📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

1Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. 2Perdona l'offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. 3Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? 4Lui che non ha misericordia per l'uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? 5Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore,⊥ chi espierà per i suoi peccati? 6Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. 7Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l'alleanza dell'Altissimo e dimentica gli errori altrui.

Evita le liti 8Astieniti dalle risse e diminuirai i peccati, perché l'uomo passionale attizza la lite. 9Un uomo peccatore semina discordia tra gli amici e tra persone pacifiche diffonde la calunnia. 10Il fuoco divampa in proporzione dell'esca, ⌈così la lite s'accresce con l'ostinazione;⌉ il furore di un uomo è proporzionato alla sua forza, la sua ira cresce in base alla sua ricchezza. 11Una lite concitata accende il fuoco, una rissa violenta fa versare sangue⊥. 12Se soffi su una scintilla, divampa, se vi sputi sopra, si spegne; eppure ambedue le cose escono dalla tua bocca.

Controlla l’uso della lingua 13Maledici il calunniatore e l'uomo che è bugiardo, perché hanno rovinato molti che stavano in pace. 14Le dicerie di una terza persona hanno sconvolto molti, li hanno scacciati di nazione in nazione; hanno demolito città fortificate e rovinato casati potenti⊥. 15Le dicerie di una terza persona hanno fatto ripudiare donne forti, privandole del frutto delle loro fatiche. 16Chi a esse presta attenzione certo non troverà pace, non vivrà tranquillo nella sua dimora. 17Un colpo di frusta produce lividure, ma un colpo di lingua rompe le ossa. 18Molti sono caduti a fil di spada, ma non quanti sono periti per colpa della lingua. 19Beato chi è al riparo da essa, chi non è esposto al suo furore, chi non ha trascinato il suo giogo e non è stato legato con le sue catene. 20Il suo giogo è un giogo di ferro; le sue catene sono catene di bronzo. 21Spaventosa è la morte che la lingua procura, al confronto è preferibile il regno dei morti. 22Essa non ha potere sugli uomini pii, questi non bruceranno alla sua fiamma. 23Quanti abbandonano il Signore in essa cadranno, fra costoro divamperà senza spegnersi mai. Si avventerà contro di loro come un leone e come una pantera ne farà scempio. 24aEcco, recingi pure la tua proprietà con siepe spinosa, 25be sulla tua bocca fa' porta e catenaccio. 24bMetti sotto chiave l'argento e l'oro, 25ama per le tue parole fa' bilancia e peso. 26Sta' attento a non scivolare a causa della lingua, per non cadere di fronte a chi ti insidia⊥.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

27,28-28,7. Il tema della vendetta riservata a Dio (inclusione con ekdikēsis tra 27,28a e 28,1a; cfr. Dt 32,35-36; Rm 12,19) delinea un ideale sapienziale conscio del limite umano e della grandezza di Dio. Forse Ben Sira ha presente la storia di Aman, persecutore del popolo ebraico e ingiusto accusatore di Mardocheo presso il re Assuero (cfr. Est 2-8). Sempre prima della morte – secondo una nota prospettiva di retribuzione – il male si rivelerà insidioso come un leone verso quanti deridono il pio (v. 29). Il brano dedicato al dovere del perdono (28,2-7) contiene accenti molto vicini al Nuovo Testamento (cfr. Mt 6,12 e 18,23-35): concedi il perdono e la misericordia, non nutrire rancore e la tua richiesta di perdono e di guarigione sarà esaudita (vv. 2-5). La consapevolezza di essere “carne”, il ricordarsi delle ultime cose (putrefazione e morte) e dell'alleanza non possono che spingere a lasciar cadere ogni sdegno (vv. 5-7). Superato il precetto di “vendicare il sangue” (Nm 35,19; Dt 19,12), il perdono del nemico era raccomandato anche in Israele (Es 23,4-5; Lv 19,17-18). Il Talmud ribadisce che «se noi non siamo misericordiosi con gli altri, Dio non è misericordioso con noi» (Megillah 28a; cfr. Lc 6,36).

vv. 8-12. Domina il tema della lite (machē: vv. 8.10.11), come terreno favorevole al peccato. L'uomo passionale è appaiato con il peccatore: invece della pace (cfr. Sal 34,15), semina l'ostilità e le calunnie (v. 9b). Maggiori sono forza e ricchezza di un uomo, più pericolose sono le risse che egli provoca (v. 10).

vv. 13-26. Si torna ai danni provocati dall'abuso della lingua (cfr. 5,14-6,1; Gc 3,1-12). Ben Sira esorta a maledire i calunniatori (v. 13) e a stare in guardia per non cadere a causa di essa (vv. 19.26). La calunnia – letteralmente «terza lingua» – è più forte della sferza e della spada (v. 17-18) e non risparmia nessuno: città forti, casati po-tenti, donne eccellenti (vv. 14-15). Il suo giogo di ferro, le sue catene, la morte che procura fanno desiderare l'ade (vv. 19-21). Al suo incendio sfuggono solo gli uomini pii (v. 22). Feroce come il leone e come la pantera, aggredisce «quanti abbandonano il Signore» (vv. 23). È detta “terza” o “tripla” perché – spiega il Talmud – colpisce tre volte: il calunniato, colui che calunnia e colui che presta ascolto (Arakin 15b). Parlando di spostamenti di popoli (v. 14b), Ben Sira forse ha in mente ricordi storici, come la lettera diffamatoria scritta dai Samaritani ad Artaserse, in cui gli Ebrei rimpatriati erano accusati di cercare la ribellione al sovrano, ricostruendo il tempio e le mura di Gerusalemme senza la collaborazione samaritana (cfr. v. 14b con Esd 4,1-16). Le raccomandazioni del maestro (vv. 23-26) si servono di immagini dell'attività economica e commerciale: chiudi a chiave la bocca come recingi la proprietà di spine, pesa le parole come pesi l'argento.

Conclusione. Dopo l'elogio della sapienza, Ben Sira ritorna nel vissuto quotidiano. Dapprima entra nel piccolo mondo della vita affettiva e coniugale, delineando i tratti ideali – dal punto vista umano e religioso – che un marito, nella tradizione giudaica, ha cercato e dovrebbe cercare nella donna (cc. 25-26). La lezione attinge abbondantemente anche alle esperienze negative, le cui protagoniste proverbiali sono donne straniere e di facili costumi. Nei cc. 27-28 Ben Sira si addentra soprattuto nella vita sociale, politica e commerciale. Il culmine morale si trova nel brano sul perdono (27,28-28,7).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

1Per amore del denaro molti peccano, chi cerca di arricchire volta lo sguardo. 2Fra le giunture delle pietre si conficca un piolo, tra la compera e la vendita s'insinua il peccato. 3Se non ti afferri con forza al timore del Signore, la tua casa andrà presto in rovina.

4Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. 5I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo. 6Il frutto dimostra come è coltivato l'albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. 7Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini.

8Se cerchi la giustizia, la raggiungerai e te ne rivestirai come di un manto di gloria⊥. 9Gli uccelli sostano presso i loro simili, la verità ritorna a quelli che fanno cose giuste. 10Il leone insidia la preda, così il peccato coloro che fanno cose ingiuste. 11Nel discorso del pio c'è sempre saggezza, ma lo stolto muta come la luna. 12Tra gli insensati non perdere tempo, tra i saggi invece férmati a lungo. 13Il parlare degli stolti è un orrore, essi ridono tra i bagordi del peccato. 14Il linguaggio di chi giura spesso fa rizzare i capelli, e i loro litigi fanno turare gli orecchi. 15Spargimento di sangue è la rissa dei superbi, ed è penoso ascoltare le loro invettive.

16Chi svela i segreti perde l'altrui fiducia e non trova più un amico per il suo cuore. 17Ama l'amico e sii a lui fedele, ma se hai svelato i suoi segreti, non corrergli dietro, 18perché, come chi ha perduto uno che è morto, così tu hai perduto l'amicizia del tuo prossimo. 19Come un uccello che ti sei fatto scappare di mano, così hai lasciato andare il tuo amico e non lo riprenderai. 20Non inseguirlo, perché ormai è lontano, è fuggito come una gazzella dal laccio⊥. 21Perché si può fasciare una ferita e un'ingiuria si può riparare, ma chi ha svelato segreti non ha più speranza.

22Chi ammicca con l'occhio trama il male, ma chi lo conosce si allontana da lui. 23Davanti a te la sua bocca è dolce e ammira i tuoi discorsi, ma alle tue spalle cambierà il suo parlare e porrà inciampo alle tue parole. 24Io odio molte cose, ma nessuna quanto lui, anche il Signore lo ha in odio. 25Chi scaglia un sasso in alto, se lo tira sulla testa, e un colpo a tradimento ferisce chi lo vibra. 26Chi scava una fossa vi cade dentro⊥, chi tende un laccio vi resta preso. 27Il male si ritorce su chi lo fa, egli non sa neppure da dove gli venga. 28Derisione e insulto per il superbo, la vendetta, come un leone, lo attende al varco. 29Sono presi al laccio quanti gioiscono per la caduta dei pii, il dolore li consumerà prima della loro morte.

30Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

26,28-27,10. In apertura un proverbio numerico elenca tre situazioni insopportabili: la miseria del guerriero (l'«uomo ricco» per la Siriaca), il disprezzo del saggio, il peccato del giusto. Il brano presenta un'inclusione sul peccato: quello del giusto e quello dell'ingiusto (26,28 e 27,10). Al centro il peccato del commerciante (26,29; 27,2; cfr. Am 8,4-6; Lv 19,35-36): amore del denaro, frode e, soprattutto, lontananza dallo studio della legge (v. 3; cfr. 38,25-34). Nei vv. 4-7 viene indicato il criterio per far emergere il vero valore di una persona: il suo modo di ragionare (logismos). I frutti rivelano la coltivazione dell'albero (v. 6; cfr. Mt 7,16-19; 12,33-37; Lc 6,43-45). La successiva unità (vv. 8-10) insegna che la giustizia è perseguibile ed utile; il peccato è un'insidia pericolosa come il leone (v. 10; cfr. 21,2c).

vv. 11-21. La pericope ruota attorno a due parole chiave: il “discorrere” (vv. 11-15) e i “segreti” (16-21). Il pio e lo stolto si rivelano diversi: il parlare dell'uno ha sempre saggezza, quello dell'altro cambia come la luna (v. 11). Alcuni Padri e la VL resero popolare questo contrasto opponendo la stabilità del sole alla mutevolezza della luna (v. 11). Il brano sui segreti (mystéria: vv. 16.17.21) è una lezione di prudenza per non rovinare l'amicizia. Ma anche di realismo: è inutile cercare un amico tradito. La situazione è irreparabile come la morte (v. 18) o come la fuga di un uccello o di una gazzella (vv. 19-20). La cornice del brano evidenzia la grossa perdita: la fiducia (pistis: v. 16) e la speranza (elpis: v. 21).

vv. 22-27. L'ipocrisia fa coprire il male con una facciata ed un linguaggio dolci: anche il Signore odia tale comportamento (vv. 22-24). Ma c'è una giustizia immanente – ritiene Ben Sira con gli autori sapienziali – per cui gli effetti del male ricadono su chi lo compie (vv. 25-27; cfr. Sal 57,7).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

La donna virtuosa 1Fortunato il marito di una brava moglie, il numero dei suoi giorni sarà doppio. 2Una donna valorosa è la gioia del marito, egli passerà in pace i suoi anni. 3Una brava moglie è davvero una fortuna, viene assegnata a chi teme il Signore. 4Ricco o povero, il suo cuore è contento, in ogni circostanza il suo volto è gioioso.

La donna che cede alle passioni 5Di tre cose il mio cuore ha paura, e per la quarta sono spaventato: una calunnia diffusa in città, un tumulto di popolo e una falsa accusa, sono cose peggiori della morte; 6ma crepacuore e lutto è una donna gelosa di un'altra, il flagello della sua lingua fa presa su tutti. 7Giogo di buoi sconnesso è una cattiva moglie, chi la prende è come chi afferra uno scorpione. 8Motivo di grande sdegno è una donna che si ubriaca, non riuscirà a nascondere la sua vergogna. 9Una donna sensuale ha lo sguardo eccitato, la si riconosce dalle sue occhiate. 10Fa' buona guardia a una figlia sfrenata, perché non ne approfitti, se trova indulgenza. 11Guàrdati dalla donna che ha lo sguardo impudente, non meravigliarti se poi ti fa del male. 12Come un viandante assetato apre la bocca e beve qualsiasi acqua a lui vicina, così ella siede davanti a ogni palo e apre a qualsiasi freccia la faretra.

La bellezza della donna 13La grazia di una donna allieta il marito, il suo senno gli rinvigorisce le ossa. 14È un dono del Signore una donna silenziosa, non c'è prezzo per una donna educata. 15Grazia su grazia è una donna pudica, non si può valutare il pregio di una donna riservata. 16Il sole risplende nel più alto dei cieli, la bellezza di una brava moglie nell'ornamento della casa. 17Lampada che brilla sul sacro candelabro, così è la bellezza di un volto su una robusta statura. 18Colonne d'oro su base d'argento sono gambe graziose su solidi piedi.⊥

Luci e ombre nel ritratto della donna 19Figlio, conserva sano il fiore dell'età e non affidare la tua forza a donne straniere. 20Cerca nella pianura un campo fertile per gettarvi il tuo seme, attendendo la progenie. 21Così i frutti che lascerai, fieri della loro nobiltà, prospereranno. 22La donna pagata vale uno sputo, se è sposata, è torre di morte per quanti la usano. 23La moglie empia l'avrà in sorte il peccatore, quella pia sarà data a chi teme il Signore. 24La donna impudica cerca sempre il disonore, una figlia pudica è riservata anche con il marito. 25La donna sfrontata viene stimata come un cane, quella che ha pudore teme il Signore. 26La donna che onora il marito a tutti appare saggia, quella orgogliosa che lo umilia sarà empia per tutti. Felice il marito di una brava moglie, il numero dei suoi giorni sarà raddoppiato. 27La donna che grida ed è chiacchierona è come tromba di guerra che suona la carica. L'uomo che si trova in simili condizioni passa la vita tra rumori di guerra.⌉

Il guerriero, il saggio, il giusto, il commerciante 28Due cose rattristano il mio cuore, e una terza mi provoca collera: un guerriero che languisce nella miseria, uomini saggi trattati con disprezzo e chi passa dalla giustizia al peccato: il Signore lo tiene pronto per la spada.

29⊥È difficile che il commerciante sia esente da colpe e il rivenditore sia indenne da peccato.

_________________ Note

26,19-27 Questi versetti (una delle “aggiunte” del greco) si snodano attraverso antitesi che evidenziano luci e ombre nella figura della donna. Il v. 19 probabilmente allude alla proibizione di contrarre matrimoni misti (Esd 9-10; Ne 13,23-27).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

vv. 1-18. Tema centrale ancora la donna. Dopo il quadro negativo, ora quello positivo, molto più breve (cfr. 21,11-28). Anche qui la brava moglie non è vista in sé, ma in relazione alle esigenze e ai desideri del marito. A lui ella dona giorni lunghi (vv. 1-2), buona sorte (v. 3), volto felice (v. 4). Ma la prospettiva propria di Ben Sira emerge nel v. 3b: una buona moglie è premio dato a chi teme il Signore (cfr. Pr 18,22; 19,14). Un altro proverbio numerico introduce il tema di una «donna gelosa di un'altra»: se calunnie, violenze e falsità possono procurare la morte civile, una tale donna è un flagello peggiore: procura un dolore mortale e rende impossibile una vera comunione (vv. 5-6). Il riferimento sotteso alla poligamia (cfr. 25, 14-15) si concentra sulla donna malvagia, ubriaca e sensuale (vv. 7-9). Ne deriva un invito a vigilare (v. 10) per la figlia (semitismo per moglie: cfr. Pr 31,29) e a guardarsi da «un occhio impudente» (v. 11). I vv. 11-12 sembrano allusivi anche all'infedeltà del marito. Segue un ritratto (vv. 13-18) della donna piena di grazia, silenziosa e pudica: è benefica e non ha prezzo, splende come il sole e come il candelabro santo. Il brano fonde gli aspetti estetici con quelli utilitaristici, i richiami religiosi con quelli fisici della presenza femminile. Le metafore dei vv. 17-18 dovrebbero essere ben considerate nel formulare il giudizio circa l'atteggiamento di Ben Sira verso le donne.

vv. 19-27. Anche se è presente solo nel Gr 248 e in siriaco, questo brano – aperto dal vocativo «Figlio mio» (v. 19) – sembra originale. Secondo la tradizione sapienziale (cfr. Pr 31,3), si sconsigliano avventure sessuali con donne straniere, immorali e seduttrici. Si suggerisce di trovare una buona moglie, da cui avere figli (cfr. Tb 4,12-13). La prostituta è disprezzata come uno sputo (sialos è un hapax nel greco dell'AT: v. 22). Tradizionale il messaggio del peccatore che riceve in dote una donna empia (v. 23; cfr. 1, 11-30; 11, 17). Per Ben Sira anche la saggezza della donna si misura dal timore del Signore (v. 25b). Le immagini militari del v. 27 rimandano a Gs 6, 4-20; Gb 39, 24-25.

26,28 – 27, 10. In apertura un proverbio numerico elenca tre situazioni insopportabili: la miseria del guerriero (l'«uomo ricco» per la Siriaca), il disprezzo del saggio, il peccato del giusto. Il brano presenta un'inclusione sul peccato: quello del giusto e quello dell'ingiusto (26, 28 e Zi centro il peccato del commerciante 126,29; 27, 2; oft. Am 8, 4-6; Lv 19, 35-36): amore del denaro, frode e, so-prattutto, lontananza dallo studio della legge (v. 3; cfr. 38, 25-34). Nei vv. 4-7 viene indicato il criterio per far emergere il vero valore di una persona: il suo modo di ragionare (logismos). I frutti rivelano la coltivazione dell'albero (v. 6; cfr. Mt 7, 16-19; 12, 33-37; Lc 6, 43-45). La successiva unità (vv. 8-10) insegna che la giustizia è perseguibile ed utile; il peccato è un'insidia pericolosa come il leone (v. 10; cfr. 21, 2c).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

Proverbi numerici 1Di tre cose si compiace l'anima mia, ed esse sono gradite al Signore e agli uomini: concordia di fratelli, amicizia tra vicini, moglie e marito che vivono in piena armonia. 2Tre tipi di persone detesta l'anima mia, la loro vita è per me un grande orrore: il povero superbo, il ricco bugiardo, il vecchio adultero privo di senno.

3Se non hai raccolto in gioventù, che cosa vuoi trovare nella vecchiaia? 4Quanto s'addice il giudicare ai capelli bianchi e agli anziani il saper dare consigli! 5Quanto s'addice la sapienza agli anziani, il discernimento e il consiglio alle persone onorate! 6Corona dei vecchi è un'esperienza molteplice, loro vanto è temere il Signore.

7Nove situazioni ritengo felici nel mio cuore, la decima la dirò con parole: un uomo allietato dai figli, chi vede da vivo la caduta dei suoi nemici; 8felice chi vive con una moglie assennata, chi non ara con il bue e l'asino insieme, chi non ha peccato con la sua lingua, chi non ha servito a uno indegno di lui; 9felice chi ha trovato la prudenza, chi parla a gente che l'ascolta; 10quanto è grande chi ha trovato la sapienza, ma nessuno supera chi teme il Signore! 11Il timore del Signore vale più di ogni cosa; chi lo possiede a chi potrà essere paragonato? 12Il timore del Signore è inizio di amore per lui, la fede è inizio di adesione a lui.

La donna cattiva 13⊥Qualunque ferita, ma non la ferita del cuore, qualunque malvagità, ma non la malvagità di una donna; 14qualunque sventura, ma non quella causata da persone che odiano, qualunque vendetta, ma non la vendetta dei nemici. 15Non c'è veleno peggiore del veleno di un serpente, non c'è ira peggiore dell'ira di una donna. 16Preferirei abitare con un leone e con un drago piuttosto che abitare con una donna malvagia. 17La malvagità di una donna ne àltera l'aspetto, rende il suo volto tetro come quello di un orso. 18Suo marito siede in mezzo ai suoi vicini e senza volerlo geme amaramente. 19Ogni malizia è nulla di fronte alla malizia di una donna, possa piombarle addosso la sorte del peccatore! 20Come una salita sabbiosa per i piedi di un vecchio, tale la donna linguacciuta per un uomo pacifico. 21Non soccombere al fascino di una donna, per una donna non ardere di passione. 22Motivo di sdegno, di rimprovero e di grande disprezzo è una donna che mantiene il proprio marito. 23Animo abbattuto e volto triste e ferita al cuore è una donna malvagia; mani inerti e ginocchia infiacchite, tale è colei che non rende felice il proprio marito. 24Dalla donna ha inizio il peccato e per causa sua tutti moriamo. 25Non dare all'acqua via d'uscita né libertà di parlare a una donna malvagia. 26Se non cammina al cenno della tua mano⊥, separala dalla tua carne⊥.

_________________ Note

25,1 Le massime qui raccolte ruotano intorno al numero tre (vv. 1-2) e al numero dieci (v. 7-12).

25,8 b chi non ara: questo stico manca nel greco ed è recuperato dall’ebraico.

25,17 Il testo ebraico reca: “La cattiveria di una donna àltera l’aspetto del marito / e ne rende tetro il volto come quello di un orso”.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

vv. 1-12. I due proverbi numerici, posti in bocca alla sapienza, ci riportano alla già nota condanna dell'adulterio (cfr. 23,16-28). Qui l'enfasi cade sul compiacimento per l'armonia coniugale (v. 1) e sul disprezzo dell'adulterio dei vecchi (v. 2). Seguono due sezioni che culminano nella lode di chi teme il Signore: i vecchi sono protagonisti della prima (vv. 3-6); nella seconda (vv. 7-12) dieci «situazioni felici», elencate con un altro proverbio numerico (vv. 7-10), si concludono con una sentenza sulla superiorità del timore di Dio (vv. 11-12).

vv. 13-26. Quindici distici dedicati alla donna cattiva. I numerosi riferimenti, espliciti e non, alla donna sono accompagnati sempre da valenze negative. Per Ben Sira la donna è malvagità e cattiveria (vv. 13.19), ira (v. 14), convivenza rischiosa e insopportabile (vv. 15.20), piaga nel cuore e nel corpo (v. 23), motivo di tristezza e di umiliazione per il marito (vv. 18.22), inizio di peccato e causa di morte (v. 24). Di qui i consigli: ai giovani a non lasciarsi sedurre dalla sua bellezza (v. 21); agli sposati a non darle libertà di parola e a separarla dalla propria carne se si rivela non docile (vv. 25-26). È significativo che il capitolo si chiuda evocando il Pentateuco: il peccato di Adamo ed Eva (cfr. v. 24 con Gn 3,3.22) e il ripudio della donna «che non cammina al cenno della mano» (cfr. v. 26 con Dt 24,1).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

L'ELOGIO DELLA SAPIENZA (24,1-42,14)

1La sapienza fa il proprio elogio⊥, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. 2Nell'assemblea dell'Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria⊥: 3“Io sono uscita dalla bocca dell'Altissimo⊥ e come nube ho ricoperto la terra. 4Io ho posto la mia dimora lassù, il mio trono era su una colonna di nubi. 5Ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi. 6Sulle onde del mare e su tutta la terra, su ogni popolo e nazione ho preso dominio⊥. 7Fra tutti questi ho cercato un luogo di riposo, qualcuno nel cui territorio potessi risiedere. 8Allora il creatore dell'universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele⊥”. 9Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l'eternità non verrò meno. 10Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. 11Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. 12Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità⊥.

Crescita prodigiosa 13Sono cresciuta come un cedro sul Libano, come un cipresso sui monti dell'Ermon. 14Sono cresciuta come una palma in Engàddi e come le piante di rose in Gerico, come un ulivo maestoso nella pianura e come un platano mi sono elevata⊥. 15Come cinnamòmo e balsamo di aromi, come mirra scelta ho sparso profumo, come gàlbano, ònice e storace, come nuvola d'incenso nella tenda. 16Come un terebinto io ho esteso i miei rami e i miei rami sono piacevoli e belli. 17Io come vite ho prodotto splendidi germogli e i miei fiori danno frutti di gloria e ricchezza. 18Io sono la madre del bell'amore e del timore, della conoscenza e della santa speranza; ⌈eterna, sono donata a tutti i miei figli, a coloro che sono scelti da lui.⌉ 19Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei frutti, 20perché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi vale più del favo di miele⊥. 21Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete. 22Chi mi obbedisce non si vergognerà, chi compie le mie opere non peccherà⊥”.

La sapienza e la legge 23Tutto questo è il libro dell'alleanza del Dio altissimo, la legge che Mosè ci ha prescritto, eredità per le assemblee di Giacobbe. 24Non cessate di rafforzarvi nel Signore, aderite a lui perché vi dia vigore. Il Signore onnipotente è l'unico Dio e non c'è altro salvatore al di fuori di lui.⌉ 25Essa trabocca di sapienza come il Pison e come il Tigri nella stagione delle primizie, 26effonde intelligenza come l'Eufrate e come il Giordano nei giorni della mietitura, 27come luce irradia la dottrina, come il Ghicon nei giorni della vendemmia. 28Il primo uomo non ne ha esaurito la conoscenza e così l'ultimo non l'ha mai pienamente indagata. 29Il suo pensiero infatti è più vasto del mare e il suo consiglio è più profondo del grande abisso.

Ben Sira, discepolo e maestro 30⊥Io, come un canale che esce da un fiume e come un acquedotto che entra in un giardino, 31ho detto: “Innaffierò il mio giardino e irrigherò la mia aiuola”. Ma ecco, il mio canale è diventato un fiume e il mio fiume è diventato un mare. 32Farò ancora splendere la dottrina come l'aurora, la farò brillare molto lontano.⊥ 33Riverserò ancora l'insegnamento come profezia, lo lascerò alle generazioni future⊥. 34Vedete che non ho faticato solo per me, ma per tutti quelli che la cercano.

_________________ Note

24,1-42,14 Quest'ampia sezione si apre con la presentazione che la sapienza fa di se stessa, e prosegue con una lunga serie di insegnamenti morali e religiosi che toccano i diversi ambiti della vita dell'uomo e della sua attività, i rapporti con il prossimo e nella società, le diverse categorie di persone, i vizi da evitare e le virtù da acquisire.

24,1 La sapienza personificata si presenta. Si giunge qui a un punto di arrivo nella lunga evoluzione del concetto di sapienza (al riguardo sono testi significativi Pr 8,22-31 e Sap 9,4.10), che non solo è maestra e guida di vita, come nei Proverbi, ma è vista ora come parola creatrice di Dio, con un ruolo decisivo nella storia della salvezza. Oltre che mediante la parola profetica e la legge, Dio rivela se stesso anche con la sapienza. Il NT sembra essersi ispirato anche a questo testo nel descrivere l'attività del Verbo di Dio (vedi in particolare Gv 1,1-18).

24,15 cinnamòmo e balsamo: si tratta di essenze aromatiche caratteristiche dell’Oriente, usate anche nel culto. Di alcune è incerta l’identificazione.

24,16 Il terebinto è pianta dai rami molto estesi. Il riferimento agli alberi e ai loro frutti è, nei libri sapienziali, immagine della ricchezza e della fecondità della sapienza.

24,23-29 La sapienza è identificata con la legge data da Dio a Mosè, in favore del suo popolo.

24,25-27 Vengono citati i quattro fiumi del giardino di Eden (Gen 2,11-14). Ad essi si aggiunge il Giordano. Come simbolo di fertilità, il giardino di Eden esprime l’abbondanza dei frutti della sapienza.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Il c. 24 è centrale per collocazione e contenuto. Siamo a metà del libro: con un artificio letterario, la solenne prosopopea o personificazione della sapienza che loda se stessa, Ben Sira ricorda i brani finora dedicati alla sapienza (1,1-10; 4,11-19; 6,18-37; 14,20-15,10) ed introduce la seconda parte (fino a 42,14). La struttura del c. – ispirato a Pr 8 – presenta un'introduzione (vv. 1-2), seguita da sei brani abbastanza facilmente distinguibili: la sapienza nella creazione (vv. 3-6), la sua dimora in Israele (vv. 7-12), la sua identità e utilità raccontata con immagini prese dal mondo vegetale (vv. 13-18), il suo invito (vv. 19-22), la sua identificazione con la legge (vv. 23-29), il ruolo di Ben Sira, discepolo e maestro di sapienza (vv. 30-34). Il c. sintetizza la dottrina sulla sapienza nella creazione e nella storia di Israele, personificando poeticamente un attributo divino (cfr. Pr 1,20-33; 8; 9,1-6; Bar 3,9-4,4; Gb 28). La formulazione di Ben Sira offre un modello letterario che prepara, analogicamente, la strada alla teologia cristiana circa la funzione del Verbo e dello Spirito. Non sembra escluso un influsso letterario nella definizione del logos in Gv 1. La letteratura giudaica posteriore attribuirà l'idea della preesistenza alla legge.

vv. 1-2. Il titolo è già nei mss. greci. Il raggio di presenza della sapienza riguarda il popolo di Israele e la corte celeste, il cielo e la terra.

vv. 3-6. Per origine, la sapienza si identifica con la parola del creatore e con il suo spirito che aleggia sulle acque (cfr. Gn 1). Per funzione, è destinata a dominare tutto l'universo (cfr. Gn 1, 28). L'iniziativa di Dio è indicata con le espressioni «piantare la tenda (BC: porre la dimora)» (v. 4a) e «colonna di nubi» (v. 4b). La skēnē, tenda, ricorda la šekina, la presenza divina per l'ebraismo (cfr. vv. 8bc.10a; Es 40,34-35; Gv 1,14), mentre la nube rimanda alle manifestazioni divine nel deserto (Es 13,21-22; 33, 9-10).

vv. 7-12. Secondo una leggenda rabbinica la legge fu proposta dal Signore a tutti i popoli, ma fu accolta solo da Israele (cfr. Targum Dt 33,2; Aboda Zara 2b). L'ingresso della sapienza in Israele, invece, risponde per Ben Sira ad un comando divino (v. 8a). La sapienza cerca e riceve un luogo di riposo (vv. 7a.8b.11a) e un'eredità (vv. 7b.8d.12b); da un lato vi pianta la sua tenda (v. 8bc), dall'altro vi trova la «tenda santa» di Dio in cui lodarlo con atti di culto (v. 10a; cfr. v. 15d). La dimensione sapienziale si intreccia profondamente con quella cultuale: la sapienza ha funzioni sacerdotali nel deserto (cfr. Es 25-28) e nel tempio di Gerusalemme. Si intravede la stima di Ben Sira per il sacerdozio (cfr. 45,6-25; 50,1-21). La sapienza si lega a Sion (v. 10b), a Gerusalemme (v. 11b). È la città amata (v. 11a), il popolo glorioso (v. 12a). Creata prima dei secoli e indefettibile in eterno (v. 9), essa ha ormai stabilità, potere e radici in questa porzione del Signore (vv. 10b-12; cfr. Dt 32,9).

vv. 13-18. La geografia biblica e la botanica forniscono le immagini per descrivere la natura e la grandezza della sapienza (cfr. l'elenco per magnificare il sommo sacerdote in 50,8.10). La sapienza è gloriosa come i cedri del Libano (cfr. Ez 17,22-24; Is 35,2), verde e vitale come i cipressi dell'Ermon (cfr. 50,10; 2Re 19,23; Ez 31,8; Os 14,9), elevata come le palme di Engaddi sul Mar Morto (Gs 15,62; 2Cr 20,2), portatrice di festa come le piante di rose in Gerico (cfr. 39,13; 50,8; Sap 2,8). E poi ancora come l'ulivo (cfr. 50,10), segno di pace e benedizione (Sal 52,10) e il platano (cfr. Gn 30,37). Il v. 15 ricorre a piante aromatiche, non tutte identificabili, ma riferibili ad un contesto cultuale (cfr. Es 30,23.34). La crescita prodigiosa si manifesta in altezza (vv. 13a.14ad), larghezza (v. 16) e quantità di frutti (vv. 16-17). Il v. 18 – noto dal GrII e dalla Vetus Latina – amplifica i frutti spirituali, presentandoli come «figli» della sapienza. La Vulgata riporta la prima parte del v. 18 e aggiunge: «In me ogni grazia di via e verità, in me ogni speranza di vita e di forza». Si può intravedere, forse, l'influsso di Gv 14,6.

vv. 19-22. La sapienza invita ad avvicinarsi a lei: si presenta come offerta e seduzione insieme; si rivolge a discepoli obbedienti (v. 22a), ma anche a persone che «compiono opere in lei», vivendo cioè una comunione particolare con lei (v. 22b). Tutta la dovizia dei frutti appena presentati eccita il desiderio, rende dolci ricordo e possesso (“eredità”), sazia e introduce di nuovo nella fame e nella sete, libera dalla vergogna e dal peccato. La fame e la sete non si estinguono, ma si aprono nuovi orizzonti. La stessa immagine sarà usata, in modo nuovo, da Gesù: la sua acqua toglie la sete e si trasforma in sorgente zampillante per la vita eterna (Gv 4,13-14); il suo pane dà la vita al mondo (Gv 6,33). Egli solo può dire: «chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6, 35). “Pane di vita” egli stesso, Gesù riformula le immagini sapienziali in modo personalissimo, scavalcando anche le promesse della sapienza personificata.

vv. 23-29. Dal discorso della sapienza all'insegnamento di Ben Sira, che la identifica con la legge mosaica, letta dai Giudei nelle «assemblee di Giacobbe» (v. 23). Si tratta quasi sicuramente della sinagoga, istituzione tipica del giudaismo della diaspora. Era insieme luogo di culto e di formazione. La saldatura con il Pentateuco è evidente nel riferimento ai quattro fiumi del paradiso terrestre (Pison e Tigri, Eufrate e Ghicon: Gn 2,11-14). Ad essi si aggiungono il Nilo e il Giordano. Il tutto sottolinea la fecondità e l'inesauribilità della sapienza-legge di Israele, i cui orizzonti vanno oltre il mare e l'abisso (cfr. vv. 28-29). Il contesto insidioso e politeista sembra emergere dall'esortazione a rafforzarsi nel Signore, unico salvatore (cfr. v. 24).

vv. 30-34. L'autore si presenta come canale che vuol portare l'acqua della sapienza alle nuove generazioni. Da canale a fiume, a mare: l'esperienza generosa del discepolo si allarga e trasforma in quella del maestro, l'insegnamento sapienziale si qualifica come profezia. In Ben Sira il passato si raccorda con il futuro, passando attraverso un presente di fedele e generosa fatica.

Conclusione. Un c. di grande respiro storico e teologico, immerso in un clima di ottimismo luminoso, nella pacifica intersecazione del cielo e della terra. Grazie alla presenza attiva della sapienza, la “fatica” (v. 34) del saggio non è vana. Dall'ascolto della sapienza preesistente e compagna dell'opera creatrice, Ben Sira passa alla contemplazione del suo «piantare la tenda» (vv. 8.10) nella storia di Israele, al suo identificarsi con la legge mosaica e al suo proporsi come inesauribile vena, pronta ad “irrigare” ogni persona ed ogni cultura che ad essa si apre. La sapienza si intreccia con il culto e con la legge, con la pedagogia e la storia, e si presenta come “parola profetica” (v. 33) per “quanti la cercano” (v. 34). Gli orizzonti del giudaismo sembrano convergere. Il v. 24, del GrII, insinua che il contesto è meno rassicurante di quanto non sembri: il pio israelita cercherà nel Signore la “forza” e la “salvezza”. Segno che la sintesi del c. è provvisoria e piuttosto fragile.

Il Nuovo Testamento rinuncerà al termine sapienza, preferendo parlare di Verbo (logos), che è «venuto a porre la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1,14). Il prologo di Gv descrive l'azione di Gesù-Verbo nel mondo servendosi dell'itinerario della sapienza. Ma sta attento a evitare le confusioni: Gesù non è un'entità mediatrice (parola, giustizia, verità, sapienza), che Israele aveva percepito contemporaneamente in Dio e nel mondo. La sapienza, pur prima nel mondo, non è esistente senza di esso. Gesù, invece, è mediatore presente al mondo fin da quando il mondo esiste, presente a Dio da tutta la sua eternità. Altro da Dio, capace di ascoltarlo e di parlargli, ma non un altro Dio, perché egli è la sua stessa sapienza e la sua stessa parola. Gesù, con la sua mediazione personale, annulla tutte le entità mediatrici coi loro problemi di identità (mitica, immaginaria o poetica).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

Preghiera per la vigilanza 1Signore, padre e padrone della mia vita, non abbandonarmi al loro volere, non lasciarmi cadere a causa loro. 2Chi fustigherà i miei pensieri e chi insegnerà la sapienza al mio cuore, perché non siano risparmiati i miei errori e i loro peccati non restino impuniti, 3perché non si moltiplichino i miei errori e non aumentino di numero i miei peccati, e io non cada davanti ai miei avversari e il nemico non gioisca su di me? ⌈Per loro è lontana la speranza della tua misericordia.⌉ 4Signore, padre e Dio della mia vita,⊥ non darmi l'arroganza degli occhi 5e allontana da me ogni smodato desiderio. 6Sensualità e libidine non s'impadroniscano di me, a desideri vergognosi non mi abbandonare.

La disciplina della lingua 7Ascoltate, figli, come disciplinare la bocca, chi ne tiene conto non sarà colto in flagrante⊥. 8Il peccatore è vittima delle proprie labbra, il maldicente e il superbo vi trovano inciampo. 9Non abituare la bocca al giuramento⊥, non abituarti a proferire il nome del Santo⊥. 10Infatti, come un servo interrogato accuratamente non mancherà di prendere lividure, così chi giura e pronuncia il Nome di continuo di certo non sarà esente da peccato. 11Un uomo dai molti giuramenti accumula iniquità; il flagello non si allontana dalla sua casa. Se sbaglia, il suo peccato è su di lui; se non ne tiene conto, pecca due volte. Se giura il falso, non sarà giustificato, e la sua casa si riempirà di sventure. 12C'è un modo di parlare paragonabile alla morte: che non si trovi nella discendenza di Giacobbe! Da tutto questo infatti staranno lontano i pii, così non si rotoleranno nei peccati. 13Non abituare la tua bocca a grossolane volgarità, in esse infatti c'è motivo di peccato. 14Ricorda tuo padre e tua madre quando siedi tra i grandi, perché non lo dimentichi davanti a loro e per abitudine non dica sciocchezze, e non giunga a desiderare di non essere nato e maledica il giorno della tua nascita. 15Un uomo abituato a discorsi ingiuriosi non si correggerà in tutta la sua vita.

Esortazione a non cadere nella lussuria e nell’adulterio 16Due tipi di persone moltiplicano i peccati, e un terzo provoca l'ira: una passione ardente come fuoco acceso non si spegnerà finché non sia consumata; un uomo impudico nel suo corpo non desisterà finché il fuoco non lo divori; 17per l'uomo impudico ogni pane è appetitoso, non si stancherà finché non muoia. 18L'uomo infedele al proprio letto dice fra sé: “Chi mi vede? C'è buio intorno a me e le mura mi nascondono; nessuno mi vede, perché temere? Dei miei peccati non si ricorderà l'Altissimo”⊥. 19Egli teme solo gli occhi degli uomini, non sa che gli occhi del Signore sono mille volte più luminosi del sole; essi vedono tutte le vie degli uomini e penetrano fin nei luoghi più segreti. 20Tutte le cose, prima che fossero create, gli erano note, allo stesso modo anche dopo la creazione. 21Quest'uomo sarà condannato nelle piazze della città⊥, sarà sorpreso dove meno se l'aspetta⊥. 22Così anche la donna che tradisce suo marito e gli porta un erede avuto da un altro. 23Prima di tutto ha disobbedito alla legge dell'Altissimo, in secondo luogo ha commesso un torto verso il marito, in terzo luogo si è macchiata di adulterio e ha portato in casa figli di un estraneo. 24Costei sarà trascinata davanti all'assemblea e si procederà a un'inchiesta sui suoi figli. 25I suoi figli non metteranno radici, i suoi rami non porteranno frutto. 26Lascerà il suo ricordo come una maledizione, la sua infamia non sarà cancellata.

Nulla è meglio 27I superstiti sapranno che nulla è meglio del timore del Signore, nulla è più dolce dell'osservare i suoi comandamenti. 28Grande gloria è seguire Dio, essere a lui graditi è lunga vita.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

vv. 22,27-23,28. La preghiera iniziale (22,27-23,6) sembra fare da introduzione all'intero c. 23: il tema della protezione dai peccati della lingua (22,27-23,1) è sviluppato in 23,7-15; il tema della sensualità e libidine (vv. 2-6) è ripreso nei vv. 16-26. Il c. segue e commenta il decalogo con chiari riferimenti alla sovranità di Dio (vv. 1.4.18e) e al suo nome santo (vv. 9b.10c), al rispetto dei genitori (v. 14a) e della verità nel testimoniare (vv. 9-11), alla condanna delle passioni licenziose (vv. 4-6.16-26) e delle relazioni adulterine dell'uomo e della donna (vv. 18.23). Il v. 27 sembra riassumere e concludere in modo elegante i contenuti esposti sin dall'inizio del libro, oltre che nel presente c.: chi vivrà saprà che nulla è meglio e più soddisfacente del timore del Signore e dell'osservanza dei suoi comandamenti. Il v. 28, del GrII, amplifica il versetto precedente: grande gloria nel seguire il Signore e vita lunga nell'essere da lui accolti (cfr. Sal 73,24).

**vv. 22,27-23,6. La preghiera parte dalla consapevolezza dell'umana fragilità di fronte al peccato (cfr. 21,1-3) e chiede l'aiuto divino nel controllo della lingua (22,27-23,1) e della sensualità (23,2-6). Per invocare la presenza correttiva e liberante di Dio, padre e padrone della sua vita, di fronte ai rischi cui lo espongono la bocca e i pensieri, l'orante ricorre a due domande sapienziali (22,27; 23,2). Il senso è ovvio, come per la domanda sapienziale incontrata in 22,14. La novità più rilevante è nell'appellativo padre, rivolto a Dio (cfr. 51,1.10). Il triplice riferimento alla caduta, causata da bocca e labbra non custodite (22,27c), da pensieri non controllati (23,1c) – caduta ignominiosa davanti agli avversari (v. 3c) – sottolinea la profonda angustia che pervade l'intero brano: Dio solo, fonte della vita morale, può liberare da tutto ciò. I nemici sono quasi personificati: hanno un “volere” (v. 1b) e spadroneggiano su chi viene abbandonato in loro balia (vv. 4b.6b). Si manifestano negli occhi eccitati (v. 4b; 26,9), nella sensualità (“brama del ventre”), nella libidine (synousiasmos, rapporto sessuale, è un hapax) e nella passione impudente (v. 6). Echeggia l'insegnamento sull'avversario interno, che l'uomo deve imparare a dominare (cfr. 21, 27). Di fronte a tutto ciò emerge la grandezza fiduciosa di questo orante che, insidiato dalla sua natura, non si rassegna a rimanere senza la disciplina della sapienza (v. 2b) e a vedere allontanarsi la misericordia di Dio (v. 3e). Altre preghiere si trovano in 36,1-22 e 51,1-12.

vv. 23,7-15. Tema centrale, come sviluppo della prima parte della preghiera: la bocca (22,27; vv. 7a.13a) da disciplinare, liberandola in tempo da cattive abitudini (vv. 9ab. 13a.14d.15a). Esse si rivelano nel ricorso frequente al «nome del Santo» (vv. 9b.10c), ai giuramenti più o meno voluti (vv. 9-11), alla bestemmia rea di morte, indegna del popolo d'Israele e degli uomini pii (vv. 12-13), ai discorsi sconvenienti davanti ai grandi della città (vv. 14-15). Chi non previene tali abitudini si espone al rischio di rovinarsi (vv. 7-8), di peccare (vv. 10c.13b), di riempire di sventure la sua casa (v. 11b.f) e di dover maledire il giorno della sua nascita (v. 14f; cfr. 21, 27). Per evitare tutto ciò, Ben Sira propone la sua paideia stomatos (cfr. l'inclusione/contrasto nei vv. 7a.15b) e il ricordo del padre e della madre (v. 14a), come richiamo a una condotta nobile.

vv. 23,16-26. Il brano sviluppa la seconda parte della preghiera, occupandosi dell'adulterio dell'uomo (vv. 16-21) e della donna (vv. 22-26). Un proverbio numerico (v. 16) rivela l'importanza dell'argomento (cfr. 25,1-2.7-11; 26,5; 50,25-26; Prv 6,16-19; 30,15-33). La forza distruttiva della passione è paragonata al fuoco che non si ferma prima di avere bruciato tutto (v. 16): essa porta alla morte (v. 17; cfr. 6,2-4). Nei vv. 18-20 la sapienza si fa eco della tradizione religiosa: Dio vede tutto, nulla sfugge all'Altissimo. I suoi occhi non sono come quelli degli uomini: vincono tenebre e muri (v. 18c), vedono le vie degli uomini e gli angoli più nascosti (v. 19de). Egli è il creatore che sa tutto delle sue opere, dall'inizio alla fine (v. 20).

Conclusione: l'adultero non rimane mai nascosto, ma viene condannato dal tribunale cittadino. Per la donna lo sviluppo è simile (outōs: v. 22a): richiamato il caso (v. 22), vengono presentati la motivazione (v. 23), l'ambito (v. 24a) e le conseguenze (vv. 24b-26) della condanna.

vv. 23,27-28. La chiusura riassume gli insegnamenti di Ben Sira finora esposti e guarda al futuro: i posteri si renderanno ben conto di cosa è veramente conveniente. Sapranno apprezzare – sembra dire Ben Sira – ciò che i contemporanei trascurano o sottovalutano: il timore del Signore ed i suoi comandamenti. Ivi sono gloria e lunga vita, concetti anch'essi proiettati verso il futuro, forse con una sfumatura ultraterrena.

Conclusione. Un c. di grande respiro filosofico e religioso, pur nell'ottica della sapienza tradizionale. Le concezioni dell'uomo di fronte a Dio e delle relazioni uomo – donna secondo la legge emergono con limpida coerenza, in una solare ripresentazione della morale deuteronomica. Il vero saggio comincia dalla preghiera: conosce la sua debolezza e chiede l'aiuto dell'Altissimo, padrone della vita, perché lo liberi dai pericoli della lingua e della passione. È un appello al padre, amato e temuto, i cui occhi «sono miriadi di volte più luminosi del sole» (v. 19c). Seguire lui è fonte di vita, di benedizione e di gloria. Il peccato – specie quello derivato dal cattivo uso della lingua e dal mancato dominio della lussuria – allontana dal Santo (vv. 9-10), dall'Altissimo e dalla sua legge (vv. 18-19.23a.27c). Così si va incontro alla morte (vv. 12a. 17b), alla maledizione (vv. 14f.26a), alla condanna da parte della città (v. 21) e dell'assemblea (v. 24a), alla mancanza di frutti (v. 25) e all'infamia perenne (v. 26b). Le generazioni future riconosceranno ciò che è «meglio e più dolce» (v. 27): non il «timore degll occhi degli uomini» (v. 19a), ma «il timore del Signore» (v. 27b) e l'obbedienza alla sua legge (v. 23a).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

Il pigro 1Il pigro è simile a una pietra insudiciata, tutti fischiano in suo disprezzo. 2Il pigro è simile a una palla di sterco, chi la raccoglie scuote la mano.

I figli e l’onore della famiglia 3Un figlio maleducato è la vergogna di un padre, se è una figlia il danno è più grave. 4Una figlia sensata troverà marito, la svergognata è un dolore per chi l'ha generata. 5La figlia sfacciata disonora il padre e il marito, dall'uno e dall'altro sarà disprezzata. 6Un discorso inopportuno è come musica in caso di lutto, ma frusta e correzione sono saggezza in ogni tempo. 7I figli che hanno di che vivere con una vita onesta fanno dimenticare l'umile origine dei loro genitori. 8I figli che millantano superbia e cattiva educazione disonorano la nobiltà delle loro famiglie.⌉

Lo stolto 9Chi ammaestra uno stolto è come uno che incolla cocci, ⌈che sveglia un dormiglione da un sonno profondo.⌉ 10Parlare a uno stolto è parlare a chi ha sonno; alla fine dirà: “Cosa c'è?”. 11Piangi per un morto perché ha perduto la luce, piangi per uno stolto perché ha perduto il senno. Piangi meno per un morto perché ora riposa, ma la vita dello stolto è peggiore della morte. 12Il lutto per un morto dura sette giorni, per uno stolto ed empio tutti i giorni della sua vita. 13Con uno stolto non prolungare il discorso, e non frequentare l'insensato: ⌈nella sua insipienza ti disprezzerà in ogni modo.⌉ Guàrdati da lui, per non avere noie e per non contaminarti al suo contatto. Evitalo e troverai pace, non sarai disgustato dalla sua insipienza. 14Che c'è di più pesante del piombo? E qual è il suo nome, se non quello di stolto? 15Sabbia, sale e massa di ferro si portano meglio che un insensato.

Invito alla fermezza 16Una travatura di legno ben connessa in una casa non viene scompaginata per un terremoto, così un cuore consolidato da matura riflessione non si scoraggia nel momento critico. 17Un cuore sorretto da sagge riflessioni è come un bel fregio su parete levigata. 18Ciottoli posti su un'altura di fronte al vento non resistono, così un cuore meschino, basato su stolti pensieri, non regge di fronte a un qualsiasi timore.

Come comportarsi con gli amici 19Chi punge un occhio lo fa lacrimare, chi punge un cuore ne scopre il sentimento. 20Chi scaglia un sasso contro gli uccelli li mette in fuga, chi offende un amico rompe l'amicizia. 21Se hai sguainato la spada contro un amico, non disperare: può esserci un ritorno. 22Se hai aperto la bocca contro un amico, non temere: può esserci riconciliazione, tranne il caso d'insulto, di arroganza, di segreti svelati e di un colpo a tradimento; in questi casi ogni amico scompare. 23Conquìstati la fiducia del prossimo nella sua povertà, per godere con lui nella sua prosperità. Nel tempo della tribolazione restagli vicino, per avere parte alla sua eredità. ⌈L'apparenza infatti non è sempre da disprezzare né deve meravigliare che un ricco non abbia senno.⌉ 24Prima del fuoco c'è vapore e fumo di fornace, così prima del sangue ci sono le ingiurie. 25Non mi vergognerò di proteggere un amico, non mi nasconderò davanti a lui. 26Se mi succederà il male a causa sua, chiunque lo venga a sapere si guarderà da lui.

Preghiera per la vigilanza 27Chi porrà una guardia alla mia bocca, e alle mie labbra un sigillo guardingo, perché io non cada per colpa loro e la mia lingua non sia la mia rovina?

_________________ Note

22,3-8 Sullo sfondo di queste massime sui figli va colta la mentalità dell’antico mondo orientale che, pregiudizialmente, preferiva il figlio alla figlia.

22,6 frusta e correzione: si riferisce a un metodo educativo che non risparmiava le punizioni corporali.

22,15 Sabbia, sale e ferro: erano considerati gli elementi più pesanti da trasportare.

22,27-23,6 Preghiera per la vigilanza

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Il c. 22 presenta un riferimento iniziale all'uomo pigro (vv. 1-2), seguito da quattro tematiche principali: il comportamento dei figli e l'onore familiare (vv. 3-8), l'utilità di non avere a che fare con lo stolto (vv. 9-15), il confronto tra il cuore deciso e quello incerto (vv. 16-18), l'amicizia che finisce e quella che dura (vv. 19-26). L'ultimo v. avvia la pericope iniziale del c. 23.

vv. 1-2. Il tema della pigrizia è legato a quello della sporcizia, forse per allusione alla miseria cui conduce (cfr. Pr 24,30-34). In Ez 4,12.15 lo sterco è usato come combustibile in un contesto di precarietà.

vv. 3-8. Se un figlio senza disciplina è motivo di vergogna, una figlia è comunque un guaio più grande. L'Ebreo del tempo considerava una sventura la nascita di una figlia: nella preghiera quotidiana ringraziava Dio per non averlo fatto nascere donna (cfr. Menahôt 43b). In caso di donna prudente, il suo valore viene considerato in base al beneficio che ne riceve il marito (cfr. 26,1-4.13-18; Pr 12,4; 18,22; 31,10-12.23-28); se si rivela svergognata, allora diventa causa di dolore per il padre che l'ha educata male (vv. 3-5; cfr. 42,9-14). Genitore e marito la disprezzeranno. Disciplina e correzione corporale (vv. 3a.6b) hanno ampio spazio nella sapienza tradizionale: chi usa spesso la frusta gioisce alla fine (30,1; cfr. Pr 13,24; 19,18; 22,15; 23,13-14), mentre un giovane lasciato a se stesso finisce per disonorare la madre (Pr 29,15). Ben Sira ribadisce il principio secondo cui la “stirpe buona” si vede nel comportamento onesto e nell'educazione (vv. 7-8). Achikar assiro afferma: «Il ricco non dica: “Grazie alla mia ricchezza io sono illustre”» (109).

vv. 9-15. L'inutilità di correggere lo stolto è resa con immagini eloquenti: è come incollare cocci, svegliare un dormiglione (v. 9) o parlare ad uno che ha sonno (v. 10); lo stolto è peggiore di un morto, che viene pianto solo sette giorni e non tutta la vita (vv. 11-12). L'invito finale riassume l'intento del brano: evitare a tutti i costi l'insensato (v. 13), che stanca più della sabbia, del sale e di una palla di ferro (v. 15). È facile indovinare che lo stolto è più pesante del piombo (v. 14). Considerazioni simili si trovano nella Storia di Achikar 2,45-46: «Figlio mio, ho portato sale e trasportato piombo, e non ho visto nulla di più pesante del debito che uno deve pagare quando non aveva preso a prestito. Figlio mio, ho portato sale e trasportato pietre, e mi hanno valutato come un uomo che va ad abitare nella casa di suo suocero» (cfr. anche 3,58).

vv. 16-18. Tema centrale è il contrasto tra il cuore deciso del saggio (vv. 16c.17a) e quello incerto dello stolto (v. 18c). Tre immagini sono prese dall'arte del costruire: il legno che puntella e resiste (v. 16a), l'intonaco (v. 17b) e i sassi su di un muro elevato (v. 18a). L'ultima immagine forse ricorda l'uso di mettere sui muretti di cinta sassi la cui caduta richiama l'attenzione del custode.

vv. 19-26. L'amicizia – di cui Ben Sira ha parlato in 6,5-17 e 12,8-18 – corre rischi. Cause della sua fine sono l'offesa (v. 20b), l'insulto e l'arroganza, lo svelamento dei segreti e il tradimento (v, 22cde). L'insulto precede la violenza, come il fumo il fuoco (v. 24). Il quadro è realistico. Altre colpe contro l'amicizia, dovute alla spada (v. 21) e alla bocca (v. 22ab), sono sanabili. Anche di fronte alle disgrazie dell'amico non bisogna arretrare (v. 23ac) né vergognarsi (v. 25): ne verrà bene nel momento propizio (v. 23bd). L'apparenza del povero e del ricco ingannano spesso (v. 23ef). In caso di guai, tutti si guarderanno da tale amicizia (v. 26).

Conclusione. Il noto realismo di Ben Sira si muove in campi consueti: la critica sociale della pigrizia, l'onore procurato dall'educazione e dall'onestà dei figli, la saggezza di non perdere tempo con lo stolto, la capacità di vivere amicizie dignitose e durature. Tuttavia il pragmatismo della lezione di Ben Sira sull'amicizia è ben lontano dal “premio grande” che l'Altissimo darà a chi segue l'insegnamento di Gesù ed impara ad amare i nemici e a fare del bene “senza sperarne nulla” (cfr. Lc 6, 27-30).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

Fuggire il peccato 1Figlio, hai peccato? Non farlo più e chiedi perdono per le tue colpe passate. 2Come davanti a un serpente, fuggi il peccato: se ti avvicini, ti morderà. Denti di leone sono i suoi denti, capaci di distruggere vite umane. 3Ogni trasgressione è spada a doppio taglio, non c'è guarigione alle sue ferite. 4Spavento e violenza disperdono la ricchezza, ⌈così la casa del superbo sarà devastata.⌉ 5La preghiera del povero sale agli orecchi di Dio e il giudizio di lui sarà a suo favore. 6Chi odia il rimprovero segue le orme del peccatore, ma chi teme il Signore si converte nel cuore. 7Da lontano si conosce chi è abile nel parlare, ma l'assennato avverte quando inciampa. 8Chi costruisce la sua casa con ricchezze altrui è come chi ammucchia pietre per il sepolcro. 9Ammasso di stoppa è una riunione di iniqui, la loro fine è una fiammata di fuoco. 10La via dei peccatori è ben lastricata, ma al suo termine c'è il baratro infernale.

Il saggio e lo stolto 11Chi osserva la legge domina il suo istinto, il timore del Signore conduce alla sapienza. 12Chi non è perspicace non può essere istruito, ma c'è anche una perspicacia ⌈che riempie di amarezza.⌉ 13La scienza del saggio cresce come un diluvio e il suo consiglio è come sorgente di vita. 14L'intimo dello stolto è come un vaso frantumato, non può contenere alcuna scienza. 15Se un assennato ascolta un discorso intelligente, lo approva e vi aggiunge dell'altro; se l'ascolta un dissoluto, se ne dispiace e lo getta via, dietro le spalle. 16Le spiegazioni dello sciocco sono come un fardello nel cammino, ma il parlare del saggio reca diletto. 17La parola del prudente è ricercata nell'assemblea, sui suoi discorsi si riflette seriamente.

18Per lo stolto la sapienza è come casa in rovina, e la scienza dell'insensato è un insieme di parole astruse. 19Ceppi ai piedi è l'istruzione per l'insensato e come catene alla sua destra. 20Lo stolto alza la sua voce quando ride, ma l'uomo saggio sorride appena sommessamente. 21Come ornamento d'oro è l'istruzione per chi ha senno, è come un monile al braccio destro. 22Il piede dello stolto entra subito in una casa, ma l'uomo prudente è rispettoso verso gli altri. 23Lo stolto spia dalla porta dentro una casa, l'uomo educato invece se ne sta fuori. 24È cattiva educazione origliare alla porta, l'uomo prudente ne resterebbe confuso. 25Le labbra degli stolti raccontano sciocchezze, ma le parole dei prudenti sono pesate sulla bilancia. 26Il cuore degli stolti sta sulla loro bocca, mentre bocca dei saggi è il loro cuore. 27Quando un empio maledice l'avversario, maledice se stesso. 28Chi mormora diffama se stesso ed è detestato dal suo vicinato⊥.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Il c. 21 si divide in due parti: la prima, di intonazione religiosa, invita a evitare il peccato e a prendere la via della conversione (vv. 1-10); la seconda, più a carattere sociale, mette a confronto il saggio e lo stolto (vv. 11-28). Numerose le immagini in tutto il capitolo. Sono da notare due hapax: kataplēgmos (v. 4a) e satanas (v. 27a). Il primo, reso con “spavento”, sembra indicare la capacità di intimorire ostentando ricchezza e forza; il secondo, reso con “avversario”, è detto dell'uomo pio che viene maledetto dall'empio. In base a Gn 12,3, Ben Sira forse intende che l'empio, maledicendo il pio Ebreo, in realtà maledice sé stesso ed il suo istinto cattivo. Probabilmente l'ebraico aveva qui il termine yēṣer, con significato ancora neutro (cfr. 15,14). Va notato che all'epoca di Ben Sira il termine “satana” non aveva più il senso generico di avversario militare o politico (cfr. Nm 22,22.32; 1Sam 29,4; 2Sam 19,23; 1Re 5,18; 11,25; Sal 109,6), ma era già considerato come un essere personale malefico (cfr. Gb 1-2; 1Cr 21,1). L'immagine del leone (v. 2c) e dell'avversario/diavolo sono collegate in 1Pt 5,8-9.

** vv.1-10**. Il tema del peccato lega gli undici distici: all'inizio le immagini del serpente, del leone e della spada a doppio taglio ne rendono plasticamente i pericoli (vv. 1-2; cfr. 27,10; Pr 5,4; 23,32); alla fine la minaccia degli inferi per i peccatori, che camminano su pietre lisce, fa riflettere sulle conseguenze per la retribuzione personale (v. 10; cfr. 2,10); al centro chi rifiuta il rimprovero per seguire le orme dei peccatori è posto in contrasto con colui che, temendo Dio, imbocca la strada della conversione (v. 6). Vi sono, poi, alcuni richiami tematici: la trasgressione della legge (anomia), malattia senza medicina, si collega con i trasgressori, che finiscono presto, come stoppa che avvampa nel fuoco (vv. 3.9; cfr. Prol 36; 23,11; 41,18); il superbo, la cui casa va in rovina, richiama colui che ricorre a ricchezze altrui per costruire non una casa ma un sepolcro (vv. 4.8); la preghiera del pentito rimanda a quella del povero, subito esaudita da Dio (vv. 1.5); lo scivolare dell'assennato contrasta con quello del linguacciuto (v. 7; cfr. 20,18a).

vv. 11-28. Nel ritratto del saggio figurano vari elementi, per lo più noti: anzitutto l'osservanza della legge e il timore del Signore (v. 11; cfr. 19,23); poi scienza abbondante e sorgiva (v. 13), che apprezza e completa quella altrui (v. 15), si fa ricercare per grazia (v. 16), prudenza (v. 17) e capacità di silenzio (v. 20). La saggezza è visibile come splendidi ornamenti (v. 21), ma anche nascosta e rispettosa: frena piedi, occhi, orecchie e labbra dal mancare di rispetto (vv. 22-25) e guida la bocca nel cuore (v. 26). Lo stolto è come un vaso rotto che non trattiene la scienza (v. 14); non impara da quella altrui (v. 15cd) e disprezza la sapienza come fosse una casa in rovina (v. 19); parla a voce alta (v. 20) ed è pesante come un fardello (v. 16); è precipitoso, curioso e maleducato (vv. 22-25). Poiché la bocca comanda il cuore (v. 26), non si rende conto che sbaglia a prendersela con l'avversario e con gli altri, invece che con se stesso (vv. 27-28). Nel v. 12 il concetto di panourgia è ambivalente: la capacità può portare al bene o al male (cfr. 19,23; 37,19).

Conclusione. Il c. colleziona massime ispirate a tematiche tradizionali, sia religiose (peccato e trasgressione della legge, preghiera e conversione), che sapienziali. Provvisorietà e ironia accompagnano le conquiste degli stolti e degli empi. Sullo sfondo c'è una società attraversata da varie inquietudini, anche se vengono ribaditi concezioni e atteggiamenti già noti. Viene riaffermata la fiducia in un Dio che “presto” fa giustizia al povero (v. 5b), ristabilendo il diritto secondo la sapienza tradizionale.

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

La preziosità del silenzio 1C'è un rimprovero che è fuori tempo⊥, c'è chi tace ed è prudente. 2Quanto è meglio rimproverare che covare l'ira! 3Chi si confessa colpevole evita l'umiliazione. 4Come un eunuco che vuol deflorare una ragazza, così chi vuole fare giustizia con la violenza.⊥ 5C'è chi tace ed è ritenuto saggio, e chi è riprovato per la troppa loquacità. 6C'è chi tace, perché non sa che cosa rispondere, e c'è chi tace, perché conosce il momento opportuno. 7L'uomo saggio sta zitto fino al momento opportuno, il millantatore e lo stolto non ne tengono conto. 8Chi esagera nel parlare si renderà riprovevole, chi vuole imporsi a tutti i costi sarà detestato. ⌈Com'è bello quando chi è biasimato mostra pentimento, perché così tu sfuggirai a un peccato volontario.⌉

Non fidarsi delle apparenze 9Nelle disgrazie qualcuno può trovare un vantaggio, ma c'è un profitto che si può cambiare in perdita. 10C'è una generosità che non ti arreca vantaggi e c'è una generosità che rende il doppio. 11C'è un'umiliazione che viene dalla gloria e c'è chi dall'abbattimento alza la testa. 12C'è chi compra molte cose con poco e chi le paga sette volte il loro valore. 13Il saggio si rende amabile con le sue parole, ma le cortesie degli stolti sono sciupate.

14Il dono di uno stolto non ti giova, ⌈e ugualmente quello dell'invidioso, perché è frutto di costrizione;⌉ i suoi occhi, infatti, sono molti invece di uno. 15Egli dà poco, ma rinfaccia molto; apre la sua bocca come un banditore. Oggi fa un prestito e domani lo richiede; quanto è odioso un uomo del genere! 16Lo stolto dice: “Non ho un amico, non c'è gratitudine al bene che faccio”. Quelli che mangiano il suo pane sono lingue cattive. 17Quanti si burleranno di lui, e quante volte! Poiché non accoglie l'avere con spirito retto, e il non avere gli è ugualmente indifferente.

Guardarsi dal parlare intempestivo e dalla menzogna 18Meglio inciampare sul pavimento che con la lingua; è così che la caduta dei cattivi giunge rapida. 19Un discorso inopportuno è come un racconto inopportuno: è sempre sulla bocca dei maleducati. 20Non si accetta un proverbio dalla bocca dello stolto, perché non lo dice mai a proposito.

Rispetto umano e menzogna 21C'è chi è trattenuto dal peccare a causa della miseria e quando riposa non avrà rimorsi. 22C'è chi si rovina per rispetto umano e di fronte a uno stolto si dà perduto⊥. 23C'è chi per rispetto umano fa promesse a un amico, e in tal modo gratuitamente se lo rende nemico.

24Brutta macchia nell'uomo la menzogna, è sempre sulla bocca dei maldicenti. 25Meglio un ladro che un mentitore abituale, tutti e due avranno in sorte la rovina. 26L'abitudine del bugiardo è un disonore, la vergogna che si merita è sempre con lui.

Massime varie sulla sapienza 27Chi è saggio nel parlare si apre una strada e l'uomo prudente piace ai grandi. 28Chi lavora la terra accresce il suo raccolto⊥, chi piace ai grandi si fa perdonare i suoi torti. 29Regali e doni accecano gli occhi dei saggi, come bavaglio sulla bocca soffocano i rimproveri. 30Sapienza nascosta e tesoro invisibile: a che servono l'una e l'altro? 31Meglio l'uomo che nasconde la sua stoltezza di quello che nasconde la sua sapienza. 32⌈È meglio perseverare nella ricerca del Signore che essere un libero auriga della propria vita.⌉

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Il c. 20 torna sul profilo del saggio in apertura (v. 1-8) e in chiusura (vv. 27-32). Al centro una raccolta di massime sull'ambivalenza degli avvenimenti della vita (vv. 9-20), sul rispetto umano e sulla menzogna (vv. 21-26).

vv. 1-8. Ben Sira sembra indicare due regole per agire saggiamente: sapere ciò che è “bene” fare (vv. 2.8c: hōs kalon) e «conoscere il momento propizio» (vv. 6b-7: kairos; cfr. v. 1a) per farlo. La prima regola, resa con un'inclusione tra il GrI (v. 2) e il GrII (v. 8c), afferma che è un “bene” rimproverare piuttosto che covare l'ira (v. 2); è un “bene” veder fare penitenza uno che è stato ripreso, così da imparare a fuggire il peccato volontario (v. 8cd). La seconda regola è applicata all'arte del “tacere” (il verbo siōpan torna in questo c. 5 volte, su un totale di 6 ricorrenze in tutto il libro). C'è il silenzio riprovevole di chi non ha una risposta (v. 6a) o di chi non risponde al saluto (41,20). Ma c'è il silenzio di chi conosce il momento propizio per parlare (vv. 6b-7a). Il millantatore e lo stolto “non prendono in considerazione” tale momento (v. 7b). Il saggio, comportandosi «come uno che sa ma che tace» (32,8b), parla con brevità: non si fa odiare per la loquacità (v. 5b), ma compendia in poche parole molte cose (32, 8a). Ben Sira insegna l'arte di disciplinare la bocca (cfr. la paideia stomatos di 23,7), perché è «meglio scivolare sul pavimento che non con la lingua» (20,18a). Sul tema cfr. 1,22-24; 11,7-9; 19,7-12; 27,11.

vv. 9-20. Non tutto il male viene per nuocere e non tutto il bene rimane sempre tale: questa sapienza popolare sembra sottesa all'insegnamento di Ben Sira sull'ambivalenza delle scelte umane. Ci può essere guadagno nella sventura (vv. 9a.21a) e perdita nel profitto (v. 9b). Lo confermano gli esiti paradossali della generosità (v. 10), della gloria (v. 11) e del commercio (v. 12). Ma ciò non autorizza un atteggiamento sconsiderato. Con un lungo “contrasto” tra l'amabilità del saggio e l'isolamento dello stolto (vv. 13-17), Ben Sira ribadisce la sua lezione: al primo basta poco (v. 13a); le cortesie dell'altro si sprecano (v. 13b). Lo stolto, se dà in prestito, lo grida ai quattro venti ed esige molto di più (vv. 14-15): ha molti occhi per guardare la ricompensa. La VL parla di «sette occhi» (cfr. v. 14c). In questo modo lo stolto si rende odioso (v. 15d) e senza amici (v. 16a); i suoi beni e il suo pane non trovano gratitudine, ma derisione (v. 16bc), perché gli manca un retto sentire di fronte al possedere come al non avere (v. 17). L'uso della lingua lo fa scivolare peggio del selciato (v. 18), perché lo rivela privo di grazia e di disciplina (v. 19) e lo fa intervenire nel momento non opportuno (v. 20; cfr. v. 7).

vv. 21-26. In conclusione Ben Sira applica la massima generale (v. 9a) alla sfera religiosa: anche la miseria può rivelarsi utile, se impedisce il peccato e tiene lontano il rimorso che toglie il riposo (v. 21). Uno stesso termine (aischynē: vv. 22.23.26), reso con rispetto umano e vergogna, lega questi vv. Il primo è causa di rovina per i singoli (v. 22) e per le amicizie (v. 23); l'altra è compagna stabile dell'uomo che mente sempre (cfr. endelechizein nei vv. 24-25 ed endelechōs nel v. 26). Se il ladro eredita la rovina (v. 25), l'uomo menzognero vi aggiunge anche il disonore e la vergogna (v. 26). Sulla vergogna cfr. 4,21; 41,16-42,8.

vv. 27-32. Anche il saggio può contraddirsi: se da un lato può essere segno di prudenza piacere ai grandi (v. 27b), dall'altro lato ciò espone a lasciarsi chiudere occhi e bocca con ospitalità e doni (v. 29). L'esito è amaro: la sapienza nascosta è inutile come i tesori invisibili (v. 30; cfr. 41,14bc); anzi, nascondere la stoltezza è meglio che nascondere la sapienza (v. 31; cfr. 41,15). Il GrII marca religiosamente il contrasto: è saggio chi fa girare la ruota della vita non a caso (letteralmente: senza padrone), ma per cercare pazientemente il Signore (v. 32).

Conclusione. La meditazione sul saggio, in questo c., è più centrata sugli aspetti sociali e giuridici. Ben Sira invita a conoscere il “momento opportuno” per parlare, poiché gli avvenimenti della vita, come pure le persone sagge, sono ambivalenti. Trapela una critica sotterranea contro ogni forma di ipocrisia, di bene fatto per forza o per interesse, e una sollecitazione a rendere visibile la sapienza tradizionale, vero tesoro, insieme con la conversione dopo il rimprovero (vv. 3.8c).

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

1Un operaio ubriacone non arricchirà, chi disprezza le piccole cose cadrà a poco a poco. 2Vino e donne fanno deviare anche i saggi, ancora più temerario è chi frequenta prostitute. 3Putredine e vermi saranno la sua sorte, ⌈chi è temerario sarà eliminato.⌉

Prudenza nel parlare 4Chi si fida troppo presto, è di animo leggero, chi pecca, danneggia se stesso. 5Chi si compiace del male, sarà condannato; ⌈chi resiste ai piaceri, corona la propria vita. 6Chi domina la lingua, vivrà senza liti⌉ chi odia la loquacità, riduce i guai. 7Non ripetere mai la parola udita e non ne avrai alcun danno. 8Non parlare né riguardo all'amico né riguardo al nemico, e se puoi farlo senza colpa, non svelare nulla, 9poiché chi ti ascolta si guarderà da te e all'occasione ti detesterà. 10Hai udito una parola? Muoia con te! Sta' sicuro, non ti farà scoppiare. 11Per una parola va in doglie lo stolto, come la partoriente per un bambino. 12Una freccia conficcata nella coscia: tale una parola in seno allo stolto.

Saper discernere prima di parlare 13Chiedi conto all'amico: forse non ha fatto nulla, e se ha fatto qualcosa, perché non continui più. 14Chiedi conto al prossimo: forse non ha detto nulla, e se ha detto qualcosa, perché non lo ripeta. 15Chiedi conto all'amico, perché spesso si tratta di calunnia; non credere a ogni parola. 16C'è chi scivola, ma non di proposito; e chi non ha peccato con la sua lingua? 17Chiedi conto al tuo prossimo, prima di minacciarlo; da' corso alla legge dell'Altissimo. 18Il timore del Signore è il principio dell'accoglienza, la sapienza procura l'amore presso di lui. 19La conoscenza dei comandamenti del Signore è educazione alla vita, chi fa ciò che gli è gradito raccoglie i frutti dell'albero dell'immortalità.⌉

La pratica della legge 20Ogni sapienza è timore del Signore e in ogni sapienza c'è la pratica della legge ⌈e la conoscenza della sua onnipotenza. 21Il servo che dice al padrone: “Non farò ciò che ti piace”, anche se dopo lo fa, irrita colui che gli dà da mangiare⌉. 22Non c'è sapienza nella conoscenza del male, non è mai prudenza il consiglio dei peccatori. 23C'è un'astuzia che è abominevole, c'è uno stolto cui manca la saggezza. 24Meglio uno di scarsa intelligenza ma timorato, che uno molto intelligente ma trasgressore della legge. 25C'è un'astuzia fatta di cavilli, ma ingiusta, c'è chi intriga per prevalere in tribunale, ⌈ma il saggio è giusto quando giudica⌉. 26C'è il malvagio curvo nella sua tristezza, ma il suo intimo è pieno d'inganno; 27⊥abbassa il volto e finge di essere sordo, ma, quando non è osservato, avrà il sopravvento su di te. 28E se per mancanza di forza gli è impedito di peccare, all'occasione propizia farà del male. 29Dall'aspetto si conosce l'uomo e chi è assennato da come si presenta. 30Il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano quello che è.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Il c. 19 prosegue con tre brani: il silenzio, segno di saggezza (vv. 4-12), la correzione fraterna nel rapporto con gli amici (vv. 13-19), il legame tra la legge del-l'Altissimo e la vera sapienza (vv. 20-30).

vv. 4-12. I vv. 4-6 sviluppano i contenuti del brano sul domino di sé (18,30-19,3), specie con l'aggiunta del GrII. Il riferimento al cuore fa da cornice ai sei participi: un cuore leggero (v. 4a) e un cuore piccolo, gretto (v. 6b). Vengono messi sotto accusa la facile fiducia, il peccato ed il compiacersi del male, cose tutte che causano guai (vv. 4-5a); dall'altro lato il GrII annuncia ottimi risultati a chi combatte i piaceri e tiene a freno la lingua (vv. 5b-6a). Il v. 6b, nella lezione preferita, afferma che chi odia il parlare – forse il dialogo più che la loquacità – causa il “rimpicciolimento” del cuore. Nei vv. 7-10 si raccomanda il segreto: la parola udita deve morire in noi (v. 10a), a meno che non ci esponga al peccato (v. 8b). Un doppio parallelismo presenta in chiusura due immagini di rara efficacia: lo stolto che non sa trattenere la parola è simile ad una partoriente che ha le doglie (v. 11) o a un soldato ferito che vuole togliersi la freccia dalla coscia (v. 12).

vv. 13-19. Ben Sira invita a indagare personalmente e a cercare le prove, prima di ritenere colpevole – di un'azione o di una parola – un amico (vv. 13.15) o un vicino (v. 14.17). I] verbo interrogare e appurare (elegchein: vv. 13-15.17) indica anche l'azione di Dio, che rimprovera l'uomo peccatore (18,13c). La formulazione di un giudizio deve essere ispirata a un saggio realismo: non bisogna credere a ogni parola (v. 15b), si può sbagliare senza volerlo (v. 16a), si deve dare spazio alla legge dell'Altissimo (v. 17b; cfr. Lv 19,17). I vv. 18-19, provenienti dal GrII, indicano obiettivi più ampi rispetto al contesto socio-giuridico precedente: l'essere accolti e amati, l'imparare a vivere e a nutrirsi di frutti di immortalità. Tutto questo è possibile nel timore di Dio, scuola di sapienza, e nell'osservanza dei comandamenti e di ciò che a lui piace. In questo modo il GrII raccorda la «legge dell'Altissimo» del v. 17 con la «pratica della legge» del v. 20.

vv. 20-30. I vv. 20-22 introducono al discernimento della vera sapienza, sempre legata al timor di Dio e alla pratica della legge. Siamo nel cuore del giudaismo (cfr. 1,11-30; 6,32-37; 15,1; 21,6; Pr 1,7; 9,10; 15,33; Gb 28,28; Sal 111,10). Non può essere detto sapiente l'agire dei peccatori (v. 22), dei servi indecisi (v. 21) o dei dotti che non temono Dio (v. 24): meglio mancare di intelligenza, che di timor di Dio. Non ogni abilità è saggia: Ben Sira smaschera l'ingiusta scaltrezza (panourgia: vv. 23.25) di chi cerca di piegare le situazioni a proprio vantaggio (v. 25b). I vv. 26-28 commentano il modo di presentarsi del malvagio: appare dimesso e disinteressato, ma appena non è osservato (v. 27b), coglie l'occasione (v. 28b) per fare del male, perché il suo intimo è pieno di inganno (v. 26b). I vv. 29-30 enunciano un principio generale: un uomo si fa conoscere già da come si presenta.

Conclusione. Ben Sira è maestro di vita sociale: ironizza sulle “doglie dello stolto”, sempre pronto a ripetere quello che ha udito, ed insegna l'arte del silenzio e della verifica personale. Amici e vicini vanno prudentemente tutelati contro le calunnie e gli apprezzamenti ingiusti. Il suo «chi non ha peccato con la sua lingua?» (v. 16b) sembra aprire uno spiraglio sul detto di Gesù: «Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra» (Gv 8,7). Ma Ben Sira è maestro soprattutto di vita religiosa: il saggio teme Dio e ne osserva i comandamenti. Così da Dio riceve vita e amore, accoglienza e frutti immortali. Al contrario i falsi sapienti, pieni di inganno, non temono di trasgredire la legge del Signore e credono di salvarsi con le apparenze. Ma proprio l'apparenza tradisce la verità su di un uomo, lasciandola trasparire dal volto e dal vestire, dal sorriso e dall'incedere. L'intreccio di insegnamenti sociali e religiosi fa intuire una situazione fluida e insidiosa, che rende necessaria l'educazione al diritto e ai valori della tradizione come garanzia contro disavventure politiche e culturali, morali e religiose. È il legame, caro a Ben Sira, tra la sapienza e la legge dell'Altissimo.

(cf. PIETRO FRANGELLI, Siracide – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage