La vita in famiglia è bellissima

Frammenti quotidiani di vita familiare

Oggi ho corretto compiti in classe, se continuo con questo ritmo per pasqua li finisco e posso restituirli agli studenti che li terranno in mano come antiche mappe di cui hanno dimenticato il senso. Segno, compilo griglie di valutazione, metto via, tipo catena di montaggio. Mi distraggo. Le cose da catena di montaggio le faccio, ma mi distraggo, come il tipo di Duel, avete presente. Penso, guardo internet, cerco cose.

Ultimamente sto ampliando il raggio delle mie malattie. Cerco di pensare sempre alla peggio cosa, per sicurezza. Sento qualcosa di strano mentre sono in bagno. Cerco su internet. O tumore al retto o emorroidi. Devo scegliere. Prima, ero in cucina, due dita diventano insensibili. Solo della mano sinistra. Con le dita restanti cerco in rete “dita insensibili mano sinistra infarto”. L'IA di Google dice che forse sono spacciato, ma non è sicura. Devono venirmi altri sintomi che tardano a venire e dopo un po' torna la sensibilità alle dita e ci resto anche un po' male. Niente, mi tocca cucinare.

Mi arriva un bite perché – pare – che di notte io digrigni i denti e morda nel sonno. Così dice chi vive attorno a me. Apro la scatola del bite, scatola che ho conquistato con grave fortuna perché il corriere Amazon, che aveva l'aria di un adolescente strafatto, aveva buttato letteralmente la mia busta Amazon in una scala in cemento armato in mezzo a un prato a un chilometro da casa mia. Perché – a suo dire – di solito i pacchi me li lascia lì. Non so cosa si fosse fatto ma era roba buonissima. Venti minuti a girare per le viuzze delle alture genovesi, fino a trovare questo prato storto dove è stata costruita – per motivi a me sconosciuti – una scala in cemento armato dove c'era il mio pacco, tornato a casa stavo per scrivere un reclamo di fuoco, poi mi sono fermato. “Ma che cazzo me ne frega” ho pensato. Davvero. Ma cosa cazzo me ne frega.

Ho aperto il pacco del bite e ho letto le istruzioni. Dovevo prendere l'apparecchio bite, buttarlo in una pentola con dell'acqua a 90 gradi per venti secondi, tirarlo fuori per cinque secondi, metterlo in bocca e poi fare varie operazioni con la lingua e le dita che manco da adolescente nelle panchine dei parchetti sarei riuscito a fare. Qui – ho pensato – finisco dritto nel centro grandi ustioni. E invece il materiale era di qualche tipo di plastica che si è raffreddata al volo e ho potuto limonare con il bite per qualche minuto, cercando di plasmarlo.

Mentre limonavo con le microplastiche del bite leggevo questo articolo di Valditara, articolo è una parola un po' grossa, diciamo intervento, non chirurgico, in cui il nostro indicava da lontano il pericolo del melting pot, da un lato abbiamo questa grande linea che unisce la bibbia, l'illuminismo, il capitalismo e Trump – ovvero la civiltà – e dall'altra i regni teocratici, il Corano, Mamdani e il melting pot culturale – ovvero il male. Ok il capitalismo e Trump ce li ho messi io, Valditara li aveva persi di vista. La democrazia, ecco, forse aveva scritto la democrazia al posto di “il capitalismo e Trump”. Vabbé. E comunque diceva che dobbiamo insegnare questa prima linea a scuola, dobbiamo dare identità ai nostri ragazzi, una identità occidentale. Mi facevano male gli occhi mentre leggevo, e anche la lingua, ma quello perché limonavo.

Alla sera ho chiesto a terzogenita, anzi non ho chiesto, ho spiegato, no anzi ho chiesto, ma senti, ho chiesto, terzogenita, tu che sei esperta di apparecchi per i denti, quando questa notte inghiottirò nel sonno il bite, quanto ci metterò per soffocare? Sentirò male? Lei mi ha rassicurato. Mi ha detto, ma quando dormi, tieni mica la bocca spalancata! E io le ho risposto, eh non lo so. E lei, come non lo sai? E io, dormo, amore, quando dormo potrei anche ballare, che ne so io. Dormo. Lei ha scosso la testa e ha detto che una volta si è svegliata senza apparecchio ed era terrorizzata di averlo ingoiato. Ah, ho detto io. A questo punto secondogenito ha pensato fosse il momento giusto per dirci che fuori di casa nostra c'era un topo decapitato. Un altro! ho esclamato io. Secondogenito ha alzato le spalle. Per me – ha aggiunto – è il gatto dei vicini.

Sono rimasto zitto ad aprire noci e mangiare parte del contenuto edibile. Chissà – pensavo – se quando morirò per i mille mali che mi stanno per colpire, qualcuno di questi qua si prenderà la briga di raccogliere tutte le cose che ho scritto, come si prendono le briciole rimaste sulla tavola prima di sbatterle fuori dalla finestra, via verso il centro del cosmo.

Ah sto anche perdendo capelli, come spaghetti di una stella avvicinatasi innavertitamente nei pressi di un buco nero dormiente che le recide la testa, ne fa uscire una parte di energia molecolare, o cosa è, non ricordo, e il resto del mio corpo sorcio stellare viene succhiato via dentro questo buco nero del flipperone della vita.

Sono lì nella casa dove ci trasferiremo, al buio, con terzogenita che mi illumina usando la torcia in modo che io riesca a finire di montare le prese elettriche e i pulsanti di accensione delle luci. È buio perché ho staccato l'impianto della luce per fare questi lavori.

A un certo punto terzogenita mi chiede l'indirizzo esatto della casa in cui siamo. “Non te lo ricordi ancora eh” le rispondo sorridendo, e poi le dico l'indirizzo, il civico e l'interno. Continuo ad avvitare e spellare fili e dopo un po' le chiedo come mai voleva saperlo, proprio in quel momento.

“Perché – mi spiega – nella mia testa mi sto già organizzando per quando resterai fulminato. Con un bastone di legno ti allontanerò dai fili che stai tenendo in mano e poi telefonerò al pronto soccorso; quindi mi serviva l'indirizzo preciso per dirlo poi agli operatori”.

Deglutisco. Alzo gli occhi a scutare nel buio, vedo il candore dei suoi denti aperti in una risata.

Ho del tempo libero e entro in questa chiesa, è una chiesa incastonata sopra via XX Settembre, una delle vie commerciali e di shopping di Genova. All'inizio pensavo la chiesa fosse chiusa, poi ho visto che la porta laterale era aperta. Sono entrato nella navata sinistra come un visitatore e poi mi sono spostato in quella centrale. Ho guardato le pietre grigio scuro, camminato, osservato altri due visitatori che giravano.

Poi ho visto che le scalette che portavano ad una piccola zona sotterranea erano aperte. L'ambiente qua è più piccolo, le colonne sono coperte di stoffe vermiglie e – dietro all'altare – ci sono iconografie cristiane color pastello. Fa contrasto con l'ambiente algido soprastante. Sulle colonne ci sono delle foto e delle scritte, ci sono anche dei peluche posati attorno. Mi avvicino e leggo, il testo è in tre lingue. Una è italiana.

Sono foto di bambini ucraini ammazzati. Per ogni cartello c'è la foto del bambino o della bambina, una breve storia della sua vita, il luogo, la data e l'arma usata per la morte, in genere bombardamento.

Sono bambini di un'età che va da pochi mesi all'adolescenza. Ci sono anche degli scritti, in ucraino tradotto. Una bambina dice che vorrebbe giocare e sognare sulle copertine dei libri ma, cito a memoria, lei ha già scritto poesie sul fuoco dell'artiglieria e ha visto in faccia la morte.

Per un mio errore avevo letto “ho già scritto poesie sui fiocchi dell'artiglieria” e mi ero immaginato la scrittura, fisica, di versi sui fiocchi di cenere o di neve durante i bombardamenti. Sotto ci sono dei numeri, i bambini palestinesi uccisi e quelli ucraini e russi. Diverse decine di migliaia.

Una ragazza di quattordici anni, c'è scritto, è morta in un bombardamento. Era molto attiva sportivamente, dice la scritta, ed era determinata a continuare la sua vita nello sport con impegno.

Così mentre esco da questa specie di installazione, mi immagino un mondo dove i bambini morti, ammazzati così, continuino a popolare la terra. Chissà cosa succederebbe se per la Palestina, per le strade di Israele, in Ucraina, in Russia potessero continuare a girare i morti ammazzati, con i loro corpi lacerati, per inseguire i sogni che avevano da bambini. Per realizzare, infiltrati nel mondo dei vivi che li ha sterminati, quello per cui erano predestinati.

— comunque papà — dimmi terzogenita — in classe già dal primo giorno ci sono compagni omofobi — ah — due dietro di me che facevano battute, già il primo giorno di scuola — poveretti — perché poveretti? — perché se sei omofobo significa che vivi in un ambiente culturalmente povero, che sei pieno di pregiudizi. Che hai paura — in effetti questi due vanno male a scuola — eh — la settimana scorsa uno di questi due l'hanno interrogato, e non sapeva niente — eh — e allora si è messo a piangere — l'omofobo? — sì, si è messo a piangere perché non sapeva niente — terzogenita, dovevi alzarti e urlargli “femminuccia!” — ah ah — “stai frignando come una femminuccia!” — ah ah — così impara a giocare con gli stereotipi — comunque — eh — un sacco di miei compagni quando sono interrogati piangono — ah — tanti — ma quello perché la scuola è fatta male — sì — è costruita sulle ansie degli studenti—

Questa notte ho sognato tre appartamenti della mia vita in cui non sono mai stato se non in sogno. All'inizio del sogno pensavo di stare per cambiare casa e mi veniva in mente che però, stavo per cambiare casa, ma io avevo ancora i vecchi appartamenti del centro storico, di quando ero ragazzo, che non ci avevo più pensato. Saranno ancora lì, mi chiedevo o quello che mi li aveva affittati li avrà dati ad altre persone? E allora partivo e iniziavo a girare per il centro storico di questa citta, che non è Genova, in cui sono già stato altre volte nei miei sogni, per vedere se ritrovavo i tre appartamenti.

Il primo appartamento era brutto, costruito con materiali moderni ma di bassissimo costo che poggiavano su una struttura fatiscente. Era in pratica un box, la cui porta dava direttamente sul vano delle scale. Era sempre umido e malsano.

Il secondo appartamento era in cima a una scala che saliva in un palazzo, ogni piano c'erano diversi appartamenti, tutti malridotti e più si saliva più lo stato degli arredi era pessimo. Le scale in cemento armato che perdevano pezzi, gente appoggiata ai muri del vano scale o nascoste nei corridoi, spazzatura e residui. Il mio appartamento era nella parte in alto, una porta tra tantissime altre, tutto dipinto di giallo.

Il terzo appartamento dove – a un certo punto – nel sogno di stanotte riuscivo ad entrare, era un appartamento che avevo ristrutturato io, anche qua con materiali nuovi di basso costo applicati su una struttura di legno marcio e pericolante. La particolarità di questo appartamento è che una porta conduceva a un secondo appartamento, già arredato, ma non da me, con mobili fuori moda, anni cinquanta, molto grande, diverse stanze che nel sogno non usavo quasi mai perché l'arredamento era scomodo e le stanze lontane dal centro della casa. In più, arrivando nell'ultima stanza, si poteva uscire da un secondo ingresso che però non era più nel centro storico di questa non-Genova, ma una zona in campagna, con piante verde scuro.

In tutte e tre gli appartamenti ero già stato in sogno decenni fa, sono posti in cui ogni tanto mi capita di ritornare in sogno. Questa volta portavo alcuni amici senza volto fuori dal secondo ingresso e li invitavo a controllare con il loro geolocalizzatore il fatto che – uscendo dal secondo ingresso – eravamo finiti fuori Genova. E loro controllavano ed erano effettivamente stupiti.

Alla fine, quando mi sono risvegliato, ho provato una specie di strana malinconia: come spesso accade nei sogni il materiale che vedevo e in cui vivevo era impregnato di sensazioni non intelleggibili che poi mi sono rimaste attaccate addosso uscito dal sogno. Anche adesso che sto scrivendo arrivano – per analogia – le sensazioni che ho provato in luoghi dell'onirico simili: un albergo infinito in cui ero stato con i miei figli, un negozio di remainder nel centro storico della non-Genova, i vicoli ripidissimi di questa città inclinata verso un mare che non si vede mai, io che scopro che tra Genova e le altre città del litoriale ci sono zone costiere con scogliere ripidissime alla cui base sono nascoste piccolissime spiaggie disabitate coperte di alghe di un verde brillante, dove si può fare il bagno e che non conosce nessuno.

Ecco: nel corso degli anni, ho accumulato una geografia di mondi paralleli al mio in cui è passata una parte importante della mia vita, frammenti che talvolta esondano nel mio quotidiano come scorie di un'esistenza alterata che ho vissuto con una intensità fortissima.

Ho iniziato a leggere un libro in inglese, un ebook a dire la verità. Mi costa fatica, mi piace ma mi costa fatica. Il fatto è che al liceo l'inglese si faceva solo nel biennio e farmi fare corsi di inglese, non era nella mentalità dei miei genitori all'epoca. Era già molto vedere una cosa uscita dalla loro pancia andare al liceo classico. Conoscevo un po' di inglese solo perché usavo gli home computer, prima, e la connessione in rete dopo. Ma già all'epoca per me giocare a Zork III era un incubo.

Non ho mai fatto corsi di inglese ma col passare degli anni ho letto moltissima documentazione informatica in quella lingua, seguito corsi online di storia e filosofia, letto articoli di giornali, visto film con sottotitoli, ma ecco, letture piene di parole come i romanzi proprio pochi. Credo che questo sia il terzo libro in assoluto che provo a leggere in inglese. E lo faccio perché in digitale ci sono i dizionari integrati che mi aiutano a capire tutti quei benedetti lemmi che gli inglesi immagino usino una sola volta nella vita perché non li ho mai sentiti. Wit. Ceps. Clutter.

I primi due libri che ho letto in inglese erano molto semplici, il primo era un libro per ragazzine. Si intitolava Alex, e parlava di una nuotatrice neozelandese. L'avevo scelto perché avevo visto il film e mi ero preso una cotta per la protagonista, per il personaggio intendo. Così mi ero comprato il libro e lo avevo letto tutto, usava un linguaggio semplice e in più conoscevo già la storia. Il film l'avevo visto nel letto, sdraiato con la febbre, negli anni prima di internet e dello streaming. Mi ero comprato poi anche il libro con il seguito, Alex In Winter, ma l'avevo lasciato dopo il primo capitolo e basta.

Il secondo libro che ho letto in inglese, molti anni dopo, era già in ebook. Si intitolava The Martian, e parlava di un astronauta che rimaneva bloccato su Marte. Anche in questo caso c'era un film molto popolare e mio figlio in mezzo. Forse l'ebook l'avevo preso per lui e poi me lo ero letto anche io per curiosità. Avevo anche visto il film con mio figlio. Mi sa che non se lo ricorderà più. Avevo avuto da ridire, tanto per cambiare, ma avevo cercato di fargli capire che mi era piaciuto. A lui era piaciuto.

Nel frattempo che scrivevo questa frase un termometro è stato spezzato.

Il terzo libro che ho iniziato a leggere e che penso finirò, l'ho comprato oggi dopo aver letto l'inizio di una recensione sul New York Times. È di uno scrittore molto famoso di cui credo di aver letto una volta un libro, decenni fa. Ian McEwan. Sì, sì lo so, sei sbalordito che io abbia letto un solo suo libro e nemmeno ricordi quale. Capita a tutti quando cito uno scrittore. Poi passa. Il libro che ho comperato oggi si intitola What We Can Know. È stata una scelta irrazionale, la sera mi sono comprato l'ultimo album di Peter Gabriel, la mattina l'ultimo romanzo di McEwan. Mi sembra avere un senso.

L'ho sfogliato prima di comprarlo e mi è sembrato abbordabile. Più avanti diventa più complesso, ma è scritto – per ora – per farsi leggere. Probabilmente se fosse in italiano non ne avrei apprezzato lo stile. Ma è in inglese bontà sua, devo faticare per ogni singola pagina. Per ora ho capito alcune cose. Siamo nel futuro, un tipo sta cercando un poema che sembra essere stato perso. Il primo capitolo è in pratica la presentazione del diario della moglie del poeta che aveva scritto il poema. L'idea mi piace. Ci sono alcuni passaggi ricchi. I personaggi, gli bastano dieci righe e sono già caratterizzati come se li conoscessi. Ho provato un po' di invidia. Io fatico con i personaggi, ultimamente poi. Il fatto è che me ne basterebbe uno, caratterizzare anche tutti gli altri, che fatica. Comunque, funziona.

Per motivi legati a pigrizia e DRM lo sto leggendo con l'applicazione Kobo che fa pena. Ma è un romanzo, e poi ha il dizionario online che è sfidante perché non mi dà la traduzione, ma la voce del vocabolario in inglese. Che fatica. Forse inutile. Tra non molto parleremo ognuno nella propria lingua e qualcosa tra di noi convertirà al volo. Parleremo una lingua universale e quella lingua universale sarà un software, algoritmi probabilsitici. Ma nel frattempo fatichiamo. Wit. Non sapevo nemmeno esistesse Wit. He leaned over my partition. Partire dal presupposto che qua le partizioni dell'ssd non c'entrano. Lean pensavo volesse dire affittare.

Nel frattempo ho trovato un secondo termometro. Spero terzogenita non rompa anche questo. Stacco. Mi preparo per domani. L'idea di tenere un diario tutti i giorni, come la moglie del poeta, mi devasterebbe. In questo periodo preferisco cancellare e dimenticare. Tutto il tempo perso dietro a cose che non hanno costrutto. Tutta la vita, vista da una certa prospettiva.

Via la gatta da qua, via, lontano dalla mia tastiera.

[cosa ho fatto oggi]

Quindi sono fuori a strappare erba, tagliare rami, estirpare biodiversità per rendere quello che avevo attorno più umano, nel senso meno naturale del termine. C'è una soddisfazione materiale nello stare per ore a grattare via la parte di muschio finita alla base del muro a secco, scopare via le foglie secche, raccogliere con il rastrello le piante tagliate via dal decespugliatore, rimuovere quelle infestanti dai vasi e vedere piano piano l'ambiente attorno trasformarsi. Penso che quei gesti che sto facendo siano millenari, mi ritrovo ad un certo punto nella posizione di kung-fu del cavaliere e ricordo che molte di quelle posizioni di armi marziali derivavano da quelle che i contadini tenevano sui campi di lavoro.

Più tardi sono con terzogenita a Feltrinelli. Liberi tutti, le dico e lei corre da qualche parte a cercare i suoi libri. Io cammino con tutte le più buone intenzioni di comprarmi un libro, è da tantissimo che non mi compero un libro, tanti ne ho in casa. Guardo i nuovi libri di vecchi scrittori che compravo quando ero ragazzino, le riedizioni di vecchie collane, il nuovo romanzo della Allende, il nuovo saggio sulla musica di Baricco, giro tra altri banconi, ogni tanto prendo un romanzo, lo apro e vedo tutta quella selva di “lei disse”, “Jack rispose”, “il sole scendeva lentamente verso la parte più occidentale”, “l'uomo stava arrivando di corsa”, “è questo che pensi, Annie?”. Lo richiudo.

La cosa si ripete per un po' di libri. È come se le immagini che sono in copertina, soprattutto quelle con grafica d'avanguardia e arte contemporanea, fossero più interessanti del contenuto. Dentro, penso sfogliandoli in maniera sempre più rapida e nervosa, dentro sono sempre gli stessi. Passo alle riviste, ai libri d'arte, ai fumetti. Niente, ho capito che non compererò niente. Una rivista d'arte mi attira, ci sono delle foto molto belle di una performance, ma è l'unica cosa che mi interessa. Nel resto del numero ci sono interviste, riflessioni sulla provincialità dell'arte in Italia, sfoglio e capisco che resterei appeso fuori. Anche i libri d'arte messi in esposizione non sono libri d'arte, ma libri che parlano di qualcosa che è artistico, ma che non è lì dentro al libro, è altrove.

Una serie di libri riproduce stampe giaponesi, hanno avuto questa idea di non rilegare le pagine, ma di attaccarle tra di loro, come a creare – alla fine – un lungo banner. Non è nemmeno un libro. Forse, penso. Lo sfoglio ancora un attimo. Lo rimetto a posto.

I fumetti, beh ci sono grandi cose. Giro un po' guardo i prezzi, cerco qualcosa e non la trovo. Ma non mi innamoro di niente, si vede che non è giornata. Intanto torna terzogenita, ha già scelto il suo libro, un romanzo in inglese. È stufa, vuole tornare a casa, è stanca. Certo, le dico, quello che dovevo prendere l'ho preso. La guardo con il suo libro in inglese, i suoi tredici anni, la voglia di essere se stessa e le battaglie che fa contro tutto il resto del mondo per esserlo, le alleanze che trova con cose lontanissime da me, scrittori americani, youtuber statunitensi che le parlano dei loro problemi e della loro arte. Disegnatrici. “Mi dai la paghetta?” mi chiede mentre siamo in coda alle casse. “Per pagarti il libro?” le chiedo e lei sbarra gli occhi. “Per comprarmi le cuffie e sentire la musica – mi spiega – e poterti restituire le tue”. Non esiste che i libri non siano un regalo, sembra voler aggiungere.

Le mie cuffie sono ormai da anni preda di secondogenito e terzogenita. Le usano a turno fino a romperle. Poi a natale me ne ricomperano un modello nuovo che non userò mai, perché appena le accendo la prima volta, come avvoltoi, si lanciano e le strappano via.

Mentre torniamo a casa con lo scooter elettrico passiamo davanti a una piazza in una zona periferica di Genova, ci sono genitori e bambini, persone in carrozzina, penso sia una qualche manifestazione, ma non molto estesa, la piazza è molto piccola. Lì la vediamo. È una ragazzina, avrà l'età di terzogenita, è nel centro di piccolo gruppo di persone, sta ballando sull'asfalto della piazza seguendo la musica di Ravel. Ha una grazia e una energia inaspettate, sorride a qualcuno che non sappiamo chi sia e si butta a terra, inarca il corpo, fa capriole lì, su quell'asfalto dozzinale, segue la musica. “Ma hai visto?” dico a terzogenita che sta dietro di me. “Sì” mi dice. “Vuoi che ci fermiamo a guardare?” le chiedo.

Così dopo pochi secondi siamo con il casco in mano, anche noi in cerchio, a vedere la ragazzina che danza il Bolero, lì, nell'indifferenza del cemento armato, della gente che passa con i cani, dello standard del canone della domenica pomeriggio. Alla fine – applaudiamo – assieme al resto delle persone, mentre lei sorride e lascia la scena ad altri tre ragazzini più piccoli. “È una scuola di ballo” dice terzogenita e io annuisco. Ma che miracolo, penso.

Alla fine, di sera, mi compro su Bandcamp i/o, l'ultimo album di Peter Gabriel. Ero restato per mesi indeciso perché non mi piaceva, lo trovavo poco ispirato e anche un po' meccanico. Finché non mi sono trovato così, dopo una giornata come questa, a sentire il disco come se fosse la prima volta, messo nel verso giusto perché le cose che mi doveva dire arrivassero a comunicarmi qualcosa.

Il fatto è che sopra di me ci sono diversi strati di fragilità, come tante forme che mi danno forza e mi colpiscono come non mai, sanno prendermi e farmi stare bene, per un piccolo momento, e affossarmi e distruggermi, farmi fischiare le orecchie fare impazzire la testa. Vado in giro per la strada pensando alle cose che ho fatto e a volte sono una specie di dio confuso, a volte un piccolo fallito. Dipende dallo strato. Spesso ho bisogno di stare in uno strato di fragilità maggiore per sentire la preziosità delle cose che ho attorno, altre volte devo essere insensibile per sopravviverne.

Scrivo tutto questo con la tastiera nuova, ma faccio un sacco di errori. Mi devo correggere continuamente e non so se sia colpa della tastiera, della stanchezza o che – più probabile – non ci sia nessuna colpa.

Mia figlia intanto dice delle cose, ha paura, si ferisce, fa finta di niente, subisce la tensione come qualcosa di elettrico, ride, cambia espressione, va a chiudersi in camera sua. La chiamo. Aspetto. Salgo di sopra. Arrivo fino alla porta chiusa; come in un film americano busso, chiedo qualcosa.

— terzogenita — eh — ho scoperto questa cosa — ok — posso raccontartela mentre cucini? — vai — a proposito, ma cosa stai cucinando? — non lo so — ... — è nella mia testa — oook — sto creando — ok — racconta la tua cosa — in pratica, hai presente le formiche? — sì — ce ne sono tante razze diverse e — in pratica — capita che le regine di una razza facciano sesso con i fuchi maschi di un altra razza — oddio papà non essere cringe — stiamo parlando di sesso formichesco — ok — è scienza, non cringe — ok — comunque, fanno questa cosa perché così nascono degli schiavi, ibridi di due razze, che sono più forti e lavorano per il formicaio, sono ibridi di due razze, sterili, non possono fare figli, solo lavorare e poi muoiono — ok — questa cosa per le formiche è normale. Fin qui non c'è niente di strano — ok — solo che è successa questa cosa strana: in un formicaio della razza pinco pallo, trovano dei fuchi maschio della razza panco pillo, che come ti ho detto generano degli schiavi ibridi. Panco pillo e pinco pallo non sono i veri nomi scientifici, sono due mie semplificazioni — l'avrei capito da sola —ok, dove è la cosa strana? che gli scienziati sono stupiti perché di formicai della razza panco pillo non ce ne sono attorno a quello della razza pinco pallo. Per centinaia e centinaia di chilometri solo formicai della razza pinco pallo; da dove cavolo viene fuori quel fuco della razza panco pillo? — non potrebbe essere stato fatto dalla regina usando uno degli schiavi ibridi? — eh no, gli ibridi sono sterili, ti ricordi? — ah vero — ecco il bello: gli scienziati scoprono che la formica pinco pallo, quando fa le uova, fa uova che contengono fuchi maschio della razza pinco pallo e fuchi maschio della razza panco pillo! Una regina che può figliare esseri di due razze diverse. Per farti capire, è come se un essere umano facesse... — ho capito — no, dico, è come se un umano facesse... — ti dico che ho capito! — va bene. Quindi abbiamo una regina femmina di una razza, che fa le uova da cui nascono maschi di un altra razza con cui poi fa sesso, formichesco eh, per avere degli schiavi ibridi da far lavorare nel suo formicaio. Non si è mai vista una cosa del genere. Mai. — ... — tutto questo per raccontarti che è così, piccola, che sei nata tu — ...

[robot, Nanaki, Benni, Busi e la schiena che fa malissimo]

Elettra ha comprato questo robot che gira per le stanze e fa da aspirapolvere e lavaggio, scansisce tutto, crea una mappa della casa, parla (anche se non capisco bene quello che dice) quando ha finito va nella sua basetta e si autoricarica e noi – tecnologici ma ormai adulti – la prima volta abbiamo fatto partire il robot e poi siamo usciti per farci un giro e tornare con la casa pulita ah ah ah, certo, credeteci, la verità è che lo abbiamo fatto partire e siamo stati appollaiati come scimmie sui divani, sugli scalini, sul tavolo a vedere robot che per un'ora si è messo lì a pulire tutto, eravamo come sempre curiosissimi e feroci, hai visto amore ora sta lavando, ma è incredibile amore, si è allineato da solo con la basetta di autoricarica, manco Matt Damon in Interstellar ce l'aveva fatta uguale, guarda ora sta facendo la seconda passata, amore qua sul cellulare sta creando la mappa di casa nostra in tempo reale, insomma, meglio del cinema, anche se non avesse pulito niente saremmo stati soddisfatti, specie quando è arrivata la gatta.

La nostra gatta è la gatta di secondogenito, è piccola, fisicamente intendo, si chiama Nanaki e mi è parzialmente simpatica, cioè, mi è simpatica ma mi ha pisciato sulla tastiera meccanica, il che ha creato come una frattura fra di noi, nel mio personale nirvana, anzi nella mia personale cosmologia di dei e esseri immondi il gatto, lovecraftivamente, è piuttosto in alto, ma molto molto più in basso di una tastiera meccanica, anche con meccanica brown che non è la mia preferita, voi dovete sapere che io passo molto del mio tempo libero, preferisco non dirvi quanto, ad ascoltare su youtube ragazze (o ragazzi con unghie molto strane, non si vedono mai in volto) che battono su tastiere meccaniche creamy, creamy significa che hanno un suono molto biscottoso, paffutello e intimo, questo per dire come il solo fatto che un gatto pisci sopra una tastiera meccanica per me fa perdere un sacco di punti karma al gatto in questione che domani – btw – porterò dal meccanico dei gatti.

Il punto è che Nanaki mi è simpatica perché ha carattere, quando le parlo mi risponde con atteggiamento di sfida, quando le dico di fare qualcosa – in genere – mi ringhia contro come se fosse un cane, però poi la fa – molto diverso dai figli che non ringhiano e dicono 'un attimo' e poi non la fanno, che temo sia qualcosa che hanno preso dal padre, lo stronzo – il fatto che ringhi mi fa ridere e anche il fatto che mi risponda quando le parlo, comunque: il primo incontro tra Nanaki e il robot sembrava un film, poteva tranquillamente finire in qualche raccolta di “memes I found on reddit” o “vines I watch when I'm sad”, con tutto il rispetto signore, il gatto seguiva il robot, poi il robot seguiva il gatto, ho avuto più volte il terrore che Nanaki poi pisciasse su Robot mentre questo era in ricarica ma per ora no, solo scarpe, sacche di tela e tastiere meccaniche logitech fanno parte della sua lettiera distribuita.

Tutto questo lo sto scrivendo con il mio portatilino e-ink a colori e la sua tastierina non-meccanica tutta ploccosa che – ok è una merdetta – ma non mi dispiace affatto scriverci, e lo schermo che non manda luce – ragazzi – oggi ho acceso il desktop per cercare un file per il notaio e pensavo ma come ho potuto, ma come ho potuto usare per anni e anni uno schermo che manda luce, è sempre così, quando passi a una tecnologia migliore poi diventi un maledetto estremista della bellezza tecnologica, comunque, sto scrivendo queste cose perché oggi è morto Benni e io sono rimasto un po' così, non lo leggevo da anni, ho un ricordo anche dell'ultimo libro che ho letto di Benni, in pratica ero andato nella casa di uno che conoscevo appena, della Genova bene, per motivi diciamo così, sentimentali, entro in questa casa che puzzava di soldi e il tipo ci fa entrare nella camera dove ci sono già gli altri, gli amici, e in pratica sono tutti sfracellati su sedie e divani che dormono, questo in pieno pomeriggio e io intuisco che sono sfatti di canne e quindi io passo un intero pomeriggio in questa casa piena di figli di papà che dormono e prendo da un tavolinetto La compagnia dei celestini, che tanto volevo leggerlo, e in pratica me ne faccio fuori metà mentre dentro di me ruggisco, non tanto perché non mi hanno offerto la canna, perché l'avrei rifiutata, non perché io sia contro le droghe eh, ma perché sono già fuori di testa standard, sono come Obelix, sono caduto da piccolo nel pentolone dell'irrazionale e quindi la cannabis ha sempre avuto pochissimo appeal nella mia testa, ma perché

Sto divagando. La compagnia dei celestini è l'ultimo romanzo di Benni che ho letto perché ricordo che la prima metà mi era piaciuta tantissimo, dicevo, cazzo come è bravo, cazzo, e la seconda metà mi aveva completamente deluso, dicevo, ma che cazzo, hai rovinato tutto, ma come hai potuto, sono passati tantissimi anni, non so se davvero fosse così male, ma lo è stato per me a quell'epoca che ero un ragazzino che usciva con la ragazzina sbagliata bwt, e poi Benni è invecchiato e le cose che scriveva non le ho lette, entravo da Feltrinelli, sfogliavo il romanzo nuovo e non scattava la scintilla, non si può leggere tutto, Benni è invecchiato ma mi ha lasciato dentro una scheggia della sua scrittura, comunque, scrivere dopo una certa età il problema è la schiena, non dico Benni, ma io qua che sto scrivendo questo post, ho la schiena a pezzi, a pezzi, non avete idea e manco mi pagano per questo post, infatti lo scrivo un po' come mi pare, comunque

comunque la prima cosa che ho pensato quando ho letto che Benni era morto è stata, chissà come sta Busi (toccati Busi) (no, non intendevo lì) perché – sempre nell'adolescenza – che poi, adolescenza, in realtà andavo già all'università, per Busi dico, Benni prima, al liceo, una che conoscevo mi aveva detto, ho letto il tuo racconto, ma sai che scrivi come Benni? e io avevo pensato, ma chi cazzo è questo Benni e quindi mi ero comprato Baol, che mi aveva colpito molto e mi aveva anche rassicurato perché non scrivevo per niente come Benni, per sua fortuna, comunque Busi anche un altro che in un certo momento sembrava essere tutto, come la pietra, c'è stato questo periodo in cui gli scrittori sembravano un po' come delle popstar, si parlavano anche male dietro, Busi diceva cose terribili su Benni e su chiunque non fosse Busi in genere, poi Pennac, la Allende, Garcia Marquez, c'erano questi nomi che sfavillavano sulla patinata e la F di Feltrinelli che era un attimo pensare a Cuore, alle sue pagine verdi, e che avremmo avuto un futuro pieno di sensibilità, romanticismo, comunismo e passione.

Bastardi.

L'enshittification è arrivata prima della tecnologia, prima del digitale, è arrivata nel nostro immaginario. Anni e anni a guardare la sinistra della Dandini per quei programmi scuri e bui dove ti strizzavano l'occhio con la promessa che si stava cambiando il mondo, tutti assieme, si stava facendo resistenza e guarda adesso, girati dai, stacca gli occhi dal quel cellulare, dal portatile, staccati e girati e guardati attorno, li hai visti, sono tutti lì, tutti connessi a muovere le dita come me e te, tutti a fare prodotto, a spingere la pala circolare del consumo, la schiena, che dolore la schiena, ci rammaricheremo, ecco cosa pensavo oggi, ci rammaricheremo della nostra umanità in fondo, di non aver saputo appassionarci, io almeno, voi che ne so in effetti, mi rammaricherò, l'ho già fatto, di essere sempre stato pieno di etichette adesive, sui vestiti sulla faccia sull'addome con tutti i miei bei distinguo, ecco, mi rammaricherò di non aver amato con più passione le cose che avevo attorno, di non aver speso del tempo, di non essermi poi in definitiva mai e mai e mai appassionato a niente, interessato, curioso, anche a livello anatomico, ad aprire le cose per vedere come erano fatte, ma appassionato proprio mai per niente, così, mi rammaricherò per quanto? – facciamo due minuti, due minuti e mezzo – poi spegnerò la mia sigaretta (è solo un cliché, non fumo), guarderò la skyline della città, la notte che ha preso spazio nell'atmosfera e osserverò l'enorme ologramma azzurro della Meloni che mi dice, amami ma prima versa il tuo otto per mille a questo partito che ci ho pure messo sei/sette secondo a ricordarmi come si chiamava.

Stiamo tornando dalla Francia all'Italia quando facciamo una deviazione, una strada mai presa che si rivela poi uno sterrato che la nostra Nemo affronta con candida incoscienza. Lo sterrato sembra non finire mai, lambisce strapiombi che terrorizzano i figli, con grazia, sale a capofitto fino al cielo e ci troviamo alla fine in questo posto dove posteggiamo l'auto esausta per guardarci attorno.

Ci sono alcune strutture sciistiche chiuse, un albergo abbandonato con le finestre spezzate, un bar con scritto “open”, chiuso. Due o tre case isolate con cani che abbaiano e segni di divieto. Grossi prati di un verde abbagliante, montagne, alberi sempreverdi che emergono qua e là, come residui di una modellazione ambiente. Non c'è praticamente nessuno. L'unica strada che viene e che va, quella sterrata. Ogni tanto, rara, passa lentamente un auto sbalordita come noi, qualche moto ruggente, qualche bicicletta. Camminiamo, valutiamo i sentieri che partono per una passeggiata, ma anche le nuvole gonfie e nere che si raddensano e svaporano sopra di noi.

Alla fine, è ora di pranzo, Elettra propone di mangiare lì le cose che abbiamo in auto prese dalla casa francese che abbiamo abbandonato. Non c'è molto e buona parte delle cose sono immangiabili, wusterl freddi e nuggets di pollo surgelati. C'è una zona, delle panche in legno con al centro quello che sembra uno spazio per fare fuochi, più in basso, che raggiungiamo. “Ci penso io” dice terzogenita e inizia a raccogliere legna e va in auto a prendere un suo sketchbook di disegni.

Poi si mette vicino all'area fuoco, strappa via dallo sketchbook i suoi disegni peggiori, li appallottola e ci mette sopra dei rametti, si fa dare l'accendino da Elettra e inizia a provare ad accendere il fuoco. “L'ho già fatto” dice con sicurezza, ma il fuoco non prende, la legna è umida per le piogge dei giorni precedenti. “È legale accendere un fuoco?” chiede intanto secondogenito più preoccupato degli aspetti legali della cosa rispetto a quelli fisici. “No – dico io – ci arresteranno”.

Elettra si affiancherà a terzogenita per provare lei ad accendere il fuoco, poi secondogenito e poi anche l'io narrante, tutti ad usare la propria tecnica segreta per accendere il fuoco, fallendo, finché, mentre sto provando io, si affianca secondogenita, poi Elettra e – per farla breve – come in un film per famiglie, alla fine, collaborando, lentamente, con incertezza il fuoco effettivamente prende. Ci ritroviamo quindi nel mezzo di queste montagne con il fuoco che guizza, fuma, ci impesta del suo odore infernale e noi restiamo a debita distanza a riscaldarci e vederlo crescere e fiammeggiare.

E – niente – ancora oggi nel 2025 vedere sbucare dal niente un fuoco gestito dall'uomo ha un che di estraneo e magico, pensare che mentre si gira per il mondo si possa accendere un fuoco per farne qualcosa, come se fosse una cosa naturale, mostra tutto il suo essere innaturale, un passaggio determinante che abbiamo fatto chissà quando per diventare quello che siamo, l'essere più innaturale della terra, ed ora è lì in mezzo a noi che saltella e si alza verso il cielo e poi scema e sembra morire, tanto che continuiamo ad alimentarlo, scegliere rami, buttarli dentro, vederli lambiti trasformarsi.

È lì che terzogenita e secondogenito, come se fosse la cosa più naturale del mondo, si cercano due rametti, infilzano i wusterl e i nuggets surgelati, e si mettono attorno al fuoco per scaldarsi il cibo. Scherzano, ridono, rischiano che prenda fuoco anche il rametto che regge la carne, cercano tecniche per fissare i rametti sopra al fuoco, scappano quando il vento li investe con il fumo, morsicano timorosi e felici il risultato della loro caccia. Hanno creato qualcosa che prima non c'era, hanno trasformato un momento standard del nostro viaggio in Europa in qualcosa di memorabile.

Io – vegetariano ai margini – sgranocchio la mia carota e addento la mia mozzarella gusto industriale, e mi godo lo spettacolo, guardo per un attimo Elettra che li sta fissando da ogni parte.