📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Tre parabole della misericordia

Introduzione 1Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola:

La pecora perduta 4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

La dracma perduta 8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Il padre misericordioso 11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. **25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Tre parabole della misericordia Le due similitudini e la parabola sono caratterizzate da comunanza di vocabolario e di temi: all'inizio v'è una realtà posseduta(cfr. vv. 4.8.11)che però è persa (cfr. vv. 4.8.24.32) e alla fine è ritrovata (cfr. vv. 5-6.8-9.24.32), provocando un'immensa gioia e una grande festa (cfr. vv. 6-7.9-10.23-24.32). Nei tre racconti fittizi v'è una progressione: un conto è una pecora o una dracma, un conto è un figlio. Così pure la proporzione decresce: è persa una pecora su cento, una dracma su dieci; i figli, invece, sono solo due. Sia le similitudini come la parabola sono appelli ai destinatari e al lettore perché confrontino il loro punto di vista con quello espresso dai tre racconti e, cosi, facciano proprio il punto di vista (ovverosia la teologia) di Gesù. Destinatari sono vuoi i farisei e gli scribi, vuoi gli esattori e i peccatori: entrambe le categorie debbono aprirsi alla novità di Dio rappresentata da queste parabole.

Introduzione L'introduzione (vv. 1-2) richiama una situazione ben conosciuta, che funge da scena-tipo: il lettore ricorda in particolare il banchetto in casa di Levi (cfr. 5,29-32) e in casa di Simone (cfr. 7,34) e percepisce la progressione dell'insegnamento di Gesù. L'introduzione è caratterizzata da una struttura triangolare a motivo della presenza di tre categorie di personaggi: Gesù, gli esattori coi peccatori e i farisei con gli scribi.

La pecora perduta La domanda posta all'inizio (v. 4) è chiaramente ironica: nessun pastore si comporterebbe in questo modo, abbandonando un intero gregge nel deserto per andare dietro a una sola pecora! Ma proprio la paradossalità della situazione descritta permette di intendere la conclusione (v. 7), nella quale Gesù passa dall'immagine alla realtà che gli preme porre in luce, offrendo i termini della decodificazione: i peccatori «persi» sono ritrovati; l'incontro con Gesù realizza il loro cambiamento.

La dracma perduta Il contesto socio-economico evocato dalla parabola è molto povero; la casa non ha finestre, sicché è molto misera, tanto che per cercare la dracma bisogna accendere una lucerna. Ma è soprattutto il possesso di dieci dracme a caratterizzare la povertà. Per una donna, le cui condizioni economiche sono cosi modeste, la perdita di una sola dracma rappresentava un serio problema, certamente più grande (in proporzione) della perdita di una pecora su cento. In conclusione, Gesù esplicita non solo il proprio punto di vista ma offre un'apertura sullo stesso mistero di Dio. Sia i «giusti» come i «peccatori» sono invitati a comprendere la paradossalità della logica che le due similitudini rivelano e a trame le debite conseguenze.

Il padre misericordioso La parabola (vv. 11-32), più ampia e articolata, mette in gioco un “triangolo drammatico” che vede protagonisti un padre e i suoi due figli (qui il coinvolgimento affettivo è massimo). La relazione fra il figlio minore e i peccatori, fra il figlio maggiore e i farisei che mormorano è di certo molto più evidente. Lo stesso vale per il dialogo fra il maggiore e il padre: nelle obiezioni del più grande (vv. 29-30) gli avversari di Gesù riconoscono le proprie posizioni nei confronti dei peccatori. Sicché anche la parabola parla ai cosiddetti giusti e ai peccatori, chiedendo agli uni e agli altri di cambiare in modo decisivo il proprio punto di vista. Le parole che il minore dice fra sé e sé (cfr. vv. 18-19) non rappresentano una conversione, ma sono il segno di un calcolo astuto e meschino. Per mezzo di un'affermazione manipolativa il minore, mentre dichiara la perdita della propria dignità filiale, in realtà mira a convincere il genitore a compiere una scelta per sé più vantaggiosa. L'ammissione della colpa è semplicemente funzionale alla successiva richiesta: egli, infatti, evoca la propria condizione con lo scopo di instaurare col padre un nuovo rapporto, non più improntato sulla relazione di figliolanza, bensì su criteri puramente economici di prestazione lavorativa. Il salto è abissale, ma dal punto di vista del ragazzo è un guadagno. Se, infatti, come figlio egli non può più accampare diritti (avendo già avuto la parte d'eredità), lo status di bracciante potrà almeno assicurargli il pane quotidiano. Ma anche il discorso del maggiore (cfr. vv. 29-30) è tutto improntato su una relazione col padre in termini di dare-avere, prestazione-ricompensa: lui al padre ha dato tanto e ha diritto di ricevere; l'altro non ha dato nulla, perciò nulla deve ricevere. Il maggiore rimprovera al genitore di sovvertire il principio della giustizia retributiva secondo cui il giusto deve essere premiato e il malvagio punito. Una simile accusa mostra che il maggiore ha vissuto il rapporto con suo padre proprio secondo tale principio. Ne consegue che il fratello maggiore, pur avendo un'esistenza differente da quella del minore (sta in casa, lavora, è fedele), tuttavia vive la relazione col genitore in termini puramente retributivi. Fra questa visione, interamente centrata sul rapporto di scambio, e quella economica del minore non v'è una grande differenza. L'opposizione fra i due figli ricalca quella delle due similitudini: la pecora, infatti, si smarrisce nel deserto, fuori; la dracma invece è smarrita in casa, dentro. Lo stesso capita ai due figli: il prodigo si smarrisce allontanandosi dalla casa, il maggiore abitando quella stessa casa. Se la pecora e la dracma sono ritrovate rispettivamente dal pastore e dalla donna, anche i due figli sono ritrovati dal padre buono. La terza parabola, tuttavia, non ha una conclusione narrativa: rimane aperta. Il lettore non sa se il figlio maggiore abbia accettato l'invito entrando alla festa oppure si sia rifiutato. Una così marcata reticenza narrativa non è priva di effetti, in quanto obbliga a pensare. Ma la sospensione narrativa non equivale a un vuoto che può essere riempito a piacere indistintamente, in quanto i segnali che la narrazione stessa ha posto in atto sono sufficientemente espliciti e per nulla indeterminati. Il dibattito fra il padre e il figlio maggiore vede certamente due posizioni dialettiche, ma le ragioni dell'uno e dell'altro non si equivalgono. La libertà del maggiore non è tolta, anzi rimane intatta, sicché la decisione di entrare alla festa, accettando così la logica del padre, non può che essere sua.


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Gesù a tavola 1Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 2Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. 3Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». 4Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. 5Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». 6E non potevano rispondere nulla a queste parole. 7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8«Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». 12Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

La parabola degli invitati al banchetto 15Uno dei commensali, avendo udito questo, gli disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». 16Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. 18Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. 19Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. 20Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. 22Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. 23Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Seguire Gesù 25Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. 31Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. 34Buona cosa è il sale, ma se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? 35Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Gesù a tavola Nella terza controversia sul sabato Luca richiama alla memoria le prime due, così che l'episodio sintetizza l'argomentazione portata in precedenza. Nel giorno in cui Israele celebra la dignità dell'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, capace di riposarsi come Dio si è riposato (cfr. Es 20,8-11), Gesù ridona dignità ai malati; ma in quello stesso giorno in cui si gioisce per la liberazione dalla schiavitù d'Egitto (cfr. Dt 5,12-15), esso diventa esperienza di salvezza proprio per mezzo dell'azione potente di Gesù. I farisei sono ridotti al silenzio (v. 4), incapaci di controbattere (v. 6). Il sospetto che Gesù minacciasse il riposo sabbatico non trova fondamento: egli, infatti, non nega l'osservanza del sabato, ma afferma che la guarigione è cosi importante da essere inclusa nelle cose da compiere proprio in giorno di sabato. L'immagine del banchetto qui assume differenti funzioni: è anzitutto l'ambientazione della controversia e del discorso di Gesù (v. l); poi è l'argomento della sua parabola (vv. 7-11); infine diventerà metafora del regno di Dio e dunque motivo di beatitudine (v. 14). L'ammonimento di Gesù di non occupare un posto d'onore ha come argomento il pericolo di essere svergognati da qualcuno più illustre (cfr. Pr 25,6-7). Quello che sembra essere un semplice consiglio prudente diviene una regola fondamentale del regno di Dio; non a caso il narratore definisce questo insegnamento di Gesù una «parabola» (v. 7): essa chiede di essere intesa in riferimento a quella realtà. Il capovolgimento delle situazioni è infatti opera di Dio (v. 11), come Luca non si stanca di ripetere (cfr. 1,52; 6,20-26; 1O, 15). L'usanza di scambiarsi inviti a tavola fra persone dello stesso ceto era diffusa Se era motivo di onore fare la carità ai poveri, non era certo costume invitarli alla propria tavola, in nome di una regola di reciprocità. Anzi, un simile gesto sarebbe stato interpretato come un'identificazione con il povero e, quindi, come un atto che avrebbe disonorato sé e la propria famiglia. Proprio sul principio di reciprocità insiste Gesù, mostrando che esso è rispettato, non però dal povero (che certamente non può ricambiare) ma da Dio nell'eternità (v. 14). Chi accetta questa logica è proclamato «beato».

La parabola degli invitati al banchetto La parabola mette in guardia dal rischio di non accogliere la grande occasione della salvezza offerta da Gesù. Ma v'è una seconda possibile interpretazione secondo la quale la parabola è il racconto di un uomo che accoglie i poveri alla sua mensa, obbedendo all'insegnamento di Gesù. Le due interpretazioni non sono da contrapporre, ma al contrario da integrare: unica condizione per partecipare al banchetto escatologico della salvezza offerto da Gesù è accogliere i poveri. La parabola diviene cosi l'annuncio della buona notizia ai poveri, evocando la predicazione di Gesù (cfr. 4,18; 7,22). La salvezza rappresentata dalla partecipazione al banchetto è un dono fatto a tutti: si tratta però di accogliere l'invito. La parabola obbliga a entrare in una logica nuova che è quella di Gesù, per tirare poi le debite conseguenze.

Seguire Gesù Il discorso torna sui temi che le scuse degli invitati (cfr. 14,18-20) avevano evocato: le relazioni familiari e il possesso dei beni materiali. Si tratta di condizioni non negoziabili. Le esigenze di Gesù sono radicali: anche i legami familiari più forti devono essere reinterpretati alla luce della chiamata di Gesù (cfr. 5,11.28; 8,10-21 ). L'indicazione è poi generalizzata: si tratta di odiare «la propria vita» (v. 26), al punto di prendere la croce. L'indicazione riprende le parole ai discepoli (cfr. 9,23): ciò non significa farsi crocifiggere, ma accettare la derisione e gli insulti che suscitavano i condannati che portavano il patibulum (cioè il palo orizzontale della croce). Le due brevi parabole (vv. 28-33) chiariscono in positivo il senso dell'investimento dell'intera esistenza dietro a Gesù. I due esempi concreti (costruire una torre e andare in guerra) suggeriscono un'impresa di un certo im- pegno e insistono sulla necessità di riflettere e di discernere attentamente la posta in gioco della decisione. Il discepolo che ha impostato in modo del tutto differente le relazioni con la propria famiglia, che ha rinunciato ai beni e a se stesso, che si prepara al martirio, è un buon discepolo, come il sale ha sapore. Se però quell'uomo smettesse di essere discepolo sarebbe finito, come quando il sale perde il sapore.


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Episodi di sangue 1In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

La parabola del fico sterile 6Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. 8Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Guarigione della donna curva 10Stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. 11C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. 12Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». 13Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. 14Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato». 15Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? 16E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?». 17Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Parabole del Regno di Dio 18Diceva dunque: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? 19È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami». 20E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? 21È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

L'invito a entrare nel Regno (13,22-17,10)

La porta stretta 22Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: 24«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.

La porta chiusa 25Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. 26Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. 27Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. 28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.

La mensa nel regno di Dio 29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. 30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Un profeta a Gerusalemme 31In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». 32Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. 33Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”. 34Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! 35Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Episodi di sangue Il dramma dei Galilei massacrati dai legionari romani deve avere fatto notizia (per quanto non vi siano testimonianze extrabibliche). Esso poneva un duplice problema: da una parte, la morte violenta era ritenuta un castigo divino contro i peccatori; dall'altra, v'era stato un sacrilegio nel tempio, il luogo più santo. Il secondo episodio, invece, riguarda un incidente di cantiere: il crollo della torre di Siloe. Gesù rifiuta di stabilire qualsiasi nesso fra peccato e sofferenza, e ammonisce i suoi interlocutori perché si convertano. Tale mutamento radicale riguarda Dio, non più considerato come colui che castiga i peccatori: senza conversione l'uomo morirebbe nel terrore di un Dio cosi; se, al contrario, si converte, scopre un volto totalmente differente di Dio.

La parabola del fico sterile La parabola più che un invito a contemplare la pazienza di Dio è un appello a fare presto! C'è ancora del tempo, ma non è infinito! La conversione al Dio che non castiga non dispensa l'uomo dalla responsabilità di decidere e di farlo presto. Il lettore, inoltre, può stabilire una relazione: l'«anno» concesso al fico ricorda l'«anno di grazia» del profeta Isaia (cfr. la citazione in Lc 4,19). Tale «anno» è in pieno svolgimento proprio nella missione di Gesù: per questo occorre fare presto.

Guarigione della donna curva Il racconto ritorna su temi cari a Luca: anzitutto quello della liberazione e della salvezza, cui alcuni oppongono un netto rifiuto (il rimando alla predica di Nazaret, cfr. 4,18, è evidente); inoltre, la guarigione avviene di sabato (cfr. 6,6-11 ), ed è un'occasione per ridefinire il senso di quel giorno. Gesù non compie il miracolo, lo notifica (v. 12) come opera già realizzata da Dio. La donna reagisce glorificando Dio (v. 13) e non Gesù, mostrando di interpretare anch'ella l'avvenimento nello stesso modo. Infine il verbo «bisognava» (v. 16) indica proprio la volontà salvifica di Dio che si manifesta per mezzo di Gesù. Non è un caso che subito dopo il miracolo vi siano le uniche parabole lucane che hanno a tema il regno di Dio (cfr. vv. 18-21).

Parabole del Regno di Dio Le parabole formano una sorta di conclusione del racconto della guarigione della donna curva. Le parabole non sono allegorie (ossia racconti dove ai vari elementi del racconto fittizio corrispondono elementi della realtà), ma narrazioni che obbligano a pensare: esse non definiscono il Regno, ma invitano a riflettere sull'evento che lo costituisce. L'impulso che viene dalle due immagini è un contrasto fra la modestia dell'inizio e l'enormità del risultato. Gesù ha applicato le parabole alla propria attività. modesta e screditata, ma dove il potere del male è già vinto(cfr. 11,20). Il messaggio è duplice:la modestia degli inizi non deve nascondere che Dio proprio così prepara lo splendore del Regno; inoltre, se è Dio che fa crescere, l'azione umana è richiesta perché lo sviluppo possa avvenire.

L'invito a entrare nel Regno La reiterata notizia del viaggio verso Gerusalemme (13,22) introduce la seconda sezione del «grande viaggio», caratterizzata da molte parabole e da un pressante invito a entrare nel Regno. Sulla strada che lo conduce a Gerusalemme Gesù prosegue il suo insegnamento sulla vita credente. La questione, introdotta da un anonimo personaggio, riguarda la salvezza (v. 23). L'articolata risposta di Gesù ritorna sul tema del giudizio nella parusia, per urgere la conversione nel tempo presente.

La porta stretta L'immagine della porta stretta (v. 24) è accompagnata dall'idea dello sforzo anche violento richiesto per avere parte al regno di Dio (v. 29). È un tema non insolito nella predicazione di Gesù che fa appelli pressanti alla conversione! In altre parole, la salvezza non è un fatto scontato.

La porta chiusa Il rischio di essere esclusi dalla salvezza è espresso per mezzo dell'immagine della porta chiusa. Quando un padrone di casa ha chiuso la porta, la riapre solo ai familiari: è l'argomento portato dai ritardatari che evocano la convivialità e l'insegnamento ascoltato. La realtà cui l'immagine rimanda supera l'esempio e pemette di identificare il «padrone di casa« (v. 25) con Gesù nel suo ruolo di giudice dei tempi ultimi. Il comportamento di coloro che sono rimasti fuori è qualificato come «ingiustizia» (v. 27), cioè infedeltà alla Legge nella maniera in cui Gesù l'ha ridefinita (cfr. 10,25-37).

La mensa nel regno di Dio Chiusi fuori, gli esclusi non potranno che lamentarsi, intravedendo il banchetto cui non sono stati ammessi! Ciò che fa la differenza è l'accettazione o il rifiuto della predicazione di Gesù, provocando un capovolgimento delle prerogative: alcuni pagani, lontani da Dio, prenderanno parte al banchetto, a differenza di alcuni membri del popolo eletto. L'avvertimento è chiaro: non capiti anche al lettore di dover guardare da lontano il gioioso convivio!

Un profeta a Gerusalemme Erode ha decapitato Giovanni (cfr. 9,9) e ora tenta di uccidere Gesù che con le sue parole stabilisce un'analogia fra Erode e Gerusalemme come assassina di profeti: questa «volpe» (il re) non ucciderà Gesù, ma quella «volpe» (la città) lo farà. Paragonando il proprio destino a quello dei profeti, Gesù mostra la continuità fra quanto accadeva nella storia d'Israele e quanto succederà a lui. Il lamento su Gerusalemme è un forte ammonimento profetico. Indirizzandosi direttamente alla città, nominata ben due volte (quindi con forte carica emozionale), Gesù la pone in stato d'accusa, pur dichiarandole il suo forte attaccamento. Il finale è colmo di ironia: Gesù dichiara che non lo vedranno più fino a che diranno le parole del salmo processionale (cfr. Sal 118,26): quando, al termine del viaggio, Gesù giungerà nella città santa, la moltitudine dei discepoli canterà quelle parole (cfr. 19,38), segno che il piano di Dio si realizza proprio nella passione del Figlio.


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Confessare il Figlio dell'uomo 1Intanto si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli: «Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. 2Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. 3Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze. 4Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. 5Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui. 6Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. 7Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri! 8Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; 9ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. 10Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato. 11Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, 12perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».

Il possesso dei beni 13Uno della folla gli disse: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». 14Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». 15E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». 16Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. 17Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? 18Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. 20Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. 21Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». 22Poi disse ai suoi discepoli: «Per questo io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete. 23La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito. 24Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi! 25Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 26Se non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? 27Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 28Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi, gente di poca fede. 29E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: 30di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. 31Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta. 32Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. 33Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. 34Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.

Le parabole della vigilanza 35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! 39Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». 41Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». 42Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? 43Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. 44Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire” e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. 47Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Divisioni e crisi 49Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! 51Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». 54Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. 55E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. 56Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? 57E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? 58Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. 59Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Confessare il Figlio dell'uomo L'immagine del lievito è presa qui in senso peggiorativo: si tratta di qualcosa di negativo che può crescere all'interno del gruppo dei discepoli, se gli si lascia spazio d'azione. Il tentativo di nascondere qualcosa è votato al fallimento (v. 2), anche all'interno del dei discepoli (v. 3). Che cosa siano le cose dette in segreto e poi rivelate non è semplice capire, ma il contesto seguente forse suggerisce che esse si riferiscano al doppio atteggiamento dei credenti che confessano la loro fede privatamente e non in pubblico a motivo della paura. Questa forma di doppiezza ipocrita può infettare la comunità e si tratta della finzione per non essere diversi dagli altri, che non potrà durare a lungo: vi sarà il momento dello svelamento della verità. Gesù limita il potere degli uccisori all'eliminazione della vita biologica. I due esempi rivelano che Dio si prende cura delle sue creature; il timore dei persecutori è superato. Le parole ai discepoli a proposito della confessione di fede e del rinnegamento sono molto ben bilanciate. Il linguaggio anticipa l'annuncio e il racconto del rinnegamento di Pietro (cfr. 22,34.57.61): e come Pietro sarà perdonato, cosi anche qui il perdono raggiunge colui la cui parola si erge contro Gesù (v. 10a). Ma si contempla pure il caso di qualcuno che non sarà perdonato, in quanto ha «bestemmiato contro lo Spirito Santo» (v. 10b), ma non è chiaro chi sia costui: forse è il discepolo infedele che rifiuta la guida dello Spirito nel momento del processo e rinnega la sua relazione con Gesù. Bestemmiare è molto più che negare di conoscere Gesù: si tratta di un pubblico vilipendio di Gesù e dello Spirito, come prova che non si è suoi discepoli.

Il possesso dei beni Gesù va dritto alla radice del problema, mettendo in luce che la vita dell'uomo non ha la sua origine nei beni e che, dunque, non può trovare nelle cose materiali il principio della sua sicurezza. Nella parabola del ricco stolto il progetto dell'uomo non è né accorto né intelligente: l'inevitabilità della morte e la sua imprevedibilità sono patrimonio esperienza universale. L'intervento di Dio non deve essere considerato come un castigo del ricco: esso semplicemente dà voce alla consapevolezza avvertita da ogni uomo dell'insufficienza del puro orizzonte materiale. Gesù indirizza al gruppo più ristretto una solenne esortazione a non preoccuparsi delle necessità elementari dell'esistenza. A fondamento di questa ingiunzione v'è l'affermazione del valore più grande della persona e della vita (v. 23): l'esistenza personale è un dono sul quale l'essere umano non può mettere le mani. Gesù, poi, ribadisce l'assoluta inefficacia della preoccupazione per modificare il proprio destino: considerato che la preoccupazione per il domani non allunga la vita dell'uomo, e che Dio si prende cura anche delle sue creature più piccole, ne consegue che Dio stesso custodirà la vita dei suoi figli. Il rimprovero di avere una fede insufficiente (v. 28) non giustifica l'inattività o la rassegnazione di fronte al proprio destino, ma invita a porre ogni fiducia nella bontà provvidente di Dio. A partire da questa fiducia è la ricerca esistenziale dei discepoli che riceve un nuovo orientamento: è da abbandonare la preoccupazione per il minimo vitale (il cibo e il vestito) che qualifica la ricerca dei pagani e dunque la loro esistenza. Ciò che differenzia i discepoli dagli increduli è che questi non dispongono di una fede nel Dio provvidente; al contrario, afferma Gesù, il Padre sa che gli uomini hanno bisogno di quelle cose per vivere (v. 30). L'invito finale ai discepoli (vv. 33-34) aggiunge un'ulteriore precisazione: non basta non preoccuparsi per le cose di ogni giorno, ma occorre pure distaccarsi completamente dai beni e darli in elemosina: si stabilisce un collegamento fra l'elemosina data al prossimo e il tesoro accumulato presso Dio. Quest'ultima battuta diventa la chiave per comprendere la parabola del ricco stolto (vv. 16-21): quell'uomo nel suo ragionamento aveva valutato tutto, senza per nulla pensare agli altri; la sua fortuna era solo per sé. Cosi si è trovato con un grande tesoro sulla terra e a mani vuote in cielo.

Le parabole della vigilanza In cammino verso Gerusalemme, Gesù prepara i suoi discepoli a vivere l'assenza del loro Signore in attesa del suo ritorno: la vigilanza e la fedeltà responsabile sono necessarie nella prospettiva della venuta del Figlio dell'uomo.
Le tre parabole, nelle loro somiglianze e differenze, rappresentano due atteggiamenti differenti: da una parte la vigilanza, pronta e aperta alle novità e alla sorprese del Regno; dall'altra la fedeltà e la responsabilità che caratterizzano il tempo dell'attesa. Dietro la relazione fra padrone e servo traspare il rapporto del Signore coi suoi discepoli. Stupisce poi l'inversione dei ruoli dove il Signore diventa servo: colui che tornerà è lo stesso Signore che sta camminando davanti ai discepoli verso Gerusalemme per donare la vita. Che il Signore veniente nella gloria assuma il ruolo di servitore suggerisce che questa è una sua caratteristica precipua. La formula escatologica finale (v. 48) sottolinea invece la responsabilità dei credenti di fronte al giudizio. La vigilanza pone i cristiani di fronte alle loro responsabilità quotidiane.

Divisioni e crisi Gesù compie un'appassionata affermazione a proposito della propria missione. Nel contesto del viaggio verso Gerusalemme, il fuoco che ancora non è acceso e il battesimo non ancora ricevuto alludono al rifiuto e alla morte che attende Gesù nella città santa. Come l'affermazione precedente, anche quella dei vv. 51-53 concerne quello che Gesù sta per compiere. Egli parla di conflitti che sembrano essere la necessaria conseguenza della missione di Gesù: la decisione per lui o contro di lui può dissolvere i legami più intimi, creando opposizione fra i membri della stessa famiglia. Diventare discepoli è una decisione che sorpassa anche i legami sociali più forti, se essi rappresentano una barriera alla vocazione cristiana. Per il lettore questa non è una novità: di ostilità sociale e di relazioni spezzate a causa di Gesù ha già sentito parlare (cfr. 6,22). Naturalmente la divisione non è l'obiettivo della missione, ma la conseguenza dell'adesione all'annuncio di Gesù. Infine Gesù suggerisce che c'è qualcosa di veramente significativo nel momento attuale, ma non esplicita di che cosa si tratti. Il messaggio è tutto per gli ascoltatori: v'è un «tempo opportuno» nel quale essi sono messi a confronto con il messaggio di Gesù e nel quale è chiesta a loro una risposta. Ma è possibile anche lasciar cadere l'opportunità e non rispondere. Per questo gli uditori sono accusati di ipocrisia: non si tratta di ignoranza ma di cattiva volontà colpevole. L'immagine del giudizio (già applicata agli ascoltatori capaci di interpretare il cielo) ritorna come una forte esigenza: bisogna saper giudicare che cosa sia giusto nella presente situazione. Tale necessità è sottolineata chiamando in causa l'uditorio cui Gesù si rivolge direttamente. L'opportunità di un accordo fra il debitore e il creditore prima dell'apertura del processo è l'unica possibilità di sottrarsi alla prigionia per estinguere la pendenza finanziaria. In primo piano sta la necessità di agire per evitare il disastro: quando la rivelazione di Dio s'avvicina, c'è urgenza di convertirsi prima che sia troppo tardi.


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La preghiera di Gesù 1Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». 2Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; 3dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, 4e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione». 5Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, 6perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, 7e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, 8vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. 9Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Il regno di Satana 14Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. 15Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». 16Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. 17Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. 18Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. 19Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. 20Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio. 21Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. 22Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. 23Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde. 24Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. 25Venuto, la trova spazzata e adorna. 26Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima». 27Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». 28Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». 29Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. 30Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. 31Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. 32Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona. 33Nessuno accende una lampada e poi la mette in un luogo nascosto o sotto il moggio, ma sul candelabro, perché chi entra veda la luce. 34La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche tutto il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. 35Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra. 36Se dunque il tuo corpo è tutto luminoso, senza avere alcuna parte nelle tenebre, sarà tutto nella luce, come quando la lampada ti illumina con il suo fulgore».

Contro farisei e dottori della Legge 37Mentre stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. 38Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 39Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. 40Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? 41Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. 42Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. 43Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. 44Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo». 45Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». 46Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! 47Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. 48Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite. 49Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, 50perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo: 51dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. 52Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito». 53Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, 54tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

La preghiera di Gesù La versione lucana della preghiera è simile a quella di Mt 6,9-13 ma più corta. La struttura è simile: ambedue iniziano con un'invocazione al Padre, cui seguono due serie di domande; la prima serie (tre in Matteo, due in Luca) è relativa a Dio (il tu), la seconda serie (tre petizioni) è relativa agli oranti (il noi); l'ordine delle domande è lo stesso. Matteo ha sei petizioni (o, secondo alcuni interpreti, sette), mentre Luca ne ha solo cinque. La preghiera inizia con la semplice invocazione «Padre», termine che ritornerà durante la passione (cfr. 22,42; 23,34.46); rimanda all'aramaico abba (cfr. Mc 14,36; Rm 8,15; Gal4,6): era il termine tipico per rivolgersi al genitore sia da parte del bambino piccolo sia da parte del figlio adulto nei confronti del padre anziano. Il termine con cui inizia la preghiera esprime una promessa di salvezza: è la preghiera dei figli di Dio. Il «nome» indica i caratteri e le qualità di chi lo porta, cioè l'identità. Quindi, la santificazione del nome è che Dio si mostri per quello che è nella sua presenza sovrana e compassionevole. Gesù ne ha proclamato la vicinanza e la presenza del Regno proprio nella sua persona e nell'esercizio della sua missione (cfr. 17,20; 22,18); nella preghiera il discepolo affida a Dio la venuta del Regno, gli chiede di intervenire nella storia e nella sua vita: quel Regno presente e nascosto in Cristo (cfr. 8,10) diventi vicino e visibile. La terza richiesta «il pane» domanda a Dio un dono che egli stesso dovrà rinnovare ogni giorno. La quarta richiesta «perdonaci» introduce il linguaggio del peccato: l'orante chiede il perdono a Dio, motivando la propria richiesta con la disponibilità a perdonare: il perdono fraterno non è la ragione del perdono di Dio, però è il momento della sua verità. L'ultima richiesta «non abbandonarci» è la sola formulata negativamente: la tentazione è la prova eccessiva che conduce a perdersi e a rinnegare Dio; l'orante supplica che Dio non ve lo conduca. L'orazione di Gesù è seguita da un insegnamento sulla preghiera che si esprime in due similitudini. La prima similitudine è ambientata in una casa povera dell'epoca, formata da una sola stanza dove adulti e bambini dormivano stesi per terra. Per parlare della preghiera, Gesù narra un racconto fittizio dove un uomo disturba oltre ogni limite un altro uomo, interpellato a sua volta dal bisogno di un terzo. La domanda retorica «Chi di voi?» attende una risposta: nessuno! Tuttavia, l'inopportuna richiesta di pane nel cuore della notte non trova sorprendentemente un diniego. La similitudine non è un'allegoria: il lettore non confonderà Dio con l'amico svegliato improvvisamente, ma noterà come l'uomo verrà incontro alla richiesta inopportuna non in virtù dell'amicizia ma proprio per l'insolenza sfrontata di colui che chiede: ciò che solitamente è vero nelle relazioni fra le persone è ancor più vero a proposito della preghiera indirizzata a Dio! Gli esempi finali (vv. 11-13) che ritornano sulla figura del padre (qui certamente umano), con evidente allusione alla preghiera del Padre (cfr. v. 2): la richiesta di un figlio verso un genitore si fonda sulla certezza dell'esaudimento e non sulla perversione della domanda. S'impone così un ragionamento a fortiori: se gli uomini, pur nella loro cattiveria, sanno compiere il bene, quanto più farà Dio, il Padre, verso tutti i suoi figli. Infine, Luca ricorda che Dio offrirà il dono per eccellenza, ovverosia lo Spirito Santo.

Il regno di Satana C'è una controversia sul potere con cui Gesù compie i miracoli, non si tratta di una contestazione ma di una discussione sull'origine di questo potere. Da dove viene la forza liberatrice? Il potere di Gesù non viene da una forza occulta o demoniaca, ma da Dio! E se compie gli esorcismi per la potenza efficace di Dio, allora la vittoria sul male inaugura il tempo nuovo del Regno: guarigioni ed esorcismi sono il segno del tempo della promessa e della salvezza, secondo le istruzioni date ai settantadue discepoli (cfr. 10,9). La lotta fra Dio e il male è rappresentata per mezzo di una similitudine: da una parte v'è un uomo forte e ben armato, dall'altra un uomo più forte che lo vince. Nell'uomo forte s'intravede Satana, che custodisce militarmente il suo palazzo (cioè coloro che sono posseduti dai demoni); nel «più forte», invece, Gesù che soppianta Satana e gli sottrae coloro che erano a lui asserviti. La venuta del «più forte» era già stata annunciata dal Battista (cfr. 3,16). L'esempio degli spiriti impuri (vv. 24-25) mette in guardia dal pericolo che un'adesione tiepida a Gesù rischia di provocare. La rivincita di Satana è legata a coloro che, dopo essere stati liberati dagli spiriti impuri, rifiutano di impegnarsi con Gesù (cfr. v. 23) o di ascoltare la Parola (cfr. v. 28). Chi ha accolto l'annuncio di Gesù non è al riparo da una nuova caduta: il lettore è messo in guardia e così è invitato a vigilare di fronte alla potenza del male. Le parole di Gesù suscitano l'approvazione entusiasta di una donna. Proclamare la beatitudine di una madre per esprimere l'ammirazione nei confronti di un figlio è usanza corrente del giudaismo. Ma all'elogio nei confronti della madre Gesù contrappone un'altra beatitudine. L'inversione dei ruoli è evidente: alla donna che voleva onorario proclamandolo «beato», Gesù risponde proclamando la beatitudine dei credenti che nell'ascolto e nella custodia della parola di Dio potranno lottare contro il ritorno delle forze del male: chi custodisce il suo palazzo, infatti, vince la potenza dell'uomo forte (cfr. 11,21). La domanda di un segno dal cielo (cfr. 11,16) trova ora risposta per mezzo del «segno di Giona»: non si tratta propriamente del segno sperato! Luca evoca il profeta come un segno per i Niniviti: il riferimento è la proclamazione da parte del profeta di un avvertimento severo alla città (cfr. Gio 3,4: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!»). Lo stesso Gesù assume il ruolo di esplicitare il giudizio sulla presente generazione. Mentre secondo la tradizione ebraica sarà compito d'Israele giudicare le nazioni alla fine dei tempi, Gesù ribalta i ruoli. Una straniera, la regina del Sud, condannerà questa generazione: il riferimento è alla visita compiuta dalla regina di Saba a Salomone (cfr. 1Re 10,1-12), in cui la sovrana riconobbe che Salomone eccelleva in sapienza. A lei si aggiungeranno gli abitanti di Ninive, che si erano convertiti alla predicazione di Giona (cfr. Gio 3,5-10). I due detti che seguono sono legati all'immagine della lucerna: la lucerna che brilla, e di cui si apprezza la luminosità, rappresenta qui la proclamazione del Regno. Il secondo detto (vv. 34-36) precisa come percepire il fulgore di questa luce. L'immagine ha il suo retroterra culturale nella concezione anatomica antica secondo cui il corpo è come una casa rischiarata dalla luce dell'occhio. Se Dio non offre altro segno che la predicazione di Gesù, chi è abitato da questa luce sarà luminoso, perché da lui illuminato.

Contro farisei e dottori della Legge Gesù è invitato alla tavola di un fariseo, ma immediatamente qualcosa si guasta. Se il suo ospite è sorpreso per la mancanza delle abluzioni rituali, Gesù reagisce con una serie di invettive contro il fariseo e gli altri invitati. Alla preservazione della purità esteriore, cui i farisei tendono all'eccesso, Gesù oppone la purità interiore, che è di natura morale. Purificare ciò che è visibile agli sguardi umani non serve a nulla, se non si purifica l'interiorità, cioè il cuore: Dio, infatti, ha creato sia il corpo sia il cuore. I tre «guai» (vv. 42-44) fanno risuonare l'indignazione profetica in nome di Dio da parte di Gesù contro i farisei, il cui comportamento dimostra di essere una falsa interpretazione della Legge, nonostante la loro vocazione a essere guide del popolo. Il primo «guai» prende di mira lo zelo farisaico, stigmatizzando la preoccupazione di pagare la decima addirittura su ogni più piccola erba per poi trasgredire alcune esigenze morali fondamentali: emerge il ritratto di persone che non sanno ponderare la diversità degli imperativi della Legge. Il secondo «guai» interpreta il primo: all'amore di Dio i farisei hanno sostituito la ricerca della pubblica ammirazione degli uomini. Il terzo «guai» fa emergere l'atteggiamento più profondo, cioè l'ipocrisia: i farisei sono paragonati a tombe che calpestate da uomini ignari trasmettono loro l'impurità; l'accusa è forte, in quanto Gesù affermerebbe che i farisei, contrariamente alla loro apparenza inappuntabile, in realtà contaminano coloro che li avvicinano. Gesù li accusa di venire meno alla loro responsabilità di guide del popolo: imponendo fardelli che non sfiorano, hanno impedito una vera conoscenza delle dinamiche fondamentali della Legge. Ma il «guai» più grave(vv.47-5l)è l'accusa di avere perseguitato i profeti. Il tema della persecuzione e dell'uccisione dei profeti è tipicamente lucano (cfr. 6,22-23; At 7,52): Gesù stesso identifica se stesso come un profeta (cfr. 4,24; 13,33-34). Nell'accusa di costruire le tombe dei profeti c'è una provocazione e una chiara inversione ironica. Essa si chiarifica a fronte dell'osservazione (vv. 49-50) che l'attuale generazione continua a perseguitare e uccidere profeti e inviati. Proprio a motivo di questa continuità fra passato e presente l'edificazione delle tombe, invece di essere un modo per onorare i profeti, diviene una modalità per celebrare la loro morte violenta e, quindi, per approvarla.


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L'invio dei settantadue 1Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. 10Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11“Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. 12Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. 13Guai a te, Corazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. 14Ebbene, nel giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. 15E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! 16Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».

Il ritorno dei settantadue 17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». 18Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». 21In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 22Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». 23E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

La parabola del buon samaritano 25Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». 28Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». 29Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 30Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. 36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Marta e Maria 38Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

L'invio dei settantadue Fra la missione dei Dodici e quella dei settntadue c'è un parallelismo, ma la seconda rappresenta l'apice: nonostante i Dodici avranno un ruolo importante negli Atti, tuttavia l'invio dei «settantadue» allude all'importanza anche di altri missionari. Gesù invia settantadue discepoli di cui si ignora l'identità, il momento della partenza e la durata della loro assenza. Nella tradizione anticotestamentaria il numero settantadue evoca l'idea dell'intera umanità; l'invio di questi discepoli riveste dunque una dimensione universale. Essi sono inviati due a due, probabilmente per rispettare la tradizione giudaica dei due testimoni indispensabili per risolvere un conflitto, come precursori di Gesù (v. 1). La loro missione non è semplice: i discepoli sono inviati «come agnelli in mezzo a lupi» (v. 3). La loro spoliazione è estrema: è loro proibito anche il minimo necessario di cui aveva bisogno un viaggiatore nell'antichità (v. 4). L'urgenza del Regno è più forte delle usanze sociali: la missione chiede un contatto con le persone: un breve saluto in strada è insufficiente! La pace che Gesù chiede di annunciare alle case in cui entrano i discepoli indica le buone relazioni, la serenità che si esprime in gesti concreti (mangiare e bere), il segno della gioia del Regno. Il contatto personale primeggia dunque sulla comunicazione pubblica: solo in un secondo momento la missione potrà continuare verso l'intera città (vv. 8-9). La pace del Regno messianico penetra dunque nelle case e nelle città, laddove gli uomini vivono, non discende dall'alto. Nel passaggio dalle case alla città il saluto di pace è rimpiazzato dall'affermazione che «si è avvicinato a voi il regno di Dio» (v. 9): il significato non è molto differente, in quanto il regno di Dio include la pace messianica. La predicazione del Vangelo non è puro discorso intellettuale alla maniera dei filosofi greci itineranti: si traduce in azioni concrete verso i malati (v. 9) attraverso cui la gente sperimenta la vicinanza del Regno. L'accoglienza dell'annuncio non è automatica, né dipende dalla buona volontà dei discepoli e nemmeno dal loro carisma. Segue un lungo lamento sulle città che rifiutano d'accogliere la buona notizia. Si tratta non di una maledizione, ma di un lamento funebre: esso assume cioè la forma di un avvertimento profetico. Il finale del discorso ai settantadue manifesta una solidarietà di destino fra il maestro e i discepoli: essi saranno accolti o rifiutati ma attraverso di loro è Dio stesso che sarà accolto o rifiutato (v. 16).

Il ritorno dei settantadue Il ritorno dei settantadue discepoli è rappresentato come un tempo di gioia: essi esultano e Gesù interpreta la loro esultanza, rende grazie a Dio per indirizzare infine una beatitudine agli stessi discepoli. Benché Gesù e i suoi discepoli siano esposti a pericoli e persecuzioni, tuttavia Satana non avrà potere sopra di loro. Gesù risponde ai discepoli lodando Dio con un ringraziamento colmo d'esultanza. L'azione di grazie è per la rivelazione di Dio offerta ai piccoli. Come nel Magnificat (cfr. 1,51- 53), anche qui Dio è lodato perché frustra le attese umane e abbatte le distinzioni sociali. Il nesso fra l'esultanza nello Spirito e la beatitudine riguardante i discepoli (vv. 23-24) è molto forte, ponendo bene in luce la novità portata da Gesù: esclusi sapienti e intelligenti, ed eletti i piccoli come destinatari della rivelazione, i discepoli sono beati proprio perché raggiunti da quella medesima rivelazione, a scapito di profeti e re. Gesù valorizza l'esperienza dei suoi discepoli, che godono del privilegio riservato a chi vive in prima persona il tempo messianico, ormai inaugurato con le sue opere (da cui il «vedere») e le sue parole (da cui il «sentire»). Gesù è il Messia che porta a compimento le promesse: da una parte v'è stato un desiderio prolungato, dall'altra un compimento gratuito e inatteso, regalato ai testimoni oculari.

La parabola del buon samaritano Da quale punto di vista Gesù ha raccontato la parabola? Non dal punto di vista del samaritano, ma da quello del ferito: tutto avviene secondo i suoi occhi. La parabola non punta all'esemplarità del samaritano, ma cerca di fare entrare l'ascoltatore (e il lettore) nella pelle del ferito. L'uomo aggredito dai briganti non ha identità, è senza un nome e senza una qualifica, è cioè un membro dell'umanità; un'identità cosi aperta non può che facilitare il lettore a identificarsi in lui. Inoltre sacerdote e levita vedono il ferito e passano oltre senza fermarsi, e il narratore non ne dice la ragione. Perché questo silenzio? Perché il punto di vista adottato dal narratore è quello del ferito e il racconto rivela solo ciò che questi può sapere. Il ferito constata solo che il sacerdote e il levita (riconoscibili dal loro abito) non si prendono cura di lui. La parabola abbonda poi di particolari solo nel momento in cui il viandante ne può disporre: quell'uomo sa bene che cosa gli ha fatto il samaritano! Così i dettagli sono precisi: olio e vino sulle ferite, giumento, locanda, denaro. Infine, la domanda posta da Gesù al dottore della Legge (v. 36) è la chiave per capire da che punto di vista la parabola è narrata. Essa, infatti, interroga sull'identità del prossimo non più a partire dal donatore (questa era la prospettiva del dottore della Legge, cfr. v. 29), ma a partire dal beneficiario: è dalla misera situazione di una vittima che si decide lo statuto del prossimo, non da una definizione teorica. Il racconto fittizio permette al lettore di entrare nella pelle di un essere umano in quella condizione disperata. Alla fine il lettore non può che rispondere, come il dottore della Legge, ciò che è evidente: quando sono posto in una condizione di indigenza, qualunque sia la mia identità, aspetto che un altro si riconosca prossimo per me!

Marta e Maria Mai un maestro ebreo dell'epoca avrebbe accettato che una donna assumesse nei suoi confronti l'atteggiamento di un discepolo. Il comportamento di Maria è straniante e contravviene alle regole imposte dalla cultura del tempo. Marta pone una domanda retorica, fa un apprezzamento e avanza una richiesta. A rispondere non è Gesù, ma «il Signore» (vv. 41-42) che interpella Marta due volte: «Marta. Marta!». Si tratta di una chiamata, di una vocazione, più che di un rimprovero (cfr. 13,34; 22,31). Gesù descrive il comportamento di Marta per mezzo di due verbi: ella è «preoccupata» e «agitata». Marta è come risucchiata nella spirale delle molte cose. La definizione di Gesù la smaschera: quel servizio si è trasformato in preoccupazione e agitazione, senza che la donna si rendesse conto del cambiamento intercorso. A prevalere non è il servizio ma l'atteggiamento di dispersione, inquietudine e preoccupazione. Le «preoccupazioni» (cfr. 8,14) erano le spine che, nell'interpretazione della parabola del seme, impedivano alla parola di Dio di crescere. Il contrasto tra Marta e Maria è molto marcato: da una parte la preoccupazione e l'affanno, dall'altra «un'unica necessità», che Gesù tuttavia non definisce precisamente, se non ritornando sul comportamento di Maria e obbligando Marta (e il lettore) a un esercizio di intelligenza e di interpretazione. Gesù configura il comportamento di Maria caratterizzandolo come la scelta della «parte buona» (v. 42). L'aggettivo «buona» ricorda la terra che dava frutto nella parabola del seme. Come la parola di Gesù sulle preoccupazioni evocava il terreno infestato da spine (cfr. 8,14), incapace di condurre il seme a completa maturazione, cosi il riferimento alla «parte buona» richiama la terra fertile, ovverosia il cuore buono e perfetto di chi ascolta, custodisce e produce frutto (cfr. 8, 15).


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L'invio dei Dodici 1Convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. 2E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. 3Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. 4In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. 5Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro». 6Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.

La ricerca di Erode 7Il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», 8altri: «È apparso Elia», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». 9Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

La moltiplicazione dei pani nel deserto 10Al loro ritorno, gli apostoli raccontarono a Gesù tutto quello che avevano fatto. Allora li prese con sé e si ritirò in disparte, verso una città chiamata Betsàida. 11Ma le folle vennero a saperlo e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. 12Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 13Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». 14C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». 15Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 16Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

La confessione di Pietro e istruzioni sulla sequela 18Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». 19Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto». 20Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». 21Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. 22«Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». 23Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. 24Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. 25Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso? 26Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi. 27In verità io vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto il regno di Dio».

La trasfigurazione 28Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. 35E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 36Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

La guarigione di un ragazzo 37Il giorno seguente, quando furono discesi dal monte, una grande folla gli venne incontro. 38A un tratto, dalla folla un uomo si mise a gridare: «Maestro, ti prego, volgi lo sguardo a mio figlio, perché è l’unico che ho! 39Ecco, uno spirito lo afferra e improvvisamente si mette a gridare, lo scuote, provocandogli bava alla bocca, se ne allontana a stento e lo lascia sfinito. 40Ho pregato i tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 41Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa, fino a quando sarò con voi e vi sopporterò? Conduci qui tuo figlio». 42Mentre questi si avvicinava, il demonio lo gettò a terra scuotendolo con convulsioni. Gesù minacciò lo spirito impuro, guarì il fanciullo e lo consegnò a suo padre. 43E tutti restavano stupiti di fronte alla grandezza di Dio.

Un ulteriore annuncio della passione e l'insegnamento di Gesù su cosa significa essere veri discepoli Mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: 44«Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». 45Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento. 46Nacque poi una discussione tra loro, chi di loro fosse più grande. 47Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino 48e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande». 49Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». 50Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».

IL CAMMINO VERSO GERUSALEMME

L'inizio del grande viaggio verso Gerusalemme e il rifiuto dei samaritani 51Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme 52e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. 53Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. 54Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». 55Si voltò e li rimproverò. 56E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Le severe richieste della sequela 57Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». 58E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». 59A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». 60Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». 61Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». 62Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

L'invio dei Dodici Dopo la pesca miracolosa Pietro, Giacomo e Giovanni avevano iniziato a seguire Gesù (cfr. 5,11 ), il quale poi aveva eletto fra i discepoli un gruppo di Dodici (cfr. 6,12-16); ora Gesù conferisce loro un incarico particolare, associandoli alla sua stessa opera. Le istruzioni date da Gesù agli evangelizzatori sono severe (v. 3): la privazione riguarda quanto è necessario per sopravvivere e difendersi. L'estrema povertà, addirittura esagerata, pone in luce l'urgenza della testimonianza che essi portano prima che Dio irrompa nella storia: il Regno è atteso come imminente. La povertà è immagine della grazia proclamata: forte ma fragile, esposta al rifiuto degli uomini.

La ricerca di Erode A differenza degli altri due Sinottici (cfr. Mt 14,1-2; Mc 6, 14-16) Luca non introduce i l racconto dell'uccisione di Giovanni Battista, ma lo accenna indirettamente (v. 9). Il tentativo della folla d'identificare Gesù con Giovanni, Elia o uno dei profeti ha la forza di intrigare ancora di più il racconto e la domanda cristologica. In effetti, a partire dall'insegnamento e dalle guarigioni, le folle possono concludere che egli è un profeta (cfr. 7,16), mentre lo stesso Gesù ha descritto se stesso in questo modo (cfr. 4,24). I tre pareri saranno ripetuti prima della confessione di Pietro (cfr. 9, 19). La perplessità del tetrarca di Galilea lo conduce a voler vedere Gesù: sarà esaudito durante la passione (cfr. 23,8) ma invano, perché Gesù tacerà di fronte alla sua curiosità.

La moltiplicazione dei pani nel deserto Il racconto della moltiplicazione dei pani nel deserto conosce ben sei versioni (cfr. Mt 14,13-21; 15,32-39; Mc 6,32-44; 8,1- 1O; Gv 6,1-15); il secondo racconto di Marco e Matteo non è riportato da Luca. I Dodici hanno un ruolo importante nel racconto di miracolo (Mt 14,15 e Mc 6,35 parlano di «discepoli», a differenza di Le 9,12): la loro opera non termina con il ritorno dalla missione (v. 11); la folla radunata da quell'annuncio ora deve essere presa in cura. Il compito per loro è impossibile, ma come Gesù ha reso possibile la pesca miracolosa (cfr. 5,1-11 ), così ora saprà nutrire la folla che si è radunata. I Dodici hanno il compito di organizzare la folla in gruppi e di distribuire il cibo che Gesù provvede, col risultato che tutti «furono saziati» (v. 17). Le dodici ceste avanzate corrispondono al numero dei discepoli, segno del nutrimento per coloro che si raduneranno per mezzo della loro missione. Luca offre una dettagliata descrizione delle azioni di Gesù (v. 16), che assumono una forte valenza se le si compara con i gesti molto simili dell'ultima cena (cfr. 22, 19) e del pasto di Emmaus (cfr. 24,30). Le similitudini legano insieme i tre pasti e li uniscono alla celebrazione chiamata «spezzare del pane)) (At 2,42). Probabilmente queste azioni erano familiari all'uditorio di Luca che vedeva qui un'anticipazione della celebrazione eucaristica. La moltiplicazione non corrisponde solo alla soluzione di un problema contingente; compresa nel suo senso escatologico, porta a riconoscere che Gesù è il Messia, l'atteso che conduce il tempo al suo compimento (cfr. 22,29-30 dove emerge la relazione fra banchetto e regno di Dio).

La confessione di Pietro e istruzioni sulla sequela La domanda di Gesù obbliga i discepoli da una parte a dire che cosa pensano di lui (essi lo avevano fatto solo in due occasioni cfr. 5,8: 8,25), dall'altra è l'occasione per l'esplicitazione delle voci sulla sua identità profetica: Gesù non è solo un profeta ma è anche il Cristo, anzi «il Messia di Dio» (v. 20). Se la tipologia profetica allineava Gesù con gli altri profeti, la figura messianica è unica, al di fuori di ogni classificazione. Per iniziare a delineare l'unicità del suo modo particolare di “essere Messia”, che ricade anche sui suoi discepoli, Gesù pronuncia cinque “sentenze”. Considerate insieme, le cinque sentenze sono una risposta indiretta alla domanda di Erode (cfr. 9,7-9). Gesù è il Figlio dell'uomo che verrà nella gloria alla fine del tempo. Di conseguenza, ai discepoli di Gesù è richiesto un totale impegno della vita, prendendo la croce e offrendo la vita in obbedienza a lui.

La trasfigurazione Luca precisa che Gesù è salito sul monte per pregare e afferma che proprio durante la preghiera l'aspetto del suo volto «(divenne) un altro» (v. 29); in questo modo Luca sottolinea il potere della preghiera di mediare la presenza di Dio. Un'altra particolarità riguarda la visione della gloria (vv. 31-32), anticipazione della pienezza escatologica che compie quanto Gesù ha detto (cfr. v. 26): alla fine del vangelo risurrezione e ascensione saranno caratterizzate come ingresso «nella gloria» (cfr. 24,26). Il proposito di costruire le tende sugerisce che Pietro vede nell'evento il compimento della celebrazione della festa delle Capanne (cfr. Dt 16,13). In realtà, il significato dell'evento è solo colto parzialmente: egli vorrebbe congelare un momento preciso, ma la fede gli domanda di seguire Gesù fino alla croce. Come al battesimo una voce proveniva dall'alto per riconoscere l'identità filiale di Gesù (cfr. 3,21-22), quella stessa figliolanza è ora riaffermata nel momento in cui Gesù entra in un nuovo stadio del suo itinerario. Tuttavia, in questa occasione la voce si rivolge non solo a Gesù, ma anche ai tre apostoli, con l'ordine di ascoltarlo. Infine, il silenzio dei discepoli suggerisce che la trasfigurazione è un evento prolettico: esso adombra l'esodo di Gesù, la sua ascensione.

La guarigione di un ragazzo L'epilessia è un male che nell'antichità era attribuito o alla potenza malefica della luna o alla forza dei demoni. Il narratore prima mette in bocca al padre l'affermazione che il ragazzo è posseduto da uno «spirito» (v. 39), poi egli stesso lo chiama «demonio» (v. 42): si tratta di una forza personale contraria a Dio e al suo progetto di vita. Come già per la vedova di Nain (cfr. 7, 15), Gesù restituisce il ragazzo guarito al padre, che rischiava di perdere il suo unico figlio; i presenti celebrano la grandezza di Dio (9,43a). Tale reazione interpreta quanto è avvenuto: Gesù solo è riuscito a contrastare la potenza demoniaca, fatto che testimonia il suo stretto legame con la potenza divina.

Un ulteriore annuncio della passione e l'insegnamento di Gesù su cosa significa essere veri discepoli Il narratore giustappone i discorsi dei discepoli a proposito della grandezza e la loro incapacità a comprendere l'annuncio della passione. La dimensione cristologica (vv. 43b-45) e quella ecclesiologica (vv. 46-50) si sovrappongono. Nell'annuncio della passione emerge il tema della fragilità del Figlio dell'uomo che sarà consegnato in potere degli uomini (9,43b-45). Anche la sottolineatura della paura a porre domande esprime con forza il blocco comunicativo dei discepoli a fronte di quanto Gesù ha detto e, ancor più, l'assoluta distanza fra la prospettiva del maestro e la loro. La radicale incomprensione della prospettiva di Gesù da parte dei discepoli è espressa dalla discussione sul più grande. Il gesto simbolico di Gesù (v. 47) tiene conto dello statuto del bambino nell'antichità: egli era socialmente senza alcun valore, in tutto dipendente dall'adulto, insignificante. Gesù invita a capovolgere la scala dei valori: accogliere colui che in società non ha alcuna rilevanza è accogliere lui stesso e il Padre che lo invia. Questo capovolgimento era annunciato nel Magnificat (cfr. 1,52-53) e si verifica nel destino del Figlio dell'uomo, consegnato alla sofferenza. Non senza ironia, Luca racconta che un estraneo è riuscito a scacciare i demoni, cosa che ai discepoli non riusciva (cfr. v. 40). La potenza del regno di Dio è all'opera al di là della cerchia dei discepoli.

IL CAMMINO VERSO GERUSALEMME Con 9,51 inizia il cosiddetto «grande viaggio» verso Gerusalemme (9,51-19,44), in realtà «assunzione» di Gesù, cioè cammino verso la morte e ascesa al Padre. Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, di cui si fa menzione anche negli altri Sinottici (cfr. Mc 10,32.46; 11,1; Mt 19,1; 20,17-18.29; 21,1), assume in Luca un notevole sviluppo, sino a occupare un'intera sezione, pari al quaranta per cento di tutto il vangelo. Gesù continua a svolgere la medesima missione già narrata nella parte precedente (4,14-9,50), ovverosia annunciare il regno di Dio: alle folle ne parla in parabole (cfr. 13,18-19.20-21; 14,15-24), nei confronti dei discepoli, invece, il discorso è più diretto (cfr. 11,2; 12,31 ); inoltre, invia i «settantadue» a portare lo stesso annuncio (cfr. 10,9.11 ). La novità della sezione è l'insistenza sulla vicinanza del Regno.

L'inizio del grande viaggio verso Gerusalemme e il rifiuto dei samaritani Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme è presentato dal narratore come il risultato di una forte decisione personale e, nello stesso tempo, come il compimento del piano di Dio. Questo duplice carattere è segnalato da due espressioni: da una parte la menzione del compimento dei giorni dell'«assunzione», dall'altra il riferimento al «volto indurito» («prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» letteralmente sarebbe: «indurì il suo volto verso Gerusalemme» il verbo greco qui utilizzato implica uno stato, oppure un atto definitivo e immutabile. È detto di un abisso che sarà impossibile attraversare (cfr. 16,26), dei fratelli da confermare consolidandoli (cfr. 22,32); nell'AT (cfr. Ez 6,2; 13,17; 14,8; si veda anche Ger 3,12) ricorre l'espressione: «fissare il volto verso o contro», che indica la realizzazione di uno scopo con decisione inflessibile. Volontà di Dio e ferma risoluzione di Gesù sono profondamente unite; anzi, pare che coincidano interamente. Il fine della volontà divina è l'«assunzione» di Gesù e lo scopo del cammino è la salita a Gerusalemme. Per andare dalla Galilea a Gerusalemme bisogna attraversare la Samaria. Il sospetto dei giudei nei confronti dei samaritani è forte e ricambiato alla pari: essi si considerano a vicenda come religiosamente devianti. I messaggeri di Gesù si trovano di fronte a un rifiuto a causa dello scopo del viaggio, Gerusalemme. Il viaggio inizia dunque con un rifiuto, come a Nazaret (cfr. 4,16-30).

Le severe richieste della sequela Nelle tre brevi storie ogni vicenda termina con la parola di Gesù, senza che il lettore sappia la decisione dei tre uomini. Sulla strada verso Gerusalemme non c'è spazio per promesse avventate o incomprensioni: il prezzo della sequela è alto.


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Alcune donne intorno a Gesù 1In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici 2e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; 3Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.

La parabola del seme e la sua spiegazione 4Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: 5«Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. 6Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. 7Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. 8Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». 9I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. 10Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano. 11Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. 12I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. 13Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. 14Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. 15Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

La parabola della lampada 16Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. 17Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. 18Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

La vera famiglia di Gesù 19E andarono da lui la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. 20Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti». 21Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

La tempesta sedata 22E avvenne che, uno di quei giorni, Gesù salì su una barca con i suoi discepoli e disse loro: «Passiamo all’altra riva del lago». E presero il largo. 23Ora, mentre navigavano, egli si addormentò. Una tempesta di vento si abbatté sul lago, imbarcavano acqua ed erano in pericolo. 24Si accostarono a lui e lo svegliarono dicendo: «Maestro, maestro, siamo perduti!». Ed egli, destatosi, minacciò il vento e le acque in tempesta: si calmarono e ci fu bonaccia. 25Allora disse loro: «Dov’è la vostra fede?». Essi, impauriti e stupiti, dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che comanda anche ai venti e all’acqua, e gli obbediscono?».

Liberazione di un indemoniato 26Approdarono nel paese dei Gerasèni, che sta di fronte alla Galilea. 27Era appena sceso a terra, quando dalla città gli venne incontro un uomo posseduto dai demòni. Da molto tempo non portava vestiti, né abitava in casa, ma in mezzo alle tombe. 28Quando vide Gesù, gli si gettò ai piedi urlando, e disse a gran voce: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti prego, non tormentarmi!». 29Gesù aveva ordinato allo spirito impuro di uscire da quell’uomo. Molte volte infatti si era impossessato di lui; allora lo tenevano chiuso, legato con catene e con i ceppi ai piedi, ma egli spezzava i legami e veniva spinto dal demonio in luoghi deserti. 30Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Rispose: «Legione», perché molti demòni erano entrati in lui. 31E lo scongiuravano che non ordinasse loro di andarsene nell’abisso. 32Vi era là una grande mandria di porci, al pascolo sul monte. I demòni lo scongiurarono che concedesse loro di entrare nei porci. Glielo permise. 33I demòni, usciti dall’uomo, entrarono nei porci e la mandria si precipitò, giù dalla rupe, nel lago e annegò. 34Quando videro ciò che era accaduto, i mandriani fuggirono e portarono la notizia nella città e nelle campagne. 35La gente uscì per vedere l’accaduto e, quando arrivarono da Gesù, trovarono l’uomo dal quale erano usciti i demòni, vestito e sano di mente, che sedeva ai piedi di Gesù, ed ebbero paura. 36Quelli che avevano visto riferirono come l’indemoniato era stato salvato. 37Allora tutta la popolazione del territorio dei Gerasèni gli chiese che si allontanasse da loro, perché avevano molta paura. Egli, salito su una barca, tornò indietro. 38L’uomo dal quale erano usciti i demòni gli chiese di restare con lui, ma egli lo congedò dicendo: 39«Torna a casa tua e racconta quello che Dio ha fatto per te». E quello se ne andò, proclamando per tutta la città quello che Gesù aveva fatto per lui.

Guarigione dell'emorroissa e risurrezione della figlia di Giàiro 40Al suo ritorno, Gesù fu accolto dalla folla, perché tutti erano in attesa di lui. 41Ed ecco, venne un uomo di nome Giàiro, che era capo della sinagoga: si gettò ai piedi di Gesù e lo pregava di recarsi a casa sua, 42perché l’unica figlia che aveva, di circa dodici anni, stava per morire. Mentre Gesù vi si recava, le folle gli si accalcavano attorno. 43E una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, la quale, pur avendo speso tutti i suoi beni per i medici, non aveva potuto essere guarita da nessuno, 44gli si avvicinò da dietro, gli toccò il lembo del mantello e immediatamente l’emorragia si arrestò. 45Gesù disse: «Chi mi ha toccato?». Tutti negavano. Pietro allora disse: «Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia». 46Ma Gesù disse: «Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me». 47Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, tremante, venne e si gettò ai suoi piedi e dichiarò davanti a tutto il popolo per quale motivo l’aveva toccato e come era stata guarita all’istante. 48Egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace!». 49Stava ancora parlando, quando arrivò uno dalla casa del capo della sinagoga e disse: «Tua figlia è morta, non disturbare più il maestro». 50Ma Gesù, avendo udito, rispose: «Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata». 51Giunto alla casa, non permise a nessuno di entrare con lui, fuorché a Pietro, Giovanni e Giacomo e al padre e alla madre della fanciulla. 52Tutti piangevano e facevano il lamento su di lei. Gesù disse: «Non piangete. Non è morta, ma dorme». 53Essi lo deridevano, sapendo bene che era morta; 54ma egli le prese la mano e disse ad alta voce: «Fanciulla, àlzati!». 55La vita ritornò in lei e si alzò all’istante. Egli ordinò di darle da mangiare. 56I genitori ne furono sbalorditi, ma egli ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che era accaduto.

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Alcune donne intorno a Gesù Tra coloro che condividono l'itinerario missionario di Gesù vi sono alcune donne, chiamate per nome, accanto ai Dodici. Le donne qui nominate si ritroveranno in altri importanti momenti: alla crocifissione (cfr. 23,49.55), alla risurrezione (cfr. 24,1O) e con gli apostoli prima della Pentecoste (cfr. At 1,14). Luca è molto attento al ruolo delle donne: la loro presenza alla sequela di un rabbi è sorprendente, soprattutto all'interno della società palestinese. La novità dell'annuncio del Regno si traduce in una forma nuova di vita comune, di cui gli Atti degli Apostoli descriveranno la fecondità (cfr. At 2,42-47; 4,32-35; 5,12-16).

La parabola del seme e la sua spiegazione I vv. 4-21 sono un insieme di insegnamenti raggruppati intorno a un tema: ascoltare la parola di Dio e rispondere a essa. Luca ha trasformato la parabola del seminatore di Marco nella parabola del seme. La descrizione della seminagione riflette i costumi locali. Nei primi due terreni (la strada e la roccia) il grano non può penetrare e germinare; fra le spine, invece, è soffocato. A questa serie reiterata di fallimenti si contrappone l'eccezionale rendimento nella terra buona: la moltiplicazione del seme cento volte è una resa pressoché impossibile nell'antichità. Oggetto della parabola è proprio la parola di Dio (cfr. 5,1). Luca muta l'espressione marciana «il seminatore semina la parola» (Mc 4,14) con «il seme è la parola di Dio» (v. 11). Il seminatore non ha più importanza; l'interesse è concentrato sulla parola di Dio. Poi non si precisa che cosa essa sia, ma si mostra come è ricevuta dagli uomini, mettendo in luce le disposizioni che permettono o impediscono di trame profitto. Luca, quindi, sottolinea come bisogna accogliere la Parola: è necessaria la fede, poi la perseveranza. La necessità della fede è messa in luce a proposito delle prime due categorie di uditori: se non c'è risposta di fede, la parola di Dio va incontro all'insuccesso. La fede è esplicitata al v. 13: laddove Marco parlava di coloro che «sono momentanei (cioè “incostanti”)» (Mc 4,17), Luca precisa: «credono per un momento», ma poi «s'allontanano», cioè abbandonano la fede. Una fede che non resiste alle prove quotidiane sparisce presto! La qualità essenziale che si richiede perché la fede porti frutto è la «perseveranza» (v. 15), la forza d'animo, ossia la capacità «di rimanere sotto» la prova. Chi invece accoglie la Parola con cuore «integro e buono» (v. 15), non diviso, porta frutto abbondantissimo! L'attitudine esemplare è dunque la perseveranza nell'avversità che assicura la fedeltà nella durata.

La parabola della lampada L e tre sentenze a proposito della lucerna sono tipiche dell'insegnamento sapienziale; tutte hanno un doppione in Luca (cfr. 11,33; 12,2; 19,26). Qui svolgono la funzione di commentario della parabola del seme, illustrando il tema della parola di Dio che porta frutto. La Parola: più la si ascolta più è feconda, meno la si ascolta meno può essere fermento di vita. Tuttavia non si tratta solo di ascoltare la Parola, bisogna valutare «come» la si ascolta.

La vera famiglia di Gesù Luca introduce la madre e i fratelli di Gesù, per precisare ulteriormente il riferimento all'ascolto della parola di Dio. La causa del mancato incontro fra Gesù e i parenti è la numerosa folla; informato, Gesù riplasma i criteri della sua famiglia spirituale. Il modo giusto d'intendere la parola di Dio non è solo ascoltarla, ma metterla in pratica, cioè farla fruttificare. Anche i legami di sangue sono sottoposti alla fedeltà alla Parola.

La tempesta sedata I discepoli sono liberati dalla minaccia dei flutti dell'acqua dal potente intervento di Gesù (cfr. altri miracoli di liberazione in At 12,1-11; 27,1-44); la vicenda è epifanica in quanto rivela come Gesù sia portatore di un misterioso potere che include pure il dominio sulle acque, appannaggio esclusivo di Dio nell'Antico Testamento. Nel giudaismo la massa dell'acqua rappresenta le forze caotiche del male. Il sonno di Dio è sinonimo di apparente inattività (cfr. Sal 44,24). La meraviglia dei discepoli rivela la loro inadeguata comprensione di Gesù; la loro domanda circa l'identità (v. 25) s'inserisce all'interno di un più ampio interrogativo che si è fatto strada fin dagli inizi del ministero di Gesù (cfr. 4,22; 5,21), che continuerà poi (cfr. 9,9) e avrà una risposta nella confessione di fede di Pietro (cfr. 9,20) e nella voce del Padre sul monte della trasfigurazione (cfr. 9,35).

Liberazione di un indemoniato L'esorcismo a Cafarnao (cfr. 4,31-37) era la prima guarigione operata da Gesù all'inizio del suo ministero; un altro esorcismo caratterizza l'incursione in territorio pagano. Sull'altra riva del lago, di fronte alla Galilea, c'è la Decapoli, un territorio abitato in maggioranza da non-ebrei: il segno è l'allevamento dei maiali, animali proibiti in Israele (cfr. Lv 11,7-8). Il terzo evangelista rielabora il vivace racconto di Mc 5,1-20 riadattandolo. Luca presenta i sintomi della possessione demoniaca: l'uomo vive nudo, senza né abiti né dimora; il suo soggiorno nei cimiteri lo rende impuro e lo avvicina all'ombra della morte. Spinto verso luoghi deserti, ha reciso ogni legame sociale e ha pure spezzato le catene che gli erano state imposte per bloccarlo. Lo spirito demoniaco comprende che Gesù è più forte di lui anche se non è un solo demonio, ma una folla intera di spiriti impuri. Il paragone con la legione romana rende l'idea della grande forza demoniaca che possiede l'uomo. Diversamente dagli altri racconti di esorcismo (cfr. Lc 4,35), Gesù acconsente alla richiesta dei demoni: l'annegamento collettivo di tutti gli animali impuri elimina dalla regione sia i maiali sia i demoni. Il mare, spazio che evoca il male, diventa la tomba degli spiriti impuri e degli animali. La folla accorsa constata che il posseduto ha ritrovato la sua piena umanità: è vestito, ragiona, è seduto ai piedi di Gesù. L'intervento salvifico di Gesù restituisce l'uomo sia alla sanità mentale, sia alla vita sociale da cui era tagliato fuori. Ma la reazione dell'intera folla pagana (dato sottolineato da Luca) unisce il timore e un esplicito rifiuto di Gesù; a tale rifiuto Gesù non si sottrae, tornando immediatamente in territorio giudaico. A non essere esaudito, invece, è il desiderio dell'uomo guarito: colui che non viveva in una casa (v. 27) è rimandato a casa (v. 39), segno della sua umanità pienamente ristabilita. L'ora dell'evangelizzazione dei pagani non è ancora giunta: Luca riserva questo momento per gli Atti degli Apostoli (cfr. At 10). Tuttavia, l'uomo già posseduto dalla legione è incaricato di essere un testimone e con questo statuto è reintegrato nel corpo sociale da cui si era staccato. Mentre Gesù gli ordinava di raccontare quello che Dio aveva fatto per lui, egli proclama quello che Gesù gli ha fatto (v. 39): non si tratta di disobbedienza ma proclamazione dell'opera di Dio compiuta da Gesù.

Guarigione dell'emorroissa e risurrezione della figlia di Giàiro Luca ancora una volta rielabora un racconto di Marco (cfr. Mc 5,21-43) che Matteo riduce ai minimi termini (cfr. Mt 9,18-26). Il racconto intreccia per mezzo della tecnica dell'intercalazione (vv. 40-42.43-48.49-56) due destini di donne: una ragazza di dodici anni che muore (v. 42) e un'adulta che da dodici anni soffre per la perdita di sangue (v. 43). Dalla folla che attendeva e accoglie Gesù emerge un uomo, di cui Luca ricorda anche il nome (Jairo), che si rivolge a Gesù: è un rappresentante del giudaismo ufficiale, un capo della sinagoga. Nonostante il suo importante ruolo sociale, quest'uomo si prostra di fronte a Gesù a motivo dell'unica figlia dodicenne ormai vicina alla morte. Luca aveva presentato una madre con un unico figlio (cfr. 7,11-17); qui v'è un padre e una sola figlia. Alla richiesta Gesù accondiscende, ma è fermato mentre è in cammino. Tra la folla che si accalca intorno a Gesù c'è una donna con una grave malattia. Oltre al fastidio corporeo, ella si è rovinata spendendo ogni bene senza alcun vantaggio. A differenza degli altri due Sinottici (cfr. Mc 5,28; Mt 9,21), Luca non dice il motivo per cui la donna tocchi Gesù, né dà a questo contatto un valore morale. La guarigione è immediata, capovolgendo una situazione che pareva senza scampo. Avvenuto il miracolo, il narratore dà accesso ai sentimenti interiori della donna che, sentendosi scoperta, si fa avanti; prostrata, la donna spiega ai presenti il motivo che l'ha condotta da Gesù e il fatto della guarigione: il lettore, tuttavia, non è messo a parte della spiegazione della donna. Il racconto volge veloce alla sua conclusione per mezzo della sentenza di Gesù: egli dice alla donna quanto già conosce, ovverosia che è stata sanata; poi, però, aggiunge che la causa della guarigione è la fede (cfr. 7,50). La guarigione in strada ha avuto un effetto ritardante nel cammino verso la casa di Giàiro. Tale ritardo è fatale, perché la figlia muore. Fra Gesù e gli astanti avviene un qui pro quo: egli non mette in dubbio il decesso della ragazza, ma contesta che la morte sia definitiva; per lui è solo un sonno. Al gesto di prendere la mano, che corrisponde a un soccorso, segue l'ordine alla ragazza, che è rivivificata. Come a Nain (cfr. 7,15), anche qui il ritorno alla vita è essenzialmente descritto come un ristabilimento delle relazioni spezzate dalla morte: la ragazza si alza, può mangiare e comunicare. La richiesta di silenzio preserva il mistero dell'avvenimento: la salvezza che Gesù opera non è solo guarigione dal male ma è pure vittoria sulla morte.


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Il centurione romano e il suo servo 1Quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, Gesù entrò in Cafàrnao. 2Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. 3Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. 4Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, 5perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». 6Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; 7per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. 8Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». 9All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». 10E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

La risurrezione del figlio della vedova di Nain 11In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 12Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 13Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». 14Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». 15Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 16Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». 17Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Gesù e Giovanni Battista 18Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutte queste cose. Chiamati quindi due di loro, Giovanni 19li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». 20Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”». 21In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 22Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. 23E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». 24Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 25Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re. 26Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 27Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. 28Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui. 29Tutto il popolo che lo ascoltava, e anche i pubblicani, ricevendo il battesimo di Giovanni, hanno riconosciuto che Dio è giusto. 30Ma i farisei e i dottori della Legge, non facendosi battezzare da lui, hanno reso vano il disegno di Dio su di loro. 31A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? 32È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”. 33È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. 34È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”. 35Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

La donna, Simone e Gesù 36Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; 38stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. 39Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!». 40Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». 41«Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». 43Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. 47Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». 48Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». 49Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». 50Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Il centurione romano e il suo servo Le circostanze nelle quali si svolge la scena non sono abituali: colui che domanda un intervento di guarigione è un centurione, ossia un ufficiale delle truppe romane di occupazione, cioè un pagano, per nulla partecipe della comunità ebraica. Quest'uomo, sapendo che gli ebrei devono evitare i contatti coi non-circoncisi, pena la contrazione dell'impurità (cfr. At 10,28), non si reca da Gesù ma invia alcuni anziani giudei per esporgli il caso che gli sta a cuore: la disperata situazione del servo malato. Il notevole elogio che gli anziani giudei tessono dell'ufficiale romano fa sorgere il sospetto che l'uomo sia un timorato di Dio, ovverosia un pagano attratto dal giudaismo e forse in cammino verso una conversione piena al Dio d'Israele. Egli è definito dagli stessi anziani d'Israele «degno» (v. 4b, alla lettera) di essere oggetto dell'azione potente di Gesù. Nel momento in cui Gesù si avvia verso la casa del centurione, il lettore immagina che là Gesù compirà il miracolo. Invece, sorprendentemente, giunge una seconda delegazione (vv. 6-8), formata da alcuni amici dell'ufficiale non meglio specificati (si tratta di ebrei o di pagani?). Questi uomini riferiscono le parole dell'uomo, capovolgendo la precedente valutazione offerta dagli anziani e bloccando il cammino di Gesù: il centurione non si sente «degno» (v. 6) di accoglierlo nella sua casa. Con la richiesta di non varcare la soglia della sua casa, il centurione trasferisce su Gesù la sua esperienza militare: la sua parola è efficace e i suoi ordini vengono eseguiti puntualmente dai servi: se la parola del centurione realizza quanto dice, tanto più la parola di Gesù! Se, dunque, egli si fa obbedire dai soldati, a maggior ragione la parola di Gesù sarà efficace nei confronti del servo malato. Il centurione suggerisce a Gesù come agire senza contaminarsi entrando nella sua casa. La conclusione di Gesù (v. 9) è colma di ammirazione per la fede del centurione. Solitamente avviene il contrario: è la gente a meravigliarsi per qualche azione miracolosa compiuta da Gesù; qui invece – caso unico in tutto il terzo vangelo – è Gesù che si meraviglia per le parole del centurione. Nella fede del centurione Luca vede la prefigurazione dell'apertura universale della salvezza, il cui inizio avverrà nella casa di un altro centurione romano, Cornelio (cfr. At 10,1-48).

La risurrezione del figlio della vedova di Nain Questo miracolo fa parte del materiale proprio del terzo vangelo, sicché non ha paralleli negli altri racconti. Luca ama abbinare a un personaggio maschile un personaggio femminile (cfr. 1,5-25.26-38; 2,25-35.36-38; 7,36-50; 15,3-7.8-10): dopo il centurione romano, racconta di una donna. Il racconto lucano allude a un altro racconto di risurrezione, quello del figlio della vedova di Sarepta, compiuto da Elia (cfr. 1Re 17,10.17-24). La risurrezione del ragazzo è presentata come una delle opere messianiche che autenticano la missione di Gesù. La risurrezione dell'unico figlio defunto ha poi reso possibile la consolazione della donna. In altre parole: il miracolo della risurrezione del giovinetto è subordinato alla consolazione della donna, consolazione che manifesta più ampiamente la visita di salvezza di Dio.

Gesù e Giovanni Battista Giovanni è il precursore del Messia (cfr. 3,1-18) e la sua attività si pone a cerniera fra la Legge e il Regno inaugurato da Gesù (cfr. 16,16). Come Giovanni è stato accolto e rifiutato, così ora bisogna decidersi per Gesù, la cui rivelazione e le cui azioni sorprendono. Tre sono i quadri che si succedono: anzitutto Gesù risponde alle domande a proposito di Giovanni (vv. 18-23); poi Gesù rende testimonianza a proposito del Battista (vv. 24-28); infine lo stesso Gesù stabilisce un parallelo fra Giovanni e se stesso (vv. 29-35). Giovanni è stato imprigionato da Erode Antipa, figlio di Erode il Grande (cfr. 3,20). Nel dialogo con Gesù per mezzo dei suoi inviati, il Battista cerca di verificare le infomazioni di cui dispone. La domanda di Giovanni prende senso a fronte del ministero di Gesù, che non corrisponde al ritratto del Messia da lui tratteggiato. Gesù prende la parola rimanda i discepoli di Giovanni a quanto hanno visto e ascoltato però, non è rivelato nulla di nuovo al Battista: non è dunque questione di sapere, ma di disponibilità ad accogliere la novità della rivelazione di Gesù. Per questo chi riconosce i segni compiuti da Gesù è beato (v. 23), in quanto non inciampa nel rifiuto di Dio, un rifiuto provocato da un'immagine del Messia differente da quella che si manifesta, passando accanto alla salvezza offerta da Gesù. La triplice domanda che Gesù rivolge alle folle: «che cosa siete andati a vedere?» (vv. 25.26) precisa la questione dell'identità del Battista. Gesù attesta che Giovanni è più di un profeta. Si tratta dell'ultimo profeta, il precursore del Messia, la cui funzione è chiarita da una citazione esplicita della Scrittura (v. 27): egli sta sulla soglia del Regno inaugurato da Gesù. Questa posizione fra due mondi spiega perché Giovanni è al contempo il più grande fra gli uomini (essendo l'ultimo dei profeti) e il più piccolo nel Regno (essendo all'alba del nuovo mondo). La divisione d'Israele era stata annunciata da Simeone (cfr. 2,34) e si manifesta già con la predicazione del Battista: la breve parabola (vv. 31-32) mette in scena due gruppi di bambini che, rifiutando ogni proposta dei loro compagni, dimostrano di non avere voglia di giocare, , sottolinea il rifiuto che la generazione presente ha opposto sia alla manifestazione del Battista, sia alla rivelazione di Gesù. Nonostante l'opposizione di «questa generazione», il piano sapiente di Dio avrà il suo compimento.

La donna, Simone e Gesù L'episodio appartiene al materiale proprio di Luca, anche se ha analogie con la cosiddetta unzione di Betania (cfr. Mt 26,6-13; Mc 14,3-9; Gv 12,1-8). L'evangelista mette in scena non tanto personaggi ma categorie, per mezzo di un'estrema semplificazione. La donna compie una serie di azioni (v. 38) che è difficile interpretare: sono gesti di pentimento o manifestazioni d'amore? V'è pure una forte componente erotica nel pianto a dirotto, nel baciare e nel versare profumo. Il lettore, tuttavia, è lasciato nell'ambiguità: non sa perché la donna si comporti cosi. Il testo resta indeterminato. Sorprendentemente, Gesù non si scompone; a reagire, invece, è il fariseo (v. 39): egli definisce le cinque azioni della donna (piangere, bagnare di lacrime, asciugare, baciare, cospargere di profumo) in riferimento unicamente al «toccare»; gli fa problema che il suo ospite si lasci toccare da una peccatrice. Quello, però, che lo impensierisce è il comportamento di Gesù, la sua immobilità da cui tira una conseguenza: se Gesù si lascia toccare da una peccatrice, allora non è un profeta. Gesù attraverso la narrazione di una piccola parabole e ad una domanda che rivolge a Simone, introduce una novità, in quanto si pone a livello dell'amore: Gesù obbliga l'interlocutore a spostarsi dal piano semplicemente economico a quello più propriamente affettivo. Alla domanda il fariseo risponde correttamente (v. 43): più grande è il debito condonato, più grande è l'amore; stando alla logica, il fariseo non può che offrire la risposta che ha dato. Il passaggio dalla parabola alla realtà è compiuto da Gesù stesso, che interpreta quanto è accaduto alla luce di quel racconto. Gesù fa emergere le omissioni di Simone: al semplice lavare corrisponde una pioggia di lacrime, a un bacio si oppongono una serie interminabile di baci, all'olio si contrappone il profumo. La differenza è che lui ha omesso, lei ha fatto. Un particolare: finora il narratore ha parlato del «fariseo» e della «peccatrice», ora Gesù cambia strategia e si rivolge all'uomo chiamandolo per nome («Simone»: v. 40) e parla della «donna». La conclusione proposta al v. 47 va interpretata nel contesto del racconto: l'amore della donna è effetto del perdono che ha ricevuto (se fosse il contrario, tutto il discorso di Gesù dal v. 40 al v. 47 sarebbe sballato). Dunque vedendo il suo amore si può dedurre che è stata perdonata. Gesù, accusato di nascosto da Simone di non essere un profeta, in realtà dimostra di esserlo proprio perché conosce in profondità quella donna bollata unicamente come «peccatrice». I gesti sorprendenti che la donna ha compiuto sono manifestazione d'amore, il suo atteggiarsi nei confronti di Gesù fa addirittura emergere un amore straordinario, molto più grande dell'ospitalità di Simone. Il racconto che sembrava contrapporre semplicemente il fariseo e la peccatrice, evolve a rivelare chi è Gesù: un profeta, in realtà molto più di un profeta, visto che perdona i peccati, azione riservata unicamente a Dio. Dalla dinamica del racconto emerge una sequenza di causa ed effetto nella quale la fede porta al perdono, il perdono provoca l'amore. La precisazione finale mostra che anche la fede entra nella dinamica che conduce al perdono.


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Controversia sul sabato 1Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. 2Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?». 3Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? 4Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». 5E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

L'uomo dalla mano inaridita 6Un altro sabato egli entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. 7Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo. 8Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo. 9Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». 10E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita. 11Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Gesù, i dodici, i discepoli e le folle 12In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. 13Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: 14Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; 16Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. 17Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, 18che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. 19Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

Il discorso della pianura 20Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. 21Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. 22Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. 23Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti. 24Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. 25Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. 26Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti. 27Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. 29A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. 30Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. 31E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. 32Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. 33E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. 36Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. 37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. 38Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio». 39Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? 40Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. 41Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 42Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. 43Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. 45L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. 46Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? 47Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: 48è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. 49Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

Approfondimenti

(cf LUCA – Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo Crimella © Ed. San Paolo, 2015)

Controversia sul sabato L'osservanza del precetto sabbatico è uno dei fondamenti del giudaismo. Raccogliere alcune spighe e sfregarle con le mani durante un viaggio era consentito dalla Legge (cfr. Dt 23,26); tuttavia l'azione è interpretata dai farisei come la preparazione di un pasto, cosa proibita in giorno di sabato. Gesù risponde alla domanda posta dai farisei riferendosi alla Scrittura e, quindi, appellandosi alla sua autorità (vv. 3-4). Come, dunque, David è passato oltre la Legge a proposito dei pani sacri, così Gesù la oltrepassa a proposito del tempo sacro del sabato. Il «Figlio dell'uomo», che ha l'autorità di perdonare i peccati (cfr. 5,17-26), può disporre anche del sabato, rivelando la propria dignità messianica e rivendicando una relazione singolarissima con Dio.

L'uomo dalla mano inaridita Gesù non interviene direttamente sull'uomo malato ma pone una doppia antitesi: «fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla» (v. 9), formulata in modo che la seconda opposizione interpreti la prima. Se fare del bene significa salvare la vita, allora egli dovrà guarire l'uomo. Ma in questo modo l'osservanza del sabato è interpretata non nei termini di ciò che si può e non si può fare, bensì nei termini di ciò che bisogna fare. Da parte degli avversari non c'è alcuna risposta; a parlare, ancora una volta, è Gesù, che senza compiere nessun gesto di guarigione (quindi attenendosi rigorosamente alla Legge che proibiva di farsi curare nel giorno di sabato), sana il malato per mezzo della sua parola efficace (v. 10).

Gesù, i dodici, i discepoli e le folle Prima del discorso della pianura (vv. 20-49) Luca riporta l'elezione dei dodici apostoli (vv. 12-16): Gesù impartirà il suo insegnamento attorniato da coloro che associa a sé e che continueranno la sua azione al di là della sua morte e della sua ascesa al Padre. Le circostanze di questo avvenimento fondatore sottolineano la sua dimensione teologica: avviene su una montagna (luogo tradizionale della rivelazione divina), all'alba (il tempo dell'inizio), dopo una lunga preghiera notturna che àncora la decisione nel segreto di Dio. La lista dei Dodici riproduce quella di Mc 3,16-19, sostituendo Taddeo con Giuda (come anche in At 1,13). Emergono il primo e l'ultimo nome: Simone, chiamato Pietro, che sarà il portaparola degli apostoli nel racconto evangelico e Giuda, designato come «Iscariota», il cui tradimento è predetto. Luca però non precisa qual è la specificità degli apostoli rispetto ai discepoli, né precisa quali sono i loro compiti; gli interessa solo affermare che c'è un folto gruppo di discepoli e fra loro una cerchia più stretta di dodici uomini. In questo modo Luca offre le coordinate spaziali per il discorso della pianura. La discesa dalla montagna ricorda al lettore l'Esodo, allorché Mosè, dopo il dialogo con Dio sul monte Sinai, era sceso verso il popolo per comunicare la rivelazione ricevuta (cfr. Es 32,7-15; 34,29).

Il discorso della pianura Nei versetti precedenti (cfr. vv. 13-19) Luca ha costruito il quadro del discorso. Il luogo è una pianura nella quale si raduna una folla composta da tre cerchi di uditori: la folla di giudei e di non-giudei provenienti dai dintorni e dalla costa mediterranea, i numerosi discepoli e i Dodici. Il discorso ha una portata universale, non ha il carattere della confidenza a un solo gruppo di iniziati, benché sia rivolto ai discepoli.

Sia il discorso della pianura, che il discorso della montagna iniziano con le beatitudini, ma la composizione dei due testi è differente. In primo luogo, Luca riporta quattro beatitudini bilanciate da quattro guai, mentre Matteo elenca nove beatitudini (cfr. Mt 5,3-12). Inoltre, le beatitudini di Matteo sono in terza persona plurale, mentre quelle di Luca sono in seconda persona e, nonostante la comunanza del linguaggio, ogni evangelista sottolinea alcuni aspetti molto particolari: laddove Luca parla di «poveri» (v. 20), Matteo parla di «poveri di spirito» (Mt 5,3), laddove Luca si riferisce a quelli che hanno fame «ora» (v. 21 ), Matteo parla di quelli che «hanno fame e sete della giustizia>> (Mt 5,6). Le beatitudini di Luca sono più complesse di quelle di Matteo, meno precise, più sfuggenti, ma per questo pure più evocative. Le prime tre beatitudini non indicano tre categorie distinte, ma un unico gruppo visto sotto tre angolature diverse: i poveri sono coloro che soffrono la fame e che, a motivo di questa indigenza, piangono. La quarta beatitudine, più estesa delle prime tre, si riferisce chiaramente a coloro che seguono Gesù e sono perseguitati. A tutti costoro è promesso un bene futuro, «nel cielo» (v. 23), la cui garanzia è offerta già al presente: «vostro è il regno di Dio» (v. 20). Se le beatitudini di Matteo sono sapienziali, quelle di Luca sono apocalittiche in quanto oppongono al presente il paradosso del futuro escatologico. Il secondo gruppo (vv. 24-26) non è maledetto, ma avvisato a proposito del futuro. Le beatitudini capovolte, introdotte da efficaci «guai!», richiamano il genere profetico della «lamentazione funebre», predicendo la morte se non si opera un cambiamento. In altre parole, Gesù non maledice i ricchi, ma ironicamente intona su di loro un canto funebre, affinché gli uditori comprendano e agiscano di conseguenza.

La parte centrale del discorso svolge il tema dell'amore verso il prossimo e in particolare verso il nemico; a questo proposito l'insegnamento di Gesù si distingue sia dalla tradizione ebraica (incentrata sull'amore al compatriota o al correligionario) sia dalla filosofia greco-romana (dominata dal principio della reciprocità). Gesù chiama a opporre all'ostilità altrui il contrario, spezzando il principio di reciprocità. Porgere l'altra guancia significa reagire al di là dell'altrui pretesa nei propri confronti. Se fosse pura passività, non ci sarebbe reazione; invece, una simile risposta ha qualcosa di provocatorio. L'attitudine non-violenta, cioè, è un gesto di tipo profetico, che ha valore di denuncia, rifiutando la violenza mimetica. I discepoli sono invitati a elevare le relazioni al di sopra del sistema di gratificazione, in quanto la loro vocazione è quella di essere «figli dell'Altissimo» (v. 35). Figli di Dio a immagine di Gesù, i discepoli riflettono l'amore illimitato del Padre, che «è benevolo verso gli ingrati e i cattivi» (v. 35).

Immediatamente dopo l'appello a essere «figli» del Padre (v. 35), quindi suoi imitatori, Gesù esorta a non giudicare. Porsi a giudice di un altro equivale a volersi sostituire a Dio e pretendere di conoscere la verità di una persona. Una simile pretesa è ripagata severamente: chi condanna al posto di Dio sarà condannato nel momento del giudizio escatologico. Al contrario, la generosità sarà ricompensata dalla benevolenza divina, illustrata da un'immagine commerciale (v. 38): il mercante riempie una misura, la pressa, la scuote e aggiunge grano finché essa non debordi prima di versarla nel grembiule del cliente.

Dietro queste parole si intravede una comunità cristiana dove non mancano i conflitti: l'uso del termine «fratello» (l'appellativo che si usava solitamente fra i membri della Chiesa) è una spia che denuncia il desiderio di alcuni credenti di controllare e correggere altri.

Quanto una persona opera rivela la sua interiorità; il bene viene da un cuore buono, il male da un cuore cattivo. Il principio che regge l'argomentazione è la concezione ebraica della persona: l'umano è tutto nelle sue opere; parole e gesti svelano la sua identità. Per questa ragione la tradizione biblica enuncia l'idea di un giudizio divino sulle opere dell'uomo: esse indicano la profondità del suo essere. Gesù critica coloro che si limitano a dire «Signore, Signore» e non praticano quanto dicono: si tratta di una pietà che si ferma alle parole e non trova concretezza.

La parabola dei due costruttori (vv. 47-49) chiarisce l'idea espressa dal detto del v. 46. Ciò che fa la differenza fra le due costruzioni è la fondazione (una è sulla pietra, l'altra è sulla sabbia) e, dunque, la resistenza nel tempo dell'inondazione (la prima costruzione resiste, l'altra rovina). Una simile immagine (che richiama il diluvio) è una metafora del giudizio divino alla fine dei tempi. Ciò che fa la differenza fra stabilità e crollo è dichiarato: sopravvivrà al giudizio di Dio l'opera di chi «ascolta le mie parole e le mette in pratica>> (v. 47). Qui l'opposizione non è tra fede e incredulità, ma è fra due tipi di credenti: coloro a cui la parola di Gesù trasforma la vita e coloro, invece, il cui ascolto rimane sterile. Il discorso della pianura termina mettendo in campo l'alternativa fra la vita e la morte. Questo appello alla responsabilità umana si rifà all'autorità della parola di Gesù, proclamata ai discepoli e alle folle.


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