📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

1Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, 2nei quali un tempo viveste, alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle Potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. 3Anche tutti noi, come loro, un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi: eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri. 4Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, 5da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. 6Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, 7per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. 8Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; 9né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. 10Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo. 11Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani nella carne, chiamati non circoncisi da quelli che si dicono circoncisi perché resi tali nella carne per mano d’uomo, 12ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. 13Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. 14Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. 15Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, 16e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. 17Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. 18Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. 19Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. 21In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito.


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Prescritto 1Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, ai santi che sono a Èfeso credenti in Cristo Gesù: 2grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.

Benedizione 3Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. 4In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, 5predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, 6a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. 7In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. 8Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, 9facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto 10per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra. 11In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – 12a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. 13In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, 14il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Rendimento di grazie e signoria di Cristo 15Perciò anch’io, avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, 16continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, 17affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; 18illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi 19e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. 20Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, 21al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro. 22Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: 23essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.

Approfondimenti

In una battuta: quella che viene indicata come la «lettera di san Paolo apostolo agli Efesini», non ha lo stile di una “lettera”, non è stata dettata (né tantomeno scritta) da S. Paolo e non è destinata agli Efesini, tuttavia fa parte del canone del Nuovo Testamento ed è «Parola di Dio».

(cf LETTERA AGLI EFESINI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Aldo Martin © EDIZIONI SAN PAOLO, 2011)

Lode a Dio per il suo mirabile piano di salvezza (Ef 1,3) L’inizio della Lettera agli Efesini è una lode solenne al Padre, ricalcando lo stile e il genere letterario delle benedizioni. L’Apostolo, commosso e rapito al pensiero del meraviglioso progetto di salvezza, architettato da Dio fin dall’eternità, prorompe in un suggestivo inno di lode al “Padre del Signore nostro Gesù Cristo”, perché “ha benedetto con ogni benedizione spirituale” i credenti, collocandoli nella sfera celeste accanto a Sé e in unione con Cristo, unico intermediario fra Dio e gli uomini. È, dunque, giusto e doveroso lodare e “benedire” il Padre celeste: è Lui, il protagonista principale, che benedice, sceglie, destina, dona la grazia, fa conoscere e realizza il suo piano di salvezza, mantiene le promesse donando lo Spirito Santo. Ma, in questo stupendo inno di lode, viene ampiamente messo in risalto il secondo protagonista principale, legato al primo in un rapporto intimo e profondo come quello che unisce un figlio carissimo al padre: il “Signore nostro Gesù Cristo”. Tutto ciò che il Padre compie nel mondo e nella storia umana avviene attraverso Cristo: “in Lui ci ha benedetti”, “in Lui ci ha scelti”, “ci ha dato la sua grazia nel Figlio diletto”. Se il Padre ha l’iniziativa di tutto il progetto della salvezza, il Figlio è il Mediatore di tutte le benedizioni divine a favore dell’umanità. È in Cristo, infatti, che Dio Padre ha concepito, realizzato e portato a termine l’intero disegno della redenzione. Per questi motivi, per l’abbondanza dei doni “spirituali” ricevuti, la comunità cristiana di Efeso è chiamata e sollecitata a benedire il Signore.

Eletti per essere santi e figli (Ef 1, 4-6) L’elezione da parte di Dio avviene in Cristo e per mezzo di Cristo, il Figlio amato. È il frutto di un amore eterno, che ci precede e ci ricrea come “uomini nuovi” per mezzo del battesimo. Solo infatti uniti a Cristo si può essere davvero “santi e immacolati”. La vocazione alla santità coincide con il “nostro essere figli” e si raggiunge, si realizza con un vero amore filiale verso Dio e con una coerente testimonianza di fraterno e sincero amore verso il prossimo. La finalità del piano salvifico di Dio consiste, dunque, nell’esaltazione e nella celebrazione della “gloria”del Padre, rivelatasi soprattutto nell’amorevole benevolenza di aver donato all’umanità il suo stesso “Figlio diletto” come Redentore e Salvatore.

Nel Figlio avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo (Ef 1, 13-14) L’Apostolo, rivolgendosi ai destinatari della Lettera, che non appartenevano al popolo ebraico, sottolinea che anche i pagani possono entrano nel processo salvifico, la cui mèta è la liberazione definitiva promessa da Dio e garantita dal dono dello Spirito Santo. Afferma infatti che avendo ascoltato la “parola della verità”, il Vangelo della salvezza, e avendovi aderito con il loro atto di fede e di adesione a Cristo, anch’essi sono divenuti una proprietà esclusiva di Dio mediante il sigillo dello Spirito Santo, impresso dal sacramento del Battesimo. “Sigillo”, col quale sono stati consacrati “a popolo santo” di Dio, e “caparra” data in anticipo, come garanzia dell’immancabile eredità della vita eterna.


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1Fratelli, se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu. 2Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo. 3Se infatti uno pensa di essere qualcosa, mentre non è nulla, inganna se stesso. 4Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora troverà motivo di vanto solo in se stesso e non in rapporto agli altri. 5Ciascuno infatti porterà il proprio fardello. 6Chi viene istruito nella Parola, condivida tutti i suoi beni con chi lo istruisce. 7Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. 8Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. 9E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. 10Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede. 11Vedete con che grossi caratteri vi scrivo, di mia mano. 12Quelli che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo. 13Infatti neanche gli stessi circoncisi osservano la Legge, ma vogliono la vostra circoncisione per trarre vanto dalla vostra carne. 14Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. 15Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. 16E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. 17D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. 18La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.


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1Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. 2Ecco, io, Paolo, vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. 3E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la Legge. 4Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella Legge; siete decaduti dalla grazia. 5Quanto a noi, per lo Spirito, in forza della fede, attendiamo fermamente la giustizia sperata. 6Perché in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità. 7Correvate così bene! Chi vi ha tagliato la strada, voi che non obbedite più alla verità? 8Questa persuasione non viene sicuramente da colui che vi chiama! 9Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta. 10Io sono fiducioso per voi, nel Signore, che non penserete diversamente; ma chi vi turba subirà la condanna, chiunque egli sia. 11Quanto a me, fratelli, se predico ancora la circoncisione, perché sono tuttora perseguitato? Infatti, sarebbe annullato lo scandalo della croce. 12Farebbero meglio a farsi mutilare quelli che vi gettano nello scompiglio! 13Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. 14Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 15Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! 16Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. 17La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. 18Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. 19Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. 22Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23contro queste cose non c’è Legge. 24Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. 26Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.


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1Dico ancora: per tutto il tempo che l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, benché sia padrone di tutto, ma 2dipende da tutori e amministratori fino al termine prestabilito dal padre. 3Così anche noi, quando eravamo fanciulli, eravamo schiavi degli elementi del mondo. 4Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, 5per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. 6E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!». 7Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio. 8Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, voi eravate sottomessi a divinità che in realtà non lo sono. 9Ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire? 10Voi infatti osservate scrupolosamente giorni, mesi, stagioni e anni! 11Temo per voi di essermi affaticato invano a vostro riguardo. 12Siate come me – ve ne prego, fratelli –, poiché anch’io sono stato come voi. Non mi avete offeso in nulla. 13Sapete che durante una malattia del corpo vi annunciai il Vangelo la prima volta; 14quella che, nella mia carne, era per voi una prova, non l’avete disprezzata né respinta, ma mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù. 15Dove sono dunque le vostre manifestazioni di gioia? Vi do testimonianza che, se fosse stato possibile, vi sareste cavati anche gli occhi per darli a me. 16Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità? 17Costoro sono premurosi verso di voi, ma non onestamente; vogliono invece tagliarvi fuori, perché vi interessiate di loro. 18È bello invece essere circondati di premure nel bene sempre, e non solo quando io mi trovo presso di voi, 19figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi! 20Vorrei essere vicino a voi in questo momento e cambiare il tono della mia voce, perché sono perplesso a vostro riguardo. 21Ditemi, voi che volete essere sotto la Legge: non sentite che cosa dice la Legge? 22Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. 23Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. 24Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar 25– il Sinai è un monte dell’Arabia –; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. 26Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi. 27Sta scritto infatti: Rallégrati, sterile, tu che non partorisci, grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell’abbandonata, più di quelli della donna che ha marito. 28E voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco. 29Ma come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora. 30Però, che cosa dice la Scrittura? Manda via la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera. 31Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera.


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Polemica con i Galati 1O stolti Gàlati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso! 2Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? 3Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne? 4Avete tanto sofferto invano? Se almeno fosse invano! 5Colui dunque che vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della Legge o perché avete ascoltato la parola della fede?

I credenti sono figli di Abramo – seconda tesi 6Come Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia, 7riconoscete dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede.

La benedizione divina è veicolata dalla fede 8E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunciò ad Abramo: In te saranno benedette tutte le nazioni. 9Di conseguenza, quelli che vengono dalla fede sono benedetti insieme ad Abramo, che credette. 10Quelli invece che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge per metterle in pratica. 11E che nessuno sia giustificato davanti a Dio per la Legge risulta dal fatto che il giusto per fede vivrà. 12Ma la Legge non si basa sulla fede; al contrario dice: Chi metterà in pratica queste cose, vivrà grazie ad esse. 13Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno, 14perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito.

Legge e promessa 15Fratelli, ecco, vi parlo da uomo: un testamento legittimo, pur essendo solo un atto umano, nessuno lo dichiara nullo o vi aggiunge qualche cosa. 16Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: «E ai discendenti», come se si trattasse di molti, ma: E alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo. 17Ora io dico: un testamento stabilito in precedenza da Dio stesso, non può dichiararlo nullo una Legge che è venuta quattrocentotrenta anni dopo, annullando così la promessa. 18Se infatti l’eredità si ottenesse in base alla Legge, non sarebbe più in base alla promessa; Dio invece ha fatto grazia ad Abramo mediante la promessa. 19Perché allora la Legge? Essa fu aggiunta a motivo delle trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore. 20Ma non si dà mediatore per una sola persona: ora, Dio è uno solo. 21La Legge è dunque contro le promesse di Dio? Impossibile! Se infatti fosse stata data una Legge capace di dare la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla Legge; 22la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché la promessa venisse data ai credenti mediante la fede in Gesù Cristo.

Lo statuto garantito dalla fede 23Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. 24Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. 25Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. 26Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, 27poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. 28Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. 29Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI GALATI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Stefano Romanello © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)


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La seconda visita a Gerusalemme 1Quattordici anni dopo, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito a una rivelazione. Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti, ma lo esposi privatamente alle persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano.

La non circoncisione di Tito 3Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere; 4e questo contro i falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; 5ma a loro non cedemmo, non sottomettendoci neppure per un istante, perché la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda tra voi.

Comunione tra le autorità di Gerusalemme e Paolo sul suo Vangelo 6Da parte dunque delle persone più autorevoli – quali fossero allora non m’interessa, perché Dio non guarda in faccia ad alcuno – quelle persone autorevoli a me non imposero nulla. 7Anzi, visto che a me era stato affidato il Vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – 8poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per le genti – 9e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi. 10Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare.

Un forte contrasto ad Antiochia 11Ma quando Cefa venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto. 12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. 13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. 14Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?».

Vangelo, giustificazione e Legge 15Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, 16sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno. 17Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo siamo trovati peccatori come gli altri, Cristo è forse ministro del peccato? Impossibile! 18Infatti se torno a costruire quello che ho distrutto, mi denuncio come trasgressore. 19In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, 20e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me. 21Dunque non rendo vana la grazia di Dio; infatti, se la giustificazione viene dalla Legge, Cristo è morto invano.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI GALATI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Stefano Romanello © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

La seconda visita a Gerusalemme Una seconda permanenza di Paolo a Gerusalemme avviene «dopo quattordici anni». Egli spiega così i motivi del viaggio: «presentai loro il Vangelo che annuncio tra le genti». Si noti il gioco di verbi: «presentai» (al passato) il Vangelo che «annuncio» (al presente)! Paolo non ha cambiato modo di annunciare il Vangelo, anche al presente lo annuncia con quelle stesse modalità su cui si è discusso a Gerusalemme, e il risultato di quella discussione interessa anche la Chiesa galata, evangelizzata da Paolo. Gal 2, 1-10 sembra la versione paolina di At 15,1-29, l'importante assise tenuta a Gerusalemme con Paolo e Barnaba, delegati della Chiesa di Antiochia, vertente proprio sulla questione della circoncisione per i pagani che aderivano al Vangelo: per Paolo si tratta di un incontro privato con le sole persone ragguardevoli della comunità. I due testi riferiscono lo stesso episodio da due prospettive diverse. La «rivelazione» che induce Paolo ad andare a Gerusalemme rimarca nuovamente la sua autorità di ricettore della volontà divina ed evidenzia come nessun soggetto ecclesiale gli abbia imposto la visita. In tal caso, infatti, la sua autorità sarebbe risultata irrimediabilmente subordinata. Pertanto è ovvio che egli non si sia recato nella città santa per ricevere una conferma della propria legittimità apostolica che, come appena chiarito, gli deriva da Dio stesso per la rivelazione del Figlio. Al contempo l'esposizione alle autorità gerosolimitane del proprio Vangelo implica una verifica dello stesso e una ricerca di comunione con queste. Le nuove comunità, in prevalenza composte di pagano-cristiani, non possono, per l'apostolo, considerarsi indipendenti dalla Chiesa madre giudeo-cristiana, e che una comunione tra le due dimensioni sia da ricercarsi assolutamente!

La non circoncisione di Tito Tito è un pagano-cristiano, al quale né Paolo e Barnaba prima, né la Chiesa di Gerusalemme, a seguito dell'incontro, hanno imposto la circoncisione. Questa verrebbe invece richiesta da «intrusi falsi fratelli»; dove? È difficile pensare a una loro intrusione a Gerusalemme, per cui si deve supporre una loro venuta ad Antiochia in conformità a quanto detto da At 15,1-2. È proprio l'acceso dibattito suscitato dalla richiesta della circoncisione in tale comunità da parte di persone esterne in essa sopraggiunte, infatti, a causare l'assemblea di Gerusalemme, ed è allora ad Antiochia che Paolo e Barnaba, ancora in atteggiamento congiunto, si oppongono fermamente alla pretesa della circoncisione. Siffatta opposizione non è motivata per ragioni di opportunità tattica, bensì perché in gioco vi è un qualcosa di sostanziale, la «verità» del Vangelo. Inoltre i Galati possono abbastanza esplicitamente rileggere la loro vicenda in quella qui riportata: se Tito non fu costretto a circoncidersi, nemmeno essi, pure pagano-cristiani, lo devono fare. Inoltre quelli che lo pretenderebbero da loro, annunciando un preteso Vangelo diverso (1,6-7), sono in realtà falsi fratelli.

Comunione tra le autorità di Gerusalemme e Paolo sul suo Vangelo Il v. 6 ritorna al confronto con i personaggi ragguardevoli della Chiesa gerosolimitana introdotto al v. 2, chiarendo il punto decisivo: essi non avanzarono richieste ulteriori all'annuncio paolino, ossia non pretesero la circoncisione dei pagani giunti alla fede in Cristo. L'unica richiesta formulata a Paolo non riguarda in alcun modo queste questioni fondamentali, ma lasolidarietà verso i credenti poveri di Gerusalemme, comunità che doveva avere maggiori ristrettezze rispetto a quelle della missione paolina. L'impegno paolino a questo proposito è comprovato dalla collett ache le sue comunità, dietro suo invito, hanno organizzato a tale fine (cfr. 1Cor 16,1-4; 2Cor 8-9; Rm 15,25-27).

Un forte contrasto ad Antiochia La comunione sancita a Gerusalemme si infrange ad Antiochia, ove Paolo prende posizione pubblica contro Pietro. Altri personaggi qui menzionati servono solo a circostanziare l'episodio, che iniziando con la menzione di Pietro e terminando con le parole a lui rivolte da Paolo, s'impernia sui due apostoli. Antefatto di tutto ciò è la commensalità tra pagani ed ebrei ad Antiochia, adottata in un primo momento dallo stesso Pietro. Paolo ci assicura che ad Antiochia Pietro mangiava abitualmente con i non ebrei, ma cambia repentinamente atteggiamento al sopraggiungere di giudeo-cristiani da Gerusalemme, tanto da indurre altri giudeo-cristiani di Antiochia, tra cui lo stesso Barnaba, a seguire la sua nuova scelta. Ciò è decisamente contestato da Paolo. La questione non è quella discussa a Gerusalemme: non si tratta di eventuale circoncisione di pagani, ma delle leggi di purità alimentare per ebrei. Secondariamente, coloro che sono sopraggiunti ad Antiochia non sono «inviati da Giacomo» (per controllare Paolo o quant'altro), ma sono «dalla parte di Giacomo», ossia giudeo-cristiani di Gerusalemme. Risulta che, per tale gruppo, l'accordo sulla non circoncisione dei pagano-cristiani non implicava conseguenze sulla prassi alimentare degli ebrei. È verosimile ipotizzare che a Gerusalemme, nell'assise narrata sopra, la questione alimentare non si fosse posta, avendo tutti i convenuti seguito la prassi di tale comunità. Nella comunità mista di Antiochia, invece, tale prassi non era seguita, di modo che l'arrivo di un gruppo legato all'osservanza delle norme di purità alimentare, che ha contagiato con tale scelta gli altri giudeo-cristiani, ha avuto un effetto dirompente, causando l'esclusione dei pagano-cristiani dalla comunione di mensa con gli altri. Ricordiamo anche che, parlando di mensa, dobbiamo probabilmente includervi la Cena del Signore, cosicché le divisioni che erano in tal modo provocate andavano al cuore di quello che dovrebbe essere il momento manifesto dell'unione comunitaria. E allora si comprende come la posta in gioco sia qui la stessa del dibattito a Gerusalemme. pur nella diversità della questione. Si tratta, cioè, di stabilire la portata fondante dell'evento-Cristo, che permette a chi crede in lui, a qualsiasi etnia appartenga, la vita di fede e di relazione con chi condivide la stessa fede senza discriminazioni di sorta. Nell'episodio di Antiochia Pietro non ha coraggio nel sostenere questa posizione e ciò comporta una relativizzazione di Cristo rispetto alle esigenze della Legge. Il suo atteggiamento è dettato da timore, e conduce altri alla «simulazione», rinnegando le convinzioni maturate sul rilievo dell'evento-Cristo che avevano già portato a ritenere del tutto legittima la commensalità con i pagani, giungendo in tal modo a compromettere la «verità del Vangelo» (cfr. 2,5). Questa va intesa in senso operativo, ossia in una prassi conformata alle esigenze dello stesso. Paolo rivendica per sé tale prassi, dimostrando ancora la sua relazione con il Vangelo, non determinata da criteri di convenienza umana (1,11).

Vangelo, giustificazione e Legge Paolo giunge qui a un'argomentazione concettualmente densa, il cui tenore la distacca da quella precedente, narrativa, e dall'esortazione successiva. Paolo, Pietro e gli altri Giudei che sono giunti a credere in Cristo, hanno operato una ridefinizione radicale delle loro convinzioni previe. Questo atto di fede, infatti, comporta la convinzione che la giustificazione non venga dalla Legge e dalle sue opere, ma dalla fede in Cristo, realtà che nel v. 16 sono continuamente poste in antitesi. Di conseguenza essi, i giudeo-cristiani, sono giunti anche alla convinzione che la distinzione tra ebrei e pagani peccatori non ha motivo di sussistere. Il verbo «giustificare» ha alla radice il concetto di «giustizia», che è, nell'accezione ebraica ma non solo, sicuramente relazionale. «Essere giusto con» un soggetto, infatti, significa che sono in relazione con lui, e che tale relazione comporta diritti e obbligazioni reciproci che il giusto osserva. Qui Paolo traspone la categoria della giustizia nella nostra relazione con Dio e, in maniera sorprendente, assicura che è Dio a introdurci in una giusta relazione con lui, e lo fa (il verbo ricorre qui sempre al passivo divino!) in maniera assolutamente gratuita, senza che ci venga richiesta alcuna condizione previa. È una convinzione che Paolo condivide con i giudeo-cristiani, e deriva dalla comprensione dell'agire di Dio in Cristo. Questi, infatti «ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci dal presente secolo malvagio secondo la volontà di Dio e Padre nostro» (1.4), e così facendo rende a noi possibile la nostra relazione con Dio. Ne consegue che questa relazione non può instaurarsi per le «opere della Legge». Tale dinamica ci è resa invece possibile affidandoci a quello che Dio ha operato in Cristo, ossia dalla «fede in Cristo». Qui il termine «fede» è ambivalente: oltre alla nostra fede riposta in Cristo, potrebbe indicare pure la «fedeltà», «l'affidabilità» o persino «l'affidamento» al Padre dimostrato da Cristo nella sua vita obbediente sino alla morte. Inoltre, avendo già chiarito che l'opera della giustificazione parte da un agire incondizionato di Dio, sembra logico attendersi l'enunciazione del corrispettivo umano che permette di accogliere tale agire, e questa è la fede, ossia l'affidarsi ad esso. Infine in 3.2.5 «le opere della Legge» sono poste in antitesi con «l'ascolto della fede», locuzione che, nuovamente, ha come soggetto indiscusso i credenti. Tutto questo rappresentava una convinzione condivisa dei giudeo-cristiani. Ma Paolo, ai vv. 17-18, trae da essa delle conseguenze che non dovevano essere colte come tali da Kefa ad Antiochia, né dai cristiani della Galazia.


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Prescritto 1Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia: 3grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Biasimo degli interlocutori 6Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro vangelo. 7Però non ce n’è un altro, se non che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! 9L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! 10Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!

La natura del Vangelo di Paolo – prima tesi 11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

La rivelazione del Figlio di Dio 13Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, 14superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. 15Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque 16di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco.

L'indipendenza di Paolo dalla Chiesa di Gerusalemme 18In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Cefa e rimasi presso di lui quindici giorni; 19degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 20In ciò che vi scrivo – lo dico davanti a Dio – non mentisco. 21Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilìcia. 22Ma non ero personalmente conosciuto dalle Chiese della Giudea che sono in Cristo; 23avevano soltanto sentito dire: «Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere». 24E glorificavano Dio per causa mia.

Approfondimenti

(cf LETTERA AI GALATI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Stefano Romanello © EDIZIONI SAN PAOLO, 2014)

Prescritto Paolo scrive la lettera in quanto «apostolo»; quello dell'apostolo è un ministero specifico, propri odi chi ha fatto esperienza del Signore risorto (1Cor 9,1-2; 15,8-10), e perciò è abilitato a fondare comunità cristiane in cui ha una posizione di autorevolezza unica (1Cor 12,28). L'apostolo Paolo invoca il nome di «Dio Padre» e del «Signore Gesù Cristo» sui Galati, perché abbiano «grazia» e «pace». Il primo sostantivo da una parte riflette il verbo utilizzato nei saluti epistolari profani nel senso di «sta' bene», ma dall'altra assume il più pregnante senso di bene salvifico gratuitamente elargito da Dio mediante Cristo, che verrà invocato nuovamente nei saluti finali (6,18). Il secondo esprime lo shalom ebraico, ossia la pienezza della condizione salvifica propria dell'era messianica. Si coglie già, con la scelta di tali termini, la duplice radice culturale, greca-ellenista ed ebraica, di Paolo. Singolare è poi l'appendice dei vv. 4-5, che costituisce la prima delle originali riformulazioni paoline, presenti nella lettera, di un dato fondante della fede: la dimensione salvifica della morte di Cristo. Perché una tale appendice? Forse l'immediato porre all'attenzione dei lettori l'opera salvifica di Cristo fa sospettare che la sua valenza era da loro persa di vista. Il seguito della lettera permetterà di verificare quest'ipotesi.

Biasimo degli interlocutori Contrariamente alle altre lettere, Paolo non s'introduce nell'argomentazione con un rendimento di grazie, ma con un esplicito biasimo dei suoi interlocutori! Questo rivela la serietà della posta in gioco: l'adesione autentica, o la defezione, dei Galati al Vangelo. Infatti i termini «Vangelo» e «annunciare il Vangelo» ricorrono qui cinque volte, dando unità letteraria al brano. L'ultimo versetto, volgendo l'attenzione alla condotta di Paolo, funge da transizione alla successiva sezione autobiografica. I Galati sono stati oggetto di una chiamata salvifica da parte di Dio, e ciò è avvenuto proprio grazie all'annuncio evangelico offerto loro da Paolo. Ora, però, stanno passando a un qualcosa di diverso. La defezione è in atto e motiva l'intervento senza mezzi termini dell'apostolo, che così si prefigge di ripristinare il giusto stato delle cose. Tale incipiente defezione era causata da predicatori sopraggiunti nella comunità. Il contenuto della loro predicazione non è qui esplicitato, sia perché conosciuto dai Galati, sia perché l'apostolo intende così portare l'attenzione sull'autentica posta in gioco della questione. L'attenzione così rimarcata al «Vangelo» si capisce perché l'adesione allo stesso è garanzia e condizione della salvezza (1Cor 15,1-2: Rm 10,9), proprio perché esso è l'annuncio dell'opera liberante di Cristo (Gal 1,4). Ne consegue che chi lo stravolge si pone al di fuori dal regime di salvezza in esso veicolato, in una condizione di “anatema”. Alla lettera il termine greco significa «offerta votiva». Nella Settanta denota anche ciò che dev'essere votato allo sterminio dagli Israeliti, perché in qualche modo proprietà di Dio e non a loro disposizione (corrisponde al termine ebraico che si trova, per esempio, in Gs 6,16-17;7,1.11-13: 22,20); con tale accezione passa in Paolo. Con questo termine però lui (al pari degli altri autori del NT) non intende un'azione umana; piuttosto invoca una sorta di giudizio di Dio su chi si oppone al Vangelo.

Nell'antichità un'argomentazione era considerata credibile se anche l'oratore lo era! Per cui questi poteva presentare all'uditorio la propria integrità (ethos). Paolo lo fa, a conclusione di questi versetti, rimarcando come la sua esistenza sia totalmente orientata a Dio. Egli, in realtà, cerca il consenso degli uomini, non a sé, ma al Vangelo, come detto chiaramente in 2Cor 5,11. Qui intende, però, un atteggiamento opportunista e adulatorio, da cui egli sicuramente rifugge (cfr. 1Ts 2,4); tale sua rivendicata rettitudine d'intenzione è ciò che gli ha permesso queste righe decise, e che sarà poi descritta estesamente nell'argomentazione successiva.

La natura del Vangelo di Paolo – prima tesi Il tenore biasimante dell'esordio è qui proseguito. Esso però non è totalizzante, tale da far dimenticare che c'è un effettivo terreno di comunione tra l'apostolo e la comunità, i cui membri vengono qualificati «fratelli». Essi sono interpellati a riconoscere l'autentica natura del Vangelo paolino, che non è d'indole umana e nemmeno segue criteri umani. In caso contrario, Paolo cercherebbe di accattivarsi un consenso umano, ma egli può ben rivendicare di essere libero da ciò (v. 10), e la successiva narrazione autobiografica lo chiarirà. La precisazione del v. 12, che verte sull'origine non umana del Vangelo, risulta pertanto una sua parziale spiegazione. Con essa veniamo assicurati del fatto che il Vangelo è giunto a Paolo «mediante una rivelazione di Gesù Cristo». La locuzione è da intendersi sia in senso soggettivo, indicando in Cristo l'autore di una rivelazione che esclude che soggetti umani siano all'origine della consegna del Vangelo a Paolo, sia in senso oggettivo, facendo intendere che Dio Padre è all'origine ultima di tale episodio di rivelazione che ha per contenuto Cristo risorto (così si esprimeranno i vv. 15-16). D'altronde, l'agire di Cristo e quello del Padre ormai coincidono, giacché Cristo, glorificato, è colui che condivide nella pienezza della vita gloriosa di Dio e, quindi, anche della sua opera (cfr. 1,1.3). Ad ogni buon conto Paolo continua a rimarcare il proprio ethos, assicurando che egli non è un anello intermedio di una catena di trasmissione del Vangelo. Avendolo ricevuto per rivelazione divina, lo annuncia perché abilitato a tale missione da Dio stesso: è, quindi, apostolo nel senso pregnante del termine (cfr. 1,1).

La rivelazione del Figlio di Dio I versetti sono incorniciati dalla menzione della vita di Paolo prima (vv. 13-14) e dopo (vv. 16b-17) l'incontro con il Risorto, enfatizzando a chiare lettere la diversità: il persecutore diviene apostolo. Al centro (vv. 15-16a), nel dovuto rilievo, è situata la narrazione dell'iniziativa divina in Paolo che opera la svolta. Sottolineata da un «quando» che si contrappone al previo «un tempo». Paolo potrà ancora dirsi appartenente al popolo giudaico (2,13-15; cfr. Rm 11,1;2 Cor 11,22), ma in una forma che lo porta a una condotta radicalmente diversa da quella di un tempo. La sua condotta non lo preparava certo a ricevere il Vangelo. Se questo è avvenuto, lo è stato grazie solamente all'iniziativa gratuita di Dio, che ha manifestato il Figlio Risorto nella vita di Paolo, e tale gratuità è sottolineata dalle espressioni del v. 15 («chiamò mediante la sua grazia»; «compiacque»). Anche i profeti, nell'Antico Testamento, colgono la loro missione totalmente dipendente dalla chiamata loro rivolta da Dio, e la fraseologia utilizzata qui dall'apostolo richiama più da vicino la vocazione di Geremia («Prima che ti formassi nell'utero ti ho conosciuto, prima che uscissi dal grembo ti ho consacrato; profeta delle nazioni ti ho designato»; Ger 1,5) e quella del Servo di YHWH («YHWH dal ventre mi ha chiamato, dalle viscere di mia madre ha pronunciato il mio nome»; Is 49,1). È possibile che ciò sia dovuto anche al fatto che questi profeti rivolgessero la propria missione pure al di fuori di Israele (per il Servo di YHWH vedi Is 49,6), a ogni modo Paolo coglie questa sua esperienza in stretta continuità con la tradizione dei profeti d'Israele. Il v. 16, però, dice un qualcosa che eccede enormemente le vocazioni profetiche: a Paolo, infatti, Dio rivela «suo Figlio». Nulla di più è detto sulle modalità della rivelazione, ma dalla narrazione degli Atti sappiamo che è stata un'esperienza del Risorto (At 9,1-9; 22,6-16: 26,12-18). Ora, proprio dalla risurrezione Paolo coglie l'identità profonda di Gesù, quella di Figlio di Dio a titolo unico (Rm 1,4), che può rendere anche noi partecipi del suo statuto (Gal 3,26 4.7). La risurrezione, infatti, è l'agire escatologico di Dio che, unico, può far trionfare la vita sulla morte. Se questo è manifesto in Cristo, allora egli dev'essere non uno dei tanti profeti inviati da Dio, ma colui che veicola personalmente in sé la presenza stessa di Dio, colui che è relazionato a Dio a titolo unico, ossia suo Figlio. Tale rivelazione coinvolge Paolo in una relazione del tutto singolare, palesata dalla locuzione «rivelare in me», che indica una comunione continua (cfr. Gal 2, 19-20). Si spiega, allora, il repentino cambiamento avvenuto in Paolo, che non ritiene più le «tradizioni dei padri» veicolo della rivelazione definitiva di Dio, bensì il suo Figlio, il quale non dev'essere più avversato nei suoi seguaci ma, al contrario, testimoniato come persona vivente. È verosimilmente già per operare un primo annuncio che egli si reca nel regno degli Arabi Nabatei (v. 17), in una missione che non è dipendente da alcun soggetto umano; la rivelazione del Figlio abilita Paolo ad essere suo apostolo e annunciatore. Da lì egli ritorna a Damasco, suggerendo così che la rivelazione del Figlio sia avvenuta nei pressi di quella città, proprio come detto dalle narrazioni degli Atti. La svolta causata in Paolo dalla rivelazione del Risorto è stata enorme, ma non tale da poter essere qualificata «conversione». Egli, infatti, si riterrà ancora appartenente al popolo ebraico, citerà le sue Scritture come voce divina, e riporterà la fondamentale professione di fede ebraica sull'unicità di Dio (Dt 6,4) nelle sue lettere (cfr. Rm 3,20; 1Cor 8,6: Gal 3,20). Nella rivelazione di Damasco tale fede trova piuttosto il suo compimento, che comporta pure un ripensamento radicale delle tradizioni in essa veicolate, come verrà motivato con forza, anche polemica, proprio nella lettera che qui leggiamo. Tutto questo, però, senza giungere alla smentita dei tratti costitutivi della fede d'Israele.

L'indipendenza di Paolo dalla Chiesa di Gerusalemme Paolo sale a Gerusalemme solo tre anni dopo l'incontro con il Risorto, per fare la conoscenza di “Cefa”. Non viene chiarito perché senta il bisogno di questa conoscenza, né la dinamica del suo soggiorno. Possiamo però dedurre da una parte che egli riconosce l'autorità di Pietro – nonostante le polemiche che lo vedranno con lui coinvolto, come in seguito dirà –, ma, dall'altra, che questo non comporti il ricevere da quegli il Vangelo. L'autorità apostolica di Paolo deriva dal suo incontro con il Risorto; Pietro, solo in seguito, la riconoscerà (2,9). Oltre a Pietro egli vede anche Giacomo. Questi è il personaggio conosciuto dalla tradizione sinottica come uno dei parenti di Gesù (Mc 6,3 // Mt 13,55), che guiderà la Chiesa di Gerusalemme a capo del collegio dei presbiteri (At 12,17; 15,13; 21,18). Non va confuso con Giacomo di Zebedeo, uno dei Dodici, tra i primi chiamati da Gesù stando ai Sinottici (Mc 1,19 // Mt 4,21), ucciso da Erode nel 42d.C. (At 12,2), né con Giacomo di Alfeo, un altro dei Dodici. In quanto destinatario delle apparizioni del Risorto, anche Giacomo può essere annoverato tra gli apostoli (1Cor 15,7), pur non essendo uno dei Dodici. La sua menzione nel racconto paolino suggerisce il ruolo di rilievo già da lui assunto a Gerusalemme. Tutta questa sezione rileva l'indipendenza di Paolo da Gerusalemme, e il fatto che egli sia divenuto apostolo grazie all'iniziativa di Dio. La conclusione lo rimarca, attraverso la menzione della lode delle stesse comunità giudaiche, che riconoscono come, in lui, l'opera di Dio abbia reso apostolo un persecutore.


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Preparativi della visita 1Questa è la terza volta che vengo da voi. Ogni questione si deciderà sulla dichiarazione di due o tre testimoni. 2L’ho detto prima e lo ripeto ora – allora presente per la seconda volta e ora assente – a tutti quelli che hanno peccato e a tutti gli altri: quando verrò di nuovo non perdonerò, 3dal momento che cercate una prova che Cristo parla in me, lui che verso di voi non è debole, ma è potente nei vostri confronti. 4Infatti egli fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi siamo deboli in lui, ma vivremo con lui per la potenza di Dio a vostro vantaggio.

Esortazione alla revisione di vita 5Esaminate voi stessi, se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi? A meno che la prova non sia contro di voi! 6Spero tuttavia che riconoscerete che la prova non è contro di noi. 7Noi preghiamo Dio che non facciate alcun male: non per apparire noi come approvati, ma perché voi facciate il bene e noi siamo come disapprovati. 8Non abbiamo infatti alcun potere contro la verità, ma per la verità. 9Per questo ci rallegriamo quando noi siamo deboli e voi siete forti. Noi preghiamo anche per la vostra perfezione. 10Perciò vi scrivo queste cose da lontano: per non dover poi, di presenza, agire severamente con il potere che il Signore mi ha dato per edificare e non per distruggere.

PostScriptum 11Per il resto, fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. 12Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. 13La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.

Approfondimenti

(cf SECONDA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Francesco Bianchini © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

Preparativi della visita Al v. 1 per la quarta volta Paolo fa menzione della sua terza visita a Corinto: ormai non si tratta più di un puro annuncio ma di una certezza che spinge a volgersi a una vera e propria preparazione di essa. Così l’apostolo afferma che, giungendo dai destinatari, seguirà la regola di Dt 19,15, secondo la quale ogni questione sarà esaminata sulla testimonianza di due o tre persone. Il v. 2 richiama ancora l’imminente arrivo a Corinto, mettendo però in risalto l’intervento punitivo di Paolo come conseguenza del procedimento di giudizio appena presentato. Le ammonizioni dell’apostolo, presentate nell’ambito della sua seconda visita, avevano prodotto successivamente un certo risultato positivo nella comunità (7,5-16) ma poi, a causa dell’influsso degli avversari, i Corinzi erano ritornati ai loro comportamenti scorretti. Il riferimento è probabilmente alle tendenze disgregatrici e agli abusi in campo sessuale dei quali si è trattato in 12,20-21 e che per Paolo rappresentano non problemi di singoli o di gruppi isolati, ma questioni riguardanti l’intera comunità e la sua crescita nella fede. Al v. 3 giunge la motivazione del comportamento non indulgente di Paolo con un ritorno anche al binomio debolezza/forza, che campeggiava nel discorso del folle. Inoltre la questione della capacità di parlare era al centro della tesi di 11,5-6. ora l’apostolo dice conclusivamente che, come negli antichi profeti, il Signore si esprime attraverso di lui. Ciò è indicazione della forza di Cristo, che può agire anche attraverso la debolezza degli strumenti umani (cfr. 12,9) e che è già in azione nella comunità nei segni compiuti da Paolo stesso (cfr. 12,12) e in tutti i doni di grazia concessi ai Corinzi (cfr. 9,8). Il v. 4 spiega il precedente e mette in collegamento la debolezza e la potenza di Cristo con quella di Paolo. Egli, infatti, dice che Cristo è stato crocifisso a causa della debolezza della natura umana da lui assunta, ma come risorto vive in forza della potenza di Dio. In conseguenza di tutto questo l’apostolo sperimenta nella fragilità della sua umanità, per mezzo della sua unione con Cristo, già la vita segnata dalla dinamica della risurrezione che opera anche nei destinatari. Il parallelo tra Cristo e Paolo nell’ambito del paradossale binomio debolezza/forza vuole così definitivamente accreditare e av- valorare l’autorità apostolica del secondo presso i Corinzi, in vista della sua terza visita.

Esortazione alla revisione di vita Se nei versetti precedenti Paolo aveva parlato della prova della sua autenticità apostolica, attestata da un paventato intervento disciplinare, ora al v. 5 mette in campo l’esigenza di un’autovalutazione critica da parte dei Corinzi, in modo anche da evitare di infliggere la suddetta punizione. Infatti, egli esorta i destinatari a esaminare piuttosto se stessi, così da valutare se effettivamente vivono la fede cristiana. Al v. 6, dopo avere chiesto ai Corinzi di esaminarsi, Paolo torna a parlare di sé in vista della sua terza visita a Corinto. Egli esprime così la speranza che i destinatari possano riconoscere che egli non è disapprovato. L’apostolo manifesta il desiderio che, in occasione della propria venuta, i Corinzi non diano più credito alle accuse formulate nei suoi confronti sotto l’influsso degli avversari e riconoscano l’autenticità del suo apostolato. Questo auspicio è un secondo risultato del processo di discernimento proposto ai destinatari nel versetto precedente: i Corinzi, verificando se stanno davvero camminando nella fede, riconosceranno anche il valore e la grandezza del ministero di Paolo al quale è dovuto proprio il loro itinerario cristiano (cfr. 10,15). Con il v. 7 l’attenzione dell’apostolo si volge di nuovo verso i destinatari, riportando l’invocazione che egli innalza a Dio per loro. L’apostolo intende sottolineare che il suo fine ultimo non è quello di superare la prova come vero inviato di Dio, ma il bene dei Corinzi. Infatti, se i destinatari cambieranno il loro modo di agire, Paolo non avrà occasione di mostrare la sua forte autorità apostolica con un’azione disciplinare nei loro confronti. Al v. 8 Paolo afferma di non potere fare nulla contro la verità, ma solo ciò che è al suo servizio. Che la verità si difenda da sola e che sia necessario arrendersi a essa da parte dell’uomo saggio è affermato sia in ambito greco che biblico-giudaico (cfr. Sir 4,25.28; 3 Esdra 4,35.38). Tuttavia l’apostolo, in maniera originale, lega la verità a Cristo e al suo Vangelo (cfr. 2Cor 11,10; Gal 2,5.14). Il v. 9 si ricollega al v. 7 come sua seconda motivazione, immettendo in 2 Corinzi B per la prima e unica volta il motivo della gioia. Così Paolo afferma di rallegrarsi quando lui risulta debole e i destinatari forti. Inoltre, aggiunge di pregare per il riordinamento della comunità corinzia. Il binomio debolezza/forza, ripreso dai vv. 3-4, è qui applicato soprattutto alla speranza che l’apostolo ha di non dovere mostrare la sua autorità disciplinare in occasione della prossima terza visita a Corinto: se egli non sarà costretto a intervenire con un’azione punitiva, risulterà ancora una volta debole (cfr. 10,10; 11,6); d’altra parte, ciò significa che i destinatari saranno provati forti nella fede (cfr. 13,5). Il v. 10 conclude le indicazioni preparatorie della terza visita, menzionando il motivo dello scrivere, tipico delle conclusioni delle epistole paoline (cfr., p. es., Rm 15,21; Gal 6,11; 1ts 5,1; Fm 21), ritornando su quello presenza-assenza e specificando una ragione per l’estensione di 2 Corinzi B. Egli, infatti, afferma che ha scritto queste cose da lontano per evitare di dovere intervenire con tagliente severità al momento della sua venuta, dato che l’autorità apostolica ricevuta da Dio è in vista dell’edificazione e non della distruzione della comunità. Come già sottolineato con le stesse parole in 10,8 e in 12,19, Paolo ha di mira la crescita spirituale della sua comunità e non il suo annichilimento. Per questo nel brano che ora termina egli ha chiesto insistentemente ai Corinzi di compiere un cambiamento sostanziale di atteggiamento in vista del suo arrivo da loro.

Post Scriptum Nell’antichità il Post Scriptum non ha la specifica funzione di aggiungere quanto è stato dimenticato nel corpo della lettera, secondo quello che avviene per noi oggi; in epoca classica riveste valore giuridico, di autenticazione della lettera, scritta normalmente da un segretario. Così accade, con ogni probabilità, anche nelle lettere paoline, poiché alcune volte, alla fine delle medesime, l’apostolo segnala il suo intervento autografo (cfr. 1Cor 16,21; Gal 6,11; Col 4,18; 2ts 3,17; Fm 19). L’importanza del Post Scriptum nelle lettere paoline può essere individuata nel fatto che esso contribuisce a mettere le Chiese in contatto le une con le altre e quindi a farle crescere nella comunione, basata sul medesimo dono di grazia ricevuto da Dio. Inoltre, questo elemento epistolare assume di tanto in tanto la funzione di ricapitolare i temi trattati nella lettera (cfr. Gal 6,12-17; 1tm 6,20-21; Fm 21). Nella sua laconicità, da una parte, il Post Scriptum di 2Cor 13,11-13 propone i seguenti usuali elementi: ultime raccomandazioni (v. 11), saluti (v. 12), benedizione (v. 13); dall’altra, non menziona, contrariamente al solito, nessuno dei nomi dei destinatari. Il motivo potrebbe essere che Paolo, per scongiurare il pericolo di fomentare ulteriori divisioni nella comunità, eviterebbe di ricordare alcuni a scapito di altri. Con il v. 11 sono introdotte le ultime raccomandazioni dell’apostolo ai Corinzi attraverso una serie di cinque imperativi presenti, che suggeriscono un’azione continua e duratura, ai quali segue una promessa divina. Egli si rivolge ai destinatari come fratelli e li invita a rallegrarsi, a correggersi ed esortarsi vicendevolmente, a tenere lo stesso orientamento cristiano di vita e a stare in pace nella comunità. All’esortazione fa da pendant l’affermazione che Dio, fonte dell’amore e della pace, sarà in mezzo a loro, condizione indispensabile per poter realizzare quanto qui l’apostolo ha richiesto loro in preparazione alla sua imminente visita. Al v. 12 si passa ai saluti, attraverso i quali Paolo mette in contatto i cristiani del luogo dal quale scrive con quelli ai quali egli si rivolge. Qui l’apostolo invita i destinatari a scambiarsi il bacio santo e invia i saluti per loro da parte dei cristiani macedoni. La pratica di baciarsi era già diffusa nel mondo antico in diversi contesti e per differenti scopi: tra amanti, in famiglia, con gli amici, all’interno di gruppi religiosi al fine di esprimere affetto, riconciliazione, fratellanza, rispetto. Paolo specifica che quello che i credenti debbono darsi vicendevolmente è «il bacio santo», perché essi sono chiamati alla santità. Attraverso questo segno egli insiste ancora sull’unità da promuovere nella Chiesa divisa di Corinto. Successivamente il «bacio» da scambiare sarà indicato come un elemento proprio della celebrazione eucaristica (Giustino, Apologia 1,65); in 2Cor 13,12 si può soltanto pensare a un gesto proprio di un’assemblea comunitaria che poteva avere un carattere liturgico (cfr. 1pt 5,14). Il v. 13 finale è costituito da un’originale benedizione, contenente l’asserzione trinitaria più chiara di tutto l’epistolario attribuito a Paolo. Infatti, l’apostolo benedice tutti i Corinzi, menzionando i doni della grazia, dell’amore e della comunione che provengono rispettivamente da Cristo, da Dio e dallo Spirito Santo. Come negli altri Post Scriptum paolini, qui si presenta il contenuto, la fonte divina e i destinatari della benedizione, ma con una rilevante espansione verso un’embrionale teologia delle persone divine. Tale dottrina sarà sviluppata in maniera compiuta solo successivamente. tuttavia, di essa si trovano altre tracce nel nuovo testamento, per esempio, nel passaggio paolino di 1Cor 12,4-6 o nella formula battesimale di Mt 28,19. Così, se al v. 11 Paolo aveva promesso la continua presenza di Dio nella comunità di Corinto, ora al v. 13 invoca su questa i doni divini. In fondo l’apostolo affida la Chiesa destinataria a Dio, solo al quale essa appartiene, con la speranza che grazie all’azione divina possa ritrovare la strada perduta. E, in effetti, dalla conclusione di romani, scritta con ogni probabilità a Corinto, è da presumere un esito positivo, grazie anche alla sofferta 2 Corinzi B, nella relazione tra Paolo e la sua comunità, con il completamento della colletta (cfr. Rm 15,26).


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L’inversione dell’elogio di sé 1Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. 3E so che quest’uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – 4fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare. 5Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. 6Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me 7e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni. Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. 8A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Riepilogo sulla superiorità di Paolo rispetto agli avversari 11Sono diventato pazzo; ma siete voi che mi avete costretto. Infatti io avrei dovuto essere raccomandato da voi, perché non sono affatto inferiore a quei superapostoli, anche se sono un nulla. 12Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli. 13In che cosa infatti siete stati inferiori alle altre Chiese, se non in questo: che io non vi sono stato di peso? Perdonatemi questa ingiustizia!

Difesa del comportamento di Paolo e dei collaboratori 14Ecco, è la terza volta che sto per venire da voi, e non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi. Infatti non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli. 15Per conto mio ben volentieri mi prodigherò, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Se vi amo più intensamente, dovrei essere riamato di meno? 16Ma sia pure che io non vi sono stato di peso. Però, scaltro come sono, vi ho preso con inganno. 17Vi ho forse sfruttato per mezzo di alcuni di quelli che ho inviato tra voi? 18Ho vivamente pregato Tito di venire da voi e insieme con lui ho mandato quell’altro fratello. Tito vi ha forse sfruttati in qualche cosa? Non abbiamo forse camminato ambedue con lo stesso spirito, e sulle medesime tracce?

Rimprovero dei destinatari 19Da tempo vi immaginate che stiamo facendo la nostra difesa davanti a voi. Noi parliamo davanti a Dio, in Cristo, e tutto, carissimi, è per la vostra edificazione. 20Temo infatti che, venendo, non vi trovi come desidero e che, a mia volta, venga trovato da voi quale non mi desiderate. Temo che vi siano contese, invidie, animosità, dissensi, maldicenze, insinuazioni, superbie, disordini, 21e che, alla mia venuta, il mio Dio debba umiliarmi davanti a voi e io debba piangere su molti che in passato hanno peccato e non si sono convertiti dalle impurità, dalle immoralità e dalle dissolutezze che hanno commesso.

Approfondimenti

(cf SECONDA LETTERA AI CORINZI – Introduzione, traduzione e commento – a cura di Francesco Bianchini © EDIZIONI SAN PAOLO, 2015)

L’inversione dell’elogio di sé Il v. 1, da una parte, continua a essere legato agli ultimi versetti del capitolo precedente dal punto di vista argomentativo e terminologico (cfr. «bisogna vantarsi», 11,30); dall’altra, introduce con una titolatura sulle visioni e sulle rivelazioni il testo successivo sino al v. 10. infatti, Paolo afferma che, seppur il vantarsi non sia conveniente, egli parlerà dei fenomeni estatici la cui personale esperienza deriva dall’intervento del suo signore. Ancora una volta l’apostolo ricorda che di per sé il vantarsi non è utile né per il singolo né per la comunità, tuttavia nel presente contesto c’è la necessità di replicare agli avversari; inoltre il suo ormai comincia a essere un vanto «nel Signore» e per questo accettabile (cfr. 10,17). In maniera sorprendente, al v. 2 Paolo comincia a parlare di una visione da lui ricevuta, riferendosi a sé in terza persona. Paolo attua un processo di transfert lodando, a motivo delle esperienze estatiche, non la propria persona ma il suo “io” ormai «in Cristo» e perciò scorto a distanza come un altro uomo: di sé non potrà altro che vantarsi delle debolezze (cfr. v. 5). L’apostolo, dunque, sostiene di sapere che un credente in Cristo, in ragione del legame con lui, quattordici anni prima rispetto al momento nel quale scrive la lettera, fu rapito da Dio al terzo cielo. Se questa sia stata un’esperienza corporea o extra-corporea Paolo lo ignora e solo il suo Signore può saperlo: con ciò si sottolinea l’aspetto divino e al di là dell’umana comprensione di quanto è accaduto. Paolo indica di essere giunto al terzo cielo, indicando così il limite massimo di un qualsiasi rapimento estatico che va a coincidere, secondo il v. 4, con lo stesso paradiso. I vv. 3-4 svelano e contemporaneamente velano l’esperienza mistica accaduta a Paolo. Infatti, nel v. 3 egli anzitutto ripete di non sapere se l’uomo in questione fosse fuori o dentro del corpo e che solo Dio ne è a conoscenza. Poi al v. 4 prosegue col dire che nel suo rapimento in paradiso udì parole inesprimibili che nessun uomo ha la capacità di comunicare. Così l’evento ha coinvolto non soltanto la vista, ma anche la facoltà uditiva e ha comportato un’esperienza della meta finale dell’esistenza dei credenti che per Paolo è costituita più che da un luogo da un incontro, quello con il Signore Gesù (cfr. 1Ts 4,17). Al v. 5 Paolo ritorna a parlare del vanto, indicando la chiave di lettura con la quale leggere le sue esperienze estatiche e riproponendo il ritornello del v. 1. Le visioni e le rivelazioni ricevute sono da considerarsi come un puro dono ricevuto da Dio, mentre le fragilità e i limiti sono propri dello stesso apostolo. Al v. 6 Paolo non riferisce a proprio merito le esperienze estatiche, invece, riguardo a sé, invita i Corinzi a considerarlo per quello che egli è come persona. L’apostolo desidera pure evitare che gli ascoltatori possano erroneamente leggere nel suo rapimento un motivo di vanto carnale. Infine, nel v. 6 Paolo aggiunge l’indicazione di guardare al suo esempio di vita e al suo insegnamento. Si comincia così a intravedere una progressione argomentativa nelle prove del vanto di sé invertito di 11,30–12,10: dalla fuga da Damasco, che mostra come Paolo non sia un eroe indefesso, alle visioni e rivelazioni che indicano il passaggio alla sua nuova identità in Cristo, al climax della «spina nella carne», dove l’elogio è quello delle proprie debolezze, cosicché Cristo dimori pienamente nella persona dell’apostolo. Al v. 7 il testo diventa ridondante ed enfatico proprio per segnalare l’arrivo al culmine del percorso argomentativo. Le visioni e le rivelazioni ricevute potevano essere mal comprese non solo dai Corinzi, come evocato in 12,6, ma dallo stesso apostolo, che avrebbe potuto farne motivo di un vanto individuale. Così Dio gli ha dato la «spina nella carne», che allo stesso tempo rappresenta una realtà mandata da satana per umiliarlo. Questa sorprendente coincidenza operativa è da spiegarsi probabilmente nel senso di una permissione divina secondo la quale Satana si trova, pur essendo sottoposto alla volontà di Dio, libero di operare il male nei confronti di uno dei suoi prediletti, ma con relativi effetti ultimi positivi (cfr. Gb 1,8-12; 2,3-6, 1Cor 5,5). L’apostolo non ci dice niente della natura della «spina nella carne», bensì soltanto quello che gli sta più a cuore, cioè la sua funzione rispetto al vanto nella debolezza. Raccogliendo le scarne indicazioni provenienti dal testo, notiamo che la «spina nella carne» è vista in stretta relazione con le summenzionate esperienze estatiche paoline, deve essere un dolore che colpisce a livello fisico, è una condizione permanente (cfr. 12,8), ha un’origine divina e una manifestazione legata all’azione di colui che è causa prima di ogni male dell’uomo, infine mostra un carattere umiliante e costituisce una debolezza personale. In considerazione di questi elementi è preferibile vedere nella famosa espressione una malattia fisica che affligge cronicamente l’apostolo e che lo rende fragile e disprezzabile di fronte ai suoi interlocutori (cfr. 2Cor 10,10; Gal 4,13-14), condizione che dovrebbe essere di impedimento alla missione, mentre paradossalmente ne diventa occasione, perché permette il dispiegarsi della potenza di Cristo (cfr. vv. 9-10). Nonostante Paolo nel versetto precedente abbia segnalato la finalità positiva e voluta da Dio della «spina nella carne», al v. 8 egli ricorda di avere pregato tre volte affinché il Signore lo liberasse da tale «angelo di Satana». Questa duplicità di aspetti, come anche la frequenza della supplica, sembra richiamare la triplice invocazione di Gesù nel Getsemani, dove da una parte chiede di non bere il calice della sua passione, dall’altra si affida alla volontà del Padre (cfr. Mt 26,39-44; Mc 14,32-42; Lc 22,39-46). Al v. 9 la risposta di Cristo è riportata da Paolo, a differenza di quanto udito al terzo cielo, ed è addirittura presentata in un discorso diretto, unico oracolo del risorto nelle lettere paoline; esso richiama le «rivelazioni del Signore» menzionate al v. 1. La risposta di Cristo non si situa allo stesso livello della richiesta dell’apostolo, perché non è guarito dalla sua malattia, ma la preghiera è comunque esaudita perché a Paolo è promesso l’aiuto della grazia, non solo in questo caso ma in ogni situazione di fragilità derivante dalla sua attività missionaria. Se la potenza di Cristo viene ad abitare nella debolezza e solo in essa agisce, allora Paolo accetterà le proprie fragilità e si vanterà di esse perché luogo di presenza del risorto. Questa prospettiva paradossale, da una parte, corrisponde all’agire di Dio che sceglie la debolezza della croce per mostrare la sua potenza salvifica e i deboli come suoi eletti per confondere i forti (cfr. 1Cor 1,18-31); dall’altra, indica che l’apostolo e poi ogni credente sono chiamati a ripercorrere nella propria esistenza lo stesso percorso di morte e risurrezione del loro Signore, che «fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio» (2Cor 13,4). Con tale condizione di debolezza che lo rende simile a Cristo, Paolo dimostra ancora una volta la validità di quanto asserito nella tesi di 11,5-6: egli è inesperto nell’arte del parlare, ma non nella sua conoscenza esperienziale del Signore. Dietro l’immagine della dimora di Cristo c’è probabilmente l’idea rabbinica della šekînâ, cioè della presenza di Dio in mezzo al suo popolo attraverso la tenda del convegno; sulla stessa linea si muoverà Gv 1,14 dicendo che «il Lógos divenne carne e prese dimora [alla lettera: pose la sua tenda] in mezzo a noi». Il v. 10 si presenta come conseguenza del precedente e come conclusione del brano della seconda parte della dimostrazione (11,21b–12,10). Infatti, se la debolezza è il luogo in cui si manifesta la potenza di Cristo, allora Paolo è contento delle debolezze sperimentate a favore di Cristo e del suo Vangelo le quali consistono, secondo un ultimo catalogo di avversità, In oltraggi, necessità, persecuzioni e angosce. inoltre, a chiusura e culmine di tutto il discorso del folle, l’apostolo esprime la sua paradossale sicurezza con un motto personale: ogni qualvolta sperimenta nell’esercizio del suo ministero la propria fragilità, contemporaneamente fa esperienza della forza proveniente dalla grazia di Cristo.

Riepilogo sulla superiorità di Paolo rispetto agli avversari Con il v. 11 Paolo comincia una riflessione e una ricapitolazione di quanto ha appena scritto. Egli afferma che è stato costretto a ricorrere alla follia del vanto di sé a causa dei Corinzi, poiché lo avrebbero dovuto sostenere, dato che durante il suo ministero in mezzo a loro l’apostolo ha mostrato di essere superiore agli avversari, pur non essendo niente. Per necessità, dovuta alla presenza degli oppositori e alla conseguente difesa dei suoi dal loro influsso, Paolo ha intessuto un elogio di sé che nella sua prima parte era folle, perché «secondo la carne» come quello degli altri (11,18). Qui sono poi rimproverati i destinatari che avrebbero dovuto difenderlo di fronte agli avversari che si sono auto-raccomandati (cfr. 10,12). Infine l’apostolo, mentre ribadisce in modo definitivo la sua superiorità rispetto ai rivali, allo stesso tempo riconosce di essere nulla di fronte al suo Signore, attraverso il precedente vanto «in Cristo» e nella propria debolezza. il v. 12 spiega perché l’apostolo è superiore ai suoi avversari e, nello stesso tempo, si considera nulla. Il versetto sottolinea da una parte l’azione di Dio, ma dall’altra anche la capacità di sopportazione mostrata dall’apostolo, già evocata nei suoi cataloghi di avversità. Il v. 13 appare richiamare il v. 11, fornendo nello specifico la ragione per la quale i Corinzi l’avrebbero dovuto sostenere.

Difesa del comportamento di Paolo e dei collaboratori Con il v. 14 viene introdotta la terza visita di Paolo a Corinto. Tuttavia qui tale aspetto è funzionale a quello dell’indipendenza economica dell’apostolo dalla comunità, vero centro del versetto. Così egli annunzia che è pronto ad andare dai suoi una terza volta, ma che non sarà di peso per loro perché è interessato non a quanto possiedono ma alle persone dei destinatari. Infatti, egli è loro padre; quindi, spetta a lui mettere da parte per i suoi figli Corinzi, non viceversa. La terza visita viene dopo quella della fondazione (cfr. At 18,1-18) e quella legata all’episodio dell’offensore (cfr. 2Cor 2,1-13; 7,12). Era già stata preannunciata in 9,4 per raccogliere la colletta insieme ad alcuni inviati macedoni, ma in 13,1-3 è presentata come una visita punitiva da parte del solo fondatore della comunità a conferma del fatto che i due annunzi appartengono a due lettere diverse, scritte a distanza temporale di alcuni mesi. Il v. 15 sviluppa la metafora paterna ancora in riferimento al futuro, mentre rimarca l’amore presente di Paolo per i Corinzi con l’esigenza di un contraccambio. L’apostolo, infatti, prima afferma che non solo donerà ai suoi quanto ha, ma che darà loro tutto se stesso, poi con una domanda retorica chiede se al suo affetto più intenso è giusto che ne corrisponda uno inferiore da parte dei destinatari. Così Paolo insiste di nuovo sull’elemento della gratuità della sua evangelizzazione a Corinto che lo differenzia completamente dagli avversari (cfr. 11,20) e che è dimostrazione di vero amore per la comunità (cfr. 11,11). Essa è così indirettamente rimproverata, perché non comprende che questo affetto passa attraverso il dono gratuito del Vangelo e perché non è capace di rispondere con un amore della stessa intensità di quello dell’apostolo. A partire dal v. 16 l’attenzione è spostata sulla passata condotta di Paolo e dei suoi collaboratori nei confronti dei Corinzi, in merito soprattutto alle questioni economiche. Con il v. 17 Paolo intende indirettamente sostenere che non si è mai reso colpevole di una scaltra pratica finanziaria orchestrata ai danni dei Corinzi per mezzo dei suoi delegati. Al v 18 termina il “discorso del folle” con un accorato invito ai destinatari a non dare credito alle calunnie nei confronti del fondatore e padre della comunità, ma a riporre in lui la piena fiducia che gli avevano accordato all’inizio quando aveva annunciato loro per la prima volta il Vangelo. Concluso il corpus di 2 Corinzi B e il suo ragionamento in ordine alla persuasione degli ascoltatori, Paolo passerà a preparare la sua terza visita, già annunciata e in precedenza rimandata.

Rimprovero dei destinatari Avendo già in mente la sua prossima visita, Paolo vuole eliminare ogni impedimento che possa incidere negativamente su di essa. Per questo al v. 19 comincia con il chiarire che tutto quanto ha scritto nel suo discorso del folle non è una vera e propria apologia, perché egli si è posto da credente in Cristo di fronte al giudizio di Dio e con la finalità del progresso spirituale dei destinatari, da lui amati nonostante le rilevanti tensioni relazionali. Il v. 20 spiega il perché della finalità di edificazione del discorso di Paolo a partire dalla situazione della comunità corinzia, tratteggiata probabilmente in base alle informazioni ricevute dall’apostolo. Egli teme che al momento della visita trovi i destinatari in una condizione non auspicabile e che, a loro volta, essi debbano sopportare una poco desiderabile punizione da parte sua nei loro confronti. Il v. 21 aggiunge altri timori di Paolo in relazione alla sua prossima terza visita alla comunità di Corinto. Nel versetto è presente la paura che Dio permetta un’altra umiliante esperienza all’apostolo, come quella avvenuta in occasione della sua seconda visita a Corinto (cfr. 2,1-11), perché secondo l’apostolo, la penetrazione degli avversari a Corinto ha prodotto una tragica regressione all’interno della comunità, così da mettere in discussione l’intero percorso di fede dei destinatari.


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