cosechehoscritto

[riviste]

Mi prendo un attimo per leggere, riviste che mi sono scaricato per il Tab. Devo distrarmi, a volte succede. La vita – strano a dirsi – sa essere un insieme labirintico di errori e specchi che a volte mostrano futuri possibili a volte rimandano indietro come in un randomizzato gioco dell'oca. Ho tre riviste in rotazione in questo periodo, un numero di Progetto Grafico che analizza l'idea di riviste per il design e la grafica, un numero di Universi che racconta delle esplorazioni e dello studio di galassie, corpi stellari e simili, e La ricerca, un numero focalizzato sull'errore e sul suo utilizzo in ambito didattico.

Le riviste hanno fatto parte della mia dieta culturale per molto tempo, prima dell'arrivo della rete, durante e dopo. In un certo senso sono state l'internet prima dell'internet, penso alle riviste di informatica anni ottanta, MCmicrocomputer, Bit, Nibble, Home Computer, Paper Soft, Personal Computer e tutte le altre. Erano i luoghi dove poter sapere cosa succedeva nel mondo digitale, dove trovare software ricopiandolo a mano, statement dopo statement, leggere le liste di prodotti usciti, le recensioni, le caratteristiche delle macchine.

Poi le riviste di fumetti, i contenitori di materiali eterogenei come Corto Maltese, Mangazine, Comic Art, Nova Express, Zero, Candy Candy (primo manga in Italia), Totem Comics dove si passava dai mondi di Moebius a quelli di Ghost In The Shell, da Love and Rockets alla roba erotica di Manara, da Magnus e Edika. I seriali Bonelli.

Tanti altri, un peso anche fisico che poi, trasloco dopo trasloco ho perso per strada anche se alcuni numeri li tengo ancora con me. Per non parlare dei fascicoli settimanali per le enciclopedie: dalla Grande Enciclopedia della Fantascienza della Del Drago, alle raccolte musicali della De Agostini che partivano col il canto gregoriano ed arrivavano a Schoenberg. La vecchia e cara cultura proletaria in comode dispense periodiche.

Comunque, la cosa che mi succede quando leggo le riviste sono due, la prima è che esco da internet. Non c'è niente da fare, la rivista continua ad avere per chi è cresciuto con un certo modello mentale, addestrato per questo tipo di cose, un aiuto nella focalizzazione che difficilmente la pagina web riesce ad avere. Passare dalla rete a una rivista o un libro dove il lavoro editoriale è stato serio, è ritagliarsi un'isola di materiali omogenei e coesi in cui trovare un breve conforto. Qualcosa che ha un inizio, una fine e non è un frammento di una frammentazione infinita e in continuo rinnovamento.

La seconda, tutta personale, è che dopo un po' friggo, inizio a mettere insieme le cose che leggo e a volerle mettere in pratica. Vedere se funzionano, certe cose che penso vanno a cortocircuitare con quello che sto leggendo andando oltre le intenzioni dell'articolista e creando un percorso che è tutto mio. Questo penso sia un pregio e un difetto di una mia certa superficialità nel gestire i materiali: non ho l'ottica dello studioso, quando studio ho l'ottica del manipolatore. Questo mi rende più superficiale, non ho davvero interesse a capire quello che vuoi dire, ma piuttosto ho un istinto predatore a nutrirmi di quello che può essermi utile. “Ecco, questo potrei metterlo in pratica” dove il “questo” in genere non ha nessuna attinenza con quello che è scritto sulla rivista.

Ad esempio poco fa leggevo Progetto Grafico e un punto particolare in cui si parla della progettualità delle redazioni, dell'agire all'interno di un sistema di linguaggi ma anche un sistema sociale, la faccio breve, ho iniziato a pensare a un discorso che mi faceva Elettra, di come aprendo un profilo standard su Facebook, non ancora in nessuna bolla, si venga immersi in contenuti di una povertà culturale impressionante e tra questi centinaia di immagini e specialmente video virali creati con l'intelligenza artificiale. I ragazzi morti in Svizzera resi vivi con l'Ai mentre salutano e scherzano, deformazioni sistematiche della realtà spacciate e condivise come il vero.

Ho pensato all'immagine dell'assassinio di Minneapolis, l'uomo dell I.C.E. che ha sparato in faccia alla donna che – in auto – protestava contro le azioni di questo gruppo militare. I capelli corti, il volto coperto, ma muscolatura bovina e ho pensato di iniziare a creare immagini di standardizzazione iconica, chiedere all'AI di farlo entrare nel locale svizzero. Cosa avrebbe fatto in mezzo a quei ragazzi. E che faccia avrebbe fatto Maduro, seduto al tavolino vicino al biliardo, con le cuffie e gli occhiali scuri, amanettato, mentre il calore iniziava a divampare sopra di lui. Iniziare a produrre in serie la disumanizzazione di queste immagini che – anche se non vogliamo – ci entrano dentro, creano dentro di noi estetiche minime e fanno poi parte di noi. Ibridarle e rendere un unico impasto continuo, che si nutre di quelle nuove, come un verme sociale.

Alla fine non l'ho fatto, un tempo l'avrei fatto, ma ultimamente mi fermo davanti a cose che sono costruite sopra al dolore di qualcuno. Anche se non so chi sia. Cerco di fermarmi, non so se sia giusto, ma il dolore è talmente onnipresente in rete, nel quotidiani online, esasperato per motivi di clickbait, che ne ho abbastanza.

Più tardi posto questo frammento di libro su mastodon e una persona mi scrive, bello, ma – scusami – non devi scrivere “cameriera orientale”, non è educato. Devi scrivere asiatica. Orientale presuppone comunque una visione in cui al centro di tutto c'è l'occidente: il mondo è tondo non c'è nessuno oriente e nessun occidente. Le spiego che il mio romanzo parla proprio di cosa significhi sentirsi occidentali oggi, e lei mi risponde che ragione di più, ragione di più per non usare certi termini. La ringrazio.

Non spero più nelle nuove generazioni, spero nelle nuove idee. Le nuove generazioni saranno come tutte le generazioni del passato, composte di persone con le loro turbe, i loro fantasmi, la pressione del mercato, quella sociale, con tutta l'architettura di valori che hanno succhiato dai loro genitori, chiunque essi fossero. Avranno comunque malattie, faranno errori – alcuni di loro – irreparabili, avranno desideri egoisti e superbi che porteranno avanti il mondo di un'unghia, come di revisioni e generosità inaudite. Saranno fantastici e orribili, come le ragazze e i ragazzi di tutte le generazioni prima di loro.

Diverso per le nuove idee, quelle sono come un virus. Sono trasversali, attecchiscono a qualsiasi età, rendono giovani i vecchi e anziani i ragazzini. Si impiantano senza costrutto nella testa delle persone e poi iniziano a costruire impianti, cercano simpatie; creano connessione, condivisioni. All'inizio sono niente poco più dell'aria ma poi ambiscono a diventare qualcosa di concreto, a mobilitare, a farsi organizzazione e norma. Le nuove idee possono essere devastanti, cambiare il paradigma di come le persone vedono il mondo, le cose che hanno attorno. Gli utensili, l'amore.

Spero nelle nuove idee, in alcune di loro, come – alla finestra del proprio appartamento nella propria palazzina occidentale, al caldo del proprio impianto di riscaldamento – si guarda fuori dalla finestra un ambiente urbano standard e si spera nel vento che non si vede, ma si sa che sta passando tra le strutture in cemento armato, invisibile e insonoro dietro alle finestre doppio vetro. Quelle che mi interessano, che mettono l'uomo al centro per la sua debolezza e alla periferia del mondo per la sua forza distruttiva e cieca, sono tra le più fragili. A volte il mercato se ne impossessa per qualche suo obiettivo, pronto a scaricarle per una nuova folgore del profitto e del privilegio.

In quelle spero quando le vedo emergere con rabbia e ostinazione in qualche frase, in qualche spilletta autoprodotta o in qualche t-shirt stropicciata dei miei figli. Anni fa ero da solo con mia figlia, terzogenita. Stava piagnucolando sul divano, non ricordo più per cosa. Aveva sette anni, lo so perché l'ho scritto su Facebook, ho controllato. Mi sono avvicinato a lei cercando goffamente di consolarla, “dai, non piagnucolare” le ho detto e – in un remoto angolo del mio cervello – è emerso il seguito standard della frase: 'come una femminuccia'. La cameriera orientale.

Abbiamo la testa piena di lemmi e frasario che ci impestano poi le azioni e che trasmettiamo alle nuove generazioni e che usiamo come ping con le vecchie. Ogni frase è un modo di vedere il mondo. Il nostro stesso vocabolario è un agglomerato di vecchie e nuove idee. Sono rimasto così, in bilico tra due ere, due culture. Poi ho riaperto la bocca e le ho detto, improvvisando, “non piagnucolare come un salice piangente. Non sei un albero. Sei una ragazza! Sei una femmina! Le femmine sono forti!” e le ho mostrato il pugno.

E lei aveva alzato la testa, ho scritto su Facebook, aveva tirato su con il naso e mi aveva detto “hai ragione papà” con gli occhi rossi che le brillavano.

[da “badaboom”, work in progress, appunti di ieri, stamattina e sei anni fa]

9B

Sono seduto in questo ristorante, una cameriera orientale sta prendendo la mia ordinazione, un ramen con tofu, alghe, noodles e altre verdure. Attorno a me i tavoli sono pieni in questa sala completamente coperta di disegni manga giapponesi, statuine di gatti cinesi felici, statue in altezza naturale di personaggi di One Piece, collezionabili e stampe, frame di anime nippo, tutto un tripudio di colori brillanti, rossi, gialli, caldi. Archetipi in legno, faretti. Più in là intravvedo l'ingresso e oltre i corridoi gianteschi del centro commerciale della Fiumara di Genova.

Persone passano, ci guardano distrattamente mentre si dirigono alla scala mobile che li porterà alla sala superiore dove ci sono alciuni blockbuster americani, alcuni in 3D. L'ultimo episodio della saga di Avatar. Passiamo, in pochi metri, da un occidente all'altro. Mentre sono lì, seduto, con le mie bacchette di legno, anche loro seriali, a prendere un seme di mais e osservarlo nei vapori del ramen, percepire con la coda dell'occhio il resto della mia famiglia lì, vicino a me, non posso non pensare a come quelle icone, quell'estetica che mi circonda non sia accuratamente preparata per farmi sentire protetto.

Di là dal corridoio ci sono le persone in coda per entrare al Old Wild West, un ristorante che ricostruisce al suo interno l'estetica dei film western dell'inizio della seconda metà del novecento. Torno a concentrarmi sul mio mais: siamo tutti protetti all'interno di estetiche che tendono a regredirci al mondo infantile. Pupazzi, fumetti dai tratti simili a quelli che leggevo da ragazzino, musica pop che – all'osso – rimanda alle cantilene che sentivo con la testa sul petto di mia madre. E che poi ho cantato ai miei figli, con la loro testa addormentata poggiata sul mio petto. Iconografie da film americani o giapponesi ormai del tutto digerite.

Su Facebook ci sono movimenti trasversali di pensiero, radicali. Conservatori, legati a passati e tradizioni mitiche. La cultura territoriale uccisa da un mercato mainstream che – generazione dopo generazione – la sta livellando. Paura degli stranieri, questo piano di devastare la cultura cattolica attraverso l'immigrazione costante di persone musulmane. Quello di smobilitare la famiglia attraverso le teorie gender. È gente che ci crede, guardi i loro profili e molti sono anziani, non disorientati, ma ci sono anche ragazzi, uomini e donne. Difendono il presepe. Persone che potresti incontrare in coda al supermercato e – dietro alla faccia – hanno tutta questa roba, vedono il mondo, con questi occhi.

Difendono il presepe con la stessa passione con cui altri difenderebbero le loro miniature collezionabili di Star Trek o della Marvel. Se mi fa senso essere lì, in mezzo a quella sovrastruttura capitalista di esserini manga e riproduzioni TM di questa o quella multinazionale dell'intrattenimento, e ne provo anche una intima, rapida vergogna, nello stesso tempo non trovo nessuna radice in quegli elementi che i conservatori agitano e tengono nell'intimo del loro appartamento. La cultura territoriale mi appare aliena e ridicola quanto quella – internazionale – che lega molte delle nuove generazioni. Meme, icone underground, mash-up. Se non posso abbracciare, non più almeno, le corna aliene di Lamù come un prodotto di liberazione, non posso nemmeno condividere un filo della paura e della rabbia di molti della mia generazione.

Sospiro, porto il seme di mais alla bocca, mi chiedo da dove venga. Da quale pannocchia. Magari sudamericana. Mastico, ha il solito gusto industriale.

Succederà di nuovo, in questo libro, cioè è già successo, ma nel libro che stai leggendo non ci sei ancora arrivato. Quando io e la mia banda ci ritroveremo nel cuore di Stavanger in un luogo che è nessun luogo. Oppure tutti i luoghi.

Alla fine usciamo, parliamo, confrontiamo questo ramen con tutti gli altri ramen che abbiamo provato a Genova, aggiorniamo la nostra classifica personale. Saliamo o scendiamo scale mobili, facciamo scelte né giuste né sbagliate ma che sono la nostra vita.

[da badaboom, work in progress]

– pronto? – venerandi? – sì? – sono zerocalcare – oh zero, ciao, senti per stasera, pensavo... – niente – ...niente cosa? – salta tutto – ah – niente pizzata – capisco – non è per te, a me la pizza piace pure – è proletaria – eh, infatti – ma te la offrivo io – lo so lo so – anche il coperto – non è quello – che ormai costa più il coperto che la bibita quasi – infami – infamoni – ma non è quello – e allora cosa – perché venerandi, ho pensato... – eh – ...e se tra i clienti della pizzeria ci fosse un fascista? – ah cazzo – non dico al nostro tavolo, nella pizzeria – eh è un casino – tu potresti garantirmi che non ci siano fascisti nella pizzeria? – zero – eh – sono dappertutto – e infatti – non fai tempo a girarti e ne sbuca uno – pure al governo stanno, 'sti... – ma anche gente insospettabile, glie parli e – tac– scopri che è fascista – pure il mio ferramenta, pensa, il ferramenta cazzo – un tempo i ferramenta erano tutti rossi – ma infatti – e sono pure fascisti demmerda – demmerda? – sono fascisti che, al tempo del fascio, non sarebbero durati cinque minuti – ah certo – alla prima manganellata in testa ai rossi sarebbero finiti a vomitare – fascisti de facebook – bravo zero, fascisti de facebook – comunque niente pizzata – ma senti zero – eh – tu non puoi fare una vita così – eh je lo so – è infernale – ma pensa venerandi... – eh – non posso più prendere l'autobus – ah cazzo – ogni volta che sto per salire mi viene il dubbio “e se ci fosse un fascista?” – e figurati se non c'è lì in mezzo – magari pure senza biglietto – facile – e se io salgo, mi giro e ti becco subito un cosplayer dell'armadillo – Roma è piena – che fa anche piacere eh – certo – ma quello subito inizierebbe “ah ecco, zerocalcare fai quello che aiuta tanto i profughi e poi vai in autobus con i fascisti!” – aiuti i profughi? – ma che cazzo ne so, sono buono venera' – ecco – capace che l'ho fatto in qualche fumetto e non me lo ricordo – ci sta – e poi figurati lo scrive sui social e tutti e a metterli like – glindiggnati – glindiggnati – sono quasi peggio dei fascisti glindiggnati – stessa razza – quindi niente pizza... – non ce l'ho con te venerandi – no no ho capito il problema – eh – che poi... – sì? – pensare, nel 2025, che i libri possano essere di una qualche rilevanza – ah certo – fa quasi tenerezza – sfondi una porta aperta venerandi – eh – io li riempio di disegnini, fai te

[gish]

Ma non posso sempre scrivere, eh Koch, sto giocando a Gish, tu sai cosa è Ghish? no non credo Koch è un gioco che mi sono comprato anni fa e che poi avevo mollato e oggi mi è venuta voglia di giocare ancora a Gish perché mi secca lasciare i giochi non finiti e una delle cause per le quali avevo mollato Gish era che mi si erano cancellate le partite salvate quando si era rotto l'hard disk e allora ricominciare non ne avevo voglia, era come se avessi perso tutta la storia vissuta nel mondo di Gish e invece ho ripreso, adesso sono al livello cinque che si svolge nell'inferno e cosa è Gish, beh la cosa rivoluzionaria di Gish è che il protagonista è una palla di grasso a cui hanno rubato la fidanzata antropomorfa, e per palla di grasso non intendo un tipo sovrappeso, intendo proprio dire una palla di grasso nero senza né mani né piedi, ha solo una bocca e gli occhi e delle piccole punte che gli possono nascere lungo il corpo, e quindi capisci bene che solo muoverlo è un casino Koch, solo fargli spostare un oggetto è un fottuto casino Koch, non ha mani, capisci, si muove rimbalzello come una palla di grasso e anche farlo saltare è un bel casino, hai mai visto una palla di grasso saltare koch? beh, posso assicurarti che le palle di grasso non sono nate per saltare, ce ne vuole per fargli fare anche dei saltini mediocri e altra cosa di questo gioco è che tutto segue le regole della forza di gravità, quindi le cose pesano, le corde basculano, i muri crollano e questo porta a cosa inaspettate del gioco anche perché, dovevo dirti anche questo, ci sono un fottuto numero di robe variabili e quindi le partite sono simili ma mai identiche, ogni tanto qualcosa cambia e la cosa che mi fa annodare lo stomaco e che se finisci tutti gli omini ti fa ricominciare dall'inizio del livello e quindi devi tornare in posti rognosi in cui speravi di non tornare mai più nella tua vita perché era uno di quei posti che quando li finisci ci metti una riga nera dicendo non so come cazzo ho fatto ma ci sono riuscito non ci tornerò mai, e invece in Gish ci torni se non riesci a finire tutto il livello e quindi diventi nervoso, non ti diverti ma impari molte cose della vita, perché la vita è così è una serie di merde che dici no, cazzo Koch, non farò mai più lo stesso errore, e invece rieccoti lì, stronzo come sempre a rifare le stesse cose, tipo tornare a giocare a Gish che non mi servirà mai un cazzo nella mia vita mentre potrei fare cose molto più intelligenti e sofisticate più adatte a un uomo della mia cultura e della mia intelligenza tipo finire di leggere il libro che sto leggendo, sai cosa sto leggendo? beh Koch sto leggendo un libro di Aldo Dieci, sai chi è Aldo Dieci? beh è la nuova versione di Aldo Nove, non ti viene già da ridere? beh Koch, smetti perché il libro è una merda, una cosa abominevole fatta da Castelvecchi con la quale, se esiste l'inferno ed è simile a quello che Gish mi ha mostrato essere, beh Castelvecchi con questa cosa abominevole se l'è guadagnato e aggiungo che 'abominevole' è un termine che non mi è congeniale, non lo uso quasi mai, ma in questo caso è necessario perché pagina dopo pagina mi chiedo perché, con tanta gente che merita di essere pubblicata con lavori dignitosi con il sudore della fronte, è stata sprecata carta e inchiostro per una cosa che mentre la leggi provi vergogna, non tanto per Castelvecchi che ormai starà con palla di grasso a saltare sui fiumi di lava, ma per gli scrittori che si sono prestati a una cosa del genere, Lagioia, io ho letto anche un romanzo di Lagioia e poi scopro che ha partorito una roba del genere, abominevole, senti Koch, sai che su Facebook avevo scritto a uno che la letteratura è sovrastimata, eccetera le solite cose e uno scrittore mi ha detto eh bravo, i giudizi sulla letteratura li danno sempre quelli che sono al di fuori della letteratura, come dire, caro veneracchio che cazzo parli di letteratura, lascia che ne parliamo noi che siamo dentro la letteratura, e io mi sono sentito fuori, mi sono girato e ho visto che ero fuori della letteratura e dentro questo posto, immaginiamo una specie di torre o un carcere, dentro questo carcere c'erano quelli che fanno la letteratura, da di dentro, e mi sono chiesto due o tre cose, la prima cosa che mi sono chiesto è stata, ma perché siamo qua a trascrivere tutto? Perché siamo qua a creare una spropositata base dati per modelli linguistici per poi – eh Koch – crepare e lasciare questa cosa irrisolta e indifesa in giro per il tempo che non abbiamo vissuto e che non viveremo mai? La letteratura sono come le partite non salvate di Gish. E poi, quelli che stanno dentro la letteratura lo sanno che fuori ci sono persone che leggono quello che scrivono e ne provano cose? e la terza cosa che ho pensato, e qui mi ricollego al discorso di Aldo Dieci, questi qua che a tavolino si mettono a fare letteratura, che campano con la letteratura passeggiano mai per la fiera del libro? questi che stanno dentro al carcere cosa pensano quando passeggiano per i corridoi della fiera del libro e osservano centinaia di case editrici sconosciute che pubblicano centinaia di libri di gente altrettanto sconosciuta? dalla loro torre in cui vedono la letteratura dal di dentro si rendono conto che fuori ci sono i morti che camminano, le manovalanze, gli zombies? Koch noi siamo zombies della letteratura, ci muoviamo come cretini e digrigniamo i denti con la bava alla bocca fuori della torre e da dentro la torre gli scrittori pagati fanno Aldo Dieci, fanno i giovani cannibali, fanno il grande successo del genere noir, fanno quello che dovrà essere messo nelle antologie fra dieci anni e che oggi lo leggono in dieci cristi dentro la torre, ecco cosa fanno e ogni tanto sparano agli zombies, dovessi rifare oggi un blog di scrittura sai come lo chiamerei? lo chiamerei “zombies” e parlerei di quelli che scrivono libri che non legge nessuno che gli editori li mettono a catalogo e ne fanno svanire i libri, dopo dieci anni di contratto scemano le copie vendute a niente non hanno niente, nessun diritto di autore, perché sono malati, come lo sei tu, come lo sono io, l'editore pensa, tanto questi sono malati, devono scrivere, non possono mica smettere e allora perché non sfruttare questa malattia che hanno, ma io avevo trovato il modo di fregare tutti Koch, sai cosa mi ero preso, mi ero preso in comodato uno Skyfonino, sai cosa era lo Skyfonino era un cellulare che potevi chattare con la gente su Skype, capisci cosa voglio dire, sei alle poste in coda e invece che tirare fuori il libro di Aldo Dieci, tac, prendi lo Skyfonino e chatti per ore e ore con Koch o con Platania e chattando non pensi a niente, non pensi alla letteratura, non ti metti a scrivere grandi capolavori della narrativa, chatti e basta e ti senti vivo e vai avanti a fare il tuo odore in giro per il mondo e infatti io sarei un uomo felice, ma ci sono dei problemi di abilitazione, non mi hanno ancora abilitato e quindi non posso chattare con nessuno e mi sto alienando, sto per schiantare il cellulare contro il muro perché quando tento di entrare in Skype dice che c'è un errore non meglio precisato e io sto male, fisicamente, vorrei che tutto fosse perfetto Koch, allora ti scrivo questa lettera per dirti alla fine che dopo un ora di gioco di Gish sento proprio il bisogno fisico di smetterla, di prendere un libro e di mettermi a leggere a tradurre qualcosa a fare qualcosa che mi faccia crollare nel letto con un sorriso dentro, un qualcosa, e a proposito mi sono di nuovo iscritto alla scuola di kung fu e

— il prossimo — buongiorno signor Tetsuo Hara, sono venerandi e... — dove devo fare il disegnino di Ken? — da nessuna parte, io... — hai pagato? — no, è questo il problema, io... — niente soldi, niente autografo — signor Tetsuo — eh — lo so — ok — non sono qua per l'autografo — ah — sono venuto a chiederle dei soldi — cosa? — come rimborso — rimborso per cosa? — per aver letto Ken il guerrierio da piccolo, e averlo anche visto in tv — e rimborso di cosa? — perché Ken il guerriero è una merda — ... — è uno dei fumetti più di merda che abbia mai letto — io... — ho anche venduto tutti gli Zero che avevo per pagare una multa — ... — alle bancarelle di piazza Banchi — non conosco — onesti, considerato il mestiere, ma non è questo il fatto: è che Ken mi ha sempre fatto pena, disegnato male, storie risibili, tonnellate di inchiostro e carta buttate via. E io ho perso ore a leggerlo — beh — quindi ora vorrei un rimborso, Tetsuo — capisco — per tutto il tempo perso per adeguarmi socialmente agli altri appassionati manga dei primi anni novanta — capisco. Ma io non sono Tetsuo — ah — io sono Kaneda — Kaneda! — Tetsuo! — Kanedaaaaaa! — Tetsuooooooo!

Forse è il fatto di usare un device a inchiostro elettronico per navigare, viene meno una parte di “intontimento” da luce che i normali monitor mi danno, ma mi rendo conto quante volte la mia navigazione si allunghi nel tempo perché una parte di me sta cercando una notizia in rete che non esiste

giro sui giornali, vado nei forum, salto da una piattaforma all'altra, apro e richiudo i post, gli articoli con un senso sempre più crescente di inappagamento, come se da qualche parte, nascosta su internet, ci fosse la notizia risolutiva, l'informazione che cambierebbe davvero qualcosa, ma io non riuscissi a trovarla

è una sensazione di fastidio e di debolezza: scorro centinaia e centinaia di titoli civetta che mi promettono frammenti di informazione su questo o quell'argomento, ma il loro scopo è quello di intrattenermi per un po', non di darmi qualcosa di sostanziale, capace di cambiare la mia visione del mondo

giro in una rete che è rimpinzata di conoscenze, ma queste conoscenze sono progettate per non disturbarmi, non richiedono – in genere – da parte mia un impegno eccessivo per essere assorbite o – quando lo fanno – non mi interessano

non è soltanto l'annichilimento da troppa informazione, è come il modo di comunicare sta cambiando per adattarsi a soglie di attenzione sempre più basse e a un ciclo di rinnovo dell'informazione spasmodico e irragionevole

dopo un po' mi rendo conto di questo, prendo consapevolezza di essere in rete a consultare un menù di cibi senza fine, dove i cibi sono poco nutrienti, poco dietetici e soprattutto che il ristorante è progettato per non darmi mai il senso di sazietà, che lo scopo del ristorante è ridurmi a un senso di appetito inestinguibile

I primi luoghi “social” digitali che abbia utilizzato erano le BBS, negli anni ottanta. Inizialmente la rete era – banalmente – un collegamento tra il mio computer, che faceva da client, e un altro computer dove girava il software della BBS, il server, gestito da un appassionato, il sysop, che a volte si appoggiava commercialmente a una qualche attività legata al mondo dell'informatica.

La “socialità” era data dal fatto che quando io mi scollegavo dalla BBS dopo aver letto e scritto messaggi, qualcun altro si collegava, leggeva i miei messaggi, scriveva i suoi, rispondeva ai miei e si scollegava a sua volta e così via. Un po' se come oggi Facebook fosse accessibile a una persona per volta. Eravamo sociali, ma a turno.

Il collegamento era diretto: attaccavo il modem al mio computer, attaccavo il cavo telefonico di casa mia al modem, davo il comando per fare il numero telefonico della BBS e mi connettevo. Differentemente dalle linee DSL più recenti, nel momento in cui si era collegati non era possibile usare il telefono per le normali telefonate. Se inavvertitamente alzavo la cornetta di uno dei telefoni di casa durante le connessioni, sentivo i suoni con cui i modem “parlavano”.

Il modem questo era: trasformava i segnali elettrici del computer in suoni che viaggiavano – come voci – sui doppini di rame fino al modem della BBS che trasformava i suoni in segnali elettrici. E viceversa. Un aneddoto al riguardo è quello delle telefonate urbane urgenti.

All'epoca esisteva un servizio che permetteva di sollecitare una telefonata che andasse troppo per le lunghe. In pratica, mettiamo che mia madre fosse al telefono da ore a parlare con una sua amica e io dovessi urgentemente parlare con lei, potevo usare questo servizio e mia madre avrebbe sentito una voce dire “chiamata urbana urgente per il numero” seguito dal numero telefonico di mia madre. Mia madre, conoscendola, terrorizzata avrebbe buttato giù il telefono temendo il peggio e io avrei potuto telefonarle trovando la linea libera.

È solo un esempio mamma, va tutto bene.

Cosa c'entra con le BBS? Quando qualche utente si attardava troppo attaccato alla BBS di fatto impediva a tutti gli altri di connettersi. Ci si poteva collegare solo uno per volta, ricordate? Allora, quando l'ubris dell'utente superava quella della normale decenza, si usava il servizio della chiamata urbana urgente. Si fingeva che ci fosse una chiamata urbana urgente per la BBS, in modo che ai suoni che i due modem stavano scambiandosi si sovrapponesse improvvisamente un nuovo suono: la voce che diceva “chiamata urbana urgente per il numero...”. A quel punto i due modem avrebbero cercato di trasformare i suoni di “chiamata urbana urgente per il numero...” in segnali elettrici comprensibili per il computer ma quello che arrivava era spazzatura, mucchi di dati senza senso che poco dopo facevano cadere la linea del malcapitato.

Quando queste cose succedevano io avevo diciassette, forse diciotto anni ed erano almeno quattro anni che usavo computer, 1983 circa. Per questo quando leggo i post dei vecchi nostalgici che rimpiangono la loro adolescenza fatta di rabbia, cazzotti, partite di pallamuro e botte (formative, ovvio) prese in casa mentre i giovani oggi sono sempre con la testa nei videogiochi o a perdere tempo in rete, io provo un serena indifferenza e un po' di fastidio.

Non che io non abbia vissuto la realtà delle botte, del muretto, degli antagonismi adolescenziali e i cinquantini smarmittati: ho vissuto tutto questo ma anche il contrario. Sono stato sia quello che scavava nel fango e si metteva le mani in bocca, sia quello che poi tornava a casa, si collegava a ITAPAC e si connetteva alla NUA della NASA, per vedere apparirne, in ASCII, il logo.

E non ho nostalgia né della prima né della seconda cosa. Ho solo fatto la cosa che era naturale per me e per molti come me in quel momento: prendere il meglio della tecnologia, provare il meglio di quello che avevamo attorno. Gli odori, le paure, il mistero. Vedere cosa sarebbe successo se. Non era molto, era davvero tanto.

[diario dalla poltrona]

Qualche giorno ero finito in un video recensione di un oggettino grosso come una grossa calcolatrice che si presentava come giocattolo per programmare come negli anni ottanta, aveva una tastiera completa attaccata a un piccolo monitor e si poteva programmare con un basic residente, staccati da tutti e tutto, no internet, no gui con anche la possibilità di fare andare alcune shell unix, un text-editor e un emulatore di non so quale console anni novanta (forse un Nintendo).

Compulsione di acquisto a cento, per fortuna mitigata dalla ragione e da alcuni limiti hardware del tutto. Poi guardo sul sito e c'è anche un modello con una tastiera più importante, un linux con schermo più largo e – nel case del tutto – una stampante termica. Non ricordo quale dei due modelli potevi anche attaccare cose elettriche, tipo led, per lavorare in modalità arduino. Anche qua compulsione di acquisto a mille mitigata dalla ragione e dal fatto che il prodotto era fuori catalogo.

E poi pensavo, ecco, ho computer potentissimi, molto più potenti di quei gadget nerd, ma poi sono sempre connesso in rete a perdere tempo, ecco. Poi un'ora dopo ero davanti a un text editor che programmavo una visual novel in renpy e mi mettevo lì a scrivere codice (semplice eh) per qualche ora per produrre qualcosa e quindi niente, non è lo strumento ma la dieta digitale che in qualche modo devi importi, in qualche modo deriva dalle cose che fai nel mondo reale.

Girare in rete, stare sui social non è male se sai come smettere. La rete non è andata proprio come volevamo. Leggevo stamattina sul nyt di come negli Stati Uniti ci siano zone rurali dove l'informazione locale tradizionale è stata sostituita del tutto (o quasi) da gruppi Facebook o influencer youtuber. L'informazione dal basso realizzata sembra però trascinarsi dietro un sacco di residui: censura, hate speech, polarizzazione e un generale livello di ignoranza.

Di contro i media tradizionali, anche qua in Italia, sono diventati illeggibili. E non solo per colpa loro. Questa possibilità di poter avere accesso a qualunque informazione nel mondo ha alzato l'asticella minima di informazione di cui ho bisogno. Non mi basta il tuo punto di vista, voglio anche sapere le tue fonti. Sapere chi ti paga.

Gli unici soldi che spendo per l'informazione li spendo per il nyt (soldi, non pochissimi, spesi in genere benissimo) e per Il post (soldi spesi meno bene: a volte sembra la versione omeopatica del nyt). La triade dell'informazione tradizionale, La Stampa, Repubblica e il Corriere, almeno quelli online, ha raggiunto dei livelli di asservimento al clickbait e alle informazioni tossiche da social da renderla vera e propria spazzatura di cui si può – appunto – solo fare pulizia. Non me ne voglia chi ci lavora dentro, ma scorrere le home page di quei siti è urticante.

Quello che mi piace del nyt, al di là di un certo conservatorismo culturale con cui bisogna un po' prendere la giusta distanza, è che si vedono gli investimenti in prodotti di informazione digitale pensati per una fruizione che vada oltre il semplice scrolling. I soldi che pago vengono reinvestiti in idee e metodi non convenzionali di narrazione del mondo. Che sia la narrazione di una persona che torna in Italia per assaggiare un gelato dopo un periodo di malattia che aveva leso la sua possibilità di sentire i gusti, le interviste a democratici che alle ultime elezioni hanno votato Trump o gli appuntamenti giornalieri per imparare una poesia attraverso video-letture e gamification, di volta in volta c'è un prodotto pensato e programmato ad hoc e non l'adozione a standard di cose che si ripetono in rete senza molta fantasia (l'ennesima newsletter o l'ennesimo podcast).

C'è troppa informazione, non devo aggiungerne altra, devo rendere la mia una performance unica con il lettore.

Mi faceva sorridere Strindberg che a inizio novecento, tra le cose che rendevano la vita un Inferno frenetico, inseriva il fatto di dover ogni giorno leggere i quotidiani. L'informazione pesa e oggi in cui è tutta lì, dietro allo schermo ad attenderci famelica è ancora più pericolosa.

Quando dormivo mi succedevano cose strane. Alcune notti sentivo che sotto le coperte c'erano le bisce. Urlavo terrorizzato e alzavo le coperte e non c'erano, ma bastava che ritirassi su le coperte che tornavano e mi passavano tra le gambe. Altre notti sentivo le battaglie. Moltitudini di persone che urlavano e combattevano mandando dei gemiti terribili, ne ho già parlato. Due volte sono stato visitato dagli alieni, dalle persiane filtrava una luce accecante e loro – per dimostrazione della loro potenza – tagliarono in due una moneta da dieci lire.

In cucina avevamo queste piastrelle con i motivi in rilievo, delle linee ondulate in rilievo, e una luce fantastica entrava di mattina nella cucina mentre mia madre disinfettava tutti questi elettrodomestici anni settanta, in casa mia c'era sempre questo odore perenne di disinfettante e io e mio fratello eravamo in ginocchio in un angolo soleggiato della cucina con le mani dietro alla testa, nessuno di noi piangeva, ci guardavamo senza pensare a niente, era solo una punizione, e quando finalmente ci alzavamo avevamo i ginocchi con le righe rosse dei rilievi delle piastrelle, e finché non se ne andavano non potevamo uscire di casa per andare a giocare fuori; faceva di tutto per farci essere felici nostra madre e non sapeva che ci stava preparando ad una adolescenza identica a tutte le adolescenze avute in precedenza, ma questa volta con un forte plusvalore.

Mio padre mi urlava di spegnere “quel cazzo di computer” e di uscire fuori a giocare e io uscivo e cercavo un posto tranquillo dove poter pensare a quel computer; mio padre mi parlava di cose irripetibili della sua infanzia e io assaporavo la prima infanzia uguale per tutti e riproducibile. C'era Actarus in tutti i nostri corpi così giovani, ed era una cosa così poco importante e così determinante per tutti quelli che sarebbero venuti dopo di noi. Mio padre mi raccontava della natura, della sua infanzia a contatto con la natura e io lo ascoltavo senza che lui si rendesse conto che quella natura non era natura e non esisteva più. Il mercato l'aveva modificata, l'aveva deprecata e ora stava creando nuove nature irresistibili che sentivo mie e che non avevano niente a che fare con quelle versioni di natura di cui mi parlava mio padre. Il tempo si nutriva delle ingenuità delle generazioni precedenti, dei loro sogni e sfornava nuovi sogni che erano incompatibili con i precedenti. Non ci si fermava un attimo.

Ero pieno di Actarus e di BASIC, il linguaggio del futuro. Tanto pieno che non me lo sono ancora tolto tutto di dosso, neppure adesso che il futuro era tanto tempo fa. Eravamo pieni di Actarus e di Venusia, di BASIC e di tette esplosive, eravamo adolescenti tutti caldi e pieni di odori, pieni di insicurezze del cazzo di terrori quotidiani, di videogiochi che ci apparivano la sera quando cercavamo di dormire, di gruppetti che ci aspettavano per riempirci di calci e spaccarci le cose che avevamo tra le mani, di ragazzine che ridevano e quei denti noi li desideravamo come non avremo mai desiderato nessun altro dente, eravamo alieni persi nei boschi di Sant'Olcese e sogni, avevamo tutti sogni che non vedevamo neppure, sogni che era magari anche solo toglierci dai coglioni, lasciare quel paese giocattolo che era così felice e così bello da somigliare a un carcere perché ci dovevamo tornare ogni sera, ogni momento e invece quello che volevamo era andare nel mondo che era al di là del vetro, sentivamo l'odore del Giappone che usciva dal Pac-Man, sentivamo l'America sconosciuta che si riscaldava sul silicio, nei comandi che scrivevamo dopo il prompt.

Continuavo a svegliarmi ogni mattina, cercavo di essere felice, mi immaginavo le cose che avrei fatto dopo, negli anni novanta, nel duemila, avevo questa immaginazione in cui creavo grandi videogiochi, scrivevo racconti e libri che tutti avrebbero letto, avevo i miei sogni di grandezza e li coltivavo con amore mentre camminavo per i campi deserti del paese. Ero felice o almeno avrei dovuto esserlo, e questa cosa di essere felice ad un certo punto si è girata e mi ha morso. Ad un certo punto nel mezzo del frastuono, con qualcosa in mano, mentre ridevo nel mezzo del frastuono, ecco che mi sono chiesto, ma cosa ho da ridere, ma perché sono in questo posto a ridere con questa cosa in mano, ma cosa ho da essere così felice, cosa sta succedendo?

[da PÈCMÉN, Blonk, 2020]