📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Da Efeso a Mileto 1Cessato il tumulto, Paolo mandò a chiamare i discepoli e, dopo averli esortati, li salutò e si mise in viaggio per la Macedonia. 2Dopo aver attraversato quelle regioni, esortando i discepoli con molti discorsi, arrivò in Grecia. 3Trascorsi tre mesi, poiché ci fu un complotto dei Giudei contro di lui mentre si apprestava a salpare per la Siria, decise di fare ritorno attraverso la Macedonia. 4Lo accompagnavano Sòpatro di Berea, figlio di Pirro, Aristarco e Secondo di Tessalònica, Gaio di Derbe e Timòteo, e gli asiatici Tìchico e Tròfimo. 5Questi però, partiti prima di noi, ci attendevano a Tròade; 6noi invece salpammo da Filippi dopo i giorni degli Azzimi e li raggiungemmo in capo a cinque giorni a Tròade, dove ci trattenemmo sette giorni. 7Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane, e Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversava con loro e prolungò il discorso fino a mezzanotte. 8C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore, dove eravamo riuniti. 9Ora, un ragazzo di nome Èutico, seduto alla finestra, mentre Paolo continuava a conversare senza sosta, fu preso da un sonno profondo; sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano e venne raccolto morto. 10Paolo allora scese, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: «Non vi turbate; è vivo!». 11Poi risalì, spezzò il pane, mangiò e, dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. 12Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati. 13Noi, che eravamo già partiti per nave, facemmo vela per Asso, dove dovevamo prendere a bordo Paolo; così infatti egli aveva deciso, intendendo fare il viaggio a piedi. 14Quando ci ebbe raggiunti ad Asso, lo prendemmo con noi e arrivammo a Mitilene. 15Salpati da qui, il giorno dopo ci trovammo di fronte a Chio; l’indomani toccammo Samo e il giorno seguente giungemmo a Mileto. 16Paolo infatti aveva deciso di passare al largo di Èfeso, per evitare di subire ritardi nella provincia d’Asia: gli premeva essere a Gerusalemme, se possibile, per il giorno della Pentecoste.

Il discorso-testamento di Mileto 17Da Mileto mandò a chiamare a Èfeso gli anziani della Chiesa. 18Quando essi giunsero presso di lui, disse loro: «Voi sapete come mi sono comportato con voi per tutto questo tempo, fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia: 19ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei; 20non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi, in pubblico e nelle case, 21testimoniando a Giudei e Greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù. 22Ed ecco, dunque, costretto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. 23So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. 24Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio. 25E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno. 26Per questo attesto solennemente oggi, davanti a voi, che io sono innocente del sangue di tutti, 27perché non mi sono sottratto al dovere di annunciarvi tutta la volontà di Dio. 28Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. 29Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. 31Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi. 32E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati. 33Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. 34Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. 35In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”». 36Dopo aver detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. 37Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano, 38addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Da Efeso a Mileto L'autore riprende il filo narrativo interrotto in 19,21-22. Paolo è passato da Efeso, attraverso la Macedonia, fino in Grecia (Corinto) dove rimase per tre mesi (cfr. 1Cor 16,1-6; 2Cor 2,12-13); a Corinto scriverà la lettera ai Romani. Il progetto di recarsi per nave a Gerusalemme trova conferma in Rm 15,25-26. L'impedimento e il conseguente percorso via terra, a causa di un complotto, è verosimile: se avesse avuto l'intenzione di riattraversarle non si spiegherebbe perché Paolo abbia fatto venire a Corinto dalle varie regioni gli incaricati per la colletta. Nell'ottica di Luca, il viaggio di Paolo da Efeso in Grecia appare come un viaggio per una visita pastorale. Gli incaricati della colletta diventano i compagni dell'apostolo, che lo seguono a Gerusalemme, così come i discepoli seguivano Gesù. Luca tace volutamente il motivo storico del loro viaggio a Gerusalemme; questo viaggio deve assomigliare a quello di Gesù verso il suo arresto. Con la partenza di Paolo da Efeso inizia, nell'ottica di Luca, il viaggio verso Gerusalemme annunciato in 19,21.

La permanenza di una settimana a Troade dà al narratore l'occasione di inserire l'episodio della risurrezione di Eutico (vv. 7-12). Con l'inserimento di questo racconto, il narratore raggiunge una doppia finalità: rompere la monotonia e creare l'atmosfera particolare di questo viaggio a Gerusalemme. La narrazione comporta diversi elementi: un racconto di miracolo, una celebrazione eucaristica, un contesto di addio. Il racconto è la più antica testimonianza (cfr. 1Cor 16,2) sulla celebrazione eucaristica nel «giorno del Signore» (dies dominica). I cristiani si radunano al piano superiore dove e'è posto sufficiente. L'espressione ricorda il luogo dell'ultima cena (Le 22,12), della preghiera degli apostoli (At 1,13), ma anche l'episodio della risurrezione di Tabita(At 9,37.39) e quella compiuta da Elia(1Re 17,19) e da Eliseo (2Re 4,34).

Dopo il racconto del miracolo, Luca riprende l'itinerario: da Troade Paolo va a piedi fino ad Asso, mentre i suoi compagni fanno il tragitto via mare e lo aspettano ad Asso; poi insieme vanno via mare lungo la costa a Mitilene, Chio, Samo, Mileto. Luca sa che Paolo evita Efeso e lo giustifica con il motivo della fretta: ciò non può essere il vero motivo. L'indicazione della Pentecoste come data d'arrivo a Gerusalemme spiega bene la premura dell'apostolo; è una data opportuna per consegnare la colletta e, al tempo stesso, per partecipare alla festa, importante anche per un giudeo-cristiano, ma non spiega perché l'apostolo eviti Efeso. Infatti, mandare qualche collaboratore da Mileto per far venire i responsabili della Chiesa di Efeso a Mileto, distante circa 70 km, richiede almeno 4-5 giorni: Luca frena l'urgenza dell'apostolo! In realtà l'incidente ricordato in 2Cor 1,8 spiega meglio perché Paolo eviti Efeso: forse rischiava la vita.

Il discorso-testamento di Mileto Dopo il discorso ai giudei tenuto ad Antiochia di Pisidia (13,16-41) e quello di Atene rivolto al mondo culturale pagano (17,22-31), Paolo parla adesso alla Chiesa stessa, in particolare ai responsabili della comunità. L'autore sceglie un genere letterario specifico, quello del «discorso di addio», le cui caratteristiche sono le seguenti: il radunarsi di persone che hanno un legame particolare con il protagonista, l'annuncio della morte imminente, lo sguardo alla vita passata e al futuro dei presenti, la proclamazione d'innocenza e gli avvertimenti; infine, la preghiera, la benedizione, l'abbraccio e il pianto. La scelta di tale genere letterario è in linea con il contesto narrativo di partenza e di ultimo incontro, ma anche con l'intento dell'autore sacro di inculcare nella Chiesa post-apostolica il dovere della fedeltà nei confronti del “deposito” ricevuto dalla Chiesa apostolica tramite il suo rappresentante più degno, Paolo.

Tenendo presente il contenuto, si può dividere l'insieme in due parti.

  1. Nei vv. 18- 27 Paolo viene proposto come esempio di comportamento. Egli serve da modello alla Chiesa post-apostolica e, soprattutto, garantisce la validità della Tradizione apostolica ricevuta.
  2. I vv. 28-35 offrono una parenesi che comporta un appello alla vigilanza in vista delle false dottrine, che si diffondono, e un pressante invito all'amore nella comunità.

Il discorso è stato composto dallo stesso autore del libro: esso si inserisce bene nel contesto narrativo, corrisponde al ritratto ideale che Luca dà di Paolo e alla situazione della Chiesa al tempo dell'autore sacro. Il discorso, inoltre, presuppone la conoscenza del martirio dell'apostolo, come suggerisce la scelta del «discorso di addio» e le allusioni nei vv. 24 e 29. Il discorso di Mileto mostra bene i cambiamenti in corso in una Chiesa in cui i testimoni oculari della prima generazione sono morti e l'agire carismatico dello Spirito Santo non è più così chiaramente sperimentato. La Chiesa era chiamata a riferirsi alla Tradizione quale «deposito» ricevuto, identificata da Luca con la dottrina paolina, garantita dall'unità dell'apostolo con i Dodici, dall'integrità della sua vita e del suo insegnamento, integrità confermata da Dio e dal martirio. Acquistano quindi importanza i responsabili della Chiesa, ai quali è affidato il «deposito»! Di conseguenza Luca rivolge la sua attenzione al comportamento dei ministri, presentando loro Paolo come modello: da una parte, essi devono «pascere la Chiesa di Dio» (vigilare contro false dottrine, insegnare e attualizzare il depositum fidei ); dall'altra parte, essi devono anche avere un comportamento etico esemplare. Questi orientamenti si ritrovano nelle lettere pastorali (1Timoteo; 2Timoteo; Tito).

Paolo fa venire gli anziani o presbiteri da Efeso a Mileto (v. 17). Per Luca gli anziani sono i normali ministri di una comunità, ciò che non era ancora il caso fuori Palestina all'epoca di Paolo (cfr. Fil 1,1; 1Cor 12; ecc.). Luca ha quindi presente la Chiesa del suo tempo; attorno a Paolo si radunano i legittimi rappresentanti della Chiesa post-apostolica.

Ai vv. 18b-21 Paolo ricorda il suo comportamento passato non per giustificarsi contro critiche, ma per presentarsi come modello. Per descrivere il ritratto dell'apostolo, Luca si serve di un linguaggio che riecheggia la terminologia del Paolo storico (temi ed elementi letterari caratteristici dell'apostolo raccolti dalla tradizione paolina viva nelle Chiese da lui fondate) e che è sostanzialmente quello della parenesi (esortazione) cristiana della fine del I secolo: «servire il Signore» per Paolo significa una dedizione totale al compito di annunciare il Vangelo e implica un atteggiamento di servizio nei confronti della comunità (cfr. Rm 1,1; Fil 1,1; Gal 1,10; cfr. Rm 14,18; il titolo «servo del Signore» più tardi è attribuito ai responsabili di comunità: 2Tm 2,24); Paolo lo fa «con tutta umiltà» (cfr. 1Cor 2,1-5; 15,8-9; 1Ts 2,1-12; ecc.), «tra le lacrime» (cfr. 2Cor 2,4; Fil 3,18). Le prove dovute alle «insidie dei giudei» sono menzionate lungo il libro degli Atti (9,23-24; 13,50-51; 14,19; ecc.); mancano nel periodo efesino (At 19), periodo che storicamente è stato con ogni probabilità il periodo più difficile nell'attività missionaria dell'apostolo in seguito alle crisi delle comunità e alla contestazione della sua vocazione di apostolo.

I vv. 20-21 presentano Paolo come un apostolo completo in tutti i sensi. Egli ha trasmesso il messaggio cristiano: in tutta la sua forma (annuncio e istruzione), in tutti i modi (pubblico e privato), a tutti i destinatari (giudei e greci), con tutto il contenuto (la conversione e la fede). Paolo è dunque il legittimo rappresentante dell'autentica tradizione apostolica.

Ai vv. 22-24 l'attenzione si concentra sulla situazione presente di Paolo: l'incognita del viaggio verso Gerusalemme. L'apostolo sa di essere «costretto dallo Spirito», quindi di trovarsi sotto una volontà divina alla quale non può sfuggire: è l'equivalente di quanto espresso dal verbo «è necessario» caratteristico delle predizioni di Gesù riguardo alla sua passione. La passione di Paolo corrisponde alla passione di Gesù. Paolo sa soltanto di andare verso «catene e tribolazioni». L'apostolo fa liberamente sua questa volontà divina. Egli è consapevole di non andare incontro a un destino fatale; al contrario, sapendosi mosso dallo Spirito, Paolo sa che anche le sue sofferenze hanno un significato, costituiscono una parte del ministero apostolico.

I vv. 28-31 iniziano con un imperativo «vegliate», rivolto ai presbiteri. Per svolgere la loro funzione nella comunità, essi devono essere attenti a se stessi, visto che la loro condotta dev'essere conforme a quella di Paolo; ma essi devono anche stare in guardia per rimanere nella dottrina ortodossa; essi stessi infatti non sono immuni dal pericolo di false dottrine. Dio stesso li ha «posti» come episkopoi cioè come custodi, sorveglianti, intendenti. L'episcopo non è ancora visto come un incarico distinto da quello dei presbiteri: il termine indica come il presbitero deve svolgere la sua funzione nella Chiesa. E per sottolineare la funzione dei presbiteri come episcopi, l'autore presenta la Chiesa non soltanto nel suo aspetto sociale di comunità da governare, ma nella sua realtà profonda di popolo dell'alleanza che ha il suo fondamento nella stessa realtà trinitaria di Dio: voluta dal Padre, resa possibile da Cristo, guidata dallo Spirito Santo.

Secondo Luca grazie alla morte di Gesù è nata la piena comunione di Dio con il suo popolo. Paolo nei vv. 29-30 esprime in forma profetica ciò che era realtà al tempo di Luca: la minaccia delle false dottrine. I pericoli provengono da fuori: non si tratta di persecuzioni, ma di insegnamenti falsi; provengono da cristiani di altre comunità descritti come «lupi» (cfr. Mt 7,15; 10,16; Gv 10,12; Didachè 16,3; ecc.). Ma il pericolo sorge anche all'interno della Chiesa, rischiando di rompere la comunione fraterna. Nella visione dell'autore degli Atti, con la partenza-morte di Paolo si chiude il tempo della Chiesa delle origini, tempo ideale caratterizzato dall'unità e dalla (quasi) assenza di false dottrine.

I vv. 32-35 concludono il discorso. Paolo affida gli anziani a Dio e alla parola della sua grazia, cioè al Vangelo, che non soltanto contiene il messaggio da annunciare, ma comunica anche la grazia della salvezza. Interessante osservare che l'apostolo non affida la Parola ai presbiteri, visto che hanno il compito di proclamarla, ma affida i presbiteri alla protezione e alla forza salvifica della Parola. Nella sua Parola infatti Dio stesso opera (cfr. Is 55,10-11; 1Ts 2,13; Rm 1,16; ecc.) e comunica la forza di «edificare» la comunità nell'unità (cfr. 9,31). Infine, la Parola ha in sé il potere di concedere l'eredità tra i santificati, cioè la vita eterna, la felicità del mondo futuro promesso agli eletti (Mt 5,4; cfr. At 26,18; Col 1,12-13; Ef 1,18).

Il quadro narrativo che conclude il discorso di Mileto (vv. 36-38) descrive una commovente scena di addio. Una preghiera fatta in comune dà alla scena di addio una dimensione religiosa. Seguono il pianto e il bacio affettuoso, che appartengono al genere del «discorso di addio». Luca tende a mostrare il forte legame che unisce la comunità all'apostolo. Il dolore per la partenza è tanto più intenso in quanto si tratta di una partenza definitiva. Chi scrive queste righe sa del martirio di Paolo. I presbiteri accompagnano Paolo (e gli altri compagni di viaggio?) alla nave; e così il narratore si ricollega all'itinerario.


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L'incontro con i discepoli di Giovanni Battista 1Mentre Apollo era a Corinto, Paolo, attraversate le regioni dell’altopiano, scese a Èfeso. Qui trovò alcuni discepoli 2e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo». 3Ed egli disse: «Quale battesimo avete ricevuto?». «Il battesimo di Giovanni», risposero. 4Disse allora Paolo: «Giovanni battezzò con un battesimo di conversione, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù». 5Udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù 6e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare. 7Erano in tutto circa dodici uomini.

Soggiorno di Paolo a Efeso 8Entrato poi nella sinagoga, vi poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio. 9Ma, poiché alcuni si ostinavano e si rifiutavano di credere, dicendo male in pubblico di questa Via, si allontanò da loro, separò i discepoli e continuò a discutere ogni giorno nella scuola di Tiranno. 10Questo durò per due anni, e così tutti gli abitanti della provincia d’Asia, Giudei e Greci, poterono ascoltare la parola del Signore. 11Dio intanto operava prodigi non comuni per mano di Paolo, 12al punto che mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano. 13Alcuni Giudei, che erano esorcisti itineranti, provarono anch’essi a invocare il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: «Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica!». 14Così facevano i sette figli di un certo Sceva, uno dei capi dei sacerdoti, giudeo. 15Ma lo spirito cattivo rispose loro: «Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?». 16E l’uomo che aveva lo spirito cattivo si scagliò su di loro, ebbe il sopravvento su tutti e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite. 17Il fatto fu risaputo da tutti i Giudei e i Greci che abitavano a Èfeso e tutti furono presi da timore, e il nome del Signore Gesù veniva glorificato. 18Molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche di magia 19e un numero considerevole di persone, che avevano esercitato arti magiche, portavano i propri libri e li bruciavano davanti a tutti. Ne fu calcolato il valore complessivo e si trovò che era di cinquantamila monete d’argento. 20Così la parola del Signore cresceva con vigore e si rafforzava.

LA TESTIMONIANZA DI PAOLO FINO A ROMA (19,21-28,31)

Il progetto di Paolo di fare un viaggio a Gerusalemme 21Dopo questi fatti, Paolo decise nello Spirito di attraversare la Macedonia e l’Acaia e di recarsi a Gerusalemme, dicendo: «Dopo essere stato là, devo vedere anche Roma». 22Inviati allora in Macedonia due dei suoi aiutanti, Timòteo ed Erasto, si trattenne ancora un po’ di tempo nella provincia di Asia.

Il tumulto degli argentieri 23Fu verso quel tempo che scoppiò un grande tumulto riguardo a questa Via. 24Un tale, di nome Demetrio, che era òrafo e fabbricava tempietti di Artèmide in argento, procurando in tal modo non poco guadagno agli artigiani, 25li radunò insieme a quanti lavoravano a questo genere di oggetti e disse: «Uomini, voi sapete che da questa attività proviene il nostro benessere; 26ora, potete osservare e sentire come questo Paolo abbia convinto e fuorviato molta gente, non solo di Èfeso, ma si può dire di tutta l’Asia, affermando che non sono dèi quelli fabbricati da mani d’uomo. 27Non soltanto c’è il pericolo che la nostra categoria cada in discredito, ma anche che il santuario della grande dea Artèmide non sia stimato più nulla e venga distrutta la grandezza di colei che tutta l’Asia e il mondo intero venerano». 28All’udire ciò, furono pieni di collera e si misero a gridare: «Grande è l’Artèmide degli Efesini!». 29La città fu tutta in agitazione e si precipitarono in massa nel teatro, trascinando con sé i Macèdoni Gaio e Aristarco, compagni di viaggio di Paolo. 30Paolo voleva presentarsi alla folla, ma i discepoli non glielo permisero. 31Anche alcuni dei funzionari imperiali, che gli erano amici, mandarono a pregarlo di non avventurarsi nel teatro. 32Intanto, chi gridava una cosa, chi un’altra; l’assemblea era agitata e i più non sapevano il motivo per cui erano accorsi. 33Alcuni della folla fecero intervenire un certo Alessandro, che i Giudei avevano spinto avanti, e Alessandro, fatto cenno con la mano, voleva tenere un discorso di difesa davanti all’assemblea. 34Appena s’accorsero che era giudeo, si misero tutti a gridare in coro per quasi due ore: «Grande è l’Artèmide degli Efesini!». 35Ma il cancelliere della città calmò la folla e disse: «Abitanti di Èfeso, chi fra gli uomini non sa che la città di Èfeso è custode del tempio della grande Artèmide e della sua statua caduta dal cielo? 36Poiché questi fatti sono incontestabili, è necessario che stiate calmi e non compiate gesti inconsulti. 37Voi avete condotto qui questi uomini, che non hanno profanato il tempio né hanno bestemmiato la nostra dea. 38Perciò, se Demetrio e gli artigiani che sono con lui hanno delle ragioni da far valere contro qualcuno, esistono per questo i tribunali e vi sono i proconsoli: si citino in giudizio l’un l’altro. 39Se poi desiderate qualche altra cosa, si deciderà nell’assemblea legittima. 40C’è infatti il rischio di essere accusati di sedizione per l’accaduto di oggi, non essendoci alcun motivo con cui possiamo giustificare questo assembramento». Detto questo, sciolse l’assemblea.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

L'incontro con i discepoli di Giovanni Battista Luca parla di «discepoli» (v. 1), cioè di cristiani... che non hanno ricevuto lo Spirito Santo!? Perché Paolo li battezza se sono già cristiani? Insomma, Sembra che Luca abbia trasformato membri del movimento battista in cristiani incompleti. La scena appare come una “quarta Pentecoste”. Luca in realtà sta istruendo il lettore: il cristiano vero è colui che riceve non solo il battesimo ma anche il dono dello Spirito Santo. Il battesimo di Giovanni è stato dato soltanto in vista della conversione, considerata da Luca come la prima tappa verso la fede cristiana. Infatti questi «discepoli» si fanno battezzare senza reticenza; sono stati preparati alla fede cristiana dal Battista. Va notato che il battesimo nel nome di Gesù è non soltanto un complemento di quello di Giovanni, ma una novità, com'è nuovo il dono dello Spirito Santo. Al v. 6 viene testimoniata una pratica liturgica, che lega il dono dello Spirito a un'imposizione delle mani associata al rito battesimale. Tipicamente lucana è la manifestazione carismatica dello Spirito Santo (10,46; cfr. 2,11).

Soggiorno di Paolo a Efeso I vv. 8-10 si presentano come un sommario dell'attività di Paolo a Efeso; la sua permanenza in questa città va collocata tra il 52 e il 55 d.C. Ritroviamo lo schema fondamentale: predicazione nella sinagoga – persecuzione e rifiuto di alcuni, conversione di altri – separazione dalla sinagoga e predicazione ai pagani – nascita di una comunità costituita da giudei e pagani convertiti. Con la prolungata predicazione di Paolo, il cristianesimo si diffonde dalla metropoli verso l'intera regione. Difatti la diffusione del Vangelo a partire da Efeso verso le città della regione è storicamente plausibile. Grazie ai collaboratori dell'apostolo, il Vangelo tocca Colossi, Laodicea, Gerapoli... (cfr. Col 1,7; 4,12; Fm 23).

Con il sommario dei vv. 11-12 si mette in luce il potere taumaturgi- co dell'apostolo: Dio agisce in Paolo come in Pietro (At 5,12-16) e come in Gesù (Le 8,46-47). È dunque sempre Dio che opera: ogni interpretazione di tipo magico è fuori strada. Paolo ha avuto il carisma di compiere miracoli, come egli stesso conferma in 2Cor 12,12 e Rm 15,18-19, ma la presentazione che ne fa Luca risale piuttosto a un modello popolare tinto di leggenda. Fa parte della credenza popolare che il contatto fisico diretto o mediante indumenti trasmetta una forza in grado di guarire. Luca non giudica; a lui interessa sottolineare il potere divino che agisce mediante l'apostolo.

Ai vv. 13-17 segue una storia di esorcismo con esito negativo, a carattere di punizione. Gli esorcisti giudei erano di moda; anche Mc 9,38 conosce una tradizione su esorcisti giudei che usavano il nome di Gesù. La formula «nel nome di Gesù» non ha efficacia, perché pronunciata da persone che non ne hanno il diritto. Il finale è caratteristico dei racconti popolari: il cacciatore diventa preda. Luca conclude (v. 17), come in un racconto di miracolo, con l'effetto conseguito: la divulgazione dell'accaduto, il timore di Dio, l'esaltazione del nome del Signore Gesù, cosa che presuppone la conversione.

Con i vv. 18-20 l'autore amplia la conclusione precedente approfittando della localizzazione a Efeso (famoso centro della magia) per ricordare ai cristiani l'incompatibilità delle pratiche magiche con una fede cristiana autentica. Luca lo esemplifica con un gesto pubblico: bruciare i libri con formule magiche. Viene dato il valore: l'equivalente di cinquantamila giorni di paga per un operaio. Incredibile per una comunità costituita in maggioranza da credenti poveri (cfr. 1Cor 1,26). Ma l'autore vuole imprimere nel lettore la serietà di questo taglio, necessario per un cristiano, con la pratica delle arti magiche.

Il v. 20 fa da conclusione, riprendendo il tema della crescita (della Parola o della Chiesa) che attraversa l'intero libro. Il versetto è un sommario: indica una pausa narrativa, nonché la conclusione di tutta la quarta tappa. Benché il racconto dei tempietti di Artemide sia un episodio che si svolge a Efeso, la prospettiva cambia; lo sguardo si indirizza già verso il futuro: Gerusalemme e Roma (vv. 21-22).

LA TESTIMONIANZA DI PAOLO FINO A ROMA (19,21-28,31) Con At 19,21-22 inizia l'ultima tappa del libro. Siamo a una svolta. Se finora Luca ha presentato Paolo come il grande evangelizzatore, fondatore di comunità, d'ora in poi l'apostolo assume i tratti del testimone sofferente di Cristo. Si sta realizzando la profezia del Risorto: «lo gli mostrerò quanto dovrà patire per il mio nome» (9,16). Cambia anche il contenuto dei discorsi: non più l'esposizione dell'annuncio cristiano, con variazioni sul tema, ma un discorso di addio (20,17-38) e diversi discorsi auto-apologetici (22,1-21; 24,10-21; 26,1-23; 28,17-28) nei quali emergono le grandi preoccupazioni di Luca: la legittimità dell'annuncio al mondo pagano, e quindi dell'esistenza delle Chiese pagano-cristiane e del loro rapporto con le Chiese giudeo-cristiane, espressioni dell'unica Chiesa. Gerusalemme cambia volto: non più luogo della nascita della Chiesa e della sua diffusione, ma centro degli avversari del Vangelo, del giudaismo ostile. Con l'arrivo di Paolo a Roma, si sposta anche il centro della Chiesa: la diffusione missionaria universale partirà d'ora innanzi da Roma, centro del mondo pagano (cfr. 1,8), fino alle estremità della terra.

Il progetto di Paolo di fare un viaggio a Gerusalemme Il parallelismo con Lc 9,51-52, la grande svolta nell'attività di Gesù, è senza dubbio voluto: come Gesù conclude l'attività in Galilea e il suo sguardo si volge decisamente verso Gerusalemme, così Paolo termina la sua attività missionaria da uomo libero e guarda al futuro. E come Gesù, così anche Paolo manda messaggeri avanti a sé. Con questo parallelismo, l'autore orienta la comprensione del lettore: Paolo come Gesù! L'apostolo s'incammina dietro al suo Maestro su una via di sofferenza, ma che porterà frutti. Al seguito di Cristo, conscio delle sofferenze che lo aspettano, ma obbediente alla volontà divina, Paolo imbocca decisamente la via verso Gerusalemme dove, innocente, sarà arrestato dai giudei e consegnato ai pagani. Così facendo, Luca presenta Paolo come modello ideale di comportamento, esempio di quello che implica la sequela di Cristo per ogni evangelizzatore e per ogni cristiano, secondo la parola di Gesù: «Ii discepolo non è più grande del suo maestro; tutt'al più, se si lascerà ben formare, sarà come il maestro» (Lc 6,40). Il cammino di Paolo, tuttavia, non si ferma a Gerusalemme; è a partire da Gerusalemme che l'apostolo raggiunge Roma, da dove il Vangelo si diffonderà fino alle estremità della terra.

Il tumulto degli argentieri Un racconto eccezionalmente ampio costituisce la degna conclusione del soggiorno efesino di Paolo. L'episodio conclude l'attività missionaria dell'apostolo e ne costituisce il vertice: la diffusione del Vangelo è tale da mettere in crisi perfino il famosissimo culto della dea Artemide e da minacciare il paganesimo in generale. L'intento apologetico è altrettanto evidente: il cristianesimo non merita l'accusa di offendere il culto ufficiale; quindi, di mancanza di lealtà nei confronti dello Stato. Quello che spinge a insorgere contro la Via non sono convinzioni religiose, ma gli affari; i veri promotori di disordini sono da una parte alcuni affaristi in cerca di guadagno, dall'altra una folla che li segue ciecamente. Il culto di Artemide (la Diana romana) era strettamente correlato a quello della Grande Madre venerata in Asia quale divinità della vita e della fecondità. La sua statua, che si diceva discesa dal cielo, si trovava nell' Artemision, grande tempio di Efeso, che misurava 133 metri di lunghezza e 70 metri di larghezza, con 128 colonne di 19 metri di altezza.

Il motivo che dà origine al tumulto non concerne direttamente Paolo, bensì il confronto del cristianesimo con il politeismo. Luca presenta Demetrio come padrone di una fabbrica di modelli in argento dell' Artemision , con dipendenti a suo servizio. Scrivendo che procurava guadagno agli artigiani, il narratore svela il punto cruciale: la sete di guadagno. Con il v. 25 parte l'azione: convocazione degli artigiani di ditte simili e discorso di Demetrio che lega abilmente la religione con il guadagno: l'annuncio cristiano porta alla rovina del culto della divinità e del commercio ad esso legato. C'è un crescendo: il cristianesimo mette in pericolo non soltanto la categoria degli artigiani, ma anche il culto del tempio a Efeso, perfino la venerazione di Artemide nel mondo. In questo discorso va ammirata l'arte narrativa di Luca.

Il discorso di Demetrio ottiene il successo desiderato: un'ira “santa” riempie gli artigiani e si estende all'intera città. Il teatro è il luogo abituale di tali assembramenti. Il teatro di Efeso poteva contenere circa 25000 persone. La folla trascina con sé Gaio e Aristarco. La menzione dei compagni di Paolo permette al narratore di introdurre l'apostolo nel racconto (vv. 30-31). Paolo vorrebbe recarsi nel teatro e parlare alla folla radunata: che coraggio! Per fortuna viene trattenuto da alcuni amici, definiti «asiarchi». Appare l'immagine lucana di un Paolo, che ha familiarità con l'alta società e, di conseguenza, la presentazione di un cristianesimo che vorrebbe godere della protezione dell'autorità politica. Con il v. 32 si ritorna al tumulto. Nel teatro regna la confusione. Sarebbe un momento opportuno per un intervento di Demetrio; ma ci si dimentica di lui. Al suo posto, e in modo inatteso e oscuro, si fa avanti un Alessandro. Chi è? Cos'ha a che vedere con il racconto? Si può supporre: i giudei, sentendosi minacciati da una folla che non li distingue dai cristiani, mandano avanti Alessandro. Egli cerca di fare un discorso in difesa dei suoi correligionari, ma ottiene l'effetto contrario: aizza i sentimenti antigiudaici della folla.

L'intervento del cancelliere caratterizza l'ultima parte del racconto. Egli inizia il suo discorso con una captatio benevolentiae: la fama di Efeso, custode del tempio di Artemide, è tale da non temere di essere scalfita; possiede la statua discesa dal cielo (si tratta probabilmente di una meteorite). Quindi ogni disordine è inutile. Il cancelliere dichiara i cristiani innocenti dall'accusa di essere dei profanatori e dei bestemmiatori della divinità. È vero! Solo che i cristiani negano semplicemente l'esistenza della divinità! Ma questo non crea disordini sociali da parte loro. Di conseguenza gli artigiani passino per le vie legali. L'argomentazione del cancelliere è all'opposto di quella di Demetrio. Implicitamente ciò corrisponde anche a una dichiarazione d'innocenza di Paolo da parte dell'autorità romana: e questo ha la sua importanza prima dei processi romani che l'apostolo dovrà subire. Il cancelliere riesce a convincere la folla: c'è infatti il rischio che l'assembramento formatosi nel teatro sia giudicato come una sedizione dall'autorità imperiale. Con questo racconto Luca ha raggiunto un triplice scopo: mostrare la superiorità della fede cristiana nei confronti del paganesimo; dare un'immagine ideale del cristianesimo nei confronti della società e della legge romana; discolpare in anticipo Paolo dalle accuse future.


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Paolo a Corinto 1Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 2Qui trovò un Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro 3e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere, infatti, erano fabbricanti di tende. 4Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci. 5Quando Sila e Timòteo giunsero dalla Macedonia, Paolo cominciò a dedicarsi tutto alla Parola, testimoniando davanti ai Giudei che Gesù è il Cristo. 6Ma, poiché essi si opponevano e lanciavano ingiurie, egli, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente. D’ora in poi me ne andrò dai pagani». 7Se ne andò di là ed entrò nella casa di un tale, di nome Tizio Giusto, uno che venerava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. 8Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e molti dei Corinzi, ascoltando Paolo, credevano e si facevano battezzare. 9Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, 10perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso». 11Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio. 12Mentre Gallione era proconsole dell’Acaia, i Giudei insorsero unanimi contro Paolo e lo condussero davanti al tribunale 13dicendo: «Costui persuade la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla Legge». 14Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un misfatto, io vi ascolterei, o Giudei, come è giusto. 15Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra Legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste faccende». 16E li fece cacciare dal tribunale. 17Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale, ma Gallione non si curava affatto di questo.

Il ritorno ad Antiochia 18Paolo si trattenne ancora diversi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era rasato il capo a causa di un voto che aveva fatto. 19Giunsero a Èfeso, dove lasciò i due coniugi e, entrato nella sinagoga, si mise a discutere con i Giudei. 20Questi lo pregavano di fermarsi più a lungo, ma non acconsentì. 21Tuttavia congedandosi disse: «Ritornerò di nuovo da voi, se Dio vorrà»; quindi partì da Èfeso. 22Sbarcato a Cesarèa, salì a Gerusalemme a salutare la Chiesa e poi scese ad Antiòchia. 23Trascorso là un po’ di tempo, partì: percorreva di seguito la regione della Galazia e la Frìgia, confermando tutti i discepoli.

Apollo a Efeso 24Arrivò a Èfeso un Giudeo, di nome Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto nelle Scritture. 25Questi era stato istruito nella via del Signore e, con animo ispirato, parlava e insegnava con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. 26Egli cominciò a parlare con franchezza nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. 27Poiché egli desiderava passare in Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto là, fu molto utile a quelli che, per opera della grazia, erano divenuti credenti. 28Confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Paolo a Corinto Da Atene Paolo scende a Corinto, capitale della provincia romana dell'Acaia. La datazione probabile dell'editto di Claudio è l'anno 49 d.C. questo ci permette di datare l'attività di Paolo e di collocare il soggiorno dell'apostolo a Corinto tra il 50 e il 52 d.C. Paolo trova alloggio presso Aquila, originario della provincia romana del Ponto, sul mar Nero. Luca lo presenta come giudeo, forse era già cristiano, ma l'evangelista vuole dare l'impressione che prima dell'arrivo di Paolo a Corinto non esistessero ancora cristiani in città. Aquila e sua moglie Priscilla (o Prisca) erano appena arrivati da Roma, da dove un editto dell'imperatore Claudio (41-54 d.C.) li aveva costretti a partire. Il v. 3 fornisce un'altra informazione interessante, quella sul mestiere di Paolo. Egli era fabbricante di tende o, più genericamente, lavoratore di cuoio. Le lettere dell'apostolo confermano che egli esercitava una professione manuale (1Ts 2,9; 1Cor 4,12; 9,6).

Il v. 4 riflette lo schema lucano: la missione inizia nella sinagoga e riguarda giudei e greci; serve a introdurre i versetti seguenti. L'arrivo di Sila, nominato per l'ultima volta negli Atti, e di Timoteo permette a Paolo di dedicarsi pienamente alla missione, perché questi collaboratori, come pare sottinteso, si occupano del lavoro per guadagnare quanto è necessario al sostentamento. Luca dunque riprende e completa lo schema storico-salvifico: l'apostolo si rivolge prima ai giudei e, solo in seguito al loro rifiuto, ai pagani. La reazione di Paolo al rifiuto dei giudei (v. 6) ricorda quella di Antiochia di Pisidia: scuotere la polvere dalle vesti (in 13,51 scuotono la polvere dai piedi) esprime la rottura di comunione (cfr. Ne 5,13; Mc 6,11). Il gesto è accompagnato da una parola di condanna: Paolo dichiara che i giudei si assumono pienamente le gravi e mortali conseguenze del loro rifiuto (cfr. Lv 20,9-17). L'apostolo chiude con un «sono innocente», cioè non colpevole per quello che accadrà contro di loro; in altri termini, nell'ottica del redattore il Vangelo è stato annunciato a Israele pienamente e nella debita forma.

Notizia senza dubbio storica: l'apostolo si trasferisce dalla sinagoga nella casa di un timorato di Dio, Tizio Giusto. Forse Paolo cercava un locale più ampio per gli incontri. Altra notizia storica: la conversione del capo della sinagoga Crispo, confermata da 1Cor 1, 14. Storicamente bisogna forse invertire i fatti: la predicazione di Paolo nella sinagoga produce la conversione di Crispo e di molti altri al suo seguito; queste conversioni costringono l'apostolo a trovare un locale più spazioso, ma provocano anche la rottura con la sinagoga. Dopo la conversione di tante persone, sorprende che Paolo abbia bisogno di essere confortato da un'apparizione del Risorto e invitato a rimanere a Corinto (vv. 9-10). Probabilmente, per Luca, l'apparizione serve a giustificare la lunga permanenza di Paolo a Corinto (un anno e mezzo: v. 11), alla quale finora il lettore non era abituato. Comunque viene ricordato a quest'ultimo che il vero protagonista della missione è il Risorto.

Di questo lungo soggiorno, Luca narra ancora l'episodio di Gallione. Si tratta di una tradizione indipendente (vv. 12-17); il legame con il contesto è letterario e non cronologico, ed è quindi difficile conoscere in quale momento del soggiorno di Paolo a Corinto sia avvenuto l'incidente. La menzione del proconsole Gallione fornisce la più preziosa indicazione cronologica perla vita di Paolo. Gallione, nato a Cordova in Spagna, era fratello maggiore del filosofo Seneca; prese il nome del padre adottivo Lucius Junius Annaeus Gallio. Luca lo descrive quale modello di atteggiamento di un magistrato romano nei confronti del cristianesimo. Gallione fu proconsole dell'Acaia dal 1° luglio del 51 al 30 giugno del 52 con un margine di incertezza di un anno (52/53). L'incertezza rimane anche per la datazione del soggiorno di Paolo a Corinto, visto che non sappiamo in quale momento del proconsolato di Gallione avvenne l'incontro.

L'accusa mossa dai giudei contro Paolo suona: egli persuade gli uomini ad adorare Dio in modo contrario alla legge (si suppone) romana; Paolo cioè suscita disordini e si pone contro le leggi dello Stato. Ma un bravo magistrato non si lascia ingannare e capisce che si tratta di questioni interne al giudaismo. Paolo non ha neanche bisogno di difendersi, tanto è evidente che il cristianesimo non è ostile allo Stato romano. «Vedetevela voi» conclude Gallione: non è un atteggiamento di indifferenza o di negligenza. Il proconsole non si sottrae alla sua responsabilità, ma rinvia i giudei alla loro competenza, a trattare questioni religiose interne. La punta apologetica di Luca è ben presente: il cristianesimo ha diritto di svilupparsi in pace nell'impero. In realtà chi crea disordini sono i giudei (v. 17; cfr. v. 2). La scena si conclude con un incidente (v. 17): il capo della sinagoga Sostene viene percosso. Da chi? Luca lascia intendere da giudei delusi. Sarebbe più logico che se la prendessero con Paolo! Meglio pensare alla folla presente: quindi una mossa antigiudaica, alla quale Gallione assiste senza intervenire.

Il ritorno ad Antiochia La fine del cosiddetto secondo viaggio missionario, così come presentata dal redattore, orienta l'attenzione del lettore sulla grande metropoli di Efeso, il centro nel quale Paolo soggiornerà alcuni anni. Nell'insieme, tuttavia, il narratore non è in grado di motivare i fatti e gli spostamenti dell'apostolo, e non mancano i punti interrogativi: perché Aquila e Priscilla si recano a Efeso? Perché Paolo fa un voto? Qual è? Dove sono i collaboratori dell'apostolo? Perché va a Gerusalemme, città che l'autore sacro evita di nominare? La brevità stessa dell'accenno alla città santa dà l'impressione che Luca voglia presentare l'attività apostolica di Paolo in terra pagana come un unico viaggio che ha come punto di partenza l'assemblea di Gerusalemme (e quindi l'unità con la Chiesa-madre) e come termine il ritorno nella città santa che porta al suo arresto... come per Gesù. Dopo un anno e mezzo di permanenza a Corinto, Paolo lascia la città, insieme ad Aquila e Priscilla. Destinazione: la Siria, cioè Antiochia; trattandosi probabilmente della provincia romana, è inclusa la Palestina e, quindi, Gerusalemme. A Cenere l'apostolo fa un voto: si rade i capelli (Luca sembra identificare questo rito con il voto stesso, allorché il taglio dei capelli sì fa alla fine del voto, a Gerusalemme). Si pensa al voto di nazireato (cfr. Nm 6,1-21), anche se la descrizione che ne fa il narratore è inesatta. Il voto è fatto come ringraziamento per un pericolo scampato o per chiedere una grazia divina. Luca si basa su di un ricordo storico, ma lo menziona perché gli permette di mostrare la fedeltà dell'apostolo ai costumi del giudaismo. Da Paolo stesso sappiamo che, anche se con la sua teologia della giustificazione, ha rotto con il sistema di salvezza del fariseismo, non ha rotto con le tradizioni del suo popolo (cfr. 1Cor 9,20). Nei vv. 19-21, ciò che storicamente era solo uno scalo per la nave con destinazione Cesarea, viene descritto da Luca come un breve soggiorno di Paolo a Efeso; così facendo, egli non soltanto prepara il lettore al cosiddetto terzo viaggio missionario, ma fa di Paolo il fondatore “onorario” della chiesa di Efeso. En passant il narratore accenna all'andata di Paolo a Gerusalemme e poi ad Antiochia. Motivi per recarsi a Gerusalemme non mancano: concludere il voto fatto a Cenere secondo il rito richiesto e sopratutto assicurarsi la comunione della Chiesa-madre con le Chiese fondate in Macedonia e Acaia. Antiochia, da parte sua, rimane sempre la comunità dove Paolo ha vissuto a lungo; probabilmente doveva anche regolare e programmare insieme a Barnaba la colletta, per la quale i due si erano impegnati all'assemblea di Gerusalemme (Gal 2,10). L'apostolo passò l'inverno 51/52 (o 52/53) ad Antiochia prima di tornare a Efeso, passando per la Galazia (meridionale) e la Frigia. In questo viaggio Paolo porta con sé anche Tito (2Cor 8,16; 12,17-18), che gli Atti non menzionano.

Apollo a Efeso Il narratore colma l'intervallo dell'assenza di Paolo a Efeso con una tradizione relativa ad Apollo, personaggio che Paolo menziona diverse volte nella prima lettera ai Corinzi. Sembra essere stato un missionario giudeo-cristiano colto, itinerante, indipendente da Paolo e attivo a Efeso prima di lui. Luca invece lo descrive come un cristiano zelante, ma non del tutto formato, quindi inferiore a Paolo, e che Priscilla e Aquila integreranno pienamente nella Chiesa apostolica. Uomo colto ed eloquente, tratto che corrisponde bene al suo luogo d'origine, Alessandria (capitale intellettuale del mondo antico di allora), era anche «versato nelle Scritture», come Filone d'Alessandria. L'esposizione lucana è maldestra; il narratore non riesce a combinare il suo punto di vista con la tradizione: come può Apollo predicare Gesù, annunciare l'evento pasquale ed essere «ardente nello Spirito», senza conoscere il battesimo cristiano? Luca, non riconoscendo un cristianesimo indipendente dalla tradizione apostolica rappresentata da Paolo, attribuisce ad Apollo un deficit che dovrà essere colmato. L'attività di Apollo a Corinto (v. 27) è confermata da 1Cor 1-4. Egli viene raccomandato dai «fratelli» di Efeso, preoccupazione normale in caso di un missionario itinerante, ma conferma anche l'esistenza di una comunità a Efeso prima dell'arrivo di Paolo, Aquila e Priscilla in quella città. Infatti, se i «fratelli» fossero stati convertiti da questi ultimi, che senso avrebbe scrivere una lettera di raccomandazione da parte di cristiani ancora sconosciuti alla Chiesa di Corinto? A Corinto, Apollo sfrutta la sua conoscenza delle Scritture per confutare con energia e in pubblico (la sinagoga era vietata ai cristiani?) i giudei (non i pagani). Luca quindi colloca l'attività di Apollo, versato nelle Scritture, in relazione con i giudei, cosa che le lettere di Paolo non confermano.


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A Tessalonica e Berea 1Percorrendo la strada che passa per Anfìpoli e Apollònia, giunsero a Tessalònica, dove c’era una sinagoga dei Giudei. 2Come era sua consuetudine, Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, 3spiegandole e sostenendo che il Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti. E diceva: «Il Cristo è quel Gesù che io vi annuncio». 4Alcuni di loro furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un grande numero di Greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà. 5Ma i Giudei, ingelositi, presero con sé, dalla piazza, alcuni malviventi, suscitarono un tumulto e misero in subbuglio la città. Si presentarono alla casa di Giasone e cercavano Paolo e Sila per condurli davanti all’assemblea popolare. 6Non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli dai capi della città, gridando: «Quei tali che mettono il mondo in agitazione sono venuti anche qui 7e Giasone li ha ospitati. Tutti costoro vanno contro i decreti dell’imperatore, perché affermano che c’è un altro re: Gesù». 8Così misero in ansia la popolazione e i capi della città che udivano queste cose; 9dopo avere ottenuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li rilasciarono. 10Allora i fratelli, durante la notte, fecero partire subito Paolo e Sila verso Berea. Giunti là, entrarono nella sinagoga dei Giudei. 11Questi erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalònica e accolsero la Parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano davvero così. 12Molti di loro divennero credenti e non pochi anche dei Greci, donne della nobiltà e uomini. 13Ma quando i Giudei di Tessalònica vennero a sapere che anche a Berea era stata annunciata da Paolo la parola di Dio, andarono pure là ad agitare e a mettere in ansia la popolazione. 14Allora i fratelli fecero subito partire Paolo, perché si mettesse in cammino verso il mare, mentre Sila e Timòteo rimasero là. 15Quelli che accompagnavano Paolo lo condussero fino ad Atene e ripartirono con l’ordine, per Sila e Timòteo, di raggiungerlo al più presto.

Paolo ad Atene 16Paolo, mentre li attendeva ad Atene, fremeva dentro di sé al vedere la città piena di idoli. 17Frattanto, nella sinagoga, discuteva con i Giudei e con i pagani credenti in Dio e ogni giorno, sulla piazza principale, con quelli che incontrava. 18Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui, e alcuni dicevano: «Che cosa mai vorrà dire questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere uno che annuncia divinità straniere», poiché annunciava Gesù e la risurrezione. 19Lo presero allora con sé, lo condussero all’Areòpago e dissero: «Possiamo sapere qual è questa nuova dottrina che tu annunci? 20Cose strane, infatti, tu ci metti negli orecchi; desideriamo perciò sapere di che cosa si tratta». 21Tutti gli Ateniesi, infatti, e gli stranieri là residenti non avevano passatempo più gradito che parlare o ascoltare le ultime novità.

Il discorso di Paolo all’Areòpago 22Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. 23Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. 24Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio 27perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. 29Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. 30Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agli uomini che tutti e dappertutto si convertano, 31perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».

32Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un’altra volta». 33Così Paolo si allontanò da loro. 34Ma alcuni si unirono a lui e divennero credenti: fra questi anche Dionigi, membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

A Tessalonica e Berea Fedele alla finalità del libro, Luca rivolge la sua attenzione alla diffusione della Parola, e quindi alla nascita delle Chiese, e non alla vita stessa della comunità. L'autore presuppone che il lettore la deduca dal modello della Chiesa-madre nei cc. 2 e 4 del libro. Il lettore vorrebbe anche conoscere qualche cosa sulle occupazioni degli evangelizzatori tra un sabato e l'altro. Paolo stesso informa che lavorava (cfr. 1Ts2,9) e Luca lo sa (cfr. At 18,3; 20,34), ma non crede opportuno dirlo per non distogliere l'attenzione del lettore dall'essenziale. Tessalonica, capitale della provincia romana della Macedonia, godeva della condizione di città libera (amministrazione autonoma, governata da magistrati greci). Era un importante centro politico-economico, culturale e religioso. Paolo si reca nella sinagoga per rispetto alla priorità d'Israele, ma anche per incontrare i greci «credenti in Dio». Il risultato della predicazione nella sinagoga corrisponde all'esperienza generale della missione: pochi giudei e numerosi greci si lasciano convincere. Luca menziona in particolare donne «di alto rango»; forse esprime la stima che l'autore nutre nei confronti della donna nella Chiesa (in 13,50 la stessa categoria di persone è ostile alla predicazione cristiana).

Ai vv. 5-9 si racconta l'avventura capitata a Giasone, probabilmente un giudeo convertito che ospitò gli apostoli, forse anche il loro datore di lavoro. Luca tuttavia imprime il proprio punto di vista nella tradizione ricevuta: colpevolizza i giudei, esagera l'importanza del tumulto e lo trasforma in un'azione giudiziaria. È improbabile che gentaglia di strada trascini un onesto cittadino dinanzi a dei magistrati; normalmente questa gente preferisce la giustizia sommaria! Anche la punizione inflitta a Giasone – una semplice cauzione – indica che il tumulto non aveva la gravità lasciata intendere dal redattore. Le accuse contro il cristianesimo sono di due tipi e corrispondono a quelle mosse al tempo di Luca: mettere sotto-sopra tutta la terra, cioè l'Impero romano (v. 6); la proclamazione di un altro «re», cioè l'accusa di mancanza di lealtà dovuta all'imperatore, di ribellione allo Stato. Segue la partenza verso Berea. La fuga degli apostoli da Tessalonica con l'aiuto della comunità ricorda quella di Paolo da Damasco ed è un tema frequente negli Atti (9,25; 9,30; 13,50-51; 14,20; 17,14): è un aspetto della persecuzione previsto da Gesù (Lc 10,10-16). In contrasto con il comportamento dei giudei di Tessalonica, quelli di Berea sono più accoglienti e aperti. Il motivo della persecuzione viene introdotto al v. 13; essa tuttavia è dovuta ai giudei di Tessalonica. Ne consegue la partenza di Paolo, ma senza Sila e Timoteo che rimangono a Berea, come se il pericolo concernesse soltanto Paolo. Quest'ultimo, invece, accompagnato da fratelli di Berea, arriva al mare. Il testo lascia intendere che l'apostolo giunga ad Atene via mare,

Paolo ad Atene Luca crea un quadro narrativo destinato ad ambientare il discorso dell'apostolo. Egli mette insieme temi ateniesi noti nel mondo ellenistico: i molti templi e divinità, le scuole filosofiche, l'Areopago, la proverbiale curiosità degli Ateniesi. Per Luca Atene rappresenta l'incontro del Vangelo con il mondo della cultura. Non a caso fa parlare l'apostolo all'Areopago dinanzi alle due scuole allora più popolari: gli epicurei e gli stoici. Paolo è solo ad Atene in attesa di Sila e di Timoteo; la sua reazione di fronte alle numerose statue di divinità è tipicamente giudaico-cristiana: non l'ammirazione dinanzi alle opere d'arte, ma lo sdegno contro il culto degli idoli. Lo schema storico-salvifico viene rispettato: Paolo si rivolge prima ai giudei e «credenti in Dio»; ma poi (il tratto è originale negli Atti) assume la veste di filosofo e discute nell'agorà con i passanti e con i filosofi. Tra le accuse mosse contro Paolo e i predicatori cristiani in generale troviamo quella di essere propagandisti di divinità straniere, che corrisponde all'accusa contro Socrate di introdurre in città divinità straniere; l'altra accusa è di essere dei «seminatori di chiacchiere», in altre parole dei ciarlatani. L'Areopago era il colle a nord-ovest dell'Acropoli, era famoso in tutto il mondo antico così come il “Consiglio della città” che si trovava sotto il portico regale a nord-ovest dell'Agorà.

Il discorso di Paolo all’Areòpago Il discorso di Paolo all'Areopago è da considerare come uno dei vertici del libro per l'originalità e per l'importanza che riveste quale esempio di inculturazione. Luca non esita a mutuare espressioni, concetti e perfino citazioni dello stoicismo (si vedano la triade panteistica: vivere-muovere-essere, la citazione di Arato al v. 28b, l'idea su Dio che non ha esigenze, che si prende cura del mondo, l'invito a cercare il logos divino, la parentela tra uomo e divinità) per creare un punto di contatto con l'uditorio, sul quale poi sviluppare il proprio messaggio. Il discorso parte dalla fede biblica nel Dio della rivelazione, creatore dell'universo e dell'uomo, prima di giungere al messaggio propriamente cristiano: il giudizio universale ad opera di Cristo (non nominato), che Dio ha risuscitato dai morti. Pur cercando punti d'intesa con il pensiero culturale pagano, Luca non annacqua l'originalità del messaggio biblico e cristiano. Anche se mutua concetti religiosi dallo stoicismo, l'oratore evita ogni sincretismo. Anzi, questi concetti della filosofia pagana, illuminati dalla fede biblico-cristiana, si vedono svuotati dal loro significato panteistico, per ricevere un contenuto nuovo. Paolo proclama agli Ateniesi che la Provvidenza divina ha dato spazio all'umanità, affinché abbia la possibilità di cercarLo. La ricerca di Dio è dunque iscritta nella natura dell'uomo dalla volontà del Creatore. Luca si pone su un terreno d'incontro con la filosofia greca che, anch'essa, conosce un «cercare la divinità». Ma la prospettiva è diversa: la ricerca di Dio del filosofo riguarda una conoscenza dell'esistenza e dell'essenza della divinità; per Luca (prospettiva biblica) cercare Dio significa lasciarsi coinvolgere esistenzialmente (Dt 4,29; Am 5,6; ecc.). La ricerca di Dio è dunque iscritta nella realtà creaturale dell'uomo; ma, come precisa Paolo, il cammino si fa nell'oscurità (v. 27b). Anche se Dio è vicino all'uomo (Luca di nuovo si serve di concetti dello stoicismo: «Dio è vicino, è con te, è dentro di te», dice Seneca nella sua Lettera 41, I), Egli rimane sempre il Dio nascosto, trascendente (contro il panteismo dello stoicismo). Per l'autore di Atti, una giusta conoscenza di Dio non si ottiene tramite speculazioni astratte che tendono a soddisfare la ricerca intellettuale; la conoscenza di Dio richiede un ascolto da parte dell'uomo, un lasciarsi coinvolgere dal Dio che parla nel creato e nella storia degli uomini e, nell'oggi, richiede un'apertura al messaggio cristiano. Al v. 28, lo sforzo di trovare punti d'intesa con l'uditorio è più che mai evidente. Inizia con una triade di sapore panteistico (vita, moto, essere). Essa dice che l'uomo è totalmente immerso nella divinità. Tuttavia, per Luca, la triade serve a commentare la fede biblica sulla vicinanza del Creatore che dà vita, movimento ed essere alle sue creature. Quando Paolo arriva alla conclusione del discorso (vv. 30-31 ), si allontana decisamente dal terreno comune con la filosofia greca e propone il messaggio cristiano: il tema della conversione al vero Dio, della risurrezione di Gesù e dell'attesa del giudizio (cfr. 1Ts 1,9-1O). Ora, Dio con la proclamazione del Vangelo permette di superare «i tempi dell'ignoranza» e offre una nuova partenza a tutti, quindi anche al mondo pagano. Questo «ma ora» che caratterizza l'oggi, è il tempo inaugurato dalla venuta di Gesù, il tempo presente come tempo di conversione, che termina con il giudizio divino. E per «conversione» l'evangelista non intende soltanto un cambiamento di opinione o un agire secondo la ragione, ma un pentirsi e un rivolgersi con tutto l'essere a Dio e alla sua volontà. Il discorso si chiude in maniera piuttosto brusca, con la menzione della risurrezione di Gesù. Ma Luca tocca proprio il punto più difficile e problematico del messaggio cristiano per la mentalità greca. È conosciuto il gioco di parole: sôma – sêma (corpo – tomba). Nel pensiero greco (platonico) il corpo è visto come la prigione o la tomba dell'anima. Annunciare una risurrezione corporea come compimento definitivo dell'essere umano è un'assurdità. Difatti Luca presenta due tipi di reazione, tutte e due negative: gli uni deridono; gli altri rinviano il dialogo a un'altra occasione. Ma in quale senso? Per approfondire il tema? O nel senso: «Non farti più vedere!»? Quest'ultima possibilità va preferita (cfr. v. 18). In fondo la reazione del mondo pagano non è fondamentalmente diversa da quella di Israele; come i giudei, anche i greci si dividono di fronte alla proclamazione del Vangelo. Questa constatazione è importante per capire correttamente l'ecclesiologia lucana. Il narratore chiude con un risultato positivo: ci sono conversioni. Nomina Dionisio, che la tradizione presenterà come il primo vescovo di Atene (Eusebio di Cesarea, Storia della Chiesa 3,9,10; 4,23,3); Damaris, un nome greco comune. L'autore lascia intendere che dalla predicazione di Paolo ad Atene non è nata una Chiesa. Tuttavia con la conversione di Dionisio, membro del Consiglio della città, il Vangelo porta frutto nel mondo della cultura.


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Attraverso la Macedonia e l'Acaia 1Paolo si recò anche a Derbe e a Listra. Vi era qui un discepolo chiamato Timòteo, figlio di una donna giudea credente e di padre greco: 2era assai stimato dai fratelli di Listra e di Icònio. 3Paolo volle che partisse con lui, lo prese e lo fece circoncidere a motivo dei Giudei che si trovavano in quelle regioni: tutti infatti sapevano che suo padre era greco. 4Percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. 5Le Chiese intanto andavano fortificandosi nella fede e crescevano di numero ogni giorno.

Verso l'Europa 6Attraversarono quindi la Frìgia e la regione della Galazia, poiché lo Spirito Santo aveva impedito loro di proclamare la Parola nella provincia di Asia. 7Giunti verso la Mìsia, cercavano di passare in Bitìnia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; 8così, lasciata da parte la Mìsia, scesero a Tròade. 9Durante la notte apparve a Paolo una visione: era un Macèdone che lo supplicava: «Vieni in Macedonia e aiutaci!». 10Dopo che ebbe questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci avesse chiamati ad annunciare loro il Vangelo.

A Filippi 11Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli 12e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni. 13Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. 14Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare. 16Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una schiava che aveva uno spirito di divinazione: costei, facendo l’indovina, procurava molto guadagno ai suoi padroni. 17Ella si mise a seguire Paolo e noi, gridando: «Questi uomini sono servi del Dio altissimo e vi annunciano la via della salvezza». 18Così fece per molti giorni, finché Paolo, mal sopportando la cosa, si rivolse allo spirito e disse: «In nome di Gesù Cristo ti ordino di uscire da lei». E all’istante lo spirito uscì. 19Ma i padroni di lei, vedendo che era svanita la speranza del loro guadagno, presero Paolo e Sila e li trascinarono nella piazza principale davanti ai capi della città. 20Presentandoli ai magistrati dissero: «Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono Giudei 21e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere né praticare». 22La folla allora insorse contro di loro e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli 23e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. 24Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. 25Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. 26D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. 27Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. 28Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». 29Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; 30poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». 31Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». 32E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. 33Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; 34poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio. 35Fattosi giorno, i magistrati inviarono le guardie a dire: «Rimetti in libertà quegli uomini!». 36Il carceriere riferì a Paolo questo messaggio: «I magistrati hanno dato ordine di lasciarvi andare! Uscite dunque e andate in pace». 37Ma Paolo disse alle guardie: «Ci hanno percosso in pubblico e senza processo, pur essendo noi cittadini romani, e ci hanno gettato in carcere; e ora ci fanno uscire di nascosto? No davvero! Vengano loro di persona a condurci fuori!». 38E le guardie riferirono ai magistrati queste parole. All’udire che erano cittadini romani, si spaventarono; 39vennero e si scusarono con loro; poi li fecero uscire e li pregarono di andarsene dalla città. 40Usciti dal carcere, si recarono a casa di Lidia, dove incontrarono i fratelli, li esortarono e partirono.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Attraverso la Macedonia e l'Acaia Paolo e Sila (quest'ultimo per il momento dimenticato) attraversano la Cilicia (Luca menziona l'esistenza di Chiese finora mai nominate) e la catena del Tauro per arrivare a due città che il lettore non ignora: Derbe e Listra (nel v. 2 sarà menzionata anche Iconio). Nella città di Listra il lettore fa la conoscenza di Timoteo, che diventerà il più fedele collaboratore di Paolo. Perché Paolo lo faccia circoncidere rimane oggetto di discussione, che non trova una risposta convincente: un tale atto su chi già è cristiano va contro la convinzione dell'apostolo (cfr. Gal 2,3-5; 5,2-3; 6,11; 1Cor 7,17-19) e contraddice lo svolgimento narrativo degli Atti: Paolo non sta forse portando a queste comunità le decisioni dell'assemblea di Gerusalemme di non imporre la circoncisione a gentili convertiti? Allora è solo per convenienza od opportunismo? La notizia comunque non imbarazza il narratore, anzi favorisce una sua costante preoccupazione: mostrare che Paolo, benché cristiano, non ha rinnegato le sue radici giudaiche. Il brano si chiude con un sommario (v. 5): la fede rafforzata porta come frutto una crescita in estensione. Il versetto costituisce una pausa narrativa. A partire dal versetto seguente il viaggio pastorale diventa viaggio missionario.

Verso l'Europa La narrazione del viaggio fino a Troade è originale sotto diversi punti di vista: Luca non menziona città, ma regioni. Soprattutto lo Spirito Santo svolge un ruolo determinante, intralciando sistematicamente i progetti umani: i missionari percorrono di conseguenza un itinerario soprannaturalmente orientato verso Troade e quindi verso l'Europa. Per primo lo Spirito divino impedisce di recarsi in Asia, cioè a Efeso, poi verso la Bitinia lungo il mar Nero. Non conviene dare troppa importanza alla logica degli spostamenti attraverso le varie regioni, come se l'apostolo non sapesse dove recarsi. Per Luca è forse un semplice mezzo letterario per far capire al lettore che l'arrivo del Vangelo in Europa è voluto da Dio, perché avvenuto sotto la guida dello Spirito Santo. La visione di Paolo a Troade completa l'orientamento che lo Spirito aveva dato alla missione: arrivare in Europa; ciò significa per Luca rivolgersi definitivamente ai non-giudei (senza dimenticare, come sempre, la priorità d'Israele). Lo stesso Paolo, nella lettera ai Filippesi, conferma l'importanza che egli attribuisce al suo arrivo in Europa (Fil 4,15). Il v.10 presenta la prima “sezione noi”, sorprendente e inatteso salto dalla terza alla prima persona plurale, dando l'impressione che un testimone oculare si sia unito al gruppo dei missionari.

A Filippi Luca descrive la traversata del mare nello stile conciso di un giornale di viaggio, fino a giungere a Filippi sulla via Egnazia, che attraversa l'intera Macedonia da un mare all'altro. Il narratore sa che Filippi è una colonia romana, godeva cioè dello jus italicum (esenzione di certe tasse, auto-governo), ma non è corretto quando afferma che è «la prima città del distretto della Macedonia». Filippi non era capoluogo e la Macedonia non era un distretto, ma una provincia con quattro distretti. I dettagli del v. 13 provengono forse da una tradizione locale: gli apostoli si recano fuori città, in un luogo di preghiera o in un luogo di incontro tra alcune donne timorate di Dio, fra le quali c'era Lidia. Ella si apre al Vangelo e con Lidia «e la sua famiglia» nasce la prima Chiesa domestica a Filippi (per Luca: in Europa).

Come a Cipro, anche all'arrivo in Europa il narratore inserisce un momento di confronto con l'Avversario: scontro vittorioso dello Spirito Santo con lo spirito divinatorio in un ambiente tipicamente pagano. La proclamazione della serva è corretta (v. 17), ma bisogna farla tacere perché la verità detta ha un'origine demoniaca. Esisteva il pericolo, secondo l'autore, di pensare che fosse lecito ai cristiani consultare gli oracoli pagani? La storia è costruita sul modello dei racconti di esorcismo nel vangelo (Lc 4,33-37; 8,26-39); manca tuttavia un accenno alla conversione della serva, e la reazione dei presenti si concentra sui padroni di lei e serve a introdurre il racconto seguente.

Nel narrare l'incarcerazione a Filippi, Luca unisce due generi di racconti: una tradizione che comprende l'arresto, le accuse, la fustigazione, l'incarcerazione e la successiva liberazione (vv. 19-24.35-40), maltrattamenti confermati da Paolo in 1Ts 2,2; al centro (vv. 25-34) un racconto di liberazione miracolosa, che confluisce in un racconto di conversione a carattere edificante. I padroni della serva trascinano Paolo e Sila (dov'è Timoteo?) nell'agorà, la piazza centrale dove si svolge la vita pubblica, con la doppia accusa: essi creano disordini a Filippi e predicano usanze vietate ai Romani. Il lettore sa però che il vero motivo è di ordine economico: l'avidità dei padroni. L'accusa riguarda dunque le «Usanze» giudaiche proibite ai Romani (riposo sabbatico, ecc.) perché si opponevano ai loro valori tradizionali mos maiorum e Filippi era una colonia romana. I padroni puntano sull'antigiudaismo diffuso e la reazione della folla è violenta (vv. 22-23): gli apostoli si trovano in prigione senza potersi difendere. Con i vv. 23-24 entriamo nel genere della liberazione miracolosa: la situazione viene presentata in modo tale che non esiste, umanamente parlando, via d'uscita. Gli apostoli cantano lodi, non suppliche per la loro liberazione, ritratto ideale del giusto sofferente (cfr. Dn 3,24), la cui preghiera diventa anche testimonianza. Con «all'improvviso» (v. 26) Luca collega i canti di lode ai fenomeni prodigiosi intesi come risposta divina: terremoto, porte aperte, catene che si sciolgono sono figure letterarie. L'attenzione del narratore va poi al carceriere; si passa così al racconto di conversione. Paolo torna a prendere l'iniziativa e diviene strumento di salvezza. Il terremoto e gli altri prigionieri sono dimenticati. «Signore, che cosa debbo fare per salvarmi?», chiede il carceriere (v. 30). La formulazione è catechetica e la risposta corrisponde all'insegnamento tradizionale di Luca: la salvezza è legata alla fede in Gesù Cristo. Arriva il momento della catechesi battesimale (vv. 32-33). Luca presenta una scena ideale: catechesi- cura delle ferite (riparare il male commesso)– battesimo – pasto (eucaristico?). Tutto si svolge nella stessa notte; la mattina seguente Paolo e Sila sono di nuovo nel carcere, come se nulla fosse accaduto. Si torna, con il v. 35, alla prima parte del racconto (vv. 19-23): viene dato l'ordine di scarcerazione, un'implicita dichiarazione di innocenza per gli apostoli. Paolo però non si dichiara soddisfatto del trattamento subito. Per Luca si tratta di ristabilire l'apostolo e, quindi, la missione cristiana nei suoi pieni diritti. Soltanto adesso Paolo menziona il suo status di cittadino romano. La reazione dei magistrati è di spavento: fustigare un cittadino romano senza prima sottoporlo a processo è reato. Paolo e Sila lasciano Filippi a testa alta. Ma perché l'apostolo non ha dato la sua identità prima? Forse voleva evitare un processo che poteva trascinarsi a lungo, perdendo così tempo nella sua attività missionaria.


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L'assemblea di Gerusalemme 1Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». 2Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. 3Essi dunque, provveduti del necessario dalla Chiesa, attraversarono la Fenicia e la Samaria, raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. 4Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani, e riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro. 5Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: «È necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè». 6Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. 7Sorta una grande discussione, Pietro si alzò e disse loro: «Fratelli, voi sapete che, già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per bocca mia le nazioni ascoltino la parola del Vangelo e vengano alla fede. 8E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; 9e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. 10Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? 11Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro». 12Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Bàrnaba e Paolo che riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni per mezzo loro. 13Quando essi ebbero finito di parlare, Giacomo prese la parola e disse: «Fratelli, ascoltatemi. 14Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere dalle genti un popolo per il suo nome. 15Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto: 16Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta; ne riedificherò le rovine e la rialzerò, 17perché cerchino il Signore anche gli altri uomini e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore, che fa queste cose, 18note da sempre. 19Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, 20ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue. 21Fin dai tempi antichi, infatti, Mosè ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe». 22Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. 23E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! 24Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. 25Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, 26uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. 27Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. 28È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: 29astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!». 30Quelli allora si congedarono e scesero ad Antiòchia; riunita l’assemblea, consegnarono la lettera. 31Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva. 32Giuda e Sila, essendo anch’essi profeti, con un lungo discorso incoraggiarono i fratelli e li fortificarono. 33Dopo un certo tempo i fratelli li congedarono con il saluto di pace, perché tornassero da quelli che li avevano inviati. [34] 35Paolo e Bàrnaba invece rimasero ad Antiòchia, insegnando e annunciando, insieme a molti altri, la parola del Signore.

I VIAGGI MISSIONARI DI PAOLO (15,36-19,20)

Missione in Macedonia e Acaia (15,36-18,23)

La partenza 36Dopo alcuni giorni Paolo disse a Bàrnaba: «Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunciato la parola del Signore, per vedere come stanno». 37Bàrnaba voleva prendere con loro anche Giovanni, detto Marco, 38ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro, in Panfìlia, e non aveva voluto partecipare alla loro opera. 39Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro. Bàrnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. 40Paolo invece scelse Sila e partì, affidato dai fratelli alla grazia del Signore. 41E, attraversando la Siria e la Cilìcia, confermava le Chiese.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

L'assemblea di Gerusalemme Siamo a una svolta nel libro. Viene legittimata la missione verso il mondo pagano sulla base dell'affermazione che non la Legge di Mosè, ma la grazia di Cristo salva. Pietro, che ha inaugurato la missione della Chiesa prima verso Israele (At 2) e poi verso i pagani (At 10), appare per l'ultima volta; subentra Paolo come protagonista principale. Termina il tempo apostolico; in 16,4 i Dodici (cioè gli Undici, in seguito all'uccisione di Giacomo) sono menzionati per l'ultima volta. Anche Gerusalemme passa in secondo piano; la città santa diventa ciò che era all'epoca dello scrittore: un venerato ricordo, ma anche una città divenuta estranea per la sua chiusura al cristianesimo. D'altra parte l'assemblea di Gerusalemme costituisce l'inizio della grande missione dell'epoca post-apostolica, una missione ormai libera dal problema della Legge e che darà nascita alla Chiesa delle genti. Mostrare la continuità tra il tempo apostolico e la Chiesa post-apostolica rima- ne una preoccupazione fondamentale dell'autore sacro: è dal collegio dei Dodici e dalla Chiesa-madre che proviene la legittimazione della missione in terra pagana. L'importanza che Luca attribuisce alle decisioni dell'assemblea di Gerusalemme è data anche dal grandioso scenario che egli offre al lettore: sono presenti gli apostoli, gli anziani, l'intera comunità; sono pronunciati discorsi dalle principali autorità, viene scritta una lettera ufficiale. Insomma Luca presenta un'assemblea plenaria in regola per pronunciare decisioni universalmente vincolanti. Cosa insegna Luca in At 15? Non è direttamente l'accoglienza dei pagani nella Chiesa, questione già risolta in 11,1-18, ma le questioni sorte come conseguenza di tale accoglienza: bisogna circoncidere i pagani convertiti? Come risolvere la convivenza, soprattutto i pasti in comune, tra giudeo-cristiani e pagano-cristiani?

Il problema è esposto con chiarezza fin dal primo versetto: è necessaria la circoncisione per salvarsi? Richiedere ai non-giudei convertiti la circoncisione poteva esprimere la buona intenzione di fame membri d'Israele a pieno titolo, legittimi eredi delle promesse divine al popolo eletto. Paolo e Barnaba sono inviati a Gerusalemme come delegati della Chiesa di Antiochia. Il viaggio avviene per tappe, ripercorrendo zone già evangelizzate. Anche l'accoglienza a Gerusalemme è festosa; sono presenti gli apostoli e gli anziani, sempre nominati insieme in questo capitolo: c'è unità e continuità tra le generazioni di governo.

Nella prima parte del suo discorso, Pietro, si aggancia all'episodio della conversione di Cornelio; nella sua brevità il discorso presuppone la conoscenza dell'evento da parte del lettore. Pietro ricorda alla Chiesa di Gerusalemme, che Luca immagina riunita in un'assemblea plenaria, ciò che già le aveva detto in At 11,4-17. Pietro dunque non tocca direttamente la questione della circoncisione, né si riferisce all'esperienza del primo viaggio missionario fatto da Barnaba e Paolo. Perché? Perché per Luca è l'evento della conversione di Cornelio ad avere un valore fondante e normativo; esso legittima anche la missione di Barnaba e Paolo. Nella seconda parte del suo discorso l'apostolo tira le conseguenze: la libertà dalla Legge per i pagano-cristiani. Ormai opporsi all'evidente volontà di Dio (manifestata nel dono dello Spirito Santo ai pagani convertiti) equivale a «tentare» Dio. Pietro conclude con una professione di fede che capovolge la prospettiva: non i pagani sono salvati come i giudei, ma i secondi sono salvati allo stesso modo dei primi; in altri termini, Dio si è servito del modo di salvare i pagani per fare comprendere ai giudeo-cristiani che anche per loro non la Legge, ma la gratuità divina sta all'origine della loro salvezza. Luca costruisce il discorso di Pietro con un linguaggio paolino: la giustificazione si ottiene mediante la fede e non la Legge. Tuttavia Luca testimonia un paolinismo post-paolino; il suo concetto della Legge come giogo pesante corrisponde alla visione di un cristiano ellenista che guarda dal di fuori. Non è il concetto che ne avevano Gesù, ma neppure Paolo, e tantomeno il giudaismo. Per Luca la Legge non può salvare a motivo dell'incapacità dell'uomo a osservarla e per le sue esigenze di purità, che ostacolano la vita di comunione tra membri provenienti dal giudaismo e membri provenienti dal paganesimo. Per Paolo, invece, è la debolezza della Legge stessa (di fronte all'uomo peccatore) che la rende inefficace.

Dopo il silenzio dell'assemblea che Luca non spiega (silenzio di consenso? di rispetto per Pietro? di buona disposizione ad ascoltare il seguito?) Barnaba e Paolo aggiornano per la quarta volta(!) sugli esiti del primo viaggio missionario, mettendo in luce i segni e i prodigi, garanzia della presenza divina e dell'agire dello Spirito Santo, che conferma l'entrata dei pagani nella Chiesa senza che si sottomettano ai dettami della Legge.

Poi inizia Giacomo, il «fratello del Signore»; egli riassume il pensiero di Pietro, lo fonda con una citazione dell' AT e ne ricava un'applicazione concreta: il decreto apostolico o decreto di Giacomo. Giacomo approva Pietro: il popolo consacrato, che Dio da sempre aveva in mente, è il popolo di Dio identificato con la Chiesa e costituito da membri che provengono dal giudaismo e dal paganesimo. Alla fine, Giacomo tira la conseguenza, tutta lucana: l'entrata delle nazioni nella Chiesa, annunciata dai profeti, comporta la libertà dalla Legge di Mosè. Per Luca questa verità proclamata da Giacomo è definitiva; essa corrisponde al pensiero di Pietro, il rappresentante del collegio apostolico, ed è da sempre prevista da Dio, annunciata dalla Scrittura, confermata da «segni e prodigi». Segue il cosiddetto “decreto di Giacomo”, che Luca non considera una parziale sottomissione alla Legge, ma condizione per consumare i pasti in comune in una Chiesa mista. Storicamente tale decreto riguardava l'osservanza di alcune regole di tipo rituale richieste allo «straniero che abita nel paese» (Lv 17-18), e che ora è esigita ai pagano-cristiani per rendere possibile prendere i pasti in comune con i giudeo-cristiani. Si chiede ai non-giudei convertiti di astenersi dalla carne sacrificata nei templi pagani, di evitare matrimoni incestuosi, di non mangiare animali uccisi senza che ne sia stato tolto il sangue, di non bere tale sangue. Giacomo giustifica questa disposizione al v. 21 con un'affermazione del tutto oscura, ma che probabilmente vuol dire che queste regole sono così conosciute da essere accettate da tutti. In pratica, per consumare i pasti in comune si richiede ai membri provenienti dal paganesimo un compromesso minimo indispensabile con la Legge di Mosè, per rispetto ai giudeo-cristiani, la cui vita continua ad essere regolata dalla Torà.

Viene scritta una lettera dall'assemblea per trasmettere il decreto e dà il carattere ufficiale all'insieme. Il tutto avviene nella totale unanimità dell'intera Chiesa- madre. Per Luca il problema della convivenza tra giudei e pagani convertiti, iniziato con l'episodio di Cornelio, è giudicato definitivamente risolto e chiuso. E dunque il narratore può concentrarsi sulla missione universale di Paolo. Per accompagnare Barnaba e Paolo ad Antiochia sono nominati un certo Giuda Barsabba e Sila, che rappresentano la Chiesa di Gerusalemme.

La decisione dell'assemblea (v. 28) viene espressa con la famosa formula: «Piacque allo Spirito Santo e a noi»: lo Spirito Santo ispira le decisioni dell'autorità prese in unità con la Chiesa; una decisione dunque che suppone la sottomissione allo Spirito Santo e non la sua manipolazione. E la volontà divina è di non imporre ai pagani convertiti il giogo della Legge, ma solo ciò che è necessario non per la salvezza, ma per vivere la comunione tra tutti in una Chiesa mista. La lettera chiude riformulando il decreto di Giacomo con un ordine diverso, ma che corrisponde meglio a quello di Lv 17-18.

L'insieme finisce con un sommario (v. 35). Esso fa inclusione con 14,28, delimitando bene la parte centrale del libro, costituita dall'assemblea di Gerusalemme. Luca insiste sugli effetti del decreto ad Antiochia: gioia, consolazione e conforto. Infatti il decreto pone termine alla serie di problemi nati con la missione presso i pagani. Giuda e Sila tornano a Gerusalemme dopo avere assolto il compito a loro affidato nella lettera: accompagnare con la parola il contenuto dello scritto. I due si congedano con il saluto della pace abituale in Oriente ma che, nel contesto, ha un valore pregante: l'unità tra le Chiese di Antiochia e di Gerusalemme è consolidata.

I VIAGGI MISSIONARI DI PAOLO (15,36-19,20) Dopo l'assemblea di Gerusalemme, nella narrazione degli Atti, la figura di Paolo evolve, entra nella maturità della sua vocazione: non più un evangelizzatore delegato dalla comunità di Antiochia, che svolge la sua attività in quella zona insieme a Barnaba, ma il grande apostolo delle genti, indipendente da qualsiasi Chiesa locale, così come lo conosciamo attraverso le sue lettere; l'apostolo si sa unito direttamente alla Chiesa apostolica tramite l'assemblea di Gerusalemme che ha approvato il Vangelo di Paolo. La quarta tappa può suddividersi in due sezioni, che corrispondono al secondo e terzo viaggio missionario. Le due sezioni sono: l'attività in Europa (Macedonia e Acaia: 15,36-18,23) e l'attività in Asia Minore (Efeso: 18,24-19,20). A partire da 19,21 inizia l'ultima parte del libro: Paolo assume il ruolo di testimone sofferente di Cristo, il cui destino è parallelo a quello di Gesù.

La partenza per la Macedonia e l'Acaia Inizia il secondo viaggio missionario. Ci sono delle novità rispetto al primo (At 13-14): Paolo non parte più con Barnaba, ma con Sila, ed egli non parte più come delegato della Chiesa di Antiochia, bensì di propria iniziativa, anche se con l'accordo della Chiesa (15,40). L'autore sacro tuttavia tiene anche a mostrare la continuità e con l'assemblea di Gerusalemme e con il primo viaggio missionario. Inoltre presenta il nuovo viaggio come una visita pastorale alle Chiese fondate in precedenza. È soltanto per opera dello Spirito Santo che questa visita si trasformerà in un viaggio missionario a largo respiro.

Un primo insieme (vv. 36-41) parla della separazione tra Paolo e Barnaba. Tutto inizia quando, sulla proposta di Paolo di rivedere le comunità già fondate, Barnaba vuole portare anche Giovanni Marco: ne segue il dissenso, del quale Luca rende responsabile Marco. La scena pare costruita dal redattore, che probabilmente avrà avuto una vaga eco dell'incidente di Antiochia (cfr. Gal 2,11-13). Barnaba e Marco tornano a Cipro (patria di Barnaba): la notizia può esse- re storica; li perdiamo di vista. Il futuro della missione si concentra, nel libro, sull'attività di Paolo. Secondo Luca, l'intenzione che muove Paolo a intraprendere questo viaggio è pastorale; la destinazione sono le città dell'Anatolia evangelizzate nel primo viaggio. Paolo e Sila (quest'ultimo per il momento dimenticato) attraversano la Cilicia (Luca menziona l'esistenza di Chiese finora mai nominate) e la catena del Tauro per arrivare a due città già conosciute dal lettore: Derbe e Listra (in 16,2 sarà menzionata anche Iconio).


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La predicazione a Iconio 1Anche a Icònio essi entrarono nella sinagoga dei Giudei e parlarono in modo tale che un grande numero di Giudei e di Greci divennero credenti. 2Ma i Giudei, che non avevano accolto la fede, eccitarono e inasprirono gli animi dei pagani contro i fratelli. 3Essi tuttavia rimasero per un certo tempo e parlavano con franchezza in virtù del Signore, che rendeva testimonianza alla parola della sua grazia e concedeva che per mano loro si operassero segni e prodigi. 4La popolazione della città si divise, schierandosi alcuni dalla parte dei Giudei, altri dalla parte degli apostoli. 5Ma quando ci fu un tentativo dei pagani e dei Giudei con i loro capi di aggredirli e lapidarli, 6essi lo vennero a sapere e fuggirono nelle città della Licaònia, Listra e Derbe, e nei dintorni, 7e là andavano evangelizzando.

Il miracolo frainteso a Listra 8C’era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato. 9Egli ascoltava Paolo mentre parlava e questi, fissandolo con lo sguardo e vedendo che aveva fede di essere salvato, 10disse a gran voce: «Àlzati, ritto in piedi!». Egli balzò in piedi e si mise a camminare. 11La gente allora, al vedere ciò che Paolo aveva fatto, si mise a gridare, dicendo, in dialetto licaònio: «Gli dèi sono scesi tra noi in figura umana!». 12E chiamavano Bàrnaba «Zeus» e Paolo «Hermes», perché era lui a parlare. 13Intanto il sacerdote di Zeus, il cui tempio era all’ingresso della città, recando alle porte tori e corone, voleva offrire un sacrificio insieme alla folla. 14Sentendo ciò, gli apostoli Bàrnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: 15«Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. 16Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; 17ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori». 18E così dicendo, riuscirono a fatica a far desistere la folla dall’offrire loro un sacrificio. 19Ma giunsero da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. 20Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò ed entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe.

Ritorno ad Antiochia 21Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, 22confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». 23Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. 24Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia 25e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; 26di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. 27Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede. 28E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

La predicazione a Iconio Iconio, l'odierna Konya, si trova circa 140 km da Antiochia di Pisidia, allora colonia romana. Luca non pare avere notizie precise; segue lo schema presente nella narrazione di Antiochia di Pisidia: predicazione nella sinagoga – successo e opposizione – persecuzione – fuga in altre città. Dio agisce per mano di Paolo e di Barnaba come ha fatto con i Dodici (cf 5,12); c'è quindi continuità tra il collegio apostolico delle origini e coloro che sono all'origine della Chiesa pagano-cristiana. Proprio questa continuità tra i Dodici e i nostri missionari può spiegare perché Luca mantiene il titolo di «apostolo» (vv. 4.14), che avrà letto nella fonte (antiochena?) e che riserva sempre ai Dodici: come questi ultimi, Paolo e Barnaba sono inviati da Gesù risorto per fondare le comunità cristiane. Dopo Iconio, gli evangelizzatori predicano a Listra (o Listri) e a Derbe. Luca conosce l'itinerario trovato probabilmente nell'archivio della Chiesa di Antiochia di Siria.

Il miracolo frainteso a Listra Prima di giungere a Derbe, Paolo e Barnaba si fermano a Listra, cittadina a 30 km da Iconio. Nella trama del libro questa tappa segnala un progresso nella missione: per la prima volta gli evangelizzatori si rivolgono a pagani veri e propri, non «timorati di Dio» legati alla sinagoga. Più precisamente il narratore presenta l'impatto dell'attività missionaria sul paganesimo popolare e i problemi che esso suscita: come esercitare il potere taumaturgico inerente a tale attività senza essere fraintesi e considerati manifestazione di qualche divinità? Il racconto del miracolo (vv. 8-10) segue la struttura tradizionale dei racconti di guarigione; questo miracolo ricorda in particolare quello dello storpio in At 3,2-10, rassomiglianza forse intenzionale per mettere in parallelo e continuità Pietro e Paolo. Il redattore non dimentica l'insegnamento per il lettore e il v. 9 è indirizzato a lui, mostrando il legame che esiste tra la predicazione e l'ascolto come disponibilità alla fede, a sua volta condizione per la guarigione-salvezza. Siccome il racconto di guarigione serve a introdurre la scena successiva, non era opportuno riferire il contenuto del discorso di Paolo. La reazione della folla (vv. 11-13) è in sintonia con la mitologia del posto; essa infatti non manca di suggerire la tradizione locale di Filemone e Bauci, che accolgono in casa Giove e Mercurio(= Zeus ed Hermes) apparsi con aspetto umano. I due missionari sono considerati delle divinità: reazione superstiziosa di persone incolte. Il fatto che i presenti parlino il dialetto serve per la suspense narrativa: gli apostoli non capiscono subito dando il tempo utile per preparare un sacrificio. Scambiare Paolo per Hermes, il dio dell'eloquenza, permette di cogliere la stima di Luca per l'arte oratoria del grande apostolo, cosa che non sembra corrispondere del tutto alla realtà (cfr. 1Cor 2,1-5; 2Cor 10,10; 11,6). Nella descrizione del v. 13 non bisogna andare in cerca della plausibilità storica, ma dell'arte narrativa di Luca. Quando finalmente i due missionari comprendono l'errore, la loro reazione è energica e testimonia l'orrore religioso di un giudeo e di un cristiano di fronte al politeismo, così come di fronte al tentativo di divinizzare un uomo. Segue un breve discorso che anticipa quello di Atene (At 17,22-31): un caratteristico discorso rivolto a un pubblico solo pagano; quindi non ci sono citazioni bibliche, né elementi della storia d'Israele. Trattandosi soltanto dell'inizio di un possibile discorso missionario, manca anche la parte centrale dell'annuncio, l'evento-Cristo e l'appello alla conversione. Il discorso offre al lettore la prima tappa richiesta a un pagano che si converte: allontanarsi dagli idoli per adorare l'unico vero Dio, creatore del mondo. Questo Dio, che ha creato tutto, è anche paziente e buono verso un'umanità nella quale regna la confusione. Egli rivela questo suo modo d'essere concedendo la pioggia e le stagioni con i loro frutti; infine si preoccupa di nutrire l'uomo, rendendolo felice e contento. La reazione al deciso rifiuto di divinizzazione e al discorso anti-politeista di Paolo è descritta con rapidi tratti al v. 18: solo a stento si riesce a impedire il sacrificio. Con i vv. 19-20 si ha un brusco cambiamento di scena: senza soluzione di continuità la persecuzione segue al successo apostolico. Luca ha qualche notizia (cfr. 2Tm 3, 11; 2Cor 11,25: la lapidazione), ma non vuole fare una cronaca; quindi non può essere giudicato secondo i moderni criteri di storicità. A Luca interessa mettere in luce il motivo della persecuzione degli evangelizzatori, l'opposizione dei giudei, la protezione divina degli apostoli. Barnaba è dimenticato per riapparire al v. 20, quando i due partono per Derbe, 90 km da Listra. Luca dà l'impressione di voler finire in fretta questo racconto

Ritorno ad Antiochia Il ritorno ad Antiochia di Siria non avviene per la via più breve, passando per Tarso; i missionari scelgono di ripassare per le città evangelizzate: si tratta di esortare le nuove comunità. Luca offre al lettore una lezione di cura pastorale: è necessario fortificare i convertiti nella nuova esistenza. Da qui l'esortazione a rimanere fedeli nella fede, cioè a perseverare in una vita conforme alle esigenze di Gesù. Ora la sofferenza per la fede è parte della vita cristiana come condizione di salvezza (v. 22b): si tratta di percorrere la stessa via di Gesù per entrare nella gloria (Le 24,26). Per Luca, le tribolazioni non sono riservate agli evangelizzatori, ma riguardano tutti i credenti. Queste non sono identificate con le persecuzioni soltanto, ma con le prove dell'esistenza quotidiana, prove inevitabili in una vita autenticamente cristiana. Non è questione di dolorismo, ma di un cammino posto sotto il disegno divino (espresso dal verbo greco deî, cfr. «dobbiamo» di 14,22; riferito a Gesù: Lc 24,26) che conferisce una dimensione salvifica a queste prove e sofferenze. L'altro impegno della cura pastorale sta nel costituire una struttura che dia stabilità alla vita della comunità (v. 23). Luca nomina gli anziani (presbiteri), una responsabilità collegiale alla testa della comunità, sul modello della Chiesa di Gerusalemme, che a sua volta ricalca l'organizzazione sinagogale; questa struttura era probabilmente dominante nella Chiesa all'epoca del redattore. Infine Luca menziona un atto liturgico (preghiera e digiuno) che ricorda At 13,3; sembra che si riferisca non a un rito di ordinazione, ma a una cerimonia di commiato. Con essa intende affidare tutti i credenti della giovane comunità alla protezione di Dio. Per il seguito il narratore si serve di un itinerario conservato probabilmente nella Chiesa di Antiochia: i missionari percorrono la regione montagnosa della Pisidia; poi scendono a Perge e Attalia (oggi Andalya) per imbarcarsi alla volta di Antiochia. Al v. 26, l'autore si agganncia all'inizio: è compiuta l'opera per la quale i missionari «erano stati raccomandati alla grazia di Dio». Ora quest'opera ha ricevuto un volto: l'entrata dei pagani nella Chiesa come volontà di Dio. Con questo viaggio missionario Luca ha saputo esporre plasticamente il problema che l'assemblea di Gerusalemme dovrà affrontare e risolvere: l'esistenza in terra pagana di Chiese miste, cioè composte da membri provenienti dal giudaismo e dal paganesimo. I vv. 27-28 concludono la seconda parte del libro (8,1b-14,28), che inizia con la persecuzione a Gerusalemme e si chiude con l'entrata dei pagani nella Chiesa. Il seme produce frutto. Il comunicare l'esperienza missionaria alla comunità, dalla quale furono delegati, è un compito importante: accresce la vita stessa della comunità e comunica la dimensione ecclesiale all'impresa missionaria: l'unica Chiesa si incarna in molte Chiese. Anche queste “relazioni” degli evangelizzatori sono a disposizione di Luca per comporre la sua opera. L'ultimo versetto costituisce una pausa narrativa, che descrive la comunione di vita con i fratelli. Il versetto a sua volta si ricollega a 15,35 con il quale fa inclusione racchiudendo la parte centrale del libro: l'assemblea di Gerusalemme.


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Il primo viaggio missionario 13,1-14,28

L'invio in missione 1C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. 2Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». 3Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono.

La missione a Cipro 4Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro. 5Giunti a Salamina, cominciarono ad annunciare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con sé anche Giovanni come aiutante. 6Attraversata tutta l’isola fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Iesus, 7al seguito del proconsole Sergio Paolo, uomo saggio, che aveva fatto chiamare a sé Bàrnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio. 8Ma Elimas, il mago – ciò infatti significa il suo nome –, faceva loro opposizione, cercando di distogliere il proconsole dalla fede. 9Allora Saulo, detto anche Paolo, colmato di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui 10e disse: «Uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie diritte del Signore? 11Ed ecco, dunque, la mano del Signore è sopra di te: sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole». Di colpo piombarono su di lui oscurità e tenebra, e brancolando cercava chi lo guidasse per mano. 12Quando vide l’accaduto, il proconsole credette, colpito dall’insegnamento del Signore.

Antiochia di Pisidia: il discorso di Paolo 13Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. 14Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. 15Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagoga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!». 16Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse: «Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. 17Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. 18Quindi sopportò la loro condotta per circa quarant’anni nel deserto, 19distrusse sette nazioni nella terra di Canaan e concesse loro in eredità quella terra 20per circa quattrocentocinquanta anni. Dopo questo diede loro dei giudici, fino al profeta Samuele. 21Poi essi chiesero un re e Dio diede loro Saul, figlio di Chis, della tribù di Beniamino, per quarant’anni. 22E, dopo averlo rimosso, suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”. 23Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. 24Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. 25Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”. 26Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza. 27Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato; 28pur non avendo trovato alcun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che egli fosse ucciso. 29Dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. 30Ma Dio lo ha risuscitato dai morti 31ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo. 32E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, 33perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato. 34Sì, Dio lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia mai più a tornare alla corruzione, come ha dichiarato: Darò a voi le cose sante di Davide, quelle degne di fede. 35Per questo in un altro testo dice anche: Non permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. 36Ora Davide, dopo aver eseguito il volere di Dio nel suo tempo, morì e fu unito ai suoi padri e subì la corruzione. 37Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subìto la corruzione. 38Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera sua viene annunciato a voi il perdono dei peccati. Da tutte le cose da cui mediante la legge di Mosè non vi fu possibile essere giustificati, 39per mezzo di lui chiunque crede è giustificato. 40Badate dunque che non avvenga ciò che è detto nei Profeti: 41Guardate, beffardi, stupite e nascondetevi, perché un’opera io compio ai vostri giorni, un’opera che voi non credereste se vi fosse raccontata!». 42Mentre uscivano, li esortavano ad annunciare loro queste cose il sabato seguente. 43Sciolta l’assemblea, molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio. 44Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. 45Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. 46Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. 47Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra». 48Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. 49La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. 50Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. 51Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. 52I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Il primo viaggio missionario Si tratta della prima evangelizzazione a largo raggio programmata da una Chiesa locale. Certamente il narratore ha potuto usufruire di qualche tradizione e ricordo storico (itinerario di viaggio, nome dei protagonisti, notizie di persecuzioni, racconti popolari di miracoli), ma il lavoro redazionale è predominante. Luca compone un insieme armonioso, con il discorso di Paolo al centro, e secondo una progressione che va dalla proclamazione del Vangelo nelle sinagoghe della diaspora alla sua proclamazione in ambienti pagani rurali, popolari (Listra). Il tutto serve a confermare le decisioni dell'assemblea di Gerusalemme (At 15,28-29). Luca inoltre, trattandosi del primo viaggio missionario in grande stile, l'ha idealizzato, presentandolo come una missione in piena conformità alle esigenze di Gesù esposte nel vangelo (Lc 9,1-6; 10,1-11). In questo racconto, l'interesse per Saulo sta crescendo: per la prima volta viene chiamato con il nome di Paolo con il quale è conosciuto nella Chiesa. E Paolo poco a poco prende l'iniziativa della missione: se all'inizio il redattore ricorre al binomio «Barnaba e Saulo», a partire daAt 13,9 inverte l'or- dine («Paolo e Barnaba»).

L'invio in missione Per introdurre il racconto, Luca utilizza un elenco di responsabili della comunità di Antiochia, chiamati «profeti e dottori», che hanno rispettivamente la funzione di esortare, incoraggiare la comunità e di insegnare, trasmettendo e approfondendo la tradizione di Gesù. A parte Barnaba e Saulo, gli altri sono rimasti sconosciuti. Il rito dell'elezione e del commiato dei missionari riflette la prassi ecclesiale dell'epoca di Luca: preghiera associata a digiuno, imposizione delle mani come rito che affida alla protezione divina persone scelte dalla comunità. Luca inizia dunque con il quadro solenne di un invio deciso allo Spirito Santo: la missione in terra pagana è voluta da Dio. Il lettore non può nutrire dubbi. Per il momento il narratore scrive soltanto che gli evangelizzatori sono scelti dallo Spirito «per l'opera alla quale li ho destinati», senza precisare concretamente quale. Infatti l'impresa non è programmata da mente umana, ma si svolge sotto la guida dello Spirito Santo che invia due missionari, come raccomandato da Gesù (Le 1O,1); il lettore stesso potrà costatare il lavoro dello Spirito man mano che progredisce nella lettura. Soltanto adesso, nella logica di Luca, Paolo diventa «l'apostolo delle genti», e cioè dopo che Pietro ha inaugurato tale missione.

La missione a Cipro Luca riferisce sommariamente le tappe fino a Pafo, residenza del proconsole Sergio Paolo, ma ricorda che è sempre lo Spirito Santo a guidare la missione; al v. 5 introduce Giovanni detto Marco e lo presenta come «assistente». A Pafo i missionari devono affrontare l'ostacolo di un mago di corte, un certo Bar-Iesu, come ne esistevano molti nella società: teologo di corte, indovino, astrologo, consigliere, membro di una religione marginale; nel linguaggio popolare la parola «mago» è spesso sinonimo di «imbroglione, truffatore». Il redattore riprende una tradizione, con ogni probabilità appartenente al genere «miracolo di punizione» o «giudizio di Dio», destinata a dimostrare la superiorità dell'evangelizzatore e del suo messaggio. Nella persona di Paolo e del mago si contrappongono i veri antagonisti invisibili: Dio e Satana. Un simile racconto era adatto come “portale d'ingresso” per i viaggi missionari: affrontare il mondo pagano richiede il potere di superare colui che ne è il dominatore, Satana. Il racconto non manca di ricordare un famoso modello anticotestamentario: la rivalità tra Mosè/Aronne e i maghi d'Egitto sotto gli occhi del Faraone. Ma Luca s'interessa anche a un altro confronto preannunciatore dell'esperienza di apostolato della Chiesa: il rifiuto globale del popolo d'Israele, rappresentato dal giudeo Bar-Iesu, opposto all'atteggiamento, favorevole al Vangelo, del mondo pagano rappresentato dal romano Sergio Paolo. Il narratore comincia a mettere in primo piano la persona di Paolo: egli solo è attivo e ora riceve per la prima volta il nome di Paolo e così d'ora innanzi sarà sempre chiamato. Luca dedica il v. 12 alla conversione del proconsole. Quest'ultimo non assiste al miracolo per semplice curiosità; vuole ascoltare la parola di Dio (v. 7). Proprio quest'atteggiamento di apertura al Vangelo, e non soltanto la vista del miracolo, provoca la sua adesione alla fede cristiana. La sua conversione è quindi autentica. Evidentemente Luca non dimentica la sua funzione di maestro nei confronti del lettore. Certo, la conversione di un proconsole non può essere soltanto un evento privato, ma dovrebbe aprire un fruttuoso campo d'apostolato a Pafo. Perché allora i missionari lasciano la città? Forse, parlando della conversione del proconsole, Luca segue un intento teologico e catechetico piuttosto che storico.

Antiochia di Pisidia: il discorso di Paolo I due apostoli – escluso Marco che torna a casa (cfr. 15,37-39) – puntano su Antiochia di Pisidia, cioè sul centro narrativo e teologico del primo viaggio missionario. L'insieme della scena è paradigmatico: l'annuncio cristiano prima rivolto a Israele trova una generale accoglienza favorevole; in un secondo tempo c'è il rifiuto di gran parte dei giudei, la conseguente persecuzione e il rivolgersi degli evangelizzatori ai pagani. È uno schema storico-salvifico, che Luca mantiene fedelmente fino alla fine del libro, e che ora sviluppa plasticamente sdoppiando la visita alla sinagoga, con un esito prima positivo e poi negativo.

Il discorso di Paolo è rivolto a giudei, quindi inizia con la storia d'Israele: una storia di promessa salvifica che si realizza nella risurrezione di Gesù. Ma, in quanto pronunciato da Paolo, Luca vi introduce un tema centrale della sua teologia: la giustificazione mediante la fede. Poiché nella sinagoga sono presenti i timorati di Dio (pagani che simpatizzano per la religione d'Israele), il discorso si apre all'universalismo, all'opera “incredibile” di Dio (v. 41), e cioè che la salvezza promessa a Israele sarà proclamata a tutta l'umanità. Il discorso di Paolo giustifica teologicamente il passaggio dalla missione verso Israele alla missione verso i pagani, pur nel rispetto della priorità del popolo eletto. La chiusura d'Israele nei confronti del Vangelo porta alla nascita di una Chiesa essenzialmente pagano-cristiana, che al tempo dell'evangelista non ha più la possibilità di rivolgersi a Israele come popolo. Anche se, rifiutando il Vangelo, Israele rinuncia alla sua funzione nella storia della salvezza, tuttavia conserva il privilegio di popolo della promessa, nel quale la stessa Chiesa pagano-cristiana deve radicarsi in modo permanente, pur senza il popolo giudaico attuale. Per Luca una Chiesa che si stacca dalla sua radice, che è l'Israele di Dio, rompe con la storia della salvezza. Nella pratica poi, sempre per l'autore sacro, il rifiuto da parte dei giudei non è mai totale, così come non è mai totale l'accoglienza da parte dei pagani. E quindi la Chiesa deve instancabilmente annunciare il Vangelo alle due categorie religiose.

Il v. 48 conclude con un'espressione che per il lettore moderno sa di predestinazionismo: «tutti quelli che erano destinati alla vita eterna abbracciarono la fede». Ma tale problematica non appartiene alla mentalità dell'evangelista. Egli vuole soltanto dire che non tutti i pagani di Antiochia hanno accolto la fede che è comunque sempre una grazia. L'espressione certo implica che all'origine della conversione c'è l'azione divina, ma essa non ostacola la libertà di scelta dell'uomo. Se da una parte la parola di Dio si diffonde, come si legge nel sommario del v. 49, dall'altra la reazione ostile si fa più violenta. Vi partecipano donne «di alto rango», assidue frequentatrici della sinagoga: una tradizione attendibile che Luca generalizza per dare un carattere tipico alla scena. La reazione violenta tuttavia tocca non la giovane comunità, ma gli apostoli che devono partire... la missione prosegue.

Conformemente alla consegna data da Gesù (Lc 9,5; 10,11), Paolo e Barnaba compiono un gesto simbolico (v. 51) che indica una rottura totale con la città considerata pagana e quindi impura, gesto però inopportuno visto che ad Antiochia di Pisidia esiste ormai una piccola comunità cristiana! Ma Luca tiene a presentare gli apostoli come dei modelli che si attingono interamente alle consegne di Gesù.

Il racconto finisce con il menzionare la vita della comunità appena nata, ma che ha in sé le caratteristiche dell'autenticità: la pienezza della gioia e la pienezza dello Spirito Santo.


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L'esecuzione di Giacomo, l'arresto e la liberazione di Pietro 1In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. 2Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. 3Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi. 4Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. 5Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. 6In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. 7Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. 8L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». 9Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione. 10Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui. 11Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva».

Pietro e la prima comunità 12Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni, detto Marco, dove molti erano riuniti e pregavano. 13Appena ebbe bussato alla porta esterna, una serva di nome Rode si avvicinò per sentire chi era. 14Riconosciuta la voce di Pietro, per la gioia non aprì la porta, ma corse ad annunciare che fuori c’era Pietro. 15«Tu vaneggi!», le dissero. Ma ella insisteva che era proprio così. E quelli invece dicevano: «È l’angelo di Pietro». 16Questi intanto continuava a bussare e, quando aprirono e lo videro, rimasero stupefatti. 17Egli allora fece loro cenno con la mano di tacere e narrò loro come il Signore lo aveva tratto fuori dal carcere, e aggiunse: «Riferite questo a Giacomo e ai fratelli». Poi uscì e se ne andò verso un altro luogo.

La morte di Erode 18Sul far del giorno, c’era non poco scompiglio tra i soldati: che cosa mai era accaduto di Pietro? 19Erode lo fece cercare e, non essendo riuscito a trovarlo, fece processare le sentinelle e ordinò che fossero messe a morte; poi scese dalla Giudea e soggiornò a Cesarèa. 20Egli era infuriato contro gli abitanti di Tiro e di Sidone. Questi però si presentarono a lui di comune accordo e, dopo aver convinto Blasto, prefetto della camera del re, chiedevano pace, perché il loro paese riceveva viveri dal paese del re. 21Nel giorno fissato Erode, vestito del manto regale e seduto sul podio, tenne loro un discorso. 22La folla acclamava: «Voce di un dio e non di un uomo!». 23Ma improvvisamente un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato gloria a Dio; ed egli, divorato dai vermi, spirò.

Sommario e conclusione 24Intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva. 25Bàrnaba e Saulo poi, compiuto il loro servizio a Gerusalemme, tornarono prendendo con sé Giovanni, detto Marco.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Tra la venuta di Barnaba e Saulo a Gerusalemme per la colletta e il loro ritorno ad Antiochia, il narratore inserisce un'unità letteraria, che dà notizia dell'uccisione di Giacomo di Zebedeo, e racconta la miracolosa liberazione di Pietro. Tutto è posto sotto il motivo della persecuzione di Erode Agrippa I, del quale, alla fine, si narra la morte prematura e atroce. Il capitolo segna una svolta importante nella trama del libro: con la morte di Giacomo e la partenza di Pietro si conclude il tempo del collegio dei Dodici, e subentra Giacomo «il fratello del Signore» a capo della Chiesa di Gerusalemme.

L'esecuzione di Giacomo, l'arresto e la liberazione di Pietro La morte di Giacomo pone termine all'esistenza del collegio dei Dodici; e poiché Giacomo non viene sostituito, ciò significa che la Chiesa apostolica giudica superata la sua funzione di rivolgersi unicamente a Israele quale popolo escatologico, significata dal numero Dodici. La persecuzione tocca ora anche la Chiesa di lingua aramaica (cfr. 6,1). Per il redattore questa persecuzione fu gradita non soltanto ai responsabili ma anche «al popolo», finora favorevole alla Chiesa giudeo-cristiana.

Con i vv. 4-5 il narratore descrive l'arresto di Pietro non per dare informazioni al lettore, ma in funzione del racconto, cioè della liberazione miracolosa. Non interessa quindi il luogo e il motivo dell'imprigionamento, interessa mostrare con quanta cura l'apostolo è sorvegliato. Umanamente parlando, Pietro non ha alcuna possibilità di fuggire. Per opportunismo, Agrippa rispetta la Legge e aspetta la fine delle festività per il processo. In contrasto, il v. 5 presenta una Chiesa unita nella preghiera incessante... che quindi sarà esaudita. Nell'ultima notte, cioè alla fine della settimana degli Azzimi, si verifica l'evento straordinario della liberazione. Di nuovo il narratore ricorda al lettore che è impossibile fuggire; per dì più Pietro dorme, quindi non fa nulla per scappare. All'improvviso appare l'angelo in veste teofanìca (la luce è riflesso della gloria divina). L'angelo fa tutto, Pietro esegue gli ordini come in un sogno. Tutto si svolge con rapidità: superamento delle guardie, apertura automatica del portone. L'intero svolgimento serve a mettere in luce la straordinarietà del miracolo. Finalmente Pietro riprende coscienza: non è stato un sogno! Egli interpreta l'evento sotto la forma di un monologo, tecnica narrativa cara all'autore. È Dio il vero protagonista: Egli opera a favore della Chiesa come aveva operato a favore di Israele liberando dalle mani degli oppressori. Le risonanze bibliche e pasquali nel racconto sono evidenti. In questo genere di racconto sono da evitare domande del tipo: come si sa della luce nella cella se tutti dormivano? Come mai, cadendo le catene, non si svegliano anche le guardie che con esse erano legate al prigioniero? Anche se esiste un nucleo storico, il racconto è diventato una lode a Dio e un insegnamento per la fede.

Pietro e la prima comunità Pietro sa che, in piena notte, la Chiesa vigila e prega (la comunità era radunata per la vigilia pasquale?). Viene nominato un futuro protagonista: Giovanni (nome ebraico) detto Marco (nome latino). Si tratta del cugino di Barnaba (Col 4,10) nominato in Fm 24? La tradizione lo identifica con l'omonimo evangelista. La casa di Maria è il luogo dove Gesù istituì l'eucaristia? Abbiamo qui la prima testimonianza di una Chiesa domestica a Gerusalemme, e della pratica del culto notturno in uso nella Chiesa primitiva. Inizia ai vv. 13-16 una scena piena di humour che serve a mettere in risalto la grandezza del miracolo e il suo riconoscimento. La schiava non viene creduta; quando insiste, l'assemblea conclude: «Sarà il suo (di Pietro) angelo». Ciò suppone la credenza nell'angelo custode e la convinzione che l'angelo sia il “duplice celeste” della creatura terrena da lui protetta. L'attesa di Pietro, sempre ancora fuori dalla porta a bussare, sottolinea la difficoltà a credere alla sua liberazione e, di conseguenza, la grandezza del miracolo. Pietro, finalmente riconosciuto, può narrare l'accaduto e mettere in luce il vero protagonista: Dio stesso ha compiuto un'opera di liberazione come già aveva fatto nella storia d'Israele. Al v. 17 per la prima volta viene nominato Giacomo, il parente di Gesù, senza altra specificazione; il narratore suppone che il lettore sappia con certezza di chi si parla. Giacomo è nominato al momento in cui Pietro lascia la scena; egli subentra (con il gruppo degli anziani) al collegio dei Dodici, e al suo rappresentante principale, a capo della Chiesa di Gerusalemme. Dal punto di vista narrativo qui si conclude il ciclo di Pietro.

La morte di Erode Con i vv. 18-19 termina il racconto del genere «liberazione miracolosa» con la scoperta della scomparsa del prigioniero e la conseguente punizione delle guardie. Secondo i l diritto romano queste meritano la morte. Da parte sua, il narratore prepara il racconto della punizione del vero colpevole, Agrippa I, che scende a Cesarea, sede della sua residenza abituale, dove subirà il castigo divino. Nei vv. 20-23 Luca si serve di una tradizione indipendente per narrare la morte di Agrippa I: una leggenda di punizione divina per chi si proclama dio, il peccato fondamentale agli occhi di un ebreo come di un cristiano. L'essere roso dai vermi è il castigo tipico dei persecutori nella letteratura giudaico-ellenistica. Aggiungendo questa finale al racconto della persecuzione di Agrippa contro i cristiani (c:fr. 12,1-3), Luca lo trasforma nel genere tipico della mors persecutorum. Con la morte di Agrippa I, nel 44 d.C., la Palestina tornò sotto il dominio romano e fu inserita nella provincia della Siria.

Sommario e conclusione Il sommario riprende il tema della crescita, ma mette «la parola di Dio» come soggetto del verbo; essa è considerata come una realtà viva ed efficace che produce una crescita sempre più numerosa di fedeli; e ciò contrasta con il destino del persecutore: nessun ostacolo potrà fermare il cammino del Vangelo. Menzionando il ritorno ad Antiochia di Barnaba e Saulo, insieme a Giovanni Marco, il narratore prepara la successiva attività missionaria dei cc. 13-14.


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Pietro rende conto alla Chiesa di Gerusalemme 1Gli apostoli e i fratelli che stavano in Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. 2E, quando Pietro salì a Gerusalemme, i fedeli circoncisi lo rimproveravano 3dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!». 4Allora Pietro cominciò a raccontare loro, con ordine, dicendo: 5«Mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e in estasi ebbi una visione: un oggetto che scendeva dal cielo, simile a una grande tovaglia, calata per i quattro capi, e che giunse fino a me. 6Fissandola con attenzione, osservai e vidi in essa quadrupedi della terra, fiere, rettili e uccelli del cielo. 7Sentii anche una voce che mi diceva: “Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!”. 8Io dissi: “Non sia mai, Signore, perché nulla di profano o di impuro è mai entrato nella mia bocca”. 9Nuovamente la voce dal cielo riprese: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano”. 10Questo accadde per tre volte e poi tutto fu tirato su di nuovo nel cielo. 11Ed ecco, in quell’istante, tre uomini si presentarono alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. 12Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. 13Egli ci raccontò come avesse visto l’angelo presentarsi in casa sua e dirgli: “Manda qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; 14egli ti dirà cose per le quali sarai salvato tu con tutta la tua famiglia”. 15Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo discese su di loro, come in principio era disceso su di noi. 16Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”. 17Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?». 18All’udire questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».

La Chiesa di Antiochia 19Intanto quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. 20Ma alcuni di loro, gente di Cipro e di Cirene, giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci, annunciando che Gesù è il Signore. 21E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore. 22Questa notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia. 23Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, 24da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore. 25Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: 26lo trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani. 27In quei giorni alcuni profeti scesero da Gerusalemme ad Antiòchia. 28Uno di loro, di nome Àgabo, si alzò in piedi e annunciò, per impulso dello Spirito, che sarebbe scoppiata una grande carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio. 29Allora i discepoli stabilirono di mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea, ciascuno secondo quello che possedeva; 30questo fecero, indirizzandolo agli anziani, per mezzo di Bàrnaba e Saulo.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Pietro rende conto alla Chiesa di Gerusalemme Questo brano costituisce l'epilogo del racconto della conversione di Cornelio: l'entrata dei gentili nella Chiesa è dovuta a una precisa volontà di Dio; l'agire di Pietro in casa di Cornelio viene legittimato dalla Chiesa-madre e così la prima Chiesa con membri provenienti dal paganesimo si trova inserita nella comunione con la Chiesa di Gerusalemme, quindi, nel solco dell'unità e della continuità storico-salvifica. Quando la notizia del Battesimo di Cornelio e degli amici giunse a Gerusalemme, non fu accolta bene da «quelli della circoncisione», cioè dai giudeo-cristiani (Luca evita di nominare gli apostoli). Tuttavia il rimprovero riguarda la questione dei pasti in comune tra cristiani provenienti dal giudaismo e cristiani provenienti dal paganesimo. Pietro risponde indirettamente al problema narrando la visione degli animali e, quindi, il superamento del divieto di mangiare animali impuri. Il discorso di Pietro è conciso, riassume i fatti, mettendo in luce gli interventi soprannaturali per convincere l'assemblea che l'accaduto risponde alla volontà divina. Certamente il discorso di Pietro è comprensibile soltanto a chi ha letto At 1O. La ripetizione fa parte dell'arte narrativa, ma ha anche il dovere di non annoiare il lettore; quindi, il narratore introduce variazioni, aggiungendo elementi finora ignoti al lettore. Il discorso convince i giudeo-cristiani della Chiesa-madre: non si può rifiutare il battesimo ai gentili, che hanno ricevuto il dono dello Spirito Santo al pari dei cristiani di Gerusalemme. I presenti lodano Dio per quello che, nel pensiero del redattore, costituisce un motivo fondamentale del libro: l'apertura della Chiesa al mondo pagano, e ciò senza rompere con la Chiesa-madre di Gerusalemme e, di riflesso, con la storia della salvezza. Senza dubbio la realtà storica non è stata così semplice; ma Luca tiene a sottolineare l'importanza teologica del radicamento della Chiesa pagano-cristiana in quella giudeo-cristiana; lo storiografo Luca è sempre anzitutto un teologo.

La Chiesa di Antiochia Con la nascita del primo nucleo pagano-cristiano a Cesarea, Pietro ha inaugurato la missione cristiana verso il mondo delle nazioni. A questo punto Luca, seguendo lo sviluppo teologico-narrativo piuttosto che quello cronologico, può parlare della fondazione della Chiesa di Antiochia, il centro da cui partirà la missione paolina. Riprendendo soltanto ora il filo narrativo sospeso in 8,1.4, l'autore ottiene due effetti: la fedeltà al programma dato dal Risorto in 1,8: prima c'è l'evangelizzazione della Giudea e della Samaria. Altro effetto: mantenere il legame con la Chiesa-madre e, quindi, la continuità storico-salvifica tra Gerusalemme e Antiochia, poiché la nascita del futuro centro di irradiazione del Vangelo appare come il frutto della diffusione della Parola in seguito alla persecuzione dei cristiani a Gerusalemme. Nello stesso tempo il narratore prepara il seguito del libro, puntando l'attenzione anche sui futuri protagonisti Barnaba e Paolo.

L'evangelizzazione ad Antiochia (vv. 19-21) Il narratore si aggancia a 8,4 e parla di un'evangelizzazione che va al di là della Palestina per raggiungere: la Fenicia, cioè il litorale a nord di Cesarea che include le città di Tolemaide, Tiro e Sidone e faceva parte della provincia romana della Siria; l'isola di Cipro, patria di Barnaba; Antiochia sull'Oronte, capitale della provincia romana della Siria-Cilicia. Scrivendo che il Vangelo veniva predicato soltanto ai giudei, Luca rispetta la priorità d'Israele, priorità che, con l'apertura dell'evangelizzazione alle nazioni, sarà soltanto ancora una priorità d'onore. S'impone una novità: giudeo-cristiani di Cipro e della Cirenaica (costa libica) rivolgono il lieto annuncio a dei greci, cioè ad alcuni non-circoncisi. Come la Chiesa di Roma, anche quella di Antiochia è stata fondata da cristiani anonimi. Il primo quadro si conclude a mo' di un sommario (v. 21) con temi tipici: la protezione divina, il motivo della fede e della conversione, il successo missionario. La protezione divina e la fecondità apostolica sono segni che Dio approva l'apertura della Chiesa al mondo pagano.

L'arrivo di Barnaba ad Antiochia (vv. 22-24) L'invio di Barnaba ad Antiochia (cfr. Gal 2, l.13) garantisce la legittimità della nuova comunità pagano-cristiana e assicura l'unità con la Chiesa-madre degli apostoli. Arrivato ad Antiochia, Barnaba svolge il compito del pastore: esortare alla perseveranza, cioè alla vita d'amore nella comunione fraterna. Infine, Luca presenta le qualità del protagonista: un uomo buono (al pari di Giuseppe d'Arimatea: Lc 23,50) e pieno di Spirito Santo per svolgere la sua funzione di responsabile. Il v. 24 finisce con il tema della crescita: ricorda gli inizi fecondi della Chiesa di Gerusalemme dopo la Pentecoste.

L'arrivo di Saulo ad Antiochia (vv. 25-26) Con la notizia del viaggio di Barnaba a Tarso, il narratore riprende la trama della storia di Saulo sospesa in At 9,30. Tornati insieme ad Antiochia, Barnaba e Saulo si dedicano all'insegnamento della comunità e cioè spiegano e approfondiscono la tradizione mediante la Scrittura: esplicano la funzione del dottore (cfr. 13,1). Luca precisa che questa formazione durò un anno ma la loro collaborazione ad Antiochia dev'essere durata molto più di un anno, visto che Paolo vi svolgerà anche una funzione di responsabilità. Il redattore termina con una notizia interessante e storicamente verosimile: ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli sono chiamati «cristiani». Il nome proviene dall'ambiente pagano, precisamente latino, e designa i partigiani di Cristo come gruppo distinto: difficile dire se il nome fu dato dall'autorità romana di Antiochia o se si trattava di una designazione popolare.

La colletta (vv. 27-30) L'ultimo quadro parla di una carestia predetta dal profeta Agabo sotto l'imperatore Claudio (41-54 d.C.). In quella occasione Barnaba e Saulo portarono una colletta ai fratelli della Giudea. Agabo comparirà anche inAt 21,10-11 come profeta di sciagura. Per il momento egli preannuncia una carestia che si estenderà «su tutta la terra», cioè investirà l'Impero romano. La risposta dei cristiani di Antiochia è immediata: anche in quel frangente si vive la comunione dei beni come nella Chiesa-madre, ed essi sono pronti ad aiutare chi sta nel bisogno. I delegati della colletta, Barnaba e Saulo, non depongono i soldi ai piedi degli apostoli, ma li consegnano agli anziani (presbiteri) nominati per la prima volta, così come sono nominati per la prima volta i profeti nella Chiesa di Gerusalemme. Luca non descrive la funzione dei profeti cristiani. Stando alle indicazioni delle lettere paoline, il profeta è una persona ispirata che ha il compito, con la parola, di incoraggiare, consolare, attualizzare l'insegnamento di Gesù. Luca ama presentare il profeta secondo l'immagine popolare della sua epoca: il profeta prevede eventi futuri e compie gesti simbolici (cfr. 21,10-11). Anche gli anziani o presbiteri sono nominati per la prima volta in funzione nella Chiesa di Gerusalemme. Non sappiamo quando e in quale occasione un collegio di anziani sia subentrato al collegio dei Dodici. In genere Luca tende a proiettare nel passato una struttura ecclesiale del suo tempo, che richiama un modello giudaico, un modo di governare in vigore nelle comunità palestinese alla fine del I secolo, e che si estese anche alle Chiese paoline della diaspora (At 14,23; 20,17; 1Tm 5,17; Tt 1,5; ecc.). A Gerusalemme tale modello poté entrare in vigore assai presto con Giacomo, il fratello del Signore. Per il redattore questo brano permette di rafforzare nel lettore l'impressione di una grande unità tra le Chiese di Antiochia e di Gerusalemme, e mettere in luce la loro solidarietà: Antiochia invia aiuti materiali alla Chiesa, dalla quale ha ricevuto benefici spirituali.


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