📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

1Samaria sconterà la sua pena, perché si è ribellata al suo Dio. Periranno di spada, saranno sfracellati i bambini; le donne incinte sventrate.

Annuncio di salvezza 2Torna dunque, Israele, al Signore, tuo Dio, poiché hai inciampato nella tua iniquità. 3Preparate le parole da dire e tornate al Signore; ditegli: «Togli ogni iniquità, accetta ciò che è bene: non offerta di tori immolati, ma la lode delle nostre labbra. 4Assur non ci salverà, non cavalcheremo più su cavalli, né chiameremo più “dio nostro” l’opera delle nostre mani, perché presso di te l’orfano trova misericordia». 5«Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò profondamente, poiché la mia ira si è allontanata da loro. 6Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, 7si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano. 8Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, fioriranno come le vigne, saranno famosi come il vino del Libano. 9Che ho ancora in comune con gli idoli, o Èfraim? Io l’esaudisco e veglio su di lui; io sono come un cipresso sempre verde, il tuo frutto è opera mia».

Epilogo sapienziale 10Chi è saggio comprenda queste cose, chi ha intelligenza le comprenda; poiché rette sono le vie del Signore, i giusti camminano in esse, mentre i malvagi v’inciampano.

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Approfondimenti

14,1. La capitale del regno, Samaria, che personifica tutto il paese (8,5; 10,7), a causa della sua ribellione, dovrà subire i barbarici usi bellici dell'antichità: lo sventramento delle donne incinte (10,4; Am 1,3; 2Re 8,12) e lo sfracellamento dei bambini (Na 3,10; Sal 139,9). Si fa riferimento all'occupazione assira della capitale nel 722 a.C.

Annuncio di salvezza 14,2-9 Usando la formula della liturgia penitenziale il profeta invita il popolo alla conversione, mettendogli sulle labbra una preghiera di pentimento con il proposito di evitare le colpe (vv. 2-4). Il Signore risponde facendo delle grandiose promesse e intavolando un breve dialogo con Efraim (vv. 5-9). Le parole-chiave del brano sono il verbo šwb, usato cinque volte (vv. 2a.3a.Sa.b.8a) e il termine «frutto» (vv. 3b.9b) (= Efraim). Se non è del redattore, l'oracolo appartiene all'ultima predicazione di Osea, che volge lo sguardo oltre l'imminente catastrofe del 722 a.C.

v. 2. Il classico invito alla conversione al Dio dell'alleanza (cfr. Gl 2,13) è rivolto a tutto il popolo al singolare e al plurale (v. 3). Il motivo è che si riconosce che la situazione disperata in cui si trova Israele, è la conseguenza delle sue colpe (4,5; 5,5; 14,10), non della mancanza di amore da parte di Dio (cfr. Sal 31,11; 32,3ss.).

v. 3. Invece di accostarsi a Dio coi sacrifici (4,8; 5,6; 6,6; 8,13), il popolo «prepari le parole», cioè riconosca con animo sincero la propria colpa, faccia la confessione (Sal 32,5) e ringrazi per il perdono ottenuto (Sal 32,6-10). Il profeta compone la preghiera che Israele dovrebbe recitare; «accetta ciò che è bene»: altra versione congetturale è «che noi ritroviamo la felicità». Il testo degli stichi b e c è corrotto; «il frutto delle nostre labbra» è un semitismo, che significa il ringraziamento rivolto a Dio.

v. 4. La preghiera continua con una serie di propositi con i quali Israele dovrebbe dichiarare la sua piena sottomissione a JHWH. Si tratta di tre negazioni che equivalgono a un'abiura. Non si porrà più fiducia nelle potenze straniere, incapaci di salvare (cfr. 5,13; 7,11; 8,9; 12,2), né in generale nei mezzi militari (cavalli) (8,14; 10,13). Non si praticherà più il culto delle immagini e quello dei Baal (2,10; 4,7.17; 8,4ss.; 10,5s.; 11,2; 13,2); «orfano» designa il popolo che pone la sua fiducia unicamente in JHWH il quale si prende speciale cura di coloro che sono abbandonati (Es 22,21ss.; Dt 27,19; Sal 68,6).

v. 5. Dio risponde alla confessione del popolo annunciando la vittoria dell'amore sulla collera (8,5; 9,15; 13,11). La malattia di Israele, cioè l'apostasia (11,7; Ger 2,19; 3,22; 8,5) sarà guarita (termine oseano per salvezza: 5,13; 6,1; 7,1) mediante l'amore spontaneo, gratuito e illimitato. Per l'ultima volta viene usato il termine carattertstico dell'amore nella profezia oseana (3,1; 4,18; 8,9; 9,1.10.15; 10,11; 11,1.4; 12,5).

14,6-9. Con una serie di brillanti immagini prese dalla natura e che richiamano il contesto del Cantico dei Cantici sono descritti gli effetti dell'amore divino a favore di Israele.

vv.6-7. La rugiada, simbolo di Dio, è un beneficio che apporta una vita nuova (Is 26,19; Mic 5,6), è un dono celeste (Sal 110,3), è un indice di ricchezza (Gn 27,28; Dt 33,13). Amato e ricreato da Dio, Israele è paragonato a un giglio fiorito, cioè a una specie di iris che cresce nel deserto (Ct 2,1); «l'albero del Libano»: lett.: «come il Libano». Menzionato tre volte (vv. 6.7.8) coi suoi cedri, il suo profumo e il suo vino, il Libano diventa per la prima volta nella Bibbia, il simbolo della potenza, dello splendore e della bellezza (Ct 4,11). La Palestina diventerà un altro Libano rigoglioso, prospero e fecondo (cfr. Ez 31,2-7). L'olivo è in Oriente una pianta utile e pregiata (cfr. Dt 6,11; 28,40; Ger 11,16).

v. 8. L'ombra di JHWH è sinonimo di protezione é sicurezza (Sal 17,8; 36,7; Is 30,2s.). La coltivazione del grano e della vigna significano la restaurazione del favore divino (2,8s.22).

v. 9. L'idolatria è stata il maggior peccato della nazione (v. 3; 8,4; 13,2). L'interrogazione iniziale messa in bocca a JHWH esprime protesta e sollievo. Il passato idolatrico di Efraim è completamente dimenticato. JHWH formula una lapidaria sentenza di salvezza, affermando di esaudire sempre le richieste del popolo e di proteggerlo in ogni circostanza (Nm 6,26; Zc 12,4; Sal 32,8; 33,18). Con un'arditissima immagine, unica in tutta la Bibbia, JHWH si identifica con il «cipresso sempre verde», cioè con l'albero della vita per eccellenza (Is 41,19; 60,13), assumendosi il ruolo che l'Israele fedifrago attribuiva ai Baal, e cioè quello di procurare la fertilità e la fecondità dei frutti della terra (4,12s.). Dio solo è la fonte della vita.

Epilogo sapienziale 14,10 Aggiunta di un redattore, che fa il più antico commento al difficile libro di Osea. Per comprenderlo è necessaria la sapienza e l'intelligenza (cfr. Ger 9,11; Zc 8,2; Qo 8,1; Sal 107,43). «Le vie del Signore» sono i precetti della legge dell'alleanza (Dt 8,6; 10,12; 11,22; Gdc 2,22). Essendo retti, cioè contenendo essi la vera sapienza, rendono giusti coloro che li praticano, mentre condannano alla rovina gli iniqui. L'avvertimento è rivolto al singolo o al piccolo gruppo dei giusti. Si suppone che il libro di Osea, destinato originariamente al popolo del regno del Nord, poi diventato patrimonio del regno di Giuda, sia stato accolto in seguito dai circoli sapienziali come parola contenente la rivelazione delle vie di Dio.

La pericope (14,2-9) contiene un riassunto della fondamentale dottrina teologica di tutta la profezia oseana. Si tratta della vera conversione di Israele dall'apostasia. Essa implica un radicale cambiamento, che ha le sue radici nel più profondo del cuore, poiché comporta la rinuncia alla fiducia negli idoli e nel culto cananeo e il ripudio della sicurezza basata sulla potenza militare e sulle alleanze straniere. Questa conversione si manifesta non tanto nell'offerta dei sacrifici, quanto «nel frutto delle labbra», cioè nella confessione dei peccati, nella richiesta di perdono e nella lode di Dio (cfr. Es 24,7; Sal 50,13s.).

Anche in Dio si opera una «conversione» perché ritira la sua ira e fa trionfare l'amore, che perdona e rinnova. È il tema esposto nei cc. 1-3. Questo amore è fondato unicamente nella sua libera, generosa e sovrana volontà. Arditamente Dio viene paragonato all'albero della vita, concedente i doni che Israele prima chiedeva agli idoli e ai vitelli. Le splendide immagini usate nei vv. 6-9 raggiungono per il tono, l'intensità e la bellezza, i motivi espressi nel Cantico del Cantici. In questo modo viene richiamato implicitamente il tema del matrimonio di Dio con Israele e viene affermato inequivocabilmente che solamente JHWH è il principio della vita e Israele può trovare la felicità unicamente nel rispetto dell'alleanza che Dio si è degnato contrarre con il suo popolo.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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L'ultimo conto di Efraim 1Quando Èfraim parlava, incuteva terrore, era un principe in Israele. Ma si è reso colpevole con Baal ed è decaduto. 2Tuttavia continuano a peccare e con il loro argento si sono fatti statue fuse, idoli di loro invenzione, tutti lavori di artigiani. Dicono: «Offrite loro sacrifici» e mandano baci ai vitelli. 3Perciò saranno come nube del mattino, come rugiada che all’alba svanisce, come pula lanciata lontano dall’aia, come fumo che esce dalla finestra. 4«Eppure io sono il Signore, tuo Dio, fin dal paese d’Egitto, non devi conoscere altro Dio fuori di me, non c’è salvatore fuori di me. 5Io ti ho protetto nel deserto, in quella terra ardente. 6Io li ho fatti pascolare, si sono saziati e il loro cuore si è inorgoglito, per questo mi hanno dimenticato. 7Perciò io sarò per loro come un leone, come un leopardo li spierò per la via, 8li assalirò come un’orsa privata dei figli, spezzerò la corazza del loro cuore, li divorerò come una leonessa; li sbraneranno le bestie selvatiche. 9Israele, tu sei rovinata e solo io ti posso aiutare! 10Dov’è ora il tuo re, che ti possa salvare? Dove sono i capi in tutte le tue città e i governanti di cui dicevi: “Dammi un re e dei capi”? 11Ti ho dato un re nella mia ira e con sdegno te lo riprendo. 12L’iniquità di Èfraim è chiusa in luogo sicuro, il suo peccato è ben custodito. 13I dolori di partoriente lo sorprenderanno, ma egli è figlio privo di senno, non si presenterà a suo tempo pronto a uscire dal seno materno. 14Li strapperò di mano agli inferi, li riscatterò dalla morte? Dov’è, o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio? La compassione è nascosta ai miei occhi». 15Èfraim prosperi pure in mezzo ai fratelli: verrà il vento d’oriente, si alzerà dal deserto il vento del Signore e farà inaridire le sue sorgenti, farà prosciugare le sue fonti, distruggerà il tesoro e ogni oggetto prezioso.

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Approfondimenti

L'ultimo conto di Efraim 13,1-14,1 Questa collezione di quattro oracoli composti di accusa, giudizio e castigo, continua il processo iniziato nel c. 12. Viene condannata l'idolatria (vv. 1-3), l'ingratitudine di Israele sottolineata direttamente da Dio (vv. 4-8), l'insuccesso della monarchia (vv. 9-11) e l'iniquità di Israele, che sarà immancabilmente punita (vv. 12-14,1). Il c. contiene audaci immagini e vivaci descrizioni. Lo sfondo storico degli oracoli sembra essere l'epoca della cattura del re Osea (725 a.C.), che si concluse con l'occupazione di Samaria (722 a.C.).

13,1-3. Nonostante gli antichi successi storici Efraim persiste nel praticare l'idolatria, per cui sarà completamente annientato.

v. 1. «Efraim», distinto da Israele, indica qui la tribù, che nel passato ebbe grande importanza politica, come lo dimostra il fatto che Giosuè, conquistatore della terra promessa, apparteneva alla tribù di Efraim (Nm 13,16; Gs 1,1).

v. 2. Nonostante i rovesci politici Israele continua a praticare il culto idolatrico confezionando statue di metallo per l'uso pubblico e privato (cfr. 8,4s.), offrendo sacrifici agli idoli (1Re 12,28) «e mandando baci» in segno di omaggio ai due vitelli di Betel e Dan, istituiti dal re Geroboamo (1Re 12,27.32; 19,18; Gb 31,27).

v. 3. Mediante quattro immagini prese dalla natura e dalla vita degli uomini si annuncia la imminente sparizione degli idoli e dei loro adoratori (cfr. 6,4; Is 17,13; 41,15; Sal 1,4). È da notare che nelle case antiche non c'erano camini, perciò il fumo doveva uscire dalla finestra.

13,4-8. In forma innica Dio si autopresenta enumerando i benefici concessi a Israele nel passato e riaffermando le sue esigenze (vv. 4-5). Ma il popolo si è mostrato ingrato, per cui verrà annientato (vv. 6-8).

v. 4. Riferendosi al primo precetto del decalogo Dio si proclama come l'unico vero salvatore di Israele, liberato dalla schiavitù egiziana (Es 20,2; Dt 5,6; Os 12,10; Is 43,11). Il popolo doveva «conoscere» solamente JHWH, cioè adorarlo e seguire i suoi precetti (4,1; 6,3; 8,2).

v. 5. La protezione nel deserto simboleggia tutti i benefici goduti nel corso della storia passata (cfr. Sal 78,15-27; 105,40; Sap 16,20).

v. 6. «il pascolo» designa la terra promessa in cui scorre latte e miele. Ma il godimento dei beni della terra pervertì il popolo, che si inorgoglì (Nm 11,33s.; Sal 78,29ss.) e dimenticò JHWH (2,13; Dt 8,11-20; 6,10-19; 11,15s.). L'orgoglio consiste nel considerare l'elezione divina come un diritto inalienabile e nel seguire una politica basata sulle alleanze e sui mezzi umani (8,14). La dimenticanza di JHWH, dovuta all'ingratitudine, favorisce ribellioni e brontolii (Dt 32,13-18) e il ricorso agli idoli, cui si attribuiscono i beni naturali della vita.

vv. 7-8. «io sarò»: lezione della versione greca. Il testo ebraico ha il passato: «io fui». Con le audaci immagini zoomorfiche e antropomorfiche (leone, leopardo, orsa, bestie feroci: 5,14; Is 11,6; 31,4; Am 3,12; 1Sam 17,34) viene sottolineato in modo passionale il cambiamento avvenuto in Dio, il quale da buon pastore si trasforma in bestia feroce, bramosa di sbranare la preda, cioè di distruggerla. L'orsa, privata dei suoi piccoli, è il tipo del furore più pericoloso (Prv 17,12; 28,15; 2Sam 17,8; Dn 7,5). Le «bestie selvatiche» che divorano Israele (7,9; 8,7; Is 9,11) sono gli stranieri che invaderanno il paese. Probabilmente c'è un'allusione all'occupazione assira del paese (733 a.C.).

13,9-11. Il proposito di annientare Israele (v. 9a) ed eliminare la monarchia (v. 11) fa da cornice a tre interrogazioni retoriche che confermano l'ineluttabilità del castigo, giacché né i re né i capi possono portare aiuto (vv. 9b-10).

v. 9. «ti distruggerò»: nel senso che se Dio ha preso questa decisione, essa si compirà certamente (cfr. 2,8s.; 5,14). La domanda retorica del secondo stico suppone che nessuna forza umana può venire in aiuto (13,4).

vv. 10-11. La monarchia dalla quale si attendeva la salvezza (10,3; Gdc 8,22; 1Sam 8,20; Lam 4,20) ha portato il paese, grazie alle sue vicissitudini, sull'orlo dell'abisso (7,3-7; 8,4; 9,15; 10,4.10). La prima interpretazione allude forse ironicamente all'ultimo re d'Israele, che portava il nome di Osea = «JHWH salva» (cfr. 2Re 17,1-4). La seconda interrogazione contiene un velato rimprovero all'istituzione della monarchia avvenuta contro la volontà del Signore (v. 11; 8,4; 1Sam 8,7; 1Re 11,33). La fine del regime monarchico è dovuta all'intervento del Signore.

13,12- 14,1. Fosco vaticinio di distruzione e di morte, perché Efraim non può liberarsi dalle colpe (v. 12), né approfittare della prova per rinascere (v. 13); JHWH si rifiuta di intervenire contro le forze del male (v. 14). L'Assiria, come il vento orientale, distruggerà il regno (v. 15) e la sua capitale, Samaria (v. 14,1).

v. 12. Le colpe di Efraim cioè del regno del Nord, sono custodite e tenute in riserva come in un sacchetto di cuoio, per il tempo del giudizio (Dt 32,34; Gb 14,17; Dn 9,24).

v. 13. Per la prima volta nella Bibbia «i dolori del parto», segno di estrema debolezza e impotenza sono presi a simbolo delle sventure che colpiscono il popolo (2Re 19,3; Is 26,17; 66,6s.; Ger 6,24; 22,23). Efraim è la madre che dà alla luce il figlio, il quale non sa nascere. Probabilmente si tratta di un'espressione proverbiale che indica una situazione disperata. Il figlio manca di intelligenza, cioè della conoscenza di JHWH (2,10); questa mancanza è la causa di tutte le calamità di Israele.

v. 14. Versetto di minaccia contenente tre interrogazioni retoriche e un'affermazione pronunciate da Dio stesso. La morte, lo šė'ôl e la compassione sono considerate come persone. Lo šė'ôl è presentato come una forza malvagia che strappa dal mondo dei vivi coloro che sono destinati alla perdizione. Le forze della distruzione sono pronte per scatenarsi contro Israele e JHWH le stimola ad agire in modo irreparabile, poiché l'epoca della misericordia è terminata. La seconda parte del versetto è citata secondo la versione dei LXX da Paolo in 1Cor 15,55 in senso positivo e perciò fuori contesto, come una promessa di vittoria sulla morte.

v. 15. Con un gioco di parole basato sul collegamento tra il vocabolo «Efraim» e la radice ebraica pr' che significa «far frutto», si ammette che la tribù di Efraim era più prospera delle altre (13,1) e lo è ancora (il re Osea ebbe il coraggio di staccarsi dall'Assiria). Però «il vento d'oriente» (cfr. Gn 41,6; Sal 11,6) che tutto dissecca e che è identificato con «il soffio del Signore» (cfr. Gn 1,2), inaridisce le acque del paese e quindi viene a cessare il benessere del regno. Fuori metafora si annuncia che l'armata assira, che giunge dalle steppe del deserto siriano, deprederà ogni ricchezza, deporterà gli abitanti e renderà il paese un cumulo di rovina.

Il c. 13 contiene le più severe minacce di giudizio che si leggono nella profezia oseana. Gli oracoli sono dominati dal tema della distruzione totale e della morte (v. 1b.3.17s.14). La responsabilità è tutta di Efraim. Benché abbia fatto l'esperienza, grazie al favore divino, della liberazione dalla schiavitù e del possesso della terra promessa, tuttavia Israele ha seguito gli dei naturistici praticando il culto dei Baal, ha posto la fiducia nella potenza militare e nella politica delle alleanze (v. 10). Questo atteggiamento ingrato e presuntuoso colpisce così profondamente l'intimo di JHWH, che la sua reazione di disgusto e di riprensione viene paragonata a quella delle fiere selvagge, avide di preda (v. 8; 5,14). Così il Signore decide di ratificare la via della morte scelta con tanta temerarietà da Efraim.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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PERVERSIONE DI ISRAELE E RICONCILIAZIONE

Giacobbe e i suoi discendenti 1Èfraim mi raggira con menzogne e la casa d’Israele con frode. Ma Giuda è ancora con Dio e resta fedele al Santo». 2Èfraim si pasce di vento e insegue il vento d’oriente, ogni giorno moltiplica menzogne e violenze; fanno alleanze con l’Assiria e portano olio in Egitto. 3Il Signore è in causa con Giuda e punirà Giacobbe per la sua condotta, lo ripagherà secondo le sue azioni. 4Egli nel grembo materno soppiantò il fratello e da adulto lottò con Dio, 5lottò con l’angelo e vinse, pianse e domandò grazia. Lo ritrovò a Betel e là gli parlò. 6Signore, Dio degli eserciti, Signore è il nome con cui celebrarlo. 7Tu ritorna al tuo Dio, osserva la bontà e la giustizia e poni sempre nel tuo Dio la tua speranza. 8Canaan tiene in mano bilance false, ama frodare. 9Èfraim ha detto: «Sono ricco, mi sono fatto una fortuna; malgrado tutti i miei guadagni, non troveranno in me una colpa che sia peccato». 10«Eppure io sono il Signore, tuo Dio, fin dal paese d’Egitto. Ti farò ancora abitare sotto le tende, come ai giorni dell’incontro nel deserto. 11Io parlerò ai profeti, moltiplicherò le visioni e per mezzo dei profeti parlerò con parabole». 12Se Gàlaad è una iniquità, i suoi abitanti non sono che menzogna; in Gàlgala si sacrifica ai tori, perciò i loro altari saranno come mucchi di pietre nei solchi dei campi. 13Giacobbe fuggì nella regione di Aram, Israele prestò servizio per una donna e per una donna fece il guardiano di bestiame. 14Per mezzo di un profeta il Signore fece uscire Israele dall’Egitto, e per mezzo di un profeta lo custodì. 15Èfraim provocò Dio amaramente, il Signore gli farà ricadere addosso il sangue versato e lo ripagherà della sua offesa.

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Approfondimenti

PERVERSIONE DI ISRAELE E RICONCILIAZIONE 12,1-14,10 Questa ultima parte del libro è composta di oracoli oseani messi insieme dal redattore in modo tale, che l'inizio comprenda un processo contro la condotta di Israele (12,1-3), che viene poi continuato mediante la denuncia dei peccati (12,3-14,1) e il ricorso alle citazioni delle tradizioni cultuali riguardanti Giacobbe (12,4-7.13), l'esodo (12,10s.14; 13,4s.) e la creazione (13,14). La conclusione comprende un oracolo di salvezza (14,2-9) e una sentenza di stile sapienziale (14,10). La terza parte del libro è collegata con le due precedenti mediante la ripetizione di termini, di temi e di immagini.

12,1-15. Insieme di oracoli abbastanza slegati, dei quali non è facile scoprire il nesso logico, ma raccolti sotto il tema del processo contro la furbizia e presunzione di Israele con riferimento all'antenato Giacobbe, del quale si ricordano alcuni episodi sfavorevoli. Il motivo fondamentale del capitolo è: quale l'antenato, tale l'erede.

Si distinguono la serie delle accuse (vv. 1-2.4.8.12a.13), quella dei castighi minacciati (vv. 3.10-11.12b) e quella dei passi storici (vv. 4-7.10.12-14). C'è un accenno alla fiducia (v. 7) e un v. che fa la sintesi delle accuse e dei castighi (v. 15). Dio parla in prima persona nei v. 1.10-11, mentre negli altri prende la parola il profeta.

Giacobbe e i suoi discendenti 12,1-15 Vengono condannati il culto dei Baal e le mutili alleanze con gli stranieri.

v. 1. «le menzogne e la frode» indicano la trasgressione del primo precetto del decalogo, che comporta il culto dell'unico Dio, perciò si identificano con l'idolatria cananea; inoltre i termini designano le alleanze politiche e la mancanza di carità e giustizia (v. 8). La menzione di «Giuda» è probabilmente un'aggiunta esilica; comunque, il testo è incerto; lett.: si traduce: «Giuda è esitante con Dio e con i santi è fedele».

v. 2. «il vento d'oriente» che dissecca tutto è simbolo dell'invasione assira (5,13; 8,9; 13,15; Ger 4,11; 18,17; Ez 17,10). L'offerta dell'olio all'Egitto è una manifestazione di vassallaggio (2Re 17,3s.).

v. 3 Il processo sviluppato nei vv. 3-7 è parallelo a quello descritto nei v. 4,1-3. Il procedimento giudiziario è fatto a carico dell'antenato Giacobbe, che incarna il popolo d'Israele, secondo il principio della personalità corporativa. Le tradizioni relative al patriarca Giacobbe sono interpretate negativamente in funzione della situazione del momento. Invece di «Giuda» diversi studiosi leggono «Israele», considerando «Giuda» un'attualizzazione posteriore (cfr. anche 11,12; 12,5).

v. 4 Vengono citati due episodi della vita di Giacobbe, interpretati negativamente come segno di prepotenza: la nascita, che privò Esaù del diritto di primogenitura (Gn 2,26; 27,26) e la lotta con Dio, durante la quale Giacobbe si arrogò l'elezione con mezzi puramente umani (Gn 32,21-31). Israele continua a ripetere queste sopraffazioni con il suo comportamento verso Dio e i fratelli.

v. 5 «l'angelo» sostituisce il nome di Dio (cfr. Gn 32,29); «vinse»: il soggetto può essere anche Dio. Il pianto e la supplica di Giacobbe si riferiscono a una tradizione diversa da quella di Gn 32,23s. L'episodio di Betel (Gn 28,10-22) riferito qui dopo quello di Penuel (Gn 32,25.32), è ricordato in chiave positiva e sottolinea la libera iniziativa divina che precede la confessione di fede di Giacobbe: «e là gli parlò»: il testo ebraico ha «e là Dio parlò con noi». Secondo quest'ultima lezione la vicenda di Giacobbe è applicata direttamente al popolo vivente al tempo di Osea. Alcuni studiosi considerano il v. 5 come un interpolazione posteriore, che ha lo scopo di glorificare Giacobbe e rendere accettabile, dal punto di vista teologico, la lotta con Dio facendo intervenire l'angelo e sottolineando il pentimento del patriarca. Le divergenze con il racconto di Genesi nella successione degli episodi e nella loro interpretazione si devono probabilmente ad alcune tradizioni autonome proprie del regno del Nord.

v. 6 Confessione di fede di carattere liturgico, in cui per l'unica volta in Osea, si trova il titolo: «Signore, Dio degli eserciti». Probabilmente è una inserzione posteriore.

v. 7 Importante oracolo divino rivolto ai contemporanei di Osea e contenente una delle formule centrali del libro, insieme al testo di 2,21. La frase «Tu ritorna al tuo Dio» può essere tradotta con «e tu ritornerai con l'aiuto del tuo Dio». In questo caso il versetto contiene una promessa divina e un'istruzione, che esige una risposta ai requisiti dell'alleanza (amore e giustizia: 2,21) che si traducono nell'amore di Dio e dei fratelli (6,6) e nell'osservanza del diritto divino (5,1; 1,4; 4,1ss.). Questo comportamento deve essere animato da una fiduciosa speranza in Dio (cfr. Sal 27,14; 37,34; Is 51,5).

v. 8 «Canaan»: l'antico nome degli abitanti della Palestina, che significa anche «commerciante» (Prv 31,24), designa qui in senso dispregiativo Israele che si è lasciato contaminare praticando la frode (Am 8,5; Prv 11,1; 20,23).

v. 9 Il popolo si difende dal rimprovero, poiché le ricchezze sono considerate come segno della benedizione divina (Prv 3,16; 8,18; 10,22).

vv. 10-11. I due versetti sono compresi in due modi diversi: come promessa (e allora sarebbero fuori contesto) e come rimprovero. Il Signore, che porta un titolo solenne e impegnativo (cfr. Es 20,2; Os 13,4) annuncia il ritorno al deserto (2,16s.) come ai giorni del soggiorno al Sinai, dove egli incontrò il suo popolo (Es 25,22; 29,42s.; 30,6.36). In segno del favore divino egli continuerà a comunicare con esso mediante i profeti e le visioni (Es 33,11; Nm 12,2-8; Dt 18,9-22; Sal 74,9; Lam 2,9). Intesi come rimprovero, JHWH quale giudice annuncia l'annullamento del dono della terra promessa. Israele esiliato abiterà «sotto le tende», perché è senza patria. Questa situazione è stata predetta dai profeti e viene annunciata anche per il futuro. La seconda interpretazione si armonizza meglio con il contesto. La lezione «parlerò con parabole» del v. 11 è incerta. Altre versioni leggono: «distruggerò la madre», «darò la morte».

v. 12 Il testo oscuro non si armonizza bene con il contesto. Viene menzionato il culto idolatrico praticato in Galaad (6,8) e Galgala (4,15; 9,15) e viene espressa la sentenza di condanna con un gioco di parole; infatti Galgala in ebraico significa anche «mucchio di pietre» (cfr. Gn 31,48).

vv.13-14. Riappare bruscamente il tema di Giacobbe, il quale viene messo a confronto e in contrasto con Mosè. Giacobbe è rimproverato per la sua fuga in Mesopotamia, dove fece il pastore presso Labano e ne sposò le figlie, Lia e Rachele (cfr. Gn 28,2; 29-30). Mentre Giacobbe non pensava che alle donne e ai suoi interessi in terra straniera, il profeta Mosè fu scelto da Dio per liberare il popolo dalla schiavitù e portarlo nella terra promessa (Dt 18,15.18; 34,10). Israele doveva ispirarsi all'esempio di Mosè, non a quello di Giacobbe.

v. 14 Il v. 14 ricorda come Efraim/Israele ha mancato di gratitudine verso JHWH; ha versato il sangue sacrificando i bambini (6,8; 12,12), maltrattando e uccidendo i profeti e praticando il culto cananeo, per cui deve ora rendere i conti (cfr. Dt 4,25; 9,18; 1Re 14,9.15; Ger 7,18).

Nel c. 12 è contenuta una profonda lettura della storia d'Israele, a partire dal presupposto dell'intima unione esistente tra gli antenati e il popolo attuale. Sorprendente è la critica negativa che Osea fa di alcuni episodi della vita del patriarca Giacobbe, presentato come sopraffattore, egoista, poco amante del suo paese, tratti che prefigurano il carattere e il comportamento dei suoi discendenti, cioè del popolo d'Israele. Il capitolo infatti si presenta come un processo fatto a Israele a causa della sua fedeltà all'alleanza, della frode che ha praticato e della presunzione che ha dimostrato. In contrasto con Giacobbe e presentata la figura di Mosè. Questi è non solamente il liberatore dall'Egitto e il conduttore attraverso il deserto, ma anche il profeta-mediatore della rivelazione divina. Benché non venga ricordato il monte Oreb né si faccia allusione al decalogo, si può giustamente supporre che Osea non ignorasse la rivelazione divina fatta al Sinai e l'esistenza di una forma primitiva delle dieci parole. Osea è persuaso che l'invio dei profeti che annunciano la parola di Dio, è un segno di grazia da parte del Signore (12,11; Am 3,7; Sal 74,9).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Lo sconfinato amore di Dio-Padre 1Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. 2Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; immolavano vittime ai Baal, agli idoli bruciavano incensi. 3A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. 4Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. 5Non ritornerà al paese d’Egitto, ma Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi. 6La spada farà strage nelle loro città, spaccherà la spranga di difesa, l’annienterà al di là dei loro progetti. 7Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo. 8Come potrei abbandonarti, Èfraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Adma, ridurti allo stato di Seboìm? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. 9Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira. 10Seguiranno il Signore ed egli ruggirà come un leone: quando ruggirà, accorreranno i suoi figli dall’occidente, 11accorreranno come uccelli dall’Egitto, come colombe dall’Assiria e li farò abitare nelle loro case. Oracolo del Signore.

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Approfondimenti

Lo sconfinato amore di Dio-Padre 11,1-11 Capitolo unitario, che descrive con l'immagine del padre e del figlio gli intimi rapporti esistenti tra JHWH e Israele. Il Signore fa un lamento retrospettivo circa la sua volontà salvifica e la ribellione di Israele (vv. 1-4). Segue l'annuncio del castigo (vv. 5-6) e una sintesi dell'accusa (v. 7). JHWH confessa la sua «conversione» adducendo il motivo (vv. 8-9); la promessa di salvezza viene concretizzata (v. 11). A causa della forma e del contenuto il v. 10 sembra essere un'aggiunta postesilica. Il testo è spesso mal interpretato e alcuni vv. sono di difficile interpretazione (ad es. i vv. 5.7.8a). Probabilmente il capitolo data dalla fine della monarchia.

v. 1. La giovinezza di Israele coincide con l'esodo dall'Egitto e con l'epoca (idealizzata) del deserto. È allora che per Osea comincia la storia di Israele, mentre dei patriarchi ha solamente dei ricordi spiacevoli (12,4s.13). Allora Dio ha manifestato a Israele il suo amore, cioè l'ha scelto, eletto con amore di padre e da quel tempo gli ha rivolto degli appelli. Israele è chiamato «figlio di Dio» in senso adottivo (Es 4,22; Is 1,2s.; 30,9; Ger 3,19.22; 31,9.20). L'ultimo stico è applicato dall'evangelista Matteo in senso tipico a Gesù (Mt 2, 15).

v. 2. Dopo l'esodo dall'Egitto Dio ha ripetuto i suoi richiami per mezzo dei profeti, ma Israele ha interrotto i legami filiali con JHWH praticando i culti cananei, contravvenendo al precetto fondamentale del decalogo (Es 20,3s.23; 22,20; 34,17).

11,3-4. Belle immagini prese dal comportamento del padre e della madre verso il bambino, che mostrano la tenerezza che Dio ha usato con Israele durante l'età d'oro del deserto (cfr. 13,5; Dt 8,16).

v. 3. «Efraim» designa Israele. Insegnare a camminare è uno dei primi atti dell'educazione paterna (Dt 1,31; 8,2-5; Nm 11,12; Is 63,9); «curare» significa liberare da minacce e pericoli (5,13; 6,1; 7,1). Ma Israele non ha «riconosciuto» il suo salvatore; è stato ingrato.

v. 4. Vengono ricordati tre affettuosi atteggiamenti del genitore verso il bambino: lo attira dolcemente a sé, lo solleva fino al viso e si piega su di lui per nutrirlo. Dio ha agito così con il suo popolo con estrema condiscendenza, nutrendolo con la manna (Es 16,17) e con le quaglie (Nm 11). «legami di bontà»: lett. «legami di uomo», cioè pieni di umanità; «un bimbo»: correzione congetturale del testo ebraico che ha «giogo».

v. 5. Non è chiaro se il versetto contenga una minaccia o una semplice constatazione. Comunque, si tratta della presente situazione pericolosa che comporta il castigo della schiavitù e dell'esilio. Il verbo «ritornare» ha il doppio senso di convertirsi e far ritorno. Siccome Israele non si è convertito al Signore, farà ritorno in Egitto (da intendersi in senso metaforico, del paese della schiavitù), com'era prima dell'esodo (7,11; 8,13; 9,3.6; 11,11; 12,2), anche se non è da escludere un rifugio reale in Egitto da parte degli abitanti durante l'occupazione assira del regno del Nord (732 a.C.). Israele sarà dominato dal potere assiro e dal dio Assur (9,3; 2Re 15,29s.).

v. 6. L'esilio sarà preceduto da un bagno di sangue.

v. 7. Versetto molto corrotto. Secondo l'interpretazione adottata dalla versione della BC Dio si lamenta constatando l'impossibilità della conversione da parte del popolo (cfr. Is 6,10; Ger 7,25s.).

11,8-9. Improvviso cambiamento di situazione; nel cuore di Dio l'ira lascia il posto all'amore, per cui Israele non può essere abbandonato.

v. 8. Le due interrogazioni retoriche dimostrano l'impossibilità per Dio di punire in modo definitivo il suo popolo, consegnandolo all'Assiro. «Ádma» e «Seboìm» sono due città della Pentapoli (Gn 10,19; 14,2.8; Dt 29,22) che nella tradizione elohista tengono il posto di Sodoma e Gomorra, nomi propri della tradizione jahvistica (cfr. Is 1,9-10); le due città sono simbolo della distruzione totale; «il cuore e le viscere» (termini ebraici tradotti con «il mio intimo») sono la sede dei sentimenti più profondi e segreti di Dio. Il Signore «si commuove» abbandonando la severità e usando misericordia (1Sam 10,9).

v. 9. Viene escluso l'annientamento totale del popolo, che sembrava richiesto dalla collera divina per due motivi. Dio non è un uomo, cioè un essere instabile, capriccioso e impotente, che cambia i suoi progetti (Nm 23,19), non sa perdonare e ricomporre la situazione. Dopo aver scelto Israele e averlo trattato come un figlio carissimo, Dio non può cambiare sentimenti e distruggerlo (1Sam 15,29; Is 31,3; Ez 28,2). Inoltre Dio è il «Santo», cioè una potenza dinamica e irresistibile, che opera in modo sorprendente (cfr. Is 8,11-18; 10,20; 30,15; 55,8).

v. 10. Lo sfondo storico del v. sembra essere quello dell'esilio del sec. VI a.C. (cfr. Is 49,12), e della dispersione nei paesi occidentali. Gli esuli, chiamati stranamente «figli», ritornano all'appello di JHWH paragonato eccezionalmente al ruggito del leone (cfr. Am 1,2; 3,8; Ger 25,30; Gl 3,16).

v. 11 Il ritorno degli esiliati è attribuito a Dio stesso (cfr. Ger 16,15; 23,3). Le immagini degli «uccelli» e delle «colombe» indicano la sicurezza e la rapidità del ritorno (cfr. Sal 55,7; Is 60,8). I rimpatriati nella Palestina riavranno la proprietà delle loro case e godranno di tutti i diritti ereditari.

Il c. 11 ha una rilevanza teologica fondamentale e si collega per il contenuto con il c. 2. Mediante il sorprendente antropomorfismo dell'amore paterno-materno applicato a JHWH viene offerta la chiave per comprendere tutta la storia di Israele come espressione della predilezione divina, che riempie il cuore clemente e misericordioso di JHWH, anche di fronte all'incomprensione e ingratitudine del popolo. Per la prima volta nell'AT l'amore divino è considerato come la causa della nascita e dell'elezione di Israele. Dio è padre e creatore e Israele è figlio, qualifica che comporta una dignità regale (Sal 2,7). Malgrado tutte le delusioni, Dio rimane fedele all'incanto del primo amore e rifiuta di lasciare l'ultima parola alla vendetta e alla collera (Nm 23,19; 1Sam 15,29; Is 55,8; Ger 10,24).

Il v. 8 ci fa entrare in modo antropomorfico nell'intima personalità di Dio, che cambia i suoi sentimenti di severità in quelli di compassione per cui perdona e ricrea, non a causa di motivi a lui esterni, ma in virtù della sua stessa natura, sovrana e libera, animata da una insondabile e illimitata bontà.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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L'idolatria d'Israele 1Vite rigogliosa era Israele, che dava sempre il suo frutto; ma più abbondante era il suo frutto, più moltiplicava gli altari; più ricca era la terra, più belle faceva le sue stele. 2Il loro cuore è falso; orbene, sconteranno la pena! Egli stesso demolirà i loro altari, distruggerà le loro stele. 3Allora diranno: «Non abbiamo più re, perché non rispettiamo il Signore. Ma anche il re, che cosa potrebbe fare per noi?». 4Dicono parole vane, giurano il falso, concludono alleanze: il diritto fiorisce come pianta velenosa nei solchi dei campi. 5Gli abitanti di Samaria trepidano per il vitello di Bet-Aven; è in lutto il suo popolo e i suoi sacerdoti ne fanno lamento, perché la sua gloria sta per andarsene. 6Sarà portato anch’esso in Assiria come offerta al gran re. Èfraim ne avrà vergogna, Israele arrossirà per i suoi intrighi. 7Perirà Samaria con il suo re, come un fuscello sull’acqua. 8Le alture dell’iniquità, peccato d’Israele, saranno distrutte, spine e cardi cresceranno sui loro altari; diranno ai monti: «Copriteci» e ai colli: «Cadete su di noi». 9Fin dai giorni di Gàbaa tu hai peccato, Israele. Là si fermarono, e la battaglia non li raggiungerà forse a Gàbaa contro i figli dell’iniquità? 10«Io voglio colpirli: si raduneranno i popoli contro di loro, perché sono attaccati alla loro duplice colpa.

Esortazione e requisitoria 11Èfraim è una giovenca addestrata, cui piace trebbiare il grano. Ma io farò pesare il giogo sul suo bel collo; attaccherò Èfraim all’aratro e Giacobbe all’erpice. 12Seminate per voi secondo giustizia e mieterete secondo bontà; dissodatevi un campo nuovo, perché è tempo di cercare il Signore, finché egli venga e diffonda su di voi la giustizia. 13Avete arato empietà e mietuto ingiustizia, avete mangiato il frutto della menzogna. Poiché hai riposto fiducia nella tua forza e nella moltitudine dei tuoi guerrieri, 14un rumore di guerra si alzerà contro il tuo popolo e tutte le tue fortezze saranno distrutte. Come Salmàn devastò Bet-Arbèl nel giorno della battaglia in cui la madre fu sfracellata sui figli, 15così sarà fatto a te, casa d’Israele, per la tua enorme malvagità. All’alba sarà la fine del re d’Israele.

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Approfondimenti

L'idolatria d'Israele 10,1-10 I quattro oracoli che compongono questa pericope trattano degli altari e santuari illegittimi (v. 1-2.5-6.8) e dei re (vv. 3-4.7). I vv. 9-10 contengono un rimprovero e una minaccia. Viene portato un giudizio negativo sulle istituzioni politiche e religiose del paese.

v. 1. Il versetto contiene una retrospettiva storica relativa alla fiorente epoca di Geroboamo II. La vite è spesso usata come simbolo di Israele (Is 5,1-7; 27,2; Ger 2,21; 2,10; Ez 17,3-10; Sal 80,9-19, cfr. anche Mic 20,1; Gv 15,1-8). Nel versetto «Israele» designa tutto il popolo di Dio sin dal tempo in cui entrò in Canaan. La prosperità materiale fu la causa dell'intensificazione del culto sincretistico (2,7.14; 4,11; 13,6); le «stele» erano emblemi della divinità maschile.

v. 2. «falso»: lett.: «sdrucciolevole», cioè diviso tra il culto di JHWH e quello dei Baal (cfr. 2Re 18,21). La soppressione del culto idolatrico avverrà per mezzo del conquistatore assiro.

v. 3. Versetto difficile a comprendersi. La citazione delle parole del popolo è ambigua. Potrebbe essere una constatazione dell'instabilità politica dovuta alle fazioni dopo l'assassinio di Pekach e prima della successione di un altro re, e insieme una confessione di colpevolezza, che però il profeta non prende sul serio. L'ultimo stico sarebbe la risposta di una parte del popolo fondamentalmente opposto alla monarchia. Osea considera la regalità in Israele come primaria manifestazione di infedeltà e ribellione contro JHWH (3,4; 7,3-7; 8,4-10; 10,7.15; 13,10s.).

v. 4. Il versetto contiene un severo ma giusto giudizio sugli ultimi re di Israele relativamente alla loro condotta personale e politica. La regalità non solo è inutile, ma favorisce la pratica della cattiva amministrazione della giustizia (5,13; 7,11; 12,2); la «cicuta» è una pianta velenosa che simboleggia l'iniqua condotta dei re.

v. 5. Viene annunciata la sparizione del culto del vitello nel regno del Nord; «Samaria», la capitale, sta per tutto il paese; «Bet-Aven» equivale a Betel (cfr. 4,15; 5,8); «sacerdoti»: in ebraico vi è un termine dispregiativo (komēr) usato per i ministri idolatrici (2Re 23,5; Sof 1,4); la «gloria dell'idolo» è la sua costosa ornamentazione in oro; ma l'espressione potrebbe indicare anche l'idolo stesso (cfr. il termine usato per indicare l'arca dell'alleanza: 1Sam 4,22).

v. 6. Le statue degli idoli venivano spesso collocate nei santuari dei conquistatori (cfr. 1Sam 4,11; 5,11; Is 46,1s.); «gran re» è il titolo proprio dei monarchi assiri.

v. 7. «re di Samaria» è un titolo dato all'immagine del vitello (cfr. vv. 5s.).

v. 8. «iniquità» in corto idolatrico che consisteva in sacrifici e pratiche immorali (cfr. 4,13; 8,11); «spine e rovi» sono il segno della maledizione divina (Gn 3,18). Davanti alla catastrofe il popolo invoca la morte e la fine del mondo. Questo testo è citato in Lc 23,30 e Ap 6,16 come annuncio di un castigo ancora più severo.

10,9-10. Il testo di questi due versetti è corrotto e di difficile interpretazione. JHWH si rivolge direttamente a Israele con l'accusa (v. 9) e il verdetto (v. 10).

v. 9. L'episodio di Gabaa (Gdc 19-21) fu l'inizio delle colpe del popolo, che hanno contrassegnato tutta la sua storia; «Là si fermarono»: cioè non mutarono condotta, avendo il crimine contaminato tutta la loro esistenza (cfr. 9,9). L'ultimo stico è particolarmente oscuro.

v. 10. «i popoli» sono gli Assiri e i loro alleati; «la duplice colpa» potrebbe indicare il crimine di Gabaa (Gdc 19) e quello del tempo di Osea, cioè il culto idolatrico, oppure l'abbandono di JHwH e l'adesione ai Baal.

Esortazione e requisitoria _10,11-15 In forma parabolica viene descritta l'elezione di Israele (v. 11), seguita da un invito a praticare gli obblighi dell'alleanza (v. 12). L'iniqua condotta morale e la falsa fiducia negli armamenti (tipico peccato dei rei e dei capi) attirano il castigo (vv. 13-15). Nel v. 11 è Dio che parla, mentre negli altri versetti interviene il profeta.

v. 11. L'immagine di Israele come di una giovenca docile a JHWH, che viene usata per il lavoro piacevole della trebbiatura (cfr. 4,16), rappresenta l'epoca del deserto, in cui esistevano ideali rapporti tra Dio e il suo popolo. Portare il giogo ed eseguire lavori pesanti, indispensabili alla messe, come arare o erpicare (cfr. Is 28,24; Gb 39,10) sono allusioni alla vita nel paese di Canaan.

v. 12. In forma diretta ed esortativa, usando l'immagine del popolo agricoltore che semina e miete viene descritto l'atteggiamento appropriato della vita religiosa; «secondo giustizia» significa in conformità con la volontà di Dio espressa nella legge e soprattutto nel decalogo (8,12; 4,1s.; 6,6; Ger 2,20; 4,3; 5,5); «la bontà» (hesed) è quasi sinonimo di giustizia, in quanto designa la fedeltà al Dio dell'alleanza; «cercare il Signore» equivale a orientare tutta la propria vita secondo Dio (5,16-6,1; Am 5,4.6; Ger 10,21). Dio diffonde la giustizia in quanto opera la salvezza trasformando i cuori e conferendo la fertilità alla terra (2,21).

v. 13. Continua l'immagine agricola; mediante tre verbi è indicata l'opposizione di Israele al piano divino. Il risultato è in contrasto con l'attesa; «l'empietà» è il culto idolatrico dei Baal; anche «la menzogna» ha lo stesso significato. Il secondo peccato di Israele è la fiducia riposta nella potenza militare, che è indice di sfiducia in JHWH (Am 6,13; Is 51,1). carri erano l'arma più temuta in tempo di guerra e i guerrieri erano dei soldati professionisti dell'esercito reale.

v. 14. La minaccia della guerra e della distruzione è resa più tragica dal ricordo di un atroce fatto bellico, difficile da interpretare; «Salman» è probabilmente il re moabita Salaman, contemporaneo di Tiglat-Pilezer III (745-727 a.C.), che regnò durante l'incursione assira nella regione di Galaad, dove si trova Bet-Arbel, identificata con Irbid (cfr. 13,16; 2Re 8,12; Is 13,16; Na 3,10; Sal 137,9). L'uccisione delle donne accompagnava spesso la conquista delle città.

v. 15. «gente d'Israele» è tutto il popolo del regno del Nord. Questa lezione è quella dei LXX; il testo ebraico ha «Betel». L'alba è il momento dell'intervento divino, che realizza la disfatta del regno (cfr. Is 8,20; 58,8). «I re d'Israele» è probabilmente Osea, figlio di Ela (732-724 a.C.; cfr. 2Re 17,1-4).

Nel c. 10 viene ripetuto l'insegnamento oseano circa il culto. Quando lo splendore e il ritmo delle cerimonie sono accompagnati da un «cuore falso» cioè diviso (10,2), il culto viene ripudiato. Ciò che Dio esige è la fedeltà all'alleanza praticata con tutto il cuore (6,6; 8,11s.; Dt 4,29; 6,5; 10,12). La monarchia, incaricata per sé della prosperità del popolo, è stata una sventura per Israele (cfr. 7,3ss.; 13,10ss.), perché non si è appoggiata sull'aiuto divino, ma sulla potenza militare e sulle alleanze straniere (10,3.13) ed ha trasgredito l'ordinamento voluto da Dio (10,4). Il potere che non è esercitato con giustizia e non è orientato verso la pace, è illegittimo e perverso. È possibile che questa critica di Osea abbia influenzato “la legge reale” contenuta in Dt 17,14-20. Il compito primordiale del popolo di Dio è quello di «seminare secondo giustizia», cioè vivere in conformità con le esigenze dell'alleanza, «cercare Dio» e cominciare sempre da capo «dissodando un campo nuovo» (10,12; Am 5,24; Mic 6,8; Ger 4,3).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Tristezza dell'esilio 1Israele, non rallegrarti fino all’esultanza come gli altri popoli, perché hai praticato la prostituzione, abbandonando il tuo Dio, hai amato il compenso della tua prostituzione su tutte le aie per il grano. 2L’aia e il tino non li nutriranno e il vino nuovo verrà loro a mancare. 3Non potranno restare nella terra del Signore, ma Èfraim ritornerà in Egitto e in Assiria mangeranno cibi impuri. 4Non faranno più libagioni di vino al Signore, non gli saranno graditi i loro sacrifici, saranno per loro come pane di lutto: quanti ne mangiano diventano impuri. Il loro pane sarà tutto per loro, ma non entrerà nella casa del Signore. 5Che cosa farete nei giorni delle solennità, nei giorni della festa del Signore? 6Ecco, sono sfuggiti alla rovina, l’Egitto li accoglierà, Menfi sarà la loro tomba. I loro tesori d’argento passeranno alle ortiche e nelle loro tende cresceranno i cardi.

Il profeta perseguitato 7Sono venuti i giorni del castigo, sono giunti i giorni del rendiconto, Israele lo sappia! Il profeta diventa pazzo, l’uomo ispirato vaneggia a causa delle tue molte iniquità, per la gravità del tuo affronto. 8Sentinella di Èfraim è il profeta con il suo Dio; ma un laccio gli è teso su tutti i sentieri, ostilità fin nella casa del suo Dio. 9Sono corrotti fino in fondo, come ai giorni di Gàbaa; ma egli si ricorderà della loro iniquità, chiederà conto dei loro peccati.

Il ripudio di Efraim 10Trovai Israele come uva nel deserto, ebbi riguardo per i vostri padri, come per i primi fichi quando iniziano a maturare; ma essi, appena arrivati a Baal-Peor, si consacrarono a quell’infamia e divennero una cosa abominevole, come ciò che essi amavano. 11La gloria di Èfraim volerà via come un uccello, non più nascite né gravidanze né concepimenti. 12Anche se allevano figli, io li eliminerò dagli uomini; guai a loro, se io li abbandono. 13Èfraim, lo vedo come un palma piantata in luoghi verdeggianti. Èfraim tuttavia condurrà i figli al macello. 14“Signore, da’ loro. Che cosa darai?”. Un grembo infecondo e un seno arido! 15Tutta la loro perversità si è manifestata a Gàlgala, è là che ho preso a odiarli. Per la malvagità delle loro azioni li scaccerò dalla mia casa, non avrò più amore per loro; tutti i loro capi sono ribelli. 16Èfraim è stato percosso, la loro radice è inaridita, non daranno più frutto. Anche se generano, farò perire i cari frutti del loro grembo». 17Il mio Dio li respingerà, perché non gli hanno obbedito; andranno raminghi fra le nazioni.

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Approfondimenti

9,1-17. Il capitolo comprende tre brani:

  1. una triste visione della deportazione (vv. 1-6),
  2. l'ostilità contro il profeta, che è la sentinella di Dio (vv. 7-9)
  3. la descrizione delle colpe e castighi del popolo con minacce per il futuro (vv. 10-17).

Si incontrano spesso dei versetti problematici.

Tristezza dell'esilio 9,1-6 L'oracolo profetico, talvolta in dialogo diretto con gli uditori (vv. 1.5), contiene un invito a sospendere l'assemblea festiva in cui si pratica la prostituzione (v. 1), poi segue la descrizione del modo come finirà la celebrazione (probabilmente si tratta della festa delle Capanne, vv. 2-6). Lo sfondo dell'oracolo è il culto cananeo della fertilità (2,7; 4,12s.), praticato anche durante la festa delle Capanne (cfr. Es 23,16; 34,22s.). Probabilmente l'oracolo fu pronunciato nel santuario di Betel dopo il 732. La deportazione è presentata come una ineluttabile realtà.

v. 1. «Israele» designa nel versetto la comunità religiosa (4,5; 8,2.3); «far festa» è da mettersi in rapporto con «la festa del Signore» (v. 5). La festa delle Capanne era di origine cananea, storicizzata dopo l'occupazione della terra promessa da parte degli Ebrei. Osea la considera come espressione dell'apostasia del popolo (prostituzione), descritta come amore venale e infedeltà matrimoniale; «prezzo della prostituzione»; altra versione: «il salario impuro», cioè il frutto ottenuto con la pratica dei riti cananei della fecondità, vale a dire, i beni della terra considerati come doni dei Baal (mentre in realtà ne è JHwH il donatore: 2,11).

v. 2. Il castigo è descritto mediante una serie di privazioni, che impediranno di usufruire dei beni del suolo. Da notare la pittoresca personificazione dell'aia, del tino (pressoio d'olio) e del mosto.

v. 3. Il castigo più drastico è la deportazione in paese straniero. Egitto e Assiria sono associati come luoghi d'esilio (11, 5.11). Il ritorno in Egitto (da intendersi in senso metaforico, anche se diversi Israeliti vi cercarono rifugio più tardi: cfr. 7,16; 8,13; 9,6; 11,5.11) punisce coloro che non fanno ritorno a Dio. Il passato salvifico di Israele viene cancellato e si ridiventa schiavi in terra straniera (11, 1s); «terra del Signore» per la prima volta nell'AT viene designata così la Palestina, in quanto proprietà particolare di JHWH (cfr. 8,1; 9,15; Ger 2,7; 16,18), in polemica con i Baal considerati come signori del suolo e dispensatori di beni. Ogni paese straniero è impuro a causa degli idoli (cfr. Am 7,12; 1Sam 26,19).

v. 4. In terra d'esilio cessa il culto legittimo. Le persone in lutto diventavano impure a causa del contatto con un cadavere (Dt 26,14). L'ultimo stico sembra essere un'aggiunta posteriore, perché manca il nesso con lo stico precedente.

v. 5. Interrogazione ironica. L'esilio segnerà la fine della nazione di Israele in quanto comunità religiosa che celebra le feste di JHWH.

v. 6. Lugubre quadro del disastro finale che il profeta vede già realizzato in visione. L'unica scappatoia davanti all'invasione assira sarà l'Egitto; «Menfi» è una città del Basso Egitto, celebre per le piramidi della quarta dinastia (cfr. Is 19,13; Ger 2,16; 44,1); qui sta probabilmente per tutto l'Egitto, che diventa una tomba, perché gli esuli non avranno più speranza di ritornare in patria. L'ultimo stico è poco chiaro; forse si allude ai beni lasciati per forza in patria, come segno di estrema miseria. I pruni e le ortiche si sostituiscono alle suppellettili delle case distrutte o abbandonate (cfr. Is 34,13).

Il profeta perseguitato 9,7-9 Breve oracolo quasi biografico in cui Osea risponde alle calunnie lanciate contro di lui e condanna il ripudio della sua precedente predicazione. L'annuncio del castigo è vero, perché è già iniziato (v. 7a); vengono poi citati gli insulti del popolo (v. 7b). Quale sentinella di Dio il profeta è assalito dall'ostilità popolare (v. 8), ma la punizione dei peccati è ineluttabile (v. 9).

v. 7. «Sono venuti»; perfetto profetico indicante che ciò che fu iniziato dagli Assiri, sarà portato a compimento; «pazzo»: cioè che parla sragionando (Prv 1,7; 27,22; 29,9), in quanto si oppone alla politica internazionale della nazione; «uomo ispirato»: lett.: «uomo dello spirito» in senso negativo, alludendo allo stato estatico del nābî' (cfr. 1Sam 10,6; 1Re 18,12; 22,21; 2Re 2,9.16). «Vaneggia»: cioè perde la testa, insensato (1Sam 21,12-15; 2Re 9,11; Ger 29,26).

v. 8. Versetto difficile e corrotto: «Sentinella»: lezione congetturale; così viene chiamato il profeta che ha il compito di correggere il popolo (cfr. Is 56,10; Ger 6,17; Ez 3,17; 33,2.6s.; cfr. Os 5,8; 8,1). Un altra congettura del testo ebraico è: «Efraim spia nella tenda del profeta»; «la casa di Dio» è probabilmente Sichem (cfr. 6,9; Gs 24) o i legittimi santuari di JHWH. La persecuzione contro il profeta è descritta con i termini delle lamentazioni salmiche (Sal 37,32; 91,3; Ger 5,26).

v. 9. Come a Gabaa fu inflitto un oltraggio al servo del Signore, così ci si comporta con il profeta (cfr. Gdc 19-21). Dio si ricorda del peccato, quando decide di punirlo (8,13). Questo è l'unico brano in cui viene sottolineata la reazione dell'uditorio alla predicazione del profeta. Osea è ripudiato, perseguitato, lo si considera come un volgare nābî', un uomo irresponsabile, psichicamente anormale (cfr. Ger 29,26; 2Re 9,11); gli si lanciano delle minacce. Tale fu sorte del profeta Elia (1Re 19) e di Amos (Am 7,10ss.). Osea sfoga il suo dolore in forma di lamento, ma ribadisce il castigo col quale Dio colpirà la nazione.

Il ripudio di Efraim 9,10-17 Unità letteraria comprendente due brani (vv. 10-14.15-17), che iniziano con un detto divino che ricorda due circostanze storiche e continuano con l'annuncio del castigo. Nella conclusione prende la parola il profeta (vv. 14.17). A partire da questa pericope fino alla fine (14,10) viene fatto un ripetuto uso della storia. Le immagini si accavallano senza logica rigorosa e gli oracoli assumono un tono meditativo.

v. 10. Con le immagini dell'uva, che di per sé non cresce nel deserto, e dei fichi primaticci particolarmente apprezzati (Is 28,4; Mic 7,1; Ger 24,2), vengono descritti i felici inizi del rapporto di JHWH con Israele. Il tempo della permanenza nel deserto del Sinai è considerato un periodo ideale (2,7; 13,5; Ger 2,2s.). Ma l'idillio cessò al contatto con Canaan (Nm 25,1-5). Baal-Peor è qui il nome di un luogo, situato a 10 km a nord-est della sorgente del Giordano; «infamia» indica il Baal. Gli Israeliti stessi praticando i riti idolatrici della fecondità divennero abominevoli al pari degli idoli (Dt 29,16; Ger 4,1; 7,30; Ez 5,11; 7,20). L'infedeltà di Israele, cominciata alle porte della Palestina, pesò su tutta la sua storia posteriore.

v. 11. Dall'accusa al castigo. «La gloria di Efraim» è la dignità e potenza del popolo del Nord, che consiste soprattutto nel numero dei figli. Suggestivo è il paragone con il volo dell'uccello che esprime la rapidità con cui cesserà la fecondità; «nascita, gravidanza, concepimento» indicano il processo, all'inverso, della procreazione.

v. 12. Sono colpiti i bambini già nati, che saranno eliminati dalla guerra, dalla fame e dalla deportazione. L'abbandono di Israele da parte di Dio è un tema centrale del messaggio oseano (1,6.9; 4,6; 5,6.15).

v. 13. Il testo ebraico del v. è incomprensibile. La congettura del testo della BC si può comprendere nel senso che iniziando pericolose guerre Efraim ha fatto dei suoi figli un oggetto di caccia nemica.

v. 14. La preghiera d'intercessione del profeta, che non può assistere alla totale estinzione di Israele, viene inter-rotta. Si accetta in parte l'annunciato castigo; nei giorni futuri la sterilità sarà una benedizione, poiché è migliore la privazione dei figli, anziché la loro morte prematura (cfr. Gb 3,11-16).

v. 15. L’infedeltà generalizzata del popolo di Dio fece la sua apparizione a Galgala, dove fu praticato il culto sincretistico (4,15). È meno probabile che si alluda all'istituzione della monarchia (1Sam 11,14s.) o alle disubbidienze di Saul (1Sam 15,12s.). L'odio di Dio (unico testo in Osea) – audace antropomorfismo – è da intendersi relativamente all'amore ingannato di colui che ha istituito l'alleanza sinaitica (Dt 22,13; 24,3; Ger 12,8). La cessazione dell'amore di Dio per Israele è la più grande sventura per il profeta Osea; «li scaccerò dalla mia casa»: la metafora è presa dalla convivenza matrimoniale e indica la deportazione lontano dal paese (8,1; 9,8).

v. 16. Il termine «Efraim» indica la fecondità, e l'albero simboleggia la vita. Frutti e grembo sono destinati alla sterilità (9,12).

v. 17. Il profeta commenta che la sorte di Israele sarà come quella precedente l'entrata nella terra promessa. L'oracolo della dispersione si realizzò nel 722 a.C. con la conquista assira del paese. L'occupazione della terra promessa divenne una grande tentazione per Israele. Già a Baal-Peor e poi a Galgala il popolo cercò di assicurarsi la fertilità umana e agricola mediante il culto dei Baal. Ma abbandonando JHWH Israele si è procurato la scomparsa della nazione e la perdita della terra. Questa tragedia viene motivata con l’«odio» da parte di JHWH, termine che indica la reazione del marito nei confronti della moglie che ha commesso qualcosa di scandaloso (Dt 22,13; 24,3). La mancanza di amore in JHWH designa solamente una momentanea reazione, giacché per il futuro l'amore trionferà su tutte le colpe di Israele (2,21.25; 11,8; 14,5). Per Osea l'apostasia del popolo ha delle radici storiche molto profonde; esse fondano e spiegano gli atteggiamenti presenti. Esiste nella colpa una responsabilità collettiva, che viene sottolineata in diverse preghiere di penitenza (Sal 106,6s.; Ne 9,2.16.34).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Accuse e castigo 1Da’ fiato al corno! Come un’aquila piomba sulla casa del Signore la sciagura perché hanno trasgredito la mia alleanza e rigettato la mia legge. 2Essi gridano verso di me: “Noi, Israele, riconosciamo te nostro Dio!”. 3Ma Israele ha rigettato il bene: il nemico lo perseguiterà. 4Hanno creato dei re che io non ho designati; hanno scelto capi a mia insaputa. Con il loro argento e il loro oro si sono fatti idoli, ma per loro rovina. 5Ripudio il tuo vitello, o Samaria! La mia ira divampa contro di loro; fino a quando non si potranno purificare? 6Viene da Israele il vitello di Samaria, è opera di artigiano, non è un dio: sarà ridotto in frantumi. 7E poiché hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta. Il loro grano sarà senza spiga, se germoglia non darà farina e, se ne produce, la divoreranno gli stranieri. 8Israele è stato inghiottito: si trova ora in mezzo alle nazioni come un oggetto senza valore. 9Essi sono saliti fino ad Assur, sono come un asino selvatico, che si aggira solitario; Èfraim si è acquistato degli amanti. 10Se ne acquistino pure fra le nazioni, io li metterò insieme e cominceranno a diminuire sotto il peso del re e dei prìncipi. 11Èfraim ha moltiplicato gli altari, ma gli altari sono diventati per lui un’occasione di peccato. 12Ho scritto numerose leggi per lui, ma esse sono considerate come qualcosa di estraneo. 13Offrono sacrifici e ne mangiano le carni, ma il Signore non li gradisce; ora ricorda la loro iniquità, chiede conto dei loro peccati: dovranno tornare in Egitto. 14Israele ha dimenticato il suo creatore, si è costruito palazzi; Giuda ha moltiplicato le sue città fortificate. Ma io appiccherò il fuoco alle loro città e divorerà i loro palazzi.

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Approfondimenti

Accuse e castigo 8,1-14 Il capitolo raccoglie vari oracoli oseani pronunciati in diverse circostanze e raccolti insieme dai redattori. I temi trattati sono: la violazione dell'alleanza (vv. 1-3), anarchia e idolatria (vv. 4-7), la falsa politica estera (vv. 8-10), il culto formalistico (vv. 11-13), il lusso edilizio (v. 14). Vari sono i generi letterari: accuse (vv. 1.3.4.9. 11-13a), minacce di castigo (vv. 3.5.10.13b), descrizione di pena (v. 8), polemica idolatrica (v. 6), sentenze sapienziali (v. 7). Gli oracoli sono posti in bocca a Dio, solamente i vv. la. 13 appartengono al profeta. Si alternano la seconda e la terza persona.

vv. 1-3. In modo sintetico e generale vengono rilevati i traviamenti del popolo e annunciati i castighi.

v. 1. Il grido di allarme attira l'attenzione sul nemico (Assiria) che come un'aquila si avventa su Israele, sua preda (cfr. Ab 1,8; Ger 4,13; 48,40; Lam 4,19; Dt 28,49); «la casa del Signore» indica qui tutto il paese del Nord (9,15; Ger 12,7; Lc 9,8; 1Cr 17,14; Sal 10,16); «la mia alleanza» è quella sinaitica; «la mia legge» è il complesso delle tradizioni relative alla volontà di Dio (cfr. Es 19,5-20, 21; 24), in modo particolare il decalogo (4,2) e una tradizione scritta (8,12). Osea conosce non solo la tradizione relativa all'esodo, ma anche quella del Sinai, che viene misconosciuta in Israele.

v. 2. La conoscenza di Dio è superficiale e formalistica (4,2.6; 5,4; 7,14).

v. 3. «il bene» si identifica con la legge del Signore (2,8; 3,5; Mic 6,8).

vv. 4-7. Vengono ora addotti due esempi di disprezzo della legge del Signore: la illegittima successione dei monarchi (v. 4a) e l'introduzione del culto iconico paragonato all'idolatria (vv. 4b-6). Segue l'annuncio del castigo (v. 7).

v. 4. I re e i capi militari si sono insediati mediante colpi di stato, contro la volontà del Signore. Sin dall'origine (1Sam 8,1-8; 10,19) e durante il corso della storia (7,7; 10,3; 13,10s.) l'istituto monarchico è stato l'espressione della sfiducia e ribellione contro Dio. Nelle statue del vitello, chiamate «idoli», ma che erano simboli di JHWH, si palesava la concezione naturalistica del culto cananeo.

v. 5.Il «vitello» è quello eretto da Geroboamo nei santuari di Betel e Dan (1 Re 12, 28.32). Qui Samaria indica il regno del Nord. Il peccato originale del regno settentrionale è quello di raffigurare JHWH contro l'esplicito divieto del decalogo (Es 20,4; Dt 5,8; Es 32,1-14).

v. 6.È questo il primo attacco contro gli idoli seguito da molti altri (Is 40,18ss.; 41,6s.; 44,9-20; 46,5ss.; Ger 2,27s.; 10,3ss.; Ab 2,18s.; Bar 6; Sap 13,10-15, 19).

v. 7. I due proverbi (cfr. Sir 7,3; Prv 22,8; Gb 4,8) illustrano il castigo che colpirà la nazione. L'idolatria sarà punita con la carestia e l'invasione nemica (cfr. v. 3) distruggerà anche gli eventuali scarsi prodotti.

vv. 8-10. Viene ripreso il tema della politica internazionale di Israele (cfr. 5,13s.; 7,8-12) con un lamento sulla situazione (v. 8), la colpevolezza di Efraim (v. 9) e il castigo (v. 10). L'oracolo potrebbe datare dal periodo concernente la campagna dell'Assiria sotto il re Menachem (743-738 a.C.; cfr. 2Re 15,19s.) o meglio dal periodo conseguente alla guerra siro-efraimitica (5,8-12).

v. 8.La nazione israelitica vassalla dell'Assiria ha perduto la sua peculiare identità, perciò è come un vaso da gettare (Ger 22,28; 48,38; Sal 31,13). Dopo il 732 a.C, le regioni della Galilea e del Galaad erano diventate province assire.

v. 9.Il versetto presenta delle difficoltà di interpretazione: «salire ad Assur» indica chiedere aiuto all'Assiria; l’«asino selvaggio» (Gb 39,5-8) è simbolo della testardaggine e della condotta arbitraria e indipendente. L'immagine può essere applicata al popolo d'Israele, ma non è escluso che si possa riferire anche a Assur; «si è acquistato degli amanti»: lett.: «ha distribuito dei doni di amore». Il popolo del Nord è paragonato a una prostituta sempre in cerca di amanti, ma i ruoli sono capovolti: è essa stessa che paga i suoi sfruttatori (cfr. Ez 16,32ss.). Si allude forse al tributo pagato da Israele all'Assiria (5,13; 7,11) o ai regali inviati in Egitto (12,2). I rapporti con gli stati stranieri sono considerati come un adulterio.

v. 10. Versetto testualmente corrotto e diversamente interpretato; «li metterò insieme»: alcuni autori leggono «li disperderò», «cesseranno di eleggersi re e governanti»: lezione congetturale basata sui LXX. Il testo ebraico ha «cominceranno un poco a elevare re e governanti».

v. 11-14. Anche il falso culto costituisce una violazione dell'alleanza; c'è una opposizione tra i sacrifici e la legge, giacché il popolo preferisce i riti all'osservanza delle prescrizioni morali e sociali (cfr. 4,8s.; 6,6).

v. 11. I sacrifici offerti sui numerosi altari non fanno altro che moltiplicare i peccati, perché il culto è svolto secondo i costumi cananei.

v. 12. Si suppone l'esistenza di una legge scritta (cfr. 4,2), inseparabile dall'alleanza (8,1) e affidata alla responsabilità dei sacerdoti (4,6). Questa torah è considerata dal popolo come se fosse la volontà di un dio straniero, cioè inesistente, senza valore.

v. 13. Si tratta dei «sacrifici» di comunione (4,13; Ger 7,21); «si ricorderà»: espressione di origine forense, che indica la testimonianza a carico o a discarico presentata in processo (Gn 40,14; Lv 26,45; Nm 5,15; Ger 2,2; Ez 21,28; 29,16; 1Re 17,18); «dovranno tornare in Egitto»: è il rovescio della storia della salvezza (11,1; 13,4); la frase può essere intesa nel senso di una fuga in Egitto (9,3.5) o vi si può vedere adombrata la deportazione in Assiria. Comunque, si minaccia il ritorno alla schiavitù.

v. 14. Annuncio di giudizio con accusa e verdetto contro il lusso delle costruzioni nella linea del profeta Amos (Am 1,7.10.14; 2,5). La forma e il contenuto del versetto rendono dubbia la sua autenticità oseana; «creatore», cioè Dio in quanto ha scelto e protetto Israele, è un titolo usato solamente qui in Osea (cfr. Is 26,11; 44,2; 51,13). II lusso nella costruzione delle regge, dei templi e delle fortificazioni militari portano alla dimenticanza di JHWH (2,13; 4,6; 13,6) giacché sono segno di sfiducia in lui. Notevole è in questo capitolo la presentazione di Dio che si lamenta dell'infedeltà del popolo in modo da esprimere il suo intimo dolore (8,4.9.12). Si parla inoltre dell'alleanza é della legge che la caratterizza, legge che esiste già in una forma scritta (8,1; 12). Essa si identifica col «bene» (v. 3) ed è l'espressione della volontà di un Dio che non è straniero (8,12). La legge non viene trasgredita solamente mediante il ricorso alle nazioni straniere, il culto formalistico, e il capriccio nella designazione dei monarchi, ma sopratutto mediante il culto delle immagini. È probabile che Geroboamo II abbia considerato le statue dei due vitelli eretti nei santuari di Dan e Betel come piedistalli e simboli della potenza di JHWH (cfr. Gn 49,24; Is 1,24), ma per Osea essi sono il segno della contaminazione cananea del culto. Osea diventa il campione di una rigorosa proibizione di immagini e il paladino di una religione nella quale il ruolo principale non è svolto dai riti religiosi, ma dall'osservanza della legge che è parola divina (cfr. 6,6).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Mentre sto per guarire Israele, si scopre l’iniquità di Èfraim e la malvagità di Samaria, perché si pratica la menzogna: il ladro entra nelle case e fuori saccheggia il brigante. 2Non pensano, dunque, che io ricordo tutte le loro malvagità? Ora sono circondati dalle loro azioni: esse stanno davanti a me. 3Con la loro malvagità rallegrano il re, rallegrano i capi con le loro falsità. 4Sono tutti adùlteri, ardono come un forno in cui il fornaio non attizza più il fuoco, in attesa che la pasta preparata lieviti. 5Nel giorno della festa del nostro re sommergono i capi in fiumi di vino, fino a far sì che egli si comprometta con i ribelli. 6Perché il loro intimo è come un forno, pieno di trame è il loro cuore, tutta la notte sonnecchia il loro furore e al mattino divampa come fiamma. 7Tutti ardono come un forno e divorano i loro governanti. Così sono caduti tutti i loro sovrani e nessuno si preoccupa di ricorrere a me.

La politica sbagliata 8Èfraim si mescola con le genti, Èfraim è come una focaccia non rivoltata. 9Gli stranieri divorano la sua forza ed egli non se ne accorge; la canizie gli ricopre la testa ed egli non se ne accorge. 10L’arroganza d’Israele testimonia contro di loro; non ritornano al Signore, loro Dio, e, malgrado tutto, non lo ricercano. 11Èfraim è come un’ingenua colomba, priva d’intelligenza; ora i suoi abitanti domandano aiuto all’Egitto, ora invece corrono verso l’Assiria. 12Dovunque si rivolgeranno stenderò la mia rete contro di loro e li abbatterò come gli uccelli dell’aria, li punirò non appena li udrò riunirsi. 13Disgrazia per loro, perché si sono allontanati da me! Distruzione per loro, perché hanno agito male contro di me! Li volevo salvare, ma essi hanno proferito menzogne contro di me. 14Non gridano a me con il loro cuore quando gridano sui loro giacigli. Si fanno incisioni per il grano e il vino nuovo e intanto si ribellano contro di me. 15Eppure io ho addestrato il loro braccio, ma essi hanno tramato il male contro di me. 16Si sono rivolti, ma non a colui che è in alto, sono stati come un arco fallace. I loro capi cadranno di spada per l’insolenza della loro lingua e nella terra d’Egitto rideranno di loro.

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Approfondimenti

Tradimenti e cospirazioni 6,7-7,7 v. 1. Constatazione della corruzione generale formulata al presente; «guarire», tipico termine oseano (5,13; 6,1; 11,3; 14,5), indica il perdono delle colpe e il ristabilimento del giusto rapporto con Dio fondato sull'alleanza. L'iniquità è identica all'apostasia (4,8; 5,8; 8,13); la malvagità comprende l'idolatria e le altre colpe. Samaria può indicare tutto il regno del Nord, ovvero la sua capitale. La menzogna si riferisce al culto cananeo e all'inganno praticato a danno del prossimo. I furti e il brigantaggio sono menzionati anche in 4,2; 6,9.

v. 2. La mancanza di riflessione ha fatto sì che sia esclusa ogni vera comprensione di Dio, che tuttavia ricorda la storia dei peccati del popolo. I peccati personificati sono come un muro che tiene prigioniero l'uomo e rendono testimonianza contro di esso. È una pertinente osservazione psicologica concernente il peccato.

vv. 3-7. L'oracolo divino in prima persona descrive la vita politica di Israele e precisamente le congiure di palazzo, considerate come una manifestazione del male e oggetto di collera. Il brano è costruito sulla caratteristica metafora oseana del forno (vv. 4.6.7), che mette in rilievo il furore omicida, che distingue la classe dirigente del paese. Lo sfondo storico dell'oracolo è la tragica instabilità della monarchia in Israele. In dodici anni, tra il 733 e il 721, quattro re furono assassinati: Zaccaria (2Re 15,8), Sallum (2Re 15,14), Pakachia (2Re 15,25) e Pekach (2Re 15,30). Invece di contare su Dio i politici , nella loro sfrenata ambizione, non si appoggiano che su loro stessi per abbattere un regime e porre un altro sovrano sul trono. Non è condannata tanto la monarchia in se, quanto i suoi abusi, i cambiamenti cruenti e gli intrighi. Da notare che l'accusa non è accompagnata dal giudizio.

v. 3. «rallegrano il re»: cioè gli offrono un banchetto nel giorno della incoronazione che sarà per lui fatale. Il re potrebbe essere Osea, figlio di Ela (2Re 17,1). Si suppone che si prepari segretamente una rivoluzione da parte di coloro che apparentemente sono devoti al re e ai suoi agenti. Questo atteggiamento è perfido e malvagio, perché diretto contro l'unto del Signore (Sal 18,21; 21,12s.).

** v. 4**. Il testo è corrotto e ammette diverse interpretazioni. «Tutti» sono il re, i cortigiani, i cospiratori; «bruciano d'ira»: lett. «sono adulteri», termine qui usato per indicare la mancanza di fedeltà tra gli uomini. Il singolare paragone del forno sottolinea il calcolato furore dei congiurati. Il forno, un cono d'argilla aperto verso l'alto, nel quale si metteva la pasta, veniva riscaldato la sera e attizzato al mattino; bruciava a intermittenza e doveva essere regolato con cura per poter estrarre il pane cotto. Così i cospiratori, senza svelare i loro piani, attendono il loro momento. Pochi passi biblici descrivono in modo così impressionante l'ardore rivoluzionario dei cospiratori.

v. 5. Versetto poco chiaro, specialmente l'ultimo stico. Viene descritto lo stratagemma col quale si compie la rivoluzione di palazzo; «il giorno del nostro re» è probabilmente l'anniversario dell'incoronazione o della nascita del re, celebrata con un lauto convito (Gn 40,20; Am 6,6; Is 5,11-22). Da notare che l'assassinio di Ela da parte di Limri (876) fu commesso quando la corte era immersa nell'ebbrezza (1Re 16,8-14).

v. 6. Sviluppando la metafora del forno e utilizzando allitterazioni e giochi di parole viene descritto il furore dei congiurati, che si manifesta al momento giusto.

v. 7. Riassunto della tragica storia della monarchia. Dalle origini del regno di Israele fino alla metà del sec. VII furono assassinati sette re (2Re 15,8-17,4). Invece di far ricorso al Signore nelle difficoltà, i ribelli si fanno giustizia da sé, usando con astuzia la forza brutale al momento opportuno. Gli omicidi politici sono contrari non solo al quinto precetto del decalogo, ma anche al primo, giacché JHWH è il vero re di Israele. Quando non ci si ricorda del Signore, i popoli si autodistruggono. La pericope si distingue per l'ampia trattazione del peccato e delle sue conseguenze. Abbiamo una lista di colpe connesse con nomi di località, poi la menzione dei crimini sociali e degli assassinii politici. In rapporto a Dio queste azioni sono una violazione dell'alleanza, un tradimento, una prostituzione, una falsità. In rapporto agli uomini si parla di furti, di brigantaggi e assassinii. I capi di questa condotta sono i sacerdoti e i notabili del paese.

La politica sbagliata 7,8-16 Brano di unità redazionale formato da due oracoli che trattano della politica estera (vv. 8-12), del culto cananeo e del ricorso allo straniero (vv. 13-16).Lamento, minacce, accuse e annuncio di giudizio si alternano. L'infedeltà politica e quella religiosa vanno di pari passo. Cronologicamente la pericope si situa dopo il 732 a.C., quando il re Pekach e Osea insieme al partito antiassiro cercavano l'alleanza con l'Egitto (2Re 16,20; 17,4).

v. 8. Il v. riassume tutta la storia della politica internazionale di Israele, che si è alleato con Aram, l'Egitto e l'Assiria. «Si mescola»: immagine presa dal modo di preparare la torta (cfr. Es 29,2.40; Lv 7; Nm 28). L'immagine della focaccia cotta solamente da una parte e perciò buona a nulla, significa che le alleanze con gli stranieri producono solamente disastri.

v. 9. Il ricorso agli stranieri è una falsa politica, che indebolisce il paese dal punto di vista politico, economico e religioso, condannandolo alla degradazione.

v. 10. Il versetto sembra fuori contesto e di carattere compilatorio; il v. 10a ripete 5,5a (cfr. Am 6,8) e il v. 10b riprende 4,6.11 (cfr. Is 5,25; 9,11.16.20; 10,4). Diversi autori lo considerano come una glossa. Israele cerca delle soluzioni solamente umane (alleanze, cambi di dinastia) senza fidarsi del Signore.

v. 11. L'immagine della «colomba ingenua», che alla ricerca del cibo, non si accorge della rete dell'uccelliere, indica l'incoscienza e la cecità di Israele, che si affida alle potenze straniere. Il re Menachem cercò l'alleanza dell'Assiria (2Re 15,19s.); Osea si sottomise prima a Salmanassar V (727-722 a.C.), poi mandò messaggeri in Egitto

v. 12. L'immagine dell'uccelliere è qui applicata a Dio (cfr. 5,1), che intende arrestare la sconsideratezza nella politica con qualche intervento punitivo.

v. 13. Espressione di dolore e lamento (rara in Osea) da parte di Dio che vuole salvare (cfr. Es 15,13; Dt 7,8; 9,26; 13,5) coloro che si sono ribellati contro di lui, con la mormorazione o con le pratiche cananee.

v. 14. Dopo la devastazione del paese da parte degli Assiri (732 a.C.), gli abitanti invocarono l'aiuto del Signore (8,2), però mediante i riti cananei equiparando JHWH a Baal; «non col cuore»: cioè dimenticando le clausole dell'alleanza; i «giacigli» sono gli atri dei santuari, nei quali si facevano lunghe implorazioni (Nm 14,5; Gs 7,6; 2Sam 12,20); «Si fanno incisioni»: lettura congetturale; il testo ebraico ha «sono ospiti», espressione che non offre un senso accettabile. Le lacerazioni praticate nei culti orgiastici cananei (cfr. 1Re 18,28; Ger 16,6; 41,5) erano severamente proibite dalla legge ebraica (Dt 14,1; Lv 19,28).

v. 15. Il versetto allude all'epoca del deserto e all'occupazione della terra promessa (cfr. Sal 18,35; 44,4).

v. 16. «colui che è in alto» (cioè Dio): lezione congetturale; il testo ebraico è incomprensibile; i LXX hanno «verso il niente». Gli ultimi due stichi non sono in armonia con il contesto; è possibile che appartengano a un tema diverso. Come già il profeta Isaia (7,9; 30,1ss.; 31,1ss.), Osea condanna le alleanze con le potenze straniere. Tali alleanze comportavano una sudditanza dal forestiero dal punto di vista militare, economico e religioso. In questo caso Israele perdeva la propria caratteristica e identità che dipendeva tutta dal rapporto con JHWH. L'appello allo straniero era indizio di infedeltà verso Dio, cha aveva fatto delle speciali promesse al popolo eletto. Gli Assiri distrussero in parte il regno del Nord, lo fiaccarono imponendo tributi ed esercitarono un deleterio influsso sui costumi del popolo. Il regno di Israele doveva anche in politica prestare fede a JHWH, mantenendosi indipendente e attendendo dal Signore l'aiuto necessario.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Liturgia penitenziale 1“Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. 2Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare, e noi vivremo alla sua presenza. 3Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra”. 4Che dovrò fare per te, Èfraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. 5Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce: 6poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti.

Tradimenti e cospirazioni 7Ma essi come Adamo hanno violato l’alleanza; ecco, così mi hanno tradito. 8Gàlaad è una città di malfattori, macchiata di sangue. 9Come banditi in agguato una ciurma di sacerdoti assale e uccide sulla strada di Sichem, commette scelleratezze. 10Orribili cose ho visto a Betel; là si è prostituito Èfraim, si è reso immondo Israele. 11Anche a te, Giuda, io riserbo una mietitura, quando ristabilirò la sorte del mio popolo.

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Approfondimenti

Liturgia penitenziale 6,1-6 Quale risposta all'attesa del Signore (5,15), si legge in 6,1-3 un canto di penitenza messo in bocca al popolo o a un sacerdote, comprendente un duplice invito a ritornare a JHWH e a riconoscere la sua signoria, seguito da dichiarazioni fiduciose nella salvezza. La sofferenza della nazione è considerata come un castigo del Signore; probabilmente è supposta la catastrofe del 732 a.C., quando furono strappate dall'Assiria al regno del Nord le regioni settentrionali del paese. Nei vv. 4-6 Osea, a nome di Dio, risponde con un lamento che l'atteggiamento del popolo non corrisponde alle attese divine. I canti penitenziali erano usati in tempi di crisi nazionale, quando il popolo si riuniva per digiunare, pregare e offrire sacrifici (cfr. Gs 7,6s.; Gdc 20,23.28). È da notare che in questa liturgia penitenziale manca l'espressione della colpa e del pentimento.

v. 1. Dopo la catastrofe del 732 il popolo riconosce di essere come un malato (5,13) che cerca la guarigione presso Dio (cfr. 7,1; 11,3; Is 30,26; Ez 34,16). Il ritorno a Dio (cfr. 2,9; 3,5; 5,4; Ger 3,7) è l'unica via di salvezza. Le parole sembrano implicare una conversione, ma non è così; si tratta di un calcolo interessato e di uno sfruttamento egoistico della potenza divina.

v. 2. L'espressione numerica: «dopo due giorni... il terzo» indica un breve intervallo di tempo. Questo testo ha forse ispirato la comunità cristiana primitiva, che annunciava la risurrezione del Signore al terzo giorno (cfr. 1Cor 15,4; Lc 24,7). Viene espressa una presuntuosa fiducia che JHWH risponderà presto alle suppliche del popolo.

v. 3. Probabilmente il verbo «conoscere» è usato in senso liturgico, cioè di invocare Dio nel culto (cfr. 8,1s.). Le piogge di autunno (ottobre-novembre) permettono la semina, quelle di primavera (marzo-aprile) assicurano la maturazione dei cereali. Il dono della pioggia veniva celebrato nei culti cananei della fertilità. Le immagini tratte dal mito vengono trasferite a JHWH, senza tener conto della libertà divina e dei suoi interventi nella storia della salvezza.

v. 4. Nella risposta divina redatta in seconda persona c'è un lamento circa la passeggera lealtà e l'incostanza del popolo. Le immagini della rugiada e della nube indicano qualcosa di passeggero e superficiale.

v. 5. La parola di Dio, annunciata dai profeti, è come una spada che colpisce a morte (Is 49,2; Eb 4,12), ma il giudizio divino ha lo scopo di condurre alla conversione, perciò ha un senso salvifico.

v. 6. Solenne formula lapidaria e concisa, composta di affermazioni e negazioni, che riassume l'insegnamento etico profetico e farà fortuna nella letteratura biblica posteriore (Is 1,10-20; 58; Ger 7; Am 5,18-24; Zc 7; Prv 21,3.27; 15,18; Sir 34,18-35,10). L'amore e la conoscenza di Dio sono opposti ai sacrifici e agli olocausti. Non si tratta del ripudio puro e semplice di ogni sacrificio, ma del rigetto del culto contaminato, praticato nella religione cananea; si insiste sull'adesione totale al vero Dio e sulla fedeltà ai precetti dell'alleanza. La sentenza che esprime perfettamente la natura della religione spirituale, viene citata da Gesù in Mt 9,13; 12,7. Nella pericope vengono usati insieme diversi termini teologici importanti: «ritornare a Dio» (v. 1), «conoscere il Signore» (v. 3.6), l'amore (v. 4.6). In 10 testi oseani il verbo «ritornare» indica la conversione. Applicato al popolo indica il ripristino del rapporto originale di alleanza con JHWH (2,9), la ricerca di Dio (3,5), la conversione del cuore (12, 7; 14, 25.8). In senso negativo il mancato ritorno indica il peccato (5,4; 7,10.16), e il castigo considerato come «ritorno in Egitto» (8,3; 9,3; 11,5). Nel nostro testo il verbo ritornare ha un significato particolare: indica un tentativo di conversione che è illusorio. Anche i termini della conoscenza e dell'amore perdono il loro significato profondo e vitale, perché il rapporto con Dio, che essi suppongono, non è fondato sulla storia salvifica e sull'alleanza, ma sulle forze della natura, per cui Dio viene paragonato ai Baal. Solamente sulla bocca di Dio la conoscenza e l'amore (v. 6) assumono quel valore ricco e pregnante che è tipico della concezione oseana.

Tradimenti e cospirazioni 6,7-7,7 Il brano è un'unità tematica che comprende tre detti oseani:

  1. un oracolo divino in prima persona, contenente un catalogo di crimini commessi in varie località (6,7-11);
  2. una nuova breve rassegna di vizi con l'annuncio indiretto del castigo (7,1-2)
  3. entrando nel campo politico, la descrizione dei frequenti intrighi e complotti caratteristici della fine del regno d'Israele (7,3-7). Si nota la presenza di testi difficili e di allusioni ambigue.

v. 7. «come Adamo»: espressione enigmatica. Si potrebbe intendere come un riferimento alla rottura del “patto originale” avvenuta nell'Eden (Gn 3). Altri traducono «come un uomo», cioè in modo umano, alludendo alla fragilità dell'uomo nell'osservare i patti. Altri studiosi leggono «sulla terra»; infine alcuni preferiscono identificare il termine con una località della valle del Giordano (Tel-ed-Damijeh), dove si praticava un culto straniero (Gs 3,16). Per la prima volta appare nella letteratura profetica il termine «alleanza» (cfr. 8,1), che indica quella del Sinai. Osea non ne parla in modo specifico, ma asserisce più volte che il rapporto tra Dio e Israele è iniziato al tempo dell'esodo (9,10; 11,1; 12,9; 13,4). Il v. sottolinea anche che l'infedeltà di Israele ha radici profonde.

v. 8. «Galaad» è una località situata sull'altipiano transgiordano che porta lo stesso nome (cfr. Gdc 10,17). Si allude forse ai sacrifici di bambini offerti al dio Milcom (2Sam 12,30; 1Re 11,5.33) o alla rivoluzione cruenta contro Pekach (2Re 15,25).

v. 9. Versetto oscuro; «Sichem», città levitica, a differenza di Dan e Betel (1Re 12,31), era rimasta un centro culturale ortodosso (cfr. Dt 27; Gs 8,30ss.). È probabile che i sacerdoti legati ai culti cananei impedissero, anche con la violenza, l'accesso dei fedeli a questo santuario e ne violassero il diritto d'asilo.

v. 10. Il versetto riprende l'accusa di 5,4. JHWH esprime la sua sdegnata ripulsa; «cose orribili» (cfr. Ger 5,30; 18,13; 23,14) sono l'apostasia e il culto degli dei stranieri collegato coi riti della prostituzione sacra; «in Betel»: correzione dettata dal contesto; il testo ebraico ha: «in Israele».

v. 11. Versetto discusso e oscuro. La mietitura è una metafora che indica l'atto finale di Dio nel corso della storia (Am 8,12; Ger 51,33; Gl 4,13); «ristabilirò» indica la restaurazione dell'integrità del rapporto di alleanza. Il tono consolatorio del versetto e la menzione di Giuda sembrano in contraddizione con il contesto. Si tratterebbe di una glossa dovuta ad un redattore giudaico che applica a Giuda le accuse fatte a Israele (cfr. 1,7; 3,5; 4,15; 5,5).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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La rovina dovuta ai capi 1Ascoltate questo, o sacerdoti, state attenti, casa d’Israele, o casa del re, porgete l’orecchio, perché a voi toccava esercitare la giustizia; voi foste infatti un laccio a Mispa, una rete tesa sul Tabor 2e una fossa profonda a Sittìm. Ma io correggerò tutti costoro. 3Io conosco Èfraim e non mi è ignoto Israele. Ti sei prostituito, Èfraim! Si è reso impuro Israele. 4Le loro azioni non permettono di fare ritorno al loro Dio, perché uno spirito di prostituzione è fra loro e non conoscono il Signore. 5L’arroganza d’Israele testimonia contro di lui, Israele ed Èfraim inciamperanno per le loro colpe e Giuda inciamperà con loro. 6Con le loro greggi e i loro armenti andranno in cerca del Signore, ma non lo troveranno: egli si è allontanato da loro. 7Sono stati infedeli verso il Signore, generando figli bastardi: la nuova luna li divorerà insieme con i loro campi.

Processo contro Giuda e Israele 8Suonate il corno a Gàbaa e la tromba a Rama, date l’allarme a Bet-Aven, all’erta, Beniamino! 9Èfraim sarà devastato nel giorno del castigo: per le tribù d’Israele annuncio una cosa sicura. 10I capi di Giuda sono diventati come quelli che spostano i confini e su di loro come acqua verserò la mia ira. 11Èfraim è schiacciato dal giudizio, da quando ha cominciato a inseguire il nulla. 12Ma io sarò come una tignola per Èfraim, e come un tarlo per la casa di Giuda. 13Èfraim ha visto la sua infermità e Giuda la sua piaga. Èfraim è ricorso all’Assiria e Giuda si è rivolto al gran re; ma egli non potrà curarvi, non guarirà la vostra piaga, 14perché io sarò come un leone per Èfraim, come un leoncello per la casa di Giuda. Io li sbranerò e me ne andrò, porterò via la preda e nessuno me la toglierà. 15Me ne ritornerò alla mia dimora, finché non sconteranno la pena e cercheranno il mio volto, e ricorreranno a me nella loro angoscia.

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Approfondimenti

La rovina dovuta ai capi 5,1-7 Sotto forma di processo giudiziario vengono accusate le classi dirigenti del paese (vv. 1-2), poi tutto il popolo (vv. 3-5), cui viene annunciato il castigo (vv. 6-7). Nei primi tre versetti parla JHWH, negli altri il profeta.

vv.1-2. Con tre imperativi viene richiamata l'attenzione di tre gruppi specifici, responsabili della cosa pubblica: i «sacerdoti» (cfr. 4,4-10), i notabili (= «gente d'Israele») e i dignitari del regno, che rappresentavano il re (= «casa del re»); «poiché contro di voi si fa il giudizio»; altra possibile versione «poiché il diritto è il vostro compito». In questa seconda versione il diritto è la perfetta esecuzione delle leggi divine (cfr. Dt 1,17; Mic 3,1). Le colpe dei capi sono espresse mediante tre immagini venatorie e tre luoghi topografici. Il «laccio» (cfr. Qo 9,12), la «rete» e la «fossa» (la versione di questo ultimo termine è dubbia per la corruzione del testo: cfr. Prv 26,27; Sal 7,16; 9,16) sono strumenti che servono a prendere gli uccelli o a far cadere qualcuno. Metaforicamente significano che i capi del popolo sono stati occasione delle colpe della nazione; «Mizpa» è probabilmente una località situata presso Gerasa in Transgiordania (cfr. Gdc 10,17; 11,11), non la fortezza che si trova a nord di Gerusalemme (cfr. Gdc 20,1ss.; 21,1-8); il monte «Tabor», situato nella valle di Izreel, è stato un antico luogo di culto cananeo (Dt 33,19; Gdc 4,6.12); «Sittim» (correzione del testo ebraico che legge «aberrazioni») è una località a est del Giordano situata di fronte a Gerico, tristemente famosa per l'episodio di Baal-Peor (cfr. 9,10; Nm 25,1-18).

v. 3. Le colpe, di cui i capi sono responsabili, sono le pratiche idolatriche del culto cananeo. Efraim, la principale tribù del regno del Nord, è in parallelismo con Israele, che indica il regno settentrionale.

v. 4. Descrizione radicale del peccato, che rende schiavo l'uomo incapace di risorgere (cfr. Gn 8,21). Le «opere» (4,9; 7,2; 9,15; 12,2) sono gli errori commessi da Israele (cfr. 6,7ss.; 9,10ss.), che hanno contaminato e plasmato il suo carattere in modo così profondo, da costituire un muro invalicabile (7,2). Lo spirito di fornicazione, già proprio di Gomer (1,2) e del popolo (4,12) è una barriera eretta fra Dio e l'uomo, che impedisce di «conoscere» Dio e di ritornare a lui. Solamente il giudizio di Dio può salvarli da questa impossibilità (cfr. 3,5).

v. 5. «L'arroganza» che si è impossessata di Israele (cfr. Am 6,8; Ger 13,9) è personificata e figura come testimone a carico dell'accusa presso il tribunale (cfr. Mic 6,3; 1Sam 12,3; 2Sam 1,16). Questo atteggiamento si fonda sul benessere, sulle ricchezze e l'imitazione dei costumi cananei.

V. 6. Viene descritto il modo come avverrà la caduta di Israele. A nulla varranno i pellegrinaggi ai santuari intesi a sollecitare l'aiuto divino coi riti sacrificali (cfr. Am 5,4.6).

v. 7. Viene ripresa l'accusa e preannunciato il giudizio; «figli bastardi», cioè generati durante le cerimonie cananee o praticanti il culto cananeo sincretistico (cfr. 2,4s.; Ger 2,27); «un conquistatore» è una lezione congetturale del testo ebraico che sembra corrotto e legge «mese, novilunio». Altri traducono «un vento bruciante» (cfr. 13,15), metafora che indicherebbe l'Assiro. Il termine «conquistatore» è riferito a Dio, che invia una siccità, che causa una completa improduttività (cfr. 2,5.11; Gio 4,8).

Questa pericope è ricca di temi teologici. Viene ribadita la responsabilità dei capi nella degenere situazione religiosa e morale del popolo. Sotto l'influsso delle azioni peccaminose l'uomo perde il buon senso e la sua libertà, non ha la conoscenza degli agguati che gli vengono tesi e diventa schiavo del peccato. In questo questo modo risulta impossibile la conversione. L'uomo accecato, dall'orgoglio, pone la sua fiducia nel benessere materiale e nella pratica dei culti cananei. È come ossessionato dallo spirito di «prostituzione» nella pratica delle orge idolatriche, per cui è abbandonato dal vero Dio.

Processo contro Giuda e Israele 5,8-15 Complesso di sentenze diverse tenute insieme da elementi letterari e tematici, che sotto forma di processo dialettico tratta dei rapporti tra i due stati fratelli di Giuda e di Israele. A un grido di allarme (v. 8) segue una minaccia contro Israele (v. 9), la descrizione del peccato e del castigo di Giuda (v. 10), della colpa di Efraim e del castigo di ambedue gli stati (vv. 11-12). Inutile e il ricorso all'Assiria (vv. 13-14); il Signore si ritirerà attendendo il pentimento (v. 15). Le allusioni politiche sono vaghe, ma gli oracoli si inseriscono bene nel contesto della guerra siro-efraimitica (735-734 a.C.: cfr. Is 7,1; 2Re 16,5-9). II brano, che è ricco di immagini, contiene il ripudio della politica dei due regni.

v. 8. Improvviso appello militare, che suppone la guerra già in atto, e cioè un attacco di Giuda contro Israele. L'invasione viene dal sud. Le tre località (Gabaa e Rama si trovano un po' a nord di Gerusalemme; Bet-Aven, nomignolo di Betel, è localizzato in Israele) appartengono al territorio concesso alla tribù di Beniamino (Gs 18,21ss.). Dopo lo scisma Giuda si appropriò di Gabaa e Rama, che furono fortificate (1Re 15,16-22). Quando Pekach, re di Israele, e Rezin, re di Damasco, si avvicinarono a Gerusalemme per costringere Acaz, re di Giuda, ad aderire alla lega antiassira, quel territorio fu reclamato da Israele (2Re 16,5; Is 7,1s.). Ma all'avvicinarsi dell'aiuto assiro in favore di Giuda, Israele e Damasco si ritirarono e Giuda rioccupò quelle piazzeforti. Contro questo contrattacco reagisce Osea, che si dimostra buon patriota.

v. 9. È imminente il giorno del giudizio; «una cosa sicura»: sono le sventure, quali l'occupazione del paese da parte di Tiglat-Pilezer, re assiro, la deportazione e la distruzione del regno di Israele (722 a.C.; 2Re 15,29; 17,5s.).

v. 10. «spostano i confini»: la colpa di Giuda e di aver annesso il territorio appartenente a Israele. I confini degli stati erano sacri, come quelli dei campi (Dt 19,14; 27,17; Prv 22,28; 23,10; Gb 24,2).

v. 11. «oppressore, violatore del diritto»: questa versione adottata dalla BC si basa sulla lezione dei LXX, che legge i verbi all'attivo; viene condannata l'invasione di Efraim contro Giuda e in particolare l'alleanza con il re pagano di Damasco. Ma il testo ebraico ha i verbi al passivo e la versione è (con alcune correzioni) «Efraim è oppresso, il diritto è violato». In questo caso abbiamo un lamento sulla calamità che colpisce Efraim, cioè sull'invasione di Tiglat-Pilezer III. Il motivo è l'inseguimento delle vanità, probabilmente dell'idolatria (cfr. 4,12.17s.; Ger 2,8; Dt 13,5) o anche l'alleanza con un pagano.

v. 12. Due audaci metafore descrivono il castigo divino dei due stati fratelli: la «tignola» (Is 50,9; 51,8; Gb 4,19; 13,28) e la «carie» (Ab 3,16; Gb 13,28; Prv 12,4; 14,30) simboleggiano l'opera di decomposizione interna che prepara la demolizione dei due regni. In realtà il regno di Giuda sopravviverà ancora per un secolo e mezzo.

v. 13. Nella crisi i due stati fanno ricorso al loro nemico mortale, il re assiro. Israele cercò l'aiuto dell'Assiria durante il regno di Menachem, prima della guerra siro-efraimitica (2Re 15,19) e anche più tardi il re Osea era un vassallo dell'Assiria. Acaz di Giuda invocò l'aiuto di Tiglat-Pilezer III nel 735 a.C. (2Re 16,7ss.; Is 7,4-9). Efraim e Giuda sono presentati come malati incurabili (cfr. Is 1,5s.; 7,4.11; Ger 30,12ss.). «il gran re» (cioè l'Assiro) è una lettura congetturale che sostituisce il testo ebraico che ha «il re di Jareb». Osea giudica inutili le alleanze con lo straniero.

v. 14. Con l'ardita immagine del leone, che dilacera indisturbato la sua preda, è descritto l'assoluto dominio di Dio nella storia, per cui è capace di compiere una totale distruzione. Il leone non è solamente simbolo di forza (Prv 30,30), ma anche di morte (Sal 7,3).

v. 15. Il discorso è interrotto. Come risposta al giudizio descritto nei vv. 10-14 JHWH, che ritorna nel cielo (Is 18,4; 63,15; Ger 25,30; Mic 1,3; Sal 18,7), aspetta che il popolo si converta. Osea, originario del regno del Nord, si interessa anche alle sorti di Giuda, giacché i due regni sono fratelli. Il ricorso alla forza militare per difendere i propri interessi viene decisamente escluso dal profeta. Anche la ricerca di appoggio presso le potenze straniere è considerata come inutile. Il re assiro, confrontato con JHWH, non è un fattore decisivo per la storia. La vita politica del popolo eletto deve fondarsi su Dio e sull'osservanza della sua legge, dal momento che egli è sorgente di vita, ma anche di morte, quando si tratta di punire le colpe dei due stati. Le immagini usate nella pericope sono di una sconcertante brutalità. JHWH è presentato come un leone feroce, una tignola, un tarlo, mentre nei primi cc. è descritto come colui che è mosso da uno sconvolgente amore per il popolo.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Osea – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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