📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

L'ultima manifestazione del Risorto 1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. 3Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. 4Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». 6Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. 7Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. 9Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». 11Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. 12Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. 13Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. 14Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. 15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». 20Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». 22Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». 23Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». 24Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.

Approfondimenti

Tratti dal sussidio per i gruppi di ascolto della Parola di Dio 2015-2016 dell'Ufficio Catechistico Diocesano di Pistoia

Profuma di quotidiano, di semplicità, il tempo di questo racconto. Ha il sapore concreto e poco ammaliante della vita feriale, lo scenario in cui Gesù appare ai discepoli per l’ultima volta, nel vangelo di Giovanni, quasi a dimostrare che il monotono scorrere del nostro vivere non è banalità, bensì il luogo privilegiato dell’incontro, con Dio e con gli altri; un incontro che è senso e signi- ficato, che reinventa la vita e la rimette in moto; un incontro che accade là dove la mia vicenda umana quotidianamente si compie, con tutte le sue spigolosità e crepe, ancor più, e prima, che nelle volute armoniose del tempio, tra profumi d’incenso e bellezza di riti. Dio abita il mio tempo stanco e disorientato di ogni giorno, la mia quotidiana fatica, le pieghe opache del vivere con i suoi brevi entusiasmi e le sue lunghe stanchezze. C’è, infatti, un retrogusto di stanchezza e di fatica, nella frase di Pietro: “Io vado a pescare”. La stanchezza dell’attesa improduttiva e la fatica della coscienza davanti a una situazione che non si sblocca, che non dà segni concreti di evoluzione, di fronte alla quale i discepoli sentono di non avere risorse (“Veniamo anche noi con te”). Allora non resta altro da fare che riaffidarsi agli strumenti antichi e collaudati, quelli del mestiere padroneggiato da sempre, per ritrovare, se non un senso, almeno un sostentamento, al vivere. “Ma quella notte non presero nulla”. Può accadere, nonostante le significative esperienze di comunione vissute, pur avendo sperimen- tato l’amicizia con il Signore, benché si sia stati testimoni della Resurrezione, che il nostro lavoro non sia fruttuoso, non ci renda appagati, e nemmeno ci sfami. La Resurrezione non toglie nulla alla fatica del vivere, alle sue incertezze, alle difficoltà che mostrano noi impreparati e inadeguati i nostri mezzi. Ma lo scoraggiamento non sia rassegnazione. “Quando era già l’alba, Gesù stette sulla riva”. Non è un semplice “arrivare”, un “venire”, ma uno “stare”, l’azione di Gesù. Gesù “sta”; non è intermittente, ma stabile, la sua presenza. Sta, resta, ti osserva da lontano, ma senza distacco, come una madre che veglia e sorveglia, di te si occupa anziché preoccuparsi. Ed eccolo, come una madre che sempre ti chiede ”hai mangiato?”, domandare: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?” E lo chiede usando un termine che letteralmente significa “companatico” (trasl. prosphagion): “... avete qualcosa che non semplicemente vi sfami, ma che vi dia gusto?”... E ci riconosco il Gesù amante del vino alle feste di nozze, che passa per le vie benedicendo e seminando guarigioni, che apprezza e fa apprezzare le piccole buone cose che rallegrano i giorni: la tavola, gli amici, le esperienze condivise, i talenti moltiplicati, la gratitudine esplicitata, gli sguardi di bene profusi a pioggia gli uni sugli altri, vero companatico nel pane dei giorni. “Gli risposero: ‘no’” Requisito primo e indispensabile che rende possibile l’incontro autentico, la relazione capace di sbloccare una situazione di mancanza, è ammettere il proprio bisogno, riconoscere che i nostri mezzi non sono sufficienti, che le nostre capacità sono limitate, il nostro impegno inefficace. Con autenticità e semplicità. “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. E accade qualcosa che stupisce, prima ancora del risultato della pesca: “la gettarono”. Senza con- trobattere, senza polemizzare per difendere il proprio metodo, senza trincerarsi dietro roccaforti di lamentele e giustificazioni, “la gettarono”. “Ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù” (v.4) La gettano per ascolto di uno sconosciuto! Qualcosa è cambiato, in loro, a seguito dell’esperienza fatta di Gesù, della sua Resurrezione, e dei suoi insegnamenti successivi; molto tempo prima Pietro aveva risposto ribattendo a un invito simile di Gesù: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla!” e poi aveva gettato le reti, ma solo perché l’aveva detto Lui (“Sulla tua parola getterò le reti”-Lc.5,5); adesso lo stesso Pietro, il testardo Pietro, si lascia condizionare da un estraneo, apparentemente senza com- petenze, e permette che questo sconosciuto interferisca con la sua vita, ne modifichi le certezze. Fa come dice lui; rinuncia a imporsi perché lui si proponga. E le cose cambiano. L’esperienza che era solo fallimento e inconcludenza diventa occasione di abbondanza, di riscatto. A permetterlo è stata, prima ancora che l’azione di Gesù, l’apertura dei discepoli, la loro ammis- sione di povertà, la disponibilità a mettere in discussione il loro agire perché un altro li arricchisse del suo contributo. Vedere nell’altro un dono, una ricchezza per la mia vita, e non un ostacolo, apre le porte all’insperato. E Dio agisce. E accadono miracoli. “E non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci”. Allora lo riconoscono. Lo riconosce per primo colui capace di guardare col cuore, “quel discepolo che Gesù amava”, e alla sua esclamazione Pietro, senza filtri, fa seguire l’azione: si riveste (si pescava nudi, per praticità), subito, e si getta, senza esitazioni né parole, in mare, con lo slancio dell’urgen- za che non ammette ritardi, perché nulla conta di più di quell’incontro. Segue un’immagine di grande intimità, in una cornice di familiarità accogliente e calda. Gesù ha già preparato per loro. “Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane.” L’amore di Dio per l’uomo, senza limiti né misura, estremo ed esagerato, si declina in piccole sfu- mature di tenerezza, accudimenti materni: ti fa trovare il pasto caldo, preparato per te, si siede con te ad ascoltare della tua giornata, si interessa a che tu ti senta bene, amato, preziosamente custodi- to. Nulla di te è troppo umano perché divinamente non se ne interessi, troppo basso perché non si pieghi a guardarlo. Mi rapisce questo proporsi “terra terra” di Gesù, perché capisco che nessuno dei miei umani bisogni è insignificante per il suo amore previdente. E ancora “disse loro Gesù: -Portate un po’ del pesce che avete preso ora-”. Lui lo ha, lo aveva già, ma chiede il contributo del risultato della pesca dei discepoli: chiede che i frutti del mio lavoro si me- scolino, coi suoi, sulla mensa, per farne insieme offerta ed eucarestia, dono e rendimento di grazie, vicendevole, bastante. Chiede il pesce pescato da loro, che si unisca e confonda col suo, come chiese la merenda a un ragazzino per sfamare la folla, come chiese le giare piene d’acqua per farne traboccare il vino, perché nella sua pedagogia la condivisione conta più che il risultato. Poi, come sotto lo sguardo di una regia sapiente che restringe l’obbiettivo della macchina da presa inquadrando i protagonisti, restano al centro della scena solo Gesù e Pietro. E quel giorno, il Maestro e il pescatore, si parlano con franchezza, senza filtri, in un dialogo ser- rato, d’intensità crescente, che ribadisce un unico tema, racchiuso in quella semplice e profonda domanda: “Mi ami?”. 52 Gesù chiede a Pietro se lo ama, Pietro risponde come lo ama. Sì, perchè, mentre noi usiamo un unico verbo “amare” per indicare più moti del cuore, a ciascuno di questi l’antica lingua greca attribuisce un suono diverso, senza lasciare ambiguità nei significati. Allora si scopre che Gesù, nel chiedere a Pietro “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?” usa il verbo dell’amore gratuito e totale, amore ch’è pienezza del dono senza pretese di rimandi né timore di rifiuti, amore che non calcola e non fa economia di sé, l’amore con cui ama Dio. Gesù quindi chiede a Pietro: “Agapàs me, mi ami tu? Mi ami come ti amo io, di un amore incon- dizionato, che è totalità, sacrificio e dono”? E Pietro non finge, non tenta di strafare, non esagera per apparire migliore di quel che è, più capace, più adeguato, e risponde col verbo che indica il voler bene sincero tra amici: “Signore, sono quel che sono, mi conosco e so i miei limiti, questo è quel che riesco a dare, il modo in cui ti posso amare: filò se, ti voglio bene”. Non dichiara il suo amore maggiore o migliore di quello altrui, è un uomo consapevole di se stesso, Pietro, che è passato attraverso la notte del proprio tradimento, delle promesse fatte e non mantenute, ha sperimentato con dolore la propria fragilità, uscendone spogliato dai drappi della presunzione. E così, anche quando Gesù rilancia: “Simone, figlio di Giovanni, agapàs me, mi ami?” lui è libero di rispondere: “ti voglio bene, ti sono amico, filò se, Signore, lo sai.” E come quella notte, nel cortile di Caifa, rispondendo a un servo, per la terza volta Pietro ripeté “non lo conosco”, così ora una terza volta ha l’opportunità di ribadire il suo essere con lui e per lui; perché Gesù, senza giudicarlo, senza imporgli niente, senza misurarlo con il metro del suo amore, glielo chiede di nuovo. Ma stavolta non allo stesso modo. Gesù usa il verbo adoperato da Pietro, fa sua misura la capacità d’amore di lui, e modula la richiesta sulla sua possibilità di risposta: “Simone, figlio di Giovanni, filèis me? Mi vuoi bene? ...dammi la tua amicizia, se agape è troppo, stai con me con sincerità e con tutto il tuo affetto di amico, e quel tutto mi sarà più che bastevole.” Infinita passione di Dio per l’uomo, che mi precede nell’amore, e tutto si dona a servizio della mia vita, ma rallenta il passo delle sue attese al ritmo del mio amare lento, e breve. Insieme a Pietro, sulla riva del lago, impariamo una grande lezione d’amore quel giorno: Dio che si piega e si china a raggiungere la mia piccolezza, le mie limitazioni, e ne fa germe da cui ripartire, con quel poco che so dare, per regalare riscatto, speranza nuova, alla mia vita, e con la mia vita nutrire altra vita. “Pasci i miei agnelli”. Gesù dona la responsabilità più bella e più grande, quella di custodire e alimentare la vita, a qualcuno non perfetto, ma che è consapevole dei propri limiti, a un Pietro che non è preoccupato del ruolo, dell’immagine di sé che dà, ma di essere autentico nella relazione, capace di sguardo di bene e di ascolto verso gli altri perché per primo è stato destinatario di quel genere di sguardo, di quel balsamo di ascolto che lo ha riabilitato, amato per ciò che è. Il pastore-pescatore, ancora oggi, sarà chiunque ha in cura l’esistenza di altri, in famiglia, nel lavoro, nella chiesa, e sarà qualcuno a cui Gesù ripeterà “pasci i miei agnelli” solo dopo aver posato su lui il Suo sguardo d’amore e averne ricevuto uno scambio almeno di amicizia, un amore grande solo quanto possibile, ma messo in gioco, nudo. E questo qualcuno non sarà chiamato a giudicare chi è dentro e chi è fuori, chi è meritevole e chi non lo è, ma sarà prima di tutto capace di lasciarsi amare, perdonare, servire, nei suoi limiti, per poter poi divenire custode e artefice di quello stesso servizio per gli altri.


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La tomba vuota e l'incontro del Risorto con Maria 1Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. 10I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa. 11Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». 14Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». 16Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». 17Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». 18Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

L'incontro del Risorto con i discepoli e Tommaso 19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Approfondimenti

Tratti dal sussidio per i gruppi di ascolto della Parola di Dio 2015-2016 dell'Ufficio Catechistico Diocesano di Pistoia

La tomba vuota e l’apparizione a Maria di Magdala (Gv 20,1-18) Questo brano del capitolo 20 del Vangelo di Giovanni narra una storia di incontri. I primi 10 versetti raccontano l’incontro di Maria di Magdala, Pietro e il “discepolo amato” con il sepolcro vuoto, mentre la seconda parte del brano (vv. 11-18) ritrae l’apparizione del Signore risorto alla stessa Maria di Magdala. Il testo si apre con una connotazione di tipo temporale: “il primo giorno della settimana...quando era ancora buio” (v. 1) per collocare l’azione nelle tenebre della notte che segue la festa della Pasqua ebraica. L’alba della domenica non è ancora giunta quando una donna sfida il pericolo di mettersi in cammino di notte per recarsi al sepolcro dove era stato posto il corpo del Signore Gesù. Que- sta donna ha il nome di Maria di Magdala, la stessa donna che troviamo sotto la croce assieme a Giovanni, a Maria madre di Gesù e ad altre due donne (Gv 19,25). Anche nei sinottici troviamo citata Maria di Magdala sia nei racconti delle apparizioni (Mt 28,1; Mc 16,1; Lc 24,10), sia nei racconti della vita pubblica di Gesù (Mc 8,1-3). Il brano che abbiamo letto non dice niente a proposito della motivazione che spinge la Maddalena a recarsi al sepolcro ma possiamo immaginare che la donna sia stata mossa dall’affetto profondo nutrito per il Signore. Di sicuro l’evangelista vuol focalizzare l’attenzione sul fatto stesso del met- tersi in viaggio e di abbandonare le proprie sicurezze, mettendosi in gioco, per andare alla ricerca del Signore. È in questa chiave, dunque, che ognuno di noi può calzare le scarpe della Maddalena e svegliarsi presto nel cuore della notte e mettersi in cammino alla ricerca di un “incontro”. Maria infatti cerca un corpo senza vita e si ferma davanti un sepolcro dal quale è stata tolta la pietra d’ingresso, intuisce che qualcosa sia accaduto ma non entra a vedere cosa sia realmente suc- cesso. Il suo cammino inizia pertanto nelle tenebre di chi non ha compreso cosa cercare. Le sue parole “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno messo” (v.2) scandiscono la scena, ritmano il suo sbigottimento e il suo dolore e nel contempo servono da richiamo per Pietro e l’alto discepolo, “quello che Gesù amava” (v. 2), a recarsi anch’essi al sepolcro per vedere di persona quanto raccontato dalla donna. Il discepolo amato arriva per primo ma non entra lasciando passare Simon Pietro il quale trova soltanto i teli funebri di Gesù ed il suo sudario. Il vangelo giovanneo non dice il nome del discepolo che accompagna Pietro, ma ne sottolinea solamente il vincolo che lo unisce al Signore: l’amore. Ed è proprio l’amore per il Signore la chiave di volta che rende capace il discepolo amato di leggere ciò che anch’egli vede nel sepolcro con gli occhi della fede. È l’amore che lo fa capace di credere alla Resurrezione ancor prima di aver incon- trato il Signore risorto e di esprimere la sua professione di fede (v. 8). E nel capitolo 21 dello stesso vangelo troviamo che è il discepolo amato, ancora una volta, a riconoscere per primo il Signore risorto perché dotato di quell’amore profondo che gli fa intuire la presenza del Signore prima di tutti gli altri. (Gv 21,7) Ed è sempre l’affetto per il Signore che àncora Maria Maddalena a quel sepolcro vuoto. La donna, a differenza del discepolo amato, non comprende l’accaduto, è sconvolta dal dolore, è delusa ma non si stacca da quell’assenza. Rimane presso il sepolcro vuoto così come era rimasta presso la cro- ce. Neanche l’incontro con gli angeli, esseri straordinari, la smuove dal suo dolore così come il pri- mo apparirle di Gesù, la donna infatti lo crede il giardiniere. Non la scuote neppure la domanda di Gesù “chi cerchi?” (v. 15), quella stessa domanda che il Signore aveva rivolto ai primi discepoli all’inizio del suo mandato quando li aveva interrogati su quale fosse il loro desiderio profondo (Gv 1, 38). Neppure allora la Maddalena muta il suo ritornello (v. 15). Maria Maddalena riconoscerà Gesù soltanto quando il Signore la chiamerà per nome: “Maria” (v. 16). Gesù non le annuncia la sua Resurrezione ma la chiama semplicemente per nome e in quell’essere chiamata per nome Maria Maddalena si sente conosciuta e, riconoscendo l’Amore che aveva già molte volte incontrato, lo chiama “Maestro” (v. 16). Il sentirsi chiamata per nome spazza via ogni incomprensione nella mente della Maddalena e scac- cia via ogni tristezza dal suo cuore. Quel suo piangere disperato (v. 11) davanti al sepolcro vuoto viene confortato dall’aver riconosciuto Gesù. E l’immensa gioia che irrompe nel cuore di Maria fa sì che la donna provi a trattenere il Signore, a non farlo andare via, ma Gesù le dice di non trattenerlo (v. 17) perché ancora non è salito al Padre. Questa ascesa, nel testo giovanneo, è preludio al dono dello Spirito Santo che avverrà di lì a poco. Infatti solo quando Gesù donerà il Paràclito si genererà un nuovo tipo di relazione col Signore risorto e questa nuova relazione non avrà fine. Per questo il Signore invita la Maddalena a staccarsi dall’idea del possesso di quell’incontro gioioso perché, adesso che la morte è stata vinta, non si può più pensare di vivere relazioni dominate da una forza centripeta. La logica adesso non può essere che quella del dono. Maria Maddalena deve lasciare che il Signore salga al Padre per potersi fare dono di Amore eterno per tutti gli uomini, per poter far sì che tutti gli uomini nel suo Amore divengano suoi fratelli capaci di donarsi come Lui ha fatto per primo. Ed è in questa logica di dono e di testimonianza che la Maddalena, mandata dal Signore, annun- cerà ai discepoli “Ho visto il Signore”(v. 18), dove il verbo vedere nel testo greco ha la stessa forma del vedere usato al v. 8 per esprimere la professione di fede del discepolo amato. Questo per sotto- lineare anche verbalmente come il percorso della Maddalena dalle tenebre di un’assenza sia giunto finalmente alla luce dell’incontro con Risorto. Per questo motivo Maria Maddalena diviene figura paradigmatica di ogni fedele che si metta alla ricerca del Signore, di ogni fedele che si incammini a partire dai propri limiti, dalle proprio paure e incomprensioni, restando fedele sempre all’affetto che ha sperimentato e all’Amore che ha ricevuto. Ed in quell’essere chiamata per nome di Maria c’è tutta la gioia profonda dell’esser stata “vista” dal Signore e amata profondamente. L’aver sperimentato quell’eccesso di Amore la farà capace di annunciare e testimoniare ai fratelli la gioia del Signore risorto.

L’apparizione del risorto ai discepoli (Gv 20,19-31) Nella seconda scena, i discepoli vanno ad annunciare a Tommaso, che non era con loro al momen- to dell’apparizione di Gesù, che “Abbiamo visto il Signore!”. Ma, come i discepoli non avevano creduto all’annuncio di Maria di Magdala che gli aveva annunciato “Ho visto il Signore” (Gv 20, 18), così anche per Tommaso non è sufficiente per credere alla Risurrezione di Gesù l’annuncio dei suoi compagni, ma ha bisogno di vedere nelle Sue mani il segno dei chiodi, di mettere il dito nel segno dei chiodi e la sua mano nel Suo fianco.

il terzo momento si svolGe, “otto Giorni doPo” la risurrezione Gesù viene nuovamente “in mezzo” ai discepoli, questa volta è presente anche Tommaso e per la terza volta annuncia “Pace a Voi”. Poi si rivolge a Tommaso e gli dice “Metti qui il tuo dito e guar- da le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo ma credente”. Tommaso ha visto il Signore, è stato invitato a mettere il suo dito nella piaga dei chiodi, a mettere la mano nel fianco, ma poi non ha detto “è vero il Signore è risorto”. È andato oltre facendo la prima confessione e adorazione della divinità di Cristo dopo la Risurrezione. È importante rilevare, per ben comprendere il senso del messaggio di Gesù che anche nell’ultima traduzione della CEI, le parole di Gesù vengono tradotte con un’imprecisione, rispetto all’origi- nale greco. L’errore di traduzione a cui pensa di poter appoggiarsi tale interpretazione, che di fatto travisa il passo evangelico, consiste nel tradurre al presente il rimprovero di Gesù: “Beati coloro che credono, pur senza aver visto”. In questo modo le parole vengono trasformate in una regola di metodo valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla morte e risurrezione di Gesù. Secondo questa interpretazione sembra quasi che Gesù si opponga al naturale desiderio di vedere, chiedendo a noi una fede fondata solo sull’ascolto della Parola. In realtà, qui il verbo non è al presente, come viene tradotto. Nell’originale greco il verbo è all’aoristo (πιστεύσαντες), “Tu hai creduto perché hai visto” – dice Gesù a Tommaso – “beati coloro che senza aver visto [ossia che senza aver visto me, direttamente] hanno creduto”. E l’allusione non è ai fedeli che vengono dopo, che dovrebbero “credere senza vedere”, ma agli apostoli e ai discepoli che per primi hanno riconosciuto che Gesù era risorto, pur nell’esiguità dei segni visibili che lo testimoniavano. In particolare il riferimento indica proprio Giovanni, che con Pietro era corso al sepolcro per primo dopo che le donne avevano raccontato l’incontro con gli angeli e il loro annuncio che Gesù Cristo era risorto. Giovanni, entrato dopo Pietro, aveva visto degli indizi, aveva visto la tomba vuota, e le bende rimaste vuote del corpo di Gesù senza essere sciolte, e pur nell’esiguità di tali indizi aveva cominciato a credere. La frase di Gesù “beati quelli che pur senza aver visto [me] hanno creduto” rinvia proprio a Giovanni al momento del suo ingresso nel sepolcro vuoto. Riproponendo l’esem- pio di Giovanni a Tommaso, Gesù vuole indicare che è ragionevole credere alla testimonianza di coloro che hanno visto dei segni, degli indizi della sua presenza viva. Non è la richiesta di una fede cieca, è la beatitudine promessa a coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire da segni anche esigui e danno credito alla parola di testimoni credibili. Ciò che viene rimproverato a Tommaso cade sul fatto che all’inizio Tommaso si è chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che gli dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare un credito iniziale ai suoi amici, nell’attesa di rifare di persona l’esperienza che loro avevano fatto. Invece Tommaso ha quasi preteso di dettare lui le condizioni della fede. 47 Vi è un altro errore di traduzione, ripetuto anche dalla nuova versione CEI, che rischia di non farci ben comprendere il testo. Quando Gesù sottopone le sue ferite alla “prova empirica” richiesta da Tommaso, accompagna questa offerta con un’esortazione: “E non diventare incredulo, ma diventa (γίνου) credente”. Significa che Tommaso non è ancora né l’uno né l’altro. Non è ancora incredu- lo, ma non è nemmeno ancora un credente. La versione CEI traduce invece: “E non essere incredulo, ma credente”. Ora, nel testo originale, il verbo “diventare” suggerisce l’idea di dinamismo, di un cambiamento provocato dall’incontro col Signore vivo. Senza l’incontro con una realtà vivente non si può cominciare a credere. Solo dopo che ha visto Gesù vivo Tommaso può cominciare a diventare “credente”. Invece la versione inesatta, che va per la maggiore, sostituendo il verbo essere al verbo diventare, elimina la percezione di tale movimento, e sembra quasi sottintendere che la fede consiste in una decisione da prendere a priori, un moto originario dello spirito umano. Tom- maso, anche lui, vede Gesù e allora, sulla base di questa esperienza, è invitato a rompere gli indugi e a diventare credente. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il “vedere” può essere una via d’accesso al “credere”. Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo: per rifare l’esperienza di coloro che dal “vedere” sono passati al “credere”. Infatti il Vangelo di Marco si conclude testimoniando che la predicazione degli apostoli non era solo un semplice racconto, ma era accompagnata da miracoli, affinché potessero confermare le loro parole con questi segni: “Allora essi partirono e annunciarono il vangelo dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20). Mentre leggiamo i Vangeli, vediamo di nuovo i fatti che accadono. In particolare, sono i santi che attualizzano per i loro contemporanei i racconti del Vangelo. Quando san Francesco parlava, per chi era lì presente era chiarissimo che i Vangeli non erano un racconto del passato, solo da leggere e ascoltare: in quel momento era evidente che in quell’uomo era presente e agiva Gesù stesso.


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Il processo romano – prima parte – seconda parte 1Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. 2E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. 3Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. 4Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». 5Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!». 6Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». 7Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». 8All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. 9Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. 10Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». 11Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande». 12Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». 13Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. 14Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». 15Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». 16Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

La crocifissione Essi presero Gesù 17ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, 18dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. 19Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». 20Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. 21I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». 22Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto». 23I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. 24Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero così. 25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

La morte di Gesù 28Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». 29Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. 30Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. 31Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. 33Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. 35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.

La sepoltura 38Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. 40Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. 41Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. 42Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Approfondimenti

Tratti dal sussidio per i gruppi di ascolto della Parola di Dio 2015-2016 dell'Ufficio Catechistico Diocesano di Pistoia

Il processo romano – seconda parte Il tema dominante di questa sezione è quello della regalità di Gesù e il suo giudizio sul mondo. Nel primo colloquio con Pilato Gesù dichiara di essere Re e spiega la natura della sua regalità. Nella scena degli oltraggi Giovanni dimentica alcuni tratti presenti nei sinottici concentrandosi invece su tratti regali (19,2-3): la corona di spine, il mantello di porpora, il saluto dei soldati (“salve, Re dei Giudei”). Nella scena dell’Ecce Homo (19,4-7) Gesù è presentato ai Giudei con le insegne regali (la corona e la porpora). Infine la scena del Litostroto (19,12-14) ne è la proclamazione solenne: “Ecco il vostro Re”. Dunque, la regalità di Gesù è riconosciuta e proclamata. Il mondo crede di annientare Gesù o di ridicolizzarlo, mentre crea le condizioni perché si manifesti.

Quarto quadro (19,1-3) Pilato fa flagellare Gesù, e con questo egli mostra di cercare una via di mezzo. Ma non è possibile alcuna via di mezzo, e il suo gesto diventa un arbitrio. Abbiamo già detto che la scena è al centro dell’intera narrazione del processo: riunisce i due temi maggiori, cioè la rivelazione della regalità di Gesù e il suo rifiuto da parte del mondo. Il gioco crudele dei soldati è derisione e rifiuto (Gesù è talmente diverso dagli altri re che agli uomini pare un re da burla) ma è anche inconsapevolmente, una rivelazione.

Quinto quadro (19,4-7) In questa scena Gesù, rivestito delle insegne regali, è presentato alla folla per la prima volta. L’atteggiamento di Pilato è palesemente contraddittorio: dichiara Gesù innocente e cerca di liberarlo (v.4), ma poi lo condanna (v.6): “Prendetelo e crocifiggetelo voi, perché io non trovo in lui alcun motivo di condanna”. E si direbbe che Gesù non l’aiuta in alcun modo a uscire dalla contraddizione o a cercare una via di mezzo. Lo costringe anzi a contraddirsi fino in fondo. Ormai Pilato non lotta più per la giustizia, ma soltanto per la propria salvezza. Il suo è un goffo tentativo di rimanere neutrale, di non assumersi il rischio di una decisione, d’altronde già presa. Ma anche i Giudei sono costretti a pronunciarsi provocati dall’esitazione di Pilato. Dicono che deve morire perché si è proclamato figlio di Dio, e con questo svelano la vera ragione del loro rifiuto, ammettendo nello stesso tempo la falsità dell’accusa precedente. La loro falsa concezione di Dio è incompatibile con la vera manifestazione di Dio avvenuta in Gesù. E proprio questo mostra che essi mancano di ogni autentica esperienza di Dio. È il secondo dialogo fra il governatore e Gesù ed è parallelo al primo. In ciascuno dei dialoghi viene posta una domanda in relazione all’accusa mossa dai Giudei. Gesù fu accusato di essere re e Pilato chiese: “Tu sei il re dei Giudei? Che cosa hai fatto?”. Ora è accusato di proclamarsi Figlio di Dio, e Pilato chiede: “Di dove sei?” È la tipica domanda di chi si sente in qualche modo provocato da Gesù e tuttavia vuole sfuggire al rischio della fede.

Sesto quadro (19,8-11) A ogni modo ora il processo non verte più semplicemente sulla regalità di Gesù, ma sulla sua origine, sulla sua filiazione. C’è un particolare da non trascurare: Pilato ha paura. Una paura che ora si fa “più grande “, segno quindi che c’era già prima. Ma quale paura? Il testimone della verità ha risvegliato in Pilato il sentimento dell’insicurezza. Secondo il Vangelo di Matteo (2,3) anche il re Erode aveva paura di Gesù bambino. E ora l’impero, nella persona di un suo procuratore, ha paura di Gesù. A prima vista la paura sembra nascere da una confusione, cioè dal sospetto che Gesù sia un re terreno, un rivoluzionario. Ma in profondità il discorso è un altro: la paura nasce dal fatto che Gesù è un re diverso e il suo regno non è di questo mondo. Se fosse un potere terreno alla fine si potrebbe trovare un accordo, ma la sua dedizione alla verità non permette accordi, non è ricattabile e minaccia il mondo alla radice. Infatti Gesù ricorda a Pilato che l’autorità di cui si vanta viene dall’alto. Pilato non potrebbe nulla contro Gesù se egli stesso non si fosse liberamente consegnato. Pilato si illude quando pensa di essere il protagonista.

Settimo quadro (19,12-16) È la conclusione dell’intero processo, una scena di grande umiliazione e insieme di gloria. È tanto importante che l’evangelista si è preoccupato di annotare il luogo, la ricorrenza liturgica e l’ora del giorno (vv.13b-14). Anche la contraddizione, che ha accompagnato tutto questo processo, raggiunge il suo vertice. Pilato viene minacciato dai Giudei (v.12) e dunque umiliato e ricattato. Ma a sua volta costringe i Giudei ad acclamare Cesare come loro re (v.15). Non si può rifiutare Cristo e illudersi di essere veri Israeliti, adoratori del vero Dio: si cade sotto il dominio del mondo e si diventa idolatri. Strano processo. I Giudei sembrano aver ottenuto il loro scopo: hanno costretto Pilato a condannare Gesù, ma per far questo hanno dovuto rinunciare al loro orgoglio nazionale, alla loro libertà e alla loro fede: “Non abbiamo altro re che Cesare”. E Pilato ha dovuto rinunciare all’essenza della sua funzione, cioè al compito di essere il difensore della verità. I Giudei e Pilato non sono i vincitori ma gli sconfitti: non sono i giudici ma gli accusati. È Gesù il vero vincitore che costringe il mondo a proclamarlo re. È lui il vero giudice che costringe il mondo a pronunciarsi e a contraddirsi.

La crocifissione, la morte e la sepoltura di Gesù (Gv 19,16b-42) Sul Golgota ci sono tre uomini crocifissi: due, passati alla storia come “ladroni”, di cui uno finirà per rendersi conto e per chiedere perdono in extremis. E poi Gesù, l’innocente per definizione. C’è poi lo straordinario passaggio della scritta che Pilato (un politico che ragionava dunque con logiche di potere) decide di mettere sulla croce del Cristo stabilendo anche, con rude efficacia, di mantenerla così come l’aveva pensata nonostante le obiezioni dei giustamente preoccupati sacerdoti. Dal loro punto di vista, i sacerdoti avevano ragione nel voler precisare che quell’uomo in fase di avanzata uccisione non era “il re dei Giudei” ma lo aveva semplicemente detto, cioè fatto credere a una folla di creduloni. Avevano ragione i sacerdoti, nel temere la valenza fra il religioso e il politico di quella scritta. Ma Ponzio Pilato mette tutti a tacere con uno straordinario: “quel che ho scritto ho scritto”.

Il dramma va avanti, seguendo il “copione” prestabilito dalle Scritture (la tradizione che si fa realtà). I soldati si dividono le vesti tirando a sorte il capo più nobile, la tunica. Sotto la croce, oltre a Giovanni, autore del Vangelo, le uniche persone citate sono donne. Dove stavano i tanti uomini che, quel Cristo, lo avevano approvato e osannato fino a pochi giorni prima? Dove sono finiti i discepoli? Nell’ora della passione, all’Innocente che grida la sua sete viene avvicinata, tramite una canna, una spugna imbevuta di aceto. Infine Gesù sulla croce consegna il suo Spirito. Doveva andare in quel modo anche l’ultimo atto: la lancia conficcata nel fianco di un uomo già morto insieme alle gambe spezzate degli altri due. Al Cristo, già morto, è inutile spezzare le gambe. Da lui esce ancora sangue. E ancora acqua. La narrazione prosegue con il discepolo “nascosto”: uno dei tanti. Ma uno che, sia pure in fondo, riesce a recuperare una dignità perduta: non teme di mostrarsi, non ha paura di impicciarsi, si prende a cuore quel corpo martirizzato; insieme a Nicodemo mette a disposizione la quantità necessaria di essenze preziose e secondo la tradizione avvolge il corpo così profumato in teli e lo pone in un sepolcro nuovo, mai usato fino ad allora. Bisogna fare tutto in fretta perché il sabato si sta avvicinando e di sabato, secondo la tradizione, certe cose non si possono fare. Il venerdì si può processare ingiustamente, torturare, irridere, uccidere il figlio di Dio, consentire la sepoltura. Ma il sabato no. È la tradizione a impedirlo.


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L'arresto di Gesù 1Dopo aver detto queste cose, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. 3Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. 4Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», 9perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

Gesù davanti ad Anna e Caifa 12Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono 13e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. 14Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo». 15Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. 16Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. 17E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». 18Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava. 19Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. 20Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. 21Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». 22Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». 23Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». 24Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote. 25Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». 26Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». 27Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Il processo romano – prima parte 28Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. 29Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». 30Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». 31Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». 32Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire. 33Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». 34Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». 35Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 36Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». 38Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. 39Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 40Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

Approfondimenti

Tratti dal sussidio per i gruppi di ascolto della Parola di Dio 2015-2016 dell'Ufficio Catechistico Diocesano di Pistoia

L’arresto di Gesù, di fronte al sinedrio e rinnegamento di Pietro (Gv 18,1-27) Gesù esce nella notte per incontrare Giuda e tutte le tenebre del mondo. È la luce del mondo che esce nella notte: com'è uscita dal Padre per illuminare il mondo, così ora esce dal cenacolo per illuminare la notte. Entra in un giardino (il Vangelo di Giovanni dice “giardino”, non “orto”) che richiama il paradiso delle origini, l’Eden, dove c’è stato il primo scontro tra la verità e la menzogna, tra la luce e le tenebre. Giuda, nel Vangelo di Giovanni, non è l’autore del male, non è colui che fa il male, è piuttosto lo strumento del male: è l’attore, non l’autore. L’autore del male è il menzognero fin dal principio, colui che si serve della menzogna per ingannare gli altri e averli in suo potere mediante la paura, cioè satana, il divisore, l’accusatore. Nel giardino con Giuda c'è un grande gruppo di circa trecento soldati romani: il numero indica una grande quantità di odio, perché per arrestare una persona innocua non occorrono così tanti soldati! E non c’è solo il gruppo dei soldati romani, ci sono anche i servi mandati dai capi dei sacerdoti e dei farisei. In questo giardino c’è lo scontro tra la luce e le tenebre, dove le tenebre sono rappresentate dalle armi, dalla violenza. E dall’altra parte c’è la luce. La luce del mondo che entra in queste tenebre: siamo allo scontro definitivo. Secondo la narrazione del Vangelo di Giovanni Gesù sembra conoscere prima tutte le cose che stavano per accadergli: Gesù sa e dirige la storia, non è colui che la subisce! È colui che la comanda nella direzione in cui vuole lui. È davvero il Signore della storia. E di fatti è lui che esce incontro a loro, la luce esce incontro alle tenebre, esce verso i fratelli per illuminarli e domanda loro: “Chi cercate?”. Mentre Gesù risponde: “Sono io” tutti indietreggiano e cadono a terra. Alla rivelazione del nome, ecco che tutti i nemici cadono. È l’onnipotenza della luce. Richiama i demoni che cadevano davanti a Gesù: davanti alla verità la menzogna cade; davanti alla luce la tenebra scompare.

La reazione di Pietro rappresenta la nostra reazione: lui non accetta un Messia debole; per lui è meglio morire con la spada in mano, che soccombere da debole. Lui ha la spada come tutti gli altri che sono armati, cioè è uguale a loro. Usa gli stessi mezzi. Egli crede di difendere il bene con la spada, ma con la spada si fa solo il male, non si difende il bene! E Gesù gli dice: “Rimetti la spada nel fodero”. Non si vince il male col male, lo si raddoppia! Il male si vince solo col bene! Cosa ottiene Pietro con la sua spada? Il risultato è tagliare l’orecchio, che è l’organo dell’ascolto. Quindi come risultato ottiene che l’altro perde la capacità di sentire! Pietro, invece di annunciare la parola di salvezza, taglia l'orecchio a chi potrebbe ascoltarla! Così non fa altro che togliere all'altro la possibilità della salvezza. E Gesù allora si rivolge a Pietro e lo rimprovera: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?». E il calice che il Figlio beve è quel calice che contiene tutto l’odio dei fratelli: Gesù lo beve e restituisce ai fratelli il calice della salvezza, cioè dona il suo amore, il suo sangue, il suo spirito.

Nella seconda parte del brano, il racconto è articolato sul confronto tra la figura di Pietro e di Gesù. Gesù che è interrogato dalle autorità circa i suoi discepoli e la sua dottrina. E il discepolo Pietro è interrogato dai servi circa il suo essere discepolo. Gesù quando viene interrogato sui discepoli, risponde: “interrogate loro” e Pietro viene interrogato sul suo essere discepolo. Quindi in questo testo non viene raccontato l’interrogatorio a Gesù, ma l’interrogatorio sui discepoli di Gesù. Siamo abituati a pensare che Pietro ha rinnegato Gesù per vigliaccheria. In realtà Pietro è coraggioso: si è opposto con la spada a tutti gli altri soldati armati, ci vuole coraggio! Poi, invece di fuggire, con il pericolo di essere riconosciuto, va di nuovo ad esporsi, quindi Pietro è coraggioso. Perché ad un certo punto però dice “non sono suo discepolo”? Perché ora che vede Gesù preso, legato, condotto, condannato, impotente... dice: “io non sono discepolo di quell’uomo! Io ero discepolo di colui che risuscitava i morti, dava il pane, faceva camminare gli zoppi, faceva tacere tutti i potenti e nessuno osava prenderlo!”. Pietro è disposto a morire per il Cristo vittorioso! Anche noi lo imitiamo quando sacrifichiamo tutta la nostra esistenza per vincere, per avere in mano il potere e così uccidiamo noi stessi e gli altri. Quando Pietro dice: “non sono suo discepolo” si sta rendendo conto della verità: lui non è discepolo! Il discepolo è colui che ascolta e fa la Parola del suo Maestro: del suo Maestro che lava i piedi, del suo Maestro che si consegna nelle mani degli uomini, del suo Maestro che ama fino a deporre la sua vita per i suoi nemici. E Pietro non è discepolo di questo Gesù. Quindi dice la verità, non una menzogna. È difficile che entri in noi questa persuasione profonda: quella di Dio che dà la vita per i peccatori, per chi lo uccide. Essere cristiani vuol dire accettare questo amore incondizionato di Dio per tutti gli uomini incominciando dai peccatori, dei quali io sono il primo, dice San Paolo. Ma l’unica vittoria possibile su questo male è la conoscenza di questo amore incondizionato. Ed è ciò che deve capire Pietro e ciascuno di noi, perché “Battesimo” vuole dire immergersi in questo amore incondizionato di Dio, che è il suo Spirito. Essere battezzati nello Spirito, è questo. E vivere e respirare questo amore e vivere di questo amore del Padre e del Figlio. Dopo il rinnegamento di Pietro, si dice che il gallo canta. Il gallo canta al sorgere della luce: Pietro che si scopre cieco, finalmente ha la luce. Impallidisce la notte, irrompe la luce. Pietro finalmente capisce chi è lui: è uno che non ama e non conosce quel Signore. È uno che si riconosce non con lui, ma con i nemici di Gesù. E allora, a questo punto, può capire anche chi è Gesù: è Colui che dà la vita per i suoi nemici. Quindi Pietro a questo punto, ha la verità indubitabile della fede: che il Signore gli è sempre fedele, che il Signore è amore gratuito per lui e per tutti. E per Pietro comincia il Battesimo che durerà tutta la vita.

Il processo romano – prima parte Il processo romano è un lungo episodio che occupa più di un terzo della passione: già questa è una prova che Giovanni lo considera molto importante.

I giudei non entrano nel pretorio per evitare di contrarre una impurità legale che avrebbe loro impedito di celebrare la Pasqua (18,28). Dall’altra parte il processo di Gesù deve necessariamente svolgersi all’interno del tribunale. Pilato è costretto a fare da tramite in un continuo andare e venire fra l’esterno, dove stanno i sacerdoti e la folla, e l’interno, dove sta Gesù. Pilato esce quattro volte e rientra tre volte. E così questo andare e venire divide l’intero episodio in sette quadri in cui si alternano le scene esterne (nelle quali il dialogo è tra Pilato e Giudei) e quelle interne (nelle quali il dialogo è fra Pilato e Gesù). Non c’è dialogo diretto tra Gesù e i Giudei, ma solo fra Gesù e Pilato, i Giudei e Pilato.

Primo quadro (18,28-32) Il primo quadro offre gli elementi indispensabili per comprendere il seguito. Il processo è condotto fin dal principio in modo non sincero. La risposta dei Giudei alla prima domanda di Pilato (v. 30) e ancor più la risposta alla seconda (v. 31b) mostra che essi hanno già formulato un giudizio preciso su Gesù. Se ricorrono al tribunale e al potere politico non è per sottoporre Gesù a un giudizio imparziale, ma per strumentalizzare quel potere ai loro fini. I Giudei sono osservanti della legge (v. 28), ma se prima questa loro osservanza poteva apparire autentica e religiosa, ora si manifesta in tutta la sua ipocrisia: “non riconoscono il vero agnello pasquale, essi che pure tanto si interessano a ciò che lo simboleggia”. Il processo di Gesù svela dunque quanta ipocrisia stava dietro a quella loro rigida osservanza. Il versetto 32 è un interessante commento dell’Evangelista Giovanni. Se fosse stato condannato dai Giudei, Gesù sarebbe stato lapidato. Consegnato invece ai Romani, viene crocifisso, cioè innalzato. L’elevazione sulla croce indica che la morte di Cristo è un’ascesa al Padre. Ancora una volta la conclusione è che i Giudei credono di essere i protagonisti, ma in realtà conducono le cose là dove Gesù aveva previsto.

Secondo quadro (18,33-38) Pilato pone a Gesù una domanda: Tu sei il re dei Giudei?(v. 33), alla quale Gesù risponderà in modo solenne (vv. 36-37). Per tre volte dirà: il mio regno. Ma prima di comunicarci la solenne confessione di Gesù, l’evangelista Giovanni attira la nostra attenzione su un particolare non privo di interesse: “Gesù non risponde subito alla domanda ma a sua volta pone una domanda e ci fa capire a noi che leggiamo questa pagina del vangelo che è Lui a guidare questa discussione con Pilato. Neppure Pilato è dunque un protagonista”. La prima domanda di Pilato non è scaturita da una sua personale valutazione (v. 34) ma è formulata su suggerimento dei Giudei. Gesù induce Pilato a porre la domanda giusta (v. 35): Che cosa hai fatto? È di qui che bisogna partire, dall’azione di Gesù, non dall’interpretazione distorta che ne danno i Giudei. La sua azione mostra che egli è re, ma in modo completamente diverso da come i Giudei vorrebbero far intendere. Il suo regno non viene da questo mondo e non è di quaggiù (v.36). Gesù insiste sull’origine della sua regalità: il mio regno non viene dal mondo, ha una diversa origine e obbedisce a una logica diversa. Nel versetto 37b è indicato il modo con cui Gesù regna: non mediante la potenza, ma solo mediante la “Parola e la Verità”. La domanda di Pilato “Che cosa è la verità?” è priva di impegno, quasi distratta, e nel suo rapido passare oltre, svela che non è veramente interessato alla verità. Questa domanda intorno alla verità è, in presenza della verità, un sottrarsi alla verità. Gesù non risponde a Pilato e la domanda resta come in sospeso. È un silenzio che si spiega, Gesù ha già risposto alla domanda: tutta la sua vita e le sue parole sono una risposta all’interrogativo di Pilato.

Terzo quadro (18,38b-40) Per la prima volta Pilato dichiara pubblicamente l’innocenza di Gesù (v. 38b), cosa che verrà ripetuta altre due volte (cf 19,4.6). La ripetuta constatazione dell’innocenza di Gesù, evidente e riconosciuta, serve non soltanto per affermare l’innocenza di Gesù, ma anche per mostrare la cecità dell’incredulità: gli increduli chiudono gli occhi alla luce, non perché la luce non sia luminosa ma perché non vogliono che le loro opere siano svelate oppure perché preferiscono la stima degli uomini alla gloria di Dio. Fra questi ultimi c’è Pilato. Tre volte egli afferma l’innocenza di Gesù e tre volte cerca di liberarlo, ma il suo amore alla giustizia non va oltre. Vedremo che per salvare se stesso sarà pronto a sottoscrivere la condanna. Il motivo principale del quadro è però un altro. La solenne proclamazione dell’innocenza serve a mettere in risalto l’atteggiamento dei Giudei, che sono costretti a manifestare pubblicamente il loro ostinato e ingiusto rifiuto, costretti persino a scegliere fra il loro Messia e un brigante. La scena è altamente simbolica.


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La preghiera di Gesù 1Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. 2Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. 3Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. 4Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. 5E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse. 6Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. 9Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. 10Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. 11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. 12Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. 13Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 15Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. 16Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; 19per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità. 20Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: 21perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. 23Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. 24Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. 25Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Approfondimenti

Tratti dal sussidio per i gruppi di ascolto della Parola di Dio 2015-2016 dell'Ufficio Catechistico Diocesano di Pistoia

Questo brano conclude i “discorsi di addio” che si aprono al capitolo 13, formando una grande inclusione. Ci sono infatti diverse corrispondenze rilevate dall’esegeta Brown: l’arrivo dell’ora, il potere su tutto dato a Gesù, il compimento, Dio glorifica il Figlio, i discepoli sono i suoi che sono nel mondo, Giuda strumento di satana. Anche i discorsi di addio del Deuteronomio si chiudono con una preghiera (Dt 32-33). È proprio una preghiera che Gesù rivolge al Padre nella quale si ritrovano tratti in comune con la preghiera di Aronne in Lv 16,11-17 e con la Lettera agli Ebrei: già Cirillo Alessandrino, nel V secolo, commentandola aveva affermato che Gesù vi si presenta come Sommo Sacerdote che intercede per noi. Un teologo protestante del 1500, David Citreo, la intitolò “preghiera sacerdotale” e questo è il titolo rimasto nella tradizione. È collocata proprio prima della passione, Gesù sta per lasciare i suoi e il mondo, quindi è il momento in cui dice ciò che più gli sta più a cuore, ciò che più gli preme e ci affida lo scopo da realiz- zare nella nostra vita; per questo è considerata anche il testamento di Gesù. Non è allora necessario dilungarsi sulla sua importanza e sulla maggiore considerazione che merita da parte nostra.

La preghiera per la sua Glorificazione Nella prima parte Gesù prega per la sua glorificazione (vv. 1-8). Gesù riassume il senso della sua missione compiuta, ossia quello di far risplendere in questo mon- do la gloria di Dio; non rimane lui al centro dell’attenzione, ma rivela, mette in luce il Padre. Alla fine manifesta il desiderio di lasciare questo mondo per tornare al Padre.

La preghiera per i suoi discepoli Nella seconda parte Gesù prega per i discepoli che il Padre gli ha dato (vv. 9-19) “Questa è la vita eterna: che conoscano te il solo vero Dio e colui che tu hai mandato, Gesù Cri- sto”. Il v. 3 è considerato un’aggiunta di chi poi ha redatto il testo per esplicitare, definire la vita eterna in termini di conoscenza. ‘Che conoscano’ è un tempo presente, quindi già qui in terra ha inizio, ma è una conoscenza continua, che non si esaurirà mai. Conoscere non soltanto come speculazio- ne. Per san Giovanni l’amore è la radice della conoscenza di Dio: “Chi non ama non ha imparato a conoscere Dio perchè Dio è amore” (1Gv 4,8). Conoscersi vuol dire anche vitale unione con Cristo: “Io sono il buon pastore e conosco le mie pecore e le mie pecore mi conoscono, come il Padre conosce me e io conosco il Padre”. “Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l’opera che tu mi hai dato da fare” Questo versetto viene esplicitato dai successivi versetti 6-8. Si potrebbe tradurre “Ho consumato l’opera che mi hai dato a fare”. Gesù cioè ha glorificato il Padre non tanto e non solo con la predi- cazione, ma consumando la propria vita fino ad offrirsi nella passione e sulla croce. “E io non sono più nel mondo...” Il v. 11 fa pensare a Gesù già risorto che parla e così l’opera compiuta del v. 4 abbraccerebbe tutta la missione terrena di Gesù, inclusa la morte in croce come compimento finale. Ciò sembra in contrasto col v. 13, ma si può pensare che Gesù si consideri già anticipatamente fuori del mondo, mentre è sul punto di ritornare al Padre. “Non ti chiedo che li tolga dal mondo, ma che li preservi dal maligno” La concezione negativa del mondo chiuso in se stesso e che non accetta di uscire dalle tenebre è un tratto ricorrente della teologia Giovannea; tale mondo è qui messo in radicale contrasto con i discepoli. Gesù non prega perche i discepoli siano separati dalle realtà umane, ma perchè siano preservati dalle influenze negative. Viene in mente quando Gesù dice di non preoccuparci di quello che può entrare in noi, anche di contaminato, ma del male che facciamo uscire da noi. Come a dire che intorno a noi c’è il male, ma con Gesù è possibile non subirlo e non farci condizionare anche senza doversi ritirarre a fare l’eremita. E senza separarci giudicando chi sbaglia; dobbiamo anzi proprio rimanere in mezzo, vicini, come il buon lievito non fermenta la massa se non si perde e si mescola in essa. Ripieni di misericordia, di amore e di comprensione, far scaturire il buono che c’è in ogni persona. “E io per loro consacro me stesso, affinché siano anch’essi consacrati nella verità” Quando Gesù dice di consacrare se stesso non intende l’impegno ad essere santo in tutte le parole e le azioni; lui era già santo in tutto quello che compiva, ma santificare nel senso di mettere da parte per Dio, come è scritto nell’Esodo: “Santifica a me ogni primogenito, ogni primo parto tra i figli d’Israele, tanto d’uomini come d’animali; esso è mio” (Es 13,2). Consacrarsi nel senso di offrirsi a Dio. Pensiamo alle bellissime vocazioni di quelle persone che dopo vengono a sapere che i genitori avevano affidato, offerto, consacrato il figlio a Dio. Proprio attraverso la nostra offerta, il nostro saper perdere per amore, il rinunciare ad un nostro punto di vista per accogliere quello dell’altro e costruire insieme così qualcosa di più grande, at- traverso la croce, si può più efficacemente concorrere a realizzare il testamento di Gesù: “che tutti siano uno”.

La preghiera per la sua Chiesa Nella terza parte Gesù prega per coloro che crederanno mediante la parola dei discepoli (vv. 20-26) “Come tu Padre sei in me ed io in te anch’essi siano uno in noi, perchè il mondo creda che tu mi hai mandato” L’essere ‘uno’ è da intendersi non soltanto nel rapporto con gli altri, ma anche, come singolo, per superare le contraddizioni che sperimentiamo dentro di noi: spirito e corpo, lacerazione tra senti- menti contrastanti, comunione e solitudine, tensioni tra buoni propositi e peccati (come esprime bene San Paolo “faccio il male che non vorrei e non faccio il bene che vorrei”). Gesù è la via per essere in armonia, ‘uno’ in me stesso e così essere più ben disposto ad essere una cosa sola anche con gli altri. Così come se arrivo ad una più intima unità con gli altri, con Dio e con la natura, mi ritrovo più riconciliato e in pace, ‘uno’ nel mio intimo. La mutua immanenza del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre, che si trasmette ai discepoli, è il modello e la fonte dell’unità dei credenti. L’essere uniti nella verità della fede e nell’amore è una meta, ma deve essere anche una condizione necessaria, un presupposto per la Chiesa. Questo comporta il considerare la vita cristiana non solo e non tanto come un cammino personale di purificazione e ascesi, ma più come via di santità in comunione con gli altri. Questo vuol dire poi, parlando in termini di pastorale, che nella nostra 27 comunità cristiana non c’è da lamentarsi degli scarsi mezzi a disposizione, da fare affidamento sulle mie capacità personali, da preoccuparsi di fare tanto, ma prima e più di tutto, sempre, cerchiamo di essere uniti con Gesù e tra noi. Così la chiesa attirerà, così il mondo crederà. In altre parole facciamo la nostra parte perché Gesù sia presente in mezzo a noi, così Lui agirà, in noi predicherà, guarirà, salverà.


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La venuta del Paraclito 1Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto. Non ve l’ho detto dal principio, perché ero con voi. 5Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. 6Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato. 12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». 18Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. 23Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. 25Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. 26In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: 27il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. 28Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre». 29Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. 30Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 31Rispose loro Gesù: «Adesso credete? 32Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. 33Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».

Approfondimenti

Tratti dal sussidio per i gruppi di ascolto della Parola di Dio 2015-2016 dell'Ufficio Catechistico Diocesano di Pistoia

Il capitolo 16 del Vangelo di Giovanni conclude il secondo discorso d’addio: riprende e approfondisce le tematiche del primo discorso.

I temi attorno a cui si struttura l’unità letteraria sono:

  • la promessa dello Spirito (Gv 16,4b-15);
  • l’annuncio del ritorno di Gesù (Gv 16,16-33) come fondamento della gioia.

Lo Spirito avrà il compito di denunziare l’errore del mondo e d’introdurre i discepoli ad una nuova comprensione del mistero di Gesù.

All’inizio del capitolo, annunciando il suo ritorno al Padre (vv. 4-5), Gesù sente il bisogno di preparare i discepoli alle difficoltà che incontreranno durante la sua assenza e fa trasparire tutta la sua tenerezza, il suo bisogno di rassicurarli. Coglie la loro tristezza davanti all’idea della separazione da lui e cerca di dissiparla spiegando loro l’importanza di questa sua dipartita: “È bene per voi che io me ne vada perché se non me ne andrò non verrà a voi il Consolatore”. Solo con la sua assenza fisica, i cristiani potranno capire che il loro legame con Gesù è interiore ed è sotto il segno dello Spirito. Spirito Santo che avrà un grande ruolo nel contesto del grande tribunale in cui il lettore del Vangelo di Giovanni, fin dall’inizio, viene posto e chiamato a scegliere, a favore o contro Gesù. In questo contesto lo Spirito Santo “stabilirà la colpevolezza del mondo”, di quella parte dell’umanità, cioè, che rimane ferma nel rifiuto della verità.

È ai discepoli che lo Spirito farà cogliere la colpevolezza del mondo e la vera giustizia: il Padre glorificherà il Figlio e il principe di questo mondo apparirà così come il grande sconfitto, egli “viene gettato fuori” (Gv 12,31), anche se questo avverrà poi in modo pieno con il ritorno del Risorto. Lo Spirito donerà ai discepoli l’interiore certezza della vittoria di Gesù, la falsità del giudizio di condanna e sconfitta di Gesù sulla croce; indicherà inoltre nell’appartenenza a Gesù la via della liberazione dalla morte e dalla menzogna del principe di questo mondo. Il ruolo dello Spirito non è solo quello di riabilitare Gesù agli occhi dei suoi, ma anche quello di condurre alla piena conoscenza della verità di Dio, di donare ai discepoli la forza di accogliere il suo disegno di salvezza (vv.8-13).

A partire dal v.16 Gesù parla della sua partenza e del suo ritorno. La presenza, il vedere e non vedere Gesù suscitano la gioia e la tristezza dei discepoli (v.20). Ma mentre la scomparsa di Gesù è legata al non vedere più dei discepoli, la sua rinnovata presenza in mezzo a loro scaturisce dallo sguardo di Gesù: ”vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà”(v.21). È uno sguardo che nel ricercare e nell’incontrare lo sguardo di colui che bisognoso lo sta cercando, lo ricrea, lo rende capace di uno sguardo nuovo, capace di riconoscerlo. Così sarà anche nell’incontro di Gesù con Maria di Magdala: ella cercava il suo corpo senza vita, egli la raggiungerà con il suo sguardo e gli donerà la gioia definitiva di incontrarlo come il Vivente, l’Eterno.

Emerge così un concetto di gioia che non è semplicemente legato ad un’emotività soggettiva né al fatto che le cose vadano secondo i nostri desideri, esso è legato ad un incontro con un volto, con uno sguardo che suscita il ricordo di una storia, di un rapporto fatto di attenzioni, di accoglienza, di dedizione. Una relazione fatta di gesti e parole capaci di scaldare il cuore, di dare un senso a tutto il nostro vivere ed essere, capace di suscitare lo stesso desiderio di dono della propria vita per gli altri.

L’immagine che Gesù usa per spiegare il mistero della gioia e della sofferenza, la donna che partorisce, evoca i tempi escatologici, quelli in cui la donna genera i giorni del Messia; questa icona si riveste però anche di un carattere nuziale: a partire dal riferimento a Giovanni Battista, che riconosce in Gesù la voce dello sposo, attraverso le nozze di Cana, le figure femminili della peccatrice e della samaritana, il frutto della vite (Gv 15), fino all’incontro con la Maddalena, l’idea di Cristo sposo percorre infatti tutto il Vangelo di Giovanni. Siamo davanti alla gioia della novità dei tempi messianici e della fecondità della vita nell’incontro, nell'unione sponsale con il Cristo. L’ora della donna ricorda l’ora del Cristo stesso che, nella sua morte e resurrezione, genererà l’uomo, l’umanità nuova.

Il Vangelo parla poi del grande giorno dell’incontro dei discepoli con il Signore, nella sua resurrezione, nella sua parusia, dice Gesù: “in quel giorno non mi domanderete più nulla”. La scoperta e la percezione di un legame che è oltre la sofferenza e la morte rende la gioia dei cristiani abitata da una luce e da una pienezza capace di dissipare ogni ombra, di colmare e risanare ogni ferita, di riconciliare ogni storia. Questa gioia, che nessuno ci potrà togliere, ha il sapore dell’eternità (v. 22). L’unione con Gesù introduce i discepoli nella comunione intima con il Padre stesso e la loro preghiera può così giungere direttamente al suo cuore (vv23b-28).

Nella parte finale del capitolo, (vv. 29 – 33) Gesù coglie la superficialità della fede dei suoi amici ma, al di là delle loro fragilità, recepisce anche il loro desiderio autentico d’amore. Egli si prende ancora cura di loro rassicurandoli sul futuro: loro avranno tribolazioni dal mondo ma nella forza del suo Spirito troveranno la forza per affrontarle e nella memoria di queste sue parole avranno pace, perché lui ha vinto il mondo!


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La vera vite 1«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. 9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Il comandamento nuovo dell’amore cristiano 12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

L’odio e l’ostilità del mondo 18Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. 22Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. 23Chi odia me, odia anche il Padre mio. 24Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione. 26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

Approfondimenti

Tratti dal sussidio per i gruppi di ascolto della Parola di Dio 2015-2016 dell'Ufficio Catechistico Diocesano di Pistoia

Perché Gesù è detto la vera vite? Per distinguerlo da quella vite che al posto di uva pregiata ha prodotto acini acerbi, cioè invece di giustizia e rettitudine, grida di oppressi, o come dice Geremia “tralci degeneri di uva bastarda”. Come nell’Antico Testamento anche in Gv è Dio Padre che ha piantato questa vite e ne ha una cura straordinaria non solo per essa ma anche per il tralci, per il suo nuovo popolo.

La parabola della vite è inserita nel contesto dell’ultima cena ed è parte importante dei discorsi di addio del Signore e soprattutto dà una profondità di significato alla conosciuta allegoria biblica presente nei profeti e dei salmi.

La forma “Io Sono” è rivelatrice della sua divinità del suo essere Dio come in altre espressioni, “Io sono il pane”, “Io sono la luce”, “Io sono la risurrezione e la vita” che è venuta nel mondo solo per amore, per donare all’uomo e a tutta la creazione ciò che anticamente aveva perduto, la via, la verità e la vita che donano l’intimità con Dio.

La vite “è un attributo cristologico” (come diceva papa Benedetto XVI), ma anche ecclesiologico nel senso che Cristo, verbo incarnato, è il vino della nuova alleanza prodotto dall’uva che è nei tralci. Il frutto produce un duplice effetto inseparabile: la crescita personale e comunitaria. Il frutto della vite è il vino che per noi significa cibo eucaristico, come a Cana di Galilea, l’acqua della Legge diventa il vino della nuova alleanza che scaturisce sulla croce dal costato di Cristo. Ma vino nuovo in otri nuovi è anche il comandamento dell’amore, “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.

L’amore del Signore è un amore totale, fedele, indissolubile e fecondo, cioè è un amore che dura per sempre, nonostante le nostre debolezze, anzi è rivolto proprio per noi peccatori ed è indissolubile, dura per tutta l’eternità.

Il vero miracolo appare quando la chiesa si presenta alle genti come comunità di salvati, come comunità di fratelli che hanno sperimentato, pur nella loro fragilità, la grande verità del comandamento nuovo: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.

Dove c’è l’amore è presente anche la fede e la speranza, quindi le tre virtù teologali che sono dono di Dio, nella certezza che se è presente l’amore di Dio c’è anche l’amore del prossimo. Produrre questi frutti buoni come tralci uniti alla vite rende gloria al Padre e ci fa essere veri discepoli del Signore, che trovano la vera libertà nella volontà di Dio.

Chi cerca di compiere questo amore da se stesso, con le sue sole forze, si recide dalla vite e muore. Chi non è unito alla vite non è in Cristo. Chi non è in Cristo non è cristiano!

Questo significa che chi vuol'essere veramente cristiano deve cercare il valore dell’umiltà e allontanarsi dal percorso impervio della superbia, ricordando le parole di san Paolo che afferma: “Di mio ho solo il peccato, tutto è grazia, che in me non è stata vana”!

Se il Vangelo del Signore rimane nel nostro cuore sperimentiamo la bellezza dell’amore di Dio e dalla nostra bocca esce quello che c’è nel cuore, Cristo verbo eterno e il Padre ascolta sempre il suo diletto figlio in noi. “Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla”. I tralci se restano uniti alla vite sono preziosi e producono opere buone, i dolci grappoli che rallegrano il cuore dell’uomo, che significano i doni dello Spirito dati a favore della crescita della comunità.

Il tralcio deve scegliere: o la vita o il fuoco; sapendo che se rimane in Cristo e le sue parole rimangono in lui può chiedere qualunque cosa e gli sarà data! Invece il cristiano separato da Cristo, muore: perché è separato dalla vite ed è gettato fuori dalla vigna.

Chi rimane unito alla vite chiede senza dubbio il Regno di Dio e la sua giustizia nella consapevolezza che tutto il resto gli sarà dato in aggiunta.

“Se il mondo vi odia sappiate che prima ha odiato me” Il mondo in Giovanni ha un significato negativo, non è il creato che è opera di Dio e prezioso percorso della storia dell’uomo. Il “mondo” in Giovanni è un modo di pensare e di agire fondato sul potere quasi assoluto, sull’egoismo, sulla paura e sul denaro, è ciò che è contrario alla verità, alla luce, alla carità e alla santità, è la biblica empietà. Questo mondo capovolge i valori proclamando bene ciò che è male e viceversa, preferisce la superbia all’umiltà, l’accumulare ricchezze per se invece di donarle, farsi servire invece di servire, odiare invece di amare; in una parola il mondo si erge come idolo assoluto al posto del Signore e rende culto a se stesso e non a Dio.

Gesù ci ha insegnato l’amore di Dio e fra di noi, cioè Egli ci ama sempre anche quando ci allontaniamo da lui e questa è la verità eterna che il mondo non può comprendere! Questo è l’amore cristiano, presente nei singoli e nella comunità, che suscita l’odio del mondo per il Signore e per i suoi discepoli. Ciò significa che “in voi odieranno me”, “in voi perseguiteranno me” e “non osserveranno la vostra parola, perché in voi è la mia a parlare”. “Faranno tutto questo contro di voi a causa del mio nome” non a causa del vostro, ma ricordate che io vi ho detto“ Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,11).

Noi cristiani siamo Chiesa del Signore, comunità di salvati, non dobbiamo temere perché secondo la sua parola, viviamo nel mondo ma non siamo del mondo, perché abbiamo ricevuto dal Signore la libertà dei figli di Dio che supera ed è più viva di ogni progettualità umana.

Questo mondo appartiene al maligno, sconfitto per sempre dalla croce di Cristo risorto! La nostra vera casa è l’amore del Padre e del Figlio nello Spirito Santo che ci avvolge di una intimità divina infinitamente più forte e bella di ogni altra relazione. Per questo siamo chiamati non a condannare, ma ad amare, anche chi è nel mondo.


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Il discorso di addio 1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via». 5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò. 15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». 22Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». 23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. 30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco. Alzatevi, andiamo via di qui».

Approfondimenti

Tratti dal sussidio per i gruppi di ascolto della Parola di Dio 2015-2016 dell'Ufficio Catechistico Diocesano di Pistoia

In Gv 14,1 il discorso continua con l’invito di Gesù a “non essere turbati” che fa da cornice, a tutto il discorso ritornando infatti alla fine in Gv 14,27 dove di nuovo Gesù dice “non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore”. Tutto Gv 13,31-14,31 potrebbe essere compreso come un’esortazione a non avere paura e a vivere di fede, visto che per sette volte nel capitolo 14 Giovanni usa la parola “credere” (cf Gv 14,1.10.11.12.29).

L’eredità di Gesù ai discepoli è la fede che vince la paura e il turbamento e apre le porte allo Spirito. Gesù vuole preparare alla sua morte i discepoli perché comprendano che non si tratta di una fine, ma di una “partenza”, di un passaggio necessario perché anch’essi possano vivere quella comunione che c’è tra lui e il Padre e sperimentino tra loro la pienezza della pace e della gioia.

Gesù presenta la sua morte come un andare al Padre. È questa la forza di Gesù, la sua fede, la sua certezza: sapere che morire è vivere definitivamente nel Padre.

Non è facile vivere la morte con questa fede, ma è possibile se, come Gesù, viviamo la vita coltivando l’amore e la preghiera e impariamo a cogliere nel quotidiano la presenza di Dio: allora sarà più facile affrontare la morte con serenità e fiducia.

I discepoli non sanno dove va Gesù e non conoscono la via per andarci (Gv 13,36; 14,5) perché non riescono a cogliere l’esperienza di relazione e di fede che lega Gesù e il Padre. Tommaso, Filippo e gli altri apostoli non capiscono Gesù perché dimenticano che la forza della sua fede viene dalla comunione con il Padre, come egli aveva mostrato durante il tempo passato con loro: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?” (Gv 14,9). Ciò che è eccezionale di Gesù non erano soltanto i suoi poteri taumaturgici, la sapienza della sua parola, ma soprattutto la sua vita vissuta in obbedienza al Padre. È questo che i discepoli devono comprendere se vogliono capire chi è Gesù. E se capiscono questo, capiranno anche la via per vivere come lui ed andare dove è lui, perché Egli è nel Padre, è nella sua volontà.

Il luogo dove Gesù va non è un luogo fisico, ma è l’essere nella volontà del Padre, e quando si è nella sua volontà si è nelle sue mani, ovunque ci troviamo.

Gesù è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,5), chi crede in lui e obbedisce alla sua parola può chiedere qualsiasi cosa al Padre e sarà esaudito, perché chi vive come Gesù, vive nell’obbedienza al Padre, vive cioè una comunione con Dio che lo rende partecipe della sua realtà divina. È questo il motivo per cui si può chiedere quello che si vuole e si sarà esauditi (14,13) e si può compiere le opere di Gesù, anzi più grandi di quelle che ha fatto lui (14,12), non perché Dio diventi una macchinetta che esaudisce i nostri desideri e le nostre voglie, ma perché si vive in un rapporto di intimità con lui.

Chi crede, chi fa esperienza del Padre in Gesù e si lascia guidare dallo Spirito, non chiederà a Dio niente di più di quello che Dio darà, perché si rimette alla sua volontà sapendo che comunque vada è nelle mani del padre.

L'amore a Gesù che si realizza nell’obbedienza alla sua parola e ai suoi comandi (Gv 14,15.21- 24), ci mette in comunione con Dio in questa vita e ci apre le porte dell’eternità. Questa obbedienza nutrita dalla consapevolezza di essere ancora “figli”, di essere ancora “turbati”, “mancanti di fede” e di “comprensione”, oltre alla comunione con Dio produce la comunione tra i discepoli: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Quando Gesù dice che lui è la nostra “via” parafrasa il linguaggio dell’Antico Testamento dove il termine “la via” viene usato per indicare la Parola di Dio, la Legge di Mosè (Sl 119,15), chiamata anche “via di verità” (Pr 5,6), la cui osservanza conduce alla vita promessa da Dio (Dt 30,15-20; 32,46-47; Pr 8,32.35). Per questo quando Gesù dice di essere “la via”, identifica se stesso con la Parola di Dio e ci invita a prendere la sua vita come norma di comportamento.

Osservare le sue parole e fare di Gesù la nostra via produce un miracolo inaspettato che è il dono dello Spirito, “il Paraclito” (Gv 14,16.17.26; 15,26-27; 16,7b-11.13-14.15), “lo Spirito di Verità”. Gesù chiama lo Spirito “Paraclito”, che significa “avvocato”, “difensore”, “consolatore”, e ne parla come di una persona, perché ne parla usando il pronome personale (Gv 14,26). Lo Spirito non è soltanto la forza di Gesù, ma una persona, una presenza personale distinta dal Padre e dal Figlio4. Lo Spirito viene dall’osservanza alla parola del Signore e dalla preghiera di Gesù che lo fa inviare dal Padre (Gv 14,15).

La fede ci rende docili, crea in noi lo spazio dove Dio viene, si manifesta ed opera. Vivendo di fede, nell’obbedienza alla volontà di Dio, lo Spirito viene in noi e ci guida alla verità (Gv 14,17), ci “insegnerà ogni cosa” (Gv 14,26; 16,13) aiutandoci a comprendere il senso della vita, della storia e delle parole di Gesù. Senza la fede non c’è lo Spirito e senza lo Spirito non c’è la fede. Nella chiesa tutto quello che si fa, si fa invocando lo Spirito, ascoltando lo Spirito, cercando lo spirito.

Questo Spirito il mondo non può riceverlo (Gv 14,17 “Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce”), non perché Dio non lo renda disponibile per tutti, ma perché lo Spirito è il dono che si rivela e diventa operante in quanti osservano la Parola e amano il Signore. Il “mondo” di cui parla Gesù non è solo chi non crede in Dio, ma sono anche i credenti ogni volta che vivono come il mondo, cioè come se Dio non ci fosse. Il “mondo” non conosce e non può ricevere lo Spirito di Verità (Gv 14,17), perché il suo cuore è chiuso al dono che può ricevere solo chi ama e si affida all’amore di Dio.

Il dono dello Spirito è il motivo per cui Gesù dice ai discepoli che dovrebbero essere felici del suo andare al Padre (Gv 14,28 “Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre”), perché in questo modo si compie il disegno di salvezza di Dio e si aprono i tempi dello Spirito: “È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito, se invece me ne vado lo manderò a voi” (Gv 16,7).

Gesù se ne va, ma la sua partenza fa venire lo Spirito che rende efficace la preghiera dei discepoli, reca la gioia, rende possibile l’amore tra i discepoli e il dono della vita, apre alla comprensione dei misteri di Dio e porta la pace.

Questo dono dello Spirito è la grande eredità di Gesù, il suo vero Testamento. A noi è dato solo di credere per vivere la vita che il Padre ha preparato per i suoi figli.


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IL LIBRO DELL’ORA DI GESÙ E DELLA SUA GLORIA (Gv 13 – 21)

La lavanda dei piedi 1Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. 2Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, 3Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. 6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». 8Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». 10Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». 12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. 16In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. 17Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. 18Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. 19Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. 20In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». 21Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». 22I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. 23Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 24Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. 25Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 26Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. 27Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». 28Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; 29alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 30Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte.

Introduzione al discorso di addio 31Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. 34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». 36Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». 38Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte.

Approfondimenti

Tratti dal sussidio per i gruppi di ascolto della Parola di Dio 2015-2016 dell'Ufficio Catechistico Diocesano di Pistoia

Caratteristiche del testo Il vangelo di Giovanni, a differenza dei sinottici, fa precedere al racconto della passione morte e resurrezione (Gv 18-21) un lungo discorso di Gesù ai discepoli (Gv 13,31-17,26) pronunciato subito dopo l’ultima cena. In questi capitoli sono presenti alcune “incongruenze” come ad es. quella tra Gv 13,36 dove Pietro domanda a Gesù “Signore, dove vai?” e le parole di Gesù in 16,5 dove si lamenta che “nessuno di voi mi domanda: dove vai?”. Un’altra tensione è quella tra Gv 14,31 con Gesù che dice ai discepoli “Alzatevi, andiamo via di qui”, e il testo immediatamente seguente di Gv 15,1 dove Gesù riprende a parlare, per spostarsi e andare al di là del torrente Cedron solo in Gv 18,1, il che fa pensare ai capitoli 15-17 come ad una probabile aggiunta. Possiamo immaginare che l’evangelista avesse a disposizione una serie di testimonianze scritte ed orali su Gesù giuntagli dalla tradizione a partire dalle quali compose una prima stesura del Vangelo. In seguito Giovanni arricchì questo primo scritto attingendo dai materiali a sua disposizione precedentemente non utilizzati. È un esempio evidente l’aggiunta del capitolo 21, l’apparizione del Signore risorto ai discepoli sul lago di Tiberiade, dopo la prima conclusione di Gv 20,30-31. Questa aggiunta obbligò Giovanni a scrivere una seconda conclusione del vangelo presente in Gv 21,24-25. L’evangelista non sentì il bisogno di eliminare o armonizzare tutte le incongruenze o i doppioni, perché per lui, come per buona parte del mondo antico, il rispetto dei materiali giunti dalla tradizione era più importante della necessità di una perfetta coerenza letteraria. Può essere utile ricordare che alla fine del vangelo Giovanni ricorda l’esistenza di molte altre azioni compiute da Gesù che non sono state scritte nel suo vangelo (Gv 21,25), a conferma che la tradizione tramandata su Gesù era più ampia di quella confluita nei vangeli scritti (cfr. At 20,34).

La lavanda dei piedi L’episodio della lavanda dei piedi dice chi è e cosa fa Gesù e chi sono e cosa dovranno fare i suoi discepoli. Nel vangelo di Giovanni il racconto dell’ultima cena è sostituito da quello della lavanda dei piedi che Giovanni colloca “prima della Pasqua” (Gv 13,1). Come nell’ultima cena Gesù dà il suo corpo e il suo sangue ai discepoli ammettendoli alla comunione con lui, adesso egli lava loro i piedi perché “abbiano parte con lui” (Gv 13,8). Ciò che c’è in gioco nella lavanda dei piedi è la comunione con il Signore, l’“aver parte con lui”, la capacità cioè di partecipare alla sua vita e al suo amore che purifica, rinnova e dona la vita eterna. La lavanda dei piedi è un gesto profetico che dice la missione di salvezza e l’identità di Gesù (Gv 13,1-11) e, allo stesso, tempo un esempio di umiltà lasciato ai discepoli perché essi facciano come ha fatto lui (Gv 13,12-20). Gesù con a lavanda dei piedi ci lascia un segno della sua vita donata che salva la nostra vita. Un uomo non è salvo se non è amato e non si salva se non sa amare. Ma solo Dio sa amare sino alla fine. Noi uomini siamo come Giuda, tentati da tante ambizioni, frustrati dalle nostre delusioni, feriti da attese sbagliate o da illusioni legate più alle nostre idee che non alla realtà. Oppure siamo come Pietro che non si vuole far lavare i piedi, e non accettiamo che Gesù si inchini a noi, non vogliamo essere serviti da lui, non vogliamo riconoscere i nostri “piedi sporchi”, cioè il sudicio dei nostri peccati e dei nostri limiti, e non permettiamo a Dio di lavarli, di prenderli in mano e di risanarli. In questo episodio della lavanda dei piedi si ripropone, dunque, il dramma dell’umanità, posta di fronte all’amore di Dio che vuole rinnovarci e salvarci e al quale molte volte poniamo resistenza. La lavanda dei piedi è profezia della morte salvifica di Gesù e allo stesso tempo insegnamento di come fare a vivere la vita amando. Quando si ama una persona si ammette quella persona ad aver parte con noi, così quando Gesù ci ama ci ammette alla comunione con lui, e questa è la salvezza, perché sperimentando la comunione con Dio, noi partecipiamo della sua natura divina. La lavanda dei piedi ci insegna che amare vuol dire inchinarsi di fronte all’altro, cioè imparare a riconoscere la grandezza e la bellezza dell’altro, vuol dire riconoscere il suo valore, dargli la possibilità di amarci, perché ci si abbassa di fronte a lui. Amare chiede l’umiltà di decentrare lo sguardo da sé per permettere lo sguardo sulla bellezza dell’altro e sul valore della sua vita che vale il dono della nostra. Amare chiede il sacrificio, l’imparare a vincere in noi ciò che impedisce di vivere questa umiltà. Amare è servire l’altro, prendergli in mano i piedi, imparare a volergli bene così com’è, perdonare i suoi peccati, conoscere e prendersi cura di quello che è. Ma amare è anche lasciarsi lavare, lasciare che Dio, l’amore, ci veda, ci conosca come siamo anche nei limiti e nei peccati. Amare è avere l’umiltà di riconoscere che abbiamo bisogno di amore, che abbiamo bisogno di mostrare e affidare la verità della nostra vita a chi ci ama. Lasciarsi lavare i piedi significa che io devo lasciarmi amare, perché l’amore non passa dall’essere perfetti, ma dall’imparare ad amarsi così come siamo, perché solo in questo modo possiamo davvero cambiare ed essere trasformati. La lavanda dei piedi è, dunque, l’immagine simbolica dell’amore di Dio per noi che diventa regola e misura dell’amore dei cristiani tra loro: «Anche voi dovete amarvi i piedi gli uni agli altri» (Gv 13,14). Gesù ci ha dato l’esempio, questo non dobbiamo scordarlo. Si impara non solo con la testa e con la parola, ma con gli occhi, vedendo, imitando. Ecco l’importanza dell’esempio di Gesù e della Chiesa, sia tra i cristiani, sia verso l’esterno. Dobbiamo recuperare l’importanza dell’esempio, della testimonianza visibile, che aiuta a rendere tangibile la presenza e l’amore di Dio per le persone. Vivendo il servizio ci si rende conto che esso è motivo di gioia, di felicità. Il servizio è una delle strade maestre attraverso la quale Dio entra nella nostra vita. Non si deve essere aridi nell’amare, né avari nel servizio: chi misura il proprio tempo, chi seleziona chi servire e chi no, chi fa differenze, finirà per impedire alla Grazia di Dio di toccare profondamente il proprio cuore, rischiando di scoraggiarsi o magari ritenendo inutile o infruttuoso il proprio servizio, finendo per diventare facile preda di sentimenti distruttivi come il risentimento, la rabbia, la depressione, le lamentele, le invidie, le gelosie, e sentimenti di questo genere che rendono il nostro cuore cattivo (Mc 7,21-23). Solo vivendo «fino alla fine» l’amore che “serve” potremo sperimentare la beatitudine: «Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica» (Gv 13,17). L’amore si riconosce dal servizio. Servizio non è solo fare volontariato, per quanto importante e talora indispensabile, ma è uno stile, un modo di vivere la nostra vita di figli e fratelli nei confronti degli altri. Cosa possiamo fare per crescere nella capacità di servire e di sacrificarci per voler bene?

Introduzione al discorso di addio In questi primi versetti Gesù annuncia che “ora” il “figlio dell’uomo è glorificato” (Gv 13,31-32), cioè ora egli si manifesta nella sua morte, nella croce che rivela la sua identità, la sua obbedienza al Padre e il suo amore che salvano il mondo aprendo le porte del Paradiso a quanti crederanno in lui. La croce rende possibile la comunione con Dio ed apre una strada che Pietro e gli altri dovranno seguire se vogliono essere in comunione con Gesù e con il Padre; ma quella strada si realizza nell’amore tra i discepoli e nella prova di una gratuità e fedeltà non facili, come lo stesso Pietro dovrà sperimentare nel suo rinnegamento profetizzatogli da Gesù (Gv 13,38).


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La cena e l'unzione a Betania 1Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. 4Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: 5«Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». 6Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». 9Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. 10I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, 11perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

L'ingresso di Gesù a Gerusalemme 12Il giorno seguente, la grande folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, 13prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!». 14Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: 15Non temere, figlia di Sion! Ecco, il tuo re viene, seduto su un puledro d’asina. 16I suoi discepoli sul momento non compresero queste cose; ma, quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose e che a lui essi le avevano fatte. 17Intanto la folla, che era stata con lui quando chiamò Lazzaro fuori dal sepolcro e lo risuscitò dai morti, gli dava testimonianza. 18Anche per questo la folla gli era andata incontro, perché aveva udito che egli aveva compiuto questo segno. 19I farisei allora dissero tra loro: «Vedete che non ottenete nulla? Ecco: il mondo è andato dietro a lui!».

L'ultimo discorso pubblico 20Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. 24In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. 27Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! 28Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». 29La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». 33Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. 34Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come puoi dire che il Figlio dell’uomo deve essere innalzato? Chi è questo Figlio dell’uomo?». 35Allora Gesù disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è tra voi. Camminate mentre avete la luce, perché le tenebre non vi sorprendano; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. 36Mentre avete la luce, credete nella luce, per diventare figli della luce». Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose loro.

Conclusione del Libro dei segni 37Sebbene avesse compiuto segni così grandi davanti a loro, non credevano in lui, 38perché si compisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra parola? E la forza del Signore, a chi è stata rivelata? 39Per questo non potevano credere, poiché ancora Isaia disse: 40Ha reso ciechi i loro occhi e duro il loro cuore, perché non vedano con gli occhi e non comprendano con il cuore e non si convertano, e io li guarisca! 41Questo disse Isaia perché vide la sua gloria e parlò di lui. 42Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma, a causa dei farisei, non lo dichiaravano, per non essere espulsi dalla sinagoga. 43Amavano infatti la gloria degli uomini più che la gloria di Dio. 44Gesù allora esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; 45chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 47Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. 49Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. 50E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

Approfondimenti

Tratti dalle “Lectio a Villapizzone” del Vangelo di Giovanni (p. Filippo Clerici e p. Silvano Fausti), dicembre 2001/febbraio 2002

La cena e l'unzione a Betania Si tratta della terza Pasqua (2,13; 6,4; 6,4; 11,55) che scandisce il Vangelo di Gv, pasqua che Gesù, morto alla vigilia, non celebrerà. Betania è a circa 3 km da Gerusalemme. Il convito serve per ravvivare e accrescere l'amicizia: per Lazzaro e le sorelle quella cena solenne era il modo efficace per manifestare la riconoscenza a Gesù. Maria prende una libbra di unguento – è un terzo di chilo – di nardo genuino. Il nardo è un profumo molto costoso che viene dall’India e la qualità più pregiata cresce sui cinquemila metri e questo profumo si fa con le radici del fiore, quindi muore il fiore per dare il suo profumo, un profumo particolarmente gradito agli uomini. Questo profumo è il simbolo di Dio; si sente anche nel buio, non può negarsi a nessuno. Questo nardo è chiamato genuino; in greco c’è una parola che vuol dire fedele: richiama la fede, perché la fede è esattamente questo amore. La fede è l’amore per il Signore che diventa amore per i fratelli. Ed è molto pregevole; Giuda monetizzerà questo pregio: più di trecento danari, cioè più di un salario annuale. Invece l’evangelista sottolinea il pregio, non il prezzo; cioè la preziosità. È molto prezioso. E con questo Maria unse i piedi di Gesù. La parola “ungere” richiama il Messia e questa donna “consacra” Gesù Messia, questi piedi che poi subito dopo entreranno in Gerusalemme per regnare. Unge i piedi, come Gesù laverà i piedi e, tra l’altro, lavare i piedi è un gesto di intimità coniugale e ancora di più sciogliere i capelli e asciugare i piedi con i capelli. Maria fa, in anticipo, esattamente quel che farà Gesù, che praticamente è generato alla sua Passione da questa donna. Il gesto di questa donna, sarà la forza del suo amore, perché finalmente qui è accolto. Gesù nasce proprio in questa scena, per la prima volta c’è chi gli vuol bene e dall’eternità Dio non cerca altro, addirittura il suo comandamento è: “Per favore amami! Te lo comando”, perché Dio è amore. Nell’ultima cena Gesù porta a compimento l’amore lavando i piedi, qui il compimento sta nel gesto della donna: la creazione raggiunge il suo compimento e la casa si riempie di profumo, la casa di Betania, “la casa del povero”, la casa dove c’era Lazzaro: la casa di morte è piena di Dio! Proprio questo gesto riempie il mondo di Dio ed è un piccolo gesto, unico, l’unico in tutto il Vangelo. Finora, tutti andavano addosso a lui per prendergli qualcosa, fino a quando gli hanno preso anche la vita. Questa donna è l’unica che dà a lui una cosa, anche se perfettamente inutile. Non capire questo spreco vuol dire non capire Dio, vuol dire non capire l’uomo, perché l’unica misura dell’amore è il non aver misura. Se uno misurasse l’amore con il contagocce sarebbe ben poco amore! Gesù dice di lasciar fare a questa donna, come ha detto di Lazzaro: “lasciate che se ne vada” verso il suo destino che è l’essere per sempre con il Padre, così dice: “lasciate che questa donna custodisca questo profumo”. Come custodisca, se l’ha già versato tutto? Non ce n’è più! Non si riesce a capire bene cosa voglia dire. Questa parola “custodire” è una parola tecnica, vuol dire anche “osservare”, che significa custodire e osservare i comandamenti. Cioè questa donna dando il profumo ha custodito, ha osservato il comandamento di Dio dell'amore, perché ama follemente. Allora questo profumo giunge fin dentro la morte, lo amerà fin dentro la morte che avverrà fra sei giorni e questo profumo sarà più forte anche della morte e va custodito ancora oggi da noi stessi, perché l’unico comando è quello dell’amore che ci fa passare dalla morte alla vita. Quindi lasciate che faccia così e imparate da lei, è questo da custodire: questo amore che è più forte della morte e arriva anche nella morte. E i poveri li avrete sempre e vivrete con loro questo stesso amore che vivete con me.

L'ingresso di Gesù a Gerusalemme Siamo al giorno dopo l’unzione di Betania e l’evangelista vuole collegare l’ingresso regale di Gesù con l’unzione di Betania, perché il re viene unto, il Re, il Messia è l’unto, il consacrato, la donna l’ha consacrato Messia, l’ha consacrato col suo amore, come sposo che va a dare la vita ed è in forza di questo amore che Gesù ormai affronta la regalità. Solo questa donna l’ha accolto finora; e poiché uno l’ha accolto, può andare avanti. Mentre gli altri Vangeli narrano Gesù che entra, qui si presenta la folla che esce. Era importante. Come Lazzaro uscì dal sepolcro, lo si dice alla fine, così la folla deve uscire dalla città, che è sottoposta al potere di un altro, dalla città coi suoi criteri di mondo, di dominio e di potere, per incontrare il Messia. E lo stesso Messia sarà re fuori della città: lo crocifiggono fuori. Mi piace sottolineare il fatto di questo “venirsi incontro”: sono convinto che il percorso maggiore lo fa il Signore venendo verso di noi, però è bello che anche a noi sia riconosciuta la capacità, la possibilità, ci sia data la possibilità di fare qualche passo verso di Lui.

L'ultimo discorso pubblico Il brano inizia con i Greci – che sono i pagani – che vogliono vedere Gesù. E Gesù risponde indirettamente, dicendo dov’è che si vede lui. Lo si vede nella sua gloria. E la sua gloria consiste nell’essere innalzato sulla Croce, lì è il luogo dove si vede il Signore; dove vedo Dio? Sulla Croce. La sua gloria, dice, è quella del chicco di frumento; la gloria di un seme è il suo frutto, lui porta frutto proprio morendo in Croce. E subito dopo si parla in un solo versetto, dell’agonia di Gesù nell’orto, che Giovanni non racconta, e la pone qui dicendo che Gesù è turbato; e immediatamente dopo c’è la voce dal cielo che ricorda la Trasfigurazione. Alla fine Gesù dichiara nei vv. 31 e segg. il senso della sua vita che è il suo essere elevato sulla Croce dove avverrà la rivelazione totale di Dio. La Croce è il giudizio sul mondo. E qual è il giudizio che fa Dio sul mondo? Dà la vita per questo mondo. E proprio dando la vita per questo mondo, adesso, viene espulso dal mondo colui che è il capo del mondo. Chi è il capo del mondo? Il capo del mondo è l’antidio, colui che si è impadronito del mondo con la menzogna, con la violenza, con l’egoismo, producendo morte; è l’autore del male che tutti conosciamo. Proprio sulla Croce viene vinta la radice del male, perché ci si rivela appunto chi è davvero Dio; Dio è così e se io sono a immagine di Dio, allora sarò così. E allora è vinta quella menzogna che è dentro al cuore di ogni uomo, che gli presenta un falso modello di uomo, per cui realizza il male credendo che sia bene. Quindi la Croce sdemonizza l’immagine di Dio, ma anche la falsa immagine di uomo. E il risultato cosa sarà? Che tutti saremo attirati a Lui. Mentre Adamo fuggì da Dio, perché pensava un Dio potente e geloso e voleva diventare come Lui (ma Lui è più forte e allora fuggo da Lui per diventare ugualmente come Lui) vedendolo in Croce, capisco che Dio è amore, non fuggo più da Lui, e allora vado da Lui. E allora divento me stesso, divento suo Figlio che sa amare e dare la vita. E proprio così è vinto il male del mondo sulla Croce. Infine alla domanda “Chi sei tu?”, Gesù risponde: “guarda, se vieni vicino a me, mi conosci e diventi tu stesso figlio della luce. Chi sei tu? Sono la luce del mondo. Se ti lasci illuminare, diventi anche tu figlio della luce. E poi si conclude che Gesù si allontana e si nascose.

Conclusione del Libro dei segni Alla fine di questa prima parte che è intitolata anche “il libro dei segni” che racconta tutti i segni che Gesù ha fatto, l’evangelista sente il bisogno di fare una considerazione teologica sulla fede. Perché lui ha scritto tutto il suo Vangelo? Perché anche voi ascoltando i segni che Lui ha fatto, crediate, abbiate la vita. E Gesù perché ha fatto dei segni? Dei miracoli? Non per fare cose mirabili. Erano dei segni per significare l’amore del Padre e del Figlio e quindi aderire al Padre e al Figlio e avere la vita. Ogni brano del Vangelo si concludeva sempre con una considerazione sulla fede o sull’incredulità degli ascoltatori che saremmo noi lettori, perché il Vangelo è scritto per noi. Noi siamo “il terzo” che è sempre coinvolto; quando uno fa un segno, lo fa sempre per un altro. Quindi i miracoli di Gesù non sono miracoli fatti per il miracolato, sono dei segni per gli altri che vedono. Saper leggere i segni è fondamentale, altrimenti è come aver davanti un libro molto bello, con tanti bei geroglifici e non saperlo decifrare. E la nostra vita è così: se non sappiamo leggere tutto ciò che capita, il significato profondo che Dio ci manifesta in ciò che avviene, sono dei segni che non sappiamo leggere e non saper leggere vuol dire che non ha senso la vita, che non ha senso il libro. Circa la fede e l’incredulità – e i segni servono per arrivare alla fiducia in Dio che è la vita dell’uomo – c’è una cosa sorprendente che è imprevista anche per Dio: cosa noi facciamo della nostra libertà. Possiamo dire sì, possiamo dire no.

Il testo incomincia con: Pur avendo compiuto tanti segni davanti a loro... Nonostante tutto quello che ha fatto non gli credono. E queste parole richiamano quelle del Deuteronomio 29, 1-3, quando Mosè al popolo dice: Nonostante che Dio abbia fatto tanti segni, tanti prodigi davanti a voi, voi proprio non avete intelletto per capire, orecchi per ascoltare, occhi per vedere per accettare l’azione di Dio. Quindi la prima cosa che dice l’evangelista – è una sua osservazione – è questa: l’incredulità è una cosa molto antica, l’avevano già i Padri nel deserto; anzi, se uno pensa bene, l’aveva già Adamo che ha creduto più al serpente che a Dio. Quindi non è una novità l’incredulità, è la cosa più vecchia dell’uomo. Poi può paludarsi di infiniti motivi, sempre più alla moda, però la cosa è molto antica e sempre uguale, cioè l’uomo non crede. E allora perché non crede? Dice: perché così si compie – d’ora in poi Giovanni userà molto le parole “compimento della Scrittura”, per dire “questo è già tutto previsto, non preoccupatevi”, perché Dio non è tonto, sa come funziona il mondo e sa che l’uomo non crede, per questo è finito in croce – la parola che disse il profeta Isaia. E qui cita dall’ultimo canto del Servo di Jhavhè, cap.53, dove si presenta questa figura incredibile e gloriosissima, che porterà su di sé i mali dell’uomo, sarà reietto da tutti, disprezzato, uomo dai molti dolori, sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto; eppure quello porterà la salvezza di Dio. E allora Isaia stesso dice: Chi credette ad ascoltare questa parola? Nessuno ha mai creduto che tu facessi così. Il braccio del Signore, la sua potenza... : chi ci crederebbe che il braccio, la potenza del Signore è il suo braccio steso in croce? Cioè, cosa vuol dire? Questo cantico predice la passione di Cristo, Isaia 53.

La prima colpa dell’incredulità ce l’ha Dio, perché ha un amore troppo incredibile, fino ad andare a finire in Croce per noi che lo mettiamo in Croce: questo è assurdo! Quindi la prima colpa dell’incredulità ce l’ha Dio, la sua incredibilità: è un amore eccessivo, è appunto amore eccessivo. E l’uomo non crede a un amore così infinito. Perché il nostro amore è sempre molto limitato, anzi con molto egoismo e poi ha i suoi limiti ben precisi. E tra l’altro qui si pone l’immagine del Servo: Gesù ha appena detto che il Figlio dell’uomo sarà innalzato, richiama il servo di Jhavhè, richiama la Croce. È davanti alla Croce che si pone il problema della fede. Come credere in un Dio che si fa crocifiggere per l’uomo? La prima causa dell’incredulità è l’eccesso di Dio – e noi che non lo possiamo accettare – e questo eccesso ci si presenta direttamente sulla Croce nel servo di Jhavhè innalzato. Lì noi vediamo ciò che occhio umano non ha mai visto.

La seconda causa dell’incredulità risiede nell’uomo, ma non è colpa dell’uomo. Di fatti si dice: non è che non “volevano” credere, non “potevano” credere. Giovanni fa una citazione di Isaia 6, 9-10 ma l’evangelista fa una variazione nella citazione: nel testo si dice che il profeta acceca gli occhi del popolo, in modo che non capisca, non veda e non si converta; è un modo profetico per dire che si evidenzia il loro peccato e non c’è rimedio. Giovanni invece dice che il popolo non può vedere, poi non nomina il popolo, sta parlando solo dei capi, perché il popolo ha un significato positivo in Giovanni, dice che non potevano vedere perché un altro gli ha accecato gli occhi. Chi è quest’altro? È il suo nemico, è colui che con la menzogna, fin dal principio, con Adamo, ha chiuso gli occhi dell’uomo davanti all’amore di Dio. Quindi la seconda causa dell’incredulità è la cecità dell’uomo non colpevole: siamo accecati. Siamo abitati da un’altra parola, da una menzogna che ci ha chiuso gli occhi davanti a Dio, abbiamo un’immagine negativa di Dio, abbiamo tutti un’immagine diabolica di Dio, quella suggerita dal diavolo, di un padre-padrone, per questo non possiamo credere al suo amore! Quindi il secondo colpevole dell’incredulità è il divisore, il nemico, che Gesù è venuto a espellere dal mondo proprio mediante la Croce, perché sulla Croce ci rivela un Dio che è esattamente il contrario di quello che satana aveva proposto all’uomo. In modo tale che noi ci possiamo convertire “e io li guarisca” – è di Gesù che si sta parlando; e questa parola “guarire” esce nel capitolo 5 con quell’uomo che era lì alla piscina, che stava lì da 38 anni, il paralitico, e che il Signore guarisce, perché anche noi, finalmente possiamo essere guariti.

Prima della terza causa c’è una transizione. Si dice: queste cose Isaia disse perché vide la sua Gloria e parlò di Lui. Si accenna alla vocazione di Isaia al capitolo 6, dove si dice che Isaia vide la gloria di Dio. E qui si dice: vide la sua gloria, di Gesù. Perché fa questa citazione l’evangelista? Perché i cantici di Isaia – i cantici del Servo – sono quei testi che meglio di tutti gli altri testi dell’AT descrivono la Croce di Gesù, sono i cantici del Servo: la croce di Gesù che è la gloria di Dio. Quindi dice che Isaia ha già visto la gloria di Dio e la gloria di Dio è il suo amore che ha verso tutti gli uomini e che il Figlio ci ha rivelato definitivamente. Non a caso appunto cita tre volte Isaia proprio qui.

La terza causa dell’incredulità di questi capi è: «amavano la gloria degli uomini più della gloria di Dio». E questa è l’unica colpa che può avere l’uomo, ma non è neppure una colpa più che tanto, la prima colpa ce l’ha Dio perché è incredibile quello che Lui fa; la seconda ce l’ha il nemico, perché ci ha chiuso gli occhi, ci ha messo paura con la sua menzogna; la terza è che con questa menzogna negli occhi, con questa paura nel cuore ci sentiamo vuoti e siccome l’uomo ha bisogno di consistenza, di essere riconosciuto e amato, non trovando la sua consistenza in Dio, la cerca negli uomini: si chiama la vanagloria. La gloria è il peso, la consistenza che uno ha; siccome mi sento nulla, vengo dal nulla, vado al nulla, allora cerco un po’ la mia identità in come mi vedono gli altri e divento schiavo degli altri e così si struttura la società nella schiavitù reciproca.

Quindi alla fine del “libro dei segni” Giovanni fa emergere tutte le radici possibili della nostra mancanza di fede, perché appunto finalmente possono confrontarsi con ciò che avviene.

Poi, dal v. 44 al 50 c’è l’ultimo appello alla fede, dove Gesù grida, come la Sapienza, di venire a lei per avere la vita. E l’evangelista mette in bocca a Gesù tutte le parole chiavi del Vangelo che ha cercato di spiegare durante tutto ciò che finora ha raccontato ed è tutta una variazione sul tema della fede. Quindi spiega che cos’è la fede. La fede è innanzitutto ascoltare, è una parola che tocca la ragione, che tocca il cuore; non è solo ascoltare, ma conservare queste parole, non è una fede vaga, è di una persona che dice anche qualcosa, che vive in un certo modo, che mi rivela e allora io ascolto quella parola e la conservo. E se uno ascolta le parole del Figlio e conserva queste parole – è importantissimo conservarle, perché poi vivi ciò che conservi, la parola che conservi dentro – dice: io non lo giudico, se non le ascolta, perché io non sono venuto per giudicare, ma per salvare. Quindi non è che il Signore è venuto a giudicare quelli che non credono, è venuto a salvare anche quelli che non credono, perché nessuno crede: se no avrebbe salvato nessuno! Alla fine ci sentiamo interpellati e forse siamo anche in grado di capire quelle che sono le radici della incredulità, perché il seguito del Vangelo sarà la cura di queste radici della incredulità. Vedremo davvero l’amore incredibile di Dio, sarà veramente vinta la menzogna che ci presenta un Dio diverso, finalmente vedremo la nostra gloria e allora capiremo che aderire al Figlio è diventare figli e avere la pienezza di vita di Dio. Ed è per questo che Dio ci ha fatti.


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