Non cercare l’amico per uccidere il tempo… già. Come se il tempo fosse lì, appeso come un cappotto vecchio nell’ingresso, pronto da prendere a calci. Ma che ne sanno, loro. Che ne sanno del tempo che non si uccide ma ti scuoia piano, giorno dopo giorno. E l’amico? L’amico è sempre troppo tardi o troppo preso o troppo ubriaco di sé stesso per accorgersi che tu non volevi parole, volevi solo che qualcuno restasse zitto con te. Un tempo da vivere, dice. Ma vivere come? Come quei pomeriggi di pioggia grigia che scendono come una condanna, con le luci al neon che sfrigolano e tu che pensi: “È tutto qui?”
Ho avuto amici, certo. Ne ho avuti troppi, e tutti sono passati come stazioni secondarie in un treno che va da nessuna parte. Parlavano di progetti, di sogni, di vacanze a settembre, ma alla fine si cercavano solo per dimenticare di essere soli. Per anestetizzare la noia. L’amico come cerotto, come bicchiere mezzo pieno solo quando fa comodo. E io? Io ho smesso di cercare. Non per disprezzo. Per stanchezza.
Il tempo da vivere. Magari c’era, una volta. Quando bastava una chitarra scordata e due birre calde per credere che saremmo cambiati, che avremmo fatto la rivoluzione, che saremmo diventati qualcosa di più di quello che ci avevano detto di essere. Ma poi è arrivata la routine, la sveglia, le bollette, la pelle che si arrende e le frasi fatte. Il tempo si è fatto stretto, e vivere è diventato un lavoro a tempo pieno.
Ora lo so. Lo vedi negli occhi di chi ha capito che ha avuto le sue patatine — had his chips, come dicono gli inglesi — e ora aspetta solo che il piatto venga portato via. Non amaro, no. Ma lucido. Stanco e lucido. Eppure, forse, anche questo è un modo per vivere il tempo: sapere che non lo stai uccidendo. Solo lasciandolo andare, come si lascia andare un amico che non arriva mai.
Le pagine sono accarezzate dal vento, impronte di dita su una mappa antica — eccolo, l’azzurro infinito che chiama, come un libro mai aperto. Le onde sono righe, scritte con sale e sabbia, e sotto la superficie — storie che nessuno ha mai finito di leggere.
Qui il tempo si dissolve, come zucchero nel caffè. Il luccichio della luce sull’acqua è una scrittura punteggiata che svanisce, lasciando solo la sensazione: ero, sono, sarò.
Il mare è una biblioteca senza scaffali, dove ogni riflesso del sole è una citazione da un testo antico, ogni marea è una pagina girata. E tu sei tra queste pagine: perso, ma ritrovato; silenzioso, ma vivo.
Eccolo lì, il bene che non parla, che non ha sillabe da sprecare in “ma” o “se” o “perché”—no, niente scappatoie, niente retromarce, solo presenza, un respiro caldo che ti sfiora la nuca anche quando giri la testa dall’altra parte.
Chi è? Non lo so, forse è un fantasma con le mani sporche di realtà, forse sei tu che mi leggi adesso, forse sono io che scrivo e nel frattempo crollo, ma poco importa perché qui non ci sono contratti, non ci sono clausole, solo questo spazio bianco che diventa letto, diventa campo di battaglia, diventa casa.
A prescindere da tutto—ecco la magia, il trucco, il colpo di scena—senza condizioni, senza biglietto di ritorno. Vuole solo esserci, punto. Come l’aria che non chiede permesso per entrarti nei polmoni, come la notte che non bussa prima di spegnerti le stelle.
E allora perché resistiamo? Perché scaviamo buche nel cuore e ci nascondiamo dentro? Forse perché il vero amore è un ladro: entra senza fare rumore e ruba tutto, soprattutto la paura. Ti lascia nudo, senza scuse, senza muri. Solo. Eppure, mai così accompagnato.
“C’è chi cerca posti da favola, e chi invece la favola la crea.
Poi ci sei tu, che trasformi ogni attimo, ogni respiro, ogni piccolo passo in qualcosa di magico.
E anche se non serve dirlo (perché lo sento, lo vivo, lo porto scolpito nell’anima),
anche se potrei darlo per scontato (ma nulla con te lo è mai),
voglio dirtelo comunque, a voce alta, con tutto il cuore: GRAZIE.
Grazie perché persino i momenti più grigi, sotto la pioggia,
con te diventano luce, serenità e un arcobaleno di emozioni.
Sei la persona che rende speciale l’ordinario,
e io… beh, io sono qui a dirtelo mentre ti bacio il culo con stile.
Perché meriti ogni parola, ogni complimento, ogni smancería.
E anche di più.”
Adoro i piaceri semplici, come quando il tempo decide di annodarsi e le sedie iniziano a raccontare barzellette in dialetto quantico. Sono l’ultimo rifugio, dicono, ma un rifugio è solo un’idea che ha dimenticato di indossare i pantaloni prima di uscire di casa. Le persone complicate? Si perdono nel labirinto dei bottoni della camicia, cercano significati nelle virgole e finiscono per annegare in una goccia di rugiada iperbolica.
Il piacere semplice è un sasso che canta canzoni d’amore alle ombre, è il respiro di un’equazione che ha smesso di contare e ora fa il giocoliere con numeri immaginari. Complicato? No, è solo il caos che si traveste da logica per non spaventare i bambini. E noi, poveri illusi, crediamo alle sue storie mentre il mondo si scompone in pixel di poesia assurda.
E dunque, eccoci qui: rifugiati nel semplice, che è un labirinto con le pareti di gelatina, dove ogni passo è una domanda che si scioglie in risate. Il piacere è questo: guardare l’orologio che mangia se stesso e applaudire mentre il nulla si veste da festa di compleanno. E vissero tutti distorti e contenti. Amen.
Disprezzare sistematicamente la direzione scelta dalla maggioranza non è segno di intelligenza superiore, ma di un rifiuto preconcetto che può portare a errori tanto gravi quanto quelli commessi da chi si adegua passivamente.
La folla, infatti, non è sempre sbagliata. Spesso le scelte collettive sono il risultato di un processo condiviso, di conoscenze accumulate e di bisogni comuni. Rifiutare qualcosa solo perché è popolare significa ignorare opportunità, idee valide e progressi nati proprio dalla collaborazione e dal consenso. Inoltre, correre sempre nella direzione opposta può isolare, privandoci del confronto e della crescita che derivano dall'interazione con gli altri.
La vera saggezza non sta nell'opporsi per principio, ma nel valutare con spirito critico ogni situazione, riconoscendo quando è giusto seguire una strada battuta e quando, invece, è necessario tracciare un percorso diverso. A volte la folla si sbaglia, altre volte ha ragione: la differenza sta nella capacità di discernere, non in un ribellismo fine a sé stesso.
L'individualità non si misura contro la massa, ma nella libertà di pensare con autonomia, senza schemi precostituiti.