📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Pietro e Cornelio 1Vi era a Cesarèa un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte detta Italica. 2Era religioso e timorato di Dio con tutta la sua famiglia; faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio. 3Un giorno, verso le tre del pomeriggio, vide chiaramente in visione un angelo di Dio venirgli incontro e chiamarlo: «Cornelio!». 4Egli lo guardò e preso da timore disse: «Che c’è, Signore?». Gli rispose: «Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite dinanzi a Dio ed egli si è ricordato di te. 5Ora manda degli uomini a Giaffa e fa’ venire un certo Simone, detto Pietro. 6Egli è ospite presso un tale Simone, conciatore di pelli, che abita vicino al mare». 7Quando l’angelo che gli parlava se ne fu andato, Cornelio chiamò due dei suoi servitori e un soldato, uomo religioso, che era ai suoi ordini; 8spiegò loro ogni cosa e li mandò a Giaffa.

9Il giorno dopo, mentre quelli erano in cammino e si avvicinavano alla città, Pietro, verso mezzogiorno, salì sulla terrazza a pregare. 10Gli venne fame e voleva prendere cibo. Mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi: 11vide il cielo aperto e un oggetto che scendeva, simile a una grande tovaglia, calata a terra per i quattro capi. 12In essa c’era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo. 13Allora risuonò una voce che gli diceva: «Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!». 14Ma Pietro rispose: «Non sia mai, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di profano o di impuro». 15E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano». 16Questo accadde per tre volte; poi d’un tratto quell’oggetto fu risollevato nel cielo.

17Mentre Pietro si domandava perplesso, tra sé e sé, che cosa significasse ciò che aveva visto, ecco gli uomini inviati da Cornelio: dopo aver domandato della casa di Simone, si presentarono all’ingresso, 18chiamarono e chiesero se Simone, detto Pietro, fosse ospite lì. 19Pietro stava ancora ripensando alla visione, quando lo Spirito gli disse: «Ecco, tre uomini ti cercano; 20àlzati, scendi e va’ con loro senza esitare, perché sono io che li ho mandati». 21Pietro scese incontro a quegli uomini e disse: «Eccomi, sono io quello che cercate. Qual è il motivo per cui siete venuti?». 22Risposero: «Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, stimato da tutta la nazione dei Giudei, ha ricevuto da un angelo santo l’ordine di farti venire in casa sua per ascoltare ciò che hai da dirgli».23Pietro allora li fece entrare e li ospitò.

Il giorno seguente partì con loro e alcuni fratelli di Giaffa lo accompagnarono. 24Il giorno dopo arrivò a Cesarèa. Cornelio stava ad aspettarli con i parenti e gli amici intimi che aveva invitato. 25Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. 26Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!». 27Poi, continuando a conversare con lui, entrò, trovò riunite molte persone 28e disse loro: «Voi sapete che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo. 29Per questo, quando mi avete mandato a chiamare, sono venuto senza esitare. Vi chiedo dunque per quale ragione mi avete mandato a chiamare». 30Cornelio allora rispose: «Quattro giorni or sono, verso quest’ora, stavo facendo la preghiera delle tre del pomeriggio nella mia casa, quando mi si presentò un uomo in splendida veste 31e mi disse: “Cornelio, la tua preghiera è stata esaudita e Dio si è ricordato delle tue elemosine. 32Manda dunque qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; egli è ospite nella casa di Simone, il conciatore di pelli, vicino al mare”. 33Subito ho mandato a chiamarti e tu hai fatto una cosa buona a venire. Ora dunque tutti noi siamo qui riuniti, al cospetto di Dio, per ascoltare tutto ciò che dal Signore ti è stato ordinato».

Il discorso di Pietro 34Pietro allora prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, 35ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. 36Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. 37Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; 38cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. 39E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, 41non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. 42E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. 43A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

La Pentecoste dei gentili 44Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. 45E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; 46li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: 47«Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». 48E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Pietro e Cornelio L'accoglienza di Cornelio nella Chiesa segna l'inizio, per volontà divina e sotto l'autorità di Pietro confermata dalla Chiesa-madre, dell'entrata dei non-giudei nel popolo della salvezza, e quindi l'apertura della missione al mondo di quanti provenivano dal paganesimo. È, nell'ottica di Luca, una tappa decisiva della storia della salvezza, e non manca di sottolinearlo in diversi modi: la lunghezza stessa dell'episodio (è il racconto più esteso del libro); la presenza, nella casa di Cornelio, di numerosi parenti e amici (10,24b.27b.33b), che toglie all'episodio il carattere di un fatto solo privato e lo presenta come l'inizio della Chiesa pagano-cristiana; la giustificazione di Pietro dinanzi alla Chiesa di Gerusalemme (11, 1-18) che rafforza la dimensione ufficiale dell'evento e lo legittima; e non per ultimo la stessa “conversione” di Pietro che, superando le regole di purità e mangiando con dei pagani, apre la Chiesa giudeo-cristiana all'universalismo. L'autore ha probabilmente utilizzato due tradizioni indipendenti: la tradizione sulla conversione di Cornelio, alla quale aggiunge quella della visione di Pietro (10,9-16); vi integra un discorso dell'apostolo (10,34-43) e unifica l'insieme mediante una composizione “a doppia visione”, già usata nel racconto della conversione di Saulo, che permette di presentare l'incontro tra Pietro e Cornelio come un fatto voluto esplicitamente da Dio.

Cornelio abita a Cesarea marittima, 50 km a nord di Giaffa, città che sarà sede dei prefetti e procuratori romani della Giudea fino alla guerra giudaica. Vengono messe in rilievo le sue qualità religiose, simili a quelle del centurione di Cafarnao (cfr. Lc 7,3-5): egli fa parte di quegli uomini, non importa se pagani, che per il loro comportamento religioso e morale sono graditi a Dio; è pio, cioè ha un atteggiamento retto e opposto all'immoralità; è timorato di Dio, forse nel senso di simpatizzante per la religione d'Israele, simpatia dimostrata anche dalle opere caratteristiche della pietà giudaica: elemosina e preghiera. Cornelio e la sua famiglia sono pronti a diventare il primo nucleo di una Chiesa cristiana con membri provenienti dal paganesimo.

La visione dell'angelo si verifica durante l'ora della preghiera pomeridiana. Per descrivere la visione, Luca riprende la struttura teofanica già utilizzata per l'apparizione del Risorto a Saulo. Le parole dell'angelo (v. 4) riprendono la formulazione del linguaggio biblico legato ai sacrifici divenuta tradizionale: la preghiera e le opere buone salgono alla presenza di Dio e hanno lo stesso valore del profumo dei sacrifici compiuti nel tempio. È il concetto del sacrificio spirituale. Dio esaudisce il desiderio profondo del centurione (poter appartenere al popolo della salvezza) e gli fa incontrare il Vangelo. L'affidamento di un compito o missione è l'ultimo elemento della struttura teofanica: far venire Pietro. L'indicazione data dall'angelo è vaga, ma il lettore conosce già Simone (9,43). L'ordine dell'angelo viene eseguito subito (vv. 7-8). Tutto è esemplare nella famiglia di Cornelio.

Nel descrivere l'estasi di Pietro (vv. 9-16), il narratore lega abilmente i versetti precedenti alla tradizione sulla visione di Pietro. Quest'ultimo sale sul terrazzo, che, come «la stanza superiore» di 1, 13, è il luogo propizio alla preghiera, perché implica il distacco dalle faccende quotidiane per la vicinanza a Dio. «Mezzogiorno» (v. 9) è l'ora della rivelazione (cfr. 22,6). Il motivo della fame è inatteso, ma serve a preparare la visione degli animali, la cui descrizione appartiene al genere apocalittico, come: l'atto del vedere, il cielo aperto, l'apparizione di un oggetto molto misterioso che scende. Il v. 12 elenca il contenuto del misterioso lenzuolo: ogni sorta di animali, tranne i pesci(!), come nell'arca di Noè. La voce celeste (v. 13) risponde alla fame di Pietro, ma invita anche a non crearsi problemi di purità legale. La reazione dell'apostolo è negativa e decisa, e così prepara la dichiarazione della voce celeste (v. 15) che rappresenta il culmine della scena: viene abrogata la legge di Lv 11 sulla distinzione tra animali puri e impuri (cfr. Mc 7,19); la parola divina riporta tutta la creazione alla sua bontà originaria (cfr. Gen 1,25). Un ostacolo alla nascita della Chiesa universale viene tolto. Luca chiude la visione dicendo che «ciò si ripeté per tre volte» (v. 16): cosa? Non importa. Il numero dice che quanto Dio ha deciso è irrevocabile. Nel frattempo arrivano gli inviati di Cornelio, mentre Pietro è ancora perplesso sul significato della visione avuta. Un secondo intervento divino – ora dello Spirito Santo – ordina all'apostolo di prendere contatto con i messaggeri e di seguirli.

Luca, in forma di dialogo, riassume ciò che era accaduto da Cornelio. Per finire, Pietro dà ospitalità agli inviati: comincia a superare la barriera tra giudei e pagani (vv. 17-23a).

Pietro parte con i messaggeri, accompagnato anche da «fratelli» (v. 23b), cioè da giudeo-cristiani della comunità di Giaffa (cfr. v. 45), che poi serviranno da testimoni dinanzi alla Chiesa di Gerusalemme. L'episodio assume così un carattere ufficiale. Anche Cornelio non è solo: «i parenti e gli amici più intimi», il futuro nucleo di cristiani, danno la dimensione comunitaria a ciò che sta per accadere: sta nascendo la Chiesa costituita da cristiani provenienti dal giudaismo e dal paganesimo, tutti fratelli e figli di un unico Padre.

Cornelio si comporta da timorato di Dio e sa che Pietro è un Suo inviato (v. 25). L'apostolo ha così l'occasione di proclamare l'uguaglianza fondamentale di tutti gli uomini (v. 26). È quindi rimosso l'ostacolo della discriminazione religiosa tra giudei e gentili, come conferma anche l'amichevole conversazione tra Pietro e Cornelio (v. 27). Rivolgendosi al gruppo di non-giudei radunato in casa, Pietro esplicita (per annullarla) la regola della separazione voluta dalla Legge di Mosè, tra ebrei e stranieri. Siamo in presenza di un versetto centrale dell'intero libro: Pietro ha capito la visione degli animali e la concretizza entrando in casa di un pagano. Ma non basta: per Luca il racconto non ha ancora raggiunto la sua finalità ultima. Perciò fa formulare a Pietro un'ultima domanda: «Per quale motivo mi avete chiamato?». Come risposta, Cornelio racconta la visione da lui avuta (vv. 30-32). In conclusione, egli afferma la sua obbedienza immediata e crea l'attesa per il successivo discorso di Pietro.

Il discorso di Pietro Pietro inizia il suo discorso collocando il suo messaggio nel contesto; segue l'annuncio cristologico con un richiamo al ministero del Battista e di Gesù (conforme alla visione dell'evangelista), l'evento centrale della morte, risurrezione e apparizioni del Risorto, con l'invio a testimoniare. Alla fine, un breve accenno alla funzione di giudice e alla Scrittura, per introdurre il tema della fede e del perdono dei peccati. La tesi è formulata fin dall'inizio: la salvezza è destinata a tutti gli uomini (v. 34). Luca non cancella il privilegio d'Israele come popolo che ha ricevuto la rivelazione, ma afferma che il Vangelo nato in seno al popolo eletto è destinato al mondo intero. Luca tuttavia pone una condizione previa: il timore di Dio e il praticare la giustizia, cioè l'onore reso a Dio nell'accogliere la sua volontà e lo sforzo di incarnarla in un comportamento sociale conforme al volere divino. C'è in Luca una visione ottimista nei confronti del mondo pagano: ovunque possono esistere uomini che conducono una vita gradita a Dio; e le loro opere buone li dispongono ad accogliere il Vangelo. Cornelio ne è il prototipo. Il discorso di Pietro apre teologicamente alla missione universale; la predicazione nel mondo pagano ha per fondamento l'evento pasquale, con il quale Gesù è costituito sovrano universale e giudice escatologico; l'universalismo è preannunciato dalla Scrittura. Importanza particolare è data alla testimonianza apostolica e alla fede quale condizione di salvezza. Manca l'appello al pentimento, perché il contesto non lo esige.

La Pentecoste dei gentili Lo Spirito Santo è effuso su tutti i credenti pagani, provocando il parlare in lingue e la lode a Dio: gli effetti sono simili alla prima Pentecoste, e si svolgono sotto gli occhi dei presenti giudeo-cristiani, colti di sorpresa. In modo inatteso, lo Spirito Santo si comunica prima del battesimo. E quest'effusione dello Spirito, che interrompe al momento opportuno il discorso di Pietro, dimostra che la nascita della Chiesa con membri provenienti dal paganesimo non è frutto della decisione dell'uomo. Luca non vuole dunque negare il legame tra battesimo e dono dello Spirito Santo, ma mettere in luce l'iniziativa divina a favore dei pagani, che accolgono il Vangelo. Ciò implica che la nascita della Chiesa con membri provenienti dal paganesimo non è neanche la conseguenza del rifiuto d'Israele, ma è voluta direttamente da Dio. Nel nostro racconto l'autore sacro considera l'effusione dello Spirito non come un momento del rito battesimale, ma come la sua legittimazione, e il battesimo appare come un atto di obbedienza della Chiesa all'iniziativa divina. Questo dono rende i pagano-cristiani uguali ai giudeo-cristiani, ciò che Pietro esplicita al v. 47: «hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi». Luca pone in questo modo il fondamento dell'accesso dei pagani al battesimo cristiano, cosa che, storicamente, non avvenne senza esitazioni e conflitti. La seconda parte del v. 48 funge da pausa narrativa.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Saulo vede la gloria di Gesù Risorto 1Saulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote 2e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via. 3E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo 4e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?». 5Rispose: «Chi sei, o Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perséguiti! 6Ma tu àlzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». 7Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. 8Saulo allora si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco. 9Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda. 10C’era a Damasco un discepolo di nome Anania. Il Signore in una visione gli disse: «Anania!». Rispose: «Eccomi, Signore!». 11E il Signore a lui: «Su, va’ nella strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco, sta pregando 12e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire a imporgli le mani perché recuperasse la vista». 13Rispose Anania: «Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti quanto male ha fatto ai tuoi fedeli a Gerusalemme. 14Inoltre, qui egli ha l’autorizzazione dei capi dei sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». 15Ma il Signore gli disse: «Va’, perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d’Israele; 16e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». 17Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Saulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo». 18E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recuperò la vista. Si alzò e venne battezzato, 19poi prese cibo e le forze gli ritornarono.

Paolo missionario a Damasco Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, 20e subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio. 21E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: «Non è lui che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocavano questo nome ed era venuto qui precisamente per condurli in catene ai capi dei sacerdoti?». 22Saulo frattanto si rinfrancava sempre di più e gettava confusione tra i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo. 23Trascorsero così parecchi giorni e i Giudei deliberarono di ucciderlo, 24ma Saulo venne a conoscenza dei loro piani. Per riuscire a eliminarlo essi sorvegliavano anche le porte della città, giorno e notte; 25ma i suoi discepoli, di notte, lo presero e lo fecero scendere lungo le mura, calandolo giù in una cesta.

Paolo a Gerusalemme 26Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. 27Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. 28Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. 29Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. 30Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso.

Sommario 31La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.

Pietro a Lidda e a Giaffa 32E avvenne che Pietro, mentre andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che abitavano a Lidda. 33Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su una barella perché era paralitico. 34Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; àlzati e rifatti il letto». E subito si alzò. 35Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saron e si convertirono al Signore.

36A Giaffa c’era una discepola chiamata Tabità – nome che significa Gazzella – la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. 37Proprio in quei giorni ella si ammalò e morì. La lavarono e la posero in una stanza al piano superiore. 38E, poiché Lidda era vicina a Giaffa, i discepoli, udito che Pietro si trovava là, gli mandarono due uomini a invitarlo: «Non indugiare, vieni da noi!». 39Pietro allora si alzò e andò con loro. Appena arrivato, lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto, che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro. 40Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi, rivolto al corpo, disse: «Tabità, àlzati!». Ed ella aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. 41Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i fedeli e le vedove e la presentò loro viva. 42La cosa fu risaputa in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore. 43Pietro rimase a Giaffa parecchi giorni, presso un certo Simone, conciatore di pelli.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

A partire da questo capitolo, Luca rivolge la sua attenzione con più decisione all'inizio della missione vera e propria nel mondo pagano, missione che sarà inaugurata da Pietro al c. 10, e della quale lo «strumento eletto» (9,15) sarà Paolo, di cui ora viene narrato l'incontro con il Risorto. Luca racconta la grande svolta nella vita di Saulo: da persecutore accanito a perseguitato ed evangelizzatore convinto. E questa svolta non è dovuta a un'evoluzione psicologica naturale, ma all'intervento diretto, inatteso, travolgente di Cristo risorto. Di conseguenza, la missione rivolta alle nazioni, di cui strumento principale sarà Paolo, non è frutto di un programma umano, ma è voluta e guidata da Dio. Le lettere di Paolo confermano la storicità globale della narrazione lucana (Gal 1,13-23; 1Cor 15,9-10; Fil 3,6). Ma, come sempre, il narratore vuole non tanto offrire un resoconto esatto e oggettivo dell'evento, quanto piuttosto interpretarlo e inserirlo bene nella trama del libro: riconosciamo che Luca è contemporaneamente storiografo, teologo, narratore e pedagogo.

Ciò che Saulo vede, secondo Luca, è «una luce dal cielo»: non direttamente il Risorto, ma la manifestazione gloriosa di Colui che ormai si trova presso Dio. Luca dunque distingue questa manifestazione dalle apparizioni di Gesù risorto ai Dodici prima dell'ascensione, così come vuole mettere in luce la singolarità dell'apparizione presso Damasco rispetto alle altre visioni del Risorto che Paolo avrà in seguito (cfr. 18,9-10; 23,11). Il cadere a terra è la reazione normale dell'uomo di fronte a una manifestazione divina (cfr. Ez 1,26-28). Per la composizione del dialogo tra il Risorto e Saulo (vv. 4b-6), Luca utilizza lo schema teofanico ricorrente nell'AT (cfr. Gen 22,1-2; 31,11-13; 46,2-3; ecc.): si apre con la duplice chiamata, seguita dalla domanda dell'uomo che serve a introdurre l'autorivelazione di Cristo («Io sono Gesù che tu perseguiti»: Gesù risorto si identifica con i suoi seguaci, in particolare quando sono perseguitati); ultimo elemento dello schema è l'invio in missione. Gesù ormai prende in mano il destino di Saulo e lo manda a Damasco... a farsi battezzare. Saulo non viaggia solo; sono con lui forse i compagni della medesima carovana, testimoni di una visione riservata soltanto al futuro evangelizzatore. Come effetto dell'apparizione, la cecità di Saulo non va compresa come una punizione, ma come il simbolo del cammino di fede, che porta l'interessato dalle tenebre alla luce al momento del battesimo. Aver bisogno di essere guidato caratterizza lo stato di totale impotenza, nel quale il feroce persecutore entra a Damasco. Con il v. 9 si conclude il primo insieme del racconto: Saulo è cieco e digiuna (luogo comune nella letteratura biblica: cfr. Es 34,28; Dt 9,9; ecc.) Il digiunare per tre giorni può essere anche compreso, secondo l'uso ecclesiale, come preparazione a ricevere il battesimo.

In modo parallelo avviene l'incontro del Risorto con Anania (vv. 10-16), che Luca presenta come «discepolo», cioè cristiano. Paolo non lo nomina mai nelle lettere. Anania serve da mediazione ecclesiale nell'accogliere Paolo nella comunità cristiana. Per ora, serve da intermediario tra il narratore e il lettore; a lui infatti Gesù comunica ciò che il lettore deve sapere sul futuro di Saulo. La risposta di Anania al Risorto è conforme alla disponibilità di un discepolo e Gesù lo invia all'indirizzo dove alloggia Saulo. L'incontro tra i due non è dovuto al caso, ma corrisponde a un disegno divino (come fa capire la doppia visione). Saulo è in preghiera, quindi pronto ad accogliere il messaggio di Anania. Quest'ultimo invece non accoglie subito il compito affidatogli: una reazione simile fa parte dello schema presente nei racconti di vocazione (Es 3,11; Ger 1,6; Le 1,18-19.34); inoltre permette di confermare al lettore che la vocazione di Paolo viene veramente da Cristo, e di precisarla nella forma di una “profezia programmatica”: Paolo è uno strumento scelto per testimoniare Cristo (nella sua vita cristiana e nella sua attività missionaria) di fronte ai pagani, ai re, agli Israeliti. L'ordine non corrisponde allo schema storico-salvifico (priorità d'Israele), ma annuncia le grandi tappe dell'attività paolina raccontata negli Atti.

Avviene quindi l'incontro “provvidenziale” tra Anania e Saulo (vv. 17-19a), che viene subito riconosciuto come «fratello», inserito nella famiglia di Dio. Anania gli impone le mani per un doppio fine: la guarigione e il dono dello Spirito Santo. L'autore vuole essere catecheticamente completo! Tuttavia Anania non rivela a Saulo quanto il Risorto gli ha detto sul destino del futuro missionario: l'informazione è riservata al lettore; così il racconto rimane volutamente un racconto di conversione e non di invio in missione. Perché? Probabilmente perché, secondo la logica del narratore, Pietro non ha ancora inaugurato la missione verso le nazioni pagane. In conclusione, tutto si risolve in modo positivo: Saulo ritrova la vista, riceve il battesimo e recupera le forze, segno di rinascita a vita nuova.

Saulo inizia subito la sua attività missionaria tra i giudei di Damasco, ciò che le lettere paoline confermavano in parte (Gal 1,15- 17). Ma Luca rimane fedele al suo punto di vista: prima dell'inaugurazione, della missione presso i pagani da parte di Pietro, Saulo opera soltanto nell'ambiente giudaico, mentre l'apostolo, nelle lettere, lascia intendere di aver lavorato tra i Nabatei (quindi pagani) nella parte meridionale di Damasco (Arabia).

Luca mette in luce due aspetti del nuovo convertito: il suo inserimento nella comunità cristiana e la sua attività di evangelizzatore. Questo legame è fondamentale per l'autore: l'evangelizzatore non è mai un uomo isolato dalla realtà ecclesiale. È interessante osservare questa immediata attività missionaria di Saulo che, nel racconto, non è stato finora inviato né dal Risorto né da Anania: probabilmente il narratore dipende da una tradizione paolina che i cristiani dell'epoca conoscevano. Alla stessa conclusione porta il contenuto della predicazione: «proclamare che Gesù è il Figlio di Dio»: è la prima e unica volta che Luca dà un tale contenuto del messaggio; e questo contenuto concorda con l'importanza che Paolo attribuisce al titolo di «Figlio» in senso pregnante (cfr. Gal 1,16) nelle sue lettere.

Lo stupore dei giudei (v. 21), a suo modo, mette in risalto il radicale cambiamento avvenuto in Saulo. Luca conclude menzionando il rafforzamento del battezzato e, di conseguenza, anche la crescita dell'ostilità degli ascoltatori; ciò prepara e introduce il complotto contro di lui. Infatti, Paolo vive presto ciò che è parte costitutiva della vita apostolica: la persecuzione (vv. 23-25). Luca rimane fedele alla sua visione storico-salvifica: Pietro non ha ancora inaugurato la missione nel mondo pagano; quindi, Paolo è minacciato soltanto dai giudei. Egli però sperimenta anche la protezione divina promessa agli apostoli. La sua fuga da Damasco è avventurosa, e lo stesso Paolo la ricorda in 2Cor 11,32-33; tuttavia il pericolo veniva da parte dei Nabatei, non dei giudei! E la fuga, sempre secondo Luca, avvenne «trascorsi parecchi giorni», mentre Paolo scrive dopo tre anni (Gal 1,18).

Paolo va a Gerusalemme e lì avviene l'incontro con gli apostoli. Luca sa che, dopo Damasco, Paolo è andato a Gerusalemme; ma, non conoscendo la lettera ai Galati, non ne conosce le ragioni e approfitta per presentare al lettore un suo motivo che considera fondamentale: stabilire la comunione tra il futuro grande missionario delle nazioni e il collegio dei Dodici. Per farlo, l'autore usa la tecnica narrativa del contrasto: il timore della comunità dinanzi all'ex-persecutore, seguito dall'accoglienza tra gli apostoli, grazie alla mediazione di Barnaba. Per Luca è l'occasione di introdurre di nuovo Barnaba che, tra poco, sarà protagonista nella missione a Cipro. Il redattore ha un'altra intenzione, che esplicita facendo fare a Saulo lo stesso percorso di Stefano: l'apostolato tra gli ellenisti di Gerusalemme, la minaccia di morte da parte loro. Luca, in altre parole, fa assumere a Paolo un comportamento, che redime l'atteggiamento negativo di complicità che egli aveva dimostrato alla morte di Stefano (8,1a). Paolo viene sollevato da tale complicità e ora appare come il degno successore del primo martire.

La partenza di Saulo da Gerusalemme verso Tarso concorda con le indicazioni di Gal 1,21 dove l'apostolo scrive di essersi recato nelle regioni della Siria e della Cilicia che, dal 44 d.C., costituiscono un'unica provincia romana. Ritroveremo Paolo nella narrazione degli Atti a partire da 11,25. Ma già il narratore ha saputo dare al lettore il ritratto di un Paolo dedito con zelo e senza paura alla missione, pur sotto la costante minaccia di persecuzione, e sempre in perfetta unità con il collegio dei Dodici.

Il versetto 31 fa da sommario che serve a segnare un tempo di pausa. Luca guarda indietro, al cammino percorso e fa il punto della situazione della Chiesa. In essa regna la pace non soltanto nel senso di assenza di persecuzione, ma anche come riflesso di una pienezza di vita inaugurata dall'evento-Cristo. Da notare la concentrazione di immagini: l'unica Chiesa si moltiplica, si edifica (idea della costruzione, del tempio) e cammina (idea della via vissuta in santità). Il tutto «nel timore di Dio», cioè in un atteggiamento di obbedienza al volere divino, quindi di disponibilità che permette a Dio di prendere in mano le redini dello sviluppo. La Chiesa è animata dalla forza dello Spirito Santo, visto ora nella sua funzione di consolatore e protettore all'interno della comunità.

Con il v. 32 si apre una nuova sezione in cui si racconta come Pietro inaugura la missione vera e propria verso i pagani.

La guarigione di un paralitico viene narrata secondo lo schema abituale: presentazione del malato, parola autorevole di Pietro, guarigione istantanea e reazione dei presenti. A Luca interessa la figura di Pietro, portavoce del collegio dei Dodici, sempre presente in tutti i momenti di svolta della missione della Chiesa nel contesto dell'ambiente giudaico. L'autore prende un racconto preesistente e, come sua abitudine, lo inserisce nella trama narrativa degli Atti. Pietro è presentato in “visita pastorale” presso «i santi», cioè i cristiani di Lidda, circa 40 km a nord-ovest di Gerusalemme. È un tipico racconto di guarigione, semplice ed essenziale. Da notare l'espressione: «Gesù Cristo ti guarisce», variazione esplicativa di «nel nome di Gesù»; dunque è il Risorto che è all'opera. La guarigione avviene istantaneamente; il guarito, però, non prende il lettuccio e se ne va (cfr. Lc 5,24), ma si fa il letto da sé, visto che si trova a casa sua! Come conclusione, Luca introduce il tema della conversione e lo generalizza a tutti gli abitanti della regione.

Pietro a Giaffa rianima una discepola di nome Tabita. Il racconto ha senza dubbio un fondamento storico, ma viene trasformato in un miracolo di risurrezione che si ispira direttamente, per la composizione, ai miracoli di questo tipo presenti nell'AT: 1Re 17,17-23 e 2Re 4,19-37 con un'influenza di Mc 5,40- 41. Luca s'interessa anche a Tabita descritta come la donna cristiana ideale, che si distingue per le buone opere; e non manca di presentare il miracolo nella trama del libro come un miracolo a servizio della diffusione della Parola (v. 42). Infine, come racconto di risurrezione, non poteva non fare riferimento alla risurrezione di Gesù, premessa della nostra, e diventare un insegnamento per la fede: chi ama non rimane nella morte. La storia si svolge a Giaffa, oggi Tel Aviv, e riguarda una certa Tabita, nome aramaico conosciuto, e tradotto correttamente con “Gazzella”. La donna è un modello di comportamento cristiano (e anche giudaico) e il narratore sa che Dio non dimentica chi fa opere di bene. Tabita muore, il suo corpo viene lavato secondo l'uso antico, ma non imbalsamato né sepolto: è posto in attesa dell'arrivo di Pietro. L'apostolo trova le vedove radunate per il lamento sulla defunta: è la funzione delle prefiche (Mc 5,38), ma il pianto appare sincero, perché eseguito da persone che hanno beneficiato delle buone opere di Tabita. Al comando dell'apostolo, ella apre gli occhi e si siede. Pietro completa il “risveglio” dandole la mano, non per comunicare una forza vitale (cfr. Lc 8,54) ma come gesto di aiuto, e poi la affida alla comunità. Come nella conclusione della narrazione precedente (v. 35), viene introdotto il tema della fede. Luca mette quindi i due racconti in parallelo, sotto il segno della diffusione della Parola, secondo il programma missionario del libro. Anche il miracolo, e non soltanto la parola, diventa testimonianza. Il v. 43, una sorta di sommario, funge da transizione con il racconto successivo. Il soggiorno di Pietro a Giaffa presso un conciatore – mestiere disprezzato – di nome Simone, può essere un ricordo storico; ma si trova al posto giusto? Normalmente Pietro dovrebbe tornare a Lidda da dove proveniva.


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Conclusione del martirio di Stefano 1Saulo approvava la sua uccisione.

LA DIFFUSIONE DELLA PAROLA OLTRE GERUSALEMME (8,1b-14,28)

Transizione In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria. 2Uomini pii seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. 3Saulo intanto cercava di distruggere la Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere in carcere. 4Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola.

L'attività di Filippo missionario in Samaria 5Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. 6E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. 7Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. 8E vi fu grande gioia in quella città.

Simone il mago 9Vi era da tempo in città un tale di nome Simone, che praticava la magia e faceva strabiliare gli abitanti della Samaria, spacciandosi per un grande personaggio. 10A lui prestavano attenzione tutti, piccoli e grandi, e dicevano: «Costui è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande». 11Gli prestavano attenzione, perché per molto tempo li aveva stupiti con le sue magie. 12Ma quando cominciarono a credere a Filippo, che annunciava il vangelo del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo, uomini e donne si facevano battezzare. 13Anche lo stesso Simone credette e, dopo che fu battezzato, stava sempre attaccato a Filippo. Rimaneva stupito nel vedere i segni e i grandi prodigi che avvenivano.

Pietro e Giovanni in Samaria 14Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. 15Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Pietro e Simone il mago 18Simone, vedendo che lo Spirito veniva dato con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro 19dicendo: «Date anche a me questo potere perché, a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo». 20Ma Pietro gli rispose: «Possa andare in rovina, tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con i soldi il dono di Dio! 21Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. 22Convèrtiti dunque da questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore. 23Ti vedo infatti pieno di fiele amaro e preso nei lacci dell’iniquità». 24Rispose allora Simone: «Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto».

Sommario della missione di Samaria 25Essi poi, dopo aver testimoniato e annunciato la parola del Signore, ritornavano a Gerusalemme ed evangelizzavano molti villaggi dei Samaritani.

Filippo e l'eunuco etiope 26Un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». 27Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etìope, eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, 28stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaia. 29Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro». 30Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». 31Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. 32Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. 33Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita. 34Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». 35Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. 36Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». [37] 38Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. 39Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. 40Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Conclusione del martirio di Stefano e transizione Un'annotazione come tra parentesi (At 7,58) ha menzionato per la prima volta Saulo: è parte della tecnica narrativa introdurre in anticipo un personaggio che avrà in seguito un ruolo da protagonista. Viene detto «giovane» più per buon senso che per un'informazione storica. Il legame tra la morte di Stefano e la presenza di Saulo permette di introdurre quest'ultimo nell'atteggiamento di ostilità, che lo caratterizzava prima della conversione (8,1a).

Il narratore utilizza la tecnica dell'incastro per far incrociare temi antecedenti (Stefano) con temi successivi (missione in Samaria e conversione di Saulo). Notiamo l'ordine: persecuzione generalizzata, sepoltura dignitosa di Stefano, Saulo accanito persecutore, diffusione della Parola. Il quadro descrittivo dà un effetto di drammatizzazione; scoppia una grande persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme che provoca una dispersione generale. Il narratore sottolinea l'attività persecutoria di Saulo, e così prepara il racconto della sua conversione (At 9). Ma se la persecuzione fu generale contro la Chiesa di Gerusalemme, come mai gli apostoli possono stare tranquillamente nella città santa (cfr. 8, 1.14)? Sul piano storico, l'ostilità toccò soltanto i cristiani di lingua greca residenti a Gerusalemme. A Luca preme mettere in luce l'aspetto positivo della persecuzione: lungi dal provocare la distruzione, essa produce la diffusione del Vangelo e, di conseguenza, l'inizio della seconda tappa del programma annunciato dal Risorto: la missione in Giudea e in Samaria.

La missione in Samaria L'attenzione del narratore si concentra sulla missione fuori delle mura di Gerusalemme, senza però perdere di vista l'importanza della Chiesa-madre, centro d'unità e, al suo interno, il collegio degli apostoli. Il Vangelo si diffonde rapidamente e in tutte le direzioni. Non viene dimenticato l'agire divino, che guida la missione. Alla Pentecoste di Gerusalemme succede la “Pentecoste” dei Samaritani (8,17) e quella dei pagani (10,44-45). Per ora Luca si limita alla missione in Samaria. In questa unità letteraria si possono distinguere quattro scene. L'attività di Filippo (vv. 5-8). Filippo è uno dei Sette, soprannominato «l'evangelista» (21,8) per la sua attività missionaria. Cacciato da Gerusalemme a causa della persecuzione, svolge la sua missione nella città della Samaria, probabilmente nella capitale che allora si chiamava Sebaste Augusta. Il narratore presenta un quadro generale della sua predicazione, che ricorda la vita della primissima comunità di Gerusalemme: ascolto attento, unanimità, esorcismi e guarigioni come segni, la gioia come effetto. Per Luca, i Samaritani si mostrano globalmente favorevoli al Vangelo. Il racconto appare come una sorta di sommario.

La scena cambia: appare il mago Simone. Costui esercitava il suo fascino in quella medesima città ben prima dell'arrivo di Filippo. La pratica magica era un fenomeno diffuso nel mondo ellenistico, ma proibito dalla Legge di Mosè (cfr. Lv 19,31; 20,6-27; Dt 18,10-11). L'arte magica preoccupa Luca, che ne parla a diverse riprese negli Atti; egli tiene a far risaltare la differenza con l'attività taumaturgica dei missionari cristiani; forse qualche cristiano rimaneva ancora esposto a tale fascino? L'autore afferma che il mago veniva acclamato: «Costui è la potenza di Dio chiamata “la grande”». Probabilmente la folla acclamava Simone che proclamava: «io sono “la grande potenza”». Si considerava l'incarnazione del Dio supremo e si reputava «uomo divino» quali ne circolavano in quell'epoca, incarnazione benefica di una divinità discesa in terra, che si manifestava con miracoli di ogni genere... e che Luca riduce a semplice magia. La figura storica di questo Simone ci sfugge e non ha importanza. Luca non punta a informare, ma a insegnare.

Con il v. 12 si ritorna alla predicazione di Filippo. Il narratore non parla più di miracoli. La vera fede infatti nasce dalla predicazione, e Luca ne sintetizza il contenuto: il Regno di Dio e il nome di Gesù. Il Regno di Dio esprime la continuità con il messaggio del Maestro di Nazaret, mentre il nome di Gesù mette in luce la novità dell'evento pasquale. Il versetto successivo (v. 13) presenta l'incontro tra Filippo e il mago. Caratte- rizzata dalla fede e dal battesimo, la conversione di Simone appare autentica nella presentazione che ne fa Luca. L'interesse del mago per i miracoli è successivo alla sua conversione e prepara l'incontro con Pietro. Perché Luca tiene a registrare questa conversione? Evidentemente vuole mostrare al lettore la superiorità dell'at- tività cristiana su quella del mago: la folla, che andava in estasi di fronte ai prodigi di Simone, vede ora quest'ultimo andare in estasi di fronte al potere di Filippo! Il narratore aggiunge che Simone stava sempre vicino a Filippo, ma adesso quest'ultimo scompare dalla scena e troviamo Simone accanto a Pietro! Forse queste fratture narrative sono dovute al modo di mettere insieme le tradizioni che Luca ha a disposizione.

Giungono Pietro e Giovanni, inviati dal collegio degli apostoli: la loro venuta presuppone la conversione dei Samaritani. Lo scopo immediato della loro visita è la preghiera per il dono dello Spirito Santo, così da inserire la comunità samaritana nella comunione dell'unica Chiesa fondata sugli apostoli. Ma il dono dello Spirito Santo non è forse legato al battesimo? Con molta probabilità Luca si riferisce a due elementi essenziali che facevano parte di un medesimo rito: il battesimo collegato al perdono dei peccati e l'imposizione delle mani insieme alla preghiera per ottenere il dono dello Spirito. Si tratta dunque di due momenti dello stesso rito, che l'autore sacro ora distingue per l'insegnamento che vuole dare: i Samaritani convertiti entrano a pieno diritto nella Chiesa fondata sugli apostoli. Non bisogna allora isolare il rito dell'imposizione delle mani dal contesto battesimale e considerarlo come diritto esclusivo degli apostoli e dei loro successori.

Nell'ultima scena avviene l'incontro tra Simone e Pietro. La scena tuttavia non s'adatta bene al contesto: come spiegare il comportamento di Simone che, diventato cristiano, ha ricevuto il dono dello Spirito Santo come tutti i Samaritani convertiti? Inoltre, adesso lo attrae non il potere di fare miracoli (cfr. 8,13), ma quello di comunicare lo Spirito Santo. Forse ora Luca ha di mira non tanto il problema della magia, quanto piuttosto un problema interno alla comunità del suo tempo: il pericolo legato alla simonia. La forte reazione di Pietro va in tale senso. Come per Anania e Saffìra, l'apostolo smaschera la malvagità nel cuore di Simone e la condanna severamente. Tuttavia Pietro conclude le sue minacce non con una dichiarazione punitiva, ma con un appello alla conversione. Questa richiesta di conversione e la preghiera per il perdono dei peccati non riguardano la prima conversione, cioè il diventare cristiano, bensì il pentimento per un peccato commesso dopo il battesimo. In questo testo affiora la problematica della seconda conversione, che tanto farà discutere in epoca patristica. Simone si pente (v. 24); la sua richiesta di pregare a suo favore riflette l'intento lucano di insegnare: è un invito al pentimento per il peccatore, ma anche ad accogliere nella comunione ecclesiale chi si pente.

Il v. 25 è un sommario che generalizza la predicazione in Samaria. I due apostoli vanno oltre il motivo del loro invio da parte del collegio degli apostoli (cfr. 8,14) e, come Gesù, annunciano il Vangelo nei villaggi. E così la missione in Samaria può essere attribuita agli apostoli conformemente alla parola del Risorto (1,8).

Filippo e l'eunuco etiope La collocazione di questo brano nel libro degli Atti non è casuale: la conversione dell'eunuco segna una tappa nuova nella diffusione del Vangelo, che dal giudaismo avanza verso il mondo pagano. Dopo i Samaritani, visti da Luca come dei giudei paganizzanti, ecco nella persona dell'eunuco un pagano giudaizzante. Narrativamente il brano prepara il lettore all'episodio di Cornelio, cioè alla conversione di un vero pagano (At 10). Logicamente il narratore deve prima raccontare la conversione di Saulo, il futuro grande evangelizzatore delle nazioni (At 9,1-30). Il brano della conversione dell'eunuco doveva essere un racconto in origine indipendente dal contesto attuale. Filippo, infatti, appare non come un missionario taumaturgico, ma come un uomo dello Spirito guidato da Dio, con molti aspetti in comune con i profeti Elia ed Eliseo. L'intento didattico pervade il testo. Viene descritto in modo paradigmatico il cammino di fede che porta l'eunuco a diventare cristiano: l'apertura dell'uomo alla verità, l'approccio guidato alla Scrittura letta in chiave cristologica, il battesimo. Può anche essere significativo per l'autore sacro il fatto che si tratti di un eunuco (il suo battesimo significa superamento del divieto di appartenenza al popolo di Dio: Dt 23,2), e la sua origine etiope ricorda la missione fino ai confini della terra. Storicamente l'attività di Filippo si inserisce nel più ampio quadro della missione degli ellenisti nella pianura costiera, al margine della terra santa, in città come Gaza, Azoto, Cesarea. Non c'è alcun legame letterario con la scena precedente. Filippo sembra trovarsi a Gerusalemme e un angelo, agente soprannaturale a servizio della missione, lo manda sulla via che conduce a Gaza: l'evangelizzazione si estende anche verso il sud, fino a lambire il deserto. La disponibilità di Filippo è totale. Al v. 27 entra in scena la persona da incontrare, un Etiope, quindi proveniente dalla lontana Africa, ai confini del mondo; «un eunuco», forse sinonimo di «alto funzionario» (senza un necessario riferimento a una condizione fisica) a servizio della regina degli Etiopi. Egli simpatizza con il monoteismo giudaico e torna a casa dopo aver compiuto un viaggio a Gerusalemme. Legge il libro di Isaia, ad alta voce com'era abituale nell'antichità. Dopo l'angelo è lo Spirito a guidare Filippo, che obbedisce prontamente: si accosta al carro e, senza salutare, affronta l'argomento; Luca non si perde in inutili digressioni. Il dialogo è formulato in modo da introdurre l'interpretazione cristiana del testo isaiano, scelto non casualmente. Esso permette l'applicazione all'umiliazione-esaltazione di Gesù. Con la domanda (v. 34) l'eunuco offre a Filippo di avviare il suo insegnamento catechetico: si parte dalla Scrittura per arrivare all'evento-Cristo. La catechesi si conclude con il rito battesimale: l'acqua necessaria è a disposizione. Il battesimo dell'Etiope è raccontato con rapidità. Raggiunto il suo fine, la narrazione si chiude rapidamente con l'improvvisa scomparsa di Filippo ad opera dello Spirito del Signore. Nel cuore del neo-battezzato rimane la gioia. L'intera scena non manca di far venire in mente al lettore il racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35). L'insieme si conclude a mo' di sommario sull'attività missionaria di Filippo lungo la costa da Azoto (circa 30 km a nord di Gaza) fino a Cesarea Marittima, dove Filippo si stabilirà (21,8).


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Il discorso di Stefano 1Disse allora il sommo sacerdote: «Le cose stanno proprio così?». 2Stefano rispose: «Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo quando era in Mesopotamia, prima che si stabilisse in Carran, 3e gli disse: Esci dalla tua terra e dalla tua gente e vieni nella terra che io ti indicherò. 4Allora, uscito dalla terra dei Caldei, si stabilì in Carran; di là, dopo la morte di suo padre, Dio lo fece emigrare in questa terra dove voi ora abitate. 5In essa non gli diede alcuna proprietà, neppure quanto l’orma di un piede e, sebbene non avesse figli, promise di darla in possesso a lui e alla sua discendenza dopo di lui. 6Poi Dio parlò così: La sua discendenza vivrà da straniera in terra altrui, tenuta in schiavitù e oppressione per quattrocento anni. 7Ma la nazione di cui saranno schiavi, io la giudicherò – disse Dio – e dopo ciò usciranno e mi adoreranno in questo luogo. 8E gli diede l’alleanza della circoncisione. E così Abramo generò Isacco e lo circoncise l’ottavo giorno e Isacco generò Giacobbe e Giacobbe i dodici patriarchi. 9Ma i patriarchi, gelosi di Giuseppe, lo vendettero perché fosse condotto in Egitto. Dio però era con lui 10e lo liberò da tutte le sue tribolazioni e gli diede grazia e sapienza davanti al faraone, re d’Egitto, il quale lo nominò governatore dell’Egitto e di tutta la sua casa. 11Su tutto l’Egitto e su Canaan vennero carestia e grande tribolazione e i nostri padri non trovavano da mangiare. 12Giacobbe, avendo udito che in Egitto c’era del cibo, vi inviò i nostri padri una prima volta; 13la seconda volta Giuseppe si fece riconoscere dai suoi fratelli e così fu nota al faraone la stirpe di Giuseppe. 14Giuseppe allora mandò a chiamare suo padre Giacobbe e tutta la sua parentela, in tutto settantacinque persone. 15Giacobbe discese in Egitto. Egli morì, come anche i nostri padri; 16essi furono trasportati in Sichem e deposti nel sepolcro che Abramo aveva acquistato, pagando in denaro, dai figli di Emor, a Sichem. 17Mentre si avvicinava il tempo della promessa fatta da Dio ad Abramo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, 18finché sorse in Egitto un altro re, che non conosceva Giuseppe. 19Questi, agendo con inganno contro la nostra gente, oppresse i nostri padri fino al punto di costringerli ad abbandonare i loro bambini, perché non sopravvivessero. 20In quel tempo nacque Mosè, ed era molto bello. Fu allevato per tre mesi nella casa paterna 21e, quando fu abbandonato, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come suo figlio. 22Così Mosè venne educato in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente in parole e in opere. 23Quando compì quarant’anni, gli venne il desiderio di fare visita ai suoi fratelli, i figli d’Israele. 24Vedendone uno che veniva maltrattato, ne prese le difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egiziano. 25Egli pensava che i suoi fratelli avrebbero compreso che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. 26Il giorno dopo egli si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e cercava di rappacificarli. Disse: “Uomini, siete fratelli! Perché vi maltrattate l’un l’altro?”. 27Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice sopra di noi? 28Vuoi forse uccidermi, come ieri hai ucciso l’Egiziano?”. 29A queste parole Mosè fuggì e andò a vivere da straniero nella terra di Madian, dove ebbe due figli. 30Passati quarant’anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente. 31Mosè rimase stupito di questa visione e, mentre si avvicinava per vedere meglio, venne la voce del Signore: 32“Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. Tutto tremante, Mosè non osava guardare. 33Allora il Signore gli disse: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo in cui stai è terra santa. 34Ho visto i maltrattamenti fatti al mio popolo in Egitto, ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli. Ora vieni, io ti mando in Egitto”. 35Questo Mosè, che essi avevano rinnegato dicendo: “Chi ti ha costituito capo e giudice?”, proprio lui Dio mandò come capo e liberatore, per mezzo dell’angelo che gli era apparso nel roveto. 36Egli li fece uscire, compiendo prodigi e segni nella terra d’Egitto, nel Mar Rosso e nel deserto per quarant’anni. 37Egli è quel Mosè che disse ai figli d’Israele: “Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me”. 38Egli è colui che, mentre erano radunati nel deserto, fu mediatore tra l’angelo, che gli parlava sul monte Sinai, e i nostri padri; egli ricevette parole di vita da trasmettere a noi. 39Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, anzi lo respinsero e in cuor loro si volsero verso l’Egitto, 40dicendo ad Aronne: “Fa’ per noi degli dèi che camminino davanti a noi, perché a questo Mosè, che ci condusse fuori dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”. 41E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono un sacrificio all’idolo e si rallegrarono per l’opera delle loro mani. 42Ma Dio si allontanò da loro e li abbandonò al culto degli astri del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti: Mi avete forse offerto vittime e sacrifici per quarant’anni nel deserto, o casa d’Israele? 43Avete preso con voi la tenda di Moloc e la stella del vostro dio Refan, immagini che vi siete fabbricate per adorarle! Perciò vi deporterò al di là di Babilonia. 44Nel deserto i nostri padri avevano la tenda della testimonianza, come colui che parlava a Mosè aveva ordinato di costruirla secondo il modello che aveva visto. 45E dopo averla ricevuta, i nostri padri con Giosuè la portarono con sé nel territorio delle nazioni che Dio scacciò davanti a loro, fino ai tempi di Davide. 46Costui trovò grazia dinanzi a Dio e domandò di poter trovare una dimora per la casa di Giacobbe; 47ma fu Salomone che gli costruì una casa. 48L’Altissimo tuttavia non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo, come dice il profeta: 49Il cielo è il mio trono e la terra sgabello dei miei piedi. Quale casa potrete costruirmi, dice il Signore, o quale sarà il luogo del mio riposo? 50Non è forse la mia mano che ha creato tutte queste cose? 51Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. 52Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, 53voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata».

Il martirio di Stefano 54All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. 55Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio 56e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». 57Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, 58lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. 59E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». 60Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Il discorso di Stefano Il discorso ha diverse caratteristiche proprie: è il più lungo discorso degli Atti; è la prima presentazione cristiana della storia d'Israele in alcune sue tappe: storia di Dio con Abram (vv. 1-8), con Giuseppe (vv. 9-16), con Mosè (vv. 17-43), il tutto orientato verso la costruzione del tempio di Gerusalemme (vv. 44-50); la narrazione ha una sua originalità. Non sono menzionati i periodi dei Giudici, di Saul e Davide della monarchia. Il discorso corrisponde poco al contesto immediato: Stefano non risponde alle accuse mosse contro di lui dal sinedrio, ma svolge una severa requisitoria che sottolinea la costante disobbedienza degli Israeliti, requisitoria che porterà alla sua uccisione. Ma per l'autore sacro la composizione occupa la giusta posizione nella trama del libro. Scrivendo dopo il 70 d.C. e alla luce della storia d'Israele, Luca propone una lettura cristiana dell'esperienza della Chiesa in rapporto al popolo eletto. Egli vede un collegamento tra la morte di Gesù, la distruzione del tempio e la crescita di un popolo di Dio, cui appartengono persone provenienti dal giudaismo e dal paganesimo. Ne deriva l'importanza data al tema del tempio, simbolo della presenza di YHWH in mezzo a Israele; la sua distruzione è segno che Dio non si lascia rinchiudere in una casa di pietre, segno quindi del superamento del giudaismo, che legittima la missione universale della Chiesa. Proprio il martirio di Stefano inaugurerà l'uscita del Vangelo dai confini di Israele.

Stefano parla ai presenti chiamandoli «fratelli e padri», affermazione di appartenenza alla stessa famiglia religiosa, nonché di rispetto per l'autorità del sinedrio. Il suo discorso inizia con la storia di Abramo, che è all'origine della storia d'Israele, ma dipende interamente da Dio. Dio porta Abramo nella terra che sarà la futura terra del popolo, ma che rimane straniera per l'antenato. La parte del discorso di Stefano dedicata ad Abramo si conclude con una frase di Dio che Luca prende da Gen 15,13-14 e riguarda il soggiorno della discendenza di Abramo in Egitto, ma anche la sua liberazione. Dio non ha dimenticato la propria promessa: farà uscire gli Ebrei ed essi «mi presteranno un culto in questo luogo», cioè nel tempio. Luca ha delineato un profilo di Abramo ad hoc: il patriarca è il depositario della promessa divina per i suoi discendenti. La sua obbedienza, data per scontata, serve a sottolineare l'iniziativa di Dio e la sua fedeltà alla promessa.

La seconda parte del discorso è dedicata al patriarca Giuseppe. Luca riassume la storia e ne dà l'orientamento. In questa vicenda viene messa in risalto una costante della storia della salvezza: il contrasto tra gli inviati di Dio, pieni di grazia e di sapienza, e la testardaggine degli Israeliti. Il narratore inoltre relativizza Canaan come futura terra promessa: dinanzi alla carestia, segno di morte, l'Egitto diventa luogo di salvezza; in Canaan c'è fame, in Egitto c'è pane. «I nostri padri» trovano aiuto in Egitto e tornano in Canaan soltanto per esservi sepolti.

La storia di Mosè è la parte più sviluppata del discorso. A Luca Mosè interessa come figura profetica. Egli incarna il compimento della promessa indirizzata ad Abramo: liberare il popolo dalla schiavitù (cfr. v. 7); a sua volta, Mosè sta all'origine di una nuova promessa, che rimanda a Gesù (v. 37). Emerge un discreto parallelismo tra Mosè e Gesù. Mosè ha realmente compiuto il disegno di liberare Israele dalla schiavitù, come Gesù quello di salvare Israele e le nazioni; entrambi si sono scontrati con l'opposizione degli Israeliti. Inoltre l'adorazione del vitello, incarnazione dell'idolatria, è proprio la negazione totale del culto al vero Dio, e mostra la disobbedienza come una costante della storia d'Israele. In tutto ciò si riflette anche la situazione attuale (per il tempo di Luca) degli ebrei nei confronti di Gesù e della predicazione cristiana.

Stefano conclude con una violenta accusa, che provocherà la reazione omicida dei presenti. La storia d'Israele ha messo in luce un popolo in costante opposizione allo Spirito di Dio. Uccidendo Gesù il Giusto, il sinedrio porta al culmine questa linea di disobbedienza. Significativamente Stefano si stacca dai giudei; non parla più dei «nostri padri» (vv. 11.12.15.38.39.44-45), ma li chiama «i vostri padri» (v. 51). L'ultima accusa di Stefano (la non osservanza della Legge) è inattesa, sopratutto se rivolta a un giudaismo che tendeva a promuovere una meticolosa osservanza della Torà. Certamente Luca pensa a una osservanza che, al di là della lettera, sa cogliere il disegno divino orientato al Messia Gesù. Il discorso di Stefano finisce dunque con una dura condanna, senza appello alla conversione. Una tale condanna si inserisce bene nel contesto del libro e riflette anche la situazione della comunità cristiana al tempo di Luca: emerge l'esperienza deludente della Chiesa della fine del I secolo nei confronti del mondo giudaico. È inopportuno vedere nelle dure accuse di Stefano dei tratti antisemitici. L'autore si situa nella linea anticotestamentaria delle accuse dei profeti: la storia d'Israele come storia di ribellione a Dio è uno schema che percorre tutto l'Antico Testamento.

Il martirio di Stefano Secondo una buona tattica narrativa, il discorso viene interrotto al momento voluto, allorché l'oratore allude alla morte di Gesù per mano dei contemporanei: la disobbedienza del passato si ripete nel presente. Stefano è il primo martire della Chiesa di cui viene raccontata la morte; egli muore per la sua fede nel Risorto. Luca tuttavia non si ferma al resoconto della sua uccisione. Quest'ultima viene inserita nella trama del libro: si conclude la narrazione della vita della Chiesa di Gerusalemme e, dal martirio di Stefano, nasce la prima diffusione del Vangelo fuori dalle mura della città. L'intento di edificare è sempre presente: Stefano, conformato a Gesù, muore da vero cristiano, esempio di fedeltà e di coraggio per tutti i credenti. Alla tattica narrativa si deve anche il rapido e primo accenno a Paolo (Saulo). Nei vv. 54-56 il narratore contrappone con forza la violenta reazione dei sinedriti alla visione di Stefano; reazione violenta prima interiore (rabbia) all'ascolto del discorso, poi esteriorizzata in urla (crescendo narrativo), quando Stefano vede la gloria divina, cioè lo splendore di Dio, e dice di vedere Gesù, il Figlio dell'uomo, in piedi alla Sua destra (cfr. Sai 11O,1). A differenza del Sal 110 e della tradizione cristiana che l'ha assunto, il Figlio dell'uomo non è visto nella posizione seduta, ma in piedi: forse l'autore voleva dire semplicemente che Gesù risorto si trova ormai presso Dio, o voleva dare un significato pregnante allo stare in piedi (per accogliere Stefano, o in veste di avvocato che difende il suo testimone, o come giudice accusatore dei persecutori)? A partire dal v. 57, la scena prende i tratti di un linciaggio. La lapidazione avviene, come si deve, fuori della città; essa era usata contro bestemmiatori, idolatri, ma, nella tradizione giudaica, era anche il destino dei profeti, destino che Gesù stesso aveva annunciato per gli inviati di Dio (Mt 23,29-31). Stefano muore da testimone di Cristo. La sua ultima invocazione lo rende del tutto conforme al Maestro (cfr. Le 23,46) proclamato «Signore» (v. 59). Gesù viene riconosciuto nella sua sovranità divina, realizzazione di tutto ciò che Dio è per l'uomo. Mentre Gesù crocifisso si rivolge al Padre con la certezza di essere accolto presso di lui, il suo discepolo si rivolge a Gesù glorioso implorando di essere accolto da lui. Certamente la descrizione lucana della morte di Stefano è a servizio dell'edificazione del lettore: Stefano è il modello del discepolo di Gesù; egli accoglie la morte pregando, vive fino in fondo l'esigenza di amare il nemico. Con la propria morte, Gesù ha aperto una via, seguita dal suo testimone, via che vale per tutti i credenti.


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La costituzione dei Sette 1In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. 2Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». 5Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. 6Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. 7E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Il processo contro Stefano 8Stefano intanto, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. 9Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, 10ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. 11Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». 12E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio. 13Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. 14Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato». 15E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Nei primi capitoli del libro, Luca ha dato un'immagine molto positiva della Chiesa nascente a Gerusalemme. Con il quinto capitolo l'immagine cambia: è crisi all'interno e all'esterno: dissenso tra cristiani di lingua ebraica e cristiani di lingua greca a Gerusalemme, persecuzione che ormai coinvolge tutta la comunità e non soltanto gli apostoli (che Luca identifica con i Dodici). Ma è una crisi feconda: la Chiesa si sta costituendo nelle sue strutture, e l'unità con gli apostoli non è mai contestata. Con la persecuzione si sta realizzando la seconda tappa del programma tracciato dal Risorto (1,8): il Vangelo esce dalla città santa e si diffonde in Giudea, Samaria e oltre.

La costituzione dei Sette Il lettore viene a sapere che nella Chiesa di Gerusalemme coesistevano due gruppi di cristiani: quelli di lingua ebraica e quelli di lingua greca. I primi erano giudeo-cristiani della Palestina, che abitavano a Gerusalemme e parlavano l'aramaico. I secondi erano sempre degli Israeliti, ma originari della diaspora e parlavano il greco. Questa situazione lascia supporre che i cristiani di Gerusalemme si radunassero per l'eucaristia in luoghi diversi, non per dissenso ma per motivi linguistici. Il problema è che alcuni giudeo-cristiani di lingua greca si lamentavano perché nel servizio quotidiano venivano trascurate le loro vedove. Luca pensa alla comunione dei beni da attuare a favore dei più bisognosi nella comunità. I Dodici prendono in mano la situazione (v, 2): radunano la comunità e propongono una soluzione; la comunità accetta e decide. Luca rimane fedele alla sua visione ecclesiale e approfitta per mettere in luce la funzione degli apostoli: essi sono al servizio della Parola. Accanto ad esso c'è il servizio alla mensa: la cura dei poveri o il servizio durante il pasto fraterno nell'eucaristia? Spetta alla comunità trovare le persone adatte per questo compito (v. 3). «I Sette» corrisponde già a un titolo (cfr. 21,8) come i Dodici: un gruppo storico dunque con un incarico specifico. Sono richiesti dei doni necessari per il loro compito: la sapienza e lo Spirito Santo. Intanto il narratore prepara l'entrata in scena di Stefano e, quindi, il racconto successivo. Il v. 4 ritorna sul ministero degli apostoli, il servizio della Parola e, per la prima volta, aggiunge la preghiera come compito; troviamo così uniti la missione e il culto. Approvata la proposta, Luca dà l'elenco dei Sette (v. 5) con Stefano in testa. Sono nomi greci. Per ultimo è nominato Nicola, proselito di Antiochia, città della Siria menzionata per la prima volta, che in seguito svolgerà un ruolo di primo piano. La cerimonia di investitura si conclude con la presentazione dei prescelti, la preghiera e l'imposizione delle mani (v. 6), un gesto rituale per trasmettere un incarico e il carisma divino ad esso legato. Benché l'incarico dei Sette sia un servizio, cioè un diaconato, Luca evita di definirli «diaconi». Storicamente è molto probabile che i Sette fossero i responsabili del gruppo di lingua greca della Chiesa di Gerusalemme, con una funzione parallela (non concorrenziale) a quella dei Dodici. Un sommario (v. 7) delimita l'unità letteraria e costituisce una piccola pausa per il lettore, proponendo una panoramica della diffusione del Vangelo e del suo frutto, la Chiesa, ancora, e per l'ultima volta, dentro i confini di Gerusalemme. Il sommario termina con una nuova informazione: i sacerdoti abbracciano in massa la fede cristiana. Non provengono dall'aristocrazia sacerdotale, ostile, ma fanno parte dei numerosi sacerdoti comuni, spesso di povera condizione.

Il processo contro Stefano Il parallelismo tra il racconto di Stefano e quello della passione di Gesù è da sempre stato notato. La configurazione di Stefano al Maestro nella sofferenza lascia trasparire l'identità profonda del discepolo autentico. Il nome di Stefano è posto in testa al v. 8 che introduce la scena del processo, un versetto che ha l'aspetto di un sommario. Perché pieno di Spirito Santo, Stefano è anche «pieno di grazia e di potenza». Luca tiene a sottolineare la sua attività taumaturgica, che lo innalza accanto a Gesù e agli apostoli. Il versetto seguente (v. 9) lascia supporre che sia la sua attività evangelizzatrice in sinagoghe, dove si radunano ebrei di lingua greca, a suscitare ostilità. Luca dà l'impressione di volere mettere a confronto con Stefano gli ellenisti dei vari gruppi presenti a Gerusalemme. Una sua eventuale funzione nel servire a mensa non è mai menzionata.

Impotenti di fronte alla parola di Stefano, i giudei cambiano tattica: inducono alcuni a spargere la falsa notizia che Stefano bestemmia contro Mosè e Dio (vv. 10-11); anche nel processo contro Gesù vengono introdotti falsi testimoni. L'accusa è grave: bestemmiare contro Mosè e contro Dio può significare che parole considerate offensive verso la Legge siano intese anche come bestemmia contro Dio che l'ha donata; ma è possibile che la bestemmia contro Dio sia un riferimento preparatorio all'accusa di ostilità contro il tempio. Il risultato è immediato: Stefano viene trascinato dinanzi al sinedrio (v. 12). La scena è drammatica; per la prima volta negli Atti anche il popolo si mostra ostile.

Al v. 14 gli accusatori riportano il detto di Gesù che riguarda la distruzione del tempio (Mc 14,58), ma che Luca aveva omesso nel suo racconto della passione. Tuttavia nel nostro testo, la parola di Gesù diventa parola di Stefano su quanto Gesù avrebbe operato. Il lettore sa che tale profezia si è verificata nel 70 d.C. ad opera dei Romani. La seconda parte dell'accusa (v. 14b) afferma che Gesù cambierà i costumi tramandati da Mosè. L'autore sacro si riferisce probabilmente al nuovo modo di interpretare la Legge da parte della Chiesa, cioè un'interpretazione basata sull'insegnamento del Maestro e sull'esperienza fatta nel mondo pagano (superamento della circoncisione, pasti consumati in comune con ex-pagani...). Al v. 15 il narratore riesce ad attirare l'attenzione su Stefano e su quanto dirà. Il volto di Stefano irradia gloria. Non è da escludere che Luca voglia mettere questa trasfigurazione in parallelo con quella di Gesù, dove trasfigurazione e passione sono legate (Lc 9,31).


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Un esempio negativo: Anania, con sua moglie Saffìra 1Un uomo di nome Anania, con sua moglie Saffìra, vendette un terreno 2e, tenuta per sé, d’accordo con la moglie, una parte del ricavato, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. 3Ma Pietro disse: «Anania, perché Satana ti ha riempito il cuore, cosicché hai mentito allo Spirito Santo e hai trattenuto una parte del ricavato del campo? 4Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e l’importo della vendita non era forse a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Non hai mentito agli uomini, ma a Dio». 5All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. Un grande timore si diffuse in tutti quelli che ascoltavano. 6Si alzarono allora i giovani, lo avvolsero, lo portarono fuori e lo seppellirono. 7Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò sua moglie, ignara dell’accaduto. 8Pietro le chiese: «Dimmi: è a questo prezzo che avete venduto il campo?». Ed ella rispose: «Sì, a questo prezzo». 9Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per mettere alla prova lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta quelli che hanno seppellito tuo marito: porteranno via anche te». 10Ella all’istante cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta, la portarono fuori e la seppellirono accanto a suo marito. 11Un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in tutti quelli che venivano a sapere queste cose.

Sommario 12Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; 13nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. 14Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, 15tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. 16Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.

Una nuova minaccia di persecuzione 17Si levò allora il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di gelosia, 18e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica. 19Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: 20«Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita». 21Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare. Quando arrivò il sommo sacerdote con quelli della sua parte, convocarono il sinedrio, cioè tutto il senato dei figli d’Israele; mandarono quindi a prelevare gli apostoli nella prigione. 22Ma gli inservienti, giunti sul posto, non li trovarono nel carcere e tornarono a riferire: 23«Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno». 24Udite queste parole, il comandante delle guardie del tempio e i capi dei sacerdoti si domandavano perplessi a loro riguardo che cosa fosse successo. 25In quel momento arrivò un tale a riferire loro: «Ecco, gli uomini che avete messo in carcere si trovano nel tempio a insegnare al popolo». 26Allora il comandante uscì con gli inservienti e li condusse via, ma senza violenza, per timore di essere lapidati dal popolo. 27Li condussero e li presentarono nel sinedrio; il sommo sacerdote li interrogò 28dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo». 29Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. 30Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. 31Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. 32E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». 33All’udire queste cose essi si infuriarono e volevano metterli a morte. 34Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della Legge, stimato da tutto il popolo. Diede ordine di farli uscire per un momento 35e disse: «Uomini d’Israele, badate bene a ciò che state per fare a questi uomini. 36Tempo fa sorse Tèuda, infatti, che pretendeva di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui furono dissolti e finirono nel nulla. 37Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse gente a seguirlo, ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero. 38Ora perciò io vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questo piano o quest’opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; 39ma, se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi addirittura a combattere contro Dio!». Seguirono il suo parere 40e, richiamati gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. 41Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù. 42E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Un esempio negativo: Anania, con sua moglie Saffìra Esiste un peccato nella comunità cristiana che ne minaccia l'identità: l'attaccamento al denaro, causa di divisione. La punizione immediata e straordinaria fa parte del genere letterario, il cui centro d'interesse sta però non nella punizione del trasgressore, ma nel superamento di un ostacolo che minaccia la comunità. La colpa non consiste nell'avere trattenuto parte del ricavato (il mettere in comune è facoltativo: v. 4), ma nell'avere mentito allo Spirito Santo. L'agire di Anania e Saffìra è grave perché, sotto le apparenze del bene, si nasconde un atteggiamento dominato da interessi egoistici, che lacera l'unità di cuore, quindi la vera identità del popolo di Dio. Il cuore diviso dei due coniugi ha dato spazio a Satana, l'avversario per eccellenza dell'unità, quell'unità che deve caratterizzare il vero Israele. A Luca preme mostrare l'importanza fondamentale della comunione ecclesiale per l'identità della Chiesa; la sua perdita metterebbe a rischio l'attuazione del piano divino sull'umanità. L'esempio di Anania e Saffìra non è un caso isolato, ma una minaccia permanente all'interno della Chiesa; quindi Luca narra l'episodio con i toni di un severo ammonimento. Il motivo del grande timore conclude il racconto, timore reverenziale in se- guito all'esperienza di un intervento divino, e timore che si estende a «tutta la Chiesa» (v. 11), cioè alla comunità di Gerusalemme unita attorno agli apostoli, con un cuore e un'anima sola, e che rappresenta la comunità dei credenti sparsa ovunque sulla terra.

Sommario Questo sommario fa da transizione, riprendendo e generalizzando alcuni temi precedenti: il radunarsi dei membri della Chiesa sotto i portici di Salomone, la concordia, il favore del popolo, la crescita della comunità la cui fama si estende al di fuori delle mura di un edificio. C'è un'insistenza particolare sull'attività taumaturgica degli apostoli. Il potere di compiere miracoli è dunque parte integrante dell'attività missionaria; in essa è all'opera la mano di Dio. Nel v. 12b il redattore ritorna sul tema della concordia, ma ora, dopo l'episodio di Anania e Saffìra, il lettore la guarda con più serietà: l'unità può essere minacciata ogni momento. Nell'ultima parte del sommario (v. 15) Pietro è di nuovo al centro. La scena ricorda la vita pubblica di Gesù circondato non solo da discepoli, ma da tanta gente bisognosa di aiuto. C'è continuità tra Gesù e la Chiesa postpasquale. Luca sembra riprendere una credenza popolare su Pietro fatta di religiosità e di superstizione. Entrare nell'ombra di una persona significa entrare in contatto con la persona stessa e con la forza che la anima. Certo Luca evita l'elemento magico: la forza che emana dall'ombra di Pietro è la forza benefica di Dio, la stessa forza che emanava da Gesù e toglieva l'impurità (cfr. Mc 5,30). Nel versetto conclusivo (v. 16), per la prima volta, lo sguardo oltrepassa le mura di Gerusalemme: il narratore prepara il lettore alla successiva missione in Giudea.

Una nuova minaccia di persecuzione Il racconto assomiglia molto alla scena di At 4, 1-22. C'è tuttavia una progressione narrativa: sono coinvolti non soltanto Pietro e Giovanni, ma tutti gli apostoli; la reazione al discorso di Pietro non è più lo stupore (4,13.16), ma la decisione di una condanna a morte; e il processo si conclude non solo con una minaccia, ma con una fustigazione. La prima parte della narrazione (vv. 17-26) è piuttosto strana. Un imprigionamento senza processo, una liberazione miracolosa che ricorda molto quella di Pietro (At 12,3-11), ma che appare del tutto inattesa e perfettamente inutile, poiché gli apostoli vengono a trovarsi nella stessa situazione di prima: sono di nuovo arrestati! Il valore teologico della liberazione miracolosa viene indicato dall'angelo: gli apostoli hanno la missione divina di proclamare «questa Vita», cioè l'annuncio che comunica la Vita a chi lo accoglie. E nessuna autorità religiosa o politica potrà impedire tale annuncio e arrestare la diffusione del Vangelo. Dio interverrà sempre in favore di coloro che invia. Per il momento, essendo il messaggio rivolto a Israele, gli apostoli predicano nel tempio, centro religioso d'Israele. In seguito, la stessa volontà divina esorterà Paolo a uscire in fretta dal tempio per predicare alle nazioni (22,17-21).

Ai vv. 27-32 comincia la scena del processo che, dal punto di vista narrativo, è la continuazione del primo processo (4,7-22), poiché riprende il divieto di predicare con il quale esso terminava. Il sommo sacerdote formula l'accusa (v. 28), ma deve ammettere che questa predicazione ha ormai raggiunto tutta la città santa; egli riferisce anche l'accusa che la Chiesa rivolge all'autorità giudaica circa la morte di Gesù. La difesa fatta da Pietro e dagli apostoli diventa l'occasione per testimoniare Cristo. Pietro conclude con il tema della funzione apostolica della testimonianza (v. 32). Nella testimonianza degli apostoli si attua quella dello Spirito Santo. Grazie a tale presenza divina, la parola di Pietro dinanzi al tribunale non si limita a una difesa, ma si fa annuncio. La testimonianza dello Spirito Santo è anzitutto testimonianza interiore: Egli comunica la certezza che Gesù è stato costituito Messia e Signore, e illumina gli eventi della sua morte e risurrezione. Lo Spirito dà anche una testimonianza esterna a «quanti gli obbediscono», cioè a tutti i credenti: il carisma di profetare, i miracoli, la crescita della comunità, nonché i segni negativi (come la morte di Anania e Saffìra).

La reazione dei presenti è violenta (condanna a morte degli apostoli), ma viene attenuata dall'inatteso intervento di Gamaliele (vv. 33-39). Evidentemente la reazione così violenta del sinedrio non si spiega come divergenza dottrinale; la causa è più profonda: l'autorità giudaica si sente minacciata nel suo potere e quindi nella sua esistenza. L'intervento di Gamaliele mira a evitare che il sinedrio assuma nei confronti degli apostoli una decisione, che lo porrebbe direttamente contro Dio. Gamaliele conclude il suo discorso a mo' di avvertimento (vv. 38-39): non si dia fastidio a questi uomini! Se la predicazione apostolica è di origine soltanto umana, cadrà da sé; se viene da Dio, non si potrà fermarla, passando dalla parte degli avversari di Dio. Luca giudica il ragionamento convincente, poiché il sinedrio aderì unanimemente alla logica del grande rabbi. In realtà la decisione del sinedrio (v. 40) contraddice l'adesione al consiglio di Gamaliele, poiché gli apostoli vengono percossi e ricevono il divieto di predicare. Il narratore vuole senza dubbio conciliare due dati emersi dal racconto: l'autorità giudaica si dimostra «in lotta contro Dio» (da qui la fustigazione e il divieto di predicare), ma l'annuncio cristiano proviene da Dio e non può essere fermato (i fatti danno ragione a Gamaliele). Quindi gli apostoli vengono liberati.

Il v. 41 si rivolge al lettore e presenta gli apostoli come modello in quel paradossale comportamento che è la gioia nella sofferenza per il nome di Gesù: «Beati voi quando gli altri vi odieranno a causa del Figlio dell'uomo» (Lc 6,22 e v. 23). Questa sofferenza fa imboccare al credente la via di Gesù, che dalla passione porta alla vita: il discepolo è come il maestro. Il v. 42 è un breve sommario che conclude la sezione: in contrasto con il divieto di predicare e sullo sfondo della persecuzione, la missione degli apostoli a Gerusalemme raggiunge la massima intensità; dal tempio penetra in tutte le case. I tempi per diffondere la Parola oltre le mura della città, in conformità con il programma dettato dal Risorto (1,8), sono ormai maturi. Ma sarà Dio a dare il via attraverso gli eventi.


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L'arresto di Pietro e Giovanni 1Stavano ancora parlando al popolo, quando sopraggiunsero i sacerdoti, il comandante delle guardie del tempio e i sadducei, 2irritati per il fatto che essi insegnavano al popolo e annunciavano in Gesù la risurrezione dai morti. 3Li arrestarono e li misero in prigione fino al giorno dopo, dato che ormai era sera. 4Molti però di quelli che avevano ascoltato la Parola credettero e il numero degli uomini raggiunse circa i cinquemila.

La testimonianza degli apostoli 5Il giorno dopo si riunirono in Gerusalemme i loro capi, gli anziani e gli scribi, 6il sommo sacerdote Anna, Caifa, Giovanni, Alessandro e quanti appartenevano a famiglie di sommi sacerdoti. 7Li fecero comparire davanti a loro e si misero a interrogarli: «Con quale potere o in quale nome voi avete fatto questo?». 8Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, 9visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, 10sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. 11Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. 12In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

Il sinedrio tiene consiglio 13Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù. 14Vedendo poi in piedi, vicino a loro, l’uomo che era stato guarito, non sapevano che cosa replicare. 15Li fecero uscire dal sinedrio e si misero a consultarsi fra loro 16dicendo: «Che cosa dobbiamo fare a questi uomini? Un segno evidente è avvenuto per opera loro; esso è diventato talmente noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme che non possiamo negarlo. 17Ma perché non si divulghi maggiormente tra il popolo, proibiamo loro con minacce di parlare ancora ad alcuno in quel nome».

L'ordine di tacere 18Li richiamarono e ordinarono loro di non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù. 19Ma Pietro e Giovanni replicarono: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. 20Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato». 21Quelli allora, dopo averli ulteriormente minacciati, non trovando in che modo poterli punire, li lasciarono andare a causa del popolo, perché tutti glorificavano Dio per l’accaduto. 22L’uomo infatti nel quale era avvenuto questo miracolo della guarigione aveva più di quarant’anni.

La comunità in preghiera 23Rimessi in libertà, Pietro e Giovanni andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto loro i capi dei sacerdoti e gli anziani. 24Quando udirono questo, tutti insieme innalzarono la loro voce a Dio dicendo: «Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano, 25tu che, per mezzo dello Spirito Santo, dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide: Perché le nazioni si agitarono e i popoli tramarono cose vane? 26Si sollevarono i re della terra e i prìncipi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo; 27davvero in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le nazioni e i popoli d’Israele, si sono alleati contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai consacrato, 28per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano deciso che avvenisse. 29E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di proclamare con tutta franchezza la tua parola, 30stendendo la tua mano affinché si compiano guarigioni, segni e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù». 31Quand’ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza.

Sommario 32La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. 33Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. 34Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto 35e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

Un esempio positivo: Barnaba 36Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa «figlio dell’esortazione», un levita originario di Cipro, 37padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Il conflitto con l'autorità Narrativamente il racconto è ben legato a ciò che precede: il discorso di Pietro e la guarigione dello storpio. Ma nel quadro ideale della primissima comunità finora esposto entra un elemento nuovo: l'ostilità dell'autorità locale, preludio alla persecuzione. Quest'ultima appare come una logica conseguenza della predicazione e dell'attività taumaturgica degli apostoli. Come vede Luca il conflitto nascente? Non è la rivalità tra due religioni, né la contrapposizione di due sistemi di forze, che vogliono prevalere l'uno sull'altro. La forza del Vangelo sta proprio nell'amore che è servizio. Ma appunto questo messaggio di libertà suscita l'ostilità del potere costituito, che vede minacciato il proprio dominio sulla società. Certo, ci sono due potenze in azione: la potenza dello Spirito di Dio che suscita l'amore e il coraggio della testimonianza; la forza violenta del potere costituito che così fa emergere le forze del male in azione nella storia. Con la predicazione apostolica si sviluppa in mezzo a Israele e poi nel mondo un nuovo modello di società, che inevitabilmente destabilizzerà l'ordine precedente.

L'arresto di Pietro e Giovanni Luca raggruppa l'elemento ostile dell'autorità giudaica e lo mette in contrasto con il popolo in ascolto. Al comportamento negativo dell'autorità fa da contrasto l'inarrestabile crescita della Chiesa, significata dal numero ideale di cinquemila persone (v. 4).

La testimonianza degli apostoli Arriva il giorno del processo. Luca ama comporre questo tipo di scenario solenne, delle grandi occasioni: gli avversari al completo, gli apostoli al centro con Pietro come portavoce, la presenza dello Spirito Santo in coloro che rendono testimonianza. La domanda messa in bocca agli accusatori corrisponde all'interesse didattico del redattore (v. 7): presentare il fondamento del potere di guarire, che sta nella persona (nome) di Gesù Cristo. Pietro prosegue solennemente con l'enunciazione del centro del messaggio cristiano: una menzione concisa della crocifissione-risurrezione di Gesù (v. 10), l'argomento scritturistico (v. 11) e l'appello implicito alla conversione (v. 12) sotto forma di confessione una solenne proclamazione su Gesù risorto, che esprime la convinzione della fede cristiana. La salvezza di Dio è operata unicamente da Gesù in favore di tutti gli uomini!

Il sinedrio tiene consiglio La reazione degli avversari dinanzi al discorso di Pietro è positiva e corrisponde all'apprezzamento dell'evangelista stesso dinanzi al messaggio proclamato: lo stupore di fronte al coraggio e alla sapienza della parola degli evangelizzatori. Si realizza il detto di Gesù: «Vi darò linguaggio e sapienza, così che i vostri avversari non potranno resistere» (Lc 21,15). Il miracolato invece suscita imbarazzo (v. 14). L'assemblea comincia a deliberare sul caso e Luca mette in luce il disegno degli avversari di fronte a un segno divino così evidente: neutralizzare la predicazione apostolica, strumento dell'agire di Dio.

L'ordine di tacere Il sinedrio reagisce non ancora con la persecuzione, ma con un'ammonizione, alla quale gli apostoli replicano formulando un principio universalmente riconosciuto, che quindi anche i responsabili giudei devono ammettere (vv. 19-20): l'autorità divina (la coscienza) è superiore a qualsiasi autorità umana. La novità però sta nell'accettare che l'autorità divina ora si manifesti nella testimonianza apostolica che, a sua volta, poggia su di un incarico al quale gli apostoli non possono sottrarsi: essi sono stati scelti per «vedere e udire» Gesù. Per Luca la funzione degli apostoli (cioè dei Dodici) non è trasmissibile, poiché realizza la continuità tra il Gesù storico e il Risorto presente nella Chiesa. Il processo finisce dunque con una minaccia nei confronti degli apostoli (v. 21). Luca ottiene due effetti: l'affermazione della legittimità della predicazione apostolica (non c'è nulla che meriti una punizione) e il motivo della paura dei capi dinanzi al popolo, evidenziando la distinzione tra il popolo favorevole al Vangelo e l'autorità giudaica ostile. La lode a Dio (conclusione frequente nell'opera lucana) testimonia che Dio è all'opera nell'attività degli apostoli. Il racconto si chiude (v. 22) rivolgendo di nuovo l'attenzione del lettore direttamente allo storpio guarito: quarant'anni di malattia stanno a dimostrare che la guarigione non poteva non essere un «segno» dell'operare escatologico di Dio.

La comunità in preghiera La preghiera della comunità viene così messa in relazione con l'accaduto. Emergono diversi aspetti della vita della Chiesa: il ritorno dell'evangelizzatore in seno alla comunità dopo aver subito un pericolo fuori (cfr. 12,12); la consuetudine dell'aggiornamento che rende la comunità partecipe dell'esperienza apostolica (cfr. 11,4; 14,27); il posto centrale della preghiera comunitaria fatta in unità (la Chiesa è una comunità orante). La preghiera inizia con l'invocare Dio, creatore del mondo e quindi sovrano universale, e come tale anche padre della storia, in particolare della storia d'Israele (v. 24): la comunità cristiana si sente coinvolta in quello che il profeta ha predetto sull'avversità toccata a Gesù. Al v. 28 Luca esprime il pensiero cristiano: il comportamento negativo degli avversari di Gesù in realtà ha contribuito al compimento del piano divino di salvezza. Con una formula tipica (v. 29a) viene introdotta la domanda vera e propria; si torna alla situazione presente della comunità: Dio deve occuparsi delle minacce degli avversari della Chiesa. Da notare che la comunità non chiede di essere liberata dalla persecuzione, bensì di avere la forza di affrontarla e di trovare in essa il coraggio della testimonianza, la grazia della parresia, del parlare con franchezza, a testa alta. Si prega più per la diffusione del Vangelo che per la sorte personale degli evangelizzatori. Questi ultimi sono «servi» del Signore, titolo che esprime la coscienza di avere un compito da svolgere in obbedienza a Dio. Infine la preghiera fa una menzione speciale dei miracoli e delle guarigioni: sono un elemento importante della missione, nell'ottica di Luca. Essi sono compiuti da Dio, mediante il Risorto che ha mandato lo Spirito Santo. Segue l'esaudimento divino sotto forma di una “piccola Pentecoste” (v. 31). Per Luca, la missione è costitutiva della vita stessa della Chiesa, e il dono dello Spirito è dato essenzialmente in funzione di tale finalità.

Sommario Viene presentato di nuovo un quadro ideale della prima comunità di Gerusalemme. È evidente lo sforzo del narratore di conciliare il radicalismo delle esigenze di Gesù con la situazione della Chiesa postpasquale, con uno sguardo particolare ai ricchi ai quali egli propone di vivere le richieste di Gesù aiutando i poveri della comunità. La comunità è vista nella sua vita d'unità. La descrizione del v. 32 suggerisce al lettore l'ideale dell'amicizia, com'era sognato nel mondo ellenistico: tra amici tutto è in comune. Tuttavia il binomio «cuore e anima» è biblico (Dt 6,5; 10,12; ecc.) e la sua scelta non è casuale. Luca fa capire al lettore che l'unanimità vissuta nella Chiesa non riflette soltanto il modello greco dell'amicizia, ma si basa sulla fede, è la comunione dei credenti. Senza escludere l'amicizia, l'autore insegna che il fondamento del legame che unisce i credenti tra di loro non è soltanto una simpatia naturale che fiorisce in amicizia, ma la fede che presuppone la conversione e si apre a tutti, simpatici o meno. D'altra parte, questa sinfonia dei cuori non si riduce in un bel sentimento fraterno, ma vuole concretizzarsi nella comunione dei beni. Viene infine precisata la comunione dei beni nel suo svolgimento concreto: chi ha dei beni aiuta i poveri della Chiesa, ma in modo organizzato, e cioè mettendo il ricavato dei beni venduti ai piedi degli apostoli. Questi ultimi assumono dunque una funzione amministrativa nella comunità. Luca dunque applica alla vita della comunità l'esigenza radicale di Gesù per essere suoi discepoli: il distacco dai beni. Ma, al contrario di Qumran, esso non viene istituzionalizzato; rimane una pratica lasciata alla libera iniziativa del singolo, pur essendo un'esigenza di fede, dovuta cioè alla conversione del cuore, all'amore che rende attenti ai bisogni altrui. L'evangelista propone questo tipo di società nuova a tutta la Chiesa come ideale a cui tendere.

Un esempio positivo: Barnaba Il testo dà un esempio positivo, quello di Barnaba, che l'autore sacro presenta per bene al lettore, visto il suo futuro ruolo nella Chiesa, descritto nel libro. L'esempio addotto mostra che il gesto di Barnaba era eccezionale nella comunità di Gerusalemme tanto da conservarne il ricordo; eccezionale non per mancanza di generosità, ma perché c'erano pochi ricchi in essa. È tuttavia inverosimile che la generosità di Barnaba fosse tale da vendere tutto per entrare nel novero dei bisognosi, come lascerebbe intendere il v. 37! Con ogni probabilità ha venduto il suo campo prima di stabilirsi ad Antiochia di Siria (cfr. 11,22).


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La guarigione dello storpio 1Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. 2Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. 3Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un’elemosina. 4Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: «Guarda verso di noi». 5Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. 6Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!». 7Lo prese per la mano destra e lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono 8e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. 9Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio 10e riconoscevano che era colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta Bella del tempio, e furono ricolmi di meraviglia e stupore per quello che gli era accaduto.

Il discorso di Pietro nel tempio 11Mentre egli tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sé per lo stupore, accorse verso di loro al portico detto di Salomone. 12Vedendo ciò, Pietro disse al popolo: «Uomini d’Israele, perché vi meravigliate di questo e perché continuate a fissarci come se per nostro potere o per la nostra religiosità avessimo fatto camminare quest’uomo? 13Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; 14voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. 15Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. 16E per la fede riposta in lui, il nome di Gesù ha dato vigore a quest’uomo che voi vedete e conoscete; la fede che viene da lui ha dato a quest’uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi. 17Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. 18Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. 19Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati 20e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi colui che vi aveva destinato come Cristo, cioè Gesù. 21Bisogna che il cielo lo accolga fino ai tempi della ricostituzione di tutte le cose, delle quali Dio ha parlato per bocca dei suoi santi profeti fin dall’antichità. 22Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio farà sorgere per voi, dai vostri fratelli, un profeta come me; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. 23E avverrà: chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo. 24E tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunciarono anch’essi questi giorni. 25Voi siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra. 26Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione, perché ciascuno di voi si allontani dalle sue iniquità».

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

La guarigione dello storpio Un miracolo simile si legge all'inizio dell'attività di Gesù (il paralitico di Cafanao in Lc 5,17-26): tra i due racconti c'è un voluto effetto di eco, che mette in luce la continuità tra l'agire di Gesù e quello dei suoi apostoli. L'ambientazione è nel centro religioso d'Israele al momento del sacrificio pomeridiano, intorno alle ore 15:00. La localizzazione nel tempio ha la sua importanza per Luca: egli tiene a radicare la Chiesa nascente nella fede d'Israele e, quindi, nella storia della salvezza. L'anonimo malato è storpio dalla nascita, quindi inguaribile; ciò, per contrasto, metterà in luce la grandezza del miracolo. Solo Pietro parla e agisce e lo fa in piena conformità con l'ordine dato da Gesù agli evangelizzatori: «Non prendete nulla per il viaggio... né soldi...» (Lc 9,3), al momento di ricevere il carisma della guarigione. Il lettore non deve però confondere tale potere, compiuto «nel nome di Gesù», con la magia. Seguendo il suo metodo didattico, Luca lo farà capire poco a poco introducendo il motivo della fede (3,16) e della salvezza (4,9.12). La guarigione è operata «nel nome di Gesù», perché gli apostoli hanno ricevuto da Gesù stesso questo carisma e perché nell'agire dell'apostolo il Risorto è presente con la sua forza salvifica. Il primo effetto sul malato è la guarigione immediata Poi il guarito entra nel tempio insieme agli apostoli: con la guarigione è stato reintegrato nella società e diventa membro a pieno titolo del popolo di Dio; potrà quindi godere della vicinanza di Dio, grazie alla potenza di Gesù trasmessa agli apostoli. Il secondo effetto è la reazione dei presenti, come conclusione normale di questo genere di racconto. Essi constatano l'identità tra il mendicante storpio e il guarito che ora salta camminando verso l'interno della casa di Dio: lo stupore provocato da questa manifestazione soprannaturale riecheggia la reazione degli Israeliti dinanzi alle meraviglie compiute nella sua storia da YHWH. La lode sgorga dal cuore dell'uomo toccato dall'amore tangibile di Dio.

Il discorso di Pietro nel tempio È il secondo discorso pubblico di Pietro che, come nel primo, si aggancia a un evento straordinario per illuminarne il significato vero. Il tempio, centro religioso d'Israele, diventa punto di partenza della diffusione del Vangelo. Da lì Pietro parla a «tutto il popolo», e parla al plurale, come portavoce dell'attività e della predicazione apostolica. Il discorso di Pietro identifica subito Colui che è all'origine del miracolo: non si tratta di magia o di una particolare capacità umana, ma è Dio che opera mediante i suoi strumenti. Senza transizione il discorso passa all'enunciato della morte-risurrezione di Gesù (v. 13), concentrando l'attenzione sulla condanna a morte di Gesù: l'accento cade sulla colpevolezza dei giudei e si tende a giustificare l'agire dei Romani, secondo la solita prospettiva lucana. La gravità della colpa dei responsabili è messa in luce mediante un gioco di contrasti: tra l'omicida (Barabba) liberato e il Santo rinnegato (v. 14), contrasto che culmina nel v. 15 con l'accusa di avere ucciso il datore della vita, che Dio ha risuscitato per primo e che quindi diventa capostipite dell'umanità destinata alla vita. Con l'appellativo «Fratelli!» inizia la seconda parte del discorso (vv. 17-26). Anche se i giudei sono colpevoli della morte di Gesù, rimangono fratelli: la parentela religiosa non è rotta, così come non è tolta a Israele la priorità nella storia della salvezza. È commovente lo sforzo di Luca, nell'ultima parte del discorso, di dimostrare, mediante la Scrittura, l'amore privilegiato di Dio a favore di Israele, quel medesimo amore divino che suscitò anche Gesù, il Messia, lui che ha aperto all'umanità il futuro, al quale per primo è chiamato il popolo eletto. A partire dal v. 19, Pietro pone l'accento sulla conversione: se i giudei non hanno saputo riconoscere il Messia nella sua prima venuta sulla terra, siano pronti ad accogliere la sua seconda venuta, la parusia, quando avverrà la restaurazione anche per Israele. La predicazione apostolica offre loro la possibilità della conversione: un secondo rifiuto sarebbe fatale, mentre l'accoglienza del Vangelo è la loro vera chance di realizzarsi come Israeliti compiuti. Quando Luca scrive, la Chiesa rimane aperta a conversioni singole di giudei, ma non aspetta più la conversione di Israele come popolo. La finalità dell'opera lucana non è quella di convertire ebrei alla fede cristiana, ma di confermare la fede di chi già è cristiano (cfr. Lc 1,1-4). Con il v. 22 Pietro ricorre alla Scrittura per confermare il suo appello alla conversione: tutta la Scrittura annuncia che Gesù ha inaugurato il tempo della salvezza; pone quindi ogni uomo, i giudei per primi, dinanzi alla decisione di appartenere all'Israele compiuto. È una lettura tipicamente cristiana che vede tutta la Bibbia orientata all'evento-Gesù e ai suoi frutti (la predicazione apostolica, il costituirsi del popolo di Dio degli ultimi tempi), frutti radicati in modo permanente nella parola di Dio quale si è rivelata nella storia d'Israele. In conclusione (v. 26), Pietro riafferma il privilegio dei giudei nella storia della salvezza e l'altrettanta necessità della conversione personale di ognuno. All'Israelita tocca di sfruttare questa sua priorità accogliendo il messaggio della risurrezione di Gesù; al lettore di capire che l'Israele «secondo la carne» continua ad essere il primo destinatario di tale messaggio.


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L'effusione dello Spirito Santo a Pentecoste 1Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». 12Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». 13Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce».

Il discorso di Pietro 14Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, vi sia noto questo e fate attenzione alle mie parole. 15Questi uomini non sono ubriachi, come voi supponete: sono infatti le nove del mattino; 16accade invece quello che fu detto per mezzo del profeta Gioele: 17Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio – su tutti effonderò il mio Spirito; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni. 18E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno. 19Farò prodigi lassù nel cielo e segni quaggiù sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. 20Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che giunga il giorno del Signore, giorno grande e glorioso. 21E avverrà: chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. 22Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, 23consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. 24Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. 25Dice infatti Davide a suo riguardo: Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. 26Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, 27perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. 28Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza. 29Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. 30Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, 31previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione. 32Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. 33Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. 34Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice: Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra, 35finché io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi. 36Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».

Gli effetti del discorso di Pietro sugli ascoltatori 37All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. 39Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». 40Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». 41Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

Sommario: la vita di comunione 42Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. 43Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; 45vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, 47lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

L'effusione dello Spirito Santo a Pentecoste Come per Gesù all'inizio del vangelo (Lc 4,18), così anche per la Chiesa, la discesa dello Spirito Santo conclude il periodo di preparazione e inaugura quello della missione. Come aveva già fatto per il racconto dell'ascensione, Luca colloca in un determinato momento storico aspetti soprannaturali del mistero pasquale: Gesù risorto ha inviato lo Spirito Santo promesso dal Padre; e con l'effusione dello Spirito divino si apre la missione della Chiesa iniziando da Israele, ma includendo tutte le nazioni (come sottinteso dall'elenco dei popoli ai vv. 9-11a). «Tutti» sono presenti e riceveranno il dono divino. Luca non precisa chi; gli interessa l'unanimità: i presenti sono uniti non solo nello stesso luogo (la stanza alta, come luogo di preghiera: 1,14), ma anche con il cuore, cioè nella volontà di amarsi. La preghiera fatta in unità di cuore è senza dubbio l'atteggiamento più idoneo per accogliere il dono dello Spirito.

Per descrivere la venuta dello Spirito Santo, Luca si serve degli elementi di una teofania: il vento impetuoso, come conviene alla «potenza» promessa dal Padre, e il fuoco (cfr. 1Re 19,11; Sal 50,3; 104,4; Es 3,2-3; 19,18; 24,17; Is 66,15; ecc.). Più precisamente il fenomeno soprannaturale si manifesta in «lingue come di fuoco» (v. 3), espressione scelta in relazione con il «parlare in altre lingue» (v. 4). «Tutti furono riempiti di Spirito Santo» (v.4): è un evento fondante, quindi iniziale e unico, ma il dono rimane per sempre nella vita della Chiesa. Lo Spirito Santo effuso è la novità escatologica che caratterizza per sempre l'esistenza dei discepoli.

Il dono dello Spirito Santo, al quale allude Luca, non è la glossolalia (un parlare estatico), ma il «parlare in altre lingue», e cioè un parlare intelligibile a tutti; è un parlare missionario. A Pentecoste gli apostoli ricevono la capacità di testimoniare in tutte le lingue l'unico Vangelo e, quindi, di inculturarsi: unità nel rispetto della diversità.

Nel racconto assistiamo ad un repentino “cambio di scena”: si radunano gli abitanti di Gerusalemme, giudei venuti da «ogni nazione che è sotto il cielo», e qualificati come «uomini giudei devoti», cioè fedeli alla Torà. Nella mente del narratore non si tratta di pellegrini venuti per la festa, ma di residenti in città, tornati nella terra santa per esservi sepolti: a loro sarà rivolta la prima predicazione apostolica, per formare la primissima comunità cristiana. Originari di tutte le nazioni, essi simbolizzano l'universalismo del messaggio evangelico pur nel rispetto della priorità d'Israele.

Il discorso di Pietro È il primo dei cinque “discorsi missionari” rivolti ai giudei e non siamo in presenza di un discorso vero e proprio, che storicamente l'apostolo avrebbe pronunciato in quella circostanza! Questo “discorso” serve a comunicare al lettore il significato dell'evento narrato, nella prima parte (vv. 15-21): mediante il rimando alla Scrittura, Luca colloca l'evento di Pentecoste nella storia della salvezza, come evento voluto da Dio e, perciò, annunciato dai profeti. Nella seconda parte (vv. 22-36), viene presentato il contenuto centrale della predicazione apostolica (l'evento pasquale della morte e risurrezione di Gesù) come viene rivolto a Israele. Per Luca inoltre, Pietro, portavoce del collegio apostolico, è colui che inaugura la missione della Chiesa presso Israele, così come inaugurerà la missione nel mondo pagano (At 1O). A Luca interessa la dimensione universale della salvezza offerta a «chiunque invocherà il nome del Signore», cioè Cristo. Pietro vuole dimostrare che Gesù, grazie alla sua risurrezione, sta all'origine del dono dello Spirito Santo e, di conseguenza, la manifestazione straordinaria di Pentecoste testimonia che Gesù è stato veramente risuscitato da Dio. Probabilmente il narratore utilizza uno schema della predicazione primitiva, che inizia con una sintesi del ministero di Gesù, insistendo sulla sua attività taumaturgica (v. 22). Poi però passa subito all'affermazione centrale dell'annuncio cristiano (la morte-risurrezione di Gesù) servendosi del cosiddetto «schema di contrasto»: «Colui che voi avete ucciso, Dio lo ha risuscitato»: pur riconoscendo la colpevolezza dei giudei, Luca sottolinea che la morte di Gesù fa parte del piano di Dio. Egli, inoltre, nomina i Romani («Uomini senza legge») come strumenti usati dai giudei per uccidere Gesù. Dunque, la visione lucana è la seguente: l'uccisione di Gesù fa parte del piano divino annunciato nelle Scritture (in vista della risurrezione), ma ciò non toglie la colpevolezza dei giudei di Gerusalemme, che si sono serviti del potere pagano per raggiungere il loro fine. Ora, Dio, per fedeltà al suo disegno, non poteva lasciare Gesù nella morte; Luca lo conferma con l'aiuto della Scrittura (vv. 25-28).

La certezza della risurrezione di Gesù proviene dall'esperienza pasquale dei discepoli e trova conferma nel Sai 16,8-11 riletto alla luce di Pasqua, che dà un'impronta cristologica al brano: David, tradizionalmente visto come l'autore e l'orante del salmo, parla profeticamente della risurrezione di Gesù. La citazione ripresa da Luca corrisponde alla sua comprensione della morte del Maestro di Nazaret: una morte vissuta nella totale fiducia in Dio, suo Padre (nel racconto della crocifissione Luca omette il grido d'abbandono del Sai 22, 1 e mette in bocca al Crocifisso una preghiera di fiducia: Le 23,46). Più che provare che Gesù è realmente risorto, l'autore sacro si sforza di dimostrare che l'orante, che dice di non rimanere nella morte, non è David (anzi, costui ha visto la corruzione), ma il discendente davidico: Gesù. Inoltre, risuscitato da Dio, Gesù ha ricevuto il potere messianico. Ma come Messia, Gesù risorto siede non tanto sul trono di David, bensì sul trono di Dio.

Pietro e gli apostoli iniziano a svolgere la loro funzione di testimoni ricevuta dallo stesso Risorto (Lc 24,48; At 1,8); la conclusione del discorso, infatti, è un appello alla conversione, con la risposta dei presenti. Luca la sviluppa sotto forma di dialogo e formula la chiamata alla conversione a mo' di esortazione catechetica, presentando le condizioni di accesso nella comunità cristiana.

Gli effetti del discorso di Pietro sugli ascoltatori I presenti con la loro domanda «Cosa dobbiamo fare?» (abile tecnica narrativa) provocano la risposta di Pietro, facendogli esporre quelle che, secondo Luca, erano le condizioni per diventare cristiani: la conversione con una decisa rottura con il passato, che implica pentimento per il male commesso; il battesimo, espresso nella formulazione tipica della primissima Chiesa (più tardi sarà introdotta la formula trinitaria: cfr. Mt 28,19): farsi battezzare «nel nome di Gesù Cristo». Ciò implica che il battezzato viene ad essere trasferito nella sfera d'influenza del Risorto (il «nome» rimanda alla persona). Gli effetti del battesimo sono: il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo, cioè non qualche carisma dato dallo Spirito, ma il dono che è lo Spirito Santo stesso.

La sezione termina con considerazioni che hanno un valore generale. L'appello di Pietro – e della predicazione cristiana – provocherà inevitabilmente la divisione in Israele stesso (cfr. Lc 2,34) tra l'Israele di Dio e il popolo ostinato. Il v. 41 menziona la crescita numerica della comunità, un elemento strutturale che assegna al versetto una funzione di transizione: si sta costituendo la Chiesa in seguito all'accoglienza della predicazione apostolica, nella quale Dio è all'opera. Il passaggio da centoventi (1,15) a tremila credenti testimonia l'efficace potenza dello Spirito pentecostale e rivela l'importanza che Luca attribuisce alla Chiesa- madre di Gerusalemme. Il numero di tremila persone è un numero ideale; non ha un valore né simbolico né storico.

Sommario: la vita di comunione Dal punto di vista narrativo questo grande sommario segna una pausa ma è comunque da legare al contesto: descrive la vita di coloro che hanno accolto la Parola e sono stati inseriti nella comunione ecclesiale. La Chiesa-madre di Gerusalemme è vista come il modello ideale di ogni vita comunitaria. Il v. 42 sintetizza ciò che deve caratterizzare l'entrata dei battezzati nella Chiesa:

  • essere perseveranti, cioè fedeli all'insegnamento apostolico. Forse Luca ha in mente la situazione della sua epoca, nella quale la comunità si deve difendere da false dottrine (cfr. At 20,29-30);
  • la comunione può essere intesa nei confronti dell'insegnamento apostolico al quale è coordinata (tramite la congiunzione «e») e indicare quindi l'unità di fede con tale insegnamento; oppure identificarsi con la pratica della comunione dei beni (vv. 44-45): le due interpretazioni non si escludono a vicenda;
  • la frazione del pane, espressione diventata sinonimo di celebrazione eucaristica;
  • le preghiere (al plurale): Luca pensa probabilmente alla preghiera fatta a ore fisse della giornata, secondo l'uso giudaico.

Il v. 43 appare come un corpo estraneo all'interno del testo. Il legame tuttavia esiste: la funzione degli apostoli comporta l'insegnamento e il compiere prodigi, carisma ricevuto da Gesù (Le 9,1-2); ne nasce il «timore» religioso che caratterizza l'atteggiamento di rispetto, di obbedienza dell'uomo a contatto con la vicinanza di Dio e del suo agire, sperimentati nell'agire degli apostoli.

I vv. 44-47 riprendono i temi esposti al v. 42: la comunione, l'eucaristia, la preghiera. L'avere «tutto in comune» e «l'essere insieme» si illuminano a vicenda: non è lo stare in uno stesso posto, ma l'essere uniti in una sola realtà, il cui effetto e segno è l'avere «ogni cosa in comune». Quest'ultima espressione non è biblica, ma proviene dal mondo greco e riflette l'ideale dell'amicizia sognato da diversi filosofi. «Tra amici tutto è comune», recita una massima attribuita a Pitagora. Luca sceglie questo tema dell'amicizia, familiare ai suoi lettori ellenisti, ma evita di ridurre la comunità dei credenti a un club di amici. Egli preciserà meglio in At 4,32.34-35.

Dopo aver parlato della circolazione dei beni tra i membri della Chiesa (v. 44), l'autore sacro cambia immagine e mostra come i ricchi fossero pronti a vendere le loro proprietà per aiutare i poveri (v. 45). Luca generalizza un atto che doveva essere piuttosto eccezionale, come lascia intendere l'esempio riportato in 4,36-37. Comunque l'invito dell'autore rimane valido: tradurre la comunione spirituale in giustizia sociale. Egli dunque propone al lettore non un ideale di povertà, ma un ideale per togliere di mezzo la povertà.

Il v. 46 riprende dal v. 42 il tema della «vita liturgica» della comunità: la frequentazione del tempio di Gerusalemme, sempre con il cuore unanime; Luca vede il tempio come luogo di preghiera e di insegnamento (anche se conosce la sua funzione sacrificale). Ma i cristiani hanno anche un altro luogo di incontro: la casa per celebrare l'eucaristia, insieme al pasto fraterno preso insieme. L'atmosfera è di gioia e di semplicità di cuore: caratteristiche del tempo nuovo di salvezza.

Infine, è ricordata la lode a Dio (v. 47) vista come atteggiamento costante del credente. Tutto questo comportamento della giovane Chiesa diventa una testimonianza dinanzi agli altri e rende disponibili all'accoglienza del Vangelo.

Il sommario si conclude con una nuova menzione della crescita numerica dei credenti, senza però indicare una cifra: è una crescita continua fatta grazie a Dio, che salva e raduna «i salvati» per formare l'unica Chiesa.


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INTRODUZIONE AL LIBRO (1,1-11)

Prologo 1Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi 2fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.

Sommario 3Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio.

Le ultime parole di Gesù 4Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: 5Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». 6Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». 7Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, 8ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra».

L'ascensione 9Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. 10Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro 11e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

LA COMUNITÀ DI GERUSALEMME (1,12-8,1a)

Sommario 12Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in giorno di sabato. 13Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi: vi erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo Zelota e Giuda figlio di Giacomo. 14Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui.

L'elezione di Mattia e la ricostituzione del gruppo dei Dodici 15In quei giorni Pietro si alzò in mezzo ai fratelli – il numero delle persone radunate era di circa centoventi – e disse: 16«Fratelli, era necessario che si compisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, diventato la guida di quelli che arrestarono Gesù. 17Egli infatti era stato del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero. 18Giuda dunque comprò un campo con il prezzo del suo delitto e poi, precipitando, si squarciò e si sparsero tutte le sue viscere. 19La cosa è divenuta nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, e così quel campo, nella loro lingua, è stato chiamato Akeldamà, cioè “Campo del sangue”. 20Sta scritto infatti nel libro dei Salmi: La sua dimora diventi deserta e nessuno vi abiti, e il suo incarico lo prenda un altro. 21Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, 22cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione». 23Ne proposero due: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato Giusto, e Mattia. 24Poi pregarono dicendo: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due tu hai scelto 25per prendere il posto in questo ministero e apostolato, che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava». 26Tirarono a sorte fra loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli.

Approfondimenti

(cf ATTI DEGLI APOSTOLI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Gérard Rossé © EDIZIONI SAN PAOLO, 2010)

Riformulando la dedica a Teòfilo (cfr. Lc 1,3), «l'amico di Dio», Luca riassume il primo libro: i fatti e l'insegnamento di Gesù fino alla sua ascensione in cielo, in- cludendo quindi anche le apparizioni del Risorto; tutto questo fa parte dell'annuncio cristiano fondamentale. L'autore ha cura di menzionare subito i due personaggi su cui è imperniata la prima sezione (1,12-2,48): il collegio degli apostoli e lo Spirito Santo.

Sono ricordate le apparizioni del Risorto: veri incontri con il Vivente, non visioni di un fantasma. Le apparizioni hanno una finalità precisa: mettere gli apostoli alla scuola di Gesù risorto. I quaranta giorni hanno un valore simbolico, non cronologico, e non c'è quindi contraddizione con Lc 24,50-51 dove l'ascensione avviene la sera stessa del giorno della risurrezione. È il periodo di formazione completa, che abilita gli apostoli ad essere coloro che trasmettono l'autentica tradizione di Gesù.

L'ultimo dialogo di Gesù con i discepoli, come in Lc 24,41-43, è pronunciato sullo sfondo di una scena conviviale; ma mentre nel vangelo il mangiare del Risorto deve manifestare il realismo corporeo della sua risurrezione, ora la scena assume la caratteristica di un simposio (cioè di un banchetto durante il quale si parla di argomenti dotti) in cui vengono ripresi temi esposti in antecedenza e nello stesso tempo lo sguardo dell'evangelista si porta in avanti e prepara il lettore all'evento della Pentecoste. Al v. 5 Luca riprende una parola del Battista (Lc 3,16) e la fa diventare parola di Gesù: l'atteso battesimo in Spirito Santo annunciato da Giovanni si realizzerà – come promessa di Cristo – alla Pentecoste. E questo dono dello Spirito divino non rimanda più all'imminente giudizio divino finale, ma inaugura il tempo della Chiesa nella storia. Segue una domanda dei discepoli in apparenza fuori contesto (v. 6), ma che Luca giudica importante come risposta a un interrogativo dei suoi lettori: la fine dei tempi che, nella tradizione apocalittica coincide con l'effusione dello Spirito divino e con l'inaugurazione del regno messianico in Israele, è imminente? La risposta del Risorto (vv. 7-8) è un rifiuto categorico delle speculazioni sulla data della fine del mondo: soltanto Dio la conosce. L'evangelista coglie l'occasione per presentare il programma del libro al lettore: la missione da Gerusalemme fino ai confini della terra sotto la guida e con la capacità ricevuta dallo Spirito di Dio. Però gli Atti si chiudono con l'arrivo di Paolo a Roma e così il programma rimane aperto: tra Roma e i confini della terra c'è un vuoto, occupato da tutta la storia della Chiesa lungo i secoli!

Il racconto dell'Ascensione ha il suo parallelo in Lc 24,50-52; le differenze tra i due mostrano che Luca non vuole fare il resoconto di un evento storicamente constatabile, ma dare il significato per la fede di un aspetto reale ed essenziale della risurrezione di Gesù: il suo stare nel seno del Padre o «alla destra di Dio», cioè nella situazione di piena partecipazione alla condizione e ai poteri divini. L'autore ora menziona la «nube». Nell'Antico Testamento la nube fa parte della teofania: segno della vicinanza di YHWH, presenza nascosta ma reale. Gesù risorto si trova posto nella condizione divina, ma per la Chiesa la sua presenza, benché invisibile, rimane reale.

Dopo l'Ascensione i discepoli ritornano a Gerusalemme (cfr. Lc 24,5); tuttavia non si recano al tempio, come nella conclusione del vangelo, ma nella stanza alta, che probabilmente l'autore sacro considera un luogo adatto al raccoglimento e alla preghiera. Da qui lo Spirito Santo metterà in movimento la nuova tappa della storia della salvezza. Viene poi presentato il nucleo iniziale della Chiesa con, alla sua testa, il gruppo dei Dodici (per ora undici); sono in un atteggiamento che Luca predilige: quello dell'unanimità dei cuori, dell'assiduità e della perseveranza nella preghiera. Come aveva fatto all'inizio della vita pubblica di Gesù, l'autore presenta l'elen- co degli apostoli: là erano visti come testimoni dell'attività e dell'insegnamento di Gesù; ora come testimoni nei riguardi di Israele e cuore della prima comunità cristiana. I Dodici incarnano la continuità tra Gesù e la Chiesa. Distinti da questo gruppo, ma uniti ad esso nella fede, nell'amore e nella preghiera, sono nominate alcune donne senza precisare, ma anche i fratelli di Gesù, cosa che può sorprendere vista la loro ostilità al Maestro prima di Pasqua (cfr. Mc 3,20-21.31-35; Gv 7,3-5). Maria è l'unica persona di questo gruppo ad essere menzionata con il suo nome e la sua vocazione di «madre di Gesù». Maria appare quindi all'inizio della vita di Gesù (vangelo) come all'inizio della vita della Chiesa; è la sua ultima menzione esplicita nel Nuovo Testamento.

L'elezione di Mattia e la ricostituzione del gruppo dei Dodici Dal punto di vista storico, la scelta di Mattia è significativa: manifesta l'intenzione di proseguire la missione di Gesù nei confronti di Israele. Nella mente del redattore, i Dodici, ai quali riserverà il nome di «apostoli», sono all'origine della tradizione e ne garantiscono l'autenticità per le generazioni successive. Prima del dono dello Spirito Santo, il collegio apostolico dev'essere al completo. Per la prima volta, nel libro, Pietro assume il suo ruolo direttivo; egli prende l'iniziativa, ma in unità con gli altri. La cifra di 120 persone non sembra essere una pura informazione statistica; si discute tuttavia sul suo significato: 12 X 10, un apostolo ogni dieci persone, un principio applicato a Qumran (un sacerdote ogni 10 uomini); nel rabbinismo, 120 era il numero minimo per costituire una comunità autonoma (Luca, quindi, si servirebbe di un modello giudaico per mostrare la legittimità dell'elezione di Mattia). Sono ipotesi fragili. Per Luca, comunque, queste persone rappresentano il primo nucleo di Chiesa attorno ai Dodici.

Il racconto della morte di Giuda è una leggenda popolare sorta a partire dal nome Akeldamàc. L'immaginario popolare crea, certo, una morte orrenda proporzionata alla gravità del gesto commesso, come degna punizione divina. Il v. 20 combina due citazioni: la prima giustifica come volontà di Dio il fatto che il podere di Giuda non sia più abitato, e chiude il discorso sul traditore; la seconda citazione apre sull'elezione di Mattia, anch'essa posta sotto il volere divino.

L'elezione di Mattia viene fatta in armonia tra la comunità, i Dodici e Dio. Luca ama questo genere di collaborazione, così come dà sempre grande importanza alla preghiera quando la comunità deve prendere delle decisioni (6,6; 13,1-2). La scelta avviene secondo un antico e sacro uso: tirare a sorte. In tal modo l'eletto è visto come designato da Dio. Gli undici apostoli tornano ad essere dodici.

Luca offre al lettore la sua definizione di apostolo: bisogna aver vissuto insieme ai Dodici con Gesù a cominciare dal suo battesimo ad opera di Giovanni fino all'ascensione, nonché essere testimoni delle apparizioni del Risorto. Gli apostoli incarnano la continuità tra il tempo di Gesù e quello della tradizione ecclesiale; essi sono testimoni insostituibili dell'identità del Gesù terreno con il Risorto.


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