📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Il candelabro e i due olivi 1L’angelo che mi parlava venne a destarmi, come si desta uno dal sonno, 2e mi disse: «Che cosa vedi?». Risposi: «Vedo un candelabro tutto d’oro; in cima ha una coppa con sette lucerne e sette beccucci per ognuna delle lucerne. 3Due olivi gli stanno vicino, uno a destra della coppa e uno a sinistra». 4Allora domandai all’angelo che mi parlava: «Che cosa significano, mio signore, queste cose?». 5Egli mi rispose: «Non comprendi dunque il loro significato?». E io: «No, mio signore». 6Egli mi rispose: «Questa è la parola del Signore a Zorobabele: “Non con la potenza né con la forza, ma con il mio spirito”, dice il Signore degli eserciti! 7Chi sei tu, o grande monte? Davanti a Zorobabele diventa pianura! Egli estrarrà la pietra di vertice, mentre si acclamerà: “Quanto è bella!”. 8Mi fu rivolta questa parola del Signore: 9Le mani di Zorobabele hanno fondato questa casa: le sue mani la compiranno e voi saprete che il Signore degli eserciti mi ha inviato a voi. 10Chi oserà disprezzare il giorno di così modesti inizi? Si gioirà vedendo il filo a piombo in mano a Zorobabele. Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra». 11Quindi gli domandai: «Che cosa significano quei due olivi a destra e a sinistra del candelabro?». E aggiunsi: 12«Quei due rami d’olivo che sono a fianco dei due canaletti d’oro, che vi stillano oro dentro?». 13Mi rispose: «Non comprendi dunque il significato di queste cose?». E io: «No, mio signore». 14«Questi – soggiunse – sono i due consacrati con olio che assistono il dominatore di tutta la terra».

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Approfondimenti

Il candelabro e i due olivi 4,1-14 Nella quinta visione, dalla struttura composita e sovraccarica dovuta all'intensa attività redazionale praticata sul testo, il profeta vede un candelabro d'oro con sette lampade situato tra due olivi che le alimentano con l'olio. Il candelabro significa la comunità, le lampade sono la luce di Dio e i due olivi rappresentano il potere civile e religioso personificati da Zorobabele, di stirpe davidica, e da Giosuè, sommo sacerdote (vv. 1-5.10b-14). Nella visione furono inserite tre promesse rivolte a Zorobabele circa la completa ricostruzione del tempio (vv. 6-10a). La visione perciò tratta della sinfonia esistente tra i due poteri della nazione, il politico e il religioso.

v. 1. Questo candelabro è diverso da quello a sette braccia, conservato nel secondo tempio, che al tempo del profeta Zaccaria non era ancora ricostruito (cfr. Es 25,31-40; 37,17-24; Lv 24,2ss.).

v. 6. L'opera di salvezza non si realizzerà con mezzi militari (cfr. 2Sam 22,40; Sal 18,33.40) o diplomatici, ma grazie all'intervento diretto di Dio («spirito»), come nella creazione (cfr. Gn 1,2) e nell'esodo dall'Egitto (cfr. Dt 8,17; Gdc 6,14; 1Sam 2,9; Is 63,11; Ne 9,20; Sal 33,16). Solo Dio infatti governa il mondo e dirige la storia.

v. 7. Il «grande monte» può significare il cumulo di macerie dal quale si doveva estrarre la pietra destinata al tempio, ovvero può indicare metaforicamente le varie difficoltà incontrate nella ricostruzione del tempio, come ad es. la mancanza di mezzi, lo scoraggiamento, l'opposizione delle autorità (cfr. Is 41,15; Ger 51,24ss.).

v. 10. «il giorno di così modesti inizi»: è un'espressione popolare, che fa riferimento al difficile momento della rifondazione del tempio (cfr. Ag 1,2ss.).

v. 14. I «due consacrati», lett. «figli dell'olio», sono Giosuè e Zorobabele, designati come capi della futura comunità messianica, che si costruisce sin da ora. In Ger 33,14-18 il tempo dei due unti è annunciato come una straordinaria epoca di salvezza.

I capitoli 3 e 4 sono importanti per il messianismo postesilico. Il loro contenuto è anzitutto in rapporto con la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, che ebbe luogo nel 520 a.C. Tuttavia i termini «la pietra» (3,9; 4,7), «il Germoglio» (3,8) e il tempio stesso possiedono un significato più profondo. Benché non sia dichiarato espressamente, il tempio è collegato con i due «figli dell'olio» (4,14), cioè Giosuè, sommo sacerdote, e Zorobabele, principe davidico. I due insieme, sono portatori di una nuova speranza per la comunità. Per mezzo del sacerdote è ottenuto il perdono e reso possibile l'accesso alla speranza di Dio; per mezzo del principe è ricostruito il tempio e il candelabro può diffondere intorno a sé la luce. I due consacrati esplicano due funzioni coordinate; l'una non è separabile dall'altra; ambedue hanno la stessa dignità e importanza. Dopo la morte di Zorobabele il sommo sacerdozio accrescerà il suo potere temporale, mentre i governatori di Gerusalemme vedranno decrescere la loro autorità; però le promesse fatte alla casa di Davide non verranno dimenticate. A Qumran si aspetteranno due messia, uno sacerdotale e l'altro davidico. Cristo unirà in modo inaspettato le due funzioni.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Zaccaria – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Giosuè e il «Germoglio» 1Poi mi fece vedere il sommo sacerdote Giosuè, ritto davanti all’angelo del Signore, e Satana era alla sua destra per accusarlo. 2L’angelo del Signore disse a Satana: «Ti rimprovera il Signore, o Satana! Ti rimprovera il Signore che ha eletto Gerusalemme! Non è forse costui un tizzone sottratto al fuoco?». 3Giosuè infatti era rivestito di vesti sporche e stava in piedi davanti all’angelo, 4il quale prese a dire a coloro che gli stavano intorno: «Toglietegli quelle vesti sporche». Poi disse a Giosuè: «Ecco, io ti tolgo di dosso il peccato; fatti rivestire di abiti preziosi». 5Poi soggiunse: «Mettetegli sul capo un turbante purificato». E gli misero un turbante purificato sul capo, lo rivestirono di vesti alla presenza dell’angelo del Signore. 6Poi l’angelo del Signore dichiarò a Giosuè: 7«Dice il Signore degli eserciti: Se camminerai nelle mie vie e custodirai i miei precetti, tu avrai il governo della mia casa, sarai il custode dei miei atri e ti darò accesso fra questi che stanno qui. 8Ascolta dunque, Giosuè, sommo sacerdote, tu e i tuoi compagni che siedono davanti a te, poiché essi sono un segno: ecco, io manderò il mio servo Germoglio. 9Ecco la pietra che io pongo davanti a Giosuè: sette occhi sono su quest’unica pietra; io stesso inciderò la sua iscrizione – oracolo del Signore degli eserciti – e rimuoverò in un solo giorno l’iniquità da questo paese. 10In quel giorno – oracolo del Signore degli eserciti – ogni uomo inviterà il suo vicino sotto la sua vite e sotto il suo fico».

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Approfondimenti

Giosuè e il «Germoglio» 3,1-10 Questa quarta visione, che presenta una struttura diversa dalle altre e ha anche uno stile proprio, tratta del rinnovamento del sacerdozio levitico. Al tribunale celeste, l'ultimo sommo sacerdote preesilico, Giosuè, vestito di abiti immondi, è accusato da Satana (vv. 1ss.), ma l'angelo del Signore fa rivestire Giosuè di indumenti puri e del turbante (vv. 4-7). Ciò significa che i peccati dei leviti e del popolo sono perdonati e il sacerdozio è restituito alla sua nobile missione. La visione prelude all'affermazione del potere esclusivo sacerdotale nella vita cultuale postesilica, la quale è fatta coincidere con l'inizio dell'era escatologica. Nell'appendice si annuncia l'evento del «Germoglio» messianico, cioè di Zorobabele, discendente davidico, favorito dalla promozione del sacerdozio e inoltre si tratta della ricostruzione del tempio di Gerusalemme (vv. 8ss.).

v. 1. Nella corte celeste di giustizia sono presenti Giosuè come accusato, Satana come accusatore, cioè un angelo avverso agli uomini ma non ancora a Dio (cfr. Gb 1,6), e l'angelo difensore di Giosuè. Più tardi si svilupperà la concezione di Satana nemico di Dio (cfr. 1Re 22,22; 1Cr 21,1; Sap 2,24).

v. 2. Il «tizzone sottratto al fuoco» allude alla sopravvivenza di Giosuè nella catastrofe della distruzione di Gerusalemme e dell'esilio (cfr. Am 4,11; Dt 4,20; Ger 11,4).

v. 4. Le vesti sudice sono simbolo del peccato e dell'ira divina, mentre quelle monde simboleggiano il perdono e la grazia (cfr. Gn 35,2; Ez 24,17; Gn 45,22; Qo 9,6).

v. 7. L'osservanza delle esigenze dell'alleanza nel campo morale e rituale assicura al sacerdozio la piena autorità sul tempio di Gerusalemme, cosa che non avvenne prima dell'esilio, quando il culto era sotto la vigilanza del re (cfr. 1Re 8,62-66; 2Re 16,10-18; 22,3-7). Inoltre a Giosuè viene promesso il diretto rapporto con Dio, che era il privilegio degli esseri celesti. In questo modo il sacerdote diventa il messaggero della volontà divina (cfr. 1Re 22,19).

v. 8. «presagio»: indica il segno di un evento futuro. Giosuè e il corpo sacerdotale sono una garanzia dell'imminenza dell'era messianica (cfr. Is 8,18; 20,3; Ez 12,6.10). «Germoglio» è un titolo messianico derivato da Is 11,1 e già usato da Ger 23,5; 33,15. Esso è riferito alla casa davidica, di cui Zorobabele è discendente. Seguendo i LXX che hanno tradotto il termine con anatolē, la Vg traduce Oriens. Nel Benedictus (Lc 1,78) «oriente» (BC ha «sole che sorge») è un titolo applicato a Cristo.

v. 9. «la pietra» indica probabilmente non il pettorale del sacerdote (cfr. Es 28,9-30), ma il tempio (cfr. Is 28,16), che viene affidato a Giosuè e sul quale Dio stesso scolpisce delle decorazioni (cfr. 1Re 6,29; 2Cr 3,7; Sal 74,6). I «sette occhi» significano la presenza di Dio e la sua universale vigilanza (cfr. 4,10).

v. 10. Lo stare sotto la vite e il fico è una tradizionale immagine di felicità e pace, applicata qui all'era messianica, quasi fosse un ritorno all'epoca paradisiaca (cfr. 1Re 5,5; Mic 4,4; 1Mac 14,12; Prv 27,18).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Zaccaria – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Le corna e gli artigiani 1Poi alzai gli occhi, ed ecco, vidi quattro corna. 2Domandai all’angelo che parlava con me: «Che cosa sono queste?». Ed egli: «Sono le corna che hanno disperso Giuda, Israele e Gerusalemme». 3Poi il Signore mi fece vedere quattro fabbri. 4Domandai: «Che cosa vengono a fare costoro?». Mi rispose: «Le corna hanno disperso Giuda a tal segno che nessuno osa più alzare la testa e costoro vengono a demolire e abbattere le corna delle nazioni che cozzano contro il paese di Giuda per disperderlo».

Il misuratore e due oracoli 5Alzai gli occhi, ed ecco un uomo con una fune in mano per misurare. 6Gli domandai: «Dove vai?». Ed egli: «Vado a misurare Gerusalemme per vedere qual è la sua larghezza e qual è la sua lunghezza». 7Allora l’angelo che parlava con me uscì e incontrò un altro angelo, 8che gli disse: «Corri, va’ a parlare a quel giovane e digli: “Gerusalemme sarà priva di mura, per la moltitudine di uomini e di animali che dovrà accogliere. 9Io stesso – oracolo del Signore – le farò da muro di fuoco all’intorno e sarò una gloria in mezzo ad essa”». 10«Su, su, fuggite dal paese del settentrione – oracolo del Signore – voi che ho disperso ai quattro venti del cielo. Oracolo del Signore. 11Mettiti in salvo, o Sion, tu che abiti con la figlia di Babilonia! 12Il Signore degli eserciti, dopo che la sua gloria mi ha inviato, dice alle nazioni che vi hanno spogliato: Chi tocca voi, tocca la pupilla dei miei occhi. 13Ecco, io stendo la mano sopra di esse e diverranno preda dei loro schiavi. E voi saprete che il Signore degli eserciti mi ha inviato. 14Rallégrati, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Oracolo del Signore. 15Nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo, ed egli dimorerà in mezzo a te e tu saprai che il Signore degli eserciti mi ha inviato a te. 16Il Signore si terrà Giuda come eredità nella terra santa ed eleggerà di nuovo Gerusalemme. 17Taccia ogni mortale davanti al Signore, poiché egli si è destato dalla sua santa dimora».

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Approfondimenti

Le corna e gli artigiani 2,1-4 Nella seconda visione, che comprende due brevi scene (vv. 1-2 e 3-4), vengono descritte le condizioni necessarie alla restaurazione della nazione. Le quattro corna di ferro rappresentano le nazioni pagane dei quattro punti cardinali della terra, che vengono abbattute da quattro fabbri (cfr. Ez 21,31): Mediante questi simboli viene annunciata l'umiliazione degli oppressori d'Israele, come preludio dell'era messianica. v. 1. Le «corna» sono simbolo di potenza e di violenza (cfr. Mic 4,13; Ger 48,25) e il numero quattro indica universalità (cfr. Ger 49,36; Ez 37,9).

v. 3. I «fabbri» simbolagiano le potenze angeliche in quanto eseguono il giudizio divino (cfr. Ez 21,31); alcuni autori li identificano con i Persiani, che permisero il rimpatrio degli esuli da Babilonia.

Il misuratore e due oracoli 2,5-17 La terza visione prevede l'ingrandimento della città di Gerusalemme, nella quale sono invitati a far ritorno gli esuli, poiché il Signore vi stabilisce di nuovo la sua dimora. Entra in scena un giovane che misura la città, la quale avrà come mura difensive il Signore stesso (vv. 5-9). In appendice si legge l'appello lanciato agli esuli (vv. 10-13) e una solenne promessa di salvezza. I pagani si uniscono ai Giudei nel rendere culto al Signore nella città restaurata (vv. 14-17).

v. 5. «L'uomo con una fune in mano»: è probabilmente un essere angelico, che predispone il piano di ricostruzione della città, che possiede una pianta quadrata o rettangolare (cfr. Ez 40,3).

v. 9. Il «muro di fuoco»: è un'immagine che fa riferimento alla colonna di fuoco che proteggeva il popolo fuggito dall'Egitto (cfr. Es 13,21ss.; 14,20; Is 4,5s.). La «Gloria» del Signore è la manifestazione luminosa della sua potenza mediante azioni straordinarie (cfr. Es 40,34; Ag 2,7; Is 60,18; Ez 43,2). La visione lascia trasparire la salvezza escatologica.

v. 10. In questa esortazione il «paese del settentrione» designa Babilonia; dal nord giungevano a Gerusalemme gli eserciti invasori (cfr. Is 14,30; Ger 1,13s.; Gl 2,20).

v. 11. L'invito è appropriato, giacché diversi esuli, bene installatisi in Mesopotamia, si rifiutavano di ritornare in patria.

v. 13. «Stendere la mano» significa punire (cfr. Is 19,16; Ez 39,10). La frase: «saprete che il Signore degli eserciti mi ha inviato» è ripetuta quattro volte nel corso delle visioni (2,13.15; 4,9; 6,15). L'avveramento degli oracoli è un segno che la missione divina del profeta è autentica.

v. 14. Il v. che contiene un pressante invito alla gioia, è di fattura liturgica (cfr. Is 12,6; 54,1; Sof 3,14).

v. 15. La conversione dei pagani, che entrano nel regime dell'alleanza e godono di uguali diritti come gli Ebrei, è un elemento della prospettiva escatologica.

v. 16. La «terra santa» – espressione usata per la prima volta nella Bibbia = è la terra promessa santificata dalla presenza di Dio, che ha fissato la sua dimora nel tempio di Gerusalemme (cfr. v. 14).

v. 17. Il «tacere» e il «destarsi» sono immagini prese dall'ambiente liturgico, che indicano l'imminente intervento salvifico di Dio (cfr. Sof 1,7; Ab 2,20; Ag 1,14).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Zaccaria – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Appello alla conversione 1Nell’ottavo mese dell’anno secondo di Dario, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Zaccaria, figlio di Berechia, figlio di Iddo: 2«Il Signore si è molto sdegnato contro i vostri padri. 3Tu dunque riferirai loro: Così dice il Signore degli eserciti: Tornate a me – oracolo del Signore degli eserciti – e io tornerò a voi, dice il Signore degli eserciti. 4Non siate come i vostri padri, ai quali i profeti di un tempo andavano gridando: “Dice il Signore degli eserciti: Tornate indietro dal vostro cammino perverso e dalle vostre opere malvagie”. Ma essi non vollero ascoltare e non mi prestarono attenzione, oracolo del Signore. 5Dove sono i vostri padri? I profeti forse vivranno sempre? 6Le parole e le leggi che io avevo comunicato ai miei servi, i profeti, non si sono forse adempiute per i padri vostri? Essi sono tornati e hanno detto: “Quanto il Signore degli eserciti ci aveva minacciato a causa dei nostri traviamenti e delle nostre colpe, l’ha eseguito sopra di noi”».

IL LIBRO DELLE VISIONI

I cavalieri e due oracoli 7Il ventiquattro dell’undicesimo mese, cioè il mese di Sebat, l’anno secondo di Dario, questa parola del Signore fu rivolta al profeta Zaccaria, figlio di Berechia, figlio di Iddo. 8Io ebbi una visione di notte. Un uomo, in groppa a un cavallo rosso, stava fra i mirti in una valle profonda; dietro a lui stavano altri cavalli rossi, sauri e bianchi. 9Io domandai: «Mio signore, che cosa significano queste cose?». L’angelo che parlava con me mi rispose: «Io ti indicherò ciò che esse significano». 10Allora l’uomo che stava fra i mirti prese a dire: «Questi sono coloro che il Signore ha inviato a percorrere la terra». 11Si rivolsero infatti all’angelo del Signore che stava fra i mirti e gli dissero: «Abbiamo percorso la terra: è tutta tranquilla». 12Allora l’angelo del Signore disse: «Signore degli eserciti, fino a quando rifiuterai di avere pietà di Gerusalemme e delle città di Giuda, contro le quali sei sdegnato? Sono ormai settant’anni!». 13E all’angelo che parlava con me il Signore rivolse parole buone, piene di conforto. 14Poi l’angelo che parlava con me mi disse: «Fa’ sapere questo: Così dice il Signore degli eserciti: Io sono molto geloso di Gerusalemme e di Sion, 15ma ardo di sdegno contro le nazioni superbe, poiché, mentre io ero poco sdegnato, esse cooperarono al disastro. 16Perciò dice il Signore: Io di nuovo mi volgo con compassione a Gerusalemme: la mia casa vi sarà riedificata – oracolo del Signore degli eserciti – e la corda del muratore sarà tesa di nuovo sopra Gerusalemme. 17Fa’ sapere anche questo: Così dice il Signore degli eserciti: Le mie città avranno sovrabbondanza di beni, il Signore consolerà ancora Sion ed eleggerà di nuovo Gerusalemme».

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Approfondimenti

Appello alla conversione 1,1-6 Dopo la formula d'introduzione corredata da una nota cronologica (mese di novembre del 520 a.C., cioè due mesi dopo la predicazione del profeta Aggeo, cfr. Ag 1,1), Zaccaria inizia la sua attività esortando in modo pressante il popolo alla conversione, onde ottenere da Dio il perdono e la benedizione (vv. 2s.). Come esempio viene addotta la condotta dei padri, che malgrado il loro indurimento nel male, fecero penitenza (vv. 4ss.). Il brano redatto parte in prosa e parte in poesia, è una sintesi della predicazione morale di Zaccaria e serve di prologo a tutto il libro.

v. 1. «figlio di Barachia»: sembra essere una glossa, passata qui da Is 8,2. Il profeta è figlio del sacerdote Iddo (cfr. Esd 5,1; 6,14; Ne 12,4), per cui è di discendenza levitica.

v. 2. «i vostri padri»: indicano le generazioni passate. La nazione ebraica è considerata come un unico corpo sociale che si perpetua attraverso i secoli grazie alla legge della solidarietà (cfr. 7,12; 8,14).

v. 3. Il tema della conversione a Dio è una costante della predicazione profetica (cfr. Am 4,6; 6,8; Os 2,25; 6,1; 7,10; Is 30,15; Ger 18,11; 25,5; 35,15; Ez 16,4; 18,30; 33,11; Gl 2,12; Ml 3,7; 2Cr 30,6-9). «il Signore degli eserciti» è un titolo divino frequentemente usato da Zaccaria seguendo l'esempio di Isaia, Geremia e Aggeo, per indicare la santità e la trascendenza divina (cfr. 1,12.16s. есс.).

vv. 5-6. Le tre interrogazioni rivolte al popolo hanno lo scopo di far riflettere gli uditori sul castigo che ha colpito le passate generazioni. Gli oracoli dei profeti, essendo divini, si sono realizzati anche dopo la loro morte; essi trascendono le vicissitudini momentanee della storia, perciò hanno un valore permanente. Di grande efficacia è il contrasto tra la fragile vita umana la solida consistenza della parola divina personificata (cfr. Is 40,6ss.; 55,10). Nella pericope 1,1-6 ricorre tre volte il termine šwb, che indica la conversione del popolo a Dio (1,3.4.6). Lo stesso verbo è usato per indicare l'atteggiamento di Dio verso il popolo: «Convertitevi a me – oracolo del Signore degli eserciti – e io mi rivolgerò (= mi convertirò) a voi» (1,3). Zaccaria si colloca sulla scia dei profeti preesilici che esortavano i contemporanei a cambiare i loro costumi e ad osservare la legge del Signore (e nella linea della tradizione deuteronomistica, dove il tema è molto usato). Nel v. 3 il verbo convertirsi è seguito dall'espressione «a me», cioè a Dio. La conversione viene considerata in senso positivo come un ritorno al vero culto del Signore e un profondo attaccamento alla sua persona. Nel v. 4 il verbo e costruito con la preposizione «da»: «convertitevi dal vostro cammino perverso e dalle vostre opere malvagie». Viene messo in rilievo l'aspetto negativo del ritorno a Dio, che comporta la rinuncia alle azioni detestabili contrarie alle regole dell'alleanza. Nel v. 6 il termine šwb, applicato ai padri, è usato in forma assoluta senza preposizioni e in questo caso indica una completa trasformazione dell'esistenza umana dal punto di vista sia morale che religioso nel quadro dell'alleanza. L'aspetto etico della conversione viene approfondito nei testi 7,9s. e 8,16s., dove si parla della pratica della giustizia, della fedeltà e misericordia verso il prossimo. La conversione è un fenomeno religioso e morale che abbraccia tutti gli aspetti della vita umana; è una svolta che comporta un cambiamento radicale della precedente condotta e un'adesione totale a Dio che si esplicita nell'osservanza della sua santa legge. La conversione è la condizione, perché Dio “si converta al popolo”, cioè riallacci con esso i vincoli dell'alleanza interrotti dalla disobbedienza, e lo ricolmi dei favori divini.

IL LIBRO DELLE VISIONI 1,7-6,15 Il corpo della profezia, datata dal febbraio del 519 a.C., comprende la descrizione di otto visioni, redatte in prima persona, che potrebbero essere avvenute durante una sola notte. Tra le visioni che presentano la forma letteraria tripartita, sono inseriti alcuni oracoli. Le otto visioni sono disposte in forma chiastica. La prima e l'ottava si corrispondono, la seconda e la terza come anche la sesta e la settima, sono pareggiate, mentre la quarta e la quinta rappresentano il culmine del messaggio. Le visioni sono da interpretarsi in forma unitaria, poiché ognuna di esse contribuisce a fornire il quadro globale del panorama di Israele nell'era messianica che sta per albeggiare. Infatti il significato delle visioni riguarda il destino del popolo d'Israele nel presente immediato e nel lontano futuro. L'era della salvezza comporta la ricostruzione di Gerusalemme con al centro il tempio del Signore, il rinnovamento del sacerdozio levitico e del potere civile e il ristabilimento della santità del popolo eletto.

I cavalieri e due oracoli 1,7-17 Dopo l'introduzione redazionale (v. 7) appaiono nella prima visione tre cavalieri celesti montati su cavalli di diverso colore, che percorrono l'universo e accertano che la terra si trova in pace (v. 8-11). Questa situazione è inquietante, perché manca ogni riferimento all'avvento della nuova era. L'angelo interprete assicura che il Signore è ancora irritato contro le nazioni e che Gerusalemme sarà consolata (vv. 12-15). Alla visione vengono aggiunti due oracoli promissori (vv. 16s.). La visione annuncia il giudizio di Dio contro i popoli pagani e il prossimo intervento salvifico in favore di Israele. In questo testo vengono usati elementi mitologici in funzione monoteistica e lo stile simbolico preannuncia la letteratura apocalittica (cfr. Ap 5,6; 6,2-7.10).

v. 8. La visione equivale a una rivelazione divina (cfr. Is 6,1; 30,10; Am 9,1; Ger 1, 11). L'«uomo» è una figura angelica da identificarsi probabilmente con l'angelo interprete 1,.13s.) e con l'angelo che si trova tra i mirti (v. 11). La notte è il tempo favorevole per le misteriose comunicazioni divine (cfr. Gn 15,12; 28,10ss.; 1Re 3,5). Il cavallo è usato per fare la guerra o per indicare il prestigio (cfr. 1Re 10,26; Zc 10,3). È sconosciuto il significato dei colori dei tre cavalli. Il mirto, noto in Palestina, significa oscurità e in questo senso è un elemento adatto al contesto delle rivelazioni celesti. Altri autori comprendono il mirto come simbolo di buon augurio (cfr. Is 41,19; 55,13), poiché esso è odorifero e sempreverde. La valle profonda indica il mitico abisso primitivo, che è stato vinto dalla potenza creatrice di Dio (cfr. Gn 1,1; Es 15,15; Gio 2,4; Sal 68,23; 69,3.16).

v. 11. L'angelo del Signore è un essere autonomo che ha il compito di dialogare con Dio e di spiegare i disegni celesti agli uomini. La terra tranquilla allude all'ordine instaurato dal re Dario I dopo le rivolte domate dal suo esercito. Questa relativa calma rende impossibile l'indipendenza del paese e la restaurazione della dinastia davidica (cfr. Ag 2,22).

v. 12. Lo sdegno divino è un antropomorfismo che interpreta come castigo divino i mali che si abbattono sul popolo eletto (cfr. Dt 28,15-68; Sal 6,3; 79,5). «settant'anni»: sono un periodo lungo considerato in modo globale e che perciò dovrebbe prendere fine (cfr. Ger 25,11; 29,10).

v. 13. Le «parole buone» sono le promesse di salvezza, che esprimono il significato profondo di tutta la profezia (cfr. Is 40,1s.).

v. 14. La «gelosia» di Dio è una metafora che esprime il grande amore per il popolo; essa si distingue per il suo carattere esclusivo (cfr. Es 20,5; 34,14; Dt 4,24; 5,9: 6,15).

v. 15 I popoli pagani furono gli esecutori del castigo divino su Israele, ma essi, trasgredendo i limiti posti da Dio alla loro azione, si comportarono come oppressori (cfr. Is 2,10,5s.; 47,6s.; 51,22s.; Ger 50,29-32; 51,24). Perciò la collera divina si scaglia contro di loro. Il segno dell'elezione di Israele è la ricostruzione del tempio.

vv. 16-17. Questi due oracoli complementari annunciano la benedizione di Dio su Israele nel quadro messianico che caratterizza tutto il libro. La misurazione di Gerusalemme simboleggia l'ordinata ricostruzione della città santa (cfr, Ger 31,38s.; Ez 40,3).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Zaccaria – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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LA GLORIA DEL NUOVO TEMPIO 1Il ventuno del settimo mese, per mezzo del profeta Aggeo fu rivolta questa parola del Signore: 2«Su, parla a Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, a Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote, e a tutto il resto del popolo, e chiedi: 3Chi rimane ancora tra voi che abbia visto questa casa nel suo primitivo splendore? Ma ora in quali condizioni voi la vedete? In confronto a quella, non è forse ridotta a un nulla ai vostri occhi? 4Ora, coraggio, Zorobabele – oracolo del Signore –, coraggio, Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese – oracolo del Signore – e al lavoro, perché io sono con voi – oracolo del Signore degli eserciti –, 5secondo la parola dell’alleanza che ho stipulato con voi quando siete usciti dall’Egitto; il mio spirito sarà con voi, non temete. 6Dice infatti il Signore degli eserciti: Ancora un po’ di tempo e io scuoterò il cielo e la terra, il mare e la terraferma. 7Scuoterò tutte le genti e affluiranno le ricchezze di tutte le genti e io riempirò questa casa della mia gloria, dice il Signore degli eserciti. 8L’argento è mio e mio è l’oro, oracolo del Signore degli eserciti. 9La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace». Oracolo del Signore degli eserciti.

PROBLEMI RITUALI

Consultazione dei sacerdoti 10Il ventiquattro del nono mese, nel secondo anno di Dario, questa parola del Signore fu rivolta al profeta Aggeo: 11«Dice il Signore degli eserciti: Domanda ai sacerdoti quello che dice la legge e chiedi loro: 12Se uno in un lembo del suo vestito porta carne consacrata e con il lembo tocca il pane, il companatico, il vino, l’olio o qualunque altro cibo, questo verrà consacrato?». «No», risposero i sacerdoti. 13Aggeo soggiunse: «Se uno che è contaminato per il contatto di un cadavere tocca una di quelle cose, sarà essa impura?». «Sì, è impura», risposero i sacerdoti. 14Riprese Aggeo: «Tale è questo popolo, tale è questa nazione davanti a me – oracolo del Signore – e tale è ogni lavoro delle loro mani; anzi, anche ciò che qui mi offrono è impuro.

Promessa di proprietà 15Ora pensate, da oggi e per l’avvenire: prima che si cominciasse a porre pietra sopra pietra nel tempio del Signore, 16come andavano le vostre cose? Si andava a un mucchio da cui si attendevano venti misure di grano e ce n’erano dieci; si andava ad attingere a un tino da cinquanta misure e ce n’erano venti. 17Vi ho colpiti con la ruggine, il carbonchio e la grandine in tutti i lavori delle vostre mani, ma voi non siete ritornati a me. Oracolo del Signore. 18Considerate bene da oggi in poi, dal ventiquattro del nono mese, cioè dal giorno in cui si posero le fondamenta del tempio del Signore: 19ebbene, manca ancora grano nei granai? La vite, il fico, il melograno, l’olivo non hanno dato i loro frutti? Da oggi in poi vi benedirò!».

ORACOLO MESSIANICO PER ZOROBABELE

20Il ventiquattro del mese questa parola del Signore fu rivolta una seconda volta ad Aggeo: 21«Parla a Zorobabele, governatore della Giudea, e digli: Scuoterò il cielo e la terra, 22abbatterò il trono dei regni e distruggerò la potenza dei regni delle nazioni, rovescerò i carri e i loro cavalieri: cadranno cavalli e cavalieri; ognuno verrà trafitto dalla spada del proprio fratello. 23In quel giorno – oracolo del Signore degli eserciti – io ti prenderò, Zorobabele, figlio di Sealtièl, mio servo – oracolo del Signore – e ti porrò come un sigillo, perché io ti ho eletto». Oracolo del Signore degli eserciti.

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Approfondimenti

LA GLORIA DEL NUOVO TEMPIO 2,1-9 All'indicazione cronologica e alla menzione dei destinatari (vv. 1-2) seguono tre domande, che rimangono senza risposta esplicita, e servono da introduzione a un'esortazione, fondata su una duplice promessa (vv. 3-5). Un secondo discorso contiene un seguito di promesse che rispondono alla questione posta all'inizio del capitolo circa le modeste proporzioni del nuovo edificio sacro. Il brano ricco di domande, ripetuti appelli e promesse a catena, riflette in modo vivace la predicazione di Aggeo.

v. 1. «il settimo mese»: corrisponde a settembre-ottobre del 520 a.C. Il giorno ventuno del mese era l'ultimo della festa delle Capanne, giorno in cui si svolgevano solenni cerimonie nel tempio salomonico (cfr. Lv 23,33-36; Esd 3,12s.; 1Re 8,2.65).

v. 3. Le domande retoriche richiamano il ricordo dell'antico tempio e del suo splendore, e per contrasto, la ristrettezza del nuovo edificio, povero di decorazioni e di suppellettili preziose. Qualche ottantenne poteva fare il confronto tra le due costruzioni (cfr. Esd 3,10-13) e provarne delusione e stanchezza, che si riflettevano anche nei costruttori.

v. 4. Un triplice appello viene lanciato ai capi e al popolo, perché raddoppino l'energia e completino i lavori, fidando nell'aiuto divino. Il termine «coraggio» è usato spesso per incoraggiare la ricostruzione del tempio o il ristabilimento della comunità ebraica (cfr. 1Cr 22,13; 28,20; Esd 10,4).

v. 5. L'allusione al patto e all'uscita dall'Egitto, che rompe in qualche modo il filo del discorso, è considerata da alcuni esegeti come una glossa. Da notare la terna interessante: si parla della persona di Dio (io), della sua parola e del suo spirito, «il mio spirito sarà con voi»: rappresenta una formula originale, simile a quella che caratterizza il regime dell'alleanza. Lo spirito è la forza rigeneratrice che opererà il rinnovamento tipico dell'era messianica (cfr. Is 44,31; Ez 39,29).

v. 6. Sullo sfondo dei torbidi politici del momento viene proferito un oracolo di tenore escatologico riguardante un grandioso avvenire. «Ancora un po' di tempo»; lett. «una volta ancora», cioè l'ultima volta. «Scuoterò»: termine usato dai profeti precedenti per indicare il giudizio e la manifestazione definitiva di Dio (cfr. ancora 2,7.21; cfr. Is 13,13; Ger 8,16; 49,21; Ez 31,16; 38,19; Gl 2,10; 4,16; Sal 60,4).

v. 7. La terminologia è presa dalle descrizioni delle teofanie e le immagini sono quelle del «giorno del Signore». La catastrofe cosmica coincide con l'instaurazione di una nuova epoca di prosperità e di ricchezza. Invece di «ricchezze di tutte le genti» la Vg legge erroneamente: «il desiderato di tutte le genti», conferendo una nota messianica al testo, che accennerebbe alla conversione dei pagani.

vv. 8-9. Il prestigio del nuovo tempio non consiste tanto nell'abbondanza dei tesori portati dai popoli, ma in ciò che questi doni esprimono: il riconoscimento del Signore come creatore e Signore dell'universo. La pace assomma tutti i beni messianici, quali la prosperità, la sicurezza e l'armonia tra Dio e l'uomo e tra l'uomo e la creazione (cfr. Is 11,6-9; Ger 33,6-9; Zc 8,4s.12). La gloria del Signore non consiste tanto nello splendore materiale, quanto nel dono della pace.

PROBLEMI RITUALI 2,10-19 Il tema trattato in questa sezione è nuovo. Il profeta è incaricato di fornire un insegnamento concernente il carattere contagioso dell'impurità cultuale (vv. 10-14), che verrà tolta dalla benedizione divina, concessa in ricompensa della ricostruzione del tempio (vv. 15-19).

Consultazione dei sacerdoti 2,10-14 Il brano presenta la forma di un racconto centrato su un'azione simbolica: l'ordine dato da Dio, viene eseguito mediante una duplice interrogazione, rivolta ai sacerdoti; esso riceve una risposta negativa e positiva (vv. 10-13); segue un oracolo, che applica al popolo la risposta positiva (v. 14).

v. 10. La data corrisponde alla metà di dicembre del 520 a.C.; vi è un intervallo di più di due mesi dopo l'oracolo di 2, 1.

v. 11. I sacerdoti avevano il compito di risolvere i problemi relativi al culto e alla morale, che erano strettamente connessi con la legge rituale (cfr. Zc 7,3; Ml 2,7).

v. 12. Si tratta di una carne offerta in sacrificio, perciò sottratta all'uso profano e portata a casa dai sacerdoti per essere consumata durante un pasto familiare. Secondo Lv 6,27 il mantello che portava la carne diventava santo, cioè intangibile, il che non era il caso per ciò che veniva in contatto con il mantello. Si suppone che il carattere sacro non si trasmetta per contatto. Questa norma non è indicata in nessun testo del codice Sacerdotale.

v. 13. Al contrario, l'impurità rituale era trasmessa per contatto (cfr. Lv 11,28; 22,4-7). L'impurità è considerata più contagiosa della «santità» rituale.

v. 14. Il profeta applica il principio dell'impurità al popolo di Israele. La mancanza di fervore e di generosità riguardo a Dio rende impuro, per cui tutto ciò che il popolo fa, persino le sue offerte, è contaminato. Il tempio in rovina era come un cadavere in mezzo al popolo. L'oracolo rivela la preoccupazione del profeta per una religione più sincera verso Dio. Il culto attuale è impuro non a causa di qualche infrazione rituale, ma per la mancanza di fede.

Promessa di proprietà 2,15-19 L'esortazione messa in bocca al Signore si basa su una distinzione cronologica: prima dell'inizio dei lavori del tempio c'era scarsità dei generi alimentari dovuta alla siccità e ai flagelli (vv. 15-17); dopo di esso è intervenuta la benedizione (vv. 18-19). Il brano non continua il discorso del v. 14 e si situerebbe meglio dopo il v. 1,15a. I vv. 16-17 ripetono in maniera originale i concetti di 1,6.9.

v. 16. Viene richiamato un triste passato, che ormai non esiste più (cfr. 1,5-6.9ss.).

v. 17. Le tre piaghe ricapitolano tutte le disgrazie che hanno colpito il popolo dal primo ritorno in Palestina (538 a.C.) fino al momento presente (520 a.C.). I castighi divini dovuti all'infedeltà verso Dio (cfr. Dt 28,22; Am 4,9) avevano uno scopo pedagogico.

v. 18. Solenne dichiarazione datata come un documento legale. Ma la datazione (messa in parentesi) sembra essere una glossa, perché interrompe il filo del discorso ed è in contraddizione con la data di 1,15, a meno che essa non si riferisca all'inizio, subito abbandonato, dei lavori dopo il ritorno da Babilonia (cfr. Esd 3,11ss.).

v. 19. La ricostruzione del tempio, prova della conversione del popolo, segna il ritorno del benessere materiale e spirituale, rappresentato dalla «benedizione» (cfr. Gn 27,27; Es 23,25; Dt 12,7; 15,14; Gb 1,10; 42,12).

ORACOLO MESSIANICO PER ZOROBABELE 2,20-23 Con il linguaggio escatologico tradizionale viene annunciata una nuova fase della storia. Dopo gli sconvolgimenti cosmici e la sparizione delle nazioni (vv. 20-22), Zorobabele sarà scelto da Dio per una missione speciale (v. 23). È possibile che le rivolte dei primi due anni del regno di Dario (522-520 a.C.), abbiano eccitato nei Giudei più ardenti la speranza nella restaurazione della dinastia davidica.

v. 20. Non è indicato il mese dell'anno; si può trattare del nono mese, come in 2,10 o del settimo come in 2,1.

v. 21. Il sovvertimento cosmico (cfr. 2,6-9), di significato escatologico, accompagna i grandi interventi di Dio nella storia (cfr. Gdc 5,4; Is 13,13; 24,18; Ger 49,21; Ez 31,16; Gl 2,10).

v. 22. Descrizione più violenta che quella di 2,6s. I regni saranno abbattuti come avvenne per Sodoma e Gomorra (cfr. Dt 29,23; Is 13,19; Ger 20,16; Am 4,11). Nel disordine di una lotta disperata i cavalieri trovano la morte uccidendosi a vicenda (cfr. Gac 7,22; Ez 38,21; Zc 14,13).

v. 23. Promessa individuale di tenore messianico, rivolta a Zorobabele e confermata dalla triplice ripetizione del titolo divino: «Signore degli eserciti». «ti prenderò», cioè ti scelgo per una missione speciale (cfr. Nm 3,12; 8,16; Is 66,21; 2Sam 7,8). «mio servo»: è un titolo di dignità riservato ai ministri di Dio per eccellenza, come Abramo (Sal 105,6.42), Giacobbe (Ez 28,25; 37,25), Mosè (Dt 34,5), Davide (Sal 18,1; 36,1), il Servo del Signore (Is 41,8; 42,1; 44,1). Il «sigillo» è l'anello che serviva per autenticare una lettera o un documento; esso era un oggetto strettamente personale che si portava al collo o al braccio (cfr. 1Re 21,8; Ct 8,6). L'elezione è una scelta di valore in vista di un incarico speciale (cfr. Sal 78,68.70; 135,4; 1Cr 28,4). I termini usati per Zorobabele sono caratteristici per indicare il futuro re messia.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Aggeo – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Titolo 1L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote.

LA RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO

Obiezioni e rimproveri 2«Così parla il Signore degli eserciti: Questo popolo dice: “Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!”». 3Allora fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo questa parola del Signore: 4«Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina? 5Ora, così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! 6Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato. 7Così dice il Signore degli eserciti: Riflettete bene sul vostro comportamento! 8Salite sul monte, portate legname, ricostruite la mia casa. In essa mi compiacerò e manifesterò la mia gloria – dice il Signore. 9Facevate assegnamento sul molto e venne il poco: ciò che portavate in casa io lo disperdevo. E perché? – oracolo del Signore degli eserciti. Perché la mia casa è in rovina, mentre ognuno di voi si dà premura per la propria casa. 10Perciò su di voi i cieli hanno trattenuto la rugiada e anche la terra ha diminuito il suo prodotto. 11Ho chiamato la siccità sulla terra e sui monti, sul grano e sul vino nuovo, sull’olio e su quanto la terra produce, sugli uomini e sugli animali, su ogni lavoro delle mani».

Ripresa dei lavori 12Zorobabele, figlio di Sealtièl, e Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote, e tutto il resto del popolo ascoltarono la parola del Signore, loro Dio, e le parole del profeta Aggeo, secondo la volontà del Signore che lo aveva loro inviato, e il popolo ebbe timore del Signore. 13Aggeo, messaggero del Signore, rivolto al popolo, disse per incarico del Signore: «Io sono con voi, oracolo del Signore». 14E il Signore destò lo spirito di Zorobabele, figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e di Giosuè, figlio di Iosadàk, sommo sacerdote, e di tutto il resto del popolo, ed essi si mossero e intrapresero i lavori per la casa del Signore degli eserciti. 15Questo avvenne il ventiquattro del sesto mese dell’anno secondo del re Dario.

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Approfondimenti

Titolo 1,1 La precisa datazione corrisponde probabilmente al 27 agosto 520 a.C.; era il giorno della luna piena, perciò un giorno festivo (cfr. Os 2,11; 11,13s.; 66,23; Sal 81,3). «per mezzo del profeta»: espressione inusitata nei libri profetici (cfr. ancora Ml 1,1) che sottolinea il ruolo intermediario dell'eletto di Dio nel comunicare la parola divina (cfr. 1,13; 2,1). Il nome «Aggeo» significa «festivo, la mia festa, nato in giorno di festa». Zorobabele, modificazione ebraica di un nome babilonese che significa «servo di Babilonia», era nipote del re Ioiachin, e perciò erede della dinastia davidica. Giosuè era discendente di Zadoc. È probabile che i due rappresentanti del potere civile e religioso siano giunti a Gerusalemme con la prima carovana dei rimpatriati. «governatore» è un termine vago che designa un commissario reale con poteri limitati.

LA RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO 1,2-15 Il capitolo comprende due pericopi: la prima (1,2-11) contiene diversi messaggi che riassumono il discorso di Aggeo tenuto al popolo, riunito nel luogo del tempio, e la seconda (1,12-15) riferisce la risposta del popolo all'esortazione del profeta. Il c. termina con una sorprendente notazione cronologica, che si situa a un intervallo di 23 giorni dopo la data citata in 1,1.

Obiezioni e rimproveri 1,2-11 Il testo è composto di una serie di sentenze vagamente connesse e messe insieme a causa delle somiglianze del contenuto e separate dal molte introduzioni. Dopo un lamento del popolo messo in bocca al Signore (v. 2), si legge una sentenza ironica (v. 4), un appello alla riflessione (v. 5-6), un ordine e una promessa (vv. 7-8), inoltre una nuova argomentazione simile a quella dei vv. 4-6. Al centro del brano c'è l'ordine di ricostruire il tempio; esso è preceduto e seguito dalla menzione delle calamità provocate dalla negligenza del popolo e dei capi, che dilazionano l'opera di Dio.

v. 2. Le riflessioni del popolo sono citate dal Signore stesso. «Questo popolo», espressione dalla sfumatura peggiorativa (cfr. Is 6,10; 8,6.10.12; Ger 6,19.21) si riferisce ai rimpatriati e al Giudei rimasti nel paese. Il tempio in Aggeo è sempre indicato con la formula «la casa del Signore» (fanno eccezione i vv. 2,15.18). Il popolo pensa che non è opportuno riprendere i lavori della ricostruzione del tempio a causa della grave situazione economica.

v. 4. L'atteggiamento dilatorio del popolo è smascherato mediante una severa apostrofe lanciata contro i capi del popolo, che hanno già ricostruito le loro case.

v. 5. «Riflettete», lett. «dirigete il vostro cuore», è un'espressione caratteristica di Aggeo (cfr. 2,15.18). Si suppone che la parola di Dio venga assimilata profondamente da parte degli uditori.

vv. 6-7. Vengono menzionate cinque attività destinate a soddisfare i bisogni materiali della vita, ma che non hanno ottenuto il loro effetto. È applicato il classico principio della retribuzione temporale. La prosperità è frutto dell'osservanza della legge del Signore, secondo la teologia deuteronomistica (cfr. Dt 28). Il v. 7 ripete il v. 5.

v. 8. La parte centrale del messaggio è l'ordine di ricostruire il tempio e la promessa della benedizione divina, che equivale alla manifestazione della gloria (cfr. Es 19,17s.). «il monte» rappresenta probabilmente le colline di Gerusalemme, che un tempo erano coperte di boschi, bruciati dai Babilonesi (cfr. Ne 2,8; 8,19).

vv. 9-11. Versetti paralleli a 4-6. È messo in rilievo il contrasto esistente tra l'indifferenza riguardo al Signore e la premura usata nel procacciare i beni materiali. La siccità, la fame e la povertà (v. 10) sono presentate come un castigo divino, dovuto ai peccati del popolo (cfr. Am 4,6-10; Os 4,10; Mic 6,15).

Ripresa dei lavori 1,12-15 Il brano presenta un quadro narrativo dell'effetto positivo ottenuto dal discorso di Aggeo. Al centro del racconto si trova una sentenza di promessa (v. 13).

v. 12. «il resto del popolo» (cfr. 1,14; 2,2; Zc 8,6.11.12): è un termine tipico già usato dal profeta Isaia (cfr. Is 6,11ss.; 7,3; 10,21; 11,11; Ger 23,3; 31,7). Aggeo lo applica al piccolo gruppo di rimpatriati guidati da Zorobabele e Giosuè (secondo alcuni esegeti, anche dei rimasti in Palestina), coloro che credono nelle promesse divine (cfr. Esd 1,4; 9,8.14; Zc 8,6.11). «Ebbe timore del Signore»: è l'atteggiamento di obbedienza al Signore, opposto all'indifferenza e negligenza nel seguire i precetti divini.

v. 13. «messaggero del Signore»: questo titolo è dato ai profeti solamente in 2Cr 36,15s. e Ml 3,1; altrove designa l'angelo (Gn 16,7.9ss.; Es 3,2; ecc.). «Io sono con voi»: la formula, messa spesso in bocca al Signore, promette un aiuto efficace nello svolgimento di un compito che è difficile (cfr. Es 3,12; Ger 1,8).

v. 14. «destò lo spirito»: l'espressione, caratteristica del Cronista (cfr. 1Cr 1,5; 2Cr 21,16; Esd 1,1-5), descrive il successo della parola profetica che suscita l'adesione dell'uomo al disegno divino e spinge all'azione. Spesso la frase indica una particolare iniziativa divina connessa con l'attesa messianica (cfr. Is 41,2.21; 45,13; Ger 50,9; 51,1.11).

v. 15. La data cronologica è solo vagamente connessa con i vv. precedenti. Nel periodo persiano il tempio di Gerusalemme divenne in modo particolare il centro religioso e nazionale della comunità rientrata da Babilonia. Esso costituiva un fattore decisivo per mantenere l'identità del popolo mediante l'attività liturgica e l'attrazione che esercitava sulla diaspora. La sua ricostruzione non rappresentava soltanto una questione puramente materiale ed esteriore alla religione jahvistica, ma era collegata con la stessa realtà del patto dell'alleanza. L'adesione alla volontà divina esigeva che si rinunciasse agli interessi particolari, che ci si imponesse dei sacrifici e ci si mettesse all'opera. Aggeo usa tutta la sua abilità di pastore per indurre ad assumere questo comportamento. Egli dimostra che la precaria situazione economica della comunità afflitta da disgrazie e cattivi raccolti, era la conseguenza dell'indifferenza e neghittosità, che veniva punita da Dio. Perciò il profeta confuta le obiezioni, invita al lavoro e assicura l'assistenza divina.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Aggeo – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Contro i capi della Giudea 1Guai alla città ribelle e impura, alla città che opprime! 2Non ha ascoltato la voce, non ha accettato la correzione. Non ha confidato nel Signore, non si è rivolta al suo Dio. 3I suoi capi in mezzo ad essa sono leoni ruggenti, i suoi giudici sono lupi di sera, che non hanno rosicchiato al mattino. 4I suoi profeti sono boriosi, uomini fraudolenti. I suoi sacerdoti profanano le cose sacre, violano la legge. 5In mezzo ad essa il Signore è giusto, non commette iniquità; ogni mattino dà il suo giudizio, come la luce che non viene mai meno, ma l’iniquo non conosce vergogna.

Varie ammonizioni 6«Ho eliminato le nazioni, le loro torri sono state distrutte; ho reso deserte le loro strade, non c’è neppure un passante, sono state devastate le loro città e nessuno le abita più. 7Io pensavo: “Almeno ora mi temerà, accoglierà la correzione! Così la sua abitazione non sarà colpita da tutte le punizioni che le avevo inflitto”. Ma invece si sono affrettati a pervertire di nuovo ogni loro azione. 8Perciò aspettatemi – oracolo del Signore – quando mi leverò per accusare, perché ho decretato di radunare le nazioni, di convocare i regni, per riversare su di loro la mia collera, tutta la mia ira ardente; poiché dal fuoco della mia gelosia sarà consumata tutta la terra.

PROMESSE DI SALVEZZA

Purificazione futura 9Allora io darò ai popoli un labbro puro, perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo. 10Da oltre i fiumi di Etiopia coloro che mi pregano, tutti quelli che ho disperso, mi porteranno offerte. 11In quel giorno non avrai vergogna di tutti i misfatti commessi contro di me, perché allora allontanerò da te tutti i superbi gaudenti, e tu cesserai di inorgoglirti sopra il mio santo monte. 12Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero». Confiderà nel nome del Signore 13il resto d’Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta. Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti.

Giubilo di Gerusalemme 14Rallégrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! 15Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non temerai più alcuna sventura. 16In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! 17Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia».

Ritorno dei dispersi 18«Io raccoglierò gli afflitti, privati delle feste e lontani da te. Sono la vergogna che grava su di te. 19Ecco, in quel tempo io mi occuperò di tutti i tuoi oppressori. Soccorrerò gli zoppicanti, radunerò i dispersi, li farò oggetto di lode e di fama dovunque sulla terra sono stati oggetto di vergogna. 20In quel tempo io vi guiderò, in quel tempo vi radunerò e vi darò fama e lode fra tutti i popoli della terra, quando, davanti ai vostri occhi, ristabilirò le vostre sorti», dice il Signore.

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Approfondimenti

Contro i capi della Giudea 3,1-5 Invettiva contro i dirigenti della nazione giudaica, principi, giudici, profeti e sacerdoti, perché curano solamente i propri interessi e non ammoniscono il popolo (vv. 1-4). Il v. 5 sembra essere un'aggiunta posteriore. II brano si distingue per l'eccezionale potenza descrittiva.

** vv.1-2**. I vv., riassumono l'ingiustizia di Gerusalemme mediante tre aggettivi (v. 1) e quattro verbi negativi (v. 2). Al v. 1 il «guai» non solo annuncia la disgrazia, ma anche l'attira (cfr. 2,5). Gerusalemme, personificata, non è nominata, ma chiaramente indicata. Il v. 2, molto simile a Ger 7,28, offre una descrizione (negativa) della vita di fede riassunta in quattro punti. «ascoltare la voce» significa obbedire al profeti; la «correzione» viene insegnata dai sapienti; «rivolgersi a Dio» comporta il pentimento delle colpe, l'osservanza delle clausole dell'alleanza e l'invocazione dell'aiuto divino.

v. 3. A ciascuna delle quattro classi dirigenti del paese vengono rinfacciate colpe e responsabilità (cfr. Mic 3,9.12; Ger 2,26). I leoni e i lupi simboleggiano l'avidità sfrenata dei capi (cfr. Mic 2,2; Zc 11,4-5).

v. 4. I profeti trattano in modo arbitrario la parola di Dio (cfr. Os 4,5; 9,7ss.; Mic 3,5-8), mentre i sacerdoti vengono meno al loro servizio nel santuario (cfr. Ger 2,8; 5,31).

v. 5. Il versetto contrasta con il contesto e impiega un linguaggio salmico. La legge del Signore è stabile, in contrasto con l'alternarsi delle leggi fisiche (cfr. Sal 19,2-7.8-11).

Varie ammonizioni 3,6-8 Dio allude agli eventi politici e militari del passato, che avrebbero dovuto illuminare gli abitanti di Gerusalemme, ma essi sono stati caparbi e riluttanti (vv. 6-7), perciò ad essi viene comminato il giudizio (v. 8).

v. 6. Il Signore attribuisce alla propria potenza gli eventi della storia, che potrebbero riferirsi all'annessione parecchi regni da parte dell'Assiria e alla distruzione di Tebe.

v. 7. In un monologo Dio sottolinea il carattere didattico dei fatti storici negativi e denuncia l'ostinazione di Gerusalemme (cfr. Ger 7,13.25; 11,7; 24,4; 26,5).

v. 8. Il giudizio assume la forma di un processo, in cui Dio svolge la parte del giudice e dell'accusatore (cfr. Mic 1,2; Ger 29,23; Ml 3,5). Il contesto è universale, perché vengono giudicati tutti i popoli e regni della terra (cfr. Ger 25,31s.; Is 66,16).

PROMESSE DI SALVEZZA 3,9-20 Il messaggio di speranza comprende tre temi: la purificazione dei popoli e di Gerusalemme (vv. 9-13), la gioia escatologica (vv. 14-17) e il raggruppamento dei dispersi (vv. 18-20). La frase «in quel giorno», «in quel tempo» ricorre tre volte (vv. 11a.16a.20a) in mezzo ai brani. Dio parla in prima persona (vv. 9-13.18b-20) o di lui si parla in terza persona (vv. 14-18a).

Purificazione futura 3,9-13 La pericope è composta di due unità: la conversione dei pagani (vv. 9-10), tipico tema dei profeti postesilici (cfr. Ml 1,11; Is 50,6s.; 66,20) e il rinnovamento del resto d'Israele (v. 11-13), costituito da una comunità umile e fedele.

v. 9. Il «labbro puro» è una metafora che designa tutto l'uomo rinnovato da Dio, perché non rende più culto alle divinità straniere (cfr. Sal 51,17). «invocare il nome del Signore» indica emettere un'autentica professione di fede che suppone la conversione del cuore. «Servire Dio» significa rendere a Dio il culto e osservare i suoi precetti (cfr. Mic 4,2; Is 11,9; 19,23ss.). «sotto lo stesso giogo»: lett. «spalla a spalla» equivale a «in uno sforzo comune». L'immagine proviene dagli animali da lavoro, che procedono aggiogati a due a due.

v. 10. Visione universale della massima ampiezza: gli abitanti della lontana Nubia, rappresentanti le nazioni più diverse e distanti da Israele e convertite al vero Dio, avanzano in processione a Sion, per rendergli il culto (cfr. Is 18,1-7). La predizione evoca per contrasto la dispersione dei popoli nel racconto della torre di Babele (cfr. Gn 11,4-9).

v. 11. Dio si rivolge direttamente a Gerusalemme promettendo la sparizione della vergogna, effetto del giudizio divino (cfr. Is 1,29; 19,9; 41,11; Ger 15,9; 20,11). Quale fedele discepolo del profeta Isaia, Sofonia considera l'orgoglio dell'uomo come l'atteggiamento fondamentale negativo nei confronti di Dio (cfr. Is 3,16; 5,15; 9,8; 10,33). La superbia umana descritta nei vv. 3,1-4, sarà eliminata nell'era della salvezza.

vv. 12-13. In modo sia positivo che negativo vengono descritte la qualità del «resto d'Israele», cioè di coloro che sono destinati a sopravvivere al giudizio degli empi (cfr. Is 46,3; Ger 6,9). Il «popolo umile e povero» si riconosce piccolo davanti a Dio, in contrasto con coloro che si gloriano delle proprie forze. Non si tratta di una categoria sociale di uomini, ma di una disposizione religiosa fondata sulla fiducia in Dio, che rifugge da tutto ciò che è opposto alla volontà divina, soprattutto nel campo etico. A questi umili è promessa un'esistenza felice e pacifica. Si trova nei presenti versetti la descrizione più perfetta dello «spirito di povertà» dell'AT. Sofonia ha in mente una comunità, politicamente irrilevante, serena, che si distingue per l'integrità dei costumi e per una grande solidarietà. Rinunciando alla mania di grandezza umana, Giuda potrebbe essere salvato.

Giubilo di Gerusalemme 3,14-17 In due canti celebrativi Sion è invitata alla gioia, perché, vinti i nemici, Dio assicura la sua presenza in mezzo ad essa (vv. 14-15). Il Signore stesso si rallegra, perché viene in soccorso e rinnova il suo amore (vv. 16-18a). Abbondano i sinonimi della gioia e si notano delle affinità con gli oracoli di Isaia (cfr. Is 12,1-6; 52,7-10). Questi canti liturgici, nei quali è sottolineata la regalità di JHWH sono tra i brani più brillanti e fecondi dell'AT.

v. 14. «figlia di Sion,... figlia di Gerusalemme»: sono espressioni poetiche che indicano gli abitanti della capitale, in quanto rappresentano tutto il popolo eletto (cfr. Is 54,1; Zc 9,9). «Israele»: sono i discendenti di Giacobbe-Israele, cioè tutti gli Israeliti.

v. 15. «ha disperso il tuo nemico»: l'immagine è presa dall'assedio di una città che improvvisamente viene liberata. «Re d'Israele»: solenne proclamazione della regalità del Signore, che procura la gioia e la salvezza (cfr. Is 6,3; 41,21; 44,6; 52,7-10; Abd 21; Sal 90,15). La presenza di Dio in mezzo al popolo è simboleggiata dal tempio di Gerusalemme.

v. 17. Il Signore è presentato, come colui che personalmente prende parte al giubilo della capitale salvata. Non manca un'allusione al tempo del deserto («ti rinnoverà con il suo amore»), in cui avvenne il fidanzamento con il popolo liberato dall'Egitto. Questa espressione dell'amore perfetto di Dio viene ora riproposta, come in Os 2.

Ritorno dei dispersi 3,18-20 Testo oscuro, di carattere antologico, che suppone il contesto della dispersione degli Israeliti. Probabilmente è un'aggiunta posteriore. Dio stesso parla della sua opera salvatrice in favore della diaspora.

v. 19. «zoppicanti» e «dispersi»: sono espressioni metaforiche prese dalla vita pastorale, indicanti coloro che furono colpiti dalle sventure (cfr. Mic 4,6s.; Ez 34,16; Zc 11,16).

v. 20. «ristabilirò le vostre sorti»: si può tradurre anche: «farò ritornare i vostri prigionieri» (cfr. Is 35,10; 48,21; 60,6-16).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Sofonia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Appello alla conversione 1Radunatevi, raccoglietevi, o gente spudorata, 2prima che esca il decreto, prima che passi il giorno come pula, prima che piombi su di voi l’ira furiosa del Signore, prima che piombi su di voi il giorno dell’ira del Signore. 3Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l’umiltà; forse potrete trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore.

REQUISITORIA CONTRO LE NAZIONI E GERUSALEMME

Contro i Filistei, Moab e Ammon 4Gaza infatti sarà abbandonata e Àscalon ridotta a un deserto. Asdod in pieno giorno sarà deportata ed Ekron distrutta dalle fondamenta. 5Guai agli abitanti della costa del mare, alla nazione dei Cretei! La parola del Signore è contro di te, Canaan, paese dei Filistei: «Io ti distruggerò privandoti di ogni abitante». 6La costa del mare diventerà pascoli, prati per i pastori, recinti per le greggi. 7La costa del mare apparterrà al resto della casa di Giuda; in quei luoghi pascoleranno e a sera nelle case di Àscalon prenderanno riposo, quando il Signore, loro Dio, li avrà visitati e avrà ristabilito le loro sorti. 8«Ho udito l’insulto di Moab e gli oltraggi degli Ammoniti, con i quali hanno insultato il mio popolo gloriandosi del suo territorio. 9Perciò, com’è vero che io vivo – oracolo del Signore degli eserciti, Dio d’Israele –, Moab diventerà come Sòdoma e gli Ammoniti come Gomorra: un luogo invaso dai cardi, una cava di sale, un deserto per sempre. I rimasti del mio popolo li saccheggeranno e i superstiti della mia gente ne saranno gli eredi». 10Questo accadrà a loro per la loro superbia, perché hanno insultato, hanno disprezzato il popolo del Signore degli eserciti. 11Terribile sarà il Signore con loro, poiché annienterà tutti gli dèi della terra, mentre a lui si prostreranno, ognuna sul proprio suolo, tutte le isole delle nazioni.

Contro l'Etiopia e Assur 12«Anche voi, Etiopi, sarete trafitti dalla mia spada». 13Stenderà la mano anche al settentrione e distruggerà Assur, farà di Ninive una desolazione, arida come il deserto. 14Si accovacceranno in mezzo ad essa, a frotte, tutti gli animali del branco. Anche il gufo, anche la civetta si appollaieranno sui suoi capitelli; ne risuonerà la voce dalle finestre e vi sarà desolazione sulla soglia, perché la casa di cedro è stata spogliata. 15Questa è la città gaudente, che se ne stava sicura e pensava: «Io e nessun altro»! Come mai è diventata un deserto, un rifugio di animali? Chiunque le passa vicino fischia di scherno e agita la mano.

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Approfondimenti

Appello alla conversione 2,1-3 Prima che si compia il giudizio, è possibile la salvezza mediante la conversione. Nello stile profetico classico, Sofonia esorta gli empi (v. 1-2) e gli umili del paese a trovare rifugio nel Signore (v. 3). Questo appello contiene un elevato insegnamento religioso.

v. 1. Le prime due parole del versetto sono irreparabilmente corrotte. «Radunatevi, raccoglietevi»: un'altra traduzione possibile è «rientrate in voi stessi e curvatevi». La «gente spudorata»: sono probabilmente gli empi del paese di Giuda, privi di guida a causa del fallimento dei responsabili della cosa pubblica.

v. 3. La condizione della salvezza è la ricerca di Dio, della giustizia e dell'umiltà. I «poveri della terra», cioè del paese, sono coloro che socialmente privi dei beni materiali (cfr. Am 8,4; Is 11,4; Gb 24,4; Sal 76,10) pongono la loro fiducia in Dio e da lui attendono l'aiuto. Il loro atteggiamento interiore è opposto a quello che caratterizza i dignitari (1,8s.), i ricchi (1,10s.) e coloro che non si preoccupano di Dio, siccome si fidano delle proprie risorse. I valori sono rovesciati; il solo contegno che può mantenere in vita è la sottomissione a Dio. La «giustizia» è la condotta appropriata nei riguardi del prossimo, specialmente la difesa degli sfruttati e degli oppressi. L'«umiltà» è il riconoscimento del giusto rapporto tra l'uomo e Dio (cfr. Prv 15,33; 18,12; 22,4). Sembra che Sofonia sia il primo a usare la parola «umiltà» per designare un atteggiamento spirituale di sottomissione a Dio e di fedeltà avente una valenza escatologica (cfr. 3,11s.; Is 49,13; 57,14-21; 66,2; Sal 22,27; 24,20). Con i due concetti di giustizia e povertà spirituale Sofonia si pone sulla scia del grande Isaia. Gli stessi temi saranno ripresi dagli altri profeti e da Gesù stesso (cfr. Mt 5,3; 11,5; Sal 34,19; 40,18).

REQUISITORIA CONTRO LE NAZIONI E GERUSALEMME 2,4-3,8 Grande unità consacrata agli oracoli contro le nazioni, caratterizzati da varia ampiezza e attribuiti al profeta (vv. 4-5.7 e cc. 10-11) o a Dio stesso (vv. 5c.8-9.13ss.); è seguita da un ultimo oracolo contro Gerusalemme (3, 1-8). Sono menzionati cinque popoli vicini che circondano la Giudea dai quattro punti cardinali; i Filistei a ovest (2, 4-7), Moab e Ammon a est (2,8-11), gli Etiopi a sud (2,12) e Assur a nord (2,13-15). Si trovano negli oracoli diverse glosse e riletture ad es. i vv. 7ac.9c.11.

Contro i Filistei, Moab e Ammon 2,4-11 Il profeta annuncia per ognuna delle quattro città filistee (eccettuata Gad, come in Am 1,6-8; Ger 25,20; Zc 9,5s.) la rovina in un contesto di eventi bellici a noi sconosciuti (v. 1). Dio conferma con la sua autorità e in forma di minaccia la predizione del profeta (vv. 5-6). Viene aggiunta la promessa che il territorio delle città sarà occupato dal Giudei (v. 7). L'accusa contro Moab e Ammon (v. 8) è seguita dalla sentenza di condanna (v. 9). I vv. 10-11 sono un'aggiunta redazionale, che generalizza il tema principale di tutta la sezione: la punizione viene inflitta per la superbia.

v. 4. I nomi delle città filistee fanno assonanza in ebraico con i termini della rovina.

v. 5. La «costa del mare» indica globalmente tutta la Filistea. I «Cretei», originari dell'isola di Creta e imparentati con i Filistei, si erano stabiliti a sud del territorio filisteo (cfr. Am 9,7; Ger 47,4; Dt 7,23). I due gruppi facevano parte dei popoli del mare.

v. 7. Versetto redazionale che promette l'assegnazione della Filistea ai Giudei superstiti della catastrofe dell'esilio babilonese (cfr. Ger 40,15; 42,15-19; 43,5; 44,12-14.18). La visita del Signore inaugura la grande restaurazione di Giuda (cfr. Gn 50,24; Is 23,17; Zc 10,3).

v. 8. I due popoli di Moab e Ammon, antichi rivali di Israele (cfr. Nm 22-25; Gdc 10-11; Am 1,13-2,3; Is 15-16), sono associati nello stesso rimprovero (ctr. Ez 25,6-11). Il castigo si ispira alle tradizioni locali riguardanti le origini di questi popoli (cfr. Gn 13, 19).

v. 9. «com'è vero ch'io vivo»: è una solenne formula di giuramento che sottolinea la certezza del minacciato castigo. «Sodoma» e «Gomorra»: rievocano tradizionalmente l'inesorabile castigo dovuto a gravi colpe (cfr. Gn 19; Is 1,10). «una cava di sale»: è simbolo impressionante di disastro e sterilità (cfr. Dt 29,23; Ger 17,6; Gb 39,6; Sal 107,34).

v. 10. Il versetto ripete in prosa lo stico del v. 8b.

v. 11. Concezione universale della sparizione dell'idolatria e dell'adorazione dell'unico Dio da parte di tutte le nazioni, senza la prospettiva di dover salire a Gerusalemme. La terminologia e i concetti dipendono da Is 11 (Is 41,1.5; 42,4.10.12; 49,1; 51,5).

Contro l'Etiopia e Assur 2,12-15 12. Frammento di oracolo, alquanto oscuro, redatto in forma diretta contro gli Etiopi, che rappresentano l'Egitto. È possibile che si alluda all'occupazione di Tebe da parte degli Assiri, quando in Egitto regnava la XXV dinastia che era di origine nubica (715-663 a.C.).

2,13-15. Con lo stile delle lamentazioni funebri viene ironicamente celebrata la caduta della capitale pagana del regno di Assur, che diventa rifugio di animali selvatici (v. 13-14).

v. 14. Versetto difficile e tormentato. «gli animali della valle» comprendono ogni specie di bestie selvatiche. Il «pellicano» è un animale immondo (cfr. Lv 11,18; Dt 14,17). «capitelli»: si potrebbe tradurre anche con «sculture» e riscontrarvi un'allusione ai bassorilievi dei palazzi assiri. I «gufi» riempiono la notte di grida spaventose; essi si nascondono immobili nei vani delle finestre dei palazzi diroccati.

v. 15. Mediante un artificio stilistico il profeta lascia che gli interpellati esprimano i propri sentimenti in forma di lamentazione, riguardo al contrasto esistente tra la gloria passata di Ninive e la sua ignominia presente. «Io e non altri all'infuori di me» è un titolo proprio di Dio (cfr. Is 47,8.10). Ninive pecca di presunzione e arroganza attribuendosi un potere divino (cfr. Na 2,3-11; 3,1-17; Ab 2,6-20). Il fischio e il gesto della mano, oltre ad essere gesti di disprezzo, potrebbero indicare dei segni magici tesi ad allontanare le sventure.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Sofonia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Titolo 1Parola del Signore che fu rivolta a Sofonia, figlio di Cusì, figlio di Godolia, figlio di Amaria, figlio di Ezechia, al tempo di Giosia, figlio di Amon, re di Giuda.

MINACCE CONTRO IL PROPRIO POPOLO

Il giudizio universale 2«Tutto farò sparire dalla terra. Oracolo del Signore. 3Distruggerò uomini e bestie; distruggerò gli uccelli del cielo e i pesci del mare, farò inciampare i malvagi, eliminerò l’uomo dalla terra. Oracolo del Signore.

Le colpe di Gerusalemme 4Stenderò la mano su Giuda e su tutti gli abitanti di Gerusalemme; eliminerò da questo luogo quello che resta di Baal e il nome degli addetti ai culti insieme ai sacerdoti, 5quelli che sui tetti si prostrano davanti all’esercito celeste e quelli che si prostrano giurando per il Signore, e poi giurano per Milcom, 6quelli che si allontanano dal seguire il Signore, che non lo cercano né lo consultano». 7Silenzio, alla presenza del Signore Dio, perché il giorno del Signore è vicino, perché il Signore ha preparato un sacrificio, ha purificato i suoi invitati. 8«Nel giorno del sacrificio del Signore, io punirò i capi e i figli di re e quanti vestono alla moda straniera; 9punirò in quel giorno chiunque salta la soglia, chi riempie di rapine e di frodi il palazzo del suo padrone. 10In quel giorno – oracolo del Signore – grida d’aiuto verranno dalla porta dei Pesci, ululati dal quartiere nuovo e grande fragore dai colli. 11Urlate, abitanti del Mortaio, poiché tutta la turba dei mercanti è finita, tutti i pesatori dell’argento sono sterminati. 12In quel tempo perlustrerò Gerusalemme con lanterne e farò giustizia di quegli uomini che, riposando come vino sulla feccia, pensano: “Il Signore non fa né bene né male”.

Il giorno del Signore 13I loro beni saranno saccheggiati e le loro case distrutte. Costruiranno case ma non le abiteranno, pianteranno viti, ma non ne berranno il vino». 14È vicino il grande giorno del Signore, è vicino e avanza a grandi passi. Una voce: «Amaro è il giorno del Signore!». Anche un prode lo grida. 15Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebra e di oscurità, e giorno di nube e di caligine, 16giorno di suono di corno e di grido di guerra sulle città fortificate e sulle torri elevate. 17Metterò gli uomini in angoscia e cammineranno come ciechi, perché hanno peccato contro il Signore; il loro sangue sarà sparso come polvere e la loro carne come escrementi. 18Neppure il loro argento, neppure il loro oro potranno salvarli. Nel giorno dell’ira del Signore e al fuoco della sua gelosia tutta la terra sarà consumata, poiché farà improvvisa distruzione di tutti gli abitanti della terra.

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Approfondimenti

Titolo 1,1 Un caso unico nei libri profetici è la genealogia del profeta comprendente quattro antenati, tra i quali figura il nome di Ezechia, che probabilmente non è quello del celebre re di Giuda. Sofonia era di origine africana, come attesta l'onomastica straniera del padre (Kusi). Il redattore del libretto vuole affermare mediante la genealogia che il profeta è un autentico Giudeo, vantando egli una ascendenza legale.

MINACCE CONTRO IL PROPRIO POPOLO 1,2-2,3 Al centro di questa ampia unità si trova l'annuncio della vicinanza del «giorno del Signore» (vv. 1, 14-18) inserito nel quadro di una minaccia di giudizio universale (1,2-3) e di una precisa lista di colpe commesse dagli abitanti di Gerusalemme (1,7-13). Alla fine si trova una risposta alla minaccia: l'appello alla conversione (2,1-3).

Il giudizio universale 1,2-3 Introdotto e concluso con la formula «oracolo del Signore», la breve pericope descrive con linguaggio poetico e iperbolico la totale devastazione della terra, compresi gli animali e gli uomini. Il profeta si ispira al racconto della creazione (Gn 1) e a quello del diluvio (Gn 6,7; 7,23). Tutta la creazione partecipa al castigo inflitto al peccato dell'uomo (cfr. Gn 3,17s; Os 4,3; Ger 4,23-28; 9,9; Ag 1,6-11).

Le colpe di Gerusalemme 1,4-13 Blocco di quattro oracoli classici comprendenti l'annuncio del castigo e il motivo del giudizio su Giuda e la capitale. I destinatari degli oracoli sono gli adoratori degli idoli (1,4-7), le classi dirigenti (1,8-9), i commercianti (1,10-11) e i ricchi (1,12-13). Vengono stigmatizzati in modo particolare i costumi stranieri e l'abbandono del Signore.

v. 4. «Stenderò la mano»: l'espressione indica la manifestazione dell'ira divina (cfr. Is 5,25; 9,11.16.20; 10,4). «gli avanzi di Baal» sono i resti del culto idolatrico favorito da Manasse e non soppresso dal re Amon. Il «nome» indica la persona. La minaccia è di rimanere senza discendenza o ufficio. I «falsi sacerdoti»: il termine dispregiativo indica i preti idolatrici.

v. 5. Il culto degli astri si era generalizzato in Giudea sotto il re Manasse (687-642 a.C.) e Amon (642-640 a.C.), dato l'influsso dell'Assiria (cfr. 2Re 21,3ss.; 23,4s.12; Dt 4,19; Ger 8,2; 19,13). Il culto di Milcom, dio ammonita, associato ai sacrifici dei bambini, si era diffuso sotto il re Salomone (cfr. 1 Re 11, 7) e durante il regno di Giosia (cfr. 2 Re 23, 13). «giurare per Milcom» significa riconoscerlo come dio e rendergli l'omaggio dell'adorazione (cfr. Am 8,14; Os 4,15; Ger 12,16). Viene smascherato il sincretismo religioso, che unisce il culto del vero Dio con quello degli idoli.

v. 6. L'apostasia di Dio e l'indifferenza sono gli atteggiamenti negativi radicali degli abitanti di Gerusalemme (cfr. Dt 4,29; Is 59,13; Ger 29,13). «cercare il Signore» significa sforzarsi di conoscere la sua volontà ed entrare in comunione con lui (cfr. Am 5,4ss. 14-15).

v. 7. Il v. che si apre con un'apostrofe liturgica e interrompe il filo logico, sembra fuori posto, collegandosi con i v. 14-18. Il silenzio, segno di adorazione, prepara al raccoglimento prima della teofania cultuale (cfr. Ab 2,20; Zc 2,17). Il «giorno del Signore» è presentato come una festa di sacrificio, in cui l'immolazione della vittima è seguita da un pasto sacro. Le vittime e gli invitati non sono determinati, ma probabilmente sono i Giudei (cfr. 1Re 18,19-40; 2Re 10,18-27). Si tratta naturalmente di un sacrificio simbolico (cfr. Ger 12,3; 46,10). Il «giorno del Signore» è il momento in cui si compie il castigo sul popolo di Giuda.

1,8-9. Questi versetti rappresentano la prima delle tre strofe parallele, ritmicamente perfette, comprendenti due vv. ciascuna (v. 10-11.12-13), in cui vengono descritti tre diversi gruppi di abitanti della capitale di Giuda.

v. 8. «i principi e i figli di re» sono il personale della corte reale. Non si fa menzione del re, forse perché era minorenne e il governo si trovava nelle mani di un reggente. «Vestire alla moda straniera» significava essere asservito a una potenza straniera, imitandone il modo esotico di credere e di praticare il culto (cfr. 2Mac 4,13s.).

v. 9. «saltare la soglia» è un'espressione enigmatica che può riferirsi ai personaggi che si avvicinano al re (la soglia indicando il suppedaneo del trono regale: cfr. 1Re 10,19s.; 2Re 9,13; 20,11), ovvero agli adoratori di un falso Dio, che salgono il podio dove si trova l'altare; la frase potrebbe applicarsi anche ai superstiziosi che evitano di toccare la soglia di casa, perché controllata da divinità nefaste. «il palazzo del padrone» può designare la reggia, che viene arricchita con inganno e violenza, o il tempio che i sacerdoti rendono sfarzoso mediante illeciti sfruttamenti ed estorsioni.

1,10-11. Usando la forma profetica della lamentazione viene minacciato l'annientamento totale ai trafficanti della capitale. Gli abitanti della città bassa sono esortati a fare lutto, per la fine del commercio ingiusto.

v. 10. «la Porta dei pesci» si trovava probabilmente a nord della città (cfr. Ne 3,3; 12,39). Il «quartiere nuovo» si era sviluppato a nord-ovest della città vecchia (cfr. 2Re 22,14; Ne 11,9). I «colli» sono probabilmente un settore della città situato entro le mura. Il versetto descrive la reazione dei vicini di fronte alla punizione dei commercianti fraudolenti.

v. 11. «il Mortaio»: è probabilmente un quartiere di Gerusalemme situato nella valle del Tiropeo. «i pesatori d'argento»: sono i trafficanti che non utilizzavano ancora la moneta (cfr. Gn 23,16; Ger 32,10; Zc 11,12).

1,12-13. Oracolo ironico e incisivo pronunciato direttamente da Dio contro gli increduli, che pongono la fiducia nelle ricchezze (cfr. Ger 5,12; Sal 10,4; 14,1).

v. 12. Le lanterne – singolare immagine applicata a JHWH – servono a illuminare gli angoli delle vie e le case di Gerusalemme, in modo che nessuno possa sfuggire. La riflessione dei ricchi, citata in modo esplicito, equivale alla negazione di Dio e di tutto ciò che egli ha fatto per Israele: la liberazione, l'alleanza, la legge (cfr. Is 5,19; Ger 5,12).

v. 13. Tragica immagine del castigo: distruzione delle case e non poter bere il vino che si produce (cfr. Am 5,11; Mic 6,15; Dt 28,30.39).

Il giorno del Signore 1,14-18 Celebre poema lirico e drammatico redatto secondo lo stile degli inni, che descrive l'imminente intervento di Dio nella storia con immagini prese dalla natura e dagli eventi bellici. Alla descrizione classica messa in bocca al profeta (vv. 14-16) segue la minaccia proferita da Dio stesso (vv. 17-18). Il testo, che si ispira a Am 5,18ss. e Is 2,11-22, crea un'atmosfera di incanto e terrore. Le brevi frasi, le ripetizioni e le allitterazioni esprimono magistralmente la terrificante prossimità del giorno. Il quadro è universale, ma dal contesto si deduce che l'apostrofe è rivolta al popolo i cui errori sono descritti nei vv. 8-13.

v. 14. «il giorno del Signore» è personificato, come se fosse un essere fulmineo che fa irruzione nel mondo e porta la sciagura.

15-16. Questi vv. sono tra i testi poetici più belli dell'AT. Sei volte è ripetuta l'espressione: «giorno». Undici termini evocano le immagini più cupe prendendole dai fenomeni atmosferici, dal fragore della battaglia, dalle tradizioni teofaniche (cfr. Es 19,16.19; 20,21; Dt 4,11; 2,11; Sal 18,10ss.; 97,2-6) e dalla guerra santa (cfr. Es 14,20; 10,22). Si fanno contrasto la desolazione esterna e l'angoscia interiore, ciò che si vede e ciò che si sente, le tenebre cosmiche e lo scalpore bellico. «Giorno d'ira» (v. 15): queste parole hanno ispirato il famoso inno medievale, che porta il titolo Dies irae. «le torri d'angolo» (v. 16), sono quelle delle mura della città.

v. 17. Dio annuncia il giudizio in modo oratorio e iperbolico. L'ultimo stico sottolinea l'ignominia dei massacrati.

v. 18. La catastrofe assume delle proporzioni cosmiche, che la caratterizzano come evento escatologico.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Sofonia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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IL CANTICO

La teofania 1Preghiera del profeta Abacuc, in tono di lamentazione. 2Signore, ho ascoltato il tuo annuncio, Signore, ho avuto timore e rispetto della tua opera. Nel corso degli anni falla rivivere, falla conoscere nel corso degli anni. Nello sdegno ricòrdati di avere clemenza. 3Dio viene da Teman, il Santo dal monte Paran. La sua maestà ricopre i cieli, delle sue lodi è piena la terra. 4Il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: là si cela la sua potenza. 5Davanti a lui avanza la peste, la febbre ardente segue i suoi passi. 6Si arresta e scuote la terra, guarda e fa tremare le nazioni; le montagne eterne vanno in frantumi, e i colli antichi si abbassano, i suoi sentieri nei secoli. 7Ho visto le tende di Cusan in preda a spavento, sono agitati i padiglioni di Madian.

Il combattimento 8Forse contro i fiumi, Signore, contro i fiumi si accende la tua ira o contro il mare è il tuo furore, quando tu monti sopra i tuoi cavalli, sopra i carri della tua vittoria? 9Del tutto snudato è il tuo arco, saette sono le parole dei tuoi giuramenti. Spacchi la terra: ecco torrenti; 10i monti ti vedono e tremano, un uragano di acque si riversa, l’abisso fa sentire la sua voce e in alto alza le sue mani. 11Il sole, la luna rimasta nella sua dimora, al bagliore delle tue frecce fuggono, allo splendore folgorante della tua lancia. 12Sdegnato attraversi la terra, adirato calpesti le nazioni. 13Sei uscito per salvare il tuo popolo, per salvare il tuo consacrato. Hai demolito la cima della casa del malvagio, l’hai scalzata fino alle fondamenta. 14Con le sue stesse frecce hai trafitto il capo dei suoi guerrieri che irrompevano per disperdermi con la gioia di chi divora il povero di nascosto. 15Calpesti il mare con i tuoi cavalli, mentre le grandi acque spumeggiano.

Timore e fede 16Ho udito. Il mio intimo freme, a questa voce trema il mio labbro, la carie entra nelle mie ossa e tremo a ogni passo, perché attendo il giorno d’angoscia che verrà contro il popolo che ci opprime. 17Il fico infatti non germoglierà, nessun prodotto daranno le viti, cesserà il raccolto dell’olivo, i campi non daranno più cibo, le greggi spariranno dagli ovili e le stalle rimarranno senza buoi. 18Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio, mio salvatore. 19Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle mie alture mi fa camminare.

Al maestro del coro. Per strumenti a corda.

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Approfondimenti

IL CANTICO 3,1-19 Questo inno è un capolavoro poetico, per la maestria della forma (vivacità delle immagini, ricchezza di interrogazioni retoriche, alternanza del presente descrittivo e del perfetto profetico), e la grandiosità della concezione teologica. Dopo il titolo e l'introduzione in forma di supplica (vv. 1-2), viene descritta la manifestazione di Dio (vv. 3-7), che sconvolge la natura, distrugge i nemici e salva il popolo (vv. 8-15). Tutto ciò provoca stupore e giubilo nel profeta (vv. 16-19). Probabilmente si tratta di un antico inno riutilizzato dal profeta. Presenta delle affinità con il cantico di Mosè (Es 15) e col salmo alfabetico di Naum 1,2-8. Fanno da sfondo gli eventi dell'esodo e della conquista, modelli degli interventi di Dio nella storia. Certi vv. sono intraducibili e soggetti a congetture.

La teofania 3,1-7 Preceduta da un versetto redazionale e dalla preghiera del profeta (vv. 1-2), la venuta del Signore è accompagnata da fenomeni cosmici, che proclamano la sua potenza (vv. 3-7).

v. 1. L'inno è designato come «preghiera», termine tecnico per indicare le lamentazioni individuali o collettive (cfr. Is 38,5; Gio 2,8; Sal 6,10; 80,5; 84,9). In realtà si tratta di un salmo dalle forme inniche. «In tono di lamentazione»: indicherebbe la modulazione del brano usata nella liturgia. Le notazioni musicali all'inizio (questo v.), alla fine (v. 19) e le tre pause (selah) dei vv. 3.9.13 rivelano l'utilizzazione liturgica del capitolo.

v. 2. Il profeta vede e ascolta una terribile visione, che incute religioso rispetto (cfr. Es 14,30s.), quindi egli supplica che si realizzi.

vv. 3-4. La manifestazione divina è descritta secondo la tipologia dell'esodo, in mezzo alla tempesta, in un bagliore di fulmini e di fuoco (cfr. Dt 33,2.26; Gdc 5,4s.20; Sal 68; 72,19; 77,17-21; 97,2-5). «Teman»: probabilmente designa il territorio di Edom e la regione del Sinai (cfr. Am 1,2; Ger 49,7.20). «Paran» è una montagna associata al Sinai (cfr. Dt 33,2). I fenomeni atmosferici e cosmici sottolineano la trascendenza divina.

v. 5. La «peste» e la «febbre», personificate quali forze distruttrici, formano la corte del Signore, che esce in campo per combattere (cfr. 2Sam 24,15; Sal 91,6; Os 13,14).

v. 6. «le montagne eterne» e «i colli antichi» – rappresentazioni cosmiche della natura – sono i luoghi in cui soggiornano i patriarchi (cfr. Gn 49,26; Dt 33,15) e dove anche il popolo dell'esodo apprese a conoscere il Signore.

v. 7. «Cusan» e «Madian» designano una regione situata a nord-ovest dell'Arabia, a est del golfo di Aqaba e a sud di Moab, abitata da una popolazione nomade (cfr. Es 15,14ss.). Siccome il Signore viene dal sud, le tende dei nomadi fatte con pelli di animali, sono scosse dalla violenza dell'uragano, come se fossero degli esseri animati presi da timore.

Il combattimento 3,8-15 Armato di arco e di frecce, Dio avanza (vv. 8-9), mentre la natura è in preda al terrore (vv. 10-12), i nemici sono sgominati e il popolo eletto salvato (vv. 13-15). Grandiose sono le immagini usate in questo brano, in cui il profeta interpella JHWH in forma diretta.

v. 8. I «cavalli» e i «carri» di vittoria sono le nubi della tempesta (cfr. Dt 33,36s.; Sal 18,8-16; 77,17-20).

vv. 9-10. Impressionanti sono i fenomeni atmosferici che intendono esprimere la travolgente potenza divina: l'acqua torrenziale che dilaga improvvisa (cfr. Es 19,18; Gdc 5,5; Sal 77,17.19), il terremoto che scuote le montagne, l'oceano sottomarino primordiale che rumoreggia furioso (cfr. Sal 46,7; 68,34; 93,3).

v. 11. Lo splendore delle armi divine – le saette di Dio sono le folgori scintillanti – sorpassa quello degli astri più luminosi, che si oscurano per lo spavento.

v. 12. La rabbia di Dio, segno della sua potenza che debella i nemici, è contrassegnata dalla rapidità con la quale le folgori attraversano l'aria e si perdono nel raggiungere la terra (cfr. 2Re 13,7; Is 63,1-6; Sal 60,8).

v. 13. Il versetto è alterato, come i vv. 14s. Dal simbolo si passa alla realtà. Il «consacrato» è il re ideale o tutto il popolo di Dio salvato dalla oppressione babilonica (cfr. Es 19,6). La «casa dell'empio» è la dinastia caldea (cfr. Ab 1,4.13).

v. 14. Il Caldeo è rappresentato come un leone che porta la sua preda in una caverna per divorarla al sicuro. «il povero» rappresenta il popolo della Giudea.

v. 15. Evidente allusione al passaggio del Mare dei Giunchi, che segna la vittoria di Dio sopra il faraone d'Egitto. Questo evento è il modello di ogni intervento salvifico di Dio nella storia (cfr. Es 14s.).

Timore e fede 3,16-19 Come conclusione del cantico vengono descritti gli effetti psicologici prodotti nell'animo del profeta dal combattimento divino: il religioso timore (v. 16) e la gioia per l'intervento divino (vv. 18-19). Il v. 17 sembra fuori posto.

v. 16. L'angoscia suscitata dalla terrificante visione del combattimento divino è espressa con diverse immagini: il palpito del cuore (cfr. Ger 4,19; Lam 1,20; 2,11), la quasi mancanza di parola, il fremito delle ossa (cfr. Os 5,12; Prv 12,4; 14,30; Gb 13,28), il vacillare di un ubriaco (cfr. 2Sam 19,1; Is 32,10). Questi fenomeni sono dovuti al ritardo dell'oracolo che deve interpretare la visione.

v. 17. Il versetto introduce un quadro di miseria agricola, che affligge la Giudea probabilmente a causa delle incursioni dei Caldei.

v. 18. L'espressione di intensa gioia si fonda sulla certezza della salvezza (cfr. Mic 7,7; Is 61,10; Sal 5,12; 32,11; 33,1).

v. 19. Finale salmica in cui si esprime una profonda fiducia in Dio, sia di fronte all'oppressione, che davanti all'orrore della visione (cfr. Dt 32,13; 33,29; Is 58,14; Sal 18,34). Generalmente le note corali che chiudono il cantico si trovano in testa ai salmi (cfr. Sal 4,1; 5,1; 8,1; есс.).

Impressionante è la descrizione di Dio come guerriero contenuta nel c. 3. Dio marcia trionfante contro i suoi nemici per sconfiggerli e ristabilire la giustizia. Le immagini sono derivate da concezioni mitico-poetiche comuni a tutta l'antichità orientale. Dio, il cui nome è 'elôah, termine usato solo in poesia, viene dal sud, cavalcando carri e cavalli (v. 8) e scagliando frecce (v. 9). Nel suo furore percorre la terra e calpesta le genti scagliandosi contro gli oppressori e i ribelli (v. 12). I suoi dardi trafiggono i capi dell'esercito nemico (v. 14) e sconfiggono tutti gli avversari. Mostrando clemenza e misericordia per il suo popolo (v. 2), Dio procura la salvezza (v. 13). Tutta la creazione prende parte a questa drammatica battaglia, che assume delle proporzioni cosmiche; la terra e il cielo, il mare e i fiumi, gli astri del cielo, i monti e le colline tremano, sussultano, vibrano e si scuotono davanti al Dio minaccioso e terribile. Tutto l'universo è ingaggiato nella gigantesca lotta contro l'oppressione e l'ingiustizia. La vittoria finale di Dio, descritta come un fatto già avvenuto sul modello del miracolo dell'esodo (v. 15), stabilisce un ordine nuovo e giusto nel mondo.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Abacuc – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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