nel mio riposo!

Il nuovo «oggi» della salvezza in Cristo, vero Giosuè 6Poiché dunque risulta che alcuni entrano in quel riposo e quelli che per primi ricevettero il Vangelo non vi entrarono a causa della loro disobbedienza, 7Dio fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo mediante Davide, dopo tanto tempo: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori! 8Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato, in seguito, di un altro giorno. 9Dunque, per il popolo di Dio è riservato un riposo sabbatico. 10Chi infatti è entrato nel riposo di lui, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie. 11Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.

Elogio della parola di Dio che giudica 12Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. 13Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.

Esortazione conclusiva a credere in Gesù 14Dunque, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.

Avvicinarsi con fiducia a Dio per ottenere misericordia 15Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. 16Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Esortazione a entrare nel riposo di Dio mediante la fede Alla luce di quanto è accaduto agli Israeliti nel deserto, il predicatore continua la sua esortazione affinché i cristiani con fede possano entrare nel «riposo» di Dio, che è ridefinito come realtà celeste. È necessario respingere la tentazione – simile a quella dei padri giunti in prossimità della terra promessa (cf. Nm 14,3-4)– di restare indietro e non entrarvi. Anche gli attuali credenti, come gli Israeliti di un tempo, hanno ricevuto il «lieto annuncio» (v. 2); se per il popolo dell'Esodo esso consistette nella relazione ottimistica di Giosuè e Kaleb, che raccontarono di una terra dove scorreva «latte e miele» (Nm 14,8), per i cristiani della lettera agli Ebrei è quello di entrare nel riposo di Dio. Purtroppo la parola udita da Giosuè e Kaleb non fu di giovamento agli Israeliti, a causa della loro incredulità (cf. Eb 3,19) e la peregrinazione nel deserto fu un'ulteriore conseguenza della loro disobbedienza. Invece, l'adesione di fede alla parola di Dio fa entrare i credenti in Cristo fin d'ora nel riposo celeste. Il riposo di Dio non è un luogo, ma uno stato e la promessa di entrarvi, cioè di aver parte alla beatitudine di Dio, è un processo già in atto (cf. nel v. 3 il verbo «entriamo», al presente e nel quale il predicatore nuovamente include se stesso), che troverà pieno compimento nella patria celeste (cf. 11,16).

Il nuovo «oggi» della salvezza in Cristo, vero Giosuè Dinanzi alla «disobbedienza» (v. 6) dei primi chiamati al tempo di Mosè, Dio fissa un nuovo «giorno» per introdurre i credenti nel riposo di Dio, che coincide con l' «oggi» della Chiesa che annuncia la salvezza definitiva in Cristo. È Cristo il vero Giosuè, il condottiero che introduce nella terra promessa della comunione con Dio (cf. 2,10); l'unica condizione per entrarvi è l'ascolto docile e obbediente alla sua parola, così come dice Dio per bocca di David (cf. v. 7 che riporta il Sal 94,7 [TM 95,7]). La categoria di riposo si carica di un nuovo significato: non è più il possesso della terra promessa – con la pace e la libertà che essa comportava – ma quello stesso di Dio creatore che si riposò il settimo giorno dopo l'opera della creazione. È il «riposo sabbatico» (v. 9), modello, per il popolo di Dio, del riposo che è la salvezza definitiva (cf. 2,10). In questo riposo entreranno i credenti con le loro opere di giustizia e santità (cf. 10,24), così come è avvenuto per Cristo, che è entrato nel suo riposo e ora siede alla destra di Dio, «dopo aver compiuto la purificazione dei peccati» (1,3) e aver aperto la via al cielo per tutti i credenti (cf. 6,20 e 10,20). La conclusione dell'esortazione è un invito rivolto agli uditori a sforzarsi di entrare nel riposo sabbatico e a tendervi continuamente per evitare di cadere nello stesso tipo di indocilità e disobbedienza (v. 11) degli Israeliti (cf. 3,7-19). È lo sguardo verso il futuro che fonda nel presente un cammino di sicurezza nella speranza (cf. 3,6).

Elogio della parola di Dio che giudica Attraverso questo elogio l'autore di Ebrei veicola il suo forte monito per gli uditori sulla parola di Dio che giudica. L'intera frase non è posta lì a caso, né corrisponde a una aggiunta successiva, ma occupa un posto ben determinato nella struttura della sezione: corrisponde esattamente alla citazione della parola di Dio di 3,7-11. Alla parola di Dio sono attribuite cinque qualità. Le prime quattro sono unite a due a due: «viva... ed efficace», «tagliente... e penetrante»; la quinta, «discernente», fa da transizione al v. 13 dove la realtà umana si presenta davanti alla parola di Dio. Si noti anche che il sostantivo lógos apre e chiude l'intera frase, rivestendo un duplice significato: prima di «parola di Dio» (v. 12) e poi di «rendiconto» che i credenti dovranno fare a lui (v. 13). Il duplice significato attribuito al sostantivo lógos nell'arco di due versetti denota la grande abilità letteraria del nostro autore.

Il predicatore invita quindi a considerare molto seriamente la parola di Dio che aveva escluso gli ebrei dalla terra promessa perché increduli e infedeli. I destinatari della lettera sono in cammino verso la loro meta, ma sono anche nel pericolo di non continuare il loro viaggio; per poter partecipare del riposo di Cristo (cf. 4,1) è necessario che perseverino nella fede, discernendo nella propria vita la presenza di Dio che con la sua Parola opera per la salvezza o la rovina. La parola di Dio realizza la sua stessa presenza ed è il mezzo della sua rivelazione nella vita dell'uomo. Quindi, quando la parola di Dio si rivolge agli uomini, è Dio stesso che parla ai credenti. La sua parola è «viva» (v. 12), perché egli è il «Dio vivente» (3,12). Quando parla, comunica non una parola morta e del passato, ma viva (cf. Dt 32,47) ed eterna (cf. Is 40,8; 1Pt 1,24-25), che opera ed è capace di trasformare in modo efficace il cuore dell'uomo.

Per descrivere l'azione della parola di Dio viene usata la metafora della spada all'interno di un contesto giudiziario anch'esso metaforico (cf. Dt 13,13-16; Rm 13,4). Di solito la procedura giudiziaria inizia con l'inchiesta, poi segue il giudizio e infine l'esecuzione della pena. Qui la lettera, per essere più efficace con il suo uditorio, opera in modo inverso: comincia dapprima dall'esecuzione della pena capitale (cf. «spada»), poi risale al giudizio (cf. «discerne») e, infine, presenta l'inchiesta (cf. «rese scoperte»). La Parola è più tagliente di una spada a doppio taglio, pronta a eseguire in modo inesorabile la condanna a morte (cf. Ez 21,14- 15). Come in una decapitazione la spada taglia in modo incisivo, così fa anche la parola di Dio, che al tempo stesso penetra (cf. Sap 7,22-24) «fino alla divisione» di realtà fisiche profondamente solide e connesse tra loro, come le giunture, e di realtà incluse e occulte, come le midolla protette dentro le ossa. L'immagine usata è molto efficace per esprimere la potenza della parola di Dio che giunge fino nei recessi più profondi dell'essere umano: essa infatti penetra fino alla divisione dell'anima, principio della vita fisica, e dello spirito, principio della vita spirituale. E l'acutezza e la capacità di giudizio della parola di Dio (cf. Gv 12,48) sono tali -che scrutano dentro, fin nell'intimo (cf. Pr 20,27), ciò che in genere sfugge alla conoscenza degli uomini: essa, infatti, discerne e giudica i pensieri e le intenzioni del cuore (cf. Sal 19,15; Dn 2,30). È l'azione discriminante della parola di Dio, che nella sua potenza penetrante e smascherante comporta un processo di vaglio.

Non c'è creatura che nei recessi più profondi del suo essere non sia conosciuta da Dio e che non sia smascherata da lui quando illusoriamente tenta di nascondersi ai suoi occhi (cf. Gen 3,10) e rivestirsi d'altro rispetto a se stessa, mediante la falsità (cf. Sal 144,8) e l'ipocrisia (cf. Mc 12,15). A Dio, che scruta l'uomo nel più profondo di tutta la sua persona e che giudica ogni cosa, il credente – guidato dal discernimento della parola di Dio – alla fine deve rendere conto della propria vita. Attraverso il pronome personale «noi», l'autore coinvolge nel suo il discorso gli uditori e li richiama al giudizio di Dio. L'appello è dunque a una serietà di vita per credenti che devono saper discernere nella propria esistenza la presenza e l'azione del Dio vivente. Inoltre, dinanzi alla possibilità di entrare definitivamente nel riposo promesso, non si deve sottovalutare l'efficacia della parola di Dio che è per la salvezza o la rovina del credente.

Esortazione conclusiva a credere in Gesù Qui ritornano – a mo' di inclusione con 3,1 – il nome di «Gesù», il suo ruolo di «sommo sacerdote» e la prospettiva celeste dei «cieli» dove egli si trova glorificato e dove si compirà la «vocazione» dei cristiani. Gesù non deve, come i sommi sacerdoti del tempio, entrare una sola volta all'anno nel Santo dei Santi, là dove risiede Dio, perché con il proprio sangue è entrato una volta per sempre nel santuario dei cieli, procurando così all'uomo una redenzione eterna (cf Eb 9,12). Gesù, come «sommo sacerdote grande» che «ha attraversato i cieli», è alla destra della Maestà nei cieli (cf. 1,3), nel suo riposo (cf. 4,10), nella comunione gloriosa con il Padre. I cristiani, «partecipi di una vocazione celeste» (3,1), sono chiamati anch'essi a raggiungere quel «riposo sabbatico» (4,9) insieme a Gesù – il capo che li guida alla salvezza (cf. 2,10) –, ma solo a condizione di perseverare risolutamente e «fino alla fine» (3,14), nella loro confessione di fede (cf. 4,3). Per la franchezza e la fierezza della loro speranza (cf. 3,6), i credenti hanno già ora un fondamento sicuro in Gesù, il Figlio di Dio, che, per la sua natura umana (cf. l'uso del nome «Gesù») e divina (cf. l'uso di «Figlio di Dio»), si rivela come il mediatore per eccellenza che può mettere efficacemente in relazione gli uomini con Dio.

Avvicinarsi con fiducia a Dio per ottenere misericordia Il titolo «sommo sacerdote» è ripreso dal versetto precedente, non più dal punto di vista della credibilità, ma della solidarietà con gli uomini: si compie quindi il passaggio dalla sezione 3,1-4,14, dedicata a Gesù sommo sacerdote degno di fede nei rapporti con Dio, alla sezione 4,15-5,10, dedicata a Gesù sommo sacerdote misericordioso verso gli uomini.

I due versetti sono dotati di una relativa autonomia rispetto al contesto immediatamente successivo e svolgono un ruolo di introduzione a 5,1-10. Gesù, sommo sacerdote nella gloria di Dio, è capace di compatire le debolezze degli uomini, proprio perché è stato come loro provato in tutte le cose (cf. 2,17-18).

Gesù, dopo essere stato messo alla prova nell'evento ormai concluso della passione e morte, possiede anche nel presente glorioso gli effetti durevoli dell'esperienza delle difficoltà e delle sofferenze umane. Per questo è in grado di provare compassione per le debolezze degli uomini, essendo stato provato «in tutto a somiglianza» di loro. L'assimilazione di Gesù alla natura umana, fino alla morte di croce, è totale, come specificato dall'espressione «in tutto». Ebrei parla di somiglianza e non di identità, perché Gesù, rispetto agli uomini, era senza alcun peccato e innocente (cf. 4,15; 7,26; 9,14).

Con questo importante inciso, «escluso il peccato», il predicatore sgombra il campo da ogni equivoco: Gesù sperimentò le tentazioni-prove del diavolo nel deserto (cf. Lc 4,1-12) non soccombendo in nulla; conobbe ogni genere di prova fino all'apice della sofferenza nella passione e morte, passando attraverso la paura (cf. Mc 14,33), l'angoscia (cf. Lc 22,44) e la tristezza mortale (cf. Mt 26,38), ma non venne mai meno nelle prove, affrontandole tutte nella preghiera e trasformandole in offerta, nel profondo desiderio di essere conforme alla volontà del Padre («Padre mio, se questo calice non può passare senza che io lo beva, avvenga la tua volontà!», Mt 26,42). Dunque, Gesù senza cedimento superò tutti gli aspetti negativi delle prove, rimanendo fedele a Dio, facendosi solidale con gli uomini e divenendo mediatore e intercessore per loro nella gloria (cf. Eb 7,25).

Dinanzi a un sommo sacerdote così compassionevole il predicatore, rivolgendosi ai suoi uditori, fa appello a una fiducia illimitata per avvicinarsi al trono stesso di Dio che appariva terribile per maestà e santità (cf. Is 6, 1-5). I credenti non devono temere di avvicinarsi con «piena fiducia» (v. 16) e confidenza al trono della grazia, perché è lì che riceveranno la «misericordia», dopo le debolezze sperimentate nelle prove e nelle tentazioni; ed è lì che poi troveranno la «grazia», per un soccorso opportuno, contro il rischio di venir meno nella fede, a causa dell'asprezza delle sofferenze, e di non resistere contro il peccato, a causa della stanchezza e dello scoraggiamento (cf. 12,3). È importante sottolineare come per Ebrei, prima di ricevere la grazia da Dio al fine di essere aiutati, è necessaria e prioritaria l'invocazione della sua misericordia: solo un cuore umile e penitente che si riconosce bisognoso della misericordia di Dio può aprirsi e accogliere la sua azione salvifica.


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La credibilità di Cristo 1Perciò, fratelli santi, voi che siete partecipi di una vocazione celeste, prestate attenzione a Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, 2il quale è degno di fede per colui che l’ha costituito tale, come lo fu anche Mosè in tutta la sua casa. 3Ma, in confronto a Mosè, egli è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa. 4Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio. 5In verità Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi. 6Cristo, invece, lo fu come figlio, posto sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo.

Ammonimento contro la mancanza di fede 7Per questo, come dice lo Spirito Santo: Oggi, se udite la sua voce, 8non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, il giorno della tentazione nel deserto, 9dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova, pur avendo visto per quarant’anni le mie opere. 10Perciò mi disgustai di quella generazione e dissi: hanno sempre il cuore sviato. Non hanno conosciuto le mie vie. 11Così ho giurato nella mia ira: non entreranno nel mio riposo.

L'incredulità degli Israeliti al tempo di Mosè 12Badate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. 13Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi, perché nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato. 14Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio. 15Quando si dice: Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, 16chi furono quelli che, dopo aver udito la sua voce, si ribellarono? Non furono tutti quelli che erano usciti dall’Egitto sotto la guida di Mosè? 17E chi furono coloro di cui si è disgustato per quarant’anni? Non furono quelli che avevano peccato e poi caddero cadaveri nel deserto? 18E a chi giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo, se non a quelli che non avevano creduto? 19E noi vediamo che non poterono entrarvi a causa della loro mancanza di fede.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La credibilità di Cristo Gesù è il mediatore più perfetto della parola di Dio, che ha diritto – da parte dei credenti – a una adesione piena. Questa autorevolezza per eccellenza di Gesù è sviluppata attraverso un paragone con Mosè. La qualificazione di Cristo con i due titoli di «apostolo» e «sommo sacerdote» rientra in una formulazione di fede unica in tutto il Nuovo Testamento. Il titolo di sommo sacerdote era stato annunziato in 2,17, ma quello di apostolo è davvero originale, probabilmente prepara il confronto con Mosè (portavoce di Dio) per il quale in Es 3,10 LXX si dice che Dio lo «invia» (è il significato del verbo da cui deriva il nome “apostolo” ovvero inviato). Gesù risorto è «il messaggero del Signore degli eserciti» (Mi 2,7), è colui attraverso il quale Dio ha parlato e parla agli uomini (cf. Eb 1,2), è il rivelatore del Padre (cf. Gv 1,18) che comunica la fede con la parola e la imprime nel cuore dei credenti. Non potendo usare il sostantivo «messaggero» (in greco ággelos) di Mi 2,7, perché lo aveva già riferito agli angeli nella prima parte del sermone, Ebrei fa ricorso al termine apóstolos, che significa appunto «inviato». I due titoli insieme sono da riferire alla funzione di Gesù: come «apostolo» parla ai credenti in nome di Dio e con ciò rende possibile la loro fede; come «sommo sacerdote» fa pervenire a Dio la confessione di fede dei cristiani. La fede, infatti, è un dono e una virtù, perché viene da Dio e ritorna a Dio mediante Gesù.

Con il v. 2 inizia il confronto tra Gesù e Mosè. Facendo riferimento a Mosè, l'autore allude a Nm 12,6-8 LXX, in cui si narra che Miryam e Aronne misero in discussione l'autorità del loro fratello Mosè come mediatore privilegiato della parola di Dio. Dio si oppose a questa contestazione, affermando che con Mosè non parlava in sogno o tramite visioni, come con qualsiasi altro profeta, ma bocca a bocca, perché in tutta la sua casa egli era il suo servo «più fedele» (Nm 12,7). Come Mosè, anche Gesù merita la stessa qualificazione, ma come mediatore più perfetto della parola di Dio, perché è i l sommo sacerdote che trasmette la parola definitiva di Dio. Inoltre, Mosè poteva parlare con Dio faccia a faccia e vedere «la gloria del Signore» (Nm 12,8), Gesù risorto, invece, «coronato di gloria e di onore» (2,9) è assiso alla destra di Dio, condivide la stessa gloria e dignità di Dio (cf. 1,3-5). Infatti, Gesù è degno di fede e ha un'autorità «come Figlio» “sopra” tutta la comunità dei credenti (cf. 1Cr 17,14), mentre Mosè è soltanto un «servitore» “all'interno” (v. 5) del popolo dell'antica alleanza come testimone della volontà di Dio che avrebbe avuto pienezza di rivelazione solo con Cristo. Dunque, Gesù è in una posizione migliore di Mosè per esercitare la mediazione della Parola.

Ammonimento contro la mancanza di fede Il predicatore continua l'esortazione a rimanere saldi nell'attesa dei beni promessi, mettendo in guardia contro l'assenza di fede (cf. 3, 12). Per questa ragione invita ad ascoltare lo Spirito Santo citando il Sal 94,7-11 LXX (TM 95,7-11) e attualizzandolo per l'oggi. Nel Salmo la voce alla quale si faceva riferimento era quella di Dio, ma ora la voce che si chiede di ascoltare è quella di Gesù glorioso. Nell'«oggi» del tempo della decisione per la salvezza realizzata dal sacrificio di Cristo, i cristiani devono fare attenzione a non indurire il cuore come avvenne per gli Israeliti, i quali arrivarono ai confini della terra di Canaan, ma si rifiutarono di entrarvi (cf. Nm 14; Dt 1,19-46). Nella versione greca, a differenza del testo ebraico, i versetti del salmo citati non si riferiscono all'intera traversata del popolo d'Israele nel deserto, ma al suo rifiuto di entrare nella terra di Canaan. Infatti, i sostantivi ebraici «Massa» e «Meriba» non sono citati come nomi di località dove Israele «disputò» con Dio e lo «mise alla prova» (cf. Es 17,1-7; Nm 20,1-13), ma sono intesi dalla Settanta come sostantivi comuni che significano rispettivamente «ribellione» e «prova». Dal monte Sinai, dove il popolo di Israele era giunto, a Qadesh-Bamea, cioè alla frontiera della terra promessa, vennero impiegati non quarant'anni, bensì solo undici giorni di cammino (cf. Dt 1,2), al termine dei quali gli Israeliti chiesero che venissero inviati alcuni uomini a perlustrare il paese. Di ritorno, i dodici esploratori fecero due rapporti contrastanti: uno positivo, perché parlarono di un paese dove scorreva latte e miele (cf. Nm 13,27), l'altro negativo, perché il paese aveva città fortificate e immense ed era abitato dagli Anaqiti (cf. Nm 13,28). Purtroppo Israele si lasciò condizionare da coloro che mettevano in evidenza le difficoltà dell'impresa. Dubitando della promessa del Signore (cf. Dt 1,6-8) furono sopraffatti dalla paura (cf. Dt 1,28-33) e attribuirono a Dio un progetto di distruzione: «Poiché YHWH ci odia ci ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, per consegnarci agli Amorriti e distruggerci» (Dt 1,27). Dio, dinanzi al disprezzo e alla mancanza di fede nella sua parola (cf. Nm 14,11), decise di far errare per quarant'anni nel deserto la generazione che si era ribellata e di non farla entrare nella terra promessa (cf. Nm 14,20-23).

L'incredulità degli Israeliti al tempo di Mosè Il predicatore applica le parole del Sal 94,7-11 LXX (TM 95,7-11) ai suoi uditori affinché nessuno segua l'esempio negativo della generazione dell'esodo. Il rischio della comunità dei credenti della lettera agli Ebrei non è tanto il ritorno al giudaismo o al paganesimo, quanto quello di allontanarsi dalla scelta cristiana del proprio battesimo per mancanza di fede, che è il peccato radicale. Abbandonare Dio, che è il vivente e la fonte di vita, significa fare esperienza di morte, come avvenne per la generazione che si rifiutò di entrare nella terra promessa (cf. Nm 14,37), a esclusione di Giosuè e Kaleb e di coloro che nacquero dopo la partenza dall'Egitto. Per evitare una possibile apostasia è necessario che i cristiani si esortino reciprocamente ogni giorno, fino a quando ci sarà la proclamazione dell'«oggi» (v. 13) del tempo definitivo della salvezza, per non essere ingannati dal peccato e quindi cedere all'indurimento del cuore per l'ostinazione nel male. Infatti, sono «partecipi» di Cristo, e quindi inseriti nel suo corpo mistico in virtù del battesimo, a condizione che mantengano salda fino alla fine la realtà di Dio (v. 14), incominciata nel tempo e della quale sono partecipi attraverso la persona storica del Figlio, l'apostolo della loro professione di fede. È in Cristo che hanno preso parte alle «realtà celesti» (8,5; cf. anche 9,23), al regno di Dio.

Il predicatore poi al v. 15 incalza con la sua esortazione, riprendendo il Sal 94,7b-8a LXX (TM 95,7b-8a) sull'indurimento del cuore e sulla ribellione dei padri nel deserto, a mo' di monito per i credenti, affinché anch'essi non si lascino sedurre dall'incredulità e dall'infedeltà. Quegli ascoltatori della parola di Dio, ai quali egli aveva affidato il suo progetto di liberazione, fallirono per mancanza di fede (cf. Nm 14,11). Anche i cristiani della lettera agli Ebrei che ascoltano Dio che parla (cf. 1,1-2; 2,1-4), che sono stati liberati dal loro vivere da schiavi per paura della morte (cf. 2,15), santificati (cf. 2,11) e guidati verso la salvezza (cf. 2,10), possono correre il rischio dell'infedeltà per mancanza di fede.

Infine, si conclude che quegli ebrei, a causa della disobbedienza (v. 19), non poterono entrare nel riposo della terra promessa. E così avvenne, malgrado il tentativo degli Israeliti di entrare nella terra promessa, dove vennero sconfitti dagli Amaleqiti e dai Cananei (cf. Nm 14,44-45). La drammatica verità di quanto accaduto al popolo di Israele è ora sotto gli occhi di tutti i cristiani: a loro dunque è chiesta la risposta di fede con la quale cominciarono la loro vita di cristiani, per non essere esclusi anch'essi dal riposo di Dio, il santuario celeste, dove Gesù li ha preceduti (cf. Eb 6,20).


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La situazione dei cristiani 1Per questo bisogna che ci dedichiamo con maggiore impegno alle cose che abbiamo ascoltato, per non andare fuori rotta. 2Se, infatti, la parola trasmessa per mezzo degli angeli si è dimostrata salda, e ogni trasgressione e disobbedienza ha ricevuto giusta punizione, 3come potremo noi scampare se avremo trascurato una salvezza così grande? Essa cominciò a essere annunciata dal Signore, e fu confermata a noi da coloro che l’avevano ascoltata, 4mentre Dio ne dava testimonianza con segni e prodigi e miracoli d’ogni genere e doni dello Spirito Santo, distribuiti secondo la sua volontà.

Gesù glorificato dopo la sofferenza della morte 5Non certo a degli angeli Dio ha sottomesso il mondo futuro, del quale parliamo. 6Anzi, in un passo della Scrittura qualcuno ha dichiarato: Che cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi o il figlio dell’uomo perché te ne curi? 7Di poco l’hai fatto inferiore agli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato 8e hai messo ogni cosa sotto i suoi piedi. Avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. 9Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti.

Gesù solidale con gli uomini per condurli alla salvezza 10Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. 11Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, 12dicendo: Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi; 13e ancora: Io metterò la mia fiducia in lui; e inoltre: Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato. 14Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, 15e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. 16Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura.

Gesù sommo sacerdote misericordioso e degno di fede 17Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. 18Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La situazione dei cristiani Con la formula di aggancio «per questo» l'autore passa dal genere letterario dottrinale a quello esortativo. Proprio perché il Figlio di Dio è superiore agli angeli e la sua è una parola di salvezza (cf. 2,3) è necessario seguirla con maggiore impegno di vita. L'invito non è tanto a essere attenti nell'ascolto e, quindi, a non distrarsi mentre il predicatore parla, quanto a seguire con tutta la vita, cioè con la mente (l'intelligenza), con il cuore (l'amore) e con le forze (le opere), ciò che è stato loro annunziato (cf. Mc 12,30; Mt 22,37; Le 10,27) e a crescere in esso secondo una fede operativa (cf. Gc 2,18). L'importanza dell'impegno richiesto a seguire il Vangelo è rafforzata dalla messa in guardia dalla conseguenza per chi non accoglie con premura e non mette in pratica le cose udite e cioè dall'andare «fuori strada» (cf. Eb 12,13). C'è il rischio, per coloro che non aderiscono con fedeltà e perseveranza al messaggio udito, di cadere in una situazione di peccato (cf. 3,13) e, di conseguenza, di allontanarsi dal Dio vivente ed essere esclusi dal suo riposo (cf. 3,12-19).

L'esortazione a vivere con impegno la predicazione di Gesù, ricevuta attraverso gli apostoli e accolta dai discepoli della seconda generazione, viene rafforzata attraverso un discorso che continua il paragone tra gli angeli, mediatori della rivelazione sinaitica, e il Figlio di Dio, mediatore della rivelazione neotestamentaria. Nel confronto viene evidenziata una superiorità della seconda fase della rivelazione rispetto alla prima, sia riguardo ai mediatori sia in riferimento al contenuto. Se per la disobbedienza alla Legge Dio interveniva punendo chi lo meritava, a maggior ragione i cristiani a cui si rivolge l'omelia come possono sfuggire al castigo di Dio se trascurano una salvezza così grande, superiore alla stessa Legge, quale è la salvezza eterna mediata dal Signore (cf. 5,8-9)?

Gesù glorificato dopo la sofferenza della morte Il passaggio dal precedente paragrafo esortativo a questo dottrinale avviene attraverso il v. 5, che si riallaccia al tema del confronto tra il Figlio di Dio e gli angeli e introduce la citazione del Sal 8,5-7, per affermare che «il mondo a venire» – ossia il Regno eterno che non avrà mai fine, la città futura (cf. 13, 14) – non è sottomesso agli angeli, ma al Figlio di Dio che nella condizione di uomo è stato prima abbassato con la sua passione e morte e poi innalzato e glorificato. Quanto il Sal 8,5-7 afferma dell'uomo, a proposito del suo abbassamento e innalzamento, il predicatore lo attribuisce a Gesù (cf. 1Cor 15,27; Ef 1,22), come una profezia che descrive l'umiliazione e la glorificazione di Cristo. Gesù, divenendo uomo, è stato «abbassato di poco rispetto agli angeli» e dopo la passione e morte è stato «coronato di gloria e di onore» (v. 9). Tuttavia, anche per Cristo la dominazione su tutto non si è completamente attuata, poiché sta aspettando che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi (cf. 1,13; 10,13). Intanto Gesù è divenuto solidale con gli uomini, affinché per la «grazia di Dio» sperimentasse la morte per la salvezza di ogni uomo. È in Gesù, dunque, che si è realizzata in modo compiuto la vicenda esistenziale dell'uomo, dall'esperienza della morte fino alla meta della gloria.

Gesù solidale con gli uomini per condurli alla salvezza Dopo aver presentato le sofferenze della morte di Gesù come causa e fonte «di gloria e di onore» (2,9), il nostro predicatore dimostra come è conveniente (v. 10) che Dio, per condurre molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante le sofferenze «il capo che li guida» alla salvezza. Il concetto di perfezione/trasformazione in Gesù attraverso le sofferenze e la morte come consacrazione sacerdotale qui è fuggevole, ma sarà ripreso in 5,9. Gesù, raggiungendo gli uomini nella loro condizione esistenziale, segnata e provata dalla sofferenza, e divenendo uno di loro, ha potuto comunicare la sua santificazione (cf. Eb 2,11; 3,1; 10,10.14.29; 13,12), proprio perché colui che santifica e coloro che sono santificati provengono da Dio e sono figli dell'unico Padre (cf. v. 11). Sono dunque il legame filiale che unisce tutti a Dio e la relazione di fraternità del Figlio di Dio con gli altri uomini a fondare la dinamica della santificazione operata da Gesù, il quale, entrato «nel cielo stesso» (9,24) per comparire al cospetto di Dio in favore degli uomini, ha dato ai credenti la possibilità di entrare fiduciosamente dopo di lui e di avvicinarsi a Dio (cf. 7,19), dopo essere stati purificati dai peccati (cf. 10,5-14). Ora Gesù, anche se è assiso alla destra della Maestà nei cieli, non si vergogna di riconoscere gli uomini suoi fratelli, anzi li associa al suo rendimento di grazie a Dio dopo la vittoria sul male e sulla morte. Così la solidarietà di Gesù con gli uomini – iniziata con l'incarnazione – continua anche oltre la morte, nella gloria. Nell'incarnazione Gesù infatti aveva assunto la natura umana (cf. v. 14: «sangue e carne») per divenire fratello degli uomini fino a condividerne la sorte mortale e, reso perfetto attraverso le sofferenze (cf. 5,8-9), paradossalmente servendosi della morte stessa, ha sconfitto il diavolo che aveva il potere della morte. Poi, riprendendo il confronto tra il Figlio di Dio e gli angeli, il predicatore chiarisce che l'attività redentiva di Gesù si è attuata a favore degli uomini e non degli angeli e la modalità non è stata quella di un semplice prendersi cura o di un vago venire in aiuto, ma dell'assumere totalmente su di sé la natura umana: egli «si prende cura» personalmente «della stirpe di Abramo», partecipando al «sangue» e alla «carne» (v. 14) dell'uomo e distruggendo il potere della morte. Così Gesù ha adempiuto la promessa di benedizione di tutte le nazioni del mondo nella discendenza di Abramo (cf. Gen 22,18) e ha salvato l'uomo.

Gesù sommo sacerdote misericordioso e degno di fede L'autore, dopo aver ripreso il tema della somiglianza di Gesù con i suoi fratelli e della sua docilità alla volontà di Dio fino alla passione e morte, afferma che Gesù è diventato mediatore perfetto, sommo sacerdote misericordioso e degno di fede, «allo scopo di espiare i peccati del popolo» (v. 17). La novità di questo versetto è anzitutto che per la prima volta in tutto il Nuovo Testamento si attribuisce a Gesù il titolo di sommo sacerdote esso specifica che Gesù, che guida e santifica i credenti, è anche il mediatore dei rapporti degli uomini con Dio.

Gesù, continuando la tradizione profetica (cf. Is 1,11.13), si è posto contro la concezione ritualista della religione a favore dell'amore obbediente verso Dio e della compassione misericordiosa verso gli uomini: «io voglio l'amore e non i sacrifici, la conoscenza di Dio, non gli olocausti» (Os 6,6). La morte di Gesù non fu percepita subito e direttamente secondo il suo carattere sacrificale, piuttosto venne considerata come l'opposto di un sacrificio, cioè come una condanna. Nonostante ciò il predicatore di Ebrei proclama Gesù come l'unico e vero sommo sacerdote. L'oracolo del Sal 109,4 (TM 110,4) sul sacerdozio del Messia così si compie in Gesù.

L'altra novità di Eb 2,17 è il modo in cui Gesù è diventato sommo sacerdote: «doveva essere reso simile in tutto ai fratelli». La prospettiva è inattesa, perché per divenire sommo sacerdote è stata richiesta a Gesù, come necessaria, una totale assimilazione agli uomini, a differenza delle prescrizioni dell'Antico Testamento, che parlavano non di assimilazione, ma di separazione dalle realtà profane per la santità del sacerdote. Richiedere al sacerdote una rassomiglianza completa con gli altri uomini era inconcepibile con una giusta concezione di sacerdozio; il levita, infatti, dovendo avere contatto con le realtà sacre, veniva separato dagli altri (cf. Nm 3, 15; 18,3; 26,62); anche la consacrazione sacerdotale di Aronne e dei suoi figli avveniva attraverso sacrifici di animali (cf. Es 29; Lv 8) e l'adempimento di precetti di purità rituale (cf. Lv 21). Tale separazione si concretizzava in elevazione al di sopra degli altri uomini (cf. Sirc45,6), creando ambizioni e gelosie (cf. Sir 45,18). Gesù, in conformità al disegno di Dio, non scelse la separazione, ma la vicinanza e la solidarietà con i più deboli e con coloro che subivano la prova (v. 18), per venire loro in aiuto. È sceso nella situazione più umile di sofferenza e di morte degli uomini ed è stato provato in tutto come loro, escluso il peccato (cf. 4, 15). Dopo aver espiato i peccati degli uomini, ha donato loro la salvezza eterna (cf. 2,10; 5,9) e ha aperto la via «nuova e vivente» (10,20) d'ingresso nel santuario celeste (cf. 9,12; 10,19). Dunque, il predicatore, contemplando il mistero di Gesù, reso in tutto simile ai suoi fratelli fino all'abbassamento della passione e morte, si pone in netto contrasto con il concetto di sommo sacerdozio proprio dell'Antico Testamento e insiste sull'esigenza della solidarietà. È l'autentica solidarietà fraterna di Gesù con gli uomini che realizza ciò che le separazioni rituali si sforzavano di raggiungere e, cioè, l'elevazione della natura umana nell'intimità con Dio, dopo aver espiato il peccato che si frapponeva come un ostacolo. Questo cammino di totale solidarietà con gli uomini ha fatto del Figlio di Dio il nostro sommo sacerdote: intimamente unito a Dio nella gloria celeste e, al tempo stesso, strettamente unito agli uomini, mediatore perfetto tra Dio e il popolo e, quindi, unico e vero sommo sacerdote – titolo che meglio corrisponde ai due aspetti del nome di Gesù glorificato dopo la passione e morte, e cioè quello di «Figlio di Dio» (cf. 1,5-14) e «fratello nostro» (cf. 2,5-16).

Ciò è confermato anche dai due attributi del sommo sacerdozio di Gesù – «misericordioso» e «degno di fede» (v. 17) – che esprimono la doppia relazione con Dio e con gli uomini necessaria per l'esercizio della mediazione sacerdotale. Il mediatore deve infatti essere «degno di fede» per mettere il popolo in relazione con Dio, e dall'altra «misericordioso» per poter venire in aiuto fraternamente agli uomini che sono nella prova. Queste due qualità sono strettamente unite, perché da un lato un sacerdote compassionevole con i fratelli, ma non accreditato presso Dio, non potrebbe stabilire la mediazione e l'alleanza, dall'altro non potrebbe stabilirle un sacerdote accreditato presso Dio, ma senza un legame di solidarietà con i fratelli.


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Introduzione 1Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, 2ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. 3Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, 4divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

Cristo glorificato, Figlio di Dio superiore agli angeli 5Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato? E ancora: Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio? 6Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: Lo adorino tutti gli angeli di Dio. 7Mentre degli angeli dice: Egli fa i suoi angeli simili al vento, e i suoi ministri come fiamma di fuoco, 8al Figlio invece dice: Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei secoli; e: Lo scettro del tuo regno è scettro di equità; 9hai amato la giustizia e odiato l’iniquità, perciò Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di esultanza, a preferenza dei tuoi compagni. 10E ancora: In principio tu, Signore, hai fondato la terra e i cieli sono opera delle tue mani. 11Essi periranno, ma tu rimani; tutti si logoreranno come un vestito. **12Come un mantello li avvolgerai, come un vestito anch’essi saranno cambiati; ma tu rimani lo stesso e i tuoi anni non avranno fine. 13E a quale degli angeli poi ha mai detto: Siedi alla mia destra, finché io non abbia messo i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi? 14Non sono forse tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati a servire coloro che erediteranno la salvezza?

Approfondimenti

(cf LETTERA AGLI EBREI – Introduzione, traduzione e commento a cura di Filippo Urso © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La lettera agli Ebrei, secondo una ormai nota espressione di E. Grasser, «non è una lettera, non è di Paolo, né è stata inviata agli ebrei». È invece un magnifico e dotto «discorso di esortazione» (cf. Eb 13,22) sul sacerdozio di Cristo, messo per iscritto e poi inviato a cristiani vittime di opposizioni e persecuzioni, bisognosi di una parola di incoraggiamento e di consolazione per rimanere saldi in Gesù, «autore e perfezionatore» della loro fede (12,2), unico mediatore tra Dio e gli uomini.

Il titolo «Agli Ebrei» non fa parte dell'opera, ma è stato aggiunto successivamente. Infatti, non c'è alcun riscontro nel testo di questo nome o di quello di «giudei» oppure di «Israeliti», né ci sono allusioni a pratiche loro proprie come la circoncisione. Inoltre, non è indicata la regione in cui i destinatari vivono, né le loro origini etniche. Non si sottolinea, altresì, alcuna distinzione tra giudei e pagani. Ciò che è certo è che il predicatore si rivolge a dei cristiani (cf. 3,14) – e cristiani di lunga data (cf. 5,12) – i quali sono esortati a rimanere saldi nella fede in Cristo contro tendenze giudaizzanti di ritorno. Proprio questo aspetto, insieme a una conoscenza approfondita del culto giudaico, ha fatto pensare che l'autore si rivolgesse a una comunità di ebrei.

** Introduzione** L'autore dirige subito l'attenzione dei suoi uditori verso il cuore di tutta la rivelazione biblica e, cioè, l'iniziativa di Dio di dialogare con l'uomo per entrare in comunione con lui e renderlo partecipe della sua santità (cf. 12,10). È questa volontà di Dio che egli sottolinea subito fin dall'inizio e in modo energico; per questa ragione non mira tanto a parlare dei contenuti del messaggio, quanto alla comunicazione in sé, attraverso tutti i protagonisti di questo processo: «Dio» che parla, i «padri» prima e «noi» ora, ai quali è rivolta questa parola e, infine, i mediatori della rivelazione, cioè i «profeti» nel tempo antico e il «Figlio» nella pienezza dei tempi. Colui che si rivela è sempre Dio: nel primo periodo ha parlato attraverso i profeti, in quello decisivo e finale mediante il Figlio. Questo Figlio unigenito – definitivo mediatore della parola di Dio nella seconda fase della storia della salvezza – , il Padre lo ha costituito «erede» di tutto e mediatore dell'atto creatore di Dio (cf. Gv 1,3.10; 1Cor 8,6; Col 1,16-17). Nella seconda parte dell'introduzione vengono considerati dapprima il Figlio nei rapporti con il Padre e con il mondo (1,3a); poi le due fasi della sua opera redentrice (1,3b); infine è presentata la dignità del Figlio successiva all'opera della redenzione (1,4). Il predicatore, dopo aver presentato il Figlio nella sua gloria di erede universale e di mediatore della creazione, ora lo contempla in sé, nella sua divinità. Per rivelare l'essere del Figlio, lo rapporta con la persona divina del Padre con due sostantivi «irradiazione» e «impronta». Dopo la relazione con il Padre l'autore passa alla relazione del Figlio con ogni altra realtà, che è da lui sorretta e sostenuta con la potenza della sua parola. Dunque, il Figlio, oltre a essere all'origine della creazione, è anche colui che conserva l'universo nella sua esistenza (cf. Col 1, 16-17). Il predicatore conclude al v. 4 il suo esordio con una frase sulla superiorità di Cristo sugli angeli che prepara la prima parte della lettera (da 1,5 a 2,18).

Cristo glorificato, Figlio di Dio superiore agli angeli Il confronto tra Cristo e gli angeli permette di delimitare questa prima parte della lettera agli Ebrei: il vocabolo «angeli», oltre a racchiudere i due capitoli in un'inclusione (cf. 1,5 e 2,16), vi ricorre undici volte.

Attraverso un paragone in tre momenti, il predicatore spiega in questo brano la superiorità di Cristo nei confronti degli angeli. Il motivo di tale confronto sta nel fatto che gli angeli venivano venerati come dei mediatori importanti, perché Dio aveva donato la Legge a Mosè attraverso loro (cf. At 7,38.53; Gal 3,19; Eb 2,2); inoltre, erano considerati più vicini a Dio (cf. Tb 12,15) e capaci di influenzare la storia degli uomini, poiché regolavano gli astri (cf. la relazione molto stretta tra angeli e astri in Gb 38,7). Tuttavia, c'era il pericolo, nella mentalità culturale e religiosa del I secolo d.C., di un culto errato degli angeli, secondo il quale Cristo, in quanto uomo, non aveva la loro stessa capacità di mediazione. Dinanzi a queste idee false il predicatore reagisce (cf. la medesima reazione dell'apostolo Paolo in Gal 4,9-10 e Col 2,18) per affermare la supremazia di Cristo, Figlio di Dio fatto uomo e glorificato e quindi con una capacità di mediazione più grande di quella degli angeli, perché più vicino a Dio e più unito agli uomini. In 1,5 l'oratore inizia il paragone con due domande contenenti due citazioni anticotestamentarie (Sal 2,7 e 2Sam 7,14), al fine di dimostrare la subordinazione degli angeli a Cristo. Le domande sono retoriche e tali da stimolare la partecipazione degli uditori, che conoscono molto bene i testi evocati.

Il secondo aspetto del confronto tra il Figlio di Dio e gli angeli riguarda la rispettiva relazione con Dio. Degli angeli il predicatore specifica che essi sono servitori di Dio, dei quali dispone per qualsiasi missione e, citando il Sal 103,4 LXX (TM 104,4), fa comprendere che sono instabili, poiché Dio se ne serve ora secondo una forma (cf. «come venti») ora secondo un'altra (cf. «come fiamme di fuoco»).

Il terzo confronto inizia con una domanda retorica sugli angeli che suppone una risposta negativa: a nessuno degli angeli Dio ha mai detto di sedere alla sua destra. Questa domanda introduce, con tono di sfida, un oracolo contenuto nel Sal 109,1 LXX (TM 110,1). Il Salmo in origine probabilmente si riferiva all'intronizzazione dei successori di David che sedevano in trono alla destra di Dio, cioè, alla destra del tempio di Gerusalemme. Al re, così costituito, veniva riconosciuta una grande autorità, perché era il rappresentante di Dio sulla terra. Tuttavia, questa autorità terrena non poneva mai il re al di sopra degli angeli; il salmo riferito a Cristo glorificato, invece, vuole significare che egli è superiore agli angeli. Si tratta di un salmo messianico, tra i più importanti, che Gesù stesso riferì a sé (cf. Mt 22,41-46; Mc 12,35-37; Lc 20,41-44) e che la Chiesa primitiva applicò a Cristo (cf. At 2,34-36; 1Cor 15,25). Il Figlio è Signore intronizzato alla destra della Maestà nei cieli; gli angeli, invece, sono soltanto servi di Dio. Dunque, il Figlio è superiore agli angeli. Si conclude con questa serie di tre confronti il primo aspetto del nome di Cristo, che è quello di «Figlio» in relazione unica con Dio che lo ha generato, con il quale è coeterno, consustanziale (cf. Eb 1,3: «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza»), unito indissolubilmente e insieme distinto (cf. 1,13: «Siedi alla mia destra») e insieme al quale è creatore e Signore del mondo.


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Indirizzo e saluto 1Paolo, prigioniero di Cristo Gesù, e il fratello Timòteo al carissimo Filèmone, nostro collaboratore, 2alla sorella Apfìa, ad Archippo nostro compagno nella lotta per la fede e alla comunità che si raduna nella tua casa: 3grazia a voi e pace da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo.

Filemone, il ritratto del cristiano autentico 4Rendo grazie al mio Dio, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, 5perché sento parlare della tua carità e della fede che hai nel Signore Gesù e verso tutti i santi. 6La tua partecipazione alla fede diventi operante, per far conoscere tutto il bene che c’è tra noi per Cristo. 7La tua carità è stata per me motivo di grande gioia e consolazione, fratello, perché per opera tua i santi sono stati profondamente confortati. 8Per questo, pur avendo in Cristo piena libertà di ordinarti ciò che è opportuno, 9in nome della carità piuttosto ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù.

Richiesta a Filemone per Onèsimo: la franchezza di Paolo e il valore dell'amicizia 10Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene, 11lui, che un giorno ti fu inutile, ma che ora è utile a te e a me. 12Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. 13Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. 14Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. 15Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; 16non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. 17Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso. 18E se in qualche cosa ti ha offeso o ti è debitore, metti tutto sul mio conto.

Conclusione e “firma” 19Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno: pagherò io. Per non dirti che anche tu mi sei debitore, e proprio di te stesso! 20Sì, fratello! Che io possa ottenere questo favore nel Signore; da’ questo sollievo al mio cuore, in Cristo!

Saluti finali 21Ti ho scritto fiducioso nella tua docilità, sapendo che farai anche più di quanto ti chiedo. 22Al tempo stesso preparami un alloggio, perché, grazie alle vostre preghiere, spero di essere restituito a voi. 23Ti saluta Èpafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, 24insieme con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori. 25La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito.

Approfondimenti

(cf LETTERA A FILEMONE – Introduzione, traduzione e commento a cura di Rosalba Manes © EDIZIONI SAN PAOLO, 2011)

La lettera presenta un procedere argomentativo piuttosto originale che rivela modalità comunicative altamente persuasive. La sfida della lettera è quella di persuadere un uomo ricorrendo alla sfera degli affetti e all'ambito del commercio, alla lingua della sua provenienza sociale e professionale, del mondo di cui egli faceva parte. Tale linguaggio di tutti i giorni fornisce a Paolo il sostrato su cui costruisce la propria argomentazione che fa leva sulla relazione: la novità di relazione con il Signore investe i rapporti interpersonali e li qualifica (fratello, collaboratore, amico). La lettera a Filemone si presenta pertanto come un biglietto di raccomandazione, dove la persuasione trae linfa dal legame inscindibile tra le relazioni intraecclesiali e il loro fondamento cristologico. I rapporti di comunione tra i credenti scaturiscono infatti dalla condizione nuova in cui essi sono inseriti: l'essere «in Cristo» (vv. 8.20.23) o «nel Signore» (vv. 16.20).

Indirizzo e saluto Come ogni “indirizzo e saluto” ricalca uno schema ben preciso, appaiono tuttavia delle varianti che conferiscono a un biglietto indirizzato a un singolo un tratto marcatamente comunitario: la presenza di un co-mittente, Timoteo, e di codestinatari, Apfìa, Archippo e la comunità domestica di Filemone. L'originalità di questo prescritto rispetto ai canoni protocollari classici è data anche dalla presenza di due anticipazioni significative: il tema della prigionia e il legame di amore che unisce i credenti in Cristo che attraversano l'intera lettera. L'“indirizzo e saluto” presenta un clima irenico e, al tempo stesso, drammatico, mostrando da un lato l'effetto negativo dell'annuncio del Vangelo, che è l'esperienza dolorosa delle catene, del carcere e delle lotte; dall'altro, l'effetto positivo, cioè l'esperienza salutare dell'istaurarsi di vincoli di amicizia e di comunione.

Filemone, il ritratto del cristiano autentico L'esordio appare sproporzionato rispetto all'economia del biglietto: sei versetti su un totale di venticinque. La sua ampiezza rivela la sua importanza all'interno della strategia retorica della lettera: un esordio infatti ha il compito di suscitare interesse e disponibilità nei destinatari, mediante l'uso della captatio benevolentiae che favorisce una comunicazione positiva tra mittente e destinatari. Il ringraziamento e la preghiera sono centrati su Filemone, che viene lodato per la sua fede in Cristo e il suo amore per i credenti. La preghiera appare uno strumento importante per accorciare la distanza tra il mittente e il destinatario: il ricordo costante nella preghiera permette a Paolo di essere vicino alle comunità e ai loro singoli membri. Il ritratto di Filemone è tratteggiato con cura e lascia emergere una propensione al bene che punta alla completezza della maturità cristiana: l'amore e la fede di Filemone si estendono fino ad abbracciare la dimensione verticale («per il Signore Gesù») e quella orizzontale, relativa al rapporto con i fratelli della comunità («per tutti i credenti»). Paolo deve persuadere, ma vuole anche che la decisione di Filemone nasca spontaneamente e non sappia di costrizione. Non si appella alla sua autorità apostolica, di cui mostra di essere ben consapevole, ma fa leva sul legame di amicizia e sul vincolo che si è consolidato attraverso la collaborazione di Filemone al suo ministero. La piena franchezza di Paolo viene dal suo ruolo di pastore che rende normativa ogni sua disposizione. Tuttavia egli decide di relegare sullo sfondo tutto ciò che è ufficiale per dare spazio solo alla legge dell'amore insegnata dal Signore Gesù, che supera ogni altra legge umana. È a questa legge che Filemone anzitutto deve sottomettersi.

Richiesta a Filemone per Onèsimo: la franchezza di Paolo e il valore dell'amicizia Il v. 10 sembra una ripetizione di quanto detto ai vv. 8-9; in realtà rappresenta la tesi generale della lettera: Paolo supplica Filemone per Onèsimo, ma non sappiamo ancora per cosa di preciso. La presenza di questa richiesta fa del biglietto a Filemone una «lettera di raccomandazione». Per parlare della relazione con coloro che hanno ricevuto da lui l'annuncio del Vangelo, Paolo predilige l'immagine paterna o materna. Sceglie quindi come unità di misura del suo ministero il rapporto antropologico che fonda l'identità e la crescita di ciascuno, quello tra genitori e figli (cfr. 1Ts 2,7; Gal 4,19), e parla della realtà della sua paternità. Paolo, infatti, nelle sue lettere, rivendica di essere non solo fondatore di comunità o maestro dei credenti, ma anche <<padre» nel senso più pregante del termine. Tale realtà, che si colloca su un piano non biologico ma spirituale, non è tanto conseguenza di un particolare incarico, quanto piuttosto di una vita di unione feconda con Cristo. Chi annuncia il Vangelo, attraverso il seme della Parola, ricrea i cuori e permette l'istaurarsi di rapporti che vanno oltre i vincoli di sangue, per formare quella realtà di grazia che è la famiglia spirituale.

Paolo prepara la richiesta ricorrendo ad alcune prove che ne possano fornire la ragionevolezza. Se ne possono identificare essenzialmente quattro:

  1. l'utilità di Onèsimo per Filemone al v. 11,
  2. l'utilità di Onèsimo per l'apostolo ai vv. 12-14,
  3. la condizione nuova in cui è venuto a trovarsi Onèsimo ai vv. 15-16
  4. l'autogaranzia paolina ai vv. 17-18.

Le prove sono basate sul pathos, puntano cioè ad evocare nel destinatario sentimenti ed effetti sperati. Paolo, infatti, ritiene meno importante dire a Filemone quale decisione concreta prendere in rapporto al suo schiavo, che modificare la visione che egli ha di Onèsimo. Paolo ritarda la richiesta per aiutare il suo destinatario a staccarsi da quello che nelle situazioni è contingente e valutare gli aspetti fondamentali e le relazioni importanti, senza le quali i problemi e le soluzioni perderebbero la loro pertinenza.

Il continuo gioco io-tu sortisce l'effetto di rinsaldare il legame che li unisce: legame tra fratelli, tra padre e figlio, tra maestro e discepolo. In virtù di questo legame, non sarà difficile per Filemone comprendere anche il “non detto” della richiesta di Paolo, così da poterlo attuare con successo. Impiegando il canale comunicativo io-tu, Paolo fa leva sul pathos che nel biglietto a Filemone tocca il suo apice: dopo la richiesta di Paolo, Filemone non potrà non ricevere Onèsimo come fratello. In modo indiretto Paolo elogia Onèsimo che, lungi dall'essere considerato un ribelle, è descritto come colui che ha supplito egregiamente all'assenza del suo padrone. Paolo ricorda a Filemone che Onèsimo lo ha sostituito nel suo servizio durante la prigionia. Lo schiavo di Filemone avrebbe dunque fatto ciò che un uomo libero, Epafrodito, inviato dalla comunità di Filippi, aveva iniziato a fare per Paolo durante la prigionia efesina stando a Fil 2,25-30. Sembra che Paolo ironizzi circa l'assenza di Filemone o che esprima biasimo nei suoi riguardi. Onèsimo, infatti, ha sostituito qualche fratello che la Chiesa domestica presente a casa di Filemone avrebbe dovuto inviargli per assisterlo nelle sue catene. Questo sarà letto al v. 19 come ciò che lo rende debitore nei confronti di Paolo. Tuttavia l'effetto che ne risulta è un elogio alla diakconía di Onesimo, al suo servizio, che va oltre l'aiuto personale prestato a Paolo e rientra nel servizio del Vangelo, causa delle catene dell'apostolo. Pur potendo trattenerlo, Paolo si appella a Filemone, legittimo proprietario dello schiavo, senza costrizioni: emerge il concetto secondo cui l'amore può farsi operante solo a patto che la decisione avvenga nella libertà. In tal modo Paolo esercita una sorta di paternità spirituale anche nei confronti di Filemone, usando con lui una strategia di convincimento improntata alla promozione della sua capacità decisionale e dandogli piena fiducia.

Il testo opera un'identificazione progressiva di Onèsimo a Paolo: egli è «figlio» di Paolo, è sostituto di Filemone presso Paolo prigioniero, è fratello amato di Paolo, è fratello amato di Filemone, ed è sostituto di Paolo presso Filemone. Dopo aver identificato Onèsimo col suo cuore, Paolo lo identifica con la sua persona. In una maniera che è a tratti più velata, a tratti più esplicita, Paolo vuole portare Filemone a conoscere e a convalidare la nuova condizione di vita di Onèsimo, che neutralizza le rigorose prescrizioni dell'antico diritto degli schiavi. Secondo il sistema sociale del tempo, se Onèsimo fosse tornato dal suo padrone, avrebbe dovuto subire gravi sanzioni, ma Paolo suggerisce a Filemone la via dell'accoglienza. Paolo chiede a Filemone, che ha confortato il cuore dei santi (v. 7), di confortare anche il suo cuore. Accogliere Onèsimo equivale ad accogliere il cuore di Paolo (v. 12), accogliere la persona di Paolo (v. 17).

Paolo spiega che, all'interno dei legami inaugurati dal Cristo, tutto ciò che è quantificabile diventa dono, qualcosa che è gratis. Alla logica del commercio che regola i rapporti nella società civile subentra la logica dell'amore, del rispetto, della fiducia che regolano la comunità cristiana. Per questo il linguaggio contabile perde la sua pregnanza e fa spazio a quello della comunione, che non indica solo un legame tra i credenti, ma dice anche la realtà dinamica della partecipazione ad un obiettivo comune. Questa “comunione” avviene attraverso il dono di sé e mostra che è proprio il dono che procura il guadagno più grande. Attraverso questa trasfigurazione della relazione tra creditore e debitore, segnata dal superamento della mentalità del commercio nell'ottica dell'amore e della gratuità, Paolo aspetta che Filemone vada oltre la richiesta da lui formulata e compia un atto di fede.

Conclusione e “firma” Paolo termina la sua argomentazione ricapitolando i temi principali esposti con una conclusione argomentativa, dove appone la sua firma («lo scrivo di mio pugno, io, Paolo») per sottoscrivere la propria richiesta per Filemone. Sa che qui è messa in gioco la sua personale efficacia apostolica. Per questo si attende di essere ascoltato da Filemone e fa appello al suo amore, alla sua capacità di fare il bene, che tanta gioia ha procurato all'interno della comunità di Colossi, e anche alla sua obbedienza. Paolo vuole la liberazione di Onèsimo ma non lo dice mai apertamente.

Saluti finali Come per dare prova della sua piena fiducia in Filemone, Paolo prospetta una sua visita imminente. L'annuncio della venuta del mittente presso il destinatario è un motivo letterario che appartiene allo schema della comunicazione epistolare, così come la richiesta dell'ospitalità, e che rifluisce nelle lettere di amicizia. L'amicizia stessa, infatti, per sua natura provoca la nostalgia, richiede che ci si incontri e desidera occasioni per trascorrere del tempo insieme. Paolo allora si annuncia non per indagare sull'esito della sua richiesta, ma perché si realizzi il desiderio della comunità che prega per la sua liberazione. Paolo richiede ospitalità: chiede quindi anche per sé quanto ha chiesto per Onèsimo.

I saluti finali presentano molte somiglianze con la sezione conclusiva della lettera ai Colossesi: sono infatti entrambe scritte dallo stesso luogo e indirizzate alla stessa Chiesa. Portate a Colossi da Tichico, menzionano entrambe circostanze molto simili relative alla prigionia di Paolo e contengono una lista quasi identica di saluti personali. Questo stretto contatto si potrebbe spiegare supponendo che le due lettere, prima di essere separate nel canone, fossero tenute insieme come corrispondenza di Paolo con la comunità cristiana di Colossi.

In conclusione, con una formula liturgica, Paolo invoca su Filemone e sulla Chiesa domestica, che si raduna nella sua casa, la grazia del Signore.


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Esortazioni di carattere generale 1Ricorda loro di essere sottomessi alle autorità che governano, di obbedire, di essere pronti per ogni opera buona; 2di non parlare male di nessuno, di evitare le liti, di essere mansueti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini.

L'effusione dello Spirito e i suoi effetti 3Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, corrotti, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda. 4Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, 5egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, 6che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, 7affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

Ciò che è «utile» e ciò che è «inutile» 8Questa parola è degna di fede e perciò voglio che tu insista su queste cose, perché coloro che credono a Dio si sforzino di distinguersi nel fare il bene. Queste cose sono buone e utili agli uomini. 9Evita invece le questioni sciocche, le genealogie, le risse e le polemiche intorno alla Legge, perché sono inutili e vane. 10Dopo un primo e un secondo ammonimento sta’ lontano da chi è fazioso, 11ben sapendo che persone come queste sono fuorviate e continuano a peccare, condannandosi da sé.

Informazioni a carattere biografico 12Quando ti avrò mandato Àrtema o Tìchico, cerca di venire subito da me a Nicòpoli, perché là ho deciso di passare l’inverno. 13Provvedi con cura al viaggio di Zena, il giurista, e di Apollo, perché non manchi loro nulla. 14Imparino così anche i nostri a distinguersi nel fare il bene per le necessità urgenti, in modo da non essere gente inutile.

Saluti 15Ti salutano tutti coloro che sono con me. Saluta quelli che ci amano nella fede. La grazia sia con tutti voi!

Approfondimenti

(cf LETTERA A TITO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Rosalba Manes © EDIZIONI SAN PAOLO, 2011)

Esortazioni di carattere generale All'inizio del c. 3 si parla della vocazione del cristiano a essere un buon cittadino, responsabile di fronte all'autorità statale e alle leggi. Incontriamo così un'esplicita ripresa di Rm 13,1-7; vi sono anche contatti con 1Pt 2,13-17. Entrambi questi testi contengono il riconoscimento incondizionato dell'autorità statale. Ma la novità presente in Tt 3,1 è la richiesta rivolta al credente di collaborare attivamente al bene comune. Essere cristiani non corrisponde a sovvertire le strutture sociali e istituzionali, ma ad assumerle e a migliorarle con una presenza qualificata. Il primato dell'autorità determina, come misura dei rapporti, la sottomissione, che diventa centrale nelle lettere Pastorali per descrivere le relazioni interpersonali nei vari ambiti della vita: famiglia, comunità, Chiesa, stato. Subito dopo la sottomissione che si deve alle autorità, si forniscono disposizioni utili a tessere relazioni sociali improntate a un rispetto senza riserve.

L'effusione dello Spirito e i suoi effetti In 3,3 viene rievocato il passato dei credenti: prima dell'incarnazione del Figlio di Dio, l'uomo viveva nella condizione di schiavo. Alla situazione in cui gli uomini si trovavano a vivere a causa del dilagare del peccato, il testo contrappone un'enunciazione sull'opera salvifica di Dio e una professione di fede in Lui. Si parla di un presente tutto salvifico caratterizzato dall'opera della misericordia. È per un'iniziativa estremamente gratuita da parte di Dio che l'uomo può essere liberato dalle catene del peccato e ricevere la vita nuova, effetto del «lavacro di rigenerazione e di rinnovamento» che è il battesimo. Quando la lettera a Tito chiama il rito battesimale cristiano «lavacro)), il discorso si fa innovativo, perché trasforma un'istituzione della vita sociale romana, qual era il bagno pubblico, conferendole un significato del tutto nuovo. Lo Spirito, che cambia il cuore umano in vista della conversione, cambierà il corpo umano e anche il mondo umano in vista della risurrezione. Se l'opera di salvezza realizzata da Gesù mediante l'effusione dello Spirito ha per fine il conseguimento della vita eterna, quale eredità per l'uomo, ciò significa che il Cristo partecipa all'uomo la sua relazione col Padre, che è una relazione da figlio. Nella lettera a Tito, anche se la venuta del Signore nella gloria è rimandata rispetto alle protopaoline, appare una visione molto positiva del mondo. Nel suo orizzonte teologico, tuttavia, la realizzazione del credente avviene solo a livello escatologico.

Ciò che è «utile» e ciò che è «inutile» In un tempo in cui l'attesa escatologica è vissuta in modo più disteso ed è necessario fare i conti col protrarsi del tempo e il convivere con le realtà mondane, il ministro acquista un ruolo centrale. Tito deve esortare la comunità a vivere il mondo senza fuggirlo, deve aiutare i cristiani a impegnarsi nel presente e a radicarsi nella storia attraverso l'esercizio delle «opere buone». L'etica appare quindi all'interno della lettera il terreno fertile dell'ecclesiologia, dove ci si muove verso il compimento pieno dell'uomo nella vita eterna. L'etica cristiana può essere definita «estetica» perché punta ad una speciale visibilità del cristianesimo, testimoniato rispettosamente, ma anche apertamente, in tutti gli ambiti del vivere. Per l'autore della lettera il credente deve «apparire» nel mondo, deve fare in modo cioè che gli altri lo vedano e lo riconoscano, distinguendosi in forza di un atteggiamento luminoso, trasparente, coerente che manifesti il fascino della fede e spinga gli altri ad aderirvi.

Informazioni a carattere biografico All'interno della lettera vi sono informazioni biografiche che risultano essere una strategia per rendere presente un assente e a rafforzarne i discorsi; suscita, inoltre, l'impressione che tra il mittente e il destinatario esista una relazione vivace. Questa tecnica ha l'effetto dì tenere il riflettore puntato su Paolo. L'idea che emerge è quella della successione, non solo a Paolo, ma allo stesso Tito, per mostrare che anche i discepoli diretti di Paolo, nel momento in cui viene scritta la lettera, appartengono al passato. Questo modo dì concludere la lettera con la menzione del successore di Tito ci fa gettare un'occhiata sull'epoca «dopo Tito» e conferma l'ipotesi secondo la quale i veri destinatari del messaggio sono i successori del discepolo di Paolo. Si potrebbe affermare che questa pericope conclusiva punti a esprimere una chiara prospettiva ecclesiologica futura. L'idea di successione emerge con chiarezza, anche se l'avvicendamento delle persone non è preciso. Appare da un lato la continuità rispetto a Paolo, dall'altro la novità del contesto ecclesiale della terza generazione cristiana. Nel v. 14 emerge l'ideale di un cristianesimo visto come pienezza, come compimento della statura umana. Si parla di una fede incarnata che ha come obiettivo quello di produrre frutti (cfr. Gv 15,5.8.16). Secondo l'autore i credenti possono vivere con frutto quando, scorgendo i bisogni umani, li sanno assumere con carità.

Saluti Il saluto della lettera è estremamente breve e impersonale a differenza di tutte le altre lettere dell'epistolario paolino e si limita all'essenziale. Sorprende l'assenza di una definizione cristologica all'interno della formula di benedizione, che di solito è sempre presente nel corpus paolino. Questa mancanza può forse essere spiegata con la notevole portata cristologica che assume nella lettera a Tito il termine charis, «grazia».


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Regolamento comunitario 1Tu però insegna quello che è conforme alla sana dottrina. 2Gli uomini anziani siano sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e nella pazienza. 3Anche le donne anziane abbiano un comportamento santo: non siano maldicenti né schiave del vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, 4per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, 5a essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non venga screditata. 6Esorta ancora i più giovani a essere prudenti, 7offrendo te stesso come esempio di opere buone: integrità nella dottrina, dignità, 8linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti svergognato, non avendo nulla di male da dire contro di noi. 9Esorta gli schiavi a essere sottomessi ai loro padroni in tutto; li accontentino e non li contraddicano, 10non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore.

Motivazione cristologica del regolamento 11È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini 12e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, 13nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. 14Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. 15Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità. Nessuno ti disprezzi!

Approfondimenti

(cf LETTERA A TITO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Rosalba Manes © EDIZIONI SAN PAOLO, 2011)

Regolamento comunitario Il v. 1 svolge una triplice funzione: introduce il contesto rispetto alle posizioni degli eretici di 1,10-16, si presenta come il titolo dell'intero capitolo e costituisce una sorta di inclusione con 2,15.

Al v. 2 inizia un catalogo di sei virtù. La prima categoria a essere interpellata è quella degli uomini anziani. Ad essa sono riferite nonne che riguardano il modo di essere (devono essere seri, sobri, assennati); altre riguardano invece il modo di incarnare la fede (devono essere saldi nella fede, nell'amore e nella pazienza).

Alle donne anziane è richiesto un comportamento santo, che coinvolga la totalità della loro vita, spaziando in tutti gli aspetti della quotidianità (come abitudini alimentari personali e caratteristiche della relazione e del dialogo interpersonale) e facendo di questa una sorta di cattedra, da cui insegnare alle giovani ciò che conviene. Il loro insegnamento relativo al bene ha una dimensione familiare che tocca anche la sfera comunitaria e si risolve in un'autentica edificazione della famiglia e della Chiesa.

Seguono nel codice i requisiti tipici della donna credente sposata, che si caratterizza essenzialmente per l'amore al marito e ai figli. Da essi emerge un'alta concezione della fedeltà coniugale che esige la sottomissione: ciò che fonda l'esortazione alle mogli a essere sottomesse ai loro mariti non si trova nella relazione coniugale, ma nella necessità di evitare che l'assenza di sottomissione sortisca effetti negativi sull'intera comunità. Manca l'elemento della reciprocità (che richiede all'uomo un comportamento corrispondente).

Sorprende la laconicità dell'esortazione rivolta agli uomini più giovani. L'invito a essere assennati, comune anche agli anziani e alle giovani, mostra che questa direttiva dev'essere ritenuta vincolante per tutti. La stringatezza con cui si descrive questa categoria è un artificio retorico impiegato al fine di far emergere la figura di Tito. Torna in primo piano il capo della comunità e la centralità dell'incarico a lui affidato. Si evoca un altro strumento pedagogico per istruire la comunità, oltre a quello di fornire orientamenti comportamentali precisi: l'esemplarità della vita. Tito può istruire la comunità in un duplice modo: con le parole e con le opere. Egli deve presentare se stesso come «esempio di opere buone» che all'interno della lettera sono il segno distintivo della retta fede. L'esemplarità di vita è uno degli elementi caratteristici delle lettere Pastorali: per l'episcopo (cfr. lTm 3,2-7; Tt 1,7-9), per i diaconi (cfr. l Tm 3,8-12) e per i presbiteri (cfr. Tt 1,5-6). Essa non svolge solo una funzione parenetica, ma appartiene al dinamismo vitale della successione apostolica: Tito dev'essere modello, alla maniera dell'apostolo.

Segue a sorpresa un'esortazione che sembra fuori posto, forse a dare maggiore enfasi all'importanza della sottomissione e del silenzio, in chiave apologetica contro i dissidenti. L'intenzione dell'autore è di proporre la solidità delle strutture sociali come tratto distintivo delle comunità cristiane, per presentare la Chiesa come fattore stabilizzante per la società. I tratti caratteristici di uno schiavo autenticamente discepolo di Gesù sono la fedeltà e l'affidabilità nell'amministrare il patrimonio del suo padrone. Emerge così dal testo una visione secondo cui, testimoniando la fede, gli schiavi mostrano la loro disponibilità ad accettare la propria posizione sociale come conforme alla volontà di Dio.

Motivazione cristologica del regolamento Dopo il piccolo regolamento che cerca di disciplinare i vari stati di vita in 2,2- 1O, segue il fondamento che lo sorregge, o meglio la motivazione cristologica da cui esso sgorga. Nei vv. 2-1O si enuncia «ciò che è conforme alla sana dottrina», cioè l'agire derivante da una giusta conoscenza, nei vv. 11-14 si chiarisce invece il contenuto della «sana dottrina», cioè i fondamenti dell'insegnamento che Tito deve trasmettere.

Il verbo «rendere visibile», ripreso poi in 3,4, suggerisce il carattere repentino dell'apparizione ed esprime un chiaro riferimento al mistero dell'incarnazione. Con l'espressione «a tutti gli uomini» appare la dimensione universale del progetto salvifico di Dio in consonanza con la visione presente anche in 1Tm 2,1.4.6. La grazia di Dio che si è manifestata presenta quattro caratteristiche:

  1. proviene da Dio; è «salvifica» (qualità che ricorda l'attribuzione a Cristo dell'appellativo «salvatore»);
  2. è «universale», cioè per tutti;
  3. si presenta come capace di «insegnare», opera che il Risorto condivide con gli uomini, affidandola ai predicatori del Vangelo come Paolo (cfr. Tt 1,3);
  4. è per «noi», per i credenti, coloro che si impegnano a imparare.

La pedagogia della grazia presenta un duplice aspetto: quello negativo della rinuncia alle passioni mondane e quello positivo di un nuovo stile di vita. Rinnegando le passioni, l'uomo non è più schiavo del peccato per vivere nella grazia, coltivando i valori della sapienza, della giustizia e di quella pietà che corrisponde alla religiosità più genuina. L'opera pedagogica della grazia si realizza così nel promuovere nella storia presente del credente le stesse qualità di Dio.

Appaiono i due poli della vita cristiana: il presente dell'etica, segnato dalla prima epifania, come tempo che scorre e passa, e il futuro escatologico della beatitudine e della gloria, segnato dalla seconda epifania, che è eterno. Tra i due tempi si colloca l'attesa e la speranza che è detta «beata» perché ha per oggetto la seconda venuta di Cristo. Essa riceve lo stesso attributo di Dio e si potrebbe dire che la «beata speranza» è Cristo stesso, che rivelerà al tempo stabilito la gloria del Padre.

L'espressione «grande Dio e salvatore» risveglia la memoria storica del popolo d'Israele riportandolo all'esodo. In 2,14, poi, è come se si spezzasse l'ordine cronologico del racconto epifanico, ormai proteso al futuro, per rievocare un episodio trascorso che torna vividamente alla memoria: «ha dato se stesso per noi». Dal futuro della «manifestazione della gloria» nella venuta del Cristo si verifica una sorta di flashback, per trasferirsi con la mente a un momento passato della storia, segnato da una consegna, da un dono. In Tt 2,14 la voce del discepolo fa spazio al maestro, perché sembra che qui sia Paolo a parlare, con un'espressione a lui tanto cara, presente nella lettera ai Galati, ma che ricorre poi in altri passi dell'epistolario paolino divenendo una formula che conferisce al testo un tono squisitamente liturgico. Tt 2,14 evoca quindi l'idea della morte di Gesù e rinvia all'annuncio legato alla tradizione dell'ultima cena (cfr. Lc 22,19-20; 1Cor 11,23-25), con le sue connotazioni di rappresentatività, di sacrificio e di riconciliazione.

Cristo riscatta l'umanità ferita dal male del peccato e la sposa facendola «sua». Non la riscatta con denaro, ma a prezzo del suo sangue. La sposa riscattata dal Cristo è il popolo cristiano, che è stato reso puro attraverso il sacrificio sulla croce e che appartiene a lui in una dimensione di intimità e comunione tipica dell'alleanza, di quel matrimonio tra Dio e il suo popolo che stimola nell'uomo il fiorire delle «opere buone». Queste sono il segno caratteristico dell'elezione, la cartina al tornasole della salvezza accolta e del cristianesimo incarnato, garanzia di una fede autentica e di una «conoscenza della verità intimamente unita a un'autentica vita religiosa» (cfr. Tt 1,1). Lo zelo per le opere buone diviene, a sua volta, l'epifania della dimensione fondamentale della vita cristiana: il dinamismo della fede che opera per mezzo dell'amore (cfr. Gal 5,6). Appare qui la profonda connessione tra cristologia ed etica. Alle «opere buone» l'autore della lettera conferisce un valore normativo in rapporto alla fede: sono un segno distintivo, proprio del cristiano autentico.

A conclusione dell'esposizione dottrinale viene espressa l'urgenza impellente di illustrare un tale insegnamento senza esitazione alcuna. All'interno del popolo cristiano un ruolo speciale spetta a Tito che deve usare «ogni» autorità conferitagli. Il v. 15 è così importante nell'economia dell'intera lettera da rappresentare la chiave di volta funzionale, poiché apporta una sorta di intensificazione o potenziamento della valenza retorica del messaggio. Esso appare una sorta di spartiacque tra i cc. 1-2, il cui tema dominante è la «sana dottrina», e il c: 3, il cui cuore è l'esercizio delle «opere buone». Paolo comunica l'urgenza delle istruzioni epistolari e svela il segreto di ciò che tiene unite l'ortodossia e l'ortoprassi: l'autorità intesa come canale comunicativo privilegiato. L'espressione «con ogni autorità» e il monito «nessuno ti disprezzi!» presentano l'autorità di Tito come assoluta. Si può pensare che a causa dei dissidenti l'autorità apostolica sia contrastata. Perciò l'autore della lettera la rilancia con forza e con espressioni molto incisive.


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Indirizzo e saluto 1Paolo, servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo per portare alla fede quelli che Dio ha scelto e per far conoscere la verità, che è conforme a un’autentica religiosità, 2nella speranza della vita eterna – promessa fin dai secoli eterni da Dio, il quale non mente, 3e manifestata al tempo stabilito nella sua parola mediante la predicazione, a me affidata per ordine di Dio, nostro salvatore –, 4a Tito, mio vero figlio nella medesima fede: grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro salvatore.

I presbiteri e il vescovo 5Per questo ti ho lasciato a Creta: perché tu metta ordine in quello che rimane da fare e stabilisca alcuni presbìteri in ogni città, secondo le istruzioni che ti ho dato. 6Ognuno di loro sia irreprensibile, marito di una sola donna e abbia figli credenti, non accusabili di vita dissoluta o indisciplinati. 7Il vescovo infatti, come amministratore di Dio, deve essere irreprensibile: non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagni disonesti, 8ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé, 9fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori.

La presenza di dissidenti 10Vi sono infatti, soprattutto fra quelli che provengono dalla circoncisione, molti insubordinati, chiacchieroni e ingannatori. 11A questi tali bisogna chiudere la bocca, perché sconvolgono intere famiglie, insegnando, a scopo di guadagno disonesto, quello che non si deve insegnare. 12Uno di loro, proprio un loro profeta, ha detto: «I Cretesi sono sempre bugiardi, brutte bestie e fannulloni». 13Questa testimonianza è vera. Perciò correggili con fermezza, perché vivano sani nella fede 14e non diano retta a favole giudaiche e a precetti di uomini che rifiutano la verità. 15Tutto è puro per chi è puro, ma per quelli che sono corrotti e senza fede nulla è puro: sono corrotte la loro mente e la loro coscienza. 16Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti, essendo abominevoli e ribelli e incapaci di fare il bene.

Approfondimenti

(cf LETTERA A TITO – Introduzione, traduzione e commento a cura di Rosalba Manes © EDIZIONI SAN PAOLO, 2011)

Indirizzo e saluto La lettera a Tito si apre con un “indirizzo” dal carattere programmatico, il più ampio e articolato delle lettere Pastorali sia nella presentazione di Paolo e della sua autorità, sia nella descrizione del compito affidato a Tito. Sorprende il contatto con il prescritto di Rm 1,1-7 con cui condivide la prolissità nel delineare il profilo dell'apostolo. Mentre nella lettera ai Romani si pone l'accento sulla cristologia, nella lettera a Tito si insiste sullo stretto nesso tra l'apostolo e il successore, tra l'origine e l”'oggi” della vita ecclesiale. Contiene una vera e propria teologia dell'apostolato che, facendo leva sull'esaltazione della figura di Paolo e sulla credibilità del suo insegnamento, vede nell'esemplarità dell'apostolo la via maestra per camminare nella «sana dottrina» che da Cristo discende alla Chiesa di tutti i tempi, grazie al ministero degli apostoli e dei loro successori. L'indirizzo ha la funzione di fornire l'identikit del mittente e del destinatario (ambedue fittizi per via del ricorso alla pseudepigrafia), di creare una comunicazione empatica tra i due interlocutori e di introdurre proletticamente il contenuto e l'intento della lettera. La fede dei credenti non è tanto ciò che l'autore/redattore della lettera si propone, ma l'orizzonte dell'apostolato della tradizione paolina, il suo punto di partenza. Il messaggio della lettera a Tito non è finalizzato a suscitare la fede, ma ad essere in comunione con la fede che già dimora presso i cristiani di Creta. Compito di Tito è dare alla fede cristiana radici ancor più profonde. La conoscenza della verità e la vita religiosa è un altro orizzonte dell'apostolato di Paolo. L'autore collega intimamente la fede alla verità. Conoscere la verità è il risultato della trasmissione della tradizione e dell'insegnamento degli apostoli. La sequela della verità viene presentata come via di fecondità. L'autore collega la «conoscenza della verità» a una «autentica vita religiosa», mostrando che conoscere la verità della fede non è un fatto puramente intellettuale, ma implica una dimensione profondamente etica. Si pone così l'accento sulla necessità che la fede e la prassi quotidiana coincidano. La fede cristiana si qualifica pertanto in virtù del connubio tra l'elemento dottrinale e la sua espressione etica, che informa il vivere del credente e che lo modella in base a valori validi in quanto garantiti da Dio stesso. La parola eterna di Dio prende corpo nell'annuncio affidato a Paolo, che assume un ruolo centrale e fondante nella vita della Chiesa. La predicazione apostolica realizza le promesse divine e assume un carattere quasi sacramentale di realtà di compimento, di realtà che realizza ciò che annuncia, sull'esempio della predicazione dei profeti dell'AT e del Cristo stesso. Il Verbo eterno continua a incarnarsi e a manifestarsi nell'annuncio cristiano, la cui autorità non proviene dall'uomo ma dal comando di Dio che sceglie di designare l'apostolo per tale servizio. Nella visione della lettera a Tito, pertanto, la rivelazione è strettamente legata al Vangelo di Paolo e al suo annuncio. La predicazione apostolica riceve qui una rilevanza soteriologica e così lo stesso Paolo, che viene “canonizzato” come parte integrante del dinamismo della rivelazione e della storia della salvezza.

Al v, 4 compare finalmente il destinatario (fittizio) della lettera: si tratta di Tito. Il legame tra Paolo e Tito viene qualificato da due aggettivi: «autentico», relativo a «figlio», e «comune», relativo a «fede». Essi, oltre a rivelare il profondo affetto e la piena armonia di Tito con Paolo, manifestano la continuità tra il ministero dell'apostolo e quello del suo successore, legittimando così il ruolo di Tito e offrendo «una dichiarazione “ufficiale” sul successore insediato dall'apostolo e incaricato del proseguimento dell'azione apostolica». L'enfasi sul legame di generazione spirituale che intercorre tra Paolo e Tito, suo collaboratore, è rafforzato dalla constatazione della comunione nella fede. La comunione che unisce Tito a Paolo diviene normativa, ergendosi a criterio che «decide tra ciò che è legittimo e ciò che non lo è, tra chi è “erede” e chi non lo è».

I presbiteri e il vescovo Dopo aver proclamato solennemente l'autorità legittima e indiscussa di Paolo e la credibilità del suo ministero, seguono le istruzioni che Paolo dà a Tito. Le circostanze del soggiorno di Tito sull'isola di Creta fungono da cornice per mettere in scena questa fiction epistolare che si apre con una serie di istruzioni desunte dal genere della «deontologia professionale» tipica dell'etica ellenistica (1,5-9). Segue poi l'identikit dei dissidenti (1,10-16), che rappresentano, insieme alla necessità di stabilire presbiteri in ogni città dell'isola, la preoccupazione pastorale principale della lettera. Poiché mai nel NT si fa riferimento a un'attività missionaria di Paolo a Creta, la scelta dell'isola come luogo fittizio dell'attività di Tito potrebbe esser stata dettata dalla volontà di affidare ai due discepoli di Paolo, Tito e Timoteo, incarichi da svolgere in differenti terre di missione (Creta ed Efeso).

Appare la necessità di ricondurre l'organizzazione della comunità eristiana al discepolo di Paolo e a Paolo stesso, allo scopo di legittimare la sua struttura ecclesiologica. L'interesse maggiore è rivolto all'apostolo e all'episcopo, che rappresentano l'origine dello sviluppo ecclesiologico. Appare in filigrana l'idea della tradizione: Tito deve trasmettere istruzioni che a sua volta ha ricevuto da Paolo. Tito succede a Paolo nella direzione della comunità cristiana di Creta e riceve il testimone dalle mani stesse dell'apostolo. Ora spetta a lui continuare e portare a compimento ciò che Paolo ha impiantato. Questo pone l'accento sulla stima di cui Tito gode agli occhi di Paolo, ma anche sull'enorme responsabilità di assumere in toto la difficile eredità del suo maestro e padre.

Tito dovrà dispiegare tutte le energie del suo ministero continuando l'opera organizzativa intrapresa da Paolo e nominando presbiteri. Il termine «presbitero» (che in greco significa «[più] anziano») nel giudaismo era impiegato per le autorità locali o di tutto il popolo a Gerusalemme. Esso non appare nel corpus paulinum se non nelle Pastorali, dove designa un ufficio e non una classe d'età. La necessità di nominare presbiteri attesta il successo dell'evangelizzazione realizzata da Paolo e l'espansione del fenomeno della cristianizzazione. Il compito affidato a Tito di costituire presbiteri in ogni città risulta impegnativo se si pensa che Creta era detta l'isola «dalle cento città». Secondo la visione tipica della tradizione paolina è l'apostolo che innesca il meccanismo di trasmissione del ministero apostolico su cui si fonda la Chiesa. Di fronte a lui, tutti gli altri ministeri passano in secondo piano.

Inizia in 1,6 il profilo del presbitero e dell'episcopo che mostra numerose affinità con 1Tm 3,1-7 e 5,17-21. I cataloghi che compaiono in questa sezione risentono dello spiccato guSto etico tipico delle liste presenti nella letteratura ellenistica. Poiché per i «presbiteri» si usa il plurale e per l'«episcopo» il singolare, alcuni hanno pensato che la struttura ecclesiale comportasse un presbitero scelto tra i suoi colleghi per fare da «episcopo», cioè da supervisore alla comunità. Ma con ogni probabilità siamo di fronte a una fluttuanza di vocabolario dovuta all'imprecisione degli incarichi; per cui il termine «episcopo» sarebbe un altro titolo del «presbitero» poiché entrambi hanno il compito di presiedere e quello di insegnare.

Una comunità ecclesiale è la Chiesa di Gesù Cristo quando si nutre dell'insegnamento apostolico. Laddove esso è rigettato, vi è eterodossia e auto-espulsione dalla Chiesa. La «parola degna di fede» richiama il v. 3, dove la «parola» della predicazione di Paolo manifesta il progetto salvifico eterno di Dio «che non mente».

La presenza di dissidenti La comunità di Creta non si presenta omogenea, ma è caratterizzata da gruppi eterogenei. È con questa realtà che il responsabile deve fare i conti. Pertanto, alla descrizione delle qualità che aiutano a rimanere nella verità e a promuoverla, segue l'identikit di chi alla verità ha preferito la menzogna. È chiaro qui il riferimento a un gruppo proveniente dal giudaismo (cfr. vv. 10.14) che, per denaro, è disposto a ingannare la gente, ribellandosi a Dio. Questo gruppo, che si caratterizza per il rifiuto della verità e per l'ipocrisia che mostra nell'osservare precetti di purità assai rigorosi, è decisamente condannato: la menzogna è una «gramigna» poiché mira a distruggere intere famiglie. Per ovviare a questo sfacelo il responsabile della comunità deve insegnare il corretto modo di vita cristiana per tutte le categorie di uomini correggendo con fermezza «perché siano saldi nella fede» (v. 13).

I «puri» sono «coloro che confidano nella redenzione a opera di Gesù Cristo, i quali grazie alla sua morte si sentono un popolo di nuova costituzione». La fede in Cristo redentore purifica, l'assenza di fede invece orienta verso stili di vita che danneggiano gli uomini. Si ribadisce qui la bontà della creazione, espressa in modo più esplicito in 1Tm 4,3-4, e il primato della purezza del cuore di chi si conforma all'insegnamento enunciato da Gesù (cfr. Mt 5,8; 15,11.18).

I dissidenti non agiscono in modo conforme alla «sana dottrina» e non adottano un comportamento esemplare. La profonda scollatura tra il dire e il fare rivela la presenza in loro del relativismo etico e di una religiosità “fai da te”, che li rende simili agli idolatri. L'etica (ortoprassi) di cui il responsabile si fa garante all'interno della comunità, appare quindi il criterio per distinguere l'ortodossia dalla eterodossia e la cartina al tornasole di adesione autentica alla fede in Cristo.


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