D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

Difilosofia

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In questo paese io vivo così. Mi alzo presto e lavoro tutta la mattina, traduco, scrivo, studio e leggo.

E poi, dopo pranzo, comincio a sentire il richiamo del bosco. Una volta che ho fatto finta di non sentirlo, è arrivata una poiana a mugugnare fin sopra il vicolo dove abito. Ho un testimone. Ho dovuto dire: “Scusa, il bosco è arrivato fin qui a chiamarmi, devo andare.” Il bosco sta a non più di cinque minuti a piedi dalla cascina in cui vivo. Spero quindi che i vigili saranno clementi. Ha molta acqua, proprio tanti ruscelli, e alberi, soprattutto castagni, e muschio tantissimo. Ci sono anche gli ontani bianchi. E le querce. Poi in primavera ha avuto tanti fiori e foglie da smarrirsi, quasi non lo riconoscevo, perché sono arrivata che era ancora inverno. D’estate è stato zeppo di zanzare e tafani, è stata dura non frequentarlo per un po’, poi ho deciso di portarmi uno zampirone e di  sventolarmelo davanti alla faccia e alle spalle, un po’ faticoso, ma me la sono cavata.

Ho visto un sacco di animali finché noi umani dovevamo sparire in casa, ho visto: rospi e ramarri, una cerva, vari cerbiatti, cinghiali e cinghialini, un ratto, volpi, aironi, poiane, ghiandaie, cornacchie e gazze, un serpente. Quasi tutti avevano un punto di domanda negli occhi. 

Ora si sta spogliando, il bosco, fa rumore, mi fa fare dei soprassalti. Sono caduti vari alberi per il diluvio. L’albero con cui ho più confidenza, ma una confidenza da scolara a Maestro, è un vecchissimo ciliegio selvatico. Alto che ti fa male il collo a guardarlo e largo, molto largo. Lo abbraccio e appoggio l’orecchio al tronco e dopo un po’ mi lascia degli insegnamenti. Mi ha detto di guardare i ruscelli e imparare a ruscellare. Mi ha detto, dopo una brutta ferita da taglio al cuore, di lasciar salire tutte le memorie e il male e le bruciature, senza spavento perché sarebbero finite presto. Mi ha anche detto nel frattempo di stare ferma, ma come un albero, non come un sasso.

In genere, mi dice di lasciare gli umani sospesi, di non inseguirli in cerca di spiegazioni. Quando non riuscivo più a scrivere perché avevo un killer di precisione che mi sparava alle parole, mi ha detto: “Lasciati essere diversa da tutti quanti.” È tornata la poesia.

Io qui ho solo il bosco, perché non so guidare e quindi faccio casa bosco casa. Non mi sento mai sola. Certi dicono: “Ma fai sempre lo stesso percorso?” Beh no, ce ne sono almeno quattro ma io ne prediligo uno. Comunque, è una corbelleria credere che ci possa essere un sentiero sempre uguale, cambia continuamente ed è una sorpresa a ogni passo. Nel bosco imparo a guardare e ad ascoltare. All’inizio mi ha sgridato molte volte perché ci andavo con in testa un mucchio di persone e guardavo solo dentro di me. Allora ho imparato a lasciare tutti a casa e a guardare fuori o se porto qualcuno con me è per farlo guarire insieme a me. Perché nel bosco non c’è niente da fare, fa tutto lui o loro che siano, ti guariscono, ti trasformano e meno fai, più possono lavorarti.

Nel bosco canto e ballo, tanto non c’è nessuno e comunque prima mi guardo intorno.  I primi mesi ho fatto anche la spazzina del bosco, ho raccolto tutta la plastica, il ferro, la carta che c’era. Ho tolto tante bottiglie di plastica bianca infilate su paletti e dopo il mio compagno mi ha detto: “Oddio Chandra, hai tolto i confini degli appezzamenti dei contadini…” Finora però non mi ha detto niente nessuno. Non so se sull’autocertificazione potrei scrivere ‘spazzina dei boschi’.

E poi c’è il capitolo asini. Prima di tutti, Pippo che ho ribattezzato Pippo Magique, perché è veramente veramente magico. È un grande asino bianco. Assomiglia molto  a un unicorno. Certe volte mi corre incontro a tutta velocità ragliando al cielo. Altre volte fa quasi finta di non vedermi. Una volta si è messo a correre in diagonale e io ho corso seguendo un’altra diagonale, poi abbiamo virato e ci siamo abbracciati. Un’amica mi ha detto: “Sono testimone di aver visto un asino che ti abbracciava e non solo tu che abbracciavi un asino.” Non lo vedo da un po’, il suo padrone lo tiene segregato ora, in un prato inaccessibile e recintato. Sembra proprio che io debba imparare a perdere.

Non come opposto di vincere ma di tenere.

Per ora la città non mi manca affatto, se mi chiamano persone un po’ serie o ciniche, la magia del bosco trema, vacilla, ma poi torna in piedi, salda, appena ritorno a essere bosco insieme al bosco. Forse anche scriverne è un rischio, forse. 

Cerco di ricordarmi il più spesso possibile di dedicare tutte le meraviglie a chiunque mi venga al cuore. Come una carezza, che non si sa da dove venga. Faccio un elenco improvvisato e invio. Alle 18,30 ogni sera medito, qualcuno da lontano medita con me. Sento il respiro, lo seguo e lo assaporo, e invio il bene a tutti gli esseri che sono in emergenza. Gli esseri, non solo le persone. Tanti fili sottili coprono il mondo e io ne faccio parte.

Chandra Livia Candiani #Difilosofia #Divita

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In questo momento, mi spaventa parlare e tanto più scrivere. Se dico che non voglio collaborare con i contagi e sto attenta a non andare in giro per non mettere a rischio gli altri ma anche me che sono vecchina e ho avuto varie polmoniti, mi abbaiano che però le persone devono lavorare, che chiudere i bar uccide chi ci lavora, che c’è chi vive di teatro, che i piccoli ristoranti … “Eh lo so”, rispondo timidamente a occhi bassi. Come se non lo sapessi … ma si sa che se dici una parola restano in disparte tutte le altre. Mi sento in colpa di essere delicatamente viva e di non uscire di scena per lasciare spazio a chi è forte e “il covid è solo un’influenza”.

Se dico che la vita non può più essere ‘normale’ e che la rinuncia non è un danno permanente e forse insegna anche qualcosa e fa salire tutto l’incompiuto che stava assopito in noi, sbraitano che gli adolescenti non possono più toccarsi e diventeranno tutti autistici. Se accenno genericamente ai bambini, inveiscono che ci sarà una generazione di ignoranti. Spavento.

Eppure, Marina Cvetaeva che ha vissuto sempre con la febbre a quaranta e a 200 all’ora, in un’epoca feroce, scriveva che tutta la sua poesia nasceva dalla Rinuncia. Con la erre maiuscola. Una forza vitale, sembrerebbe.

Va beh, sai cosa? Io sto zitta. Ma come sarà una scrittura zitta? E se scrivo dal mio minuscolo punto di vista, dal bosco e dalle foglie, mi sento di mettere in piazza, tra gli inferociti, la delicatezza di una vita che si preserva a stento.

Se parlo di come la meditazione mi insegna a non dividere il bene dal male e ad accogliere tutto così com’è con compassione e con il senso del non permanere delle condizioni, mi ammoniscono che no, bisogna trovare sempre il positivo e il significato profondo e agire. Oppure che un vero poeta ha solo la poesia e non si mette a fare il salvatore. Veramente io mi sento un ciarlatano.

Ci sono anche quelli che non dicono niente, ma spariscono, perché disapprovano, e non si accorgono che le opinioni sono i travestimenti dei nostri attaccamenti, giusti o sbagliati che siano, ma perché renderli delle prese di posizione anziché dire: “Non posso farne a meno”?  Ho già vissuto periodi in cui parlare era sempre un rischio, di colpo diventavi un nemico per una parola scorretta, non eri dalla parte giusta.

E poi c’è stata anche l’infanzia, un padre che ti lasciava scegliere di bere il caffelatte da qualunque tazza, tranne la sua. Solo che la sua cambiava. Senza preavviso. Non sbagliare era un vero azzardo. E dopo erano guai.

Insomma, lo smarrimento è sempre stata la mia Via, e finire dalla parte sbagliata anche. E tacere pure. Un silenzio non quieto né sereno, ma la bocca cucita perché qualsiasi cosa dici sbagli.

Il fatto è che le cose sono complesse e se vedi un lato ne manchi un altro e non ho parole rotonde.

Tutto sommato, credo che ascolterò e basta, lascerò dire a ognuno la sua e intanto respirerò. Certe volte, così facendo, qualcuno mi dice: “Grazie, mi fa bene parlare con te.” 

“A me invece fa bene respirare,” penso io, un po’ malinconicamente.

Chandra Livia Candiani #Difilosofia #Divita

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E così sta ricominciando. Abbiamo ricostruito per un po’ lo scenario di una vita ‘normale’ e ora si ricomincia con l’emergenza, con il non poter più fare come se. 

Sono fortunata, non ho mai avuto una vita normale. Sempre fatto tanta fatica in tutto. Quelli come me erano da schivare perché sono quelli scassati che ti ricordano la fragilità e l’andare a pezzi, quelli che vedono il re nudo.

Adesso che il re è evidentemente nudo non si può rivestirlo.

Da otto mesi vivo in campagna, ma non basta, ho deciso di non tornare. Perché man mano è salita la solitudine gigante in cui vivevo. Quanto mi faceva male passeggiare facendomi timidamente largo tra i corridori. Una volta una signora dietro di me si è messa a sbuffare e poi mi ha detto: “Ma lei non tiene la carreggiata, va di qui e poi di là!” “Ma sono a piedi!” le ho risposto io esterrefatta, pensando mi avesse scambiata per un mezzo di trasporto. Quale poi? Sono piccolissima. Un monociclo?

Ora vivo in un piccolo paese piemontese, un paese senza case di villeggiatura ma con parecchie case abbandonate. In questi mesi ho sentito e pensato tanto e non ho dimenticato niente. Certe volte vedo delle immagini di Milano, strade qualunque, slarghi trafficati, qualche chiesa, sono pezzi di me rimasti lì, momenti di consapevolezza che non sono partiti con me. Forse.

Qui c’è il bosco, il mio Maestro. Non ho più nessuna vita sociale, tanto non ne ero capace. Qualche amica e amico sì però, ci si scrive o ci si telefona. Anche qualche parente cattivo che non ha capito di aver perso il bersaglio: sono andata via!

Per un po’ mi hanno fatta sentire vile, una scampata, ma ora i pensieri degli altri non pesano più così tanto. Perché gli alberi mi parlano. E anche gli asini, più che altro gli asini mi corrono incontro e ci abbracciamo, soprattutto uno, Pippo Magique.

Non trascuriamo gli altri regni, ci sono gli alberi dovunque siamo, qualche animale c’è sempre ovunque, se non altro i cani salvavita delle città. Sono stanchi, un saluto gli fa bene.

Non trascuriamo il respiro, c’è ancora, non è garantito, fa bene ricordarlo, sentirlo, lasciarlo libero, prolungare un po’ l’espirazione, imparare a lasciare. Ogni respiro insegna a lasciare. Inspirare prende, ma sa farlo da sé, espirare invece lascia, esce nel mondo, insegna a mollare la presa.

Nel bosco porto sempre con me la mascherina, se incontro qualcuno (è raro, ma nei periodi in cui si può prendere qualcosa, castagne, funghi, spuntano gli umani) se li incrocio anche per pochissimo, mi infilo la mascherina e gli sorrido, un po’ come un tempo gli uomini che alzavano il cappello, un segno di rispetto, per la comune fragilità.

Imparare a salutarci, a onorarci perché stiamo passando.

Chandra Livia Candiani #Difilosofia #Divita

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Vi sconcerta non riuscire a vedere la gente della Valle?

– Beh, sì, – balbettò il Mago. – Finora sono sempre riuscito a vedere tutte le persone che ho incontrato.

I bambini vogliono essere tutti visti. Per questo parlano, si muovono, e per questo si nascondono e stanno in silenzio.

I bambini desiderano tantissimo essere invisibili. Certe volte solo l’invisibilità salva le cose sacre, come la nostra faccia che non vedendola possiamo sentirci abitanti di un paese invisibile e affacciarci alle finestre, gli occhi. Perdere la faccia davanti agli altri salva la faccia sulla porta dell’invisibile, apre una prospettiva nuova. Noi siamo nascosti dentro. Invisibili. E chi lo sa lancia occhiate agli altri. Ci si riconosce, nell’invisibilità.

Una volta un’amica filippina mi ha detto: “A me non lasciano il posto in metrò, Chandra, io sono invisibile.” E lo diceva come dire io sono inglese. Quindi c’è un’invisibilità che protegge e una che uccide.

Spesso gli invisibili sono invisibili agli intelligenti che poi magari scrivono tanti pensieri intelligenti sull’invisibile e anche sui suoi abitanti. Essere invisibili può fare molto male. Ma i cani vedono quasi sempre gli invisibili, i gatti assolutamente sempre. Come i morti, per esempio.

Nei libri considerati per l’infanzia, l’invisibile è abitabile anche quando non è nominato. Molte impossibilità sono probabili quando lo sfondo, l’amato sfondo degli invisibili dove fare quietamente tappezzeria, è l’accogliente spazio dell’invisibile. L’invisibile è casa. Perché i bambini sono arrivati da poco nel visibile e si ricordano molte cose di laggiù, lassù, là attorno.

Le ferite sono invisibili, soprattutto a scuola e soprattutto con gli adulti spaventati dal cuore. Il cuore è amico dell’invisibile, è attaccato per un filo al visibile, se tiri troppo si spezza e vola via e va a bussare alla foresta dell’invisibile dove si sono salvati tutti gli animali e ogni albero e tutte quante le ferite. Chi vede l’invisibile è impossibile che si dia arie. Speriamo solo che invisibile non sia una parola che sta diventando frequente per accaparrarsi una nuova esclusività, speriamo che non finisca come la luna, con una bandiera ficcata nel collo.

Chandra Livia Candiani #Difilosofia #Divita

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Dobbiamo studiare, dobbiamo conoscere, dobbiamo sviscerare i problemi, ma dobbiamo anche empatizzare con gli altri, condividere le nostre conoscenze, scambiarci i nostri saperi e il nostro saper fare, uscire dalle nostre torri d’avorio e confrontarci col mondo.

L’amore senza la conoscenza, o la conoscenza senza l’amore, non possono maturare una vita retta. Nel Medioevo, allorché la pestilenza mieteva vittime, santi uomini riunivano la popolazione nelle chiese per pregare, cosicché l’infezione si diffondeva con straordinaria rapidità fra le masse dei supplicanti. Ecco un esempio di amore senza conoscenza.

La grande guerra è un esempio di conoscenza senza amore. In entrambi i casi le conseguenze furono disastrose. Benché amore e conoscenza siano necessari, l’amore è, in certo senso, più fondamentale perché spinge l’intelligenza a scoprire sempre nuovi modi di giovare ai propri simili.

Le persone non intelligenti si accontenteranno di agire secondo quanto è stato loro detto, e potranno causare danno, proprio per la loro ingenua bontà. La medicina suffraga questa opinione: un bravo medico è più utile a un ammalato che non l’amico più devoto; e il progresso della scienza medica giova alla salute della comunità più che una ignorante filantropia.

Tuttavia, anche al medico è necessaria la benevolenza, affinché tutti, e non soltanto i ricchi, possano approfittare delle scoperte scientifiche.

Da “La vita retta” di Bertrand Russell

#Disociale #Difilosofia #Divita

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immagine Ma la pena più grave, nel caso non si voglia governare di persona, sta nell’essere governati da chi è moralmente inferiore; questo è il timore che a mio parere spinge gli uomini onesti a governare, quando lo fanno. In tal caso assumono il potere non come se fosse qualcosa di buono in cui possono deliziarsi di piacere, ma come se andassero verso qualcosa di necessario, poiché non possono affidarlo a persone migliori o uguali a loro. Forse, se esistesse una città di uomini buoni, si farebbe a gara per non governare come adesso per governare, e allora sarebbe evidente che il vero uomo di governo non è fatto per mirare al proprio utile, ma a quello del suddito.

Platone, “La Repubblica”, 347cd #Difilosofia

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