📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Missione e proclamazione del vangelo di Dio a Tessalonica 1Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata inutile. 2Ma, dopo aver sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte.

Lo stile e il metodo dei predicatori del vangelo di Dio 3E il nostro invito alla fede non nasce da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno; 4ma, come Dio ci ha trovato degni di affidarci il Vangelo così noi lo annunciamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. 5Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia: Dio ne è testimone. 6E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, 7pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo.

I tratti distintivi dei predicatori del vangelo di Dio Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. 8Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.

Lo stile e il metodo del loro impegno per la comunità dei credenti 9Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. 10Voi siete testimoni, e lo è anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi, che credete, è stato santo, giusto e irreprensibile. 11Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, 12vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria.

Siete diventati imitatori delle chiese di Dio 13Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti. 14Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Cristo Gesù che sono in Giudea, perché anche voi avete sofferto le stesse cose da parte dei vostri connazionali, come loro da parte dei Giudei. 15Costoro hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi, non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini. 16Essi impediscono a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano sempre di più la misura dei loro peccati! Ma su di loro l’ira è giunta al colmo.

Siete voi la nostra gloria e gioia! 17Quanto a noi, fratelli, per poco tempo privati della vostra presenza di persona ma non con il cuore, speravamo ardentemente, con vivo desiderio, di rivedere il vostro volto. 18Perciò io, Paolo, più di una volta ho desiderato venire da voi, ma Satana ce lo ha impedito. 19Infatti chi, se non proprio voi, è la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui vantarci davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? 20Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia!

Approfondimenti

(cf 1-2 TESSALONICESI – nuova versione, introduzione e commento di RINALDO FABRIS © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

Missione e proclamazione del vangelo di Dio a Tessalonica Nel racconto della loro missione a Tessalonica i mittenti della lettera, che si presentano come «apostoli di Cristo», ne fanno un bilancio molto positivo. In questa cornice si collocano le due immagini della «ma­dre nutrice» e del «padre educatore», che esprimono le intense relazioni affetti­ve tra i predicatori del vangelo di Dio e i destinatari, i credenti, chiamati «figli» e «fratelli». Il contesto ideale per una trasmissione efficace del vangelo è quello stesso in cui si trasmette e si comunica la vita delle persone.

Lo stile e il metodo dei predicatori del vangelo di Dio In una duplice serie di antitesi si traccia il profilo etico dei predi­catori del vangelo, chiamati «apostoli di Cristo». La predicazione di Paolo e dei suoi collaboratori a Tessalonica è chiamata ”esortazione”. Sotto il profilo positivo lo stile e il metodo dei predicatori del vangelo sono caratterizzati dal loro rapporto con Dio. Approvati da Dio, essi hanno ricevuto da lui l'incarico di proclamare il vangelo. All'iniziativa di Dio essi hanno corrisposto cercando di piacere non agli uomini, ma a Dio, «che prova i nostri cuori». I predicatori del vangelo non ricercano la gloria umana, perché hanno come prospettiva la gloria di Dio.

I tratti distintivi dei predicatori del vangelo di Dio Sullo sfondo della serie di antitesi precedenti risalta la figura posi­tiva della madre-nutrice, che si prende cura dei propri figli. Questa immagine familiare si sviluppa nel lessico affettivo della dichiarazione successiva, dove la comunicazione del vangelo di Dio è posta in parallelismo progressivo con il dono della vita: «Così affezionati a voi eravamo disposti a darvi non solo il vangelo di Dio, ma perfino la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari». L'immagine della nutrice, che si prende cura teneramente dei propri figli, è rafforzata nella dichiarazione che segue immediatamente, dove si riprende e si in­tensifica il lessico affettivo: «Così affezionati a voi, eravamo disposti a darvi non solo il vangelo di Dio, ma perfino la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari».

Lo stile e il metodo del loro impegno per la comunità dei credenti A riprova della disponibilità dei predicatori non solo a comunicare ai tessalonicesi il vangelo di Dio, ma a dare la loro stessa vita, si ricordano lo stile e il metodo sia del primo annunzio sia della cura pastorale della comunità dei cre­denti. L'appellativo «fratelli», che fa parte dello stile epistolare, riattiva il contatto tra i mittenti e i destinatari della lettera. La memoria del primo annunzio si concen­tra sulla «fatica» e sul «travaglio» dei predicatori che hanno lavorato senza so­sta «notte e giorno», per non pesare su nessuno dei fedeli della comunità. I missionari si appellano ancora alla loro esperienza per presentare la propria azione pastorale a Tessalonica. Per caratterizzarne lo stile e il metodo fanno un confronto con la figura e il ruolo del «padre», simmetrica a quella della madre o «nutrice» (cfr. 1Ts 2,8). In questo caso si dà risalto al rapporto personalizzato del padre, che si dedica «singolarmente» ai propri figli. La figura del «padre», educatore o formatore dei suoi figli, è congeniale a Paolo (1Cor 4,15.17.21 ; 2Cor 6,13; Fil 2,22-25). Sullo sfondo di questa immagine e del lessico relativo sta la tradizione sapienziale biblica, dove la relazione maestro-discepolo si ispira al mo­dello delle relazioni padre-figlio (Pro 3,1; 4,1-4.10.20; 5,1; 6,1.20; 7,1; 8,32; Sir 7,3). Anche nell'ambiente greco-romano, dove predomina il modello del pater familias, padrone dispotico dei figli, non è del tutto assente la figura del «padre-educatore», che nell'educazione dei figli privilegia l'esortazione e l'incoraggiamento.

In uno sguardo d'insieme dell'unità letteraria 1Ts 2,1-12 si intuisce qual è il perno attorno al quale ruota la metodologia di un annunzio efficace del vange­lo di Dio. Certamente la coerenza etica e lo stile di vita dei predicatori del van­gelo servono a dissipare sospetti e insinuazioni malevoli nei loro confronti. Anche la dedizione costante al loro compito, senza la pretesa di ricavarne un vantaggio materiale immediato o semplicemente l'apprezzamento da parte degli ascoltatori, è un punto a favore della credibilità del loro annunzio. Pure l'autorevolezza di chi si presenta con la qualifica di «apostolo di Cristo», come suo delegato e plenipotenziario, non è sufficiente per dare credito alla proclamazio­ne del vangelo di Dio. Anche il discorso più sincero e appassionato, eticamente ineccepibile e, sotto il profilo logico, coerente, può essere scambiato per propa­ganda religiosa. Il centro e il cuore pulsante della metodologia efficace nell'annunzio è la qualità delle relazioni che s'intrecciano tra i predicatori del vangelo di Dio e i de­stinatari. Se la proclamazione del lieto messaggio cristiano riguarda l'amore in­comparabile di Dio, rivelato e reso presente nella vicenda umana di Gesù Cristo, il suo Figlio, allora non c'è altro percorso per arrivare alla sua accoglienza se non quello dell'amore, che sta all'origine della vita e la promuove. Paolo, che scrive a nome anche dei collaboratori Silvano e Timoteo, lo dichiara al culmine di un'ap­passionata argomentazione ispirata ai modelli della retorica del suo tempo. Non basta dire ai cristiani di Tessalonica che egli si è affezionato a loro come una nu­trice che si prende cura dei propri figli. Paolo è in grado di dimostrarlo, appellan­dosi alla testimonianza della giovane comunità cristiana sorta grazie alla sua pre­dicazione del vangelo. La lettera che sta scrivendo è prova e documento dell'intensità del suo amore per quelli che egli considera i suoi figli. Il riferimento al modello dei rapporti pa­rentali – come una madre e come un padre – non è solo espediente retorico della comunicazione epistolare. Realmente, Paolo e i suoi collaboratori possono richia­mare alla memoria dei tessalonicesi il loro impegno costante e disinteressato per accompagnarli singolarmente nei primi passi del loro cammino cristiano. Il brano, che fa da ponte tra l'esordio e il corpo della lettera, presenta un quadro esemplare di annunzio del vangelo di Dio e di metodologia pastorale.

Siete diventati imitatori delle chiese di Dio I predicatori umani sono mediatori di una parola che è da Dio e a lui appartiene. Il significato complessivo dell'espressione «parola di Dio» è confermato dall'affer­mazione circa la sua azione efficace in quelli che l'accolgono nella fede. Quello che è decisivo per l'efficacia della parola di Dio è la fede permanente di quelli che l'accolgono. L'unità letteraria di 1Ts 2,13-16 fa da ponte tra il racconto rievocativo della missione paolina a Tessalonica e quello dei suoi rapporti successivi con la Chiesa macedone. La ripresa del tema del ringraziamento dell'esordio offre lo spunto per fare una riflessione sul rapporto tra annunzio e accoglienza della parola di Dio. Quelli che proclamano la parola di Dio a Tessalonica sono «uomini» come gli ascoltatori stessi. Il superamento del paradosso dell'ascolto della parola di Dio, nella parola di uomini, avviene grazie alla fede, intesa come apertura all'iniziativa gratuita di Dio. La parola di Dio diventa efficace negli ascoltatori credenti. Il brano che segue, fortemente polemico, si salda al precedente mediante il riferimento alla proclamazione del vangelo di Paolo alle genti per la loro salvezza. Il tema dell'imitazione e delle sofferenze richiama l'esordio della lettera, dove i tessalonicesi sono elogiati perché hanno accolto la parola di Dio con gioia, in mezzo a una grande tribolazione, e sono diventati imitatori del Signore Gesù e di Paolo. La polemica antigiudaica non è motivata da ragioni etnico-religiose, come avverrà nella storia successiva dei rapporti tra cristiani ed ebrei, perché Paolo, non ha mai rinnegato la sua appartenenza al popolo ebraico. In questo caso egli utilizza alcuni elementi della storia di Israele – uccisione dei profeti – dell'ambiente gre­co-romano e della tradizione apocalittica, per incoraggiare i cristiani di Tessalonica esposti alle ostilità del loro ambiente.

Siete voi la nostra gloria e gioia! La prima parte del dialogo epistolare, incentrato sulla storia dei rappor­ti dei missionari Paolo, Silvano e Timoteo con la Chiesa dei tessalonicesi, si apre con una dichiarazione che ne annunzia il tema. Alla brusca e forzata separazione dalla giovane comunità cristiana di Tessalonica, i predicatori del vangelo hanno risposto con il loro costante impegno per riprendere i contatti, spinti dall'intenso desiderio di rivederli. In conseguenza di questo forte desiderio di riprendere i contatti con i tessalonicesi, Paolo, in prima persona, più volte ha preso l'iniziativa di andare da loro. Solo un antagonista sovrumano – satana – ha potuto troncare o manda­re a monte i suoi tentativi. L'introduzione della figura di satana nella storia dei rapporti con la Chiesa dei tessalonicesi fa capire che Paolo colloca la faccenda nel contesto di uno scontro «apocalittico» tra l'azione di Dio, che si manifesta e si realizza nell'annunzio del vangelo, e il fronte avversario, rappresentato da satana. Paolo chiude la ricostruzione dei suoi rapporti con i tessalonicesi con una domanda esclamativa spezzata – manca il verbo reggente –, dove il tono emotivo arriva all'acme. Ancora una volta egli vuole dire che il fallito incontro con la Chiesa di Tessalonica non può essere segno di mancanza di affetto o interesse da parte sua, «perché» essi, assieme agli altri gruppi cristiani – «anche voi» – sono la sua «speranza, gioia e corona di vanto davanti al Signore Gesù, alla sua venuta». Anche se la comunità cristiana di Tessalonica, nata grazie all'annunzio del vangelo di Dio da parte dei predicatori itineranti, fin d'ora è per essi motivo e fon­te di «speranza, gioia, vanto e gloria», l'aggiunta della frase «davanti al Signore nostro Gesù, alla sua venuta» dà un orientamento escatologico non solo alla «co­rona di vanto», ma a tutta la costellazione dei termini.


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Intestazione 1Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace.

Ringraziamento e preghiera 2Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere 3e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. 4Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. 5Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione: ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. 6E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, 7così da diventare modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. 8Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. 9Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero 10e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

Approfondimenti

(cf 1-2 TESSALONICESI – nuova versione, introduzione e commento di RINALDO FABRIS © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

Intestazione La prima Lettera ai Tessalonicesi è il primo scritto epistolare di Paolo, per cui essa rappresenta anche un modello letterario per tutte le altre sue lettere. Per comporne il testo dell'intestazione, Paolo si ispira allo schema delle lettere dell'ambiente greco-romano, dove esso assume una forma tripartita: mittente, destinatari e saluto. Dentro tale schema letterario profa­no, Paolo introduce la novità della fede cristiana, precisando che la «Chiesa dei Tessalonicesi» ha il fondamento del suo statuto e della sua identità nel rapporto con Dio Padre per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Da questa fonte divina promanano la grazia e la pace che Paolo e i suoi collaboratori, Silvano e Timoteo, augurano ai Tessalonicesi. La menzione dei due «co-mittenti» nell'intestazione della lettera implica che essi sono coinvolti nel dialogo epistolare di Paolo con i Tessalonicesi. L'uso prevalente della prima persona plurale « noi » nel corso dello scritto esprime la responsabilità collegiale dei tre mittenti, anche se, chi tiene le fila del discorso è Paolo. Questo è evidente nei casi in cui il primo mittente si presenta in prima persona, addirittura con il suo nome: « Perciò volevamo venire da voi, proprio io Paolo, una anzi due volte, ma satana ce l'ha impedito» (1Ts 2,18; cfr. 3,5; 5,27). I destinatari del primo scritto paolino sono i cristiani che formano la «Chie­sa dei Tessalonicesi». In modo inconsueto sono designati con il nome gentilizio – «Tessalonicesi» – che Paolo adopera rarissime volte nella sua corrispondenza (cfr. Fil 4,15: «Lo sapete anche voi, Filippesi...»). In genere, i destinatari sono in­ dicati con il nome della città o regione, dove essi risiedono (cfr. 1Cor 1,2; 2Cor 1,1 ; Gal 1,2; Fil 1,1). Per la prima volta ricorre il termine ekklēsía per parlare di un gruppo di cristiani. Nell'intestazione di 1Tessalonicesi questo termine richiama la versione greca della Bibbia, do­ve con questo vocabolo gli ebrei di Alessandria traducono l'ebraico qehāl JHWH. Tanto più che il verbo ebraico qāhāl (chiamare) è assonante con il verbo greco ka­leîn (chiamare), che sta alla base del sostantivo ek-klēsía (convocazione). La scelta di ek-klēsía, invece di synagoōgê, con il quale spesso la versione greca dei LXX ha qehāl e più spesso 'edâh (comunità), potrebbe essere intenzionale per distinguere il gruppo dei credenti cristiani dalle altre aggregazioni sociali o religiose, soprattutto da quelle ebraiche, normalmente denominate con il vocabolo synagōgê(ái).

Ringraziamento e preghiera Seguendo il model­lo letterario del discorso epistolare il dialogo con i Tessalonicesi si apre con una preghiera di ringraziamento a Dio. Tutte le lettere paoline, ad eccezione della Lettera ai Galati, si apro­no con una preghiera di ringraziamento con il verbo eucharisteîn (ringraziare). La motivazione o l'occasione del ringraziamento a Dio, sempre e per tutti i Tessalonicesi, è il ricordo «incessante» da parte del gruppo dei predicatori che si manifesta nelle loro preghiere. Il dialogo epistolare di Paolo e dei suoi collabo­ratori con i cristiani della metropoli macedone si colloca sullo sfondo della loro relazione vitale con Dio Padre e il Signore Gesù Cristo.

Per la prima volta in uno scritto cristiano compare il vocabolo euaggélion (Vangelo); si può ritenere che con la sua atti­vità missionaria Paolo abbia favorito l'uso cristiano di questo termine.

Al v. 6 i destinatari della proclamazione del vangelo diventano i protagonisti della sua diffusione. La sezione ruota attorno al tema della «imitazione» e del «mo­dello». Si dice che i Tessalonicesi sono diventati «imitatori» dei missionari e del «Signore» in quanto hanno accolto «la Parola in mezzo a una grande tribolazione, con gioia di Spirito Santo». Nelle sue lettere, sotto la terminologia della «tribolazione», Paolo elenca le sue prove apostoliche e quelle dei cristiani. Nel caso dei Tessalonicesi si può pensa­re ai contrasti e alle ritorsioni che la loro scelta di fede provoca nell'ambiente so­ciale e religioso della città macedone. Però i cristiani di Tessalonica sono diventati imitatori dei missionari e del Signore non solo per la «grande tribolazione» , che ha segnato la loro adesione al vangelo, ma perché questa è paradossalmente congiunta con «la gioia dello Spirito Santo».

In un crescendo a effetto, l'elogio dei Tessalonicesi tocca l'apice con la nuova considerazione: nella loro accoglienza del Vangelo, da «imitatori» dei missionari e del Signore, i cristiani di Tessalonica sono diventati «modello per tutti i credenti nella Macedonia e nell'Acaia». In uno stile ridondante di nuovo sono menzionate le due province ro­mane dell'impero – Macedonia e Acaia –, per rimarcare, con la figura retorica dell'intensificazione – «non solo... ma...» –, la diffusione dell'esperienza dei cri­stiani di Tessalonica.

La conversione dei Tessalonicesi è presentata in due risvolti: l'uno negativo, come abbandono degli idoli, e l'altro positivo, come adesione a Dio, che si concretizza nell'impegno al suo servizio. Dopo essersi rivolti a Dio, si sono impegnati a servire «Dio vivo e vero».

Per la prima volta, in un documento cristiano, si traccia il percorso che porta alla nascita di una Chiesa locale: annunzio e accoglienza del vangelo, passaggio dal culto idolatrico alla fede nel Dio unico e vero, che si rende presente e salva per mezzo del Figlio suo Gesù. Nel proemio della 1Tessalonicesi sono presenti le coor­dinate della missione cristiana, che si realizza sostanzialmente nella comunicazione del vangelo o della parola di Dio, che ha il suo nucleo nell'evento della morte e ri­surrezione di Gesù. Non solo i predicatori itineranti proclamano con efficacia il vangelo, ma ogni persona che ha accolto la parola di Dio ha la capacità e l'impegno di farla risuonare dappertutto. La diffusione della parola di Dio da parte dei cristiani di Tessalonica dà un contenuto più preciso al dinamismo della loro fede elogiato da Paolo assieme all'amore e alla speranza. Nelle ultime righe dell'esordio della lettera si prospetta l'orizzonte del compimento esca­tologico della salvezza, sicuro approdo della speranza cristiana anche di fronte all'esperienza della morte delle persone care.


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Conclusione della sezione precedente 1Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo.

Invito alla preghiera per la missione 2Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie. 3Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di Cristo. Per questo mi trovo in prigione, 4affinché possa farlo conoscere, parlandone come devo.

I rapporti con gli estranei 5Comportatevi saggiamente con quelli di fuori, cogliendo ogni occasione. 6Il vostro parlare sia sempre gentile, sensato, in modo da saper rispondere a ciascuno come si deve.

Conclusione della lettera 7Tutto quanto mi riguarda ve lo riferirà Tìchico, il caro fratello e ministro fedele, mio compagno nel servizio del Signore, 8che io mando a voi perché conosciate le nostre condizioni e perché rechi conforto ai vostri cuori. 9Con lui verrà anche Onèsimo, il fedele e carissimo fratello, che è dei vostri. Essi vi informeranno su tutte le cose di qui. 10Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Bàrnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni – se verrà da voi, fategli buona accoglienza – 11e Gesù, chiamato Giusto. Di coloro che vengono dalla circoncisione questi soli hanno collaborato con me per il regno di Dio e mi sono stati di conforto. 12Vi saluta Èpafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non smette di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio. 13Io do testimonianza che egli si dà molto da fare per voi e per quelli di Laodicèa e di Geràpoli. 14Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema. 15Salutate i fratelli di Laodicèa, Ninfa e la Chiesa che si raduna nella sua casa. 16E quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi. 17Dite ad Archippo: «Fa’ attenzione al ministero che hai ricevuto nel Signore, in modo da compierlo bene». 18Il saluto è di mia mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene. La grazia sia con voi.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI COLOSSESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Filippo Belli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

Conclusione della sezione precedente Questo versetto conclude l'ultima sezione del capitolo precedente che è dedicata agli schiavi. L'affermazione in 3,11 («Non c'è... schiavo, libero, ma Cristo, che è tutto e in tutti») ha bisogno evidentemente di chiarimento nella prassi della situazione esistenziale stessa degli schiavi. Paolo non ha paura di affrontarla e in modo chiaro dà una indicazione fondamentale: «obbedite... nel timore del Signore» (v. 22); «qualunque cosa facciate... come se la faceste per il Signore» (v. 23); «servite Cristo, Egli è il vostro Signore». Ciò che introduce la novità cristiana non è dunque un cambiamento delle circostanze di vita, ma la possibilità di viverle in altro modo. L'appartenenza a Cristo diviene il criterio di giudizio («non... come se doveste piacere a uomini», vv. 22 e 23) e di affezione («nella semplicità di cuore», v. 22; «di buon animo», v. 23) nell'azione stessa. La prospettiva con cui vivere e valutare la propria situazione di schiavi non è quella immediata della terra, ma quella che è legata a Cristo (cfr. 3,1-2: «ricercate le realtà che si trovano là dov'è Cristo... non... quelle della terra»). Per questo Paolo segnala la prospettiva escatologica del giusto giudizio e della ricompensa (vv. 24-25), qui però determinata e informata dall'appartenenza a Cristo. L'accenno al fatto che «non c'è distinzione di persone» fa comprendere che la posta in gioco non è lo status sociale (libero o schiavo), ma la giustizia che Cristo permette di vivere in ogni situazione. A noi moderni sembra poca cosa, ma, in effetti, il valore e la dignità di una persona (sia essa schiava o libera) è quello che Cristo afferma nell'assimilare a sé i credenti. La storia poi confermerà che questa è la strada che il cristianesimo seguirà con pazienza per l'affrancamento totale e reale degli schiavi. Infine è interessante notare il gioco di parole in 4,1: ai padroni (kúrioi) degli schiavi Paolo ricorda che anch'essi sono al servizio del Signore, essendo Lui il padrone (Kúrios) celeste.

Invito alla preghiera per la missione Il v. 2 è un grande invito alla preghiera costante («siate assiduamente fedeli alla preghiera»). Paolo riassume cosi tutta la tensione del cammino cristiano, del resto attestata dal Nuovo Testamento a partire da Gesù stesso (cfr. Lc 18,1 e At 1,14). L'inizio della lettera aveva indicato nella preghiera – di Paolo in quel caso – il mezzo più adeguato per acquisire la conoscenza del mistero, necessaria per rimanere fedeli alla grazia ricevuta nell'annuncio (1,9-10). Dopo le varie esortazioni, il richiamo, anche per accenni, a questa esigenza ne evidenzia la sua pertinenza per la vita cristiana. Essa è, infatti, ciò che permette la vigilanza. Qui occorre intenderla non in senso escatologico, ma piuttosto come ciò che mantiene l'atteggiamento di gratitudine. Abbiamo visto che nella lettera la gratitudine è il segno della coscienza della grazia ricevuta, adeguata risposta a ciò che si è accolto nel Vangelo e volontà di rimanervi saldi (1,12; 2,7; 3,15.16.17). I vv. 3-4 richiamano abbastanza esplicitamente lo sviluppo di 1,24-2,5 dove la situazione di sofferenza di Paolo e l'annuncio del mistero sono congiunti. Qui, nell'invito ai Colossesi a pregare per lui, avviene la medesima assimilazione: è per la comunicazione del mistero che Paolo è in catene.

I rapporti con gli estranei Questi versetti, nella loro semplicità, sono abbastanza inusuali nell'epistolario paolino. La comunità è invitata a cogliere l'occasione opportuna (kairos) con «gli estranei». Che cosa significhi esattamente, è il v. 6 che lo lascia intendere, giacché invita a parlare in modo «Cordiale, assennato, perché sappiate rispondere a ciascuno in modo adeguato». La saggezza richiesta è quella pratica («comportatevi») che permette di sfruttare intelligentemente le occasioni di rapporto con quelli fuori della comunità.

Conclusione della lettera La lettera si chiude con alcune brevi informazioni, i saluti, qualche raccomandazione particolare, la firma di Paolo, e il saluto di grazia. Il vivido quadro che scaturisce dalle brevi informazioni che Paolo offre sulla propria situazione, sui suoi amici collaboratori, sulla vita della comunità di Colossi dà conferma, in qualche modo, dell'autenticità paolina della lettera, giacché un altro autore avrebbe dovuto “inventare” una tale situazione in modo ipotetico, mentre un saluto generale come avviene in altre lettere (cfr. 2Cor 13,12-13; Fil 4,21-23; 1Ts 5,25-28) sarebbe stato sufficiente. L'immagine della situazione della Chiesa nell'età apostolica che emerge dalla lettera ai Colossesi è di fatica, sofferenza, detenzione: difficoltà di ogni genere sono all'ordine del giorno. In tale contesto risalta l'amicizia cristiana, che questi versetti ci fanno intravedere, come un fattore di letizia, di sostegno e di speranza. La gratitudine che Paolo esprime ne è una viva documentazione. Le diverse attestazioni di stima da parte di Paolo, per alcune persone in particolare, hanno una ragione fondamentale che è la collaborazione e la sollecitudine che esse hanno per l'annuncio cristiano e la vita della Chiesa. Tra le righe emerge quella unità di intenti, di dedizione e di carità reciproca che l'appartenenza al Signore genera e incrementa. La raccomandazione di far leggere la lettera anche alla comunità di Laodicea (v. 16) conferma che l'«errore di Colossi» non concerne una qualche devianza specifica della comunità, quanto delle influenze esterne legate anche all'ambiente religioso e culturale della zona, la provincia romana dell'Asia. Infine il saluto scritto da Paolo: la firma di suo pugno testimonia non tanto la volontà di autentificare la lettera, quanto quella di farsi vicino in qualche modo a una comunità che non ha fondato e visitato personalmente. Le ultime parole della lettera ai Colossesi, nella loro estrema brevità e col classico saluto «la grazia sia con voi» (v. 18) sembrano quanto mai appropriate a tutto ciò che Paolo ha voluto comunicare, ovvero la coscienza detta e vissuta della grazia ricevuta in Cristo, e la strada per mantenervisi.


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I princìpi cristologici dell'agire cristiano 1Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! 4Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

L'etica cristiana personale e comunitaria 5Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; 6a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. 7Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi. 8Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. 9Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni 10e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. 11Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti. 12Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, 13sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. 14Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. 15E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! 16La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. 17E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.

L'etica della vita domestica 18Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. 19Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. 20Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. 21Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. 22Voi, schiavi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni: non servite solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. 23Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, 24sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità. Servite il Signore che è Cristo! 25Infatti chi commette ingiustizia subirà le conseguenze del torto commesso, e non si fanno favoritismi personali.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI COLOSSESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Filippo Belli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

I princìpi cristologici dell'agire cristiano Lo sviluppo del brano parte dal fatto della risurrezione, che stabilisce la dinamica fondamentale della vita nuova: cercare e desiderare le cose di Cristo e respingere quelle terrestri (vv. 1-2). I cristiani – ricorda Paolo – sono risorti. Che cosa significa? Che sono morti e che vivono una nuova vita in Cristo (v. 3). Di conseguenza è anche richiamato i l destino di gloria, per il quale vale la pena vivere la costante tensione etica insita nella vita nuova dei risorti (v. 4). Per Paolo è importante stabilire il principio base che deve guidare la vita cristiana, una costante tensione a vivere quello che è il dono di grazia nel battesimo, cioè la vita nuova in Cristo. Questo è anche ciò che permette di non guardare, di non tenere in conto altre cose («a queste cose aspirate, non a quelle della terra»).

L'immagine che Paolo offre per comprendere la nuova situazione del cristiano nel battesimo, e che definisce anche la sua vita etica, è quella della morte e risurrezione, ma con accenti che ne fanno percepire la dinamica di «già e non ancora» (vv. 3-4), o ancora meglio, che ciò che è nascosto – prima o poi – viene alla luce (cfr. Mc 4,22; 1Cor 4,5; 1Gv 3,2). Infatti, ricordando che i credenti sono morti (nel battesimo come ha già spiegato, cfr. 2,11-12), afferma che ora la loro vita è «nascosta con Cristo in Dio», ovvero che i battezzati vivono – misteriosamente, ma realmente – della vita di Cristo («Cristo, che è la vostra vita» v. 4) custodita in Dio, pur nell'inevitabile travaglio e tensione che l'esistenza terrena comporta. Pure il cristiano è già risorto, attende solo che questa novità radicale sia manifestata pienamente: «quando però Cristo, che è la vostra vita apparirà, allora anche voi, assieme a lui apparirete nel vostro stato glorioso» (v. 4). Cosi la tensione etica dei credenti è giustificata come attesa e speranza certa di ciò che hanno già ricevuto ma che deve manifestarsi pienamente.

L'etica cristiana personale e comunitaria Questa sezione inizia con un elenco dei vizi. Ci sono quattro ambiti sui quali è posta l'attenzione: quello dell'impurità sessuale («immoralità sessuale, impurità, libidine»), quello della avidità («desiderio malvagio, avidità»), quello della socialità («ira, escandescenza, cattiveria») e quello della parola («maldicenza, linguaggio osceno e menzogna»). La pervasività della vita nuova è tale da abbracciare l'intera esistenza del credente, di modo che nessun aspetto può esservi estraneo. Il grande lavorio etico è quello di diventare nel tempo quello che il cristiano è già diventato (morto e spogliato dell'uomo vecchio). I vizi elencati – in particolare la cupidigia – sono fondamentalmente «idolatria» (v. 5b) e hanno una conseguenza: «la collera di Dio» sul destino di chi compie il male (v. 6).

L'immagine dello spogliarsi e del rivestirsi(Rm 13,12-14; 1Cor 15,53-54; 2Cor5,2-4; Gal3,27,Ef4,24) non è nuova in Paolo. È un altro modo figurato di descrivere ciò che è accaduto al cristiano nel battesimo. Essa si presta in particolare al nostro brano che da una parte invita a deporre i vizi (vv. 5-9a) e dall'altra a rivestire le virtù cristiane (vv. 12-17). A questa immagine è abbinata l'idea del vecchio uomo e del nuovo, anch'essa presente nell'epistolario paolino (cfr. Rm 6,6; Ef4,22). Così il battesimo, che dà origine al cristiano, è compreso eticamente come la generazione di una nuova personalità che ha dei tratti distintivi precisi, rinvenibili nell'esperienza, cioè nel suo modo di agire e vivere le cose solite. L'uomo, infatti, rimane tale, ma si «rinnova continuamente» secondo l'«immagine» vera sua, cioè di Colui che lo ha «creato»: il cristiano è in qualche modo morto al regime vecchio di vita ed è stato trasferito in uno nuovo, la prima caratteristica di questo status è una fondamentale nuova identità non determinata da categorie sociali o etniche o religiose, ma piuttosto dall'invadenza di Cristo come principio di esistenza.

La parte positiva dell'esortazione prende le mosse da quello che è stato appena affermato, il nuovo status dei credenti, infatti la seconda parte di questa sezione invita alle virtù proprie cristiane. Il battesimo non è semplice atto giuridico, ma di trasformazione interna della persona che lo rende «santo», cioè partecipe della santità di Dio a opera della redenzione di Cristo. Su questa base, cioè l'esperienza fattiva di Cristo, è fondata l'etica positiva cristiana. Il brano la tratteggia, quantunque non in modo esaustivo, nei suoi elementi essenziali: innanzitutto i sentimenti fondamentali che guidano l'agire (vv. 12-15), poi la parola(v.16) e infine tutte le cose dette e operate in genere (v. 17). Alla fine di ognuno dei tre brevi sviluppi c'è l'invito alla «gratitudine» che appare così essere il sentimento generale che deve dominare la vita del credente secondo Colossesi.

L'etica della vita domestica Ora Paolo passa a considerare i protagonisti principali della vita familiare nei loro reciproci rapporti: mogli e mariti; figli e genitori; schiavi e padroni. La composizione del brano ci offre già alcune indicazioni. La sequenza delle coppie considerate è in ordine di importanza nella vita familiare, ma anche in una successione in crescendo per le implicazioni che possono risultare problematiche (ultima il rapporto schiavi/padroni). Inoltre sono sempre esaminate a partire dal membro più debole («mogli» – «figli» – «schiavi») per poi riferirsi a quello superiore («mariti» – «genitori» – «padroni»). Lo sviluppo stesso quindi esprime due attenzioni dell'apostolo a riguardo: quella di richiamare coloro che hanno più potere in tali rapporti a esigenze più evangeliche e quella di affrontarne i nodi più delicati secondo la loro difficoltà.

Il tenore del brano è pienamente esortativo, tutti i verbi principali sono all'imperativo presente a indicare una raccomandazione da seguire in modo costante e durevole. A riguardo si può notare immediatamente un elemento decisivo: le parti più deboli nella scala sociale del tempo sono invitate a rimanere in una posizione consona alle convenzioni del tempo, ovvero di sottomissione e obbedienza («mogli rimanete sottomesse», v. 18; «voi figli, obbedite», v. 20; «voi schiavi, obbedite», v. 22). A prima vista quindi

Paolo sembra non voler cambiare tali convenzioni né invitare a un cambiamento radicale di esse. Ciò che è nuovo, invece, sono le motivazioni che sostengono gli atteggiamenti da tenere, che sono dettate dal rapporto che si è stabilito con il Signore («è giusto per chi vive nel Signore», v. 18; «cosa gradita per chi vive nel Signore», v. 20; «nel timore del Signore», v. 22). La novità cristiana è quindi in grado di far vivere tali situazioni in altro modo.

Di contro, invece, le indicazioni date a coloro che rivestono un ruolo di potere sono tutte intese a moderare o a eliminare radicalmente i possibili abusi che tali posizioni implicano («amate... non esasperatevi», v. 19; «non irritate», v. 21; «provvedete... ciò che è giusto ed equo», 4,1).

Se quindi ai ruoli inferiori è chiesto di vivere nel Signore la loro condizione, in modo da trovarne conforto e giustizia, è piuttosto dai ruoli superiori che si esige un cambiamento più deciso e innovativo. È in questo modo che Paolo prospetta il mutamento in questi rapporti: attraverso una giustizia più grande delle convenzioni sociali.


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Il ministero di Paolo presso i Colossesi 1Voglio infatti che sappiate quale dura lotta devo sostenere per voi, per quelli di Laodicèa e per tutti quelli che non mi hanno mai visto di persona, 2perché i loro cuori vengano consolati. E così, intimamente uniti nell’amore, essi siano arricchiti di una piena intelligenza per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo: 3in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. 4Dico questo perché nessuno vi inganni con argomenti seducenti: 5infatti, anche se sono lontano con il corpo, sono però tra voi con lo spirito e gioisco vedendo la vostra condotta ordinata e la saldezza della vostra fede in Cristo.

Rimanete saldi non lasciatevi ingannare 6Come dunque avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in lui camminate, 7radicati e costruiti su di lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie. 8Fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo.

La pienezza di Cristo di cui sono riempiti i credenti 9È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, 10e voi partecipate della pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e di ogni Potenza. 11In lui voi siete stati anche circoncisi non mediante una circoncisione fatta da mano d’uomo con la spogliazione del corpo di carne, ma con la circoncisione di Cristo: 12con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. 13Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e 14annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. 15Avendo privato della loro forza i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo.

La realtà è di Cristo, il resto è inganno 16Nessuno dunque vi condanni in fatto di cibo o di bevanda, o per feste, noviluni e sabati: 17queste cose sono ombra di quelle future, ma la realtà è di Cristo. 18Nessuno che si compiace vanamente del culto degli angeli e corre dietro alle proprie immaginazioni, gonfio di orgoglio nella sua mente carnale, vi impedisca di conseguire il premio: 19costui non si stringe al capo, dal quale tutto il corpo riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legamenti e cresce secondo il volere di Dio. 20Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché, come se viveste ancora nel mondo, lasciarvi imporre precetti quali: 21«Non prendere, non gustare, non toccare»? 22Sono tutte cose destinate a scomparire con l’uso, prescrizioni e insegnamenti di uomini, 23che hanno una parvenza di sapienza con la loro falsa religiosità e umiltà e mortificazione del corpo, ma in realtà non hanno alcun valore se non quello di soddisfare la carne.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI COLOSSESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Filippo Belli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

Il ministero di Paolo presso i Colossesi Anche qui emerge la figura di Paolo e il suo ministero di evangelizzazione che è ridefinito come annuncio del mistero di Cristo. L'insistenza sulla assenza l presenza (vv. l e 5) indica perciò che pur non avendo diretta e fisica conoscenza della comunità di Colossi (e delle comunità della zona, vedi Laodicea) egli non può esimersi dal suo incarico di far conoscere tutta la ricchezza del Vangelo in Cristo, onde evitare possibili errori. L'insistenza sul «rimanere saldi» in ciò che hanno ricevuto (1,9-11; 1,23) si declina perciò nell'approfondimento di conoscenza e di amore al contenuto esperienziale del Vangelo, quello che Paolo si incarica di fare rendendo noto il mistero di Dio, cioè Cristo. I Colossesi non hanno bisogno di altro per evitare false e perniciose dottrine (v. 4): la conoscenza profonda del mistero di «Cristo nel quale sono riposti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (vv. 2-3). Questo avviene nella piena comunione con Paolo stesso e il suo annuncio che conforta e permette di accedere a una «piena intelligenza» del mistero stesso (v. 2). In questo modo l'apostolo ha posto le basi necessarie a proseguire il suo intervento alla comunità di Colossi: la stima e gratitudine per la vita dei credenti, i quali però hanno bisogno di essere rinsaldati nella fede e nell'amore attraverso una più piena intelligenza del Vangelo che hanno ricevuto, per portare frutti pieni. Di ques to si incarica Paolo stesso in forza del suo ministero che è quello di rendere nota tutta la ricchezza del mistero di Cristo. In questo modo i Colossesi saranno attrezzati a evitare false e ingannevoli dottrine che li distoglierebbero da una buona condotta di vita cristiana.

Rimanete saldi non lasciatevi ingannare Siamo al cuore della lettera ai Colossesi. Qui troviamo il punto a cui Paolo voleva arrivare, e cioè esortare i credenti a mantenersi saldi nella fede ricevuta in modo da non subire inganni di sorta. Il lavoro di preparazione per questa esortazione e degli avvertimenti contenuti, gli permette ora di esplicitare il suo contributo alla vita dei Colossesi. Secondo Paolo il grande principio con il quale è possibile evitare qualsiasi inganno è: rimanere saldi in quello che si è ricevuto. L'inizio della vita cristiana è la grazia di un incontro in Cristo: il cammino deve proseguire con lo stesso metodo, non inserendo altro, ma rimanendo attaccati alla grazia con cui si è iniziato: «in Lui». Il grande avvertimento scaturisce dunque spontaneo: fate attenzione a che qualcuno vi inganni! Il criterio di discernimento col quale distinguere ciò che è vero da ciò che è ingannevole è l'esperienza stessa dei Colossesi. Essi hanno avuto accesso alla grazia non attraverso tradizioni di uomini o secondo i principi del mondo, ma in Cristo. E Cristo, con i tesori della sapienza e della scienza in Lui racchiusi è il principio discriminatorio e di valutazione di ogni possibile saggezza.

La pienezza di Cristo di cui sono riempiti i credenti La situazione dei credenti rispetto a Cristo e tutto quello che comporta di pienezza ha origine nel battesimo. Se essi in Cristo hanno tutto ciò di cui abbisognano è perché nel battesimo è accaduto realmente ciò che esso significa. Innanzitutto è avvenuta una «spoliazione». L'immagine utilizzata è quella della «circoncisione», però non analoga a quella operata umanamente, ma quella «di Cristo» (v. 11) che comporta la totalità della persona Come nel giudaismo la circoncisione era un segno della nuova appartenenza a Dio e al popolo attraverso il segno della rimozione del prepuzio, cosi nel battesimo avviene non solo la spoliazione di una parte del corpo a simbolo, ma la spoliazione totale dell'uomo vecchio («del corpo carnale»). Questa spoliazione è la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo (v. 12) mediante il gesto del battesimo, con i l quale i credenti sono assimilati a Lui nel suo destino di morte (dell'uomo vecchio: «sepolti con Lui») e di risurrezione («risuscitati con Lui»). Esso avviene con la «medesima energia» con cui Cristo è stato risuscitato, indicando cosi l'opera di Dio nello Spirito che è l'energia, la potenza di risurrezione. L'accenno alla fede («grazie alla fede») dice l'adesione del singolo credente – quindi non un meccanismo magico – all'opera di redenzione di Dio in Cristo.

La realtà è di Cristo, il resto è inganno A questo punto Paolo, dopo aver motivato la saldezza della fede cristiana in forza dell'opera di Dio nella redenzione di Cristo a cui si ha accesso per i l battesimo, può affrontare più in dettaglio quello che ha definito «filosofia e vuoto inganno» al v. 8. In effetti si tratta di pratiche cultuali e ascetiche che pretendono di offrire una mediazione ai beni celesti. Anche qui l'apostolo va per gradi: prima stigmatizza le pratiche suggerite, che siano esse alimentari o cultuali come non conformi alla realtà del cristiano che è Cristo stesso (v. 17); scova poi il falso e pernicioso atteggiamento che spinge a tali indicazioni in un presunto misticismo di visioni e culto angelico, che ha poco a che vedere con la vita cristiana ecclesiale (vv. 18- 19). I vv. 20-23 riassumono l'inganno – che è fatto di elementi ascetici, cultuali e sapienziali definiti mondani («principi mondani»), umani («comandamenti e insegnamenti umani») e carnali («appagamento della carne») – smascherandolo in contrapposizione alla vita nuova in Cristo («se siete morti con Cristo», v. 20). Il principio per giudicare un vero o falso mistico o asceta, che emette giudizi, è la forma ecclesiale che la realtà di Cristo ha assunto (v. 17). Solo in questo alveo, rimanendo uniti al capo del corpo, avviene la maturazione e la coesione necessaria perché la vita di Cristo invada le membra. I vv. 20-23 concludono questa sezione con una accorata esortazione. La mancanza di discernimento sull'esperienza cristiana nella sua origine e nel suo sviluppo è ciò che può permettere ad altre istanze di introdursi e pretendere una mediazione di salvezza, che sia di tipo ascetico, mistico, angelologico, gnostico. Così il richiamo costante è all'esperienza originante la salvezza e quindi il cammino: l'assimilazione a Cristo. In questo modo è facile smascherare altri tentativi salvifici. La situazione del cristiano è ontologicamente determinata dalla morte e risurrezione di Cristo. Il v. 21 enumera, a mo' di esempio, i generi di indicazioni ascetiche che permetterebbero una condizione favorevole in ordine alla salvezza. Ma essi, guardati alla luce dell'esperienza cristiana, hanno due grandi difetti (vv. 22-23). Il primo è che essendo umani, sono come tutte le cose destinati al decadimento, quindi inutili alla vita vera. Il secondo è che pur avendo una parvenza di bontà e saggezza, in effetti non incidono che marginalmente sulla persona, non hanno quell'effetto redentivo auspicato.


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Indirizzo e saluto 1Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timòteo, 2ai santi e credenti fratelli in Cristo che sono a Colosse: grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro.

Ringraziamento per la vita della comunità 3Noi rendiamo grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, continuamente pregando per voi, 4avendo avuto notizie della vostra fede in Cristo Gesù e della carità che avete verso tutti i santi 5a causa della speranza che vi attende nei cieli. Ne avete già udito l’annuncio dalla parola di verità del Vangelo 6che è giunto a voi. E come in tutto il mondo esso porta frutto e si sviluppa, così avviene anche fra voi, dal giorno in cui avete ascoltato e conosciuto la grazia di Dio nella verità, 7che avete appreso da Èpafra, nostro caro compagno nel ministero: egli è presso di voi un fedele ministro di Cristo 8e ci ha pure manifestato il vostro amore nello Spirito.

Preghiera per la piena conoscenza 9Perciò anche noi, dal giorno in cui ne fummo informati, non cessiamo di pregare per voi e di chiedere che abbiate piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio. 11Resi forti di ogni fortezza secondo la potenza della sua gloria, per essere perseveranti e magnanimi in tutto, 12ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce. 13È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, 14per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.

L'inno a Cristo 15Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, 16perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. 18Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. 19È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza 20e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.

L'annuncio dei temi della lettera 21Un tempo anche voi eravate stranieri e nemici, con la mente intenta alle opere cattive; 22ora egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne mediante la morte, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a lui; 23purché restiate fondati e fermi nella fede, irremovibili nella speranza del Vangelo che avete ascoltato, il quale è stato annunciato in tutta la creazione che è sotto il cielo, e del quale io, Paolo, sono diventato ministro.

Il ministero di Paolo a favore del mistero da far conoscere 24Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa. 25Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio verso di voi di portare a compimento la parola di Dio, 26il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi. 27A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. 28È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo. 29Per questo mi affatico e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI COLOSSESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Filippo Belli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

Indirizzo e saluto Paolo come mittente della lettera si dichiara «apostolo di Cristo Gesù». Il titolo di «apostolo», a cui Paolo tiene tanto, ha due connotazioni: quella di un rapporto privilegiato con il Signore Gesù, simile a quello dei Dodici, e quella quindi della missione di cui si ritiene investito. Entrambi gli aspetti, di chiamata e di missione, hanno origine nella «volontà di Dio». In questo modo Paolo è accreditato autorevolmente presso i suoi destinatari. A lui, come in molte altre lettere, associa come co-mittente Timoteo). I destinatari sono i «fratelli in Cristo a Colossi». Questa denominazione è accompagnata da due qualificazioni: «santi e fedeli». La qualificazione dei cristiani quali «santi» (o «santificati») è frequente nell'epistolario paolino. La santità è l'effetto sui credenti dell'opera redentrice di Cristo che li sottrae dal mondo per farli vivere per Dio. Da qui l'impegno anche della santità di vita per i cristiani (3,12). In quanto credenti sono anche «fedeli» La fedeltà, infatti, indica ciò che spesso richiamerà nella lettera, ovvero la perseveranza nella fede ricevuta (cfr. 1,4.11.23; 2,6-7). Anche la denominazione di «fratelli», che di per sé è tecnica e comune in Paolo, con la specificazione «in Cristo», richiama il suo fondamento e la sua possibilità (cfr. 3,12-17): l'inserimento nella vita di Cristo, accolta nella fede. Il saluto è quello comunemente utilizzato da Paolo in altre lettere: «grazia e pace» (charis kaì eiriné). Esso, ricalcando il generalizzato saluto delle lettere nel mondo classico del tempo (chaire, «salute», «salve»), è trasformato nell'augurio dei beni messianici come dono grazioso e gratuito da parte di Dio. Inoltre stabilisce, proprio perché fatto in nome di Dio, il valore della lettera, che non è semplice indicazione o raccomandazione di Paolo, ma comunicazione da parte di Dio stesso e in questo trova la sua ultima autorevolezza.

Ringraziamento per la vita della comunità Il lungo periodo che costituisce i vv. 3-8 è l'espressione della gratitudine di Paolo a Dio per ciò che ha appreso riguardo la vita della comunità di Colossi, cosi come ne è stato informato da Epafra. L'oggetto di questo ringraziamento continuo è la fede e la carità dei Colossesi, di cui Paolo ha sentito parlare, le quali fondano la speranza (vv. 4-5a). La triade sintetizza i frutti dell'accesso alla vita cristiana tramite l'accoglienza dell'annuncio del Vangelo. La fede e la carità fondano la speranza, è quest'ultima che poi dà ragione della loro permanenza. I cristiani vivono la fede e la carità certi di un bene che è già depositato per loro in cielo. Questo bene non è specificato per ora, ma la lettera ne parlerà come di una condizione gloriosa che sarà manifesta, ma che già ora è assicurata dalla vita in Cristo (3,1-4). D presente e i suoi frutti di bene hanno la loro origine indefettibile nel primo an- nuncio della «parola di verità» che è il Vangelo (v. 5b). Il ricordo del primo momento su cui Paolo insiste («quando avete accolto... dal giorno in cui. .. siete stati educati in questo modo da Epafra», vv. 5-7) è importante nella lettera: è solo rimanendo ancorati alla verità dell' annuncio evangelico così come è stato ricevuto che i frutti promessi dall'annuncio stesso sono assicurati. La dimostrazione è nella vita attuale della comunità, la quale vive della maturazione di quel seme iniziale che l'autore definisce lapidariamente: «il vostro amore nello Spirito» (v. 8); locuzione che caratterizza l'amore dei Colossesi come generato e vivificato dallo Spirito Santo.

Preghiera per la piena conoscenza La grazia degli inizi che ha già dato i suoi frutti (vv. 3-8) deve arrivare al suo compimento, alla pienezza. La struttura del brano è facilmente ravvisabile osservando i verbi e la loro connessione sintattica: la frase principale è la notifica della preghiera di Paolo, che ha come oggetto la piena conoscenza della volontà di Dio perché i Colossesi possano «camminare» in modo degno (vv. 9-1Oa). Questo cammino di vita è dettagliato da quattro espressioni («portando frutti»; «crescendo nella conoscenza»; «perseveranti»; «rendete grazie»; in greco si usano sempre forme di participio) che ne sviluppano gli aspetti determinanti: le opere buone (v. 1Ob), la conoscenza di Dio (v. 1Ob), la perseveranza(v. 11) e l'azione di grazie per la redenzione (vv. 12-14). Il cammino della comunità è ciò che segnala e documenta la grazia ricevuta e il suo accoglimento. Se in 1,3-8 sono stati riconosciuti i frutti e la crescita dell'annuncio del Vangelo, nei vv. 10-11 si invoca come frutto del discernimento della volontà divina un incessante cammino, che sarà il segno che la grazia fa il suo corso. «Vivere in modo degno del Signore piacendogli in ogni cosa», significa quindi corrispondere sempre più a ciò che il Signore fa comprendere della sua grazia in tutti gli aspetti della vita. Il modo degno del comportamento cristiano non dipende da una scelta etica personale, ma dal riferimento al Signore, è Lui che stabilisce la dignità del nostro comportamento. L'azione di grazie che scaturisce dall'esperienza dei credenti è quindi il riconoscimento della salvezza di Dio in Cristo e solo in Lui. In questo modo è aperta la strada all'inno di 1,15~20.

L'inno a Cristo Dio si rende visibile in Cristo perfettamente già nella creazione, cioè nel porre in essere e sussistenza continua le cose, e in Lui si chiarisce come immagine perfetta l'opera creatrice in quanto mediatore e scopo di essa. Anche il termine «primogenito» non indica semplicemente il primo di una serie, ma il carattere unico e irripetibile di qualcuno rispetto a tutti gli altri. L'espressione «ogni cosa in Lui ha consistenza» collega la signoria sulla creazione e quella sulla redenzione. Infatti, se fino a ora l'elogio a Cristo poteva essere inteso come riguardante un fatto passato, qui è sottolineata attraverso i verbi al presente la contemporaneità della creazione in e per Cristo. Sorprende, invece, perché appare non preparata l'affermazione di Cristo come «capo del corpo che è la Chiesa». Ora, nella economia dell'inno il termine «capo» ha valore in quanto Cristo è il membro più importante, determinante la vita del corpo, ne è il capo in quanto la costituisce e la mantiene in essere. Ma ancor più che la vitalità qui è indicata la dipendenza della Chiesa da Lui, i l suo essere unico ed esclusivo punto di riferimento e di autorità. Riguardo al «corpo che è la Chiesa» l'insistenza è sulla sua appartenenza a Cristo e la sua unica sottomissione a Lui. Come nella creazione, così anche nella ri-creazione che dà corpo alla Chiesa c'è un unico Signore e mediatore a cui tutto è sottomesso. Cosi riprendendo con il termine «capo» le idee fondamentali della prima parte dell'inno, è introdotta anche la seconda parte. Nei vv. 18b-20 spicca il ruolo unico e indispensabile di Cristo anche per la ri-creazione. Se a prima vista questa, e giustamente, sembrava riguardare solo la Chiesa, cioè coloro che tra gli umani sono redenti, l'ampliamento ardito dell'inno permette di stabilire il nuovo ordine e la nuova signoria di Cristo nella sua Pasqua. Non solo, ma ancora una volta l'opera divina è chiaramente finalizzata a Cristo. La sua mediazione e signoria redentrice e pacificatrice è orientata proprio verso di Lui, cioè trova il suo compimento nel manifestare l'orientamento cristologico di tutto. Per questi motivi Egli è il «principio». Come specifica il titolo appena successivo («il primo dei risorti dai morti») è indicato in Lui e nella sua Pasqua un nuovo inizio, un nuovo ordine, una nuova generazione (il greco ha prototokos, come al v. 15b); possiamo dire con altri testi paolini: una nuova creazione (2Cor 5,17; Gal6,15; Ef2,15 e 4,24). Ma sarebbe riduttivo pensarlo in termini soltanto del primo di una serie. Egli è «principio» in quanto partecipa della pienezza divina, dell'essere divino da cui tutto scaturisce, la creazione e la redenzione. In questo modo il titolo è anche onorifico, di eccellenza e dignità incomparabili rispetto a ogni altra creatura. Infatti la sottolineatura «affinché sia Colui che primeggia fra tutti», insiste sull'unicità della signoria e mediazione di Cristo su ogni essere (e possiamo tranquillamente aggiungere: terrestre o celeste).

L'annuncio dei temi della lettera Sono delineati tre aspetti correlati: il primo riguarda la riconciliazione avvenuta in Cristo, la quale implica una vita santa (vv. 21-22); il secondo ne pone la condizione fondamentale, ovvero rimanere fermi nella fede e nella speranza del Vangelo (v. 23ab); il terzo concerne il ministero di Paolo a proposito di tale Vangelo (v. 23c). Il brano al contempo, però, conclude bene l'esordio perché ne riprende gli aspetti principali: il tema della conoscenza («eravate estranei e nemici per il modo di pensare)), v. 2.1, cfr. 1,9-14); la riconciliazione («siete stati riconciliati» v. 22, cfr. 1,13-14 e 1,19-20); la santità di vita («santi, senza macchia>> v. 22, cfr. 1,2.12); l'accoglienza del Vangelo («il Vangelo che avete accolto» v. 23, cfr. 1,3-8); la sua proclamazione universale («proclamato a ogni creatura» v. 23, cfr. 1,3-8). A ben vedere, l'unico aspetto non ancora presentato nell'esordio e che qui compare, è il ministero paolino a favore del Vangelo. Proprio da questo, allora, proseguirà innanzitutto la riflessione.

Il ministero di Paolo a favore del mistero da far conoscere Il cuore del brano è l'identificazione del Vangelo con il mistero che Paolo rende noto e fa conoscere, cioè Cristo. L'insistenza sulle sofferenze che Paolo subisce a favore della Chiesa indicano la sua competenza in ordine al mistero: egli ha ricevuto questo incarico particolare di far conoscere il mistero nascosto e ora manifestato alle genti, cioè la ricchezza di Cristo stesso e la speranza che ne deriva. Per questo motivo Paolo si affatica e lotta. Questo è il motivo dell'insistenza di Paolo nell'annuncio e nel rendere noto il mistero, ma anche nella fatica che questo comporta, certo di quella forza che l'annuncio stesso porta con sé e che rende irriducibile ogni vero ministro del Vangelo/mistero.


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Esortazioni finali 1Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi! 2Esorto Evòdia ed esorto anche Sìntiche ad andare d’accordo nel Signore. 3E prego anche te, mio fedele cooperatore, di aiutarle, perché hanno combattuto per il Vangelo insieme con me, con Clemente e con altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita. 4Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. 5La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! 6Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. 7E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. 8In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. 9Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

Ringraziamento e notizie 10Ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione. 11Non dico questo per bisogno, perché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione. 12So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. 13Tutto posso in colui che mi dà la forza. 14Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. 15Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; 16e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario. 17Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. 18Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio. 19Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. 20Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Saluti e benedizione finale 21Salutate ciascuno dei santi in Cristo Gesù. 22Vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare. 23La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI FILIPPESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Francesco Bianchini © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Esortazioni finali Dopo le due principali serie di esortazioni basate, rispettivamente, sull’esempio di Cristo (2,1-18) e su quello di Paolo (3,1–4,1), Paolo ne aggiunge un ultimo gruppo in 4,2-9. Queste esortazioni sono di carattere diverso e giustapposte le une alle altre per un procedimento di accumulazione, senza estese motivazioni a esse correlate. Il testo di 4,2-9 è composto da tre parti: esortazione alla concordia tra Evodia e Sintiche (2-3), appello alla gioia e alla fiducia nel Signore (4-7), invito a pensare e agire da cristiani sull’esempio di Paolo (8-9).

Nella prima esortazione, in maniera un po’ sorprendente, Paolo fa i nomi delle persone alle quali rivolge tale invito. L’Apostolo esorta due donne a ritrovare un’armonia tra di loro, senza però specificare i contorni del probabile dissidio e senza, tantomeno, prendere parte per l’una o per l’altra. Al v. 3 Paolo invita con una certa urgenza una terza persona, un collaboratore anonimo, a intervenire per dirimere il dissidio tra Evodia e Sintiche. L’importante ragione per ritrovare la concordia è che le due donne si sono adoperate, insieme a Clemente e agli altri collaboratori di Paolo, per il Vangelo. Probabilmente, in ragione di quanto riporta il racconto di At 16,11-40, che ci attesta come delle donne ebbero un ruolo di primo piano nella fondazione della Chiesa di Filippi, Evodia e Sintiche ricoprivano un posto di rilievo, forse già dall’inizio, in questa comunità; quindi, dalla loro armonia dipendeva in buona parte la stessa unità di tale Chiesa.

Dopo essersi rivolto a particolari persone, con ruoli di responsabilità all’in- terno della Chiesa filippese, ora Paolo indirizza le sue esortazioni a tutti i membri di tale comunità senza eccezione, proponendo loro un modo di vivere da cristiani nel mondo. Paolo comincia, al v. 4, con il reiterare l’esortazione alla gioia così diffusa nella lettera (in particolare riprende la stessa formulazione di 3,1). La ripetizione fa parte di una modalità esortativa, attuata a beneficio degli ascoltatori. Con una seconda esortazione al v. 5, Paolo invita i Filippesi a mostrare un’apertura cordiale e dialogante verso tutti gli uomini. Interessante è notare che, in linea generale, quando egli parla delle relazioni tra cristiani, domanda loro di amarsi, mentre usa altri termini per descrivere il rapporto con gli altri. Questo rilievo indica che quanti sono uniti dalla comune appartenenza a Cristo e formano la Chiesa sono chiamati a vivere dei rapporti peculiari e profondissimi, segnati dallo stesso amore con il quale il loro Signore li ama. Dopo tale esortazione l’Apostolo conclude il v. 5, affermando che il Signore è accanto al credente nel quotidiano ed è prossimo il momento del suo ritorno. Se Dio è vicino a quelli che in lui confidano, allora Paolo può domandare ai credenti di non lasciarsi vincere dall’ansia derivante dalle inquietudini della vita, ma di rimettersi totalmente al Signore. Allo stesso modo, se la venuta di Cristo è vicina, è necessario non farsi completamente assorbire dalle preoccupazioni materiali, bensì ricercare soprattutto la preghiera e il rapporto con Dio. Entrambe le prospettive sono presenti al v. 6, nel quale l’Apostolo chiede ai Filippesi di vivere e lottare con la piena fiducia nella prossimità del Signore. Al v. 7, in risposta all’atteggiamento di confidenza in Dio che nasce dalla preghiera così vissuta, viene promesso il dono della pace divina. In essa sono anticipati i beni della salvezza che superano ogni progetto e attesa umana, preparati da Dio per coloro che in lui credono e sono uniti a Cristo (cfr. 1Cor 2,9). Con il v. 8 Paolo ritorna a esortare i suoi invitandoli a continuare a tenere a mente tutto quanto è buono in se stesso e benefico per gli altri; secondo Paolo, ciò che è eccellente e degno di lode, presente nel mondo circostante, i Filippesi lo hanno già appreso dal suo insegnamento e dal suo esempio di vita. I destinatari, essendosi appropriati di questi valori, sono ora invitati a continuare a metterli in pratica nel loro agire. Così sperimenteranno la presenza di Dio, che dona la pace, in mezzo a loro.

Ringraziamento e notizie Al v. 10 l’Apostolo manifesta la sua gioia, ancora una volta radicata nel rapporto con il Signore, perché ha fatto una rinnovata esperienza dell’amicizia e della vicinanza dei Filippesi. Egli non si ferma al dono stesso, che non menziona, bensì a ciò che questo esprime dell’atteggiamento della comunità nei suoi confronti. Sebbene Paolo apprezzi l’aiuto dei Filippesi, nel v. 11 chiarisce che la sua gioia non è dovuta alla soddisfazione di un bisogno materiale, perché ha appreso a essere indipendente in qualsiasi circostanza si trovi. Il v. 12 è un’amplificazione e un’esplicitazione del v. 11, intendendo spiegare che cosa significhi per Paolo essere indipendente. A partire dalla propria esperienza, egli sa come vivere sia nelle situazioni di indigenza sia in quelle di abbondanza. In effetti, riprendendo e sviluppando la sua affermazione, l’Apostolo sostiene che Dio stesso gli ha insegnato ad adattarsi a tutte le condizioni opposte ed estreme e a trarre giovamento da ciascuna. In fondo, come mostra conclusivamente il v. 13, Paolo riceve dal suo Signore la forza per affrontare ogni situazione senza esserne condizionato, ma, al contrario, rimanendone indipendente. Questa interpretazione cristologica della sua vita, con le diverse vicende che la contraddistinguono, è da collegare ad altri passi delle lettere dove i missionari del Vangelo sono esposti a sofferenze e privazioni (1Cor 4,9-13; 2Cor 6,4-10; 11,23-29), ma proprio nella loro debolezza si manifesta tutta la potenza di Dio per mezzo di Cristo e della sua risurrezione (2Cor 4,7-11; 12,9-10). L’autosufficienza di Paolo sta dunque nella sua dipendenza esclusiva da Dio mediante la sua comunione con il Risorto.

Dopo aver chiarito il proprio stile di vita, nel v. 14 Paolo può esprimere la sua riconoscenza nei confronti dei Filippesi per il dono a lui inviato. Esso è giunto davvero nel momento giusto, nel bel mezzo della difficoltà e manifesta la concreta partecipazione dei destinatari all’annuncio del Vangelo. Così da una parte, l’Apostolo chiarisce che non è ingrato verso i suoi e, dall’altra, comincia a indicare il vero valore del loro gesto di donazione. Infatti, a partire dal v. 15, l’Apostolo rievoca la storia dei suoi rapporti con i Filippesi, gli unici che, a differenza di altre Chiese, lo hanno sostenuto sin dal primo momento dopo la loro evangelizzazione, allorquando Paolo lasciò la Macedonia per recarsi prima ad Atene e poi a Corinto (cfr. At 16,40–18,17). Il v. 17 è volto a prevenire un malinteso derivante dai versetti immediatamente precedenti: esaltando la costante e unica generosità dei Filippesi, Paolo non intende ingraziarseli per ottenere altri aiuti. Anzi, l’Apostolo afferma che accettando il loro dono egli cerca di incrementare il loro cammino di fede. Avendo prevenuto eventuali malintesi, al v. 18 Paolo può tranquillamente affermare che gli aiuti dei Filippesi hanno soddisfatto tutti i suoi bisogni. Per la prima e unica volta nel brano, l’Apostolo menziona in maniera esplicita i loro doni, ma nello stesso tempo ribadisce che, possedendo tutto ciò che gli serve e ancor più, è indipendente e non è in cerca di alcun altro sussidio da parte dei destinatari.

Al termine di 4,10-20 è possibile comprendere meglio quanto già accennato in precedenza riguardo all’atteggiamento dell’Apostolo nei confronti dei sussidi ricevuti dai Filippesi. Egli non intende minimizzare il loro dono; desidera piuttosto che non vengano fraintese le motivazioni della sua reazione a esso. In effetti, Paolo desidera che i suoi vedano la loro generosità come un puro frutto del Vangelo e come un vero atto di culto a Dio. Concludendosi il dettato epistolare con alcune riflessioni sugli aiuti dei Filippesi, questi manterranno particolarmente a mente l’elogio che l’Apostolo ha fatto della loro generosità e vi vedranno un ultimo segno di amicizia e di sostegno per rimanere fedeli al Vangelo che essi hanno ricevuto proprio da lui.

Saluti e benedizione finale senza incaricare alcuno in particolare, Paolo invita i Filippesi a trasmettere tra di loro il suo affettuoso ricordo. Inoltre egli intende metterli in contatto anzitutto, attraverso l’invio dei saluti, con coloro che gli sono vicino e collaborano con lui, tra i quali spicca Timoteo (cfr. 1,1; 2,20-21). Allargando ulteriormente il riferimento dei mittenti, al v. 22 l’Apostolo menziona il saluto di tutti i cristiani abitanti nella località dove è detenuto (cfr. 1,12- 17), con particolare attenzione a quanti lavorano nell’amministrazione imperiale. Questa sottolineatura intende costituire un incoraggiamento per i destinatari della lettera. Infatti se, in base all’esperienza di Paolo, anche nell’ambiente generalmente ostile della struttura amministrativa imperiale c’è la presenza di credenti in Cristo, allora pure i Filippesi, nel difficile contesto della loro colonia romana, potranno trovare la strada per vivere e annunciare il Vangelo. Secondo il suo stile, al v. 23 l’Apostolo termina la lettera con una benedizione che si incentra sulla «grazia» – elemento che ricorre sempre anche in apertura (cfr. 1,2) – perché è quanto di meglio i credenti possano augurarsi tra di loro. La fonte permanente del dono si trova nello stesso Signore Gesù al quale essi sono uniti. l’Apostolo evidenzia che l’orizzonte del loro dialogo epistolare è stata la comune fede in Cristo (menzionato due volte in tre versetti) e che la comunione con lui è alla base del vincolo di solidarietà tra tutti i credenti. Per questo è spontaneo e sincero il desiderio di scambiarsi i saluti tra i cristiani, anche se essi non si sono ancora conosciuti.


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L'esempio di Paolo 1Per il resto, fratelli miei, siate lieti nel Signore. Scrivere a voi le stesse cose, a me non pesa e a voi dà sicurezza. 2Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare! 3I veri circoncisi siamo noi, che celebriamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci vantiamo in Cristo Gesù senza porre fiducia nella carne, 4sebbene anche in essa io possa confidare. Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: 5circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; 6quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile. 7Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. 8Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo 9ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: 10perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, 11nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. 12Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. 13Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, 14corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. 15Tutti noi, che siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. 16Intanto, dal punto a cui siamo arrivati, insieme procediamo. 17Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. 18Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. 19La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. 20La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI FILIPPESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Francesco Bianchini © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

L'esempio di Paolo Con il c. 3 inizia, oltre che la seconda parte della lettera, una seconda serie di esortazioni, basate ancora su un esempio: quello di Paolo, apostolo e fondatore della comunità di Filippi. Se il testo di 2,1-18 incentrato sul modello di Cristo costituiva il primo pilastro della lettera, il brano di 3,1–4,1 rappresenta il secondo con la riproduzione, da parte dell’Apostolo, dell’itinerario del suo Signore.

I vv. 2-4a introducono i protagonisti di tutto il brano: Paolo, Cristo, i Filippesi e, sullo sfondo, gli oppositori. In tal modo, questi versetti preparano l’elogio di sé che Paolo svilupperà a partire dal v. 4b. Cominciando dal v. 4b, nei versetti centrali è posto in risalto l’«io» di Paolo. Al v. 4b si enuncia, a confronto con un rappresentante del gruppo degli avversari, la superiorità di Paolo per quanto riguarda il «confidare nella carne». Le ragioni dell’affermazione vengono fornite nei vv. 5-6, attraverso sette elementi, i quali possono essere divisi in due categorie: i doni ricevuti (primi quattro) e i meriti acquisiti (gli altri tre). Nel loro complesso, questi tratti dell’autoelogio paolino sono presentati in un’accumulazione segnata da un climax ascendente e vanno a costituire un profilo ebraico impeccabile. Tali elementi indicano altresì che, se in seguito Paolo ha scelto Cristo, non lo ha fatto per compensare un suo fallimento nel giudaismo, ma soltanto a motivo di un inaspettato intervento di Dio, il solo capace di sconvolgere la sua ferma e convinta personalità.

I vv. 7-8 enunciano un rivolgimento totale del vanto giudaico precedente. Servendosi di una retorica dell’eccesso, Paolo afferma di essere giunto a considerare quegli eccellenti doni e meriti acquisiti («guadagni») «una perdita», anzi «spazzatura». Per lui tutto ha ormai perso valore. La ragione di tale rivalutazione e mutamento è unicamente Cristo, l’incontro e la conoscenza del Risorto, divenuto per Paolo «il mio Signore».

A loro volta, i vv. 9-11 mostrano ciò che deriva dal radicale cambiamento avvenuto grazie all’incontro con Cristo, quello che è ora importante per Paolo. Anzitutto, una prima conseguenza consiste nell’essere unito a Cristo, con una condizione di giustizia di fronte a Dio basata non sull’osservanza della Legge (cfr. v. 6) ma sulla fede (v. 9). Incontrando il suo Signore, Paolo ha abbandonato il primo principio per abbracciare il secondo così da possedere la propria giustizia cristiana.

Il secondo effetto, conseguente all’incontro con Cristo da parte di Paolo, è l’esperienza attuale della conoscenza e cioè un rapporto quotidiano di comunione con il suo Signore. Ciò comporta il divenire somigliante a Lui percorrendo lo stesso suo itinerario, quello che conduce a sperimentare la potenza della risurrezione anche in mezzo alle sofferenze (v. 10).

Come ultima conseguenza dell’incontro con il Risorto, in Paolo è germogliata la speranza, che non dipende dalla sua volontà ma da quella di Dio, di giungere alla risurrezione finale e quindi alla vita piena (v. 11).

Nell’insieme dei vv. 7-11, Paolo, basandosi sulla folle parola della croce (1Cor 1,18-25), sconvolge i canoni e le convenzioni mostrando le inimmaginabili vie di Dio e la dismisura del suo amore per l’uomo.

I vv. 12-13b pongono una necessaria precisazione per evitare incomprensioni: Paolo non è ancora un perfetto nella vita cristiana; pur cercando di conseguire la meta del proprio itinerario non l’ha ancora raggiunta. Insieme alla coscienza della propria imperfezione che lo avvicina agli ascoltatori (vedi anche l’appellativo «fratelli» al v. 13a), egli è però consapevole di essere stato afferrato da Cristo, e che quindi la sua vita ormai appartiene a lui. I vv. 13c-14 illustrano l’affermazione dei vv. 12-13b, e quindi l’atteggiamento dell’Apostolo, attraverso una metafora agonistica. I vv. 12-14 sono così caratterizzati da un’attenuazione del vanto cristiano di Paolo, presentato con tutta la sua forza ai vv. 7-11. L’Apostolo afferma, trascinando anche i destinatari nel suo impegno, di essere semplicemente in cammino, seppur un tratto di strada lo abbia già percorso grazie alla presa esercitata su di lui da Cristo.

La conclusione esortativa dei vv. 15-16 provvede a un pieno coinvolgimento degli ascoltatori all’interno dell’itinerario paolino, attraverso il passaggio dall’«io» al «noi». Così al v. 15 Paolo si rivolge ai cristiani filippesi ritenendoli maturi nella fede e perciò chiamati ad assumere la mentalità appena mostrata nell’itinerario dell’Apostolo. Se questa è la prospettiva essenziale di cui tener conto, per il resto è lasciato esclusivamente a Dio il compito di illuminare gli ascoltatori attraverso un suo rivelarsi, nel caso di divergenze con Paolo su questioni minori. In definitiva, secondo quanto recita il v. 16, per i Filippesi come per il loro evangelizzatore si tratta di mantenere il livello di vita cristiana raggiunto e di procedere avanti uniti e compatti. Questa conclusione esortativa porta dunque in primo piano il richiamo agli ascoltatori in parte già coinvolti al v. 13a, perché leggano nell’itinerario dell’Apostolo presentato nei vv. 4b-14, la dinamica della loro esistenza cristiana. In piena coerenza con tale finalità, al successivo v. 17 essi sono invitati a imitare lo stesso Paolo.

In 3,4b-16 è descritta la dinamica della vita cristiana di Paolo, segnata dall’incontro e dalla conoscenza con la persona di Cristo. L’itinerario dell’Apostolo riproduce proprio quello del suo Signore, poiché avendo assunto lo stesso atteggiamento e la stessa mentalità legate all’umiltà, segue un itinerario di morte e risurrezione, di spogliamento e innalzamento. Così per Paolo l’avvenimento salvifico paradossale (quello della croce) determina anche la sua situazione e quella di ogni credente come paradossali. Tuttavia il percorso dell’Apostolo non è una copia pedissequa di quello di Cristo, poiché è segnato dall’imperfezione e dall’incompiutezza (3,12-14), anche se, proprio grazie a questi limiti, può proporsi all’imitazione degli ascoltatori, i quali sono invitati a seguire l’impegno del loro evangelizzatore verso la perfezione cristiana. L’esempio di Paolo in questo brano costituisce dunque una ripresa originale di quello di Cristo in 2,6-11 e intende fornire ai suoi destinatari un’indicazione concreta e visibile di vita «in Cristo», espressione della vera mentalità cristiana (cfr. 2,5).

Con i vv. 17-21 si ritorna alla parenesi interrotta, a partire dal v. 4b, dall’introduzione dell’esempio di Paolo. In contrapposizione con l’invito precedente dei vv. 2-4a a fuggire i cattivi modelli, ora si chiede di imitare il buon esempio. al v. 17 si opera un passaggio dal precedente «noi» al «voi», attraverso un’esortazione in positivo, rivolta ai destinatari, a imitare tutti insieme l’Apostolo. Per agevolare questo processo, si esortano i Filippesi a osservare coloro che già si comportano secondo il modello costituito da Paolo e dai suoi stretti collaboratori. Al fine di comprendere questo appello è necessario, liberandosi dalla negativa idea moderna di copia, risalire al concetto di imitazione proprio dell’antichità. Secondo i classici questa nozione non indica una mera riproduzione dell’originale, bensì un processo nel quale si porta a espressione, in base alle proprie capacità, le caratteristiche essenziali di ciò che si imita. Ai Filippesi non è richiesto di “mimare” l’Apostolo, quanto di riprodurre in maniera creativa, secondo le caratteristiche di ognuno, l’itinerario credente del loro modello, mettendo tutto in secondo piano di fronte alla conoscenza e alla relazione con Cristo.

La prima motivazione a sostegno dell’appello all’imitazione di Paolo (vv. 18-19) è costituita, in negativo, dall’incombere del cattivo esempio degli avversari. Come già al v. 2, al v. 18 essi vengono denigrati dall’autore affinché gli ascoltatori – più volte avvisati dall’Apostolo e ora supplicati in lacrime (uso di pathos retorico per indicare un’urgenza) – non ne subiscano l’influenza. Gli oppositori sono descritti come coloro che hanno un comportamento completamente difforme dalla croce di Cristo (cfr. 1Cor 1,18-25). Di conseguenza, al v. 19 Paolo afferma che la loro fine è segnata nella perdizione, il loro signore è il ventre e ciò di cui si gloriano si risolve in vergogna. Essi infatti possiedono una mentalità puramente terrena e non quella propria dei cristiani, avente come punto di riferimento il Cristo stesso (cfr. 2,5).

La seconda motivazione dell’appello all’imitazione di Paolo è espressa in senso positivo e dipende dalla condizione dei Filippesi e di Paolo (e di tutti i cristiani), posti a confronto retorico con il gruppo precedente. Essi, mentre trascorrono la vita terrena, sono governati dal loro Signore celeste di cui sono in fervida attesa come salvatore (v. 20). Egli arriverà un giorno a trasfigurare i poveri corpi dei credenti, segnati dalla debolezza e dalla morte, per renderli conformi al suo corpo glorioso tramite l’energia con la quale il Risorto esercita il suo dominio universale (v. 21).


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L'esempio di Cristo 1Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. 3Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. 4Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. 5Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: 6egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, 7ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. 9Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, 10perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, 11e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre. 12Quindi, miei cari, voi che siete stati sempre obbedienti, non solo quando ero presente ma molto più ora che sono lontano, dedicatevi alla vostra salvezza con rispetto e timore. 13È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore. 14Fate tutto senza mormorare e senza esitare, 15per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo, 16tenendo salda la parola di vita. Così nel giorno di Cristo io potrò vantarmi di non aver corso invano, né invano aver faticato. 17Ma, anche se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi. 18Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.

L’invio di Timoteo da parte di Paolo 19Spero nel Signore Gesù di mandarvi presto Timòteo, per essere anch’io confortato nel ricevere vostre notizie. 20Infatti, non ho nessuno che condivida come lui i miei sentimenti e prenda sinceramente a cuore ciò che vi riguarda: 21tutti in realtà cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo. 22Voi conoscete la buona prova da lui data, poiché ha servito il Vangelo insieme con me, come un figlio con il padre. 23Spero quindi di mandarvelo presto, appena avrò visto chiaro nella mia situazione. 24Ma ho la convinzione nel Signore che presto verrò anch’io di persona.

L’invio di Epafrodito da parte di Paolo 25Ho creduto necessario mandarvi Epafrodìto, fratello mio, mio compagno di lavoro e di lotta e vostro inviato per aiutarmi nelle mie necessità. 26Aveva grande desiderio di rivedere voi tutti e si preoccupava perché eravate a conoscenza della sua malattia. **27vÈ stato grave, infatti, e vicino alla morte. Ma Dio ha avuto misericordia di lui, e non di lui solo ma anche di me, perché non avessi dolore su dolore. 28Lo mando quindi con tanta premura, perché vi rallegriate al vederlo di nuovo e io non sia più preoccupato. 29Accoglietelo dunque nel Signore con piena gioia e abbiate grande stima verso persone come lui, 30perché ha sfiorato la morte per la causa di Cristo, rischiando la vita, per supplire a ciò che mancava al vostro servizio verso di me.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI FILIPPESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Francesco Bianchini © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

L'esempio di Cristo Il testo di 2,1-18 si divide chiaramente in tre parti:

A. esortazione all’unità eall’umiltà (2,1-5); B. l’elogio di Cristo con valore esemplare (2,6-11); A’. ripresa dell’esortazione (2,12-18).

Così le esortazioni sono motivate a partire dal percorso di Cristo, ma costituiscono anche l’angolatura, la prospettiva con la quale leggerlo. Questo secondo orientamento è ben evidenziato nella richiesta che il «sentire» di Cristo divenga anche il «sentire» dei cristiani (v. 5). L’esortazione vera e propria comincia al v. 2 con la richiesta, diretta ai Filippesi, di rendere piena la gioia di Paolo. Anche qui, come in 1,18, la gioia dell’Apostolo è legata al Vangelo e al suo progresso ma, mentre in precedenza tale progresso derivava dalla presenza di nuovi predicatori, ora dipende dalla crescita spirituale dei destinatari. Così Paolo chiede ai suoi di avere una stessa fondamentale attitudine verso gli altri, la quale si può esprimere in maniera multiforme. Si tratta non di un’omogeneità superficiale che appiattisce le diversità all’interno della comunità cristiana, ma di una profonda armonia di aspirazioni e di intenti. La frase di transizione del v. 5 si muove ancora nella linea esortativa dei versetti precedenti, introducendo però, allo stesso tempo, il brano cristologico e il relativo itinerario di Cristo come il «sentire» (cfr. v. 2), cioè il modo di pensare e di agire, al quale i credenti sono chiamati a riferirsi e a conformarsi nei loro rapporti reciproci. Così, a partire da questo versetto, Cristo è presentato come esempio da imitare.

Il testo di Fil 2,6-11, molto utilizzato dalla tradizione cristiana, pone il lettore di fronte a tutto il mistero pasquale, con la morte e risurrezione di Cristo. Nel passato si era soliti definirlo come inno, considerandolo una composizione liturgica utilizzata dalle prime comunità cristiane e successivamente inserita da Paolo nel tessuto della lettera. Questa prospettiva generale è oggi messa in discussione da molti esegeti. Il brano è facilmente divisibile in due porzioni testuali a causa del «perciò» del v. 9 che segna una chiara svolta. La prima parte (vv. 6-8) descrive il cammino di abbassamento di Cristo, sino alla morte in croce. Cristo è il soggetto attivo e la sua identità è fluida e in continuo movimento; infatti si delinea una doppia trasformazione di Cristo: dall’uguaglianza con Dio alla condizione di schiavo (vv. 6-7a), poi dall’identificazione con l’uomo sino all’umiliazione di se stesso morendo sulla croce (vv. 7b-8). La seconda parte (vv. 9-11) mostra l’esaltazione di Cristo, sottolineando la risposta divina al suo agire e mettendo in campo come soggetti Dio e gli esseri creati. Cristo è oggetto dell’iniziativa divina e riceve un’identità netta e stabile, nella condivisione della signoria universale di Dio. Si presenta la reazione divina che esalta Cristo e che gli dona il nome al di sopra di tutto (v. 9), ma anche quella conseguente del creato nell’adorazione e nella confessione di Cristo, il Signore (vv. 10-11). L’itinerario in due tappe crea un’antitesi tra la dinamica dell’abbassamento e quella dell’innalzamento, tra lo status di schiavo e quello di Signore. Alla fine emerge il paradosso sotteso a questo passaggio: Cristo viene esaltato da Dio, ricevendo la suprema dignità di Signore, ed è da riconoscere in quanto tale proprio perché non ha voluto trarre vantaggio dal suo status divino, ma ha abbassato se stesso, abbracciando la condizione di uno schiavo sino alla morte di croce. Tale supplizio era considerato il più infamante e ignominioso, mai comminato agli uomini liberi; era riservato soprattutto allo schiavo (non solo quando si ribellava) e talvolta anche al prigioniero di guerra o al peggiore dei criminali. In questo modo il brano intende ritrarre l’estremo dell’umiliazione vissuta da Cristo, il quale giunge al gradino più basso della scala umana. Il passaggio di Fil 2,6-11 si rivela dunque come un elogio paradossale che celebra quanto di più lontano potrebbe esserci dall’oggetto della lode umana ed è, al contrario, pienamente conforme all’agire di Dio che, secondo la tradizione biblica (cfr., p. es., Gb 22,29; Pr 29,23; Mt 23,12), esalta chi si umilia.

Il passaggio di 2,12-18, dal tenore prevalentemente, ma non esclusivamente, parenetico possono essere suddivisi in due parti: vv. 12-13 e vv. 14-18. La prima parte presenta un’esortazione a operare per la propria salvezza, mentre la seconda fornisce un’esortazione a evitare mormorazioni e contestazioni, seguita da una descrizione della vita credente e dall’invito a gioire.

L’invio di Timoteo da parte di Paolo Nei vv. 20-22 vengono fornite le ragioni per l’invio di Timoteo, attraverso un fine elogio di quest’ultimo. Con la prima motivazione, presentata al v. 20, il collaboratore viene raccomandato in quanto Paolo non ha nessun altro, presso il luogo della sua detenzione, che abbia così sinceramente a cuore le sorti della Chiesa filippese, in piena coerenza con il ruolo svolto da Timoteo nella fondazione della comunità (At 16,1-15). In effetti, l’Apostolo non trova alcuno adatto a essere inviato a Filippi, perché è circondato da persone che pensano ai propri interessi e non a quelli del Vangelo (v. 21). Complessivamente, siamo di fronte a un vero e proprio confronto retorico tra Timoteo e gli altri cristiani, segnato da una generalizzazione enfatica al fine di porre in risalto la singolare posizione del collaboratore. La seconda ragione per l’invio di Timoteo è costituita dalla prova da lui fornita, di cui i Filippesi sono a conoscenza, nel servizio del Vangelo vissuto in stretta relazione con Paolo (v. 22). Si tratta di un rapporto padre-figlio che esprime l’attaccamento e l’affetto tra i due, ma che è sperimentato nell’ambito del comune impegno per l’annuncio. Questa metafora legata ai legami parentali è utilizzata nelle lettere paoline, oltre che per esprimere la relazione dell’Apostolo con singoli che sono stati da lui evangelizzati e sono divenuti suoi collaboratori (p. es., 1Cor 4,17; Tt 1,4; Fm 10), anche per descrivere il rapporto di Paolo con intere comunità alle quali ha portato l’annuncio della fede (1Cor 4,15; Gal 4,19). Nel suo complesso l’elogio di Timoteo è più di tutto motivato dal fatto che, con la sua esistenza, egli rispecchia il modello di Cristo, assumendo perciò anche un carattere esemplare.

L’invio di Epafrodito da parte di Paolo Nella speranza di poter inviare al più presto Timoteo e nella convinzione di recarsi lui stesso dai Filippesi, per il momento Paolo manda Epafrodito (v. 25). Egli è latore della lettera che intende servire ad alimentare il rapporto tra l’Apostolo e la sua comunità. Come già Timoteo, anche Epafrodito è diffusamente elogiato da Paolo. L’Apostolo intende non solo mettere in rilievo l’utilità della presenza presso di lui di questo collaboratore, che gli ha recato l’aiuto finanziario dei Filippesi con il quale sovvenire alle necessità derivanti dalla detenzione (p. es., lo stato non provvedeva al cibo per il prigioniero), ma anche lodare la stessa comunità di Filippi che ha scelto di inviargli una tale persona. Come avveniva in precedenza per Timoteo, così anche Epafrodito è elogiato soprattutto perché nella sua esistenza ripropone il modello cristologico, assumendo quindi caratteristiche esemplari (v. 30). Infatti egli non solo corrisponde, con la sua opera a vantaggio del Vangelo (vv. 25.30), all’invito a operare così da conseguire la salvezza (v. 12) ma, come Cristo (v. 8), al fine di compiere la sua missione, dona tutto se stesso sino alla morte (vv. 27.30). In definitiva gli elementi elogiativi nei confronti dei due collaboratori utilizzano motivazioni contrarie alla mentalità corrente (preoccuparsi degli altri, servire, donare la propria vita), assumendo quindi una prospettiva paradossale e cominciando così a mostrare che cosa significhi avere lo stesso modo di pensare di Cristo (cfr. 2,5). Tale visione sarà ulteriormente e pienamente sviluppata nel brano seguente di 3,1–4,1, riguardante il cammino di Paolo, autentica riproduzione di quello di Cristo.


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Indirizzo e saluto 1Paolo e Timòteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi: 2grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

Ringraziamento iniziale 3Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi. 4Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia 5a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. 6Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. 7È giusto, del resto, che io provi questi sentimenti per tutti voi, perché vi porto nel cuore, sia quando sono in prigionia, sia quando difendo e confermo il Vangelo, voi che con me siete tutti partecipi della grazia. 8Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù.

Preghiera di intercessione 9E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, 10perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, 11ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.

Notizie sulla situazione presente di Paolo 12Desidero che sappiate, fratelli, come le mie vicende si siano volte piuttosto per il progresso del Vangelo, 13al punto che, in tutto il palazzo del pretorio e dovunque, si sa che io sono prigioniero per Cristo. 14In tal modo la maggior parte dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, ancor più ardiscono annunciare senza timore la Parola. 15Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. 16Questi lo fanno per amore, sapendo che io sono stato incaricato della difesa del Vangelo; 17quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non rette, pensando di accrescere dolore alle mie catene. 18Ma questo che importa? Purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene.

Ipotesi e riflessioni sulla situazione futura di Paolo 19So infatti che questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, 20secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. 21Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. 22Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. 23Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; 24ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. 25Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a tutti voi per il progresso e la gioia della vostra fede, 26affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno fra voi.

Esortazione 27Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo perché, sia che io venga e vi veda, sia che io rimanga lontano, abbia notizie di voi: che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del Vangelo, 28senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo per loro è segno di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio. 29Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, 30sostenendo la stessa lotta che mi avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI FILIPPESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Francesco Bianchini © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Indirizzo e saluto La lettera indirizzata alla comunità di Filippi è collocata, all’interno dell’epistolario paolino, nel cosiddetto gruppo delle lettere della prigionia. La dimensione personale e relazionale è peculiare in questa lettera e contribuisce a mettere in risalto i due poli fondanti dell’esistenza dell’Apostolo: il rapporto con Cristo e quello con i cristiani delle sue comunità, prima evangelizzati e poi guidati nel progresso della loro vita di fede. In particolare, il dialogo tra l’«io» dell’autore e il «voi» dei destinatari costituisce un filo rosso che percorre l’intero scritto, che è il più cordiale tra quelli di Paolo, esprimendo tutto il suo affetto per i Filippesi. Il saluto «grazia e pace», pur derivando probabilmente dalla tradizione liturgica cristiana, attesta anche la duplice cultura, ebraica e greca, di Paolo.

Ringraziamento iniziale Rispetto ai ringraziamenti delle altre lettere, in Filippesi Paolo insiste sulla sincerità della sua sollecitudine per i destinatari e sull’orientamento escatologico dell’agire del cristiano. Nei vv. 3-4 si mostra come, tutte le volte che prega, Paolo si ricordi dei Filippesi e ne faccia occasione di ringraziamento a Dio. Il primo motivo per ringraziare Dio è la collaborazione dei Filippesi, dal momento della conversione fino al presente, all’annuncio della buona novella di salvezza (v. 5). In base al contesto della lettera, tale collaborazione è da intendersi sia di natura spirituale (1,27; 2,15-16; 4,3) che materiale (2,29-30; 4,10-20). La seconda ragione per ringraziare sta nel fatto che Dio porterà a compimento l’opera salvifica iniziata nei credenti filippesi dal momento della loro conversione (v. 6). Il futuro della comunità è visto come continuamente segnato dall’azione divina sino all’incontro con il Cristo che viene. Paolo conclude l’azione di grazie al v. 8 con un giuramento, mediante il quale sottolinea la veridicità del suo ringraziamento e dei suoi sentimenti nei confronti di tutti i destinatari.

Preghiera di intercessione Questi versetti si riallacciano in particolare al v. 4, dove Paolo ricordava la sua continua supplica al Signore per i credenti di Filippi. Ora viene esplicitato il contenuto della supplica, che consiste nella crescita qualitativa dell’amore tipico del cristiano. Se l’Apostolo prega che la carità dei destinatari abbondi in conoscenza e tatto è perché essi discernano ciò che risulta più importante, in modo che il loro comportamento li prepari adeguatamente all’incontro finale con Cristo.

Notizie sulla situazione presente di Paolo La sua situazione di prigioniero ha suscitato sicuramente interrogativi angosciosi tra i cristiani, divisi se vedere in essa una smentita o una conferma divina della missione di Paolo. Per questo egli afferma che la sua condizione è paradossale perché l’imprigionamento non impedisce la diffusione del Vangelo; anzi, lo facilita. Il v. 13 mostra una prima ragione per la quale la prigionia dell’Apostolo contribuisce all’avanzamento del Vangelo. Si tratta del fatto che nel pretorio e negli ambienti circostanti tutti sono venuti a sapere che Paolo è in prigione, esclusivamente a motivo di Cristo e del Vangelo che annuncia. D’altra parte, al v. 14 viene data una seconda prova a favore del progresso del Vangelo nell’ambito della carcerazione paolina. Se il contesto precedente era quello pagano, ora è invece quello tipicamente cristiano. La maggioranza dei cristiani della comunità, residente nel luogo dove l’Apostolo è incarcerato, hanno acquisito dalla stessa prigionia di Paolo una maggiore convinzione nella fede per testimoniare senza paura il Vangelo. Il quadro positivo derivante dalla coraggiosa proclamazione del Vangelo è tuttavia incrinato dall’ambivalenza delle intenzioni degli annunciatori, che sono stati appena menzionati. Paolo opera un attento discernimento a proposito di questa opera di evangelizzazione e, alla fine, espone il risultato di tale riflessione al v. 18. Si tratta di un discernimento paradossale perché l’Apostolo, pur non mancando di finezza nel giudicare le intenzioni degli evangelizzatori, afferma come Dio compia la sua opera anche attraverso le menzogne e gli opportunismi degli uomini. Così, senza negare l’ambiguità della situazione, Paolo ritiene che essenziale non è la benevolenza nei confronti della sua persona e neppure la caratura morale di questi annunciatori, ma il progresso del Vangelo.

Ipotesi e riflessioni sulla situazione futura di Paolo Da questo momento l’Apostolo non parla più del passato e del presente ma del suo avvenire. Riguardo alla preferenza tra vita e morte, che il prigioniero si pone di fronte, la scelta da lui operata è in vista non della beatitudine personale, ma del bene delle Chiese. Così Paolo giudica tutto in relazione al Vangelo, anche la sua situazione futura, manifestando il proprio convincimento che essa, in ogni caso, risulterà a vantaggio dell’annuncio con un positivo esito salvifico; di tutto questo egli continua a rallegrarsi. L’Apostolo scandisce le considerazioni riguardo all’avvenire in tre momenti: all’inizio esprime la sua speranza nella salvezza e la sua fiducia di glorificare Cristo (vv. 19-20), poi si pone l’alternativa tra l’essere con Cristo e il lavoro apostolico per le Chiese (vv. 21-24), infine è convinto di rimanere in vita per il progresso dei Filippesi (vv. 25-26).

Esortazione Il brano di 1,27- 30 è costituito da un’unica proposizione in dipendenza da un imperativo iniziale, al quale si saldano gli altri verbi in una connessione a cascata. Da una parte, l’esortazione di 1,27-30 fa seguito alle notizie sulla carcerazione dell’Apostolo, tirandone le conseguenze pratiche: poiché la situazione dei credenti di Filippi è uguale alla sua, egli indica loro come comportarsi in un contesto di persecuzione. Dall’altra, il brano introduce due punti salienti della lettera, cioè l’esortazione a un “pensare” unitario (2,1-18) e l’invito a seguire l’esempio di Paolo, non lasciandosi intimidire dagli avversari (3,1–4,1). Il testo di 1,27-30, segnato da un linguaggio militare (già usato dai filosofi per descrivere la vita morale e religiosa), ha quindi una funzione di cerniera nello sviluppo epistolare. Il brano si conclude al v. 30 con la specificazione che la sofferenza dei Filippesi deriva dal sostenere la stessa lotta per Cristo sostenuta da Paolo, quando era presso di loro e ora nel suo luogo di prigionia. L’Apostolo propone quindi la propria esperienza come paradigmatica per incoraggiare i Filippesi a vivere il suo stesso itinerario a vantaggio del Vangelo. In questo modo l’autore innesca anche quel processo mimetico che avrà molta importanza nell’insegnamento successivamente sviluppato nella lettera.


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