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“Alviro Insights: Riflessioni e Creatività” Mastodon

L’essere umano è, per sua sfortunata costituzione, un groviglio di istinti feroci ereditati da antenati che trovavano nella clava l’unico argomento dirimente. Tuttavia, la civiltà non è che il lento, faticoso processo di sostituzione dell'intelligenza alla forza bruta.

Sforzarsi di instaurare la non-violenza non è un mero esercizio di pietà cristiana — sentimento spesso ipocrita — bensì una necessità logica dettata dalla sopravvivenza nell'era atomica. Se vogliamo che il mondo non finisca in un cumulo di ceneri radioattive, dobbiamo comprendere che la violenza è un errore di calcolo: essa distrugge ciò che intende proteggere e semina i semi di future contese.

“Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. La non-violenza efficace non è la passività del debole, ma la suprema saggezza di chi comprende che l'odio è un lusso che non possiamo più permetterci.”

I Pilastri della Non-Violenza Efficace

Per rendere la pace uno strumento operativo e non un pio desiderio, occorre agire su tre fronti:

L'Educazione dello Spirito: Sostituire il dogmatismo, che è la radice psicologica della guerra, con una sana disposizione al dubbio e al metodo scientifico.

L'Efficacia Pratica: La non-violenza deve essere “efficace”; non deve limitarsi a porgere l'altra guancia, ma deve costruire istituzioni internazionali capaci di arbitrare i conflitti attraverso la legge anziché il sangue.

La Diminuzione dell'Invidia: Poiché gran parte della violenza nasce dal desiderio di possedere ciò che altri hanno, un'equa distribuzione dei beni materiali è il presupposto indispensabile per la tranquillità delle nazioni.

Conclusione

In sintesi, il nostro compito non è quello di trasformare gli uomini in angeli — impresa che lascio volentieri ai teologi — ma di convincerli che la cooperazione è più vantaggiosa del conflitto. Sostituire la violenza con la non-violenza non è un atto di fede, ma una vittoria della Ragione sulla barbarie.

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Si tende spesso a parlare della bellezza come se fosse una proprietà inerente agli oggetti, una sorta di etichetta metallica applicata dal fabbricante e il cui prezzo possa essere stabilito all'asta da un banditore. “Questo quadro è bello”, sentenziamo, con la stessa sicurezza con cui affermeremmo “Questo blocco di ferro pesa un chilogrammo”. Ma questa è una grossolana semplificazione, un errore logico che ci porta a reificare ciò che è, invece, una relazione.

In realtà, quando pronunciamo un giudizio estetico, non stiamo descrivendo l'oggetto, ma piuttosto una nostra specifica reazione emotiva e psicologica dinanzi ad esso. Affermare “Questo tramonto è bello” è una proposizione fondamentalmente diversa da “Questo tramonto avviene alle ore 19:00”. La seconda è una constatazione di fatto, verificabile con un orologio e indipendente dall'osservatore. La prima, invece, è l'espressione di un complesso stato d'animo suscitato in noi dalla combinazione di colori e luci. Come osservava Hume con acume, la bellezza non è una qualità delle cose stesse: esiste solo nella mente che le contempla.

Da questo deriva una conseguenza importante, che rende la metafora del banditore non solo imprecisa, ma fuorviante. Un banditore, per definizione, grida un prezzo che altri sono disposti a pagare, un valore che si suppone oggettivo e universalmente riconoscibile. Ma la bellezza, in quanto esperienza soggettiva, si sottrae a ogni tentativo di quotazione universale. Non esiste una Borsa Valori Estetici in cui si possano acquistare azioni di “bellezza” con la certezza di un dividendo garantito.

Il luogo comune, l'opinione della maggioranza, la tirannia del “si dice” cercano costantemente di imporci un tale mercato. Ci suggeriscono a buon mercato, con la disinvoltura di un imbonitore, quali cose siano “belle” e quali no. Ci offrono giudizi preconfezionati, pronti all'uso, risparmiandoci la fatica e l'incertezza dell'esperienza diretta. Ma un giudizio estetico acquistato a questo prezzo, sulla fiducia, è un giudizio vuoto, una moneta falsa che non corrisponde ad alcun reale arricchimento interiore.

La vera esperienza della bellezza è, al contrario, profondamente personale e richiede un coraggio quasi eroico: il coraggio di dissentire dal coro. Può accadere che un uomo, dinanzi a una cattedrale gotica che tutti osannano, provi solo un senso di opprimente smarrimento, e che, al contrario, trovi una commozione inaspettata e profonda nella geometria essenziale di un ponte di ferro o nella macchia di ruggine su un vecchio cancello. Forse si sbaglia? No. Egli sta semplicemente dando voce all'unico tribunale estetico competente: il proprio sentire. Può discutere le sue ragioni, certo, e cercare di comunicare la sua emozione, ma non può, in onestà intellettuale, sostituirla con l'emozione che gli viene prescritta.

L'universalità che possiamo sperare di raggiungere nell'arte non risiede nell'uniformità del giudizio, ma nella capacità dell'artista di comunicare la propria esperienza individuale in modo così potente da risvegliare, in chi lo contempla, un'esperienza altrettanto viva e personale. Non si tratta di ricevere un verdetto, ma di essere iniziati a un nuovo modo di vedere.

Concludendo, la bellezza non è un dato di fatto da registrare, né una merce da acquistare al miglior offerente. È un incontro, talvolta fortuito, tra la complessità del mondo e la nostra interiore capacità di esserne commossi. Ed è proprio nella sua natura sfuggente, personale e non negoziabile che risiede il suo valore più autentico.

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C'è un'antica presunzione, diffusa tra coloro che si compiacciono di una certa rozzezza spirituale, secondo cui la verità sarebbe una sorta di clava, e che il suo valore sia direttamente proporzionale al dolore che essa infligge. Costoro scambiano la propria incapacità di dominare l'aggressività istintiva per una forma di coraggio intellettuale.

In realtà, la questione merita un esame più attento, libero da questa superstizione masochista. Se consideriamo la verità non come un'entità mistica, ma come una proposizione che corrisponde ai fatti, diventa subito evidente che la sua enunciazione è un atto sociale, e come tale soggetto a quelle leggi di cooperazione e cortesia che rendono possibile la convivenza civile. Dire la verità con garbo non significa edulcorarla o tradirla, ma semplicemente riconoscere che l'interlocutore è, al pari di noi, un fascio di nervi e suscettibilità, e che una comunicazione efficace richiede che il messaggio sia recapitato integro, e non distorto dalla violenza inutile del tono.

Si potrebbe obiettare che la brutalità sia, in certi casi, un dovere. Ma questa è una scusa pigra. La storia della conoscenza umana ci mostra che le verità più dirompenti – da Copernico a Darwin – sono state annunciate con la pacata fermezza di chi espone un teorema, non con lo strepito di chi demolisce un tempio. La violenza verbale è quasi sempre il rifugio di chi non ha argomenti, o di chi, pur avendoli, non si fida della loro forza intrinseca.

Vi è poi un punto ancora più profondo, che riguarda la natura stessa di chi parla. L'uomo che non sa controllare la propria lingua è, in un senso molto concreto, schiavo delle sue passioni. Non è lui a possedere la verità; è la sua ira, o il suo disprezzo, a possedere lui. In quelle condizioni, ciò che esce dalle sue labbra non è verità, ma un impasto indistinto di fatto e di sentimento personale, in cui il fatto viene inevitabilmente distorto per servire il sentimento.

Pertanto, lungi dall'essere un abbellimento superfluo, il garbo è la cartina di tornasole della veridicità di un'affermazione. Se non siete capaci di esprimere un pensiero se non insultando qualcuno, è probabile che quel pensiero non sia poi così solido. La cortesia, in questo senso, non è l'opposto della franchezza, ma la sua condizione necessaria: è l'igiene mentale che permette alla verità di essere ascoltata, e dunque di esistere come atto di comunicazione tra esseri razionali. Chi non sa controllare la lingua, in fondo, non cerca la verità, ma cerca una scarica adrenalinica. E di questo, almeno, dovrebbe avere l'onestà di ammetterlo.

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Vi è una prova semplice, quasi sperimentale, per distinguere l’affetto autentico dalla sua imitazione: chiedersi se, in presenza dell’altro, sia lecito deporre le armi. Non le armi vistose dell’ostilità dichiarata, ma quelle più sottili e consuete—l’ironia difensiva, la brillantezza ostentata, l’orgoglio che si traveste da dignità.

Essere amati significa poter apparire incompleti senza che l’incompletezza venga immediatamente corretta, giudicata o sfruttata. Laddove ogni esitazione suscita una lezione, ogni fragilità richiama un rimprovero, e ogni incertezza provoca un gesto di superiorità, non vi è amore, ma competizione. E la competizione, pur essendo talvolta utile al progresso delle scienze, è disastrosa per la quiete dell’animo.

L’amore autentico non si fonda sulla forza, bensì sulla sospensione della forza. Esso implica una forma di coraggio più rara di quello militare: il coraggio di non prevalere quando si potrebbe. Mostrarsi deboli è, in realtà, un atto di fiducia; rispondere con durezza è un atto di paura. La paura teme di essere trascinata nell’altrui vulnerabilità, come se la fragilità fosse contagiosa.

Una società che educa soltanto alla competenza e alla fermezza produrrà individui efficienti ma incapaci di intimità. E l’intimità, lungi dall’essere un lusso sentimentale, è una necessità morale: senza di essa, la vita diventa una continua esibizione di forza, una recita estenuante.

Amare qualcuno significa offrirgli un territorio neutrale, dove l’errore non è un’accusa e il cedimento non è un tradimento. Significa, in breve, permettere all’altro di essere umano. E se questa definizione appare modesta, è solo perché abbiamo dimenticato quanto sia difficile, e quanto sia rivoluzionaria, la gentilezza.

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Vi è una certa compostezza in coloro che non mutano mai opinione. Essi appaiono solidi, coerenti, talvolta perfino ammirevoli. E tuttavia, questa fermezza — tanto celebrata nelle conversazioni e nei proclami — possiede un lato meno nobile: essa presuppone, con una sicurezza quasi sovrumana, che il primo giudizio sia stato immune da errore.

Rimanere invariabili nel proprio pensiero non è, di per sé, una virtù. Può essere il segno di una mente rigorosa, certo; ma con la stessa probabilità può indicare una mente che teme l’esame critico più di quanto ami la verità. Chi non cambia mai idea rivendica implicitamente una sorta di infallibilità iniziale, come se la propria prima impressione fosse stata formulata da un intelletto già completo, già perfetto, già al riparo dalle illusioni che affliggono il resto dell’umanità.

Ora, l’esperienza insegna che l’errore è una compagnia più fedele della certezza. Le nostre convinzioni nascono in circostanze imperfette: informazioni parziali, emozioni momentanee, pregiudizi ereditati. Pretendere che esse siano corrette sin dall’origine equivale a supporre che l’essere umano sia stato miracolosamente esentato dalla fallibilità che caratterizza la sua specie.

Perciò, chi si vanta di non aver mai mutato opinione si assume un onere assai gravoso: quello di dimostrare che il proprio primo giudizio fu non solo sincero, ma fondato su prove sufficienti e su un esame spassionato. In assenza di tale garanzia, l’immutabilità non è fermezza morale, bensì ostinazione.

La saggezza, al contrario, non consiste nel restare immobili, ma nel sapersi correggere. Cambiare idea quando le ragioni lo esigono non è un tradimento della coerenza: è un atto di rispetto verso la realtà. E, se proprio vi è un dovere nell’ambito delle opinioni, esso non è quello di restare fedeli al primo pensiero, ma di restare fedeli alla verità — anche quando essa ci costringe a ritrattare.

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Quando ero bambino, il mio linguaggio possedeva la sicurezza inconsapevole delle prime convinzioni; parlavo con l’autorità che solo l’ignoranza può concedere. I miei pensieri si muovevano entro un orizzonte ristretto, ma io lo credevo l’intero universo. Ragionavo secondo immagini immediate, e ciò che mi appariva vero coincideva semplicemente con ciò che mi era familiare. Col tempo, tuttavia, ho scoperto che crescere non significa accumulare certezze, bensì imparare a dubitare con metodo. Ho abbandonato non l’entusiasmo dell’infanzia, che è una forma di energia preziosa, ma la sua credulità. Ho imparato che la maturità non consiste nell’irrigidirsi, bensì nel sottoporre ogni convinzione alla luce della ragione, anche a costo di perderla.

Lo specchio della conoscenza

La nostra condizione presente è simile a quella di chi osserva il mondo attraverso uno specchio imperfetto: vediamo contorni, non essenze; riflessi, non realtà ultime. Le nostre teorie sono tentativi — talvolta nobili, talvolta ingenui — di dare ordine a ciò che eccede costantemente la nostra comprensione. È un errore credere che l’uomo adulto possieda una visione limpida e definitiva. Egli dispone soltanto di strumenti più raffinati per misurare la propria ignoranza. Ogni progresso nella conoscenza amplia, insieme alla chiarezza, anche il perimetro del mistero.

Verso una comprensione più piena

E tuttavia, l’aspirazione a una conoscenza più compiuta non è vana. Se ora conosciamo in modo frammentario, è proprio perché siamo esseri finiti che tentano di comprendere un ordine più vasto. La perfezione della conoscenza — qualunque cosa significhi — non consisterà forse nell’eliminazione del dubbio, ma nella sua armoniosa integrazione in una visione più ampia. Essere conosciuti, prima ancora che conoscere, suggerisce una reciprocità che trascende l’orgoglio intellettuale. Ci ricorda che non siamo meri spettatori dell’universo, ma parti di esso. E forse la saggezza adulta non è altro che questo: riconoscere i limiti della mente senza rinunciare al desiderio di oltrepassarli. Così, ciò che ho abbandonato dell’infanzia non è stato il desiderio di verità, ma la sua presunzione; e ciò che ho guadagnato non è la certezza assoluta, bensì la disciplina della chiarezza.

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Signor Trump

È evidente come il potere, quando si accompagna alla certezza di avere sempre ragione, diventi un acceleratore di errori. Lei vive in un’epoca in cui un singolo messaggio può attraversare il pianeta in un istante; questo rende la prudenza non una virtù decorativa, ma una necessità morale.

Mi permetta una constatazione: gli uomini potenti raramente cadono per mancanza di fiducia in sé stessi; più spesso cadono per un eccesso della medesima.

La democrazia non è una gara di applausi. È un sistema delicato, fondato sull’idea — sorprendentemente fragile — che anche chi ci contraddice possa avere, talvolta, una porzione di verità. Quando il dissenso diventa tradimento e il compromesso debolezza, la libertà comincia a ritirarsi in silenzio.

Lei governa in un tempo in cui le armi sono più rapide del pensiero e le passioni più rumorose della ragione. In tali condizioni, il compito di un leader non è alimentare il fervore, ma raffreddarlo. La storia non è gentile con coloro che scambiano l’orgoglio nazionale per grandezza morale.

Bisogna opporsi alla guerra quando essa viene presentata come inevitabile; bisogna opporsi alla censura quando viene presentata come necessaria; bisogna opporsi al fanatismo quando viene presentato come patriottismo. In ogni epoca, il linguaggio cambia, ma le tentazioni restano le stesse.

La grandezza di una nazione non si misura nella sua capacità di imporsi, bensì nella sua capacità di cooperare senza umiliarsi e di dissentire senza distruggersi.

Le suggerirei, con rispetto, di coltivare un dubbio occasionale. Il dubbio non è debolezza; è l’antidoto contro le catastrofi che nascono dalla convinzione incrollabile.

Con sincera speranza che la ragione prevalga sul clamore

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È una verità spesso trascurata che il miglioramento dell’individuo non si misura soltanto attraverso le azioni visibili e concrete, ma anche attraverso l’impegno morale e intellettuale verso ciò che idealmente desideriamo diventare. Solo coloro che coltivano i propri sogni, e li considerano non come fughe effimere dalla realtà ma come guide etiche e intellettuali, possono aspirare a una vera crescita.

Poiché il mondo esterno riflette, in misura non trascurabile, lo stato interiore dei suoi abitanti, ogni perfezionamento della coscienza individuale ha conseguenze tangibili sul tessuto collettivo della società. In altre parole, migliorare noi stessi non è un atto egoistico, ma un contributo essenziale alla migliore organizzazione del mondo. Così, restare fedeli ai propri sogni non è un mero indulgere nella fantasia, ma un imperativo morale: solo attraverso questa fedeltà possiamo sperare di rendere il mondo, in qualche misura, più giusto, più umano e più razionale.

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(perché, in fondo, è proprio in quella piccola frazione trascurata che si nasconde la possibilità di un’intera riforma del carattere)

C’è una tendenza, assai diffusa e alquanto pigra, a classificare gli esseri umani come se fossero minerali: buoni da una parte, cattivi dall’altra, e tra i due poli nessuna gradazione degna di nota. Questa inclinazione alla semplificazione morale è comprensibile, ma intellettualmente disonesta. L’uomo non è un blocco uniforme; è piuttosto una miscela instabile di impulsi, abitudini e possibilità.

Anche nel carattere che più prontamente suscita la nostra riprovazione, si può scorgere una frazione — esigua ma reale — di disposizione al bene. Supponiamo che essa ammonti al cinque per cento: una proporzione modesta, ma non trascurabile. È sufficiente a dimostrare che il male non è una sostanza compatta, bensì una predominanza.

L’errore più comune consiste nel considerare quella minima percentuale come irrilevante, quasi fosse un accidente statistico. Al contrario, essa rappresenta il punto d’appoggio su cui può operare l’educazione, l’esempio e, non di rado, una paziente benevolenza. Non vi è nulla di mistico in ciò: gli uomini tendono a sviluppare le qualità che vengono riconosciute e incoraggiate, e ad irrigidirsi in quelle che vengono soltanto condannate.

Il compito, dunque, non è quello di negare l’esistenza del novantacinque per cento indesiderabile, né di indulgere in un ottimismo sentimentale; è piuttosto quello di agire con un realismo costruttivo. Individuare il germe di ciò che è ragionevole, generoso o leale, e offrirgli condizioni favorevoli di crescita. Se l’ambiente e le circostanze contribuiscono tanto alla formazione dei difetti, non v’è motivo per cui non possano contribuire, con eguale efficacia, alla formazione delle virtù.

Trasformare quel cinque per cento in un ottanta o novanta non è un miracolo morale, ma un’opera di coltivazione. E come ogni coltivazione richiede tempo, pazienza e una certa fiducia nella fertilità del terreno umano. Chi si ostina a vedere soltanto la sterpaglia finirà per convincersi che non esista alcun giardino; chi invece cerca il seme, talvolta riesce a farlo germogliare.

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Perché amo gli animali? La risposta più immediata sarebbe sentimentale; ma una risposta sentimentale, per quanto sincera, raramente è illuminante. Se vi è una ragione più profonda, essa consiste nel riconoscere che la distinzione che abitualmente tracciamo fra “noi” e “loro” è meno netta di quanto la nostra vanità vorrebbe credere.

Noi siamo inclini a considerarci come una sorta di eccezione ontologica: creature dotate di ragione, dunque separate dalla vasta moltitudine dei viventi. Eppure, se osserviamo con sufficiente onestà la nostra condizione biologica, scopriamo che siamo fatti della medesima materia dell’erba che cresce nei campi e partecipiamo delle medesime leggi che governano il cervo in fuga. La cosiddetta superiorità umana è una differenza di grado, non di sostanza; e chi confonde le due cose scambia una variazione quantitativa per un miracolo metafisico.

Dire che sono “la cifra indecifrabile dell’erba” significa riconoscere che la vita, anche nelle sue forme più umili, custodisce un enigma che la ragione può descrivere ma non esaurire. L’erba non possiede coscienza riflessiva, ma possiede quella silenziosa ostinazione dell’esistere che è il presupposto di ogni coscienza futura. In essa si trova, in potenza, ciò che in noi diviene pensiero. Non vi è frattura, ma continuità.

Quando affermo di essere il panico del cervo che scappa, non intendo indulgere in un lirismo indistinto. Intendo piuttosto osservare che la paura, impulso elementare alla conservazione, è comune a ogni organismo sensibile. L’angoscia che talvolta paralizza l’uomo nelle sue crisi più intime non è che una versione più complessa di quell’antico tremore che attraversa l’animale braccato. In questo senso, condividiamo non soltanto la struttura corporea, ma anche l’alfabeto primordiale delle emozioni.

Essere, al tempo stesso, il grande oceano e il più piccolo degli insetti equivale a riconoscere la nostra appartenenza a una totalità che non abbiamo creato e che non possiamo dominare senza distruggerla. L’oceano ci ricorda l’immensità delle forze naturali; l’insetto, la delicatezza delle strutture minime da cui dipende l’equilibrio dell’intero sistema. L’uomo moderno, persuaso di essere il fine ultimo della creazione, dimentica con sorprendente facilità quanto la sua esistenza sia intrecciata a quella di organismi che egli a stento degna di attenzione.

Conoscere “tutte le creature” non significa possederne un inventario, ma comprenderne la dignità intrinseca. Esse sono perfette non nel senso teologico di un’assenza di difetti, bensì nel senso più sobrio di una coerenza funzionale: ciascuna è adeguata al proprio modo di vivere, ciascuna risponde, con sorprendente precisione, alle condizioni che l’hanno prodotta. La perfezione, in natura, non è un ideale astratto; è l’armonia tra forma e necessità.

Se dunque amo gli animali, è perché riconosco in essi una parentela che precede ogni distinzione culturale. L’amore che “corre sulla terra” non è un sentimento mistico che discende dall’alto, ma una solidarietà razionale che nasce dalla consapevolezza della nostra comune fragilità. Amare gli animali significa, in ultima analisi, accettare che l’uomo non è un sovrano isolato, ma una parte — forse temporaneamente dominante, ma non per questo separata — di una comunità più vasta, che chiamiamo vita.

In tale riconoscimento vi è meno romanticismo di quanto si potrebbe supporre e più lucidità di quanto siamo soliti concedere. E forse è proprio questa lucidità, più che l’entusiasmo, a costituire la forma più autentica di rispetto.

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