La vita in famiglia è bellissima

Frammenti quotidiani di vita familiare

[diario dal letto]

Sto scrivendo dal nuovo Macbook Air. Una influenza mi sta tenendo a letto e ne ho approfittato per lanciare di tanto in tanto la copia dei file dal vecchio Macmini a questo. Non ha ancora finito, ma sono riuscito a importare il grosso delle cose più importanti. Ho dovuto fare tutto a mano perché l'assistente migrazione mi ha fatto il gesto dell'ombrello, telematicamente parlando. Dico due parole sulla macchina, giusto per fare diario.

Il Macbook Air che ho preso ha il case color “galassia”. In realtà il colore a me ricorda un metallo che prende, a seconda della luce che cade, una strana ombratura rosa/rossastra, che non so perché mi ricorda una irritazione prepuziale.

Una parte dello schermo manca, ci hanno messo la telecamera, come nei cellulari. Quindi hai le voci di menu a sinistra che a un certo punto “saltano” dall'altra parte della webcam, a destra. Qualsiasi cosa girasse a Cupertino quando hanno pensato questa cosa, non sarebbe piaciuta a Schettini. Forse a Schettino. Non so.

Detto questo l'hardware è solido, leggero, silenziosissimo e consuma pochissima batteria. Diamo a Cesare quello che è di Cesare. E anche le casse, dei bassi davvero decenti.

Il sistema operativo, per me che ne venivo da un vecchio High Sierra, è una specie di futuro distopico dove chi usa Apple è sotto costante attacco di hacker che vogliono distruggerlo e – nello stesso tempo – l'utente medio è insensibile, numb, come The Edge nell'omonimo videoclip degli U2 dove si prende i pesci in faccia senza dire nulla.

Da un lato infatti tutto è blindatissimo. Ogni applicazione che provi a lanciare attiva una marea di sistemi di controllo che ti dicono che no, Venerandi, non dire cazzate, tu davvero non vuoi usare quella applicazione, desisti, usa solo quelle Apple certificate. No, no Venerandi perché vuoi usare questa applicazione? Sai che essa vuole usare i tuoi file? Vuoi davvero dargli accesso ai tuoi file? Vuole usare l'input della tua tastiera! Sei sicuro che vuoi dargli questo potere? Non essere stupido Venerandi, non farlo.

Ad un certo punto il Macbook mi ha buttato un'applicazione nel cestino dicendo che era un malware, ripeto, il mio computer ha cancellato una applicazione per conto suo, mentre quando ho tentato di cancellare una applicazione che si chiama “Borsa” che non userò mai nella mia vita il Macbook mi ha fatto “boink”. Ci ho riprovato. “Boink”. Nessuna spiegazione. Non si può cancellare e basta, Venerandi piantala che prima o poi con il gioco in borsa ci farai i dollaroni come noi. Fidati.

Non vi dico quando si prova a far partire una applicazione di uno sviluppatore indipendente. Quasi si offende e nasconde nelle preferenze di sistema un pulsante per dirgli che sì, davvero, voglio usare quella applicazione. In fondo ad una pagina tra centinaia di altre preferenze. La cosa si ripete per ogni dannata applicazione che si vuole installare. In pratica il nuovo Os è infastidito che qualcuno voglia usarlo, per questo forse vogliono metterci l'IA, così a quel punto lasci il Macbook da solo e vai in giro a passeggiare, guardare i cantieri, combattere.

Ma, dicevo, l'utente insensibile. Il Macbook pensa che io non sappia che sto usando delle applicazioni, che sia lì inerte davanti a lui senza sapere cosa fare, inebetito, e mi stimola con un tripudio di notifiche. Notifiche, su un computer. Peraltro pure grosse, e si accumulano come debiti sulla destra dello schermo e devo cliccare su tutte per chiuderle, sembra quel gioco online per gli impiegati dove devi cliccare per fare punteggio, ora mi sfugge il nome.

In pratica appena ti comperi un Macbook devi iniziare a fare questo gioco di disabilitare tutta la glassa che Apple sta mettendo sopra il suo sistema operativo che è poi sempre basato sulla stessa GUI di quarant'anni fa, mortacci loro.

Tornando seri, fare un passaggio di questo tipo ti rendi poi conto della fragilità dei formati e delle applicazioni. Il grosso delle applicazioni commerciali che avevo sul vecchio Mac sono andate. Ragtime, Devonthink, Oxygen XML, Screenflow... ricomprarle tutte mi costerebbe quanto due o tre Macbook. E dietro a loro una schiera di decine e decine di applicazioni free, utility, videogame. E – soprattutto – molti documenti che sul nuovo computer diventeranno delle icone inutilizzabili e inapribili. Monoliti di byte che poi, giro qualche decennio, diventeranno letteralmente illeggibili.

Ultima cosa, passare da uno schermo a colori e-ink a uno lcd come questo, che pure non è malaccio eh, stordisce. Si passa da scrivere su un qualcosa che sembra di carta a scrivere su una lampada accesa in faccia. L'e-ink non sarà il futuro, non lo so, ma gli schermi che mandano luce sono il passato.

E – sì – dopo sei mesi che si usa un notebook touch continui a toccare lo schermo del Macbook come una scimmia che tocca il vetro della finestra pensando di toccare il cielo. Le nuvole. La pioggia.

E dal letto influenzale è tutto, torno a rantolare.

Mi chiama il corriere di Amazon, rispondo. È una voce femminile, quella che sento, che parla un italiano stentato, ma corretto. Sembra avere un accento russo o ucraino. Cerco di spiegarle dove abito, ma capisco che – no – meglio che corra a un chilometro da casa mia per intercettarla. “Ti chiedo – mi dice alla fine – se mi porti un cucchiaio di plastica”. Resto interdetto alla cornetta. Penso di non aver capito bene. “Un cucchiaio di plastica?” chiedo “Un cucchiaio di plastica” conferma lei.

Sto iniziando a ipotizzare che possa essere un errore di traduzione, che il pacco sia grosso e serva una carriola, quando lei aggiunge “non c'entra Amazon”. “Ah” faccio io. Metto giù. Apro la dispensa. Non ho cucchiai di plastica. Ne prendo uno di metallo, vecchio, che non usiamo più, mi metto la giacca, salgo sulla bicicletta e corro nel posto dove – forse – credo di aver capito potrebbe esserci il corriere.

Lì c'e lei che ha già mollato il mio pacco per terra. “Stavo facendo manovra” mente. È una ragazza alta, magra, dai lineamenti caucasici. Mento anche io, non ho idea di quali siano davvero i lineamenti caucasici, ma scriverlo fa molto romanzo d'appendice. È una ragazza con una bellezza rude, maschile e io sono il solito fesso. Le sorrido, fingo che non stesse mollando il mio pacco Amazon per strada e tiro fuori il mio cucchiaio.

“Non ne ho di plastica” le spiego allungando quello di metallo. Lei mi sorride e lo prende, “ah” dice e lo mette via e capisco che il mio cucchiaio di metallo ormai non lo vedrò mai più. Fotografa il pacco con il cellulare, guarda la mia bici, dice “ah usi la bici”, io annuisco. Fa per andarsene. “Ma scusa – le chiedo – cosa ti serve il cucchiaio?”. Lei mi guarda con uno sguardo indecifrabile, ride e mi dice “per mangiare!”.

E io resto lì a pensare che linea deve esserci dietro questa ragazza, da dove parte, per farla arrivare qua, nel 2026, in questa viuzza collinare vicino casa mia con un furgoncino a mollare pacchi Amazon, con il suo accento russo o ucraino, con la fame nello stomaco e un cucchiaio di metallo di Venerandi in mano. Quanta quanta strada particolare.

“Buon appetito allora!” le dico e salgo sulla mia bici ridacchiando come una canaglia.

Oggi ho corretto compiti in classe, se continuo con questo ritmo per pasqua li finisco e posso restituirli agli studenti che li terranno in mano come antiche mappe di cui hanno dimenticato il senso. Segno, compilo griglie di valutazione, metto via, tipo catena di montaggio. Mi distraggo. Le cose da catena di montaggio le faccio, ma mi distraggo, come il tipo di Duel, avete presente. Penso, guardo internet, cerco cose.

Ultimamente sto ampliando il raggio delle mie malattie. Cerco di pensare sempre alla peggio cosa, per sicurezza. Sento qualcosa di strano mentre sono in bagno. Cerco su internet. O tumore al retto o emorroidi. Devo scegliere. Prima, ero in cucina, due dita diventano insensibili. Solo della mano sinistra. Con le dita restanti cerco in rete “dita insensibili mano sinistra infarto”. L'IA di Google dice che forse sono spacciato, ma non è sicura. Devono venirmi altri sintomi che tardano a venire e dopo un po' torna la sensibilità alle dita e ci resto anche un po' male. Niente, mi tocca cucinare.

Mi arriva un bite perché – pare – che di notte io digrigni i denti e morda nel sonno. Così dice chi vive attorno a me. Apro la scatola del bite, scatola che ho conquistato con grave fortuna perché il corriere Amazon, che aveva l'aria di un adolescente strafatto, aveva buttato letteralmente la mia busta Amazon in una scala in cemento armato in mezzo a un prato a un chilometro da casa mia. Perché – a suo dire – di solito i pacchi me li lascia lì. Non so cosa si fosse fatto ma era roba buonissima. Venti minuti a girare per le viuzze delle alture genovesi, fino a trovare questo prato storto dove è stata costruita – per motivi a me sconosciuti – una scala in cemento armato dove c'era il mio pacco, tornato a casa stavo per scrivere un reclamo di fuoco, poi mi sono fermato. “Ma che cazzo me ne frega” ho pensato. Davvero. Ma cosa cazzo me ne frega.

Ho aperto il pacco del bite e ho letto le istruzioni. Dovevo prendere l'apparecchio bite, buttarlo in una pentola con dell'acqua a 90 gradi per venti secondi, tirarlo fuori per cinque secondi, metterlo in bocca e poi fare varie operazioni con la lingua e le dita che manco da adolescente nelle panchine dei parchetti sarei riuscito a fare. Qui – ho pensato – finisco dritto nel centro grandi ustioni. E invece il materiale era di qualche tipo di plastica che si è raffreddata al volo e ho potuto limonare con il bite per qualche minuto, cercando di plasmarlo.

Mentre limonavo con le microplastiche del bite leggevo questo articolo di Valditara, articolo è una parola un po' grossa, diciamo intervento, non chirurgico, in cui il nostro indicava da lontano il pericolo del melting pot, da un lato abbiamo questa grande linea che unisce la bibbia, l'illuminismo, il capitalismo e Trump – ovvero la civiltà – e dall'altra i regni teocratici, il Corano, Mamdani e il melting pot culturale – ovvero il male. Ok il capitalismo e Trump ce li ho messi io, Valditara li aveva persi di vista. La democrazia, ecco, forse aveva scritto la democrazia al posto di “il capitalismo e Trump”. Vabbé. E comunque diceva che dobbiamo insegnare questa prima linea a scuola, dobbiamo dare identità ai nostri ragazzi, una identità occidentale. Mi facevano male gli occhi mentre leggevo, e anche la lingua, ma quello perché limonavo.

Alla sera ho chiesto a terzogenita, anzi non ho chiesto, ho spiegato, no anzi ho chiesto, ma senti, ho chiesto, terzogenita, tu che sei esperta di apparecchi per i denti, quando questa notte inghiottirò nel sonno il bite, quanto ci metterò per soffocare? Sentirò male? Lei mi ha rassicurato. Mi ha detto, ma quando dormi, tieni mica la bocca spalancata! E io le ho risposto, eh non lo so. E lei, come non lo sai? E io, dormo, amore, quando dormo potrei anche ballare, che ne so io. Dormo. Lei ha scosso la testa e ha detto che una volta si è svegliata senza apparecchio ed era terrorizzata di averlo ingoiato. Ah, ho detto io. A questo punto secondogenito ha pensato fosse il momento giusto per dirci che fuori di casa nostra c'era un topo decapitato. Un altro! ho esclamato io. Secondogenito ha alzato le spalle. Per me – ha aggiunto – è il gatto dei vicini.

Sono rimasto zitto ad aprire noci e mangiare parte del contenuto edibile. Chissà – pensavo – se quando morirò per i mille mali che mi stanno per colpire, qualcuno di questi qua si prenderà la briga di raccogliere tutte le cose che ho scritto, come si prendono le briciole rimaste sulla tavola prima di sbatterle fuori dalla finestra, via verso il centro del cosmo.

Ah sto anche perdendo capelli, come spaghetti di una stella avvicinatasi innavertitamente nei pressi di un buco nero dormiente che le recide la testa, ne fa uscire una parte di energia molecolare, o cosa è, non ricordo, e il resto del mio corpo sorcio stellare viene succhiato via dentro questo buco nero del flipperone della vita.

Sono lì nella casa dove ci trasferiremo, al buio, con terzogenita che mi illumina usando la torcia in modo che io riesca a finire di montare le prese elettriche e i pulsanti di accensione delle luci. È buio perché ho staccato l'impianto della luce per fare questi lavori.

A un certo punto terzogenita mi chiede l'indirizzo esatto della casa in cui siamo. “Non te lo ricordi ancora eh” le rispondo sorridendo, e poi le dico l'indirizzo, il civico e l'interno. Continuo ad avvitare e spellare fili e dopo un po' le chiedo come mai voleva saperlo, proprio in quel momento.

“Perché – mi spiega – nella mia testa mi sto già organizzando per quando resterai fulminato. Con un bastone di legno ti allontanerò dai fili che stai tenendo in mano e poi telefonerò al pronto soccorso; quindi mi serviva l'indirizzo preciso per dirlo poi agli operatori”.

Deglutisco. Alzo gli occhi a scutare nel buio, vedo il candore dei suoi denti aperti in una risata.

Ho del tempo libero e entro in questa chiesa, è una chiesa incastonata sopra via XX Settembre, una delle vie commerciali e di shopping di Genova. All'inizio pensavo la chiesa fosse chiusa, poi ho visto che la porta laterale era aperta. Sono entrato nella navata sinistra come un visitatore e poi mi sono spostato in quella centrale. Ho guardato le pietre grigio scuro, camminato, osservato altri due visitatori che giravano.

Poi ho visto che le scalette che portavano ad una piccola zona sotterranea erano aperte. L'ambiente qua è più piccolo, le colonne sono coperte di stoffe vermiglie e – dietro all'altare – ci sono iconografie cristiane color pastello. Fa contrasto con l'ambiente algido soprastante. Sulle colonne ci sono delle foto e delle scritte, ci sono anche dei peluche posati attorno. Mi avvicino e leggo, il testo è in tre lingue. Una è italiana.

Sono foto di bambini ucraini ammazzati. Per ogni cartello c'è la foto del bambino o della bambina, una breve storia della sua vita, il luogo, la data e l'arma usata per la morte, in genere bombardamento.

Sono bambini di un'età che va da pochi mesi all'adolescenza. Ci sono anche degli scritti, in ucraino tradotto. Una bambina dice che vorrebbe giocare e sognare sulle copertine dei libri ma, cito a memoria, lei ha già scritto poesie sul fuoco dell'artiglieria e ha visto in faccia la morte.

Per un mio errore avevo letto “ho già scritto poesie sui fiocchi dell'artiglieria” e mi ero immaginato la scrittura, fisica, di versi sui fiocchi di cenere o di neve durante i bombardamenti. Sotto ci sono dei numeri, i bambini palestinesi uccisi e quelli ucraini e russi. Diverse decine di migliaia.

Una ragazza di quattordici anni, c'è scritto, è morta in un bombardamento. Era molto attiva sportivamente, dice la scritta, ed era determinata a continuare la sua vita nello sport con impegno.

Così mentre esco da questa specie di installazione, mi immagino un mondo dove i bambini morti, ammazzati così, continuino a popolare la terra. Chissà cosa succederebbe se per la Palestina, per le strade di Israele, in Ucraina, in Russia potessero continuare a girare i morti ammazzati, con i loro corpi lacerati, per inseguire i sogni che avevano da bambini. Per realizzare, infiltrati nel mondo dei vivi che li ha sterminati, quello per cui erano predestinati.

— comunque papà — dimmi terzogenita — in classe già dal primo giorno ci sono compagni omofobi — ah — due dietro di me che facevano battute, già il primo giorno di scuola — poveretti — perché poveretti? — perché se sei omofobo significa che vivi in un ambiente culturalmente povero, che sei pieno di pregiudizi. Che hai paura — in effetti questi due vanno male a scuola — eh — la settimana scorsa uno di questi due l'hanno interrogato, e non sapeva niente — eh — e allora si è messo a piangere — l'omofobo? — sì, si è messo a piangere perché non sapeva niente — terzogenita, dovevi alzarti e urlargli “femminuccia!” — ah ah — “stai frignando come una femminuccia!” — ah ah — così impara a giocare con gli stereotipi — comunque — eh — un sacco di miei compagni quando sono interrogati piangono — ah — tanti — ma quello perché la scuola è fatta male — sì — è costruita sulle ansie degli studenti—

Questa notte ho sognato tre appartamenti della mia vita in cui non sono mai stato se non in sogno. All'inizio del sogno pensavo di stare per cambiare casa e mi veniva in mente che però, stavo per cambiare casa, ma io avevo ancora i vecchi appartamenti del centro storico, di quando ero ragazzo, che non ci avevo più pensato. Saranno ancora lì, mi chiedevo o quello che mi li aveva affittati li avrà dati ad altre persone? E allora partivo e iniziavo a girare per il centro storico di questa citta, che non è Genova, in cui sono già stato altre volte nei miei sogni, per vedere se ritrovavo i tre appartamenti.

Il primo appartamento era brutto, costruito con materiali moderni ma di bassissimo costo che poggiavano su una struttura fatiscente. Era in pratica un box, la cui porta dava direttamente sul vano delle scale. Era sempre umido e malsano.

Il secondo appartamento era in cima a una scala che saliva in un palazzo, ogni piano c'erano diversi appartamenti, tutti malridotti e più si saliva più lo stato degli arredi era pessimo. Le scale in cemento armato che perdevano pezzi, gente appoggiata ai muri del vano scale o nascoste nei corridoi, spazzatura e residui. Il mio appartamento era nella parte in alto, una porta tra tantissime altre, tutto dipinto di giallo.

Il terzo appartamento dove – a un certo punto – nel sogno di stanotte riuscivo ad entrare, era un appartamento che avevo ristrutturato io, anche qua con materiali nuovi di basso costo applicati su una struttura di legno marcio e pericolante. La particolarità di questo appartamento è che una porta conduceva a un secondo appartamento, già arredato, ma non da me, con mobili fuori moda, anni cinquanta, molto grande, diverse stanze che nel sogno non usavo quasi mai perché l'arredamento era scomodo e le stanze lontane dal centro della casa. In più, arrivando nell'ultima stanza, si poteva uscire da un secondo ingresso che però non era più nel centro storico di questa non-Genova, ma una zona in campagna, con piante verde scuro.

In tutte e tre gli appartamenti ero già stato in sogno decenni fa, sono posti in cui ogni tanto mi capita di ritornare in sogno. Questa volta portavo alcuni amici senza volto fuori dal secondo ingresso e li invitavo a controllare con il loro geolocalizzatore il fatto che – uscendo dal secondo ingresso – eravamo finiti fuori Genova. E loro controllavano ed erano effettivamente stupiti.

Alla fine, quando mi sono risvegliato, ho provato una specie di strana malinconia: come spesso accade nei sogni il materiale che vedevo e in cui vivevo era impregnato di sensazioni non intelleggibili che poi mi sono rimaste attaccate addosso uscito dal sogno. Anche adesso che sto scrivendo arrivano – per analogia – le sensazioni che ho provato in luoghi dell'onirico simili: un albergo infinito in cui ero stato con i miei figli, un negozio di remainder nel centro storico della non-Genova, i vicoli ripidissimi di questa città inclinata verso un mare che non si vede mai, io che scopro che tra Genova e le altre città del litoriale ci sono zone costiere con scogliere ripidissime alla cui base sono nascoste piccolissime spiaggie disabitate coperte di alghe di un verde brillante, dove si può fare il bagno e che non conosce nessuno.

Ecco: nel corso degli anni, ho accumulato una geografia di mondi paralleli al mio in cui è passata una parte importante della mia vita, frammenti che talvolta esondano nel mio quotidiano come scorie di un'esistenza alterata che ho vissuto con una intensità fortissima.

Ho iniziato a leggere un libro in inglese, un ebook a dire la verità. Mi costa fatica, mi piace ma mi costa fatica. Il fatto è che al liceo l'inglese si faceva solo nel biennio e farmi fare corsi di inglese, non era nella mentalità dei miei genitori all'epoca. Era già molto vedere una cosa uscita dalla loro pancia andare al liceo classico. Conoscevo un po' di inglese solo perché usavo gli home computer, prima, e la connessione in rete dopo. Ma già all'epoca per me giocare a Zork III era un incubo.

Non ho mai fatto corsi di inglese ma col passare degli anni ho letto moltissima documentazione informatica in quella lingua, seguito corsi online di storia e filosofia, letto articoli di giornali, visto film con sottotitoli, ma ecco, letture piene di parole come i romanzi proprio pochi. Credo che questo sia il terzo libro in assoluto che provo a leggere in inglese. E lo faccio perché in digitale ci sono i dizionari integrati che mi aiutano a capire tutti quei benedetti lemmi che gli inglesi immagino usino una sola volta nella vita perché non li ho mai sentiti. Wit. Ceps. Clutter.

I primi due libri che ho letto in inglese erano molto semplici, il primo era un libro per ragazzine. Si intitolava Alex, e parlava di una nuotatrice neozelandese. L'avevo scelto perché avevo visto il film e mi ero preso una cotta per la protagonista, per il personaggio intendo. Così mi ero comprato il libro e lo avevo letto tutto, usava un linguaggio semplice e in più conoscevo già la storia. Il film l'avevo visto nel letto, sdraiato con la febbre, negli anni prima di internet e dello streaming. Mi ero comprato poi anche il libro con il seguito, Alex In Winter, ma l'avevo lasciato dopo il primo capitolo e basta.

Il secondo libro che ho letto in inglese, molti anni dopo, era già in ebook. Si intitolava The Martian, e parlava di un astronauta che rimaneva bloccato su Marte. Anche in questo caso c'era un film molto popolare e mio figlio in mezzo. Forse l'ebook l'avevo preso per lui e poi me lo ero letto anche io per curiosità. Avevo anche visto il film con mio figlio. Mi sa che non se lo ricorderà più. Avevo avuto da ridire, tanto per cambiare, ma avevo cercato di fargli capire che mi era piaciuto. A lui era piaciuto.

Nel frattempo che scrivevo questa frase un termometro è stato spezzato.

Il terzo libro che ho iniziato a leggere e che penso finirò, l'ho comprato oggi dopo aver letto l'inizio di una recensione sul New York Times. È di uno scrittore molto famoso di cui credo di aver letto una volta un libro, decenni fa. Ian McEwan. Sì, sì lo so, sei sbalordito che io abbia letto un solo suo libro e nemmeno ricordi quale. Capita a tutti quando cito uno scrittore. Poi passa. Il libro che ho comperato oggi si intitola What We Can Know. È stata una scelta irrazionale, la sera mi sono comprato l'ultimo album di Peter Gabriel, la mattina l'ultimo romanzo di McEwan. Mi sembra avere un senso.

L'ho sfogliato prima di comprarlo e mi è sembrato abbordabile. Più avanti diventa più complesso, ma è scritto – per ora – per farsi leggere. Probabilmente se fosse in italiano non ne avrei apprezzato lo stile. Ma è in inglese bontà sua, devo faticare per ogni singola pagina. Per ora ho capito alcune cose. Siamo nel futuro, un tipo sta cercando un poema che sembra essere stato perso. Il primo capitolo è in pratica la presentazione del diario della moglie del poeta che aveva scritto il poema. L'idea mi piace. Ci sono alcuni passaggi ricchi. I personaggi, gli bastano dieci righe e sono già caratterizzati come se li conoscessi. Ho provato un po' di invidia. Io fatico con i personaggi, ultimamente poi. Il fatto è che me ne basterebbe uno, caratterizzare anche tutti gli altri, che fatica. Comunque, funziona.

Per motivi legati a pigrizia e DRM lo sto leggendo con l'applicazione Kobo che fa pena. Ma è un romanzo, e poi ha il dizionario online che è sfidante perché non mi dà la traduzione, ma la voce del vocabolario in inglese. Che fatica. Forse inutile. Tra non molto parleremo ognuno nella propria lingua e qualcosa tra di noi convertirà al volo. Parleremo una lingua universale e quella lingua universale sarà un software, algoritmi probabilsitici. Ma nel frattempo fatichiamo. Wit. Non sapevo nemmeno esistesse Wit. He leaned over my partition. Partire dal presupposto che qua le partizioni dell'ssd non c'entrano. Lean pensavo volesse dire affittare.

Nel frattempo ho trovato un secondo termometro. Spero terzogenita non rompa anche questo. Stacco. Mi preparo per domani. L'idea di tenere un diario tutti i giorni, come la moglie del poeta, mi devasterebbe. In questo periodo preferisco cancellare e dimenticare. Tutto il tempo perso dietro a cose che non hanno costrutto. Tutta la vita, vista da una certa prospettiva.

Via la gatta da qua, via, lontano dalla mia tastiera.

[cosa ho fatto oggi]

Quindi sono fuori a strappare erba, tagliare rami, estirpare biodiversità per rendere quello che avevo attorno più umano, nel senso meno naturale del termine. C'è una soddisfazione materiale nello stare per ore a grattare via la parte di muschio finita alla base del muro a secco, scopare via le foglie secche, raccogliere con il rastrello le piante tagliate via dal decespugliatore, rimuovere quelle infestanti dai vasi e vedere piano piano l'ambiente attorno trasformarsi. Penso che quei gesti che sto facendo siano millenari, mi ritrovo ad un certo punto nella posizione di kung-fu del cavaliere e ricordo che molte di quelle posizioni di armi marziali derivavano da quelle che i contadini tenevano sui campi di lavoro.

Più tardi sono con terzogenita a Feltrinelli. Liberi tutti, le dico e lei corre da qualche parte a cercare i suoi libri. Io cammino con tutte le più buone intenzioni di comprarmi un libro, è da tantissimo che non mi compero un libro, tanti ne ho in casa. Guardo i nuovi libri di vecchi scrittori che compravo quando ero ragazzino, le riedizioni di vecchie collane, il nuovo romanzo della Allende, il nuovo saggio sulla musica di Baricco, giro tra altri banconi, ogni tanto prendo un romanzo, lo apro e vedo tutta quella selva di “lei disse”, “Jack rispose”, “il sole scendeva lentamente verso la parte più occidentale”, “l'uomo stava arrivando di corsa”, “è questo che pensi, Annie?”. Lo richiudo.

La cosa si ripete per un po' di libri. È come se le immagini che sono in copertina, soprattutto quelle con grafica d'avanguardia e arte contemporanea, fossero più interessanti del contenuto. Dentro, penso sfogliandoli in maniera sempre più rapida e nervosa, dentro sono sempre gli stessi. Passo alle riviste, ai libri d'arte, ai fumetti. Niente, ho capito che non compererò niente. Una rivista d'arte mi attira, ci sono delle foto molto belle di una performance, ma è l'unica cosa che mi interessa. Nel resto del numero ci sono interviste, riflessioni sulla provincialità dell'arte in Italia, sfoglio e capisco che resterei appeso fuori. Anche i libri d'arte messi in esposizione non sono libri d'arte, ma libri che parlano di qualcosa che è artistico, ma che non è lì dentro al libro, è altrove.

Una serie di libri riproduce stampe giaponesi, hanno avuto questa idea di non rilegare le pagine, ma di attaccarle tra di loro, come a creare – alla fine – un lungo banner. Non è nemmeno un libro. Forse, penso. Lo sfoglio ancora un attimo. Lo rimetto a posto.

I fumetti, beh ci sono grandi cose. Giro un po' guardo i prezzi, cerco qualcosa e non la trovo. Ma non mi innamoro di niente, si vede che non è giornata. Intanto torna terzogenita, ha già scelto il suo libro, un romanzo in inglese. È stufa, vuole tornare a casa, è stanca. Certo, le dico, quello che dovevo prendere l'ho preso. La guardo con il suo libro in inglese, i suoi tredici anni, la voglia di essere se stessa e le battaglie che fa contro tutto il resto del mondo per esserlo, le alleanze che trova con cose lontanissime da me, scrittori americani, youtuber statunitensi che le parlano dei loro problemi e della loro arte. Disegnatrici. “Mi dai la paghetta?” mi chiede mentre siamo in coda alle casse. “Per pagarti il libro?” le chiedo e lei sbarra gli occhi. “Per comprarmi le cuffie e sentire la musica – mi spiega – e poterti restituire le tue”. Non esiste che i libri non siano un regalo, sembra voler aggiungere.

Le mie cuffie sono ormai da anni preda di secondogenito e terzogenita. Le usano a turno fino a romperle. Poi a natale me ne ricomperano un modello nuovo che non userò mai, perché appena le accendo la prima volta, come avvoltoi, si lanciano e le strappano via.

Mentre torniamo a casa con lo scooter elettrico passiamo davanti a una piazza in una zona periferica di Genova, ci sono genitori e bambini, persone in carrozzina, penso sia una qualche manifestazione, ma non molto estesa, la piazza è molto piccola. Lì la vediamo. È una ragazzina, avrà l'età di terzogenita, è nel centro di piccolo gruppo di persone, sta ballando sull'asfalto della piazza seguendo la musica di Ravel. Ha una grazia e una energia inaspettate, sorride a qualcuno che non sappiamo chi sia e si butta a terra, inarca il corpo, fa capriole lì, su quell'asfalto dozzinale, segue la musica. “Ma hai visto?” dico a terzogenita che sta dietro di me. “Sì” mi dice. “Vuoi che ci fermiamo a guardare?” le chiedo.

Così dopo pochi secondi siamo con il casco in mano, anche noi in cerchio, a vedere la ragazzina che danza il Bolero, lì, nell'indifferenza del cemento armato, della gente che passa con i cani, dello standard del canone della domenica pomeriggio. Alla fine – applaudiamo – assieme al resto delle persone, mentre lei sorride e lascia la scena ad altri tre ragazzini più piccoli. “È una scuola di ballo” dice terzogenita e io annuisco. Ma che miracolo, penso.

Alla fine, di sera, mi compro su Bandcamp i/o, l'ultimo album di Peter Gabriel. Ero restato per mesi indeciso perché non mi piaceva, lo trovavo poco ispirato e anche un po' meccanico. Finché non mi sono trovato così, dopo una giornata come questa, a sentire il disco come se fosse la prima volta, messo nel verso giusto perché le cose che mi doveva dire arrivassero a comunicarmi qualcosa.

Il fatto è che sopra di me ci sono diversi strati di fragilità, come tante forme che mi danno forza e mi colpiscono come non mai, sanno prendermi e farmi stare bene, per un piccolo momento, e affossarmi e distruggermi, farmi fischiare le orecchie fare impazzire la testa. Vado in giro per la strada pensando alle cose che ho fatto e a volte sono una specie di dio confuso, a volte un piccolo fallito. Dipende dallo strato. Spesso ho bisogno di stare in uno strato di fragilità maggiore per sentire la preziosità delle cose che ho attorno, altre volte devo essere insensibile per sopravviverne.

Scrivo tutto questo con la tastiera nuova, ma faccio un sacco di errori. Mi devo correggere continuamente e non so se sia colpa della tastiera, della stanchezza o che – più probabile – non ci sia nessuna colpa.

Mia figlia intanto dice delle cose, ha paura, si ferisce, fa finta di niente, subisce la tensione come qualcosa di elettrico, ride, cambia espressione, va a chiudersi in camera sua. La chiamo. Aspetto. Salgo di sopra. Arrivo fino alla porta chiusa; come in un film americano busso, chiedo qualcosa.

— terzogenita — eh — ho scoperto questa cosa — ok — posso raccontartela mentre cucini? — vai — a proposito, ma cosa stai cucinando? — non lo so — ... — è nella mia testa — oook — sto creando — ok — racconta la tua cosa — in pratica, hai presente le formiche? — sì — ce ne sono tante razze diverse e — in pratica — capita che le regine di una razza facciano sesso con i fuchi maschi di un altra razza — oddio papà non essere cringe — stiamo parlando di sesso formichesco — ok — è scienza, non cringe — ok — comunque, fanno questa cosa perché così nascono degli schiavi, ibridi di due razze, che sono più forti e lavorano per il formicaio, sono ibridi di due razze, sterili, non possono fare figli, solo lavorare e poi muoiono — ok — questa cosa per le formiche è normale. Fin qui non c'è niente di strano — ok — solo che è successa questa cosa strana: in un formicaio della razza pinco pallo, trovano dei fuchi maschio della razza panco pillo, che come ti ho detto generano degli schiavi ibridi. Panco pillo e pinco pallo non sono i veri nomi scientifici, sono due mie semplificazioni — l'avrei capito da sola —ok, dove è la cosa strana? che gli scienziati sono stupiti perché di formicai della razza panco pillo non ce ne sono attorno a quello della razza pinco pallo. Per centinaia e centinaia di chilometri solo formicai della razza pinco pallo; da dove cavolo viene fuori quel fuco della razza panco pillo? — non potrebbe essere stato fatto dalla regina usando uno degli schiavi ibridi? — eh no, gli ibridi sono sterili, ti ricordi? — ah vero — ecco il bello: gli scienziati scoprono che la formica pinco pallo, quando fa le uova, fa uova che contengono fuchi maschio della razza pinco pallo e fuchi maschio della razza panco pillo! Una regina che può figliare esseri di due razze diverse. Per farti capire, è come se un essere umano facesse... — ho capito — no, dico, è come se un umano facesse... — ti dico che ho capito! — va bene. Quindi abbiamo una regina femmina di una razza, che fa le uova da cui nascono maschi di un altra razza con cui poi fa sesso, formichesco eh, per avere degli schiavi ibridi da far lavorare nel suo formicaio. Non si è mai vista una cosa del genere. Mai. — ... — tutto questo per raccontarti che è così, piccola, che sei nata tu — ...