📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

RUT, LA SPIGOLATRICE, NEI CAMPI DI BOOZ (2,1-23)

L’iniziativa di Rut 1Noemi aveva un parente da parte del marito, un uomo altolocato della famiglia di Elimèlec, che si chiamava Booz. 2Rut, la moabita, disse a Noemi: “Lasciami andare in campagna a spigolare dietro qualcuno nelle cui grazie riuscirò a entrare”. Le rispose: “Va' pure, figlia mia”. 3Rut andò e si mise a spigolare nella campagna dietro ai mietitori. Per caso si trovò nella parte di campagna appartenente a Booz, che era della famiglia di Elimèlec.

La benevolenza di Booz 4Proprio in quel mentre Booz arrivava da Betlemme. Egli disse ai mietitori: “Il Signore sia con voi!”. Ed essi gli risposero: “Ti benedica il Signore!”. 5Booz disse al sovrintendente dei mietitori: “Di chi è questa giovane?”. 6Il sovrintendente dei mietitori rispose: “È una giovane moabita, quella tornata con Noemi dai campi di Moab. 7Ha detto di voler spigolare e raccogliere tra i covoni dietro ai mietitori. È venuta ed è rimasta in piedi da stamattina fino ad ora. Solo adesso si è un poco seduta in casa”. 8Allora Booz disse a Rut: “Ascolta, figlia mia, non andare a spigolare in un altro campo. Non allontanarti di qui e sta' insieme alle mie serve. 9Tieni d'occhio il campo dove mietono e cammina dietro a loro. Ho lasciato detto ai servi di non molestarti. Quando avrai sete, va' a bere dagli orci ciò che i servi hanno attinto”. 10Allora Rut si prostrò con la faccia a terra e gli disse: “Io sono una straniera: perché sono entrata nelle tue grazie e tu ti interessi di me?“. 11Booz le rispose: “Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso gente che prima non conoscevi. 12Il Signore ti ripaghi questa tua buona azione e sia davvero piena per te la ricompensa da parte del Signore, Dio d'Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti”. 13Ella soggiunse: “Possa rimanere nelle tue grazie, mio signore! Poiché tu mi hai consolato e hai parlato al cuore della tua serva, benché io non sia neppure come una delle tue schiave”. 14Poi, al momento del pasto, Booz le disse: “Avvicìnati, mangia un po' di pane e intingi il boccone nell'aceto”. Ella si mise a sedere accanto ai mietitori. Booz le offrì del grano abbrustolito; lei ne mangiò a sazietà e ne avanzò. 15Poi si alzò per tornare a spigolare e Booz diede quest'ordine ai suoi servi: “Lasciatela spigolare anche fra i covoni e non fatele del male. 16Anzi fate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; lasciatele lì, perché le raccolga, e non sgridatela”. 17Così Rut spigolò in quel campo fino alla sera. Batté quello che aveva raccolto e ne venne fuori quasi un'efa di orzo. 18Se lo caricò addosso e rientrò in città. Sua suocera vide ciò che aveva spigolato. Rut tirò fuori quanto le era rimasto del pasto e glielo diede.

Dal campo alla casa 19La suocera le chiese: “Dove hai spigolato oggi? Dove hai lavorato? Benedetto colui che si è interessato di te!”. Rut raccontò alla suocera con chi aveva lavorato e disse: “L'uomo con cui ho lavorato oggi si chiama Booz”. 20Noemi disse alla nuora: “Sia benedetto dal Signore, che non ha rinunciato alla sua bontà verso i vivi e verso i morti!”. E aggiunse: “Quest'uomo è un nostro parente stretto, uno di quelli che hanno su di noi il diritto di riscatto”. 21Rut, la moabita, disse: “Mi ha anche detto di rimanere insieme ai suoi servi, finché abbiano finito tutta la mietitura”. 22Noemi disse a Rut, sua nuora: “Figlia mia, è bene che tu vada con le sue serve e non ti molestino in un altro campo”. 23Ella rimase dunque con le serve di Booz a spigolare, sino alla fine della mietitura dell'orzo e del frumento, e abitava con la suocera.

__________________________ Note

2,2 Lasciami andare in campagna: Rut si riferisce all’antica usanza, divenuta legge (Lv 19,9-10; Dt 24,19-21), secondo la quale i poveri, le vedove e i forestieri avevano il diritto di raccogliere i resti della mietitura e della vendemmia per garantirsi la sussistenza.

2,12 sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti: l’immagine, frequente nella preghiera del Salterio (ad es., Sal 17,8; 36,8; 91,4), sembra risalire alla presenza delle figure alate dei cherubini sul coperchio dell’arca dell’alleanza (Es 25,20). Nella tradizione rabbinica posteriore l’espressione allude al passaggio dei proseliti alla fede giudaica.

2,20 parente con diritto di riscatto: il termine ebraico corrispondente è gō’el, e designa colui al quale spettava il diritto di riscattare la terra del parente defunto e di assicurarne la discendenza, sposandone la vedova, come prescriveva la legge del levirato (vedi nota a 1,11).

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Approfondimenti

2,1-23. In un ambiente idilliaco e familiare avviene l'incontro fra i due protagonisti del libro: Rut e Booz. Secondo Lv 19,9.10; 23,22 e Dt 24,19-22, durante la mietitura si doveva lasciare quanto cresceva “sull'orlo del campo”, perché i forestieri e i poveri potessero nutrirsene. JHWH, che guida i deboli, conduce provvidenzialmente Rut nei campi di Booz. Il capitolo ha un suo interesse anche per il linguaggio, abbondante di gentilezze e convenevoli tipicamente orientali.

14. Più che aceto, è bevanda fermentata, composta d'acqua, di aceto di vino e di altri ingredienti.

20. Booz è «parente stretto» e ha «diritto di riscatto». «Riscattatore» o «redentore» in ebraico è gō’el, un termine tecnico del diritto familiare, che indica il parente più vicino, responsabile delle faccende di famiglia; più precisamente, il soccorritore di consanguinei caduti in necessità e, in senso specifico, il riscattatore di un patrimonio fondiario, di una proprietà perduta (gᵉ’ullâ). È lui che ha il dovere di reintegrare la famiglia nella sua condizione sociale, se questa cade in schiavitù, riscattando la vita dei suoi membri e il loro patrimonio (Lv 25,25.47ss.). Nel nostro caso, il parente più stretto è tenuto a riscattare il campo di Elimelech e Noemi. A questo dovere è ricollegato quello del matrimonio con la nuora rimasta vedova (cfr. anche 3,9; 4,3ss.). La legge del levirato non è che un'applicazione dell'istituzione del gō’el a un caso specifico (cfr. c. 4). Il costume era diffuso presso molte popolazioni del vicino Oriente. Di esso si trovano tracce anche presso gli Hittiti, gli Assiri, gli Elamiti. Il fine è di assicurare al defunto una “discendenza”, un figlio che porti avanti il nome del padre e ne erediti i beni. Nel caso di Rut, il parente più vicino rinuncia in favore di Booz, il quale riscatta sia il campo che Rut. Peraltro, secondo la legge del levirato, il bimbo nato da Booz e Rut avrebbe dovuto essere considerato figlio del primo marito di Rut, Elimelech, mentre nella genealogia figura come figlio di Booz. Il termine gō’el è importante non solo in campo giuridico. L'elemento salvifico insito nell'accezione giuridica trova sviluppi di enorme rilievo nel linguaggio religioso e teologico, dove non a caso il verbo g’l «redimere» è usato spesso in parallelo con verbi similari, quali «aiutare», «sanare», «consolare» e soprattutto «redimere, riscattare, liberare» (pd‘). JHWH è detto pertanto, in questo contesto, gō’el d'Israele, suo parente prossimo. Il Secondo Isaia in modo particolare applica questo concetto a JHWH, per consolare Israele in esilio e prospettare al popolo affranto un nuovo esodo (Is 49,26; cfr. anche Is 41,14; 43,14; 44,24; 47,4; 48,17; 49,7; 54,5.8). E così fa al suo seguito il Tritoisaia (59,20; 60,16). Anche in Giobbe (19,25) Dio è detto gō’el nel senso più antico del termine, quello di «vindice del sangue» (gō’el haddam), che nell'ambiente ebraico, come in quello arabo, si riferisce anzitutto al padre, al fratello e al figlio.

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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ELIMÈLEC E NOEMI NEL PAESE DI MOAB (1,1-5)

1Al tempo dei giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo con la moglie e i suoi due figli emigrò da Betlemme di Giuda nei campi di Moab. 2Quest'uomo si chiamava Elimèlec, sua moglie Noemi e i suoi due figli Maclon e Chilion; erano Efratei, di Betlemme di Giuda. Giunti nei campi di Moab, vi si stabilirono. 3Poi Elimèlec, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i suoi due figli. 4Questi sposarono donne moabite: una si chiamava Orpa e l'altra Rut. Abitarono in quel luogo per dieci anni. 5Poi morirono anche Maclon e Chilion, e la donna rimase senza i suoi due figli e senza il marito.

NOEMI E RUT TORNANO A BETLEMME (1,6-22)

Il realismo di Noemi 6Allora intraprese il cammino di ritorno dai campi di Moab con le sue nuore, perché nei campi di Moab aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane. 7Partì dunque con le due nuore da quel luogo ove risiedeva e si misero in cammino per tornare nel paese di Giuda. 8Noemi disse alle due nuore: “Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! 9Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare tranquillità in casa di un marito”. E le baciò. Ma quelle scoppiarono a piangere 10e le dissero: “No, torneremo con te al tuo popolo”. 11Noemi insistette: “Tornate indietro, figlie mie! Perché dovreste venire con me? Ho forse ancora in grembo figli che potrebbero diventare vostri mariti? 12Tornate indietro, figlie mie, andate! Io sono troppo vecchia per risposarmi. Se anche pensassi di avere una speranza, prendessi marito questa notte e generassi pure dei figli, 13vorreste voi aspettare che crescano e rinuncereste per questo a maritarvi? No, figlie mie; io sono molto più amareggiata di voi, poiché la mano del Signore è rivolta contro di me”. 14Di nuovo esse scoppiarono a piangere. Orpa si accomiatò con un bacio da sua suocera, Rut invece non si staccò da lei.

Rut rifiuta di separarsi dalla suocera 15Noemi le disse: “Ecco, tua cognata è tornata dalla sua gente e dal suo dio; torna indietro anche tu, come tua cognata”. 16Ma Rut replicò: “Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. 17Dove morirai tu, morirò anch'io e lì sarò sepolta. Il Signore mi faccia questo male e altro ancora, se altra cosa, che non sia la morte, mi separerà da te”.

Arrivo a Betlemme 18Vedendo che era davvero decisa ad andare con lei, Noemi non insistette più. 19Esse continuarono il viaggio, finché giunsero a Betlemme. Quando giunsero a Betlemme, tutta la città fu in subbuglio per loro, e le donne dicevano: “Ma questa è Noemi!”. 20Ella replicava: “Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l'Onnipotente mi ha tanto amareggiata! 21Piena me n'ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota. Perché allora chiamarmi Noemi, se il Signore si è dichiarato contro di me e l'Onnipotente mi ha resa infelice?“. 22Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l'orzo.

__________________________ Note

1,1 Nei nomi, dall’evidente valore simbolico, si compendia il dramma della famiglia: a parte Elimèlec, che significa “il mio Dio è re”, tutti gli altri sono funzionali al ruolo dei personaggi, come dimostra il mutamento di Noemi (“mia dolcezza”) in Mara (“amarezza”: 1,20). Maclon e Chilion vogliono dire rispettivamente “malattia” e “consunzione”; Orpa è “colei che volta le spalle”, mentre Rut può significare sia “compagna” sia “riconfortata”; Booz (2,1) e Obed (4,21), infine, significano l’uno “fermezza” e l’altro “servo (del Signore)”. I campi di Moab sono il fertile altopiano al di là del Mar Morto, compreso tra Ammon al nord e Edom al sud; il popolo che vi abitava non intrattenne mai rapporti amichevoli con Israele.

1,2 Efratei, di Betlemme: cioè appartenenti al clan giudeo di Èfrata, che si era insediato nella regione di Betlemme (1Sam 17,12); da qui l’associazione tra i due nomi, attestata anche nella profezia messianica di Mi 5,1, ripresa da Mt 2,5-6.

1,11 Ho forse ancora in grembo figli... mariti?: allusione alla pratica del levirato (da levir, in latino “cognato”). Secondo questa legge (Dt 25,5-6), la vedova del marito morto senza figli doveva andare sposa al parente più prossimo del defunto, in primo luogo al fratello, allo scopo di perpetuare la discendenza e assicurare la stabilità del patrimonio familiare.

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Approfondimenti

1,1-22. La vicenda è ambientata «al tempo in cui governavano i giudici» (v. 1), un'espressione generica, che intende proiettare i fatti in tempi remoti, premonarchici. L'emigrazione per carestia (v. 1) non è un fenomeno insolito nella Bibbia. Abramo (Gn 12,10) per lo stesso motivo emigrò in Egitto, Isacco (Gn 26,1) nel paese dei Filistei, Giacobbe (Gn 42,1) mandò i figli ancora in Egitto (cfr. anche 1Re 17,7-24; 2Re 8,1). Ora Elimelech è costretto a trasferirsi a Moab, che 2Re 3,4 definisce un paese fertile. Moab, a est del Mar Morto, fra Ammon al nord e Edom al sud, al tempo della monarchia era sede di una civiltà urbano-agricola non molto distante da quella israelitica. Nm 21-25 informa ampiamente sulla situazione di Moab prima dell'insediamento degli Ebrei in Canaan e sui rapporti tra Israeliti e Moabiti. S'è già detto dell'amicizia tra Davide e il re di Moab. Dopo Davide, Moab divenne un regno vassallo d'Israele (cfr. 2Sam 8,2). La celebre stele di Mesa ne parla, menzionando l'indipendenza ottenuta quindi dallo stesso Israele (cfr. 2Re 1,1; 3,4ss.). Nel nostro libretto i Moabiti, grazie a Rut, sono posti in una luce favorevole, anche se la famiglia di Noemi nel loro paese incontra solo sventure.

2-5. A parte Elimelech = «il mio Dio è re», gli altri nomi dei personaggi di Rt hanno un significato simbolico. Noemi significa «mia dolcezza» o «mia piacevolezza» o «mia bellezza». Il suo nome diventerà, per suo stesso desiderio, Mara (v. 20), che vuol dire «amara» (cfr. Es 15,23). Maclon ha il significato di «debolezza» e Chilion vuol dire «consunzione». Orpa significa «infedele», «colei che volta le spalle» e Rut è «l'amica, la compagna» o anche «la riconfortata». Quanto al nome di Booz, vuol dire «solidità, fermezza».

16-17a. A differenza della cognata Orpa, Rut non vuole abbandonare la suocera. Condividerne la sorte per lei significa lasciare la propria terra e religione, ed entrare a far parte di un altro popolo. Di Rut il testo sottolinea spesso la provenienza non israelitica (Rut è «moabita», 1,4; 2,2.6.21, è «straniera», 2,10) e, d'altro canto, ne mette in evidenza la bontà, quasi a voler sconfessare Dt 23,4-7.

17b. «Il Signore mi punisca come vuole» è, alla lettera, «Questo mi faccia JHWH e vi aggiunga quest'altro (male)». Si tratta della formula del “giuramento imprecatorio”, la cui origine va ricercata nel rito sacro del giuramento, col quale s'invocava sul capo dello spergiuro la fine stessa della vittima che veniva spaccata in due per il sacrificio (cfr. Gn 15,10.17). Qui peraltro la formula è usata in senso indeterminato (cfr. Nm 5,21s.; 1Sam 3,17; 14,44; 20,13; 25,22; 2Sam 3,9.35), senza la menzione dei mali concreti imprecati sullo spergiuro. Durante il rito sacro, invece, chi pronunciava il giuramento nominava uno ad uno i mali che imprecava sopra di sé in caso di inadempienza. Dietro a questo rito c'è la convinzione della validità automatica di una formula, accompagnata dal timore sacro della trasgressione, considerata l'efficacia magica della maledizione imprecata invocando il nome divino. Qui la primitività della concezione è andata perduta, come in genere nella Bibbia, che preferisce attribuire questi comportamenti a personaggi negativi, come Saul, o li critica espressamente (cfr. 1Sam 14,29-30).

20-21. Noemi assume un atteggiamento analogo a quello di Giobbe (Gb 1,21). Diversamente da Giobbe peraltro, non chiede a JHWH ragione di queste sue disgrazie. Dio è l'Onnipotente, secondo la versione LXX. che ha ho hikanos tradotto dalla Vulgata con omnipotens. Il Testo masoretico ha invece (’el) šadday, un nome proprio di Dio ricorrente una cinquantina di volte in tutto l'Antico Testamento e che i LXX traducono con theos, o anche theos šadday, e talune volte con ho kyrios, ho epouranios, ho hikanos. Questo nome divino è di etimologia e significato molto discussi (il giudaismo interpreta il titolo nel senso di «colui che basta»). Si può dire che siamo di fronte comunque a un nome prejahvistico (cananeo?), nell'Antico Testamento usato talvolta come epiteto arcaicizzante, specialmente in testi più recenti (oltre a Rt 1,20.21, cfr. Is 13,6; Gl 1,15; Ez 1,24; 10,5). L'epiteto ricopre una certa importanza nell'antica magia, come nome con poteri magici, e ciò persino nelle leggende musulmane. L'interpretazione di šadday nel senso di pantokratōr, diffusasi anche con la versione omnipotens di Girolamo, è una delle basi su cui si fonda la tradizione cristiana per parlare di Dio “onnipotente” (nei LXX invece Kyrios pantrokratōr, rende abitualmente JHWH ṣᵉba’ot).

(cf. VINCENZO GATTI, Rut – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Gli Israeliti avevano giurato a Mispa: “Nessuno di noi darà la propria figlia in moglie a un Beniaminita”. 2Il popolo venne a Betel, dove rimase fino alla sera davanti a Dio, alzò la voce, prorompendo in pianto, 3e disse: “Signore, Dio d'Israele, perché è avvenuto questo in Israele, che oggi in Israele sia venuta meno una delle sue tribù?”. 4Il giorno dopo il popolo si alzò di buon mattino, costruì in quel luogo un altare e offrì olocausti e sacrifici di comunione. 5Poi gli Israeliti dissero: “Fra tutte le tribù d'Israele, qual è quella che non è venuta all'assemblea davanti al Signore?”. Perché contro chi non fosse venuto alla presenza del Signore a Mispa si era pronunciato questo grande giuramento: “Sarà messo a morte”. 6Gli Israeliti si pentivano di quello che avevano fatto a Beniamino loro fratello e dicevano: “Oggi è stata soppressa una tribù d'Israele. 7Come faremo per procurare donne ai superstiti, dato che abbiamo giurato per il Signore di non dar loro in moglie nessuna delle nostre figlie?“. 8Dissero dunque: “Fra le tribù d'Israele, qual è quella che non è venuta davanti al Signore a Mispa?”. Risultò che nessuno di Iabes di Gàlaad era venuto all'accampamento dove era l'assemblea; 9fatta la rassegna del popolo, si era trovato che là non vi era nessuno degli abitanti di Iabes di Gàlaad.

10Allora la comunità vi mandò dodicimila uomini dei più valorosi e ordinò: “Andate e passate a fil di spada gli abitanti di Iabes di Gàlaad, comprese le donne e i bambini. 11Farete così: voterete allo sterminio ogni maschio e ogni donna che abbia avuto rapporti con un uomo; invece risparmierete le vergini”. Quelli fecero così. 12Trovarono fra gli abitanti di Iabes di Gàlaad quattrocento fanciulle vergini, che non avevano avuto rapporti con un uomo, e le condussero all'accampamento, a Silo, che è nella terra di Canaan. 13Tutta la comunità mandò messaggeri per parlare ai figli di Beniamino, che erano alla roccia di Rimmon, e per proporre loro la pace. 14Allora i Beniaminiti tornarono e furono date loro quelle donne di Iabes di Gàlaad a cui era stata risparmiata la vita; ma non erano sufficienti per tutti.

15Il popolo dunque si era pentito di quello che aveva fatto a Beniamino, perché il Signore aveva aperto una breccia fra le tribù d'Israele. 16Gli anziani della comunità dissero: “Come procureremo donne ai superstiti, poiché le donne beniaminite sono state sterminate?”. 17Soggiunsero: “Bisogna conservare il possesso di un resto a Beniamino, perché non sia soppressa una tribù in Israele. 18Ma noi non possiamo dare loro in moglie le nostre figlie, perché gli Israeliti hanno giurato: “Maledetto chi darà una moglie a Beniamino!”“. 19Aggiunsero: “Ecco, ogni anno si fa una festa per il Signore a Silo”. Questa città è a settentrione di Betel, a oriente della strada che sale da Betel a Sichem e a mezzogiorno di Lebonà. 20Diedero quest'ordine ai figli di Beniamino: “Andate, appostatevi nelle vigne 21e state attenti: quando le fanciulle di Silo usciranno per danzare in coro, uscite dalle vigne, rapite ciascuno una donna tra le fanciulle di Silo e andatevene nel territorio di Beniamino. 22Quando i loro padri o i loro fratelli verranno a discutere con noi, diremo loro: “Perdonateli: non le hanno prese una ciascuno in guerra, né voi le avete date loro: solo in tal caso sareste in colpa”“. 23I figli di Beniamino fecero a quel modo: si presero mogli, secondo il loro numero, fra le danzatrici; le rapirono, poi partirono e tornarono nel loro territorio, riedificarono le città, e vi stabilirono la loro dimora.

24In quel medesimo tempo, gli Israeliti se ne andarono ciascuno nella sua tribù e nella sua famiglia e da quel luogo ciascuno si diresse verso la sua eredità. 25In quel tempo non c'era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene.

__________________________ Note

21,1-25 I seicento Beniaminiti superstiti (20,47) garantiscono la sopravvivenza della tribù, perché a loro vengono procurate le mogli. Secondo una tradizione, vengono rapite le vergini di Iabes di Gàlaad, secondo un’altra, le figlie di Silo.

21,10 Iabes di Gàlaad: città tra lo Iarmuk e lo Iabbok, affluenti di sinistra del Giordano. Era in buoni rapporti con la tribù di Beniamino (vedi 1Sam 11; 31,11-13).

21,19 una festa per il Signore a Silo: forse una festa locale in occasione della vendemmia (vv. 21-22). Silo è a est della strada Betel-Sichem, 15 chilometri a nord di Betel.

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Approfondimenti

21,1-25. La guerra intertribale e fratricida non è celebrata con canti di gioia, ma con pianti di dolore per la tribù eliminata. Si cerca di aiutarla a risorgere, ma il giuramento degli Israeliti di non dare mai più donne in spose ai Beniaminiti comporterebbe l'estinzione totale della tribù. Due diverse tradizioni, qui armonizzate, propongono soluzioni al problema. Il racconto procede in maniera disorganica e piuttosto dimessa.

1-9. L'assemblea d'Israele questa volta avviene a Betel, 22 chilometri a nord di Gerusalemme, ai confini tra Beniamino ed Efraim. Era il centro cultuale più importante per Israele (cfr. 20,18.26; inoltre Gn 28,10ss; 35,1-8, ecc.; vedi anche 1,22ss.). La scena presenta una breve liturgia penitenziale, commovente (il popolo «prorompe in pianto», v. 2). A Betel l'altare c'era già, contrariamente a quanto dice il v. 4. Gli abitanti di Iabes di Galaad (vv. 8-9) non erano intervenuti contro Beniamino, perché non si erano legati con giuramento. Questa loro assenza meritava una punizione. Iabes di Galaad si trovava tra lo Iabbok e lo Iarmuk.

10-13. La punizione arriva, esemplare, secondo i canoni dello sterminio (ḥērem, vedi Gs 7), almeno secondo il testo. Ma considerata l'importanza che la città ebbe in seguito, è difficile pensare a uno sterminio totale. Sono risparmiate in ogni caso le vergini, destinate ai Beniaminiti superstiti.

15-24. È chiaro che siamo dinanzi a una tradizione diversa. I vv. 15-16 ripetono i vv. 6-7, il v. 18 riprende quanto è già stato detto più volte in 21,1-9. Silo, 17 chilometri circa a nord di Betel, è anch'esso santuario centrale d'Israele (Gs 18,1.8-10; 19,51; 21,2; 22,9.12; Gdc 18,31. Vedi anche 18,31). La festa di cui si parla può essere quella dei Tabernacoli, che si celebrava alla fine dei raccolti

25. Cfr. 17,6; 18,1; 19,1. Il redattore finale ribadisce La propria tesi in favore della monarchia: queste cose succedevano in quanto in Israele mancava il re a garantire la pace tribale e nazionale.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Allora tutti gli Israeliti uscirono, da Dan fino a Bersabea e al territorio di Gàlaad, e la comunità si radunò come un sol uomo dinanzi al Signore, a Mispa. 2I capi di tutto il popolo e tutte le tribù d'Israele si presentarono all'assemblea del popolo di Dio, in numero di quattrocentomila fanti che maneggiavano la spada. 3I figli di Beniamino vennero a sapere che gli Israeliti erano venuti a Mispa. Gli Israeliti dissero: “Parlate! Com'è avvenuta questa scelleratezza?”. 4Allora il levita, il marito della donna che era stata uccisa, rispose: “Io ero giunto con la mia concubina a Gàbaa di Beniamino, per passarvi la notte. 5Ma gli abitanti di Gàbaa insorsero contro di me e circondarono di notte la casa dove stavo. Volevano uccidere me; quanto alla mia concubina, le usarono violenza fino al punto che ne morì. 6Io presi la mia concubina, la feci a pezzi e mandai i pezzi a tutti i territori dell'eredità d'Israele, perché costoro hanno commesso un delitto e un'infamia in Israele. 7Eccovi qui tutti, Israeliti: consultatevi e decidete qui”. 8Tutto il popolo si alzò insieme gridando: “Nessuno di noi tornerà alla tenda, nessuno di noi rientrerà a casa. 9Ora ecco quanto faremo a Gàbaa: tireremo a sorte 10e prenderemo in tutte le tribù d'Israele dieci uomini su cento, cento su mille e mille su diecimila, i quali andranno a cercare viveri per il popolo, per quelli che andranno a punire Gàbaa di Beniamino, come merita l'infamia che ha commesso in Israele”. 11Così tutti gli Israeliti si radunarono contro la città, uniti come un solo uomo. 12Le tribù d'Israele mandarono uomini in tutta la tribù di Beniamino a dire: “Quale delitto è stato commesso in mezzo a voi? 13Consegnateci quegli uomini iniqui di Gàbaa, perché li uccidiamo e cancelliamo il male da Israele”. Ma i figli di Beniamino non vollero ascoltare la voce dei loro fratelli, gli Israeliti.

14I figli di Beniamino uscirono dalle loro città e si radunarono a Gàbaa per combattere contro gli Israeliti. 15Si passarono in rassegna i figli di Beniamino usciti dalle città: formavano un totale di ventiseimila uomini che maneggiavano la spada, senza contare gli abitanti di Gàbaa. 16Fra tutta questa gente c'erano settecento uomini scelti, che erano ambidestri. Tutti costoro erano capaci di colpire con la fionda un capello, senza mancarlo. 17Si fece pure la rassegna degli Israeliti, non compresi quelli di Beniamino, ed erano quattrocentomila uomini in grado di maneggiare la spada, tutti guerrieri. 18Gli Israeliti si mossero, vennero a Betel e consultarono Dio, dicendo: “Chi di noi andrà per primo a combattere contro i figli di Beniamino?”. Il Signore rispose: “Giuda andrà per primo”. 19Il mattino dopo, gli Israeliti si mossero e si accamparono presso Gàbaa. 20Gli Israeliti uscirono per combattere contro Beniamino e si disposero in ordine di battaglia contro di loro, presso Gàbaa. 21Allora i figli di Beniamino uscirono da Gàbaa e in quel giorno sterminarono ventiduemila Israeliti, 22ma l'esercito degli Israeliti si rinfrancò ed essi tornarono a schierarsi in battaglia dove si erano schierati il primo giorno. 23Gli Israeliti salirono a piangere davanti al Signore fino alla sera e consultarono il Signore, dicendo: “Devo continuare a combattere contro Beniamino, mio fratello?”. Il Signore rispose: “Andate contro di loro”. 24Gli Israeliti vennero a battaglia con i figli di Beniamino una seconda volta. 25I Beniaminiti una seconda volta uscirono da Gàbaa contro di loro e sterminarono altri diciottomila uomini degli Israeliti, tutti atti a maneggiare la spada. 26Allora tutti gli Israeliti e tutto il popolo salirono a Betel, piansero e rimasero davanti al Signore e digiunarono quel giorno fino alla sera e offrirono olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore. 27Gli Israeliti consultarono il Signore – l'arca dell'alleanza di Dio in quel tempo era là 28e Fineès, figlio di Eleàzaro, figlio di Aronne, prestava servizio davanti ad essa in quel tempo – e dissero: “Devo continuare ancora a uscire in battaglia contro i figli di Beniamino, mio fratello, o devo cessare?”. Il Signore rispose: “Andate, perché domani li consegnerò in mano vostra”. 29Israele tese quindi un agguato intorno a Gàbaa. 30Gli Israeliti andarono il terzo giorno contro i figli di Beniamino e si disposero a battaglia presso Gàbaa come le altre volte. 31I figli di Beniamino fecero una sortita contro il popolo, si lasciarono attirare lontano dalla città e cominciarono a colpire e a uccidere, come le altre volte, alcuni del popolo d'Israele, lungo le strade che portano l'una a Betel e l'altra a Gàbaon, in aperta campagna: ne uccisero circa trenta. 32Già i figli di Beniamino pensavano: “Eccoli sconfitti davanti a noi come la prima volta”. Ma gli Israeliti dissero: “Fuggiamo e attiriamoli dalla città sulle strade!”. 33Tutti gli Israeliti abbandonarono la loro posizione e si disposero a battaglia a Baal-Tamar, mentre quelli di Israele che erano in agguato sbucavano dal luogo dove si trovavano, a occidente di Gàbaa. 34Diecimila uomini scelti in tutto Israele giunsero davanti a Gàbaa. Il combattimento fu aspro: quelli non si accorgevano del disastro che stava per colpirli. 35Il Signore sconfisse Beniamino davanti a Israele; gli Israeliti uccisero in quel giorno venticinquemilacento uomini di Beniamino, tutti atti a maneggiare la spada. 36I figli di Beniamino si accorsero di essere sconfitti. Gli Israeliti avevano ceduto terreno a Beniamino, perché confidavano nell'agguato che avevano teso presso Gàbaa. 37Quelli che stavano in agguato, infatti, si gettarono d'improvviso contro Gàbaa e, fattavi irruzione, passarono a fil di spada l'intera città. 38C'era un segnale convenuto fra gli Israeliti e quelli che stavano in agguato: questi dovevano far salire dalla città una colonna di fumo. 39Gli Israeliti avevano dunque voltato le spalle nel combattimento e gli uomini di Beniamino avevano cominciato a colpire e uccidere circa trenta uomini d'Israele. Essi dicevano: “Ormai essi sono sconfitti davanti a noi, come nella prima battaglia!”. 40Ma quando il segnale, la colonna di fumo, cominciò ad alzarsi dalla città, quelli di Beniamino si voltarono indietro ed ecco, tutta la città saliva in fiamme verso il cielo. 41Allora gli Israeliti tornarono indietro e gli uomini di Beniamino furono presi dal terrore, vedendo il disastro piombare loro addosso. 42Voltarono le spalle davanti agli Israeliti e presero la via del deserto; ma i combattenti li incalzavano e quelli che venivano dalla città piombavano in mezzo a loro massacrandoli. 43Circondarono i Beniaminiti, li inseguirono senza tregua, li incalzarono fino di fronte a Gàbaa, dal lato orientale. 44Caddero dei Beniaminiti diciottomila uomini, tutti valorosi. 45I superstiti voltarono le spalle e fuggirono verso il deserto, in direzione della roccia di Rimmon e gli Israeliti ne rastrellarono per le strade cinquemila, li incalzarono fino a Ghìdeom e ne colpirono altri duemila. 46Così il numero totale dei Beniaminiti che caddero quel giorno fu di venticinquemila, atti a maneggiare la spada, tutta gente di valore. 47Seicento uomini, che avevano voltato le spalle ed erano fuggiti verso il deserto, raggiunsero la roccia di Rimmon e rimasero alla roccia di Rimmon quattro mesi. 48Intanto gli Israeliti tornarono contro i figli di Beniamino, passarono a fil di spada nella città uomini e bestiame e quanto trovarono, e diedero alle fiamme anche tutte le città che incontrarono.

__________________________ Note

20,1 da Dan fino a Bersabea e al territorio di Gàlaad: i due primi nomi indicano il confine storico del territorio d’Israele; il terzo, Gàlaad, serve per includervi anche le tribù a oriente del Giordano. Mispa è a 13 chilometri a nord di Gerusalemme.

20,18 Betel: santuario importante già al tempo del patriarca Giacobbe, 17 chilometri a nord di Gerusalemme, sulla strada di Sichem.

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Approfondimenti

20,1-48. Il capitolo insiste sul coinvolgimento di tutto Israele, sia nella “dieta” (vv. 1-13), che nella battaglia contro Beniamino (vv. 14-18). Il testo non è coerente e denuncia almeno due forme di interventi redazionali.

1-13. L'assemblea si raccoglie a Mizpa, non lontano da Gabaa, anche se già in territorio efraimita. È presentata con tratti ideali e con l'accentuazione dell'aspetto liturgico, il che sembra denunciare tardivi interventi, sullo stile del Cronista, come risulta anche nella seconda parte del capitolo, dove la tribù di Giuda è messa in rilievo, secondo una prospettiva peculiare dell'opera cronistica. Dominano espressioni quali «tutto il popolo», «tutte le tribù d'Israele», «tutti gli Israeliti», «tutto il territorio della nazione d'Israele», cui fanno da contrasto «tutta la tribù di Beniamino», «i figli di Beniamino». Il popolo che si raduna è in ebraico la ‘ēdāh, che è «convocata» (uso del verbo qhl, v. 1, vedi commento a Dt 23,2-9). Al v. 2 si parla ancora della «assemblea» (qabal) del popolo ‘ēdāh. Le cifre, qui e più avanti, sono iperboliche e anche incoerenti. Il numero dei morti non torna e risulta circa il doppio dei partecipanti alla battaglia. Questo dato, e altri che noteremo sotto, fanno pensare a una fusione – in un primo intervento redazionale – di due diverse tradizioni.

14-48. Il racconto della battaglia di Gabaa non è linea-re. I vv. 29-35 e 36-42a sembrano due versioni di uno stesso episodio; i vv. 30-34 contengono oscurità e ripetizioni. Sostanzialmente tuttavia il brano ricalca il racconto della conquista di Ai (Gs 7-8). Si hanno anzitutto due tentativi di attacco frontale da parte degli Israeliti (vv. 15-23.24-28). Entrambi falliscono. Al terzo tentativo (vv. 29-48) gli Israeliti cambiano tattica. Simulano un attacco frontale in massa e invece mettono sul campo solo parte dei soldati, mentre gli altri si nascondono attorno a Gabaa. Le truppe in campo aperto vengono sconfitte e fuggono e i Beniaminiti, inseguendole, si allontanano dalla città. Gli Israeliti in agguato incendiano Gabaa. Il fumo richiama indietro i Beniaminiti, che vengono a trovarsi così attanagliati dal nemico e costretti a fuggire verso il deserto, dove sono «rastrellati» (così il testo) in grande numero. Solo «seicento» si salvano, sulla roccia di Rimmon, verso est, poco lontano dal luogo dello scontro.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Il delitto di Gàbaa e la guerra contro Beniamino (19,1-21,25) 1In quel tempo, quando non c'era un re in Israele, un levita, che dimorava all'estremità delle montagne di Èfraim, si prese per concubina una donna di Betlemme di Giuda. 2Ma questa sua concubina provò avversione verso di lui e lo abbandonò per tornare alla casa di suo padre, a Betlemme di Giuda, e vi rimase per un certo tempo, per quattro mesi. 3Suo marito si mosse e andò da lei, per parlare al suo cuore e farla tornare. Aveva preso con sé il suo servo e due asini. Ella lo condusse in casa di suo padre; quando il padre della giovane lo vide, gli andò incontro con gioia. 4Il padre della giovane, suo suocero, lo trattenne ed egli rimase con lui tre giorni; mangiarono e bevvero e passarono la notte in quel luogo. 5Il quarto giorno si alzarono di buon'ora e il levita si disponeva a partire. Il padre della giovane disse al genero: “Prendi un boccone di pane per ristorarti; poi ve ne andrete”. 6Così sedettero tutti e due insieme, mangiarono e bevvero. Poi il padre della giovane disse al marito: “Accetta di passare qui la notte e il tuo cuore gioisca”. 7Quell'uomo si alzò per andarsene; ma il suocero fece tanta insistenza che accettò di passare la notte in quel luogo. 8Il quinto giorno egli si alzò di buon'ora per andarsene e il padre della giovane gli disse: “Ristòrati prima”. Così indugiarono fino al declinare del giorno e mangiarono insieme. 9Quando quell'uomo si alzò per andarsene con la sua concubina e con il suo servo, il suocero, il padre della giovane, gli disse: “Ecco, il giorno ora volge a sera: state qui questa notte. Ormai il giorno sta per finire: passa la notte qui e riconfòrtati. Domani vi metterete in viaggio di buon'ora e andrai alla tua tenda”. 10Ma quell'uomo non volle passare la notte in quel luogo; si alzò, partì e giunse di fronte a Gebus, cioè Gerusalemme, con i suoi due asini sellati, la sua concubina e il servo.

11Quando furono vicino a Gebus, il giorno era molto avanzato e il servo disse al suo padrone: “Vieni, deviamo il cammino verso questa città dei Gebusei e passiamo lì la notte”. 12Il padrone gli rispose: “Non entreremo in una città di stranieri, i cui abitanti non sono Israeliti, ma andremo oltre, fino a Gàbaa”. 13E disse al suo servo: “Vieni, raggiungiamo uno di quei luoghi e passeremo la notte a Gàbaa o a Rama”. 14Così passarono oltre e continuarono il viaggio; il sole tramontava quando si trovarono nei pressi di Gàbaa, che appartiene a Beniamino. 15Deviarono in quella direzione per passare la notte a Gàbaa. Il levita entrò e si fermò sulla piazza della città; ma nessuno li accolse in casa per la notte. 16Quand'ecco un vecchio, che tornava la sera dal lavoro nei campi – era un uomo delle montagne di Èfraim, che abitava come forestiero a Gàbaa, mentre la gente del luogo era beniaminita –, 17alzàti gli occhi, vide quel viandante sulla piazza della città. Il vecchio gli disse: “Dove vai e da dove vieni?”. 18Quegli rispose: “Andiamo da Betlemme di Giuda fino all'estremità delle montagne di Èfraim. Io sono di là ed ero andato a Betlemme di Giuda; ora mi reco alla casa del Signore, ma nessuno mi accoglie sotto il suo tetto. 19Eppure abbiamo paglia e foraggio per i nostri asini e anche pane e vino per me, per la tua serva e per il giovane che è con i tuoi servi: non ci manca nulla”. 20Il vecchio gli disse: “La pace sia con te! Prendo a mio carico quanto ti occorre; non devi passare la notte sulla piazza”. 21Così lo condusse in casa sua e diede foraggio agli asini; i viandanti si lavarono i piedi, poi mangiarono e bevvero. 22Mentre si stavano riconfortando, alcuni uomini della città, gente iniqua, circondarono la casa, bussando fortemente alla porta, e dissero al vecchio padrone di casa: “Fa' uscire quell'uomo che è entrato in casa tua, perché vogliamo abusare di lui”. 23Il padrone di casa uscì e disse loro: “No, fratelli miei, non comportatevi male; dal momento che quest'uomo è venuto in casa mia, non dovete commettere quest'infamia! 24Ecco mia figlia, che è vergine, e la sua concubina: io ve le condurrò fuori, violentatele e fate loro quello che vi pare, ma non commettete contro quell'uomo una simile infamia”. 25Ma quegli uomini non vollero ascoltarlo. Allora il levita afferrò la sua concubina e la portò fuori da loro. Essi la presero e la violentarono tutta la notte fino al mattino; la lasciarono andare allo spuntar dell'alba. 26Quella donna sul far del mattino venne a cadere all'ingresso della casa dell'uomo presso il quale stava il suo padrone, e là restò finché fu giorno chiaro. 27Il suo padrone si alzò alla mattina, aprì la porta della casa e uscì per continuare il suo viaggio, ed ecco che la donna, la sua concubina, giaceva distesa all'ingresso della casa, con le mani sulla soglia. 28Le disse: “Àlzati, dobbiamo partire!”. Ma non ebbe risposta. Allora il marito la caricò sull'asino e partì per tornare alla sua abitazione. 29Come giunse a casa, si munì di un coltello, afferrò la sua concubina e la tagliò, membro per membro, in dodici pezzi; poi li spedì per tutto il territorio d'Israele. 30Agli uomini che inviava ordinò: “Così direte a ogni uomo d'Israele: “È forse mai accaduta una cosa simile da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d'Egitto fino ad oggi? Pensateci, consultatevi e decidete!”“. Quanti vedevano, dicevano: “Non è mai accaduta e non si è mai vista una cosa simile, da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d'Egitto fino ad oggi!”.

__________________________ Note

19,10 Gebus: è Gerusalemme, chiamata così dagli Israeliti perché abitata dai Gebusei (vedi 1,21).

19,15 a Gàbaa o a Rama: sono rispettivamente a sei e a nove chilometri da Gerusalemme, lungo la strada da Gerusalemme a Betel e Sichem. La prima è chiamata anche Gàbaa di Beniamino o Gàbaa di Saul (oggi Tell el-Ful).

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Approfondimenti

19,1-21,25. Questa seconda appendice al libro dei Giudici parla di eventi che risalgono al primo periodo della conquista, anche se l'attuale forma del racconto è dovuta a una mano postesilica.

Lo svolgersi dell'azione è, almeno all'inizio, lineare. Un levita di Efraim di ritorno da Betlemme dove era andato a riprendersi la concubina fuggita (19,1-9) fa tappa a Gabaa di Beniamino, 6 chilometri a nord di Gerusalemme, dove è ospitato da un anziano Efraimita (vv. 10-21) e durante la notte in una tragedia allucinante la concubina del levita muore (vv. 22-28), e questi reagisce con un gesto di estrema provocazione (vv. 28-30), tale da coinvolgere tutto Israele.

Il c. 20 presenta (vv. 1-13) un'assemblea degli Israeliti a Mizpa, importante centro politico e cultuale premonarchico, 13 chilometri a nord di Gerusalemme. Si decide di punire Beniamino. La guerra intertribale decima la tribù colpevole (vv. 14-18).

Il c. 21 è dedicato interamente alla ricostruzione della tribù di Beniamino e, con essa, dell'unità e integrità d'Israele. Gli Israeliti «si pentono» d'aver distrutto Beniamino e, nell'assemblea di Betel, decidono misure adatte a ridare consistenza alla tribù punita (vv. 1-7) a spese, si fa per dire, delle vergini di Iabes (vv. 8-14) e poi delle danzatrici di Silo (vv. 15-25). Diversamente dalla prima appendice, il centro dell'attenzione qui è la confederazione delle dodici tribù e l'argomento principale la solidarietà che lega gli Israeliti tra loro nel bene e nel male.

19,1-30. Sul piano letterario è uno dei capitoli più belli dell'Antico Testamento, in cui scene e dialoghi improntati a familiarità e serenità (vv. 4-9.16-21) si contrappongono a quadri d'orrore, con abili variazioni del ritmo narrativo. Un motivo centrale è quello dell'ospitalità, concessa generosamente, o negata e violata nella sua sacralità.

1. Cfr. 17,6; 18,1 e 21,25. Nonostante queste formule redazionali, poste in punti chiave, i racconti non sono primariamente in funzione monarchica.

2. «lo abbandonò». Il TM ha «si prostituì», il che pone meglio in risalto l'iniziativa del marito che, ancora innamorato, perdona la donna infedele e va a ricercarla (cfr. Os 2-3). Le concubine erano legalmente ammesse.

9. «andrai alla tua tenda» è espressione idiomatica, che ricorda il periodo della vita nomadica. Significa semplicemente «tornerai a casa».

10. Gebus, come nome di Gerusalemme, qui (anche al v. 11) e in 1Cr 11,4s.

13. Gabaa e Rama si trovano sulla strada che da Gerusalemme porta al nord. Gabaa è la città di Saul. Rama è – secondo la tradizione (cfr. Ger 31,15) – il luogo dove morì Rachele (Gn capitolo 35). Si trova un po' più a nord di Gabaa.

22. «gente iniqua», lett. «figli di Belial». Belial è un appellativo del diavolo.

23. «cattiva azione», in ebr. nᵉbalâ da nabal, «stolto» col senso molto accentuato di «cosa infamante», «infamia», «vergogna» (cfr. Dt 32,6.21). Il racconto richiama qui la pagina di Sodoma (Gn 19).

24-25. Le iniziative dell'anziano Efraimita e del levita sono considerate lecite. Abramo non aveva esitato a fare altrettanto (e in casi meno gravi) con Sara (Gn 12 e 20). Giaele (Gdc 4,17ss.) fece lo stesso di sua iniziativa, e così farà Giuditta.

29-30. Cfr. 1Sam 11,7, dove si parla di Saul che però squarta un paio di buoi.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Allora non c'era un re in Israele e in quel tempo la tribù dei Daniti cercava un territorio per stabilirvisi, perché fino a quei giorni non le era toccata nessuna eredità fra le tribù d'Israele. 2I figli di Dan mandarono dunque da Sorea e da Estaòl cinque uomini della loro tribù, uomini di valore, per visitare ed esplorare il territorio; dissero loro: “Andate ad esplorare il territorio!”. Quelli giunsero sulle montagne di Èfraim fino alla casa di Mica e passarono la notte in quel luogo. 3Mentre erano presso la casa di Mica, riconobbero la voce del giovane levita; avvicinatisi, gli chiesero: “Chi ti ha condotto qua? Che cosa fai in questo luogo? Che hai tu qui?”. 4Rispose loro: “Mica mi ha fatto così e così, mi dà un salario e io sono divenuto suo sacerdote”. 5Gli dissero: “Consulta Dio, perché possiamo sapere se il viaggio che abbiamo intrapreso avrà buon esito”. 6Il sacerdote rispose loro: “Andate in pace, il viaggio che fate è sotto lo sguardo del Signore”. 7I cinque uomini continuarono il viaggio e arrivarono a Lais e videro che il popolo, che vi abitava, viveva in sicurezza, secondo i costumi di quelli di Sidone, tranquillo e fiducioso; non c'era nella regione chi, usurpando il potere, facesse qualcosa di offensivo; erano lontani da quelli di Sidone e non avevano relazione con nessuno. 8Poi tornarono dai loro fratelli a Sorea e a Estaòl, e i fratelli chiesero loro: “Che notizie portate?”. 9Quelli risposero: “Alziamoci e andiamo contro quella gente, poiché abbiamo visto il territorio ed è ottimo. E voi rimanete inattivi? Non indugiate a partire per andare a prendere in possesso il territorio. 10Quando arriverete là, troverete un popolo che non sospetta di nulla. La terra è vasta e Dio ve l'ha consegnata nelle mani; è un luogo dove non manca nulla di ciò che è sulla terra”.

11Allora seicento uomini della tribù dei Daniti partirono da Sorea e da Estaòl, ben armati. 12Andarono e si accamparono a Kiriat-Iearìm, in Giuda; perciò il luogo, che è a occidente di Kiriat-Iearìm, fu chiamato e si chiama fino ad oggi Accampamento di Dan. 13Di là passarono sulle montagne di Èfraim e giunsero alla casa di Mica. 14I cinque uomini che erano andati a esplorare la terra di Lais dissero ai loro fratelli: “Sapete che in queste case ci sono un efod, i terafìm e una statua di metallo fuso? Sappiate ora quello che dovete fare”. 15Quelli si diressero da quella parte, giunsero alla casa del giovane levita, cioè alla casa di Mica, e lo salutarono. 16Mentre i seicento uomini, muniti delle loro armi, stavano davanti alla porta, 17i cinque uomini che erano andati a esplorare il territorio, vennero, entrarono in casa, presero la statua di metallo fuso, l'efod e i terafìm. Intanto il sacerdote stava davanti alla porta con i seicento uomini armati. 18Quando, entrati in casa di Mica, ebbero preso la statua di metallo fuso, l'efod e i terafìm, il sacerdote disse loro: “Che cosa fate?”. 19Quelli gli risposero: “Taci, mettiti la mano sulla bocca, vieni con noi e sarai per noi padre e sacerdote. Che cosa è meglio per te: essere sacerdote della casa di un uomo solo oppure essere sacerdote di una tribù e di una famiglia in Israele?“. 20Il sacerdote gioì in cuor suo; prese l'efod, i terafìm e la statua e si unì a quella gente. 21Allora si rimisero in cammino, mettendo innanzi a loro i bambini, il bestiame e le masserizie.

22Essi erano già lontani dalla casa di Mica, quando i suoi vicini si misero in armi e raggiunsero i Daniti. 23Allora gridarono ai Daniti. Questi si voltarono e dissero a Mica: “Perché ti sei messo in armi?”. 24Egli rispose: “Avete portato via gli dèi che mi ero fatto e il sacerdote, e ve ne siete andati. Ora che cosa mi resta? Come potete dunque dirmi: “Che cos'hai?”“. 25I Daniti gli dissero: “Non si senta la tua voce dietro a noi, perché uomini irritati potrebbero scagliarsi su di voi e tu ci perderesti la vita e la vita di quelli della tua casa!”. 26I Daniti continuarono il viaggio; Mica, vedendo che erano più forti di lui, si voltò indietro e tornò a casa.

27Quelli dunque, presi con sé gli oggetti che Mica aveva fatto e il sacerdote che aveva al suo servizio, giunsero a Lais, a un popolo che se ne stava tranquillo e fiducioso; lo passarono a fil di spada e diedero la città alle fiamme. 28Nessuno le prestò aiuto, perché era lontana da Sidone e i suoi abitanti non avevano relazioni con altra gente. Essa era nella valle che si estende verso Bet-Recob. Poi i Daniti ricostruirono la città e l'abitarono. 29La chiamarono Dan dal nome di Dan, loro padre, che era nato da Israele; ma prima la città si chiamava Lais. 30E i Daniti eressero per loro uso la statua; Giònata, figlio di Ghersom, figlio di Mosè, e i suoi figli furono sacerdoti della tribù dei Daniti, finché gli abitanti della regione furono deportati. 31Essi misero in onore per proprio uso la statua, che Mica aveva fatto, finché la casa di Dio rimase a Silo.

__________________________ Note

18,1 la tribù dei Daniti cercava un territorio: la tribù di Dan non riuscì a impossessarsi del proprio territorio, che si trovava a occidente di quello di Beniamino, perché gli Amorrei la respingevano verso la montagna (Gdc 1,34). Il grosso della tribù fu perciò costretto a emigrare; tuttavia una parte rimase nel territorio originario come attesta la storia di Sansone, cronologicamente posteriore.

18,7 Lais: così era chiamata la città (Lesem secondo Gs 19,47) prima di cambiare il suo nome in Dan.

18,30 Giònata, figlio di Ghersom: non solo è levita legittimo, ma si riallaccia a Ghersom, figlio di Mosè, e dunque a Mosè stesso (vedi Es 2,22; 18,3). La deportazione a cui si accenna è forse quella operata da Tiglat-Pilèser III nel 734 a.C. (2Re 15,29).

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Approfondimenti

1-10. La situazione di Dan non era esclusiva. All'inizio anche altre tribù, presumibilmente, dovettero darsi da fare per trovare un loro territorio. Per i Daniti le cose si complicarono perché si trovarono pressati tra le potenti tribù di Giuda ed Efraim da un lato e i temibili Filistei dall'altro. Gran parte della tribù quindi fu costretta ad emigrare verso il nord, in cerca di una nuova sede (Gs 19,40-48). Come Mosè (Nm 13) e Giosuè (Gs 2), anch'essi inviano esploratori, che sulla via verso il nord incontrano il levita accasato da Mica, una loro vecchia conoscenza (v. 3). I nomi delle due località, Zorea e Estaol, sono centrali nella vicenda di Sansone (13,2). Di qui partono gli esploratori. Le avventure di Sansone sono successive a questa trasmigrazione, la quale non coinvolse tutta la tribù, come risulta dal v. 11.

7. Lais si trova non distante da Cesarea di Filippo, presso le sorgenti del Giordano. A ovest c'era il regno fenicio e a est quello arameo. Ma la zona restava isolata da entrambi. Il racconto insiste (cfr. anche i vv. 10 e 27) sul carattere pacifico degli abitanti di Lais e sulla mancanza di alleanze politiche. Per i Daniti è questo un motivo in più per decidere di eliminarli e impossessarsi dei loro territori. Del resto, che questi Daniti siano senza scrupoli risulterà anche dall'episodio seguente, in cui la loro rapacità andrà a danno di un Israelita.

11-31. La vicenda si sviluppa in tre momenti:

  • vv. 11-21, i Daniti, preceduti dai loro cinque esploratori, arrivano alla casa di Mica e portano via gli oggetti sacri del santuario domestico, insieme al levita, la cui venalità gli fa dimenticare il debito di riconoscenza verso l'ospite;
  • vv. 22-26, gli amici di Mica, la gente del vicinato abituata a frequentare il suo santuario, cercano di reagire al sopruso, ma desistono presto, spaventati dall'arroganza dei Daniti;
  • vv. 27-31, i Daniti annientano la pacifica Lais e ricostruiscono la città, chiamandola Dan.

Quindi vi erigono il santuario con gli oggetti sacri rubati a Mica. Il levita sparisce e al suo posto affiora un altro nome.

14-18. Il passo contiene ripetizioni, dovute forse alla fusione di due tradizioni. Secondo i vv. 16-17.18b, sembra che siano i cinque esploratori a impadronirsi degli oggetti sacri e ad essere interpellati poi dal sacerdote, rimasto fuori con i «seicento uomini». Secondo il v. 18a invece sembra che a prendere gli oggetti siano i seicento Daniti.

30. «eressero per loro uso la statua scolpita», in ebr. «idolo». «Gionata» compare solo ora. Secondo logica, dovrebbe essere il levita, il quale però non era della tribù di Giuda; «figlio di Manasse» doveva essere in origine «figlio di Mosè», cambiato da un copista in Manasse (in ebraico basta inserire tra la m e la s una n), perché il nome di Mosè qui doveva risultare inopportuno. La deportazione di cui si parla è quella seguita alla campagna militare di Tiglat-Pilezer, del 734.

31. Che senso ha «Silo» qui? Forse è un errore testuale, invece di «Dan», a meno che non si voglia dire che i santuari di Silo e di Dan inizialmente erano contemporanei. Il santuario di Silo fu distrutto dai Filistei (1Sam 4), mentre quello di Dan durò più a lungo (2Re 10,29).

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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DUE APPENDICI (17,1-21,25)

Il santuario di Mica e di Dan (17,1-13) 1C'era un uomo delle montagne di Èfraim che si chiamava Mica. 2Egli disse alla madre: “Quei millecento sicli d'argento che ti erano stati presi e per i quali hai pronunciato una maledizione, e l'hai pronunciata alla mia presenza, ecco, li ho io; quel denaro l'avevo preso io. Ora te lo restituisco”. La madre disse: “Benedetto sia mio figlio dal Signore!”. 3Egli restituì alla madre i millecento sicli d'argento e la madre disse: “Io consacro con la mia mano questo denaro al Signore, in favore di mio figlio, per farne una statua di metallo fuso”. 4Quando egli ebbe restituito il denaro alla madre, questa prese duecento sicli e li diede al fonditore, il quale ne fece una statua di metallo fuso, che fu collocata nella casa di Mica. 5Quest'uomo, Mica, aveva un santuario; fece un efod e i terafìm e diede l'investitura a uno dei figli, che divenne suo sacerdote. 6In quel tempo non c'era un re in Israele; ognuno faceva come gli sembrava bene. 7Ora c'era un giovane di Betlemme di Giuda, della tribù di Giuda, il quale era un levita e abitava in quel luogo come forestiero. 8Quest'uomo era partito dalla città di Betlemme di Giuda, per cercare una dimora dovunque la trovasse. Cammin facendo era giunto sulle montagne di Èfraim, alla casa di Mica. 9Mica gli domandò: “Da dove vieni?”. Gli rispose: “Sono un levita di Betlemme di Giuda e vado a cercare una dimora dove la troverò”. 10Mica gli disse: “Rimani con me e sii per me padre e sacerdote; ti darò dieci sicli d'argento all'anno, vestiario e vitto”. Il levita entrò. 11Il levita dunque acconsentì a stare con quell'uomo, che trattò il giovane come un figlio. 12Mica diede l'investitura al levita; il giovane divenne suo sacerdote e si stabilì in casa di lui. 13Mica disse: “Ora so che il Signore mi farà del bene, perché questo levita è divenuto mio sacerdote”. __________________________ Note

17,1-18,31 Questa prima appendice riferisce l’origine del santuario e del sacerdozio nella città di Dan. Nel corso della tradizione e delle diverse redazioni, la narrazione ha ricevuto varie aggiunte denigratorie per il fatto che il re Geroboamo, figlio di Nebat, fece di Dan uno dei due santuari scismatici del suo regno e vi collocò il vitello d’oro.

17,1 Le montagne di Èfraim: la parte centrale della terra di Canaan, ove si trovava la tribù di Èfraim.

17,5 L’efod e i terafìm erano oggetti necessari per l’esercizio del culto (vedi 8,27).

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Approfondimenti

17,1-18,31. Con i cc. 17-18, la prima appendice, siamo trasportati in un'atmosfera tutta diversa. In Israele sono ancora del tutto assenti i “giudici” e i “salvatori”. Non è ancora avvenuta, a quanto pare, la distribuzione organica del paese, di cui ci ha parlato il libro di Giosuè. Tra le varie tribù c'è ancora chi, come i Daniti, è alla ricerca di un territorio in cui insediarsi (18,1). I protagonisti di questa prima appendice sono un efraimita di nome Mica, che si costruisce un santuario domestico (17,1-6), un levita di Betlemme di Giuda, in cerca di un lavoro che si addica alla sua specializzazione cultuale (17,7-13), la tribù di Dan, in cerca di un territorio meno scomodo di quello confinante con il Giordano (c. 18), oltre che, non possiamo sottacerlo, i pacifici abitanti di Lais, «un popolo che se ne stava tranquillo e sicuro» (18,7.27), all'estremo nord della Palestina, presso le fonti del Giordano, ai piedi dell'Ermon, in una zona splendida e fertilissima. L'unica colpa di questi contadini era di esistere e di vivere in un simile luogo e, si direbbe, di non essere agguerriti e temerari come i Filistei. La vicenda è esposta in modo lineare, pur con incertezze testuali. Può essere definita una leggenda intesa a giustificare e spiegare le origini storiche del santuario dei Daniti, ossia una leggenda eziologica. Il racconto però è anche lo specchio di situazioni reali, risalenti a un remoto periodo premonarchico. Sul piano redazionale, esso è usato per dimostrare la tesi che la monarchia è un bene per Israele, perché evita lacerazioni e scontri fra i membri delle varie tribù (cfr. soprattutto 18,11ss.). Così almeno sembrano suggerire 17,6 e 18,1, col ricorrente «In quel tempo, quando non c'era un re in Israele; (e ognuno faceva quello che gli pareva meglio)». Sorprende la disinvoltura con cui si parla di terafim e di raffigurazioni concrete della divinità familiare o tribale (cfr. commento al v. 5). Anche questo è un segno dell'antichità del brano.

17,1-13. La vicenda si mantiene ancora entro l'orizzonte della famiglia di Mica, uno jahvista fedele, che – dopo un deprecabile incidente con sua madre – si costruisce un santuario domestico (vv. 1-5). Anche la figura del levita (vv. 7-13) si muove in un ambito circoscritto, familiare. La tribù di Levi in questo periodo deve aver già perso il suo carattere profano e il territorio proprio. È oramai una tribù sparsa fra le altre e con incarichi cultuali specifici ed esclusivi. Ma le vicende della tribù di Levi sono troppo complesse e la stessa denominazione di “levita” niente affatto univoca nell'Antico Testamento, perché qui si possa chiarire l'identità del personaggio. Il testo insiste sul suo carattere di Israelita dedito al culto, temporaneamente disoccupato e quindi in cerca di una sistemazione.

5. Gli oggetti cultuali del santuario domestico, lett. «casa di Elohim», sono menzionati, qui e più avanti, in vario modo. Ricorrono quattro termini: «idolo», «oggetto metallico», efod e terafim, i quali però hanno il senso generico di oggetti sacri, di minuscoli idoli domestici (cfr. Gn 31,19.31-35; 1Sam 15,23), con forma umana o animale, che intendono rappresentare JHWH.

11. L'usanza antica autorizzava i capifamiglia a fungere da sacerdoti, oltre che a scegliere e investire in questa funzione altre persone.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Sansone andò a Gaza, vide una prostituta e andò da lei. 2Fu riferito a quelli di Gaza: “È venuto Sansone”. Essi lo circondarono, stettero in agguato tutta la notte presso la porta della città e tutta quella notte rimasero quieti, dicendo: “Attendiamo lo spuntar del giorno e allora lo uccideremo”. 3Sansone riposò fino a mezzanotte; a mezzanotte si alzò, afferrò i battenti della porta della città e i due stipiti, li divelse insieme con la sbarra, se li mise sulle spalle e li portò in cima al monte che è di fronte a Ebron. 4In seguito si innamorò di una donna della valle di Sorek, che si chiamava Dalila. 5Allora i prìncipi dei Filistei andarono da lei e le dissero: “Seducilo e vedi da dove proviene la sua forza così grande e come potremmo prevalere su di lui per legarlo e domarlo; ti daremo ciascuno millecento sicli d'argento”. 6Dalila dunque disse a Sansone: “Spiegami da dove proviene la tua forza così grande e in che modo ti si potrebbe legare per domarti”. 7Sansone le rispose: “Se mi si legasse con sette corde d'arco fresche, non ancora secche, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 8Allora i capi dei Filistei le portarono sette corde d'arco fresche, non ancora secche, con le quali lo legò. 9L'agguato era teso in una camera interna. Ella gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. Ma egli spezzò le corde come si spezza un filo di stoppa quando sente il fuoco. Così il segreto della sua forza non fu conosciuto. 10Poi Dalila disse a Sansone: “Ecco, ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; ora spiegami come ti si potrebbe legare”. 11Le rispose: “Se mi si legasse con funi nuove non ancora adoperate, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 12Dalila prese dunque funi nuove, lo legò e gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. L'agguato era teso nella camera interna. Egli ruppe come un filo le funi che aveva alle braccia. 13Poi Dalila disse a Sansone: “Ancora ti sei burlato di me e mi hai detto menzogne; spiegami come ti si potrebbe legare”. Le rispose: “Se tu tessessi le sette trecce della mia testa nell'ordito e le fissassi con il pettine del telaio, io diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 14Ella dunque lo fece addormentare, tessé le sette trecce della sua testa nell'ordito e le fissò con il pettine, poi gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. Ma egli si svegliò dal sonno e strappò il pettine del telaio e l'ordito. 15Allora ella gli disse: “Come puoi dirmi: “Ti amo”, mentre il tuo cuore non è con me? Già tre volte ti sei burlato di me e non mi hai spiegato da dove proviene la tua forza così grande”. 16Ora, poiché lei lo importunava ogni giorno con le sue parole e lo tormentava, egli ne fu annoiato da morire 17e le aprì tutto il cuore e le disse: “Non è mai passato rasoio sulla mia testa, perché sono un nazireo di Dio dal seno di mia madre; se fossi rasato, la mia forza si ritirerebbe da me, diventerei debole e sarei come un uomo qualunque”. 18Allora Dalila vide che egli le aveva aperto tutto il suo cuore, mandò a chiamare i prìncipi dei Filistei e fece dir loro: “Venite, questa volta, perché egli mi ha aperto tutto il suo cuore”. Allora i prìncipi dei Filistei vennero da lei e portarono con sé il denaro. 19Ella lo addormentò sulle sue ginocchia, chiamò un uomo e gli fece radere le sette trecce del capo; cominciò così a indebolirlo e la sua forza si ritirò da lui. 20Allora lei gli gridò: “Sansone, i Filistei ti sono addosso!”. Egli, svegliatosi dal sonno, pensò: “Ne uscirò come ogni altra volta e mi svincolerò”. Ma non sapeva che il Signore si era ritirato da lui. 21I Filistei lo presero e gli cavarono gli occhi; lo fecero scendere a Gaza e lo legarono con una doppia catena di bronzo. Egli dovette girare la macina nella prigione. 22Intanto la capigliatura che gli avevano rasata cominciava a ricrescergli. 23Ora i prìncipi dei Filistei si radunarono per offrire un gran sacrificio a Dagon, loro dio, e per far festa. Dicevano: “Il nostro dio ci ha messo nelle mani Sansone nostro nemico”. 24Quando la gente lo vide, cominciarono a lodare il loro dio e a dire: “Il nostro dio ci ha messo nelle mani il nostro nemico, che devastava la nostra terra e moltiplicava i nostri caduti”. 25Nella gioia del loro cuore dissero: “Chiamate Sansone perché ci faccia divertire!”. Fecero quindi uscire Sansone dalla prigione ed egli si mise a far giochi alla loro presenza. Poi lo fecero stare fra le colonne. 26Sansone disse al servo che lo teneva per la mano: “Lasciami toccare le colonne sulle quali posa il tempio, perché possa appoggiarmi ad esse”. 27Ora il tempio era pieno di uomini e di donne; vi erano tutti i prìncipi dei Filistei e sul terrazzo circa tremila persone fra uomini e donne, che stavano a guardare, mentre Sansone faceva i giochi. 28Allora Sansone invocò il Signore dicendo: “Signore Dio, ricòrdati di me! Dammi forza ancora per questa volta soltanto, o Dio, e in un colpo solo mi vendicherò dei Filistei per i miei due occhi!”. 29Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava il tempio; si appoggiò ad esse, all'una con la destra e all'altra con la sinistra. 30Sansone disse: “Che io muoia insieme con i Filistei!”. Si curvò con tutta la forza e il tempio rovinò addosso ai prìncipi e a tutta la gente che vi era dentro. Furono più i morti che egli causò con la sua morte di quanti aveva uccisi in vita. 31Poi i suoi fratelli e tutta la casa di suo padre scesero e lo portarono via; risalirono e lo seppellirono fra Sorea ed Estaòl, nel sepolcro di Manòach suo padre. Egli era stato giudice d'Israele per venti anni.

__________________________ Note

16,1-3 Alle porte di Gaza, un’altra impresa di Sansone. Gaza era una delle cinque città dei Filistei (Gs 13,3). Ebron è circa 60 chilometri a est di Gaza.

16,4 Sorek: si trova nella Sefela, a poca distanza da Sorea.

16,23 Dagon: il nome, che significa “grano”, richiama una divinità agricola di molte zone del Vicino Oriente, compreso Canaan. I Filistei consideravano Dagon come il loro dio (vedi 1Sam 5,2-7).

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Approfondimenti

1-3. Gaza è una delle cinque città della pentapoli filistea, sulla costa. I Filistei temono Sansone e, sapendolo in trappola (le porte della città venivano chiuse di solito all'imbrunire, per essere riaperte all'alba), attendono lo spuntar del giorno per ucciderlo. Sansone invece se ne esce dalla città scardinando gli stipiti (che erano di legno, infissi nel suolo, e che giravano insieme al battente) e portando il tutto con sé «in cima al monte».

4-21. È questo l'episodio più noto della storia di Sansone, riproposto in mille forme e finanche in versione cinematografica, il che ne sottolinea, se ce ne fosse bisogno, gli aspetti non solo folcloristici, popolari, ma anche profondamente e universalmente veri, al di là del dato eclatante. Le scene sono di grande effetto e ben impostate, oltre che sorrette da un motivo usato con grande maestria, che le percorre e risuona sin dall'inizio con enfasi: Sansone «si innamorò» di Dalila (v. 4). A tre scene propedeutiche (vv. 5-8.10-12.13-14), cadenzate con uno stesso ritmo e con tratti ricorrenti, segue – dilatata – una quarta scena (v. 15-21), fatale, tragicamente risolutiva. Al Sansone superdotato e ciecamente innamorato è contrapposto un Sansone al quale sono stati cavati gli occhi, che è legato in catene, ridotto all'impotenza e umiliato.

5. Che i «capi dei Filistei», nientemeno, siano coinvolti direttamente nella vicenda, può suonare strano e inverosimile. Ma quello che conta qui non è la verosimiglianza storica. Il racconto corre su tutt'altra tonalità: quella del prodigioso, del magico (cui è legato il ricorrente numero sette), e soprattutto del femminile come potenza d'irretimento e di accecamento, astuta, fredda, imprevedibile, infida, raffinatamente crudele, disastrosa. Anche sul piano fonetico, il nome di Dalila (l'unico nome di persona che ricorre nel ciclo di Sansone, se si eccettua il padre) sembra contenere tutte queste sfumature.

6-20. In un testo straordinariamente profano, dominato da motivi e termini quali «innamoramento», «amore», «seduzione», e anche «domare», «corde», «trecce», «chioma», «ordito», «agguato», «spezzare», «cuore», «denaro», «forte», «debole», «sonno», «risveglio», ecc., l'osservazione, che vuole essere teologica, «il Signore si era ritirato da lui», è una forzatura. Il redattore che l'ha inserita ha cercato di appropriarsi di questa pagina, che ha un suo messaggio elementare (la disgrazia di un innamoramento sbagliato, specie per un uomo passionale e dotato di forza fisica e istintività più che di intelligenza e matura pacatezza; o, in un'ottica meno maschilista, le squisite doti femminili che possono trasformarsi in armi micidiali), per farla rientrare nel suo schema teologico, che resta importante: la presenza di JHWH è garanzia di forza; quando egli s'allontana, per l'uomo è la fine.

23-31. Dal nostro punto di vista, una delle ambiguità insolubili nel ciclo di Sansone è l'indeterminatezza di confini tra il magico e il soprannaturale. Sansone è nazireo, cioè consacrato a JHWH. Segno di questa consacrazione è la capigliatura non rasata. Nei capelli sta la sua forza (soprannaturale/magica). La rasatura comporta la perdita di questa forza, considerata quasi un elemento fisiologico (cfr. il v. 19: «la sua forza si ritirò da lui»), il che ne accentua l'aspetto magico. Ora (v. 22) si dice che, col crescere dei capelli, torna l'energia prodigiosa. Non pochi esegeti rischiano di cadere nella medesima ambiguità del testo, spiegando che la crescita dei capelli simboleggia il progressivo ritorno a JHWH di Sansone, cosa di cui qui non si parla affatto. È meglio ammettere sinceramente che per Sansone e il narratore delle sue gesta i confini tra il magico e il soprannaturale non sono così chiari. Diciamo anzi che per essi sembrano non esistere. Non esiste perciò nemmeno il problema.

23. Dagon è una divinità agricola (dagan = frumento) delle popolazioni semitiche, che anche i Filistei devono aver fatto propria. Lo scenario è imponente. Nei vv. 23-25 si esaltano abilmente tutti gli aspetti di gioia, festività, spettacolarità, destinati a rendere più impressionante, per contrasto, la catastrofe finale.

28. La dimensione religiosa risulta qui più autentica che nel v. 20b. La preghiera di Sansone può anche essere considerata un vertice di tutto il ciclo. Essa proietta sulla figura dell'eroe e sulla sua impresa finale una luce di grandezza: Sansone incatenato e cieco, nel bel mezzo di una festività pagana, in cui deve comparire come giocoliere schernito, nell'atto di invocare JHWH («Dammi forza per questa volta soltanto»), s'innalza a distruttore del tempio pagano con tutti i suoi cultori e – finalmente – a strumento di JHWH contro la divinità filistea. Con Sansone termina il “libro dei Giudici” vero e proprio.

31. Cfr. Gdc 15,20.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Dopo qualche tempo, nei giorni della mietitura del grano, Sansone andò a visitare sua moglie, le portò un capretto e disse: “Voglio entrare da mia moglie nella camera”. Ma il padre di lei non gli permise di entrare 2e gli disse: “Credevo proprio che tu l'avessi presa in odio e perciò l'ho data al tuo compagno; la sua sorella minore non è più bella di lei? Prendila dunque al suo posto”. 3Ma Sansone rispose loro: “Questa volta non sarò colpevole verso i Filistei, se farò loro del male”. 4Sansone se ne andò e catturò trecento volpi; prese delle fiaccole, legò coda a coda e mise una fiaccola fra le due code. 5Poi accese le fiaccole, lasciò andare le volpi per i campi di grano dei Filistei e bruciò i covoni ammassati, il grano ancora in piedi e perfino le vigne e gli oliveti. 6I Filistei chiesero: “Chi ha fatto questo?”. La risposta fu: “Sansone, il genero dell'uomo di Timna, perché costui gli ha ripreso la moglie e l'ha data al compagno di lui”. I Filistei salirono e bruciarono tra le fiamme lei e suo padre. 7Sansone disse loro: “Poiché agite in questo modo, io non la smetterò finché non mi sia vendicato di voi”. 8Li sbatté uno contro l'altro, facendone una grande strage. Poi scese e si ritirò nella caverna della rupe di Etam. 9Allora i Filistei vennero, si accamparono in Giuda e fecero una scorreria fino a Lechì. 10Gli uomini di Giuda dissero loro: “Perché siete venuti contro di noi?”. Quelli risposero: “Siamo venuti per legare Sansone, per fare a lui quello che ha fatto a noi”. 11Tremila uomini di Giuda scesero alla caverna della rupe di Etam e dissero a Sansone: “Non sai che i Filistei dominano su di noi? Che cosa ci hai fatto?”. Egli rispose loro: “Quello che hanno fatto a me, io l'ho fatto a loro”. 12Gli dissero: “Siamo scesi per legarti e metterti nelle mani dei Filistei”. Sansone replicò loro: “Giuratemi che non mi colpirete”. 13Quelli risposero: “No; ti legheremo soltanto e ti metteremo nelle loro mani, ma certo non ti uccideremo”. Lo legarono con due funi nuove e lo trassero su dalla rupe. 14Mentre giungeva a Lechì e i Filistei gli venivano incontro con grida di gioia, lo spirito del Signore irruppe su di lui: le funi che aveva alle braccia divennero come stoppini bruciacchiati dal fuoco e i legacci gli caddero disfatti dalle mani. 15Trovò allora una mascella d'asino ancora fresca, stese la mano, l'afferrò e uccise con essa mille uomini. 16Sansone disse: “Con una mascella d'asino, li ho ben macellati! Con una mascella d'asino, ho colpito mille uomini!“. 17Quand'ebbe finito di parlare, gettò via la mascella; per questo, quel luogo fu chiamato Ramat-Lechì. 18Poi ebbe gran sete e invocò il Signore dicendo: “Tu hai concesso questa grande vittoria per mezzo del tuo servo; ora dovrò morire di sete e cadere nelle mani dei non circoncisi?”. 19Allora Dio spaccò la roccia concava che è a Lechì e ne scaturì acqua. Sansone bevve, il suo spirito si rianimò ed egli riprese vita. Perciò quella fonte fu chiamata En-Kore: essa esiste a Lechì ancora oggi. 20Sansone fu giudice d'Israele, al tempo dei Filistei, per venti anni.

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Approfondimenti

1-8. Il brano presenta una serie di azioni e reazioni in maniera rapida e stringata: il suocero rifiuta a Sansone, desideroso di accostare la moglie, l'accesso a lei, vv. 1-2; Sansone reagisce dando fuoco ai campi dei Filistei, vv. 3-5. I Filistei sembrano dar ragione a Sansone e puniscono suo suocero incendiandogli la casa; anche la moglie di Sansone trova la morte; Sansone, che evidentemente è ancora innamorato della moglie, si vendica contro i Filistei e fa una carneficina,

7-8. Il motivo della vendetta domina il brano. C'è anche la tendenza ad allargare la vicenda familiare di Sansone, per conferirle una dimensione quanto meno tribale. Una volta placatosi, il nostro eroe si ritira a vivere in una caverna.

9-20. Anche in questo brano si ha un'azione dei Filistei, vv. 9-13, e la consueta reazione di Sansone. I due momenti però qui sono molti più sviluppati e in crescendo. Si amplia il raggio d'influenza di Sansone. Fino ad ora era stata coinvolta solo la piccola tribù di Dan. Ora entra in campo la tribù di Giuda, abitante la catena montagnosa che si trova alle spalle del territorio danita. A quanto pare, Giuda intende conservare rapporti non bellicosi con i Filistei, dà ragione a costoro e consegna Sansone legato. Sansone, investito dallo spirito di JHWH (v. 14), prima spezza le funi, poi con una mascella d'asino elimina un grande numero di Filistei. Le cifre, qui come lungo tutto il ciclo di Sansone, sono iperboliche. Si nota però un'intenzionale crescendo nella presentazione del vigore fisico del protagonista. Il motivo delle funi spezzate sarà ripreso e diventerà centrale nel capitolo seguente.

20. Il v. ha valore conclusivo. La notizia è ripetuta in 16,31b. Forse qui è dovuta a un redattore che, considerando indecorosa la morte di Sansone, volle eliminarne il racconto e terminare qui la storia delle gesta dell'eroe.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Sansone scese a Timna, e a Timna vide una donna tra le figlie dei Filistei. 2Tornato a casa, disse al padre e alla madre: “Ho visto a Timna una donna, una figlia dei Filistei; prendetemela in moglie”. 3Suo padre e sua madre gli dissero: “Non c'è una donna tra le figlie dei tuoi fratelli e in tutto il nostro popolo, perché tu vada a prenderti una moglie tra i Filistei non circoncisi?”. Ma Sansone rispose al padre: “Prendimi quella, perché mi piace”. 4Suo padre e sua madre non sapevano che questo veniva dal Signore, il quale cercava un motivo di scontro con i Filistei. In quel tempo i Filistei dominavano Israele. 5Sansone scese con il padre e con la madre a Timna; quando furono giunti alle vigne di Timna, ecco un leoncello venirgli incontro ruggendo. 6Lo spirito del Signore irruppe su di lui, ed egli, senza niente in mano, squarciò il leone come si squarcia un capretto. Ma di ciò che aveva fatto non disse nulla al padre e alla madre. 7Scese dunque, parlò alla donna e questa gli piacque. 8Dopo qualche tempo tornò per prenderla e uscì dalla strada per vedere la carcassa del leone: ecco, nel corpo del leone c'era uno sciame d'api e del miele. 9Egli ne prese nel cavo delle mani e si mise a mangiarlo camminando. Quand'ebbe raggiunto il padre e la madre, ne diede loro ed essi ne mangiarono; ma non disse loro che aveva preso il miele dal corpo del leone. 10Suo padre scese dunque da quella donna e Sansone fece là un banchetto, perché così usavano fare i giovani. 11Quando lo ebbero visto, presero trenta compagni perché stessero con lui. 12Sansone disse loro: “Voglio proporvi un enigma. Se voi me lo spiegate entro i sette giorni del banchetto e se l'indovinate, vi darò trenta tuniche e trenta mute di vesti; 13ma se non sarete capaci di spiegarmelo, darete trenta tuniche e trenta mute di vesti a me”. 14Quelli gli risposero: “Proponi l'enigma e noi lo ascolteremo”. Egli disse loro:

“Da colui che mangia è uscito quel che si mangia e dal forte è uscito il dolce”. Per tre giorni quelli non riuscirono a spiegare l'enigma. 15Al quarto giorno dissero alla moglie di Sansone: “Induci tuo marito a spiegarti l'enigma; se no, daremo fuoco a te e alla casa di tuo padre. Ci avete invitati qui per spogliarci?”. 16La moglie di Sansone si mise a piangergli intorno e a dirgli: “Tu hai per me solo odio e non mi ami; hai proposto un enigma ai figli del mio popolo e non me l'hai spiegato!”. Le disse: “Ecco, non l'ho spiegato neanche a mio padre e a mia madre e dovrei spiegarlo a te?”. 17Ella continuò a piangergli intorno durante i sette giorni del banchetto. Il settimo giorno Sansone glielo spiegò, perché lo tormentava, e lei spiegò l'enigma ai figli del suo popolo. 18Gli uomini della città, il settimo giorno, prima che tramontasse il sole, dissero a Sansone: “Che c'è di più dolce del miele? Che c'è di più forte del leone?“. Rispose loro: “Se non aveste arato con la mia giovenca, non avreste sciolto il mio enigma”. 19Allora lo spirito del Signore irruppe su di lui ed egli scese ad Àscalon; vi uccise trenta uomini, prese le loro spoglie e diede le mute di vesti a quelli che avevano spiegato l'enigma. Poi, acceso d'ira, risalì alla casa di suo padre, 20e la moglie di Sansone fu data al compagno che gli aveva fatto da amico di nozze.

__________________________ Note

14,1 Timna: si trova a pochi chilometri da Sorea; assegnata alla tribù di Dan (Gs 19,43), al tempo di Sansone la città doveva essere in mano ai Filistei.

14,4 i Filistei dominavano Israele: dalla zona costiera, i Filistei tentavano di risalire la zona collinare dove si svolgono i fatti, zona chiamata la Sefela, e da questa, sempre muovendo verso est, cercavano di penetrare nel territorio di Giuda (vedi 15,11). Saranno un pericolo costante fino a quando Davide non li sconfiggerà definitivamente.

14,6 Lo spirito del Signore: è all’origine della forza di Sansone; così anche in 14,19 e 15,14.

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Approfondimenti

14,1-20. I rapporti tra Ebrei e Filistei non dovevano essere così tesi, se si potevano fare matrimoni misti. Le nozze erano sempre iniziativa dei genitori. Di solito era il padre a scegliere la sposa e a condurre le trattative. La celebrazione delle nozze era accompagnata da banchetti e giochi, che duravano alcuni giorni. In caso di matrimonio di un Ebreo con una donna di un altro popolo, di solito la sposa rimaneva nell'abitazione dei genitori. Il marito le faceva visita di quando in quando e i figli erano parte del clan materno (cfr. il caso di Abimelech, 9,1ss.). Il racconto non è del tutto lineare, soprattutto per quanto concerne la figura e l'iniziativa del padre di Sansone. Vi si parla di successive visite di Sansone alla famiglia della sposa e non è sempre chiaro se il padre sia presente o meno. I tentativi esegetici di rendere coerente il racconto in questo senso sono molti, sia di ordine testuale che di ordine psicologico. Nonostante la menzione esplicita dello spirito di JHWH, che investe Sansone (v. 6.19), il tono del racconto è del tutto profano.

6. Il leone, o analoghe bestie feroci, sono spesso simbolo del nemico. Qui la fiera è il popolo ostile, i Filistei, superiori e temuti, perché – tra l'altro – sono abili nel lavorare il ferro, e che Sansone affronta con la forza delle sue mani.

8. Il miele che esce dalla carcassa del leone morto può simboleggiare la donna di Timna, che Sansone sceglie come sposa.

9. Il contato con cadaveri contamina. Il miele in questo caso è contaminato. Sansone non vuole che i genitori lo sappiano.

14. L'indovinello, traducibile anche con: «Cibo uscì dal mangiatore e dolcezza dal forte», aveva probabilmente in origine un riferimento preciso allo sposo ed era di carattere sessuale. La storia del leone è usata forse anche per desessualizzarlo.

15-17. Le indicazioni cronologiche dei vv. 14 «tre giorni», 15 «quarto giorno» e 17 «durante i sette giorni» sono difficilmente armonizzabili.

18. Il contro-indovinello degli ospiti nuziali ha come risposta: l'amore. La replica di Sansone è carica di oscenità.

20. L'amico dello sposo era il capo dei “paraninfi”, il gruppo di giovani scelto per accompagnare lo sposo alla casa della sposa (cfr. v. 10).

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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