📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Lazzaro 1Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».

4All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».

11Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.

32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. 46Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.

47Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. 48Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». 49Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! 50Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». 51Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; 52e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. 53Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.

54Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.

55Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. 56Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». 57Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo.

Approfondimenti

dalla lectio divina delle clarisse di Sant'Agata Feltria

Di Lazzaro conosciamo solo quello che ci dice il Vangelo secondo Giovanni, non compare nella tradizione sinottica. Il suo nome è un’abbreviazione di Eleazar che significa “Dio aiuta”. È di Betania, il nome di questa località significa “casa dell’afflizione”. La casa di Lazzaro ospitava abitualmente Gesù quando veniva a Gerusalemme. Lazzaro è ammalato: è “debole”, ma la sua debolezza rivela una forza: per mezzo di essa è glorificato il Figlio di Dio (cf 2Cor 12,9). È la debolezza di cui si è caricato il Servo (cf Mt 8,17 «così si adempì quanto fu annunziato dal profeta Isaia che dice: Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie»), la sua e la nostra debolezza crocifissa, spazio per la vita che viene da Dio (cf 2Cor 13,4 «Egli fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E noi che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio verso di voi») e luogo del gemito dello Spirito (Rm 8,26 «Nello stesso modo anche lo Spirito, coadiuvandoci, viene in aiuto alla nostra debolezza; infatti noi non sappiamo che cosa dobbiamo chiedere convenientemente, ma è lo Spirito stesso che prega per noi con gemiti inespressi»).

Lazzaro è amico di Gesù, come Mosè, amico con cui Dio parla faccia a faccia, come Abramo, amico di Dio perché credette, come Giovanni Battista, amico dello sposo perché gioisce alla sua voce. Gli amici sono quelli cui Gesù ha fatto conoscere tutto quello che ha udito dal Padre suo, coloro a cui è destinato l’amore più grande, quello che dà la vita, e che mettono in pratica il comando di Gesù, quello di amarsi gli uni gli altri.

Lazzaro è un morto che sente. Lazzaro è colui che non ha la vita in se stesso, ma si lascia chiamare alla vita dalla Parola di Dio, per la Parola di Dio esce alla vita, è sciolto, lasciato andare. Ascoltare è quindi lasciare il sepolcro, e venir via dalla morte. Ascoltare il Figlio di Dio è vita che trascina dietro di sé tutto ciò che muore. Viene richiamato alla vita tutto ciò cui è raggiunto dalla voce del Figlio di Dio.

La Parola che è Gesù, è parola di vita eterna, è Parola che dà lo Spirito senza misura, vita senza misura.

Chi la ascolta credente ha la vita eterna, passa dalla morte alla vita, non vedrà la morte in eterno. Lazzaro è l’amico che ha udito la voce del Figlio di Dio ed è tornato alla vita.

«Colui con il quale Dio parla, nella sua ira o nella sua grazia, è immortale». (M. Lutero, Genesisvorlesung, 1535-45)

Ciò che avviene a Lazzaro richiama con forza l’avvenimento della vita all’inizio del tempo. Sul nulla che avvolgeva tutte le cose, sulla notte, sul caos, viene data la Parola che fa tutto esistere, viene dato l’Amore che spinge tutte le cose alla vita. La Genesi dice che sul nulla eterno, sul niente assoluto “aleggiava” lo Spirito di Dio. L’immagine che rende bene il significato del verbo è quella che vediamo ad ogni primavera quando le rondini madri insegnano ai piccoli, già pronti, a volare. Esse fanno dei giri ampissimi davanti al nido e chiamano e gridano invitando i piccoli a spiccare il volo come fanno loro. Gli fa vedere come si vola e con tenacia continuano ad aleggiare intorno a quel nido finché dal quel nido essi non spiccano il volo. Così è lo Spirito sul nulla della creazione: infinita attesa e infinita pazienza nell’insegnare a volare al nulla, nell’insegnare a vivere alla non esistenza. È come parlare a un morto. La Parola ascoltata, la Parola che è Amore, e data alla vita perché viva, chiama all’esistenza la totalità della persona, così all’inizio della vita, e così, con Lazzaro, alla sua fine.

L'inizio del Vangelo secondo Giovanni non dice che in principio c’è Dio, ma il Verbo, la Parola, cioè l’autocomunicazione di Dio: Dio che parla a me, un tu che ama e evoca l’io.

La creazione ha risposto come un insieme, nella sua totalità, alla parola creatrice; allo stesso modo Lazzaro viene fuori nella sua totalità personale, chiamato per nome. La relazione di Dio con l’uomo è qualcosa che l’uomo non abbandona nemmeno morendo: il suo essere immagine di Dio si esplicita nell’essere l’altro nella relazione con il Tu divino, l’altro che riceve la sua Parola. All’ascolto del Dio unico risponde la totalità dell’esistenza dell’uomo che, credente, si compromette nella sequela dell’amore, con tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze. È in questo momento che Lazzaro diventa discepolo. Infatti è solo da questo punto in avanti che compare nel Vangelo secondo Giovanni la figura del “discepolo che Gesù amava”: alcuni ritengono che questo discepolo sia proprio Lazzaro.

La resurrezione dalla morte, ora significa vita vissuta nell’amore: Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli (1Gv 3,14).

La Parola elevata da terra, attira tutto a sé. Lazzaro vive, dove vivere è amare, perché Gesù lo ama: il Suo Amore e il Suo dolore chiamano Lazzaro fuori dal sepolcro.

Forse la più bella confessione, inconsapevole, della redenzione operata da Gesù viene dalle parole di chi ha deciso di ucciderlo: la morte di uno solo salverà l’intera nazione e i figli di Dio dispersi. La vita restituita a Lazzaro decide la morte di Gesù. La Parola se è accolta e creduta fa passare dalla morte alla vita, se è respinta decide la morte di Gesù. Gesù qui è già stato unto con l’unguento che doveva essere conservato per la sua sepoltura, o meglio l’unzione avverrà nel capitolo successivo, ma qui è anticipata come riferimento alla figura di Maria.

In Lazzaro Gesù si trova davanti alla sua passione, alla sua consegna, alla sua ora di fronte alla quale freme interiormente e si turba. La sua commozione e il suo turbamento in vista della imminente passione, del tradimento di Giuda, sono per Giovanni segni dell’umanità del Figlio di Dio, che si piega ubbidiente al volere del Padre: «Ora la mia anima è turbata e che devo dire?... Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora» (cf Gv 12,27).

Il suo dirigersi chiaramente verso la morte suscita la decisione dei suoi discepoli: «andiamo a morire con lui» (cf Gv 11,16). In questo Vangelo sequela e morte si intrecciano inesorabilmente. Lazzaro è il discepolo che Gesù amava, cioè il discepolo che partecipa alla sua passione e alla sua resurrezione, colui che fa l’esperienza della sequela come un entrare nella morte per passare alla Sua vita. L’andare e il morire sono uniti dalla stessa radicalità, dalla stessa esigenza di totalità: morire con Cristo per vivere con lui, morire con Cristo per vivere per lui che è morto e resuscitato per noi. Seguirlo e morire nella sua morte sono la stessa cosa.

La sequela è sequela radicale, come è radicale la morte, o non è.

Il discepolo quindi nasce in quella debolezza, in quel niente capace di farsi chiamare alla vita, in quella condizione per cui non si può trovare niente che provochi l’esistere, se non la Parola di Dio. Consapevole della debolezza, e consapevole della vita ricevuta. Come solo un cieco dalla nascita può sapere che cosa significa che la Parola è la luce del mondo. Come solo un morto può sperimentare che cosa vuol dire che la Parola dà la vita. Il discepolo però è anche colui che compie il sacrificio della sua debolezza, nel senso che è la vita di un Altro a prendere possesso della propria esistenza, cittadino del cielo. È colui che ha in sé i sentimenti di Gesù Cristo che da ricco che era si è fatto povero, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce, che considera tutto spazzatura al fine di conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione e la partecipazione alle sue sofferenze, trasformandosi in un’immagine della sua morte, per giungere, in qualche modo, a risorgere dai morti.

Il discepolo partecipa dello stesso turbamento del Figlio di Dio di fronte alla sua passione, con la forza della fede e il dono della Sua pace: « Non si turbi il vostro cuore. Credete in Dio, e credete anche in me. La pace vi lascio, la mia pace vi do. Non come la dà il mondo io ve la do. Non si turbi il vostro cuore e non si abbatta» (cf 6 Gv 14,1.27).

I passi del discepolo sono sulle orme del crocifisso, la sua vita è Cristo, i suoi sentimenti, quelli di Gesù Cristo, la sua fede, quella del Figlio di Dio, il suo pensiero è Cristo, attraverso il quale conoscere il Padre, la sua preghiera: Abbà, Padre. Nello stesso amore e nello stesso dolore.


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Il buon pastore 1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. 11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». 19Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. 20Molti di loro dicevano: «È indemoniato ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?». 21Altri dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?».

22Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. 23Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. 24Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. 26Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. 27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola». 31Di nuovo i Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo. 32Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». 33Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 34Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? 35Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata –, 36a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? 37Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; 38ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». 39Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. 40Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. 41Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». 42E in quel luogo molti credettero in lui.

Approfondimenti

(cf IL VANGELO DI GIOVANNI – Commento esegetico e teologico, di Santi Grasso © Città Nuova Editrice, 2008)

Questo discorso è suddivisibile in due parti fondamentali.

  1. La prima si svi­luppa con una metafora (vv. 1-6), alla quale fa seguito la spiegazione, centrata inizialmente sull'immagine della porta (vv. 7-10) e su quella del pastore (vv. 11- 18). Questa illustrazione suscita, come spesso accade nel racconto giovanneo, una duplice reazione di rifiuto e di interrogativo (vv. 19-21).
  2. Una cornice geografica e cronologica (vv. 22-23) introduce la seconda parte, che prende le mosse dalla domanda rivolta dai giudei a Gesù sulla sua identità messianica (vv. 22-39).
  • Una prima fase applica il discorso del pastore e delle pecore all'uditorio giudeo (vv. 24- 30);
  • una seconda è imperniata sull'accusa di bestemmia, relativamente alla quale Gesù cerca di mettere in evidenza la posizione incongruente e contraddittoria dei suoi avversari (vv. 31-39).
  • L'epilogo che registra il ritorno di Gesù sulla sponda giordanica, ha la funzione di presentare l'adesione della folla sulla base della testi­monianza di Giovanni Battista (vv. 40-42).

Il discorso contenuto in questa pagina evangelica va letto alla luce della let­teratura anticotestamentaria, soprattutto profetica, che si rifà al mondo pastorale per parlare sia del rapporto tra Dio e il suo popolo (Sal 23(22); 80(79), 1-2; Is 40,10-11; Ger 31,1O) sia della relazione del popolo con i capi (Is 56,9-12; Ger 23,1-4; 25,34-38; Ez 34; Zc 11 4-17). Da tale confronto si può desumere che il discorso di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni contiene una storia costruita con modelli tradizionali, ma riela­borata con significati nuovi. Non si deve dimenticare che queste parole trovano riscontro anche nei vangeli sinottici (cf. Mt 9,36; 18,12-14; 26,31; Mc 6,34; 14,27; Lc 12,32; 15,4-7).

Il racconto si avvia con due frasi parallelle in cui si presenta il duplice caso di chi non entra per la porta e di chi invece vi passa (vv. 1-2). Le figure che compio­no questi movimenti sono identificate rispettivamente con il ladro/il brigante e il pastore. La descrizione del caso negativo all'inizio, ripreso alla conclusione con la figura dell'estraneo (cf. v. 5), fa capire come l'accento del racconto cada proprio sulla situazione conflittuale. L'apertura della porta da parte del guardiano rende possibile il rapporto tra il pastore e le pecore (v. 3).

Con la ripresa della narrazione, Gesù esce dalla metafora (v. 7), orientandosi verso una spiegazione che nella prima parte è centrata sul simbolo della porta e nella seconda sulla figura del pastore. L'affermazione «io sono» ricorre due volte relativamente a ciascuna immagine (vv. 7.9.11.14). Gesù si identifica con la porta delle pecore prima in riferimento ai personaggi negativi dei ladri e dei saccheggiatori che non sono stati ascoltati dalle pecore (v. 8), poi in rapporto alla figura positiva di chi entra ed esce per essa trovando pascolo (v. 9). Questa prima parte della spiegazione si chiude con il confronto tra il ladro, al quale vengono assegnate le competenze attraverso tre verbi: «rubare, uccidere, distruggere», e Gesù, il cui ruolo o missione («sono venuto») è indicato dalla duplice espressione «affinché abbiano la vita» e «l'abbia­no in abbondanza» (v. 10).

La seconda parte verte sulla figura del pastore, qualificato dall'aggettivo «buono», con il quale Gesù si identifica, affermazione in parallelo alla figura della porta (v. 11). Anche in questo caso la descrizione avviene per confronto tra il pastore, che ha la competenza di offrire la vita per le pecore, e il mercenario, a cui si nega il ruolo pastorale, e al quale pertanto le pecore non appartengono, con le seguenti azioni negative, espresse attraverso le seguenti forme verbali: «vede il lupo arrivare, abbandona le pecore fuggendo... non ha cura delle pecore» (vv. 12-13). In questa descrizione si inserisce la figura del lupo che rapisce le pecore e le disperde.

Se la prima affermazione: «lo sono il buon pastore» serve a illustra­re per contrasto la funzione del mercenario, la seconda (v. 14) ha lo scopo invece di introdurre le sue funzioni essenziali, conoscere le pecore e offrire per loro la vita, esplicitate attraverso un duplice e rispettivo inciso. Si afferma infatti sia la conoscenza reciproca delle pecore, basata su quella mutua tra Gesù e il Padre (v. 15), sia la disponibilità all'offerta della vita, sviluppata dopo l'annuncio del pos­sesso di un altro gregge (v. 16). Quest'ultimo annuncio dà l'avvio a un elenco in cui si menzionano nuovamente le competenze sia del pastore sia delle pecore: egli conduce, esse ascolteranno, diventeranno un solo gregge con un solo pastore.

Il tema dell'offrire la vita per le pecore si articola con un parallelismo cir­colare (vv. 17-18). L'amore del Padre nei confronti di Gesù è qui indicato nella capacità di dare la vita. Lo sviluppo verte sulla libertà di questo dono attraverso una frase negativa e una positiva: «nessuno me la toglie» e «io la offro spontanea­mente». La motivazione di questa disposizione è ancora individuata da un paral­lelismo antitetico: «ho il potere di darla»/«il potere di riprenderla>>. Le parole di Gesù ricevono conferma dalla conclusione: «Questo è l'incarico che ho ricevuto dal Padre mio». La reazione dell'uditorio, mentre alla conclusione del racconto metaforico è di incomprensione, alla fine di questa spiegazione è duplice e conflittuale. Molti giudei ritengono Gesù indemoniato e fuori di senno (vv. 19-20), altri contestano questa interpretazione e si interrogano circa tale giudizio sulla base dell'azione di guarigione del cieco (v. 21).

Un intermezzo in cui si indica la collocazione geografica (Gerusalemme), religiosa (festa della Dedicazione), cronologica (inverno), locale (portico di Salo­mone) apre la seconda parte di questa pagina evangelica (vv. 22-23). L'ambientazione fornisce il contesto della duplice domanda posta dai giudei e rivolta a Gesù in discorso diretto sulla sua identità messianica (v. 24).

Gesù esordisce con un intervento che, appellandosi alle «opere» compiute nel nome del Padre le quali gli danno testimonianza, sembra non aver niente a che fare con il precedente te­ma del pastore (v. 25). Ma l'accusa di incredulità rivolta ai giudei, motivata con la mancata appartenenza al suo gregge, fa desumere che, nonostante la cornice cro­nologica differente, il dibattito continui (v. 26). Per dimostrare questa affermazio­ne Gesù ripropone lo statuto della relazione tra le pecore e il pastore riprendendo le espressioni precedentemente usate: «le mie pecore ascoltano la mia voce»/«io le conosco»/«esse mi seguono»/«lo do loro la vita piena»/«non periranno per sempre»/«nessuno le rapirà dalla mia mano» (vv. 27-28). Un'ulteriore digressione afferma l'origine paterna del gregge e la sua inalienabilità, mentre la sua conces­sione a Gesù è indicata nella motivazione: «io e il Padre siamo uno» (vv. 29-30).

La reazione non verbale dei giudei si estrinseca in un tentativo di lapidazio­ne (v. 31). Si può rilevare pertanto un crescendo nella reazione giudaica. Se pri­ma i suoi avversari non riescono a comprendere il racconto enigmatico, e poi, in seguito alla spiegazione si dividono in due gruppi, uno contrario a Gesù, l'altro aperto alla sua azione, adesso la presa di posizione è univocamente violenta.

Ge­sù interviene facendo riferimento alle opere da lui compiute, tema già introdotto nella sequenza precedente (cf. v. 25) e che concluderà il dibattito (vv. 37-38), mentre chiede la ragione della condanna: «per quale di queste opere volete lapi­darmi?» (v. 32). La motivazione è espressa prima mediante una negazione: «Non ti lapidiamo per un'opera buona» e poi con un'affermazione in cui si evidenzia il contrasto tra uomo e Dio: «per la bestemmia: perché tu che sei uomo ti fai Dio» (v. 33).

La risposta di Gesù è articolata in tre momenti.

  1. Egli in forma interrogativa si appella al progetto di Dio codificato nella parola biblica ripresa dal Sal 82/81,6 che afferma la deificazione dell'uomo (v. 34).
  2. Nel secondo momento, con un ra­gionamento “a fortiori”, posta la duplice condizione che i destinatari della parola di Dio sono chiamati dei e che quest'ultima non può essere annullata, la conclusione è che tale progetto vale a maggior ragione per il consacrato e l'inviato di Dio. Ne consegue la domanda retorica riguardo l'accusa di bestemmia per aver affermato di essere Figlio di Dio (vv. 35-36).
  3. Nel terzo il ragionamento si sviluppa ancora con una doppia frase condizionale; la prima pone il caso negativo, la seconda quello positivo: se Gesù non compie le opere del Padre non si deve credergli (v. 37), ma se le compie si deve credere almeno alle opere (v. 38). La frase che chiude il dibattito indica la conseguenza del credere alle opere: conoscere che il Padre è in Gesù e Gesù nel Padre.

In questo discorso ambientato nel giorno della Dedicazione del tempio l'au­tore rielabora elementi usati nella scena del sinedrio (cf. Gv 18, 19-24), eviden­ziando così la sua tendenza ad anticipare i temi della passione (cf. Gv 2,14-22; 12,27-28).

La conclusione riporta il tentativo da parte dei giudei di catturare Gesù (v. 39). Questa situazione provoca la fuga da parte sua. Nell'epilogo il suo allontana­mento è ragione del ritorno nel territorio della riva giordanica dove Giovanni ave­va amministrato il battesimo (v. 40). Se prima si erano riscontrate per lo più rea­zioni di rifiuto (vv. 6.20.31.39), adesso secondo lo schema narrativo giovanneo si registra anche quella di accoglienza (vv. 41-42). Il commento è espresso attraverso un discorso diretto che, sebbene neghi a Giovanni la capacità di compiere segni, gli riconosce quella di aver individuato la vera personalità di Gesù. Sulla base di questo collegamento tra Giovanni e Gesù, molti giungono alla fede in lui.


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La guarigione di un uomo cieco dalla nascita 1Passando, vide un uomo cieco dalla nascita 2e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». 3Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. 4Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 6Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

8Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». 9Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». 10Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». 11Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». 12Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

13Condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». 16Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. 17Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».

18Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». 20I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». 22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

24Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». 26Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». 27Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». 34Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

35Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». 36Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 37Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». 38Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. 39Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». 40Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». 41Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Approfondimenti

di Luciano Manicardi – monastero di Bose, 22 marzo 2020

Al centro del cap. 9 del Vangelo di Giovanni vi è il tema dell’illuminazione, espresso attraverso il racconto della guarigione di un uomo cieco dalla nascita. Racconto che diviene pedagogia verso la fede cristologica. Il testo presenta le differenti reazioni alla guarigione da parte delle diverse persone che compaiono nella narrazione. E sempre sorge la domanda: queste persone sanno vedere? L’evento della guarigione di un uomo cieco dalla nascita cosa cambia nel loro modo di vedere la realtà? Il ritrovamento della vista da parte di quell’uomo diviene giudizio sulla capacità di vedere degli altri protagonisti del racconto. E di noi lettori insieme con loro.

Il testo è suddiviso in sei scene in cui sempre si intrecciano tre motivi:

1. il fatto (un uomo cieco dalla nascita è stato guarito da Gesù con alcuni gesti terapeutici); 2. il processo (un interrogatorio a cui i farisei sottopongono l’uomo guarito dalla cecità per appurare ciò che è avvenuto); 3. il giudizio (il medesimo fatto conduce a due giudizi differenti: quello dei farisei che condannano il cieco espellendolo dalla sinagoga e giudicando Gesù come peccatore; quello di Gesù che si esprime nella battute finali del testo: vv. 39-41).

Gv 9,1-7 «Passando Gesù vide un uomo cieco dalla nascita». Cieco dalla nascita, quest’uomo ora rinasce venendo alla luce e vedendo la luce. Che cosa predispone questa rinascita? Lo sguardo di Gesù. Gesù vide l’uomo cieco. Gesù vide l’uomo, non vede anzitutto un malato, ma un uomo. I discepoli non solo non vedono un uomo, ma in un certo senso nemmeno un cieco, bensì solo il problema che la cecità pone loro. Non rivolgono nemmeno la parola a quell’uomo. L’incontro di Gesù inizia vedendo un uomo: non una categoria, non un problema teologico, non una colpa, ma un essere umano. L’incontro inizia con uno sguardo non inficiato dai pregiudizi: siano anche quelli della teologia, della cultura, delle abitudini mentali. I discepoli non avranno più alcun ruolo in questo racconto: scompaiono, ma in realtà non sono mai entrati in relazione con questa persona. Lo sguardo di Gesù è generante, quello dei discepoli è giudicante. Gesù vede la sofferenza e si pone accanto alla vittima. Di fronte alla disgrazia che intacca il corpo di una persona, Gesù non dà risposte teoriche, ma assume la realtà come appello e afferma che anche nella disgrazia è possibile agire umanamente e santamente: «È così perché si manifestino le opere di Dio» (v. 3). Il male dell’uomo viene realisticamente assunto come luogo in cui Gesù può narrare lo sguardo di Dio sull’uomo e compiere l’azione di Dio. E Gesù compie l’azione divina per eccellenza ricreando quell’uomo. È evidente il richiamo al testo della creazione dell’uomo in Gen 2 nei gesti terapeutici compiuti da Gesù. Questa prima scena già indica che il gesto di Gesù è segno (manifestazione delle opere di Dio), non semplicemente guarigione fisica.

Gv 9,8-12 Gesù scompare dalla scena. Colui che era cieco non sa dove sia. Ovvero, il divenire umano e spirituale è ora affidato a quest’uomo che si deve scontrare con la realtà e attraverso questo scontro potrà fare avvenire in sé la guarigione e portarla a compimento. Ma da quando è stato guarito dalla cecità, tutto comincia a essere tremendamente più complicato per lui. Tutte le persone che conosceva e con cui aveva rapporti ora si distanziano da lui. Perfino i suoi genitori.

Compaiono in scena i vicini, i conoscenti, coloro che erano abituati a vederlo come parte del paesaggio, perché era un mendicante che stazionava normalmente in un dato luogo. E pongono diverse domande: lo interrogano, ma non si interrogano! È il punto di vista della superficialità. Il loro interesse è meramente fattuale. Non pongono nemmeno domande circa l’identità di Gesù. Ma solo: Dov’è? Come ti ha aperto gli occhi? Questa assenza di profondità impedirà a loro di andare oltre e di essi non si parlerà più. Qui troviamo il primo passo del cammino di riconoscimento di Gesù quale Messia da parte di colui che era stato cieco. Egli dice: «L’uomo chiamato Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Siloe e lavati”». Il contatto basilare si è stabilito: egli riconosce l’uomo che l’ha trattato umanamente. Arriva a riconoscere chi l’ha riconosciuto come uomo. Mentre comincia a difendere la sua identità da chi non lo riconosce: “Sono io” (v. 9). Era riconosciuto finché era un mendicante cieco: ora il mutamento lo rende irriconoscibile. La domanda è: sappiamo accogliere il mutamento della persona? O il cambiamento, addirittura la guarigione, perturba i nostri equilibri?

Gv 9,13-17 L’uomo guarito è portato dai farisei e viene interrogato. A partire dal fatto che la guarigione è avvenuta in giorno di sabato, si verifica una divisione tra due opposte interpretazioni del fatto (v. 16). I farisei si rendono conto che nell’evento vi è più della sola dimensione materiale e alcuni di loro parlano di segni. A differenza dei vicini, si interrogano più a fondo, ma non credono. Tuttavia si rimettono al cieco domandandogli: «Tu cosa dici di lui?». Chiedono il parere a colui che ha vissuto in prima persona l’incontro. E quest’uomo avanza nella sua comprensione dell’identità di Gesù: è un profeta. Proprio l’interrogatorio a cui è sottoposto da chi lo sta processando lo conduce a capire meglio chi sia Gesù. Dai farisei impara che ciò che è avvenuto è un segno che rinvia a Dio stesso: la sua comprensione di Gesù cresce grazie alle opposizioni.

Gv 9,18-23 La posizione dei farisei non solo non progredisce, ma regredisce. Essi non credono che fosse stato cieco e poi guarito (v. 18). Per non farsi mettere in discussione dal segno, cercano di negare che sia avvenuto un prodigio. Convocano perciò i genitori di quell’uomo e li interrogano. I genitori riconoscono il fatto della guarigione: sono costretti ad ammettere che quello che hanno davanti è loro figlio, che era cieco e che ora non lo è più. Ma non si vogliono sbilanciare dicendo più di tanto, e questo per paura. Essi avrebbero potuto, suggerisce il v. 22, riconoscere Gesù come Cristo, ma non lo vogliono fare. Il timore dell’espulsione dalla sinagoga, che avrebbe comportato per loro un’emarginazione sociale e religiosa, li porta a scegliere ciò che loro conviene. Vogliono evitare fastidi. I genitori credono ma non testimoniano, si rifiutano di assumere le conseguenze pratiche del fatto avvenuto. Non sono abbastanza liberi per testimoniare. E così l’uomo che ha ritrovato la vista comincia a vedere uno spettacolo assai penoso: non creduto, lasciato solo, perfino dai genitori.

Gv 9,24-34 I farisei in questa nuova scena sono più aggressivi. Intimano all’uomo di dire la verità e di riparare all’offesa fatta alla gloria di Dio. Ormai la loro posizione è quella di chi detiene un potere e lo difende aggredendo. Il potere si nutre del monopolio del sapere: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Hanno deciso che la non osservanza del sabato è l’elemento portante su cui far leva. Tuttavia, se è vero che l’uomo non può lavorare in giorno di sabato, Dio lo può. «Il Padre mio lavora sempre e anch’io lavoro» (Gv 5,17), dice Gesù in occasione della guarigione del paralitico alla piscina di Betsetà, avvenuta in giorno di sabato. Il sabato, il giorno del compimento della creazione è il momento adatto per la reintegrazione della salute degli uomini. Ma ormai i farisei usano le parole per costringere quest’uomo a confessare ciò che essi vorrebbero sentirsi dire. Usano la parola in modo manipolatorio. E ripetono le stesse domande all’uomo. E ancora una volta è a partire dalle contestazioni che gli vengono mosse che egli arriva a una più profonda comprensione dell’identità dell’uomo che l’ha guarito. I farisei stessi avevano detto che segni simili non possono essere fatti da un peccatore, ma solo da uno che viene da Dio (v. 16). E ora, di fronte a un’ipotesi spacciata come verità comprovata («Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore»), egli ripete la sua certezza che nessuno gli può togliere: «Ero cieco e ora ci vedo» (v. 25). Dalla certezza della propria esperienza, a cui egli rimane attaccato saldamente, ora passa a interpretare il tutto in modo esplicito: «Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla» (v. 33). Per quest’uomo, Gesù è un inviato da Dio. Ma questo gli costa l’espulsione dalla sinagoga. E così il suo statuto di vedente è peggiore di quando era cieco.

Gv 9, 35-41 L’uomo compie l’ultimo passo verso la fede. Incontra Gesù, non sapendo nulla del Figlio dell’uomo, ma non appena Gesù gli dice: «Lo hai visto: è colui che parla con te», egli crede e adora. Il vederci passa attraverso l’ascolto, mentre la cecità è dovuta a difetto di ascolto. I farisei si lasciano interpellare dalle parole di Gesù (v. 39) e con timore chiedono: “Siamo ciechi anche noi?”. Forse intuendo che questa è una possibilità reale anche per loro. Ma Gesù risponde che il problema non è la cecità, ma la presunzione, il ritenersi nel giusto: è questa inossidabilità che chiude nel peccato. Accettare lo sguardo di Gesù su di noi significa imparare a vedere noi stessi in verità. Altrimenti, se siamo impegnati a difendere ad ogni costo le nostre certezze, allora non lasciamo spazio per ascoltare e impediamo che in noi si apra una breccia che ci conduce ad accogliere l’azione rinnovatrice di Dio. Ma non riusciamo nemmeno a incontrare gli altri sull’unico terreno che abbiamo a disposizione, la nostra umanità.


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La donna adultera 1Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 3Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

La festa delle capanne – seconda parte

12Di nuovo Gesù parlò loro e disse: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». 13Gli dissero allora i farisei: «Tu dai testimonianza di te stesso; la tua testimonianza non è vera». 14Gesù rispose loro: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado. 15Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno. 16E anche se io giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. 17E nella vostra Legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera. 18Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me». 19Gli dissero allora: «Dov’è tuo padre?». Rispose Gesù: «Voi non conoscete né me né il Padre mio; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio». 20Gesù pronunciò queste parole nel luogo del tesoro, mentre insegnava nel tempio. E nessuno lo arrestò, perché non era ancora venuta la sua ora.

21Di nuovo disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». 22Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: “Dove vado io, voi non potete venire”?». 23E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. 24Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati».

25Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. 26Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». 27Non capirono che egli parlava loro del Padre. 28Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. 29Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». 30A queste sue parole, molti credettero in lui.

31Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; 32conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». 33Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». 34Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. 35Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. 36Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. 37So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. 38Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro». 39Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. 40Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. 41Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». 42Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. 43Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. 44Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. 45A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. 46Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? 47Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio». 48Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?».49Rispose Gesù: «Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. 50Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. 51In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». 52Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. 53Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». 54Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, 55e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. 56Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». 57Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». 58Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». 59Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Approfondimenti

(cf IL VANGELO DI GIOVANNI – Commento esegetico e teologico, di Santi Grasso © Città Nuova Editrice, 2008)

L'introduzione al brano dell'adultera, che fa da interludio tra le due pa­gine contenenti il dibattito durante la festa delle capanne a Gerusalemme, riporta annotazioni sugli spostamenti di Gesù che esce dalla città per andarsene sul monte degli Ulivi, ma all'alba fa ritorno nel tempio.

Dopo questo intermezzo narrativo la discussione sull'identità messianica di Gesù prosegue dalla pagina precedente (cf. Gv 7, 52). La ripresa del confronto con i capi giudei si ha con la rivelazione: «lo sono la luce del mondo». La discussione ha il suo culmine con le parole di Gesù che si appella alla testimonianza del Padre (v. 18) e il suo termine con la dichiarazione di impotenza da parte dei suoi inter­locutori nel conoscere il Padre e lui stesso (v. 19). Il riferimento continuo al Padre dà luogo a una domanda da parte dei suoi interlocutori: «Dov'è tuo Padre?». Gesù risponde negando loro la possibilità di conoscere lui e il Padre.

La ripresa della discussione si ha ancora per iniziativa di Gesù, con l'annun­cio che egli se ne va, mentre i suoi interlocutori lo cercheranno, ma essi moriranno nei loro peccati con la conclusione che dove egli va non potranno raggiungerlo (v. 21). L'affermazione suscita nei capi giudei l'ipotesi del suicidio, riprendendo come motivazione in forma interrogativa la sentenza: «Dove vado io voi non potete venire» (v. 22).

L'affermazione-titolo «lo sono» suscita l'interrogativo da parte dei suoi interlocutori: «Tu chi sei?» (v. 25), con il quale si apre un'altra breve se­zione del dibattito, articolata con diversi appellativi cristologici: «inviato», «Figlio dell'uomo», «Io sono».

La ripresa della discussione menziona come destinatari espliciti i «capi giu­dei che avevano creduto in lui» (v. 31). Tale uditorio è utile perché egli possa tracciare il programma della sequela: Gesù pone la condizione della sequela nel rimanere fedeli alla sua parola e ne indica le conseguenze: essere suoi discepoli, conoscere la verità ed essere liberi (v. 32).

Nel dibattito che segue Gesù mette in risalto la contraddizione dei suoi inter­locutori, che da una parte hanno consapevolezza di essere discendenza di Abramo, dall'altra tentano di ucciderlo. La motivazione di questo comportamento è individuata nell'affermazione: «la mia parola non trova posto in voi» (v. 37). Questa sezione si chiude con l'esortazione rivolta da Gesù: «Voi fate le opere del Padre vostro», che è un implicito invito a riconoscerlo.

Il dibattito continua con un'affermazione dei giudei: «non siamo nati da prostituzione» e «abbiamo un unico Padre: Dio» (v. 41). Le parole sono riprese da Gesù con una condizionale: «se Dio fosse vostro Padre, mi amereste». La ragione di questa dichiarazione è espressa con tre frasi, due positive e una negativa: «sono uscito e sono venuto da Dio»/«non sono venuto da me stesso»/«egli mi ha inviato» (v. 42). La domanda sull'incomprensione del suo linguaggio trova risposta nella consta­tazione di Gesù, secondo il quale essi non danno ascolto alle sue parole (v. 43), perché hanno per padre il diavolo e vogliono soddisfare i suoi desideri.

Adesso Gesù con una digressione enuncia le funzioni del diavolo: omicida fin dal princi­pio, non ha perseverato nella verità, menzognero e padre della menzogna (v. 44). La ragione per cui Gesù deduce che essi hanno come padre il diavolo sta nel fatto che non credono in lui che invece dice la verità (v. 45).

La terza parte del dibattito si avvia con la domanda provocatoria da parte dei suoi interlocutori giudei se egli sia un samaritano e un indemoniato (v. 48). A questa accusa che ricalca quella che egli stesso aveva lanciato ai suoi interlocutori (cf. v. 44), Gesù risponde con una duplice frase, prima negativa e poi positiva di non avere un demonio, ma di onorare il Padre. A quest'ultima affermazione si oppone l'atteggiamento dei giudei che disonorano Gesù (v. 49). L'alternativa è riproposta anche nell'intervento seguente con altre parole: «io non cerco la mia gloria»/«C'è chi la cerca e giudica» (v. 50).

I capi dei giudei accusano nuo­vamente Gesù di essere indemoniato (cf. v. 48) sulla base del seguente ragio­namento: Abramo e i profeti sono morti. Questa constatazione cozza con l'affer­mazione di Gesù: «Se qualcuno conserva la mia parola, non vedrà mai la morte»(v. 52). L'intervento si conclude con due domande retoriche. La prima pone la re­lazione tra Gesù e Abramo ed è seguita dall'affermazione che anche i profeti sono morti. La seconda discende dalla precedente: «chi credi di essere?» (v. 53).

La risposta di Gesù fa leva sul vocabolario della glorificazione, mentre la sua ultima affermazione corrisponde a una rivelazione ed è introdotta ancora da «Amen, amen» (cf. v. 58), basata sul confronto tra lo “status” di Abramo e il suo. Mentre Abramo è presentato dal verbo «nascere», Gesù si presenta col verbo «essere». Questa frase suscita la reazio­ne violenta dei giudei che vogliono lapidario, ma egli si nasconde ed esce dal tem­pio, azione che crea un'inclusione con l'inizio di questa grande pagina, quando egli entra nel tempio in occasione della festa delle capanne (v. 59; cf. Gv 7, 14).

Verità, libertà e paternità Tratto dalle “Lectio a Villapizzone” del Vangelo di Giovanni (p. Filippo Clerici e p. Silvano Fausti), maggio 2001

Qual è la verità dell’uomo? Qual è la libertà dell’uomo? Gesù lega la verità e la libertà alla relazione che l’uomo vive con Dio. C'è la relazione vera di un figlio con il Padre che ama, oppure la relazione falsa con un Padre detestabile. Questi due tipi di relazione con il Padre convivono in noi e l’illuminazione è il passaggio da una paternità menzognera, che ci tiene nelle tenebre, a una paternità vera che ci dona la libertà di essere figli e fratelli. E quando si parla di paternità menzognera, si parla di qualcosa che è sempre estremamente attuale. Il capitolo 8 inizia con una donna da lapidare: Gesù l’ha perdonata; termina con Gesù che si rivela come “Io-sono” (che vuole dire “Io sono Dio”) e vogliono lapidarlo. C’è una stretta connessione: Gesù è lapidato perché rivela un Dio che è contrario a quello che tutte le religioni suppongono.

Ma per comprendere la verità su Dio, prima dobbiamo chiederci: chi è l’uomo realmente? Gesù, il Figlio, è venuto a rivelarci la verità fondamentale dell’uomo: l’uomo è figlio. Nessuno si è fatto da sé, neppure le persone più importanti si sono fatte da sé. Uno esiste perché un altro lo ha messo al mondo, e se non accetta di essere messo al mondo da un altro non esiste. Se uno non accetta se stesso come figlio, non può accettare gli altri come fratelli. La menzogna fondamentale dell’uomo è non accettarsi come figlio. Se uno non ha un buon rapporto col padre, non può avere un buon rapporto con se stesso, quindi ha un rapporto conflittuale di competitività con gli altri che sono l’oggetto del suo appropriamento per sentirsi qualcuno, perché si sente nessuno.

All’origine dei mali c’è dunque la non conoscenza della verità di chi è l’uomo; e Gesù è luce del mondo perché è il Figlio di Dio che è venuto a mostrarci, nella fraternità e nel servizio dei fratelli, la verità di ogni uomo che ci rende liberi. E la libertà è amare come siamo amati. Perché, se uno non si sente amato dal Padre e lo odia, nel medesimo tempo odia anche se stesso e i fratelli. Questa è la verità del Figlio. Ed è importante conoscere la verità perché scoprire questa verità significa trovare la libertà! Uno non è libero fino a quando non si sente accettato e amato. Se uno non si accetta, cerca di far di tutto per sentirsi accettato e amato, quindi è schiavo dell’immagine che produce nei confronti degli altri. Quindi esce strettamente connessa al concetto di verità, la libertà. Come la menzogna dà schiavitù, così la libertà è frutto della verità.

Che cos’è la libertà? Nella nostra epoca la libertà è il punto d’onore dell’uomo! Per libertà, però, si intendono cose molto diverse, come per la verità. Uno intende per verità le cose che dice lui; anche le menzogne più grosse sono vere se mi sono utili! Così per libertà si intendono cose opposte. Il Vangelo, tutta la Bibbia, propone un concetto di libertà che riconosce l’uomo come “libero” perché “a immagine di Dio”. E chi è Dio? Non farti nessuna immagine di Dio: perché l’immagine di Dio è l’uomo libero. Ma chi è Dio? Dio è uno che si è rivelato come colui che si mette a servizio di tutti, dà la vita per tutti, è solidale con tutti, ama; Dio è amore. Quindi la libertà cristiana non è il piacere, non è il dovere della legge, è il sapersi amati, è il saper amare gli altri stabilendo un corretto rapporto con il Padre, coi fratelli, con le cose, dove tutto è posto a servizio della vita. Questo è il concetto di libertà cristiana, molto diverso dai concetti correnti!

Chi è il discepolo di Gesù, colui che crede al Vangelo? Il discepolo è quello che dimora nella parola. Cioè non è semplicemente che vuole bene a Gesù (è importantissimo aderire a Lui) ma aderire a una persona vuol dire cercare di capirla! Se dici: «sì, sì ti voglio bene, ma per favore taci, perché dici scempiaggini»... non è un gran voler bene! L'amore invece dice: «ti voglio bene, mi interessa molto di te, per favore parlami, ti ascolto». Perché è proprio ascoltando che la Parola che tu dici entra in me e la mia vita si purifica secondo questa Parola. È un cammino di illuminazione la conoscenza della verità ed è dimorando in questa Parola che conosceremo la verità: prima però bisogna starci a lungo!

E qual è la verità della Parola di Gesù? È la verità fondamentale dell’uomo: che lui è figlio e noi siamo fratelli, e che il Padre è il contrario di quello che, da Adamo in poi, tutti pensiamo! Ci presenta la nuova verità di Dio e dell’uomo, la verità che rende liberi, liberi di amare come siamo amati. Praticamente qui l’evangelista scopre le carte per intendere il totale del suo Vangelo, e farci dimorare in questa parola, perché conosciamo il Figlio che è la verità del Padre ed è la verità nostra e, conoscendo questa verità, finalmente diventiamo liberi, cioè accettiamo noi stessi come figli e gli altri come fratelli. Perché chi non accetta sé come Figlio amato dal Padre e gli altri come fratelli, altrettanto amati dal Padre, non è figlio di Dio, non ha la sua identità, cercherà la sua identità in altre cose.

Tutto il Vangelo di Giovanni è un “gioco” sulla “parola”, fin dall’inizio, proprio per far uscire con limpidezza “le parole” fondamentali: Padre, amore, libertà, verità. Il risultato di questa operazione di Gesù che cos’è? Che vogliono lapidarlo! Così, lapidandolo, confermano le sue parole che ha detto loro: voi siete i figli del padre della menzogna, infatti uccidete il figlio. Però la parola ultima spetta ancora a Dio che è verità, libertà e amore e proprio lapidandolo (non riusciranno a lapidarlo, ma lo metteranno in croce) proprio uccidendolo Gesù rivelerà che lui è Dio, e rivelerà chi è Dio: Dio non è il padrone, il datore della legge che immaginavano, ma è suo Padre e Padre nostro. Quel Padre che ha le sue stesse caratteristiche; di lui che si è fatto servo dei fratelli, di lui che dà la vita per i fratelli. E allora proprio sulla Croce rivelerà per la prima volta la verità di Dio: Dio è quello lì, non un altro, è il Crocifisso, il Figlio che rivela l’amore del Padre e rivelerà la grande nostra dignità: noi in lui siamo figli di Dio e lui è venuto per donarci questo amore.


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La festa delle capanne – prima parte 1Dopo questi fatti, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. 2Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. 3I suoi fratelli gli dissero: «Parti di qui e va’ nella Giudea, perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu compi. 4Nessuno infatti, se vuole essere riconosciuto pubblicamente, agisce di nascosto. Se fai queste cose, manifesta te stesso al mondo!». 5Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. 6Gesù allora disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto; il vostro tempo invece è sempre pronto. 7Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di esso io attesto che le sue opere sono cattive. 8Salite voi alla festa; io non salgo a questa festa, perché il mio tempo non è ancora compiuto». 9Dopo aver detto queste cose, restò nella Galilea. 10Ma quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto. 11I Giudei intanto lo cercavano durante la festa e dicevano: «Dov’è quel tale?». 12E la folla, sottovoce, faceva un gran parlare di lui. Alcuni infatti dicevano: «È buono!». Altri invece dicevano: «No, inganna la gente!». 13Nessuno però parlava di lui in pubblico, per paura dei Giudei. 14Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al tempio e si mise a insegnare. 15I Giudei ne erano meravigliati e dicevano: «Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?». 16Gesù rispose loro: «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. 17Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso. 18Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che lo ha mandato è veritiero, e in lui non c’è ingiustizia. 19Non è stato forse Mosè a darvi la Legge? Eppure nessuno di voi osserva la Legge! Perché cercate di uccidermi?». 20Rispose la folla: «Sei indemoniato! Chi cerca di ucciderti?». 21Disse loro Gesù: «Un’opera sola ho compiuto, e tutti ne siete meravigliati. 22Per questo Mosè vi ha dato la circoncisione – non che essa venga da Mosè, ma dai patriarchi – e voi circoncidete un uomo anche di sabato. 23Ora, se un uomo riceve la circoncisione di sabato perché non sia trasgredita la legge di Mosè, voi vi sdegnate contro di me perché di sabato ho guarito interamente un uomo? 24Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!». 25Intanto alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? 26Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? 27Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». 28Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. 29Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». 30Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora. 31Molti della folla invece credettero in lui, e dicevano: «Il Cristo, quando verrà, compirà forse segni più grandi di quelli che ha fatto costui?». 32I farisei udirono che la gente andava dicendo sottovoce queste cose di lui. Perciò i capi dei sacerdoti e i farisei mandarono delle guardie per arrestarlo. 33Gesù disse: «Ancora per poco tempo sono con voi; poi vado da colui che mi ha mandato. 34Voi mi cercherete e non mi troverete; e dove sono io, voi non potete venire». 35Dissero dunque tra loro i Giudei: «Dove sta per andare costui, che noi non potremo trovarlo? Andrà forse da quelli che sono dispersi fra i Greci e insegnerà ai Greci? 36Che discorso è quello che ha fatto: “Voi mi cercherete e non mi troverete”, e: “Dove sono io, voi non potete venire”?». 37Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva 38chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». 39Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato. 40All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». 41Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? 42Non dice la Scrittura: Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?». 43E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. 44Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. 45Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». 46Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». 47Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? 48Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? 49Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». 50Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: 51«La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». 52Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». 53E ciascuno tornò a casa sua.

Approfondimenti

Tratti dalle “Lectio a Villapizzone” del Vangelo di Giovanni (p. Beppe Lavelli e p. Stefano Titta), gennaio/febbraio 2023

Nel Vangelo di Giovanni al cap. 7 comincia di fatto il processo a Gesù, quello che negli altri Vangeli Sinottici è raccontato negli ultimi giorni. Per i Sinottici la permanenza conclusiva di Gesù a Gerusalemme accade in pochi giorni, e all'interno di questi pochi giorni, i processi che vengono fatti a Gesù: c'è un processo nel Sinedrio, un processo da parte di Pilato e Gesù che deve rispondere. Invece in Giovanni accadono in questi capitoli questi interrogatori che vertono tutti sulla identità di Gesù.

Il capitolo precedente cominciava con la vicinanza della Pasqua: Era vicina la Pasqua. Qui siamo all'interno di un'altra festa degli Ebrei che è quella delle Capanne: intercorrono circa sei mesi tra una festa e l'altra. La festa delle Capanne si svolgeva a metà di settembre e ottobre ed era inizialmente una festa agricola, la festa dei raccolti. Si ringraziava il Signore per il raccolto. E il popolo dimorava per questa settimana in alcune tende fatte di rami, di frasche. Poi questa festa ha assunto un significato di memoria della storia della salvezza. A ricordare il tempo del pellegrinaggio del popolo d'Israele attraverso il deserto: dall'uscita dall'Egitto fino all'ingresso nella Terra promessa. Nel capitolo 6 c'è un richiamo alla manna, che è un richiamo all'Esodo, qui la festa delle Capanne richiama ancora questo cammino verso la Terra promessa e il ringraziamento verso il Signore. È anche una delle tre feste (insieme a quella di Pasqua e di Pentecoste) che prevedeva un pellegrinaggio a Gerusalemme. Questo farà da sfondo anche a quello che i fratelli di Gesù gli diranno. Il recarsi a Gerusalemme, durante questa festa, mette un valore in più a questo recarsi, perché è una Gerusalemme piena di folle. Erano davvero in molti coloro che si recano in questa città per questo pellegrinaggio. È una festa che farà da sfondo a questi capitoli fino al capitolo 9, che narra della guarigione del cieco nato. Coloro che partecipano alla festa delle Capanne andavano alla piscina di Siloe (a cui sarà inviato anche il cieco nato) a prendere l’acqua che poi spargevano in libagione al tempio. La luce e l’acqua sono i termini che ricorreranno in questi capitoli (dal 7 al 9) e che erano centrali anche nella festa delle Capanne. È in questo clima di festa, di rivelazione, di liberazione che accadono tutte le vicende narrate.

Nei capitoli 6 e 7 del vangelo secondo Giovanni vengono presentate le tentazioni che Gesù ha subito, quelle che Matteo e Luca raccontano nel loro capitolo 4. In una maniera prosaica, non è che Gesù va nel deserto e lì incontra il tentatore... Ma nelle vicende quotidiane, quando la gente arriva e ti vuole far re. Come Satana che propone a Gesù tutti i regni di questo mondo. Oppure quando gli chiedono: Dacci questo pane. Trasforma queste pietre in pane. Così anche adesso: Va’ in Giudea, fai vedere le opere che sai fare. Vai sul pinnacolo del tempio, buttati giù e allora crederanno. Qui il tentatore prende le sembianze dei fratelli, delle folle, di quelli che al capitolo 1 di Marco attraverso Pietro dicono: Tutti ti cercano. Tutti sono ai tuoi piedi. Questa per loro è la fama! Quella che per noi è la gloria per Gesù è la vanagloria.

Quale immagine di Dio? Quale immagine anche di Gesù queste persone si stanno facendo? Conoscere i miracoli di Gesù non li porta necessariamente alla fede. Vedono, ma non capiscono niente. «In verità, in verità vi dico: Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati». Non avete visto una cosa che vi rimanda ad un'altra, ma vi fermate lì. Anzi voi mi state seguendo non per me, ma per voi. Il rischio è che mi seguite per voi stessi, non per me. Non siete interessati a me, ma cercate di mettere me al vostro servizio. Non accettate che vi ponga io al centro della mia attenzione.

La vita di Gesù è un amore che si consegna sempre. L'abbiamo visto anche al capitolo 6: il pane di vita è esattamente questo. Ma non è ancora giunto. C'è un tempo in cui maturano le cose. Forse noi non saremo mai pronti per ricevere pienamente questo dono. Però ci fidiamo che i tempi che il Signore sceglie sono quelli giusti per incontrare ciascuno. Allora il Signore sa quando il Padre ha posto i suoi tempi. E mentre i fratelli obbediscono alle circostanze del mondo, Gesù si mantiene in ascolto del Padre.

C'è sempre qualcosa che ci fa paura e la paura e ciò che si oppone alla fede. Torna così il tema della incredulità. Nei Sinottici spesso Gesù lo dice: Perché avete paura? Non avete ancora fede? La paura dei giudei è inversamente proporzionale alla fede in Gesù, come ogni paura. Queste persone non hanno solo una difficoltà a comprendere chi è Gesù. Hanno una difficoltà anche a comprendere se stessi, a fare i conti con le proprie paure. La festa delle Capanne ricorda il cammino di liberazione del popolo. Forse un passo di liberazione, è un passo anche di liberazione dalle proprie paure o perlomeno da un riconoscerle e da un consegnarle.

È posta una questione fondamentale: chi è Gesù e da dove viene questo Gesù o meglio il Messia? Fa problema il fatto che Gesù venga dalla Galilea, perché il testo dice che il Messia non viene dalla Galilea! Anzi del Messia non si sa da dove venga. La versione dei Sinottici è piuttosto legata alla tradizione della stirpe di Davide. Quindi la stirpe di Davide – cioè la tribù di Davide che è la tribù di Giuda – è originaria della Giudea. È il contrario. È la tribù di Giuda che ha dato il nome al territorio della Giudea. Ma Gesù non è dalla Giudea. Gesù è dalla Galilea, secondo il Vangelo di Giovanni. Poi Matteo e Luca ci raccontano che è nato a Betlemme, ma questa è un'altra linea. Perché c'è questo problema della provenienza: da dove viene questo qua? E se viene dalla Galilea non può essere il Messia, perché del Messia non sappiamo l’origine perché è un personaggio misterioso che viene da Dio. Il problema è questo: costui è solo un uomo? È un personaggio originale, pieno di iniziative sorprendenti, ma è un uomo. Al limite potrebbe essere un maestro, ma se proprio vogliamo esagerare un profeta. Invece Gesù dice: Io sono il Messia, anzi di più: Io sono il Figlio di Dio. Quest'uomo può essere Dio? Si focalizza ancora meglio la questione centrale della fede: in chi credi? In che credo io? Credo in uno che ha detto delle cose e ha fatto delle cose bellissime, che animano la mia vita, nutrono in me gli stessi pensieri, gli stessi desideri, ma in fondo è un uomo. Credo in un Dio che però rimane per aria, che non riesce poi a toccare concretamente la mia vita o la vita del mondo? Credo che questa vita del mondo va come va, senza Dio? Oppure Dio è si è fatto presente in un uomo, quindi Dio è presente nella storia? Come è presente nella storia? Questa è la questione del Vangelo di Giovanni, ma è anche la nostra questione.

I nostri criteri sono insufficienti per capire chi è Dio. In Gesù Cristo Dio ci rivela chi è lui, e nello stesso tempo ci permette anche di capire che siamo noi. È lui l’esegeta dei segni. Ma lui è anche l’esegeta dell'umanità che ci fa capire chi è l'essere umano. Solo se ti lasci coinvolgere ci puoi capire qualche cosa.

Ognuno cerca quello che trova, ma non tutti trovano quello che cercano! Ecco perché Gesù dice: Fate attenzione perché se voi cercate voi stessi, non troverete me. Non troverete la gloria che viene da Dio, perché voi cercate la vostra gloria. Perché se tu cerchi la gloria di un altro, riconosci che non basti a te stesso, che non sei autosufficiente, che non sei tu l'inizio della storia e neanche la fine della storia, ma che sei dentro una storia di cui sei a servizio, di una gloria di cui sei a servizio. Questo fa cambiare la prospettiva nella quale uno intende la propria identità, la propria persona. Io sono non semplicemente me stesso, ma io sono colui che cerca qualcosa di bene. Non solo per sé, ma anche per gli altri, non solo per la propria vita, ma anche per la vita degli altri. Questa è la verità.

Dio non è come io me l'aspetto: è sempre altro rispetto a come lo aspetto! Noi rischiamo di farci una certa immagine di Dio e di rimanere affezionati a questa immagine. A un'esperienza, per esempio, a una fase storica anche della relazione che abbiamo avuto; al punto che Gesù non corrisponde in niente, non corrisponde più a quello di cui si parla nel Vangelo!

Abbiamo seguito la scansione temporale: l'inizio quando Gesù va alla festa, poi a metà della festa e adesso vediamo nell'ultimo giorno della festa, quando la festa si compie. E il compimento della festa è Gesù. Ma questo ultimo giorno della festa delle Capanne di fatto diventa già un richiamo a quello che sarà l'ultimo giorno della vita stessa di Gesù. La spiegazione che dà al versetto 39 l'evangelista, ci porta già al compimento della vita di Gesù, alla croce di Gesù, alla rivelazione piena dell'amore di Dio per noi. All'acqua che scaturisce dal nuovo Tempio che, come Gesù aveva detto al capitolo 2, ormai è il suo corpo.

In questo ultimo giorno Gesù stava in piedi. Anche la posizione, la postura di Gesù è rivelativa. Non è seduto come chi insegna, ma in piedi come chi annuncia, come chi proclama e grida.

Gesù sembra fare appello al desiderio che possiamo avere: chi ha sete, se qualcuno ha sete. Lui stesso aveva avuto sete. L'abbiamo incontrato al capitolo 4, sul pozzo di Sicar quando dice alla donna di Samaria: Dammi da bere! E poi lo ritroveremo sulla croce, tra le ultime parole a dire: Ho sete! La sete di Gesù è quella di dissetarci. Gesù ha sete di donarci la sua acqua. Questa è la sete di Gesù: di donarci la vita in pienezza. Però dicendo: Se qualcuno ha sete... Gesù mostra di avere a cuore quelli che sono i nostri desideri, che vanno presi sul serio, non vanno mortificati. Gesù educa i nostri desideri, ma vuole che rimaniamo sempre a contatto con questi nostri desideri.

L'invito a bere di quest'acqua, quella che Gesù dà, significa credere. Venire a Gesù, credere a lui (che è la stessa cosa) è aver fede in quest'acqua che Gesù dà. Di fronte a queste parole di Gesù ci sono diverse reazioni: quelle della folla, quelle dei capi e delle autorità religiose, infine quella di Nicodemo.


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La moltiplicazione dei pani 1Dopo questi fatti, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. 3Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. 7Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9«C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». 10Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 11Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 12E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 14Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». 15Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

16Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare, 17salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; 18il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.

19Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. 20Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». 21Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Il discorso nella sinagoga di Cafarnao 22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù.

25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». 26Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

30Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? 31I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». 32Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. 33Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 34Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». 35Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! 36Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. 37Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, 38perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. 40Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

41Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». 43Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. 44Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 45Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. 48Io sono il pane della vita. 49I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.

51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». 59Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

L'incredulità dei discepoli e la fede dei dodici 60Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». 61Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 63È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. 64Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». 66Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.

67Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». 68Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna 69e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». 70Gesù riprese: «Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». 71Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici.

Approfondimenti

La collocazione di questa composizione, centrata sul tema del pane, è comprensibile alla luce del racconto che precede, la guarigione del paralitico (Gv 5), e del discorso che segue, il quale ne è a sua volta una preparazione. Pertanto il segno miracoloso legittima il discorso e questo interpreta il segno. Il capitolo si può suddividere in tre parti:

  1. una parte narrativa, ambientata nella zona costiera del mare di Galilea (Gv 6, 1-24) in cui sono raccontati due segni: la moltiplicazione dei pani (vv. 1-15) e il cammino sulle acque (vv. 16-21), a cui fa seguito un resoconto sugli spostamenti (vv. 22-24);
  2. una parte centrata su un discorso-dibattito, localizzato nella sinagoga di Cafar­nao (Gv 6, 25-59);
  3. una parte in cui si registrano le reazioni sia nel gruppo dei discepoli, sia in quello dei dodici (Gv 6, 60-66.67-71)

Il miracolo del pane fu sempre considerato dalla tradizione evangelica un gesto di Gesù molto importante. È già significativo il fatto che tutti e quattro gli evangelisti lo abbiano riportato: cosa che non avviene per nessun altro miracolo. Inoltre Marco e Matteo ci offrono di esso una seconda versione, che nella sua forma letteraria è molto simile alla prima. Non solo il racconto è ricordato da tutte le tradizioni evangeliche, ma occupa in ciascun vangelo un posto particolarmente importante: costituisce, in un certo senso, un momento culminante nella manifestazione di Gesù e, di conseguenza, un momento importante della decisione di fede. Per quanto riguarda più particolarmente il quarto vangelo il c. 6 rappresenta una sintesi dell'attività di Gesù in Galilea, contiene una delle più alte rivelazioni su Gesù, è un esempio tipico della scelta di fede che si impone all'uomo.

A parte la concentrazione su Gesù (che è una prospettiva di ogni pagina di Giovanni) e a parte la coloritura eucaristica (più visibile nell'ultima parte del discorso), due sono i temi più importanti. Gesù, moltiplicando i pani, ha compiuto un segno che la gente attendeva. Per questo il miracolo suscita l'entusiasmo delle folle, che riconoscono in Gesù il profeta che doveva venire e desiderano farlo re. Ma le folle hanno letto il segno secondo i loro schemi, non lo hanno capito nel suo vero significato. Così Gesù si ritira, fugge. Eppure questo Dio che elude le attese degli uomini e fugge, si farà spontaneamente incontro ai discepoli (6,16-21). Il fatto è che Gesù vuole una ricerca sincera: il verbo cercare è importante in questo capitolo; i galilei cercavano se stessi, non il Cristo; seguivano il loro sogno messianico, non erano in attesa del dono di Dio. Ecco l'insegnamento: la ricerca di sé impedisce di leggere il segno come segno rivelatore del Cristo e di aprirsi alla fede. Dunque Gesù (ancora più esplicitamente che nei sinottici) dissolve l'entusiasmo delle folle ritirandosi, solo, sulla montagna: con questa separazione egli vuol affermare che il suo messianismo è diverso, che la strada che egli percorre è diversa. In questo senso il gesto di Gesù che si ritira è un elemento importante. Diciamo che il segno rivelatore del Messia non è semplicemente la moltiplicazione dei pani, ma tutto il complesso (moltiplicazione dei pani, entusiasmo delle folle, fuga di Gesù). In altre parole il segno è la moltiplicazione dei pani, letta dalle folle e letta da Gesù: è nel contrasto tra le due letture che si rivela chi è Gesù.

Il racconto della traversata, se confrontato con il parallelo sinottico, tradisce la mano dell'autore del Quarto vangelo, riportando il luogo del racconto, la menzione di Cafarnao, del ritardo di Gesù, il suo saluto abbreviato. La congiunzione dell'episodio di moltiplicazione con quello di traversata ha la funzio­ne di fondare la credibilità del comunicatore. In altre parole colui che moltiplica il pane e poi tiene un discorso per indicarne il significato non è semplicemente un profeta, ma ha la stessa autorità di Dio, Signore della creazione. Inoltre nell'allo­cuzione-dialogo il vertice è dato dall'affermazione: «lo sono il pane» in cui l'«lo sono» è ripreso dal secondo racconto mentre il «pane» dal primo.

Quello che comunemente è chiamato discorso del pane di vita in realtà è un dibattito, costruito con la tecnica del fraintendimento, nel quale la folla e i giudei spesso intervengono, facendo domande (vv. 28.30-31.34.41-42.52). Esso si snoda in tre grandi sezioni, introdotte da un dialogo preliminare che verte sul tema del segno (vv. 25-29): una prima sezione in cui Gesù evidenzia il passaggio dalla man­na al pane che dà la vita (vv. 30-40); una seconda centrata sull'azione del Padre che attira (vv. 41-50); una terza nella quale il simbolo del pane è identificato con la «carne» e il «sangue» di Gesù (vv. 51-59). Quest'ultimo intervento rappresenta il punto vertice della polemica. Giovanni, con questa narrazione ha voluto combattere su due fronti. Contro coloro (in qualche modo rappresentati dai giudei) che erano alla ricerca di gesti materiali a scapito dell'unica opera che è la fede: a costoro Giovanni ricorda l'ascolto e la Parola, ricorda che il sacramento può divenire un gesto magico, profondamente incompreso se non avviene all'interno dl un incontro vivo e personale col Cristo. E contro gli “spirituali”, portati a svuotare di ogni senso il gesto, il sacramento, e alla fine la stessa incarnazione: contro costoro Giovanni parla con estremo realismo di «carne» e di «sangue», di mangiare e bere.

Nell'epilogo sono contenute la reazione dei discepoli (vv. 60-66) e dei Dodi­ci (vv. 67-71). Lo sconcerto non si limita solo ai giudei, coinvolge anche i discepoli. Quello di Cristo è un discorso duro da accettare: come si può intenderlo e dargli credito? Il significato del verbo greco è duplice: ascoltare (nel senso di comprendere) e accettare, obbedire, aderire. La risposta di Gesù ripropone il motivo della grazia: l'uomo è impotente (la carne non giova a nulla); soltanto la presenza dello Spirito di Dio può far rinascere l'uomo e aprirlo a nuovi orizzonti (lo Spirito vivifica). Gesù si manifesta progressivamente, e questa progressiva manifestazione è contemporaneamente una tentazione per la fede e una occasione di approfondimento e di purificazione. È questo il significato essenziale del brano, con evidente contrapposizione fra l'incredulità dei discepoli e la fede dei dodici che si fa più matura. È un tema analogo a quello che si trova nei sinottici e che è chiamato la «crisi galilaica»: cf. Mc 8,27ss. Anche là la chiave di volta è la professione di fede di Pietro. Ponendo la domanda Gesù costringe i dodici a prendere posizione (v. 67). La risposta di Pietro esprime un'adesione personale a Cristo, un amore a lui indiscusso, si direbbe frutto di fiducia prima che di comprensione: credere e conoscere (v. 69), ecco la successione dei verbi che è senza dubbio indicativa. Per Pietro Gesù è l'unico salvatore (l'unico capace di offrire all'uomo parole di vita); è il santo, cioè il consacrato, l'appartato, il diverso, colui che sfugge ai nostri schemi perché viene da Dio e – per questa sua diversità – rende presente la salvezza di Dio in mezzo a noi. La risposta di Gesù è insieme consolante e dolorosa. Consolante perché l'elezione del discepolo poggia sull'amore di Dio, incrollabile quindi come è incrollabile la scelta di Dio, come è senza pentimento la sua alleanza. Dolorosa perché il mistero dell'incredulità e del tradimento si annida ovunque, anche nella cerchia dei dodici. I vv, 60-71 chiudono il ministero in Galilea e ne riassumono il risultato. Qualcosa di simile avverrà in 12,37-50 per quanto riguarda il ministero in Giudea. I due ministeri si chiudono sotto il segno del fallimento, della incredulità di molti e della fede di pochi.


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La guarigione del paralitico 1Dopo questi fatti, ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, 3sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. [4Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto] 5Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. 6Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». 7Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». 8Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». 9E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato.

10Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». 11Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». 12Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina”?». 13Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. 14Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». 15Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato. 17Ma Gesù disse loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». 18Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.

19Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. 20Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati. 21Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. 22Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, 23perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. 24In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. 26Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, 27e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. 28Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce 29e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. 30Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

31Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. 32C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. 33Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. 34Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. 35Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. 36Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, 38e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. 39Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. 40Ma voi non volete venire a me per avere vita.

41Io non ricevo gloria dagli uomini. 42Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. 43Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. 44E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? 45Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. 46Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. 47Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

Approfondimenti

(cf IL VANGELO DI GIOVANNI – Commento esegetico e teologico, di Santi Grasso © Città Nuova Editrice, 2008)

La guarigione del paralitico Il racconto della guarigione del paralitico (vv. 1-9) è seguito da una discus­sione tra Gesù e i giudei (vv. 10-18) e da un discorso di rivelazione (vv. 19-47). Il racconto di miracolo vero e proprio contiene la presentazione di un uo­mo ammalato da trentotto anni del quale Gesù conosce la situazione. Gesù rivolge una domanda al paralitico: «vuoi essere guarito?». La risposta, che secondo lo stile giovanneo è costruita su un dislivello di comprensione, rivela come l'interlocutore non si aspetti che l'interrogativo riguardi il potere taumaturgico di Gesù. Infatti l'ammalato dichiara di non avere chi è di­sponibile ad aiutarlo a scendere nella piscina quando l'acqua si agita. La presenta­zione della situazione problematica dell'uomo provoca Gesù all'ordine: «alzati, prendi il tuo lettino e cammina» (v. 8). Segue immediatamente la constatazione della guarigione con la ripresa di due verbi usati da Gesù: prendere il lettuccio e camminare (v. 9a). Questo racconto può essere raffrontato con quello della guarigione del paralitico attestato unanimemente dalla tradizione sinottica (Mt 9, 1-8; Mc 2, 1-12; Le 5, 17-27). Soltanto alla conclu­sione del racconto del miracolo viene reso noto il contesto cronologico dell'episo­dio: «di sabato» (v. 9b; parola che ricorre anche nei vv. 10.16.18).

In un intermezzo è riportato il dialogo tra Gesù e il guarito: Gesù trova l'uomo nel tempio e gli rivolge la parola. Alla constatazione della guarigione fa seguito l'ordine di non peccare con una frase finale negativa: «affin­ché non ti capiti qualcosa di peggio». Nella ripresa del dibattito i giudei vengono informati da parte dell'ex ammalato sull'identità del guaritore (v. 15). L'individua­zione del trasgressore della legge sabbatica è il presupposto dell'inizio dell'azione di persecuzione giudaica nei confronti di Gesù (v. 16). La risposta di quest'ultimo, che non sembra in maniera esplicita rivolta ai giudei, è costruita con un paralleli­smo: «mio Padre senza indugio opera/anche io opero» (v. 17), provocando la loro ulteriore reazione accanita. La loro intenzione omicida ha una duplice motivazio­ne: Gesù viola il sabato e chiama Dio suo Padre (v. 18).

Dopo il dialogo con i giudei Gesù inizia un discorso infervorato, in cui li mette di fronte al fatto che un popolo che si vanta di custodire la Parola che Dio ha trasmesso, non dà ascolto alla voce divina. Dio ha parlato con chiarezza, ma la sua voce non tocca e non cambia il loro cuore perché manca una reale disponibilità a mettersi in ascolto. Gesù qui non usa parole di misericordia, ma parole di verità, non cerca di scusare, ma pone tutti e ciascuno dinanzi alle proprie responsabilità. Vale anche per noi oggi: non basta aprire la Bibbia, occorre aprire il cuore. Non basta leggere avidamente la Parola, occorre imparare ad ascoltare quello che Dio vuole dirci attraverso i fratelli, avere l’umiltà di riconoscere e accogliere la voce di Dio, anche quando ci svela verità scomode.

La seconda parte del discorso è invece centrata sulla tematica della testimonianza. Gesù presenta quattro diver­si testimoni che confermano la sua missione: Giovanni, il Battezzatore (vv. 31-35), le opere (v. 36), il Padre (vv. 37-38), le Scritture (v. 39).

La testimonianza di Giovanni Battista ha preparato e favorito la rivelazione di Gesù, come Messia e Figlio di Dio, lo ha presentato alla gente come l’inviato di Dio che deve venire in questo mondo: il Battista “Era la lampada che arde e risplende”, ma purtroppo pochi si sono rallegrati alla sua luce.

Gesù pone quindi l’accento sulle opere che il Padre gli ha dato da compiere, che testimoniano che Dio lo ha mandato tra gli uomini per la loro salvezza. «Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse» (Gv 14,10-11).

Non solo le opere, ma il Padre stesso ha dato testimonianza del Figlio al suo popolo, ma bisogna credere a “colui che egli ha mandato”, ascoltare la sua voce, vedere il suo volto e credere nella sua Parola.... ci dice il Signore Gesù: «Chi vede me vede il Padre» (Gv 14,9).

Gesù porta poi la testimonianza delle Scritture. Sono le Scritture che hanno preparato l'incontro con Lui qui e ora: Mosè stesso ha scritto di Lui, del Cristo, ma i Giudei, se non credono in ciò che di sacro è scritto, come possono ora credere alle parole di Gesù?

Gesù pone poi una questione basilare, egli a differenza dei Giudei che ricevono gloria gli uni dagli altri, e perciò non possono credere, non riceve gloria dagli uomini, non cerca il loro apprezzamento ma ci mostra come cercare “la Gloria che viene dall’unico Dio”.

Siamo così interpellati sulla nostra fede in Gesù Cristo, sulla nostra disponibilità a lasciare che la Parola nutra e illumini la nostra vita e ci chiede di aprire il cuore all’Amore di Dio per essere testimoni credibili e veri.

Questa è la “buona notizia”: il Signore Gesù cammina con noi, ci ama e vuole darci “vita”.


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Gesù e la Samaritana 1Gesù venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: «Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni» – 2sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli –, 3lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. 4Doveva perciò attraversare la Samaria. 5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9vAllora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». 27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui. 31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». 39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

La guarigione a Cana del figlio del funzionario 43Trascorsi due giorni, partì di là per la Galilea. 44Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. 45Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa. 46Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. 47Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. 48Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. 51Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». 53Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. 54Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

Approfondimenti

Gesù e la Samaritana L'incontro tra Gesù e la samaritana viene riportato solo nel Vangelo di Giovanni, che tra i quattro è quello più interessato a raccontare gli incontri di Gesù con le donne. Accade che Gesù dalla Giudea vuole tornare in Galilea: tra Giudea e Galilea c'è la Samaria e quella è una terra “maledetta” per i giudei: è la terra dove ci sono gli eretici, dove ci sono gli impuri, dove ci sono coloro che, durante le lotte contro i popoli vicini (ad esempio gli assiri) si sono mischiati con i nemici, addirittura hanno familiarizzato con i loro dei. I Samaritani erano considerati “impuri” dai Giudei e quindi il loro rapporto è sempre stato un problema. Tra Giudei e Samaritani non c'è solo una relazione conflittuale, ma anche una feroce e reciproca violenza; c'è tra loro una inimicizia viscerale. Tant'è vero per andare dalla Giudea alla Galilea gli altri ebrei non è vero che attraversavano la Samaria, seguivano un altro percorso! Il v. 4 però dice che Gesù “doveva” attraversare la Samaria. Questo “doveva” non esprime una necessità geografica, ma una necessità missionaria, cioè esprime una scelta di Gesù. Gesù si pone con questo stile: l'incontro con Lui è per tutti, cioè non è possibile che ci siano persone escluse dalla possibilità di incontrarsi con Dio.

In questo brano si parla di acqua e di sete. Il popolo d'Israele nel cammino dell'esodo chiede acqua al proprio Dio, mandando in crisi Mosé, il quale allora sollecita Dio ad intervenire: Mosé si rivolge a Dio dicendogli di non rinunciare al suo volto di benevolenza e di dare acqua al popolo. Ritroviamo qui lo stesso atteggiamento in Gesù che vuole far venir fuori il “volto” di Dio e chi lo legge è invitato a cercare il “volto” di Dio. Gesù parla di sé con la samaritana, ma ha cuore che appaia il “volto” di Dio come deve apparire: un volto di Dio misericordioso, che dà acqua, che disseta, che incontra tutto di noi, che non ha vergogna di noi. Infatti non c'è qualcosa di noi che non voglia incontrare. Ciò è importante, perché la prima preoccupazione di Gesù è mostrare il “volto” vero del Padre.

C'è poi il pozzo, altro simbolo importante di questo brano: è il pozzo che Giacobbe diede a Giuseppe. Il pozzo era, per la società di allora, come la piazza: non solo era un luogo di incontro, ma anche era luogo dei fidanzamenti importanti. Allora Gesù accetta di essere frainteso, pur di incontrare quella donna: gioca quasi una carta che immediatamente viene letta come la carta della seduzione, cioè è come se Gesù stesse cercando di “provarci” con lei; l'approccio poteva essere interpretato così, cioè come se volesse da lei “qualcos'altro”. Gesù accetta di attraversare anche il fraintendimento, anche l'ambiguità, pur di parlare con lei, pur di incontrarla. Il Vangelo di Giovanni ci dà un'immagine di Gesù che fa venire i brividi, per come lo presenta: lo presenta “libero”, per incontrarci, per poter venirci incontro, per poterci dare la “buona notizia”.

In questo brano non solo la samaritana riconosce se stessa, cioè capisce chi è e chi vuol essere, ma anche Gesù, appunto, riconosce chi è e chi vuole essere. Ma, soprattutto, la samaritana ci fa capire cosa vuol dire “riconoscere Gesù”. Questo brano aiuta ciascuno di noi a fare il passaggio di maturare la propria fede in Lui. Ognuno perciò deve domandarsi: “Chi è per me Gesù?”.

Secondo il Vangelo nella fede ci sono queste due dimensioni:

  1. lo “stare” con fiducia nel dialogo, anche quando non ci sembra che ci siano le condizioni;
  2. il “crescere” come uomini e donne capaci di stupirsi, di dire che c'è ancora qualcosa che possiamo imparare, che c'è ancora qualcosa che non abbiamo capito, che c'è ancora qualcosa che ci può arrivare, che ci può far sorridere e dire: “che bello! Diamoci una mano per riaprire tutte le possibilità, non solo nel nostro essere Chiesa, ma anche nella società, nel mondo, ecc...”.

Allora, perché nelle nostre comunità cristiane, non recuperiamo la dimensione del “condividere lo stupore” oltre a quella del “dirci i bisogni”, creando le condizioni perché nessuno “abbia vergogna” a dire quello che “sente” veramente dentro di sé? È molto importante nelle comunità cristiane guardarci come persone che hanno desideri; fare proposte pastorali, che partono dal fatto che ci guardiamo come uomini e donne, come fratelli e sorelle che hanno dei sogni, che hanno dei desideri, non solo dei bisogni!

Gesù e la samaritana si sono incontrati proprio nello spazio del bisogno e del desiderio. Ma poi insieme hanno fatto un passo in più, nello spazio di “un'umanità diversa possibile”. La donna, parlando con quell'uomo, si accorge che, via via, crollano la paura e la diffidenza che aveva nei suoi confronti: quell'uomo non la sta trattando male, non la sta sfruttando, non la sta violentando. Quell'uomo s'interessa a lei: si è fermato a parlare con lei, le sta dicendo delle cose che la incuriosiscono, come quando, a lei che ha sete, parla di un'altra acqua. Allora lei si domanda: “Qual è l'altra acqua?” Ma non blocca il dialogo, lo “apre”. Quindi la samaritana vede in Gesù la possibilità di “essere uomo” in modo diverso da quello che lei ha conosciuto fino ad allora. Allora non è vero che tutti gli uomini, in quel suo mondo, la violentano, la trattano male, la giudicano... Non è vero! Si è resa conto, allora, che può essere guardata, avvicinata in una maniera diversa. Qui, anche in questo brano del suo Vangelo, Giovanni ci vuole davvero mostrare l'umanità di Gesù: un'umanità non “perfetta”, ma “diversa”, possibile. La peculiarità delle comunità cristiane non è quella di essere differenti dagli altri per il gusto di essere perfetti, ma è la certezza che possiamo vivere un'umanità diversa, migliore... nella società attuale. Quindi quella donna si incontra con Gesù sperimentando la possibilità di una umanità diversa. Anche Gesù rimane “sorpreso” da quella donna che gli “tiene testa”, non da intendere come conquista di potere da parte di chi è “inferiore” verso il suo “superiore”, ma è da intendere come capacità di “aprirsi” e accogliere le possibilità che Lui le offre. Gesù dà tante possibilità, ma non tutti le accolgono. Quella donna sì, le prende al volo: è la prima volta che le capita di parlare di cose di Dio con un maschio. Gesù glielo permette e lei prende al volo quella possibilità di dire la sua opinione in merito! Infatti quella donna aveva dei pensieri su Dio, aveva dei desideri su Dio, aveva delle speranze nei confronti della dimensione della fede... E ne parla con quell'uomo. E Gesù rimane veramente sorpreso e va avanti. E grazie alla disponibilità di quella donna, a Gesù è permesso di venir fuori allo scoperto e di dire quello che poi dirà.

L'esperienza “missionaria” non parte dall'avere tanta consapevolezza, dall'avere tanta fede... La missione parte dal lasciarsi “toccare” dalla “misericordia” del Maestro! Il “dono” di cui parla il Vangelo è sentirsi “voluti bene”. Il cuore della “buona notizia” è la misericordia, è la possibilità data a tutti.

Dobbiamo tener sempre aperta la percezione dell'”alterità” di Dio, per poter accoglierla in maniera bella e profonda:

  • Dio ci sorprende sempre;
  • Dio non appartiene ad un luogo particolare;
  • Dio è libertà;
  • Dio, in qualche modo, è Spirito, cioè è presenza costante che accompagna il nostro cammino senza “ingabbiarsi”, in luoghi, in istituzioni, in regole, in strutture;
  • Dio è spirito d'amore: quello che interessa a Dio è amarci, è amare l'umanità.

Lo Spirito – lo dice papa Francesco – è quello che ci tiene in piedi, che ci dà una motivazione (cf EG cap. 5).

Gesù dice alla samaritana che è un falso problema quello che lei gli ha posto, cioè se si deve adorare Dio nel tempio costruito dai samaritani o in quello di Gerusalemme, perché

  • Dio è nell'amore, nell'amore che ognuno deve sentire per sé e che, finalmente, un giorno i popoli potranno sentire fra di loro;
  • Dio è libertà, non si lascia ingabbiare: chi dice che sta in un tempio piuttosto che un altro, sbaglia... Addirittura Gesù dirà che non ci sono più le mura del tempio.

Gesù dice alla donna che la casa di Dio è il suo popolo; la casa di Dio siamo noi; la casa di Dio è ciascuno di noi, quando sta bene, quando è felice, quando, in qualche modo, arriva ad attingere a quell'“acqua viva”, profonda.

Dopo l'incontro con Gesù la samaritana diventa una “missionaria”: molti samaritani credettero in Gesù e diventarono a loro volta missionari. Ogni essere umano non solo è “oggetto di una missione”, cioè della missione di Gesù di mostrare all'umanità intera la misericordia del Padre, ma anche che ciascuno di noi, chiunque di noi, è chiamato ad essere missionario per altri, cioè è chiamato a raccontare quella misericordia del Padre, come fu per la samaritana.

La guarigione a Cana del figlio del funzionario (cf IL VANGELO DI GIOVANNI – Commento esegetico e teologico, di Santi Grasso © Città Nuova Editrice, 2008)

Il racconto di guarigione del figlio del funzionario è introdotto da un pream­bolo (vv. 43-45), la narrazione della guarigione è suddivisa in due parti; nella prima si descrive l'incontro del funzionario con Gesù (vv. 46-50), nella seconda il suo ritorno a casa con la constatazione del miracolo (vv. 51-54). La prima è introdotta dalla notizia della seconda visita di Gesù. a Cana. Esplicitamente si dice che egli è già stato in questa cittadina quando aveva tra­ sformato l'acqua in vino (v. 46). Il racconto, che è attestato anche nella tradizione sinottica (Mt 8,5- 13; Lc 7,1-10) ma ci sono delle differenze:

  • il luogo; Cana (in Giovanni), Cafarnao (in Mat­teo e Luca);
  • la persona del richiedente: un padre, funzionario regio (in Giovanni) un padrone, un centurione;
  • l'identità del guarito: un figlio (in Giovanni), un servo nella tradizione sinottica.

Al termine delle due giornate trascorse presso il villaggio samaritano di Sichar, Gesù prosegue il viaggio sotto la pressione dell'ostilità farisaica, per ritornare secondo il suo progetto in Galilea. Il funzionario che era venuto a sapere dell'arrivo di Gesù in Galilea, si reca a Cana pregandolo di venire nella sua città (Cafarnao) per guarire il figlio in serio pericolo di vita, che è moribondo. Quantunque non si fidi di coloro che lo cercano o che gli danno credito in quanto compie miracoli, Gesù accondiscende alla richiesta del funzionario con la parola: «Va', tuo figlio vive!». Pertanto egli non acconsente di recarsi a Cafarnao con il pubblico ufficiale, ma lo invita a ritornarsene a casa perché la situazione del figlio è mutata. La reazione dell'uomo è di adesione alla parola di Gesù. Anche i samari­tani in precedenza sono giunti a credere «a motivo della sua parola» (Gv 4, 41). Tuttavia, sebbene di primo acchito le espressioni possano indicare un'adesione di fede adulta, in realtà dal seguito del racconto si può comprendere come gli atteg­giamenti assunti dal personaggio non lo presentino ancora come una figura che ha raggiunto la maturità di una scelta. Si tratta infatti di un assenso che ha bisogno di ulteriore elaborazione. Comunque è sulla base di questo atteggiamento ancora inconsapevole che egli si mette in cammino per ritornare a casa. Mentre stava arrivandovi, i servi, testimoni insospettati della guarigio­ne, raggiungono il funzionario annunciandogliela. La reazione del fun­zionario è quella della verifica. Il risultato della constatazione è una reazione di fede.

Il racconto si conclude con l'annotazione che questo è stato il “secondo segno”... questo non in funzione di un elenco, ma di creare un collega­mento tra il primo segno compiuto a Cana e il secondo. Lo scopo di questo rac­conto è infatti quello di mostrare come una fede miracolistica deve essere superata da un'adesione più profonda e matura nei confronti di Gesù, che non è primaria­mente un taumaturgo, ma il “Verbo”, datore di vita.


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Gesù e Nicodemo 1Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. 2Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». 3Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». 4Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. 7Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. 8Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». 9Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». 10Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro d’Israele e non conosci queste cose? 11In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. 12Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? 13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. 16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

L'ultima testimonianza di Giovanni 22Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava. 23Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. 24Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione. 25Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. 26Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». 27Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. 29Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. 30Lui deve crescere; io, invece, diminuire». 31Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. 33Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. 34Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. 35Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.

Approfondimenti

(cf IL VANGELO DI GIOVANNI – Commento esegetico e teologico, di Santi Grasso © Città Nuova Editrice, 2008)

Gesù e Nicodemo L'incontro tra Gesù e Nicodemo, ha lo scopo catechistico di rispondere ai seguenti quesiti:

  • Come si ottiene la sal­vezza?
  • Come si accoglie lo Spirito?
  • Come si può diventare nuovi?
  • Come entrare nel regno di Dio o ricevere la vita piena?

Il racconto parte da una duplice introduzione (Gv 2,23-25. 3,1-2a) e continua con un dialogo (Gv 3,3-12) che sfocia in un di­scorso (Gv 3,13-21).

  • Nel primo quadro introduttivo viene presentata in occasione della festa pasquale l'attività del messia a Gerusalemme, che suscita l'adesione di molti (Gv 2, 23-25). La ragione di questo favore è individuata nei segni da lui compiuti. Tuttavia la posizione di Gesù nei confronti di coloro che gli aderiscono è di diffidenza, perché Egli è in grado di conoscere in profondità le persone senza bisogno dell'altrui attestazione.

  • Nel secondo quadro introduttivo (Gv 3,1-2a) più breve è presentata la figura dell'inter­locutore, attraverso poche qualifiche: egli appartiene al movimento dei farisei, si chiama Nicodemo ed è un capo dei giudei.

  • Il resto del testo è occupato dal dialogo che poi si trasforma in un monologo. Il dialogo è costruito con la tecnica del dislivello o incomprensione, caratteristica giovannea, secondo la quale l'interlocutore non è in grado di capire completamente il significato del­la comunicazione di Gesù. In altre parole la rivelazione cristologica è talmente importante da oltrepassare le ristrette prospettive umane. Inoltre gli interventi di Gesù, non solo nel dialogo ma anche nel monologo, sono costruiti con la tecnica del parallelismo o della simmetria. Le due parti che compongono la pagina evangelica, la prima centrata sul dialogo e occupata dalla tematica del rinascere dall'alto e la seconda sul monolo­go, relativa al tema della discesa-salita del Figlio dell'uomo, sono in profonda correlazione: il nascere dall'alto è possibile soltanto nell'accoglienza di fede del Figlio dell'uomo, disceso e asceso.

Quasi tutti i personaggi del Quarto vangelo assumono un valore rappre­sentativo per il modo di vivere la fede, forse addirittura alludendo a un gruppo della comunità giovannea. Anche Nicodemo esercita tale ruolo all'interno della narrazione? Le ipotesi sulla caratterizzazione del personaggio sono diverse.

  1. È un rappresentante dei capi paurosi, così come viene registrato alla conclusione del Libro dei segni: «Anche tra i capi molti credettero in lui, ma a causa dei farisei non lo confessavano pubblicamente, per non essere espulsi dalla sinagoga. Essi infatti amavano la gloria degli uomini più della gloria di Dio» (Gv 12, 42-43)?

  2. È invece da annoverarsi tra la cerchia dei giudei che senza fede diventano gli artefici della condanna di Gesù così come risulta dal dibattito avvenuto durante la festa delle capanne a Gerusalemme (Gv 8, 31-59)?

  3. Oppure si tratta della figura del giudeo aperto che aderisce alla fede nel Figlio di Dio?

Probabilmente Nicodemo rap­presenta il mondo degli intellettuali che hanno come riferimento la tradizione dei padri nell'osservanza della legge e che si apre alla prospettiva ermeneutica della proposta di Gesù. Sebbene non sia sufficiente l'analisi di questo incontro per rispondere all'interrogativo, ma si dovrà tener conto della descrizione della personalità di Nicodemo all'interno di tutta la narrazione giovannea, si ha però da tener presente che il vero destinatario delle parole di Gesù non è Nicodemo, ma il lettore. Pertanto non è così fondamentale scoprire il valore positivo o nega­tivo della sua figura.

Se nel Quarto vangelo lo Spirito è donato dal Risorto nel tempo post-pasquale come può Gesù prometterlo a Nicodemo? Secondo l'interpretazione giovannea, Gesù al momento della sua morte emetterà lo Spirito (Gv 19, 30), ma esso viene offerto in maniera piena alla co­munità solo dopo la sua risurrezione, quando egli lo aliterà sui discepoli dicendo: «Accogliete lo Spirito Santo. A chi rimetterete [...]» (Gv 20, 22). Nel discorso di addio Gesù formulerà cinque sentenze incentrate sulle funzioni dello Spirito nella chiesa post-pasquale (Gv 14, 16-17.26; 15, 26; 16, 7-11.13). L'annuncio della ri­generazione rivolto a Nicodemo in realtà si compie dopo-pasqua. Pertanto si può capire come il dialogo giovanneo in cui interviene sì il Gesù terreno, ma anche il Signore risorto, ha la funzione di rivolgersi non soltanto all'interlocutore contin­gente individuato in Nicodemo, ma a ogni credente che si pone nell'atto di lettu­ra.

L'affermazione che distingue tra la nascita dalla carne e quella dallo spirito non ripete però il contrasto tra corpo e anima della visione greca, né quella tra peccato e grazia espressa nel pensiero paolino. La nascita dallo Spirito si aggiunge a quella dalla carne: l'uomo senza lo Spirito, forza vitale di Dio, manca di pienez­za. Soltanto rinascendo dallo Spirito è possibile rendersi docili alla sua azione. In questo senso il movimento della rinascita dall'alto è parallelo a quello del Verbo che proviene dall'alto.

È molto interessante che nel Quarto vangelo Gesù approfondisca in maniera del tutto nuova rispetto ai Sinottici il ruolo dello Spirito per la comunità cristiana chiamata a continuare l'opera messianica dopo la sua passione, morte e risurrezione. Mentre i discepoli durante la missione terrena di Gesù non hanno com­preso interamente la sua parola, con l'aiuto dello Spirito essi saranno chiamati a comprendere appieno la verità. Pertanto rinascere dall'alto mediante lo Spirito per l'interpretazione giovannea significa accogliere lo Spirito del Risorto, che rende capace la comprensione totale dell'esperienza cristiana all'interno della storia umana così carica di contraddizioni e drammi.

Nella conclusione del brano emerge la “prospettiva giovannea” in cui gli eventi escatologici sono anticipati lungo la missione di Gesù. Il cosiddetto «giudizio», che la tradizione biblica attende per la conclusione della storia, non ha luogo attraverso i canoni usuali, ma si trasforma in un'autovalutazione umana che avviene mediante la parola efficace di Gesù. Il discernimento portato da Gesù, che appunto non è prospettato nel futuro, ma descritto come presente, consiste in un atto di discernimento. Il discernimento nei confronti di chi fa il male rivela che chi lo compie odia la luce e non si la­scia illuminare perché non siano svelate le sue opere. La situazione opposta è invece rappresentata da quelli che operano il bene, identificati con l'espressione «compiere la verità». L'espressione indica quindi un processo di assimilazione della verità, ossia il fare propria la rivelazione. Nel Quarto vangelo la verità ha sempre uno spessore cristologico (Gv 1,14; 14,6); ma compiere la verità è la condizione per «venire alla luce», espressione che indica il cammino di sequela che con­traddistingue la scelta del discepolo. Chi è disponibile a mettersi al seguito di Gesù attua il passaggio dalle tenebre alla luce (Gv 12, 35.46). La luce porta a evidenziare le opere. Lo scopo di questo atteggiamento consiste nella manifestazione dell'operato alla luce della logica di Dio.

L'ultima testimonianza di Giovanni La seconda sezione del capitolo terzo è incentrata sulla testimonianza del profeta Giovanni, il cui discorso finale (vv. 31-36) fa leva su una cristologia e su una terminologia che riprende le parole di Gesù rivolte a Nicodemo. L'azione parallela dei due personaggi Gesù e Giovanni, che esercitano la medesima azione, quella del battezzare, suscita il dibattito. Se tra i discepoli di Giovanni si ingenera un'interpretazione concorrenziale della prassi battesimale, essi non hanno capito la portata esatta della testimonianza del Battista. La risposta di Giovanni infatti intende ulteriormente chiarire la sua posizione in rapporto a quella di Gesù (cf. Gv 1).

Le parole di Giovanni fanno ricorso al registro simbolico matrimoniale che nella tradizione biblica, ma anche in quella giovannea, serve a interpretare il rapporto tra Dio e il suo popolo (vedi Gv 2, 1). La sentenza in questo caso ha lo scopo di chiarire il duplice ruolo dello sposo e dell'amico dello sposo, entrambi Ìn relazione alla sposa. È chiaro che soltanto al primo appartiene la sposa. La figura dell'amico è quella di essere l'uomo di fiducia della famiglia dello sposo o quell'intimo amico al quale è stato affidato il compito di preparare il matrimonio, e in partico­lar modo la fidanzata, di condurla alla casa dello sposo, di vigilare affinché tutta la festa si svolga nel migliore dei modi, di fare l'accoglienza degli ospiti nella casa dello sposo e, durante il banchetto, di attestare la consumazione del matrimonio. Se nel discorso di addio Gesù chiama i suoi discepoli amici (Gv 15,13-15), si può considerare l'«amico dello sposo» un seguace ante litteram. Nelle parole di Giovanni la funzione dell'amico dello sposo è stabilita da tre verbi: essere pre­sente, ascoltare ed esultare alla voce dello sposo. La sua testimonianza infatti non avrebbe alcun peso e valore se non fosse il risultato di una rivelazione divina che appunto si riceve tramite la disposizione dell'ascolto.

Un altro atteggiamento che Giovanni attribuisce a se stesso è quello della gioia: la gioia infatti fa parte integrante dell'esperienza messianica. La gioia del resto è lo stato d'animo più appropriato in occasione delle nozze. Nel caso specifico Giovanni esulta alla voce dello sposo. Probabilmente questa immagine si rifà alla tradizione ebraica, secondo la quale lo sposo dopo aver verificato l'integrità della sposa mandava dal talamo nuziale un grido di gioia all'amico. L'ascolto della voce ha un valore teologico così come si può desumere dalla risposta che Gesù rivolge a Pilato: «Chi è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18, 37). Pertanto attraverso questa immagine Giovanni vuole esprimere la sua contentezza per aver ascoltato la parola del messia.

Dal v. 31 fino alla conclusione del brano la testimonianza di Giovanni sono in realtà parole dell'evangelista Giovannni! L'autore ha l'intenzione di porre sulle labbra di Gio­vanni Battista una testimonianza qualificata da un punto di vista cristologico, in completa sintonia con la prospettiva teologica del Quarto vangelo. Infatti, se pre­cedentemente la testimonianza del profeta del deserto aveva fatto leva su modelli messianici giudaici, adesso invece ricorre alle categorie dell'elevata cristologia gio­vannea. Quindi senza queste parole il carattere testimoniale del Battista sarebbe stato imperfetto, in quanto gli sarebbe mancata la competenza dell'annuncio circa la vera identità del messia.


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Le nozze di Cana 1Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». 6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». 11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. 12Dopo questo fatto scese a Cafàrnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni.

La cacciata dei venditori dal Tempio 13Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. 15Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, 16e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». 17I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà. 18Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». 20Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Gesù non si fidava di loro 23Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. 24Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti 25e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Approfondimenti

Le nozze di Cana In questo racconto i veri protagonisti non sono gli sposi (che non si sa chi siano e non dicono nemmeno una parola) perché lo sposalizio è quella realtà umana nella quale si legge il mistero di Cristo e della Chiesa, è il simbolo dell’amore di Dio con l’umanità, che il Vangelo ci svela proprio come alleanza nuziale. In questo racconto la protagonista è Maria (quelle che pronuncia a Cana sono le sue ultime parole riportate nel Vangelo) è detta “la madre” dall’evangelista e chiamata semplicemente “donna” da Gesù. Questo termine può sembrare freddo e poco “familiare” ma Gesù chiamerà così Maria solo in un altro momento, sotto la croce, quando le affiderà il discepolo Giovanni dicendole: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19, 26). Ciò significa che Cana va letto in collegamento con il brano della croce e che in questo episodio delle nozze ci viene velatamente annunciato il mistero della Redenzione (notiamo come la pagina evangelica inizia con il richiamo al terzo giorno, che è quello della Risurrezione, questo ci permette di leggere tutto il brano alla luce della Resurrezione). A questa festa è invitato anche Gesù con i suoi discepoli, ma lui sembra non abbia intenzione di diventare protagonista: se ne sta in disparte, aspetta la sua “ora”, l’ora suprema della sua vita e della sua missione, l’ora della morte in croce, quando porterà a compimento il suo amore per la Chiesa e per il mondo dando tutto se stesso. Ma proprio a questa festa di nozze, Gesù finirà per dare il suo primo “segno”, un’anticipazione di quelle nozze che lui celebrerà sulla croce, nozze eterne, nella pienezza dell’amore. Gesù prende simbolicamente il posto dello Sposo, sostituendosi a quello terrestre e agendo al suo posto: era infatti dovere dello sposo assicurarsi che ci fosse abbastanza vino per le nozze e questo compito viene assunto ed eseguito da Gesù che poi offre il vino. Il vino è un simbolo molto presente nella Bibbia: parla di quella felicità, di quella festa e di quella gioia che segneranno i tempi della realizzazione del Regno di Dio, indica benessere e gioia ed è simbolo della pace tra Dio e l’umanità. E questo vino è offerto con abbondanza inaspettata, incredibile: 720 litri! Indubbiamente è un po’ troppo anche per un banchetto, se non fosse il segno di un’altra abbondanza, quella della vita che Gesù dona. A Cana Gesù s’inserisce in un matrimonio terreno per offrire un sovrappiù di gioia. Con il suo trasformare l’acqua in vino lascia intendere che c’è un aspetto dell’amore, un “secondo vino”, che è oltre le aspettative umane e di cui lui solo conosce il segreto. Gesù si presenta quindi un po’ misteriosamente come l’invitato indispensabile per la buona riuscita della festa: quando nel matrimonio viene a mancare il vino della gioia, quando c’è il momento della crisi, della prova o della sofferenza, solo Lui può fare il miracolo di trasformare in vino benedetto la nostra povera acqua. Come Gesù ha tolto gli sposi di Cana da una difficile situazione, egli non chiede, ma può dare anche a noi, semplicemente, in sovrabbondanza la possibilità che la festa continui nella gioia. Questo vale per il matrimonio di Cana e per quelli che sono celebrati in tutti i villaggi e le città del mondo. Gesù a Cana svela il senso più profondo del matrimonio: prendendo a prestito “quel” matrimonio per significare le sue nozze con la Chiesa, Gesù ricorda che ogni matrimonio è “sacramento”, cioè segno che richiama al mondo il tenerissimo, fedelissimo, totale, amore di Dio; in questo amore è celebrato ogni matrimonio che diventa capace di essere segno credibile ed efficace di questo amore.

La cacciata dei venditori dal Tempio Anche i sinottici parlano di Gesù che purifica il Tempio, ma solo in Gv Gesù ha in mano una frusta! Questo particolare serve a collocare Gesù nella linea dei profeti (cf. Zc 14,21 «in quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa del Signore degli eserciti»). Gesù vuole che il Tempio ritorni ad essere la “casa del Padre mio”; dicendo così si presenta per la prima volta come “il Figlio di Dio” che sostiene e difende i diritti di Dio, suo Padre. Un mercato non è certo il luogo dove si può incontrare Dio! Bisogna uscire da lì per incontrarlo. Se quel luogo vuol ridiventare la casa del Padre deve cessare di essere luogo di mercato: dev'essere distrutto e ricostruito. Nella luce della Pasqua queste parole di Gesù risuonano come un primo annuncio di morte e risurrezione, ma risulta chiaro anche che il Risorto è il nuovo e definitivo santuario di Dio, «non fatto da mani d'uomo» (Mc 14,58), il vero luogo d'incontro dei figli con il Padre.

Gesù non si fidava di loro C'è tensione tra Gesù e i molti che credettero: egli «non si fidava di loro, perché conosceva tutti». I lettori del Vangelo hanno già saputo della straordinaria conoscenza di Gesù: è l'unico che può rivelare agli uomini chi è Dio (1,18); è il Figlio di Dio (1,34); conosceva Natanaele prima ancora che Filippo lo chiamasse! Perché Gesù però non si fidava di quelli che credettero lo scopriremo nel brano successivo che parla dell'incontro con Nicodemo: anche di lui Gesù non si fidava! Una fede fondata solo sui segni e sulle opere compiute da Gesù non è sufficiente. Ma come si fa a passare da questa fede imperfetta (che però non è totalmente priva di valore) ad una vera fede? Occorre ascoltare la Parola di Gesù e lasciarsi trasformare dallo Spirito Santo.


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