📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Richiesta di preghiere 1Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, 2e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. 3Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno.

Dichiarazione di fiducia 4Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. 5Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.

Una comunità ordinata e solidale 6Fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, vi raccomandiamo di tenervi lontani da ogni fratello che conduce una vita disordinata, non secondo l’insegnamento che vi è stato trasmesso da noi. 7Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, 8né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. 9Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. 10E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. 11Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. 12A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità. 13Ma voi, fratelli, non stancatevi di fare il bene. 14Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo in questa lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; 15non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello.

Epilogo 16Il Signore della pace vi dia la pace sempre e in ogni modo. Il Signore sia con tutti voi. 17Il saluto è di mia mano, di Paolo. Questo è il segno autografo di ogni mia lettera; io scrivo così. 18La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi.

Approfondimenti

(cf 1-2 TESSALONICESI – nuova versione, introduzione e commento di RINALDO FABRIS © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

Richiesta di preghiere Dalla preghiera-auspicio per i tessalonicesi si passa alla richiesta di pregare per i mittenti della lettera, perché la loro missione di proclamatori della parola del Signore abbia successo, superando gli ostacoli degli avversari della fe­de (2Ts 3,1-2). Con una breve dichiarazione si riprende il tema della fedeltà del Signore, che confermerà i credenti sottraendoli all'azione del maligno (2Ts 3,3). Al Signore Gesù Cristo è attribuito il ruolo di confermare e proteggere la co­munità dei fedeli dagli assalti del «maligno».

Dichiarazione di fiducia L'appello alla preghiera per la diffusione e l'accoglienza della parola del Signore si chiude con una dichiarazione di fiducia nei confronti dei destinatari e una preghiera-auspicio per la loro fede e perseveranza. La dichiarazione di fiducia è anche un tacito invito a perseverare nell'impegno che giustifica la fiducia di chi detta la lettera. Il fondamento ultimo della fiducia nei rapporti fra i credenti è la relazione vitale con il Signore, espressa con una formula paolina: «nel Signore».

Rispetto al brano precedente dagli accenti tipici del genere apocalittico, l'unità letteraria di 2Ts 2,13-3,5 è percorsa dai toni caldi della preghiera e dell'esortazio­ne. Il tema dell'amore è presente in tutto il brano e il motivo del rendimento di grazie è l'amore del Signore verso i fratelli. Il fondamento della consolazione eterna e dell'attesa di una buona speranza è l'amore di Dio Padre. Nella preghiera conclusiva si chiede che il Signore guidi i cuori dei credenti all'amore di Dio. Al­ l'amore che viene da Dio e si attua nell'elezione e nella chiamata, quelli che hanno accolto il vangelo rispondono con l'amore verso Dio. L'elezione da parte di Dio avviene nella santificazione dello Spirito, che sigilla l'adesione di fede alla verità del vangelo. In tal modo, la preghiera di ringraziamento assume un ritmo trinitario. Nel clima di preghiera riconoscente e fiduciosa si traccia l'intero percorso dell'esperienza di fede: dall'elezione al possesso della gloria. Il punto di partenza è la chiamata mediante l'annunzio del vangelo da parte dei predicatori della parola del Signore. Tra la chiamata iniziale, nella quale si manifesta l'elezione del Signore, e la salvezza finale o gloria si attua l'impegno dei fedeli in ogni opera e parola buona. Il loro stile di vita è caratterizzato dalla perseveranza che ha in Cristo il suo punto di riferimento. Quelli che hanno accolto il vangelo tengono saldamente le tradizioni date, sia a voce sia per iscritto, dai predicatori. Essi possono contare sulla fedeltà del Signore, che li conferma e li custodisce dal maligno. Con la loro pre­ghiera, i fedeli che hanno accolto la parola del Signore partecipano alla sua corsa trionfale, chiedendo che i predicatori del vangelo siano liberati dagli uomini corrot­ti e malvagi. In questo brano di transizione si intravedono lo statuto teologico di una comunità credente e il suo stile di vita contraddistinto dalla perseveranza.

Una comunità ordinata e solidale L'ultima parte della 2Tessalonicesi è costituita da una serie di esortazioni e disposizioni data dal­l'autore, che scrive a nome di Paolo, per far fronte al rischio di disordine e confu­sione provocati da alcuni cristiani della comunità locale, che rifiutano di mante­nersi con il proprio lavoro (2Ts 3,6-15). Questa sezione conclusiva della lettera è contrassegnata dalle disposizioni ed esortazioni riguardanti il caso di chi si comporta in modo disordinato, rifiutan­do di lavorare per guadagnarsi da vivere. I mittenti intervengono in modo autorevole e deciso, dando disposizioni di carattere pratico e disciplinare. Questi tali devono essere isolati, perché non si attengono alla «tradizione» ricevuta dai predicatori del vangelo, che, con il loro esempio, hanno dato loro questa norma: «Chi non vuole lavorare, neppure man­gi» (2Ts 3,10b). Mentre tutta la comunità non deve desistere dal fare il bene, nei confronti del gruppo degli «irregolari» si stabilisce che se un membro della co­munità non accetta le disposizioni riguardanti il lavoro per guadagnarsi da vivere, va segnalato, messo al bando, interrompendo con lui ogni rapporto; tuttavia deve essere trattato come un «fratello», membro della comunità, non come un estra­neo o nemico (2Ts 3,13-15). Nella ricostruzione di carattere socioculturale si cerca di spiegare il fenome­no del rifiuto di lavorare da parte di alcuni cristiani di Tessalonica e il conseguente parassitismo comunitario, facendoli risalire sia alla disistima per il lavoro manuale diffusa nell'ambiente greco-romano, sia allo sfruttamento, da parte di alcuni cri­stiani poveri, del sistema di patronato-clientela presente nella società romana. Nelle disposizioni e norme date per disciplinare il caso dei cristiani «irregolari» a Tessalonica non vi sono elementi decisivi e sicuri per ricostruire il fenomeno nelle sue motivazioni socioculturali e nel suo sviluppo storico. Nell'ipotesi della pseu­depigrafia non si può escludere che si tratti di una situazione fittizia, che serve all'autore per presentare e attualizzare il messaggio di Paolo sul tema del lavoro ordinato e responsabile nella comunità cristiana. In conclusione, nell'ultima parte della lettera l'autore, sia con gli interventi autoritativi sia con le istruzioni e le esortazioni, vuole promuovere e consolidare la scelta di lavorare in modo responsabile, in un clima di comunità fraterna, ordinata e solidale.

Epilogo Dopo una serie di istruzioni e disposizioni sugli «irregolari», la lettera si avvia alla conclusione con un'invocazione al «Signore della pace», con il saluto autografo di Paolo e la formula di congedo: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi» (2Ts 3,16-18). L'espressione «di mia mano» è una specie di firma, con la quale si autentica e si dà legittimità allo scritto epistolare (cfr. Fm v. 19). All'autore della 2Tessalonicesi l'uso del formulario tradizionale paolino non basta. Egli richiama l'attenzione su questo marchio di autenticità, che contrassegna ogni lettera scritta da Paolo. Questa riven­dicazione troppo insistente sull'autenticità della 2Tessalonicesi la rende sospetta!

Le istruzioni e disposizioni autorevoli della parte finale della 2Tessalonicesi sono riassunte in modo icastico nella regola attribuita a Paolo: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi». Non si tratta di un principio astratto, ma di una norma ben precisa, data dai predicatori del vangelo a Tessalonica, per contrastare il grup­po degli sfaccendati, che si rifiutano di lavorare per mantenersi. Non si dice qual è la ragione di questo comportamento che crea disordine e confusione nella comuni­tà. Invece, si richiama la tradizione autorevole trasmessa non a parole, ma con l'esempio. Infatti. Paolo e i suoi collaboratori, durante la loro permanenza a Tessa­lonica per annunziare il vangelo, hanno lavorato duramente per non farsi man­ tenere dalla comunità cristiana locale. Con la regola del lavoro si raccomanda un modello di comunità cristiana ordi­nata e solidale. Il disordine non deriva solo dal parassitismo di quelli che non vo­gliono lavorare, pretendendo di farsi mantenere dalla comunità. Questi sfaccendati creano confusione e contrasti nella comunità perché sono dei ficcanaso, che si in­tromettono nelle faccende altrui. L'autore della lettera, che scrive a nome di Paolo, propone uno stile di vita apprezzato anche negli ambienti profani: vivere in modo tranquillo, guadagnandosi da vivere con il proprio lavoro. Su questo sfondo si com­prende la norma disciplinare, che prevede l'esclusione dalla comunità di chi si ri­fiuta di mantenersi con il proprio lavoro. Si tratta di un'esclusione temporanea con lo scopo di favorire il ravvedimento del fratello che vive in modo disordinato.

Nell'epilogo della 2Tessalonicesi, a parte la preoccupazione di affermarne l'autenticità paolina, il messaggio si concentra attorno a due termini, che rimanda­no all'intestazione iniziale: la pace e la grazia. La pace, piena e permanente, è un dono invocato dal Signore nella preghiera. Anche la grazia proviene dal Signore, riconosciuto e invocato con un formulario di matrice liturgica: «Il Signore nostro Gesù Cristo». La lettera si chiude con una formula di benedizione-congedo, che riecheggia quella dell'assemblea cristiana.


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La venuta del Signore 1Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, 2di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. 3Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, 4l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. 5Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, io vi dicevo queste cose? 6E ora voi sapete che cosa lo trattiene perché non si manifesti se non nel suo tempo. 7Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene. 8Allora l’empio sarà rivelato e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta. 9La venuta dell’empio avverrà nella potenza di Satana, con ogni specie di miracoli e segni e prodigi menzogneri 10e con tutte le seduzioni dell’iniquità, a danno di quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati. 11Dio perciò manda loro una forza di seduzione, perché essi credano alla menzogna 12e siano condannati tutti quelli che, invece di credere alla verità, si sono compiaciuti nell’iniquità.

Pre­ghiera di ringraziamento e invito alla perseveranza 13Noi però dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità. 14A questo egli vi ha chiamati mediante il nostro Vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo. 15Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera. 16E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, 17conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene

Approfondimenti

(cf 1-2 TESSALONICESI – nuova versione, introduzione e commento di RINALDO FABRIS © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

La venuta del Signore Il secondo capitolo della lettera si apre con una messa in guardia nei confronti di quelli che turbano la comunità cristiana, dicendo che il giorno del Signore è già arrivato. Contro questi fautori di allarmismi apocalittici, l'autore – che s'identifica con Paolo – ricorda le istruzioni già date ai tessalonicesi nella sua permanenza in mezzo a loro. Si tratta delle condizioni che precedono la «rivelazione» dell'iniqui­tà e la parousía del Signore Gesù: l'apostasia e la rivelazione dell'uomo iniquo. Per incoraggiare i fedeli e per sostenere la loro perseveranza presenta il destino degli infedeli, di quelli che non amano la verità. Invece, nella preghiera di ringraziamen­to e d'invocazione per i fedeli traccia il destino positivo dei fedeli che Dio ha scelto come primizia per la salvezza.

L'unità di 2Ts 2,1-12 si presenta come una «piccola apocalisse», prendendo lo spunto dall'intervento dell'autore, che intende precisare tempi, modi e segni del «giorno del Signore», connesso con la parousía del Signore Gesù Cristo e la «riu­nione dei fedeli» presso di lui.

La disposizione antitetica dei protagonisti e quella delle rispettive azioni per­ corrono l'intera composizione apocalittica. Al «Signore Gesù Cristo» e a «Dio» si contrappone l'uomo dell'iniquità o l'iniquo, «la cui venuta è secondo la forza del satana, con ogni potenza, e segni e prodigi di menzogna e con ogni sedu­zione d'ingiustizia, per quelli che si perdono» (2Ts 2,9-10). «Quelli che si perdo­no», associati al destino del «figlio della perdizione», non han­no accolto «l'amore della verità per salvarsi» (2Ts 2,10). Dio conferma e sigilla la loro scelta, mandando loro una forza d'inganno. Perciò, invece di credere alla verità credono alla menzogna, e al posto della verità aderiscono all'in­giustizia. L'esito finale è il giudizio di condanna, antitetico alla salvezza (2Ts 2,1 1).

Il tema, affrontato dai mittenti della lettera, è indicato con la duplice espressione: la parousía del Signore nostro Gesù Cristo e la nostra riunione presso di lui (2Ts 2,1). Il motivo imme­diato dell'intervento è la situazione critica dei «fratelli», definita mediante due verbi che indicano sconvolgimento nel modo di pensare e agitazione. Si suppone che i destinatari siano sconvolti e agitati, perché si è sparsa la voce, accreditata da qualche personaggio carismatico o predicatore, o da una lettera di origine paolina, che il «giorno del Signore» è già arrivato. La presa di posizione sui «tempi» della venuta del giorno del Signore è preceduta da un invito perentorio che mette fuori gioco ogni allarmismo: «Nessuno v'inganni in alcun modo!» (2Ts 2,3). L'autore, che si presenta come Paolo, in prima persona riprende il dialogo epistolare subito dopo la prima precisazione circa i segni che devono precedere la venuta del Signore. Egli invita a ricordare le istruzioni date a viva voce, durante la sua permanenza a Tessalonica (2Ts 2,5). La seconda istruzione sui tempi della venuta del Signore agisce proprio su quello che i destinatari già sanno circa lo svolgimento del dram­ma apocalittico.

L'aspetto nuovo e originale di 2Ts 2,1-12 è la preminenza data al qua­dro apocalittico, con lo scopo di riportare la calma in una comunità sconvolta e agitata da una falsa interpretazione o da comunicazioni distorte circa il tempo della parousía, della venuta o del giorno del Signore. Chi scrive non intende dare informazioni chiare e precise sul «tempo» e sui «segni» della venuta del Signore. Il suo discorso sull'apostasia e sulla rivelazione dell'uomo dell'iniquità o iniquo è molto vago e criptico, per non parlare dell'enigmatica entità di «ciò che trattie­ne» o di «colui che trattiene» la sua rivelazione. Lo stile è appesantito dall'accu­mulo di sinonimi ed espressioni simmetriche, dai periodi sospesi – due anacoluti (2Ts 2,4.7) – e dalla sintassi contorta e imprevedibile.

L'organizzazione del testo obbedisce al criterio di una comunicazione efficace, più che all'intenzione di tracciare una cronologia del dramma apocalittico. L'autore ricorre alla figura retorica del confronto tra rivelazione-parousía del­l'uomo d'iniquità o dell'iniquo (dietro il quale si profila l'azione del satana) e quella del Signore, per mettere in guardia i lettori in crisi a motivo del loro stato di persecuzione e dell'allarmismo diffuso da alcuni sul giorno del Signore che sa­rebbe già venuto. Si può concludere che l'autore di 2Tessalonicesi intende confortare e sostenere l'impegno dei fedeli, facendo ricorso al linguaggio e alle immagini della tradizione apocalittica, già presenti nella 1Tes­salonicesi (1Ts 4,13 – 5,1 1).

Pre­ghiera di ringraziamento e invito alla perseveranza Dopo la «piccola apocalisse» di 2Ts 2,1-12, il dialogo epistolario riprende con un nuovo ringraziamento a Dio per l'elezione e la chiamata alla salvezza me­diante il vangelo e prosegue con l'esortazione a tenere saldamente le istruzioni ricevute . A questo invito segue la preghiera perché il Signore doni una consolazione eterna e una buona speranza a quelli che egli confermerà nel loro impegno attivo.

Con l'annuncio della preghiera di ringraziamento a Dio se ne espli­cita anche la motivazione: l'elezione dei tessalonicesi per la salvezza e la loro chia­mata al possesso della gloria del Signore Gesù Cristo. Lo scopo ed esito della chiamata è indicato con un formulario di matrice biblico-liturgica: «Per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo» (2Ts 2,14b). La «gloria», qualità che appartiene a Dio, è attribuita a Gesù Cristo «nostro Signore». Con questa professione di fede litur­gica, la «gloria» viene assicurata a quelli che sono chiamati assume una connotazione cristologica.

Come conseguenza di ciò che si è appena detto sull'elezione e sulla chiamata di Dio, si invitano i tessalonicesi a tenere saldamente le tradizioni trasmes­se loro sia a viva voce sia per iscritto. In una preghiera-auspicio, con implicita funzione esortativa, si mette in risalto l'iniziativa di Dio, il Padre, che si rivela e attua per mezzo di Gesù Cristo Signore. Dall'esperienza dei doni di Dio Padre, che stanno alla base della speranza, lo sguardo si volge alla vita presente dei fedeli, impegnati nella perseve­ranza attiva. Lo stile della preghiera risente della tradizione liturgica.

La preghiera, rivolta al «Signore nostro Gesù Cristo» e a «Dio, Padre no­stro» si chiude con la formulazione della richiesta: «Conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene» (2Ts 2,17). Il verbo “consolare”, tradotto con «confortare», si riaggancia al sostantivo “consolazione”, dono di Dio Padre (2Ts 2,16b). L'obiettivo della preghiera rivolta al Signore Gesù Cristo e a Dio Padre, perché consoli i fedeli nel loro intimo «i vostri cuo­ri», è di confermarli nell'impegno che abbraccia ogni ambito della loro vita: «In ogni opera e parola di bene».


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Intestazione 1Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre nostro e nel Signore Gesù Cristo: 2a voi, grazia e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo.

Ringraziamento e preghiera 3Dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli, come è giusto, perché la vostra fede fa grandi progressi e l’amore di ciascuno di voi verso gli altri va crescendo. 4Così noi possiamo gloriarci di voi nelle Chiese di Dio, per la vostra perseveranza e la vostra fede in tutte le vostre persecuzioni e tribolazioni che sopportate. 5È questo un segno del giusto giudizio di Dio, perché siate fatti degni del regno di Dio, per il quale appunto soffrite. 6È proprio della giustizia di Dio ricambiare con afflizioni coloro che vi affliggono 7e a voi, che siete afflitti, dare sollievo insieme a noi, quando si manifesterà il Signore Gesù dal cielo, insieme agli angeli della sua potenza, con 8fuoco ardente, per punire quelli che non riconoscono Dio e quelli che non obbediscono al vangelo del Signore nostro Gesù. 9Essi saranno castigati con una rovina eterna, lontano dal volto del Signore e dalla sua gloriosa potenza. 10In quel giorno, egli verrà per essere glorificato nei suoi santi ed essere riconosciuto mirabile da tutti quelli che avranno creduto, perché è stata accolta la nostra testimonianza in mezzo a voi. 11Per questo preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, 12perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo.

Approfondimenti

(cf 1-2 TESSALONICESI – nuova versione, introduzione e commento di RINALDO FABRIS © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

Dopo l'intestazione, ricalcata su quella della 1Tessalonicesi, in un ampio esordio, che comprende il rendimento di grazie e una preghiera per i destinatari si presenta la situazione critica della comunità cristiana di Tessalonica, esposta a persecuzioni e tribolazioni. Tuttavia l'autore non solo rende grazie a Dio per la fede rigogliosa e l'amore reciproco dei fratelli, ma è fiero della loro perseveranza e fedeltà in mezzo a tutte le prove che subiscono. Egli prende lo spunto da questo stato di cose per annunziare il giusto giudizio di Dio che cambierà la sorte dei perseguitati e dei per­secutori. Quelli che sono giudicati degni del regno di Dio, per il quale ora soffrono, troveranno sollievo quando il Signore Gesù si rivelerà dal cielo nella sua gloria co­ me protagonista del giudizio di Dio . Invece i persecutori , che non conoscono Dio e hanno rigettato il vangelo del Signore Gesù, saranno condannati alla rovina eterna. In un quadro antitetico, i ribelli a Dio e refrattari del vangelo sono contrapposti a quanti hanno accolto la testimonianza dei predicatori del vangelo. Alla fine i mit­tenti della lettera pregano perché Dio li renda degni della chiamata, portando a compimento ogni loro progetto di bene, a gloria del Signore Gesù Cristo. Con l'an­titesi tra il diverso destino dei due gruppi – salvezza per i fedeli e rovina per gli in­ fedeli – s'intende esortare e incoraggiare i destinatari della lettera a perseverare nel loro cammino di fede.

Nel testo originale greco la sezione 2Ts 1,3-10 è formata da un solo lungo periodo, senza interpunzioni. Si può tracciare quest'articolazione del testo dell'esordio:

Preghiera di ringraziamento

  • motivazione: crescita della fede e abbondanza dell'amore reciproco (1,3);
  • conseguenza: elogio nelle chiese di Dio della perseveranza e fe­deltà dei tessalonicesi che subiscono persecuzioni e tribolazioni (1,4).

Dio retribuisce secondo giustizia i fedeli tribolati e gli oppres­sori increduli:

  • annunzio del giusto giudizio di Dio, che rende degni del suo regno quanti ne affrontano le sofferenze (1,5);
  • Dio ripaga quelli che provocano la tribolazione e dà sollievo ai tribolati nella rivelazione potente del Signore Gesù dal cie­lo, con i suoi angeli (1,6-8a);
  • il Signore Gesù fa scontare la pena a tutti gli empi e ai ribelli al suo vangelo, condannati alla rovina eterna, esclusi dalla sua gloria e potenza (1,8b-9);
  • «in quel giorno» egli verrà per essere glorificato nei suoi con­ sacrati e accolto con ammirazione da quanti hanno creduto all'annunzio del vangelo (1,10).

Preghiera per i tessalonicesi:

  • perché Dio li renda degni della chiamata (1,11a);
  • porti a compimento ogni desiderio di bene e l'opera di fede (1,11b);
  • perché siano reciprocamente glorificati Gesù Cristo il Signore e i credenti (1,12).

Per la prima volta nella nostra lettera compare il sostantivo apokálypsis (rive­lazione), che richiama la tradizione apocalittica, dove predomina il tema del «giu­dizio di Dio», come risposta ai giusti sottoposti a prove e tribolazioni (2Ts 1,7).


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Figli della luce e del giorno 1Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; 2infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. 3E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. 4Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. 5Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. 6Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri. 7Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, di notte si ubriacano. 8Noi invece, che apparteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza. 9Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. 10Egli è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate.

Vivete in pace fra voi 12Vi preghiamo, fratelli, di avere riguardo per quelli che faticano tra voi, che vi fanno da guida nel Signore e vi ammoniscono; 13trattateli con molto rispetto e amore, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi. 14Vi esortiamo, fratelli: ammonite chi è indisciplinato, fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti. 15Badate che nessuno renda male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. 16Siate sempre lieti, 17pregate ininterrottamente, 18in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. 19Non spegnete lo Spirito, 20non disprezzate le profezie. 21Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. 22Astenetevi da ogni specie di male.

Conclusione 23Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo! 25Fratelli, pregate anche per noi. 26Salutate tutti i fratelli con il bacio santo. 27Vi scongiuro, per il Signore, che questa lettera sia letta a tutti i fratelli. 28La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi.

Approfondimenti

(cf 1-2 TESSALONICESI – nuova versione, introduzione e commento di RINALDO FABRIS © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

Figli della luce e del giorno Il tema della sezione è annunziato nella frase di apertura: «Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva» (1Ts 5,1). La questione del «tempo» è ripresa con l'espressione «giorno del Signore», la cui venuta è paragonata a quella del ladro notturno (1Ts 5,2). L'im­magine del ladro che viene «nella notte», in contrasto con la luce del giorno, ri­compare nel discorso con il quale si applica questo lessico metaforico alla condi­zione dei destinatari: «Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro» (1Ts 5,4). La ripresa dell'appellativo «fratelli» segna il passaggio a una nuova fase del discorso, dopo le dichiarazioni iniziali. I destinatari della lettera, interpellati come «fratelli», sono contrapposti a quelli che dicono: «Pace e sicurezza!», sui quali irrompe all'improvviso la ro­vina – come una donna incinta che è presa dalle doglie – senza possibilità di scam­po (1Ts 5,3). All'immagine della «notte» sono associati sia il «dormire» sia il disordine notturno, caratterizzato dall'abuso del vino (ubriacatura). Su questa simbolica del notturno negativo fa leva l'invito a vegliare e a essere sobri, rivolto a quelli che sono «del giorno». L'invito alla sobrietà sfocia in un'ultima esortazione, ispirata all'equipaggiamento militare – corazza ed elmo –, ed è riferito alle tre dimensioni dell'esistenza cristiana: fede, carità, speranza. Sul tema della speranza, specificata come «speranza di salvezza», si innesta la motivazione, in cui si pone in risalto l'iniziativa di Dio nel processo di salvezza, realizzato «per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (1Ts 5,9). Il ruolo mediatore di Gesù Cristo è esplicitato con un riferimento alla sua morte, rimarcandone l'efficacia soteriologica: morto «per noi». Al pronome di prima persona plurale «noi» si salda una dichia­razione nella quale si condensa l'intero discorso di consolazione rivolto ai tessalo­nicesi: «Perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui» (1Ts 5,10). Le due situazioni evocate con il lessico metaforico del «vegliare» e «dormi­re» corrispondono ai due gruppi della sezione precedente: «viventi» e «dormienti» (1Ts 4,15.17). Nella dichiarazione finale si concentrano lo scopo e l'esito dell'inte­ro processo salvifico. Il «vivere insieme con lui» – Gesù Cristo Signore – si con­trappone all'esperienza della morte, come la luce alle tenebre, il giorno alla notte.

Vivete in pace fra voi La lettera si chiude con una serie di istruzioni ed esortazioni riguardanti la vita della comunità, incentrata sulla qualità delle relazioni. Il clima spirituale è caratterizzato dalla gioia, dalla preghiera incessante e dalla ricerca della pace, invocata, alla fine, come dono del «Dio della pace» , che santifica i credenti e li conserva per la parousía del Signore Gesù Cristo (1Ts 5,23). Lo stile di questo finale della lettera alla Chiesa dei tessalonicesi è marcato da una serie di brevi esortazioni e appelli, costruiti con una sequenza telegrafica di ben diciassette imperativi, a partire da 1Ts 5,13c fino a 1Ts 5,22. La serie di inviti, appelli e brevi istruzioni riguardanti i rapporti e lo stile di vita della comunità cristiana, solo due volte è interrotta dalla motivazione che ri­manda alla «volontà di Dio in Cristo Gesù» (1Ts 5 ,1 8b) e dalla preghiera al Dio della pace, che garantisce la completa santificazione e integrità dei fedeli « per la parous(a del Signore nostro Gesù Cristo» (lTs 5,23c). La professione di fede cristologica risuona anche nel saluto-benedizione finale, dove i mittenti auspica­no per i destinatari della lettera «la grazia del Signore nostro Gesù Cristo» (1Ts 5,28). La «grazia», assieme alla «pace», è il dono di Dio, che sta alla base dello stile di vita della comunità cristiana, chiamata a vivere in pace (1Ts 5,13c).

Conclusione La 1Tessa­lonicesi si conclude con una preghiera al «Dio della pace», perché porti a com­pimento e alla sua pienezza il processo di santificazione dei fedeli nella parousia «venuta-incontro» del Signore Gesù Cristo. La formulazione della preghiera finale ricalca quella con la quale si chiude la sezione del dialogo epistolare, prima della parenesi degli ultimi due capitoli.

La triade «spirito, anima e corpo», più che una citazione dell'antropologia filosofica greca, è un'espressione retorica ridondante per rimarcare la totalità e l'integrità dell'essere umano, destinatario dell'azione di Dio. Le tre componenti potrebbero essere conformate alla visione dicotomica «spirito» / «corpo» (car­ne), predominante nell'epistolario paolina.

  • Lo «spirito» si riferisce alla dimensio­ne interiore e profonda della persona, che è in rapporto con Dio, mentre il «corpo» è la persona nella sua realtà visibile e relazionale. Lo «spirito è distinto come una forza autonoma rispetto al corpo.
  • Il «corpo» invece è un termine che indica l'essere umano: si sente l'influs­so dell'antropologia greca, che considera il corpo come involucro o prigione del­ l'anima o dello spirito.
  • L'anima è l'elemento vitale, usato per indicare l'essere umano vivente (Rm 2,9; 13,1) o la «Vita» (Rm 16,4; 2Cor 1,23; Fil 2,30).

L'ultima sezione della 1Tessalonicesi è un concentrato di brevi esortazioni, direttive pratiche e appelli. Le motivazioni e le aperture di carattere teologico sono ridotte all'essenziale: «la volontà di Dio in Cristo Gesù». Solo nella preghiera e nella benedizione finale compaiono i protagonisti divini: il Dio della pace e il Signore nostro Gesù Cristo. In questa raccolta di disposizioni e inviti, s'intravede il progetto di una comunità e di uno stile di vita caratterizzato dall'impegno soli­dale e attivo, dalla gioia e dalla preghiera riconoscente, dall'entusiasmo spirituale e dalla ricerca del bene e dalla pratica della condivisione dei beni.

L'immagine di Chiesa, che traspare dall'insieme delle esortazioni e disposi­zioni finali, è quella di una comunità di relazioni, più che quella di un'organizza­zione ben strutturata ed efficiente. Non mancano i responsabili che si prendono cura degli altri, ma tutta la comunità è coinvolta nella cura e nell'accompagna­mento delle persone in difficoltà o più fragili. Anche la preghiera nella forma del rendimento di grazie o dell'invocazione non è organizzata in forme e tempi fissi e regolari, ma è come un clima che avvolge l'intera esistenza dei membri della comunità. Con una breve invocazione al Dio della pace, Paolo presenta un esem­pio di preghiera fiduciosa e aperta al compimento del disegno di salvezza con la «venuta del Signore nostro Gesù Cristo». L'appello finale alla preghiera recipro­ca, il saluto con il bacio e la lettura comunitaria della lettera, sono tutti indizi della qualità delle relazioni che formano il tessuto umano e spirituale della Chiesa dei tessalonicesi.


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Introduzione alla parte parenetica 1Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più. 2Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.

Prima serie di esortazioni-disposizioni riguardanti le scelte etiche 3Questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, 4che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, 5senza lasciarsi dominare dalla passione, come i pagani che non conoscono Dio; 6che nessuno in questo campo offenda o inganni il proprio fratello, perché il Signore punisce tutte queste cose, come vi abbiamo già detto e ribadito. 7Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. 8Perciò chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito.

Seconda serie di istruzioni ed esortazioni riguardanti i rappor­ti tra i fratelli e lo stile vita nella comunità 9Riguardo all’amore fraterno, non avete bisogno che ve ne scriva; voi stessi infatti avete imparato da Dio ad amarvi gli uni gli altri, 10e questo lo fate verso tutti i fratelli dell’intera Macedonia. Ma vi esortiamo, fratelli, a progredire ancora di più 11e a fare tutto il possibile per vivere in pace, occuparvi delle vostre cose e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, 12e così condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e non avere bisogno di nessuno. 13Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. 15Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. 16Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; 17quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. 18Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

Decisione di inviare da Atene a Tessalonica Timoteo 1Per questo, non potendo più resistere, abbiamo deciso di restare soli ad Atene 2e abbiamo inviato Timòteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, 3perché nessuno si lasci turbare in queste prove. Voi stessi, infatti, sapete che questa è la nostra sorte; 4infatti, quando eravamo tra voi, dicevamo già che avremmo subìto delle prove, come in realtà è accaduto e voi ben sapete. 5Per questo, non potendo più resistere, mandai a prendere notizie della vostra fede, temendo che il tentatore vi avesse messi alla prova e che la nostra fatica non fosse servita a nulla.

Ritorno di Timoteo 6Ma, ora che Timòteo è tornato, ci ha portato buone notizie della vostra fede, della vostra carità e del ricordo sempre vivo che conservate di noi, desiderosi di vederci, come noi lo siamo di vedere voi. 7E perciò, fratelli, in mezzo a tutte le nostre necessità e tribolazioni, ci sentiamo consolati a vostro riguardo, a motivo della vostra fede. 8Ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore.

Ringraziamento e invocazione 9Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio, 10noi che con viva insistenza, notte e giorno, chiediamo di poter vedere il vostro volto e completare ciò che manca alla vostra fede? 11Voglia Dio stesso, Padre nostro, e il Signore nostro Gesù guidare il nostro cammino verso di voi! 12Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, 13per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.

Approfondimenti

(cf 1-2 TESSALONICESI – nuova versione, introduzione e commento di RINALDO FABRIS © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

Decisione di inviare da Atene a Tessalonica Timoteo L'invio di Timoteo a Tessalonica è la soluzione alternativa per rista­bilire i contatti con quella Chiesa. Paolo motiva la decisione di mandare Timoteo con il fatto che non riesce a sopportare la situazione di non poter comunicare con i tessalonicesi. Lo scopo della missione di Timoteo a Tessalonica è di fare quello che avreb­be fatto Paolo se avesse potuto rivedere i cristiani di quella Chiesa: «rafforzarli» ed «esortarli» nella loro fede. Il compito di Timoteo, inviato a Tessalonica come sostituto di Paolo, è tanto più urgente in quanto c'è il rischio che qualcuno sia scosso dalla situazione con­flittuale e dalla pressione dell'ambiente ostile. Si presuppone un insieme di cir­ costanze negative, che fanno pressione sui cristiani di Tessalonica. Nel richiamo al rischio di lasciarsi travolgere dalla crisi è implicito l'invito alla perseveranza. Paolo sa quali sono i rischi ai quali sono esposti i tessalonicesi. Per lui è importante avere notizie fresche sulla tenuta della loro fede. Egli teme che, come nel caso dei suoi progetti di viaggio, impediti da satana, anche nella comunità cristiana di Tessalonica sia all'opera il «tentatore». La «prova» delle tribolazioni può sfociare nella tentazione, che porta ad abbandonare la fede. Qui è in gioco tutto il lavoro dei predicatori del vangelo, che si sono impe­gnati non solo per far nascere la comunità ma anche per farla crescere e perseverare (cfr. Gal 4,11 ; Fil 2,16).

Ritorno di Timoteo Il ritorno di Timoteo, che riporta buone notizie da Tessalonica, se­gna una svolta nello stato d'animo dei mittenti della lettera. Il suo «lieto annunzio» è riferito con una certa ridondanza lessicale e stilistica. Il racconto della reazione positiva provocata dal ritorno di Timoteo si chiude con una breve frase, quasi una esclamazione: «Ora, sì, che ci sentiamo rivivere!» (1Ts 3,8). La dichiarazione si aggancia alle ultime parole del versetto precedente, dove si dice qual è la ragione profonda della consolazione dei missionari di Tessalonica: «A motivo della vostra fede» (1Ts 3,7c).

Ringraziamento e invocazione Se i cristiani di Tessalonica restano saldi nella fede, la gioia di Paolo e dei suoi collaboratori è al colmo. Allora essi non possono non rendere grazie a Dio, chiedendo di poter rivederli per completarne la formazione. La riconoscenza gioiosa, condivisa in un clima di preghiera, è accompagnata dall'invocazione intensa e prolungata: «Pregando oltre ogni misura, notte e gior­no... » (1Ts 3,10). Ogni preghiera è caratterizzata dalla perseveranza. Si deve pre­gare sempre, senza sosta (cfr. 1Ts 5,17; cfr. Rm 12,12). Quello che colpisce nel testo di 1Ts 3,10 è la combinazione della durata «notte e giorno» con l'intensità, espressa con un vocabolo che indica abbondanza traboccante. La comunicazione epistolare sui rapporti tra i missionari e la comu­nità tessalonicese si chiude con due preghiere di invocazione. La prima, più breve, è rivolta a Dio Padre nostro e al Signore nostro Gesù, la seconda, più articolata, si rivolge al «Signore». La prima richiesta riprende e riassume il tema dominante dell'intera sezione: riprendere e ristabilire i contatti tra i predicatori del vangelo e la Chiesa dei tessalonicesi . Questo auspicio è formulato con la metafora del viaggio o della strada che Dio rende dritta e agevole. La seconda richiesta, rivolta al Signore, fa da transizione tra il discorso bio­grafico narrativo dei primi tre capitoli della lettera e le istruzioni ed esortazioni degli ultimi due. L'orizzonte in cui si colloca la preghiera di Paolo è quello dell'incontro definitivo con il Signore che egli attende assieme ai tessalonicesi. Per la prima volta nel dettato della lettera compare l'espressione parousía del Si­gnore, la sua venuta gloriosa, che porta a compimento la salvezza di quanti hanno accolto il vangelo di Dio. In questo brano epistolare il messaggio teologico è inse­parabile dai rapporti affettivi di Paolo con cristiani di Tessalonica.


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Missione e proclamazione del vangelo di Dio a Tessalonica 1Voi stessi infatti, fratelli, sapete bene che la nostra venuta in mezzo a voi non è stata inutile. 2Ma, dopo aver sofferto e subìto oltraggi a Filippi, come sapete, abbiamo trovato nel nostro Dio il coraggio di annunciarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte.

Lo stile e il metodo dei predicatori del vangelo di Dio 3E il nostro invito alla fede non nasce da menzogna, né da disoneste intenzioni e neppure da inganno; 4ma, come Dio ci ha trovato degni di affidarci il Vangelo così noi lo annunciamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori. 5Mai infatti abbiamo usato parole di adulazione, come sapete, né abbiamo avuto intenzioni di cupidigia: Dio ne è testimone. 6E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, 7pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo.

I tratti distintivi dei predicatori del vangelo di Dio Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. 8Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.

Lo stile e il metodo del loro impegno per la comunità dei credenti 9Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. 10Voi siete testimoni, e lo è anche Dio, che il nostro comportamento verso di voi, che credete, è stato santo, giusto e irreprensibile. 11Sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, 12vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria.

Siete diventati imitatori delle chiese di Dio 13Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti. 14Voi infatti, fratelli, siete diventati imitatori delle Chiese di Dio in Cristo Gesù che sono in Giudea, perché anche voi avete sofferto le stesse cose da parte dei vostri connazionali, come loro da parte dei Giudei. 15Costoro hanno ucciso il Signore Gesù e i profeti, hanno perseguitato noi, non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini. 16Essi impediscono a noi di predicare ai pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano sempre di più la misura dei loro peccati! Ma su di loro l’ira è giunta al colmo.

Siete voi la nostra gloria e gioia! 17Quanto a noi, fratelli, per poco tempo privati della vostra presenza di persona ma non con il cuore, speravamo ardentemente, con vivo desiderio, di rivedere il vostro volto. 18Perciò io, Paolo, più di una volta ho desiderato venire da voi, ma Satana ce lo ha impedito. 19Infatti chi, se non proprio voi, è la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui vantarci davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? 20Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia!

Approfondimenti

(cf 1-2 TESSALONICESI – nuova versione, introduzione e commento di RINALDO FABRIS © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

Missione e proclamazione del vangelo di Dio a Tessalonica Nel racconto della loro missione a Tessalonica i mittenti della lettera, che si presentano come «apostoli di Cristo», ne fanno un bilancio molto positivo. In questa cornice si collocano le due immagini della «ma­dre nutrice» e del «padre educatore», che esprimono le intense relazioni affetti­ve tra i predicatori del vangelo di Dio e i destinatari, i credenti, chiamati «figli» e «fratelli». Il contesto ideale per una trasmissione efficace del vangelo è quello stesso in cui si trasmette e si comunica la vita delle persone.

Lo stile e il metodo dei predicatori del vangelo di Dio In una duplice serie di antitesi si traccia il profilo etico dei predi­catori del vangelo, chiamati «apostoli di Cristo». La predicazione di Paolo e dei suoi collaboratori a Tessalonica è chiamata ”esortazione”. Sotto il profilo positivo lo stile e il metodo dei predicatori del vangelo sono caratterizzati dal loro rapporto con Dio. Approvati da Dio, essi hanno ricevuto da lui l'incarico di proclamare il vangelo. All'iniziativa di Dio essi hanno corrisposto cercando di piacere non agli uomini, ma a Dio, «che prova i nostri cuori». I predicatori del vangelo non ricercano la gloria umana, perché hanno come prospettiva la gloria di Dio.

I tratti distintivi dei predicatori del vangelo di Dio Sullo sfondo della serie di antitesi precedenti risalta la figura posi­tiva della madre-nutrice, che si prende cura dei propri figli. Questa immagine familiare si sviluppa nel lessico affettivo della dichiarazione successiva, dove la comunicazione del vangelo di Dio è posta in parallelismo progressivo con il dono della vita: «Così affezionati a voi eravamo disposti a darvi non solo il vangelo di Dio, ma perfino la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari». L'immagine della nutrice, che si prende cura teneramente dei propri figli, è rafforzata nella dichiarazione che segue immediatamente, dove si riprende e si in­tensifica il lessico affettivo: «Così affezionati a voi, eravamo disposti a darvi non solo il vangelo di Dio, ma perfino la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari».

Lo stile e il metodo del loro impegno per la comunità dei credenti A riprova della disponibilità dei predicatori non solo a comunicare ai tessalonicesi il vangelo di Dio, ma a dare la loro stessa vita, si ricordano lo stile e il metodo sia del primo annunzio sia della cura pastorale della comunità dei cre­denti. L'appellativo «fratelli», che fa parte dello stile epistolare, riattiva il contatto tra i mittenti e i destinatari della lettera. La memoria del primo annunzio si concen­tra sulla «fatica» e sul «travaglio» dei predicatori che hanno lavorato senza so­sta «notte e giorno», per non pesare su nessuno dei fedeli della comunità. I missionari si appellano ancora alla loro esperienza per presentare la propria azione pastorale a Tessalonica. Per caratterizzarne lo stile e il metodo fanno un confronto con la figura e il ruolo del «padre», simmetrica a quella della madre o «nutrice» (cfr. 1Ts 2,8). In questo caso si dà risalto al rapporto personalizzato del padre, che si dedica «singolarmente» ai propri figli. La figura del «padre», educatore o formatore dei suoi figli, è congeniale a Paolo (1Cor 4,15.17.21 ; 2Cor 6,13; Fil 2,22-25). Sullo sfondo di questa immagine e del lessico relativo sta la tradizione sapienziale biblica, dove la relazione maestro-discepolo si ispira al mo­dello delle relazioni padre-figlio (Pro 3,1; 4,1-4.10.20; 5,1; 6,1.20; 7,1; 8,32; Sir 7,3). Anche nell'ambiente greco-romano, dove predomina il modello del pater familias, padrone dispotico dei figli, non è del tutto assente la figura del «padre-educatore», che nell'educazione dei figli privilegia l'esortazione e l'incoraggiamento.

In uno sguardo d'insieme dell'unità letteraria 1Ts 2,1-12 si intuisce qual è il perno attorno al quale ruota la metodologia di un annunzio efficace del vange­lo di Dio. Certamente la coerenza etica e lo stile di vita dei predicatori del van­gelo servono a dissipare sospetti e insinuazioni malevoli nei loro confronti. Anche la dedizione costante al loro compito, senza la pretesa di ricavarne un vantaggio materiale immediato o semplicemente l'apprezzamento da parte degli ascoltatori, è un punto a favore della credibilità del loro annunzio. Pure l'autorevolezza di chi si presenta con la qualifica di «apostolo di Cristo», come suo delegato e plenipotenziario, non è sufficiente per dare credito alla proclamazio­ne del vangelo di Dio. Anche il discorso più sincero e appassionato, eticamente ineccepibile e, sotto il profilo logico, coerente, può essere scambiato per propa­ganda religiosa. Il centro e il cuore pulsante della metodologia efficace nell'annunzio è la qualità delle relazioni che s'intrecciano tra i predicatori del vangelo di Dio e i de­stinatari. Se la proclamazione del lieto messaggio cristiano riguarda l'amore in­comparabile di Dio, rivelato e reso presente nella vicenda umana di Gesù Cristo, il suo Figlio, allora non c'è altro percorso per arrivare alla sua accoglienza se non quello dell'amore, che sta all'origine della vita e la promuove. Paolo, che scrive a nome anche dei collaboratori Silvano e Timoteo, lo dichiara al culmine di un'ap­passionata argomentazione ispirata ai modelli della retorica del suo tempo. Non basta dire ai cristiani di Tessalonica che egli si è affezionato a loro come una nu­trice che si prende cura dei propri figli. Paolo è in grado di dimostrarlo, appellan­dosi alla testimonianza della giovane comunità cristiana sorta grazie alla sua pre­dicazione del vangelo. La lettera che sta scrivendo è prova e documento dell'intensità del suo amore per quelli che egli considera i suoi figli. Il riferimento al modello dei rapporti pa­rentali – come una madre e come un padre – non è solo espediente retorico della comunicazione epistolare. Realmente, Paolo e i suoi collaboratori possono richia­mare alla memoria dei tessalonicesi il loro impegno costante e disinteressato per accompagnarli singolarmente nei primi passi del loro cammino cristiano. Il brano, che fa da ponte tra l'esordio e il corpo della lettera, presenta un quadro esemplare di annunzio del vangelo di Dio e di metodologia pastorale.

Siete diventati imitatori delle chiese di Dio I predicatori umani sono mediatori di una parola che è da Dio e a lui appartiene. Il significato complessivo dell'espressione «parola di Dio» è confermato dall'affer­mazione circa la sua azione efficace in quelli che l'accolgono nella fede. Quello che è decisivo per l'efficacia della parola di Dio è la fede permanente di quelli che l'accolgono. L'unità letteraria di 1Ts 2,13-16 fa da ponte tra il racconto rievocativo della missione paolina a Tessalonica e quello dei suoi rapporti successivi con la Chiesa macedone. La ripresa del tema del ringraziamento dell'esordio offre lo spunto per fare una riflessione sul rapporto tra annunzio e accoglienza della parola di Dio. Quelli che proclamano la parola di Dio a Tessalonica sono «uomini» come gli ascoltatori stessi. Il superamento del paradosso dell'ascolto della parola di Dio, nella parola di uomini, avviene grazie alla fede, intesa come apertura all'iniziativa gratuita di Dio. La parola di Dio diventa efficace negli ascoltatori credenti. Il brano che segue, fortemente polemico, si salda al precedente mediante il riferimento alla proclamazione del vangelo di Paolo alle genti per la loro salvezza. Il tema dell'imitazione e delle sofferenze richiama l'esordio della lettera, dove i tessalonicesi sono elogiati perché hanno accolto la parola di Dio con gioia, in mezzo a una grande tribolazione, e sono diventati imitatori del Signore Gesù e di Paolo. La polemica antigiudaica non è motivata da ragioni etnico-religiose, come avverrà nella storia successiva dei rapporti tra cristiani ed ebrei, perché Paolo, non ha mai rinnegato la sua appartenenza al popolo ebraico. In questo caso egli utilizza alcuni elementi della storia di Israele – uccisione dei profeti – dell'ambiente gre­co-romano e della tradizione apocalittica, per incoraggiare i cristiani di Tessalonica esposti alle ostilità del loro ambiente.

Siete voi la nostra gloria e gioia! La prima parte del dialogo epistolare, incentrato sulla storia dei rappor­ti dei missionari Paolo, Silvano e Timoteo con la Chiesa dei tessalonicesi, si apre con una dichiarazione che ne annunzia il tema. Alla brusca e forzata separazione dalla giovane comunità cristiana di Tessalonica, i predicatori del vangelo hanno risposto con il loro costante impegno per riprendere i contatti, spinti dall'intenso desiderio di rivederli. In conseguenza di questo forte desiderio di riprendere i contatti con i tessalonicesi, Paolo, in prima persona, più volte ha preso l'iniziativa di andare da loro. Solo un antagonista sovrumano – satana – ha potuto troncare o manda­re a monte i suoi tentativi. L'introduzione della figura di satana nella storia dei rapporti con la Chiesa dei tessalonicesi fa capire che Paolo colloca la faccenda nel contesto di uno scontro «apocalittico» tra l'azione di Dio, che si manifesta e si realizza nell'annunzio del vangelo, e il fronte avversario, rappresentato da satana. Paolo chiude la ricostruzione dei suoi rapporti con i tessalonicesi con una domanda esclamativa spezzata – manca il verbo reggente –, dove il tono emotivo arriva all'acme. Ancora una volta egli vuole dire che il fallito incontro con la Chiesa di Tessalonica non può essere segno di mancanza di affetto o interesse da parte sua, «perché» essi, assieme agli altri gruppi cristiani – «anche voi» – sono la sua «speranza, gioia e corona di vanto davanti al Signore Gesù, alla sua venuta». Anche se la comunità cristiana di Tessalonica, nata grazie all'annunzio del vangelo di Dio da parte dei predicatori itineranti, fin d'ora è per essi motivo e fon­te di «speranza, gioia, vanto e gloria», l'aggiunta della frase «davanti al Signore nostro Gesù, alla sua venuta» dà un orientamento escatologico non solo alla «co­rona di vanto», ma a tutta la costellazione dei termini.


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Intestazione 1Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace.

Ringraziamento e preghiera 2Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere 3e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro. 4Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. 5Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione: ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. 6E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, 7così da diventare modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. 8Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. 9Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero 10e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

Approfondimenti

(cf 1-2 TESSALONICESI – nuova versione, introduzione e commento di RINALDO FABRIS © FIGLIE DI SAN PAOLO, 2014)

Intestazione La prima Lettera ai Tessalonicesi è il primo scritto epistolare di Paolo, per cui essa rappresenta anche un modello letterario per tutte le altre sue lettere. Per comporne il testo dell'intestazione, Paolo si ispira allo schema delle lettere dell'ambiente greco-romano, dove esso assume una forma tripartita: mittente, destinatari e saluto. Dentro tale schema letterario profa­no, Paolo introduce la novità della fede cristiana, precisando che la «Chiesa dei Tessalonicesi» ha il fondamento del suo statuto e della sua identità nel rapporto con Dio Padre per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Da questa fonte divina promanano la grazia e la pace che Paolo e i suoi collaboratori, Silvano e Timoteo, augurano ai Tessalonicesi. La menzione dei due «co-mittenti» nell'intestazione della lettera implica che essi sono coinvolti nel dialogo epistolare di Paolo con i Tessalonicesi. L'uso prevalente della prima persona plurale « noi » nel corso dello scritto esprime la responsabilità collegiale dei tre mittenti, anche se, chi tiene le fila del discorso è Paolo. Questo è evidente nei casi in cui il primo mittente si presenta in prima persona, addirittura con il suo nome: « Perciò volevamo venire da voi, proprio io Paolo, una anzi due volte, ma satana ce l'ha impedito» (1Ts 2,18; cfr. 3,5; 5,27). I destinatari del primo scritto paolino sono i cristiani che formano la «Chie­sa dei Tessalonicesi». In modo inconsueto sono designati con il nome gentilizio – «Tessalonicesi» – che Paolo adopera rarissime volte nella sua corrispondenza (cfr. Fil 4,15: «Lo sapete anche voi, Filippesi...»). In genere, i destinatari sono in­ dicati con il nome della città o regione, dove essi risiedono (cfr. 1Cor 1,2; 2Cor 1,1 ; Gal 1,2; Fil 1,1). Per la prima volta ricorre il termine ekklēsía per parlare di un gruppo di cristiani. Nell'intestazione di 1Tessalonicesi questo termine richiama la versione greca della Bibbia, do­ve con questo vocabolo gli ebrei di Alessandria traducono l'ebraico qehāl JHWH. Tanto più che il verbo ebraico qāhāl (chiamare) è assonante con il verbo greco ka­leîn (chiamare), che sta alla base del sostantivo ek-klēsía (convocazione). La scelta di ek-klēsía, invece di synagoōgê, con il quale spesso la versione greca dei LXX ha qehāl e più spesso 'edâh (comunità), potrebbe essere intenzionale per distinguere il gruppo dei credenti cristiani dalle altre aggregazioni sociali o religiose, soprattutto da quelle ebraiche, normalmente denominate con il vocabolo synagōgê(ái).

Ringraziamento e preghiera Seguendo il model­lo letterario del discorso epistolare il dialogo con i Tessalonicesi si apre con una preghiera di ringraziamento a Dio. Tutte le lettere paoline, ad eccezione della Lettera ai Galati, si apro­no con una preghiera di ringraziamento con il verbo eucharisteîn (ringraziare). La motivazione o l'occasione del ringraziamento a Dio, sempre e per tutti i Tessalonicesi, è il ricordo «incessante» da parte del gruppo dei predicatori che si manifesta nelle loro preghiere. Il dialogo epistolare di Paolo e dei suoi collabo­ratori con i cristiani della metropoli macedone si colloca sullo sfondo della loro relazione vitale con Dio Padre e il Signore Gesù Cristo.

Per la prima volta in uno scritto cristiano compare il vocabolo euaggélion (Vangelo); si può ritenere che con la sua atti­vità missionaria Paolo abbia favorito l'uso cristiano di questo termine.

Al v. 6 i destinatari della proclamazione del vangelo diventano i protagonisti della sua diffusione. La sezione ruota attorno al tema della «imitazione» e del «mo­dello». Si dice che i Tessalonicesi sono diventati «imitatori» dei missionari e del «Signore» in quanto hanno accolto «la Parola in mezzo a una grande tribolazione, con gioia di Spirito Santo». Nelle sue lettere, sotto la terminologia della «tribolazione», Paolo elenca le sue prove apostoliche e quelle dei cristiani. Nel caso dei Tessalonicesi si può pensa­re ai contrasti e alle ritorsioni che la loro scelta di fede provoca nell'ambiente so­ciale e religioso della città macedone. Però i cristiani di Tessalonica sono diventati imitatori dei missionari e del Signore non solo per la «grande tribolazione» , che ha segnato la loro adesione al vangelo, ma perché questa è paradossalmente congiunta con «la gioia dello Spirito Santo».

In un crescendo a effetto, l'elogio dei Tessalonicesi tocca l'apice con la nuova considerazione: nella loro accoglienza del Vangelo, da «imitatori» dei missionari e del Signore, i cristiani di Tessalonica sono diventati «modello per tutti i credenti nella Macedonia e nell'Acaia». In uno stile ridondante di nuovo sono menzionate le due province ro­mane dell'impero – Macedonia e Acaia –, per rimarcare, con la figura retorica dell'intensificazione – «non solo... ma...» –, la diffusione dell'esperienza dei cri­stiani di Tessalonica.

La conversione dei Tessalonicesi è presentata in due risvolti: l'uno negativo, come abbandono degli idoli, e l'altro positivo, come adesione a Dio, che si concretizza nell'impegno al suo servizio. Dopo essersi rivolti a Dio, si sono impegnati a servire «Dio vivo e vero».

Per la prima volta, in un documento cristiano, si traccia il percorso che porta alla nascita di una Chiesa locale: annunzio e accoglienza del vangelo, passaggio dal culto idolatrico alla fede nel Dio unico e vero, che si rende presente e salva per mezzo del Figlio suo Gesù. Nel proemio della 1Tessalonicesi sono presenti le coor­dinate della missione cristiana, che si realizza sostanzialmente nella comunicazione del vangelo o della parola di Dio, che ha il suo nucleo nell'evento della morte e ri­surrezione di Gesù. Non solo i predicatori itineranti proclamano con efficacia il vangelo, ma ogni persona che ha accolto la parola di Dio ha la capacità e l'impegno di farla risuonare dappertutto. La diffusione della parola di Dio da parte dei cristiani di Tessalonica dà un contenuto più preciso al dinamismo della loro fede elogiato da Paolo assieme all'amore e alla speranza. Nelle ultime righe dell'esordio della lettera si prospetta l'orizzonte del compimento esca­tologico della salvezza, sicuro approdo della speranza cristiana anche di fronte all'esperienza della morte delle persone care.


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Conclusione della sezione precedente 1Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo.

Invito alla preghiera per la missione 2Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie. 3Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di Cristo. Per questo mi trovo in prigione, 4affinché possa farlo conoscere, parlandone come devo.

I rapporti con gli estranei 5Comportatevi saggiamente con quelli di fuori, cogliendo ogni occasione. 6Il vostro parlare sia sempre gentile, sensato, in modo da saper rispondere a ciascuno come si deve.

Conclusione della lettera 7Tutto quanto mi riguarda ve lo riferirà Tìchico, il caro fratello e ministro fedele, mio compagno nel servizio del Signore, 8che io mando a voi perché conosciate le nostre condizioni e perché rechi conforto ai vostri cuori. 9Con lui verrà anche Onèsimo, il fedele e carissimo fratello, che è dei vostri. Essi vi informeranno su tutte le cose di qui. 10Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Bàrnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni – se verrà da voi, fategli buona accoglienza – 11e Gesù, chiamato Giusto. Di coloro che vengono dalla circoncisione questi soli hanno collaborato con me per il regno di Dio e mi sono stati di conforto. 12Vi saluta Èpafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non smette di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio. 13Io do testimonianza che egli si dà molto da fare per voi e per quelli di Laodicèa e di Geràpoli. 14Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema. 15Salutate i fratelli di Laodicèa, Ninfa e la Chiesa che si raduna nella sua casa. 16E quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi. 17Dite ad Archippo: «Fa’ attenzione al ministero che hai ricevuto nel Signore, in modo da compierlo bene». 18Il saluto è di mia mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene. La grazia sia con voi.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI COLOSSESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Filippo Belli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

Conclusione della sezione precedente Questo versetto conclude l'ultima sezione del capitolo precedente che è dedicata agli schiavi. L'affermazione in 3,11 («Non c'è... schiavo, libero, ma Cristo, che è tutto e in tutti») ha bisogno evidentemente di chiarimento nella prassi della situazione esistenziale stessa degli schiavi. Paolo non ha paura di affrontarla e in modo chiaro dà una indicazione fondamentale: «obbedite... nel timore del Signore» (v. 22); «qualunque cosa facciate... come se la faceste per il Signore» (v. 23); «servite Cristo, Egli è il vostro Signore». Ciò che introduce la novità cristiana non è dunque un cambiamento delle circostanze di vita, ma la possibilità di viverle in altro modo. L'appartenenza a Cristo diviene il criterio di giudizio («non... come se doveste piacere a uomini», vv. 22 e 23) e di affezione («nella semplicità di cuore», v. 22; «di buon animo», v. 23) nell'azione stessa. La prospettiva con cui vivere e valutare la propria situazione di schiavi non è quella immediata della terra, ma quella che è legata a Cristo (cfr. 3,1-2: «ricercate le realtà che si trovano là dov'è Cristo... non... quelle della terra»). Per questo Paolo segnala la prospettiva escatologica del giusto giudizio e della ricompensa (vv. 24-25), qui però determinata e informata dall'appartenenza a Cristo. L'accenno al fatto che «non c'è distinzione di persone» fa comprendere che la posta in gioco non è lo status sociale (libero o schiavo), ma la giustizia che Cristo permette di vivere in ogni situazione. A noi moderni sembra poca cosa, ma, in effetti, il valore e la dignità di una persona (sia essa schiava o libera) è quello che Cristo afferma nell'assimilare a sé i credenti. La storia poi confermerà che questa è la strada che il cristianesimo seguirà con pazienza per l'affrancamento totale e reale degli schiavi. Infine è interessante notare il gioco di parole in 4,1: ai padroni (kúrioi) degli schiavi Paolo ricorda che anch'essi sono al servizio del Signore, essendo Lui il padrone (Kúrios) celeste.

Invito alla preghiera per la missione Il v. 2 è un grande invito alla preghiera costante («siate assiduamente fedeli alla preghiera»). Paolo riassume cosi tutta la tensione del cammino cristiano, del resto attestata dal Nuovo Testamento a partire da Gesù stesso (cfr. Lc 18,1 e At 1,14). L'inizio della lettera aveva indicato nella preghiera – di Paolo in quel caso – il mezzo più adeguato per acquisire la conoscenza del mistero, necessaria per rimanere fedeli alla grazia ricevuta nell'annuncio (1,9-10). Dopo le varie esortazioni, il richiamo, anche per accenni, a questa esigenza ne evidenzia la sua pertinenza per la vita cristiana. Essa è, infatti, ciò che permette la vigilanza. Qui occorre intenderla non in senso escatologico, ma piuttosto come ciò che mantiene l'atteggiamento di gratitudine. Abbiamo visto che nella lettera la gratitudine è il segno della coscienza della grazia ricevuta, adeguata risposta a ciò che si è accolto nel Vangelo e volontà di rimanervi saldi (1,12; 2,7; 3,15.16.17). I vv. 3-4 richiamano abbastanza esplicitamente lo sviluppo di 1,24-2,5 dove la situazione di sofferenza di Paolo e l'annuncio del mistero sono congiunti. Qui, nell'invito ai Colossesi a pregare per lui, avviene la medesima assimilazione: è per la comunicazione del mistero che Paolo è in catene.

I rapporti con gli estranei Questi versetti, nella loro semplicità, sono abbastanza inusuali nell'epistolario paolino. La comunità è invitata a cogliere l'occasione opportuna (kairos) con «gli estranei». Che cosa significhi esattamente, è il v. 6 che lo lascia intendere, giacché invita a parlare in modo «Cordiale, assennato, perché sappiate rispondere a ciascuno in modo adeguato». La saggezza richiesta è quella pratica («comportatevi») che permette di sfruttare intelligentemente le occasioni di rapporto con quelli fuori della comunità.

Conclusione della lettera La lettera si chiude con alcune brevi informazioni, i saluti, qualche raccomandazione particolare, la firma di Paolo, e il saluto di grazia. Il vivido quadro che scaturisce dalle brevi informazioni che Paolo offre sulla propria situazione, sui suoi amici collaboratori, sulla vita della comunità di Colossi dà conferma, in qualche modo, dell'autenticità paolina della lettera, giacché un altro autore avrebbe dovuto “inventare” una tale situazione in modo ipotetico, mentre un saluto generale come avviene in altre lettere (cfr. 2Cor 13,12-13; Fil 4,21-23; 1Ts 5,25-28) sarebbe stato sufficiente. L'immagine della situazione della Chiesa nell'età apostolica che emerge dalla lettera ai Colossesi è di fatica, sofferenza, detenzione: difficoltà di ogni genere sono all'ordine del giorno. In tale contesto risalta l'amicizia cristiana, che questi versetti ci fanno intravedere, come un fattore di letizia, di sostegno e di speranza. La gratitudine che Paolo esprime ne è una viva documentazione. Le diverse attestazioni di stima da parte di Paolo, per alcune persone in particolare, hanno una ragione fondamentale che è la collaborazione e la sollecitudine che esse hanno per l'annuncio cristiano e la vita della Chiesa. Tra le righe emerge quella unità di intenti, di dedizione e di carità reciproca che l'appartenenza al Signore genera e incrementa. La raccomandazione di far leggere la lettera anche alla comunità di Laodicea (v. 16) conferma che l'«errore di Colossi» non concerne una qualche devianza specifica della comunità, quanto delle influenze esterne legate anche all'ambiente religioso e culturale della zona, la provincia romana dell'Asia. Infine il saluto scritto da Paolo: la firma di suo pugno testimonia non tanto la volontà di autentificare la lettera, quanto quella di farsi vicino in qualche modo a una comunità che non ha fondato e visitato personalmente. Le ultime parole della lettera ai Colossesi, nella loro estrema brevità e col classico saluto «la grazia sia con voi» (v. 18) sembrano quanto mai appropriate a tutto ciò che Paolo ha voluto comunicare, ovvero la coscienza detta e vissuta della grazia ricevuta in Cristo, e la strada per mantenervisi.


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I princìpi cristologici dell'agire cristiano 1Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! 4Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

L'etica cristiana personale e comunitaria 5Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; 6a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. 7Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi. 8Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. 9Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni 10e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. 11Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti. 12Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, 13sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. 14Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. 15E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! 16La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. 17E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.

L'etica della vita domestica 18Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. 19Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. 20Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. 21Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. 22Voi, schiavi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni: non servite solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. 23Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, 24sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità. Servite il Signore che è Cristo! 25Infatti chi commette ingiustizia subirà le conseguenze del torto commesso, e non si fanno favoritismi personali.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI COLOSSESI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Filippo Belli © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

I princìpi cristologici dell'agire cristiano Lo sviluppo del brano parte dal fatto della risurrezione, che stabilisce la dinamica fondamentale della vita nuova: cercare e desiderare le cose di Cristo e respingere quelle terrestri (vv. 1-2). I cristiani – ricorda Paolo – sono risorti. Che cosa significa? Che sono morti e che vivono una nuova vita in Cristo (v. 3). Di conseguenza è anche richiamato i l destino di gloria, per il quale vale la pena vivere la costante tensione etica insita nella vita nuova dei risorti (v. 4). Per Paolo è importante stabilire il principio base che deve guidare la vita cristiana, una costante tensione a vivere quello che è il dono di grazia nel battesimo, cioè la vita nuova in Cristo. Questo è anche ciò che permette di non guardare, di non tenere in conto altre cose («a queste cose aspirate, non a quelle della terra»).

L'immagine che Paolo offre per comprendere la nuova situazione del cristiano nel battesimo, e che definisce anche la sua vita etica, è quella della morte e risurrezione, ma con accenti che ne fanno percepire la dinamica di «già e non ancora» (vv. 3-4), o ancora meglio, che ciò che è nascosto – prima o poi – viene alla luce (cfr. Mc 4,22; 1Cor 4,5; 1Gv 3,2). Infatti, ricordando che i credenti sono morti (nel battesimo come ha già spiegato, cfr. 2,11-12), afferma che ora la loro vita è «nascosta con Cristo in Dio», ovvero che i battezzati vivono – misteriosamente, ma realmente – della vita di Cristo («Cristo, che è la vostra vita» v. 4) custodita in Dio, pur nell'inevitabile travaglio e tensione che l'esistenza terrena comporta. Pure il cristiano è già risorto, attende solo che questa novità radicale sia manifestata pienamente: «quando però Cristo, che è la vostra vita apparirà, allora anche voi, assieme a lui apparirete nel vostro stato glorioso» (v. 4). Cosi la tensione etica dei credenti è giustificata come attesa e speranza certa di ciò che hanno già ricevuto ma che deve manifestarsi pienamente.

L'etica cristiana personale e comunitaria Questa sezione inizia con un elenco dei vizi. Ci sono quattro ambiti sui quali è posta l'attenzione: quello dell'impurità sessuale («immoralità sessuale, impurità, libidine»), quello della avidità («desiderio malvagio, avidità»), quello della socialità («ira, escandescenza, cattiveria») e quello della parola («maldicenza, linguaggio osceno e menzogna»). La pervasività della vita nuova è tale da abbracciare l'intera esistenza del credente, di modo che nessun aspetto può esservi estraneo. Il grande lavorio etico è quello di diventare nel tempo quello che il cristiano è già diventato (morto e spogliato dell'uomo vecchio). I vizi elencati – in particolare la cupidigia – sono fondamentalmente «idolatria» (v. 5b) e hanno una conseguenza: «la collera di Dio» sul destino di chi compie il male (v. 6).

L'immagine dello spogliarsi e del rivestirsi(Rm 13,12-14; 1Cor 15,53-54; 2Cor5,2-4; Gal3,27,Ef4,24) non è nuova in Paolo. È un altro modo figurato di descrivere ciò che è accaduto al cristiano nel battesimo. Essa si presta in particolare al nostro brano che da una parte invita a deporre i vizi (vv. 5-9a) e dall'altra a rivestire le virtù cristiane (vv. 12-17). A questa immagine è abbinata l'idea del vecchio uomo e del nuovo, anch'essa presente nell'epistolario paolino (cfr. Rm 6,6; Ef4,22). Così il battesimo, che dà origine al cristiano, è compreso eticamente come la generazione di una nuova personalità che ha dei tratti distintivi precisi, rinvenibili nell'esperienza, cioè nel suo modo di agire e vivere le cose solite. L'uomo, infatti, rimane tale, ma si «rinnova continuamente» secondo l'«immagine» vera sua, cioè di Colui che lo ha «creato»: il cristiano è in qualche modo morto al regime vecchio di vita ed è stato trasferito in uno nuovo, la prima caratteristica di questo status è una fondamentale nuova identità non determinata da categorie sociali o etniche o religiose, ma piuttosto dall'invadenza di Cristo come principio di esistenza.

La parte positiva dell'esortazione prende le mosse da quello che è stato appena affermato, il nuovo status dei credenti, infatti la seconda parte di questa sezione invita alle virtù proprie cristiane. Il battesimo non è semplice atto giuridico, ma di trasformazione interna della persona che lo rende «santo», cioè partecipe della santità di Dio a opera della redenzione di Cristo. Su questa base, cioè l'esperienza fattiva di Cristo, è fondata l'etica positiva cristiana. Il brano la tratteggia, quantunque non in modo esaustivo, nei suoi elementi essenziali: innanzitutto i sentimenti fondamentali che guidano l'agire (vv. 12-15), poi la parola(v.16) e infine tutte le cose dette e operate in genere (v. 17). Alla fine di ognuno dei tre brevi sviluppi c'è l'invito alla «gratitudine» che appare così essere il sentimento generale che deve dominare la vita del credente secondo Colossesi.

L'etica della vita domestica Ora Paolo passa a considerare i protagonisti principali della vita familiare nei loro reciproci rapporti: mogli e mariti; figli e genitori; schiavi e padroni. La composizione del brano ci offre già alcune indicazioni. La sequenza delle coppie considerate è in ordine di importanza nella vita familiare, ma anche in una successione in crescendo per le implicazioni che possono risultare problematiche (ultima il rapporto schiavi/padroni). Inoltre sono sempre esaminate a partire dal membro più debole («mogli» – «figli» – «schiavi») per poi riferirsi a quello superiore («mariti» – «genitori» – «padroni»). Lo sviluppo stesso quindi esprime due attenzioni dell'apostolo a riguardo: quella di richiamare coloro che hanno più potere in tali rapporti a esigenze più evangeliche e quella di affrontarne i nodi più delicati secondo la loro difficoltà.

Il tenore del brano è pienamente esortativo, tutti i verbi principali sono all'imperativo presente a indicare una raccomandazione da seguire in modo costante e durevole. A riguardo si può notare immediatamente un elemento decisivo: le parti più deboli nella scala sociale del tempo sono invitate a rimanere in una posizione consona alle convenzioni del tempo, ovvero di sottomissione e obbedienza («mogli rimanete sottomesse», v. 18; «voi figli, obbedite», v. 20; «voi schiavi, obbedite», v. 22). A prima vista quindi

Paolo sembra non voler cambiare tali convenzioni né invitare a un cambiamento radicale di esse. Ciò che è nuovo, invece, sono le motivazioni che sostengono gli atteggiamenti da tenere, che sono dettate dal rapporto che si è stabilito con il Signore («è giusto per chi vive nel Signore», v. 18; «cosa gradita per chi vive nel Signore», v. 20; «nel timore del Signore», v. 22). La novità cristiana è quindi in grado di far vivere tali situazioni in altro modo.

Di contro, invece, le indicazioni date a coloro che rivestono un ruolo di potere sono tutte intese a moderare o a eliminare radicalmente i possibili abusi che tali posizioni implicano («amate... non esasperatevi», v. 19; «non irritate», v. 21; «provvedete... ciò che è giusto ed equo», 4,1).

Se quindi ai ruoli inferiori è chiesto di vivere nel Signore la loro condizione, in modo da trovarne conforto e giustizia, è piuttosto dai ruoli superiori che si esige un cambiamento più deciso e innovativo. È in questo modo che Paolo prospetta il mutamento in questi rapporti: attraverso una giustizia più grande delle convenzioni sociali.


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