📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

La giustizia imparziale 1Perciò chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; tu che giudichi, infatti, fai le medesime cose. 2Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio contro quelli che commettono tali cose è secondo verità. 3Tu che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, pensi forse di sfuggire al giudizio di Dio? 4O disprezzi la ricchezza della sua bontà, della sua clemenza e della sua magnanimità, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? 5Tu, però, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, 6che renderà a ciascuno secondo le sue opere: 7la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; 8ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia. 9Tribolazione e angoscia su ogni uomo che opera il male, sul Giudeo, prima, come sul Greco; 10gloria invece, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo, prima, come per il Greco: 11Dio infatti non fa preferenza di persone.

La legge che hanno i giudei non rappresenta un privilegio 12Tutti quelli che hanno peccato senza la Legge, senza la Legge periranno; quelli invece che hanno peccato sotto la Legge, con la Legge saranno giudicati. 13Infatti, non quelli che ascoltano la Legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la Legge saranno giustificati. 14Quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la Legge, essi, pur non avendo Legge, sono legge a se stessi. 15Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono. 16Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini, secondo il mio Vangelo, per mezzo di Cristo Gesù. 17Ma se tu ti chiami Giudeo e ti riposi sicuro sulla Legge e metti il tuo vanto in Dio, 18ne conosci la volontà e, istruito dalla Legge, sai discernere ciò che è meglio, 19e sei convinto di essere guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre, 20educatore degli ignoranti, maestro dei semplici, perché nella Legge possiedi l’espressione della conoscenza e della verità... 21Ebbene, come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? 22Tu che dici di non commettere adulterio, commetti adulterio? Tu che detesti gli idoli, ne derubi i templi? 23Tu che ti vanti della Legge, offendi Dio trasgredendo la Legge! 24Infatti sta scritto: Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra le genti. 25Certo, la circoncisione è utile se osservi la Legge; ma, se trasgredisci la Legge, con la tua circoncisione sei un non circonciso. 26Se dunque chi non è circonciso osserva le prescrizioni della Legge, la sua incirconcisione non sarà forse considerata come circoncisione? 27E così, chi non è circonciso fisicamente, ma osserva la Legge, giudicherà te che, nonostante la lettera della Legge e la circoncisione, sei trasgressore della Legge. 28Giudeo, infatti, non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; 29ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non nella lettera; la sua lode non viene dagli uomini, ma da Dio.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La giustizia imparziale L'inizio del capitolo a sembra trarre qualche conseguenza da quanto appena affermato e insieme portare avanti il discorso sulla stessa linea. In realtà il cambiamento c'è e si nota soprattutto nel soggetto: ora ci si rivolge a un «tu» che, come si può facilmente intuire, non va identificato con qualcuno in particolare dei destinatari della lettera (e neppure semplicemente con il giudeo): ad essere interpellato infatti è un generico «chiunque tu sia, o uomo». L'azione principale di questo «tu», che viene riprovata, è quella di giudicare gli altri senza averne i diritto (cfr. Mt 7,1-5; Rm 12,19. Mentre finora si era trattato di tutti coloro che commettono l'ingiustizia (e approvano coloro che la praticano), ora invece si prende di mira chiunque critica e giudica costoro, ma si comporta – ipocritamente – allo stesso modo (rimprovero in sintonia con la tradizione evangelica: cfr. Le 6,42; 11,46 e paralleli; 16,15). Paolo qui dà spazio ad alcune convinzioni tradizionali del pensiero biblico-giudaico, sul modo in cui Dio applica la giustizia, basandosi cioè essenzialmente sulla retribuzione degli uomini in base al loro comportamento morale, retribuzione che prevede ovviamente la punizione dei colpevoli. Il giudizio di Dio, diversamente da quello degli uomini, è «secondo verità» (v. 2), è inevitabile (cfr. v. 3) ed è escatologico (cfr. i riferimenti al futuro: la dilazione del v. 4, il «giorno dell'ira» del v. 5, il tempo verbale del v. 6), mentre le conseguenze del male commesso non sono più confinate nel presente, come si era detto in 1,24-31. Della concezione tradizionale fa parte anche la ricompensa per le opere buone (implicitamente nel v. 6, esplicitamente nei vv. 7.10); non deve stupire di trovare qui tale valutazione positiva del ruolo delle opere e in genere della pratica della Legge (cfr. poi specialmente 2,13.15), dal momento che si è ancora al di fuori dell'ambito tipicamente evangelico della giustizia di Dio (da 3,20 in poi infatti tale ruolo sarà considerato soltanto negativo). Il risultato a cui punta Paolo in questa sezione, preparato già dal v. 6 (Dio «retribuirà ciascuno secondo le sue opere», citazione di Pr 24,12), diviene esplicito nei vv. 9-10, ed è infine affermato solennemente al v. 11: l'equiparazione nella retribuzione tra giudeo e greco davanti al giudizio di Dio, fondata sulla sua imparzialità (tale uguaglianza era stata già annunciata nella tesi generale di 1,16-17). Questa prima conclusione dell'argomentazione contiene l'unico elemento di difformità rispetto alla teologia giudaica corrente; il suo universalismo, infatti, risente implicitamente già dell'influsso di una prospettiva teologica prettamente evangelica, che emergerà esplicitamente più avanti (cfr. 3,22-24).

La legge che hanno i giudei non rappresenta un privilegio Intenzionalmente Paolo finora ha evitato qualsiasi elemento che permettesse l'identificazione univoca di una delle due categorie che sono in gioco, giudeo e gentile. Anche se il destinatario è rimasto ancora indeterminato, tuttavia Paolo ha preparato il terreno per rivolgersi ora soprattutto al giudeo che – in quanto conoscitore della Legge divina (cfr. 2,17-18) – è più tentato di porsi ipocritamente in atteggiamento di giudizio-condanna. In questo brano s'impone il tema della Legge dal punto di vista giudaico, per cui la Legge mosaica rappresenta anche un discrimine nella divisione religiosa del mondo: da una parte i gentili, quelli cioè che sono «senza la Legge», e dall'altra quelli che hanno la Legge (cfr. v. 12), e ne vanno fieri, il popolo dell'alleanza. La questione che Paolo affronta riguarda dunque il possesso della Legge, se ciò sia sufficiente o meno ad assicurare il giudeo nel giudizio basato sulle opere (dopo aver precisato che la retribuzione avveniva per tutti in base alle opere). La risposta negativa a quella domanda è fondata sul principio condiviso che la Legge richiede la pratica e non solo l'ascolto (quanto affermerà in 3,20 potrebbe sembrare in contraddizione con quanto scrive ora in 2,13; ma qui Paolo sta ancora ragionando secondo il pensiero giudaico; cfr. anche Gc 1,25).

A dimostrazione di ciò egli argomenta ricordando che anche i non giudei possono operare il bene «per natura»: quanto esige la Legge, infatti, e scritto nei loro cuori (cfr. Pr 3,3; Is 51,7), per cui anch'essi hanno una legge, quella basata sulla coscienza, che li abilita a riconoscere il bene e il male. Ciò che può apparire qui come un'esaltazione dell'etica pagana, ha tuttavia soprattutto l'intento di promuovere il greco al livello del giudeo, il quale perciò inevitabilmente finisce per risultare declassato (come si evince soprattutto dai vv. 17-24). Nel v. 16 sorprende, nella seconda parte, l'unica menzione di Cristo e del Vangelo, in una sezione (1,18-3,20) che si propone di ragionare con categorie prettamente giudaiche; è probabile che Paolo voglia lasciar intravedere qualcosa della novità rappresentata dalla mediazione di Cristo, di cui parlerà dopo (cfr. 5,9-10), in rapporto con il tema attuale del giudizio; l'imparzialità di Dio nel giudicare va di pari passo con la conoscenza che egli ha delle «cose nascoste», di ciò che è nel cuore degli uomini (v. 16; cft. anche 2,11 e poi 1Re 8,39; 1Sam 16,7).

La severa sezione che Paolo indirizza al giudeo nei vv. 17-24 (e che potrebbe intitolarsi: «predichi bene ma razzoli male») non ha l'intenzione di offendere o di condannare i giudei in generale (magari da un punto di vista cristiano, fomentando così l'antisemitismo!), ma di stigmatizzare, attraverso la tipizzazione di un interlocutore fittizio connotato da presunzione e incoerenza, soltanto chi tra loro è portato a esaltare le prerogative giudaiche incentrate sulla Legge (cfr. vv. 17-20) e vive al contempo in contraddizione con essa (cfr. vv. 21-23). Alla figura dell'esperto della Legge, fiero di conoscerla e possederla, tratteggiata in 2,17-23 si potrebbe ben accostare il detto di Mt 11,25 in cui Gesù parla dei saggi e degli intelligenti, ai quali restano nascoste le cose del Regno, rivelate invece ai piccoli, o in genere i rimproveri di Gesù nei confronti di scribi e farisei (cfr. Mt 23; Lc 18,9-14).

Paolo afferma in definitiva che la Legge non serve al giudeo, se essa viene trasgredita, anzi, invece di essere motivo di vanto e pretesto di superiorità sul gentile, rappresenta una responsabilità in più; il giudeo che pecca sarà considerato alla stregua del pagano peccatore, cosicché, di fronte alla retribuzione divina, è come se venisse dissolta la sua identità ebraica. Non c'è dunque nulla che possa distinguere il giudeo dal greco? Per avvalorare la sua risposta di segno negativo, Paolo porta l'esempio della circoncisione, il segno distintivo fisico e insieme socio-religioso peculiare del giudeo, che poteva costituire un motivo di sicurezza, in virtù dell'alleanza che esso significava (cfr. Gen 17,10-11); ebbene, neanche la circoncisione serve a qualcosa, se il circonciso non è osservante della Legge (cfr. v. 25), mentre il non circonciso che la osserva, non solo viene considerato circonciso, ma addirittura si ergerà a giudice dei circoncisi trasgressori (cfr. vv. 26-27); cosi Paolo arriva a dire paradossalmente che Dio nella sua imparzialità potrà considerare circonciso un greco e incirconciso un ebreo.

Il culmine del ragionamento viene raggiunto quando l'apostolo afferma che di fronte a Dio a valere non è la circoncisione esteriore ma quella del cuore (cfr. vv. 28-29); riprendendo con questa immagine una metafora classica dell'Antico Testamento, usata per esprimere il primato dell'interiorizzazione della Legge, tipica specialmente della predicazione profetica (cfr. Dt 10,16; 30,6; Ger 4,4; e, in negativo, Ger 9,24-25), si punta a delineare la figura del vero giudeo, quello cioè che lo è internamente, circonciso nel cuore e nello spirito, al di là della circoncisione fisica (altrove, non qui, Paolo parla dei cristiani come dei «veri circoncisi»: Fil 3,3). Questi sarà riconosciuto da Dio, che solo scruta i cuori (non dagli uomini, che giudicano dall'esterno) e perciò da Lui riceverà la lode (cfr. v. 29; si veda anche 1Cor 4,5).


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Il prescritto 1Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – 2che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture 3e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, 4costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; 5per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, 6e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo –, 7a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!

Ringraziamento ed esordio 8Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché della vostra fede si parla nel mondo intero. 9Mi è testimone Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunciando il vangelo del Figlio suo, come io continuamente faccia memoria di voi, 10chiedendo sempre nelle mie preghiere che, in qualche modo, un giorno, per volontà di Dio, io abbia l’opportunità di venire da voi. 11Desidero infatti ardentemente vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale, perché ne siate fortificati, 12o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io. 13Non voglio che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito – per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra le altre nazioni. 14Sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti: 15sono quindi pronto, per quanto sta in me, ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete a Roma.

Il tema fondamentale: la funzione salvifica del Vangelo 16Io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. 17In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà.

La giustizia punitiva 18Infatti l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, 19poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. 20Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa 21perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. 22Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti 23e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. 24Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, tanto da disonorare fra loro i propri corpi, 25perché hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. 26Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti, le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. 27Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento. 28E poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne: 29sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, 30maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, 31insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. 32E, pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI ROMANI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Giuseppe Pulcinelli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La lettera ai Romani è considerata uno degli scritti più importanti delle origini cristiane, punto di riferimento continuo della teologia fino ai nostri giorni; basti pensare al ruolo che questa lettera ebbe nella conversione e nella riflessione di Agostino d'Ippona, oppure nell'ispirazione della riforma protestante di Lutero, o ancora nel superamento della teologia liberale avvenuto con il commento che ne fece Karl Barth (1922). Di fatto è lo scritto paolino più lungo, quasi certamente l'ultimo composto dall'apostolo e, anche se presenta alcuni temi rintracciabili in altre lettere (specialmente Galati), il tono è in qualche modo diverso dalle altre. Tra tutte è la meno legata a circostanze concrete della comunità a cui si rivolge, e ciò, almeno in parte, è dovuto al fatto che Paolo non ne era stato il fondatore e che al momento in cui scrive non l'aveva ancora visitata; forse proprio per questo, mentre emergono meno le questioni contingenti, risulta essere la più “pensata” e quindi strutturata secondo un disegno ben preciso, per cui alla fine si rivela come una sintesi particolarmente riuscita, anche se non completa, della teologia dell'apostolo, o per lo meno della sua ermeneutica del Vangelo.

L'ermeneutica paolina del Vangelo Per cogliere adeguatamente la straordinarietà del valore teologico della lettera ai Romani e insieme comprendere le ragioni di un perdurante dibattito sulle intenzioni di questo scritto, è utile prima di tutto rendersi conto di una sproporzione: il mittente è un singolo che ha davanti a sé un piccolo movimento religioso allo stato nascente, un gruppo sparuto di persone sparse in varie cellule familiari-comunitarie (cfr. Rm 16,3-15; presumibilmente cento-centocinquanta persone in tutto), di diversa estrazione sociale, comunque piuttosto medio-bassa, praticamente irrilevanti dal punto di vista sociopolitico se raffrontate all'imponenza della capitale dell'impero con la sua ingente popolazione; eppure Paolo, senza avere una loro conoscenza diretta, si diffonde in una trattazione che, possiamo ben dire, è sconfinata, come se, mentre si sta rivolgendo a questa piccola cerchia di credenti, allo stesso tempo con il suo sguardo riflessivo abbracciasse l'universo intero e, insieme a esso, tutta la storia concernente il futuro delle nazioni, a partire da quello del popolo eletto. Questa immensa prospettiva è originata da un alto punto di osservazione: l'evento apocalittico-salvifico rappresentato da Cristo, un punto che fondamentalmente accomuna mittente e destinatari, il credere cioè in Gesù in quanto Messia (Cristo) e Signore (Kyrios) morto e risorto, centro del Vangelo. Allo stesso tempo però il suo modo di interpretare questo Vangelo non coincide totalmente con quello dei destinatari: lo scritto rende ragione proprio di questa differenza e naturalmente soprattutto della fondatezza della prospettiva paolina.

Luogo e data della composizione della lettera Vari indizi concorrono a far ritenere che quando Paolo scrive la lettera ai Romani si trova a Corinto: sta infatti per recarsi a Gerusalemme per portare la colletta raccolta tra le Chiese dei gentili che si trovano in Macedonia e in Acaia, quindi in Grecia (cfr. 15,25-26; il viaggio viene narrato in At 20,3-21,17; cfr. 24,17); poi parla di Febe (cfr. 16,1-2) che era diacono di Cencre, porto orientale di Corinto; quindi saluta Gaio ed Erasto (cfr. 16,23), il primo è quasi sicuramente lo stesso di cui parla in 1Cor 1,14, il secondo anche altrove è messo in relazione con la stessa città (cfr. At 19,22; 2Tm 4,20). Per quanto riguarda la datazione, tenendo conto che Paolo si trova alla fine del terzo viaggio missionario e prima della sua ultima visita a Gerusalemme, essa va collocata intorno al 57 d.C.

Il prescritto Come tutte le lettere antiche e le altre lettere dell'apostolo, il prescritto di Romani presenta gli elementi classici del nome del mittente (superscriptio), del nome dei destinatari (adscriptio) e dei saluti (salutatio); ma a fare la differenza è un'ampiezza che non ha paragoni, trattandosi di ben sette versetti (il parallelo più vicino è Gal 1,1-5).

Lo spazio maggiore è occupato dalla presentazione del mittente (cfr. vv. 1-5): tale ampiezza è motivata certamente dal fatto che Paolo si sta rivolgendo a una comunità che non ha fondato e che non lo conosce direttamente, ma se fin dall'inizio sente di dover enfatizzare le qualifiche relative alla sua chiamata all'apostolato e dire qualcosa del Vangelo che annuncia, probabilmente è anche perché sa che tra i destinatari, oltre a comprovate incomprensioni riguardo alla sua ermeneutica del Vangelo (cfr. 3,8), potevano esserci dei pregiudizi nei suoi confronti. La prima qualifica con la quale egli sceglie di presentarsi ai Romani (cfr. anche Fil 1,1) ha una connotazione molto forte: si definisce «schiavo» e con ciò vuol dire che egli non appartiene più a se stesso, ma è proprietà esclusiva, e perciò a totale servizio, di qualcuno che ne può disporre come vuole. Il secondo titolo è quello di «apostolo», cioè «inviato», «mandato» (così anche in 1Cor 1,1; 2Cor 1,1; Gal 1,1). Tale qualificazione implica l'esistenza di un mandante, il medesimo che è all'origine della chiamata, cioè Dio stesso. Per Paolo, quindi, i criteri che costituiscono l'«apostolo» non coincidono con il criterio di convivenza con il Gesù terreno, proprio dei «dodici» (cfr. l'elezione di Mattia in At 1,21-22).

Al v. 2, il Vangelo, di cui Paolo non ha ancora precisato il contenuto, è descritto come «preannunciato»: aveva già avuto delle anticipazioni ed era stato assicurato con promesse mediante la predicazione profetica nelle Scritture d'Israele (cfr. 1Cor 15,3.4); le numerose citazioni dell'Antico Testamento in Romani confermeranno questo forte collegamento con la storia della salvezza concepita come orientata a Cristo.

Nei successivi vv. 3b-4a Paolo comincia a esprimere il contenuto del Vangelo. Dopo aver precisato lo scopo del suo apostolato e il campo d'azione di portata ecumenica (v. 5: «tra tutte le genti», cioè i non-ebrei), finalmente arriva a menzionare i destinatari: «tra queste siete anche voi» (v. 6). Ciò non tanto per dire che anche i credenti di Roma vanno annoverati «tra» i gentili (quasi volesse far intendere che essi sono prevalentemente di derivazione gentile), ma per indicare che essi si trovano a vivere «tra» i gentili.

Alla fine del prescritto la salutatio («Grazia a voi e pace» v.7) è praticamente identica nella sua tipicità in tutte le lettere paoline: non soltanto unisce una riformulazione del classico saluto greco chaîre (il sostantivo analogo cháris è uno dei termini forti della teologia paolina, serve a esprimere l'azione gratuita e benefica di Dio in favore degli uomini, è ripetuto ventiquattro volte solo in Romani) alla traduzione del termine ebraico Salôm (pace come pienezza di vita e anche dono escatologico), ma la formula augurale implica in un certo senso che Paolo funge da mediatore di questi doni divini.

Ringraziamento ed esordio In tutte le lettere paoline, a eccezione di Galati, al prescritto segue il ringraziamento che Paolo rivolge a Dio riguardo ai credenti («rendo grazie», v. 8):il ringrariamento è la forma di preghiera che l'apostolo predilige (e raccomanda, cfr. 1Ts5,17-18), in questo caso essa costituisce anche un complimento ai Romani (per la testimonianza di fede). Il ringraziamento-esordio mostra l'intento di Paolo di stabilire un clima di affinità e sintonia comunicativa con i destinatari lontani e mai incontrati finora. Il segno di un certo imbarazzo (comprensibile in chi cerca di ottenere un atteggiamento di benevolenza in questo primo approccio) è rintracciabile nel momento in cui egli esprime e man mano “corregge” il motivo del suo desiderio: il comunicare loro qualche dono spirituale, o meglio il trarre conforto dalla condivisione della fede comune, il raccogliere qualche frutto apostolico anche tra loro (cfr. vv. 11-13).

Il tema fondamentale: la funzione salvifica del Vangelo Qui è formulata la tesi principale della lettera, ossia ciò che si intende dimostrare, nei termini della retorica antica la propositio: il Vangelo è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede [...]. È la giustizia di Dio, infatti, che in essa si rivela». Nella frase risultano strettamente connessi tra loro i termini «Vangelo» / «potenza di Dio» / «salvezza» / «giustizia di Dio», tutti connotati in senso positivo, tra cui spicca il primo che è anche il soggetto.

La giustizia punitiva Il modo con cui Paolo inizia lo svolgimento del tema principale suscita perplessità. In effetti il tono molto positivo dei vv. 16-17 è subito abbandonato al v. 18 («l'ira di Dio si rivela dal cielo su ogni empietà e ogni ingiustizia [... degli] uomini») e il quadro rimane negativo in tutta questa sezione.

Dopo il v. 18, che con il suo tono apocalittico rappresenta una specie di anti-tesi rispetto alla tesi propositio (cfr. 1,16-17), Paolo introduce il tema non originale della manifestazione di Dio attraverso il creato e la conseguente possibilità per l'intelligenza umana di pervenire alla conoscenza della sua «eterna potenza e divinità» (v. 20). Tale conoscenza si è rivelata insufficiente per un vero riconoscimento; essa ha anzi generato colpevolezza (cfr. v. 21: «avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono come Dio né gli resero grazie»), orgogliosa ottusità, e ha portato all'idolatria (vv. 21-23). La presunta sapienza umana si infrange nel momento in cui confonde e scambia la creazione con il Creatore: in questo consiste la radice di ogni idolatria, che comincia con l'elevazione dei fenomeni umani (comprese le capacità intellettive dell'uomo) e animali a esperienza del divino. È praticamente l'unica volta che in Paolo si trova tematizzata la polemica anti-idolatrica (in altre sue lettere vi accenna solamente; cfr. 1Cor 8-10, dove ricorre la terminologia ma non si prende di petto la questione), mentre Luca negli Atti la mette alla base del famoso discorso di Atene (cfr. At 17,16-17); sullo sfondo del v. 23 risuonano testi come il Sal 106,20 («scambiarono la loro gloria con la figura di un toro che mangia fieno»), Ger 2,11 ed Es 32.

Nella parte restante del capitolo 1 (vv. 24-32 – forse il brano con i toni più pessimisti di tutto l'epistolario paolino) si descrivono le conseguenze nefaste di questo traviamento religioso sul piano del comportamento, che giungono fino a far perdere del tutto il senso morale (cfr. v. 32).

Il ritornello che scandisce la modalità della punizione divina (cfr. vv. 24.26.28: «Dio li consegnò»), il modo cioè in cui si attua l'ira di Dio nei confronti degli idolatri e immorali, non esprime in realtà l'azione diretta di Dio che castiga, ma il suo abbandonare chi commette tali cose alla pena costituita dal male intrinseco ad esse (non c'è quindi richiamo a un giudizio escatologico); ciò è in sintonia con passi biblici come Is 64,4.5,6 («tu ti sei adirato e noi abbiamo peccato [...] contro di te. [...] Le nostre iniquità ci portano via come vento. [...] Ci hai consegnato in balia delle nostre colpe») ed è un'eco di concetti presenti nella letteratura sapienziale (cfr. Sap 11,16: «ognuno è punito per mezzo di quelle cose per le quali pecca»), ben conosciuti anche nel pensiero stoico (cfr. Seneca, Lettere 87,24: «La massima punizione dei delitti sta in essi stessi»). Il generico «disonorare i loro corpi tra di loro» (v. 24) trova concreta esemplificazione con il solo caso dell'omosessualità (cfr. vv. 26-27; essa fa parte del campo semantico della porneia – traducibile con «fornicazione», «prostituzione» o, più generalmente, «immoralità sessuale» – che però in tutto il brano non viene menzionata); mentre ai vv. 29-31 si trova non a caso il più lungo elenco di vizi in Paolo, uno dei tanti esempi di questo genere letterario diffuso nella letteratura antica e nel Nuovo Testamento (cfr., p. es., Rm 13,12-14; 1Cor 5,9-11; 6,9-10; 2Cor 12,20-21; Gal 5,19-21; Mt 15,19; Mc 7,21-22), che tuttavia non può definirsi completo; mentre ricorrono infatti dei termini sinonimi, non sono menzionati altri peccati come l'adulterio e la fornicazione, che appartengono alla sfera sessuale.


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Paolo sull'isola di Melìte 1Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. 2Gli abitanti ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia e faceva freddo. 3Mentre Paolo raccoglieva un fascio di rami secchi e lo gettava sul fuoco, una vipera saltò fuori a causa del calore e lo morse a una mano. 4Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli abitanti dicevano fra loro: «Certamente costui è un assassino perché, sebbene scampato dal mare, la dea della giustizia non lo ha lasciato vivere». 5Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non patì alcun male. 6Quelli si aspettavano di vederlo gonfiare o cadere morto sul colpo ma, dopo avere molto atteso e vedendo che non gli succedeva nulla di straordinario, cambiarono parere e dicevano che egli era un dio. 7Là vicino vi erano i possedimenti appartenenti al governatore dell’isola, di nome Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. 8Avvenne che il padre di Publio giacesse a letto, colpito da febbri e da dissenteria; Paolo andò a visitarlo e, dopo aver pregato, gli impose le mani e lo guarì. 9Dopo questo fatto, anche gli altri abitanti dell’isola che avevano malattie accorrevano e venivano guariti. 10Ci colmarono di molti onori e, al momento della partenza, ci rifornirono del necessario.

Da Melìte a Roma 11Dopo tre mesi salpammo con una nave di Alessandria, recante l’insegna dei Diòscuri, che aveva svernato nell’isola. 12Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. 13Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. 14Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. 15I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio.

Paolo a Roma 16Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per conto suo con un soldato di guardia.

Il primo incontro con i giudei 17Dopo tre giorni, egli fece chiamare i notabili dei Giudei e, quando giunsero, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo o contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei Romani. 18Questi, dopo avermi interrogato, volevano rimettermi in libertà, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. 19Ma poiché i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere, con questo, muovere accuse contro la mia gente. 20Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena». 21Essi gli risposero: «Noi non abbiamo ricevuto alcuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi: di questa setta infatti sappiamo che ovunque essa trova opposizione».

Il secondo incontro con i giudei 23E, avendo fissato con lui un giorno, molti vennero da lui, nel suo alloggio. Dal mattino alla sera egli esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai Profeti. 24Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano. 25Essendo in disaccordo fra di loro, se ne andavano via, mentre Paolo diceva quest’unica parola: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per mezzo del profeta Isaia, ai vostri padri: 26Va’ da questo popolo e di’: Udrete, sì, ma non comprenderete; guarderete, sì, ma non vedrete. 27Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano, e io li guarisca! 28Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno!». [29]

Epilogo 30Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, 31annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Paolo sull'isola di Melìte Il narratore riempie i tre mesi di sosta a Melite (secondo la tradizione si tratta di Malta; non pochi studiosi mettono in dubbio ciò per vari motivi) con due episodi di miracoli: Paolo morso da una vipera rimane incolume (vv. 2b-6); il padre di Publio viene guarito (vv. 7-8.9). In questi racconti, narrati alla terza persona, non c'è accenno né alla condizione di prigioniero di Paolo, né al centurione e agli altri militari, né agli altri prigionieri. Forse Luca ha inserito nel contesto due racconti di varia provenienza. I vv. 1-2.7.1O, redatti alla prima persona plurale, fanno da cornice. Ma i due racconti non sono qui per caso: l'episodio della vipera conferma l'innocenza di Paolo e la particolare protezione divina di cui gode. Il secondo episodio presenta l'apostolo come portatore di salvezza, autentico continuatore di Gesù. Come prima cosa al lettore viene dato il nome dell'isola, Melite, abitata da barbari, cioè da persone che non parlano il greco. Il contesto del naufragio viene mantenuto (pioggia, freddo, fuoco, niente case), ma il narratore concentra la sua attenzione su Paolo, il quale agisce in piena libertà. Si accende un fuoco (per duecentosettantasei persone! Sotto la pioggia! Non c'era un tetto nei dintorni?): serve a introdurre l'episodio della vipera. Da buon discepolo di Cristo (cfr. Le 22,24-27), Paolo si mette a servire. Sta per alimentare il fuoco con dei rami secchi, quando una vipera stanata dal calore si attacca alla mano dell'uomo di Dio. Il serpente, simbolo ambivalente di guarigione e di morte, provoca la riflessione degli indigeni: Paolo è un omicida inseguito dalla vendetta divina. La riflessione corrisponde a un motivo noto nel mondo ellenistico: un malfattore non può scampare alla punizione. Invece viene di nuovo alla luce l'innocenza dell'apostolo: egli gode del favore di Dio. Paolo è preso per una divinità: ora a Luca interessa non reagire contro questa concezione, già criticata in 14,11-18, ma sottolineare la particolare protezione divina. Al v. 7 Luca introduce il racconto successivo con un vago cenno di ambientazione: Paolo è accolto amichevolmente dal «governatore dell'isola». Il tema dell'ospitalità è caro al redattore. L'apostolo, protetto da Dio, diventa a sua volta salvatore, dimostrando che Dio agisce attraverso di lui. Il padre di Publio soffre di accessi di febbre e di dissenteria. Soltanto in questo testo (v. 8) troviamo insieme la preghiera e l'imposizione delle mani per una guarigione. Ciò forse tradisce una prassi della Chiesa di Luca. L'imposizione delle mani suggerisce la trasmissione di una forza guaritrice, mentre la preghiera indica che essa viene da Dio. L'episodio si conclude con un sommario (v. 9), che ricorda l'attività taumaturgica di Gesù (Lc 4,40; 5,15; 7,21), di Pietro (At 5,16) e dello stesso Paolo (19,11-12). Il «noi» del v. 10 (Paolo e i cristiani con lui? Tutti i passeggeri della nave?) serve a legare l'ultimo episodio con il diario di viaggio.

Da Melìte a Roma Il soggiorno sull'isola dura il tempo della pausa invernale (mare clausum); la navigazione riprende normalmente in marzo. Le notizie sono brevi e precise. Ci si imbarca su di una nave alessandrina (trasportava grano?), che reca l'insegna dei Dioscuri, cioè Castore e Polluce, considerati protettori dei navigatori. La prima tappa è a Siracusa, circa 100 km da Malta (se Melite è Malta); una sosta di tre giorni sia per scaricare-caricare merce, sia per aspettare venti favorevoli. Poi si attracca a Reggio Calabria e finalmente a Pozzuoli, il grande porto tra Roma e l'Oriente (il porto di Ostia era in costruzione sotto Claudio). Da Pozzuoli i passeggeri prendono la via Campana fino a Capua, poi la via Appia. Ma c'è un'attesa di una settimana nel porto: il centurione aspettava istruzioni? Paolo approfitta per visitare la Chiesa locale. I sette giorni sono sufficienti perché la notizia dell'arrivo dell'apostolo giunga fino alla Chiesa della capitale. Di lì, come si usa per l'accoglienza di personalità importanti, i cristiani vanno incontro al grande visitatore. Scorta militare e altri prigionieri sono passati sotto silenzio. Paolo ringrazia Dio e riprende coraggio; lo conforta lo stare in una comunità dove il Risorto è presente e l'aver portato a termine il suo disegno (19,21; 23,11): giungere a Roma per portarvi la sua testimonianza.

Paolo a Roma La conclusione del libro comporta due incontri di Paolo con i giudei di Roma (28,17-22 e 23-28), racchiusi tra due elementi narrativi (vv. 16 e 30-31). Questa conclusione sorprende almeno per due motivi. Anzitutto, il suo apparente carattere di incompiutezza, perché non risponde alle giuste aspettative del lettore: come si svolse il processo dell'apostolo davanti al tribunale imperiale? Quale fu il suo esito? Come avvenne il martirio di Paolo? In secondo luogo, il contenuto stesso è inatteso: due incontri con i giudei; non si parla della Chiesa di Roma, né dell'attività dell'apostolo nella capitale dell'Impero. Eppure non siamo dinanzi a un lavoro incompiuto. Si tratta di una vera conclusione non soltanto degli Atti, ma dell'intera opera lucana. In essa confluiscono i grandi temi che attraversano l'opera e le danno il carattere di ricapitolazione. Il primo colloquio con i giudei utilizza la storia del processo di Paolo: egli è innocente. Il secondo incontro generalizza l'esperienza missionaria dell'apostolo: la predicazione del Vangelo provoca la divisione tra i giudei e dà origine alla Chiesa delle genti. Ora, proprio la tematica della divisione tra i giudei e quella della salvezza per i pagani costituiscono la grande inclusione con l'inizio dell'opera (Lc 2,30-34; 3,6-9; 4,25-29). D'altra parte, con l'arrivo di Paolo a Roma, si compie il programma di At 1,8: ciò che interessa l'autore non è scrivere la biografia del grande apostolo dei pagani, ma mostrare la diffusione della Parola secondo una linea ideale, che va da Gerusalemme a Roma, dal giudaismo alle nazioni, una rottura storica ma non storico-salvifica. Certamente, arrivato a Roma, al centro dell'Impero, il Vangelo non è ancora giunto «alle estremità della terra». Il narratore ha creato uno spazio bianco: lo spazio tra Roma e l'estremità della terra, cioè lo spazio per la missione della Chiesa lungo i secoli. Al v. 16 il narratore presenta la situazione che fa da sfondo a ciò che segue: Paolo, a Roma, si trova sotto custodia militaris; egli ha preso in affitto un alloggio (senz'altro con l'aiuto della comunità locale), può ricevere visite, ma è sempre sorvegliato da un soldato.

Il primo incontro con i giudei Tutta l'attenzione di Luca si concentra su Paolo; quella di quest'ultimo sui giudei di Roma che egli convoca senza indugio. L'insieme è redazionale, fornisce quindi il punto di vista dell'autore: i giudei non sono convocati in vista del processo, ma perché Luca intende legittimare l'apostolo ritenuto colpevole in un processo, che sembra dare ragione alle accuse dei giudei. Di conseguenza, sono sottolineate l'innocenza di Paolo e la sua fedeltà alla Legge d'Israele. Inoltre, per conformare il destino di Paolo a quello di Gesù, Luca scrive che l'apostolo è stato incatenato a Gerusalemme (dai giudei) e consegnato ai Romani. In realtà, Paolo stava per essere linciato dai giudei e fu salvato dai Romani. C'è un'altra situazione, che l'autore accomuna a quella di Gesù: i Romani volevano liberare Paolo, mentre i giudei ostacolano questa decisione. Al v. 20 l'apostolo esplicita il motivo per cui ha convocato i notabili giudei: convincerli che si trova in catene a causa della «speranza d'Israele», a causa della loro comune attesa del compimento delle promesse divine annunciate nella Scrittura. Abilmente il discorso passa dal caso processuale al centro dell'annuncio cristiano. La risposta dei notabili giudei avviene in due tempi (vv. 21 e 22). In un primo momento, dicono di non aver ricevuto né ufficialmente né a voce (per sentito dire) informazioni negative su Paolo; e ciò depone a favore della sua innocenza e predispone gli ebrei di Roma all'ascolto del Vangelo. Poi vogliono conoscere meglio questa «setta» che, nel contesto, non ha il senso negativo di setta o eresia, ma di movimento o scuola. Non è utile fare il confronto con la realtà storica; la dichiarazione serve a introdurre il sommario dall'annuncio cristiano e a mostrare paradigmaticamente l'effetto (la divisione) provocato dalla proclamazione del Vangelo sui giudei neutrali.

Il secondo incontro con i giudei Al secondo appuntamento i giudei si presentano più numerosi e Paolo espone l'annuncio cristiano «dal mattino alla sera». Viene così creata una scena rappresentativa, nella quale l'apostolo presenta al giudaismo l'intero messaggio cristiano. La scena prepara sia la reazione degli ascoltatori (v. 24), sia la citazione isaiana (vv. 26-27), sia l'annuncio del Vangelo al mondo pagano (v. 28), riassumendo la tesi principale del libro. Il v. 23b ricapitola il contenuto dei discorsi missionari rivolti ai giudei negli Atti. Anzitutto, l'annuncio del Regno di Dio come contenuto del lieto messaggio. La predicazione di Paolo viene in questo modo messa in continuità con quella di Gesù (Lc 4,43; At 1,3) e degli apostoli (Lc 10,9). In secondo luogo, lo sforzo di convincere su ciò che concerne Gesù, cioè la sua funzione messianica manifestata nella sua morte-risurrezione, e compresa come compimento della speranza d'Israele annunciata dai profeti. Infine, la testimonianza della Scrittura su Gesù. La reazione dei presenti (v. 24) corrisponde all'esperienza missionaria della Chiesa nel mondo giudaico: la proclamazione della Parola suscita accoglienza e rifiuto in Israele. Come già annunciato da Simeone (Lc 2,34), il messaggio cristiano è segno di contraddizione che provoca divisione. Ora, per l'evangelista, l'intera Scrittura conferma che Gesù è il Messia; di conseguenza, la risposta d'Israele come popolo eletto avrebbe dovuto essere positiva. E questa risposta non c'è stata; l'adesione di alcuni giudei non è una risposta sufficiente. Paolo lo esplicita con una sentenza di condanna mutuata da Is 6,9-1O, secondo il testo della Settanta. Sono le parole che YHWH rivolge a Isaia, nel contesto della vocazione del profeta: la sua predicazione si scontrerà con l'incomprensione del popolo. Paolo ha fatto la stessa esperienza e può quindi fare suo il testo di Isaia. Essendo però a conclusione del libro, acquista un carattere di definitività. Il rifiuto del Vangelo da parte di Israele in quanto popolo appare come effetto di una chiusura verificatasi durante la missione, e annunciata in Isaia. Luca non sembra prevedere una futura conversione d'Israele nel suo insieme, ma soltanto l'entrata nella Chiesa di singoli ebrei. Il discorso diretto si chiude con un'affermazione solenne (v. 28): la salvezza che proviene da Dio, annunciata dai profeti, resasi presente in Gesù, comunicata nella Parola proclamata dagli apostoli, è da Dio destinata ai pagani... ed essi ascolteranno, cioè accoglieranno nella fede. Il futuro che si delinea ha un carattere programmatico: la missione sarà ormai una missione illimitatamente rivolta al mondo pagano, pur lasciando aperta la porta agli ebrei. L'affermazione «essi, di certo, ascolteranno» non significa che tutti i pagani accoglieranno il Vangelo, ma che il volto della Chiesa postpaolina sarà quello di una Chiesa delle nazioni.

Epilogo Il libro si chiude con un breve epilogo che ha il valore di un sommario e rispecchia, nell'agire di Paolo, un orientamento permanente della missione della Chiesa: una missione svincolata dalla Sinagoga, dall'annuncio prioritario al popolo giudaico, e aperta ormai ai pagani, senza chiudere la porta ai singoli giudei che si avvicinano al Vangelo. Roma diventa il centro della missione universale, dove il messaggio cristiano viene annunciato senza ostacoli (un augurio?). In questi versetti conclusivi Luca offre le ultime informazioni su Paolo. Costui si trova sotto custodia militaris: poteva alloggiare in un'abitazione privata, ma era sempre in compagnia di un soldato incaricato di sorvegliarlo. Luca parla di un periodo di due anni. E poi? Inizia il processo? Viene liberato? L'interesse dell'autore sacro non è biografico, bensì missionario: l'annuncio del Vangelo è aperto a tutti. Il discorso di Mileto (20,18-38) lascia pensare che il narratore sapesse della fine di Paolo; è possibile dunque che, trascorsi i due anni, Paolo sia stato condannato alla pena capitale. Per definire la predicazione dell'apostolo (v. 31), Luca riprende due verbi importanti del vocabolario ecclesiale: «annunciare» e «insegnare». L'oggetto della predicazione riguarda il Regno di Dio e «quanto riguardava il Signore Gesù Cristo», evidenziando quindi la continuità tra il messaggio proclamato da Gesù (Lc 8,1; 9,2;At 20,25) e il messaggio pasquale dell'apostolo (Lc 24,19.27; At 18,25; 23,11; 28,23). Due espressioni avverbiali concludono l'intero libro. La prima, «in piena libertà», mette in evidenza la forza della Parola, che si diffonde, capace di conquistare il mondo. La seconda, «senza ostacoli», evidenzia che nessuna opposizione potrà frenare la parola di Dio. In questo modo Luca, terminando la sua opera, apre al futuro come spazio nel quale il lieto annuncio si diffonde nella storia degli uomini, secondo il programma dato dal Risorto ai Dodici (1,8).


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Partenza per Roma e prime tappe 1Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta. 2Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. 3Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. 4Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari 5e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia. 6Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. 7Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; 8la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa. 9Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione; Paolo perciò raccomandava 10loro: «Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». 11Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. 12Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l’inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.

La tempesta 13Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. 14Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. 15La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. 17La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. 18Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. 20Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta. 21Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione”. 25Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26Dovremo però andare a finire su qualche isola».

Il naufragio 27Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. 28Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. 29Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. 30Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, 31Paolo disse al centurione e ai soldati: «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo». 32Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare. 33Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. 34Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». 35Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. 37Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. 38Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare. 39Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave. 40Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. 41Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. 42I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; 43ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; 44poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Si avvia l'ultima fase del programma del Risorto: portare il lieto annuncio fino alle estremità della terra; in concreto, nel cuore dell'Impero romano, nella capitale dell'ecumene. Certo, Paolo raggiunge Roma in circostanze impreviste: da prigio- niero e attraverso pericoli e prove. Con l'accettazione di queste prove, l'apostolo diventa sempre più simile al suo Maestro, e Dio porta avanti il suo disegno. Accanto al motivo della prova che mette in luce la fedeltà di Paolo al volere divino e la confor- mità al suo Signore, un altro motivo attraversa il testo: quello della salvezza. Paolo viene salvato da molti pericoli (tempesta, naufragio, soldati, serpente); ciò conferma che egli è protetto da Dio, quindi un uomo «giusto», innocente. Il tema principale rimane tuttavia l'arrivo dell'apostolo e del Vangelo nella capitale del mondo.

Partenza per Roma e prime tappe I componenti della nave in partenza appartengono a varie categorie: un gruppo di prigionieri, liberi accompagnatori di Paolo, soldati, altri passeggeri e la ciurma. Si tratta di una nave privata requisita dal centurione, nave che tornava al suo porto d'origine in Midia, non lontano da Troade. La prima tappa si fa a Sidone, 120 km da Cesarea. L'operazione di scarico e carico della nave richiede del tempo; Paolo ne approfitta per visitare la comunità cristiana del posto. Il prigioniero godeva dunque di una certa libertà di movimento, ma era accompagnato da un soldato (altri casi simili concernono Ignazio di Antiochia, Policarpo).

Dopo Sidone, le condizioni di navigazione si fanno sfavorevoli. La nave non può prendere la via più breve e deve costeggiare la parte meridionale dell'Asia minore, fino a Mira. Le notizie di Luca sono sobrie ed esatte; Mira era il porto giusto per trovare una nave in partenza per l'Italia. Il porto si trova infatti sulla rotta del trasporto del frumento dall'Egitto verso Roma (l'altra rotta costeggia l'Africa). Da Mira la navigazione prosegue con difficoltà. La nave è costretta a costeggiare il lato meridionale di Creta, cioè a seguire la rotta normale in tempo buono, ma ora pericolosa per i forti venti. Giunge in una località chiamata Buoni Porti. Luca precisa che questa insenatura si trovava vicino a una città di nome Lasaia; una città è sempre necessaria per il rifornimento. Al v. 9, il narratore fornisce un'indicazione cronologica: era passato il «giorno del Digiuno», cioè il digiuno del giorno dell'Espiazione (yôm kippur) tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre (secondo il calendario giudaico). A partire da metà settembre la navigazione era giudicata pericolosa. Non è più questione di raggiungere l'Italia. Paolo interviene direttamente (vv. 10-11); di per sé non era impossibile: il concetto di capitano come unico capo a bordo dopo Dio, non esisteva ancora. Ma Luca costruisce una scena nella quale l'apostolo è messo in luce come unico interlocutore. L'insegnamento che l'evangelista vuole dare è chiaro: le persone che hanno autorità non prendono in considerazione gli avvertimenti dell'uomo di Dio. L'insenatura di Buoni Porti appare inadatta per svernare; si decide di proseguire verso ovest fino a Fenice... impossibile da localizzare; probabilmente si tratta di una località da collocare fuori di Creta (cfr. 27,21; non esiste alcun porto sicuro a ovest di Buoni Porti).

La tempesta Senza dimenticare la finalità teologica, il narratore costruisce un racconto drammatico che si può ricondurre al genere della letteratura di intrattenimento. Si decide di proseguire verso ovest. Un leggero vento da sud permette alla nave di tenersi vicina alla costa. Ma per poco tempo, poiché un vento da nord-est spinge l'imbarcazione verso il largo, in direzione sud-ovest. L'equipaggio perde il controllo della nave e la lascia andare alla deriva. L'imbarcazione costeggia la piccola isola di Caudas, 40 km a sud di Creta. Perché pensano soltanto ora a issare a bordo la scialuppa? E perché non cercano riparo sull'isola? Il v. 17 è di difficile comprensione. Si parla dell'uso di mezzi di soccorso: per issare la scialuppa a bordo o per assicurare la nave con funi? Come si può assicurare la nave (per aumentare la resistenza contro le onde) durante una tempesta simile? Si teme di finire sui pericolosi banchi di sabbia della Sirte, al largo della costa di Cirene (Libia). Il narratore menziona la temuta Sirte per aumentare l'effetto drammatico; in realtà la nave è ancora a 600 km di distanza! Si cala «l'attrezzo»: le vele? Un'ancora galleggiante per frenare la velocità? Continua il crescendo narrativo ai vv. 18-19: si butta in mare parte del carico (le merci?). Luca si ispira a Gio 1,5? Senza poter vedere il sole e le stelle, è impossibile orientarsi. Siamo giunti al punto in cui ogni umana possibilità di salvezza è tolta. È allora che interviene l'uomo di Dio. Paolo incomincia con un rimprovero, che rimanda al suo intervento (del v. 1O). Si sta avverando quanto aveva predetto: serve a dimostrare che egli è veramente inviato da Dio. Ma il suo scopo è di infondere coraggio (v. 22). Le parole dell'angelo (v. 24) vogliono ricordare al lettore il disegno divino: la testimonianza da rendere dinanzi a Cesare; il lettore non deve perdere di vista la finalità missionaria del viaggio. Perché questa volontà di Dio si compia, non solo Paolo ma tutti coloro che stanno accanto a lui avranno salva la vita. La grazia della salvezza dell'apostolo si irradia su chi è solidale con lui. Paolo dunque può ripetere: «non perdiamoci d'animo» (v. 25; cfr. v. 22). L'atteggiamento di fiducia dell'apostolo è il segno che le sue parole rassicuranti sono vere. Non possono non sentirsi rassicurati. Egli conclude: «Bisogna però andare a incagliarci su un'isola»; con «bisogna» il naufragio annunciato riceve il suo significato teologico di salvezza per opera di Dio.

Il naufragio Il narratore si ricollega al v. 20. Da due settimane la nave è alla deriva. Una terra è vicina. L'autore descrive bene le manovre (vv. 28-29) come se egli stesso vi avesse partecipato e poi avesse annotato tutto. Come capire il v. 20? La manovra che consiste nel gettare le ancore a una certa distanza dall'imbarcazione (perché le funi devono essere tese) è giusta; quindi, si utilizza la scialuppa per trasportare le ancore. Ora, secondo il testo questa era soltanto un pretesto dei marinai per fuggire. Ma anche marinai incompetenti non si azzarderebbero in una tale avventura: calarsi in una scialuppa (tutti?!), di notte, con una tempesta in corso, verso una terra sconosciuta con il rischio di scogliere! E il capitano non se ne accorge? È forse soltanto un motivo letterario introdotto dal narratore per mettere in risalto Paolo? L'apostolo, infatti, torna ad essere protagonista (vv. 31-36). Soltanto lui si accorge dell'intenzione dei marinai e avverte il centurione (non il capitano!). Nell'ottica di Luca, il gesto dei soldati appare come un atto di obbedienza all'apostolo e non come gesto di panico: questa obbedienza sarà motivo di salvezza per tutti, non soltanto per i passeggeri ma anche per i marinai. Il motivo della salvezza continua ad essere dominante ai vv. 33-44. È necessario mangiare per salvarsi. L'esortazione di Paolo (v. 34) si conclude con un incoraggiamento nella prova, che ricorda la frase di Gesù: «Non si perderà alcun capello del vostro capo» (Le 21,18). Paolo dà l'esempio e si mette a mangiare (v. 35). Luca descrive il pasto in modo che il lettore vi colga la simbologia eucaristica. L'intera scena acquista un significato più profondo: lo stretto legame tra il prendere cibo e l'essere salvati, l'invito a nutrirsi rivolto a tutti, e l'effetto immediato: la scomparsa della disperazione. Forse l'influenza del racconto della moltiplicazione dei pani/pesci suggerisce a Luca di dare il numero dei passeggeri e di menzionare il tema della sazietà (cfr. Le 9,14.17). Con il v. 38 continua la descrizione concreta del salvataggio: si getta il grano per alleggerire la nave e così potersi avvicinare il più possibile alla costa. All'alba, si vede una terra... sconosciuta: suspense per il lettore. Luca poi descrive la manovra di avvicinamento alla spiaggia (v. 40). La nave si incaglia in un banco di sabbia. Si aggiunge un nuovo pericolo: i soldati vogliono uccidere i prigionieri, per impedirne la fuga. Interviene il centurione. Grazie a lui che vuole salvare l'uomo di Dio, la vita di tutti sarà salva, e la profezia di Paolo si realizza: «In questo modo tutti arrivarono salvi» (v. 44). Tutta la scena è un'illustrazione dell'insegnamento di Luca sull'esistenza cristiana, formulata in 14,22: la salvezza avviene attraverso numerose prove.


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L'ultimo discorso di Paolo 1Agrippa disse a Paolo: «Ti è concesso di parlare a tua difesa». Allora Paolo, fatto cenno con la mano, si difese così: 2«Mi considero fortunato, o re Agrippa, di potermi difendere oggi da tutto ciò di cui vengo accusato dai Giudei, davanti a te, 3che conosci a perfezione tutte le usanze e le questioni riguardanti i Giudei. Perciò ti prego di ascoltarmi con pazienza. 4La mia vita, fin dalla giovinezza, vissuta sempre tra i miei connazionali e a Gerusalemme, la conoscono tutti i Giudei; 5essi sanno pure da tempo, se vogliono darne testimonianza, che, come fariseo, sono vissuto secondo la setta più rigida della nostra religione. 6E ora sto qui sotto processo a motivo della speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri, 7e che le nostre dodici tribù sperano di vedere compiuta, servendo Dio notte e giorno con perseveranza. A motivo di questa speranza, o re, sono ora accusato dai Giudei! 8Perché fra voi è considerato incredibile che Dio risusciti i morti? 9Eppure anche io ritenni mio dovere compiere molte cose ostili contro il nome di Gesù il Nazareno. 10Così ho fatto a Gerusalemme: molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con il potere avuto dai capi dei sacerdoti e, quando venivano messi a morte, anche io ho dato il mio voto. 11In tutte le sinagoghe cercavo spesso di costringerli con le torture a bestemmiare e, nel colmo del mio furore contro di loro, davo loro la caccia perfino nelle città straniere. 12In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con il potere e l’autorizzazione dei capi dei sacerdoti, 13verso mezzogiorno vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio. 14Tutti cademmo a terra e io udii una voce che mi diceva in lingua ebraica: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti? È duro per te rivoltarti contro il pungolo”. 15E io dissi: “Chi sei, o Signore?”. E il Signore rispose: “Io sono Gesù, che tu perséguiti. 16Ma ora àlzati e sta’ in piedi; io ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto di me e di quelle per cui ti apparirò. 17Ti libererò dal popolo e dalle nazioni, a cui ti mando 18per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me”. 19Perciò, o re Agrippa, io non ho disobbedito alla visione celeste, 20ma, prima a quelli di Damasco, poi a quelli di Gerusalemme e in tutta la regione della Giudea e infine ai pagani, predicavo di pentirsi e di convertirsi a Dio, comportandosi in maniera degna della conversione. 21Per queste cose i Giudei, mentre ero nel tempio, mi presero e tentavano di uccidermi. 22Ma, con l’aiuto di Dio, fino a questo giorno, sto qui a testimoniare agli umili e ai grandi, null’altro affermando se non quello che i Profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere, 23che cioè il Cristo avrebbe dovuto soffrire e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunciato la luce al popolo e alle genti».

Dichiarazione di innocenza 24Mentre egli parlava così in sua difesa, Festo a gran voce disse: «Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello!». 25E Paolo: «Non sono pazzo – disse – eccellentissimo Festo, ma sto dicendo parole vere e sagge. 26Il re è al corrente di queste cose e davanti a lui parlo con franchezza. Penso infatti che niente di questo gli sia sconosciuto, perché non sono fatti accaduti in segreto. 27Credi, o re Agrippa, ai profeti? Io so che tu credi». 28E Agrippa rispose a Paolo: «Ancora un poco e mi convinci a farmi cristiano!». 29E Paolo replicò: «Per poco o per molto, io vorrei supplicare Dio che, non soltanto tu, ma tutti quelli che oggi mi ascoltano, diventino come sono anche io, eccetto queste catene!». 30Allora il re si alzò e con lui il governatore, Berenice e quelli che avevano preso parte alla seduta. 31Andandosene, conversavano tra loro e dicevano: «Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti la morte o le catene». 32E Agrippa disse a Festo: «Quest’uomo poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare».

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

L'ultimo discorso di Paolo Paolo pronuncia il suo ultimo grande discorso, che è anche l'ultimo discorso degli Atti, e il terzo nel quale è narrato l'evento di Damasco. E ora viene narrato nella forma di un racconto di vocazione. Luca definisce il discorso come un'apologia, un discorso di difesa. In realtà, per la sua importanza, il discorso supera il contesto giudiziario; è piuttosto una testimonianza di fede. Luca riprende la tradizione riferita in At 9, ma con notevoli differenze dovute al crescendo narrativo, al contesto, all'argomentazione. L'autore ha composto con particolare cura la veste narrativa, e centrato il vero contenuto: l'argomento teologico della risurrezione di Gesù, così come il posto di Paolo nella storia della salvezza. L'evento di Damasco, che ha cambiato la vita di Saulo, è una prova inequivocabile della risurrezione di Gesù: in Cristo si è realizzata la speranza d'Israele. La predicazione di Paolo è un atto di obbedienza al mandato ricevuto dal Risorto e, al tempo stesso, un atto di fedeltà verso la sua fede ebraica.

La difesa dell'apostolo si fa testimonianza: la stessa coerenza di vita di Paolo non può che suscitare stima e ammirazione; la sua fedeltà al passato rende il suo passaggio alla fede cristiana più credibile. Per questa sua coerenza di vita, Paolo appare anche come modello di comportamento per tutti i cristiani: tutti sono chiamati ad essere testimoni di Gesù Cristo. Emerge la grande figura di Paolo delineata da Luca: un uomo coraggioso, fedele, coerente, a suo agio tra i grandi del mondo, degno di ammirazione e di fiducia. Ma grande soprattutto per il ruolo che l'autore gli attribuisce nella storia della Chiesa e nella storia della salvezza in generale. Per la sua fedeltà, Paolo incarna la continuità tra Israele e la missione universale e il suo frutto che è la Chiesa pagano-cristiana. Paolo, cristiano, è rimasto legato all'ortodossia giudaica più autentica espressa dal fariseismo, della quale condivide la speranza fondamentale d'Israele, quella della risurrezione. Come ministro di Cristo ne proclama il compimento in Gesù. Nella Chiesa Paolo è colui che ha portato a esecuzione il programma missionario che il Risorto ha affidato ai Dodici (1,8). Egli è l'apostolo-tipo mediante il quale il Risorto porta a compimento la propria missione salvifica universale, il grande disegno divino su tutta l'umanità, già annunciato dai profeti (26,18.23; cfr. Ger 1,5-8; Is 42,7.18).

Nei primi tre versetti Paolo si rivolge direttamente al re, che assume l'iniziativa e inizia, come di dovere, con una captatio benevolentiae ben costruita. Egli si dichiara fortunato di potersi difendere dalle accuse mosse contro di lui dai giudei; Paolo non le esplicita: il lettore le conosce. Segue un complimento: egli riconosce che il re è versato nelle questioni giudaiche; in questo modo il redattore orienta il discorso verso il vero motivo del dibattito con i giudei, che è di ordine religioso.

Con il v. 4 inizia un accenno autobiografico che non viene sviluppato, perché il lettore lo conosce già. L'accento è posto sul radicamento di Paolo nel popolo d'Israele. Egli è stato da sempre fariseo; quindi, secondo Luca, membro del movimento religioso più conforme alla Torà, al quale egli non ha mai rinunciato anche da cristiano.

Nei vv. 6-8 l'apostolo si concentra sulla situazione presente: egli si vede accusato dai giudei a motivo di quella stessa speranza, che costituiva il centro della sua fede di fariseo, cioè di ebreo ortodosso! È una speranza fondata poiché poggia su di una promessa divina, in sintonia con la fede degli antenati e con la preghiera quotidiana d'Israele. Abilmente il narratore ha messo in luce il paradosso: Paolo è incriminato dai giudei per la sua ortodossia alla fede giudaica! Appare il ragionamento di Luca: egli identifica quello che considera il centro del fariseismo con il centro dell'annuncio cristiano (la speranza nella risurrezione), e vede il loro rapporto nella linea della promessa-compimento. Per la suspense narrativa, l'oggetto della speranza viene nominato soltanto nella domanda retorica del v. 8, una domanda ora rivolta non più al solo Agrippa, ma a tutto l'uditorio presente, giudei e pagani. L'oggetto della speranza, poi, non viene subito dato nella forma dell'annuncio cristiano, ma l'espressione è costruita in modo da favorire il passaggio da una credenza generale nella risurrezione dei morti, alla fede nella risurrezione di Gesù. Il ragionamento di Luca è coerente... per un cristiano! Per lo stesso Paolo la conversione era dovuta a un intervento del Risorto, non fu il frutto di una sua coerenza con le convinzioni farisee.

Segue la parte autobiografica (vv. 9-18). Il fariseo Saulo si opponeva accanitamente al «nome di Gesù il Nazoraim» (v. 9); in maniera appropriata il narratore introduce il nome di Gesù, vero nodo della questione. E dunque il fariseo Saulo si era opposto a colui che porta a compimento la speranza farisaica! Di conseguenza, la sua fede attuale in Gesù risorto non può essere frutto di fantasia... Paolo si pone in contraddizione con la logica espressa nei versetti precedenti: come fariseo, infatti, avrebbe dovuto coerentemente aderire alla fede cristiana! Evidentemente non si giunge alla fede cristiana soltanto con un ragionamento ben condotto! L'apostolo racconta la sua storia che il lettore ha già sentito due volte, ma con un'enfasi narrativa sull'odio del persecutore, sul numero dei perseguitati, sulla varietà e la gravità dei supplizi, sul potere ricevuto che fa di Saulo il plenipotenziario dell'autorità giudaica, incaricato di sradicare il cristianesimo ovunque. Viene accentuato il contrasto tra Saulo, che respinge il nome di Gesù, e Paolo, che ora lo proclama: soltanto l'incontro con il Risorto stesso può spiegare tale svolta.

Non mancano le varianti rispetto ai racconti di At 9 e 22: si insiste sul tema della luce (v. 13), mentre quello dell'accecamento di Saulo è passato sotto silenzio. Tutti (e non solo Saulo) cadono a terra, Saulo sente la voce (v. 14). Il narratore esplicita che il Risorto si esprime «in ebraico», cioè in aramaico (cfr. 21,40), ma poi cita un proverbio conosciuto nel mondo ellenistico, ma inesistente nella letteratura giudaica (v. 14c). Il Gesù degli Atti si rivolge a lettori di lingua greca e da loro deve farsi capire! Il proverbio utilizza l'immagine della bestia da soma costretta a tirare il carro, spinta dal pungolo (un bastone con un chiodo) del contadino. L'immagine significa che è inutile resistere a una forza più grande; applicata a Paolo equivale a dire che la potenza irresistibile di Cristo è all'origine della sua vocazione.

Ai vv. 15-18 il dialogo prosegue sul modello di 9,5 e 22,8: Gesù rivela la sua solidarietà con i credenti (v. 15). Il contenuto dei vv. 16-18 invece è nuovo: il Risorto stesso comunica la vocazione a Paolo. Anania, in questo contesto, non serve e quindi non viene menzionato. Si tratta di un mosaico di citazioni: sono testi di vocazione di profeti (Ez 2,1 al v. 16; Ger 1,5-8 al v. 17; Is 42,7.16 al v. 18), mediante i quali Luca descrive la funzione di Paolo. La seconda parte del v. 18 riflette il linguaggio parenetico della Chiesa dell'epoca di Luca (cfr. in particolare Col 1,12-14; Ef 1,18). Nella conversione che implica la fede in Cristo e il battesimo, gli uomini ottengono la remissione dei peccati e, quindi, l'eredità dei santi, cioè vivono nello spazio salvifico della comunità. Il passaggio dalla cecità alla luce vissuto da Paolo nel primo racconto (9, 17-18) viene adesso trasferito alla sua missione: fare passare gli uomini alla luce, cioè alla fede in Gesù Cristo. È una bella sintesi di catechesi applicata alla finalità della missione universale di Paolo.

Nei vv. 19-23 l'apostolo trae le conseguenze di quanto detto al re Agrippa: egli non poteva non obbedire al volere di Dio; affermazione che ricorda 1Cor 9,6: «Guai a me se non predico il Vangelo!». Nella sua obbedienza al Signore, l'apostolo ha percorso l'iter missionario che corrisponde alle tappe del programma, che il Risorto aveva dato ai Dodici (1,8). In poche parole Luca presenta i punti essenziali della catechesi battesimale (v. 20): la conversione, cioè il cambiare vita distogliendosi da un passato peccaminoso e accogliendo il Vangelo di Cristo (per i pagani la conversione implica un «rivolgersi a Dio» abbandonando gli idoli); la concretezza di una vita di fede e di comunione fraterna, poiché l'esistenza cristiana comporta anche una dimensione etica ed ecclesiale. Con «per queste cose» (v. 21) si concentra sul motivo profondo che sta all'origine dell'ostilità dei giudei: non tanto la profanazione del tempio, ma l'attività di Paolo come evangelizzatore rivolto al mondo pagano e proclamatore della fede in Gesù risorto. La conclusione del discorso, l'ultimo grande discorso degli Atti, è particolarmente curata (vv. 22-23). L'apologia acquista decisamente il carattere di testimonianza. Luca vi espone la sua concezione fondamentale: l'evento di Cristo (morte-risurrezione) porta a compimento il disegno salvifico universale di Dio già annunciato dai profeti e da Mosè, cioè da tutta la Scrittura. Ritroviamo il modello: annuncio della Scrittura – morte e risurrezione di Gesù – invio ai pagani (cfr. Lc 24,46-47), ma con una novità: la missione universale è compito del Risorto in persona. Nella testimonianza di Paolo, Gesù risorto stesso attua la sua funzione di essere «luce per le genti» (Lc 2,32; At 13,47; cfr. Is 42,6; 49,6).

Dichiarazione di innocenza Secondo una tecnica narrativa abituale all'autore, il discorso viene interrotto al momento opportuno, quando tutto quello che doveva essere detto è stato detto. Il brano si presenta come un duplice dialogo (Paolo con Festo; Paolo con Agrippa) che culmina con la dichiarazione di innocenza di Paolo da parte del re Agrippa. Festo e Agrippa esprimono due reazioni-tipo: Festo reagisce come gli intellettuali di Atene... o l'amministrazione romana («Stai delirando»: cfr. 1Cor 1,23); Agrippa, giudeo, conosce e accetta le Scritture, e quindi può capire il Vangelo, ma non si decide. La risposta di Paolo a Festo è chiara: l'apostolo proclama parole che corrispondono a fatti reali e sono quindi espressione di un pensare sano (v. 25). Poi Paolo stesso provoca la reazione di Agrippa dichiarato ben informato sulla Bibbia: conosce quindi le profezie messianiche, ed è informato sui fatti che sono a fondamento della fede cristiana: ora «non si tratta di fatti avvenuti in qualche angolo remoto» (v. 26). Questa affermazione corrisponde a un intento che percorre l'intera opera lucana: mostrare che il cristianesimo non è una setta e perciò non deve destare sospetti agli occhi dello Stato. Il re Agrippa dimostra di essere rimasto impressionato dal discorso di Paolo, ma non vuole fare il passo decisivo. Come risposta alla parola del re, Paolo formula un augurio: il desiderio che la luce che egli stesso ha ricevuto possa irradiare su tutti (v. 29; non manca una punta di ironia: «all'infuori di queste catene»). La dichiarazione di non colpevolezza da parte di Agrippa chiude l'insieme e aiuta il lettore a capire il viaggio a Roma: è compiuto da un prigioniero innocente, per un motivo ormai solo formale, ma che realizza il disegno divino sull'apostolo (23,11).


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Il processo sotto Festo e l'appello a Cesare 1Festo dunque, raggiunta la provincia, tre giorni dopo salì da Cesarèa a Gerusalemme. 2I capi dei sacerdoti e i notabili dei Giudei si presentarono a lui per accusare Paolo, e lo pregavano, 3chiedendolo come un favore, in odio a Paolo, che lo facesse venire a Gerusalemme; e intanto preparavano un agguato per ucciderlo lungo il percorso. 4Festo rispose che Paolo stava sotto custodia a Cesarèa e che egli stesso sarebbe partito di lì a poco. 5«Quelli dunque tra voi – disse – che hanno autorità, scendano con me e, se vi è qualche colpa in quell’uomo, lo accusino». 6Dopo essersi trattenuto fra loro non più di otto o dieci giorni, scese a Cesarèa e il giorno seguente, sedendo in tribunale, ordinò che gli si conducesse Paolo. 7Appena egli giunse, lo attorniarono i Giudei scesi da Gerusalemme, portando molte gravi accuse, senza però riuscire a provarle. 8Paolo disse a propria difesa: «Non ho commesso colpa alcuna, né contro la Legge dei Giudei né contro il tempio né contro Cesare». 9Ma Festo, volendo fare un favore ai Giudei, si rivolse a Paolo e disse: «Vuoi salire a Gerusalemme per essere giudicato là di queste cose, davanti a me?». 10Paolo rispose: «Mi trovo davanti al tribunale di Cesare: qui mi si deve giudicare. Ai Giudei non ho fatto alcun torto, come anche tu sai perfettamente. 11Se dunque sono in colpa e ho commesso qualche cosa che meriti la morte, non rifiuto di morire; ma se nelle accuse di costoro non c’è nulla di vero, nessuno ha il potere di consegnarmi a loro. Io mi appello a Cesare». 12Allora Festo, dopo aver discusso con il consiglio, rispose: «Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai».

Il re Agrippa e Berenice a Cesarèa 13Erano trascorsi alcuni giorni, quando arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenice e vennero a salutare Festo. 14E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re le accuse contro Paolo, dicendo: «C’è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, 15contro il quale, durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono i capi dei sacerdoti e gli anziani dei Giudei per chiederne la condanna. 16Risposi loro che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l’accusato sia messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall’accusa. 17Allora essi vennero qui e io, senza indugi, il giorno seguente sedetti in tribunale e ordinai che vi fosse condotto quell’uomo. 18Quelli che lo incolpavano gli si misero attorno, ma non portarono alcuna accusa di quei crimini che io immaginavo; 19avevano con lui alcune questioni relative alla loro religione e a un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo. 20Perplesso di fronte a simili controversie, chiesi se volesse andare a Gerusalemme e là essere giudicato di queste cose. 21Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio di Augusto, e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare». 22E Agrippa disse a Festo: «Vorrei anche io ascoltare quell’uomo!». «Domani – rispose – lo potrai ascoltare». 23Il giorno dopo Agrippa e Berenice vennero con grande sfarzo ed entrarono nella sala dell’udienza, accompagnati dai comandanti e dai cittadini più in vista; per ordine di Festo fu fatto entrare Paolo. 24Allora Festo disse: «Re Agrippa e tutti voi qui presenti con noi, voi avete davanti agli occhi colui riguardo al quale tutta la folla dei Giudei si è rivolta a me, in Gerusalemme e qui, per chiedere a gran voce che non resti più in vita. 25Io però mi sono reso conto che egli non ha commesso alcuna cosa che meriti la morte. Ma poiché si è appellato ad Augusto, ho deciso di inviarlo a lui. 26Sul suo conto non ho nulla di preciso da scrivere al sovrano; per questo l’ho condotto davanti a voi e soprattutto davanti a te, o re Agrippa, per sapere, dopo questo interrogatorio, che cosa devo scrivere. 27Mi sembra assurdo infatti mandare un prigioniero, senza indicare le accuse che si muovono contro di lui».

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Il processo sotto Festo e l'appello a Cesare Appena arrivato, Festo si mostra subito attivo: va a Gerusalemme, sede dell'autorità giudaica, per la quale il caso di Paolo sembra costituire l'unica preoccupazione. Adesso, non alcuni fanatici, ma l'autorità giudaica stessa vuole uccidere l'apostolo: il lettore viene a sapere ciò che il procuratore ignora! Ma il narratore si rende conto delle conseguenze politiche (e militari) di un tale incidente? La risposta di Festo (vv. 4-5) è quella di un uomo deciso e corretto. Tornato a Cesarea, riprende il processo. La descrizione è sommaria (vv. 7-8); viene sempre in luce il fatto che Paolo è innocente e i giudei non possono portare prove contrarie. La domanda di Festo (v. 9) è incomprensibile: se i giudei non hanno saputo dare delle prove, l'imputato dovrebbe essere liberato; se c'è il sospetto di crimine, il processo è di esclusiva competenza del procuratore. Per capire, bisogna andare all'intenzione del redattore: motivare l'appello a Cesare con il pericolo dovuto ai giudei, e non con la sentenza di condanna (storica) del procuratore romano (che, per Luca, riconosce sempre l'innocenza di Paolo). Secondo Luca è dunque la minaccia di essere consegnato all'autorità giudaica che motiva l'appello di Paolo a Cesare (v. 11). È il vertice della narrazione: la via verso Roma è aperta. Il ricorso di Paolo al tribunale imperiale di Roma è senz'altro storico: spiega infatti come mai l'apostolo sarà trasferito nella capitale. Accettando l'appello (v. 12), la stessa autorità romana si conforma, senza saperlo, al disegno di Dio.

Il re Agrippa e Berenice a Cesarèa Tra l'appello a Cesare e la partenza per Roma, il narratore inserisce un'unità letteraria che colma l'intervallo: la visita di Agrippa II e di Berenice a Festo, il quale presenta loro il caso di Paolo. L'unità letteraria è costituita: dai nuovi personaggi (Agrippa e Berenice); dal tema dell'innocenza di Paolo (25,18.25; 26,31); dal parallelismo con la passione di Gesù (la comparizione di Paolo davanti a Festo e al re Agrippa ricorda quella di Gesù davanti a Pilato e Erode Antipa; come Antipa, anche Agrippa proclama l'innocenza del condannato; ma benché innocente, Paolo, come Gesù, rimane nella situazione di condannato).

Riguardo al contenuto, il lettore ha l'impressione di un'inutile ripetizione. In realtà, nella tecnica narrativa, si tratta di una ricapitolazione: Luca riassume la situazione processuale di Paolo mediante una scena concreta, dove Festo presenta il punto di vista romano (nell'ottica di Luca) sul processo in corso. Luca si sforza di mettere un po' di ordine nella confusione del brano precedente; il procuratore viene riabilitato, si è dimostrato un magistrato corretto, ha messo in luce l'innocenza dell'apostolo e adesso fa capire che la questione è di natura religiosa; Festo ha manifestato l'atteggiamento tipicamente romano di perplessità di fronte a una religione che non capisce. L'incontro di Paolo con Agrippa II, l'ultimo re giudeo, ha un significato speciale per il redattore: si compie la parola del Risorto sulla via di Damasco: la testimonianza dell'apostolo dinanzi ai re (9,15). Coerentemente l'apologia del c. 26 sarà fondamentalmente una testimonianza cristiana.

L'arrivo di Agrippa e Berenice a Cesarea è da intendere come visita di presentazione, resa al nuovo governatore, storicamente probabile. Per Luca, è l'occasione di creare un grandioso scenario per l'ultimo discorso pubblico di Paolo. Al v. 16, Festo pone il suo agire in linea con una regola fondamentale del diritto romano: gli accusatori devono essere messi a confronto con l'accusato perché quest'ultimo abbia la possibilità di difendersi. Esplicitamente, Festo constata che il caso si riduce a questioni religiose interne al giudaismo e, al v. 19, viene a galla il nocciolo della discussione religiosa: la questione della risurrezione. Ma ora c'è una novità: non si parla più della risurrezione in generale, ma della risurrezione di Gesù. Emerge dunque il vero oggetto del dibattito tra cristiani e giudei: la fede cristiana in Gesù risorto. Il v. 20 riprende il v. 4, con la proposta di far giudicare Paolo a Gerusalemme. Con una differenza però: non è più per fare piacere ai giudei, ma perché Festo riconosce la propria incompetenza in materia religiosa. Paolo ha rifiutato e ha fatto appello a Cesare, preferendo rimanere sotto la custodia romana; e il procuratore rispetta la sua decisione (v. 21). La presentazione di Festo ha destato la curiosità di Agrippa; ricorda la curiosità di Erode Antipa nei confronti di Gesù (Lc 23,8).

Luca crea uno scenario particolarmente grandioso. L'apostolo parlerà dinanzi al re Agrippa e alla regina Berenice, al procuratore romano e all'alta società di Cesarea. L'autore sacro tiene a mettere in rilievo l'impatto universale dell'evento cristiano: «non si tratta di fatti avvenuti in qualche angolo remoto» (26,26). Per dare una certa verosimiglianza all'udienza, il narratore deve creare un motivo per giustificare la scena: la relazione ufficiale per il tribunale dell'imperatore (littera dimissoria), infatti, era necessaria, ma è del tutto dimenticata alla fine dell'udienza.

Per la terza volta, come per Gesù dinanzi a Pilato, Paolo è dichiarato innocente... e quindi Festo non sa cosa scrivere! Eppure le accuse mosse in 25,7 erano piuttosto pesanti! Ma Luca esprime il suo punto di vista al lettore. Festo apre dunque la solenne udienza (v. 24) e sintetizza quanto detto ad Agrippa il giorno prima. Adesso però viene particolarmente in rilievo il parallelismo con la situazione di Gesù: tra l'atteggiamento ostile della folla (non solo del sinedrio: v. 24) e la dichiarazione d'innocenza da parte del procuratore. E quindi trovare cosa scrivere all'imperatore è rimasto l'unico grattacapo per Festo! La giustificazione espressa al v. 27 è fuori luogo. La relazione ufficiale, che deve accompagnare il prigioniero, non era lasciata alla discrezionalità del procuratore, ma era un suo stretto dovere. Il tribunale dell'imperatore esigeva informazioni precise prima di dirimere il caso.


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Processo e prigionia di Paolo sotto Felice 1Cinque giorni dopo arrivò il sommo sacerdote Anania insieme ad alcuni anziani e a un avvocato, un certo Tertullo, e si presentarono al governatore per accusare Paolo. 2Quando questi fu fatto venire, Tertullo cominciò l’accusa dicendo: «La lunga pace di cui godiamo, grazie a te, e le riforme che sono state fatte in favore di questa nazione, grazie alla tua provvidenza, 3le accogliamo in tutto e per tutto, eccellentissimo Felice, con profonda gratitudine. 4Ma, per non trattenerti più a lungo, ti prego, nella tua benevolenza, di ascoltarci brevemente. 5Abbiamo scoperto infatti che quest’uomo è una peste, fomenta disordini fra tutti i Giudei che sono nel mondo ed è un capo della setta dei nazorei. 6Ha perfino tentato di profanare il tempio e noi l’abbiamo arrestato. [7] 8Interrogandolo, potrai sapere di persona da lui tutte queste cose delle quali noi lo accusiamo». 9Si associarono all’accusa anche i Giudei, affermando che i fatti stavano così.

10Quando il governatore fece cenno a Paolo di parlare, egli rispose: «So che da molti anni sei giudice di questo popolo e parlo in mia difesa con fiducia. 11Tu stesso puoi accertare che non sono passati più di dodici giorni da quando sono salito a Gerusalemme per il culto. 12Non mi hanno mai trovato nel tempio a discutere con qualcuno o a incitare la folla alla sommossa, né nelle sinagoghe, né per la città 13e non possono provare nessuna delle cose delle quali ora mi accusano. 14Questo invece ti dichiaro: io adoro il Dio dei miei padri, seguendo quella Via che chiamano setta, credendo in tutto ciò che è conforme alla Legge e sta scritto nei Profeti, 15nutrendo in Dio la speranza, condivisa pure da costoro, che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti. 16Per questo anche io mi sforzo di conservare in ogni momento una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini. 17Ora, dopo molti anni, sono venuto a portare elemosine alla mia gente e a offrire sacrifici; 18in occasione di questi, mi hanno trovato nel tempio dopo che avevo compiuto le purificazioni. Non c’era folla né tumulto. 19Furono dei Giudei della provincia d’Asia a trovarmi, ed essi dovrebbero comparire qui davanti a te ad accusarmi, se hanno qualche cosa contro di me. 20Oppure dicano i presenti stessi quale colpa hanno trovato quando sono comparso davanti al sinedrio, 21se non questa sola frase, che io gridai stando in mezzo a loro: “È a motivo della risurrezione dei morti che io vengo giudicato oggi davanti a voi!”».

22Allora Felice, che era assai bene informato su quanto riguardava questa Via, li congedò dicendo: «Quando verrà il comandante Lisia, esaminerò il vostro caso». 23E ordinò al centurione di tenere Paolo sotto custodia, concedendogli però una certa libertà e senza impedire ad alcuno dei suoi di dargli assistenza. 24Dopo alcuni giorni, Felice arrivò in compagnia della moglie Drusilla, che era giudea; fece chiamare Paolo e lo ascoltava intorno alla fede in Cristo Gesù. 25Ma quando egli si mise a parlare di giustizia, di continenza e del giudizio futuro, Felice si spaventò e disse: «Per il momento puoi andare; ti farò chiamare quando ne avrò il tempo». 26Sperava frattanto che Paolo gli avrebbe dato del denaro; per questo abbastanza spesso lo faceva chiamare e conversava con lui. 27Trascorsi due anni, Felice ebbe come successore Porcio Festo. Volendo fare cosa gradita ai Giudei, Felice lasciò Paolo in prigione.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

L'accusa (vv. 1-9) La requisitoria di Tertullo viene introdotta dall'arrivo della delegazione giudaica: non gli accusatori o i testimoni (i giudei di Efeso o Lisia: cfr. 21,27), ma membri del sinedrio e il sommo sacerdote in persona! Luca senza dubbio vuole accostare il processo di Paolo a quello di Gesù. I sinedriti hanno bisogno di un avvocato di professione: Tertullus è il diminutivo di Tertius. Il suo discorso è elaborato da Luca a regola d'arte. Incomincia con una captatio benevolentiae molto ampia (vv. 2-4) per guadagnarsi il favore del procuratore nei panni del giudice; lo lusinga con il riferimento all'ideologia della pax romana e del benessere. Intelligentemente trasferisce le accuse dal piano delle dispute religiose al piano politico su cui la legge romana può intervenire: Paolo è un fomentatore di disordini. La finale della captatio benevolentiae fa parte del bagaglio retorico: la promessa di essere breve, l'invito ad ascoltare e alla clemenza. Con il v. 5 iniziano le accuse (la narratio), subito pesanti: Paolo è una «peste», provoca sedizioni in tutto l'Impero romano. L'apostolo è detto «capo della setta dei nazorei» (così Luca lo mostra come rappresentante della Chiesa universale) poi si arriva all'accusa precisa (la probatio: v. 6): egli ha tentato di profanare il tempio. Tertullo non specifica le circostanze; il narratore sa che il lettore conosce l'episodio (21,27-30); tuttavia Luca attenua: era solo un tentativo di profanazione. Nella conclusione del v. 8, la peroratio, Tertullo invita Felice a interrogare Paolo... non i testimoni! Non esistono infatti veri testimoni contro Paolo. Gli stessi sinedriti non possono che associarsi alla dichiarazione di Tertullo (v. 9).

La difesa (vv. 10-21) La difesa di Paolo è finalizzata a confutare la requisitoria di Tertullo. L'apostolo in persona, senza l'aiuto di un avvocato, riprende punto per punto le critiche per neutralizzarle. Dopo la necessaria captatio benevolentiae, misurata, senza adulazione (v. 10), l'apostolo controbatte le accuse. Fomentatore di sedizioni? È appena da dodici giorni a Gerusalemme, troppo poco tempo; ed è venuto come pellegrino. Al v. 13 egli fa appello al principio: la colpevolezza (e non l'innocenza) deve essere provata. Al v. 14 egli si riallaccia all'accusa di essere capo di una setta, per arrivare al cuore del problema: la fede nella risurrezione universale, comune al giudaismo come al cristianesimo. Ma allora, riconoscersi cristiano significa in realtà essere un vero giudeo, poiché la fede cristiana altro non è se non il compimento del vero giudaismo. Quindi, Paolo contesta la qualifica di «setta» come se i cristiani fossero eretici e preferisce il termine «Via», più biblico e che definisce la Chiesa come realtà a sé stante senza però strapparla dalle radici biblico-giudaiche. Con ciò l'apostolo è riuscito a trasferire la sua vicenda dal piano della politica al livello di questione religiosa interna, che quindi non richiede l'intervento romano. Sapendo che esiste la speranza nella risurrezione e quindi il giudizio universale di Dio, Paolo si comporta nel presente di conseguenza, e cioè in modo irreprensibile sia nei confronti della Legge sia nei confronti dello Stato romano. Adesso arriva all'accusa di aver profanato il tempio (vv. 17-18): a Gerusalemme era venuto per portare delle elemosine, considerata un'opera di carità che mette in luce la fedeltà dell'apostolo verso il suo popolo (inclusi i cristiani). Ha anche offerto sacrifici: quindi elemosina e sacrificio, cioè amore del prossimo e amore di Dio, i due pilastri della pietà giudaica. Certo, i giudei di Efeso hanno trovato Paolo nel tempio (v. 18), ma per compiere il rito di purificazione, quindi «purificato». La loro assenza implicitamente ora testimonia a favore dell'imputato. I presenti invece (v. 20), cioè i membri del sinedrio, sono testimoni soltanto di una disputa teologica. A conclusione, Luca mette significativamente sulla bocca di Paolo: «oggi sono giudicato da voi a motivo della risurrezione dei morti». Nell'ottica dell'evangelista, la proclamazione è conforme alla fede del giudaismo autentico; egli così prepara la proclamazione centrale dell'annuncio cristiano sulla risurrezione di Gesù (25,19; 26,23).

Il rinvio (vv. 22-23) La sentenza giudiziaria nei confronti di Paolo è rinviata; quindi i suoi avversari non sono riusciti a farlo condannare; prevale la sua innocenza. L'apostolo però vive una situazione tipica di molti altri in balia dell'arbitrio e della venalità dei funzionari di Stato. Anche in questa situazione però Paolo è presentato come un modello: si impegna nell'apostolato, parla ai ricchi di ascesi, di una vita moralmente impeccabile. Il narratore sa diverse cose dalla tradizione: il protrarsi della prigionia di Paolo sotto Felice, qualche cosa del carattere del procuratore e del suo matrimonio con la giudea Drusilla; conosce Porcio Festo come successore di Felice. Dopo l'apologia di Paolo, Felice sospende il giudizio in attesa di ulteriori informazioni (v. 22); perché, se conosceva bene la «Via»? Inoltre, se Felice conosce bene il cristianesimo e sa quindi che Paolo è un suddito leale, perché lo lascia in prigione? Siamo dinanzi al solito contrasto tra la realtà e l'esposizione di Luca. In attesa dell'arrivo di Lisia (ma poi di Lisia non si parla più) Paolo è sottoposto alla custodia militaris liberior: l'apostolo può ricevere visite e assistenza dai suoi.

La decisione (vv. 24-27) Il v. 24 offre un'altra sorpresa per il lettore: Felice fa venire Paolo per ascoltarlo riguardo alla fede cristiana. Ma Felice non è ben informato sulla «Via»? Per Luca è l'occasione di una catechesi: insegnare un comportamento morale nella prospettiva del giudizio divino, catechesi ben adatta al caso di Felice. La reazione di quest'ultimo è quella di un uomo dalla cattiva coscienza. Luca sa distinguere: elogia l'amministrazione e il diritto romani, non sempre il comportamento morale dei suoi funzionari. Felice fa venire Paolo per un altro motivo: estorcergli del denaro (v. 26). L'avidità di Felice era conosciuta (Tacito, Annali 12,54; Storia 5,9). Un motivo in più per spiegare come mai Paolo non è liberato. Un ultimo motivo: fare cosa gradita ai giudei. Ma storicamente parlando, Felice non si curava affatto della simpatia dei giudei. Il motivo reale della non liberazione dell'apostolo è forse la semplice noncuranza di fronte a un caso giudicato di poco rilievo. Al v. 27 il narratore trasmette una notizia sulla quale si discute molto perché non è chiara: «Trascorsi due anni, Felice ricevette come successore Porcio Festo». A cosa si riferiscono i due anni: alla durata del governo di Felice o alla durata della prigionia di Paolo? Non si sa (non esistono notizie circa la durata del governo di Felice). Il contesto suggerisce la durata della prigionia di Paolo.


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Paolo dinanzi al sinedrio 1Con lo sguardo fisso al sinedrio, Paolo disse: «Fratelli, io ho agito fino ad oggi davanti a Dio in piena rettitudine di coscienza». 2Ma il sommo sacerdote Anania ordinò ai presenti di percuoterlo sulla bocca. 3Paolo allora gli disse: «Dio percuoterà te, muro imbiancato! Tu siedi a giudicarmi secondo la Legge e contro la Legge comandi di percuotermi?». 4E i presenti dissero: «Osi insultare il sommo sacerdote di Dio?». 5Rispose Paolo: «Non sapevo, fratelli, che fosse il sommo sacerdote; sta scritto infatti: Non insulterai il capo del tuo popolo». 6Paolo, sapendo che una parte era di sadducei e una parte di farisei, disse a gran voce nel sinedrio: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti».7Appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra farisei e sadducei e l’assemblea si divise. 8I sadducei infatti affermano che non c’è risurrezione né angeli né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose. 9Ci fu allora un grande chiasso e alcuni scribi del partito dei farisei si alzarono in piedi e protestavano dicendo: «Non troviamo nulla di male in quest’uomo. Forse uno spirito o un angelo gli ha parlato». 10La disputa si accese a tal punto che il comandante, temendo che Paolo venisse linciato da quelli, ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza. 11La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma».

Il complotto contro Paolo 12Fattosi giorno, i Giudei ordirono un complotto e invocarono su di sé la maledizione, dicendo che non avrebbero né mangiato né bevuto finché non avessero ucciso Paolo. 13Erano più di quaranta quelli che fecero questa congiura. 14Essi si presentarono ai capi dei sacerdoti e agli anziani e dissero: «Ci siamo obbligati con giuramento solenne a non mangiare nulla sino a che non avremo ucciso Paolo. 15Voi dunque, insieme al sinedrio, dite ora al comandante che ve lo conduca giù, con il pretesto di esaminare più attentamente il suo caso; noi intanto ci teniamo pronti a ucciderlo prima che arrivi». 16Ma il figlio della sorella di Paolo venne a sapere dell’agguato; si recò alla fortezza, entrò e informò Paolo. 17Questi allora fece chiamare uno dei centurioni e gli disse: «Conduci questo ragazzo dal comandante, perché ha qualche cosa da riferirgli». 18Il centurione lo prese e lo condusse dal comandante dicendo: «Il prigioniero Paolo mi ha fatto chiamare e mi ha chiesto di condurre da te questo ragazzo, perché ha da dirti qualche cosa». 19Il comandante lo prese per mano, lo condusse in disparte e gli chiese: «Che cosa hai da riferirmi?». 20Rispose: «I Giudei si sono messi d’accordo per chiederti di condurre domani Paolo nel sinedrio, con il pretesto di indagare più accuratamente nei suoi riguardi. 21Tu però non lasciarti convincere da loro, perché più di quaranta dei loro uomini gli tendono un agguato: hanno invocato su di sé la maledizione, dicendo che non avrebbero né mangiato né bevuto finché non l’avessero ucciso; e ora stanno pronti, aspettando il tuo consenso». 22Il comandante allora congedò il ragazzo con questo ordine: «Non dire a nessuno che mi hai dato queste informazioni».

Trasferimento a Cesarea 23Fece poi chiamare due dei centurioni e disse: «Preparate duecento soldati per andare a Cesarèa insieme a settanta cavalieri e duecento lancieri, tre ore dopo il tramonto. 24Siano pronte anche delle cavalcature e fatevi montare Paolo, perché venga condotto sano e salvo dal governatore Felice». 25Scrisse una lettera in questi termini: 26«Claudio Lisia all’eccellentissimo governatore Felice, salute. 27Quest’uomo è stato preso dai Giudei e stava per essere ucciso da loro; ma sono intervenuto con i soldati e l’ho liberato, perché ho saputo che è cittadino romano. 28Desiderando conoscere il motivo per cui lo accusavano, lo condussi nel loro sinedrio. 29Ho trovato che lo si accusava per questioni relative alla loro Legge, ma non c’erano a suo carico imputazioni meritevoli di morte o di prigionia. 30Sono stato però informato di un complotto contro quest’uomo e lo mando subito da te, avvertendo gli accusatori di deporre davanti a te quello che hanno contro di lui». 31Secondo gli ordini ricevuti, i soldati presero Paolo e lo condussero di notte ad Antipàtride. 32Il giorno dopo, lasciato ai cavalieri il compito di proseguire con lui, se ne tornarono alla fortezza. 33I cavalieri, giunti a Cesarèa, consegnarono la lettera al governatore e gli presentarono Paolo. 34Dopo averla letta, domandò a Paolo di quale provincia fosse e, saputo che era della Cilìcia, 35disse: «Ti ascolterò quando saranno qui anche i tuoi accusatori». E diede ordine di custodirlo nel pretorio di Erode.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Paolo dinanzi al sinedrio L'inizio è insolito: Paolo, per primo, prende la parola e dichiara la propria innocenza. La reazione del sommo sacerdote fa pensare allo schiaffo dato a Gesù (Gv 18,19-23), ma il parallelismo è fortuito poiché la menzione dello schiaffo dato a Gesù non fa parte della tradizione sinottica. La risposta di Paolo è violenta: una maledizione che assume il carattere di una minaccia profetica (Luca probabilmente conosce la fine violenta del sommo sacerdote Anania); un'imprecazione («muro imbiancato!»: l'imbiancatura nasconde le crepe del muro; quindi il sommo sacerdote, ovvero il giudaismo, mostra soltanto una solidità apparente); un rimprovero (Anania viola la Legge invece di osservarla). La reazione dei vicini è fiacca (v. 4): si riduce a ricordare che l'autorità del sommo sacerdote proviene da Dio. E Paolo si scusa: non aveva riconosciuto il sommo sacerdote... in una seduta del sinedrio?! Questo è possibile soltanto se la scena si svolge davanti alla torre Antonia. Insomma Luca è riuscito a mostrare che chi dovrebbe osservare la Legge non la osserva, mentre chi è accusato di violarla in realtà la rispetta.

Con i vv. 6-9 si ha una brusca variazione di tema. A Luca preme tornare alla tesi: non c'è rottura tra il cristianesimo e l'autentico giudaismo rappresentato dal fariseismo («lo sono un fariseo, figlio di farisei»). In questi versetti Luca fa la caricatura di una disputa teologica: quale verità aspettarsi da un'assemblea divisa? Al v. 8 il redattore presenta al lettore i sadducei, giudicandoli chiusi a ogni realtà soprannaturale. In realtà, i sadducei erano un gruppo conservatore che accettava soltanto la Torà scritta. L'ambiente si riscalda. Scribi e farisei riconoscono l'innocenza-ortodossia di Paolo, con parole che ricordano il saggio intervento di Gamaliele (5,38-39), nonché la dichiarazione di Pilato nei confronti di Gesù (Le 23,4). La disputa nel giro di pochi istanti si fa tumulto (v. 10) e richiede l'intervento del tribuno per salvare Paolo. Il tribuno avrà capito che il caso-Paolo riguarda questioni teologiche e non un crimine.

Come a Corinto, Paolo riceve un'apparizione del Risorto che lo incoraggia (v. 11). Luca opportunamente rammenta al lettore il programma del libro: da Gerusalemme a Roma. «È necessario»: tutto fa parte di un disegno divino, le sofferenze subìte... e anche l'appello di Paolo all'imperatore (25,11), che lo porterà nella capitale dell'Impero.

Il motivo dell'arresto di Paolo (la profanazione del tempio) è quasi dimenticato, i testimoni sono assenti, l'interrogatorio non viene sviluppato. L'apostolo diventa l'oratore principale e convincerà tutti della sua innocenza, darà testimonianza di fede, renderà il cristianesimo attraente.L'apostolo si trova a suo agio nell'ambiente dei “grandi” di questo mondo. Per Luca era necessario mostrare i contatti positivi della nuova religione con i potenti della terra, per dare credito al cristianesimo presso eventuali lettori non cristiani: la Chiesa non è una setta ripiegata su se stessa.

Il complotto contro Paolo I giudei (Luca generalizza) si radunano per organizzare un complotto. La serietà dell'impegno è indicata dal giuramento e realizzata da una specie di sciopero della fame. Il piano è semplice: pugnalare l'apostolo per strada. Sono necessarie quaranta persone? Nel v. 15 spunta all'improvviso un nipote di Paolo. L'apostolo aveva dunque una sorella sposata a Gerusalemme. Non sappiamo come concretamente si siano svolte le cose; la scena infatti è idilliaca. Comunque la visita ai prigionieri era possibile, ma non il fatto che il prigioniero potesse dare ordini a un centurione (v. 17). Di nuovo il tribuno si comporta da ufficiale ideale (v. 19): con amabilità e prudenza è pronto ad accogliere la richiesta. Il nipote (v. 20) fornisce un'ulteriore precisazione: il complotto avverrà l'indomani, e non manca di dare al tribuno un buon consiglio (v. 21). Il tribuno crede senza esitare alle parole del giovane e appare deciso a prendere le misure adeguate.

Trasferimento a Cesarea Ricevuta la notizia dal nipote di Paolo, il tribuno decide di mandare l'apostolo a Cesarea dove risiedeva il suo superiore, il procuratore romano della Palestina. Per il tribuno conveniva liberarsi della responsabilità, prima di trovarsi nei guai. La scorta è impressionante: 470 soldati sui 1000 presenti a Gerusalemme. Una tale spedizione inevitabilmente si fa notare: addio trasferimento segreto! Almeno una tale scorta dimostra quanto Roma sia preoccupata per la protezione di Paolo.

Al centro del brano c'è la lettera di accompagnamento (vv. 26-30). Luca ci propone una lettera come l'ufficiale romano probabilmente l'avrebbe scritta... se fosse stato Luca! La lettera ha una sua funzione narrativa: ricapitolare per il lettore le vicende dell'arresto di Paolo e preparare il seguito del processo. Essa si apre rispettando le regole dello stile epistolare ellenistico: mittente – destinatario – saluti (v. 26). Viene finalmente rivelato il nome del tribuno, Claudio Lisia. Egli presenta in modo a lui favorevole la vicenda (vv. 27-29), evitando di dire che stava per fustigare un cittadino romano preso erroneamente per un ribelle. Viene in luce l'innocenza di Paolo dinanzi alla legge romana e la non competenza dell'autorità romana in questioni religiose (come nel brano con Gallione: 18,15). Da ultimo, nella lettera si accenna al complotto (v. 30) e, per il lettore, alla garanzia di un processo regolare (il procuratore come giudice competente, la presenza degli accusatori al tribunale).

Ai vv. 31-35 l'ordine del trasferimento viene eseguito. La truppa arriva ad Antipatride fondata da Erode il Grande, 64 km da Gerusalemme: troppo in una notte anche per una marcia forzata! Luca ha una conoscenza approssimativa della Palestina. Mancano ancora 46 km fino a Cesarea. Felice procede a un interrogatorio preliminare per conoscere la provincia d'origine dell'imputato. Secondo il diritto romano, Paolo poteva essere giudicato nel luogo del crimine o essere deferito alla provincia di residenza. Il comportamento di Felice è corretto: l'accusato ha il diritto di essere messo a confronto con gli accusatori per potersi difendere. Nell'attesa, Paolo è sotto custodia nel palazzo costruito da Erode il Grande, che serviva da residenza per il governatore romano.


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L'apologia di Paolo 1«Fratelli e padri, ascoltate ora la mia difesa davanti a voi». 2Quando sentirono che parlava loro in lingua ebraica, fecero ancora più silenzio. Ed egli continuò: 3«Io sono un Giudeo, nato a Tarso in Cilìcia, ma educato in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi. 4Io perseguitai a morte questa Via, incatenando e mettendo in carcere uomini e donne, 5come può darmi testimonianza anche il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro avevo anche ricevuto lettere per i fratelli e mi recai a Damasco per condurre prigionieri a Gerusalemme anche quelli che stanno là, perché fossero puniti. 6Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; 7caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?”. 8Io risposi: “Chi sei, o Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti”. 9Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. 10Io dissi allora: “Che devo fare, Signore?”. E il Signore mi disse: “Àlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia”. 11E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco. 12Un certo Anania, devoto osservante della Legge e stimato da tutti i Giudei là residenti, 13venne da me, mi si accostò e disse: “Saulo, fratello, torna a vedere!”. E in quell’istante lo vidi. 14Egli soggiunse: “Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, 15perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. 16E ora, perché aspetti? Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome”. 17Dopo il mio ritorno a Gerusalemme, mentre pregavo nel tempio, fui rapito in estasi 18e vidi lui che mi diceva: “Affréttati ed esci presto da Gerusalemme, perché non accetteranno la tua testimonianza su di me”. 19E io dissi: “Signore, essi sanno che facevo imprigionare e percuotere nelle sinagoghe quelli che credevano in te; 20e quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anche io ero presente e approvavo, e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano”. 21Ma egli mi disse: “Va’, perché io ti manderò lontano, alle nazioni”».

La reazione 22Fino a queste parole erano stati ad ascoltarlo, ma a questo punto alzarono la voce gridando: «Togli di mezzo costui; non deve più vivere!». 23E poiché continuavano a urlare, a gettare via i mantelli e a lanciare polvere in aria, 24il comandante lo fece portare nella fortezza, ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, per sapere perché mai gli gridassero contro in quel modo. 25Ma quando l’ebbero disteso per flagellarlo, Paolo disse al centurione che stava lì: «Avete il diritto di flagellare uno che è cittadino romano e non ancora giudicato?». 26Udito ciò, il centurione si recò dal comandante ad avvertirlo: «Che cosa stai per fare? Quell’uomo è un romano!». 27Allora il comandante si recò da Paolo e gli domandò: «Dimmi, tu sei romano?». Rispose: «Sì». 28Replicò il comandante: «Io, questa cittadinanza l’ho acquistata a caro prezzo». Paolo disse: «Io, invece, lo sono di nascita!». 29E subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo. Anche il comandante ebbe paura, rendendosi conto che era romano e che lui lo aveva messo in catene.

Convocazione del sinedrio 30Il giorno seguente, volendo conoscere la realtà dei fatti, cioè il motivo per cui veniva accusato dai Giudei, gli fece togliere le catene e ordinò che si riunissero i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio; fece condurre giù Paolo e lo fece comparire davanti a loro.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

L'apologia di Paolo Luca stesso definisce questo discorso come «apologia» (v. 1), cioè come un discorso di difesa. Il narratore non ha una tradizione specifica, ma riprende il primo racconto della conversione di Saulo (At 9,1-19a), lo abbrevia, lo riassume supponendolo conosciuto dal lettore, lo arricchisce di qualche dettaglio di tipo biografico (v. 3), aggiunge l'episodio della visione nel tempio (vv. 17-21); il tutto viene narrato alla prima persona singolare e presentato in una luce nuova: Paolo, fedele e pieno di zelo come osservante della Legge e della tradizione dei padri, è divenuto, per volontà di Dio e senza rompere con il giudaismo, zelante apostolo dei pagani.

Con arte, Luca riesce a estrarre l'apologia dal suo contesto narrativo (nessuna allusione all'accusa di aver profanato il tempio) e costruisce un testo che presenta al lettore il problema che preoccupa l'autore sacro riguardo alla Chiesa del suo tempo: una Chiesa composta in maggioranza da non circoncisi ha bisogno di confermare che le sue radici affondano nella storia della salvezza, guidata da Dio con Israele. La missione verso il mondo pagano, di cui Paolo è il principale responsabile, non ha sradicato la Chiesa pagano-cristiana dal suo fondamento giudaico-biblico? Quindi insiste sulla fedeltà dell'apostolo al giudaismo, al quale è solidamente ancorato per nascita, formazione e zelo; l'apparizione del Risorto non implica rottura con il passato; anche come cristiano e apostolo Paolo non ha abbandonato la tradizione del suo popolo. Sulla base di tale fedeltà alla tradizione d'Israele, Paolo viene ufficialmente inviato dal Risorto stesso apparsogli nel tempio di Gerusalemme, quindi nel centro religioso del giudaismo (vv. 17-21), per essere apostolo dei pagani. La missione verso il mondo pagano, e di conseguenza l'esistenza della Chiesa pagano-cristiana, è quanto mai legittimata, è frutto del volere divino. Anzi, ai vv. 18-19 l'argomentazione si rovescia: non Paolo, ma gli stessi giudei che non accolgono il Vangelo si dimostrano infedeli all'Israele di Dio. Proprio il passato di Paolo, scrupoloso praticante della Legge e persecutore dei cristiani, dovrebbe far riflettere i giudei e indurli a credere nel messaggio attuale dell'apostolo. Ogni fariseo sincero avrebbe agito come Paolo.

L'esordio mostra che il discorso è diretto non a una folla infuriata, ma al popolo d'Israele con il quale Paolo si afferma solidale. Ottenuto il silenzio, egli si presenta secondo uno schema comune: nascita – prima educazione – formazione (cfr. 7,20-22), ma tendenzioso: vuole mostrare un Paolo autentico giudeo; quindi il narratore pone l'accento su Gerusalemme come luogo della sua infanzia e formazione, piuttosto che Tarso, luogo di nascita. Luca completa con l'informazione che Saulo ha studiato ai piedi di Gamaliele, noto al lettore da 5,34. Insomma, Paolo è un vero fariseo, in totale contraddizione con l'accusa mossa contro di lui in 21,28. A partire dal v. 4 il narratore si aggancia al racconto di 9,1-2, ma con un crescendo narrativo: Paolo ha perseguitato «a morte» e l'ha fatto in totale solidarietà con l'autorità religiosa di Gerusalemme (v. 5). Nell'apparizione del Risorto (vv. 6-11) viene accentuato il motivo della luce (cfr. 9,3); quindi, la forza dell'evidenza. Ma come nel primo racconto, Luca evita di dire che Saulo ha visto direttamente Gesù risorto: egli distingue l'apparizione a Saulo dalle apparizioni pasquali riservate agli Undici. Da 9,4-7 Luca riprende anche il dialogo tra il Risorto e Saulo, con le dovute variazioni, per non essere ripetitivo. Il dialogo viene interrotto dalla notizia dell'effetto sui compagni di Saulo (v. 9), notizia che in 9,7 viene collocata alla fine del dialogo: ora i compagni vedono la luce, ma non sentono la voce. Si tratta di una variazione narrativa rispetto a 9,7, oppure risponde all'intenzione di sottolineare il tema della luce? Significative le parole d'invio del Risorto: «Alzati, e va' a Damasco, dove ti sarà detto tutto quanto è stabilito che tu faccia» (v. 1Ob), rispetto a quelle pronunciate in 9,6: «Entra in città e ti sarà detto ciò che devi fare». Adesso Paolo viene preparato non solo a ricevere il battesimo, ma anche a tutto ciò che seguirà, cioè alla sua futura missione; il racconto di conversione tende a diventare un racconto di vocazione.

L'episodio su Anania (22,12-16) è abbreviato e narrato dal punto di vista di Paolo ... e dell'autore sacro che accentua la giudaicità di Anania: osservante della Legge e stimato dai giudei della città. Il lettore sa da 9,10 che Anania è cristiano. Tutta l'attenzione si concentra sulle parole che Anania indirizza a Saulo (vv. 14-16). Luca si serve dunque di Anania, stimato giudeo, per fare conoscere ai giudei di Gerusalemme il mandato ricevuto da Paolo ad essere apostolo dei pagani. Paolo è stato chiamato da Dio, al pari dei grandi profeti d'Israele; chiamato a conoscere il disegno di salvezza, a vedere il Risorto, condizione necessaria per essere «apostolo» cioè inviato «presso tutti gli uomini»,come suo testimone. Al v. 16 viene menzionato il battesimo di Saulo, ma in modo da completare la descrizione del primo racconto: là il battesimo è messo in relazione con il recupero della vista e il dono dello Spirito Santo (9,17-18); ora invece è collegato all'invocazione del nome di Gesù (professione di fede) e al perdono dei peccati.

La visione nel tempio (vv. 17-21) segue senza interruzione l'episodio di Damasco; in tal modo la conversione avvenuta a Damasco è messa direttamente in rapporto con l'invio verso i pagani, ricevuto dal Risorto nel tempio di Gerusalemme. La scena è probabilmente redazionale. Il Paolo “cristiano” prega nel tempio: non c'è quindi rottura con la religione d'Israele. Ritroviamo linee care al redattore: il legame tra la preghiera e una manifestazione divina, come pure Gerusalemme quale punto di partenza dell'universalità della salvezza. La parola del Risorto è provocatoria (v. 18) e prepara l'interruzione del discorso da parte dei giudei. L'obiezione di Paolo corrisponde al ragionamento del narratore: il suo passato di persecutore dovrebbe convincere i giudei che lo zelo attuale da parte del cristiano Paolo non può essere in contraddizione con lo zelo passato. Anzi, egli riceve per la prima volta direttamente dalla bocca del Risorto la vocazione ad essere apostolo dei pagani. La vocazione di Paolo proviene dunque direttamente da Gesù risorto e avviene nel e dal centro religioso d'Israele. A questo punto il discorso dell'apostolo è interrotto dagli ascoltatori: avviene al momento opportuno, quando tutto è stato detto.

La reazione La reazione degli ascoltatori è molto ostile e conferma la parola del Risorto (v. 18): Paolo perde tempo a Gerusalemme. L'ordine del tribuno di sottomettere l'apostolo all'interrogatorio con fustigazione sorprende dopo lo scambio di cortesia (21,37-40): non è il tribuno che cambia sentimento, ma Luca che ritorna alla fonte lasciata a partire da 21,36. L'uso della fustigazione per costringere a confessare la verità rientrava nel diritto romano nei confronti di schiavi e di stranieri, non però di cittadini romani. All'ultimo momento, sul punto di essere legato alla colonna/tavolaccio, Paolo estrae la carta vincente: la cittadinanza romana; come cittadino aveva diritto a un regolare processo. L'effetto è immediato: i soldati si allontanano e il tribuno viene colto da paura: è andato contro il diritto legando un cittadino romano. Stupisce che le catene vengano tolte a Paolo soltanto il giorno seguente (v. 30)! In un modo o nell'altro, Paolo ha dovuto provare di essere cittadino romano; forse portava con sé tavolette con il sigillo dei testimoni. A Luca preme mostrare il rispetto del diritto da parte dell'autorità romana. Si arriva a un culmine: Paolo non è soltanto un giudeo perfetto, ma anche un romano in senso pieno, anzi supera perfino il tribuno, visto che è cittadino romano dalla nascita. Come tale, l'apostolo sarà ormai in mano alla giustizia romana che gode tutta la stima di Luca.

Convocazione del sinedrio Il tribuno non ha ancora le idee chiare sul conto di Paolo; di conseguenza convoca il sinedrio. La cosa è storicamente inverosimile: non ne ha il potere, non ha senso per avere informazioni su Paolo e non vi potrebbe partecipare come pagano. Ma Luca ha un'intenzione: creare un parallelo con la comparizione di Gesù dinanzi al sinedrio. Storicamente è possibile che il tribuno abbia convocato qualche membro del sinedrio per avere informazioni sul caso-Paolo. Luca trasforma il fatto in una seduta ufficiale del sinedrio: la scena supera l'incidente locale per diventare un confronto tra cristianesimo e giudaismo. L'interesse principale del redattore è rivolto alla questione della risurrezione. L'accusa storica (profanazione del tempio) è passata sotto silenzio. Paolo si difende perché, in quanto fariseo, crede nella risurrezione. Viene a galla la tesi di Luca: se i farisei, agli occhi di Luca rappresentanti del giudaismo ortodosso da cui proviene lo stesso Paolo, fossero coerenti con la loro dottrina, accetterebbero persino la visione avuta da Paolo presso Damasco, e quindi Gesù Cristo. La differenza tra cristiani e farisei sta nel fatto che questi ultimi, rifiutando Gesù come Messia, non sono coerenti con la loro stessa dottrina. Ma proprio il rifiuto di vedere compiuta in Gesù la risurrezione che è la speranza d'Israele, ha ridotto il giudaismo a un insieme di partiti divisi e in conflitto tra di loro e, quindi, poco credibile.


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Da Mileto a Gerusalemme 1Appena ci fummo separati da loro, salpammo e per la via diretta giungemmo a Cos, il giorno seguente a Rodi e di qui a Pàtara. 2Trovata una nave che faceva la traversata per la Fenicia, vi salimmo e prendemmo il largo. 3Giunti in vista di Cipro, la lasciammo a sinistra e, navigando verso la Siria, sbarcammo a Tiro, dove la nave doveva scaricare. 4Avendo trovato i discepoli, rimanemmo là una settimana, ed essi, per impulso dello Spirito, dicevano a Paolo di non salire a Gerusalemme. 5Ma, quando furono passati quei giorni, uscimmo e ci mettemmo in viaggio, accompagnati da tutti loro, con mogli e figli, fino all’uscita della città. Inginocchiati sulla spiaggia, pregammo, 6poi ci salutammo a vicenda; noi salimmo sulla nave ed essi tornarono alle loro case.

7Terminata la navigazione, da Tiro approdammo a Tolemàide; andammo a salutare i fratelli e restammo un giorno con loro. 8Ripartiti il giorno seguente, giungemmo a Cesarèa; entrati nella casa di Filippo l’evangelista, che era uno dei Sette, restammo presso di lui. 9Egli aveva quattro figlie nubili, che avevano il dono della profezia. 10Eravamo qui da alcuni giorni, quando scese dalla Giudea un profeta di nome Àgabo. 11Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: «Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani». 12All’udire queste cose, noi e quelli del luogo pregavamo Paolo di non salire a Gerusalemme. 13Allora Paolo rispose: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù». 14E poiché non si lasciava persuadere, smettemmo di insistere dicendo: «Sia fatta la volontà del Signore!».

L'incontro con Giacomo 15Dopo questi giorni, fatti i preparativi, salimmo a Gerusalemme. 16Vennero con noi anche alcuni discepoli da Cesarèa, i quali ci condussero da un certo Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora, dal quale ricevemmo ospitalità. 17Arrivati a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero festosamente. 18Il giorno dopo Paolo fece visita a Giacomo insieme con noi; c’erano anche tutti gli anziani. 19Dopo aver rivolto loro il saluto, si mise a raccontare nei particolari quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo del suo ministero. 20Come ebbero ascoltato, davano gloria a Dio; poi dissero a Paolo: «Tu vedi, fratello, quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede e sono tutti osservanti della Legge. 21Ora, hanno sentito dire di te che insegni a tutti i Giudei sparsi tra i pagani di abbandonare Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire più le usanze tradizionali. 22Che facciamo? Senza dubbio verranno a sapere che sei arrivato. 23Fa’ dunque quanto ti diciamo. Vi sono fra noi quattro uomini che hanno fatto un voto. 24Prendili con te, compi la purificazione insieme a loro e paga tu per loro perché si facciano radere il capo. Così tutti verranno a sapere che non c’è nulla di vero in quello che hanno sentito dire, ma che invece anche tu ti comporti bene, osservando la Legge. 25Quanto ai pagani che sono venuti alla fede, noi abbiamo deciso e abbiamo loro scritto che si tengano lontani dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, da ogni animale soffocato e dalle unioni illegittime». 26Allora Paolo prese con sé quegli uomini e, il giorno seguente, fatta insieme a loro la purificazione, entrò nel tempio per comunicare il compimento dei giorni della purificazione, quando sarebbe stata presentata l’offerta per ciascuno di loro.

L'arresto di Paolo 27Stavano ormai per finire i sette giorni, quando i Giudei della provincia d’Asia, come lo videro nel tempio, aizzarono tutta la folla e misero le mani su di lui 28gridando: «Uomini d’Israele, aiuto! Questo è l’uomo che va insegnando a tutti e dovunque contro il popolo, contro la Legge e contro questo luogo; ora ha perfino introdotto dei Greci nel tempio e ha profanato questo luogo santo!». 29Avevano infatti veduto poco prima Tròfimo di Èfeso in sua compagnia per la città, e pensavano che Paolo lo avesse fatto entrare nel tempio. 30Allora tutta la città fu in subbuglio e il popolo accorse. Afferrarono Paolo, lo trascinarono fuori dal tempio e subito furono chiuse le porte. 31Stavano già cercando di ucciderlo, quando fu riferito al comandante della coorte che tutta Gerusalemme era in agitazione. 32Immediatamente egli prese con sé dei soldati e dei centurioni e si precipitò verso di loro. Costoro, alla vista del comandante e dei soldati, cessarono di percuotere Paolo. 33Allora il comandante si avvicinò, lo arrestò e ordinò che fosse legato con due catene; intanto si informava chi fosse e che cosa avesse fatto. 34Tra la folla però chi gridava una cosa, chi un’altra. Non riuscendo ad accertare la realtà dei fatti a causa della confusione, ordinò di condurlo nella fortezza. 35Quando fu alla gradinata, dovette essere portato a spalla dai soldati a causa della violenza della folla. 36La moltitudine del popolo infatti veniva dietro, urlando: «A morte!».

Inizio del discorso di Paolo ai giudei 37Sul punto di essere condotto nella fortezza, Paolo disse al comandante: «Posso dirti una parola?». Quello disse: «Conosci il greco? 38Allora non sei tu quell’Egiziano che in questi ultimi tempi ha sobillato e condotto nel deserto i quattromila ribelli?». 39Rispose Paolo: «Io sono un giudeo di Tarso in Cilìcia, cittadino di una città non senza importanza. Ti prego, permettimi di parlare al popolo». 40Egli acconsentì e Paolo, in piedi sui gradini, fece cenno con la mano al popolo; si fece un grande silenzio ed egli si rivolse loro ad alta voce in lingua ebraica, dicendo:

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Da Mileto a Gerusalemme Luca descrive il cammino di Paolo verso Gerusalemme come un cammino sempre più simile a quello di Gesù, in un crescendo narrativo che culmina nell'intervento del profeta Agabo. Il presentimento del destino doloroso che attende l'apostolo si fa sempre più forte e preciso. L'unità letteraria può essere divisa in due parti parallele (vv. 1-6 e 7-14), ciascuna delle quali inizia con un breve resoconto delle tappe percorse, cui fa seguito la sosta in una città (Tiro, Cesarea) e si conclude con una scena di addio (vv. 5-6 e 10-14). La «scena di addio» al v. 13 dà la parola a Paolo, il quale spiega il motivo del pianto e della tristezza, che mette in risalto l'affetto che l'apostolo nutre per la Chiesa. Ma come Gesù, anche Paolo è deciso a seguire la volontà divina fino in fondo. Così facendo, Paolo risponde alla propria chiamata (9,16) con una decisione libera e, al tempo stesso, sottoposta al volere di Dio. E la comunità accetta, essendosi definitivamente rivelato il disegno divino, con una esclamazione che ricorda la preghiera di Gesù nell'orto del Getsemani (Le 22,42): Padre, «sia fatta la tua volontà». Vi si esprime non rassegnazione, ma adesione positiva al volere di Dio.

L'incontro con Giacomo Paolo arriva a Gerusalemme, incontra Giacomo e gli anziani, mette al corrente, riceve una accoglienza festosa... tutto come all'assemblea di Gerusalemme (15,3- 5.12.13b-21; cfr. 21,15-25). Esiste inoltre una grande inclusione tra la venuta di Paolo ali' assemblea di Gerusalemme e il suo ultimo arrivo (21, 19.25; cfr. 15, 12.25): così l'intera attività missionaria dell'apostolo delle nazioni è posta sotto il segno dell'unità di Paolo con la Chiesa-madre, dell'unità dunque tra la Chiesa pagano- cristiana e giudeo-cristiana. Nell'ottica di Luca, l'assemblea di Gerusalemme costituisce il vero punto di partenza per la missione nel mondo delle nazioni, missione compiuta da Paolo, legittimo rappresentante della Chiesa apostolica. Ormai a Gerusalemme Pietro e i Dodici sono scomparsi; la Chiesa è solidamente guidata da Giacomo, «fratello del Signore», e dagli anziani. Paolo aggiorna su ciò che Dio ha operato per mezzo di lui nel mondo pagano. Riceve piena approvazione: l'unità che l'apostolo ha vissuto all'assemblea con la Chiesa apostolica continua anche con la Chiesa-madre dell'epoca post-apostolica. Il narratore tuttavia non può tacere che non tutto va liscio (v. 20b). A Gerusalemme ci sono molti giudei diventati cristiani e rimasti «Osservanti della Legge», cioè fedeli a una minuziosa osservanza delle sue prescrizioni. Vuole Luca sottolineare il legame tra la Chiesa e Israele o insinuare una maggiore intransigenza nei confronti di chi non osserva la Legge? Nel v. 21 Giacomo arriva al dunque: circolano voci contro l'insegnamento di Paolo, in particolare quella secondo cui inciterebbe gli ebrei convertiti a non fare circoncidere i propri figli. In realtà Paolo non contestava le pratiche giudaiche, ma teneva a difendere i pagano-cristiani da una loro giudaizzazione; nondimeno affermazioni come quelle di Gal 5,3-4 o Rm 10,4 prestavano facilmente il fianco ad accuse del genere contro l'apostolo.

L'arresto di Paolo Luca dà un resoconto dettagliato, vivo, verosimile dell'arresto di Paolo: l'apostolo viene riconosciuto nel tempio da giudei di Efeso; è trascinato fuori dal cortile dei giudei per essere linciato; l'intervento dei soldati romani lo salva in extremis. Luca, come sempre, mette la sua impronta evidenziando il parallelismo con la passione di Gesù e il motivo apologetico che fa dei giudei i persecutori dei cristiani e i fomentatori di disordini. Le loro calunnie contro Paolo sono false: questi è accusato di insegnare contro la Legge e il tempio nel momento stesso in cui si trova nel tempio per adempiere una prescrizione della Legge! Da parte loro, i Romani svolgono il ruolo dei protettori. Paolo viene riconosciuto da giudei di Efeso giunti a Gerusalemme per la festa di Pentecoste: appaiono particolarmente ostili all'apostolo. Le accuse (egli insegna contro il popolo, contro la Legge e contro il tempio) ricordano quelle mosse contro Gesù, contro Stefano... contro i cristiani al tempo di Luca. L'accusa concreta suona: Paolo avrebbe introdotto greci (pagani) nel cortile interno (il cortile d'Israele o dei giudei) profanando così il luogo santo. Accusa infondata: i giudei di Efeso avevano soltanto riconosciuto in città (e non nel tempio) Trofimo, un cristiano di Efeso (cfr. 20,4). Il comportamento degli insorti (v. 30b) indica l'intenzione di linciare l'apostolo fuori del «cortile d'Israele», per non profanare il luogo sacro con il suo sangue, e con le porte chiuse, per evitare che egli possa trovare rifugio nel tempio. Intervengono i soldati della guarnigione romana stanziata nella torre Antonia, a nord-ovest della spianata del tempio. Anzi, interviene il tribuno in persona, Claudio Lisia (23,26), come conviene alla grandezza dell'apostolo Paolo. L'effetto è immediato: la folla desiste. Paolo è salvato dal linciaggio ma è messo in catene... come aveva predetto Agabo (21, 11). Fino alla fine del libro Paolo assume il volto del prigioniero. Per il momento è legato con due catene, quindi considerato particolarmente pericoloso (cfr. v. 38). Da parte sua, il tribuno si comporta da militare capace e onesto: Paolo viene trattato secondo la procedura legale, chiedendo identità e reato. La folla invece è vista come una massa confusionaria; il popolo di Dio vuole la morte di Paolo come ha voluto quella di Gesù.

Preparazione del discorso di Paolo ai giudei I versetti preparano il discorso che l'apostolo rivolgerà ai giudei, discorso che il redattore ha composto e inserito volutamente in un quadro adeguato al contenuto, ma storicamente inverosimile: come fa Paolo a ottenere il silenzio di una folla inferocita, che poco prima voleva linciarlo? Paolo, incatenato, sta per essere portato nella torre Antonia. Senza paura il prigioniero si rivolge al tribuno con il garbo di un uomo colto. Primo effetto positivo: Paolo non è giudicato come un individuo senza cultura, visto che parla un greco elegante. Altro effetto positivo: non è identificato con quell'Egiziano che nei giorni passati aveva creato disordini. Il tribuno, sentendo Paolo, è subito tranquillizzato. L'apostolo si presenta con fierezza (v. 39); ha la doppia cittadinanza: quella di Tarso e quella romana. Dopo aver fornito le sue generalità, l'apostolo avanza cortesemente la richiesta di poter parlare alla folla; il tribuno non può rifiutare! Al v. 40, Luca crea la scena adatta: è venuto il momento di delineare il profilo religioso dell'apostolo dei pagani di fronte al popolo eletto.


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