D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

Disociale

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“Come spiego a mio figlio che il mondo sta finendo?“. Questa domanda declinata in diverse maniere, ma dettata comunque dall’urgenza di trovare, in tempi di pandemia e di guerra, una direzione da seguire me la sento rivolgere sempre più spesso. Forse perché durante i laboratori nelle scuole i bambini mi raccontano tanto, ed è proprio dalle loro parole che arrivano le risposte. O perché ormai è risaputo che ho poca voglia di interagire con gli adulti – salvo rare eccezioni – e soltanto i bambini riescono a tenermi ancorata alla Terra.

La soluzione credo risieda nel non pensare a salvare il proprio figlio dalla verità, perché non è un salvataggio, ma una condanna ad annaspare nella finzione. Se esiste un’unica regola, una soltanto, che sento di affermare con certezza riguardo ai bambini è quella di non nascondere mai nulla, non mentire di fronte a una catastrofe ambientale, a una guerra, a una relazione che non funziona, alle malattie. Intossica crescere in una vita che non esiste. La finzione genera danni terribili. A volte, ingenuamente, mi chiedo: “i mostri di oggi che bambini sono stati?“. (…)

Andando a scuola stamattina ho chiesto a mio figlio: “cosa ti fa paura?”. “Il suono assordante dell’allarme antincendio”. Avviene almeno una volta a settimana, sa bene che sono soltanto prove, esercitazioni, eppure non riesce a contenere la paura. Penso alle sirene dell’allarme bomba, ai bambini nelle cantine di Kiev. “E cosa ti fa stare meglio in quei momenti?”. “L’abbraccio della maestra”. Al sicuro, in guerra, in ospedale, i bambini hanno sempre gli stessi desideri.

Voglio ostinarmi a credere che i bambini di oggi svilupperanno anticorpi verso la guerra, verso lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, verso ogni forma di prevaricazione; come chi è stato piccolo nel 1986 avendo memoria indelebile del disastro di Černobyl’ dovrebbe aver maturato una naturale idiosincrasia al solo accennare alla parola nucleare.

Il mondo non sta ancora finendo, non se mettiamo immediatamente in atto un cambiamento. Sta di certo finendo il mondo che abbiamo conosciuto finora, una corsa apparente in avanti che ci ha sradicato dalla nostra vera natura, dalla Natura. L’ansia del consumo che ci ha portato fino a qui è diventata distruttiva. In questo momento di devastazione facciamo gli amanuensi, impegniamoci per un rinascimento dell’essere umano, creiamo legami di complicità, educhiamo i bambini alla condivisione e non alla competizione. Non possiamo insegnare nulla se non impariamo noi per primi, magari da Patch Adams: “L’essere clown è solo un espediente per avvicinare gli altri, perché sono convinto che se non cambiamo l’attuale potere del denaro e della prevaricazione sugli altri, non ci sono speranze di sopravvivenza per la nostra specie”.

Facciamo in modo che i figli godano di ogni istante della vita. Certo, studiare è importante, è vero, ma che non diventi l’ossessione delle giornate di un bambino, di un ragazzo. Ogni attimo è prezioso, e anche un giorno di sole rubato alla scuola per una complice avventura nella natura (basta un parco) è un regalo. E allora sì studiare, ma soprattutto respirare, rispettare, non stare in quello che sarà, ma in quello che è. Niente ossessione del primo della classe, trasmettiamo il valore dell’umiltà, dello svolgere il proprio dovere senza enfasi, “faccio soltanto quello che ogni medico dovrebbe fare” ripeteva Gino Strada che tanto, troppo, ci manca.

C’è stato un attimo meraviglioso e sospeso, prima che si scatenasse di nuovo il conflitto globale – tra poteri, carri armati, pro vax e no vax… – in cui sembrava che la nostra indole atavica più profonda, quella di essere solidali e tribù, che trova la massima espressione proprio di fronte alle catastrofi, stesse finalmente rifiorendo. Non è stato così. Eppure possiamo ancora mostrare ai nostri figli che anche nella devastazione resistono semi di speranza, che ripudiamo ogni forma di guerra, che è quasi primavera.

Facciamo in modo che i figli godano di ogni istante della vita. Certo, studiare è importante, è vero, ma che non diventi l’ossessione delle giornate di un bambino, di un ragazzo. Ogni attimo è prezioso, e anche un giorno di sole rubato alla scuola per una complice avventura nella natura (basta un parco) è un regalo. E allora sì studiare, ma soprattutto respirare, rispettare, non stare in quello che sarà, ma in quello che è. Niente ossessione del primo della classe, trasmettiamo il valore dell’umiltà, dello svolgere il proprio dovere senza enfasi, “faccio soltanto quello che ogni medico dovrebbe fare” ripeteva Gino Strada che tanto, troppo, ci manca.

di Federica Morrone #Disociale

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Se fosse tuo figlio riempiresti il mare di navi di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme a milioni facessero da ponte per farlo passare.

Premuroso, non lo lasceresti mai da solo faresti ombra per non far bruciare i suoi occhi, lo copriresti per non farlo bagnare dagli schizzi d'acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare, uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto, busseresti alle porte dei governi per rivendicarne la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto, odieresti il mondo, odieresti i porti pieni di navi attraccate.

Odieresti chi le tiene ferme e lontane da chi, nel frattempo sostituisce le urla con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.

Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti vorresti spaccargli la faccia, annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Puoi dormire tranquillo e sopratutto sicuro.

Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell'umanitá perduta, dell'umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Dormi tranquillo, certamente non è il tuo.

Sergio Guttilla

#Disociale

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Ci avevano raccontato che la globalizzazione ci avrebbe preservato dalle guerre. Al contrario, il mondo in cui viviamo è sempre più insicuro. Dobbiamo chiederci come rifondare l’economia per poter vivere un tempo più pacifico e più sostenibile. Cinque grandi cambiamenti da attuare secondo Francesco Gesualdi

Ci avevano raccontato che la globalizzazione ci avrebbe preservato dalle guerre. L’adagio era che permettendo alle imprese di poter collocare i propri prodotti ovunque nel mondo, di poter spostare la produzione dove appariva più conveniente, di poter trasferire i capitali dove erano garantiti maggiori vantaggi, avremmo creato un mondo più interdipendente e quindi più interessato a mantenere la pace. Ma le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina e soprattutto la guerra in Ucraina, che assomiglia sempre di più a uno scontro fra Russia e Occidente, mostrano che la maggior internazionalizzazione degli affari non è sufficiente a sopire gli istinti nazionalistici che evidentemente fanno parte integrante di ogni forma di capitalismo. E mentre rimane forte l’impegno di ogni governo ad aprire la strada commerciale alle multinazionali battenti la propria bandiera, le tensioni si fanno sempre più accese per il controllo delle risorse e il dominio delle tecnologie. La conclusione è che il mondo in cui viviamo è sempre più insicuro, per cui dobbiamo chiederci come rifondare l’economia per poter vivere in un mondo al tempo stesso più pacifico e più sostenibile. Penso che per riuscirci dovremmo introdurre cinque grandi cambiamenti che a mio avviso ogni popolo farebbe bene a valutare ed attuare, anche unilateralmente.

Il primo passo da compiere è la messa al bando delle industrie di armamenti. Il Sipri valuta che nel 2020 le prime 100 imprese mondiali di armi hanno avuto un fatturato complessivo di 531 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto interno lordo del Belgio. Finché produrremo armi avremo guerre perché rappresentano l’occasione di consumo di materiale bellico. E come le imprese di imbottigliamento hanno bisogno di chi beve acqua in bottiglia, allo stesso modo le imprese di armi hanno bisogno di guerre. Non a caso i produttori di armi mantengono rapporti continui con i ministeri della Difesa e spendono fiumi di denaro per ottenere dai governi scelte a vantaggio delle proprie attività. Secondo l’organizzazione Open Secrets, nei soli Stati Uniti negli ultimi 20 anni le industrie belliche hanno speso 285 milioni di dollari per contributi alle campagne elettorali e ben 2,5 miliardi per spingere le istituzioni statunitensi a compiere scelte politiche e finanziarie favorevoli ai propri interessi. Quanto all’Unione europea, i numeri ufficiali, risalenti al 2016, dicono che le prime 10 imprese di armi spendono oltre cinque milioni di euro all’anno e dispongono di 33 lobbisti a libro paga per esercitare pressione sulle istituzioni di Bruxelles.

La seconda grande scelta da compiere è l’abbandono del consumismo a favore della sobrietà. Il consumismo è una bestia insaziabile che ha bisogno di quantità crescenti di risorse ed energia. Un’impostazione che spinge inevitabilmente alla sopraffazione per aggiudicarsi le risorse a buon mercato presenti nei territori altrui. Lo testimonia non solo il colonialismo, ma anche il neocolonialismo che oggi si presenta col volto dello scambio ineguale, del land grabbing, dello strangolamento finanziario. Fino a ieri la lotta era per il carbone, il petrolio, i minerali ferrosi, oggi è per le terre agricole, i minerali rari, la biodiversità, l’acqua. L’unico modo per interrompere le guerre di accaparramento è ripensare il nostro concetto di benessere, riportandolo nel perimetro di ciò che ci serve senza sconfinare nell’inutile e nel superfluo. Un compito non semplice perché si scontra con le nostre pulsioni più profonde, ma con possibilità di successo se torniamo a dare il giusto valore alla sfera affettiva, sociale, spirituale e più in generale agli aspetti relazionali che la logica materialista tende a mettere in ombra.   Il terzo passaggio è la capacità di orientarci totalmente verso le energie rinnovabili perché affidandoci al sole, al vento e alle altre forme di energia naturale, rompiamo la nostra dipendenza dalle risorse altrui. Un’indipendenza che ci rende al tempo stesso meno angosciati, e quindi meno aggressivi, e più propensi alla collaborazione internazionale. Ricordandoci che la transizione energetica sarà tanto più possibile quanto più sapremo orientarci verso la sobrietà perché meno consumiamo, meno energia dobbiamo produrre.

Il quarto intervento è la capacità di potenziare l’economia pubblica, precisando che pubblico non è sinonimo di Stato, ma di comunità. L’economia pubblica è l’economia della comunità che diventa imprenditrice di se stessa per garantire a tutti, in maniera solidaristica e gratuita, tutto ciò che risponde a bisogni irrinunciabili come acqua, alloggio, sanità, istruzione e in generale tutto ciò che definiamo diritto. Beni e servizi determinanti per la dignità umana che non possono essere variabili dipendenti dalla disponibilità di denaro, bensì certezze da garantire a tutti tramite la solidarietà collettiva. Se riuscissimo a liberarci dai condizionamenti ideologici capiremmo che il rafforzamento dell’economia pubblica è non solo elemento di progresso umano e sociale, ma anche di pace, perché l’economia pubblica, a differenza dell’economia di mercato, non ha bisogno di espansione. Poiché non vende, bensì distribuisce, non ha la preoccupazione di procurarsi nuovi clienti. Il suo obiettivo è produrre quanto basta per soddisfare i bisogni dei propri cittadini, dopo di che è ben lieta di fermarsi. Non così per le imprese commerciali in lotta perenne fra loro per la conquista di nuovi mercati, se necessario con l’assistenza dei propri governi che magari non usano armi, ma ricatti e altri strumenti di pressione non meno insidiosi perché capaci di suscitare rancori dagli esiti imprevedibili.

E per finire la capacità di improntare i rapporti internazionali a spirito di cooperazione ed equità. Equità per garantire la giusta remunerazione ai produttori e cooperazione per sostenersi reciprocamente e colmare gli squilibri creati da cinque secoli di economia di rapina. Tutto ciò, però, è possibile solo con un cambio di paradigma culturale. In economia bisogna passare dai principi di guadagno, crescita, concorrenza, a quelli di equità, sostenibilità, cooperazione. In ambito sociale bisogna passare dai principi di forza, vittoria, successo a quelli di mitezza, rispetto, sostegno. Perché solo predisponendoci diversamente verso l’altro potremo passare da una cultura della guerra a una cultura della pace.

di Francesco Gesualdi – via | https://altreconomia.it -

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Dobbiamo studiare, dobbiamo conoscere, dobbiamo sviscerare i problemi, ma dobbiamo anche empatizzare con gli altri, condividere le nostre conoscenze, scambiarci i nostri saperi e il nostro saper fare, uscire dalle nostre torri d’avorio e confrontarci col mondo.

L’amore senza la conoscenza, o la conoscenza senza l’amore, non possono maturare una vita retta. Nel Medioevo, allorché la pestilenza mieteva vittime, santi uomini riunivano la popolazione nelle chiese per pregare, cosicché l’infezione si diffondeva con straordinaria rapidità fra le masse dei supplicanti. Ecco un esempio di amore senza conoscenza.

La grande guerra è un esempio di conoscenza senza amore. In entrambi i casi le conseguenze furono disastrose. Benché amore e conoscenza siano necessari, l’amore è, in certo senso, più fondamentale perché spinge l’intelligenza a scoprire sempre nuovi modi di giovare ai propri simili.

Le persone non intelligenti si accontenteranno di agire secondo quanto è stato loro detto, e potranno causare danno, proprio per la loro ingenua bontà. La medicina suffraga questa opinione: un bravo medico è più utile a un ammalato che non l’amico più devoto; e il progresso della scienza medica giova alla salute della comunità più che una ignorante filantropia.

Tuttavia, anche al medico è necessaria la benevolenza, affinché tutti, e non soltanto i ricchi, possano approfittare delle scoperte scientifiche.

Da “La vita retta” di Bertrand Russell

#Disociale #Difilosofia #Divita

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Quelli che dopo il tragitto bagno-cucina avevano il fiatone e poi si sono scoperti runner. Quelli che si facevano prestare il cane da un amico per uscire di casa durante il lockdown. Quelli che sul balcone cantavano Bugo. Quelli che “la mascherina è un bavaglio”. Quelli che “no! La mascherina è una museruola!”. Quelli che “sono stati i cinesi!”. Quelli che “dove caxxo sta Whuan?”. Quelli che “non ce n’è coviddi”. Quelli che “è stato Bill Gates per poi vendere a tutti il vaccino”. Quelli che “Bill Gates è cinese”. Quelli che “siamo in una dittatura sanitaria”. Quelli che “il tampone buca la ghiandola pineale”. Quelli che “la pistola per misurare la temperatura acceca il terzo occhio”. Quelli che “il tampax nel naso non lo metto!”. Quelli che “non mi vaccino perché non so cosa c’è dentro”. Quelli che “non mi vaccino perché so cosa c’è dentro ma non ve lo dico”. Quelli che “non è un vaccino, è acqua”. Quelli che “non è un vaccino, è un siero sperimentale genico”. Quelli che “ok, è un vaccino ma non lo faccio lo stesso perché è comunque sperimentale genico”. Quelli che “visto che era stato Bill Gates per vendere il vaccino?”. Quelli che “dopo il vaccino ho il braccio magnetizzato”. Quelli che “nel vaccino c’è un microchip collegato alle antenne del 5G”. Quelli che “ho fatto il vaccino ma non c’è campo”. Quelli che “Alexa, attiva il siero sperimentale genico collegato col 5G”. Quelli che “ok, attivo il siero sperimentale genico collegato col 5G”. Quelli che “ok, metto ‘Finché la barca va’ su Spotify”. Quelli che “mi dispiace, non riesco a trovare la rete wi-fi”. Quelli che “dopo il siero sperimentale genico non riesco più a scopare con nessuno”. Quelli che “ok, non scopavo neanche prima ma secondo me il siero sperimentale genico ha peggiorato la situazione”. Quelli che “ok, è un vaccino ma non riesco più a scopare come se mi avessero inoculato un siero sperimentale genico”. Quelli che “se inoculato fa rima con… ci sarà un motivo no?”. Quelli che “ne riparliamo tra 18 mesi”. Quelli che “un’amica della cognata di mio cugino ha fatto il vaccino e dopo due ore aveva il pene”. Quelli che “il Covid si cura con un farmaco veterinario usato per sverminare i cavalli”. Quelli che “ok, mi sono preso il Covid ma non ho più i vermi”. Quelli che “lo dico da vaccinato con tripla dose”. Quelli che “il vaccino non protegge dal virus”. Quelli che “il virus non protegge dal vaccino”. Quelli che “meglio morto che vaccinato”. Quelli che ⚰️💀 “vabbè era così per dire…”. Quelli che “ai letto le ricerche del premio nobile Montagne?!”. Quelli che “vogliono sterminare i 2/3 della popolazione mondiale, lo ha detto Nonna Luisa su iutube”. Quelli che “come mai ci hanno messo così poco a fare il vaccino? È forse un siero sperimentale genico?” Quelli che “come può uno scoglio arginare il mare?”. Quelli che “il green pass è il marchio della bestia”. Quelli che “il green pass è il guinzaglio con cui ci vogliono rendere schiavi”. Quelli che “ok, ho fatto il green pass ma solo per vedere la maggica!”. Quelli che “ho speso 350 euro per un green pass falso e il QR code porta a una pagina web con la scritta MINCHIONE”. Quelli che “lunedì blocchiamo tutti i treni contro il green pass”. Quelli che “niente, per bloccare tutti i treni serve il green pass”. Quelli che “l’ho fatto solo perché avevo letto passaporto vaginale”. Quelli che “se mettono l’obbligo vaccinale emigro all’estero”. Quelli che “niente, per emigrare serve il green pass”. Quelli che “dopo aver fatto il siero sperimentale genico riesco al massimo ad andare dal bagno alla cucina e mi viene il fiatone. Prima ero un runner”.

Fabio Salamida #Disociale

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Per soffocare in anticipo ogni rivolta, non bisogna agire violentemente. I metodi come quelli di Hitler sono superati. Basta creare un condizionamento collettivo talmente potente che l'idea stessa di rivolta non verrà nemmeno più alla mente degli uomini.

L'ideale sarebbe formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate. In secondo luogo, si prosegue il condizionamento riducendo drasticamente l'istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale. Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può ribellarsi. Occorre garantire che l'accesso alla conoscenza diventi sempre più difficile ed elitario. Che il divario si aggravi tra il popolo e la scienza, che le informazioni destinate al grande pubblico siano anestetizzate da qualsiasi contenuto sovversivo.

Soprattutto niente filosofia. Anche in questo caso bisogna usare la persuasione e non la violenza diretta: diffonderemo massicciamente, attraverso la televisione, intrattenimento lusinghiero sempre l'emotivo o l'istintivo. Faremo gli spiriti con ciò che è inutile e divertente. È buono, in una chiacchierata e in una musica incessante, evitare che lo spirito pensi. Metteremo la sessualità in prima fila negli interessi umani. Come tranquillante sociale, non c'è niente di meglio.

In generale si farà in modo di bandire la serietà dell'esistenza, di trasformare in derisione tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza; in modo che l'euforia della pubblicità diventi lo standard felicità umana e modello di libertà. Il condizionamento produrrà così da sé una tale integrazione, che l'unica paura – da mantenere – sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie alla felicità.

L'uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello e deve essere sorvegliato come deve essere un gregge. Tutto ciò che permette di addormentare la sua lucidità è socialmente buono, ciò che minaccia di svegliarla deve essere ridicolizzato, soffocato, combattuto. Ogni dottrina che mette in discussione il sistema deve essere prima designata come sovversiva e terrorista e chi la sostiene dovrà poi essere trattato come tali.

  • Günther Anders, “L'Obsolescenza dell'uomo” 1956 – Immagine: Zac Deloupy #Disociale

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Vi auguro di essere eretici. Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità. E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno. Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è. Eretico è chi non si accontenta
dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa. Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità. Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza. Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.

Luigi Ciotti #Disociale

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I bambini sono di sinistra. Di sinistra, sì, nessun dubbio. Non soltanto per i pugnetti stretti in segno di protesta. I bambini sono di sinistra perché amano senza preconcetti, senza distinzioni. I bambini sono di sinistra perché si fanno fregare quasi sempre. Ti guardano, cacci delle balle vergognose e loro le bevono, tutti contenti. Sorridono, si fidano. Bicamerale! Sì, dai! I bambini sono di sinistra perché stanno insieme, fanno insieme, litigano insieme. Insieme, però. I bambini sono di sinistra perché se gli spieghi cos'è la destra piangono. I bambini sono di sinistra perché se gli spieghi cos'è la sinistra piangono lo stesso, ma un po' meno. I bambini sono di sinistra perché a loro non serve il superfluo. Sono di sinistra perché le scarpe sono scarpe, anche se prima o poi delle belle Nike o Adidas o Puma, o Reebok, o Superga gliele compreremo. Noi siamo No-Logo, ma di marca! I bambini sono di sinistra malgrado l'ora di religione obbligatoria. I bambini sono di sinistra grazie all'ora di religione obbligatoria. I bambini sono di sinistra perché comunque, qualsiasi cosa tu gli dica che assomigli vagamente a un ordine, fanno resistenza. Ora e sempre! I bambini sono di sinistra perché occupano tutti gli spazi della nostra vita. I bambini sono di sinistra perché fanno i girotondi da tempi non sospetti. I bambini sono di sinistra perché vanno all'asilo con bambini africani, cinesi o boliviani, e quando il papà gli dice “vedi, quello lì è africano”, loro lo guardano come si guarda una notizia senza significato. I bambini sono di sinistra perché quando si commuovono piangono, mentre noi adulti teniamo duro, non si sa bene perché. I bambini sono di sinistra perché se li critichiamo si offendono. Ma se li giudichiamo non invocano il legittimo sospetto, e se li condanniamo aspettano sereni l'indulto che prima o poi arriva: la mamma, Ciampi, il Papa. I bambini sono di sinistra perché si fanno un'idea del mondo che nulla ha a che fare con le regole del mondo. I bambini sono di sinistra perché se gli metti lì un maglioncino rosso e un maglioncino nero scelgono il rosso, salvo turbe gravi – daltonismo o suggerimento di chi fa il sondaggio. I bambini sono di sinistra perché Babbo Natale somiglia a Karl Marx. Perché Cenerentola è di sinistra, perché Pocahontas è di sinistra. Perché Robin Hood è di Avanguardia Operaia e fa gli espropri proprietari. I bambini sono di sinistra perché hanno orrore dell'orrore. Perché di fronte alla povertà, alla violenza, alla sofferenza, soffrono. I bambini sono di sinistra perché il casino è un bel casino e perché l'ordine non si sa cos'è. I bambini sono di sinistra perché crescono e cambiano. I bambini sono di sinistra perché tra Peter Pan e Che Guevara prima o poi troveranno il nesso. I bambini sono di sinistra perché, se ce la fanno, conservano qualcosa per dopo. Per quanto diventa più difficile, difficilissimo, ricordare di essere stati bambini. Di sinistra, poi...

Claudio Bisio #Disociale #Divita

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Durissimo con i genitori il filosofo Umberto Galimberti, che al Forum Monzani di Modena, presentando il suo ultimo libro, dice:

Espellerei i genitori dalle scuole, a loro non interessa quasi mai della formazione dei loro figli, il loro scopo è la promozione del ragazzo a costo di fare un ricorso al Tar, altro istituto che andrebbe eliminato per legge.

E alle superiori i ragazzi vanno lasciati andare a scuola senza protezioni, lo scenario è diverso, devono imparare a vedere che cosa sanno fare senza protezione. Se la protezione è prolungata negli anni, come vedo, essa porta a quell’indolenza che vediamo in età adulta.

E la si finisca con l’alternanza scuola lavoro, a scuola si deve diventare uomini, a scuola si deve riportare la letteratura, non portare il lavoro. La letteratura è il luogo in cui impari cose come l’amore, la disperazione, la tragedia, l’ironia, il suicidio. E noi riempiamo le scuole di tecnologia digitale invece che di letteratura? E’ folle.

Guardiamo sui treni: mentre in altri Paesi i giovani leggono libri, noi giochiamo con il cellulare. Oggi i ragazzi conoscono duecento parole, ma come si può formulare un pensiero se ti mancano le parole? Non si pensa o si pensa poco se non si hanno le parole”.

Umberto Galimberti #Disociale

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immagine Aisha è una giovane mamma indiana. Si sveglia alle 4 e mezza per fare il bucato, cucinare, accudire i suoi tre bambini, alle 7:30 inizia il turno in fabbrica. 12 ore a cui si aggiungono gli straordinari, non pagati. Aisha guadagna 85 euro al mese. Per arrivare puntuale a volte non riesce a mangiare nulla, un minuto di ritardo le costa un’ora di salario. È svenuta due volte, Aisha, la seconda hanno dovuto portarla all’ospedale. Nelle fabbriche, le operaie svengono spesso. Succede anche in Europa, in Bulgaria, per esempio, le storie di operaie mal pagate e sfruttate fino a perdere i sensi sono molte.

Prima della pandemia, Siddharth Kara, un professore di Harvard e Berkeley esperto di schiavitù moderna, ha fatto uno studio sulle condizioni delle donne che lavorano da casa per l’industria dell’abbigliamento. Donne ma anche tante bambine, perché nel cucito le piccole dita lavorano con maggiore precisione. L’85% dei vestiti che cuciono è destinato al mercato occidentale.

Decorazioni, ricami, frange e lustrini confezionati con tanta maestria su quel bel vestitino che avete adocchiato in vetrina, li hanno ricamati piccole schiave retribuite 20 centesimi l’ora. Petar lavora per una fabbrica di abbigliamento in Bulgaria, la Koush Moda. “Entri in fabbrica alle 8 di mattina, -dice- ma non sai mai quando ne uscirai. A volte torniamo a casa alle 4 del mattino seguente”. Paga: 320 euro al mese.

Euronews ha condotto un’inchiesta in un’altra fabbrica dello stesso paese, stessa paga: si chiama Pirin Tex. Elyna è una di quelle operaie. “Penso che i nostri colleghi dell'Europa occidentale riderebbero” racconta amaramente “a sentir parlare di ciò che guadagniamo. Non ci crederebbero. Ma siamo cittadini europei di seconda classe? Siamo cattivi sarti?” La Pirin Tex non produce per le catene low cost, ma principalmente per Hugo Boss. Un gilet Hugo Boss costa quanto il salario di 10 giorni dell’operaio che lo ha creato.

In Turchia la situazione è identica: 365 euro al mese, si lavora dalle 8 di mattina a mezzanotte. Perché la richiesta e la produzione, ovunque, aumentano a ritmi impossibili. La follia della Fast Fashion ha cambiato radicalmente il mercato: le due collezioni Primavera-estate e Autunno-inverno sono diventate 52, una nuova collezione ogni settimana. Il Fast Fashion è un gioco perverso, la produzione dell’industria tessile è responsabile del 10% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra. L’occidente si ingorga di abiti invenduti o smessi: ogni secondo l'equivalente di un camion carico di vestiti viene buttato in una discarica o bruciato. In Europa produciamo 2 milioni di tonnellate di vestiti dismessi all’anno che rispediamo agli stessi paesi poveri da cui sono arrivati.

Abbiamo inventato un nuovo genere merceologico, il Tropical Mix: sono balle da 40-50 kg piene dei nostri vestiti usati che vengono esportati verso il sud del mondo. Partiti dall’inferno delle fabbriche indiane fanno il percorso inverso e ritornano nel sub continente, in altri inferni in cui migliaia di uomini e donne li dividono per qualità, materiale e colore. La roba viene divisa in riutilizzabile e in spazzatura. Poi il tropical Mix riparte, destinazione Africa, dove cambia nome, si chiama Mitumba. Intasa i mercati e le discariche con gli stracci che sono usciti dai nostri armadi, e ammazza la produzione locale.

Il Ghana, che ha 30 milioni di abitanti, riceve 15 milioni di capi a settimana. Lì il Tropical Mix-Mitumba lo chiamano “Akan obroni wawu” vuol dire “abiti dell’uomo bianco morto”. Eppure, basterebbe fare come suggeriva quel geniaccio di Groucho Marx: “Se suona l'uomo della spazzatura, digli che non ne vogliamo…”

Ci hanno provato. Kenya, Uganda, Tanzania, Rwanda e Burundi si sono messi assieme e hanno deciso di bandire l’ingresso di vestiti usati nei loro paesi. Ma gli Stati Uniti li hanno minacciati di sanzioni, e l’unico paese che ha osato sfidare lo zio Sam è stato il Rwanda.

Un altro grande comico americano, Milton Berle, diceva: “Nel mio quartiere il camion dei rifiuti viene due volte la settimana. Per fare le consegne”.

di Diego Cugia #Disociale

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