📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Il prologo 1In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2Egli era, in principio, presso Dio: 3tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 4In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; 5la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. 6Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. 9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 11Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. 15Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». 16Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. 17Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

IL LIBRO DEI SEGNI (Gv 1,19-12,50)

La testimonianza di Giovanni 19Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». 20Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». 21Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. 22Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». 23Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». 24Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. 25Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». 26Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 28Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. 29Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

La chiamata dei primi discepoli 35Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». 37E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. 38Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?». 39Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. 40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – 42e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. 43Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». 44Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. 45Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». 46Natanaele gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». 47Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». 48Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». 49Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». 50Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». 51Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Approfondimenti

(cf VANGELO SECONDO GIOVANNI – in LA BIBBIA PIEMME, a cura di Secondo Migliasso © Edizioni Piemme, 1995)

Il Vangelo secondo Giovanni ha una sua singolarità: l'originalità si manifesta in due dimensioni, quella letteraria e quella teologica. Il vocabolario e limitato ma efficace e personalizzato, con termini quasi esclusivi (amare, conoscere, vedere, rimanere, verità, vita, mondo, testimonianza, “Io sono”, Padre, Amen amen...). Giovanni presenta vistose differenze rispetto ai sinottici:

  • nella cronologia (tre feste pasquali, contro una; al 14 Nisan la crocifissione-morte di Gesù, contro l'ultima cena),
  • nella geografia (predominio del l'ambiente giudaico-gerosolimitano, contro quello galilaico),
  • nelle opere di Gesù (pochi miracoli-segno, contro molti miracoli-prodigio),
  • nella predicazione di Gesù (rivelazione di sé come Figlio di Dio, piuttosto che annuncio del Regno di Dio; pochi e lunghi discorsi costruiti attorno ad immagini, contro brevi detti isolati o concatenati e le parabole) le parabole).

Con i primi tre Vangeli il quarto ha in comune solo cinque pericopi (2,14-17; 6,1-13; 6,16-21; 12,1-8.12-19); come loro resta un vangelo, cioè il racconto di una lieta notizia che porta salvezza (cfr. Is 52, 7-8), l'annuncio salvifico che si è realizzato nelle opere e nell'insegnamento di Gesù, Messia e Figlio di Dio, crocifisso e risorto.

La peculiarità dell'annuncio giovanneo sta proprio nell'articolazione “infinita” del tempo pre- e post- pasquale (cfr. 16, 25), a beneficio di un messaggio di vita per la fede del credente di sempre (cfr. 20, 31). Di qui l'accento su tematiche universalizzanti, meno presenti nei sinottici: lo Spirito Santo e paraclito, la luce, la vita, l'amore, il rimanere in Cristo, il credere nel Figlio, la vita eterna, il mondo...

Il quarto evangelista si rivela più teologo che narratore, soprattutto nel prologo cristologico, nei racconti di miracoli come segni rivelatori più che atti di liberazione, nei discorsi d'addio, nel racconto del compimento dell'“opera” (= passione-morte-risurrezione) di Gesù.

Il Vangelo secondo Giovanni gode di autonomia letteraria rispetto ai sinottici: non è stato scritto né per completarli né per correggerli né per sostituirli, e le somiglianze letterarie e di contenuto (sul Battista, nei racconti di miracoli e della passione) rimandano semplicemente a contatti di tradizione evangelica comune.

È il più attendibile per le sue notizie storico-geografiche su Gesù e il suo tempo, come risulta da scoperte archeologiche recenti:

  • Gesù che battezza a Ennon presso Salim oltre il Giordano (3, 22-26);
  • la morte alla vigilia di Pasqua (19, 31);
  • la piscina di Betesda e di Siloe (5, 2-3; 9, 11);
  • il lastricato del tribunale di Pilato (19, 13).

Il prologo Come nel prologo di Mc 1, 1-15 Gesù viene presentato come l'Unigenito di Dio e il Messia inviato nel mondo, in rapporto con Giovanni Battista. È un intreccio di poesia (vv. 1-5.9-14.16-18) e di prosa (vv. 6-8.15). La parte poetica descrive il piano salvifico di Dio scandito in tre fasi: 1. il progetto (la pre-esistenza del Verbo e la creazione del mondo per mezzo di Lui); 2. la realizzazione nell'Incarnazione; 3. l'accoglienza della Sua rivelazione. Nei vv.16-18 il “noi” è la comunità credente che diventa consapevole del beneficio che ha ricevuto gratuitamente accogliendo il Verbo incarnato che è Dio, in quanto generato da Lui. In “contrappunto” con il Verbo viene presentata la figura di Giovanni Battista. Un uomo (e non Dio) che “venne” in un momento preciso della storia (non “era fin dal principio”) come profeta, inviato da Dio. Venne col preciso ruolo di essere testimone del Verbo, affinché gli uomini potessero diventare credenti nel Verbo, grazie alla sua missione. Dopo di che, Giovanni gli cede il passo. I beneficiari dell'Incarnazione sono coloro che accolgono il Verbo e continuano a credere in Lui come manifestazione unica di Dio Padre. A costoro è concesso il potere, la capacità di “diventare figli di Dio”, Perché hanno accolto il Verbo e creduto in Lui come nel Figlio unigenito di Dio. Questo è il modo con cui Dio Padre genera alla vita nuova i suoi figli attraverso il Battesimo cristiano. L'esperienza della comunità cristiana di Giovanni è nuova, profonda e gioiosa e si esprime in una testimonianza profetica come quella di Giovanni il Battista.

IL LIBRO DEI SEGNI In questa prima sezione Gesù viene mostrato come come l'adempimento delle attese dei Giudei e di tutti gli uomini, attraverso dei “segni” e discorsi che rivelano il mistero della sua persona.

La testimonianza di Giovanni È scandita in tre nuclei: due “interrogazioni” che vengono fatte a Giovanni e la sua “confessione” circa l'identità di Gesù. Al v. 29, con l'indicazione temporale: «il giorno dopo» finalmente entra in scena Gesù. Forse è un modo per scandire i sette giorni della “nuova creazione” che è in atto.

La chiamata dei primi discepoli Giovanni permette a due dei suoi discepoli di mettersi al seguito di Gesù. Gesù interviene, orienta e rende coscienti i due dell'importanza e della novità della loro esperienza con Gesù – Figlio e quindi con Dio – Padre. La sequela di Gesù si propaga: Andrea (ex discepolo di Giovanni) incontra suo fratello e lo conduce da Gesù che “gli cambia il nome” in Simon Pietro = Roccia. Poi Gesù va in Galilea e lì fa suo discepolo Filippo di Betsaida, che poi trova Natanaele di Cana di Galilea a cui dice di aver “trovato il Messia”.


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Le donne al sepolcro 1Il primo giorno della settimana, al mattino presto esse si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. 2Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro 3e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù. 4Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. 5Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? 6Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea 7e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”». 8Ed esse si ricordarono delle sue parole 9e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. 10Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. 11Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. 12Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto.

I discepoli di Emmaus 13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». 25Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Apparizione agli Undici e a quelli con loro 36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. 44Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture 46e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni. 49Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

L'ascensione 50Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. 51Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. 52Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia 53e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Tutte le vicende dell'ultimo capitolo si svolgono all'interno di un preciso arco temporale, ovverosia «il primo giorno della settimana» (v. 1). Lo spazio di una lunga e quasi interminabile giornata è assai artificiale (basti pensare ai discepoli di Emmaus che tornano a Gerusalemme quando già è sera inoltrata) e in contrasto con la tradizione dei quaranta giorni delle apparizioni (cfr. At 1,3), ma rivela la precisa volontà di Luca di concentrare in quel lasso di tempo gli eventi pasquali, culmine narrativo e teologico del suo vangelo. I singoli avvenimenti si svolgono in spazi ben precisati: la prima scena (vv. 1-12) è presso la tomba; il secondo episodio è in cammino verso Emmaus (vv. 13-29), a Emmaus (vv. 30-32) e a Gerusalemme, dove i due viandanti incontrano gli Undici con gli altri (vv. 33-49); infine il Risorto stesso conduce il gruppo dei discepoli verso Betania (vv. 50-53). V'è, in altre parole, un'unità di spazio: tutto è concentrato e ricondotto a Gerusalemme, con l'esplicita proibizione di lasciare la città (cfr. v. 48). L'evangelista, che ha costruito la sua narrazione come una grande salita alla città santa (cfr. 9,51; 13,22; 17,11; 19,28), pur conoscendo la tradizione delle apparizioni galilaiche (come lascia intendere il v. 6), concentra tutti gli eventi pasquali a Gerusalemme.

Le donne al sepolcro Le donne che avevano osservato «come il suo corpo era stato deposto» (23,55), ora ne verificano l'assenza. Tuttavia l'osservazione della tomba vuota suscita non la fede, ma la perplessità. Solo attraverso la memoria delle parole di Gesù (v. 8), in diretta conseguenza del comando dei due messaggeri (vv. 6b-7) coloro che non hanno trovato il Gesù che cercavano (ovverosia un defunto), per mezzo della memoria delle sue parole fanno una ben più profonda scoperta, che conduce non tanto alla tomba, ma all'incontro con «il Vivente». Sono le parole di Gesù e non la tomba dove egli fu deposto da morto, che costituiscono il vero “luogo memoriale” in cui Gesù è verificabile come vivente, secondo l'annuncio dei due messaggeri celesti. Quelle parole divengono comprensibili proprio alla luce dell'annuncio pasquale. Il passaggio dalla perplessità alla chiarezza da parte delle donne è reso possibile dall'appello angelico a ricordare le parole di Gesù. E proprio questo fa la differenza fra le donne e Pietro: entrambi entrano nel sepolcro, entrambi rilevano la mancanza del corpo, entrambi lasciano la tomba, ma solo le donne entrano nella profondità del significato di quanto è accaduto, guidate dall'interpretazione angelica. Lo stupore di Pietro è certamente un passo avanti rispetto alla confusione delle donne (cfr. v. 4), ma non è ancora né fede né comprensione. Luca mostra che gli eventi chiedono un'interpretazione, e la chiave di tale interpretazione sono le parole di Gesù a proposito della necessità (cfr. v. 7) della croce nel piano di Dio.

I discepoli di Emmaus L'episodio più ampio dei racconti pasquali ha come protagonisti due discepoli che non sono apostoli. Ciò permette al narratore di mostrare il cambiamento che deve avvenire per approdare alla fede. L'apparizione ai due di Emmaus inaugura l'era dei discepoli che non hanno avuto e non avranno mai il privilegio della presenza fisica di Gesù. Il messaggio è per il lettore, il Teofìlo (cfr. 1,3; At 1,1) cui è destinata la duplice opera di Luca In altre parole: il racconto ha di mira le domande della seconda generazione cristiana (e con essa ogni generazione successiva): com'è possibile accedere all'evento pasquale? Come incontrare il Signore risorto senza averlo mai visto? Come, cioè, diventare contemporanei di Gesù? Il racconto di Emmaus risponde, mostrando che la presenza del Signore è accessibile tramite la Parola ascoltata, tramite il pane spezzato e, più in generale, per mezzo della fede.

Il cammino dei due discepoli è speculare e contrario a quello percorso da Gesù. Ma qual è il significato del cammino proprio verso Emmaus? Che cosa rappresenta Emmaus? Dal loro discorso si evince che Gesù ha deluso le loro attese: «Noi speravamo che fosse proprio lui a riscattare Israele» (v. 21). I due, in attesa di una liberazione, sono stati profondamente delusi da Gesù; ora, accigliati e scontrosi (cfr. v. 17), percorrono il cammino contrario a quello del Messia, avviandosi verso un luogo simbolico della storia ebraica: Emmaus è il luogo dove Giuda Maccabeo nel167 a.C. ha sconfitto Gorgia, generale di Antioco IV Epifane. Il misterioso pellegrino che incontra i due discepoli in fuga da Gerusalemme, offre la chiave ermeneutica delle Scritture, unificando sotto l'importante verbo «è necessario», «bisogna» la vicenda del Messia e il suo duplice esito, quello mortale e quello glorioso. L'interpretazione di tutte le Scritture a partire da Mosè (cfr. v. 27) diviene la modalità attraverso cui Gesù risorto mostra che la morte di croce appartiene al disegno di Dio. La croce non è predetta dalle Scritture ma è «conforme» a esse. Il bagliore che promana dalla risurrezione del Figlio di Dio illumina l'oscurità della croce e mostra come il Cristo stesso abbia obbedito sino in fondo alla volontà del Padre. La croce non contraddice la potenza di Gesù, semplicemente svela l'altra faccia del mistero: la potenza indica la messianicità, ma la croce esplicita come tale messianicità si rivela.

Apparizione agli Undici e a quelli con loro A Emmaus Luca mette in scena un Risorto la cui presenza diventa non percepibile e invisibile dacché Gesù è riconosciuto; qui, invece, il Cristo difende il realismo corporeo della sua risurrezione, al punto di provarla mangiando. La fede pasquale si costruisce su questi due poli: la Pasqua è l'ingresso di Gesù in una vita altra, ma Luca vuole evitare che il Risorto passi per uno spirito o per un fantasma. Per mezzo della manifestazione della materialità della propria esistenza Gesù rivela ai discepoli la verità della risurrezione sulla quale ritorna, mostrandone il significato secondo le Scritture. A fronte del turbamento (cfr. 1,12.18-20) e dei pensieri (cfr. 5,22; 6,8; 9,46-47) che tradiscono il dubbio, Gesù offre una prova dell'evidenza della risurrezione per mezzo della sua materialità. Negando di immaginare l'aldilà per mezzo della sola categoria dello «spirito» (quasi che Gesù sia un fantasma), Luca mostra che i discepoli di Gesù non lo scambiano per un cadavere tornato in vita, né per uno spirito immortale slegato da un'esistenza corporea. Gesù ha un corpo e la sua enfatica affermazione: «Sono proprio io!» (v. 39) rivela la continuità fra la sua vita prima della crocifissione e quella dopo la risurrezione. L'ostensione delle mani e dei piedi, l'affermazione di possedere carne e ossa, infine la dimostrazione di essere capace di mangiare concorrono a fornire ai testimoni i segni di un'autentica esistenza umana. Tuttavia, l'insistenza sulla materialità del corpo non produce l'effetto desiderato: i fatti rimangono ambigui e necessitano d'interpretazione. L'evidenza incontrovertibile dell'esistenza corporea di Gesù non produce la fede: la soluzione del problema avverrà solo quando le Scritture illumineranno i dati materiali. Gesù (cfr. vv. 44.46-47) inscrive la propria storia personale (ossia la storia del Messia sofferente e glorioso) dentro la più ampia storia narrata dalla Scrittura; poi inscrive la storia della Chiesa nascente sia dentro la propria storia, sia dentro la Scrittura. Sottolinea cosi la verità della risurrezione dentro il piano di Dio e garantisce che i discepoli comprendano passato, presente e futuro dell'azione divina all'interno del grande affresco della salvezza. Le parole finali ai discepoli (vv. 47-49) sono il culmine delle istruzioni di Gesù e anticipano la continuazione della vicenda nel libro degli Atti. Gesù va al di là della propria vicenda e parla dei futuri eventi nei quali gli Undici e gli altri avranno un ruolo centrale.

L'ascensione L'innalzamento al cielo chiude il periodo delle apparizioni del Risorto. Gesù ormai è associato alla gloria di Dio. Per questo i discepoli ritornano a Gerusalemme «con gioia grande» (v. 52): la morte è stata vinta. Il racconto termina laddove era cominciato, ovverosia nel tempio di Gerusalemme (cfr. 1,8.21 ): il Dio che ha innalzato Gesù fra i morti non è altro che il Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe, il Dio delle promesse. Nel racconto di Luca l'ascensione non è solo la partenza di Gesù dalla terra, ma pure la sua esaltazione alla destra di Dio, dove Gesù è intronizzato come Messia. La risposta dei discepoli differisce dalle risposte precedenti. Essa non è improntata al timore e allo sbigottimento, ma alla gioia. alla benedizione e all'adorazione. I discepoli, poi, tornano a Gerusalemme: ciò è in obbedienza al comando di Gesù: mentre Gesù è in cielo, i discepoli sono nel tempio. Così la conclusione del racconto di Luca non termina solo con un'affermazione sintetica sulla lode di Dio; piuttosto, l'ultima parola a proposito dei discepoli è proprio «Dio»: il racconto della vicenda di Gesù si chiude con un riferimento teologico.


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L'interrogatorio davanti a Pilato 1Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato 2e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». 3Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». 4Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». 5Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». 6Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo 7e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.

L'interrogatorio davanti a Erode 8Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. 9Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. 10Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. 11Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. 12In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.

Gesù è condannato a morte 13Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, 14disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; 15e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. 16Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». [17] 18Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». 19Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. 20Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. 21Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». 22Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». 23Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. 24Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. 25Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.

La via della croce 26Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. 27Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. 28Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. 29Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. 30Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. 31Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?».

La crocifissione 32Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori. 33Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. 35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». 36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». 39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». 44Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, 45perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. 46Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò. 47Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. 49Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.

La sepoltura 50Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. 51Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. 52Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. 54Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. 55Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, 56poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

L'interrogatorio davanti a Pilato Dopo essere stato accusato dal sinedrio, Gesù è condotto davanti al governatore romano Pilato, che ha compreso perfettamente quale sia la posta in gioco. Pone infatti a Gesù una domanda molto precisa che riguarda la sua regalità. Tuttavia, la risposta rimane ambigua. Ma il procuratore intende la risposta di Gesù come un rifiuto di regalità politica, cosi che l'accusato diventa subito innocente sul piano giuridico.

L'interrogatorio davanti a Erode L'interrogatorio davanti a Erode è riportato solo dal racconto di Luca, mentre gli altri evangelisti non ne fanno parola. Mentre nell'interrogatorio davanti a Pilato il narratore dava la parola ai personaggi, qui tutto è presentato nella forma del resoconto narrativo: delle «parecchie domande» di Erode non ne viene riferita alcuna, come pure non si dice quali siano state le veementi accuse dei capi dei sacerdoti e degli scribi. In netto contrasto è menzionato il silenzio di Gesù. Anche Erode riconosce l'innocenza di Gesù. Rimandando Gesù al procuratore, il tetrarca mostra di riconoscere la giurisdizione suprema di Pilato. Le accuse formulate contro Gesù non hanno fondamento: il procuratore romano e il tetrarca di Galilea si riconoscono reciprocamente proprio tramite l'innocente Gesù.

Gesù è condannato a morte Dopo l'interrogatorio davanti al sinedrio (cfr. 22,63-71), quello davanti a Pilato (cfr. vv. 1-7) e quello davanti a Erode (cfr. vv. 8-12), il processo giunge al suo culmine. La convocazione di Pilato è generale: oltre al sinedrio, anche tutto il popolo è radunato. Luca intende mostrare che la decisione di uccidere Gesù è presa non da un piccolo gruppo, ma da tutti. Al termine del dibattimento fra il procuratore e la grande assemblea, senza che sia formalmente dichiarata una condanna, Gesù è consegnato alla volontà dei suoi avversari per essere ucciso. Il «popolo» era stato presentato da Luca in un 'accezione del tutto positiva: esso ascoltava Gesù (cfr. 19,48; 21 ,38) e stava dalla sua parte intimorendo i capi (cfr. 20,19; 22,2). Ma sorprendentemente la moltitudine chiede il rilascio di Barabba e la condanna di Gesù. Barabba, colui che era «in prigione per una rivolta avvenuta nella città e per un omicidio» (v. 19) è liberato, mentre l'innocente Gesù è condannato proprio per la falsa accusa di avere indotto il popolo alla rivolta. In tutto ciò v'è una profonda ironia: mentre si vuole mettere a morte un uomo accusato di rivolta, il popolo è ai limiti della rivolta contro il procuratore; mentre Pilato intendeva rilasciare l'innocente Gesù, di fatto libera un prigioniero che si era rivoltato contro l'Impero. Il processo, che dovrebbe essere il luogo della verità, fa trionfare la menzogna.

La via della croce Luca racconta il cammino di Gesù verso il luogo della croce lasciando cadere molti elementi di Marco (ridotti al minimo) e aggiungendo particolari unicamente suoi. L'episodio di Simone di Cirene è molto semplificato (v. 26) ma non per questo privo di suggestione, mentre l'incontro con le donne di Gerusalemme appartiene al materiale proprio di Luca. Luca non precisa il motivo per cui si impone a Simone di Cirene di portare la croce. Questa immagine, tuttavia, ha un forte effetto sul lettore, in quanto la descrizione di Simone evoca quella del discepolo che porta la croce dietro Gesù (cfr. 9,23; 14,27). Le parole di Gesù alle donne non sono una condanna, ma un'ulteriore esortazione a disporsi come le giovani del Cantico verso lo sposo, cioè di un invito alla conversione.

La crocifissione Nella scena della crocifissione Luca illustra la portata teologica e soteriologica di quanto è avvenuto. Luca dà rilievo agli insulti nei confronti di Gesù: il triplice «salva te stesso» (vv. 35.37.39), che è in bocca ai capi, ai soldati romani e al primo malfattore, ritma la narrazione. Gesù è sbeffeggiato, schernito e insultato. Il triplice insulto ricorda le tre tentazioni del diavolo (cfr. 4,1-13), come pure i tre interrogativi del sinedrio (cfr. 22,67-71). Capi, soldati e primo malfattore intendono la salvezza come capacità di scampare dalla morte ormai imminente; sarebbe la prova inconfutabile della messianicità. Ma Gesù si dimostra il salvatore proprio perché non salva se stesso dalla morte. Di fronte a Gesù che muore, l'umanità si divide in due gruppi: alcuni nella croce non vedono altro che la negazione della messianicità e della regalità di Gesù; altri invece riconoscono che proprio cosi Gesù si rivela essere il salvatore. Alla prima categoria appartengono coloro che lo insultano, alla seconda il buon ladrone e pure il popolo, che all'inizio sta a guardare, poi se ne va penitente. Al cuore del racconto v'è proprio il contrasto fra l'incapacità a salvare se stesso (cfr. 9,24) e la salvezza offerta ad altri. Il Messia è annoverato fra i peccatori e intercede a loro favore; è rifiutato dai suoi e diviene colui che li salva; per coloro che lo uccidono invoca il perdono. V'è una vera e propria ironia del capovolgimento: questa è la grande sorpresa teologica della croce. L'iscrizione, che dichiara l'identità regale di Gesù (v. 38), è chiaramente falsa per i Romani, come l'interrogatorio davanti al sinedrio e quello davanti a Pilato hanno dimostrato (cfr. 23,3-4.11), ma costituisce un'altra ironica affermazione dell'identità regale di Gesù, naturalmente su un piano diverso da quello politico. Il culmine del racconto è rappresentato dalla morte di Gesù (vv. 44-49): la notizia si riduce a una breve battuta (v. 46) mentre essa è accompagnata, prima e dopo, da una serie di fenomeni cui l'eco della Scrittura imprime profondità interpretativa. Prima della morte vi sono due segni apocalittici: la tenebra sulla terra (vv. 44-45a) e lo squarcio del velo del santuario (v. 45b). Luca presenta il tempio positivamente, come luogo di insegnamento, di osservanza della Torà e di preghiera: il suo intervento riformatore (cfr. 19,45-48) è indirizzato piuttosto verso i capi e non si scaglia contro il luogo santo. Sicché lo squarcio del velo non anticipa la sua distruzione, bensì indica la fine della sua centralità: la missione dei discepoli di Gesù sarà non una salita al tempio, ma un cammino verso i confini della terra (cfr. At l ,8). Nonostante la tenebra, Dio non è assente: Gesù continua a rivolgersi a lui come al «Padre». Le ultime parole alludono a un Salmo, nel quale il giusto sofferente affida se stesso alle cure di Dio (cfr. Sal 30,6 LXX [TM 31 ,6]): pregando cosi, Gesù manifesta la sua fiducia nella sovranità di Dio, che lo libererà dalle mani dei suoi nemici.

La sepoltura L'episodio della sepoltura è una scena di transizione fra la morte e la risurrezione. Il narratore sottolinea l'onore che Gesù ha ricevuto da parte di Giuseppe d' Arimatea, un onore che supera di gran lunga qualsiasi persona giustiziata dai Romani. Dopo avere detto chi è Giuseppe, con un'enfasi che non ha paragone, Luca mostra che cosa fa (vv. 52-53). Il seppellimento di un defunto esposto (com'era un crocifisso) era considerato un atto di grande carità e pietà (cfr. Tb 1,16-18). L'unica azione attribuita alle donne nel luogo della sepoltura, cioè «osservare» (v. 55), si ricollega al loro «guardare» (v. 49) ai piedi della croce, così che esse assumono un ruolo testimoniale di prima grandezza. Le donne erano state presentate al servizio di Gesù e del gruppo discepolare (cfr. 8,2-3): ora preparano «aromi e profumi» (v. 56) per l'unzione sepolcrale. Con quest'ultimo particolare tutto il solenne apparato della sepoltura di Gesù è completo, e si crea un'attesa che sarà rimpiazzata da una sorpresa narrativa e teologica.


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LA PASSIONE (22,1-23,56)

Complotto contro Gesù 1Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua, 2e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano in che modo toglierlo di mezzo, ma temevano il popolo. 3Allora Satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era uno dei Dodici. 4Ed egli andò a trattare con i capi dei sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo a loro. 5Essi si rallegrarono e concordarono di dargli del denaro. 6Egli fu d’accordo e cercava l’occasione propizia per consegnarlo a loro, di nascosto dalla folla.

La preparazione della cena pasquale 7Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la Pasqua. 8Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: «Andate a preparare per noi, perché possiamo mangiare la Pasqua». 9Gli chiesero: «Dove vuoi che prepariamo?». 10Ed egli rispose loro: «Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo nella casa in cui entrerà. 11Direte al padrone di casa: “Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. 12Egli vi mostrerà al piano superiore una sala, grande e arredata; lì preparate». 13Essi andarono e trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

L'ultima cena 14Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». 17E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». 19Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi». 21«Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. 22Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». 23Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo.

Discorso d'addio 24E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. 25Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. 26Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. 27Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. 28Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove 29e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, 30perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele. 31Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; 32ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». 33E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». 34Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi». 35Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». 36Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. 37Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra gli empi. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». 38Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».

La preghiera sul monte degli Ulivi 39Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. 40Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». 41Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: 42«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». 43Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. 44Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. 45Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. 46E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

L'arresto 47Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. 48Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». 49Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». 50E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. 51Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì. 52Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. 53Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».

Il rinnegamento di Pietro 54Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. 55Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. 56Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». 57Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». 58Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». 59Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». 60Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. 61Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». 62E, uscito fuori, pianse amaramente.

Interrogatorio davanti al sinedrio 63E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, 64gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». 65E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo. 66Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro sinedrio 67e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; 68se vi interrogo, non mi risponderete. 69Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». 70Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». 71E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

LA PASSIONE Il racconto della passione e della morte di Gesù non è una cronaca degli avvenimenti delle ultime ore di Gesù. Luca raccontando gli eventi accaduti, proclama il vangelo della salvezza; in altre parole intende rivelare il senso di quanto è avvenuto e, per mezzo di questo, manifestare il mistero del piano di Dio. Il terzo evangelista segue il canovaccio comune agli altri evangelisti. Gli avvenimenti sono riportati nello stesso ordine:

  • l'ultima cena (22, 14-23 ),
  • il trasferimento all'orto degli Ulivi (22,39-46),
  • l'arresto di Gesù (22,47-53),
  • l'interrogatorio giudaico (22,63-71),
  • l'interrogatorio romano (23,1-7),
  • la condanna (23,13-25),
  • la crocifissione e la morte (23,32-49),
  • la sepoltura (23,50-56).

Tuttavia, vi sono alcune differenze: Luca omette l'unzione di Betania (cfr. Mc 14,3-9), aggiunge un dialogo fra Gesù e i discepoli dopo l'annunzio del tradimento (22,24-38), introduce un angelo che consola Gesù (22,43-45), narra della guarigione dell'orecchio del servo del sommo sacerdote (22,51), non parla della seduta notturna nel sinedrio (cfr. Mc 14,53), inserisce l'invio del prigioniero Gesù al tetrarca Erode (23,6-12), addolcisce i particolari troppo crudi (non fa parola della flagellazione e della corona di spine, ma accenna solo a una punizione, 23, 16.22), compone la scena del buon ladrone (23,39-43).

Quali sono, dunque, le linee teologiche tipiche del racconto della passione secondo Luca?

In primo luogo la passione di Luca è descritta come il martirio del Messia profeta. Nell'opera di Luca Gesù è spesso presentato come il «profeta» (7,16.39; 13,33; 24,19; At 3,22-23); l'evangelista poi, nel corso della narrazione, presenta la morte di Gesù come la morte del profeta (cfr. 13,33; At 7,52); nel contesto dell'arresto Luca pone sulle labbra di Gesù la citazione del quarto carme del Servo del Signore, la cui tipologia profetica è fuori discussione (cfr. 22,37 che cita Is 53,12d). Inoltre dal monte degli Ulivi al sinedrio, dal pretorio al Calvario Gesù appare come il giusto sofferente, il modello dell'obbedienza a Dio e del coraggio, il testimone fedele. Gesù, tuttavia, non è un testimone come gli altri; il suo messaggio è la parola definitiva di salvezza. Di fronte al sinedrio, interrogato a proposito della propria identità, risponde con chiarezza: egli non solo è il Cristo, ma è pure il Figlio di Dio (22,66-71). L'esito dell'interrogatorio è la condanna a morte, senza che vi sia un'esplicita sentenza. Qual è la sorpresa? Il frutto del martirio di Gesù ha non una semplice funzione esemplare, ma una ben più profonda funzione salvifica. La salvezza (ossia l'esistenza nuova, la buona relazione con Dio, la redenzione dal male) viene dalla passione del Messia martire. Il Messia, poi, è annoverato fra i peccatori e intercede a loro favore; è rifiutato dai suoi ma è colui che li salva; per coloro che lo uccidono invoca il perdono. V'è una vera e propria ironia del capovolgimento, sorpresa narrativa e teologica. Ne è prova il triplice «Salva te stesso!»: prima sulla bocca dei capi (23,35), poi sulle labbra dei soldati (23,37), infine come urlo disperato del ladrone (23,39). Capi, soldati e ladrone intendono la salvezza come capacità di scampare dalla morte ormai imminente: sarebbe la prova inconfutabile della messianicità. Ma Gesù si dimostra il salvatore proprio perché non salva se stesso dalla morte. Il buon ladrone intuisce questo mistero nascosto del Crocifisso ed è presentato come colui che riceve salvezza proprio in forza della morte di Gesù.

Anche nella passione Luca continua a presentare il volto misericordioso di Gesù, confermando cosi la propria poetica della mitezza. Basti evocare alcuni sprazzi del racconto: la risposta colma di mitezza rivolta a Giuda (22,48), la guarigione dell'orecchio mozzato del servo del sommo sacerdote (22,51 ), le misteriose parole rivolte alle donne in pianto sulla via del Calvario, segno della misericordia del Figlio di Dio che accetta di portare su di sé l'iniquità del peccato (23,28-31), la sorprendente e immediata («oggi») assicurazione di salvezza nei confronti del buon ladrone (23,43). L'evangelista mostra pure il risvolto antropologico ed ecclesiologico di tanta condiscendenza: la consapevolezza del peccato e la conversione sono già conseguenze del riconoscimento dell'umiliazione del Messia innocente e sofferente. Sia nella scena capitale (per Luca) del buon ladrone (23,39-43), sia nella descrizione della reazione della folla alla morte di Gesù (23,48) la contemplazione dello «spettacolo» della croce apre il cuore alla rivelazione della misericordia di Dio e trascolora nell'immediato riconoscimento del proprio peccato.

Emerge pure la straordinaria relazione di Gesù con Dio, invocato con il nome di «Padre» (23,46) proprio nel momento ultimo dell'agonia. Luca non segue la sua fonte -Marco riportava il grido di Gesù (cfr. Mc 15,34)– ma pone sulle labbra del Crocifisso una preghiera di abbandono fiducioso. L'evangelista spesso ha ritratto Gesù in preghiera, dal battesimo (cfr. 3,21) sino al Getsemani (cfr. 22,42). Colui che si è consegnato nelle mani dei peccatori (cfr. 9,44) ora affida il suo spirito nelle mani del Padre. Se gli eventi mostrano la potenza dell'iniquità, v'è un più profondo e misterioso piano di salvezza di Dio, che si sta realizzando proprio attraverso la croce.


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L'offerta della vedova 1Alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. 2Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, 3e disse: «In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. 4Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».

Discorso escatologico 5Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: 6«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 7Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». 8Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 10Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita. 20Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. 21Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; 22quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. 23In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. 24Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti. 25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. 28Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». 29E disse loro una parabola: «Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: 30quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. 31Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 32In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. 33Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». 37Durante il giorno insegnava nel tempio; la notte, usciva e pernottava all’aperto sul monte detto degli Ulivi. 38E tutto il popolo di buon mattino andava da lui nel tempio per ascoltarlo.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

L'offerta della vedova Alla critica degli scribi che «divorano le case delle vedove» (20,47), si contrappone una vedova che offre tutto quanto possiede. L'opposizione narrativa è molto forte: da una parte «i ricchi», dall'altra «una vedova», ovverosia una donna bisognosa di essere tutelata perché esposta a ogni pericolo a motivo della propria debolezza sociale; da una parte le «offerte» (non precisate, ma forse cospicue), dall'altra «due spiccioli», cioè le monete più piccole dell'epoca. La donna, però, ha dato di più, perché ha offerto tutto! Il paradosso della situazione (indubbiamente il gesto della donna è estremo) ritorna sul tema dell'abbandono delle ricchezze (cfr. 12,33; 14,33; 18,22-33) e sulla povertà come condizione che apre alla beatitudine (cfr. 6,20).

Discorso escatologico Alla vigilia della passione Gesù impartisce il suo ultimo insegnamento pubblico, detto discorso escatologico. Nella versione di Luca Gesù rivolge un pubblico discorso a tutto il popolo all'interno del tempio. Dopo l'ingresso nel luogo più santo della città (cfr. 19,45) e una serie di controversie con i capi del popolo (cfr. c. 20), il discorso escatologico è il culmine dell'insegnamento nel tempio. Gesù non risponde alla domanda circa il «quando» e il «segno»; piuttosto mette in guardia contro falsi profeti da non seguire e contro avvenimenti che non causeranno la fine. Dio non è all'origine delle catastrofi, ma domina il corso della storia e lo tiene nelle sue mani. Prima delle catastrofi una prova attende soprattutto i credenti, interpellati direttamente («voi»): è il tempo delle persecuzioni «a causa del mio nome» (v. 12). Le persecuzioni qui descritte evocano anzitutto i preannunci della passione: come hanno tentato di «mettere... le mani» (20,19) su Gesù, cosi faranno coi credenti. La difesa nei tribunali (vv. 14-15) non è affidata a discorsi persuasivi (come nella tradizione greco-romana): mentre in 12, 11-12l'assistenza è dello Spirito Santo, qui invece è dello stesso Gesù. Di fatto essa si trasforma in occasione di testimonianza, come Luca narrerà nel suo secondo libro (cfr. 24,48; At 1,8; 4,13; 5,29-32 ecc.). La persecuzione cresce e si aggrava: essa proverrà non solo dall'esterno, ma addirittura dalla cerchia della famiglia (vv. 16-19), come Gesù aveva preannunciato ai suoi discepoli (cfr. 12,52-53; 14,26). Il linguaggio è violento: coloro che per legami familiari dovrebbero assicurare protezione si trasformano in nemici che condannano a morte. Il preannuncio dell'odio è bilanciato con una promessa che evoca la provvidente presenza di Dio (cfr. 12,7). Il forte paradosso sta tutto nella contrapposizione fra la persecuzione mortale e la protezione divina che assicura la vita nel Regno. La «devastazione» di Gerusalemme «è vicina» (v. 20): il lettore riconosce che negli eventi della caduta di Gerusalemme vi sono state premature attese della salvezza finale. Luca accenna solo all'assedio di Gerusalemme. Tuttavia, il terzo evangelista, alludendo ad alcuni passi della Scrittura, afferma esplicitamente il compimento di «tutto quanto è stato scritto» (v. 22): l'evocazione del linguaggio profetico (cfr. Os 9,7; Ger 20,4-6; 21,7) è un modo per interpretare quanto avviene secondo quelle categorie, cogliendo la continuità del progetto di Dio sulla città santa. Gesù invita a leggere questi eventi non come una cattiva, bensì come una buona notizia: su tutto domina il piano salvifico di Dio che si realizza, infondendo coraggio e speranza agli ascoltatori. La liberazione coincide con la venuta del Figlio dell'uomo: questo è l'evento chiave che realizza la pienezza del Regno. Quanto era stato preannunciato dalla profetessa Anna nel tempio (cfr. 2,38) sembra trovare proprio in questo annuncio la sua definitiva realizzazione. La breve parabola dei germogli trae la sua forza dall'esperienza: la presenza del germoglio non corrisponde alla stagione estiva ma prelude a essa. Questa legge della natura è rapportata alla storia della salvezza, per dichiarare la vicinanza del regno di Dio (v. 31). Come comprendere l'espressione «questa generazione» (v. 32)? È un forte appello ai lettori, chiamati a vivere nell'orizzonte del ritorno di Cristo. Gesù ribadisce che le sue parole hanno la stessa stabilità della parola di Dio (cfr. ls 40,8): il ritorno del Messia è una certezza che nutre la speranza cristiana. L'esortazione finale mostra che lo scopo essenziale del discorso escatologico è raccomandare un particolare stile di vita prima della fine: i credenti sono invitati a prendersi cura di loro stessi per non appesantire il loro cuore. Il rischio maggiore è che il giorno del Figlio dell'uomo li sorprenda senza che siano pronti.


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Polemica sull'autorità 1Un giorno, mentre istruiva il popolo nel tempio e annunciava il Vangelo, sopraggiunsero i capi dei sacerdoti e gli scribi con gli anziani 2e si rivolsero a lui dicendo: «Spiegaci con quale autorità fai queste cose o chi è che ti ha dato questa autorità». 3E Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una domanda. Ditemi: 4il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini?». 5Allora essi ragionavano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché non gli avete creduto?”. 6Se invece diciamo: “Dagli uomini”, tutto il popolo ci lapiderà, perché è convinto che Giovanni sia un profeta». 7Risposero quindi di non saperlo. 8E Gesù disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

La parabola dei contadini omicidi 9Poi prese a dire al popolo questa parabola: «Un uomo piantò una vigna, la diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano per molto tempo. 10Al momento opportuno, mandò un servo dai contadini perché gli dessero la sua parte del raccolto della vigna. Ma i contadini lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. 11Mandò un altro servo, ma essi bastonarono anche questo, lo insultarono e lo mandarono via a mani vuote. 12Ne mandò ancora un terzo, ma anche questo lo ferirono e lo cacciarono via. 13Disse allora il padrone della vigna: “Che cosa devo fare? Manderò mio figlio, l’amato, forse avranno rispetto per lui!”. 14Ma i contadini, appena lo videro, fecero tra loro questo ragionamento: “Costui è l’erede. Uccidiamolo e così l’eredità sarà nostra!”. 15Lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero. Che cosa farà dunque a costoro il padrone della vigna? 16Verrà, farà morire quei contadini e darà la vigna ad altri». Udito questo, dissero: «Non sia mai!». 17Allora egli fissò lo sguardo su di loro e disse: «Che cosa significa dunque questa parola della Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo? 18Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e colui sul quale essa cadrà verrà stritolato». 19In quel momento gli scribi e i capi dei sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso, ma ebbero paura del popolo. Avevano capito infatti che quella parabola l’aveva detta per loro.

Il tributo a Cesare 20Si misero a spiarlo e mandarono informatori, che si fingessero persone giuste, per coglierlo in fallo nel parlare e poi consegnarlo all’autorità e al potere del governatore. 21Costoro lo interrogarono: «Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni qual è la via di Dio secondo verità. 22È lecito, o no, che noi paghiamo la tassa a Cesare?». 23Rendendosi conto della loro malizia, disse: 24«Mostratemi un denaro: di chi porta l’immagine e l’iscrizione?». Risposero: «Di Cesare». 25Ed egli disse: «Rendete dunque quello che è di Cesare a Cesare e quello che è di Dio a Dio». 26Così non riuscirono a coglierlo in fallo nelle sue parole di fronte al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero.

Polemica con i sadducei 27Gli si avvicinarono alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: 28«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 29C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30Allora la prese il secondo 31e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. 32Da ultimo morì anche la donna. 33La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». 34Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: 36infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. 38Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». **39Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». 40E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

Il Cristo figlio di David 41Allora egli disse loro: «Come mai si dice che il Cristo è figlio di Davide, 42se Davide stesso nel libro dei Salmi dice: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra **43finché io ponga i tuoi nemici come sgabello dei tuoi piedi?_ 44 Davide dunque lo chiama Signore; perciò, come può essere suo figlio?».

Contro gli scribi 45Mentre tutto il popolo ascoltava, disse ai suoi discepoli: 46«Guardatevi dagli scribi, che vogliono passeggiare in lunghe vesti e si compiacciono di essere salutati nelle piazze, di avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti; 47divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».


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Zaccheo 1Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, 2quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. 4Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. 5Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. 7Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». 8Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. 10Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

La parabola delle monete d’oro 11Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, disse ancora una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. 12Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. 13Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. 14Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. 15Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. 16Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. 17Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. 18Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. 19Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. 20Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; 21avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. 22Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: 23perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. 24Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. 25Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. 26“Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. 27E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”». 28Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

Ingresso regale a Gerusalemme 29Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli 30dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. 31E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”». 32Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. 33Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». 34Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». 35Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. 36Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. 37Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, 38dicendo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!». 39Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». 40Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

Pianto di Gesù su Gerusalemme 41Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa 42dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. 43Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

GESÙ A GERUSALEMME (19,45-24,53)

Ingresso nel tempio 45Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, 46dicendo loro: «Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». 47Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; 48ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Zaccheo L'episodio dell'incontro di Gesù con Zaccheo sintetizza l'intera teologia di Luca. La ricerca di Zaccheo, richiama quella di che Erode era caratterizzato nello stesso modo (cfr. 9,9) ma egli era solo curioso. La svolta avviene con un cambio improvviso di soggetto: si descrive che cosa compie Gesù. Egli vede, parla, esprime il proprio desiderio. V'è anzitutto un'inversione di ruoli: colui che voleva vedere Gesù è da lui visto. Inoltre v'è una sorpresa: contro ogni prassi corrente, Gesù dichiara di voler dimorare (v. 5) presso il capo degli esattori (cfr. 15,1-2); anzi, dichiara pure che questa è una necessità, cioè qualcosa che corrisponde al progetto di Dio; anche l'avverbio «oggi», richiamando la scena della sinagoga di Nazaret (cfr. 4,21 ), evoca il piano salvifico di Dio che Gesù sta realizzando. La risposta di Zaccheo è immediata (v. 6): al pari di Marta (cfr. 10,38), l'uomo accoglie Gesù come ospite. Il riferimento alla «gioia» ricorda il sentimento che accompagna la conversione dei peccatori (cfr. 15,7.10) e fa presagire il prosieguo del racconto. Infine Zaccheo esce di scena, senza che il lettore sappia se ha realizzato o meno quanto ha dichiarato: cosi il racconto rimane aperto (come altrove nel vangelo), ma non certo indeterminato: la parola conclusiva è di Gesù. Egli anzitutto si rivolge a Zaccheo (v. 9), ma poi parla in terza persona. In questo modo l'affermazione assolve a una duplice funzione: da una parte è una risposta alla ricerca di Zaccheo, dall'altra è un'obiezione alla mormorazione della folla. Colui che era definito «peccatore» (v. 7) ora è ridefinito «figlio di Abraam» (v. 9; cfr. 3,8; 13,16), evocando la promessa di salvezza (cfr. 1,54-55.72-75): l'escluso si trova al centro dell'azione divina che, d'altro canto, non riguarda solo lui ma raggiunge ogni persona. Nella seconda affermazione (v. 1O) Gesù descrive la sua stessa missione, enfatizzando il fatto che essa consiste nel cercare e salvare ciò che è perso. Gli effetti di tale dichiarazione sono molteplici. Si realizza una nuova inversione dei ruoli: colui che cercava si trova al centro di una ben più ampia ricerca, quella di Gesù; tale ricerca di fatto corrisponde alla missione di Gesù, il quale sintetizza l'intero suo ministero nel segno della salvezza offerta a coloro che sono perduti, peccatori ed esclusi (con allusione a Ez 34, 16.23-24).

La parabola delle monete d’oro La parabola racconta di un re dà fiducia e autorità ai primi due servitori fedeli (vv. 17.19), ma si comporta poi da giudice verso il servo fannullone (vv. 22-24) ed è sovrano spietato nei confronti dei suoi nemici (v. 27). Un tale comportamento invita a interrogarsi sull'identità del re. Vi sono alcuni tratti comuni con il Gesù dell'incontro con Zaccheo: come lui trova alcuni che lo contestano, come lui giudica non sul passato ma sulla parola che riconosce il dono ricevuto, come lui dice una parola definitiva al termine del racconto. Il re contestato ha dunque i tratti di Gesù che, in cerca dei peccatori, per questo è criticato. D'altro canto la parabola funziona come annuncio degli avvenimenti che si realizzeranno a Gerusalemme, la città nella quale Gesù sta per entrare acclamato come re dai discepoli, ma sulla quale egli piangerà, perché non ha saputo riconoscere il tempo della visita di Dio (cfr. vv. 41-44). L'attesa del Regno non è contraddetta da Gesù, ma precisata: egli sarà acclamato re, ma non come molti lo attendono. Torniamo al racconto della parabola. Il re aveva affidato ai servi una somma per lui modesta, il suo scopo non era tanto guadagnare denaro, quanto verificare la loro capacità di utilizzare quei soldi: il poco ora è notevolmente moltiplicato nell'autorità che i servi potranno (o meno) esercitare (cfr. 16,10). Dopo avere regolato i conti coi servi, il re regola i conti coi concittadini che si opponevano all'assunzione della sua dignità regale (v. 27). La brutalità del comando è coerente con le usanze del tempo di uccidere i propri nemici. Nella realtà, coloro che rifiutano Gesù non sono immediatamente consegnati al giudizio ma sono chiamati alla penitenza e alla conversione (cfr. At 2,36-41.47; 3,12-21).

Ingresso regale a Gerusalemme Il viaggio verso la città santa (cominciato in 9,51) sta giungendo alla sua conclusione. L'ingresso di un re nella sua città non s'improvvisa, e quello di Gesù pare essere un solenne ingresso regale. Il giovane puledro su cui nessuno è mai salito è la cavalcatura adeguata a un'occasione religiosa straordinaria (cfr. Nm 19,2; Dt 21 ,3). I mantelli gettati sull'animale e stesi a terra concretizzano il decoro regale della scena (cfr. 2Re 9,13): appaiono gli attributi dell'umile ingresso del re Messia nella città santa. Tuttavia la motivazione di tutto ciò non è esplicita: rimane nell'ordine del sapere teologico di Gesù, che si definisce «il Signore» (v. 31; cfr. anche v. 34). Ai discepoli il piano divino sarà chiaro solo dopo la Pasqua. Gesù sta per portare a compimento le speranze d'Israele richiamate nei racconti dell'infanzia. In realtà appare chiaro che i discepoli hanno dimenticato l'annuncio della passione (cfr. 18,31-34): essi sono inconsapevoli che le loro parole anticipano un tragico cambiamento, in quanto Gerusalemme non conoscerà la pace (cfr. v. 42). I farisei esprimono la loro indignazione di fronte all'acclama- zione dei discepoli: si tratta della loro ultima apparizione perché poi spariranno durante la passione. Il tempo del nascondimento è terminato: ora è il tempo del confronto fra il re di Gerusalemme e i dominatori della città (cfr. poi v. 47). Il riferimento all'urlo delle pietre è un modo per affermare una verità che non può essere né taciuta né nascosta (cfr. Ab 2,11).

Pianto di Gesù su Gerusalemme Con la scena del pianto si conclude il viaggio verso la città santa, nel cui tempio Gesù entrerà immediatamente. Che Gesù si lamenti su Gerusalemme è un fatto ricorrente in Luca (cfr. 13,34; 23,28-31 ). Qui, però, v'è un netto contrasto con la precedente esultanza dei discepoli (cfr. 19,37-38). Luca è l'unico evangelista a raccontare delle sue lacrime su Gerusalemme. Le gravi parole di Gesù sono un vero e proprio controcanto delle attese suscitate dalla narrazione dell'infanzia: là il Messia è annunciato come colui che «regnerà sulla casa di Giacobbe» (1,33), è colui che realizzerà «la liberazione di Gerusalemme» (2,38). Quasi a dispetto di tutto ciò Gesù piange sull'incapacità della città santa a riconoscere queste opportunità. Il rifiuto del tempo propizio della rivelazione di Dio non è una novità, ma si iscrive dentro la drammatica continuità del peccato. Tuttavia, è necessario stabilire un nesso fra il pianto e le parole drammatiche: esse ricordano magistralmente che lo scopo ultimo della venuta di Gesù è salvifico; l'attitudine negativa di Gerusalemme è un controesempio della buona disposizione dei discepoli (cfr. 19,37-38) o di Zaccheo (cfr. 19,1-10) ad accogliere colui che salva.

GESÙ A GERUSALEMME (19,45-24,53) Dopo che Luca ha ribadito in modo quasi martellante che la meta del cammino è la città santa (cfr. 9,51; 13,22; 17,11; 19,28), finalmente Gesù raggiunge Gerusalemme ed entra nel tempio (19,45). Maestro e discepoli non abbandoneranno più la città, rimanendovi sino alla fine del racconto (24,53). Questi capitoli sono dunque dominati dall'unità di luogo, un particolare indubbiamente non secondario e caratterizzante il finale del terzo vangelo e il principio degli Atti degli Apostoli.

Ingresso nel tempio Il cammino verso la città santa si conclude con l'ingresso nel tempio, il luogo santo di Gerusalemme. Prendendo possesso del tempio, Gesù mostra la speciale relazione fra sé e Dio. Il Figlio considera il tempio come la propria casa, si distanzia da coloro che hanno mutato la natura del santuario trasformandolo in falso luogo di rifugio e là esercita la sua autorità per mezzo dell'insegnamento. Proprio tale insegnamento diviene la causa della condanna a morte da parte dei capi giudei. Il nesso fra insegnamento e condanna è teologico: come la missione di Gesù è in piena fedeltà al disegno di Dio, così la sua morte sarà misteriosamente il compimento della volontà del Padre. E, benché tale disegno apparirà come un effetto dell'umana decisione, in realtà sarà l'attuazione del piano salvifico di Dio.


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Il giudice iniquo e la vedova importuna 1Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. 4Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». 6E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Il fariseo e il pubblicano 9Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 14Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

I bambini piccoli 15Gli presentavano anche i bambini piccoli perché li toccasse, ma i discepoli, vedendo ciò, li rimproveravano. 16Allora Gesù li chiamò a sé e disse: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno di Dio. 17In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come l’accoglie un bambino, non entrerà in esso».

Un notabile molto ricco 18Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 19Gesù gli rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 20Tu conosci i comandamenti: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre». 21Costui disse: «Tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza». 22Udito ciò, Gesù gli disse: «Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!». 23Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco.

Una duplice lezione 24Quando Gesù lo vide così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. 25È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!». 26Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?». 27Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio». 28Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». 29Ed egli rispose: «In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà».

Nuovo annuncio della passione 31Poi prese con sé i Dodici e disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: 32verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi 33e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà». 34Ma quelli non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto.

Il cieco di Gerico 35Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. 36Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. 37Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 38Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». 39Quelli che camminavano avanti lo rimproveravano perché tacesse; ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 40Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: 41«Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». 42E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». 43Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio. E tutto il popolo, vedendo, diede lode a Dio.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Il giudice iniquo e la vedova importuna L'introduzione (v. 1) alla parabola del giudice iniquo (vv. 2-5) ne anticipa il significato, precisando che il tema è la preghiera perseverante. Tuttavia la conclusione (vv. 6-8) fa evolvere il discorso sul tema della fede. Così preghiera e fede si trovano intrecciate per mezzo di una parabola paradossale, che insiste sull'attitudine divina all'ascolto di chi si rivolge a Dio con fede nella preghiera. Nell'Antico Testamento la vedova, insieme all'orfano e allo straniero, è l'incarnazione della fragilità sociale, tanto che la Legge insiste che la giustizia non deve essere negata a una simile persona (cfr. Es 22,21-23; Dt 24,17; 27,19). La ragione portata dal giudice per dare ascolto alla povera vedova non è certamente fra le più nobili: nel suo cinismo egli intende semplicemente liberarsi dalla fastidiosa donna. Se addirittura un giudice così negativamente caratterizzato cede di fronte all'ostinazione di una vedova, quanto più Dio (che è ben diverso) ascolterà le preghiere che gli sono rivolte con fede. Ma L'attitudine di Dio nell'ascolto non toglie la necessità di pregare sempre e nemmeno elimina l'attesa: la fede conosce anche l'oscurità.

Il fariseo e il pubblicano La preghiera del fariseo inizia con un ringraziamento, in consonanza con molte preghiere ebraiche (cfr. Gdt 8,25; 2Mac 1,11); però poi diventa un noioso monologo! L'ironia è molto forte: quello che il fariseo attribuisce al resto dell'umanità (ossia l'essere «rapaci, ingiusti, adulteri» v. 11) in realtà corrisponde esattamente alla descrizione che Luca ha offerto dei farisei (cfr. 16,14-18). Il pubblicano, invece, si mantiene a distanza (v. 13; cfr. 5,8): è il posto di chi si sente lontano da Dio. Non leva nemmeno gli occhi al cielo: l'espressione indica spesso l'atto stesso della preghiera (cfr. Is 38,14; 51,6; Sal 123,1). Si batte il petto: segno di un'intensa emozione, di pentimento (cfr. 23,48), di lutto o addirittura di disperazione. Le sue parole sono brevi e ricordano il grido dei Salmi che invocano da Dio misericordia e pietà (cfr. Sal 25,11; 65,4; 78,38; 79,9). Anche questo ritratto è coerente con il racconto di Luca, dove gli esattori sono spesso ricordati in compagnia dei peccatori (cfr. 5,30.32; 7,34; 15,1). Si avverte la profonda incompatibilità fra un 'autentica giustizia e il disprezzo degli altri: com'è possibile adempiere la volontà di Dio (questa è la «giustizia» in senso teologico) e sostituirsi a lui nella valutazione degli uomini, considerati un nulla? Gesù rende conto della reazione di Dio alla preghiera dei due uomini e mostra che è avvenuto un vero e proprio ribaltamento: il pubblicano che si è riconosciuto peccatore è proclamato giusto, mentre il fariseo pieno di sé torna a casa privo di quella giustizia che pretendeva di possedere. Il pubblicano, pregando Dio nell'umiliazione, ha ottenuto il perdono, mentre il fariseo ha peccato proprio pregando, arrogandosi il potere di giudicare una persona e negando a Dio la possibilità di perdonare e all'uomo quella di essere redento. Il Dio del fariseo non solo non è il Dio di Gesù ma non è neppure il Dio d'Israele, così come lo conosciamo dalle Scritture. Il proverbio finale (cfr. 14,11) richiama il Magnificat (cfr. 1,48.52): la logica di Dio e la logica dell'uomo sono agli antipodi.

I bambini piccoli L'intervento dei discepoli mostra fino a che punto la scelta di Gesù di accogliere alcuni bambini piccoli fosse in contrasto con la mentalità corrente. Il bambino non rimanda all'innocenza o alla purezza (idee, queste, «romantiche»), semplicemente evoca una categoria sociale fragile: i bambini non avevano diritti, dipendevano dagli adulti, religiosamente non erano ancora maturi. Essi appartenevano all'universo femminile, erano cresciuti dalle madri, e non condividevano sino alla pubertà lo status degli adulti. La reazione di Gesù non idealizza il bambino, ma ne fa una figura del credente (v. 16). In altre parole, nessuno può entrare nella logica del Regno senza mettere interamente in discussione i valori del proprio mondo. Il comportamento dei discepoli mostra che essi non hanno compreso il comando di Gesù di accogliere il bambino (cfr. 9,48) e sono tuttora legati a una logica mondana. Ancora una volta Gesù cambia il loro modo di vedere.

Un notabile molto ricco Il personaggio che si presenta a Gesù (v. 18) è all'opposto dei bambini: mentre quelli non avevano alcun diritto, questi è un notabile, un capo; benché non si precisi l'identità dell'uomo. L'opposizione fra i bambini e il notabile è forte, quasi a conferma della logica del Magnificat (cfr. 1,52). La richiesta di Gesù è di vendere «tutto quanto» (v. 22): l'enfasi sulla totalità è solo di Luca (Mc 10,21 e Mt 19,21 si limitano alle proprietà) ed è coerente con quanto Gesù ha domandato ai discepoli (cfr. 14,33). L'invito di Gesù descrive una procedura d'azione: i beni devono essere anzitutto distribuiti ai poveri per avere un tesoro in cielo; evidente il richiamo alla contrapposizione fra tesoro celeste e tesoro terrestre (cfr. 12,21.33-34): il tesoro terrestre cattura il cuore e mette in competizione due padroni (cfr. 16,13). Non si tratta, dunque, unicamente di una richiesta funzionale all'abbandono della casa per seguire Gesù; più radicalmente si tratta di una condizione interiore per la sequela. La notizia della triste reazione del notabile è seguita dalla precisazione (finora taciuta) che l'uomo «era molto ricco» (v. 23). Tuttavia, a differenza degli altri due Sinottici (cfr. Mc 10,22; Mt 19,22), Luca non afferma che l'uomo «se ne andò», sicché la scena continua e le indicazioni di Gesù (cfr. vv. 24-30) sono date in presenza del ricco notabile.

Una duplice lezione La prima lezione (vv. 24-27) conferma l'incompatibilità fra la ricchezza e l'ingresso nel regno di Dio. La seconda (vv. 29-30) risponde all'obiezione di Pietro (v. 28). Il portavoce degli apostoli attesta la totale rinuncia non solo ai beni ma addirittura alle relazioni familiari e sociali (cfr. 5,11.28). In questo senso l'umana impossibilità è divenuta possibile. Tutto è giocato sul dualismo fra «questo tempo» e «l'epoca che verrà» (v. 30), un'opposizione tipica del pensiero apocalittico, che conosceva anche l'idea di un'abbondante ricompensa nel mondo futuro. La novità di questa affermazione è che promette una ricompensa che inizia già qui, in «questo tempo». In che cosa consista questa compensazione terrestre non è detto: un annuncio così straordinario rimane senza una concretizzazione!

Nuovo annuncio della passione Il viaggio verso Gerusalemme sta giungendo alla sua conclusione, e Gesù preannuncia ancora una volta la sua passione, morte e risurrezione. A differenza di Marco, che scandisce il cammino verso la città santa con tre preannunci molto chiari (cfr. Mc 8,31; 9,31; 10,33-34), Luca moltiplica i riferimenti alla morte (cfr. 9,22.44; 12,50; 13,33-35; 17,25), anche se qui il racconto è più dettagliato. La reazione dei discepoli è l'incomprensione. Il preannuncio termina con un'enfatica sottolineatura dell'incomprensione dei discepoli, che ricorda quella dei genitori al tempio (cfr. 2,50). Essi non capiscono il piano di Dio attestato nella Scrittura né la modalità ironica con cui Dio lo porta a compimento. Solo al termine della narrazione evangelica il significato di questi eventi sarà rivelato ai discepoli (cfr. 24,31) e la loro mente sarà aperta alla comprensione della Scrittura (cfr. 24,45).

Il cieco di Gerico Durante il cammino di Gesù verso Gerusalemme, Luca non ha raccontato molti miracoli: questo è l'ultimo, caratterizzato (rispetto ai precedenti) dall'assoluta assenza di discussioni dopo l'azione taumaturgica. Quest'uomo mendicante è in profondo contrasto con la posizione sociale del ricco notabile (cfr. 18,18-23): se i personaggi sono agli antipodi, i due racconti sono percorsi dal tema della salvezza. La domanda: «E chi può essere salvato»? (cfr. 18,26) trova qui una risposta (v. 42). Il gesto di guarigione di un cieco è caratteristico, con l'insegnamento, della missione di Gesù, così com'è definita dalla citazione di Is 61, 1-2 e 58,6 che apre il racconto del ministero (cfr. 4, 18-19). Il segno è ribadito poi nella risposta a Giovanni Battista (cfr. 7,22). La vista è un simbolo salvifico di primaria importanza (cfr. 11,34-36), che percorre il racconto lucano da un capo all'altro: in effetti la citazione iniziale di Isaia promette ai ciechi la vista, e il libro degli Atti si conclude con un'altra citazione del profeta a proposito dell'accecamento d'Israele (cfr. At 28,26-27, che riprende Is 6,9-10). La guarigione del cieco, in effetti, non si limita alla vista ritrovata ma è una manifestazione salvifica più ampia, strettamente legata alla fede (cfr. 7,50; 17, 19; 18,8). La preghiera del mendicante è efficace, grazie al suo carattere ripetitivo e insistente (cfr. vv. 37.39), corrispondente all'insegnamento di Gesù sulla preghiera (cfr. 11,5-13; 18,1-8): come Dio farà giustizia agli eletti che gridano a lui (cfr. 18,7), cosi Gesù ascolta il grido del cieco (v. 38).


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Istruzioni conclusive ai discepoli 1Disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. 2È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. 3State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. 4E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai». 5Gli apostoli dissero al Signore: 6«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. 7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? 8Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Il Regno di Dio

I dieci lebbrosi 11Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». 14Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». 19E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

I giorni del Figlio dell'uomo 20I farisei gli domandarono: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, 21e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!». 22Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. 23Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. 24Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno. 25Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione. 26Come avvenne nei giorni di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: 27mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece morire tutti. 28Come avvenne anche nei giorni di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; 29ma, nel giorno in cui Lot uscì da Sòdoma, piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece morire tutti. 30Così accadrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si manifesterà. 31In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza e avrà lasciato le sue cose in casa, non scenda a prenderle; così, chi si troverà nel campo, non torni indietro. 32Ricordatevi della moglie di Lot. 33Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva. 34Io vi dico: in quella notte, due si troveranno nello stesso letto: l’uno verrà portato via e l’altro lasciato; 35due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà portata via e l’altra lasciata». [36] 37Allora gli chiesero: «Dove, Signore?». Ed egli disse loro: «Dove sarà il cadavere, lì si raduneranno insieme anche gli avvoltoi».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Istruzioni conclusive ai discepoli Un filo rosso unisce questa sequenza in apparenza sconnessa: è la vita comunitaria. Gli scandali (comportamenti amorali, parole perverse che scioccano) fanno vacillare la fede di alcuni fratelli all'interno della comunità. Chi provoca l'apostasia di altri è destinatario del severo avvertimento (v. 2) di Gesù (il «guai» ricorda 6,24-26 e 11-42-52), in quanto commette un peccato che induce il fratello a peccare a sua volta. Evitare scandali è cosi decisivo che al timore di compierli è preferibile gettare il colpevole in mare appesantito dalla zavorra di una grossa pietra. I conflitti all'interno della comunità dei discepoli sono inevitabili e devono essere gestiti. La regola per gestire una crisi provocata da una grave colpa è esplicitata in tre tempi: rimprovero, accoglienza della conversione, perdono (v. 3). Alla domanda dei Dodici di accrescere la fede (v. 5), Gesù non risponde direttamente; per mezzo di un'iperbole afferma che una fede pur minuscola può compiere cose meravigliose. Tuttavia, non è chiaro perché gli apostoli pongano una simile domanda: forse la richiesta è associata al potere di compiere segni meravigliosi (cfr. 10,17), col rischio di insuperbirsi. In questo contesto la breve parabola (vv. 7-10) assume la sua rilevanza: mette in guardia contro la tentazione di mettere le mani su Dio proprio per mezzo deli'obbedienza. Dio può tutto per coloro che si riconoscono davanti a lui come «servi a cui non è dovuto nulla» (v. 10), per i peccatori che fanno appello alla sua misericordia.

Il Regno di Dio Un breve sommario redazionale che richiama il viaggio verso Gerusalemme (cfr. 17,11) introduce la terza sezione del «grande viaggio». Quest'ultima tappa ha una forte unità tematica: si tratta del Regno di Dio e della sua dimensione soteriologica, con un'insistenza particolare sui beneficiari della salvezza. Luca in questa sezione utilizza la tipologia regale: il Messia sofferente è il discendente di David. Mentre Gesù si avvicina a Gerusalemme, la figura del profeta lascia spazio a quella del re. La regalità di Gesù, proclamata in modo sempre più esplicito, conferisce a tutti gli episodi (dalla guarigione del cieco di Gerico, all'incontro con Zaccheo, alla parabola delle mine) la loro profonda unità. Che Gesù fosse in viaggio verso Gerusalemme è stato più volte ribadito dal narratore, ma il racconto non ha registrato molti spostamenti: si aveva quasi l'impressione che il protagonista si muovesse senza procedere. Giungendo a Gerico (18,35), Gesù s'avvicina alla città santa (cfr. 19,11). Nella guarigione del cieco mendicante (18,35- 43), nell'incontro con Zaccheo (19,1-10) e nella parabola delle mine (19,11-28) Luca sintetizza i temi del «grande viaggio»: la ricchezza, la preghiera insistente, la fede e la salvezza, l'opposizione fra personaggi e il capovolgimento delle situazioni, l'accoglienza di Gesù, la ricerca e la salvezza di ciò che è perduto, la crescita del regno di Dio.

I dieci lebbrosi Nonostante l'evangelista abbia ricordato la tolleranza di Gesù verso i samaritani, che non lo avevano accolto (cfr. 9,52-56), e abbia poi eletto a eroe di una parabola proprio uno di loro (cfr. 10,29-37), tuttavia per i giudei il samaritano rimaneva uno scismatico e un nemico. A sottolineare ancora di più la caratterizzazione dell'uomo contribuisce pure il punto di vista giudaico di Gesù, che lo definisce «straniero» (v. 18): in questa definizione c'è indubbiamente molta ironia. Nel momento in cui Gesù stesso lo congeda definendo come «fede» quanto egli ha detto e fatto (v. 19; cfr. 7,50; 8,48), il lettore comprende che questa fede non si è ridotta alla richiesta di aiuto: i dieci lebbrosi avevano sufficiente fede per andare dai sacerdoti prima di essere guariti, ma la fede del samaritano, a differenza degli altri nove, giunge all'adorazione. La salvezza che costui ha conosciuto non è solo sanazione dalla malattia: è esperienza della potenza salvifica di Dio accessibile per mezzo di Gesù. Oltre ai peccatori (cfr. 7,36-50) e ai pagani (cfr. 7,2-10), anche i samaritani sperimentano la salvezza di Dio ed entrano a fare parte della nuova comunità di coloro che credono in Gesù. L'episodio richiama anche la guarigione di Naaman il siro (cfr. 2Re 5): Naaman è tornato a ringraziare e a lodare il vero Dio, quello d'Israele e il samaritano fa lo stesso ai piedi di Gesù. Se nel racconto dell'Antico Testamento un pagano adora il vero Dio (cfr. 2Re 5,15), il samaritano unisce la lode di Dio e la fede in Gesù. Ai piedi di Gesù si può ormai lodare Dio per la salvezza ricevuta.

I giorni del Figlio dell'uomo Luca è il solo evangelista ad avere due discorsi sulla fine dei tempi: 17,20-37 e 21,5-34 (che rielabora Mc 13). Alla domanda posta dai farisei a proposito dei tempi della venuta del Regno (v. 20), Gesù risponde con ironia: il Regno non viene «in modo che possa essere notato»; se i farisei «sorvegliavano» Gesù con intento sospetto e ostile (cfr. 6,7; 14,1), essi non sono capaci di percepire i segni della presenza del Regno. Per contro, Gesù afferma che il Regno è «in mezzo a voi» (v. 21): i farisei, cioè, devono cogliere proprio a partire delle loro esperienze i segni di quella presenza (cfr. 11,20), nonostante il loro spirito di osservazione finora abbia fallito. Le istruzioni ai discepoli sono differenti da quelle ai farisei. Essi, infatti, si rivelano vulnerabili di fronte alla false pretese di compimento (v. 23): per contro, Gesù precisa che il Figlio dell'uomo verrà senza alcun chiaro segno premonitore. Due esempi nella storia santa (vv. 26-30) mostrano l'imprevedibilità della parusia: la situazione del mondo al tempo del diluvio (cfr. Gen 7,7) e la situazione di Sodoma ai tempi di Lot (cfr. Gen 19,24). L'interpretazione lucana dei due episodi genesiaci è davvero singolare: mentre il racconto biblico enfatizza la peccarninosità di coloro che furono eliminati, nella rilettura lucana le due catastrofi sono giunte allorché gli uomini vivevano nella più totale normalità, dediti a quelle occupazioni quotidiane che non sono per nulla riprovevoli (mangiare, bere, sposarsi, commerciare). Il ritmo delle occupazioni quotidiane è improvvisamente interrotto dall'arrivo del diluvio (v. 27) e dalla pioggia di fuoco e di zolfo (v. 29). I discepoli sono avvertiti proprio sul pericolo insito nella vita quotidiana: attività, legami familiari, matrimonio e possesso dei beni rischiano di essere l'unico orizzonte dell'esistenza (cfr. 14,26.33; 17,27-28). Anche la vicenda della moglie di Lot (cfr. Gen 19,26) è riletta (vv. 31-32) in riferimento al potere seducente del possesso. La separazione di individui accomunati dalla stessa vita quotidiana mostra che la liberazione riguarda gli uni e non gli altri. Radicale e senza possibilità di appello, cosi si manifesterà la verità ultima di Dio alla parusia del Figlio dell'uomo. La domanda finale dei discepoli (v. 37) riguarda lo spazio dove tutto questo accadrà. La risposta enigmatica vuole ribadire la certezza del giudizio su ogni uomo: è inutile speculare sugli spazi della parusia, piuttosto che fantasticare sul calendario!


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L'amministratore scaltro 1Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. 3L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. 6Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. 7Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. 8Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. 9Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.

Insegnamenti 10Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. 11Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? 12E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? 13Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». 14I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. 15Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole. 16La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza di entrarvi. 17È più facile che passino il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge. 18Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio.

La parabola di Lazzaro e del ricco 19C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. 25Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. 27E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. 29Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. 30E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. 31Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

L'amministratore scaltro Dopo che Gesù si è rivolto a farisei e scribi, a esattori e peccatori {cfr. 15,3), ora parla «anche ai discepoli» (v. 1) e, tuttavia, i farisei sono ancora presenti (v. 14). Forse ispirata a qualche fatto contemporaneo, la vicenda dell'amministratore scaltro appare davvero singolare. Anzitutto il lettore non ha modo di sapere se si tratta di un'accusa fondata o di una calunnia; anche se poi si scoprirà la fondatezza dell'accusa. Di fatto l'uomo non ha imbrogliato il suo padrone riducendo il debito, semplicemente ha rinunciato alla sua parte di profitto (le cosiddette commissioni); il dato che emerge (dopo la convocazione dei debitori) è solo uno: l'uomo ha rinunciato a una cospicua somma di denaro; invece di accumularlo come garanzia di sicurezza, l'ha investito nelle relazioni per farsi degli amici proprio attraverso di esso (che sia suo o del padrone a questo punto poca importa). Invece di ammassare un tesoro in denaro (cfr. 12,21), ha creato un tesoro di riconoscenza presso gli antichi debitori. L'amministratore, uomo totalmente opportunista, non è certo un modello di moralità: è definito senza mezzi termini un disonesto; la ragione della lode, invece, è la sua astuzia. V'è così una netta distinzione fra la sua disonestà e la sua scaltrezza: la prima è giudicata, la seconda è lodata ed è portata a esempio per i «figli della luce». Gesù fa un primo commento (v. 9): come l'amministratore ha usato il denaro per farsi degli amici, cosi i discepoli sono esortati a servirsi dei soldi per acquisire gratitudine per il mondo escatologico. La ricchezza, invece di essere una garanzia di stabilità, rivela il suo legame con l'ingiustizia; v'è un solo modo per riscattarsi, ovverosia donare il denaro ai poveri (cfr. 12,33; 14,12-14). Il tempo in cui il denaro viene meno è il momento della morte e proprio allora si farà l'esperienza di essere accolti in cielo da quegli stessi poveri beneficati durante l'esistenza.

Insegnamenti Onde dissipare ogni possibile equivoco, s'istituisce un parallelismo fra la buona gestione negli affari materiali e la gestione della ricchezza vera: il denaro non può che rimanere uno strumento. Un ulteriore commento (v. 13), ponendo a diretto confronto Dio e mammona, conferma che l'approccio ai beni materiali non è neutro: il denaro può diventare un idolo che pretende di avere il posto di Dio. La sentenza (v. 16) struttura la storia della salvezza in due grandi periodi: il primo attestato nella Legge e nei Profeti, il secondo inaugurato dali' annuncio del Regno; la cerniera è costituita da Giovanni Battista. Ciò non implica nessuna abolizione o sostituzione della Legge (v. 17): essa è addirittura rafforzata, come dimostra la proibizione di un nuovo matrimonio dopo il divorzio (pratica autorizzata da Dt 24,1-4). Già a partire dal racconto dell'infanzia Luca ha mostrato la continuità fra l'Antico Testamento e la rivelazione di Gesù (cfr. 4,21); la cosa sarà ribadita solennemente dal Risorto (cfr. 24,27.44). La Legge e i profeti indicano a coloro che intendono il loro significato, di sforzarsi per entrare nel Regno.

La parabola di Lazzaro e del ricco La parabola è lo sviluppo teologico di quella precedente (cfr. 16,1-9): essa è interamente giocata su un esempio contrario, perché quanto il ricco compie contraddice l'insegnamento di Gesù. Il comportamento del ricco è contrario a quello dell'amministratore: l'epulone non usa le ricchezze per farsi amico il povero Lazzaro, e dopo la morte non v'è più la possibilità di mutare ciò che ormai è definitivamente fissato da Dio. Il lettore è condotto dalla narrazione stessa a stabilire un paragone fra l'epulone e l'amministratore astuto: essi sono agli antipodi, perfettamente speculari. La parabola ponendo sotto accusa il comportamento del ricco verso il povero, in realtà mette in discussione lo stile di vita degli stessi farisei amanti del denaro. Invece, cioè, di utilizzare i beni per i poveri (cfr. v. 9), essi ne hanno fatto un idolo che ha preso il posto riservato unicamente a Dio (cfr. v. 15) e hanno così violato l'insegnamento delle Scritture che proprio l'unicità di Dio proclamano. Per i fratelli, così come per i destinatari e il lettore, v'è ancora la speranza e la possibilità della conversione. Abbiamo evidentemente a che fare con un procedimento letterario che permette di tornare ai viventi e alla loro condotta. Se il destino del ricco è capovolto nell'aldilà a causa del suo totale oblio del povero, la parabola non solo invita gli ascoltatori a non fare quanto il ricco ha fatto, ma soprattutto cerca di convincerli a conformare il loro punto di vista col punto di vista normativo del racconto fittizio, espresso da Abramo e attestato nelle Scritture. Tale punto di vista è precisamente quello di Dio.


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