📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione sulla sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM (4 dicembre 1963)

CAPITOLO I – PRINCIPI GENERALI PER LA RIFORMA E LA PROMOZIONE DELLA SACRA LITURGIA

IV – La vita liturgica nella diocesi e nella parrocchia

41 Il vescovo deve essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge: da lui deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo. Perciò tutti devono dare la più grande importanza alla vita liturgica della diocesi che si svolge intorno al vescovo, principalmente nella chiesa cattedrale, convinti che c'è una speciale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare cui presiede il vescovo circondato dai suoi sacerdoti e ministri [Cf. S. IGNAZIO D’ANTIOCHIA, Ad Magn. 7; Ad Phil. 4; Ad Smyrn. 8: ed F. X. FUNK, cit., (nota 9), I, pp. 236, 266, 281].

Vita liturgica parrocchiale 42 Poiché nella sua Chiesa il vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l'intero suo gregge, deve costituire necessariamente dei gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra. Per questo motivo la vita liturgica della parrocchia e il suo legame con il vescovo devono essere coltivati nell'animo e nell'azione dei fedeli e del clero; e bisogna fare in modo che il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della messa domenicale.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Irrinunciabile, nell'educazione alla preghiera e in particolare nella promozione della vita liturgica, è il compito dei Pastori. Esso implica un dovere di discernimento e di guida. Ciò non va percepito come un principio di irrigidimento, in contrasto con il bisogno dell'animo cristiano di abbandonarsi all'azione dello Spirito di Dio, che intercede in noi e “per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8, 26). Attraverso la guida dei Pastori si realizza piuttosto un principio di “garanzia”, previsto dal disegno di Dio sulla Chiesa ed esso stesso governato dall'assistenza dello Spirito Santo. Il rinnovamento liturgico realizzato in questi decenni ha dimostrato come sia possibile coniugare una normativa che assicuri alla Liturgia la sua identità e il suo decoro, con spazi di creatività e di adattamento, che la rendano vicina alle esigenze espressive delle varie regioni, situazioni e culture. Non rispettando la normativa liturgica, si giunge talvolta ad abusi anche gravi, che mettono in ombra la verità del mistero e creano sconcerto e tensioni nel Popolo di Dio [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Ecclesia de Eucaristia (17 aprile 2003), 52: AAS 95 (2003), 468; Lett. ap. Vicesimus quintus (4 dicembre 1988), 13: AAS 81 (1989), 910-911]. Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l'autentico spirito del Concilio e vanno corretti dai Pastori con un atteggiamento di prudente fermezza. (SPIRITUS ET SPONSA, Lettera Apostolica di papa GIOVANNI PAOLO II del 4 dicembre 2003, nel 40° anniversario della Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Liturgia, 15). =●=●=●=

Il presbitero vive la sua tipica partecipazione alla celebrazione in forza del dono ricevuto nel sacramento dell’Ordine: tale tipicità si esprime proprio nella presidenza. Come tutti gli uffici che è chiamato a svolgere, non si tratta primariamente di un compito assegnato dalla comunità, quanto, piuttosto, della conseguenza dell’effusione dello Spirito Santo ricevuta nell’ordinazione che lo abilita a tale compito. Anche il presbitero viene formato dal suo presiedere l’assemblea che celebra.

Perché questo servizio venga fatto bene – con arte, appunto – è di fondamentale importanza che il presbitero abbia anzitutto una viva coscienza di essere, per misericordia, una particolare presenza del Risorto. Il ministro ordinato è egli stesso una delle modalità di presenza del Signore che rendono l’assemblea cristiana unica, diversa da ogni altra (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 7). Questo fatto dà spessore “sacramentale” – in senso ampio – a tutti i gesti e le parole di chi presiede. L’assemblea ha diritto di poter sentire in quei gesti e in quelle parole il desiderio che il Signore ha, oggi come nell’ultima Cena, di continuare a mangiare la Pasqua con noi. Il Risorto è, dunque, il protagonista, non lo sono di sicuro le nostre immaturità che cercano, assumendo un ruolo e un atteggiamento, una presentabilità che non possono avere. Il presbitero stesso è sopraffatto da questo desiderio di comunione che il Signore ha verso ciascuno: è come se fosse posto in mezzo tra il cuore ardente d’amore di Gesù e il cuore di ogni fedele, l’oggetto del suo amore. Presiedere l’Eucaristia è stare immersi nella fornace dell’amore di Dio. Quando ci viene dato di comprendere, o anche solo di intuire, questa realtà, non abbiamo di certo più bisogno di un direttorio che ci imponga un comportamento adeguato. Se di questo abbiamo bisogno è per la durezza del nostro cuore. La norma più alta, e, quindi, più impegnativa, è la realtà stessa della celebrazione eucaristica che seleziona parole, gesti, sentimenti, facendoci comprendere se sono o meno adeguati al compito che devono svolgere. È evidente che anche questo non si improvvisa: è un’arte, chiede al presbitero applicazione, vale a dire una frequentazione assidua del fuoco di amore che il Signore è venuto a portare sulla terra (cfr. Lc 12,49).

(DESIDERIO DESIDERAVI, Lettera Apostolica di papa FRANCESCO del 29 giugno 2022, 56-57).


🔝C A L E N D A R I OHomepage

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione sulla sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM (4 dicembre 1963)

CAPITOLO I – PRINCIPI GENERALI PER LA RIFORMA E LA PROMOZIONE DELLA SACRA LITURGIA

D) Norme per un adattamento all'indole e alle tradizioni dei vari Popoli

37 La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella liturgia, una rigida uniformità; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti di animo delle varie razze e dei vari popoli. Tutto ciò poi che nel costume dei popoli non è indissolubilmente legato a superstizioni o ad errori, essa lo considera con benevolenza e, se possibile, lo conserva inalterato, e a volte lo ammette perfino nella liturgia, purché possa armonizzarsi con il vero e autentico spirito liturgico.

38 Salva la sostanziale unità del rito romano, anche nella revisione dei libri liturgici si lasci posto alle legittime diversità e ai legittimi adattamenti ai vari gruppi etnici, regioni, popoli, soprattutto nelle missioni; e sarà bene tener opportunamente presente questo principio nella struttura dei riti e nell'ordinamento delle rubriche.

39 Entro i limiti stabiliti nelle edizioni tipiche dei libri liturgici, spetterà alla competente autorità ecclesiastica territoriale, di cui all'art. 22-2, determinare gli adattamenti, specialmente riguardo all'amministrazione dei sacramenti, ai sacramentali, alle processioni, alla lingua liturgica, alla musica sacra e alle arti, sempre però secondo le norme fondamentali contenute nella presente costituzione.

Progressivo adattamento liturgico 40 Dato però che in alcuni luoghi e particolari circostanze si rende urgente un più profondo adattamento della liturgia, che per conseguenza è più difficile:

  1. Dalla competente autorità ecclesiastica territoriale, di cui all'art. 22-2, venga preso in esame, con attenzione e prudenza, ciò che dalle tradizioni e dall'indole dei vari popoli può opportunamente essere ammesso nel culto divino. Gli adattamenti ritenuti utili o necessari vengano proposti alla Sede apostolica, per essere introdotti col suo consenso.
  2. Affinché poi l'adattamento sia fatto con la necessaria cautela, la Sede apostolica darà facoltà, se è il caso, alla medesima autorità ecclesiastica territoriale di permettere e dirigere, presso alcuni gruppi a ciò preparati e per un tempo determinato, i necessari esperimenti preliminari.
  3. Poiché in materia di adattamento, di solito le leggi liturgiche comportano difficoltà particolari soprattutto nelle missioni, nel formularle si ricorra a persone competenti in materia.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Riscoprire ogni giorno la bellezza della verità della celebrazione cristiana La Liturgia è il sacerdozio di Cristo a noi rivelato e donato nella sua Pasqua, reso oggi presente e attivo attraverso segni sensibili (acqua, olio, pane, vino, gesti, parole) perché lo Spirito, immergendoci nel mistero pasquale, trasformi tutta la nostra vita conformandoci sempre più a Cristo (cfr. SC 7).

La continua riscoperta della bellezza della Liturgia non è la ricerca di un estetismo rituale che si compiace solo nella cura della formalità esteriore di un rito o si appaga di una scrupolosa osservanza rubricale. Ovviamente questa affermazione non vuole in nessun modo approvare l’atteggiamento opposto che confonde la semplicità con una sciatta banalità, l’essenzialità con una ignorante superficialità, la concretezza dell’agire rituale con un esasperato funzionalismo pratico.

Intendiamoci: ogni aspetto del celebrare va curato (spazio, tempo, gesti, parole, oggetti, vesti, canto, musica, …) e ogni rubrica deve essere osservata: basterebbe questa attenzione per evitare di derubare l’assemblea di ciò che le è dovuto, vale a dire il mistero pasquale celebrato nella modalità rituale che la Chiesa stabilisce. Ma anche se la qualità e la norma dell’azione celebrativa fossero garantite, ciò non sarebbe sufficiente per rendere piena la nostra partecipazione.

Lo stupore per il mistero pasquale: parte essenziale dell’atto liturgico Se venisse a mancare lo stupore per il mistero pasquale che si rende presente nella concretezza dei segni sacramentali, potremmo davvero rischiare di essere impermeabili all’oceano di grazia che inonda ogni celebrazione. Non sono sufficienti i pur lodevoli sforzi a favore di una migliore qualità della celebrazione e nemmeno un richiamo all’interiorità: anche quest’ultima corre il rischio di ridursi ad una vuota soggettività se non accoglie la rivelazione del mistero cristiano. L’incontro con Dio non è frutto di una individuale ricerca interiore di Lui ma è un evento donato: possiamo incontrare Dio per il fatto nuovo dell’incarnazione che nell’ultima Cena arriva fino all’estremo di desiderare di essere mangiato da noi. Come ci può accadere la sventura di sottrarci al fascino della bellezza di questo dono?

Dicendo stupore per il mistero pasquale non intendo in nessun modo ciò che a volte mi pare si voglia esprimere con la fumosa espressione “senso del mistero”: a volte tra i presunti capi di imputazione contro la riforma liturgica vi è anche quello di averlo – si dice – eliminato dalla celebrazione. Lo stupore di cui parlo non è una sorta di smarrimento di fronte ad una realtà oscura o ad un rito enigmatico, ma è, al contrario, la meraviglia per il fatto che il piano salvifico di Dio ci è stato rivelato nella Pasqua di Gesù (cfr. Ef 1,3-14) la cui efficacia continua a raggiungerci nella celebrazione dei “misteri”, ovvero dei sacramenti. Resta pur vero che la pienezza della rivelazione ha, rispetto alla nostra finitezza umana, una eccedenza che ci trascende e che avrà il suo compimento alla fine dei tempi quando il Signore tornerà. Se lo stupore è vero non vi è alcun rischio che non si percepisca, pur nella vicinanza che l’incarnazione ha voluto, l’alterità della presenza di Dio. Se la riforma avesse eliminato quel “senso del mistero” più che un capo di accusa sarebbe una nota di merito. La bellezza, come la verità, genera sempre stupore e quando sono riferite al mistero di Dio, porta all’adorazione.

Lo stupore è parte essenziale dell’atto liturgico perché è l’atteggiamento di chi sa di trovarsi di fronte alla peculiarità dei gesti simbolici; è la meraviglia di chi sperimenta la forza del simbolo, che non consiste nel rimandare ad un concetto astratto ma nel contenere ed esprimere nella sua concretezza ciò che significa.

(DESIDERIO DESIDERAVI, Lettera Apostolica di papa FRANCESCO del 29 giugno 2022, 21-26).


🔝C A L E N D A R I OHomepage

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione sulla sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM (4 dicembre 1963)

CAPITOLO I – PRINCIPI GENERALI PER LA RIFORMA E LA PROMOZIONE DELLA SACRA LITURGIA

C) Norme derivanti dalla natura didattica e pastorale della liturgia

33 Benché la sacra liturgia sia principalmente culto della maestà divina, tuttavia presenta anche un grande valore pedagogico per il popolo credente [Cf. CONCILIO DI TRENTO, Sess. XXII, 17 sett. 1562, Dottr. De ss. Missae sacrif., c. 8, ed. cit. (nota 19), t. VIII, p. 961 [Dz 1749; Collantes 9.181]. Nella liturgia, infatti, Dio parla al suo popolo e Cristo annunzia ancora il suo Vangelo; il popolo a sua volta risponde a Dio con il canto e con la preghiera. Anzi, le preghiere rivolte a Dio dal sacerdote che presiede l'assemblea nel ruolo di Cristo, vengono dette a nome di tutto il popolo santo e di tutti gli astanti. Infine, i segni visibili di cui la sacra liturgia si serve per significare le realtà invisibili, sono stati scelti da Cristo o dalla Chiesa. Perciò non solo quando si legge «ciò che fu scritto a nostra istruzione» (Rm 15,4) ma anche quando la Chiesa prega o canta o agisce, la fede dei partecipanti è alimentata, le menti sono elevate verso Dio per rendergli un ossequio ragionevole e ricevere con più abbondanza la sua grazia. Pertanto, nell'attuazione della riforma, si tenga conto delle seguenti norme generali.

Semplicità e decoro dei riti 34 I riti splendano per nobile semplicità; siano trasparenti per il fatto della loro brevità e senza inutili ripetizioni; siano adattati alla capacità di comprensione dei fedeli né abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni.

Bibbia, predicazione e catechesi liturgica 35 Affinché risulti evidente che nella liturgia rito e parola sono intimamente connessi:

  1. Nelle sacre celebrazioni si restaurerà una lettura della sacra Scrittura più abbondante, più varia e meglio scelta.
  2. Il momento più adatto per la predicazione, che fa parte dell'azione liturgica, nella misura in cui il rito lo permette, sia indicato anche nelle rubriche e il ministero della parola sia adempiuto con fedeltà e nel debito modo. La predicazione poi attinga anzitutto alle fonti della sacra Scrittura e della liturgia, poiché essa è l'annunzio delle mirabili opere di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo, mistero che è in mezzo a noi sempre presente e operante, soprattutto nelle celebrazioni liturgiche.
  3. Si cerchi anche di inculcare in tutti i modi una catechesi più direttamente liturgica; negli stessi riti siano previste, quando necessario, brevi didascalie composte con formule prestabilite o con parole equivalenti e destinate a essere recitate dal sacerdote o dal ministro competente nei momenti più opportuni.
  4. Si promuova la celebrazione della parola di Dio, alla vigilia delle feste più solenni, in alcune ferie dell'avvento e della quaresima, nelle domeniche e nelle feste, soprattutto nei luoghi dove manca il sacerdote; nel qual caso diriga la celebrazione un diacono o altra persona delegata dal vescovo.

Latino e lingue nazionali nella liturgia 36 1. L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. 2. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi nei capitoli seguenti. 3. In base a queste norme, spetta alla competente autorità ecclesiastica territoriale, di cui all'art. 22-2 (consultati anche, se è il caso, i vescovi delle regioni limitrofe della stessa lingua) decidere circa l'ammissione e l'estensione della lingua nazionale. Tali decisioni devono essere approvate ossia confermate dalla Sede apostolica. 4. La traduzione del testo latino in lingua nazionale da usarsi nella liturgia deve essere approvata dalla competente autorità ecclesiastica territoriale di cui sopra.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Se la riforma della liturgia voluta dal Concilio Vaticano II può considerarsi ormai posta in atto, la pastorale liturgica, invece, costituisce un impegno permanente per attingere sempre più abbondantemente dalla ricchezza della liturgia quella forza vitale che dal Cristo si diffonde alle membra del suo corpo che è la Chiesa.

Poiché la liturgia è l'esercizio del sacerdozio di Cristo, è necessario mantenere costantemente viva l'affermazione del discepolo davanti alla presenza misteriosa di Cristo: «È il Signore!» (Gv 21,7). Niente di tutto ciò che facciamo noi nella liturgia può apparire come più importante di quello che invisibilmente, ma realmente fa il Cristo per l'opera del suo Spirito. La fede viva per la carità, l'adorazione, la lode al Padre e il silenzio di contemplazione, saranno sempre i primi obiettivi da raggiungere per una pastorale liturgica e sacramentale.

Poiché la liturgia è tutta permeata dalla Parola di Dio, bisogna che qualsiasi altra parola sia in armonia con essa, in primo luogo l'omelia, ma anche i canti e le monizioni; che nessun'altra lettura venga a sostituire la parola biblica, e che le parole degli uomini siano al servizio della Parola di Dio, senza oscurarla.

Dato poi che le azioni liturgiche non sono azioni private, ma «celebrazioni della Chiesa quale sacramento di unità» (SC 26), la loro disciplina dipende unicamente dall'autorità gerarchica della Chiesa (cfr. SC 22 e 26). La liturgia appartiene all'intero corpo della Chiesa (cfr. DV 26). È per questo che non è permesso ad alcuno, neppure al sacerdote, né ad un gruppo qualsiasi di aggiungervi, togliervi o cambiare alcunché di proprio arbitrio (cfr. DV 22). La fedeltà ai riti e ai testi autentici della liturgia è una esigenza della «lex orandi», che deve esser sempre conforme alla «lex credendi».

La mancanza di fedeltà su questo punto può anche toccare la validità stessa dei sacramenti.

Essendo celebrazione della Chiesa, la liturgia richiede la partecipazione attiva, consapevole e piena da parte di tutti, secondo la diversità degli ordini e delle funzioni (cfr. DV 26): tutti, i ministri e gli altri fedeli, compiendo la loro funzione, fanno ciò che loro spetta e soltanto ciò che loro spetta (cfr. DV 28). È per questo che la Chiesa dà la preferenza alla celebrazione comunitaria, quando lo comporta la natura dei riti (cfr. DV 27); essa incoraggia la formazione di ministri, lettori, cantori e commentatori, che compiano un vero ministero liturgico (cfr. DV 29), ha ripristinato la concelebrazione (cfr. DV 57; Sacrae Congr. Rituum Decr. generale «Ecclesiae Semper», die 7 mar. 1965: AAS 57 [1965] 410-412), raccomanda la celebrazione comune dell'Ufficio divino (cfr. SC 99).

Poiché la liturgia è la grande scuola di preghiera della Chiesa, si è ritenuta cosa buona introdurre e sviluppare l'uso della lingua viva – senza eliminare l'uso della lingua latina, conservata dal Concilio, per i riti latini (cfr. SC 36) – perché ognuno possa intendere e proclamare nella propria lingua materna le meraviglie di Dio (cfr. At 2,11); come anche aumentare il numero dei prefazi e delle preghiere eucaristiche, che arricchiscono il tesoro della preghiera e l'intelligenza dei misteri di Cristo.

Poiché la liturgia ha un grande valore pastorale, i libri liturgici hanno previsto un margine d'adattamento all'assemblea ed alle persone, ed una possibilità d'apertura al genio ed alla cultura dei diversi popoli (cfr. SC 37-40). La revisione dei riti ha cercato una nobile semplicità (cfr. SC 34) e dei segni facilmente comprensibili, ma la semplicità auspicata non deve degenerare nell'impoverimento dei segni, al contrario: i segni, soprattutto quelli sacramentali, devono possedere la più grande espressività. Il pane e il vino, l'acqua e l'olio, e anche l'incenso, le ceneri, il fuoco e i fiori, e quasi tutti gli elementi della creazione hanno il loro posto nella liturgia come offerta al Creatore e contributo alla dignità e alla bellezza della celebrazione.

(VICESIMUS QUINTUS ANNUS, Lettera Apostolica di papa GIOVANNI PAOLO II del 4 dicembre 1988, nel 25° anniversario della Costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium” sulla sacra Liturgia, 10).


🔝C A L E N D A R I OHomepage

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione sulla sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM (4 dicembre 1963)

CAPITOLO I – PRINCIPI GENERALI PER LA RIFORMA E LA PROMOZIONE DELLA SACRA LITURGIA

B) Norme derivanti dalla natura gerarchica e comunitaria della liturgia

L'ordinamento liturgico compete alla gerarchia 26 Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è «sacramento dell'unità», cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi [S. CIPRIANO, De cath. eccl. unitate, 7: ed. G. HARTEL, in CSEL, t. III, I, Vindobonae 1868, pp. 215-216. Cf. Ep. 66, n. 8, 3; ed. cit. t. III, 2, Vindobonae 1871, pp. 732-733]. Perciò tali azioni appartengono all'intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e della partecipazione effettiva.

Preferire la celebrazione comunitaria 27 Ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria caratterizzata dalla presenza e dalla partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata. Ciò vale soprattutto per la celebrazione della messa benché qualsiasi messa abbia sempre un carattere pubblico e sociale e per l'amministrazione dei sacramenti.

Dignità della celebrazione liturgica 28 Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza.

Educazione allo spirito liturgico 29 Anche i ministranti, i lettori, i commentatori e i membri della «schola cantorum» svolgono un vero ministero liturgico. Essi perciò esercitino il proprio ufficio con quella sincera pietà e con quel buon ordine che conviene a un così grande ministero e che il popolo di Dio esige giustamente da essi. Bisogna dunque che tali persone siano educate con cura, ognuna secondo la propria condizione, allo spirito liturgico, e siano formate a svolgere la propria parte secondo le norme stabilite e con ordine.

Partecipazione attiva dei fedeli 30 Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l'atteggiamento del corpo. Si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio.

31 Nella revisione dei libri liturgici si abbia cura che le rubriche tengano conto anche delle parti dei fedeli.

Liturgia e condizioni sociali 32 Nella liturgia, tranne la distinzione che deriva dall'ufficio liturgico e dall'ordine sacro, e tranne gli onori dovuti alle autorità civili a norma delle leggi liturgiche, non si faccia alcuna preferenza di persone private o di condizioni sociali, sia nelle cerimonie sia nelle solennità esteriori.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

I Padri conciliari non si limitarono ad enunciare i “princìpi fondamentali” della liturgia, ma per l’inscindibile rapporto tra il principio teorico e lo svolgimento rituale, furono spinti a trattare anche dall’azione liturgica nella sua concretezza, perché nel rito lo Spirito e la Chiesa sposa agiscono congiuntamente attraverso i segni sensibili.

Nessun problema liturgico fu dimenticato. Tutti gli aspetti della liturgia vennero affrontati con coraggio e lungimiranza e di ognuno venne indicata la soluzione, nella genuina tradizione ecclesiale e sui fondamenti biblico-patristici, per venire incontro alle nuove esigenze dell’azione pastorale e allo scopo di favorire la formazione del popolo di Dio e la sua partecipazione pia, attiva, consapevole e comunitaria alla liturgia.

S.E. Mons. Piero Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, 2004. =●=●=●=

«Il Concilio ha voluto vedere nella liturgia, un'epifania della Chiesa: essa è la Chiesa in preghiera. Celebrando il culto divino, la Chiesa esprime ciò che è: una, santa, cattolica e apostolica.

Essa si manifesta una, secondo quell'unità che le viene dalla Trinità (cfr. «Missale Romanum», Proefatio VIII de Dominicis «per annum»), soprattutto quando il Popolo santo di Dio partecipa «alla medesima Eucaristia, in una sola preghiera, presso l'unico altare, dove presiede il Vescovo circondato dal suo presbiterio e dai suoi ministri» («Sacrosanctum Concilium», 41). Nulla venga a spezzare e neppure ad allentare, nella celebrazione della liturgia, questa unità della Chiesa!

La Chiesa esprime la santità che le viene da Cristo (cfr. Ef 5,26-27), quando, raduna in un solo corpo dallo Spirito Santo (cfr. «Missale Romanum», Prex eucharistica II et IV), che santifica e dà la vita (cfr. «Missale Romanum», Prex eucharistica III; Symbolum Nicaenum Constantinopolitanum), comunica ai fedeli, mediante l'Eucaristia e gli altri sacramenti, ogni grazia ed ogni benedizione del Padre (cfr. «Missale Romanum», Prex eucharistica I).

Nella celebrazione liturgica la Chiesa esprime la sua cattolicità, poiché in essa lo Spirito del Signore raduna gli uomini di tutte le lingue nella professione della medesima fede (cfr. «Missale Romanum», Benedictio sollemnis in Dominica Pentecostes) e dall'Oriente e dall'Occidente essa presenta a Dio Padre l'offerta del Cristo ed offre se stessa insieme con lui (cfr. «Missale Romanum», Prex eucharistica III).

Infine, nella liturgia la Chiesa manifesta di essere apostolica, perché la fede che essa professa è fondata sulla testimonianza degli apostoli, perché nella celebrazione dei misteri, presieduta dal Vescovo, successore degli apostoli, o da un ministro ordinato nella successione apostolica, trasmette fedelmente ciò che ha ricevuto dalla Tradizione apostolica; perché il culto che rende a Dio la impegna nella missione di irradiare il Vangelo nel mondo.

Così è soprattutto nella liturgia che il mistero della Chiesa è annunciato, gustato e vissuto (cfr. «Allocutio ad eos qui interfuerunt Conventui Praesidum et Secretariorum Commissionum Nationalium de liturgia», 1, die 27 oct. 1984: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII, 2 [1984] 1049)».

(SPIRITUS ET SPONSA, Lettera Apostolica di papa GIOVANNI PAOLO II del 4 dicembre 2003, nel 40° anniversario della Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Liturgia, 9).


🔝C A L E N D A R I OHomepage

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione sulla sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM (4 dicembre 1963)

CAPITOLO I – PRINCIPI GENERALI PER LA RIFORMA E LA PROMOZIONE DELLA SACRA LITURGIA

III – La riforma della sacra liturgia

21 Perché il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un'accurata riforma generale della liturgia. Questa infatti consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti alla intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l'ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà che essi significano, siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria. A tale scopo il sacro Concilio ha stabilito le seguenti norme di carattere generale.

A) Norme generali

L'ordinamento liturgico compete alla gerarchia 22 1. Regolare la sacra liturgia compete unicamente all'autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede apostolica e, a norma del diritto, nel vescovo. 2. In base ai poteri concessi dal diritto, regolare la liturgia spetta, entro limiti determinati, anche alle competenti assemblee episcopali territoriali di vario genere legittimamente costituite. 3. Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica.

Sana tradizione e legittimo progresso 23 Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso, la revisione delle singole parti della liturgia deve essere sempre preceduta da un'accurata investigazione teologica, storica e pastorale. Inoltre devono essere prese in considerazione sia le leggi generali della struttura e dello spirito della liturgia, sia l'esperienza derivante dalle più recenti riforme liturgiche e dagli indulti qua e là concessi. Infine non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti. Si evitino anche, per quanto è possibile, notevoli differenze di riti tra regioni confinanti.

Bibbia e liturgia 24 Nella celebrazione liturgica la sacra Scrittura ha una importanza estrema. Da essa infatti si attingono le letture che vengono poi spiegate nell'omelia e i salmi che si cantano; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preghiere, le orazioni e i carmi liturgici; da essa infine prendono significato le azioni e i simboli liturgici. Perciò, per promuovere la riforma, il progresso e l'adattamento della sacra liturgia, è necessario che venga favorito quel gusto saporoso e vivo della sacra Scrittura, che è attestato dalla venerabile tradizione dei riti sia orientali che occidentali.

Revisione dei libri liturgici 25 I libri liturgici siano riveduti quanto prima, servendosi di persone competenti e consultando vescovi di diversi paesi del mondo.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Tratti dall'introduzione al Concilio Vaticano II delle Clarisse di Sant'Agata Feltria

In SC 23 viene espressa l’anima di ogni autentica riforma: un corretto e costante rapporto tra “sana tradizione” e “legittimo progresso”. È il programma che ci consegnano i padri conciliari, un programma orientato al passato, ma proiettato al futuro. È infatti vero che spesso si contrappongono tradizione e progresso, come se la tradizione si riferisse solo ad un passato, possibilmente da dimenticare perché vecchio, e il progresso fosse la vera anima del futuro. In questo modo si crea fra le due realtà una tensione che non conduce alla verità di ogni riforma. Le due realtà infatti si integrano e non possono stare l’una senza l’altra perché ogni sana tradizione porta con sé il progresso come un fiume che scorre porta con sé la sorgente da cui è nato. La parola stessa TRADIZIONE viene dal latino “TRADERE”, cioè CONSEGNARE. Ogni consegna si fonda su un passato, ma ha bisogno del futuro ed è così che la TRADIZIONE diviene quell’energia dinamica capace di trasformare la vita. Dunque, la liturgia voluta dal Concilio è una realtà viva perché accoglie nel tempo e nello spazio della Chiesa, popolo radunato, il Cristo sempre vivente e sempre veniente.

Indubbiamente il rinnovamento liturgico è il frutto più visibile di tutta l’opera conciliare. Le fonti da cui le radici della SC traggono origine sono la Scrittura e la Tradizione dei Padri. È dunque vano ogni tentativo di comprendere e interpretare la SC che non parta da queste due fonti. C’è infatti una intima connessione tra la conoscenza della Scrittura ed una reale possibilità di operare la riforma liturgica. È dalla Scrittura infatti che si attinge ogni nostra volontà di conversione vera e autentica. È la Scrittura che opera ogni “riforma”, così come in principio ha dato la “forma” all’uomo e al mondo: “Dio disse sia la luce: sia la luce”. La liturgia celebra lo stesso Mistero che la Scrittura contiene: vedi SC 24.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione sulla sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM (4 dicembre 1963)

CAPITOLO I – PRINCIPI GENERALI PER LA RIFORMA E LA PROMOZIONE DELLA SACRA LITURGIA

II – Necessità di promuovere l'educazione liturgica e la partecipazione attiva

14 È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato» (1Pt 2,9; cfr 2,4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo. A tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della liturgia. Essa infatti è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano, e perciò i pastori d'anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un'adeguata formazione. Ma poiché non si può sperare di ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d'anime non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia e se non ne diventeranno maestri, è assolutamente necessario dare il primo posto alla formazione liturgica del clero. Pertanto il sacro Concilio ha stabilito quanto segue.

Gli insegnanti di liturgia 15 Coloro che vengono destinati all'insegnamento della sacra liturgia nei seminari, negli studentati religiosi e nelle facoltà teologiche devono ricevere una speciale formazione per tale compito in istituti a ciò destinati.

L'insegnamento della liturgia 16 Nei seminari e negli studentati religiosi la sacra liturgia va computata tra le materie necessarie e più importanti e, nelle facoltà teologiche, tra le materie principali; inoltre va insegnata sia sotto l'aspetto teologico che sotto l'aspetto storico, spirituale, pastorale e giuridico. A loro volta i professori delle altre materie, soprattutto della teologia dogmatica, della sacra Scrittura, della teologia spirituale e pastorale abbiano cura di mettere in rilievo, secondo le intrinseche esigenze di ogni disciplina, il mistero di Cristo e la storia della salvezza, in modo che la loro connessione con la liturgia e l'unità della formazione sacerdotale risulti chiara.

Formazione liturgica dei chierici 17 Nei seminari e nelle case religiose i chierici ricevano una formazione spirituale a sfondo liturgico, mediante una opportuna iniziazione che li metta in grado di penetrare il senso dei sacri riti e di prendervi parte con tutto il loro animo, mediante la celebrazione stessa dei sacri misteri e mediante altre pratiche di pietà imbevute di spirito liturgico. Parimenti imparino ad osservare le leggi liturgiche, di modo che la vita dei seminari e degli istituti religiosi sia profondamente permeata di spirito liturgico.

Aiuto ai sacerdoti 18 I sacerdoti, sia secolari che religiosi, che già lavorano nella vigna del Signore, vengano aiutati con tutti i mezzi opportuni a penetrare sempre più il senso di ciò che compiono nelle sacre funzioni, a vivere la vita liturgica e a condividerla con i fedeli loro affidati.

Formazione liturgica dei fedeli 19 I pastori d'anime curino con zelo e con pazienza la formazione liturgica, come pure la partecipazione attiva dei fedeli, sia interna che esterna, secondo la loro età, condizione, genere di vita e cultura religiosa. Assolveranno così uno dei principali doveri del fedele dispensatore dei misteri di Dio. E in questo campo cerchino di guidare il loro gregge non solo con la parola ma anche con l'esempio.

Liturgia e mezzi audiovisivi 20 Le trasmissioni radiofoniche e televisive di funzioni sacre, specialmente se si tratta della santa messa, siano fatte con discrezione e decoro, sotto la direzione e la garanzia di persona competente, destinata a tale ufficio dai vescovi.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Le disposizioni della Sacrosanctum Concilium sono state attuate con la pubblicazione dei libri liturgici e con opportune indicazioni e veramente si può dire che «i Pastori e il popolo cristiano nello loro grande maggioranza hanno accolto la riforma liturgica in uno spirito di obbedienza e anzi di gioioso fervore. Per questo bisogna rendere grazie a Dio per il passaggio del suo Spirito nella Chiesa, quale è stato il rinnovamento liturgico» (VICESIMUS QUINTUS ANNUS, Lettera Apostolica di papa GIOVANNI PAOLO II del 4 dicembre 1988, nel 25° anniversario della Costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium” sulla sacra Liturgia, 12).

Pertanto «la riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II può considerarsi ormai posta in atto, la pastorale liturgica invece costituisce un impegno permanente per attingere sempre più abbondantemente dalla ricchezza della liturgia quella forza vitale che dal Cristo si diffonde alle membra del suo Corpo che è la Chiesa» (VQA, 10).

La partecipazione attiva Nella prima fase di attuazione della riforma la partecipazione ha assunto necessariamente un aspetto prevalentemente esteriore e didattico, degenerato poi spesso in una sorta di partecipazionismo ad ogni costo e in tutte le forme. Ciò evidentemente può aver impedito e impedire di scoprire e di assimilare i valori e gli atteggiamenti profondi del Mistero. Per un’eccessiva reazione alla condizione di estrema passività in cui erano ridotti i fedeli nella partecipazione alla cosiddetta “Messa tridentina”, in questi ultimi decenni si è forse eccessivamente insistito sulla esteriorizzazione nella liturgia. Si è affermata la necessità di esprimere i sentimenti, di manifestare le emozioni, nel tentativo di conferire alla liturgia un clima per lo più di festa e di gioia. Ma la liturgia cristiana non è la semplice somma delle emozioni di un gruppo, né tanto meno il ricettacolo di sentimenti personali e collettivi. La liturgia è invece tempo e spazio per interiorizzare le parole che in essa si ascoltano e i suoni che si odono, per appropriarsi dei gesti che si compiono, per assimilare i testi che si recitano e si cantano, per lasciarsi penetrare dalle immagini che si osservano e dai profumi che si odorano.

Uno dei principali doveri della pastorale liturgica sarà dunque quello di rispondere al desiderio espresso in molti modi, a volte anche inarticolati, di ritrovare una liturgia che sia tempo meditativo di accoglienza e interiorizzazione della Parola di Dio ascoltata, meditata e pregata. Una liturgia che sia spazio orante nel quale fare autentica esperienza di incontro e riconciliazione con Dio, con se stessi e con la comunità cristiana alla quale si appartiene. Una liturgia che sia luogo in cui ogni credente è progressivamente plasmato dal mistero che celebra e dalla fede che confessa. Solo in questo modo l’assemblea liturgica potrà veramente divenire il grembo materno della Chiesa, così come i santi Padri e la liturgia stessa l’hanno compresa fin dalle sue origini. Quel grembo materno della Chiesa nella quale il cristiano nasce, cresce, è nutrito dalla Parola e dal Pane, per giungere alla statura dell’uomo perfetto.

È pertanto necessario ora che la pastorale liturgica fissi l’attenzione sull’essere nella celebrazione anziché sul semplice “fare” e quindi puntare sulla riscoperta della liturgia quale «forza vitale che dal Cristo si diffonde alle membra del Corpo che è la Chiesa» (VQA, 10) e come esperienza dello Spirito. In sintesi è necessario un salto di qualità per arrivare allo spirito genuino della liturgia.

S.E. Mons. Piero Marini, Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, 2004. =●=●=●=

«Irrinunciabile, nell'educazione alla preghiera e in particolare nella promozione della vita liturgica, è il compito dei Pastori. Esso implica un dovere di discernimento e di guida. Ciò non va percepito come un principio di irrigidimento, in contrasto con il bisogno dell'animo cristiano di abbandonarsi all'azione dello Spirito di Dio, che intercede in noi e «per noi, con gemiti inesprimibili» (Rm 8, 26). Attraverso la guida dei Pastori si realizza piuttosto un principio di “garanzia”, previsto dal disegno di Dio sulla Chiesa ed esso stesso governato dall'assistenza dello Spirito Santo. Il rinnovamento liturgico realizzato in questi decenni ha dimostrato come sia possibile coniugare una normativa che assicuri alla Liturgia la sua identità e il suo decoro, con spazi di creatività e di adattamento, che la rendano vicina alle esigenze espressive delle varie regioni, situazioni e culture. Non rispettando la normativa liturgica, si giunge talvolta ad abusi anche gravi, che mettono in ombra la verità del mistero e creano sconcerto e tensioni nel Popolo di Dio. Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l'autentico spirito del Concilio e vanno corretti dai Pastori con un atteggiamento di prudente fermezza». (SPIRITUS ET SPONSA, Lettera Apostolica di papa GIOVANNI PAOLO II del 4 dicembre 2003, nel 40° anniversario della Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Liturgia, 15).


🔝C A L E N D A R I OHomepage

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione sulla sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM (4 dicembre 1963)

CAPITOLO I – PRINCIPI GENERALI PER LA RIFORMA E LA PROMOZIONE DELLA SACRA LITURGIA

I – Natura della sacra liturgia e sua importanza nella vita della Chiesa

5 Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4), «dopo avere a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti» (Eb 1,1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti [Cf. Is 61,1; Lc 4,18], «medico di carne e di spirito» [S. IGNAZIO D’ANTIOCHIA, Ad Eph. 7, 2; ed. F. X. FUNK, Patres Apostolici I, Tubingae 1901, p. 218], mediatore tra Dio e gli uomini [Cf. 1 Tm 2,5]. Infatti la sua umanità, nell'unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza. Per questo motivo in Cristo «avvenne la nostra perfetta riconciliazione con Dio ormai placato e ci fu data la pienezza del culto divino» [Sacramentarium Veronense (Leonianum), ed. C. Mohlberg, Romae 1956, n. 1265, p. 162]. Quest'opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell'Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore principalmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero col quale «morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha restaurato la vita» [Cf. Messale romano, Prefazio pasquale I]. Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa [Cf. S. AGOSTINO, Enarr. in Ps. 138, 2; Corpus Christianorum, 40, Turnholti 1956, p. 1991, e l’orazione dopo la seconda lettura del Sabato santo, nel Messale romano, prima della riforma della Settimana santa (nel Messale di Paolo VI, Orazione sopra le offerte della Messa Pro Ecclesia, B; ediz. italiana, Per la Chiesa universale, 2)].

La liturgia attua l'opera della salvezza propria della Chiesa

6 Pertanto, come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo. Essi, predicando il Vangelo a tutti gli uomini [Cf. Mc 16,15], non dovevano limitarsi ad annunciare che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana [Cf. At 26,18] e dalla morte e ci ha trasferiti nel regno del Padre, bensì dovevano anche attuare l'opera di salvezza che annunziavano, mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica. Così, mediante il battesimo, gli uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo: con lui morti, sepolti e risuscitati [Cf. Rm 6,4; Ef 2,6; Col 3,1; 2 Tm 2,11], ricevono lo Spirito dei figli adottivi, «che ci fa esclamare: Abba, Padre» (Rm 8,15), e diventano quei veri adoratori che il Padre ricerca [Cf. Gv 4,23]. Allo stesso modo, ogni volta che essi mangiano la cena del Signore, ne proclamano la morte fino a quando egli verrà [Cf. 1 Cor 11,26]. Perciò, proprio nel giorno di Pentecoste, che segnò la manifestazione della Chiesa al mondo, «quelli che accolsero la parola di Pietro furono battezzati» ed erano «assidui all'insegnamento degli apostoli, alla comunione fraterna nella frazione del pane e alla preghiera... lodando insieme Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo» (At 2,41-42,47). Da allora la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo «in tutte le Scritture ciò che lo riguardava» (Lc 24,27), celebrando l'eucaristia, nella quale «vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte» [CONCILIO DI TRENTO, Sess. XIII, 11 ott. 1551, Decr. De Ss. Eucharist., c. 5: CONCILIUM TRIDENTINUM, Diariorum, Actorum, Epistolarum, Tractatuum nova collectio, ed. Soc. Goerresianae, t. VII, Actorum, pars IV, Friburgi Brisgoviae 1961, p. 202 (Dz 1644; Collantes 9.142)] e rendendo grazie «a Dio per il suo dono ineffabile» (2Cor 9,15) nel Cristo Gesù, «a lode della sua gloria» (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo.

Cristo è presente nella liturgia

7 Per realizzare un'opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce [CONCILIO DI TRENTO, Sess. XXII, 17 sett. 1562, Dottr. De ss. Missae sacrif., c. 2: ed. cit., t. VIII, Actorum pars V, Friburgi Brisgoviae 1919, p. 960 (Dz 1743; Collantes 9.175)], offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza [Cf. S. AGOSTINO, In Ioannis Evangelium Tractatus VI, cap. I, n. 7: PL 35, 1428]. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (Mt 18,20).

Effettivamente per il compimento di quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l'invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'eterno Padre. Giustamente perciò la liturgia è considerata come l'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell'uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado.

Liturgia terrena e liturgia celeste 8 Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio [Cf. Ap 21,2; Col 3,1; Eb 8,2] quale ministro del santuario e del vero tabernacolo; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di aver parte con essi; aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, egli che è la nostra vita, e noi saremo manifestati con lui nella gloria [Cf. Fil 3,20; Col 3,4].

La liturgia non esaurisce l'azione della Chiesa 9 La sacra liturgia non esaurisce tutta l'azione della Chiesa. Infatti, prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione: «Come potrebbero invocare colui nel quale non hanno creduto? E come potrebbero credere in colui che non hanno udito? E come lo potrebbero udire senza chi predichi? E come predicherebbero senza essere stati mandati?» (Rm 10,14-15). Per questo motivo la Chiesa annunzia il messaggio della salvezza a coloro che ancora non credono, affinché tutti gli uomini conoscano l'unico vero Dio e il suo inviato, Gesù Cristo, e cambino la loro condotta facendo penitenza [Cf. Gv 17,3; Lc 24,47; At 2,38]. Ai credenti poi essa ha sempre il dovere di predicare la fede e la penitenza; deve inoltre disporli ai sacramenti, insegnar loro ad osservare tutto ciò che Cristo ha comandato [Cf. Mt 28,20], ed incitarli a tutte le opere di carità, di pietà e di apostolato, per manifestare attraverso queste opere che i seguaci di Cristo, pur non essendo di questo mondo, sono tuttavia la luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini.

... ma ne è il culmine e la fonte 10 Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore. A sua volta, la liturgia spinge i fedeli, nutriti dei «sacramenti pasquali», a vivere «in perfetta unione» [Messale romano, orazione dopo la Comunione della Veglia Pasquale e della domenica della Risurrezione (nel Messale di Paolo VI solo nella Veglia)]; prega affinché «esprimano nella vita quanto hanno ricevuto mediante la fede» [Messale romano, colletta del martedì nell’ottava di Pasqua (nel Messale di Paolo VI il giorno prima)]; la rinnovazione poi dell'alleanza di Dio con gli uomini nell'eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa. Dalla liturgia, dunque, e particolarmente dall'eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa.

Necessità delle disposizioni personali 11. Ad ottenere però questa piena efficacia, è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione d'animo, armonizzino la loro mente con le parole che pronunziano e cooperino con la grazia divina per non riceverla invano [Cf. 2 Cor 6,1]. Perciò i pastori di anime devono vigilare attentamente che nell'azione liturgica non solo siano osservate le leggi che rendono possibile una celebrazione valida e lecita, ma che i fedeli vi prendano parte in modo consapevole, attivo e fruttuoso.

Liturgia e preghiera personale 12 La vita spirituale tuttavia non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia. Il cristiano, infatti, benché chiamato alla preghiera in comune, è sempre tenuto a entrare nella propria stanza per pregare il Padre in segreto [Cf. Mt 6,6]; anzi, secondo l'insegnamento dell'Apostolo [Cf. 1 Ts 5,17], è tenuto a pregare incessantemente. L'Apostolo ci insegna anche a portare continuamente nel nostro corpo i patimenti di Gesù morente, affinché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale [Cf. 2 Cor 4,10-11]. Per questo nel sacrificio della messa preghiamo il Signore che, «accettando l'offerta del sacrificio spirituale», faccia «di noi stessi un'offerta eterna» [Messale romano, orazione sulle offerte del lunedì nell’ottava di Pentecoste (nel Messale di Paolo VI, sabato della II e VI settimana di Pasqua)].

Liturgia e pii esercizi 13. I «pii esercizi» del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi e alle norme della Chiesa, sono vivamente raccomandati, soprattutto quando si compiono per mandato della Sede apostolica. Di speciale dignità godono anche quei «sacri esercizi» delle Chiese particolari che vengono compiuti per disposizione dei vescovi, secondo le consuetudini o i libri legittimamente approvati. Bisogna però che tali esercizi siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici e in modo da armonizzarsi con la liturgia; derivino in qualche modo da essa e ad essa introducano il popolo, dal momento che la liturgia è per natura sua di gran lunga superiore ai pii esercizi.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Culmine e fonte: queste due parole sono state sufficienti a trasformare tutto l’universo celebrativo e a far diventare la liturgia una grande educatrice per i credenti al primato della fede e della grazia. È dalla liturgia che dipende la qualità di ogni vita spirituale come ha affermato Paolo VI nell’Angelus del 7 marzo 1965 parlando appunto della riforma liturgica ormai in atto in tutte le parrocchie: «Il bene del popolo esige questa premura da parte della chiesa, sì da rendere possibile la partecipazione attiva dei fedeli al culto pubblico della Chiesa. È un sacrificio che la Chiesa ha compiuto della propria lingua, il latino; lingua sacra, grave e bella, estremamente espressiva ed elegante. Ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l’unità di linguaggio nei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per arrivare a tutti. E questo perché sappiate meglio unirvi alla preghiera della Chiesa, perché sappiate passare da uno stato di semplici spettatori a quello di fedeli partecipanti attivi. Se saprete davvero corrispondere a questa premura della Chiesa, avrete la grande gioia, il merito, la fortuna di un vero rinnovamento spirituale».

Se tutto questo è vero è chiaro allora che la Chiesa si edifica in corpo di Cristo proprio nell’atto del celebrare. La stessa celebrazione è il momento costitutivo e costruttivo della Chiesa: da questo scaturisce che la preghiera, il rito, il sacramento, non sono solo il momento in cui si educa la comunità cristiana, ma il luogo in cui essa si costruisce, così come la nostra vita interiore. Così troviamo scritto in una preghiera sulle offerte del giorno di Pasqua: «Esultanti per la gioia pasquale, ti offriamo Signore questo sacrificio nel quale nasce e si edifica sempre la tua Chiesa».


🔝C A L E N D A R I OHomepage

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione sulla sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM (4 dicembre 1963)

PROEMIO

1 Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all'unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia.

La liturgia nel mistero della Chiesa

2 La liturgia infatti, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell'eucaristia, «si attua l'opera della nostra redenzione» [Messale romano, orazione sopra le offerte della domenica IX dopo Pentecoste; nel Messale di Paolo VI, domenica II del Tempo ordinario], contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa. Questa ha infatti la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina; tutto questo in modo tale, però, che ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati [Cf. Eb 13,14]. In tal modo la liturgia, mentre ogni giorno edifica quelli che sono nella Chiesa per farne un tempio santo nel Signore, un'abitazione di Dio nello Spirito [Cf. Ef 2,21-22], fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo [Cf. Ef 4,13], nello stesso tempo e in modo mirabile fortifica le loro energie perché possano predicare il Cristo. Così a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni [Cf. Is 11,12], sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi [Cf. Gv 11,52], finché ci sia un solo ovile e un solo pastore [Cf. Gv 10,16].

Liturgia e riti

3 Il sacro Concilio ritiene perciò opportuno richiamare i seguenti principi riguardanti la promozione e la riforma della liturgia e stabilire delle norme per attuarli. Fra queste norme e questi principi parecchi possono e devono essere applicati sia al rito romano sia agli altri riti, benché le norme pratiche che seguono debbano intendersi come riguardanti il solo rito romano, a meno che si tratti di cose che per la loro stessa natura si riferiscono anche ad altri riti.

Stima per i riti riconosciuti

4 Infine il sacro Concilio, obbedendo fedelmente alla tradizione, dichiara che la santa madre Chiesa considera come uguali in diritto e in dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti; vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati; desidera infine che, ove sia necessario, siano riveduti integralmente con prudenza nello spirito della sana tradizione e venga loro dato nuovo vigore, come richiedono le circostanze e le necessità del nostro tempo.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Dopo i testi del Nuovo Testamento le Costituzioni del Concilio Vaticano II Il percorso di lettura quotidiana di un capitolo del Nuovo Testamento si è conclusa! Per non perdere l'abitudine e unirci al cammino della Chiesa che si prepara al Giubileo del 2025 affrontiamo ora la lettura delle Costituzioni del Concilio Vaticano II. Sono disponibili numerosi testi di approfondimento, quindi l'intenzione di questa proposta è di soffermarsi sulla lettura del testo, gli approfondimenti non saranno un commento puntuale ma un'aiuto alla contestualizzazione.

La Costituzione sulla Sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM La SACROSANCTUM CONCILIUM (SC) rappresenta il primo documento conciliare pubblicato ed è apparsa nel corso del secondo dei quattro “periodi” in cui il Concilio è stato celebrato (ciascuno di essi corrisponde suppergiù all’autunno delle annate 1962-65). Non si era ancora chiarita l’indole precisa dei documenti da pubblicare, per cui essa risente dello stile della costituzione all’inizio dei suoi 7 capitoli, mentre nel seguito di ciascuno di essi assume i caratteri dell’applicazione pratica, cioè del decreto. Tale stile denota chiare differenze di contenuto, per cui occorre fare attenzione a tutt'e due le sue componenti: da una parte i princìpi fondamentali della riforma liturgica, dall’altra le varie disposizioni pratiche per l’applicazione concreta.

I princìpi teologici della SC I princìpi della Costituzione liturgica si possono suddividere in tre generi diversi, ed è bene considerarli in questo modo, dal momento che il Vaticano II li enuncia a tre livelli differenti. In ordine decrescente di importanza:

  1. generale, perché si rivolgono allo spirito profondo della liturgia da riformare;
  2. sacramentale, perché vanno al cuore delle celebrazioni liturgiche;
  3. liturgico in senso lato, dal momento che riguardano realtà che influiscono in modo indiretto, prossimo o remoto, sulle azioni liturgiche.

IL PROEMIO (1-4) Illustra la finalità di fondo della Costituzione, che verrà ribadita una ventina di volte nel corso del documento (11. 14. 19. 21. 26. 27. 30. 33. 42. 48. 54. 55. 56. 79. 100. 113-114. 118.121. 124): è quella di portare i fedeli a una piena, cosciente e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche. Questo autentico “motivo ricorrente” di tutta la Costituzione rispecchia le intenzioni del vasto movimento liturgico che ha preceduto per due o tre generazioni il Concilio. Qui si presuppongono parecchie delle varie novità maturate poi in campo ecclesiologico ed ecumenico, che saranno introdotte dai vari documenti conciliari nei due anni seguenti; la SC le anticipa profeticamente e si limita a riassumerle, quale presupposto a tutto il documento.


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Parte descrittiva 1E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. 2In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

Parte profetica 3E non vi sarà più maledizione. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello: i suoi servi lo adoreranno; 4vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte. 5Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli.

DIALOGO LITURGICO FINALE

6E mi disse: «Queste parole sono certe e vere. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi le cose che devono accadere tra breve. 7Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro». 8Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. E quando le ebbi udite e viste, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le mostrava. 9Ma egli mi disse: «Guàrdati bene dal farlo! Io sono servo, con te e con i tuoi fratelli, i profeti, e con coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare». 10E aggiunse: «Non mettere sotto sigillo le parole della profezia di questo libro, perché il tempo è vicino. 11Il malvagio continui pure a essere malvagio e l’impuro a essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora. 12Ecco, io vengo presto e ho con me il mio salario per rendere a ciascuno secondo le sue opere. 13Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine. 14Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all’albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città. 15Fuori i cani, i maghi, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna! 16Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice e la stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino». 17Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta, ripeta: «Vieni!». Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita. 18A chiunque ascolta le parole della profezia di questo libro io dichiaro: se qualcuno vi aggiunge qualcosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; 19e se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro. 20Colui che attesta queste cose dice: «Sì, vengo presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. 21La grazia del Signore Gesù sia con tutti.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Parte descrittiva Una formula di dimostrazione segna l'inizio di questa unità che riprende alcune immagini e ne introduce altre molto importanti. Un fiume caratterizza il giardino delle origini (cfr. Gen 2,10), ma l'immagine di acque che sgorgano dal tempio deriva da Ezechiele (47.1) ed è comune nell'apocalittica (cfr. Gl 4,18; Zc 14,8). Giovanni sostituisce il santuario con il trono divino e ribadisce la presenza congiunta dell'Agnello: come in 21,22.23 l'Agnello è nominato alla fine, in posizione enfatica. Qualche esegeta ha ipotizzato che si tratti di aggiunte: di fatto è da valorizzare che la redazione finale del testo insista nell'affiancare a Dio l'Agnello: essi costituiscono il nuovo santuario da cui sgorga il fiume che dona vita. In modo analogo, in mezzo alla città fruttifica anche l'albero della vita: si tratta di un particolare nuovo rispetto al quadro della splendida vegetazione descritto da Ez 47,12, modello profetico rielaborato; il riferimento evidente è al giardino di Eden (Gen 2,9; 3,24), all'albero della vita simbolo sapienziale che segna l'inizio della storia umana. Ciò che all'inizio è stato perduto, viene ridonato in pienezza. Ezechiele diceva che le foglie servivano come cura, Giovanni precisa che servono per curare le genti: significa che l'autore dell'Apocalisse immagina ancora l'esistenza di nazioni da guarire. Dunque la storia è in corso. I simboli della comunione con Dio, all'inizio e alla fine della Bibbia, esprimono lucidamente la parabola della vicenda umana: storia di peccato e di salvezza, di amicizia perduta e di comunione filiale ridonata.

Parte profetica Con l'annuncio del giorno escatologico tratto da Zc 14,11 si introduce l'adorazione eterna e luminosa tributata a Dio e all'Agnello dai suoi servi. Questi ultimi sono coloro che hanno assimilato la mentalità dell'Agnello e portano impressa nella loro vita la sua stessa persona: hanno il suo sigillo (cfr. 7,3; al contrario, gli empi recano sulla fronte il marchio col nome della bestia, cfr. 13.17). Nell'evento di Gesù Cristo, dunque, la novità si è realizzata: nel presente è donata alla sua Chiesa e, nel futuro, si compirà pienamente per tutta l'umanità. L'ultima visione dell'Apocalisse è, pertanto, una rilettura cristiana delle Scritture per esprimere la gioiosa celebrazione del paradiso ritrovato: l'autore, ispirandosi a Zc 14,6-9.16, ha rielaborato le immagini connesse alla festa delle Capanne per presentare la nuova realtà, la luce, che è Dio stesso (21,11.23;22,5),e l'acqua di vita (21,6;22,1). Gli uomini pellegrini giungono finalmente alla meta, possono vedere il volto di Dio e, nell'adorazione, condividono il suo potere regale (cfr. 5,10; 20,6).

DIALOGO LITURGICO FINALE L'opera si conclude come era iniziata: con un linguaggio liturgico e una struttura dialogica. L'intento di creare collegamento con il principio è evidenziato dalla ripetizione di alcune formule importanti: il ricordo della rivelazione (1,1 e 22,6), la definizione dell'opera come profezia (1,3 e 22,7.10.18.19), l'insistenza sulla testimonianza (1,2 e 22,16.18.20), l'affermazione del tempo vicino (1,3 e 22,10) e la presenza di beatitudini (1,3 e 22,7.14). Come nel dialogo liturgico introduttivo, l'ultima sezione del libro presenta una celebrazione simbolica in cui prendono la parola, oltre a Giovanni e all'assemblea, anche l'angelo interprete e Gesù stesso. Il testo è organizzato attorno ai personaggi e alle loro parole; l'insistenza è sulla natura profetica dell'opera; è l'ispirazione divina che dona ai fedeli la capacità di comprendere il senso della storia alla luce delle antiche Scritture e degli eventi pasquali di Gesù Cristo. Per questo motivo le parole del libro sono degne di fede e rivelatrici del progetto di Dio (cfr. 3,14; 19,9.11; 21,5). Il tema conduttore di questo dialogo finale è la venuta del Cristo e il tono è decisamente in crescendo. L'affermazione «Ecco, io vengo presto», la formula del Cristo risorto rivolta alle Chiese (cfr. 2,16; 3,11), è ripetuta tre volte (22,7.12.20) col verbo al presente e un avverbio di tempo per ribadire sia la presenza del Cristo già operante nella comunità sia la tensione al definitivo compimento.

Al v. 8 l'autore si presenta come Giovanni (cfr. 1,1.4.9), interprete di questa rivelazione: per la seconda volta (cfr. 19,9-10) racconta il suo tentativo di adorare l'angelo e la severa proibizione che gli è stata comunicata. In netta opposizione alle pratiche di un culto angelico, l'autore insegna che solo Dio deve essere adorato, mentre gli angeli sono «servi» della rivelazione divina così come Giovanni (1,1) e gli altri uomini (1,1; 22,6) che, guidati dallo spirito della profezia, hanno assimilato questa parola. L'angelo ordina a Giovanni di divulgare questa profezia, donata perché l'umanità ne tragga beneficio: conoscerla è l'occasione buona che risulta a portata di mano («il momento propizio infatti è vicino»; cfr. 1,3). Un ulteriore chiarimento si rende necessario per evitare illusioni, poiché la nuova realtà non significa eliminazione dei malvagi (v. 11): nonostante la novità annunciata, le cose sembrano continuare come prima; quattro tipi di persone, contrapposti a due a due, rappresentano questa opposta continuità, a livello sociale («l'ingiusto/il giusto») e a livello religioso («l'impuro/ il santo»). L'Apocalisse, infatti, offre la possibilità di comprendere il senso delle dinamiche storiche e comunica la certezza della soluzione divina già all'opera, ma riconosce anche il rispetto per le scelte storiche degli uomini.

Con una formula profetica (cfr. Is 40,10; 62,11) il Cristo annuncia (v. 12) che «la ricompensa» si identifica con la sua stessa persona: perciò la sorte di ciascuno è segnata e garantita in base alle proprie scelte nei confronti del Cristo (cfr. 14,13; 20,12.13). Egli si presenta (v. 13) con tre doppie e analoghe definizioni, tutte già comparse (cfr. 1,8.17; 2,8; 21,6), per ribadire la sua natura di Signore della storia che determina l'inizio, lo sviluppo e la meta di ogni cosa. La settima e ultima beatitudine del libro richiama la definizione dei salvati del sesto sigillo con un importante riferimento al battesimo. Ciò che era detto dell'evento sacramentale (7,14: «lavarono») ora viene ripreso nella sua continuità esistenziale (22,14: «lavano»). Da questo dono-impegno nasce la possibilità di mangiare dell'albero della vita (probabile l'allusione all'eucaristia) e di entrare nella nuova comunione con Dio. Il tema dell'ingresso nella città santa provoca la terza formula di esclusione (cfr. 21,8.27): si ribadisce l'interdetto a sette categorie simboliche di persone.

Gesù in persona riprende la parola per riaffermare l'origine divina di questa rivelazione e la sua destinazione alla comunità cristiana (v. 16) e, quindi, per garantire la completezza della profezia (vv. 18-19). Al termine del canone cristiano delle Scritture, tale solenne affermazione presenta Gesù Cristo come la pienezza della rivelazione che con lui si chiude, senza attendere nuove aggiunte e senza ammettere alcuna riduzione. Egli è punto di incontro e realizzazione dell'Antico Testamento e del Nuovo: viene prima di David («la radice»; cfr. Is 11,1.10 LXX) e ne continua l'opera («la stirpe»), porta a compimento la sua funzione regale («la stella»; cfr. Nm 24,17) inaugurando il giorno nuovo della Pasqua («stella luminosa del mattino»; cfr. 2.28). L'affermazione del Cristo suscita l'entusiasmo dell'assemblea liturgica: questa è la sposa, descritta poco prima (21,2.9), e il suo desiderio è mosso dallo Spirito di Dio che ha ricevuto. Ogni fedele che ascolta sente nascere il desiderio della venuta di Cristo, ma lo stesso invito è rivolto all'ascoltatore (cfr. Gv 7,37-39). Appare evidente il riferimento alla vita sacramentale della Chiesa con cui si afferma l'attuale possibilità, per chi lo desidera, di attingere gratuitamente alla sorgente di vita (cfr. 21,6: 22,1).

Per la terza volta (v. 20) il Cristo risorto, testimone degno di fede e garante della rivelazione, ripete l'impegno a venire senza indugio: a lui la comunità cristiana, soggetto implicito, risponde esprimendo il proprio assenso e il proprio desiderio. Così, nella dimensione della liturgia, passato, presente e futuro si rafforzano e si integrano: il Signore «venne» negli eventi fondamentali della sua Pasqua, «viene» nella vita della Chiesa lungo la storia, «verrà» per il compimento finale. La comunità che legge questa rivelazione ricorda, vive e attende. L'intera opera, iniziata come un'epistola indirizzata alla comunità cristiana (1,4), termina con una analoga formula epistolare, comune anche a Paolo (cfr. 2Cor 13,13; Gal 6,18; Fil 4.23). L'augurio estende a tutti la comunione con l'amore attivo («grazia») di Cristo.🔚


🔝C A L E N D A R I OHomepage

L'ultima conseguenza dello scontro: la realtà della nuova Gerusalemme 1E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. 2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. 4E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». 5E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». 6E mi disse: «Ecco, sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine. A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita. 7Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio. 8Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte».

GERUSALEMME, LA SPOSA

Introduzione 9Poi venne uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli, e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello». 10L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.

Parte descrittiva 12È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. 14Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. 15Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16La città è a forma di quadrato: la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: sono dodicimila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono uguali. 17Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. 18Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undicesimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. 22In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

Parte profetica 24Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra a lei porteranno il loro splendore. 25Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, perché non vi sarà più notte. 26E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni. 27Non entrerà in essa nulla d’impuro, né chi commette orrori o falsità, ma solo quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

L'ultima conseguenza dello scontro: la realtà della nuova Gerusalemme Questo quinto quadro(21,1-8) corrisponde al primo (20,1-3) nella presentazione di una «discesa», ma al contempo vi si contrappone perché descrive la novità assoluta creata dall'intervento escatologico di Dio. In questa ultima sezione ci si sofferma sugli effetti positivi dell'evento apocalittico. La pericope è frammentaria o antologica, ricca di molti elementi stilistici e teologici differenti, e costituisce un mosaico in miniatura che annuncia la splendida «buona notizia». Il primo e fondamentale proclama riguarda la realtà «nuova» che la Chiesa sperimenta e testimonia: la città-sposa – immagine della comunione con Dio resa possibile dal mistero pasquale – richiama la singolare originalità di Gesù Cristo. La formula d'apertura al v. 1 deriva dal finale di Isaia (Is 65,17; 66,22), così come l'immagine di una sposa che si prepara per le nozze (Is 61,10). L'antico profeta cercava di infondere coraggio ai rimpatriati dall'esilio babilonese, celebrando nella speranza una nuova grandezza di Gerusalemme, in via di faticosa ricostruzione. Giovanni ne riprende le immagini per annunciare, in prospettiva cristiana, il compimento delle sue attese. Oltre al cosmo, è nuova la storia, rappresentata dalla città e paragonata a una sposa. La «città santa» (Is 52,1) proviene direttamente da Dio, cioè non è una conquista dell'uomo. Dal trono divino proviene una voce che dichiara una serie di oracoli profetici, indicando nella nuova città l'inizio della realizzazione del progetto divino; si tratta di una sorta di liturgia cristiana in cui la comunità celebra l'efficace azione di Dio e, alla sua luce, interpreta la propria storia presente, esprimendo l'anelito alla pienezza futura. L'intervento di Dio in persona rende solenne questo vertice della rivelazione: egli ribadisce il messaggio, rivolgendo al profeta l'invito a metterlo per iscritto. Dopo la presentazione di se stesso, il Signore del cosmo e della storia descrive la propria azione e annuncia il premio concesso al vincitore. I versetti, dal tono tipicamente profetico, sono caratterizzati dai verbi al futuro: presentano, infatti, una realtà già iniziata, ma destinata a continuare e a crescere fino alla pienezza definitiva. Il quadro termina con una formula di esclusione che ribadisce il concetto di «seconda morte», identificata con il «lago di fuoco» (cfr. 19.14) ed elenca i tipi di persone che non possono ereditare i beni escatologici perché hanno rifiutato di accogliere la rivelazione di Dio.

GERUSALEMME, LA SPOSA L'ultima scena della sezione è ampia e complessa. Nonostante alcuni esegeti l'abbiano giudicato una disorganica compilazione di più fonti, il testo può essere ritenuto unitario e organico. Comprende due quadri principali (21,9-26; 22,1-5). introdotti da espressioni apocalittiche e articolati in parti espositive (con verbi al passato o al presente) e parti profetiche (con verbi al futuro); al centro, come uno snodo, è posta una formula di esclusione del male (21,27). Vertice dell'intera Apocalisse, questa scena celebra il risvolto positivo del giudizio di Dio sulla storia, già anticipato in 21,1-8: alla condanna della prostituta e alla distruzione di Babilonia (17,1) viene contrapposta la presentazione della sposa, la nuova Gerusalemme (21,9). Queste immagini, nate dalla liturgia, trovano il proprio ambiente vitale nella celebrazione liturgica, in quanto lode corale di una comunità che riconosce il dono della propria vita nuova e anela al compimento finale. La «città santa», negli oracoli profetici, era immagine perfetta del vertice finale e si prestava per descrivere e celebrare la realizzazione del progetto salvifico operato dal Cristo; Giovanni continua, quindi, la rilettura dell'Antico Testamento (cfr. Is 60-66, Ez 40-48, Zc 14), componendo un florilegio con vari simboli di relazione buona tra Dio e l'umanità: l'elezione del popolo, l'alleanza e l'eredità, le dodici tribù e i dodici apostoli, la presenza di Dio e le sue nozze, la figliolanza divina e la contemplazione del volto amato.

Introduzione Il versetto introduttivo ripete l'enfatica presentazione (cfr. 17,1) di un angelo interprete, appartenente al gruppo che ha versato le coppe (16,1- 21): in questo modo l'intera sezione (17,1-22,5) viene collegata a quel settenario, determinando la contrapposizione tra le due realtà descritte (la prostituta e la sposa, Babilonia e Gerusalemme). In rapporto antitetico con la prima scena (17,1-18), la visione ha qui per oggetto l'altra conseguenza del mistero pasquale simboleggiato dal versamento delle coppe: la preparazione della sposa per l'Agnello (cfr. 19,7; 21,2) e la fondazione di una nuova città santa da parte di Dio stesso. La descrizione è incentrata sulla realtà urbanistica, ma i termini che la introducono (21,9: «sposa, donna») sottolineano la metafora umana della relazione sponsale. Giovanni al v. 10 ripete la formula di Is 52,1 («la città santa», cfr. 21,2), ma non qualifica più la città come «nuova». Tuttavia il confronto inevitabile è con la «vecchia» Gerusalemme, simbolo del popolo, dell'alleanza con Dio e della stessa dimora divina tra gli uomini. Il veggente non descrive una realtà celeste e futura, distinta dall'attuale esperienza dei credenti: sembra piuttosto celebrare la novità dell'alleanza, ovvero il nuovo rapporto filiale con Dio, donato agli uomini da Dio stesso e già attualmente sperimentato, sebbene resti viva la tensione verso il pieno e finale compimento. La distruzione di Gerusalemme nell'anno 70 d.C. portò il giudaismo a rielaborare l'organizzazione religiosa; anche i discepoli di Gesù si trovarono di fronte a un evento terribile che chiedeva interpretazione. Forse, proprio come il profeta Ezechiele in esilio progettava la ricostruzione di Gerusalemme (Ez 40-48), il profeta Giovanni annuncia la realizzazione di nuova città per opera di Dio. L'introduzione della scena ricalca l'inizio dell'ultima parte del libro di Ezechiele (cfr. Ez 40,2): agli occhi della comunità cristiana la distruzione della città santa può essere apparsa come un segno della fine dell'antico mondo, corrotto e giudicato da Dio; allo stesso tempo, però, la predicazione del Vangelo a tutte le genti si propone come l'immagine di una realtà nuova, resa possibile dall'intervento escatologico di Dio in Cristo.

Parte descrittiva L'attenzione viene rivolta agli elementi simbolici della costruzione, secondo la forma delle antiche città: le mura, le porte e i basamenti. Rielaborando la scena della misurazione del tempio (cfr. 11,1-2), Giovanni usa il concetto di «misura» per indicare il progetto di una costruzione e per comunicare una valutazione della realtà attraverso i simboli numerici delle sue dimensioni. La formula enigmatica «secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo» enfatizza il simbolismo: le misurazioni vengono proposte secondo i criteri umani e tuttavia, corrispondono a una realtà angelica, cioè sovrumana, e indicano qualcosa di più profondo e significativo. Le caratteristiche della città la qualificano come comunità profondamente unita al suo Signore, come dimora stessa di Dio. Infatti, descrivendo la città come un cubo (21,16), la si avvicina all'antico Santo dei Santi (cfr. 1Re 6,19-20), la parte più sacra del vecchio tempio. L'angelo interprete si occupa del materiale da costruzione: la preziosità dell'oro, del diaspro e delle perle alludono al mondo divino; l'allusione alle pietre preziose incastonate nel pettorale del sommo sacerdote accenna alla natura sacerdotale della nuova città. Il riferimento alle pietre preziose ha valore simbolico e proviene dal profeta che annunciava la ricostruzione di Gerusalemme dopo l'esilio (cfr. Is 54,11-12) e da un poema giudaico sul glorioso futuro della città (cfr. Tb 13,17). Ma l'elenco minuzioso delle dodici pietre preziose intende dire qualcosa di più: anche se l'ordine e i nomi non corrispondono perfettamente, vi si può riconoscere un richiamo al pettorale del sommo sacerdote (cfr. Es 28.15-21), come simbolo sacro delle tribù di Israele. Gli ultimi elementi descrittivi sottolineano due assenze importanti, tali da evidenziare un forte contrasto con la Gerusalemme storica: non ci sono più i luminari (cfr. Is 60,19-20), perché la luce è fornita direttamente dal Signore(21,23); ma soprattutto, nella città – a differenza del progetto di Ezechiele – non c'è più alcun luogo sacro, perché il Signore stesso è il santuario (21,22). Entrambi i versetti finali terminano con il riferimento all'Agnello in posizione enfatica: l'Agnello, cioè Gesù Cristo morto e risorto, è insieme a Dio santuario (cfr. Gv 2,19-21) e lampada. L'assoluta originalità di Gerusalemme sta proprio in questa nuova relazione con Dio attraverso la persona e il sacrificio esistenziale del Cristo, modello fondamentale che rischiara la comunità.

Parte profetica Alla lunga descrizione succede una breve pericope, caratterizzata dai verbi al futuro: si tratta di una collezione di citazioni profetiche che vengono date per compiute o in via di realizzazione. L'idea principale è quella del pacifico rapporto della nuova Gerusalemme con tutte le genti: mediante le immagini dell'antica liturgia di Israele per le feste di pellegrinaggio. Giovanni celebra il raduno universale dei popoli e indica la «novità» come la meta verso cui l'umanità intera tende (Is 60,3.5). Le porte, rivolte a ogni direzione (21,13), restano sempre aperte come chiaro segno di accoglienza; lo aveva già annunciato il profeta (Is 60,11), ma Giovanni ritocca e abbellisce questa formula con l'immagine di uno straordinario giorno ininterrotto senza più notte (cfr. Zc 14,7). La luce è il motivo dominante e l'incontro tra la gloria divina e la gloria delle nazioni rappresenta lo splendido ideale della possibilità di comunione tra Dio e l'umanità. La sezione è conclusa da una formula di esclusione (v. 27) che – secondo il modello già presente in 21,8 – annuncia l'interdetto a ogni realtà impura: mediante la ripresa di un detto profetico (cfr. Is 52,1) tale interdetto avvicina la città all'antico santuario; tuttavia, si precisa che l'impurità esclusa è morale, non rituale.


🔝C A L E N D A R I OHomepage