📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

IL SETTENARIO DELLE COPPE

Il trittico dei segni

I segni del conflitto: la donna e il drago 1Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. 2Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. 5Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. 6La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni. 7Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, 8ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. 9E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli. 10Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. 11Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire. 12Esultate, dunque, o cieli e voi che abitate in essi. Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è disceso sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo». 13Quando il drago si vide precipitato sulla terra, si mise a perseguitare la donna che aveva partorito il figlio maschio. 14Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, perché volasse nel deserto verso il proprio rifugio, dove viene nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo, lontano dal serpente. 15Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d’acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. 16Ma la terra venne in soccorso alla donna: aprì la sua bocca e inghiottì il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca. 17Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. 18E si appostò sulla spiaggia del mare.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

IL SETTENARIO DELLE COPPE Il settenario delle coppe si trova al capitolo 16, ma sia ciò che lo precede sia ciò che lo segue è a esso strettamente congiunto, tanto da rappresentare la preparazione e il completamento. I capitoli 12-15 svolgono la funzione di grande proemio al settenario e sono caratterizzati dalla presenza di un trittico dei segni (12,1.3; 15.1). Invece i capitoli che lo seguono riprendono, a loro volta, il tema delle coppe in una fantasmagoria settenaria di scene e di generi letterari per presentare i due grandi simboli di donne-città: Babilonia e Gerusalemme (17,1-22,5). Tutta la sezione, dunque, può essere considerata unitaria e composta di tre parti con al centro il settenario vero e proprio. Rappresentando il centro di tutta la sezione, il capitolo 16 evoca ancora una volta l'intervento definitivo di Dio nella storia umana e il compimento del mistero di salvezza: il trittico dei segni lo introduce, mentre l'ultima parte ne esplicita le conseguenze come giudizio e salvezza. Entrambe queste sezioni comprendono una serie settenaria formata da tre angeli più tre (14,6-20; 17,1-21.9), con al centro una figura cristologica, qualificata come «Figlio d'uomo» (14,14) e come «parola (lógos) di Dio» (19.11-16).

Il trittico dei segni I primi due segni (la «donna» e il «drago»)rappresentano il conflitto, mentre il terzo (i «sette angeli» che versano le coppe) rappresenta la soluzione di tale scontro. I capitoli intermedi evocano le dinamiche storiche del potere satanico e dell'intervento salvifico di Dio.

I segni del conflitto: la donna e il drago La donna che contrasta un mostro è un motivo che appartiene all'immaginario di molti popoli e importanti miti antichi (babilonesi, egizi, persiani e greci) descrivono vicende simili. L'autore dell'Apocalisse ha, però, le proprie radici nella tradizione biblica e rifiuta con forza le culture idolatriche. È inutile quindi ricercare paralleli e spiegazioni al di fuori della Bibbia. L'insieme narrativo e simbolico di Ap 12 si ispira al racconto di Gen 3. La rappresentazione apocalittica è qui una rilettura cristiana dell'evento primordiale decisivo e offre una sintesi simbolica delle sue conseguenze storiche. A tale riferimento principale se ne aggiungono altri: il serpente antico (v. 9) è chiamato «drago», come il mitico mostro del caos, inteso dai profeti anche come l'emblema del potere tirannico d'Egitto; all'epopea dell'esodo si rifanno alcuni particolari (il salvataggio dalle acque, il nutrimento nel deserto, l'aquila); il figlio che deve nascere è evocato con le caratteristiche del davidico re-Messia; la scena della donna nel travaglio del parto si ispira a grandi immagini profetiche già intrise di mentalità apocalittica e la guerra celeste tra potenze angeliche è un motivo ricorrente in questo genere di letteratura. Una corretta interpretazione deve tenere conto di tutto il capitolo e di questo ricchissimo substrato simbolico. Giovanni compone un nuovo mosaico attingendo da molteplici tasselli anticotestamentari e la narrazione chiede di essere interpretata rispettando i vari episodi in successione. Sembra trattarsi di un'ulteriore riflessione sulla storia della salvezza: l'inimicizia, posta da Dio tra la donna e il serpente, si sviluppa come un drammatico conflitto tra l'umanità e il potere demoniaco, teso verso una soluzione; lo schema dell'esodo, come già per altri autori biblici, diviene il modello dell'intervento divino a favore del suo popolo, raggiungendo il vertice nell'opera messianica di Gesù.

La donna (12,1-2). È una figura ricchissima e molteplice, frequente nell'Antico Testamento con sfumature diverse. I simboli femminili dominano l'ultima parte dell'opera; nei capitoli 17-22 emergono due donne-città: Babilonia, la prostituta, e Gerusalemme, la sposa. È lecito pensare che, come nei capitoli conclusivi, anche all'inizio della sezione la simbologia muliebre voglia evocare la relazione personale che l'umanità ha con Dio. Nella storia dell'esegesi la donna del capitolo 12 è stata interpretata nei modi più disparati e la continua molteplicità di opinioni al riguardo testimonia la difficoltà del passo; ma le soluzioni più attendibili danno risalto alla generazione di un figlio con caratteristiche messianiche. Le proposte ermeneutiche, senza escludersi a vicenda, si possono ridurre a quattro modelli in ordine crescente di ampiezza simbolica: 1) la Vergine Maria, madre di Gesù, il Cristo; 2) la Chiesa, comunità-sposa che continua, nel dramma della storia, a generare il Cristo; 3) il popolo di Israele, che ha preparato con la sua storia la nascita del Messia; 4) la prima madre, ovvero l'umanità a cui è promessa la salvezza nella lotta contro il male attraverso l'opera della sua stessa discendenza. Il contesto narrativo dell'insieme induce a preferire un'interpretazione ampia che veda nella donna soprattutto l'umanità nella sua originale bellezza e anche l'esperienza di misericordia vissuta dal popolo eletto, ovvero il punto di partenza della storia umana segnata dal peccato e dall'intervento salvifico di Dio. Con poche pennellate surrealiste la figura della donna evoca la situazione originale dell'umanità, creata da Dio bella come il sole, superiore alle fasi del tempo (simboleggiate dalla luna), coronamento di tutto il cosmo (le dodici costellazioni); eppure il travaglio del parto dice che non è perfetta in sé, ma in tensione verso una novità futura.

Il drago contro la donna (12,3-6). Il secondo segno è il mostro demoniaco, crede letterario degli antichi miti sull'origine del mondo. Viene descritto secondo il modello offerto dalle bestie di Daniele (cfr. Dn 7,7.24) e subito posto di fronte alla donna, come nel racconto all'inizio della Genesi. Il futuro dell'umanità è messo in pericolo dall'invidia del diavolo (cfr. Sap 2,24), che vuole divorare il parto della donna. L'azione è ridotta a pochi essenziali accenni: la nascita del figlio e il suo rapimento da parte di Dio. Alcuni interpreti hanno visto in queste immagini l'estrema sintesi della vicenda terrena di Gesù (nascita e ascensione); ma il riferimento alle origini induce a preferire un altro quadro simbolico. Partendo dall'immagine apocalittica di un parto frustrato (cfr. Is 26,17-19), Giovanni potrebbe vedere nel figlio della donna il Messia promesso fin dall'inizio, che però è allontanato rispetto all'umanità, eppure al sicuro nelle mani del Creatore (cfr. Is 66,7-11), nella prospettiva di un compimento futuro (cfr. 19,15). Il fallimento originale e l'incapacità umana di produrre la salvezza sono rimarcati dalla seguente situazione in cui si trova la donna, che fugge nel deserto: tuttavia l'intervento di Dio è caratterizzato come progetto di misericordia e di cura nei confronti dell'umanità fuggitiva e perseguitata.

La guerra in cielo (12,7-9). Alla sorte della donna è contrapposta quella del drago. Secondo un diffuso schema apocalittico, la soluzione è raggiunta attraverso uno scontro militare che avviene nella trascendenza divina, tra opposti schieramenti angelici. Giovanni accenna nuovamente alla caduta degli angeli (cfr.8,7- 9.12): al ribelle, che aveva ingannato l'umanità con la superba pretesa di «essere come Dio» (cfr. Gen 3,4-5), si contrappone Michele, l'angelo fedele che, con il suo stesso nome (cfr. nota al v. 7), richiama la necessità di una docile sottomissione. L'esito del conflitto è sfavorevole ai ribelli: il drago e i suoi complici sono vinti e buttati giù dal cielo. La terra diviene così l'ambiente del loro negativo operare.

Un inno di vittoria (12,10-12). La narrazione continua al v. 13; ma si interrompe qui bruscamente, per lasciare spazio a un intermezzo lirico, attribuito a un imprecisato coro celeste. Il testo poetico rispecchia con probabilità un inno liturgico cristiano, in uso nella comunità giovannea per celebrare il trionfo pasquale di Cristo e la sconfitta del «principe di questo mondo» (Gv 12,31). L'evocazione della primordiale caduta degli angeli insorti viene commentata con il canto cristiano della sconfitta definitiva di satana: l'inizio del poema liturgico con un deciso avverbio di tempo («ora») mette in stretto collegamento la realizzazione del regno di Dio e l'intronizzazione del Cristo risorto. Coloro che pronunciano l'inno si sentono esclusi dall'azione satanica e riconoscono vittime dell'accusatore solo i loro fratelli: l'autore pensa forse ai ventiquattro anziani (come in 11,16-18), rappresentanti gloriosi dell'umanità storica. Per mezzo del sangue dell'Agnello, cioè grazie al mistero pasquale del Cristo morto e risorto, i fedeli hanno avuto ragione dell'avversario demoniaco con la parola e con i fatti, grazie all'imitazione dell'atteggiamento che fu di Gesù, cioè la totale fiducia in Dio fino alla morte. Coloro che dimorano in cielo possono gioire pienamente di questa vittoria, ma per gli abitanti della terra l'influenza maligna può recare ancora danni. L'immagine mitica attribuisce l'ulteriore rovina alla rabbia dello sconfitto e alla sua consapevolezza del tempo limitato che gli è concesso. In altre parole, l'inno riconosce che anche dopo la Pasqua il male è rimasto nel mondo, anche se definitivamente sconfitto alla radice. Per raggiungere la vittoria piena, ai fedeli della terra è chiesto il coraggio della testimonianza.

La lotta prosegue (12,13-18). Riprende la narrazione del conflitto donna-serpente: dal cielo, la battaglia si è trasferita sulla terra e la donna subisce persecuzione proprio a causa della caduta del drago; ma il Signore la mette in salvo. Lo sfondo anticotestamentario orienta al tema dell'esodo e induce a leggere le immagini apocalittiche come simboli dell'intervento di Dio che libera il suo popolo dalla schiavitù. Come sintesi di storia della salvezza, Giovanni presenta l'impegno di Dio a favore dell'umanità decaduta nella vicenda fondamentale della storia di Israele: il segno della donna si è evoluto e da evocazione dell'umanità primordiale ha assunto il valore biblico di figura del popolo eletto. Già i profeti avevano storicizzato il mostro caotico e l'avevano inteso come l'emblema del tiranno egiziano (cfr. Is 51,10; Ez 29,3: 32,2); nel linguaggio apocalittico l'epopea dell'esodo è così facilmente ripresentabile come uno scontro tra il drago (satana-Egitto) e la donna(Israele). La persecuzione prende forma nell'acqua che inghiotte: il mostro marino tenta di sommergere nel caos il progetto di Dio, ma vede fallire i suoi disegni contro la donna per la seconda volta. Sempre più furioso, il drago non si dà per vinto: la sua guerra non è più con le schiere angeliche, né con la donna stessa, ma con il resto della sua discendenza. L'estremo tentativo demoniaco è dunque la battaglia contro il gruppo fedele che custodisce le leggi divine e confida nella salvezza messianica. Con un tocco da maestro, il narratore conclude il grande quadro del conflitto, lasciando il lettore nell'attesa: il drago è sulla spiaggia. È con fine ironia che Giovanni indica il drago, pronto alla guerra, fermo sul segno del suo limite e della sua sconfitta. La scena seguente sarà, infatti, suddivisa secondo il criterio geografico di mare e terra.


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L'intervento di Dio 1Poi mi fu data una canna simile a una verga e mi fu detto: «Àlzati e misura il tempio di Dio e l’altare e il numero di quelli che in esso stanno adorando. 2Ma l’atrio, che è fuori dal tempio, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi. 3Ma farò in modo che i miei due testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni». 4Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno davanti al Signore della terra. 5Se qualcuno pensasse di fare loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di fare loro del male. 6Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli, tutte le volte che lo vorranno. 7E quando avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall’abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. 8I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso. 9Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedono i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permettono che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. 10Gli abitanti della terra fanno festa su di loro, si rallegrano e si scambiano doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra. 11Ma dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita che veniva da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. 12Allora udirono un grido possente dal cielo che diceva loro: «Salite quassù» e salirono al cielo in una nube, mentre i loro nemici li guardavano. 13In quello stesso momento ci fu un grande terremoto, che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti, presi da terrore, davano gloria al Dio del cielo. 14 Il secondo «guai» è passato; ed ecco, viene subito il terzo «guai».

La settima tromba 15Il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo echeggiarono voci potenti che dicevano: «Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli». 16Allora i ventiquattro anziani, seduti sui loro seggi al cospetto di Dio, si prostrarono faccia a terra e adorarono Dio dicendo: 17«Noi ti rendiamo grazie, Signore Dio onnipotente, che sei e che eri, 18perché hai preso in mano la tua grande potenza e hai instaurato il tuo regno. Le genti fremettero, ma è giunta la tua ira, il tempo di giudicare i morti, di dare la ricompensa ai tuoi servi, i profeti, e ai santi, e a quanti temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di annientare coloro che distruggono la terra». 19Allora si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza. Ne seguirono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

  1. La misurazione del tempio (11,1-3). Un'altra fondamentale caratteristica della rivelazione anticotestamentaria riguarda il santuario: riecheggiando famose scene profetiche (cfr. Ez 40.3-42.20; Zc 2,5-9), Giovanni le rielabora in modo originale. Non l'angelo, ma lo stesso veggente ha lo strumento di misurazione; la canna ha forma di scettro ed evoca facilmente l'idea di potere; questo attrezzo gli viene consegnato insieme a un messaggio che contiene due serie di imperativi. Il primo comando prevede la misurazione, il secondo la non misurazione: si tratta quindi di una separazione di ambiti, espressa con il linguaggio architettonico e rituale. L'aggiunta dell'eccezione relativa all'«atrio esterno», infatti, sarebbe inutile, se non fosse sentita come particolarmente significativa. Il cortile esterno è concesso da Dio ai pagani, così come il dominio sulla città santa di Gerusalemme: l'allusione alle drammatiche occupazioni e distruzioni di Gerusalemme ribadisce che l'antico santuario non era perfetto e intangibile, come annunciavano Ezechiele e Zaccaria. Il contrasto con la «nuova» Gerusalemme, descritta al termine dell'Apocalisse con elementi analoghi, deve essere necessariamente sottolineato (cfr. 21.15-27). In 11,3 continua il discorso divino rivolto a Giovanni, contrapponendo alle genti la figura di due testimoni: come ha concesso ai pagani momenti di predominio, così Dio promette di concedere ai suoi profeti la possibilità di compiere il loro ministero di predicazione. L'annuncio dei due testimoni segna il passaggio alla nuova scena.

  2. I due testimoni (11,4-14). A descrivere le qualità e le azioni di questi due testimoni interviene il narratore stesso, elaborando un intreccio molto complesso in cui i tempi verbali passano dal passato al presente e al futuro. E difficile ricostruire una sequenza storica da collocare in qualche epoca precisa; la descrizione accumula molti particolari da interpretare nel rispetto del contesto generale in cui sono inseriti. I due enigmatici personaggi sono dei consacrati, strettamente uniti a Dio e portatori della sua luce; hanno la capacità di eliminare con il fuoco gli eventuali ingiusti nemici: la descrizione li avvicina a due grandi personaggi biblici: la capacità di comandare alla pioggia è il distintivo di Elia (cfr. 1Re 17,1),come il potere di mutare l'acqua in sangue fa riferimento all'epopea di liberazione dall'Egitto che ha come protagonista Mosè (cfr. Es 7,17-21). La fine del loro ministero, definito «profezia» e «testimonianza», è presentata al v. 7 con tratti desunti da Dn 7 (cfr. in particolare i vv. 3.7.21) in cui si allude all'oppressione di Antioco IV, all'uccisione degli Israeliti fedeli e alla promessa divina di instaurare un nuovo regno. I vv. 8-10 sono una elaborazione ridondante di Giovanni per enfatizzare la morte di questi personaggi e l'universale reazione di gioia di coloro che li avevano in odio. Uccisi in Gerusalemme, i due testimoni sono rianimati da un «soffio vitale» divino: alla visione di Daniele se ne aggiunge un'altra di Ezechiele (Ez 37,1-14, cfr. in particolare il v. 10) per presentare la conclusione della loro vicenda, dopo il tipico tempo di «tre e mezzo» (cfr. 11,2.3). Essi salgono poi al cielo in modo trionfale, sotto gli occhi attoniti degli avversari. Ma chi sono costoro? La loro identificazione non trova gli studiosi affatto d'accordo; le innumerevoli interpretazioni proposte possono ridursi sostanzialmente a tre: a)personaggi storici dell'Antico Testamento (p.es., Mosè ed Elia); b) personaggi storici del Nuovo Testamento (p.es., Pietro e Paolo): c) figure simboliche (p. es., la Legge e i Profeti). In base al contesto letterario della sesta tromba, intesa come l'intervento divino nell'economia anticotestamentaria, i due possono riassumere tutti coloro che, fedeli all'alleanza di Dio, sono stati ostacolati e soppressi da empi «rinnegati». La corruzione del mondo era iniziata con una caduta dal cielo (cfr.9,1): l'intervento divino raggiunge il suo vertice permettendo la salita al cielo (11,12). Secondo le attese degli apocalittici, il momento tremendo dell'angoscia e della persecuzione sarà seguito dalla risurrezione e dall'inaugurazione di un regno nuovo (cfr. Dn 12,1-3): conformemente a questo schema, Giovanni conclude la sesta tromba con il ricordo della risurrezione dei due testimoni.

Al v. 12, per la terza volta in questa sezione (cfr. 10,4.8), si fa udire la voce dal cielo: questa è l'«ora» decisiva, tema classico della teologia giovannea (cfr. Gv 5.25.28), caratterizzata dal grande terremoto (cfr. 8,5), simbolo della catastrofe positiva che ribalta le sorti dell'umanità. L'intervento divino distrugge la città del male e rende gli uomini capaci di dare gloria a Dio. Evocato dal simbolo teofanico del sisma, al vertice del sesto elemento giunge il richiamo all'intervento decisivo di Dio, che il profeta cristiano riconosce nell'evento pasquale di Cristo: anche Matteo collega la morte di Gesù al terremoto e alla risurrezione di molti santi (cfr. Mt 27,51-53). Il v. 14. di transizione e sutura (cfr. 9,12), attira l'attenzione sull'ultimo momento e ne sottolinea, nonostante l'aspetto trionfale, il carattere di giudizio, drammatico e definitivo (cfr. 11,18). Alla settima tromba non resta che celebrare l'instaurazione del regno atteso dagli apocalittici e inaugurato con la risurrezione di Gesù.

La settima tromba L'elemento conclusivo non si distingue nettamente da quello che l'ha preceduto, ma ne celebra il senso e il valore. Per disegnare la cornice simbolica della grande rivelazione che annuncia la realizzazione della signoria divina, l'unità letteraria è inclusa dalla menzione di fragori celesti, tipici fenomeni teofanici. La posizione enfatica del verbo all'inizio della frase angelica(«è venuto») non dice semplicemente qualcosa che è presente, ma annuncia un avvenimento che è capitato: l'inaugurazione del Regno. In 10,7 era stato annunciato, per questa settima tromba, il compimento del mistero di Dio: di questo dunque si tratta. Secondo il linguaggio giovanneo che celebra la croce di Cristo come il momento solenne della intronizzazione del Re definitivo (cfr. Gv 12,31-32; 18,38; 19.2-3.13-14), l'inizio glorioso del Regno si può riconoscere in questo inno. È significativo notare che nella settima tromba si canta il compimento che Cristo annuncia nella sua ultima parola in croce (Gv 19,30: «è compiuto»). La novità della formula («È venuto il regno universale») sta nell'affermare che il Cristo condivide con Dio il dominio del mondo. È iniziato un Regno che non avrà più termine, come aveva annunciato Gabriele a Maria (cfr. Lc 1,33) e come i Padri della Chiesa hanno riportato nel simbolo di fede. I ventiquattro anziani, già presentati nella sezione dei sigilli, ripetono ora il loro atto di adorazione (cfr. 4,4.10; 5,8.14), intonando un inno di ringraziamento che riproduce, forse, un testo liturgico effettivamente usato nella comunità giovannea per celebrare l'inaugurazione della signoria di Cristo risorto. Secondo un classico schema apocalittico viene annunciata la reale possibilità del giudizio sulla storia, inteso come separazione tra buoni e cattivi: infatti, «giudicare i morti» significa «dare la ricompensa» e «distruggere». L'episodio dei due testimoni anticipava questa affermazione teologica; terminava, infatti, con la risurrezione dei morti e la loro accoglienza nel mondo divino, contrapposta all'uccisione degli uomini e alla distruzione della città. Nelle parole del canto si può così ritrovare la definizione dei due testimoni: sono i servi di Dio, cioè i profeti, e i santi, ovvero tutti coloro che temono Dio, senza distinzione tra piccoli e grandi (11,18b). La rovina, invece, è destinata a quelli che distruggono la terra, le forze demoniache e gli uomini idolatri, loro succubi (cfr. Ger 51,25): tale immagine riporta all'inizio del settenario e ai gravi danni causati alla terra dagli angeli decaduti (cfr. 8,6-12).

Il settenario è concluso da una scena grandiosa che ha per oggetto il santuario di Dio nel cielo. Si collega alla visione introduttiva che aveva descritto il culto angelico sull'altare dei profumi che sta davanti al santuario, simbolo dell'economia anticotestamentaria. Con un'inclusione letteraria, la liturgia si sposta all'interno stesso del santuario per celebrare il compimento che è il mistero pasquale di Cristo. L'apertura del luogo sacro permette l'apparizione dell'arca dell'alleanza e la sua comparsa, accompagnata dai fenomeni di manifestazione divina del Sinai (cfr. Es 19,16), evoca un rinnovamento e un compimento. Si allude così alla storia dell'antica alleanza e si celebra con entusiasmo l'inaugurazione della nuova (cfr. Eb 8,6; 9,15). Anche in questo caso, la fine di una sezione coincide con l'inizio di quella seguente: la settima tromba e il canto preludono all'ultima grande parte dell'Apocalisse, che ritorna sullo stesso messaggio fondamentale, presentandolo con altre immagini e un ampliamento di prospettiva.


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L'intervento di Dio 1E vidi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube; l’arcobaleno era sul suo capo e il suo volto era come il sole e le sue gambe come colonne di fuoco. 2Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Avendo posto il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, 3gridò a gran voce come leone che ruggisce. E quando ebbe gridato, i sette tuoni fecero udire la loro voce. 4Dopo che i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere, quando udii una voce dal cielo che diceva: «Metti sotto sigillo quello che hanno detto i sette tuoni e non scriverlo». 5Allora l’angelo, che avevo visto con un piede sul mare e un piede sulla terra, alzò la destra verso il cielo 6e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli, che ha creato cielo, terra, mare e quanto è in essi: «Non vi sarà più tempo! 7Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio, come egli aveva annunciato ai suoi servi, i profeti». 8Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra». 9Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». 10Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza. 11Allora mi fu detto: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

L'intervento di Dio In questa parte si può riconoscere come tema la proposta di un rimedio divino, realizzatosi nell'economia anticotestamentaria. Lo sviluppo segue un movimento tripartito:

  1. innanzitutto un angelo offre un piccolo libro che deve essere mangiato (10,1-11);
  2. viene poi evocata la misurazione del santuario (11,1-3);
  3. infine il grande quadro dei due testimoni (11,4-14) si conclude con il terremoto cosmico che determina una reazione umana positiva.

  4. L'angelo e il libretto (10,1-11). In una nuova visione viene presentato un angelo diverso dai precedenti, inserito in una grandiosa scena marina dopo un temporale: le nubi si squarciano e il sole lancia attraverso di esse due potenti raggi, mentre si intravedono i colori dell'arcobaleno. Questa nuova figura che proviene dal cielo è mostrata mentre «discende» sulla terra; alle precedenti cadute angeliche (8,10; 9,1), con conseguenze nefaste, si contrappone questa discesa benefica. L'angelo compare dotato di forza e caratterizzato da simboli tipici delle teofanie (cfr. Es 13,21); nella sua mano sta un piccolo libro, intorno al quale si concentra tutta la visione. Improvvisamente si aggiunge la voce di sette tuoni, che un comando preciso ordina di non mettere per iscritto, conservandone il segreto: probabilmente Giovanni riprende qui un motivo letterario, tipico di alcuni circoli giudaici e misterici, che parlava di una rivelazione affidata come segreto soltanto ad alcuni. Dopo la parentesi dei tuoni, ritorna protagonista l'angelo iniziale che, prima di consegnare il piccolo libro, annuncia il compimento del mistero di Dio, oggetto della buona notizia proclamata dai profeti. Questo evento è riservato alla settima tromba. Non viene, però, spiegato in che cosa consista tale «mistero»: il chiarimento verrà in seguito. Per il momento all'autore interessa creare tensione verso il compimento e ripetere che la rivelazione angelica è provvisoria e incompleta. Un nuovo ordine impartito dalla voce celeste ripropone lo stesso gesto narrato da Ezechiele, al momento della sua vocazione (cfr. Ez. 2.8-3,3): mangiare il rotolo scritto significa, da parte del profeta, assimilare il messaggio divino ed essere in grado di trasmetterlo ad altri. Sembra dunque che il libretto contenga la rivelazione affidata ai profeti. Ma tra il modello e la versione apocalittica c'è un 'importante differenza: mentre Ezechiele menzionava soltanto la dolcezza del libro, Giovanni presenta una contrapposizione, aggiungendo l'impressione di amarezza. Il contrasto di sapori avviene tra la bocca e il ventre, in una successione cronologica: prima sembra dolce, per rivelarsi successivamente amaro. Vi si può forse riconoscere un altro indizio che connota il cammino verso la pienezza della rivelazione. Al veggente, infine, che personifica la missione profetica, viene affidato l'incarico di comunicare il messaggio assimilato. Importante è la necessità imprescindibile («bisogna») di continuare la missione profetica, indirizzandola a quattro destinatari, cioè al mondo intero. La formula quadripartita, tipica del libro (cfr. 5.9; 7.9; 11,9), subisce, in questo caso, una modificazione nell'ultimo elemento; la presenza dei re sembra, infatti, sottolineare un incontro-scontro con l'autorità politica, ovvero con l'idolatrico potere di questo mondo.


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La quinta tromba 1Il quinto angelo suonò la tromba: vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso; 2egli aprì il pozzo dell’Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, e oscurò il sole e l’atmosfera. 3Dal fumo uscirono cavallette, che si sparsero sulla terra, e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. 4E fu detto loro di non danneggiare l’erba della terra, né gli arbusti né gli alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. 5E fu concesso loro non di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il loro tormento è come il tormento provocato dallo scorpione quando punge un uomo. 6In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro. 7Queste cavallette avevano l’aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d’oro e il loro aspetto era come quello degli uomini. 8Avevano capelli come capelli di donne e i loro denti erano come quelli dei leoni. 9Avevano il torace simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali era come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto. 10Avevano code come gli scorpioni e aculei. Nelle loro code c’era il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi. 11Il loro re era l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Abaddon, in greco Sterminatore. 12Il primo «guai» è passato. Dopo queste cose, ecco, vengono ancora due «guai».

La sesta tromba La cavalleria infernale 13Il sesto angelo suonò la tromba: udii una voce dai lati dell’altare d’oro che si trova dinanzi a Dio. 14Diceva al sesto angelo, che aveva la tromba: «Libera i quattro angeli incatenati sul grande fiume Eufrate». 15Furono liberati i quattro angeli, pronti per l’ora, il giorno, il mese e l’anno, al fine di sterminare un terzo dell’umanità. 16Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. 17E così vidi nella visione i cavalli e i loro cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo; le teste dei cavalli erano come teste di leoni e dalla loro bocca uscivano fuoco, fumo e zolfo. 18Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che uscivano dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell’umanità. 19La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code, perché le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse fanno del male. 20Il resto dell’umanità, che non fu uccisa a causa di questi flagelli, non si convertì dalle opere delle sue mani; non cessò di prestare culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; 21e non si convertì dagli omicidi, né dalle stregonerie, né dalla prostituzione, né dalle ruberie.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

**La quinta tromba La conseguenza più grave arrecata al cosmo dalla caduta degli angeli ribelli è la rivolta degli uomini e la loro rovina; questa grande scena simbolica riprende le quattro precedenti e allarga la prospettiva al rapporto del demoniaco con l'umanità. Il quadro è dominato dal simbolo delle cavallette, presentate nella loro azione e nella loro figura: l'ottava piaga d'Egitto consisteva proprio in questo flagello (cfr. Es 10,12-15). L'angelo dell'abisso (9,11) ha un potere di accesso («la chiave») tale da influenzare il cosmo intero; ma questo gli è stato concesso e quindi tutto resta sotto il controllo di Dio. Il contatto del demoniaco con il cosmo e con l'uomo è evocato dal fumo tossico che oscura il sole e danneggia l'aria (cfr. 8.12) e dalle strane cavallette che possono inoculare veleno molto doloroso come gli scorpioni. È chiaro che si tratta di cavallette del tutto particolari: non danneggiano la vegetazione, ma quella parte di umanità che non aderisce con fedeltà a Dio (cfr.7,3); esse non hanno il potere di uccidere, bensì di tormentare e far soffrire. Il veleno della disubbidienza, infatti, viene messo negli uomini e ne deriva un'angoscia esistenziale profonda. Colpiti dal potere demoniaco, gli uomini ritengono la morte migliore della vita e tale angoscia è evocata con formule bibliche (cfr. Ger 8,3; Gb 3,21). Questo tormento, tuttavia, è limitato: l'indicazione temporale («cinque mesi»), infatti, sembra indizio di breve durata (9,5.10). La descrizione accumula molti particolari simbolici, in parte derivati da Gioele (cfr. Gl 1,6; 2,4.5), in parte originali. Caratteristica è l'insistenza sulla somiglianza senza identificazione e la contraddittorietà di alcuni elementi: corone simili all'oro e corazze di ferro vero: volto di uomo, capelli di donna e denti di leone. L'insieme rievoca un esercito di cavalleria pronto per la guerra. I particolari non mirano a delineare una figura fantastica, ma tendono a offrire l'idea di un volgare ibrido, evocando le disarmonie e le contraddizioni che turbano la storia umana. Queste mostruose cavallette sono i segni dell'influsso maligno sugli uomini, che porta all'idolatria. Proprio nell'idolatria Giovanni denuncia un pericoloso stravolgimento dei valori e mette in guardia dall'accettazione di pseudo-valori che provoca distruzione per l'umanità.

Il capo dell'esercito di cavallette è la figura demoniaca, definita con due nomi in lingue diverse. Il primo «Abaddon» ricalca il termine ebraico che viene usato nell'AT come sinonimo di «abisso», «inferi», «sheol» (cfr. Sal 88,12; Gb 26,2; 28.22; 31.12; Pr 15,11). Il secondo nome «Sterminatore» in greco è il participio presente attivo del verbo «sterminare» e allude, con probabilità, in modo polemico, alla divinità greca Apollo. L'angelo dell'abisso è presentato come colui che fa morire l'umanità, senza poter togliere la vita fisica (cfr. Sap 2,24).

Un versetto di cesura e transizione (9,12) chiude la scena della quinta tromba identificata con il primo «guai» e attira l'attenzione sui due ultimi elementi del settenario che sono, come sempre, quelli decisivi.

La sesta tromba Il sesto elemento è decisamente più sviluppato degli altri: non si tratta di semplice continuazione, bensì di ripresa dei temi per raggiungere la conclusione che è fondamentale. Muovendo dalla constatazione dei gravi danni provocati dall'influsso demoniaco, si tratta diffusamente dell'intervento liberatore di Dio fino al vertice del grande terremoto e all'inizio della lode. Questa grande unità si divide in due parti maggiori: la prima (9,13-21) termina con una reazione negativa degli uomini che rifiutano di convertirsi; la seconda (10,1-11,13), dopo aver presentato vari simboli dell'intervento salvifico divino, si conclude con la reazione positiva di coloro che danno gloria a Dio. La sesta tromba è, in qualche modo, parallela al sesto sigillo: entrambi parlano dell'intervento finale definitivo di Dio e hanno in comune il riferimento al grande terremoto. Ma, mentre nel sesto sigillo il terremoto è il primo elemento della scena (6,12), nella sesta tromba il terremoto è l'ultimo (11,13); se nel sesto sigillo l'attenzione era posta sulle conseguenze del sisma (la salvezza), nella sesta tromba si insiste invece su ciò che lo precede. Si tratta, quindi, dell'intervento divino nell'antica alleanza, mediato dagli angeli e culminato con il mistero pasquale del Cristo morto e risorto. Infatti, la sesta tromba è essenzialmente protesa alla settima, annunciata in 10,7 come il compimento del «mistero di Dio»: tale esplicita tensione indica una fase di preparazione.

La cavalleria infernale L'immagine della voce che parte dall'altare (cfr. 8,3) determina la scena seguente e si anticipa, così, l'affermazione che tutto resta sotto il controllo di Dio. Viene ripresa la tematica del demoniaco che rovina il mondo; tuttavia, nel ripetersi di immagini affini c'è uno sviluppo costante. In questo caso, si aggiunge che l'azione demoniaca porta anche alla morte fisica e all'autentica distruzione degli uomini. I quattro angeli si trasformano in un esercito sterminato, una cavalleria infernale lanciata all'attacco dell'umanità: la sua descrizione è conclusa da un intervento interpretativo (9,19) che aiuta a comprenderne il valore, dicendo che il potere di questi simbolici cavalli sta nella bocca e nella coda (cfr. 9,3.10). La bocca è l'organo della parola; ma dalle bocche di queste figure esce un fumo asfissiante, terribile metafora di un discorso che uccide. La coda non è particolarmente significativa, ma qui assume la forma di serpente: così è chiaro il velenoso e assassino simbolo diabolico (cfr. 12,9; 20,2). La cavalleria infernale assume i connotati del flagello della guerra; Giovanni vi vede un segno eloquente dell'orgoglio e della violenza demoniaca che rovinano l'umanità. La reazione degli uomini (9,20-21) di fronte a queste piaghe è simile a quella degli Egiziani secondo il racconto dell'Esodo: ostinazione e rifiuto. Il culto riservato agli idoli è indicato come l'effetto della corruzione portata dai demoni: essi traviano l'umanità e si fanno adorare come divinità. L'idolatria viene evocata con il linguaggio polemico tipico di tanta letteratura biblica (cfr. Sal 115,4-7; 135,15-17; Dn 5.23). Strettamente legata all'idolatria è l'immoralità: il mondo umano è profondamente corrotto; il sistema terrestre pervertito dalle forze del male è chiuso a Dio e diviene quindi fonte e strumento di morte. Nonostante la lezione delle piaghe, l'umanità non riesce da sola a liberarsi e a cambiare modo di pensare. Per porre rimedio a questa situazione corrotta è assolutamente necessario che Dio intervenga!


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Il settimo sigillo 1Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio nel cielo per circa mezz’ora.

IL SETTENARIO DELLE TROMBE (8,2-11,19)

Visione introduttiva 2E vidi i sette angeli che stanno davanti a Dio, e a loro furono date sette trombe. 3Poi venne un altro angelo e si fermò presso l’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi, perché li offrisse, insieme alle preghiere di tutti i santi, sull’altare d’oro, posto davanti al trono. 4E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme alle preghiere dei santi. 5Poi l’angelo prese l’incensiere, lo riempì del fuoco preso dall’altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono tuoni, voci, fulmini e scosse di terremoto. 6I sette angeli, che avevano le sette trombe, si accinsero a suonarle.

Le prime quattro trombe 7Il primo suonò la tromba: grandine e fuoco, mescolati a sangue, scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra andò bruciato, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde andò bruciata. 8Il secondo angelo suonò la tromba: qualcosa come una grande montagna, tutta infuocata, fu scagliato nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, 9un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto. 10Il terzo angelo suonò la tromba: cadde dal cielo una grande stella, ardente come una fiaccola, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. 11La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono a causa di quelle acque, che erano divenute amare. 12Il quarto angelo suonò la tromba: un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e così si oscurò un terzo degli astri; il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente. 13E vidi e udii un’aquila, che volava nell’alto del cielo e che gridava a gran voce: «Guai, guai, guai agli abitanti della terra, al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Il settimo sigillo La redenzione cristiana è stata celebrata nel sesto sigillo; il settimo corrisponde al compimento della storia. Rimosso l'ultimo sigillo, il libro misterioso del progetto divino può finalmente essere letto. La scena che segue, tuttavia, è brevissima e caratterizzata dal silenzio che sembra evocare la grande attesa e lo sbigottimento universale davanti alla manifestazione del Signore. In questo modo il settenario dei sigilli non pone fine alla rivelazione, ma dopo una breve pausa di contemplazione dà inizio a una nuova serie, riprendendo da capo la presentazione dell'opera di salvezza realizzata in Gesù Cristo.

IL SETTENARIO DELLE TROMBE Sette angeli, presentati in un contesto liturgico, suonano le loro trombe e a ogni squillo corrisponde una diversa scena simbolica. Seguendo una struttura circolare ascendente, l'Apocalisse ritorna sulle medesime tematiche della storia salvifica e adopera altre immagini per sviluppare la stessa riflessione secondo una diversa prospettiva. Come avviene per i sigilli, anche questo settenario riceve la propria connotazione dalla visione che lo introduce e dal simbolo che lo caratterizza. Nella tradizione biblica il suono della tromba sottolinea i grandi momenti della storia di Israele: chiama al combattimento, fa parte del culto e accompagna le feste e il canto; soprattutto risuona nelle teofanie (cfr. Es 19,16.19), insieme ai tuoni e ai fulmini evoca la voce potente di Dio: nel linguaggio apocalittico, infine, diviene lo strumento che annuncia il giorno del compimento della storia (cfr. Gl 2,1; Sof 1,16). Tipico di questo settenario è, inoltre, lo stretto rapporto tra il cielo e la terra, sottolineato dai movimenti opposti di «cadere» e di «salire». La dinamica delle vicende è caratterizzata da angeli buoni e cattivi: da una parte sono importanti in queste scene le figure di angeli fedeli a Dio, che svolgono simboliche funzioni di mediatori della rivelazione; dall'altra parte si insiste sulla caduta degli angeli ribelli e sulla conseguente rovina del mondo da loro causata. Nel settenario dunque possiamo riconoscere il tema dell'intervento salvifico di Dio nell'antica alleanza.

Visione introduttiva Protagonisti di questa visione iniziale sono gli angeli, presentati in tre scene diverse: i vv. 2 e 6 costituiscono la cornice che offre l'intelaiatura dell'intero settenario, mentre la scena centrale (vv. 3-5), simbolicamente più rilevante, descrive una celebrazione liturgica strettamente affine al rito dell'offerta dell'incenso che avveniva nel tempio di Gerusalemme sull'altare dei profumi, di fronte al Santo dei Santi (cfr. Es 30,1-3). Questa scena sembra indicare il corrispondente celeste del culto giudaico (cfr. Lv 16,12) e sottolineare la mediazione angelica, dove al movimento ascendente verso Dio si contrappone un movimento discendente verso la terra. Si noti che al v. 5 la risposta alla preghiera viene dalle mani dello stesso angelo che ha fatto salire l'incenso presso Dio. L'immagine è quella del fuoco dal cielo (cfr. il riferimento alle braci) che è capace di esprimerei due aspetti dell'intervento divino: giudizio e punizione, ma anche salvezza e dono dello Spirito.

Le prime quattro trombe Nel giudaismo precristiano era diffusa una dottrina teologica che spiegava la corruzione del mondo con la ribellione iniziale di alcuni angeli, la loro caduta e la conseguente azione negativa contro gli uomini; a questa universale situazione di male poteva rimediare solo un intervento potente di Dio (cfr. I Enok). L'apocalittico Giovanni si colloca in questa ottica, ma vi aggiunge il dato fondamentale del rimedio potente operato da Gesù Cristo. Perciò in questo settenario, occupa un ruolo importante il demoniaco: nella prima parte, contrassegnata dal movimento di caduta, sono presentati i danni recati al cosmo. Ognuna delle prime quattro trombe descrive i guasti apportati a una zona cosmica: l'ordine della creazione è stato sconvolto dalla caduta degli angeli, ma con effetti limitati. Inoltre, nel substrato simbolico del settenario, si intravede lo schema delle piaghe d'Egitto secondo il racconto dell'Esodo: Dio interviene per liberare il suo popolo e colpisce gli avversari oppressori, dando loro severe lezioni.

La scena della prima tromba (v. 7) evoca una terribile tempesta che distrugge la terra e la sua vegetazione; ricorda, anche nei particolari, la settima piaga costituita da grandine e fulmini (cfr. Es 9,23-25).

Con la seconda tromba (vv. 8-9), si descrive il danno recato al mare, le cui acque diventano sangue, facendo riferimento alla prima piaga (cfr. Es 7,20-21). La causa è costituita da un'enorme montagna infuocata che è stata gettata nelle acque; l'oscura allusione viene chiarita dalla scena seguente.

Al suono della terza tromba (vv. 10-11) sono i fiumi e le sorgenti la zona cosmica rovinata da un'altra caduta: qui si tratta di una stella, descritta con tratti molto simili a quelli della precedente montagna; di essa però si dice che «cadde», causando la morte di una parte dell'umanità. Secondo il simbolismo giudaico, è probabile che in queste scene Giovanni evochi la caduta degli angeli ribelli. Non c'è riferimento diretto a una piaga d'Egitto; piuttosto si evoca l'episodio delle acque amare, in cui il Signore prometteva di risparmiare al popolo fedele le piaghe inflitte agli Egiziani (cfr. Es 15,23.26).

Alla quarta tromba(v. 12) il danno prodotto agli astri riduce parzialmente la luce sulla terra e ,allo stesso modo, la nona piaga comportava le tenebre per gli Egiziani (cfr. Es 10,21-23).

Un versetto di transizione (8,13) presenta al figura simbolica di un'aquila per attirare l'attenzione sugli ultimi tre elementi del settenario. L'immagine può alludere all'intervento benevolo di Dio a favore del suo popolo nel momento della liberazione dalla schiavitù (cfr. Es 19,4; Dt 32,11). Inoltre, li termine «guai», qui ripetuto tre volte, sembra imitare il verso stesso dell'aquila. L'annuncio dei tre «guai»,cioè della difficile situazione di questo mondo, non è disgiunto dalla fiducia nell'intervento di Dio.


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CONTINUA: Il sesto sigillo I centoquarantaquattromila segnati di Israele 1Dopo questo vidi quattro angeli, che stavano ai quattro angoli della terra e trattenevano i quattro venti, perché non soffiasse vento sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta. 2E vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: 3«Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». 4E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele: 5dalla tribù di Giuda, dodicimila segnati con il sigillo; dalla tribù di Ruben, dodicimila; dalla tribù di Gad, dodicimila; 6dalla tribù di Aser, dodicimila; dalla tribù di Nèftali, dodicimila; dalla tribù di Manasse, dodicimila; 7dalla tribù di Simeone, dodicimila; dalla tribù di Levi, dodicimila; dalla tribù di Ìssacar, dodicimila; 8dalla tribù di Zàbulon, dodicimila; dalla tribù di Giuseppe, dodicimila; dalla tribù di Beniamino, dodicimila segnati con il sigillo.

La folla che nessuno poteva contare 9Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. 10E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». 11E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: 12«Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». 13Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». 14Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. 15Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. 16Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, 17perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

I centoquarantaquattromila segnati di Israele Introdotta da una formula di passaggio, la nuova scena è articolata in due parti: la presentazione dell'angelo col sigillo (vv. 1-3) e l'elenco dei «segnati» (vv. 4-8). La scena è presa da un modello anticotestamentario presente nella grandiosa visione di Ezechiele sulla gloria divina che abbandona il tempio di Gerusalemme (cfr. Ez 8-10). Dio annuncia la punizione del popolo di Israele peccatore, ma risparmia gli innocenti: quelli che non sono stati idolatri vengono segnati sulla fronte con un “tau” (Ez 9,4), l'ultima lettera dell'alfabeto ebraico che, nella grafia più antica (caduta in disuso a partire dal V sec. a.C.), aveva la forma di una croce. Chi ha il segno è il resto fedele di Israele; chi non ha il segno sarà distrutto. Ai quattro angeli cosmici se ne aggiunge un altro, descritto con connotazione positiva e messianica (il sorgere del sole), mentre invita a dilazionare l'intervento di giustizia punitiva perché prima bisogna segnare con il sigillo i servi di Dio. Con insistente ritmo da catalogo vengono ripetuti il numero e la provenienza dei segnati. L'elenco delle tribù di Israele segue un ordine peculiare e non riproduce nessun elenco biblico; esso parte da Giuda, perché è la tribù di David e quindi del Messia; omette Dan e inserisce, stranamente, Manasse oltre a Giuseppe, ma non Efraim. L'assenza di Dan si spiega in genere con una leggenda giudaica che ipotizzava la provenienza dell'anticristo da quella tribù; le altre scelte non trovano spiegazioni plausibili. Giovanni, rielaborando la scena di Ezechiele, la utilizza come simbolo dell'intervento di Dio nella storia di Israele caratterizzato da giudizio e da salvezza. Ai particolari tratti dal profeta, viene aggiunto il numero, per distinguere chiaramente questo gruppo dalla moltitudine innumerevole di cui si parla in 7,9. Sembra quindi che si tratti del resto di Israele, cioè dei salvati dell'antico popolo eletto.

La folla che nessuno poteva contare Una formula analoga a 7,1 introduce la terza scena, visione vertice di tutto il settenario. La struttura del brano è tripartita: presentazione e descrizione della folla (vv. 9-10), interludio liturgico-celebrativo (vv. 11-12), intervento ermeneutico e chiarificatore. La folla e gli eletti di Israele sono presentati per contrasto: da una parte, un gruppo numerabile e chiaramente distinto dalla provenienza; dall'altra, una moltitudine incalcolabile radunata dalla totalità cosmica. La descrizione è ricca di particolari simbolici: sono viventi («stanno in piedi») come l'Agnello (cfr. 5,6); sono in relazione personale («davanti») con Dio e l'Agnello; vivono questa relazione in modo definitivo («avvolti»), poiché sono partecipi della risurrezione di Gesù Cristo («vesti bianche»): con lui condividono la vittoria sul male e la pienezza della vita («i rami di palma»). La descrizione dei salvati sfocia in un canto liturgico (vv. 11-12), che riprende la celebrazione iniziale (cfr 5,11-14): in tal modo le due scene risultano strettamente parallele. Nell'acclamazione liturgica si ribadisce che l'opera salvifica «appartiene» all'operazione congiunta di Dio e dell'Agnello: soltanto loro possono salvare. Al grido dei redenti si unisce poi un canto cosmico che attribuisce a Dio sette elementi: tre rappresentano il movimento discendente dell'azione divina (sapienza, potenza e forza) e quattro il movimento ascendente della risposta umana (lode, gloria, ringraziamento e onore). Con un espediente letterario, tipico del genere apocalittico, si chiarisce il significato dei simboli (vv. 13-17). Sottolineata l'incapacità del veggente, la risposta autorevole viene da uno degli anziani che partecipano al potere di Dio. La sua presentazione si sofferma dapprima sulla provenienza dei salvati: sono coloro che traggono origine (nel presente e nel futuro) dalla «grande tribolazione», con la morte redentrice di Gesù Cristo. Ne completa, poi, la descrizione con riferimenti cristologici: la morte di Cristo («sangue») ha permesso e comunicato la risurrezione («vesti bianche») e nel lavacro battesimale si realizza tale partecipazione alla vita eterna del Risorto (cfr. 22,14). L'anziano che funge da interprete prosegue descrivendo le conseguenze della redenzione come una serie di azioni dei salvati, dell'Agnello e di Dio; esse sono tutte caratterizzate dalla novità e i verbi al futuro indicano che tale situazione durerà nei secoli. Il cambiamento riguarda, innanzitutto, il culto: l'incontro è personale e diretto («stanno davanti al trono di Dio»); l'adorazione è ininterrotta perché la comunità stessa diviene «tenda» della presenza di Dio (cfr. 21,3). Poi c'è la vita nuova, giacché Dio ha consolato il suo popolo sconfiggendo la morte (cfr. 21,4) e ha compiuto il vero esodo, realizzando i desideri umani (cfr. 21,6). L'autore descrive la nuova e felice situazione del popolo messianico con due citazioni tratte dal rotolo di Isaia (Is 25,8;49,10). Importante è notare come il ruolo decisivo di Dio-Pastore (cfr. Ez 34,11.15.23) è ora svolto in modo paradossale dall'Agnello: egli è il centro del progetto divino, perché simbolicamente «sta in mezzo al trono». Al vertice è così posta la novità del pastore: guida del popolo è ora Gesù Cristo, unica causa e modello di salvezza.


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IL SETTENARIO DEI SIGILLI

I quattro cavalli

Primo sigillo: un cavallo bianco 1E vidi, quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, e udii il primo dei quattro esseri viventi che diceva come con voce di tuono: «Vieni». 2E vidi: ecco, un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco; gli fu data una corona ed egli uscì vittorioso per vincere ancora.

Secondo sigillo: un cavallo rosso 3Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che diceva: «Vieni». 4Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada.

Terzo sigillo: un cavallo nero 5Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che diceva: «Vieni». E vidi: ecco, un cavallo nero. Colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. 6E udii come una voce in mezzo ai quattro esseri viventi, che diceva: «Una misura di grano per un denaro, e tre misure d’orzo per un denaro! Olio e vino non siano toccati».

Ouarto sigillo: un cavallo verde 7Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». 8E vidi: ecco, un cavallo verde. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli inferi lo seguivano. Fu dato loro potere sopra un quarto della terra, per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.

Quinto sigillo: le anime degli uccisi sotto l'altare 9Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso. 10E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue contro gli abitanti della terra?». 11Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro.

Il sesto sigillo L'intervento escatologico di Dio 12E vidi, quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, e vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue, 13le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi. 14Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. 15Allora i re della terra e i grandi, i comandanti, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; 16e dicevano ai monti e alle rupi: «Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, 17perché è venuto il grande giorno della loro ira, e chi può resistervi?».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

IL SETTENARIO DEI SIGILLI L'Agnello procede ad aprire i sette sigilli, esprimendo il simbolo del Cristo risorto, l'unico capace di rivelare pienamente il progetto salvifico di Dio. All'apertura di ogni sigillo corrisponde una diversa scena simbolica. Lo schema riflette la divisione religiosa del tempo in periodi di sette giorni e diviene, nell'apocalittica, un simbolo teologico per inquadrare tutta la storia. Seguendo il modello del poema che apre il racconto biblico (Gen 1,1-2,4a), dove il sesto è il giorno della creazione dell'uomo, anche nei settenari dell'Apocalisse assume un ruolo importantissimo il sesto elemento; è sempre a questo punto che Giovanni colloca l'intervento decisivo di Dio nella storia, che consiste nel mistero pasquale di Cristo, creazione dell'uomo nuovo, condizione indispensabile per il compimento perfetto evocato nel settimo elemento. La lineare struttura dell'insieme subisce, dunque, un evidente ampliamento nel sesto elemento (6,12-7,17), per chiudersi, poi, con una nota brevissima (8,1).

I quattro cavalli I primi quattro sigilli costituiscono un blocco omogeneo con schema fisso: lo sviluppo è lineare e progressivo, proponendo un medesimo simbolismo di animali e colori. Lo spunto simbolico perla scena dei quattro cavalli colorati deriva dal profeta Zaccaria (cfr. Zc 1,8-11;6,1-6), ma l'autore ha elaborato qui una presentazione originale, apportando tante correzioni da rendere il suo quadro molto diverso dalla fonte. In questa descrizione apocalittica i cavalli evocano le grandi forze che dominano la storia, cioè le dinamiche che più profondamente segnano la vicenda umana. Ognuno di essi è chiamato da uno dei quattro esseri viventi, evidenziando così come tali forze restino sotto la giurisdizione del trono divino; non si tratta, cioè, di eventi casuali e incontrollati.

  1. Il primo cavallo è descritto in modo ambiguo; alcuni tratti lo distinguono dagli altri tre, eppure lo schema descrittivo è pressoché lo stesso. Nella storia dell'esegesi questo simbolo è stato interpretato in modi diametralmente opposti: a )come segno negativo, potrebbe evocare la guerra e la violenza, l'esercito dei Parti o addirittura l'anticristo; b) come segno positivo, è stato inteso quale simbolo della parola di Dio, del Vangelo o di Cristo stesso. I particolari che lo caratterizzano, interpretati nell'ottica di tutta l'Apocalisse, fanno propendere per un valore positivo: il colore bianco è simbolo di vita e risurrezione; l'arco evoca il giudizio divino; la corona è riconoscimento di vittoria e le due indicazioni finali sottolineano la natura di vincitore nel presente e nel futuro. Il confronto con la scena di 19,11-16 induce definitivamente a ritenere il cavallo bianco un simbolo cristologico. Nel quadro delle dinamiche storiche, si può riconoscere nel primo cavallo un'allusione al progetto originale, secondo cui l'umanità è destinata, nonostante tutto, alla vittoria finale e definitiva.
  2. Il secondo cavallo è caratterizzato dal colore rosso, che richiama sangue e fuoco, e il suo cavaliere reca una grande spada con cui elimina la pace e spinge gli uomini alla lotta tra di loro. Costituisce, perciò, un simbolo di guerra e di violenza; tuttavia il suo potere resta sotto il controllo di Dio.
  3. Il colore del terzo cavallo lo connette alle tenebre e alla morte, mentre il suo cavaliere tiene in mano una bilancia, segno di misurazione. Una voce ne precisa il significato dicendo che i cibi sono razionati, i prezzi salgono vertiginosamente, i beni essenziali vanno usati con parsimonia. La scena rappresenta la carestia e la fame, cioè una grave piaga da sempre, per tutta l'umanità.
  4. Il quarto cavallo è connotato da un colore irreale e provocatorio. Può evocare l'erba che appassisce e non dura oppure il colorito livido e verdastro di un cadavere. Il suo cavaliere è definito: la morte in persona, seguita dalla figura simbolica del mondo sotterraneo. In questo quarto cavallo Giovanni ha sintetizzato le disparate potenze di morte (cfr. Ez 14.21) che dominano e affliggono l'umanità. Si ribadisce, però, che il loro potere è sottomesso a Dio: che solo un quarto della terra sia colpito ne dice simbolicamente la limitazione.

Quinto sigillo: le anime degli uccisi sotto l'altare Con il quinto sigillo cambia lo schema e muta il tema; eppure si nota continuità e progressione. Viene presentata un'altra forza determinante nella storia, costituita dalle anime vicine a Dio, cioè persone violentemente uccise per motivi religiosi. La loro azione consiste in un grido potente: la preghiera delle vittime urla il desiderio ardente dell'intervento di Dio come giudice escatologico. Al desiderio dell'intervento escatologico che metta ordine nel mondo dominato dal male, Dio risponde con il dono della veste bianca, simbolo della partecipazione personale alla risurrezione, e con l'invito alla paziente attesa perché il momento decisivo non è ancora giunto, ma sta per arrivare. Proprio tale sfumatura induce a riconoscere in questi versetti una scena simbolica dell'ardente aspettativa del giudaismo precristiano, con l'insegnamento che la preghiera delle vittime costituisce una grande forza nel progresso della storia.

Il sesto sigillo L'intervento salvifico di Dio è presentato in tre quadri giustapposti, tre visioni che si succedono per presentare vari aspetti di un unico mistero.

L'intervento escatologico di Dio Le immagini di sconvolgimenti cosmici appartengono al genere letterario apocalittico ed evocano il cambiamento radicale operato dall'intervento divino nella storia. La catastrofe è, infatti, un capovolgimento che produce una novità assoluta: il libro non minaccia né prevede per il futuro terribili calamità naturali, ma utilizza un linguaggio tradizionale per presentare la decisiva azione di salvezza. Il giorno di YHWH, quello risolutivo e definitivo, annunciato e atteso da tutti i profeti, secondo Giovanni è giunto con l'evento determinante della morte e risurrezione di Cristo. La citazione di Os 10,8 (presente anche in Lc 23,30) avvicina questa scena al contesto della passione di Cristo e conferisce all'insieme un tono drammatico: come in tempo di invasione o di assedio, gli abitanti di una città fuggono sui monti e si nascondono nelle caverne per sfuggire ai nemici. Qui, però, il pericolo è rappresentato da Dio stesso: il suo intervento in Cristo getta nel panico gli avversari, fa crollare il sistema terrestre e mette l'uomo definitivamente allo scoperto ponendolo di fronte al suo peccato, ma anche alla possibilità di salvezza. Perciò tale giorno «grande» è caratterizzato dall'ira di Dio e dell'Agnello. L'espressione, provocatoria nella sua ironia, allude alla forza messianica di distruzione del male attraverso il proprio sacrificio: anche se nella letteratura apocalittica si trova qualche accenno a un agnello combattente, il richiamo simbolico è paradossale proprio per il riferimento al fatto di essere piccolo e debole. Infatti, il mondo terreno costruito come un assoluto è solo una potente struttura di male che viene sconvolta dall'intervento divino: riconoscendo la presenza di Dio nell'Agnello immolato, l'uomo prepotente scopre il proprio fallimento e se ne vergogna, tenta di nascondersi o di scomparire (cfr. Os 10,8; Is 2,10.19.21). A sette sconvolgimenti cosmici, infatti, reagiscono con la fuga altrettanti tipi di persone di cui cinque sono categorie di uomini potenti. Il quadro termina con una domanda («Chi può restare in piedi?»), che ha la forza retorica dell'ammissione: nessuno ha la forza di conservare l'esistenza indipendentemente da Dio. La drammatica questione ha anche una funzione strutturante, introducendo le due scene seguenti in cui si propone la risposta: la possibilità è offerta sia al popolo di Israele sia a tutte le altre genti.


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Il libro 1E vidi, nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. 2Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». 3Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra, era in grado di aprire il libro e di guardarlo. 4Io piangevo molto, perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo. 5Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».

Seconda tavola: la redenzione 6Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. 8E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, 9e cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, 10e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra». 11E vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12e dicevano a gran voce: «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione». 13Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli». 14E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Il libro Un libro in forma di rotolo, secondo l'uso dell'antichità, crea il collegamento tra le tavole del dittico. Esso è legato al governo del mondo, svolgendo quasi la funzione dello scettro, e ha un valore positivo (sta nella mano destra); è scritto in modo completo e non c'è lo spazio per aggiunte; inoltre vi sono apposti i sigilli che lo qualificano come appartenente a Dio in modo perfetto. L'interpretazione migliore del libro sembra quella di chi vi ha visto il simbolo della Bibbia, che conserva all'immagine un profondo significato simbolico: il libro segreto contiene il piano di Dio, è il suo progetto sulla storia dell'uomo, è la risposta ai grandi “perché” dell'umanità. Nessuno, né angeli, né uomini, né morti, può penetrare il mistero di Dio. Le creature non hanno la capacità di risolvere le gravi questioni dell'esistenza. La reazione di Giovanni riassume lo stato dell'umanità di fronte al mistero: il grande pianto è simbolo dell'angoscia e della sofferenza di ogni persona che non sa spiegarsi il senso della vita. Finalmente uno degli anziani proclama, con un solenne annuncio pasquale, che il Messia ha vinto. Egli ha ottenuto la vittoria ed è l'unico in grado di rivelare il piano di Dio: può, così, colmare il desiderio dell'uomo e calmare il suo pianto angosciato. In che cosa consista questa vittoria non è detto. Con fine abilità l'autore prepara un grande colpo di scena.

Seconda tavola: la redenzione È stato annunciato un leone e compare un agnello è stata evocata la figura di un predatore che vince sbranando e viene, invece, descritta una preda sbranata. Più che all'immagine dell'anello guerriero e vincitore, presente nell'apocalittica giudaica, il riferimento è al simbolo biblico della vittima, in opposizione a ideologie messianiche violente. L'Agnello si trova «in mezzo al trono»: chiaro particolare simbolico, non descrittivo. Al centro di tutto il potere divino, nel cuore dell'azione di Dio, c'è l'Agnello. La sua identità non è svelata, ma la comunità cristiana, già formata a comprendere i riferimenti all'Antico Testamento, riconosce facilmente il simbolo di Gesù Cristo, in forza di una tradizione neotestamentaria (cfr. 1Cor 5.7; 1Pt 1.18-19; Gv 1,29.36; 19,36). Il significato globale della scena non è né quello di una intronizzazione né di un semplice affidamento d'incarico; il quadro teologico è connotato come l'investitura dell'Agnello, in quanto contiene il riconoscimento solenne e cosmico di un ruolo decisivo già svolto. La morte sacrificale del Cristo fonda tale investitura.

La descrizione avviene mediante un simbolismo discontinuo: non si tratta, infatti, di disegnare la figura (sarebbe mostruosa!), ma di comprendere il senso. L'Agnello è il vivente proprio perché è stato ucciso, ha ottenuto il potere universale ed è il datore dello Spirito divino nella sua pienezza. Mentre celebra la domenica, la comunità liturgica contempla al centro della signoria di Dio il Cristo risorto, colui che ha vinto morendo e rivela e comunica a «tutta la terra» la vita di Dio, cioè il suo Spirito.

Nel momento in cui l'Agnello prende il libro, scoppiano l'adorazione e il canto. L'evento della redenzione è il vertice del piano di Dio, perciò la natura e la storia si prostrano davanti al Cristo risorto con i simboli della preghiera e intonano un canto nuovo. Di fronte all'umanità incapace e impotente si presenta il Cristo glorioso, l'unico che può aprire il libro del mistero perché ha accolto perfettamente il piano di Dio, fino a essere ucciso. La sua capacità di unire l'umanità a Dio riguarda tutti senza distinzione, in modo da abilitarli a collaborare per l'instaurazione del Regno con una mediazione tipicamente sacerdotale (cfr. 1.6; 20,6).

Il canto liturgico che celebra al redenzione, partito da coloro che stanno intorno al trono, si espande per tutto l'universo: dopo aver raggiunto le profondità della terra e del mare, il canto ritorna al cielo e si conclude con il solenne «Amen» degli esseri viventi e con l'adorazione degli anziani. La lode sfocia nella contemplazione con cui si chiude la grande sinfonia di apertura: in modoa nalogo terminerà anche il settenario dei sigilli (8,1) che questa visione introduce.


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SECONDA PARTE: I TRE SETTENARI (4,1-22,5)

LA VISIONE INTRODUTTIVA (4,1-5,14) AL SETTENARIO DEI SIGILLI (6,1-8,1)

Prima tavola: la creazione 1Poi vidi: ecco, una porta era aperta nel cielo. La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: «Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito». 2Subito fui preso dallo Spirito. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. 3Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono. 4Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. 5Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; ardevano davanti al trono sette fiaccole accese, che sono i sette spiriti di Dio. 6Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi davanti e dietro. 7Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola. 8I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: «Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!». 9E ogni volta che questi esseri viventi rendono gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, 10i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo: 11«Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, per la tua volontà esistevano e furono create».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

I TRE SETTENARI Dopo l'introduzione e le sette lettere, inizia al capitolo 4 la parte centrale dell'Apocalisse che si estende fino a 22,5. Troviamo in questa sezione i tre grandi settenari, ognuno dei quali è introdotto da una visione inaugurale che ne anticipa il tema e la portata simbolica. Ai capitoli 4-5 è affidato sia il compito di introduzione generale sia il ruolo di apertura per il settenario dei sigilli (6,1-8,1).

LA VISIONE INTRODUTTIVA (4,1-5,14) AL SETTENARIO DEI SIGILLI (6,1-8,1) I due capitoli introduttivi costituiscono un'unità letteraria omogenea e ben costruita, un'autentica ouverture che annuncia e prepara i temi principali. I motivi annunciati si presentano sotto forma di simboli; tre sono quelli fondamentali:un trono, un libro e un agnello.

L'immagine generale richiama una scena della corte celeste, in cui il veggente viene prodigiosamente accolto, per essere spettatore di un fatto straordinario che dovrà comunicare ai suoi destinatari, secondo uno schema narrativo comune ai profeti e agli apocalittici.

La descrizione dei diversi elementi e lo svolgimento dell'azione determinano chiaramente due scene distinte e collegate: una specie di dittico dominato, da una parte, dal trono (4,2-11) e, dall'altra, dall'Agnello. Al centro di questi due quadri principali compare, come fondamentale motivo di raccordo, il libro (5,1-5).

L'unica azione, infatti, consiste nella consegna di questo libro da Colui che siede sul trono all'Agnello.

Attraverso gli elementi simbolici, la prima tavola del dittico presenta come motivo teologico la creazione e la regalità di Dio su essa; il canto di lode (4,11) che conclude la presentazione lo rende esplicito.

La seconda, invece, caratterizzata dalla presenza dell'Agnello, celebra l'evento decisivo della redenzione; anche in questo caso è il canto di lode, strutturalmente simile al precedente, che chiarifica il motivo dominante (5,9).

Il libro con i sette sigilli unisce i due quadri: inserito tra creazione e redenzione, il grande simbolo compendia in modo mirabile tutto il piano divino della salvezza.

Prima tavola: la creazione L'intera pericope si articola in tre momenti. Dapprima un'introduzione narrativa (v. 1) presenta il movimento del veggente che – invitato a salire in cielo attraverso una porta aperta – è accolto nella corte celeste. La parte centrale (vv. 2-8) descrive minuziosamente la sala del trono e i personaggi che vi sono presenti. L'ultima (vv. 9-11) comprende un quadro liturgico di lode e adorazione.

Introduzione nella corte celeste Il v. 1 ha la funzione di cerniera tra la prima e la seconda parte dell'Apocalisse; introduce la nuova scena ed è solenne e ridondante. Da notare l'inclusione della formula «dopo queste cose», espressione tecnica del linguaggio apocalittico per indicare un cambiamento di argomento senza valore cronologico. Essa, infatti, non indica il passaggio dal presente alla previsione del futuro, ma è l'indizio narrativo di un cambiamento di sezione; la stessa funzione è svolta dalla presenza del verbo «guardai» e dell'avverbio «ecco». Nel cielo – il mondo di Dio – Giovanni vede una porta aperta: l'accesso, dunque, è possibile. Anzi, la stessa voce del Cristo risorto (cfr. 1,10) lo invita a salire, a entrare in contatto personale con Dio, cosi da poter ricevere la rivelazione: l'allusione alla tromba e l'invito a salire ricordano il prototipo della rivelazione biblica, cioè la teofania del Sinai (Es 19,19-20). Come Mosè, anche Giovanni ha la possibilità di incontrare Dio nella sua gloria; ma, grazie all'intervento di Gesù Cristo, il profeta cristiano ha la possibilità di comprendere molto di più.

Descrizione della sala del trono Per esprimere la dimensione spirituale della propria esperienza e sottolineare un collegamento con la visione iniziale, Giovanni ripete una sua formula originale («Mi ritrovai nello Spirito»; cfr. 1,10): attraverso il profeta è la stessa comunità liturgica che vive la presenza dello Spirito e, immersa nella sua luce, può comprendere la propria storia. Il «trono» appartiene al simbolismo antropologico e indica il potere e l'esercizio di governo: strettamente connesso con Dio, ne evoca il ruolo di Signore dell'universo, creatore e governatore di tutte le cose. Il trono è presentato come un dato acquisito («c'era»), non come risultato di un'azione (cfr. Dn 7,9); non è vacante, ma c'è chi governa. Tuttavia, il personaggio seduto non è rappresentato. La scena, infatti, pur essendo costruita su alcuni modelli dell'Antico Testamento(cfr. Is 6 e Ez 1), è molto più sobria. Viene solo evocata un'impressione luminosa: l'aspetto di Colui che siede sul trono non è descritto, bensì paragonato alla meraviglia di luce prodotta dai riflessi di diverse pietre preziose: il rosso della cornalina, il verde dello smeraldo e i mille riflessi colorati del diaspro. Il seguito della presentazione si sofferma sugli elementi che fanno corona al trono e contribuiscono a chiarirne il valore simbolico e, in modo particolare, sui ventiquattro anziani (4,4) e sui quattro esseri viventi (4,6b-8a), separati da tre brevi annotazioni simboliche (4,5a.Sb.6a).

I ventiquattro anziani sono vistosamente associati a Colui che siede sul trono. Il vestito è sempre simbolo di relazione e il colore bianco è legato al mistero della risurrezione di Cristo; inoltre, la corona dice riconoscimento per un'impresa compiuta e l'oro è il classico metallo legato alla divinità. Si tratta, quindi, di personaggi autorevoli e storici, accomunati a Dio nel governo del mondo e partecipi della sua vita. Tuttavia una loro esplicita identificazione non è facile; le moltissime interpretazioni proposte si possono ridurre a tre modelli:

a) esseri celesti: angeli o stelle; b) uomini glorificati: ventiquattro personaggi dell'Antico Testamento o del Nuovo Testamento; oppure dodici patriarchi e profeti dell'Antico Testamento e dodici apostoli del Nuovo Testamento; c)autentici simboli, ovvero schemi da interpretare e colmare con la propria esperienza.

Quest'ultima modalità interpretativa è preferibile; i ventiquattro anziani, infatti, non sembrano rinviare a persone precise, ma piuttosto evocare coloro che collaborano al piano di Dio e hanno un ruolo attivo nella storia della salvezza. In base all'insistenza sul numero ventiquattro vi si può riconoscere un'allusione alla tradizione giudaica dei libri ispirati o alle classi sacerdotali: sono coloro che hanno «fatto la storia» e, con un concetto moderno, potremmo dire che sono il simbolo stesso della storia.

Tre note simboliche presentano la figura di Dio come colui che entra in relazione con il mondo.

  1. Il primo elemento è costituito da un tipico simbolismo della rivelazione e dell'intervento storico dell'Onnipotente: l'uscita dal trono di lampi, voci e tuoni (cfr. 8,5; 11,19; 16,18) ha un significato teofanico con rimando all'alleanza sinaitica (cfr. Es 19,16) e indica che il trono non è isolato in sé, ma che Dio entra in contatto con il mondo.
  2. Il secondo elemento è quello centrale e riprende un'immagine dell'introduzione (1,4): l'autore stesso offre la spiegazione del simbolo delle sette fiaccole. Più che di angeli, sembra che si parli dello Spirito Santo nella sua pienezza sotto la figura del fuoco che scalda, illumina, purifica e consuma. Il contatto di Dio con il mondo è operato dal suo Spirito.
  3. Infine il terzo elemento è costituito da un mare di cristallo che evoca il mostro caotico primitivo: il simbolo del male, dell'inconsistenza e della negazione di vita è dominato da Dio e perciò è descritto come solido e trasformato in supporto del trono. Attraverso il riferimento a un particolare della teofania descritta da Ezechiele (cfr. Ez 1,22), la base del trono divino richiama il «firmamento» di cui si parla nel poema della creazione (Gen 1,6): in tal modo questo piccolo frammento unisce l'evento creatore alla definitiva sconfitta del «mare» simbolo del male (Ap 21,1).

I quattro esseri viventi. L'altro gruppo che circonda il trono è ripreso da descrizioni di Ezechiele e Isaia. L'autore, proponendo diversi particolari, non vuole farne una descrizione complessiva, ma elabora una sottile evocazione concettuale: il modello ispiratore di tali figure si trova nella visione di Ez 1,5-10; tuttavia Giovanni ha rielaborato liberamente le immagini, creando una descrizione simbolica complessa e discontinua. Il lettore, perciò, deve decodificare ogni simbolo prima di procedere con quello successivo. I sei tratti rappresentativi sono posti in modo concentrico, così che questi quattro esseri viventi risultino al centro dell'azione di Dio; essi riconoscono la sua trascendenza («santo») insieme al suo intervento storico («colui che viene»); sono totalmente segnati dallo Spirito di Dio, simboleggiato dagli occhi (cfr. 5,6), come già Ezechiele sottolineava il rapporto tra Spirito ed esseri viventi (cfr. Ez 1,20-21); hanno le forme tipiche del mondo umano (cfr. Ez 1,10), ma sono anche dotati di ali (cfr. Is 6,2) che caratterizzano invece il cielo, il mondo di Dio. Come per gli anziani, la loro identificazione non è facile. Le diverse opinioni si possono così riassumere:

a) esseri angelici: i cherubini di Ezechiele o i serafini di Isaia: b) i simboli degli evangelisti (secondo l'opinione di Ireneo); c) autentici simboli o schemi da riempire.

Seguiamo la terza proposta ipotizzando che questi personaggi rappresentino la creazione, il dinamismo cosmico, l'universo creato e conservato da Dio nella sua molteplice varietà. Sempre utilizzando un altro concetto moderno potremmo dire che essi sono simbolo della natura.

Liturgia di adorazione La prima scena termina senza azione; si conclude con un'anticipazione di ciò che verrà descritto alla fine della seconda tavola (cfr. 5,8-14). La costruzione grammaticale non è consueta; sembra che con i quattro verbi al futuro l'autore intenda non tanto descrivere quello che la corte celeste fa abitualmente, quanto preparare la grandiosa scena seguente. Tale sfumatura narrativa è importante perché vuole esprimere la tensione della creazione verso l'evento decisivo della redenzione. L'espediente letterario mira anche a creare tensione e attesa: la seconda parte del dittico, con al centro l'Agnello, sarà quella decisiva. Al v. 1 il canto, anticipando la formula di 5,9, esplicita il contenuto di tutta questa pagina: «Tu hai creato tutte le cose». L'opera del Dio Creatore tende, però, alla salvezza e desidera l'intervento del Dio Salvatore. Sarà il tema dei versetti seguenti.


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I MESSAGGI ALLE SETTE CHIESE 2/2

Alla Chiesa che è a Sardi 1All’angelo della Chiesa che è a Sardi scrivi: “Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle. Conosco le tue opere; ti si crede vivo, e sei morto. 2Sii vigilante, rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato perfette le tue opere davanti al mio Dio. 3Ricorda dunque come hai ricevuto e ascoltato la Parola, custodiscila e convèrtiti perché, se non sarai vigilante, verrò come un ladro, senza che tu sappia a che ora io verrò da te. 4Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi cammineranno con me in vesti bianche, perché ne sono degni. 5Il vincitore sarà vestito di bianche vesti; non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. 6Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

Alla Chiesa che è a Filadèlfia 7All’angelo della Chiesa che è a Filadèlfia scrivi: “Così parla il Santo, il Veritiero, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre. 8Conosco le tue opere. Ecco, ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, hai però custodito la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. 9Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di Satana, che dicono di essere Giudei, ma mentiscono, perché non lo sono: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. 10Poiché hai custodito il mio invito alla perseveranza, anch’io ti custodirò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. 11Vengo presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. 12Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, dal mio Dio, insieme al mio nome nuovo. 13Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”.

Alla Chiesa che è a Laodicèa 14All’angelo della Chiesa che è a Laodicèa scrivi: “Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della creazione di Dio. 15Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! 16Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. 17Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. 18Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, e abiti bianchi per vestirti e perché non appaia la tua vergognosa nudità, e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. 19Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti. 20Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. 21Il vincitore lo farò sedere con me, sul mio trono, come anche io ho vinto e siedo con il Padre mio sul suo trono. 22Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”».

Approfondimenti

(cf APOCALISSE – introduzione, traduzione e commento di CLAUDIO DOGLIO © EDIZIONI SAN PAOLO, 2012)

Alla Chiesa che è a Sardi Il giudizio sulla Chiesa (vv. 1c e 4) è particolarmente severo poiché a un'apparenza di vita si contrappone una realtà di morte. Nella comunità è presente. tuttavia, un resto che non è ancora «morto» perché non si è contaminato con l'idolatria. L'esortazione (vv. 2-3) insiste sulla vigilanza, invitando la comunità a risvegliarsi dal torpore del conformismo idolatrico che la uccide e a prendere coscienza della vitale tradizione apostolica. La promessa al vincitore (v. 5) richiama l'immagine delle vesti (v. 4): coloro che non si sono abbandonati all'idolatria si rivelano strettamente uniti alla vita del Cristo risorto e il dono iniziale ricevuto è da conservare fino allo splendore finale nella gloria. Allo stesso modo la loro coerente adesione al Signore li conserva nel numero degli eletti e li farà riconoscere ufficialmente come tali nella manifestazione ultima. In questo messaggio si insiste sul termine «nome», che ricorre in 3.1 col senso di «fama» e ancora in 3,5 nella promessa di conservarlo nel «libro della vita»: questa immagine riprende un tema classico del giudaismo apocalittico (cfr. Ml 3,16; Dn 12,1), secondo cui esiste una specie di registro divino nel quale sono segnati i nomi degli eletti. Ritornerà più volte nel seguito dell'opera (13,8; 17,8; 20.12.15: 21,27). Il nome indica la persona in una dimensione di conoscenza: al «nome» – intende dire Giovanni – deve corrispondere una sostanza.

Alla Chiesa che è a Filadèlfia Il Cristo si presenta in modo nuovo rispetto alle formule dell'introduzione, utilizzando cioè titoli non ancora adoperati per ribadire il proprio ruolo messianico, potente e universale, che lo avvicina a Dio stesso. Il giudizio sulla Chiesa (vv. 8-10) è totalmente positivo. Punto di partenza è l'immensa possibilità che il Cristo le ha donato e l'irrilevanza sociale della comunità è tutt'altro che contraria a questa potenzialità: la sua forza sta, infatti, nel rapporto costante con la Parola e la persona del Cristo. Ciò che gli antichi profeti dicevano dei popoli pagani nei confronti di Gerusalemme (cfr. Is 45,14; 49,23; e soprattutto Is 60,14), ora viene applicato a sedicenti Giudei che «vengono e si prostrano» nella comunità cristiana. Tale cambiamento di prospettiva è molto significativo; la situazione della Chiesa è descritta con le caratteristiche della comunità di Israele nell'ottimistica fase della ricostruzione post-esilica e l'ingresso di alcuni Giudei nella comunità cristiana diventa segno escatologico di un progetto finalmente realizzato. L'esortazione (v. 11) è brevissima e corrisponde a un cordiale invito a perseverare nel bene. La promessa al vincitore (v. 12) rievoca l'immagine della costruzione di Gerusalemme e del tempio, ma il tutto è trasfigurato secondo la rilettura cristiana: Gesù Cristo è il tempio di Dio e il cristiano è strettamente unito a lui in una relazione definitiva con il Padre, in un rapporto personale assolutamente nuovo e donato. Va notata, infatti, la particolare insistenza sull'aggettivo «nuovo», che indica la novità qualitativa: è «nuova» Gerusalemme ed è «nuovo» il nome del Cristo. Tale novità viene scritta sul vincitore stesso che diventa una colonna nel nuovo tempio, ricevendo la possibilità di una nuova relazione con Dio.

Alla Chiesa che è a Laodicèa Il giudizio (vv. 15-17) sulla Chiesa è molto duro: in realtà è l'unico esclusivamente negativo. Il problema di Laodicèa è rappresentato dalla mediocrità, dall'incoerenza e dall'indecisione: un'orgogliosa ed erronea coscienza di sé non le permette di comprendere la sua reale miseria. L'esortazione (vv. 18-20) è, di conseguenza, molto articolata e incisiva. L'autosufficienza della Chiesa può essere superata solo con il riconoscimento della dipendenza da Cristo e con l'accoglienza dei suoi doni, simbolicamente espressi: l'autentica relazione con Dio («l'oro purificato»), la partecipazione al mistero della risurrezione («le vesti bianche»), l'intelligenza spirituale (l'unzione col «collirio»). Proprio perché le vuole bene, il Cristo si impegna a correggere la sua comunità e a educarla; da parte sua i fedeli devono accogliere questo intervento con entusiasmo e disponibilità. Se nella sesta lettera era comparsa la formula «vengo presto» (v. 11), ora viene aggiunta e sottolineata un'affermazione di presenza del Cristo, che con un tono di vivace provocazione tende all'incontro conviviale e alla comunione personale. L'evoluzione delle immagini anticotestamentarie sottese alle sette lettere e l'esplicito finale sulla comunione con il Cristo risorto fanno pensare a un riferimento alla condizione della comunità contemporanea dell'autore, orgogliosa e mediocre, chiusa all'autentica accoglienza del Messia e perciò destinata, in breve, a essere «vomitata dalla bocca» di Dio (v. 16). Partecipe di altre vicende della storia di Israele, la comunità cristiana è esposta al reale pericolo derivante dal tiepido rifiuto operato da una parte del giudaismo. La promessa al vincitore (v. 21)è di carattere cristologico ed espande l'immagine di comunione annunciando la partecipazione del cristiano alla vittoria stessa del Messia. Il discorso che il Cristo rivolge a Giovanni arriva al suo culmine con questa proclamazione di vittoria e di intronizzazione. Secondo l'uso della predicazione apostolica (Mc 16,19; Ef 1,20), è adoperata l'immagine di Sal 110,1 applicata al re Messia, risorto e asceso al trono. È importante notare l'annuncio della partecipazione del fedele alla stessa glorificazione del Cristo («come anch'io»), sullo stesso trono che è quello del Padre.

Termina qui il discorso diretto iniziato in 1,17. L'evocazione finale del trono e della intronizzazione di Cristo prepara in modo adeguato il passaggio alla seconda parte dell'opera, tutta centrata su quest'ultimo motivo.


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