📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Le grandezze di Dio 1Colui che vive in eterno ha creato l'intero universo. 2Il Signore soltanto è riconosciuto giusto ⌈e non c'è altri al di fuori di lui. 3Egli regge il mondo con il palmo della mano e tutto obbedisce alla sua volontà; con il suo potere egli è il re di tutte le cose e in esse distingue il sacro dal profano.⌉ 4A nessuno è possibile svelare le sue opere e chi può esplorare le sue grandezze? 5La potenza della sua maestà chi potrà misurarla? Chi riuscirà a narrare le sue misericordie? 6Non c'è nulla da togliere e nulla da aggiungere, non è possibile scoprire le meraviglie del Signore. 7Quando l'uomo ha finito, allora comincia, quando si ferma, allora rimane perplesso.

La condizione dell’uomo 8Che cos'è l'uomo? A che cosa può servire? Qual è il suo bene e qual è il suo male? 9Quanto al numero dei giorni dell'uomo, cento anni sono già molti, ⌈ma il sonno eterno di ognuno è imprevedibile a tutti.⌉ 10Come una goccia d'acqua nel mare e un granello di sabbia, così questi pochi anni in un giorno dell'eternità. 11Per questo il Signore è paziente verso di loro ed effonde su di loro la sua misericordia. 12Vede e sa che la loro sorte è penosa, perciò abbonda nel perdono.⌉ 13La misericordia dell'uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente. Egli rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge. 14Ha pietà di chi si lascia istruire e di quanti sono zelanti per le sue decisioni.

Invito alla generosità 15Figlio, nel fare il bene non aggiungere rimproveri e a ogni dono parole amare. 16La rugiada non mitiga forse il calore? Così una parola è migliore del dono. 17Ecco, una parola non vale più di un dono ricco? Ambedue si trovano nell'uomo caritatevole. 18Lo stolto rimprovera senza riguardo, il dono dell'invidioso fa lacrimare gli occhi.

_L'uomo saggio e previdente _ 19⊥Prima di parlare, infórmati, cùrati ancor prima di ammalarti. 20Prima del giudizio esamina te stesso, così al momento del verdetto troverai perdono. 21Umìliati, prima di cadere malato, e quando hai peccato, mostra pentimento. 22Nulla ti impedisca di soddisfare un voto al tempo giusto, non aspettare fino alla morte per sdebitarti⊥. 23Prima di fare un voto prepara te stesso, non fare come un uomo che tenta il Signore. 24Ricòrdati della collera nei giorni della fine, del tempo della vendetta, quando egli distoglierà lo sguardo da te. 25Ricòrdati della carestia nel tempo dell'abbondanza, della povertà e dell'indigenza nei giorni della ricchezza. 26Dal mattino alla sera il tempo cambia, tutto è effimero davanti al Signore. 27Un uomo saggio è circospetto in ogni cosa, nei giorni del peccato si astiene dalla colpa. 28Ogni uomo assennato conosce la sapienza e rende omaggio a colui che la trova. 29Quelli istruiti nel parlare, anch'essi diventano saggi⊥, effondono come pioggia massime adeguate. ⌈Vale più la fiducia in un unico Signore che aderire a un morto con un cuore morto.⌉

Invito al dominio di sé 30Non seguire le passioni, poni un freno ai tuoi desideri. 31Se ti concedi lo sfogo della passione, essa ti renderà oggetto di scherno per i tuoi nemici. 32Non rallegrarti per i molti piaceri, per non impoverirti con i loro costi. 33Non ridurti in miseria per i debiti dei banchetti, quando non hai nulla nella borsa, perché sarà un'insidia alla tua propria vita.

_________________ Note

18,21 Umìliati, prima di cadere malato: era diffusa l’idea che la malattia fosse castigo dei peccati; il pentimento e la conversione potevano dunque allontanarla.

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Approfondimenti

Il c. 18 presenta un inno a Dio creatore e pastore (vv. 1-14), un'esortazione all'amore del prossimo (vv. 15-18) e un profilo dell'uomo previdente (vv. 19-29). Gli ultimi quattro vv. , riguardanti il dominio delle passioni sensuali, vanno letti insieme all'inizio del c. successivo (18,30-19,3).

vv. 1-14. Un inno a colui che vive in eterno. Nei primi vv. domina lo stupore di fronte al creatore (v. 1), che ha il timone dell'universo (v. 3a) ed è ben al di là della capacità umana di scoprirlo e lodarlo (vv. 1-7). Giunto alla fine, l'uomo deve ancora cominciare (v. 7). Ma non nel senso frustrante inteso da Qoelet (Qo 3,11-14): l'uomo limitato di Ben Sira fa risaltare di più la grandezza di Dio. Lo conosce, ma non lo esaurisce (cfr. Rm 1,19s.). Di fronte a tanta meraviglia cresce il contrasto con l'uomo e con i suoi interrogativi di fondo: chi è? a che serve? quale è il suo bene e quale il suo male? cosa sono cento anni di fronte a un giorno dell'eternità? (vv. 8-9). Gocce d'acqua nel mare e granelli di sabbia (v. 10a). Conoscendo la sorte misera dell'uomo, Dio si manifesta ancora più paziente e ricco di misericordia (vv. 11-12). In ciò supera l'uomo (v. 13): l'universalismo della sua misericordia – messaggio recente dell'AT (cfr. Gn 4,11; Sal 145,9; Sap 11,25-26; 12,19-22; 2Mac 6,13-16) – si rivela nella sua opera di educatore e di pastore universale (v. 13-14).

vv. 15-18. Entra in scena l'uomo generoso e tornano i consigli morali. Bisogna saper donare, unendo alla cosa donata la carità (v. 17b; cfr. 12, 3) della parola ed eliminando ciò che affligge (v. 15b) o nasce dall'invidia (v. 18b). La charis dell'uomo – ha già detto Ben Sira – è preziosa come una pupilla per Dio (17, 22).

vv. 19-29. L'uomo previdente (vv. 19-23) gioca le sue carte in anticipo sia nella sfera sociale (parola, malattia, giudizio: vv. 19-20; cfr. 38, 9-10), che in quella religiosa (umiltà prima e dopo il peccato; ponderatezza e puntualità nel fare voti: vv. 21-23). Evita così di trovarsi a disagio sia con gli altri che con Dio (v. 23b). Il v. 21, seguendo la sapienza tradizionale, lega la malattia al peccato e sollecita la “conversione” (epistrophē) per non ammalarsi e per evitare che il Signore “giri il suo volto” nel giorno del giudizio (apostrophē: v. 24). Il concatenamento verbale e tematico tra la conversione dell'uomo che vuole evitare lo sguardo rivolto (a-versione) di Dio giudice (epistrophē / apostrophē / conversio / aversio) è tipico anche della predicazione profetica. L'invito a “pensare alla morte” (vv. 24.26) è intrecciato con la sapienza pratica di chi, da ricco, non dimentica la povertà (v. 25). Il brano si chiude con un ritratto generico dell'uomo saggio: si astiene dal peccato (v. 27), onora chi trova la sapienza (v. 28) e riversa una pioggia di insegnamenti (v. 29). Il GrII specifica: il saggio sa confidare nell'unico padrone e non si appoggia su ciò che non ha vita (v. 29cd; cfr. 23,1a).

vv. 18,30-19,3. Il titolo, presente in gr. e in vari mss. latini, rende bene il senso del brano: il dominio di sé di fronte alla sensualità (l'epithymia: vv. 30-31; donne e prostitute: 19,2), al lusso sfrenato (vv. 32-33) e al vino (19, 1a.2a). È necessario dominarsi per evitare la rovina (19, 1b.3b). C'è l'invito ad essere moderati e soprattutto non temerari (19, 2). Quest'ultimo aggettivo (tolmeros) è esclusivo del Siracide in tutta la Bibbia: in Sir 8,15 indica l'avventuriero che trascina altri nella rovina; in 19,2b.3b indica l'atteggiamento sfacciato e volgare che il libro dei Proverbi condanna nelle prostitute (cfr. Prv 7,13 nella versione di Simmaco; ma tutto il brano della seduzione: Prv 7,4-27). In Rm 15, 15 – unica ricorrenza nel NT – l'avverbio indica l'audacia di Paolo nel ministero.

Conclusione. Dio è grande: il “timone” dell'universo è nel palmo della sua mano (18,3a). L'uomo non giunge mai alla fine nel cercare le sue tracce, contemplare le sue meraviglie e lodarlo. Al confronto, che cosa è l'uomo? Una creatura limitata nel tempo e fragile moralmente. In essa si rivela ancor di più la magnanimità di Dio pastore: la sua misericordia verso tutti si manifesta in atteggiamenti di rimprovero, istruzione e guida. L'uomo saggio impara da lui la charis del dono e della parola, della previdenza e del dominio di sé.

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Il Signore creò l'uomo dalla terra e ad essa di nuovo lo fece tornare. 2Egli assegnò loro giorni contati e un tempo definito, dando loro potere su quanto essa contiene. 3Li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò. 4In ogni vivente infuse il timore dell'uomo, perché dominasse sulle bestie e sugli uccelli. 5Ricevettero l'uso delle cinque opere del Signore, come sesta fu concessa loro in dono la ragione e come settima la parola, interprete delle sue opere.⌉ 6Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro per pensare. 7Li riempì di scienza e d'intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male. 8Pose il timore di sé nei loro cuori, per mostrare loro la grandezza delle sue opere, e permise loro di gloriarsi nei secoli delle sue meraviglie. 9Loderanno il suo santo nome 10per narrare la grandezza delle sue opere. 11Pose davanti a loro la scienza e diede loro in eredità la legge della vita, ⌈affinché riconoscessero che sono mortali coloro che ora esistono.⌉ 12Stabilì con loro un'alleanza eterna e fece loro conoscere i suoi decreti. 13I loro occhi videro la grandezza della sua gloria, i loro orecchi sentirono la sua voce maestosa. 14Disse loro: “Guardatevi da ogni ingiustizia!” e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo.

Dio conosce le vie e le opere dell’uomo 15Le loro vie sono sempre davanti a lui, non restano nascoste ai suoi occhi. 16Fin dalla giovinezza le loro vie vanno verso il male, e non sanno cambiare i loro cuori di pietra in cuori di carne. 17Nel dividere i popoli di tutta la terra⌉ su ogni popolo mise un capo, ma porzione del Signore è Israele, 18che, come primogenito, egli nutre istruendolo e, dispensandogli la luce del suo amore, mai abbandona.⌉ 19Tutte le loro opere sono davanti a lui come il sole, e i suoi occhi scrutano sempre la loro condotta. 20A lui non sono nascoste le loro ingiustizie, tutti i loro peccati sono davanti al Signore. 21Ma il Signore è buono e conosce le sue creature, non le distrugge né le abbandona, ma le risparmia.⌉ 22La beneficenza di un uomo è per lui come un sigillo e il bene fatto lo custodisce come la pupilla, ⌈concedendo conversione ai suoi figli e alle sue figlie.⌉ 23Alla fine si leverà e renderà loro la ricompensa, riverserà sul loro capo il contraccambio. 24Ma a chi si pente egli offre il ritorno, conforta quelli che hanno perduto la speranza⊥.

Invito alla conversione 25Ritorna al Signore e abbandona il peccato, prega davanti a lui e riduci gli ostacoli. 26Volgiti all'Altissimo e allontanati dall'ingiustizia; ⌈ egli infatti ti condurrà dalle tenebre alla luce della salvezza.⌉ Devi odiare fortemente ciò che lui detesta.⊥ 27Negl'inferi infatti chi loderà l'Altissimo, al posto dei viventi e di quanti gli rendono lode?⊥ 28Da un morto, che non è più, non ci può essere lode, chi è vivo e sano loda il Signore.⊥ 29Quanto è grande la misericordia del Signore, il suo perdono per quanti si convertono a lui! 30Non vi può essere tutto negli uomini, poiché un figlio dell'uomo non è immortale. 31Che cosa c'è di più luminoso del sole? Anch'esso scompare. Così l'uomo, che è carne e sangue, volge la mente al male. 32Egli passa in rassegna l'esercito nel più alto dei cieli, ma gli uomini sono tutti terra e cenere.

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Approfondimenti

vv. 16,24-17,14. Dopo l'invito all'ascolto (vv. 24-25), comincia la rielaborazione del racconto sacerdotale dell'opera creatrice di Dio nei primi quattro giorni (vv. 26-28; cfr. Gn 1). Dalla creazione di «ogni genere di viventi» (vv. 29-30) si passa poi a quella dell'uomo (17,1-4), in cui si segue il racconto jahvista (Gn 2,7). Viene descritto, poi, l'uomo nelle sue facoltà e finalità (vv. 5-10). Da ultimo la “legge della vita”, data a Israele e rivolta a tutti gli uomini (vv. 11-14). Nell'introduzione Ben Sira ricorda che la sapienza comincia dall'ascolto e dall'attenzione del cuore (v. 24a; cfr. 23,7a; Pr 1,5.8; 8,6.33). Il maestro si accinge a rendere manifesto e ad annunciare la disciplina e la scienza (v. 25; cfr. 50,27c con l'immagine del “riversare/far piovere la sapienza”, presente anche altrove, come in 18,29; 24,28-29.31; 39,6.8). L'iniziativa di Dio, creatore (v. 26a: ktisis) e fattore (v. 26b: poiēsis), viene espressa con una ventina di verbi all'aoristo. Qui come nei testi poetici in genere dei LXX, l'aoristo rivela valori universali nell'opera di Dio: verso il cosmo e la terra (vv. 26b.27a.29.30a) e soprattutto verso l'uomo (vv. 17,1-3.5-8); ma anche verso gli esseri viventi dominati dall'uomo (17,4) e verso Israele e i popoli tutti (17,11-12.14). Vale la pena ricordare che nel brano ricorrono termini significativi del vocabolario di Siracide: ordinare (kosmein: 16,27a; cfr. 25,1; 29,6); riempire (empimplēmi: 16,29b; 17,7; cfr. 2,16; 39,6; 47,14), creare (ktizein: 17,1; cfr. 1,4.9; 24,9), timore (phobos: verso l'uomo e verso Dio, rispettivamente in 17,4 e in 17,8); lodare (ainein: 17,10: cfr. vv. 27.28; 15,9-10; 51,17.22.29). I due piani tradizionali, cielo e terra, si riflettono in due gruppi di creature, quelle celesti e quelle terrestri. L'uomo, al centro, partecipa delle une col suo dominio e delle altre con la sua natura mortale. Le sue caratteristiche creaturali sono presentate con un ordine inverso rispetto a quello abituale: la condizione mortale (17,1), il dominio sulla terra (17,2) e l'immagine di Dio (17,3). Segue ciò che è proprio dell'uomo (vv. 5-10). Nel v. 6 le facoltà morali e intellettuali – il discernimento (diaboulion: 15,14b) e il cuore capace di comprendere – si collegano con quelle sensoriali e fisiche (lingua, occhi e orecchi). Tutta la composizione esalta la grandezza dell'uomo, come avviene nel Sal 8. In Sir 43, invece, la vera protagonista è la creazione stessa. L'apertura alla cultura greca, particolarmente a quella stoica, che elenca otto elementi nell'uomo (lo spermatikon è da aggiungere a quelli indicati in 17,5-6), non offusca l'equilibrio religioso del testo; anzi allarga la base con cui rispondere alle obiezioni etiche e spirituali di 15,11 e 16,17. La concezione dell'uomo presente in 17,5-10 non rinnega, ma attualizza quella presente in 17,1-4.

Conclusione. La riflessione partita dai figli «inutili» (16,1) è approdata al senso biblico dell'uomo e della storia. Narrazione e teodicea si intrecciano, cultura e fede si cercano. La creazione e la rivelazione del Sinai preparano il lettore anche ad una formulazione più radicale degli interrogativi: «a che può servire l'uomo?» (18,8; cfr. 10,4b). La risposta qui anticipata ribadisce che il «timore di Dio» (16,2; 17,8) è radice dell'utilità e dell'identità dell'uomo. Chi teme Dio impara a riconoscere il suo agire misericordioso e giusto nella vita personale e comunitaria e diventa capace di ridare vita, anche da solo, a un'intera città. Un tale uomo non è insipiente come Adamo (cfr. Gn 3,9-10) e come tutti coloro che pensano di nascondersi da Dio (cfr. Eb 4,13); al contrario si apre alla comunione con tutte le altre creature, vive il suo ruolo specifico di interlocutore e cantore cosciente del «nome santo», evita ogni ingiustizia e si prende cura del prossimo. Con la lingua del suo tempo e con la lingua della Bibbia, Ben Sira proclama la dignità dell'uomo, fragile creatura mortale, che Dio ha “reso signore”, , unico per creazione ed elezione. Il cosmo stoico viene “aperto” prima e dopo, rispettivamente in direzione del Dio creatore e del Dio signore della storia di Israele e di tutti gli uomini. Con la “parola” del Sinai (17,13b.14), questo poema della creazione e della storia va oltre il cerchio dell'umanesimo stoico. L'uomo, pieno della scienza che viene da Dio, distingue il bene e il male e si eleva dalla natura a un Dio trascendente e creatore di tutto (17,7-8; cfr. Sap 13,1; At 14,17; Rm 1,19-20).

vv. 17,15-24. Si riprende il tema dell'impossibilità di “nascondersi”: Dio vede sempre le vie e i peccati di tutti (vv. 15b.20; cfr. la situazione di Caino in Gn 4, 14). Ben Sira ribadisce due aspetti importanti dell'agire di Dio: il bene fatto dall'uomo è come un sigillo e come una pupilla per Dio, che certamente ricompensa (vv. 22-23); al peccatore che vuole tornare egli apre la via del ritorno (v. 24). Il v. 17bc parla di una guida data da Dio ad ogni nazione: può alludere al fatto che Israele non ha altro monarca che Dio (cfr. 1 Sam 8, 5-7) o all'angelo che il giudaismo recente attribuisce ad ogni nazione o città (Dn 10,13.20-21; cfr. Ap 7,1; 1,20). Il testo del GrII accentua ancor più l'amore tenero e comprensivo di Dio verso gli uomini, incapaci di liberarsi da soli dal male.

vv. 17,25-32. L'invito alla conversione, intesa come ritorno a Dio e rifiuto del peccato (vv. 25-26), si trasforma in una presa di coscienza: l'uomo, fatto di carne e di sangue, è mortale (vv. 30-32) e non ha che questa vita per lodare Dio (vv. 27-28). Non c'è lode per l'Altissimo nello šᵉ’ôl (9,12; 14,12.16; 17,27; 21,10; 28,21; 41,4; 48,5; 51,5-6; cfr. Sal 6,6; Is 38,18; Bar 2,17).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Il valore dei figli 1Non desiderare molti figli buoni a nulla, non rallegrarti dei figli che sono empi. 2Siano pur molti, non gioire se sono privi del timore del Signore. 3Non contare sulla loro giovane età e non confidare nel loro numero, ⌈perché tu gemerai per un dolore prematuro e d'improvviso conoscerai la loro fine;⌉ poiché è preferibile uno a mille e morire senza figli che averne di empi. 4La città sarà ripopolata per opera di un solo saggio, mentre la stirpe degli iniqui verrà distrutta.

Il castigo degli empi 5Il mio occhio ha visto molte cose simili, il mio orecchio ne ha sentite anche di più gravi. 6Nell'assemblea dei peccatori un fuoco si accende, contro un popolo ribelle è divampata l'ira. 7Egli non perdonò agli antichi giganti, che si erano ribellati per la loro forza. 8Non risparmiò i concittadini di Lot, che egli aveva in orrore per la loro superbia. 9Non ebbe pietà di un popolo maledetto, che fu scacciato per i suoi peccati. ⌈Tutto questo egli fece a nazioni dal cuore duro e per il numero dei suoi santi non fu consolato.⌉ 10Così trattò i seicentomila fanti che avevano congiurato per la durezza del loro cuore. ⌈Flagellando, avendo pietà, percuotendo, guarendo, il Signore ha custodito nella pietà e nell'istruzione.⌉

Certezza della retribuzione 11Ci fosse anche un solo uomo di dura cervice, sarebbe inaudito se restasse impunito, poiché in lui c'è misericordia e ira, potente quando perdona e quando riversa la sua ira. 12Tanto grande è la sua misericordia, quanto grande il suo rimprovero; egli giudicherà l'uomo secondo le sue opere. 13Non sfuggirà il peccatore con la sua preda, né la pazienza del giusto sarà delusa. 14Egli riconoscerà ogni atto di misericordia, ciascuno riceverà secondo le sue opere⊥. 15Il Signore ha indurito il faraone perché non lo riconoscesse, perché fossero note le sue opere sotto il cielo. 16A tutta la creazione la sua misericordia è manifesta, ha dispensato la luce e le tenebre agli uomini.

Nessuno può sottrarsi allo sguardo del Creatore 17Non dire: “Mi nasconderò al Signore! Lassù chi si ricorderà di me? Fra tanta gente non sarò riconosciuto, chi sarò io in mezzo a una creazione immensa?“. 18Ecco il cielo e il cielo dei cieli, l'abisso e la terra sussultano quando egli appare. ⌈Tutto l'universo è stato creato ed esiste per la sua volontà.⌉ 19Anche i monti e le fondamenta della terra tremano di spavento quando egli li scruta. 20Ma nessuno riflette su queste cose⊥; al suo modo di agire chi presta attenzione? 21Come un uragano che l'uomo non vede, così molte sue opere sono nascoste. 22“Chi annuncerà le sue opere di giustizia? O chi aspetterà? L'alleanza infatti è ancora lontana, e il rendiconto di tutto sarà solo alla fine”. 23Queste cose pensa chi ha il cuore meschino; lo stolto, che si lascia ingannare, pensa sciocchezze.

Il creato è opera di Dio 24Ascoltami, figlio, e impara la scienza⊥, e nel tuo cuore tieni conto delle mie parole. 25⌈Manifesterò con ponderazione la dottrina, con cura annuncerò la scienza.⌉ 26Quando il Signore da principio creò le sue opere, dopo averle fatte ne distinse le parti. 27Ordinò per sempre le sue opere e il loro dominio per le generazioni future. Non soffrono né fame né stanchezza e non interrompono il loro lavoro. 28Nessuna di loro urta la sua vicina, mai disubbidiranno alla sua parola. 29Dopo ciò il Signore guardò alla terra e la riempì dei suoi beni. 30Ne coprì la superficie con ogni specie di viventi e questi ad essa faranno ritorno.

_________________ Note

16,5-10 Vengono rievocati alcuni episodi dai quali traspare come Dio detesti i peccatori e non esiti a punirli. Si ricordano la ribellione d’Israele nel deserto (v. 6, vedi Nm 11,1-3; 16,1-35), la rivolta degli antichi giganti (v. 7, vedi Gen 6,1-4), l’arroganza dei concittadini di Lot (v. 8, vedi Gen 19), l’idolatria degli abitanti della terra di Canaan (v. 9,), gli stessi Israeliti (chiamati nel v. 10 i seicentomila fanti) che, usciti dall’Egitto, si ribellarono più volte a Dio e perirono nel deserto (vedi Nm 14,20-23).

16,18 il cielo e il cielo dei cieli: espressione che ricorre anche in Dt 10,14 e 1Re 8,27; qui probabilmente è da intendere come immagine dell'altezza del cielo, in contrasto con la terra e l'abisso.

16,24-30 Ha inizio una grande celebrazione del creato che, ispirandosi a Gen 1-2, presenta l'armonia e l'equilibrio dell'opera di Dio creatore e la gioia di cui egli ha pervaso ogni creatura. Questo inno si conclude in 18,14.

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Approfondimenti

Il c. 16 comincia con una riflessione polemica sull'autentico valore dei figli (vv. 1-4), seguita dalla rilettura della storia di Israele, nella quale si rivela la misericordia e la severità di Dio (vv. 5-16). La pericope successiva è una difesa dell'operato di Dio davanti a chi lo accusa di lontananza e disinteresse (vv. 17-23). Quasi come risposta viene presentato un poema sulla sapienza di Dio creatore e signore: egli si fa conoscere nel cosmo, al cui centro c'è l'uomo, e nella storia di Israele, mediante il dono di una legge di vita rivolta a tutti i popoli (16,24-17,14). Il c. 17 presenta, poi, due brevi pericopi su Dio che vede e giudica (vv. 15-24) e sulla conversione (25-32).

vv. 1-4. A proposito del numero dei figli (vv. 1-4), Ben Sira assume un atteggiamento critico verso la mentalità tradizionale e corrente: meglio morire senza discendenza, che avere figli empi (v. 3f) e «buoni a nulla» (v. 1a: inutile). L'aggettivo (achrestos) indica anche colui che insegna agli altri, ma non fa del bene a se stesso (cfr. 37,19). Se manca il timore del Signore (v. 2b), non è da desiderare un gran numero di figli (v. 1a): non è motivo sufficiente né per gioirne (vv. 1b.2a) né per farci affidamento (v. 3b). Una città si riempie con un solo uomo saggio e pio, mentre una razza di iniqui si trasforma in deserto (v. 4; cfr. 40,15). Meglio uno, piuttosto che mille (v. 3e) con le caratteristiche suddette. Anzi – altro aspetto della polemica – neanche la vita lunga dei figli è garantita (v. 3a), visto che dolori prematuri e morti improvvise incombono sempre (v. 3cd). Cfr. 41,5-13; 21,10; Gb 27,14-15.

vv. 5-16. Dai figli empi e dalla razza dei “senza legge” (v. 4b) al modo con cui Dio ha trattato l'empietà nella storia di Israele. Dopo un solenne riferimento a ciò che ha visto e udito (v. 5), Ben Sira richiama avvenimenti della storia di Israele severamente giudicati da Dio (vv. 6-10), espone i criteri della sua azione verso tutti gli uomini (vv. 11-14) e ricorda, infine, il suo agire verso il faraone e verso i figli di Adamo (vv. 15-16). Si parte con il riferimento ad una «assemblea dei peccatori» (v. 6): si allude forse a Core, Datan e Abiron (cfr. 45,18; Nm 16,1-31)? Segue la presentazione, sempre in negativo, dell'atteggiamento divino: non ha perdonato i giganti ribelli (v. 7: cfr. Gn 6,1-7; Sap 14,6), non ha risparmiato i concittadini di Lot (v. 8: cfr. Gn 19,1-29), non ha avuto pietà di gente dal cuore duro, come i Cananei (v. 9: cfr. Nm 33,51-56; Sap 12,3-7) e come i seicentomila Ebrei, che non entrarono nella terra promessa (v. 10: cfr. 46,8; Es 12,37). Le aggiunte del GrII attenuano l'impressione di durezza lasciata dai “no” del GrI: Dio ha a che fare con popoli dal cuore duro (v. 9c) e unisce sempre ferita e medicina, compassione e disciplina (v. 10cd). Nei vv. 11-14 Ben Sira tira le conclusioni: Dio giudica l'agire di ogni uomo (vv. 12b.14b; cfr. 15,19b) usando in egual misura misericordia e ira (v. 12); non lascia impunito neanche un solo peccatore (vv. 11a. 13a) e non delude la pazienza del pio (v. 13b). Farà posto a tutta la sua generosità (v. 14a). Infine, nei vv. 15-16, presenti in ebr. (ms A), GrII e Siriaca, viene amplificato il precedente riferimento all'esodo (v. 10ab), richiamando l'indurimento del faraone, che ha permesso di rivelare al mondo intero l'opera liberatrice del Signore. Ai figli di Adamo è toccata un'uguale porzione di luce e di tenebre per riconoscere la misericordia di Dio (v. 16).

vv. 17-23. Dalla storia di Israele, si passa «a una creazione senza numero» (v. 17d). Si annuncia un tema di notevole densità letteraria e teologica. Il proposito di nascondersi davanti a Dio (v. 17a) e vari interrogativi religiosi (può Dio ricordarsi di ogni uomo? chi gli racconterà le opere dei giusti? vale la pena attendersi il compimento delle promesse?) mettono in moto la teodicea di Ben Sira in questo brano (vv. 17-23) e specialmente nella pericope sulla creazione (16, 24-17, 14). La cultura e la fede dell'autore ammoniscono a «Non dire!» (v. 17a; cfr. 15, 11.12). Le dimensioni sovrumane dell'universo e la radicalità delle obiezioni non lo scoraggiano: la visita di Dio fa tremare tutto (v. 18b). Gli estremi della realtà – i cieli e gli abissi, i monti e le fondamenta della terra – sono sotto il suo sguardo di creatore (vv. 18-19). Ben Sira, che ha definito beato chi «penetra con la mente i segreti» della sapienza (14, 21), si chiede ora chi mai presta attenzione alle «vie» del Signore (v. 20b). Il suo è un lamento di fronte a quanti hanno il «cuore perverso» e pensano «sciocchezze» (v. 23); ma soprattutto è un invito a considerare il «mistero» che avvolge «la maggior parte delle sue opere» (v. 21b). Egli pensa allo scriba che «indaga il “senso recondito” dei proverbi» (39, 3a) e «mediterà sui misteri di Dio» (39, 7b). E un'attività senza fine, poiché «ci sono molte “cose nascoste» più grandi di queste; noi contempliamo solo poche delle sue opere» (43, 32).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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La sapienza madre e sposa 1Chi teme il Signore farà tutto questo, chi è saldo nella legge otterrà la sapienza. 2Ella gli andrà incontro come una madre, lo accoglierà come una vergine sposa; 3lo nutrirà con il pane dell'intelligenza e lo disseterà con l'acqua della sapienza. 4Egli si appoggerà a lei e non vacillerà, a lei si affiderà e non resterà confuso. 5Ella lo innalzerà sopra i suoi compagni e gli farà aprire bocca in mezzo all'assemblea⊥. 6Troverà gioia e una corona di esultanza e un nome eterno egli erediterà. 7Gli stolti non raggiungeranno mai la sapienza⊥ e i peccatori non la contempleranno mai. 8Ella sta lontana dagli arroganti, e i bugiardi non si ricorderanno di lei⊥. 9La lode non si addice in bocca al peccatore, perché non gli è stata concessa dal Signore. 10La lode infatti va celebrata con sapienza⊥ ed è il Signore che la dirige.

Elogio della libertà 11Non dire: “A causa del Signore sono venuto meno”, perché egli non fa quello che detesta. 12Non dire: “Egli mi ha tratto in errore”, perché non ha bisogno di un peccatore. 13Il Signore odia ogni abominio: esso non è amato da quelli che lo temono. 14Da principio Dio creò l'uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. 15Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l'essere fedele dipende dalla tua buona volontà.⌉ 16Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. 17Davanti agli uomini stanno la vita e la morte⊥: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. 18Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. 19I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. 20A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.

_________________ Note

15,11-20 È uno dei testi dell’AT in cui si afferma chiaramente la libertà dell’uomo e si cerca di conciliare l’onnipotenza di Dio con questa libertà.

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Approfondimenti

Due parti compongono il c. 15: nella prima continua la pericope sulla sapienza ospitale (14,20- 15,10); nella seconda si parla della responsabilità del peccatore, dotato, come tutti, di “libero arbitrio” (vv. 11-20).

vv. 1-10. Il discorso sulla sapienza si allarga alle caratteristiche esplicitamente giudaiche: il timore del Signore e la legge sono necessari sia per mettersi in ricerca (v. 1a), che per arrivare a buon fine. Il verbo «raggiungere/impadronirsi» (katalambanein: vv. 1b.7a) divide coloro che conseguono l'obiettivo (v. 1-6), da coloro che falliscono (vv. 7-8). La prima cosa da fare è temere il Signore ed essere padrone della legge: allora la sapienza stessa si muove incontro come una madre e come una sposa (v. 2). Finiscono la fame e la sete (v. 3; cfr. 24,21). Sul piano sociale instabilità e vergogna hanno termine (v. 4), mentre sale il prestigio della persona e della sua parola tra i vicini e nelle assemblee (v. 5). In questo modo la sapienza prepara, come eredità, una corona di gioia ed un nome duraturo (v. 6). Al contrario gli stolti e i peccatori, tenendosi lontano dal timore del Signore e dalla legge, non conseguono la sapienza e non la contemplano (v. 7); la superbia e la menzogna li tengono lontani, al punto che perdono la memoria stessa della sapienza (v. 8). Perciò – siamo alla chiusura, con tonalità liturgica – la loro bocca non è credibile quando si apre per lodare il Signore. Una lode autentica, che il Signore stesso distribuisce (v. 9b), fiorisce solo sulle labbra del saggio: essendo anche scriba, egli sa insegnarla agli altri (v. 10b; cfr. 24,30s.). E saggio, per Ben Sira, significa anche pio. E l'Israelita che fa scelte ispirate dal buon senso e dalla buona volontà, come evitare il male, per non esserne dominato (7,1), e cercare la giustizia, sicuro di raggiungerla (27,8); ma è soprattutto l'uomo che non cerca di abbracciare troppe cose (11,10) e si rimette al Signore, che libera da ogni schiavitù (23,6) e dona ogni cosa insieme con la sapienza (1,9-10; 11,14-15).

vv. 11-20. Il confronto tra coloro che temono il Signore (v, 13b.19a; cfr. v. 1) e i peccatori (vv. 12b.20) porta Ben Sira a riflessioni generali sulla libertà umana. Per contestare due affermazioni con cui i peccatori tendono ad attribuire a Dio la responsabilità delle proprie colpe (vv. 11a.12a), Ben Sira elabora la sua apologia. Con una triplice argomentazione, egli fa questo percorso: Dio non ha bisogno di peccatori, anzi odia il peccato (vv. 11-13); l'uomo, libero sin dalla creazione, è responsabile nelle scelte di fede e di morale (vv. 14-17); Dio, sapiente e potente, rimane comunque giudice che vede l'agire dell'uomo, a cui non ha dato il permesso di peccare (vv. 18-20). La responsabilità dell'uomo è affermata con i termini eudokia-eudokeo (vv. 15.17: ciò che si vuole, che piace) e soprattutto diaboulion (v. 14: consiglio). Quest'ultimo termine rimanda all'ebraico yēşer (l'azione e il frutto del plasmare: cfr. Is 29,16; Sal 103,14), col senso di “ciò che si forma nella mente, nell'immaginazione” inclinazione, volontà (Gn 6,5; 8,21; Dt 31,21; Is 26,3). I rabbini lo useranno nel senso peggiorativo di istinto cattivo dell'uomo, che solo lo studio della legge guarisce. In Siracide indica la “volontà umana libera di scegliere il bene o il male” (cfr. 27,6b; 37,3). Nei vv. 15-17 troviamo la spiegazione di tale libertà di fronte ai comandamenti (v. 15), alle cose preferite (v. 16b), ai binomi radicali di fuoco e acqua / vita e morte (vv. 16a.17a; cfr. Dt 11,26-28). I vv. 11 e 20 fanno inclusione: Dio non vuole il peccato.

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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La serenità di coscienza 1Beato l'uomo che non ha peccato con la sua bocca e non è tormentato dal rimorso dei peccati. 2Beato chi non ha nulla da rimproverarsi e chi non ha perduto la sua speranza.

Grettezza e invidia 3A un uomo gretto non va bene la ricchezza, a che cosa servono gli averi a un uomo avaro? 4Chi accumula a forza di privazioni, accumula per altri; con i suoi beni faranno festa gli estranei. 5Chi è cattivo con se stesso con chi sarà buono? Certo non godrà delle sue ricchezze. 6Nessuno è peggiore di chi danneggia se stesso, e questa è la ricompensa della sua malizia: 7anche se fa il bene, lo fa per distrazione, e alla fine sarà manifesta la sua malizia. 8È malvagio l'uomo dall'occhio invidioso, volge lo sguardo altrove e disprezza la vita altrui. 9L'occhio dell'avaro non si accontenta della sua parte, una malvagia ingiustizia gli inaridisce l'anima. 10Un occhio cattivo è invidioso anche del pane ed è proprio questo che manca sulla sua tavola.

Saper godere 11Figlio, per quanto ti è possibile, tràttati bene e presenta al Signore le offerte dovute. 12Ricòrdati che la morte non tarderà e il decreto degli inferi non ti è stato rivelato⊥. 13Prima di morire fa' del bene all'amico, secondo le tue possibilità sii generoso con lui. 14Non privarti di un giorno felice, non ti sfugga nulla di un legittimo desiderio. 15Non lascerai forse a un altro i frutti del tuo lavoro, e le tue fatiche per essere divise fra gli eredi? 16Regala e accetta regali, e divèrtiti,⊥ perché negli inferi non si ricerca l'allegria. 17Ogni corpo invecchia come un abito, ⌈è una legge da sempre: “Devi morire!”.⌉ 18Come foglie verdi su un albero frondoso, alcune cadono e altre germogliano, così sono le generazioni umane: una muore e un'altra nasce.

19Ogni opera corruttibile scompare e chi la compie se ne andrà con essa.⊥ 20Beato l'uomo che si dedica alla sapienza e riflette con la sua intelligenza⊥, 21che medita nel cuore le sue vie e con la mente ne penetra i segreti. 22La insegue come un cacciatore, si apposta sui suoi sentieri. 23Egli spia alle sue finestre e sta ad ascoltare alla sua porta. 24Sosta vicino alla sua casa e fissa il picchetto nelle sue pareti, 25alza la propria tenda presso di lei e si ripara in un rifugio di benessere, 26mette i propri figli sotto la sua protezione e sotto i suoi rami soggiorna; 27da lei è protetto contro il caldo, e nella sua gloria egli abita.

_________________ Note

14,11-19 La saggezza consiglia di compiere il bene e, allo stesso tempo, di godere di quanto offre la vita. Anche il Siracide, come quasi tutti gli autori dell’AT, pensa l’aldilà come dimora indifferenziata per tutti, buoni e cattivi, ricchi e poveri (vedi Gb 3,17 e nota).

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Approfondimenti

Le due parti del c. 14 (vv. 1-19 e 20-27) sono introdotte dall'aggettivo «beato»: la beatitudine di chi non ha peccati sulla coscienza sfocia in quella del saggio, che medita sulla sapienza. La prima parte presenta tre scansioni: la condizione beata di chi non pecca (vv. 1-2), la miopia dell'uomo gretto (3-10), l'uso dei beni e la morte (11-19).

vv. 1-2. Dopo il legame tra volto e cuore (13,25-26), si analizza quello tra bocca e coscienza. Per Ben Sira è beato (makarios) chi non si è rovinato con la lingua e non è tormentato dai rimorsi del peccato; è beato chi non viene rimproverato dalla coscienza e, pertanto, non ha perso la speranza. È una beatitudine legata, mediante la sapienza (v. 20), al timore del Signore: «Beata l'anima di chi teme il Signore» (34,17), poiché «chi teme il Signore non ha paura di nulla (...), egli è la sua speranza» (34,16). In Ben Sira parla lo scriba, prima che il sapiente. Beatitudine e speranza giudaica vanno insieme. Per contrasto sembra che Ben Sira alluda a coloro che, allontanandosi dal Dio di Israele, nostra “speranza”, “sono caduti dalla speranza” (v. 2b), procurandosi una felicità illusoria, insidiata dalla “tristezza del peccato” (v. 1b) e dal rimprovero della coscienza (v. 2a). Beatitudine e storia di Israele si intrecciano: l'autore esulta per la “felicità” di «coloro che videro il profeta Elia e si sono addormentati nell'amore» (cfr. 48,11). Beatitudine e storia quotidiana: Ben Sira torna presto a insegnare la felicità anche con l'esperienza della vita. Nella sua sapienza pratica, definisce beato chi si guarda dai “colpi della lingua” (28,18), chi scopre la prudenza (25,9), chi vive con una moglie assennata (25,8) e buona (26,1), perfino chi è ricco, a condizione che sia «trovato senza macchia» (31,8). A conclusione del libro, Ben Sira garantisce la “beatitudine” di chi mediterà i suoi insegnamenti e, fissandoli bene nel cuore, diventerà saggio della via Parola di uno che crede e di uno che è esperto 14, 3-10. Bozzetto sarcastico dell'uomo gretto, che non sa servirsi delle ricchezze accumulate a forza di privazioni (vv. 3-4); altri si pasceranno dei suoi beni (v. 4b; cfr. v. 15a) mentre egli risparmia perfino il pane sulla sua mensa (v. 10). Chi è cattivo con se stesso è inaffidabile anche quando dovesse, per distrazione, fare del bene agli altri (v. 7a; cfr. Pr 11,17). La finale del brano si concentra sull'occhio di un tale personaggio: è pieno di invidia e disprezzo (v. 8), di avarizia insaziabile (v. 9) e di gelosa malevolenza (v. 10). L'aggettivo mikrologos («gretto»: v. 3a) è un hapax del GrI e dei LXX. L'ebraico usa «cuore piccolo». Il messaggio di Ben Sira è chiaro: bisogna imparare a usare la ricchezza per il proprio e l'altrui bene. Cfr. Pr 13,22; Lc 12,16-21.

vv. 11-19. Un'ammonizione invita a raccogliere l'insegnamento del brano precedente: se possiedi, fai del bene a te stesso, presenta degne offerte al Signore, aiuta l'amico secondo le tue forze (vv. 11.13); non ti privare di giorni felici o della tua parte in un buon desiderio (v. 14). Dal momento che fatiche e sacrifici (c'è un'assonanza: ponous/ kopous) vanno in eredità ad altri (v. 15; cfr v. 4b), la regola del vivere è questa: «Regala e accetta regali, distrai l'anima tua» (v. 16a). Una simile filosofia pratica si nutre di un ricordo e di una convinzione: la morte, certa per tutti, non tarda e nell'aldilà non c'è gioia da cercare (vv. 12.16b.17b). Perciò bisogna «distrarre/ingannare» (v. 16a) la propria anima. Ben Sira, rispetto a Qoelet, rifiuta sia la visione tragica della morte – qui considerata “antidoto dell'avarizia” – sia la spinta edonistica verso la vita (cfr. Qo 3,17-19; 9,9-10). La concezione dello šᵉ’°ôl è quella tradizionale: dimora indifferenziata per buoni e cattivi. La caducità dell'esistenza, legge valida per tutti, è resa con l'immagine dell'abito che si logora (v. 17a). Altrove la stessa immagine, per contrasto, fa risaltare la fortezza del servo che JHWH assiste (cfr. Is 50,9) e la salvezza di Dio che dura sempre (cfr. Is 51,6; Sal 102,27). Prima di mettere una sorta di pietra tombale a chiusura del brano (v. 19; cfr. la diversa visione di Ap 14,13), Ben Sira accosta la vita delle piante a quella degli esseri di carne e di sangue: le foglie che cadono e spuntano sugli alberi sono specchio delle generazioni che muoiono e nascono (v. 18; Cfr. Qo 1,4; Is 64,5; Sal 1,3). L'immagine pare essere in comune con l'Iliade: «Gli uomini vanno e vengono come le foglie anno dopo anno sugli alberi» (VI,146-149). Per l'espressione «carne e sangue» (14,18c; 17,31b), cfr. Mt 16,17; 1Cor 15,50; Gal 1,16.

vv. 20-27. Questo brano va letto insieme con 15,1-10: diciotto versetti sulla ricerca della sapienza e sui benefici per chi l'ottiene. Questa prima parte è legata a quanto precede mediante l'aggettivo «Beato»: Ben Sira collega colui che non ha peccati e che ha conservato la speranza (vv. 1-2) con colui che medita sulla sapienza (v. 20), la insegue come un cacciatore (v. 22), gode della sua intimità e protezione (vv. 25-27). Costui è l'uomo che teme il Signore e possiede saldamente la legge e la sapienza (15,1). Una grande varietà di immagini caratterizza l'intera pericope: le vie della sapienza (v. 21), la caccia (v. 22), la casa con finestre e porte, chiodi e pareti (v. 23-24), la tenda (v. 25), l'albero (v. 26a), il nido (v. 26a dell'ebraico), la madre (v. 26a; 15,2a), il caldo (v. 27a), la sposa (15,3b), il pane e l'acqua (15,3). Il brano si conclude con il verbo «sostare, trovare alloggio» (katalyein: vv. 24.25.27), che la Bibbia greca normalmente non usa nei sapienziali. Ben Sira torna nel ruolo dello scriba. La sapienza riveste i panni della tradizionale ospitalità biblica e offre un alloggio (v. 25: katalyma è hapax) pieno di beni e di sicurezza. La casa della sapienza è come quella dei patriarchi: ha un posto per “passare la notte”. Sulla sua soglia sembrano presentarsi i personaggi itineranti del Pentateuco (Gn 19,2; 24,23.25; Es 4,24) e dei libri storici (Gs 2,1; 3,1; Gdc 19,9.15.20). Ancor di più questo “alloggio” sembra rimandare all”età dell'amorosa convivenza” tra il Signore e il suo popolo (Ez 16,8; cfr. Sir 51,20-21) e mettere in guardia contro l'infedeltà dei figli di Israele che «si affollano nelle case di prostituzione» (Ger 5,7e). Chi cerca la sapienza – conclude Ben Sira – appartiene a quel popolo che il Signore ha liberato e guidato verso la «santa dimora» (katalyma agion: Es 15,13); chi cerca la sapienza avrà la stessa avventura di Elia, che incontra Dio sull'Oreb, davanti alla caverna in cui ha passato la notte (1Re 19,9).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Non essere ingenuo con i ricchi e i potenti 1Chi maneggia la pece si sporca, chi frequenta il superbo diviene simile a lui. 2Non portare un peso troppo grave per te, non associarti a uno più forte e più ricco di te. Perché accostare una brocca alla pentola? Se questa cozza, l'altra si spezza. 3Il ricco commette ingiustizia e per di più grida forte, il povero subisce ingiustizia e per di più deve scusarsi. 4Se gli sei utile, si approfitta di te; se hai bisogno, ti abbandonerà. 5Se possiedi, starà con te, e ti impoverisce senza alcun rimorso. 6Se ha bisogno di te, ti imbroglierà, ti sorriderà e ti farà sperare, ti rivolgerà belle parole e chiederà: “Di che cosa hai bisogno?”. 7Con i suoi banchetti ti farà vergognare, finché non ti avrà spremuto due o tre volte tanto. Alla fine ti deriderà, poi vedendoti ti eviterà e scuoterà il suo capo davanti a te.⊥ 8Sta' attento a non lasciarti imbrogliare e a non farti umiliare per la tua stoltezza.⊥ 9Quando un potente ti chiama, allontànati, ed egli insisterà nel chiamarti. 10Non essere invadente per non essere respinto, non stare appartato per non essere dimenticato. 11Non credere di trattare alla pari con lui e non dare credito alle sue chiacchiere, perché parla molto per metterti alla prova e anche sorridendo indagherà su di te. 12Non ha pietà chi non mantiene la parola, non ti risparmierà maltrattamenti e catene. 13Guàrdati e sta' molto attento, perché cammini sull'orlo del precipizio. 14Quando ascolti queste cose nel sonno, svégliati: per tutta la tua vita ama il Signore e invocalo per la tua salvezza.

Giusti e peccatori, ricchi e poveri 15Ogni vivente ama il suo simile e ogni uomo il suo vicino. 16Ogni essere si accoppia secondo la sua specie, l'uomo si associa a chi gli è simile. 17Che cosa può esserci in comune tra il lupo e l'agnello? Così tra il peccatore e il giusto. 18Quale pace può esservi fra la iena e il cane? Quale intesa tra il ricco e il povero? 19Sono preda dei leoni gli asini selvatici nel deserto, così pascolo dei ricchi sono i poveri. 20Per il superbo l'umiltà è obbrobrio, così per il ricco è obbrobrio il povero. 21Se il ricco vacilla, è sostenuto dagli amici, ma l'umile che cade è respinto dagli amici. 22Il ricco che sbaglia ha molti difensori; se dice sciocchezze, lo scusano. Se sbaglia l'umile, lo si rimprovera; anche se dice cose sagge, non ci si bada. 23Parla il ricco, tutti tacciono e portano alle stelle il suo discorso. Parla il povero e dicono: “Chi è costui?”; se inciampa, l'aiutano a cadere. 24Buona è la ricchezza, se è senza peccato; la povertà è cattiva sulla bocca dell'empio.

25Il cuore di un uomo cambia il suo volto sia in bene sia in male. 26Segno di buon cuore è un volto sereno, ma trovare dei proverbi è un lavoro faticoso.

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Approfondimenti

Il c. 13 richiama l'attenzione sulle differenze economiche e politiche, mettendo in guardia contro l'impossibile fusione tra il ricco e il povero (vv. 1-8 e 15-24), tra chi ha il potere e chi ne subisce la violenza (vv. 9-14). Spesso si usa il termine koinonia: da un lato indica la pericolosa frequentazione dell'uomo superbo o comunque più forte (vv. 1b.2b), dall'altro evidenzia che non è secondo natura un legame tra la creta e il metallo, tra un lupo ed un agnello (vv. 2c.17a). Ben Sira, tuttavia, non condanna la ricchezza in quanto tale, ma dichiara buona quella senza peccato (v. 24) e si appella al ruolo decisivo del cuore umano nella scelta del bene o del male (vv. 25-26).

vv. 1-8. Di fronte alle diversità socio-economiche, Ben Sira ha una lezione da ribadire: il ricco rende gli altri simili a sé nell'arroganza oppure li umilia (vv. 1b.8b). Si comporta come la pece che inevitabilmente sporca (v. 1a) oppure imbroglia e schiaccia (v. 8). Perciò la raccomandazione a non fare lega con uno più forte e più ricco: cosa può aspettarsi una brocca di coccio dallo stare con una pentola di metallo (v. 2)? Con un amaro parallelismo antinomico, Ben Sira sentenzia: il ricco fa l'ingiustizia ed alza la voce, il povero la subisce e deve chiedere scusa (v. 3). Segue la descrizione dei rapporti falsi che un ricco crea: si avvicina a chi può essergli utile e non a chi ha bisogno (vv. 4-5); suo intento è solo imbrogliare e spogliare; trova parole buone e sorrisi di incoraggiamento (v. 6), finché non giunge a spremere due o tre volte l'altro e a umiliarlo (vv. 7-8).

vv. 9-14. Il contrasto si sposta dal piano economico a quello socio-politico: di fronte a colui che ha potere, bisogna scegliere un rapporto di giusta distanza. Né troppo vicino, per non essere allontanato, né troppo lontano per non essere dimenticato (v. 10). Evitare di gareggiare con lui, mettendosi alla pari o cimentandosi con la forza delle sue parole. Sorridente e spietato, è pronto ad esaminare, incatenare e rovinare. Bisogna stare davvero attenti. Bisogna svegliarsi dal sonno, amare il Signore in tutte le circostanze della vita ed invocare da lui la salvezza (v. 14).

vv. 15-24. Anche questa pericope presenta il contrasto ricco-povero. Parte dal fatto che ogni vivente ama il suo simile: per natura (kata genos: v. 16a), dunque, non possono vivere insieme il lupo e l'agnello, la iena e il cane, i leoni e gli asini selvatici. Allo stesso modo non possono stare insieme peccatori e giusti, ricchi e poveri (vv. 17-19). Dalla vicinanza e dal confronto il povero esce sempre perdente. Gli amici e la maggioranza della gente reagiscono a seconda dei beni: un ricco viene soccorso e aiutato, un povero è respinto e rimproverato (vv. 21-22); le parole del ricco, anche prive di senso, sono lodate e portate alle stelle, mentre ai discorsi saggi del povero nessuno bada (vv. 22-23). Il povero è uno sconosciuto. Eppure – conclude Ben Sira – c'è una ricchezza buona, quella senza peccato; così come c'è una povertà cattiva, quella di chi vive empiamente (v. 24). Questa finale dice che lo schema ricco=cattivo e povero=buono non è l'ultima parola della sapienza popolare e religiosa di Ben Sira. Alcuni motivi (creta e metallo, lupo e agnello) riecheggiano Esopo (ca. 600 a.C.) e comunque la letteratura sapienziale del Vicino Oriente antico. Non vi sono esplicite allusioni alle oppressioni sociali della Palestina sotto i greci nel III sec. a.C. Ben Sira mette in guardia, da un lato, i poveri contro gli abusi dei ricchi e di chi ha il potere, ma dall'altro non si accontenta di una lettura solo socio-politica del problema. Va al cuore, alla radice morale e religiosa.

vv. 25-26. E per arrivare al cuore di un uomo, egli parte dal volto: bene e male vi si disegnano (v. 25). Tuttavia un volto gioioso non annulla la fatica per scoprire il senso dei detti sapienziali (v. 26). Il legame volto-cuore, pur così importante, non annulla il mistero dell'uomo, la sua realtà nascosta. Anche Gesù si riferirà al volto, ma consiglierà di “lavarlo”. Farà da schermo contro la tentazione dell'ipocrisia e lascerà che “solo” il Padre «che è nel segreto» (Mt 6, 18), legga il cuore dell'uomo e lo ricompensi.

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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A chi bisogna fare il bene 1Se fai il bene, sappi a chi lo fai; così avrai una ricompensa per i tuoi benefici. 2Fa' il bene all'uomo pio e avrai la ricompensa, se non da lui, certo dall'Altissimo. 3Nessun beneficio a chi si ostina nel male e a chi rifiuta di fare l'elemosina⊥. 4Fa' doni all'uomo pio e non dare aiuto al peccatore⊥. 5Fa' il bene al povero e non donare all'empio, rifiutagli il pane e non dargliene, perché egli non ne usi per dominarti; il male che ne avrai sarà doppio per tutti i benefici che gli avrai fatto. 6Perché anche l'Altissimo detesta i peccatori e agli empi darà quello che meritano, li custodisce fino al giorno della vendetta. 7⌈Fa' doni all'uomo buono e non dare aiuto al peccatore.⌉

Veri e falsi amici 8Nella prosperità l'amico non si può riconoscere e nell'avversità il nemico non resterà nascosto. 9Quando uno prospera, i suoi nemici sono nel dolore, ma quando uno è nei guai, anche l'amico se ne va. 10Non fidarti mai del tuo nemico, perché la sua malvagità s'arrugginisce come il rame. 11Anche se si abbassa e cammina curvo, sta' attento e guàrdati da lui; compòrtati con lui come chi pulisce uno specchio e ti accorgerai che la sua ruggine non resiste a lungo. 12Non metterlo al tuo fianco, perché egli non ti scavalchi e prenda il tuo posto; non farlo sedere alla tua destra, perché non ambisca il tuo seggio, e alla fine tu riconosca la verità delle mie parole e senta rimorso per i miei detti. 13Chi avrà pietà di un incantatore morso da un serpente e di quanti si avvicinano alle belve? 14Così càpita a chi frequenta un peccatore e s'immischia nei suoi delitti⊥. 15Per un momento rimarrà con te, ma se vacilli, non resisterà. 16Il nemico ha il dolce sulle labbra, ma in cuore medita di gettarti in una fossa. Il nemico avrà lacrime agli occhi, ma se troverà l'occasione, non si sazierà del tuo sangue. 17Se ti càpita una disgrazia, lo troverai accanto a te, e, fingendo di aiutarti, ti prenderà per il tallone. 18Scuoterà il capo e batterà le mani, poi sparlerà di te voltandoti la faccia.

_________________ Note

12,1-7 Nel consigliare l’aiuto e l’altruismo, lo sguardo del Siracide è limitato alle persone che possono contraccambiare, alle persone pie e buone. L’orizzonte del Siracide verrà ampliato, come è noto, dalla parola di Gesù, che invita a fare il bene a tutti indistintamente e senza pretese di contraccambio (vedi Mt 5,44-45; Lc 6,35; 14,12-14).

12,11 come chi pulisce uno specchio: gli specchi erano fatti di metallo, che andava pulito accuratamente, perché non perdesse lo splendore.

12,18 Scuoterà il capo: gesto di disprezzo (Sal 22,8; 109,25; Mt 27,39); batterà le mani: segno di gioia perversa (Lam 2,15; Ez 25,6; Na 3,19).

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Approfondimenti

Il c. 12 si lascia dividere in due parti: i vv. 1-7 sulla necessità di discernere le persone pie a cui fare il bene; i vv. 8-18 dedicati alla differenza tra amico e nemico e alle conseguenze negative cui va incontro chi si associa ad un peccatore. Il termine nemico (echthros) ricorre con frequenza in questo brano (vv. 8-10.16) e nel libro (6,1.4.9.13; 18,31; 19,8; 23,3; cc. 25.46).

vv. 12,1-7. L'idea chiave del v. la viene sviluppata mediante il contrasto tra il pio e l'empio (eusebēs/asebēs) e la convergenza tra l'agire dell'Altissimo e quello del benefattore (v. 6). La concezione tradizionale della retribuzione è qui molto marcata: il Signore da un lato dà il contraccambio a chi fa del bene agli uomini pii (v. 2), dall'altro odia e punisce l'empio (v. 6). Il saggio deve evitare di aiutare il malvagio, cioè colui che persevera nel male e non fa l'elemosina (v. 3), ma deve anche impedire che altri lo aiuti, dandogli del pane e mettendolo così in condizione di nuocere due volte (v. 5). Tutto il brano dà forte risalto agli insegnamenti e all'agire di Gesù, che sono di segno opposto (cfr. Mt 5,43-47; Lc 6,27; 15,1-2) e che saranno ripresi nell'insegnamento apostolico (cfr. Rm 12,21). Già nel libro dei Proverbi (cfr. 22,14) c'era l'idea che «l'uomo odiato da Dio» cade in quella fossa profonda che è la «bocca delle straniere» (LXX: «la bocca di chi disprezza la legge»). Ben Sira afferma che «l'uomo saggio non detesta la legge» (33,2). Il Signore “odia” l'ipocrita (27, 24) e «non ha bisogno di un peccatore. Il Signore odia ogni abominio» (15,12b.13a). Di conseguenza l'uomo libero e timorato di Dio si impegna a “non fare” e “non amare” ciò che egli “odia” (15,11.13). Ben diversa l'immagine della perfezione del Padre celeste, che Gesù presenta a modello dei suoi discepoli (cfr. Mt 5,48).

vv. 12,8-18. Amici e nemici: Ben Sira non smette di dare lezioni per riconoscerli. La prosperità non basta a rivelare i primi e la sventura non riesce a tenere nascosti i secondi (v. 8-9). Il nemico è come uno specchio metallico che la ruggine riesce temporaneamente a mascherare (v. 10-11): bisogna togliere la patina di ruggine per conoscere le vere intenzioni. Di qui le raccomandazioni a non familiarizzare con il nemico: non dargli fiducia neanche se si presenta umile e incurvato (v. 11), non farlo sedere accanto per timore che rubi il posto (v. 12). Un interrogativo retorico dà uno stacco nel ragionamento: si può avere pietà di un incantatore che si fa mordere dal serpente (v. 13)? Così non c'è compassione per chi si incammina coi peccatori e si lascia coinvolgere nei loro peccati (v. 14-15). Il nemico ricorre alle armi della seduzione: dolcezza, lacrime, sollecitudine, perfino dolore; ma nulla di tutto ciò regge appena la vittima designata cede e cade. Allora si rivela il “cuore” del nemico: non è fedele (v. 15), spinge sull'orlo dell'abisso in cerca di sangue (v. 16), fa lo sgambetto («prendere per il tallone»: v. 17) e ipocritamente cambia faccia (v. 18).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Non fidarsi delle apparenze 1La sapienza dell'umile gli farà tenere alta la testa e lo farà sedere tra i grandi. 2Non lodare un uomo per la sua bellezza e non detestare un uomo per il suo aspetto. 3L'ape è piccola tra gli esseri alati, ma il suo prodotto è il migliore fra le cose dolci. 4Non ti vantare per le vesti che indossi e non insuperbirti nel giorno della gloria, perché stupende sono le opere del Signore, eppure esse sono nascoste agli uomini. 5Molti sovrani sedettero sulla polvere, mentre uno sconosciuto cinse il loro diadema. 6Molti potenti furono grandemente disonorati e uomini illustri furono consegnati al potere altrui.

7Non biasimare prima di avere indagato, prima rifletti e poi condanna. 8Non rispondere prima di aver ascoltato, e non interrompere il discorso di un altro. 9Per una cosa di cui non hai bisogno, non litigare, e non immischiarti nella lite dei peccatori.

Invito alla moderazione 10Figlio, le tue attività non riguardino troppe cose: se le moltiplichi, non sarai esente da colpa; se insegui una cosa, non l'afferrerai, e anche se fuggi, non ti metterai in salvo. 11C'è chi fatica, si affanna e si stanca, eppure resta sempre più indietro. 12C'è chi è debole e ha bisogno di soccorso, chi è privo di forza e ricco di miseria, ma gli occhi del Signore lo guardano con benevolenza, lo sollevano dalla sua povertà 13e gli fanno alzare la testa, sì che molti ne restano stupiti.

Tutto proviene dal Signore 14Bene e male, vita e morte, povertà e ricchezza provengono dal Signore. 15Sapienza, scienza e conoscenza della legge vengono dal Signore; l'amore e la pratica delle opere buone provengono da lui. 16Errore e tenebre sono creati per i peccatori; quanti si vantano del male, il male li accompagna nella vecchiaia. 17Il dono del Signore è assicurato ai suoi fedeli e la sua benevolenza li guida sempre sulla retta via. 18C'è chi diventa ricco perché sempre attento a risparmiare, ed ecco la parte della sua ricompensa: 19mentre dice: “Ho trovato riposo, ora mi ciberò dei miei beni”, non sa quanto tempo ancora trascorrerà: lascerà tutto ad altri e morirà.

Fedeltà al proprio lavoro nell’attesa della ricompensa di Dio 20Persevera nel tuo impegno e dèdicati a esso, invecchia compiendo il tuo lavoro. 21Non ammirare le opere del peccatore, confida nel Signore e sii costante nella tua fatica, perché è facile agli occhi del Signore arricchire un povero all'improvviso. 22La benedizione del Signore è la ricompensa del giusto; all'improvviso fiorirà la sua speranza. 23Non dire: “Di che cosa ho bisogno e di quali beni disporrò d'ora innanzi?“. 24Non dire: “Ho quanto mi occorre; che cosa potrà ormai capitarmi di male?“. 25Nel tempo della prosperità si dimentica la sventura e nel tempo della sventura non si ricorda la prosperità. 26È facile per il Signore nel giorno della morte rendere all'uomo secondo la sua condotta. 27L'infelicità di un'ora fa dimenticare il benessere; alla morte di un uomo si rivelano le sue opere. 28Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo sarà conosciuto nei suoi figli.

Prudenza con gli estranei e con i malvagi 29Non portare in casa tua qualsiasi persona, perché sono molte le insidie dell'imbroglione. 30⌈Una pernice da richiamo in gabbia, tale il cuore del superbo; come una spia egli attende la tua caduta.⌉ 31Cambiando il bene in male egli tende insidie, troverà difetti anche nelle cose migliori. 32Da una scintilla il fuoco si espande nei carboni⊥, così il peccatore sta in agguato per spargere sangue. 33Guàrdati dal malvagio, perché egli prepara il male: che non disonori per sempre anche te! 34Ospita un estraneo, ti metterà sottosopra ogni cosa e ti renderà estraneo ai tuoi.

_________________ Note

11,10 c-d Il testo ebraico reca: “se non corri non raggiungi / e se non cerchi non trovi”.

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Approfondimenti

Il c. 11 prolunga la riflessione precedente sul rovesciamento sociale, parlando delle apparenze ingannevoli (vv. 1-6) e invitando alla cautela nel parlare (vv. 7-9). Segue una serie di raccomandazioni su come affrontare il lavoro tenendo presenti i doni del Signore e la fine della vita (vv. 10-28). I consigli finali mettono in guardia contro le insidie del malvagio e dell'estraneo (vv. 29-34).

vv. 1-9. Il brano si rifà alla domanda sul vero onore della stirpe umana (entimos/atimos: 10,19), opponendo l'umile nobilitato dalla sapienza (v. 1a; cfr. v. 13a; 4,11) ai molti potenti umiliati (atiman: v. 6a). Il primo sederà tra i grandi (v. 1b), gli altri finiranno sul lastrico, spodestati da sconosciuti (vv. 5-6). Il contrasto è sviluppato nel rapporto tra apparenza e realtà: non lodare e non disprezzare in base a ciò che appare (v. 2; cfr. 1Sam 16, 6-7) o in base alle vesti (v. 4). La natura, maestra di saggezza, offre chiari esempi: l'ape, pur piccola rispetto a tanti altri animali, ha un primato nel produrre dolcezza (v. 3; cfr. anche Dt 1,44; Sal 118,12; Prv 6,6; Is 7,18). L'ape è simbolo del povero che vive con saggezza. L'idea chiave è che il Signore compie opere stupende ma nascoste (v. 4cd; cfr. 1Sam 2,8; Gb 12,17-19). Da tale constatazione, Ben Sira passa ad una raccomandazione: bisogna accertarsi, riflettere ed ascoltare, prima di criticare, condannare e rispondere (vv. 7-8; cfr. 5,11-12; Pr 18,13). Altrimenti si entra in contese che non riguardano o in liti di peccatori (v. 9).

vv. 10-19. Sapendo che «chi si arricchisce in fretta non sarà esente da colpa» (Pr 28,20), Ben Sira raccomanda di restringere l'arco delle attività e di agire con moderazione (v. 10ab). La fuga precipitosa dietro la fortuna è un pericolo spirituale ed espone alla delusione (v. 10cd), dal momento che «le ricchezze accumulate in fretta diminuiscono» (Pr 13,11; cfr. anche Qo 5,9-11). L'attività umana rimane comunque indietro rispetto al desiderio (v. 11) e il Signore può sollevare il misero dalla sporcizia, con grande meraviglia di tutti (vv. 12-13). Segue l'affermazione chiave: tutto proviene dal Signore (cfr. 1,1a). È il senso dei merismi bene-male, vita-morte, povertà-ricchezza (v. 14; cfr. Is 45,7; Gb 1,21) e dell'elenco comprendente sapienza e scienza, conoscenza della legge, amore e rettitudine (v. 15). Sono doni del Signore per appianare la via ai suoi devoti (v. 17); invece, l'inganno, le tenebre e il male cominciano e rimangono coi malvagi (v. 16). L'attenzione ed il risparmio possono pure produrre la ricchezza, ma non per sempre: la morte incombe e il ricco dovrà lasciare tutto agli altri (vv. 18-19).

vv. 20-28. Segue l'invito a rimanere fedele all'impegno. All'idea di alleanza (diathēkē) si collega quella di compito e di attività: non cambiare lasciandoti abbagliare dalle opere del peccatore, ma confida nel Signore che può arricchire i poveri all'improvviso (vv. 20-21). Siamo in presenza della riflessione tradizionale sulla retribuzione: la ricompensa dei pi è nella benedizione del Signore (v. 22). Nei v. 23-25 si raccomanda buona memoria sia a chi sta bene e si sente autosufficiente, sia a chi sta male e cerca affannosamente ciò che gli manca. I vv. 26-28 riprendono il tema della morte, già enunciato nel v. 19: l'ora della fine è importante per vedere il giudizio di Dio, per scoprire le opere di un uomo e, quindi, per proclamarlo beato. Anche nel mondo greco si trova un proverbio simile, attribuito da Erodoto a Solone: «Prima della morte, non chiamare un uomo felice, ma solo fortunato» (Storie,I,32). Un uomo si conosce veramente alla fine.

vv. 29-34. Ben Sira invita alla vigilanza di fronte agli estranei e agli empi, che si presentano come «pernice in gabbia». L'immagine viene da Ger 5,26-27. Dopo il v. 30a, l'ebr. aggiunge sei versetti, con vari altri animali: lupo, orso, cane, gazzella. Nel v. 31 compare uno sviluppo dell'insidia: il superbo cambia il bene in male e trova macchie anche nelle virtù. Il termine mōmos (macchia, difetto), che di per sé indica il biasimo, ricorda i difetti fisici che rendevano i sacerdoti inabili a presentarsi a Dio (cfr. Lv 21,17s.), e gli animali inadatti ad essere offerti (cfr. Lv 22,20s.). Siracide ricorre sei volte a questo vocabolo; conserva il senso fisico, ma fa marcato riferimento anche a quello morale: denuncia la macchia della menzogna (20,24) e quella dell'idolatria di Salomone, che si accosta a donne straniere (47,20). Il NT usa una volta sola questo termine definendo gli empi «tutta sporcizia e vergogna» (cfr. 2Pt 2,13). In 2Cor 6,3 e 8,20 la corrispondente forma verbale è usata per difendere il ministero di Paolo dal biasimo. Il brano, che si prolunga in 12,1-7, lascia intravedere conseguenze della convivenza tra Ebrei ed ellenisti. Prevalgono un clima e una pedagogia della diffidenza per difendere la propria “casa” (cfr. l'inclusione nei vv. 29.34) dal superbo, dal peccatore e dallo straniero. Sono loro a portare il disordine in casa e il disaccordo con la tradizione dei padri. Il cambiamento del senso del bene e del male (v. 31a) e la contaminazione (v. 33b) preoccupano, causando un senso di oppressione e di sospetto. La cultura ellenistica non sconvolge solo abitudini sociali, ma «metterà sottosopra» anche la religiosità degli Ebrei (v. 34a). La chiusura è amara e ironica insieme: apri pure le porte di casa allo straniero e vedrai come ti sconvolgerà e ti renderà straniero ai tuoi! (v. 34). Con lo stesso termine Paolo indicherà coloro che turbano (oi tarassontes) i Galati (Gal 1,7; 5,10), volendo «sovvertire il vangelo».

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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L’arte del governo 1Un governatore saggio educa il suo popolo, il governo dell'uomo di senno è ordinato. 2Quale il governatore del popolo, tali i suoi ministri; quale il capo di una città, tali tutti i suoi abitanti. 3Un re che non ha istruzione rovina il suo popolo, una città prospera per il senno dei capi. 4Il governo del mondo è nelle mani del Signore; egli vi suscita l'uomo adatto al momento giusto. 5Il successo dell'uomo è nelle mani del Signore, ma sulla persona dello scriba egli pone la sua gloria.

Contro la superbia 6Non irritarti con il tuo prossimo per un torto qualsiasi e non fare nulla in preda all'ira. 7Odiosa al Signore e agli uomini è la superbia, l'uno e gli altri hanno in odio l'ingiustizia. 8Il regno passa da un popolo a un altro a causa delle ingiustizie, delle violenze e delle ricchezze. Niente è più empio dell'uomo che ama il denaro, poiché egli si vende anche l'anima. 9Perché mai si insuperbisce chi è terra e cenere? Anche da vivo le sue viscere sono ripugnanti. 10Una lunga malattia si prende gioco del medico;⊥ chi oggi è re, domani morirà. 11Quando l'uomo muore, eredita rettili, belve e vermi.

12Principio della superbia è allontanarsi dal Signore; il superbo distoglie il cuore dal suo creatore. 13Principio della superbia infatti è il peccato; chi ne è posseduto diffonde cose orribili. Perciò il Signore ha castigato duramente i superbi e li ha abbattuti fino ad annientarli. 14Il Signore ha rovesciato i troni dei potenti, al loro posto ha fatto sedere i miti. 15Il Signore ha estirpato le radici delle nazioni, al loro posto ha piantato gli umili. 16Il Signore ha sconvolto le terre delle nazioni e le ha distrutte fino alle fondamenta. 17Le ha cancellate dal consorzio umano e le ha annientate, ha fatto scomparire dalla terra il loro ricordo.⊥ 18Non è fatta per gli uomini la superbia né l'impeto della collera per i nati da donna.

Esortazione all’umiltà 19⌈Quale stirpe è degna d'onore? La stirpe dell'uomo.⌉ Quale stirpe è degna d'onore? Quelli che temono il Signore. ⌈Quale stirpe non è degna d'onore? La stirpe dell'uomo.⌉ Quale stirpe non è degna d'onore? Quelli che trasgrediscono i comandamenti. 20Tra i fratelli viene onorato chi li comanda, ma agli occhi del Signore quelli che lo temono. 21⌈Principio di gradimento è il timore del Signore, principio di rifiuto l'ostinazione e la superbia.⌉ 22Il ricco, il nobile, il povero: loro vanto è il timore del Signore. 23Non è giusto disprezzare un povero che ha senno e non conviene onorare un uomo peccatore. 24Il principe, il giudice e il potente sono onorati, ma nessuno di loro è più grande di chi teme il Signore. 25Uomini liberi serviranno uno schiavo sapiente e chi ha senno non protesterà.

26Non fare il saccente nel compiere il tuo lavoro e non gloriarti nel momento del tuo bisogno. 27Meglio uno che lavora e abbonda di tutto di chi va in giro a vantarsi e manca di cibo. 28Figlio, con modestia pensa al tuo onore e fatti valere secondo il tuo merito. 29Chi giustificherà uno che fa male a se stesso e chi onorerà colui che si disonora? 30Un povero viene onorato per la sua scienza e un ricco viene onorato per la sua ricchezza. 31Chi è onorato nella povertà, quanto più lo sarà nella ricchezza! E chi è disprezzato nella ricchezza, quanto più lo sarà nella povertà!

_________________ Note

10,14 Vedi 1Sam 2,4-8 e Lc 1,52.

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Approfondimenti

Il capitolo 10 alterna riflessioni sull'agire del singolo con affermazioni sulle vicende dei popoli. Il timore di Dio e la sua sovranità sulla storia emergono come punti qualificanti della dignità e della gloria durature dell'uomo. Dai temi dei governanti e della superbia (vv. 1-18), si passa a quelli del vero onore e della vera grandezza dell'uomo (vv. 19-31).

vv. 1-5. Il capitolo precedente si chiudeva sulla saggezza del «capo del popolo» (9,17b); il nuovo c. si apre col tema dell'autorità (cfr. 10,1b): se il giudice ha senno, educa il suo popolo; ministri e abitanti gli assomigliano. L'immagine del giudice in Ben Sira è lontana dall'oggi: più che garante di giustizia, egli è un governatore della città. Un re senza formazione rovina il popolo, mentre i capi saggi lo fanno progredire (cfr. v. 3). Tuttavia, sia il governo del mondo che il successo dell'uomo sono nelle mani di Dio: è lui che suscita l'uomo adatto al momento giusto e mette la sua gloria sul volto dello scriba (vv. 4-5). La sovranità è di Dio: viene tagliata alla radice ogni pretesa di attributi divini al re ed ai suoi ministri. Appartiene a Dio la “gloria” che splende sul loro volto (cfr. v. 5b). Per il lessico della gloria cfr. vv. 23b.26b.27b.28a.29b.30ab.31ab.

vv. 6-11. Il parallelismo (vv. 6b.7a) tra la tracotanza (hybris) e la superbia (hyperēphania) avvia al senso: un buon governatore deve evitarle entrambe, nei rapporti col prossimo e in generale, perché sono ingiuste, segno di un comportamento sgradito a Dio e agli uomini. Quasi come conferma giunge l'affermazione del mutare degli imperi, sotto la spinta di ingiustizie, ambizioni (hybreis) e cupidige: l'amore al denaro fa vendere anche l'anima (v. 8; cfr. Dn 11,10-19). Dopo il giudizio morale un'annotazione antropologica: ma quale superbia si può permettere chi è fatto di terra e cenere (cfr. 17,32; 40,3; Gn 18,27) e già da vivo vomita persino gli intestini (v. 9)? Il pensiero va ad avvenimenti storici noti a Ben Sira: le lotte per la supremazia in Palestina e in particolare la battaglia di Panion nel 199 a.C., che decretò il passaggio dai Tolomei ai Seleucidi di Siria con la vittoria di Antioco III sull'esercito egiziano. Non è escluso che Ben Sira alluda alla morte orribile di Tolomeo IV Filopatore nel 203 a.C.: oggi re, domani è già finito, senza che il medico possa farci nulla (cfr. v. 10). Segue la riflessione sulla condizione mortale dell'uomo. Ben Sira amplifica quanto ha detto in 7,17b: eredità dei mortali sono serpenti, belve e vermi (v. 11). In questo modo, con discrezione e forza, prende posizione contro le pretese divine dei re pagani.

vv. 12-18. Il brano non contiene precetti, ma un piccolo saggio sull'origine della superbia (hyperēphania: vv. 12.13.18; cfr. v. 7). Essa nasce dal peccato, dall'allontamento da Dio creatore e diffonde cose abominevoli. La risposta di Dio non si fa attendere. Le sue piaghe sono incredibili («incredibili»: v. 13c; cfr. Gn 12,17; Es 11,1; Sal 38,12) e capovolgono le situazioni umane: il Signore toglie il trono ai principi e lo dà ai miti (cfr. v. 14), a vantaggio degli umili sradica le nazioni (cfr. v. 15) e ne sconvolge geografia e fondamenta (cfr. v. 16), cancella il ricordo di certi uomini (cfr. v. 17). Nella conclusione Ben Sira estende a tutti gli uomini quanto aveva criticato nei re e nei governanti: superbia ed arroganza non sono fatte per l'uomo (v. 18; cfr. Gn 3,4-6; 11,1-9; Ez 28,1-19; Dn 4,27-30.37; Gb 22,29; Pr 16,18; Mt 23,12; Gc 4,6; 1Pt 5,5). Il brano radica gli insegnamenti sapienziali nella tradizione dell'esodo: l'agire dell'uomo si intreccia con la signoria di Dio su tutti i popoli.

vv. 19-25. L'affermazione chiave del brano è nel v. 19: gli esseri umani meritano onore soltanto quando temono Dio; al contrario sono senza onore quando trasgrediscono i comandamenti. Il parallelismo antitetico dà risalto alla concezione religiosa della dignità umana: l'onore e il disonore non dipendono dalla nascita o dalla ricchezza, bensì dal timore di Dio che si manifesta nell'osservanza della legge. Se un capo è onorato dal suo gruppo, agli occhi di Dio tale onore va a chi lo teme (cfr. v. 20).Sullo sfondo la storia di Giuseppe, che teme Dio, e dei suoi fratelli (cfr. Gn 42,1-47,12). Il GrII aggiunge che il timore di Dio costituisce l'inizio della sua accoglienza: Dio non ha altri motivi. Invece Dio respinge i duri di cuore e gli arroganti. Ben Sira capovolge la scala sociale in nome del timore di Dio. Da un lato afferma che anche per proseliti, stranieri e poveri il timore di Dio costituisce il vero vanto (cfr. v. 22) e che un povero assennato merita l'onore (cfr. vv. 19.23), che non va al peccatore (cfr. v. 23); dall'altro lato la gloria del nobile, del giudice e del potente non uguaglia la grandezza di chi teme Dio (cfr. v. 24). Il ribaltamento sociale è fatto: un uomo intelligente non mormora se un servo sapiente, timorato di Dio, viene servito da uomini liberi (cfr. v. 25). Diversi i motivi di tale ribaltamento in Paolo (Gal 3,28; Col 3,11; Fm 16).

vv. 26-31. Tornano le esortazioni: non fare sfoggio di virtù nel tuo lavoro e non vantare il tuo passato glorioso nel momento della necessità (cfr. v. 26); lavorare e abbondare di tutto val più che vantarsi e mancare di pane (cfr. v. 27; Pr 12,9); verso se stessi bisogna nutrire la stima dettata dalla regola del giusto mezzo, escludendo immodestia (cfr. v. 28) e autolesionismo (cfr. v. 29). Il c. si chiude con un confronto tra scienza e ricchezza, che danno gloria rispettivamente al povero e al ricco (cfr. v. 30): questi deve temere la povertà, quegli sarà ancor più onorato nella ricchezza (cfr. v. 31).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Come comportarsi con le donne 1Non essere geloso della donna che riposa sul tuo seno, per non darle a tuo danno un cattivo insegnamento. 2Non darti interamente a una donna, sì che essa s'imponga sulla tua forza. 3Non dare appuntamento a una donna licenziosa, perché tu non abbia a cadere nei suoi lacci. 4Non frequentare una cantante, per non essere preso dalle sue seduzioni. 5Non fissare il tuo sguardo su una vergine, per non essere coinvolto nella sua punizione. 6Non perderti dietro alle prostitute, per non dissipare il tuo patrimonio. 7Non curiosare nelle vie della città, non aggirarti nei suoi luoghi solitari. 8Distogli l'occhio da una donna avvenente, non fissare una bellezza che non ti appartiene. Per la bellezza di una donna molti si sono rovinati, l'amore per lei brucia come un fuoco. 9Non sederti accanto a una donna sposata, e con lei non frequentare banchetti bevendo vino, perché il tuo cuore non corra dietro a lei e per la passione tu non vada in rovina.

Come comportarsi con gli amici, con i vicini e con chi detiene il potere 10Non abbandonare un vecchio amico, perché quello nuovo non è uguale a lui. Vino nuovo, amico nuovo: quando sarà invecchiato, lo berrai con piacere. 11Non invidiare il successo di un peccatore, perché non sai quale sarà la sua fine. 12Non compiacerti del benessere degli empi, ricòrdati che non rimarranno impuniti fino alla morte. 13Stai lontano dall'uomo che ha il potere di uccidere e non sperimenterai il timore della morte. Se l'avvicini, stai attento a non sbagliare, perché egli non ti tolga la vita; ⌈sappi che cammini in mezzo ai lacci e ti muovi sui bastioni della città.⌉ 14Per quanto puoi, mantieni buoni rapporti con i vicini, ma consìgliati solo con i saggi. 15Conversa con uomini assennati e ogni tuo colloquio sia sulle leggi dell'Altissimo. 16Tuoi commensali siano gli uomini giusti, il tuo vanto sia nel timore del Signore. 17Per la mano degli artigiani l'opera merita lode, ma il capo del popolo è saggio per il parlare⊥. 18Un uomo chiacchierone è temuto nella sua città, chi non sa controllare le parole è detestato.

_________________ Note

9,1-9 La donna è vista soprattutto come un pericolo, come una seduzione. Pur nei molti limiti della sua visione, propria di una società patriarcale, l’autore rivela un profondo senso morale e saggezza.

9,12 non rimarranno impuniti: è la dottrina tradizionale di una retribuzione terrena.

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Approfondimenti

Il c. 18 continua l'analisi delle relazioni a rischio: la prima serie di massime riguarda i rapporti con le donne (v. 1-9), la seconda quelli con varie persone della vita cittadina (vv. 10-18).

vv. 1-9. Spaziando dalla donna amata («del tuo seno»: kolpos, v. 1) alla donna sposata (v. 9), Ben Sira passa in rassegna le relazioni con la donna in generale (v. 2), la cortigiana (v. 3), la cantante (v. 4), la giovane vergine (v. 5), le prostitute (v. 6) e la donna di bell'aspetto (v. 8). Il tema delle donne sarà ripreso in 25,13-26. Dopo gli inviti alla considerazione per la moglie (cfr. 7,19.26), si mette in guardia da una gelosia dannosa, che rischia di insegnare il male temuto (v. 1) e, comunque, di accorciare i giorni (cfr. 30,24; 37,11a). Alla luce di Nm 5,11-31, sembra che Ben Sira voglia prevenire lo “spirito di gelosia” e le sue conseguenze. Si raccomanda di «non dare l'anima» (vv. 2.6) alla donna e alle prostitute, per non perdere la forza e il patrimonio (cfr. il caso di Salomone in 47,19). L'orientamento maschilista è mitigato dall'intento pratico di mettere in guardia dalla discutibile virtù delle donne in esame. Per indicare “lo sguardo fisso” su una vergine o su una bellezza estranea si usa un verbo raro (katamanthanein: vv. 5.8), che nella Bibbia greca significa vedere, esaminare con precisione, provare il retto comportamento. Nel nostro caso, è un vedere riprovato per i suoi scopi. Altrove indica piuttosto l'imparare con l'osservazione (cfr. 38,28: ebr. lmd; Mt 6,28). Ben Sira continua le raccomandazioni, invitando a non «curiosare nelle vie della città» e per i suoi luoghi solitari. Affiorano i sospetti verso l'insidiosa vita cittadina e verso il commercio sessuale (v. 7; cfr. 7,7-12). Non manca l'enunciazione di un principio generale sul potenziale negativo della bellezza (cfr. 9,8cd), che ricorda quanto affermato poco prima a proposito dell'oro (cfr. 8,2cd).

vv. 10-18. Nuova massima sugli amici: conservare i vecchi e lasciar maturare i nuovi come si fa col vino (v. 10; cfr. 6,5-17; 7,18; 37,1-6; ma anche Lc 5,39). Un uomo pio che guarda alla fine non si lascia turbare da peccatori ed empi (vv. 11-12; cfr. 21,1-4.8-10; 40,10.12-16). Il massimo della circospezione è consigliato di fronte agli intrighi di «chi ha il potere di uccidere» (v. 13). Si intravede il diritto di vita o di morte dei re tolemaici e seleucidi verso i sudditi, diritto rivendicato anche dai comandanti militari e dai governatori delle province. Ben Sira ha in mente i pericoli mortali («il timore della morte»: v. 13b), che si corrono negli intrighi di corte (cfr. 2Mac 4,43-50). Bisogna evitare i «lacci» (stesso termine nei vv. 3b.13e), i delatori e le spie, sforzandosi di camminare come sui muri della città, sempre attenti alle frecce (v. 13f). Le situazioni difficili della vita creano l'esigenza di saggi consiglieri: Ben Sira invita a sceglierli tra i giusti (vv. 14-15). Condividere la loro conversazione e la loro mensa porta a sperimentare che il timore del Signore vince il timore della morte (vv. 13b.16b) e costituisce, perciò, il vero vanto. Tutto il brano ribadisce la convinzione che sapienza e legge coincidono (v. 15). L'espressione «per mano di esperti» (v. 17a; cfr. «nelle mani del Signore» in 10,4a.5a) introduce la lode non solo del lavoro manuale ben fatto, ma anche del capo del popolo saggio nel parlare (v. 17); al contrario la città teme e ha in odio l'uomo linguacciuto (v. 18; cfr. 8,3).

Il c. 9 si collega al precedente: la raccomandazione a «non disdegnare i discorsi dei saggi» (8, 8a) sfocia nell'sortazione a che «ogni tuo colloquio sia sulle leggi dell'Altissimo» (9,15b). L'assenza di riferimenti religiosi nel c. 8 è solo apparente: tutto il tessuto umano e sapienziale riporta le situazioni della vita al timore del Signore (cfr. 9,16b). Assistiamo all'incontro tra la charis (8,19) e il kauchēma (9,16), la felicità ed il vanto del vivere con fede in un periodo difficile, pieno di insidie morali e politiche. Il cuore dell'uomo saggio, oculato e pio non si lascia sedurre dall'oro (cfr. 8,2c) né dalla donna bella (cfr. 9,8c), non si lascia turbare dal successo degli empi (cfr. 9,12) né dal potere che uccide (cfr. 9,13). Sapienza quotidiana e identità religiosa si cercano in continuazione: ogni “parlare” di Ben Sira finisce sulla legge dell'Altissimo, orale e scritta, la sola capace di illuminare le questioni psicologiche e morali, culturali e politiche della vita personale e comunitaria.

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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